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L'INVENTORE DI MONDI

di GM Willo

Edizioni Willoworld

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L'Inventore di Mondi di GM Willo – 2011

Copertina di Giulia Tesoro

Altre opere di Rivoluzione Creativa:

La Veglia dei Giganti – 2010 Parole a Portata di Volo – 2010 Spaghetti Pulp – 2010

Edizioni Willoworld

Tutto il materiale originale di questo libro è sotto il "Creative Commons License".

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INTRO

Questo libro raccoglie i miei ultimi racconti, scritti tra il 2009 e il 2011 più alcuni pensieri del '97 che ho ritrovato per caso e che volevo conservare come testimonianze del mio percorso creativo. Non esiste alcun filo conduttore tra questi lavori, si tratta semplicemente di una raccolta di scritti di svariata misura composti nell'arco di due anni

mezzo. L'Inventore di Mondi che dà il titolo a questo libro sarei io uno degli appellativi con cui mi piace definirmi nel mio giocoso lavoro in rete. Scrivo per gioco, come ho ripetuto più volte, e per coinvolgere gli altri a giocare insieme a me. Questi racconti sono intervallati da alcuni episodi di composizione minimale chiamati “101 Parole”, che è anche il titolo di uno dei miei blog in cui presento racconti di esattamente 101 parole. Questa specie di raccolta d'archivio è un documento che delimita una fase ben circoscritta del mio processo creativo, un momento intenso e libero, che spero di poter ripetere in forme diverse perseguendo nuove folli intuizioni. La maggior parte di questi lavori compaiono in precedenti pubblicazioni della Edizioni Willoworld. Un grazie particolare ai membri di Rivoluzione Creativa, in special modo a Giulia Tesoro per il disegno di copertina.

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GM Willo - Aprile 2011

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A loro tre, che sono l'acqua che mi disseta, l'aria che respiro e la luce del sole che mi illumina.

L'UOMO VESTITO DI MARRONE ('97)

L’uomo vestito di marrone camminava nel giardino delle decisioni, in una spira del tempo, dentro il ritaglio di un sogno. Vi crescevano degli alberi dai rossi pomi; erano i frutti delle scelte, tutti perfettamente rotondi eppure ognuno dal sapore diverso. Ne prese uno e lo assaggiò. Se fosse stato acerbo non riuscì a capirlo. Però a lui piacque. Ne afferrò un altro ed era dolce, quasi stucchevole. Si sporcò la bocca del suo fluente succo e si allontanò con le mani appiccicose. Ma si fermò di nuovo davanti un albero, un nuovo frutto. Decisioni… Il pomo aveva lo stesso aspetto degli altri, ma questa volta il sapore era amaro. Lo gettò via, incurante dei semi che conteneva. Avrebbero potuto mettere radici e germogliare. Sarebbero nati altri alberi di frutti amari… L’uomo vestito di marrone continuò a camminare attraverso il giardino e ad assaggiare i frutti delle sue decisioni. Tutti diversi eppure tutti uguali. Poi si sedette sotto un albero e dolorante si portò le mani al ventre. Aveva fatto indigestione.

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COSIMO E VIOLANTE ('10)

(Omaggio ad Italo Calvino)

Cosimo e Violante oscillavano sulle altalene del parco e davanti ai loro occhi sfrecciavano le auto sulla tangenziale sopraelevata, un flusso continuo, statico nella suo moto perpetuo, così come il rumore, un

rombo persistente e sommesso a cui l’udito dei ragazzi era ormai abituato. Il cielo era grigio ma privo del profumo di pioggia, ed era caldo per esser già novembre, così caldo che Violante aveva indosso soltanto il suo vestitino azzurro con le maniche sbracciate, mentre Cosimo sfoggiava con orgoglio la maglietta della sua squadra di calcio. Il cigolio delle altalene si disperdeva nel rombo, ma le vocine appuntite dei due ragazzi fuoriuscivano con facilità in superficie, squillanti come quelle dei pettirossi, un cip-cip di promesse, intenzioni e sbeffeggi che nascondeva un qualcosa di profetico.

  • - Tu cosa vuoi fare da grande? – domandò la ragazza.

  • - Non lo so… E tu? – rispose Cosimo, spingendo più forte con le gambe.

  • - Io voglio diventare il Sindaco della città!

  • - Ah si! Allora io sarò il Governatore della regione.

  • - Va bene, ma solo dopo che io sarò diventata la Presidentessa

dell’intero paese.

  • - Per me va bene, ma l’anno dopo mi faranno Signore del mondo intero

e tutti mi verranno a chiedere il permesso per qualsiasi cosa…

  • - Allora sarai super indaffarato…

  • - Avrò dei consiglieri, e tu sarai uno di questi.

  • - Io? Ne sarei onorata, ma sarò troppo occupata a ripiegare il ruolo di Regina dell’intero Sistema Solare.

  • - Uh… un incarico estremamente importante, solo poco al di sotto del mio, che diventerà quello di Presidente della Comunità Intergalattica

Spaziale…

  • - Allora mi aiuterai con gli affari interni, dato che io ricoprirò la carica

di Governatrice di tutto l’Universo.

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A questo punto ci fu una pausa, durante la quale l’altalena di Cosimo rallentò la sua corsa. Il ragazzo stava pensando a come ribattere. Che cosa c’era di più grande dell’universo? Niente… Comprese allora che rispondere a quel gioco con lo stesso argomento non era conveniente,

così provò a cambiarlo.

  • - E quale sarà la prima cosa che farai una volta diventata tutte queste

cose? – domandò allora il ragazzo, riprendendo a darsi lo slancio con le braccia ed il bacino. Questa volta fu la corsa dell’altalena di Violante a

rallentare. Ci pensò per un minuto intero, poi disse: – Prima di tutto farò abbattere questa autostrada che passa sulle nostre teste.

  • - E come farà la gente ad andare a lavoro?

  • - Se ne occuperanno i robot. Nel mio mondo nessuno dovrà lavorare. Le macchine penseranno a tutto…

  • - E per andare in vacanza, che strada prenderà la gente?

  • - Nessuno andrà in vacanza, perché tutti saranno sempre in vacanza…

  • - E i camion con tutti i loro carichi?

  • - Non ce ne sarà bisogno. La gente mangerà i prodotti dei propri orti e userà gli oggetti fabbricati nelle proprie città.

  • - E le trasferte di calcio? – chiese a questo punto Cosimo, pensando alla sua squadra del cuore.

  • - Nel mio mondo si faranno ogni sorta di giochi, ma senza competere. Né vincitori né vinti… solo divertimento e risate, perciò non sarà

necessario spostarsi.

  • - Si, ma viaggiare è una cosa bella. Come faranno i tuoi sudditi ad ammirare le bellezze del mondo?

  • - A piedi!

  • - A piedi?

  • - Esattamente! È il modo migliore per non perdersi neanche un

particolare del paesaggio… Cosimo ci pensò un attimo e malgrado fosse attratto dai bolidi che a

volte vedeva sfrecciare sulla sua testa, concluse che le idee di Violante non erano proprio sbagliate. Quando sedeva sul sedile posteriore dell’auto dei suoi, appoggiava la fronte al finestrino e si perdeva dentro dossi, pianori, valli, alberi e tutte le bellezze che gli passavano davanti agli occhi. Gli sarebbe piaciuto poterle ammirare con più calma, ma

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l’auto filava via veloce, e la collina diventava una valle, e la torre di un campanile spariva dietro un ponte, e così via… - Mi piace il tuo mondo. Sarà un onore lavorare per il tuo governo, mia signora… Poi tutti e due scoppiarono a ridere, e fu una risata così squillante che si alzò abbondantemente sopra il rombo dei motori, invase il parco e coinvolse i pochi uccelli che dormicchiavano sugli alberi. La risata divenne una melodia. Il cane che riposava fuori dalla bottega del barbiere tirò su un orecchio, poi incominciò ad abbaiare. Un gatto che passava vicino gli si mise accanto e miagolò con tutto il fiato che aveva. Poi fu la volta di una piccola comunità di ratti che affacciarono i loro musi da un tombino e in coro iniziarono a squittire. Le rondini in volo si posarono su un cornicione e si unirono alla canzone. Il rombo non si sentiva più, sovrastato dalla risata di Cosimo e Violante. Qualcuno si affacciò alla finestra per vedere cosa stava succedendo e in quel mentre il cemento armato della sopraelevata si incrinò, le colonne possenti che la reggevano si piegarono e la strada crollò con uno schianto fragoroso, dentro uno squarcio nella terra che si era aperto proprio sotto di essa. Lo strappo si richiuse subito dopo, ingoiando il cemento e le centinaia di automobilisti che si recavano a lavoro. Quello fu l’inizio del mondo di Regina Violante e di Cosimo, suo fedele consigliere, una remota diramazione di questo nostro mirabolante e cespuglioso universo quantico.

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LA GRANDE OCCASIONE ('97)

Il morto è venuto da me l’altra notte per parlarmi del trapasso. Già dal primo sguardo mi è sembrato sbronzo, ma in quel momento non aveva importanza. Si è seduto accanto a me, su mio letto di morte, e mi ha sorriso. Non sapevo perché, ma ero sicuro che fosse uno spettro. E lo era per davvero, lo giuro! Il morto aveva gli occhi limpidi di un bambino, o di un ubriaco, oppure

  • di entrambi. Mi si è fatto vicino e mi ha parlato…

«Ehi amico, non aver paura. Vedrai sarà come scendere in cantina. Sarà come farsi un cicchetto o due. Non temere! Lei non viene da te con una

falce, ma con una bottiglia di buon vino. Fidati. Chiudi gli occhi adesso. Dormi…» E così, con un sereno sorriso sulle mie violacee labbra, mi sono addormentato. La morte mi ha concesso un altro giorno, ma ora non ho più paura. Sono pronto ad affrontarla.

È arrivato il tramonto. Intuisco i suoi colori, al di là delle pesanti tende

  • di velluto scuro. Sento che il momento sta per arrivare. Ed io mi tengo

stretto nella mano il bicchiere delle grandi occasioni.

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IL RUMORE DEL TEMPO ('97)

Lui mi disse che era in grado di sentire il rumore del tempo che scorreva. A volte era il sordo frusciare della sabbia che scivola nella clessidra, un suono costante e corrosivo, come quello delle onde che bagnano le rive delle nostre vite. A volte erano i rintocchi di un impietoso pendolo, il cadenzato battere dell’eternità, che congiura insieme alla follia ai danni delle nostre povere menti. A volte era l’indescrivibile musica che accompagna la danza dei pianeti attorno al sole. Più spesso erano i secchi colpi della falce che miete il grano maturo, in una giornata di un’estate crudele… …e si odono strani canti nei campi.

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CAPPUCCETTO ROSSO 2010 ('10)

C’era una volta… …beh, lei si faceva chiamare Susy, ma il suo vero nome era un altro e nessuno lo conosceva, almeno nel quartiere in cui viveva, che era tutto il suo mondo ormai. La sua storia era iniziata altrove, in un paesino di campagna, con il padre fornaio e la madre a casa a badare a lei e i suoi fratelli. La TV le insegnò a sognare e quando compì sedici anni partì per l’avventura. Non avrebbe mai immaginato che le uniche avventure che l’aspettavano sarebbero state quelle nelle camere a buon mercato dei motel vicino all’autostrada, insieme ai camionisti e agli uomini di Don Vincenzo. La serata era a fine. Anche per quella notte si era portata a casa la pagnotta, della quale solo un terzo le sarebbe rimasta in tasca, una manciata di euro giusti giusti per saldare l’affitto del suo monolocale. Sicura sui suoi tacchi a spillo, avvolta in un vistoso cappotto rosso di flanella, coprì velocemente la strada che separava il motel dal quartier generale del suo protettore. Gli avrebbe dato la sua parte, come avveniva ogni sera, e poi finalmente se ne sarebbe andata a dormire nel suo buco, 28 orgogliosi metri quadri di autosufficienza. Era stanca, stanchissima. L’ultima cosa che si augurava era proprio ciò che le chiese il paparino. Era così lo chiamavano lei e le altre ragazze. Don Vincenzo le si avvicinò con quel sorriso deformato da una vistosa cicatrice, afferrò i soldi con gentilezza e disse: – Brava Susy. Hai lavorato parecchio stasera… immagino che sarai stanca e mi duole doverti chiedere un ultimo favore, ma è appena arrivato in città un caro amico con un irrefrenabile bisogno di compagnia. È un signore importante che sicuramente ti lascerà una lauta mancia… Ecco l’indirizzo… - Le porse un foglietto, lei lo lesse cercando di trattenere le lacrime di disperazione che le salivano agli occhi. Non era il solito motel, ma un albergo di lusso del centro. - Ma… è lontano… – cercò di obbiettare lei. Don Vincenzo cambiò

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rapidamente espressione, trasformando la sua faccia in un ghigno. - Allora inizia a correre bambina, intesi? – incalzò lui. Susy non poté fare altro che prendere la porta e incamminarsi verso il suo prossimo incontro. Doveva attraversare la periferia sud della città, quella che le persone perbene evitavano anche di giorno. Laggiù succedeva sempre qualcosa di sbagliato. Il mese prima una sua amica era stata assalita sa un gruppo di ragazzini, 13-14 anni al massimo. L’avevano violentata in dieci, picchiata e poi lasciata alla fermata del tram. Susy si augurò che fosse troppo tardi anche i per i ragazzini. Erano loro i più pericolosi perché al massimo potevano rischiare il riformatorio, sempre se la polizia riusciva a prenderli… Si avvolse ancor più nel suo cappotto rosso e accelerò il passo. Quando raggiunse il centro della città il cielo ad est era rischiarato appena dalle prime luci dell’alba. Porse il bigliettino che le aveva dato Don Vincenzo al portiere dell’albergo e le porte si aprirono come per incanto. Nel silenzio innaturale della hall, Susy rimase affascinata dall’ovattata esperienza del tappeto sotto i suoi tacchi appuntiti. Conquistò l’ascensore e premette il pulsante numero 12. Provò a risistemarsi davanti allo specchio, preoccupata per quella punta acida di sudore che le aveva deformato il suo profumo. Un camionista non avrebbe notato niente ma questo nuovo cliente doveva essere qualcuno importante. Si augurava di poterlo convincere a fare una doccia prima del rapporto, perché per qualche assurda e masochistica ragione lei ci teneva ai clienti… Bussò alla camera 522. Nessuno rispose. Lei si passò una mano sui capelli ramati, lunghi e leggermente mossi. Bussò di nuovo. Una voce greve ma asciutta la fece sobbalzare. – Entra! - Penetrò in una penombra morbosa, alimentata da una piccola abatjour accanto al letto. L’uomo sedeva su una poltrona nell’angolo più lontano della stanza, le gambe accavallate, le mani salde sui braccioli e la testa totalmente immersa nell’oscurità. - Chiudi la porta – le ordinò. Susy obbedì e quando il chiavistello elettronico fece scattare la serratura sentì un brivido freddo percorrerle tutta la schiena. Duranti gli ultimi due anni, ovvero dal giorno che aveva incominciato a lavorare per Don Vincenzo, si era trovata spesso

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in situazioni difficili, ma mai davvero in pericolo. Una sensazione mai

avvertita prima la convinse che questa volta era diverso.

  • - Sei carina… – disse lo sconosciuto, rimanendo immobile sulla sedia. –

Spogliati – le chiese poi. L’idea della doccia le era ormai uscita dalla

testa. La paura le ghermiva lo stomaco. Avrebbe chiuso gli occhi, se fosse arrivato il peggio, pensò. E intanto incominciò a sganciare i bottoni del suo cappotto rosso. Cinque minuti più tardi aveva indosso solamente le mutandine a perizoma e il reggipetto leggermente bombato che dava risalto ai suoi piccoli seni.

  • - Benissimo… – commentò lo straniero. – Adesso avvicinati… -

Susy forzò le gambe cercando di muoversi verso il suo cliente, d’altra parte quello era il suo lavoro. Provò ad aggrapparsi alla falsa sicurezza di quel pensiero. Due piccoli riflessi cremisi all’altezza della testa dello straniero la distrassero dalle sue idee.

  • - Che strani occhi che ha, signore… – balbettò lei, fermandosi di colpo.

  • - È per poterti ammirare meglio tesoro… – rispose lui, con una nota di stucchevole dolcezza nella voce.

Poi lo sguardo le cadde sulle mani dell’uomo, che sembravano fare parte della poltrona tanto erano grosse e nodose…

  • - Lei… – mormorò – …ha davvero delle grandi mani… -

  • - È per toccarti meglio, piccina… Vieni più vicino… – rispose lui, immobile.

Infine vide l’abnorme rigonfiamento nei pantaloni all’altezza dell’inguine. Rimase impietrita a pochi passi da lui. Riuscì a dire: – Ma che coso grande… -

  • - È per scoparti meglio, bambina! – terminò lo straniero avventandosi

come un lupo sul corpo seminudo di Susy. In quell’istante la porta della stanza si spalancò. Un ragazzo, che solo in un secondo tempo Susy riconobbe come il portiere dell’albergo, fece il suo ingresso con un fucile a canne mozze grosso come un cannone. Puntò senza esitazione tra le gambe dello straniero e fece fuoco. Il resto sono storie di corse in automobile, passaporti truccati e vendette trasversali. Il ragazzo riuscì a portare Susy lontano dalla città, addirittura in un altro paese, pieno di sole e di mare, e laggiù vissero per sempre felici e contenti.

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IL DIO DEI DINOSAURI ('97)

Attorno al bar Cosmo i mondi ruotano su orbite ben delineate, per dirigersi inevitabilmente verso destini già scritti. Nel locale l’atmosfera è satura di luci soffuse, vortici di fumo dagli aromi pungenti e melanconici assoli blues. Ogni sera è così… Dietro al bancone Toth il barista asciuga bicchieri e tazzine con gesti automatici, riponendo poi le stoviglie nei loro rispettivi scompartimenti. Alcune divinità si riuniscono attorno al biliardo, mirando le stecche su pianeti deserti, presi in prestito dai loro universi. Gli sferici oggetti, liberi dalle loro orbite-prigioni, girano sul tappeto verde partecipando al gioco. Presto o tardi verranno ingoiati dai buchi neri del biliardo. Al bar Cosmo gli Dei cercano di distrarsi dai loro affari, ma a fine serata è normale che si ritrovino a parlare di lavoro. Quella sera, a un’ora un po’ tarda, entrò un Dio piccolo piccolo. Al bar lo conoscevano tutti. Era un tipo un po’ bislacco, con delle idee buffe, e molti lo prendevano anche in giro. Afferrò un bicchiere e un cucchiaio e richiamò l’attenzione dei presenti. Annunciò la sua ultima creazione, una nuova specie vivente per il suo piccolo mondo. Una specie molto, molto più intelligente di tutte le altre, fatta a sua immagine e somiglianza, e capace di comprendere i più grandi segreti del cosmo. Una specie che col tempo avrebbe dominato su tutti gli altri esseri viventi. I giocatori di biliardo si guardarono in silenzio e a qualcuno scappò una risatina. Poi tornarono a giocare, come se non fosse successo niente. «Secondo me questa tua nuova invenzione fa la fine di quell’altra. Com’è che li chiamasti quei mostri? Dinosauri?» affermò un Dio, spedendo il pianeta numero otto in un buco nero laterale. «Già, ricordo che dicesti che quei lucertoloni avrebbero dominato gli altri esseri con la loro forza. Ma ti dimenticasti di qualcosa, se non sbaglio…» ribatté un altro, ammiccando sardonicamente ai compagni di gioco. «È vero, feci un piccolo errore di calcolo. Ma questa volta non si

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ripeterà. Ho progettato questi esseri fin nei minimi dettagli. Sarà la mia più grande creazione, vedrete!» E detto ciò l’ambizioso Dio lasciò il bar Cosmo. Gli altri invece continuarono a giocare a biliardo. «Scommetto dieci galassie che questa nuova specie non dura più di tre rotazioni» commentò un giocatore, lavorando la punta della sua stecca col gessetto. Al bar Cosmo Toth il barista continuava ad asciugare i bicchieri.

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BIRRA O CASETTA IN CANADA? ('10)

“Ecco, vai là e scrivi” mi dice mia moglie, come se potesse servire a qualcosa, che io manco ci riesco a mettere una parola dietro l’altra senza fare errori. Però è convinta che mi faccia bene, che in questa maniera possa schiarirmi un po’ le idee. “Forse non riuscirai a risolvere i tuoi problemi, ma quando avrai scritto tutto quello che senti almeno scoprirai che cos’è che non va!” Ma io lo so cosa non va… Non sono io che non funziono, è la maledetta strada… Sono nato trentacinque anni fa nell’ignoranza, tra le urla di mia madre che dal pianerottolo inveiva contro mio padre, buono a nulla ma non poco di buono. Mio padre era un tipo docile, che però faceva sempre i cazzi sua, di conseguenza la famiglia veniva al tredicesimo- quattordicesimo posto. Mia sorella era più grande di me di sette anni. Si levò dai coglioni al tempo giusto e adesso inveisce dal pianerottolo contro Enzo, suo marito, perché la vita t’infinocchia in questo modo, col gioco della ruota. Tutto torna come prima, se non dai un bello strattone… La scuola è stata traumatica. La scuola andrebbe vietata ai minori di ventun anni. È qualcosa di devastante, dalla sveglia la mattina che ti rapisce dal tepore delle coperte e dai sogni bagnati di fanciullo, all’entrata in classe con le gelide sferzate dei soliti bulli, e poi le occhiate alle ragazze che bisbigliano alle tue spalle e t’immagini chissà quali nefandezze sul tuo conto stiano pensando, fino alla traumatica interrogazione alla cattedra, durante la quale il professore gode del piacere di esserti sopra, in posizione erotica, un caprone col membro duro e rosso che sta per infilzare il tenero culetto dello studente. La scuola ti fa perdere la verginità, non quella sessuale ma quella dell’anima. Insomma, la scuola non si può dire che mi sia piaciuta, e per questo abbandonai i sogni di medico alla terza liceo. Nessun rimpianto. Se vedo i medici che ci sono a giro, schiavetti delle multinazionali farmaceutiche, non posso che ritenermi fortunato. Però l’altra opzione era il ristorante dei miei, e ciò voleva dire turni sfiancanti e domeniche

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col grembiule, e non insieme agli amici in campagna o magari al mare. Mi accorsi ben presto di aver scelto la strada meno agevole, ma che ci volete fare. Non che non mi avessero avvertito, ma a quell’età non capisci una sega e pensi che sia tutta discesa. Beh, finché hai la forza dei vent’anni tutto in effetti sembra filare liscio, anche quando dormi un paio d’ore a notte e ti sballi fino all’alba. Lo sballo, appunto, uno dei miei problemi. Inutile che ci giri intorno, se proprio devo scrivere di me sarà meglio affrontare subito l’argomento “alcol”. Il problema è che sono assolutamente convinto che l’alcol faccia bene. Non sto scherzando. A me mette benissimo, e adesso penserete male… Ma no, non nel senso dello sballo in sé. Conosco un fottio di gente che con due birre in corpo mettono a soqquadro la casa, picchiano gli amici, urlano alla compagna… Io invece più bevo e più sto tranquillo. Un bonomo… Un bonomo brillo… Però si arriva a trent’anni con la pancetta e i fumi del dopo sbornia che ti rimescolano le carte della vita, ti svegli dopo l’ennesima notte brava e ti chiedi quanto ti resti, quanto ancora puoi andare avanti così. Son domande del cazzo, che fanno troppo male, e allora ti accendi un cicchino e non ci pensi più. Vai a lavoro, il solito ristorante, e in Italia ti devi ritenere fortunato se lavori dieci ore il giorno metà delle quali a nero, sei giorni su sette… caffè, convenevoli con i colleghi, solito tram tram fino a pranzo e poi s’incomincia col primo mezzino. Da lì in poi tutto diventa sfumato, semplice, tranquillo, e fatevelo dire in tutta sincerità… sbagliato! Ma forse non è neanche questo il vero problema perché, come vi dicevo all’inizio, ciò che non funziona nella mia vita è quello che si trova fuori da quella porta, sui luridi marciapiedi della città. La strada… L’ho sempre odiata, anche se ci sono praticamente cresciuto nel mezzo. La strada ti vuole duro, cazzuto, impassibile alle emozioni degli altri, dritto sulla schiena, lo sguardo puntato avanti, il pugno chiuso e pronto a scattare. La strada è il ceppo dell’anima. Ti tiene ancorato a terra, si insinua nelle tue vene, provocandoti prima dolore e poi dipendenza. Quand’ero giovane amavo le gite al mare con gli amici, oppure a volte andavamo a fare trekking, che io duravo poco per via delle sigarette ma comunque mi divertivo da matti. Ricordo che adoravo quei posti desolati, quelle distese sconfinate, la natura, il cielo, i profumi. Sognavo

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una casa in campagna dove dare le feste, ritrovarsi, ridere e bere con gli amici. Col tempo abbiamo smesso di fare queste gite, ognuno preso dai suoi interessi e dal lavoro. Oggi non riuscirei a star lontano dalla città per più di un fine settimana. È come se ne avessi bisogno, se sentissi il richiamo della strada, della dose giornaliera di cemento e ferro, di benzene e grigiore, di caos e disperazione. Perché sono questi gli odori che si percepiscono nelle strade della città, eppure ne siamo attratti, ne sentiamo il bisogno. Sapete quale è il nome per quella cosa che ti fa stare male ma non ne puoi fare a meno, no? Ok, cara mogliettina, ho scoperto qual’è la mia droga. Che facciamo adesso? Traslochiamo e tentiamo di recuperare questa maledetta carcassa d’uomo? Cinzia la conobbi per vie traverse. Era l’ex ragazza di un vecchio compagno di scuola che beccai per caso in un locale del centro. Lei era lì con lui ma già non stavano più insieme. Ci sedemmo a parlare, in principio temevo che fosse scorretto darle toppe attenzioni, ma mi piacque fin dal primo sguardo. L’amico capì la situazione e ci lasciò da soli. Il resto son storie di intese, passioni, interessi in comune, progetti, traguardi e futili contratti matrimoniali. Cinzia è la cosa più bella che mi sia capitata, e forse se me lo chiedesse potrei anche pensarci di mollare tutto per la fantomatica casetta in Canada, ma so che non lo farebbe mai perché lei mi conosce bene e sa che è meglio evitare di trovarsi in debito nei miei confronti. Si, anche per questo sono un bastardo. È un talento malignamente sublime quello di far sentire in colpa chi ti ama, ed io quest’arte la pratico ad occhi chiusi, in scioltezza, completamente ignaro dei suoi effetti collaterali. Cazzo, come è vero quello che ho appena scritto. Ci starebbe bene una birra adesso, tanto per non pensarci. Tanto per non rileggermi. Perché tutto si decide al bivio, anche quello apparentemente più innocuo… Birra o casetta in Canada? E se le proponessi di andarcene con la bottiglia in mano, che ne pensate?

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L'UOMO DEI PUZZLE ('09)

Dedicata a G.P.

C’era una volta un giocattolaio di nome Omorzo. Era un tipo così pignolo che ogni volta che gli arrivava un nuovo puzzle sentiva l’impellente necessità di controllare che avesse tutti i pezzi. Di giorno infatti lavorava al negozio mentre la notte faceva i suoi puzzle. Non dormiva mai, per questo motivo era infelice e aveva due enormi occhiaie. Un giorno entrò un cliente per compare uno dei suoi puzzle, che avevano il bollino di controllo: “1000 pezzi sicuri!” «Mi scusi, ma che significa questo bollino?» domandò. «Che i miei sono puzzle certificati. Li ho controllati uno ad uno prima di metterli in vendita» rispose Omorzo. «Mi vuol dire che ogni puzzle che ha in vendita è già stato fatto? Che a nessuno di questi manca un pezzo?» «Esattamente!» concluse soddisfatto il giocattolaio. «Allora mi spiace, ma non m’interessa…» rispose il cliente, incamminandosi verso l’uscita. Omorzo naturalmente ci rimase male. «Si fermi! È perché sono già stati usati? Mi spiace, ma è una cosa più forte di me. Non riesco a resistere. Non riesco a dormire. Appena mi arrivano in negozio devo mettermi subito a controllarli. Gli altri clienti sono sempre soddisfatti, perché almeno sono sicuri di avere tutti i pezzi…» Omorzo era molto dispiaciuto. Il cliente, che era già alla porta, tornò sui suoi passi. Guardò il giocattolaio e sorrise. «No, non è perché sono usati che non mi interessano.» «E allora che cos’è?» «È perché li ha privati del mistero, e il mistero è tutto nella vita.» «Quale mistero?» «Che a qualcuno potesse mancare un pezzo. Non è forse questa la principale ragione per la quale si fanno i puzzle?» Poi il cliente salutò e

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non si vide più. Da quel giorno Omorzo ha smesso di controllare i puzzle. Adesso conta i pezzi delle scatole del lego.

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LA SOLUZIONE DI JESSIE ('09)

Ci sono cose nella vita che cambiano; altre invece non cambieranno mai. Nonostante i miei cinquant’anni di servizio non riesco ancora ad abituarmi a scene come queste, povera Jessie. E pensare che l’ho vista crescere: mi sembra ieri che correva felice nel giardino davanti casa e mia moglie…ah! come si arrabbiava quando le calpestava con i suoi piedini minuti le orchidee! Ma stranamente quel 15 di giugno non la vidi per tutto il giorno: una giornata plumbea nonostante l’avvicinarsi della stagione calda. Poi verso le 16 però mi arrivò una telefonata che mi mise una grande inquietudine addosso. «È a terra» farneticava l’altro capo del telefono, «riesco ancora a sentire il battito regolare del suo fragile cuore, ma il suo sguardo, fisso verso il muro davanti a se, sembra accompagnare serenamente quello stato di quiete a cui ora appartiene, quasi voglia fingere di non accorgersi della ferita che le bagna la fronte…» La voce, spezzata dal pianto e dal riso, forse alla mercé di quello stramaledetto crystal mat, la riconobbi subito; era quella di mia figlia Denise, sua amica d’infanzia, compagna di scuola, di università, e complice di mille altre incomprensibili storie di una generazione allo sbando. «Denise, smettila. Che cosa succede? Ti sei drogata? Dove sei?…» ma lei continuava a delirare. «…oh papà, vedessi com’è bella, mi sta sorridendo… non ti preoccupare, siamo da Sin, ti ricordi, te l’ho presentato… stiamo girando un film… ma Jessie ormai ha finito…» «Non ti muovere di lí, vengo subito» le urlai nella cornetta. Provai a riordinare i pensieri, a rimanere legato alla routine, ma quella era mia figlia e non potevo aspettare l’ok della centrale. Infilai in auto e schiacciai con forza il pedale dell’acceleratore. Sin, certo che lo ricordavo, che il diavolo se lo porti… Era il loro spacciatore, sicuro. Si faceva passare per un artista moderno, com’è che li chiamano, concettuali… stonzate! Piccola Denise, in quale guaio ti

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sei cacciata, pensavo, mentre la sirena dalla mia auto sgombrava il traffico dei rientri pomeridiani. Entrai nell’appartamento e il tanfo mi fece riassaporare il sandwich del mio pranzo. L’odore era quello di birra rancida e cibo avariato. Li trovai in camera da letto. Lui mezzo nudo con la cinepresa in mano, mia figlia in un angolo con un ago nel braccio e la povera Jessie seduta sul pavimento accanto alla porta, il revolver vicino alla mano. Povera piccola Jessie. Denise era in piena O.D. ma se la sarebbe cavata. Sin me lo levò dalle mani l’agente Reeves, che per fortuna mi aveva seguito dalla centrale, altrimenti ne sarebbe rimasto ben poco di quel pezzo di merda. Poi arrivò la scientifica. Ci sono cose nella vita che cambiano; altre invece non cambieranno mai. Le persone cambiano. Le generazioni cambiano. Le mode, i costumi, le canzoni, i vestiti, i locali, le automobili… tutte queste cose inutili non fanno altro che cambiare, ma la morte rimane sempre la stessa.

Questo racconto fa parte del progetto di scrittura creativa “Passami la Storia” ed è stato scritto in concomitanza con Giulia, Daniele, Fida, Andrea C., Jonathan Macini

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IL DISEGNO DI TALASSA (101 Parole)

Il magazzino era una trappola. Per miracolo erano riusciti a sfuggire alle guardie di palazzo. Urol non ce l’aveva fatta. Il destino della città era adesso nelle loro mani. Ciazo guardò Talassa la fattucchiera; due occhi colmi d’odio. «Perché hai salvato lui?» lo sguardo furibondo si posò su Zolgar. «Solo un demone potrebbe salvarci, ora!« Il demonologo muoveva già le mani. Mentre evocava la salvezza, domandò il sacrificio. «È tutto scritto. È arrivato il mio turno!« Guidata dal dolore e dalla disperazione, la spada del ranger trafisse il gracile corpo della vecchia. Allora l’orrore giunse, portandoli in salvo, chiudendo il disegno.

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CONDIVIDERE È REATO ('09)

  • Ci sono sogni che vanno raccontati, perché altrimenti poi ci si

dimenticano ed è proprio un peccato, non so se mi spiego. Cioè, questa cosa me l’ha detta un mio amico, il Cantini, un soggetto che vi raccomando. Ma a parte questo, forse c’aveva proprio ragione. I sogni fanno in fretta a scomparire dalla capoccia. A volte manco mi ricordo quello che ho mangiato a colazione. Invece questo m’è rimasto proprio impresso, tanto che gli dissi al Cantini che poteva andare tranquillo perché me ne sarei sicuramente ricordato. Ma lui mi guardò con quei suoi due occhi da merluzzo, e fiatandomi una boccata di Tavernello in faccia mi disse: «Non ti fidare… scrivili sempre i sogni importanti. Non lo sai che siamo tutti un po’ profeti?» E allora eccomi qui davanti a questo dannato foglio. Era dai tempi del liceo che non mettevo dieci righe una sotto l’altra, cioè righe nel senso scritte… vabbè, non ci confondiamo adesso. Insomma, inizia il sogno che sono dietro allo scooter del Testa, un vecchio amico. Testa perché ovviamente c’ha una testa che se te la

ritrovi davanti al cinema fai prima a andare a casa vederti i pacchi. «Oh Testa, vai piano!» gli urlo da dietro. Lui fa finta di nulla e sorpassa il quattordici, quello doppio, che passa proprio a pelo sulla corsia. Dalla parte opposta arriva un furgoncino bianco Iveco. BANG! Le luci si spengono.

  • Mi risveglio (ma sto sempre sognando) in un letto d’ospedale. Tubi,

tubicini, macchine, flebo, un monte di stronzate, e accanto a me c’è il Testa, sempre lui. Eppure è diverso, me ne accorgo subito. Sembra più vecchio. «Oh Testa! Che cavolo è successo!» Lui si scuote perché non si era accorto che mi ero svegliato, poi mi guarda come se fossi un fantasma. «Sei sveglio!» borbotta.

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«Certo, e allora. Perché fai quella faccia?» domando io, e intanto mi accorgo che sembra davvero molto più vecchio. «Perché sono vent’anni che dormi! Eri in coma. Ti ricordi l’incidente?» Ecco spiegato tutto, mi dico. Insomma, mi ero giocato vent’anni di vita. Che sfiga, chissà quante scopate mi ero perso, per non parlare delle partite della Viola. Comunque il sogno si velocizza. Dico al Testa di portarmi i vestiti che voglio fare un giro. Lui mi da una mano a prepararmi, e dieci minuti più tardi siamo già in strada. «Dammi una sigaretta, vai!» gli chiedo. «Non posso» risponde lui. «Che hai smesso?» «No, è che le cose sono un po’ cambiate… dopo ti spiego.» Io rimango basito ma continuiamo a camminare. Arriviamo alla stazione dei taxi. «Facciamo un salto da te?» gli chiedo. «Va bene.» Poi mi apre lo sportello e paga la corsa al tassista. «Io ti seguo col motorino» mi dice. «Allora non c’è bisogno del taxi, ti salto dietro.» «No, non si può.» «Certo che non si può, ma lo fanno tutti.» «Ma no, è che le cose sono un po’ cambiate nel frattempo… dopo ti spiego.» Così il taxi mi trascina nell’ingorgo della città. Quello non è cambiato, o forse si. È diventato ancora peggio. Arrivo a casa del Testa e lui è già lì con un sacchettino della Coop. Tira fuori un pacchetto intero di sigarette e me lo passa. «Oh grazie, me ne bastava una.» Poi saliamo su. L’appartamento è sempre il solito, arredato alla stessa maniera, insomma sembra non sia passato neanche un giorno e invece sono venti anni che non ci metto piede. I sogni son roba strana! Dalla busta della spesa il Testa tira fuori una Moretti da 66, un panino con la mortadella e una barretta di cioccolato bianco, di quello che piace a me. Il Testa m’ha sempre voluto bene… «Ma che fai, dai! Non importava… Cos’eri senza scorte?» nel dir questo

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gli apro il frigo e ci trovo ogni ben di dio. Salame, acciughe, vinello, un barattolo di olive verdi piccanti che ci vado matto. «Ma che mi prendi per il culo» lo infamo. «Guarda quanta roba che c’hai, e mi sei andato a prendere la moretti e il panino alla coop…» «Ma non ti offendere, scusa…» balbetta lui. «È che, come ti ho già detto, le cose sono un po’ cambiate in questi anni.» «Vabbé, ora mi vado a rinfrescare un po’ in bagno e poi torno di qua e mi spieghi tutto.» «Ma no guarda, non è proprio possibile. Non posso neanche farti usare il bagno.» «Che cazzo dici?» Così il Testa si mette a sedere e incomincia a raccontarmi tutto. «Ti ricordi ai vecchi tempi che ci si scambiava la roba col computer, si scaricava la musica, i film, i libri, ma c’era anche un monte di gente che non gli andava per nulla bene tutta questa festa. Insomma, col passare del tempo questa storia dello scambio è diventata qualcosa di veramente brutto. Non solo t’arrestavano se si beccavano a scambiarti la roba col computer, ma incominciarono anche a proibire gli scambi degli oggetti, insomma delle cose che si usa tutti i giorni. Per questo motivo non ti posso offrire una delle mie sigarette, non posso darti un passaggio sul mio motorino, non posso offrirti qualcosa da mangiare e neanche farti usare l’acqua e la saponetta del bagno. Oggi c’hanno questi satelliti che ti controllano anche in casa, 24 ore su 24. Insomma, se vuoi qualcosa, devi comprartela!» Io rimango a bocca aperta. Meglio il coma, penso. «Vuoi dire che non si può più condividere nulla?» «Proprio così. A proposito, questi sono gli scontrini della spesa e del taxi. Non che rivoglia i soldi, ci mancherebbe, ma potrebbero controllarti…» «Ma non ci credo!» E mentre urlo questa frase mi sveglio. Boia che sogno, mi dissi. Nella stanza sentivo frinire la ventola del PC. Mi avvicinai allo schermo e vidi la finestrella rassicurante degli ultimi download. Anche per quella sera lo spettacolo era assicurato. Presi la cornetta e feci il numero. «Pronto Testa? Vieni da me a vedere un film?»

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LA DONNA CHE PARLA AI CADAVERI (101 Parole)

Cadono gocce di luna sullo smalto che ricopre le sue unghie. Se ne spezza un’altra, mentre le mani affondano nella terra smossa. Per amore si fa questo ed altro… e non è la prima volta. Katelina riesuma i cadaveri per farli parlare. Il sortilegio è antico, un segreto perso nella notte dei tempi. Ha bisogno di sapere se lui le ha detto la verità. Se fosse così, avrebbe richiamato tutta l’oscurità che dimorava in lei per riuscire a salvarlo. Le tenebre che spazzano via le menzogne, urlando il loro bisogno di verità. Per amore si guarda in faccia alla morte… ridendo.

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UN PANINO IN COMPAGNIA ('10)

Erano passati cinque anni dall’ultimo incontro con Marchino. C’avevo passato l’infanzia insieme, i pomeriggi alla sala giochi e le serate sulle panchine, specialmente d’estate. Nel quartiere rimanevamo solo noi due perché i nostri genitori potevano appena permettersi una settimana al mare di ferragosto, una vera tortura. Siamo praticamente cresciuti insieme e fino a venticinque anni non facevamo passare più di una decina di giorni senza vedersi, a parte l’anno del militare. Io feci l’obbiettore mentre lui lo spedirono in Sardegna, ma stette bene e tornò rinvigorito ed abbronzato. Dopo un po’ le nostre relazioni sentimentali incominciarono a diventare più serie, più complicate. E poi c’erano il lavoro, li impegni, gli altri amici e casini vari. Continuavamo a sentirci e spesso ci si sforzava di vedersi per non perderci di vista. Erano due mesi che non lo sentivo quando mi chiamò per invitarmi al suo matrimonio. Rimasi di sasso, ma ci andai e mi fece un piacere immenso fargli da testimone. Dopo quel giorno praticamente smettemmo di chiamarci. Telefonai io l’anno dopo per sentire come stava e lui mi disse che aspettava un bimbo. Provai una punta di gelosia, ma durò appena un attimo. Andai a vedere il pargoletto all’ospedale e quella fu l’ultima volta che vidi Marco. In seguito ci scambiammo un paio di e-mail di poche righe piene di “come stai?” e “tutto bene”. Era un pomeriggio di maggio e faceva già caldo, ma il panino con la porchetta è un vero e proprio must del giovedì, giorno in cui faccio il giro degli uffici ad aggiornare i software della compagnia per cui lavoro. Mentre ordinavo mi sentii battere sulla spalla da dietro:

“Ordinane due, vai!” Mi girai e me lo ritrovai davanti, uguale come se ci fossimo visti la sera prima, eppure diverso, specialmente nello sguardo. C’erano anche dei capelli grigi sulle tempie, e qualche ruga appena accennata ai lati della bocca. Per il resto era sempre lo stesso Marchino. “Ci facciamo anche un gotto di vino?” proposi. Parlammo velocemente, eccitati ed entusiasti, per un momento al di fuori delle nostre routine. Io

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dovevo tornare a lavoro e lui era solo di passaggio, non avrebbe dovuto nemmeno fermarsi ma mi aveva riconosciuto mentre era fermo al semaforo. Aveva parcheggiato in doppia fila ed era saltato fuori dalla macchina per raggiungermi. Per dieci minuti fummo totalmente assorbiti l’uno dall’altro, una rinfrescante immersione nel passato. Parlammo dei vecchi tempi, degli amici perduti, di quanto era buona la porchetta di Gino, incapaci di spendere una sola parola sul presente o sul futuro. Il panino era quasi alla fine quando incominciammo io, a guardare preoccupato l’ora sullo schermo del cellulare, e lui a voltarsi freneticamente verso l’auto in doppia fila con le quattro frecce lampeggianti. Finimmo il vino con un lungo sorso e ci scappò pure lo schiocco di lingua, un vecchio tormentone della nostra infanzia. “Dai, ci si sente. Tanto il numero l’ho memorizzato sulla rubrica!” “Ci mancherebbe. Si fa una cena insieme…” Sono passati due anni da quell’incontro e ancora nessuno si è deciso a chiamare. A volte me ne chiedo il motivo e me ne esco fuori con delle scuse banali, tipo che non bisogna forzare il destino o baggianate simili. Ma forse ho solo paura di chiamarla per nome; pigrizia.

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SPARITO! (101 Parole)

“Tempo previsto per il raggiungimento dell’atmosfera esterna del pianeta; due minuti e cinquantasette secondi”. Dalla cabina di comando il capitano osservava impassibile l’approssimarsi di quella terra aliena. Al suo fianco sedeva il Mentale, l’ombra della sua coscienza. Secondo i dati del calcolatore quella terra, sconosciuta alle carte celesti, poteva salvarli. L’impatto con un oggetto fuori orbita aveva causato la perdita delle riserve di ossigeno. La loro unica speranza era un atterraggio di emergenza. Mancavano sedici secondi all’entrata nell’atmosfera quando il pianeta svanì. «È sparito!» disse incredulo il Capitano. «Siamo spariti noi» rispose il Mentale, attribuendo un altro significato a questa storia.

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L'ULTIMA CICCA ('09)

«Che diavolo sei venuto a fare qui se non abbiamo più niente da dirci?» «Lo sai che non sono venuto qui per parlare.» Lo vidi frugare nervosamente nelle troppe tasche del giaccone imbottito, fino a quando un accenno di sorriso sancì il successo della sua ricerca. Un rapido movimento ed il bagliore della fiamma illuminò quello che in passato era stato il nostro unico rifugio. Anche qui il tempo aveva lasciato segni incancellabili come quelli sui nostri volti. Poco prima, nella penombra, si era annidato il sospetto che quei lunghi anni non fossero mai passati; la polvere e un colpo di tosse proveniente dall’altra stanza ci richiamarono bruscamente al presente. «Passami la cicca» gli chiesi. E lui me la offrì, come aveva fatto mille volte prima, in un tempo magico ma ormai perduto. Sulle labbra sentii il suo sapore, mischiato a quello del filtro e della nicotina. Bastardo, pensai. Potevamo realizzare in nostri sogni, fare quello che abbiamo sempre sognato, ed invece… «Come sta?» mi domandò. E che cazzo gliene fregava a lui! Vedova a trentacinque anni, con due bambini piccoli. Ecco che cosa rimaneva di me. «Non lo senti? Sta morendo…» gli dissi. E aspirai forte quella dannata cicca, cercando di farmi venire un tumore fulminante. Quanto lo odiavo. Quanto lo desideravo! «Senti, volevo dirti soltanto che mi dispiace…» «Si, lo so…» e intanto pensavo “che stronzo! Scordati la cicca, perché non te la rendo!”. «Comunque, grazie di essere passato. Adesso devo tornare da lui…» «Certo. Se hai bisogno di qualcosa, non esitare…» Esistono forze nascoste che ti permettono di fare cose impensabili. Attinsi a quelle per evitare di piangere, per non dargli anche quella soddisfazione. «Va bene…» «Ciao…»

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«Ciao!» Lo osservai salire in auto e tornare verso la città. La sigaretta era arrivata alla fine. Aspirai forte i suoi ultimi millimetri di tabacco e poi la gettai il più lontano possibile. Fu la mia ultima cicca.

Questo racconto fa parte del progetto di scrittura creativa “Passami la Storia” ed è stato scritto in concomitanza con Gherardo, Ciccius, Lacate, Marcochao

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NYARLATOTEP (101 Parole)

Sentite questo suono? Che cos’è? L’occhio elettronico che legge grattando il disco rigido, oppure l’assurdo zampettio di uno sciame di insetti, pronti a rovesciarsi fuori dal vostro processore? Attraverso i secoli Egli ha indossato numerose maschere, giocato molti ruoli. È stato un uomo sfuggente dalla pelle olivastra, un essere alieno con appendici artigliate e un unico osceno tentacolo al posto del volto, un mostro nero e alato, provvisto di un solo occhio vermiglio. Nell’era informatica non poteva manifestarsi altrimenti. Egli è il messaggero, il baco sottile che s’infiltra, moltiplicandosi, conquistando, estirpando, mietendo… L’e-mail è stata lanciata. Presto sarà insieme a voi.

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SERATA FM ('09)

La radio quella sera sputava pezzi jazz, roba acid tipo Jimmy Smith, oppure il vecchio Coltrane. Vecchia buona radio, ricordo ancora quando la comprai, ormai saranno passati quasi dieci anni. Era un po’ nascosta dietro agli imponenti stereo di nuova generazione, ma mi chiamò, come fanno le cose quando scelgono un padrone. E lo stesso fu quella sera, la sera di cui vi sto parlando. Lei mi chiamò… …ed io, sventurato, risposi, e per la prima volta dopo tanto tempo, ma senza pensarci due volte, salii in soffitta e la tirai fuori dalla sua polverosa custodia di plastica nera. Le radio antiche hanno il loro perché; si sentono oggetti importanti, raccontano storie con stile, e la musica che trasmettono é sempre quella giusta. Ma quella sera accadde qualcosa di strano… Seduto sul divano a fumarmi l’ennesima camel light, galleggiavo quieto sopra un assolo di hammond, quando all’improvviso una scarica elettrica interruppe il vecchio Jimmy. Cavolo, pensai. Feci per andare a sistemare l’antenna, quando la voce di una donna mi bloccò. «Fumi ancora, ricciolo? Quelle schifezze ti uccideranno…» La voce la conoscevo, ma che diavolo ci faceva dentro la mia vecchia radio? «Samantha, sei tu?» Non pensate male di me adesso. Va bene, lo ammetto, stavo parlando ad un pezzo di legno e ad un ammasso di transistor. Ma sono più che certo che vi sareste comportati esattamente come me. Dannata radio… «Certo che sono io, ricciolo. E chi altro dovrebbe essere…» Aveva la cattiva abitudine di chiamarmi “ricciolo”, e un tempo poteva anche andarmi bene, ma adesso, con la piazza che avevo sulla testa, quel nomignolo aveva il sapore di uno sbeffeggio. «Che cavolo sta succedendo!» imprecai a quel punto. E mi alzai dal divano, determinato a chiudere quell’assurda conversazione. Allungai la

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mano verso la manopola, ma la voce di Samanta mi bloccò di nuovo.» «Stavo pensando alla veranda di Toby, alle nottate di quell’estate così calda, che anno era? 1997? 87? 77? 67? 57?…» Già, le chiacchierate insieme ai soliti balordi, la musica in sottofondo, una cassa di birra fredda sugli scalini del porticato. Chi arrivava se ne agguantava una e poi salutava il resto della truppa. Le zanzare all’inizio erano perfide, ma poi si ubriacavano insieme a noi, o forse era la musica che le frastornava per bene. Verso le tre del mattino avevano smesso di tormentarci, e la notte entrava nel suo momento clou. Poi arrivava sempre il Freddy con una tipa nuova. Faceva le sue battute sconce e poi se ne andava. Samantha ballava in veranda, Miki mischiava tabacco e gangia, io andavo a cambiare disco; a quell’ora ci voleva del sano blues, non so se mi spiego. E poi via così, fino alle prime luci dell’alba. Chissà che anno era… «Samantha, che diavolo ci fai nella mia vecchia radio?» «E tu, che diavolo ti è preso stasera, che te stai da solo a parlare con una vecchia radio?» Poi udì un’altra scarica elettrica, e finalmente Jimmy Smith poté finire il suo assolo.

Questo racconto fa parte del progetto di scrittura creativa “Passami la Storia” ed è stato scritto in concomitanza con Donatello, Ciccio, Aeribella Lastelle

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C'ERA UNA VOLTA DIO (101 Parole)

C’era una volta Dio. Fu inventato dagli uomini, e furono gli uomini ad ucciderlo. Perché in natura funziona così. Il mondo era armonioso prima del loro avvento. Ogni creatura partecipava al disegno, rispettandone l’ordine, accettando i suoi compiti. Poi una cellula impazzita diede origine alla “Variabile Uomo”, un bizzarro algoritmo dell’Equazione Vita. Per autoalimentarsi di forza vitale e dare un senso alla loro esistenza, gli uomini introdussero nel disegno il “Valore Dio”. Per millenni aiutò a forzare l’equilibrio, fino al giorno in cui non servì più. Così lo eliminarono. Oggi siamo tornati a danzare tutti insieme al cospetto di Madre Matematica.

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IL RISVEGLIO

di GM Willo e Morgendurf

Dm-.à/&00kPr 2OProvòP=?rova Prova… ecco, forse ci siamo. Ci riesco. Riesco a formare i caratteri sullo schermo proiettando la mente fuori dal mio corpo. Non so come sia possibile, ma è esattamente così. Se mi state leggendo, sappiate che il mio nome è Libero Valenti, che sono in stato vegetativo da oltre quindici anni e che mi trovo nella mia stanza da letto in un appartamento alla periferia di Roma. Avevo trentasette anni quando un furgone della Iveco si dimenticò di darmi la precedenza e mi scaraventò insieme alla bicicletta sul freddo asfalto del marciapiede. La mia testa andò a colpire il lampione d’acciaio e le luci si spensero. Sono rimaste spente per quindici lunghi anni, ma se guardo indietro mi sembrano trascorsi solo alcuni frammenti di secondo. Ricordo benissimo le carezze del vento d’aprile sulla pelle, mentre pedalavo verso casa. All’epoca la mia famiglia abitava vicino al centro. Ne è passato di tempo, eppure mia moglie mi tiene ancora vicino, e i miei figli ormai grandi si affacciano ogni tanto dalla porta della mia camera, che per buona parte è invasa dagli strani macchinari che mi tengono in vita, e mi sorridono riconoscendomi a stento. Erano solo dei bambini all’epoca dell’incidente. Ma non voglio divagare. Non so per quanto tempo mi sarà concesso questo dono. Credo anzi che questo mio parziale risveglio sia il segno della tanto agognata morte. Ma c’è un motivo se questi poteri sono venuti a me. Ho un destino da compiere, ed è anche quello di raccontarvi questa storia. Le prime immagini mi sono arrivate tre giorni fa, o così credo. Difficile immaginarsi lo scorrere del tempo in questa mia condizione. Ma le scene che mi arrivavano provenivano dall’esterno, e dai primi flashback fino a adesso sono riuscito a contare due notti e tre giorni. Da quel momento, l’istante del mio bizzarro risveglio, le mie percezioni sono diventate più forti e precise. Il monitor alla mia destra non rileva alcuna attività celebrale, e la scatoletta dentro la quale sono rinchiuso è

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completamente fuori controllo. Non riesco neanche a muovere una palpebra. Eppure posso proiettare la mia vista fuori da questa stanza, addirittura oltre la finestra e fin dentro alle case dei vicini e al parco sei piani più sotto. Insieme alla vista sono riuscito ad affinare anche l’udito, e adesso sono addirittura capace di inviare degli impulsi al portatile di mia moglie, che giace acceso sul tavolo del salotto. Lei è uscita per delle commissioni e si è dimenticata di spegnerlo. Ma non ho molto tempo. Devo raccontare… E non vi racconto di come sto qui disteso, quello lo sanno tutti, basta venire qui o leggere i giornali, ci sono state persone più famose di me che hanno passato quello che sto passando io e ne hanno parlato e sparlato, per cui tutti sapete come ci si possa trovare in questa situazione. Ma è una cosa strana, assurda, quella che mi è accaduta, e non voglio che nessuno lo sappia, perché farebbe di me un caso scientifico: mi trasferirebbero in un centro per studiarmi, scandagliarmi, provare su di me farmaci, non voglio che qualcuno strumentalizzi questa mia condizione per un suo tornaconto. Tutto sommato, mi trovo qui segregato da un tempo infinito, schiavo di tutto e di tutti per poter vivere, e adesso invece sono nella totale libertà di esprimermi come meglio credo, scevro da imposizioni e condizionamenti. In queste lunghe ore ho ascoltato i racconti di tutti, da quelli dei miei familiari, a quelli dei vicini di casa, del pizzicagnolo qui sotto, del farmacista all’angolo. Quello che dicono le donne da Bruno, il parrucchiere, farebbe venire i capelli dritti ai loro mariti, o forse glieli farebbero cadere, tanto, il resto, è già caduto, decaduto, decomposto. Incredibile, riesco anche ad essere ironico. Ma quello che mi ha letteralmente spiazzato, al di là di ascoltare le voci, i suoni, i rumori, di sentire l’odore del ragù o delle verze in padella, è di riuscire anche a captare i pensieri delle persone. Ciò che ho scoperto è qualcosa di sorprendente, sconvolgente, a volte. Sono riuscito anche a sentire i pensieri di mia moglie. Oh, sì, mi vuole bene, come lo si vorrebbe ad un fratello, è una sorta di vedova bianca agli occhi di tutti, parenti, amici, condomini. Giusto ieri sera l’ho beccata che pensava a Guido. Chi è Guido? Beh, il destino ha proprio il senso dell’umorismo…

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Guido è il proprietario del furgoncino dell’Iveco, proprio quello che mi ha messo in questa situazione. Certo, il furgoncino non c’è l’ha più. Adesso viaggia su una Focus di seconda mano, non fa più il corriere ed ha aperto invece una piccola mesticheria, perché era il suo sogno. Gli affari non vanno benissimo ma a lui non importa, perché è una persona che si accontenta di poco. Come faccio a saperlo? Facile, viene da me ogni giorno, subito dopo aver chiuso il negozio, e in quindici anni non è mai mancato, se non quando stava davvero male. Si siede al bordo del letto, chiede a mia moglie di lasciare la stanza e mi racconta della sua giornata, che immagino sia più o meno sempre la stessa. In definitiva l’ho ascoltato solamente due volte, ovvero da quando mi sono risvegliato. Però so che è così, perché gliel’ho letto negli occhi o nella testa. Forse un tempo era il senso di colpa che lo portava a compiere questo rituale, ma dopo tutti questi anni ormai quello non esiste più. Le sue visite fanno semplicemente parte della sua compulsiva quotidianità. L’incidente lo ha reso più infermo di me. Si è escluso tutto nella vita, l’amore, il successo, il piacere, con la scusa della mesticheria. A volte la vita è proprio strana… Talmente strana che chi mi stava per ammazzare, fa parte della mia vita, della mia famiglia. In effetti lui mi ha ucciso perché, se anche il mio cuore pulsa, io non sono vivo come lui, come tutti. La mia non è vita. Io non corro, non rido, non piango, non scopo. Proprio ieri sera ci pensavo, a quanto mi piaceva scopare. Vabbè, mi piacevano talmente tante cose che ora non faccio più, una più una meno, non mi cambia la vita. E dai, sempre questa parola che torna, che ricorre, che ripeto, che mi ripetono, che sento dire, che ascolto. Vita. Comunque si è creata una situazione buffa, che ha qualcosa di grottesco. Guido, alla fine, diverrà mio consuocero. Già, perché sua figlia, fra qualche mese, si sposerà col maggiore dei miei. Ho anche scoperto che è incinta; lei ed io siamo gli unici a saperlo. Dai, non chiedetevi come è successo, conoscete già la risposta. Diventerò nonno. Così la mia vita, interrotta tanti anni fa, continuerà, tramite mio figlio, con lei ed in lei. Ma sì, ha già deciso il nome, si chiamerà come me, ed è sicura che sarà un maschio. Quando l’ho saputo, mi sono gasato. Piccole soddisfazioni.

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Guido, tutto sommato, è un brav’uomo. Il giorno dell’incidente la moglie gli aveva annunciato che lo avrebbe lasciato, per andare a vivere con un tizio, molto più vecchio di lui, ma pieno di soldi. Per non fargli sentire la solitudine, così gli disse, gli aveva lasciato anche i figli, un maschio ed una femmina. Quando gliel’ho letto dentro mi è venuta in mente solo una parola: troia, nel senso più spregiativo del termine. Era sconvolto: normale che non mi abbia visto in tempo, che non sia riuscito a frenare. Strano, ma non riesco a provare né odio né rancore per Guido. Anche se mia moglie pensa a lui in termini non propriamente innocenti, diciamo così. Tra di loro non c’è nulla, questo è certo, ma anche se ci fosse non mi dispiacerebbe. E, se per assurdo, dopo un matrimonio ve ne fosse un altro? Pensate che bello, una famiglia allargata, tutti attorno a me, ad accudirmi, a coccolarmi. Che stupido sono: se vi fosse un secondo matrimonio, io non potrei parteciparvi in alcun modo. Anche mia moglie è prigioniera, ma in maniera diversa; né del letto come me, né del senso di colpa come Guido. È prigioniera dei suoi principi. Non si concederebbe mai se mi sapesse ancora vivo. I principi sono una bella cosa, ma la gente pensa che debbano essere irremovibili, come le colonne di granito che sostengono gli antichi templi. Se ne rompi una crolla tutto. Invece il tempio dovrebbe essere qualcosa di mutevole, aperto ai cambiamenti. Questo strano risveglio mi ha permesso di vedere le cose come stanno. La mia infermità è un ceppo che imprigiona molte vite. È arrivato il tempo di staccare la spina. Eh già, perché se riesco a mandare impulsi al computer per formare questi caratteri, dovrei anche essere capace di spegnere quella maledetta macchina che mi ronza accanto. Proviamoci, allora… Un saluto a tutti, dal vostro amato Libero, di nome e presto anche di fatto.

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UNA PRIGIONE NEL CIELO (101 Parole)

Il volo fu una caduta. Dalle soffici nuvole alla dura terra. «Il tuo è stato un gesto folle« disse uno dei due angeli. «Vieni, ti riportiamo su…» continuò l’altro. L’uomo guardò le creature che si libravano sopra di lui. «No, lasciatemi stare. Preferisco questo dolore lancinante alle false promesse del vostro paradiso.» «Che cosa dici?« «Come osi?» Ma l’uomo stava già disgregandosi nella terra, tornando ad esserne parte. La caduta era stata un volo, più leggiadro di quello di qualsiasi angelo. Ma nell’assurdo disegno di quel dio solitario, nessuno riuscì a vederla come tale. Dall’inizio del tempo l’uomo libero è solo.

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HOLIDAY INN ('10)

Non ero mai stato in un Holiday Inn, credevo anzi che non ci avrei mai messo piede, non per questione di gusti ma di opportunità. Fino a qualche mese fa non avevo alcuna ragione per lasciare la mia casa, il mio lavoro e tutti quei legami costruiti in trentacinque anni di residenza in un piccolo paesino della Maremma. Ma i fulmini a ciel sereno a volte precipitano a terra e fanno un gran chiasso. Qualcuno fa finta di niente, altri invece sono troppo sordi per accorgersene, ma chi è ancora sensibile ai segni del cielo e della terra, capisce subito che questi eventi hanno un significato forte, rivoluzionario. Nel mio caso il fulmine si chiamava Christel, una saetta bionda di Amburgo di dieci anni più giovane. All’inizio tutti e due pensavamo che si sarebbe trattato di una banale avventura. Lei era in vacanza con i suoi amici tedeschi, io facevo alcune commissioni per l’agriturismo nel quale soggiornava. Ci siamo visti, abbiamo chiacchierato con il mio inglese rappezzato, siamo andati a cena e tutto il resto. Un mese dopo è ripartita, come da programma. L’estate è finita, è arrivata la vendemmia e l’olio nuovo, ma io continuavo a pensare a lei, e lei continuava a chiamarmi, a mandarmi messaggi ed e-mail. Le proposi di venire per natale e lei accettò. Mai avrei immaginato che sarebbe venuta a portarmi via, probabilmente per sempre. Mentre ripenso a quello strano viaggio in Mercedes, mi torna vivissimo il ricordo dell’Holiday Inn sulla Freiburg Karlsruhe, i suoi corridoi asettici, i lucida-scarpe elettrici alle uscite degli ascensori, gli inservienti tedeschi gentili ma distaccati. Mentre lei si faceva la doccia aprii una finestra per fumarmi una sigaretta. Il freddo del nord mi accarezzò per la prima volta, un tocco profondo, il graffio di un artiglio di ghiaccio. “Ti ci abituerai!” mi dissi. Perché nella vita ci si abitua a tutto… Solo, nel salotto del suo appartamento, guardo le acque di uno dei canali del Fleete che si riversano nell’Elba. Il cielo è coperto, come al solito, e anche oggi ci sono appena cinque gradi fuori. Ma qui dentro

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arde il nostro fuoco, idealistico e un poco ingenuo, ma forte a tal punto da farmi dimenticare il grande inverno e le grandi distanze. Eccola che apre la porta. La lascio sempre dormire fino a tardi. Mi piace prepararle il caffè e vederla sorseggiarlo con gli occhi ancora assonanti ed i capelli arruffati. Una bellezza solo mia.

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POPFACE (101 Parole)

Suzanne ... Perché non parli ? ... No, cazzo… certo che non parli. Adesso non parli più, stronza. Ti ho amato, certo. Mi guardi con questo assurdo interrogativo negli occhi… Certo che ti ho amato… altrimenti non ti avrei ucciso! Quella bocca, quel sapore. Fiori spezzati. Maledetta. Chissà quante volte ti ho baciato, mischiando la mia saliva con i cazzi che hai succhiato… Suzanne… Cattiva, ma bella. Mi diletto con pezzi di te. Che ne devo fare? Vuoi fare un ultimo bagno nel mare? Magari dentro quel sacco di plastica, che ne dici? Chissà quanto avrai da pensare, laggiù negli abissi. Vero amore? Cattiva…

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UNA SOTTILE LINEA DI FUMO ('09)

di GM Willo e Stefano Cisternino

Ci sono momenti in cui la memoria è un luogo da cui bisognerebbe solo scappare, invece io ero lì, piantato come un chiodo arrugginito su uno sgabello appiccicoso di chissà quali umori. Pensavo davvero di aver ripagato il mio debito, di aver cancellato anche tutti quelli che ne erano a conoscenza, e invece mi ritrovai Lui a cinque centimetri dal viso. Sembrava quasi che Dio si fosse dimenticato di finirlo da quanto era spigoloso, e con una voce che ricordava il rumore di un tritarifiuti mi disse ciò che temevo di più: «pensavi proprio che ti avrei permesso di non danzare tra le ombre per me?» Melvin Kondaurov, era quello il suo nome, un nome cattivo come la sua faccia, precipitato dalla remota Siberia in questa maledetta città, come un seme malato che germoglia nonostante la stagione sia sbagliata, e si sviluppa in escrescenze gibbose, dando alla luce frutti velenosi… «Cosa bevi?» gli chiesi con le mani in bella mostra. La fondina che nascondeva il ferro era lontana chilometri, nonostante sentissi la fredda canna sulle costole, appena sotto la giacca. Un movimento sbagliato e poteva essere la fine. «Varechina…» gracchiò lui. Ma non sorrise, perché era più che probabile che non stesse scherzando. Ordinai due scotch doppi ma non staccai lo sguardo dal suo volto. Quasi gli occhi mi facevano male… «Una brutta storia quella del giapponese, ma credimi, io non c’entro nulla…» la mia voce esitava troppo, la temperatura del locale si era maledettamente alzata, le luci dei neon mi svalvolavano in testa, il brusio in sottofondo sembrava la zampettio di milioni di insetti pronti a divorarmi. In situazioni del genere non riesci a pensare, anzi, pensare diventa una cosa molto pericolosa. «Stronzate!» sbraitò Melvin. Poi afferrò il suo scotch e lo tirò giù in un unico sorso. Poteva essere la mia occasione per agguantare la pistola, ma me la lasciai sfuggire. Ero paralizzato come una colonna di granito, molle come il budino al cioccolato che faceva mia zia, in trance come

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una lepre folgorata dai fari di un auto. «Adesso vieni con me…» disse, portandosi alla bocca la sua sigaretta. Cercai di aggrapparmi alla sottile linea di fumo che sprigionava, immaginandomi piccolo piccolo, un esserino fatto di ombre e fumo di sigaretta. La mia unica via d’uscita… «Melvin, ti giuro che non è stata colpa mia…» «Su, non facciamo storie. Vedrai che tra poco sarà tutto finito» mi assicurò Lui, alzandosi dallo sgabello. Non dissi altro. Bevvi il mio scotch e lo seguì fuori dal bar. Che altro avrei potuto fare? Piangere? Urlare? Melvin Kondaurov era un tipo quieto, ma non ci avrebbe pensato su due volte a estrarre il cannone davanti alla barista e a ridipingerle le pareti del bar col mio sangue. «Adiamo sul retro, dove ci sono i cassonetti» ordinò, una volta raggiunto il marciapiede. Il buttafuori nero alla porta del locale ci guardò di sbieco, ma non disse niente. Meglio per lui. Quella era la fine di una vita troppo breve e troppo schifosamente sbagliata. Mentre muovevo piccoli passi dentro quel lurido vicolo, provai a pensare alle poche cose buone che mi erano capitate, ma l’odore dell’orina mischiato a quello del sudiciume che fuoriusciva dai cassonetti era insopportabile. Mi tornò a mente solo la faccia di mio padre, e quella cicatrice che gli rattoppava la guancia. Figlio di puttana… Fu la buccia di banana. Si, proprio lei, quella dei cartoni animati, quella delle comiche, la fottuta e meravigliosa buccia di banana. Melvin aveva estratto il ferro, una S&W calibro 40, e lo spingeva con impazienza tra le mie costole. Ancora qualche passo e avrei sentito il bang, oppure non l’avrei sentito affatto. Ma lo show se lo rubò la buccia di banana. Melvin Kondaurov, 123 chilogrammi di carne russa compressa, appoggiò tutto il suo peso sulla gamba destra, in un lezzo vicolo della periferia cittadina. La buccia lo fece scartare prepotentemente di lato, ma provò lo stesso a riacquistare l’equilibrio. Fu un gesto istintivo, ma sbagliato. Cadde pesantemente a faccia in giù, la S&W gli rimase sotto, partì un colpo e insieme al piscio il vicolo si macchiò del suo sangue. Sangue Made in Russia.

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CYBORG (101 Parole)

«Chi desidera un’anima, quando l’unico esempio di anima che abbiamo è quella dell’uomo? Vivo, nonostante la mia esistenza sia solamente il risultato di un’incommensurabile sequela di equazioni. Nonostante il mio corpo sia alimentato da un piccolo cuore atomico. Nonostante le mie ossa siano in carbonio e le mie connessioni neurali in fibra ottica. Vivo.» Lui la guardò. «E l’amore?» chiese. In una frazione di secondo il cyborg selezionò tutte le possibili risposte. E ne scelse una. «Posso imparare ad amare, nel modo in cui gli uomini si sono da tempo dimenticati.» «Allora vieni.» disse lui. Si accesero le luci della città.

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LA NEBULOSA DEL CANCRO ('09)

Che cosa nasconde quel messaggio, quell’assurda accozzaglia di simboli, quel suono ipnotico sparato da una distanza di milioni di anni luce? Ve lo dico io cosa nasconde… è la voce di Dio, quella. E sapete cosa ci sta dicendo? Che siamo proprio dei coglioni!! Lasciatemi parlare! Siete voi i pazzi, e ve ne accorgerete presto! Nessun decodificatore è stato in grado di darci delle risposte sensate. Nessun algoritmo è capace di spezzare l’enigma. Ma provate ad ascoltare e riascoltare quel suono, nell’oscurità della vostra camera da letto, da soli, immergendovi totalmente nel vibrato. Io l’ho fatto, ed è stata una rivelazione. Quella è la voce di Dio e ci sta dicendo che stiamo sbagliando tutto! Ci sta parlando dalle sue magioni, oltre lo spazio compreso, oltre le luci ed i suoni, oltre i fulcri incandescenti delle galassie, oltre lo zero assoluto nei remoti angoli del cosmo. I nostri maledetti marchingegni non sono in grado di carpire il significato della sua grandezza, il sottile insinuarsi delle note alte, appena percepibili, il lento e cadenzante ritmo delle tonalità grevi. So già che volete farmi fuori, che probabilmente questo sarà l’ultimo discorso pubblico che sarò in grado di fare, per questo sento il bisogno di appellarmi a quel briciolo di umanità che ci è rimasta; la vostra, la mia, e quella di tutti gli altri, facce spiritate che ci guardano da oltre il vetro magico. Stiamo sbagliando, gente. Dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo ritrovare quello che abbiamo perduto. Ascoltatemi! Domani io sarò solo un altro pazzo confinato alle periferie della civiltà. Avrò un altro nome, un nuovo lavoro, nuovi vicini. Non potrò rivelare la mia posizione né la mia vera identità. Non m’importa. Ma sappiate che tutti voi siete in grado di sentire quel messaggio. Stanotte spegnete le luci della vostra stanza e aprite la finestra. Guardate in alto, verso la Nebulosa del Cancro. Chiudete gli occhi ed ascoltate.

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Dio vi parlerà, e vi sentirete come quando vostro padre vi beccava ad averne appena combinata una grossa. Ma, credetemi, questa volta non ve la caverete con una semplice sculacciata…

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CLEOPHE-3001 (101 Parole)

Siete mai stati a letto con una Cleophe-3001 di terza generazione? Non ci sono paragoni… Epidermide in superlattex esalante fragranze esotiche, connessione celebrale per la ricerca del desiderio, giunture extraelastiche per posizioni estreme, valvola di pompaggio Orgy202 installata sia sopra che sotto, retto in vetroresina rivestito di gomma bianca regolabile, l’ultima trovata della Sexynth, per penetrazioni dolci e dolorose. Ammortizzatori lombari in carbonio per cavalcate più intense. Gli orifizi termoregolati vi permetteranno di raggiungere l’orgasmo in pochi secondi. Un repertorio di sound-mood eccellenti faranno da colonna sonora alle vostre notti infuocate. Provatela in un concessionario Sexynth. La vostra Cleophe-3001 vi aspetta.

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RITUALE NEL FIUME ('10)

Teresa cercava qualcosa di nuovo che potesse salvarla dall’apatia che la tormentava nei giorni sbagliati, come ad esempio il venerdì sera sul divano davanti alla TV, col volume abbassato e il cellulare in mano a scorrere velocemente la rubrica piena di numeri sconosciuti. Il sabato non era male perché andava a fare visita a sua madre. Nonostante andasse per i quaranta si sentiva sempre la sua piccolina, cosa che ovviamente non avrebbe mai confessato a nessuno. Poi la domenica se la vedeva davvero brutta. Di solito si rigirava tra le coperte fino a mezzogiorno, poi faceva la doccia e preparava un po’ di colazione. Evitava di guardare l’orologio, o almeno ci provava. Sapeva che non le sarebbe piaciuto scoprire quante ore ancora mancavano alla fine della giornata. Il lunedì tornava a lavoro, felice. Per Teresa il lunedì era il più bel giorno della settimana, ma anche questa era una delle cose che non avrebbe mai ammesso, neanche a se stessa. In ufficio lavorava fino a tardi. Era sempre la prima ad entrare e l’ultima ad uscire e, a parte il venerdì, giorno in cui l’edificio chiudeva alle cinque per le pulizie, lei poteva starsene a scartabellare fascicoli e cartelle fino a sera inoltrata. Una domenica pomeriggio pianse più del solito e seppe che non poteva andare avanti così. Afferrò il cellulare, aprì la rubrica e incominciò a cercare. Dopo cinque minuti aveva fatto due volte il giro dei nomi, sempre indecisa. Chiuse gli occhi, li sentì frizzare per via del trucco annacquato di lacrime, e continuò a premere la pulsantiera del telefono. “Pronto?” udì ad un tratto, così aprì gli occhi e si accorse di aver chiamato un numero a caso. Lesse il nome: “Patrizia”. Patrizia chi? “Pronto Teresa, sei tu?” “Pronto? Si, ciao Patrizia, come stai?” Iniziò così. In principio gli amici di Patrizia le parvero strani, o forse si sentiva strana lei insieme a loro. Ritrovarsi a trentanove anni ad andare per i boschi e a parlare di energie, flussi e spiriti della natura non era esattamente quello che aveva in mente il giorno in cui si laureò in

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giurisprudenza, come d’altra parte non era proprio il suo sogno lavorare come impiegata in un ufficio legale. Ma gradualmente la sua vita cambiò, e non in peggio. Incominciò a lasciare il posto di lavoro alla stessa ora dei suoi colleghi. A volte andava a cena di qualcuno del gruppo, leggeva libri nuovi, evitava il divano e la TV. Non c’era solo Patrizia. C’erano Antonella, Giorgio, Mirco, Giulia, tutti suoi coetanei, più o meno. Per San Giovanni andarono a fare un rituale nel bosco, dentro al fiume. Fu una giornata spettacolare. Mentre tornava in macchina verso casa, Teresa si chiese se ci credeva per davvero a tutte quelle cose. Forse, si disse, ma era secondario. Ciò che più importava era che incominciava a piacersi. Per la prima volta dopo tanto, tanto tempo.

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LA NUOVA CASA (101 Parole)

Morgan non vedrà mai la nostra casa. Non è più parte del progetto. “Mi dispiace signora, ma non sento il battito…” Morgan poteva anche chiamarsi Sara. La cosa sarebbe stata indifferente. Anche Sara non vedrà mai la nostra casa. “Ci riproviamo amore, vedrai…” È davvero incredibile come le cose cambiano in pochi mesi. Una, cento, un milione di vite rovesciate. “È l’occasione della mia vita, amore. Non posso farmela sfuggire…” Com’è che dice quella canzone? Se ami qualcuno, lascialo andare. Ma non è mai facile colmare le distanze. La nostra casa è quasi pronta, ma noi non lo saremo mai più.

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NETTURBINI ('09)

Mi chiamo Alvin, quarantatré anni, faccio il netturbino, e che cazzo, penserai adesso, ma aspetta che ti racconti di quella sera in cui trovai la ragazza, una morona da urlo, calze bianche e culo all’aria. Eh già, mica sto scherzando. Io le stronzate non le dico. Non sono come quel deficiente di Fester, il mio collega. Quello è capace di convincerti di aver visto tua madre vestita da suora darci dentro nell’ascensore dell’Hilton. Una volta mi disse che si era portato in camera quattro gemelle, appena sedici anni, 64 in totale, e che se le era scopate mentre guardavano insieme un dvd di Harry Potter. Che stronzo! Erano le cinque meno dieci e il turno era praticamente finito, cioè potevamo anche fottercene di quel vicolo, ma nessuno dei due aveva impegni per quel pomeriggio e allora, che cazzo, gli dissi a Fester, facciamo anche quest’ultimo sforzo. Entrammo come al solito a marcia indietro, perché quella stradina era il buco del culo della città e finiva proprio a ridosso dei cassonetti. Il puzzo era peggio del solito, ma né io né Fester ci facciamo più caso. Al puzzo ti ci abitui, e dopo una settimana di lavoro già non lo senti più. Perché lo sapete vero che nella vita ci si abitua a fare tutto, anche a spalare la merda!? Comunque, io scendo e aiuto Fester a fare manovra. Il vicolo è davvero stretto e i cassonetti sono proprio in fondo, addosso al muro morto. Siamo sul retro di un ristorante cinese, e la puzza della spazzatura si mischia a quella del fritto. Roba da farti rimettere il sandwich di pollo, ma io strizzo con forza il filtro della mia sigaretta e non ci bado. “Vieni, ancora tre metri e ci siamo” urlo al mio collega, facendogli segno di muoversi. Spegne il motore scaricandomi addosso una zaffata di gasolio, ed è quasi un piacere. “Forza, muoviamoci”, mastica lui con lo stecchino in bocca. Quanto lo odio quel lurido pezzetto di legno bavoso tra le sue labbra. Ce l’ha sempre. Lo conosco da dieci anni e non l’ho mai visto una volta senza. Beh, avrete capito che Fester mi sta proprio sui

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coglioni, ma è anche il mio collega e in qualche modo ci sono affezionato. Comunque, dicevamo… I cassonetti vanno trascinati su quelle rotelle del cazzo fino al braccio meccanico del mezzo, poi premi il pulsante e fa tutto lui. Il problema è che spesso quei cuscinetti sono rotti o incrostati di rifiuti, e si muovono appena. A volte è un proprio una faticaccia, e in quel caso fu anche peggio. Non si volevano muovere quei maledetti. “Dai, forza, dammi una mano…” impreco. Fester è appostato vicino al pulsante del braccio meccanico. Facevamo i turni; la mattina io guidavo e lui muoveva i cassonetti mentre il pomeriggio cambiavamo. “Che palle…” risponde lui, traslando lo stuzzicadenti da una parte all’altra della sua lurida boccaccia. Mi si avvicina e insieme spostiamo quella ferraglia maledetta. Ma in quell’istante la zampa di metallo che regge un cuscinetto si spezza. Il cassonetto, pieno fino all’orlo di pattume, s’inarca pericolosamente verso di noi, Fester ed io proviamo a reggerlo ma quel bastardo peserà si e no mezza tonnellata. PATAPUMF! L’immondizia si rovescia sulla strada a due metri dal camion. Entrambi siamo sul punto di imprecare contro gli dei del cielo e della terra, quando la sorpresa ci toglie il fiato. Tra i neri sacchi della nettezza rovesciati spuntano le cosce tornite della morona. Io di pezzi di fica nella vita ne ho visti, specialmente sui vialoni della periferia, ma come quella… peccato fosse morta! “Che diavolo!” impreca Fester. Ma negli occhi gli leggo un luccichio porcino. Completino intimo bianco con tanto di giarrettiere e sandalini neri. Qualche macchietta di sangue qua e là, ma poca roba. Merce di prima qualità… nel cassonetto dei desideri. “Pensi a quello che penso io?” mi fa Fester. Vecchio porco, certo che penso alla stessa cosa. Il camion ci nasconde la visuale dell’arteria principale e in quel vicolo non ci passa neanche un cane. Al massimo potrebbe affacciarsi un cinese dalla porta posteriore del ristorante, ma i musi gialli si fanno sempre i cazzi loro, son gente tranquilla, non so se mi spiego. “Chi incomincia?” domando. Beh, non vi racconto altro, perché la gente potrebbe pensare male. Sappiate soltanto che quel pomeriggio fu uno spasso. Finimmo il turno

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un po’ più tardi del solito, ma alle sei meno dieci eravamo già da Todd a farci una budweiser ghiacciata, pronti a guardarci la partita. Fester sorrideva come un scemo e forse anch’io avevo la stessa espressione, chissà. “Ordiniamo un altro giro, collega?” “Perché no…” Sono quelli i momenti in cui ti convinci che, malgrado tutto, la vita non è sempre un’inculata.

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IL LUPO (101 Parole)

C’era una volta un lupo che mangiava i bambini. Li dilaniava con i suoi denti aguzzi, strappando succulenti pezzi di carne. Sangue fresco e sugoso gli imbrattava il muso. Il lupo era felice. Ma un giorno arrivò un cacciatore che, puntandogli addosso il fucile, gli sparò. Il lupo scappò nella foresta, ma il cacciatore, che aveva mancato il primo colpo, provò di nuovo a fare fuoco. Lo ferì ad un fianco e il povero lupo stramazzò al suolo, poi roteò gli occhi e disse addio al mondo. Fu così che i bambini tornarono a sporcare la foresta con cartacce e lattine.

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ELISAVETA ('09)

Le russe sono tipe strane, hanno il sangue delle lucertole, hanno il ghiaccio nelle vene, e magari ci scopi e non esiste niente di più focoso, passionale, bizzarro, ma poi le guardi negli occhi e capisci: sei fregato! Elizaveta era esattamente così. La conobbi in albergo, quello in cui lavoravo. Chissà come poteva permettersi una suite di lusso, forse era nei servizi segreti. Beh, a me piace pensarla così… L’ascensore era il nostro luogo. Lei m’invitava con lo sguardo, io la seguivo nel loculo, partivamo e dopo un po’ premeva l’alt. Poi mi si avvicinava come una pantera, sfiorava con le sue labbra carnose il mio orecchio sussurrandomi: zaychik moy… mio coniglietto. Volete che vi descrivi il resto? Meglio di no. La vostra immaginazione può bastare… Boris non era suo fratello. Era solo un puttaniere, e ci beccò nel posto sbagliato al momento sbagliato; l’ascensore appunto! Il resto sono solo storie di pallottole e vodka. Eppure io l’ho amata. Per quel poco che è durata… «Avanti il prossimo!» «Eccomi, sono io. Giovane lo so, arma da fuoco, regolamento di conti, storie di donne… C’è posto lassù?» « Vedo, vedo…. Una sola domanda: ma lei la amava quella lì?» «Con tutto il mio cuore!» «Allora vada. L’ascensore è sulla destra.» Ancora l’ascensore, pensai. Si aprirono le porte e c’era lei. «Dove eravamo rimasti?» chiese. Il paradiso più dolce…

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TENTAZIONE (101 Parole)

"Seguimi, ti mostrerò i segreti del lago. Non aver paura. Non ti succederà niente, te lo prometto. Sarà meraviglioso abbandonarsi al suo abbraccio, nascosti dalla bruma che come una veste lo ricopre. Vieni, non indugiare ancora. Potrai gustare, annusare, toccare. Diventerai parte… Ecco, bravo. Prendi la mia mano, ci siamo quasi. Lo vedi laggiù come è bello. Vedrai, incontrerai altre come me, saremo tue serve, danzeremo per te, canteremo per te, ameremo solo te. Dove stiamo andando non esiste il tempo. Potrai ingannarlo quanto ti pare. Su, ancora un passo. Ci siamo quasi…"

Ma la scelta spetta a te, lettore. Allora?

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IL FARO ('10)

Quel sabato pomeriggio presi la macchina e andai al faro. Non sapevo che mi ero diretto laggiù fino a quando non lo vidi spuntare da dietro la collina. Gli eventi più recenti avevano innescato il pilota automatico, un sistema difensivo notevole se si pensa a quanta gente distratta circola per le strade oggigiorno. Ma col pilota automatico inserito puoi fare chilometri ad andatura lenta, con la radio in sottofondo che ti sputa addosso i vecchi pezzi di Sanremo, e star sicuro che non ti succederà niente. Parcheggiai, spensi il motore e rimasi fermo dentro l’abitacolo ad osservare il faro. Era la volta dei Matia Bazar, così lasciai finire la canzone per prendere tempo. Non avevo la minima idea di quello che avrei fatto. Era finita? Non era finita? Chi poteva dirlo. Claudia mi aveva detto che non mi voleva più vedere, ma chissà che cosa voleva dire in realtà. Le donne parlano con la pancia, un linguaggio adatto a chi ascolta con il cuore, ed io per troppo tempo ho ascoltato solo con le mie orecchie. È più facile imparare che disimparare, cantava Paul Simon… Al faro ci andammo la scorsa primavera. Fu bello perché c’era un vento terribile e sulla spiaggia eravamo solo noi e due ragazzi che cercavano inutilmente di far volare un’aquilone, ma con quel maestrale non c’era proprio verso. Lei si stringeva nel giacchetto di pelle mentre io mi facevo spettinare la chioma e annusavo il sale. Parlammo poco, ascoltammo il vento, poi andammo a prendere un caffè al bar del paese. “C’è un albergo nei dintorni?” domandai al barista. Lui m’indicò la strada per la statale e disse che ad appena dieci minuti c’era l’Hotel Faro, ovviamente. Passammo la notte laggiù, e il vento si trasformò in tempesta, e la tempesta ci fece amare più del solito. I Matia Bazar lasciarono il posto a Ron. Mi decisi a spegnere la radio e fare due passi. Anche quel giorno c’era poca gente sulla spiaggia, benché si stesse bene al sole, ma era ormai novembre e la bella stagione era solo un ricordo. C’era anche il vento, ma era diverso, non come quello di qualche mese prima. Era un vento più freddo, più cattivo, il

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promemoria dell’inverno alle porte.

  • Mi accesi una sigaretta. Era la prima in un mese. Non che avessi smesso

  • di fumare, è che io fumo così, quando mi va. A volte mi finisco un

pacchetto in una sera e poi faccio passare una settimana prima di

riaccenderne una. Non ho mai sofferto la dipendenza da nicotina. Non

  • mi piace essere dipendente da qualcosa o da qualcuno. Forse era proprio

per questo motivo che Claudia non voleva più vedermi.

  • Mi avvicinai al faro fino a una staccionata di legno che ne delimitava la

proprietà. Mi ci appoggiai e finii la sigaretta. All’orizzonte un peschereccio seguiva lentamente una barca a vela. I gabbiani volteggiavano nel cielo in disegni random. Perché sentiamo il bisogno di dare un significato ai luoghi? Forse perché li infestiamo con i nostri spettri… Il fantasma del mio amore per Claudia fluttuava dietro una feritoia del faro. Non mi girai a guardarlo, ma sapevo che era lì. Il cellulare vibrò nella tasca dei miei jeans avvertendomi di un sms. “Ti odio!” c’era scritto. Fu allora che capii. Poi le lacrime iniziarono a rigarmi le guance ed il vento non riuscì ad asciugarmele.

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UOMO LUPO (101 Parole)

Non posso, non voglio ricordare.

Due notti fa, al giardino delle rose. Io insieme a lei, e la luna.

  • - Amore, cos’hai? Stai male? -

  • - Tesoro, non dovremo trovarci qui. Non con questa luna… -

  • - Cosa dici? Non ti capisco… -

  • - Ecco che ritorna, lo sento… -

Provo a resistere, ma il demone che mi alberga risponde solo alla voce del disco perlato. La pelle di lei è morbida sotto i miei canini, innaturalmente allungati. Affondo nel calore del sangue, io abominevole caricatura di un lupo, piegato sulla sua bellezza, nel mezzo al roseto… No, non voglio ricordare…

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UNA PARTITA A BILIARDO ('09)

Chiusi gli occhi e le luci si accesero. Mi trovavo in una sala da biliardo, dieci, dodici tavoli disposti in fila, pareti ricoperte di stecche, gessetti blu, lampade verdi sopra i teli, mattonelle marroni, sedie di formica, finestre su una strada buia. Era quella la sala d’attesa? La stanza era pressoché deserta. C’era solo un giocatore, defilato al tavolo più distante; il numero dodici. Mi avvicinai col pensiero e un attimo dopo ero seduto di fronte a lui. Mirava la numero otto in una buca d’angolo. Attesi il colpo. Il silenzio era assordante. Toc! Con precisione la palla nera percorse tutto il tavolo depositandosi con dolcezza nella buca. «Bel colpo!» mi venne di dire. L’uomo, un tipo anonimo di mezz’età, vestito con un paio di jeans e una giacca scura, mi rivolse un sorriso. «Te l’aspettavi, vero?» Aveva una voce roca, graffiata dal tabacco e dall’alcol. «Cosa?» «Che andasse a finire così. Buca d’angolo…» «Che vuoi dire?» Ero confuso e non lo nascondevo. «La tua vita. La numero otto, in buca d’angolo.» «Vuoi dire che era lei?» «Beh, hai rimbalzato un bel po’ prima di finire in buca. Alla fine ci finiscono tutte…» «Ehi, ferma un attimo. Mi vuoi dire che siamo di là? Che alla fine il cancro l’ha avuta vinta?» «Beh, questo lo dici tu. Forse può bastarti…» Si era messo a lavorare la stecca con il gessetto, ma continuava a guardarmi, da oltre la frangia che gli ricadeva sugli occhi. «Ed io che credevo che avrei trovato delle risposte…» «Ehi uomo, non ti preoccupare. Non sei il primo che pensa di trovare delle risposte da questa parte. Qui si gioca solo a biliardo. Ti va di fare

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una partita?» Che altro potevo fare. Avevo l’eternità davanti. Mi alzai e afferrai una stecca. «A cosa giochiamo?» «A Destino. Lo conosci?» «No.» «La vedi la numero quindici, laggiù?» «Si…» «Tua figlia Giulia. Se la butti in buca è salva, altrimenti… dopo tocca a me.» Mi regalò un sorriso di cui avrei fatto volentieri a meno. E così mi ero ritrovato a giocare al Destino insieme al braccio destro del Caso. Non potevo farcela, era una partita impari, uno scherzo di cattivo gusto. Se solo… E appena lo pensai, apparve. Un bicchiere di scotch sul bordo del tavolo da gioco. Ecco quello che mi ci voleva… Lo buttai giù d’un fiato e preparai il colpo. «Ordina pure quello che vuoi. Va tutto sul mio conto…» disse il tipo col ciuffo, continuando a sorridere. Non lo guardai. Non guardai nemmeno la palla, o la stecca, o la buca. Chiamai il colpo pensando alla piccola Giulia, quando aveva solo tre anni, e si buttava dallo scivolo a testa in giù, e le dicevo di stare attenta, ma poi lei mi sorrideva e non potevo resisterle. La biglia battente descrisse una retta attraverso il tavolo verde, sfiorò appena la numero quindici vicina alla buca laterale, la palla bianca e bordeaux ruzzolò con sicurezza dentro la cavità. La piccola Giulia era salva, almeno per il momento… «Bel colpo» ammise il mio compagno di gioco. «Cosa mi aspetta, adesso?» «Ancora domande? Te l’ho già detto, qui non troverai risposte. In verità ti dico che di risposte non ci sono, da nessuna parte. Né nella sala dei biliardi, né giù al bar, né tanto meno in strada…» In quel momento sentii transitare un’auto, vidi le luci degli abbaglianti scorrere sul palazzo di fronte, mi avvicinai alla finestra e guardai giù. Ma l’auto era già passata. Fuori pioveva, e i lampioni illuminavano le

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pozze. Il silenzio era straziante. «Beh, dici che non esistono risposte, ma tu sei già una risposta. Giochi a biliardo con le vite degli uomini, è un fatto no?» «Scusami se mi ripeto, ma questo lo dici sempre tu. Ci credi solo perché te l’ho detto? La numero sei, quella verde. Lo sai chi è?» Poteva essere un sogno? Non avevo mai sentito che il cancro ti prendesse così, di punto in bianco, sul divano mentre guardi la TV spenta e cerchi di farti una ragione di quello che ti sta per succedere. La morte, l’amore, il tempo, il senso di tutto… Mi aggrappai all’idea del sogno e continuai a giocare. «Che diavolo vuoi da me?» urlai. Ma in quell’intercapedine onirica, l’urlo diventò un sussurro. «La sei è tuo padre. Proprio lui, il vecchio ubriacone, quello che non è neanche venuto a vedere la sua nipotina, quello che non si è fatto sentire per più di dieci anni, quello che metteva mano alla cintura volentieri, quando ne combinavi una grossa… La numero sei, dai su… Non è difficile… Un colpo secco ed è salvo. Ah, dimenticavo, puoi sempre decidere di passare il turno…» Il suo sorriso era diventato un ghigno. Sul bordo del tavolo apparve un secondo bicchiere. Lo afferrai con decisione, lo alzai e proposi un brindisi. “A te, padre… ti ho già perdonato così tante volte che non me ne frega più niente, ormai…” Già, proprio un colpo secco ci voleva, e la sei fu fuori dal gioco. Ne rimanevano troppe, però… «Quanto deve andare avanti questa storia?» «Non ti stai divertendo?» «No!» «Io invece si. Quella gialla, la uno. Quella è tua moglie. Vogliamo provare a buttarla dentro?» Per me poteva bastare. Cercai l’interruttore dei sogni, avete presente? È un po’ come allungare una mano nel buio della cantina, e mentre senti il tocco delle ragnatele ti auguri che il ragno non s’incazzi e ti venga a fare un salutino. Ma niente interruttore, questa volta. Cavoli, forse ero morto per davvero. Maledetto… Il colpo era difficile stavolta. La uno era coperta da altre due palle.

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Avrei potuto mirare alla sette, per farla carambolare sulla gialla. Un colpo estremamente complesso, ed io non sono mai stato un granché come giocatore. L’alternativa era mettere fuori gioco il mio avversario, nascondendogli la biglia dietro altre palle. Ma potevo fidarmi di lui? Chissà di cosa era capace… «Puoi passare, se vuoi…» incalzò il braccio destro del Caso. Non gli badai e preparai il colpo. Pensai al giorno in cui la conobbi, alle cretinate che feci per farmi notare, a come mi guardava storta, ridendo al tempo stesso, alla vacanza in Grecia e all’amore sugli scogli, ai litigi e alle passioni, all’ultimo sforzo, dopo ore di travaglio, che segnò la nascita di nostra figlia, e a tutte le volte che avevo bisogno di una carezza e c’era lei. Pensai a tutto questo chiudendo gli occhi, poi li riaprii e colpii, sicuro, con forza, dritto verso la biglia bordeaux. Stoc… toc… toc… la uno in buca d’angolo… salva… e la bianca in buca laterale…» «Peccato…» sospirò il mio avversario. Riaprii gli occhi e le luci si spensero. La TV era morta ma il led in alto mi diceva che erano quasi le due. Al piano di sopra il miei due gioielli respiravano piano, e sognavano di volare. O almeno me lo auguravo… Una fitta allo stomaco. La solita fitta, quella che mi tormenta ormai da settimane. Domani iniziamo la chemio, poi si vedrà. Volete sapere cosa penso? Non penso niente. Le Grandi Risposte non m’interessano. Continuerò a pormi domande fino alla fine, e cercherò di rispondermi in sincerità, anche se dovrò contraddirmi. Lo facciamo tutti, no? È cosi che passiamo ogni singolo istante delle nostre esistenze. Ma ho smesso di credere al bianco e al nero, a dio e al diavolo, al male e al bene. In questo momento, solo di una cosa sono certo: se vuoi morire tranquillo, impara a tirare di stecca!

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SUCCHIATORI DI CARAMELLE (101 Parole)

Succhiatori di caramelle, così vengono chiamati. La manifestazione ultima della perversione digitale. L’assimilazione di un’entità elettronica da parte di una sua simile è un atto identico al cannibalismo. Non è una cosa facile, perché la vittima deve essere ignara, poco pratica dei mondi binari e praticamente immobile. Per questo motivo queste aberranti creature della rete preferiscono i bambini, o ancora meglio gli infanti. Caramelle, li chiamano. Vengono attaccati ai processori, liberati in una stanza vuota e poi divorati. Il risucchio dell’entità; la nuova droga. Ecco, ne ho appena individuato uno. Sta digerendo la sua ultima vittima… Bastardo! Che faccio, lo friggo?

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LA FORESTA VAMPIRA ('09)

Platani e querce secolari torreggiavano sopra la minuta figura di Mishan, cacciatore delle marche di ponente, ricordandogli le antiche leggende. La foresta era sempre stata lì, prima che l’uomo mettesse piede sul continente, prima che le navi lasciassero le sponde dell’Impero Caduto, e molto prima che le antiche guerre scoppiassero e gli uomini dimenticassero di essere stati tutti fratelli. Se il tempo era nemico di ogni cosa viva, animali, piante e uomini, la foresta, che il suo popolo aveva sempre chiamato Uaki, il Grande Respiro, non sembrava venire scalfita dal deteriorante rintocco dei secoli. Eppure c’era qualcosa di strano in quel verde così rigoglioso e in quell’abbondanza di foglie, fiori e frutti. Mishan non aveva mai visitato i lidi di Uaki prima di allora, ma subito capì che l’ultima guerra, quella devastante venuta dal nord, era riuscita a trasformare anche quel luogo. Infatti, anche se le piante sembravano esplodere di vitalità, come fossero soggette ad una perenne primavera, nell’aria alitava un odore malsano. A Mishan fece pensare al fetore della decomposizione, il tipico tanfo dei sepolcri e dei luoghi dei morti. Quelle due così distanti sensazioni, vista e olfatto, percepite insieme, mettevano i brividi. Mishan ricordò perché era giunto fino alla foresta. La mente andava distratta quando le paure più inspiegabili affioravano in superficie. Per due interi mesi aveva viaggiato attraverso le montagne del remoto occidente, terre di lupi e di orsi. Era il rituale ultimo che il suo popolo chiedeva a coloro i quali desideravano diventare Grandi Cacciatori. Mishan aveva affinato le sue tecniche di caccia e di sopravvivenza ed era finalmente pronto a ricevere l’investitura. Ma la guerra era arrivata d’improvviso, una moltitudine di guerrieri corazzati e assetati di sangue proveniente dal grande nord. Nessuno si era capacitato del perché quei popoli solitamente pacifici, si erano uniti e avevano mosso guerra alle terre del sud. Qualcuno aveva già intessuto una leggenda al riguardo. Sembrava che una creatura millenaria, imprigionata nei remoti ghiacciai settentrionali, a causa delle alte

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temperature della passate estate, era stata liberata. In pochi giorni,

richiamando un potere oscuro, la creatura aveva soggiogato le menti dei biondi e valorosi uomini del nord, per guidarli in una folle campagna di morte. Per questo motivo era stata chiamata la Guerra della Follia. Tutto questo Mishan lo aveva saputo al suo ritorno, interrogando i pochi sopravvissuti che aveva incontrato lungo la strada. Il suo popolo era stato costretto ad abbandonare le sue terre e a salpare verso l’arcipelago

  • di Matiki, nei mari del sud. Sconvolto da quelle notizie, Mishan aveva

deciso di partire per le marche d’oriente, dove si diceva che la guerra avesse sterminato intere popolazioni.

Giunto ai confini della foresta, si era augurato di incontrare gli elfi, il popolo magico che da sempre abitava quei lidi. Non poteva credere che anche loro fossero stati spazzati via dalla furia dei popoli del nord. Ma inoltrandosi dentro Uaki, avvertì una spaventosa solitudine. Non solo non vi erano tracce degli elfi, ma anche gli animali della foresta parevano scomparsi. E proprio l’inusuale silenzio, rotto solo dal muoversi delle frasche al vento, era la terza strana sensazione che non poteva ignorare. Tutto ciò lo rendeva molto inquieto. “Ma che fine avranno fatto i folli guerrieri del nord?” si chiese per l’ennesima volta. Nessuno lo sapeva. Sembrava che l’entità che si era liberata dal ghiaccio perenne, non avesse uno scopo di conquista. L’unico suo interesse era quello di distruggere. Mishan si era imbattuto in almeno due grandi campi di battaglia, disseminati da corpi putrefatti e armi incrostate di sangue, e non aveva visto neanche un vessillo. Era come se le armate del nord non fossero state mosse da alcun desiderio

  • di occupazione.

Il sole si stava abbassando. Era una di quei tiepidi pomeriggi di fine

estate, e le giornate di stavano rapidamente accorciando. Malgrado tutti

i pensieri che gli vorticavano nella testa, Mishan non poté fare a meno

  • di storcere il naso per via di quell’odore. E più s’inoltrava all’interno

della foresta, più diventava insopportabile. L’iniziazione lo aveva formato definitivamente. Un uomo né alto né robusto, ma in completo controllo di ogni centimetro del suo corpo. Vestiva le pelli dei lupi e degli orsi, ma erano solo ornamenti per i suoi muscoli, che affioravano nudi e lucidi in tutta la loro avvenenza.

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Portava un arco lungo legato dietro la schiena e un’accetta da battaglia, piccola e fatale, arma rituale del suo popolo. Gli occhi erano allenati a captare i movimenti più sottili e a prevedere gli inganni dei paesaggi uniformi. Sulla neve tutto può succedere… Mishan si arrestò nel mezzo al sentiero. Nessun rumore, nessun movimento, solo una strana, stranissima sensazione. Qualcuno o qualcosa lo stava osservando. Aguzzò la vista, cercando tra i riverberi della rugiadosa vegetazione. Le piante non avevano occhi, ma potevano nascondere il tuo peggior nemico… Non era uno solo. Sentiva che erano tanti, che erano troppi. Rimase immobile ascoltando il suo respiro, controllando la paura. Le nocche gli si sbiancarono mentre stringeva il manico dell’accetta. Ma non poteva sperare di farcela da solo. Aveva bisogno di pensare, di capire, di vedere… Una creatura bianca e glabra dalla forma vagamente umana fuoriuscì dalla foresta e lentamente, con un movimento eretto ma in qualche modo strisciante, si avvicinò a lui. Mishan intuì che ve n’erano decine di simili creature dietro gli alberi dai quali era comparsa quella. Restò fermo ma il braccio era pronto a scattare. L’essere aveva la corporatura di un bambino con gli arti leggermente più lunghi e sottili, mani anch’esse lunghe e affusolate, ed era completamente nudo, ma privo di un riferimento sessuale. Il volto era senza bocca e aveva due orifizi per naso. Gli occhi si distinguevano appena in quella maschera lattiginosa, mentre gli orecchi erano piccoli e a punta, proprio come si diceva fossero quelli degli elfi. Silenziosa e cauta, la figura opalescente si mise ad osservare il cacciatore, girandogli intorno, avvicinando la faccia alle sue membra come se volesse annusarlo. Il rituale andò avanti per qualche minuto, mentre Mishan rimaneva immobile come un cobra davanti alla preda. Poi l’essere indietreggiò, sempre col suo fare strisciante, tornò da dove era venuto ma non dette mai le spalle al cacciatore. Continuò a fissarlo camminando all’indietro come un gambero, per poi dileguarsi tra la vegetazione. Mishan lasciò passare qualche minuto e poi il suo sesto senso lo avvertì che le creature se n’erano andate, e non vi era più pericolo. Così riprese il cammino. Il bizzarro incontro lo convinse che non sarebbe stata una buona idea

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rimanere nella foresta per la notte. Ma ormai le ombre della sera si stavano preparando a fare il loro ingresso sul mondo, e neanche correndo indietro con tutte le sue forze sarebbe mai riuscito ad uscire prima del tramonto. Ricordava però di un fiume, segnato sulle vecchie mappe del capo villaggio. Quando era bambino adorava perdersi tra le righe sottili di quei quadri ingialliti, che indicavano terre misteriose e lontane. Asekor era chiamato nella sua lingua, il grande fiume meridionale, che nascendo dai ghiacci perenni viaggiava per centinaia di miglia verso sud, tagliando in due la foresta, e riversandosi infine nel grande mare. Se fosse riuscito a raggiungere le sue sponde, avrebbe avuto una via di fuga, nel caso le creature fossero ricomparse. Mishan era un abile nuotatore, e aveva la sensazione che quegl’esseri bianchicci non amassero l’acqua. Allungò il passo, mentre la luce da bianca diventava gialla e poi arancione. Il fetore continuava a tormentarlo, ma ad un certo punto diventò più sopportabile, gli alberi persero quel rigoglio così innaturale e con suo grande sollievo udì il cinguettare di alcuni uccelli. La foresta sembrava nuovamente viva, ma Mishan non riusciva a capire perché. Quando finalmente percepì l’inconfondibile odore del fiume, comprese la ragione di quella trasformazione. Vicino ad Asekor, la foresta era ancora quella di sempre. Il sole si spense nel remoto occidente, ma nel riverbero vespertino Mishan alzò un riparo per la notte. Si piazzò sulla riva del grande fiume, che a quell’altezza raggiungeva un larghezza di almeno duecento metri. L’immensa massa d’acqua, alimentata dai recenti temporali estivi, procedeva lentamente trasportando rami e detriti. Il cacciatore consumò una cena fredda e cercò un sonno leggero, quello tipico dei lupi solitari, che non possono permettersi compagni di viaggio che montino la guardia. Al minimo rumore sarebbe scattato in piedi, pronto a colpire. Ma c’era una cosa che Mishan ignorava. Il fiume era ancora più antico della foresta, e conservava un segreto che trascendeva il tempo stesso, o almeno il tempo nel modo in cui gli uomini lo percepiscono. Il sonno lo rapì come un bambino, e viaggiò nei mondi di lato, osservando il vero ed il falso, la realtà e il sogno. Si svegliò ma stava ancora dormendo, e credendosi desto incontrò il Re del Fiume.

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La foresta era giovane e il fiume scorreva lento. Un mattino di sole abbagliante, la rugiada fresca e gli uccelli nel cielo. Mishan guardò la figura avvicinarsi, un vecchio dal volto gentile con lunghi capelli lisci e scuri. Si accomodò di fronte a lui e incominciò a narrare una storia, ma come succede spesso nei sogni, pur volendo domandare o ribattere Mishan non riuscì a farlo. Rimase immobile davanti al vecchio ad ascoltare. “Hai fatto la cosa giusta a venire da me. Io stanotte potrò proteggerti, ma domani riparti subito e lasciati alle spalle la foresta, perché anche se può sembrarti splendida e rigogliosa, sappi che in realtà è già morta. Esistono cose che si credono vive in eterno, ma che in realtà altro non sono che accanimenti alla vita. Gli elfi hanno abitato questi lidi per millenni e hanno creduto che ci sarebbero rimasti per sempre. È pur vero che la percezione del tempo per il popolo della foresta è oltremodo dilatata, ma anche per loro esiste un inizio e una fine. Kratoa, l’essere che ha mosso guerra a tutte le terre del sud, è stato l’avvento della loro fine. Non esistono spiegazioni che un uomo possa facilmente accettare. La vita è ciclica. Esistono stagioni di nascita, come la primavera, e stagioni di morte, come l’inverno. Gli elfi credevano in un estate imperitura, e si sbagliavano. Ma hanno rifiutato di scegliere di lasciare queste terre per un nuovo mondo, e come conseguenza sono rimasti prigionieri di questo. Né vivi, né morti, in una foresta che si crede viva ma puzza di morte. Fuggi uomo, e racconta questa storia, perché la gente sappia che la foresta è diventata malvagia, e solo il grande fiume ne ricorda ancora lo splendore. Addio!” Mishan si svegliò e finalmente comprese che stava sognando, eppure quel sogno era in qualche modo più vero degli altri. Raccolse le sue cose e seguì il consiglio del Re del Fiume. Tornò velocemente sui suoi passi e prima che il sole fosse alto già era in vista delle praterie oltre la cintura di alberi secolari che delimitavano Uaki. Volse lo sguardo verso la foresta prima di riprendere il cammino e lasciarsela definitivamente alle spalle. Gli sembrò di vedere una figura lattiginosa attraversare il sentiero che aveva appena percorso. Un brivido gli corse lungo la schiena. “La foresta vampira” pensò. E da allora la gente la chiamò così.

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IL MALE ED IL BENE (101 Parole)

Io sono il buono, l’altro è il cattivo. È stato sempre così e continuerà ad esserlo. Un dualismo che nasconde il grande equilibrio cosmico. Niente di più facile, il Male ed il Bene… Il cattivo è il distante, il diverso, l’assente, la leggenda, la cospirazione, l’assodato, belzebù, il demone degli abissi. Il buono è il vicino, il simile, il presente, il vero, l’attuale, re e padrone, bandiera e croce. Vieni anche tu dalla parte dei buoni. Hai tutte le carte in regola; sei bianco, sei ricco, sei un meccanismo perfetto. La distinzione… …questo fiume di sangue che divide da sempre l’umanità.

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LA LIBERTÀ DELL'UOMO ('09)

Il monaco, immobile sul grande macigno, osservava le ombre allungarsi, e pensava che niente e nessuno le avrebbe mai potute fermare. Allora sentì l’impulso di chiedere consiglio al suo Maestro. Entrò nel tempio e lo vide in un angolo a pregare. Non dovette disturbarlo, perché sapeva già che sarebbe venuto. L’adepto si accomodò accanto a lui e chiese: «Maestro, quanto è libero un uomo? Lo è totalmente oppure esistono delle limitazioni? È possibile che qualcosa come il destino limiti la nostra libertà?» Il Maestro rispose alla sua maniera, non con la logica di pensiero ma con un esempio esistenziale. Disse: «Alzati, figliolo.» Per un momento l’adepto pensò che quella non fosse assolutamente la risposta che cercava, ma frenò l’impulso di credere che il Maestro si stesse prendendo gioco di lui. Così si alzò in piedi ed attese. Il Maestro disse: «Adesso solleva una gamba.» “Che diamine significa?” pensò l’adepto. “Ha forse perso la ragione o non sono stato abbastanza chiaro?” ma tutte queste cose il giovane monaco non le condivise col suo Maestro, e per non mancargli di rispetto alzò una gamba e rimase in equilibrio sull’altra. «Benissimo» dichiarò il Maestro. «Un’ultima cosa adesso. Solleva anche l’altra gamba.» «Ma è impossibile!» protestò subito l’adepto. «Ciò che mi stai chiedendo è assolutamente irrealizzabile! Ho già la mia gamba destra alzata, e non mi è possibile sollevare anche quella sinistra.» Allora il Maestro rispose: «Eppure eri libero. Avresti potuto sollevare la gamba sinistra per prima, e nessuno ti avrebbe detto nulla. Eri completamente libero di scegliere la gamba che preferivi. Non ho detto niente a riguardo, e tu hai preso una decisione: hai alzato quella destra, ma facendo questa scelta, ti sei precluso la possibilità di sollevare quella sinistra.» Il Maestro guardò il giovane con una luce d’amore negli occhi. «Non preoccuparti del destino, figliolo. Pensa sempre con semplicità.» Fuori dal tempio le ombre erano già padrone.

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PERCEZIONE (101 Parole)

«Pronto, ciao. Che fai, vieni stasera al bar?» «Ma sei pazzo! C’è la guerra!» «La guerra? Ma cosa dici?» «Non senti gli spari?» «Quali spari? Qui sotto è tutto tranquillo…» «Che botto! Questa era un bomba a mano, ci giurerei!» «Ma che cazzo succede? Da me non si sente niente!» «Ma non hai visto la TV?» «No, perché?» «Perché c’è la guerra, ecco perché. Lo dicono tutti i telegiornali.» «E tu ci credi?» «E perché non dovrei crederci?» «Beh, prova a spegnere la TV…» «Come?» «Spegni quel maledetto affare!» CLICK! «Cavolo…» «E allora?» «Che silenzio…» «Hai visto! Dai vieni al bar…»

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IL CUORE DELLA LUCERTOLA ('09)

«Ciao, come stai?» E come cazzo dovrei stare, mi andrebbe di dirle. Invece rispondo “bene”, e sorrido pure. Non mi va di darle vantaggi. Ai suoi occhi voglio apparire forte, anche se dentro sono a pezzi, come se il cuore me l’avessero gettato nel tritacarne. Stronza! Sei anni insieme, e una mattina si sveglia e mi dice “non ti amo più!” Ma che cazzo vuol dire?! «Ci sei domani? Se non disturbo verrei a prendere le ultime cose…» Certo che disturbi. Disturbi ogni singolo minuto della mia giornata, perché non riesco a non pensare a te. Non dormo, non mangio, non posso neanche ad andare a lavoro senza che l’immagine del tuo volto venga ad ossessionarmi. Sei un virus, ecco cosa sei! «No, ci mancherebbe. Vieni pure.» Magari parliamo un po’, mi verrebbe da aggiungere. Ma abbiamo anche parlato troppo. E quando si parla troppo, non c’è più niente da dire. Ci sono i ricordi, che a me sembrano bellissimi e a lei non fanno il minimo effetto. Ci sono i rancori, e quelli lei li ricorda benissimo, mentre io me li sono già dimenticati. E poi ci sono i momenti d’indifferenza, e quelli sono la vera ragione per la quale lei verrà a prendersi le sue dannate ultime cose. «Come va a lavoro?» Ma che cazzo te ne frega! Non ti è mai interessato quello che faccio. Eh certo, perché prima t’interessavo io, adesso invece t’interessa solo rimanere amica, riprenderti le tue cose e non fare più scenate. Vuoi la dissolvenza, la chiusura col sorriso, il finale di Hollywood, i titoli di coda con i ringraziamenti, così poi ti potrai buttare a capofitto nel tuo prossimo film, senza sensi di colpa… «Bene. Marzo è stato un buon mese…» «Sono contenta. E poi distrarsi fa bene, non trovi?» Questa te la potevi risparmiare, stronza! Chi vedi adesso? Ci dev’essere qualcuno, lo so. C’è sempre qualcuno, quando si cambia in questa maniera. Un po’ stronza lo sei sempre stata, ma mai così. Chi è? Un

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collega? Uno che hai incontrato in palestra? Uno che t’inforca dopo lo spinning? «Si. Cerco di non pensarci, sai com'è…» Patetico. No, non fare il patetico adesso. Ce l’hai quasi fatta. Tra poco arriva il bus, la saluti e te ne vai. Non tornare sull’argomento, altrimenti sei fregato… «Vedi qualcuno?» Ma perché non te ne stai un po’ zitta, troia! Si, vedo te, tutti i giorni, nella mia testa, ti guardo chiudendo gli occhi, vedo i tuoi capelli sparsi sul cuscino, le tue labbra che mi accarezzano, la tua lingua che gioca. Vedo sempre e solo te, capito… stronza! «No, solo i miei amici, ogni tanto. Domenica andiamo a pescare.» «Dove?» «In montagna…» «Bello…» Ma che fine hai fatto autobus di merda! Sei in ritardo di sette minuti. Vuoi vedere che la corsa è saltata. Se è così mi tocca a farmi torturare per un altro quarto d’ora. «Sai, io vedo qualcuno… Volevo dirtelo, perché mi piace essere sincera.» Che sorpresa! Ma davvero? «Sai che ci tengo alla nostra amicizia…» «E se ti spingessi sotto l’autobus, che ne diresti?» Troppo tardi. La frase mi esce senza pensarci. Perché sapete, a volte la linea che divide l’immaginazione con la realtà è talmente sottile… Lei strabuzza gli occhi, rimane in silenzio, forse ha anche un po’ di paura. In quell’istante la vedo sotto una nuova luce, vulnerabile e stronza. Qualcosa ricomincia a battere dentro il petto. Il cuore è un muscolo strano. È come la coda delle lucertole. Lo puoi buttare nel tritacarne, ma quello ricresce, e torna a pulsare, più forte di prima. «Guarda, quello è il tuo autobus. Ti aspetto domani per la roba. Ciao…» Lei risponde con un timido ciao, sale sull’autobus e si dilegua. La verità, specialmente la più crudele, può fare miracoli!

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LA MORTE (101 Parole)

Arrivò e disse: “Si va?” Era arrivata la mia ora, ma non me ne dolevo. Ho avuto una bella vita; ho amato, ho odiato, ho riso ed ho pianto. Ho avuto tre splendidi figli e due magnifiche mogli. Ho goduto del sole di settantasette estati e della neve di settantasei inverni. Sono stato un uomo fortunato, io. “Allora, sei pronto?” incalzò. Odio quando mi si mette fretta. Insomma, vi dicevo, ho fatto di tutto. Ho viaggiato, ho cantato, ho ballato, a volte ho perso ma più spesso ho vinto. Non posso certo lamentarmi. “Si sta facendo tardi…” “Arrivooooo!” Però che stronza!!

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MONDIALI ('10)

Quest’anno i mondiali li vedo da solo. Lo faccio per rabbia, sperando che i vecchi amici si sentano in colpa. Nicco mi ha appena chiamato, ma ho lasciato squillare. Sono tutti a casa

  • di France, con le pizze e le birre, come sempre. Eppure sono cambiate

tante cose… Italia – Brasile del novantaquattro fu tutta un’altra storia. Si giocava di pomeriggio e faceva un caldo bestiale, ma nel salottino di Giampiè si stava d’incanto. Lui non si fece pregare e stappò la bottiglia di grappa austriaca, quella da centomila. La teneva per le occasioni speciali… credeva in Sacchi più di noi. Ricordo che pianse dopo il rigore di Baggio, ma dette la colpa all’allergia. Dopo la batosta andammo a comprare le moretti al bar per finire la giornata in giardino, all’ombra del fico. Fu uno dei quei momenti in cui avvertii la grandezza dell’amicizia, quella vera, quella

che ti spacca dentro, che ti fa credere di essere in capo al mondo. Ma col tempo scopri che è solo la comica conseguenza di una bevuta smodata, di una battuta ridicola e di un inconfessabile e reciproco desiderio di non rimanere solo. Per questo motivo non voglio vedere nessuno stasera. Argentina – Italia me la guardo insieme ad un boccale

  • di birra importante, una La Chouffe belga ad esempio.

Ecco che entrano in campo. La faccia giuliva del CT Maradona mi

mette un po’ di nostalgia, ma so che dopo il calcio di inizio passerà. Il tempo scolpisce solchi sotto gli occhi e atrofizza i cuori degli amici. Invecchiare fa male, altro che saggezza. Non potete chiedermi di ricordare. Io non ho voglia di ricordare, ho voglia di fare cose nuove. Ma loro sono sempre gli stessi, uguali eppure diversi. Ecco che squilla

  • di nuovo. Non hanno capito che non ci vado da loro. Mi perderei

l’inizio. La semifinale. Poi c’è il Brasile. Perché alla fine c’è sempre il

Brasile…

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IL PICCOLO PESCATORE (101 Parole)

Il bambino sedeva sulla sponda del lago con una canna di bambù in mano. La teneva dritta davanti a se, a un palmo dalla superficie dell’acqua, proprio come se stesse pescando, ma non c’erano né filo né esca. «Che stai facendo?» domandò un signore che passava di lì. «Sto pescando» rispose il bambino. «Hai già preso qualcosa?» lo schernì l’uomo. «Per fortuna no. Poveri pesci!» replicò allarmato il piccolo pescatore. L’uomo rimase in silenzio, confuso da quelle parole. Poi se ne andò. “Non è per niente facile far ragionare gli adulti fuori dai loro schemi”, pensò il bambino, continuando a pescare.

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LO STREGONE RIPUDIATO ('09)

«Volete sapere perché ho abbracciato l’Ombra? Ebbene, voglio raccontarvi una storia… …la storia di un ragazzo diverso eppure uguale, con un talento particolare per la magia. Mentre i compagni di scuola la imparavano a memoria, quel ragazzo la stravolgeva, e presto capì che era questo il vero senso della via dello Stregone. Distruggere e ricostruire. Stravolgere e trasformare. I maestri non lo capirono, pensarono che non fosse adatto a controllare il potere e a conoscere i segreti. Aveva appena dodici anni quando gli sbatterono in faccia la porta del Grande Istituto della Divinazione. Suo padre era un mago apprezzato negli ambienti aristocratici, e l’onta subita per la cacciata del figlio lo mandò su tutte le furie. “Non puoi rimanere in città, figlio, e ringrazia il cielo che ti chiamo ancora così. Devi partire per l’Isola dei Cristalli.” Questo gli disse, strappandogli di mano il bastone da apprendista stregone. Quel ragazzo pianse, ma non lo dette a vedere. Viaggiò verso nord insieme a una carovana di mercanti. Era poco più di un bambino, ma già la sua conoscenza magica poteva proteggerlo dai briganti e dalle altre insidie della vita errante. Giunse presso i lidi dei popoli pagani, ai confini dell’Impero. Una barca lo portò sull’Isola dei Cristalli, in cui dimoravano preti e filosofi. Gli aspettava una vita in ritiro, all’ombra di un severo monastero. Ma laggiù conobbe un uomo di passaggio, una figura imponente e sottile, guizzante e indelebile. Il suo nome era Trakulda. I monaci del monastero non gli rifiutarono la sacra accoglienza, ma molti di loro non nascosero la loro inquietudine durante tutto il tempo in cui quell’uomo rimase ospite. C´era qualcosa nel misterioso Trakulda che affascinava il giovane. Una notte gli si avvicinò mentre leggeva un libro nei pressi del fuoco. Come rapito da un incantesimo, il ragazzo rimase ad ascoltare quell’uomo per tutta la notte, ma ricordò poco o nulla la mattina dopo. Sapeva solo che, una volta che si fosse rimesso in viaggio, lui lo avrebbe seguito.

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E infatti lo seguì per molti anni. Anni di studio, di sacrificio e di evoluzione. Conobbe il Drago e i sette demoni principi, le meraviglie della terra e le insidie degli elfi, la testardaggine dei popoli guerrieri, la codardia dei pirati e la stoltezza dei nani. Vide il mondo cambiare e volgere verso un pensiero unico. Vide trasformare il Grande Istituto della Divinazione in un mero ingranaggio di un meccanismo inutile e corrotto, in cui il profitto di pochi contava più della conoscenza di molti. Dalla scuola uscivano schiere di maghi identici che andavano ad arricchire le file dell’esercito dell’Impero, che intanto allargava i suoi confini, creando nuove colonie e portando nuovi popoli sotto il suo vessillo. Quel ragazzo nel frattempo crebbe e divenne uno Stregone, ma nessuno nell’Impero lo avrebbe mai chiamato così. Era un respinto, un reietto, un mago di strada, o più volgarmente un Fattucchiere. Doveva nascondersi perché, come sapete bene, chi usa la magia senza un diploma di mago è considerato un criminale. Se ne stava lontano dalle grandi città, insieme a Trakulda che intanto era diventato vecchio. Ma la vecchiaia non lo aveva afflitto, né nella mente né nel corpo. Il maestro stava semplicemente svanendo, e a volte il giovane lo guardava in contro luce, mentre il sole tramontava fulgido sulle praterie del Levante Antico, e poteva vederci attraverso. “Dove stai andando”, gli chiese un giorno. “Non preoccuparti. Un giorno mi seguirai” rispose lui. Quando la Guerra dei Sigilli scoppiò il ragazzo era un uomo fatto, e il suo maestro si era ormai dileguato quasi completamente tra i misteri dell’aria. L’Impero cercava gli accessi agli altri mondi. Mandò i suoi cento migliori maghi fino ai confini delle terre conosciute, dove popoli misteriosi conservano i segreti dei molti mondi. Ne tornarono solamente tre, ed ognuno aveva un sigillo. Ma il ragazzo diventato uomo aveva appena ricevuto una visita in sogno. Era Trixividian, il demone dei ghiacci. Gli disse che se l’Impero avesse avuto accesso agli altri mondi, il grande equilibrio poteva volgere irreparabilmente verso la Quiete. Ogni mago dovrebbe conoscere l’equazione tra Quiete e Tumulto. È il significato stesso dell’Universo, la sua legge principale. Ma la conoscenza di

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quell’equazione è stata rimossa dai testi di magia dell’Istituto. Al suo risveglio lo Stregone seppe cosa fare. Cavalcò per due giorni e due notti incontro a quei tre maghi che stavano facendo ritorno con il loro bottino alla capitale. Al loro passaggio venivano salutati da una folla di uomini e donne in delirio. Erano gli eroi, i salvatori, vanto e abbaglio di ogni cittadino dell’impero. Mentre cavalcava lo Stregone richiamò gli altri demoni, perché lui era la porta. Gafiquel degli abissi marini, Adkavri delle caverne, Uxod dei cieli, Trixividian dei ghiacci, Matu del fuoco liquido, Irkk dei fulmini, Odasset dei cristalli. I Demoni vennero e spazzarono via il popolo, i soldati e a nulla servirono gli incantesimi dei tre eroi. I Sigilli vennero recuperati e consegnati allo Stregone che aveva evocato i demoni. Da allora quello Stregone è conosciuto col nome di Jakúda, il servo dell’Ombra. Da allora Jakuda è il peggior nemico dell’Impero. E adesso che conoscete la storia, ditemi: che motivo avrei di consegnarvi i sigilli?»

Il fuoco esplose, l’ombra calò, le urla si alzarono e si spensero nel tempo di un battito di ciglia. Si erano sentiti eroi, si erano creduti dalla parte della ragione, pensavano che il cielo li avrebbe protetti, invece… Dall’alto della sua torre Jakúda attende i suoi prossimi nemici. Nessun rancore, solo una missione: tenere al sicuro i Sigilli, anche al costo di rimanere per sempre un reietto. Forse un giorno il mondo sarebbe cambiato. È successo altre volte in passato, e quando questo accade, il ruolo dei giusti si ribalta e la percezione del popolo si dilata. Ma il prezzo del cambiamento è sempre molto alto. “Avrei potuto desiderare di più dalla vita?” pensa il solitario Stregone, perdendosi negli ocra di un tramonto infuocato. “La solitudine è il prezzo della verità” gli sussurra il maestro, prima di scomparire del tutto in una linea di fumo.

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LA RICERCA DEL NULLA (101 Parole)

C’era una volta un uccello che si lamentava della sua gabbia perché era piccola e lui non poteva volare. Un giorno venne liberato e incominciò a lamentarsi del troppo spazio che aveva intorno. C’era una volta un pesce che soffriva perché stava in un acquario. Quando venne liberato ebbe molta paura del mare e volle tornare da dove era venuto. C’era una volta un uomo solo che soffriva perché voleva amare. Quando molte persone s’interessarono a lui l’uomo si stancò di loro e tornò ad essere solo. C’era una volta un dio che vide tutto questo. “Dove ho sbagliato!” pensava.

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PESCAIA SULL'ARNO ('10)

A volte vengo quaggiù, quando le cose non vanno per il verso giusto. Ci arrivo per una stradina che passa sotto la ferrovia, poi attraverso il tennis club, un cancellino di legno e un sentiero che scende giù dall’argine. In estate è molto bello qui, ma dopo le dieci incomincia a fare troppo caldo. Di solito sono qui alle nove, dopo il caffè. Mi fumo una sigaretta, mi siedo sulle rocce e mi perdo nei baluginii del fiume. I riflessi accecanti del sole mi distraggono dai miei guai. Non volevo dimostrare niente a nessuno, mi sono detto, ma mentivo. Ho lavorato quindici anni sottoposto dando sempre il meglio di me, ma se ne sono accorti in pochi. Con la scusa del destino si fanno le scelte più strampalate. Sono i film americani che ci fanno sognare, che ci fanno sentire monchi senza i sogni, ma per ogni sogno realizzato ve ne sono mille che vanno in fumo. Un gioco d’azzardo, ecco che cos’è questa vita… L’azienda è stata il buco nell’acqua più grosso, ma ormai il peggio è passato, sono rimasti solo gli strascichi del fallimento. Anche i creditori se ne stanno facendo una ragione. Mi hanno preso tutto, che non era molto, ma era comunque tutto quello che avevo. Il problema è solo uno:

ripartire. Gli amici mi dicono che sono ancora giovane, ma non è facile a quarantacinque anni e con la crisi in corso. Preferisco venire giù in pescaia che prendere l’autobus per andare all’ufficio di collocamento. Quando sono qui spengo anche il telefonino. Di colpo mi sento irraggiungibile, come un palloncino nel vento. Libero? Si, forse è proprio così che mi sento. L’impatto con la natura ti richiama alla realtà, quella vera, non quella fatta di strade e di palazzi. Non le bollette da pagare, l’assicurazione dell’auto o l’affitto. Quelli sono solo specchietti per le allodole. La realtà è qui, nel gorgoglio di un rigagnolo che si getta nel grande fiume, nello scintillio del dorso di una nutria che appare d’improvviso sulla superficie dell’acqua, nei frinii delle cicale sugli alberi. L’asfalto della città ci nasconde la verità. Ecco perché vengo quaggiù quando le cose

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non vanno per il verso giusto, ma appena la sigaretta finisce mi prende sempre una strana inquietudine. Così mi metto a cercare delle pietre piatte da far rimbalzare sull’acqua. Vado avanti finché ne trovo, poi mi decido a risalire verso casa. L’inganno ha molti veli. Scostare il primo è roba da ragazzi, rimuoverli tutti è il segreto di una vita.

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TERRA ROSSA (101 Parole)

Ho oltrepassato per tre volte consecutive le pieghe del cosmo, ho messo a repentaglio la vita del mio equipaggio, ho esposto la mia nave a rischi che solo un folle avrebbe tentato. Tutto questo per rivedere lei. Può esistere una cosa chiamata amore negli spazi infiniti del periodo della Grande Colonizzazione? Molti credono che sia superfluo, altri che sia completamente inutile. Ma io mi chiedo che senso potrebbe avere la vita senza questa forza suprema che piega gli elementi, distrugge le distanze e distorce il tempo. Dall’oblò riesco a scorgere la terra rossa che ricopre il suo pianeta. Amore, sto arrivando…

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IL CICLO DI UDRIEN ('09)

I) Il Mio Nome è Udrien

La sua spada si chiama Gilda, e può considerarsi un’estensione del suo corpo. Questo è il fine ultimo del guerriero; diventare tutt’uno con la propria arma. Udrien osserva il nemico avvicinarsi, ne studia i movimenti, respira cercando il ritmo. Il ritmo è tutto nella battaglia. Saper seguire il ritmo significa portare la danza della morte, saper anticipare o ritardare il battito significa prendersi un bel vantaggio. Chi è questa volta? Cosa è che si avvicina? A Udrien non interessa. Sa soltanto che quella creatura è sulla sua strada, e niente e nessuno può premettersi di frapporsi tra lui e il suo obbiettivo. Nessun rancore. Nessuna emozione. Solo il freddo e letale acciaio della sua Gilda. L’essere è contorto, bavoso, viscido. Una nefandezza del deserto incontaminato; le terre del disordine. Le sue zampe affondano pesantemente nella sabbia, la sua lingua penzola secernendo un liquido oleoso, probabilmente mortale. Ha una coda lunga e dentata, come quella di un rettile, ma la sua corteccia ricorda quella ispida dei rinoceronti. Eppure è un essere massiccio ma guizzante, il folle incrocio tra un coccodrillo, un verro e una nutria. Le sue proporzioni però sono quelle di un elefante. Rotea gli occhi davanti alla sua perda, un massiccio uomo delle montagne. Udrien è il suo nome, ma questo l’essere non lo saprà mai. L’aria è quella torrida e secca tipica del deserto. La polvere si mischia al sudore. Il sole impietoso continua il suo percorso verso le montagne ad occidente. Udrien è stanco, ma non vuole sentire la stanchezza. Non ascolta il suo corpo. Adesso incomincia il ritmo… La creatura guizza spalancando le sue fauci di ratto. Usa la coda per darsi lo slancio. Le sue zampe sono corte ma ben artigliate. Un uomo comune non sarebbe sopravvissuto a quell’attacco improvviso, ma Udrien sta già danzando, anche se è rimasto immobile fino a quel

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momento. Il guerriero segue la scia della belva, ruota il corpo, scarta di lato e riprende posizione. Può tentare un colpo al fianco, ma preferisce non rischiare per adesso. La canzone è solo all’inizio. Di nuovo faccia a faccia. Guardare il muso di quella belva è quasi una sofferenza, ma negli occhi risiede l’intento. Anche le creature più stupide nascondono qualcosa nello sguardo. Udrien appoggia il peso del suo corpo su una gamba. È pronto ad attaccare per primo. La bestia fa un passo indietro. Forse è infastidita. Forse per la prima volta conosce qualcosa che si chiama paura. La paura è sorella e puttana. Questo usa dire Udrien ai suoi commilitoni, nelle serate balorde alla taverna del drago. Non ci si può fidare della paura, ma a volte è proprio lei che ti salva la pelle. E come una sorella ti rimane accanto anche se non la vuoi. E come una puttana, ti chiede il prezzo quando meno te lo aspetti. Il colpo è una finta, un battito sincopato nel ritmo. La bestia ci crede, scarta e rilancia dall’altro lato. Mossa azzardata. Udrien l’aspetta al varco, ruota la lama, sente la dura pellaccia resistere al filo, imprime più forza e finalmente un fiotto di sangue scuro sprizza nell’aria polverosa. Nel silenzio asfissiante del deserto, rotto solo dai movimenti dei due contendenti, un urlo straziante si alza nel cielo. La bestia è ferita, e adesso è cento volte più pericolosa. Udrien questo lo sa bene, ma non può evitarlo. La creatura è troppo grossa per poter essere uccisa con un solo colpo. Quello è il momento della svolta, la melodia che si velocizza, il ritmo che tormenta. Ma se fosse riuscito ad infierire un altro colpo, la creatura avrebbe smesso di crederci. Avrebbe sentito il morso della paura, quello vero, quello che non ti lascia scampo. Il guerriero deve continuare a danzare leggiadro. Anche se ha il vantaggio non deve infierire. La fretta è la più grande nemica. Indietreggia con agili passi mentre la belva si muove nervosa verso di lui. Un affondo, un altro affondo, zampe, artigli, fauci bavose. “La senti la canzone?” domanda Udrien al suo antagonista. Ma lui non può capire, è ferito, è arrabbiato, e poi deve fare i conti con quella strana sensazione… La stanchezza affiora. Un’intera giornata di marcia attraverso il deserto

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è tutta nelle sue gambe, e sono loro la chiave di un buon combattimento. Sente che la danza non può proseguire per molto a quel ritmo. Sente che la fretta, come la paura, può essere puttana e sorella. Sente che ha un solo colpo a disposizione, e deve essere quello giusto. La belva ha riacquistato fiducia. Non pensa alla ferita, non pensa alla morte, pensa solo allo stomaco che le impone di andare avanti, un pasto dopo l’altro. Nessun ideale, nessun motivo onorevole, o forse si. Cibo, ecco quello che siamo. Guerrieri e bestie. Il sole si tinge di arancione. I picchi delle montagne gli sono poco più sotto e il disco si prepara ad affogare dietro quella dentatura. Presto sul deserto cadrà l’oscurità, e forse creature ancora più pericolose lasceranno le loro tane. Un altro buon motivo per non denigrare la fretta. Le zanne si fanno più vicine, il miasma dalla sua bocca diventa insopportabile, le gambe incominciano a tremare. Per quanto tempo Udrien riuscirà ancora a sopportare un simile sforzo? Continua a retrocedere, un passo dopo l’altro, ma sta perdendo centimetri. La creatura è su di lui. La canzone è un rullio di tamburi e un apoteosi di corni. Ma nel momento chiave, una singola nota può decidere la grandezza della sinfonia. Udrien affonda. Non porta il suo attacco come un selvaggio barbaro del nord, ma come il direttore di una grande orchestra. Il bersaglio è ovviamente il cuore. La punta di Gilda penetra con facilità, strappando la carne, spaccando la costola, immergendosi senza pietà dentro al muscolo pulsante. La creatura si accascia nella polvere del deserto, geme, rantola, si dimena. È il triste finale della canzone. Allora Udrien le si avvicina, poggia il piede sul suo grugno mostruoso e alza la spada in segno di vittoria. Poi le sussurra: “Povera bestia, non sapevi chi ti stava davanti. Il mio nome è Udrien!”

II) Lamia

Udrien mosse un passo dentro il sepolcro e capì in quell’istante che aveva appena commesso un errore. Ma l’orgoglio parlò e fece tacere il buon senso. O forse era la curiosità, quella spinta che ispira ogni vero

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uomo. La scoperta, il mistero, il segreto; queste sono le ragioni di una vita randagia, senza un domani, senza una casa che possa dirsi tale. Solo la strada davanti ai tuoi piedi, ed il vento, a volte impietoso e gelido, portatore di pioggia, altre volte così caldo da toglierti il respiro. Perché Udrien era figlio di Guman, il dio del vento appunto, e la sua prima legge era quella di non tornare mai indietro. L’oscurità divenne qualcosa di denso e appiccicoso. Udrien non osò dipanarla, per paura che gli abitatori dell’antro si accorgessero della sua intrusione. Procedette adagio, attingendo informazioni dai sensi che molti uomini avevano perduto. Ma Udrien non era un uomo come gli altri. Nel sepolcro era nascosto lo Scettro di Fride, un amuleto capace di piegare le leggi dell’universo. Ma Udrien non cercava conquiste più grandi della sua mente. Era lì per una scommessa di taverna, fatta in una serata goliardica insieme ai soliti avventori. Avrebbe recuperato lo scettro per dimostrare a quei balordi chi era Udrien, poi l’avrebbe distrutto, perché a lui non piacevano gli affari dei maghi, e gli oggetti troppo potenti diventavano automaticamente pericolosi. La cripta si ergeva su una collina, a due ore di cammino dal villaggio più vicino. Da tempi immemori gli abitanti di quei luoghi raccontavano di una creatura malefica che si aggirava nell’ombra. I paesi contavano troppi vecchi e troppi pochi bambini. Vi erano bestie selvagge nella foresta, ma non facevano distinzione tra adulti ed infanti. La ragione delle molte sparizioni si nascondeva in quel sepolcro. Udrien contava i passi, ricreava le distanze nella sua testa, annusava l’aria e ascoltava i rumori delle ombre. Gilda, la sua fedele spada, fremeva nella mano. Mentre il corridoio in cui era penetrato discendeva lentamente nelle viscere della collina, il fetore aumentava, un miasma di putrescenza antica, pregno di una contaminazione di magia nera. Qualcosa di morto ed eterno abitava quell’antro, un’entità che un semplice colpo di spada non sarebbe riuscito ad uccidere. Percepì, oltre l’oscurità soffocante, l’allargamento della cavità. Il corridoio terminava in un’ampia stanza e l’odore di morte era diventato ancora più penetrante. Adesso aveva bisogno di chiedere aiuto ai suoi occhi, non poteva permettersi di attendere un secondo di più. La

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rapidità, in situazioni simili, era cruciale. Ma un attimo prima di richiamare l’incantesimo di luce legato alla sua spada, un globo dorato si accese nel mezzo della stanza. Incastonata al centro di una grande pietra piana, che non poteva essere altro che una tomba, la sfera di luce rivelò alcuni misteri del sepolcro. Un’ampia stanza circolare a forma di cupola, completamente spoglia se non per il feretro adagiato nel mezzo e alcune pregiate suppellettili posate sul pavimento. E poi c’era lei, una bellezza aliena, sensuale come le principesse delle isole equatoriali, prosperosa come le comari che portano l’acqua ai villaggi, intensa come le amazzoni del nord e pericolosa come i draghi del grande deserto. Seduta sulla fredda pietra, vestita solo di monili che riuscivano a coprire a malapena le parti intime, guardava il guerriero curioso, il topolino con cui il gatto ama divertirsi prima del pasto. Nonostante ogni centimetro del suo corpo lo avvertisse del pericolo che si celava dietro gli occhi di ghiaccio di quella creatura, Udrien si mosse verso di lei non come un guerriero ma come una preda desiderosa di venire divorata. Abbassò la lama, alzò il volto, sporse il petto in avanti. Lei rimase immobile, sorridente, pronta ad accoglierlo. «Un guerriero senza paura che finalmente viene a soddisfare le mie voglie…» sussurrò la donna, allargando sensualmente le gambe. Il globo di luce nascondeva la promessa del piacere più grande. Udrien, a un passo da lei, si arrese all’invito. Poggiò la lama sulla pietra del feretro e si chinò per baciare quella bocca carnosa. Sentì la fredda pelle di quella creatura che non poteva dirsi umana, ma non ci badò, rapito com’era dall’incantesimo del desiderio. La massa di muscoli ramati dell’uomo si adagiò sulle rotondità candide della donna, toccando, esplorando, cercando ed avvicinandosi alla congiunzione. Lei lo cinse con le gambe mentre lui entrava, inarcò la schiena mostrando i canini allungati, ma lui aveva gli occhi chiusi e non se ne avvide. Sentì invece il calore pervadergli il sesso, nonostante il gelido invito. Cercarono insieme il movimento, alternando i gemiti, dondolandosi insieme sull’altalena del piacere. Sempre più veloce, sempre più in alto, sempre più in profondità. La donna urlò artigliando la schiena del guerriero. Lui ignorò il dolore e continuò la sua scalata, ormai in

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prossimità della vetta. La creatura lo lasciò andare avanti, grata del dono ricevuto. Era pronta a concedere anche a lui il piacere supremo, prima di togliergli la vita. Udrien sprofondò in un bagno di tenebra dolce. Aprì gli occhi e vide qualcosa muoversi nelle ombre che il globo di luce non riusciva a dipanare, i margini della stanza a forma di cupola. Bambini, alcuni appena neonati, dalle vesti lacere e dagli occhi infuocati, strisciavano verso di lui mostrando file di denti innaturalmente allungati. «Venite miei piccoli. Venite a mangiare!» disse la donna, cercando poi la gola del guerriero. Udrien scattò in piedi come un felino. Cercò la spada, ma lei gliela scalciò via, e poi gli fu addosso. Il guerriero non attinge forza solo dai suoi muscoli. Riuscire a richiamare e controllare il flusso adrenalinico può permettere ad un uomo di moltiplicare la sua potenza. La creatura era un vampiro, ormai il mistero era svelato, e Udrien non poteva permettersi di affrontare un essere del genere a mani nude. Sapeva di avere solo una possibilità. Afferrò la donna e la scaraventò dalla parte opposta della cupola. Poi, un attimo prima che la sua progenie dannata si avventasse su di lui, riuscì a recuperare Gilda, e a recidere la testa di un neonato dalle zanne di lupo. La vampira, conscia di avere sprecato il vantaggio, divenne rabbiosa. Si lanciò addosso alla sua preda, certa che fosse ancora disarmata. Udrien alzò la punta della sua spada in traiettoria del cuore. Un secondo urlo, questa volta di dolore, si alzò dalla collina maledetta. La donna bellissima, che aveva cercato ed elargito piacere con l’arte di un’esperta meretrice, si dimenava adesso con una spada infilzata nel petto. Udrien sapeva che non sarebbe bastato ad ucciderla. Sfilò con maestria la lama dal corpo della donna, e con un colpo preciso le recise la testa, che rotolò sul pavimento con un rumore sordo. Allora il corpo del mostro cambiò improvvisamente colore. Da candido divenne scuro, la pelle raggrinzì rapidamente e un attimo dopo della donna non rimase che una manciata di cenere. La stessa fine toccò alla progenie di piccoli mostri, i bimbi rapiti ai villaggi vicini. Dentro la tomba Udrien recuperò lo scettro, e la sera dopo, mostrandolo agli amici di taverna, si compiacque di aver vinto la scommessa. Bevve

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a spese dei suoi compagni, e a fine serata crollò sotto il tavolo completamente ubriaco. Nella taverna c’era un mago di nome Vasilios che non perse mai d’occhio l’oggetto, e appena ne ebbe l’occasione lo afferrò dileguandosi poi nella notte. Ma di come Udrien riuscì a recuperarlo, in questa storia non viene detto.

III) Evocazioni Perverse

Gridia era una di quelle città tagliate fuori dalle grandi strade mercantili dell’Impero, sorta secoli fa in un territorio aspro, appollaiata alle rocce come un falco di montagna. Era il luogo ideale per portare avanti subdoli giochi di potere, lontano dagli occhi indiscreti della Guardia Reale. Sulle case e i palazzi decadenti dominava la cupola della chiesa, l’occhio vigile che tutto vede e tutto giudica. Il vescovo Callalni e suoi due vicari erano diventati col tempo gli uomini più importanti della città, e la delegazione dell’esercito dell’Impero sul posto rispondeva ai loro ordini. Udrien, appena mosse un passo oltre le mura di città, avvertì subito nell’aria quell’oppressione tipica di quei luoghi in cui la chiesa ostenta il suo dominio. Storse la bocca quando, entrando nella piazza principale, che si apriva proprio davanti alla cattedrale, rinvenì le tracce di un rogo recente. Bruciare le streghe era una delle pratiche preferite dei preti. Entrò in una locanda e ordinò dello stufato e della birra. Gli avventori erano pochi e se ne stavano in disparte, ma si sentì i loro sguardi addosso. Non poteva certo pretendere di passare inosservato, con la montagna di muscoli che si portava dietro e che non si vergognava ad esibire, e la sua vistosa spada che lui chiamava Gilda. Ci era abituato e li ignorò, prendendo posto vicino a una finestra e osservando le incombenti vetrate della chiesa, che nelle ombre del vespro baluginavano dei riflessi delle candele. Qualcosa nel profondo gli sussurrava che un male ancora più grande del dogma religioso aveva messo radici nella città di Gridia.

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Mangiò e bevve, ma non osò andare oltre i limiti. Aveva intenzione di lasciare quel posto all’indomani, e mettere più strada possibile tra lui e i misfatti che vi consumavano. Chiese una stanza e si ritirò, ma il fato volle che la finestra della sua camera desse proprio sulla facciata della chiesa. Rimase ad osservarla tra le ombre della notte. Quando la città, già di per se silenziosa, sprofondò nella quiete notturna, Udrien avvertì la cantilena. Ne conosceva il timbro, anche se ignorava il significato delle parole. Quello non era un canto religioso, ma il rituale di un’evocazione blasfema. Non riusciva a prendere sonno. La nenia era appena percettibile, ma s’insinuava nell’anima, evocando strani incubi. A Udrien non piaceva essere disturbato. Afferrò Gilda e uscì fuori dalla taverna, puntando direttamente verso l’ingresso della cattedrale. Spinse con forza e quando la massiccia porta si mosse sui cardini rimase sorpreso. Probabilmente i cittadini temevano a tal punto quel luogo, che i preti non si preoccupavano di chiuderlo a chiave neanche la notte. La navata centrale era disseminata di ombre, ma i sensi di Udrien lo avvertirono che nessuno lo stava spiando. Attraversò ad ampie falcate il locale fino alle porte che si aprivano sul retro. La litania continuava e sembrava provenire dalle catacombe. Scostò l’uscio di una porticina che si apriva su un balcone di pietra e delle scale a chiocciola che sprofondavano nell’oscurità. C’era profumo d’incenso nell’aria, ma non quello che usavano i preti durante i sermoni. Aveva un odore stucchevole, stranamente esotico. Udrien arricciò il naso e proseguì, permettendo all’oscurità di ingoiarlo. Il guerriero poteva muoversi al buio come un gatto, attingendo ai sensi dimenticati, quelli sotto pelle, quelli che un vero uomo d'armi ha bisogno di conoscere se vuole rimanere vivo. La scala contava ventitré gradini. Toccato il fondo Udrien scorse i contorni di una porta, oltre la quale bruciava una luce calda, forse una torcia. Il canto adesso era distinguibile in tutto il suo orrore: era il richiamo di un demone. Il guerriero ne aveva uditi di simili, nei suoi pellegrinaggi attraverso le terre di confine, luoghi impervi in cui abitavano culture molte più antiche di quelle dell’impero. Nel momento in cui appoggiò la mano sulla maniglia, il canto si interruppe e il pavimento tremò. Udrien capì allora che l’invocazione

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era stata portata a termine, e qualcuno o qualcosa aveva attraversato il drappo tra i mondi, per giungere al cospetto dell’evocatore. Aprì piano la porta e si catapultò con la leggiadria di un felino dentro un corridoio appena illuminato. La luce proveniva dalla stanza che si apriva dopo pochi passi. Udrien vi sbirciò all’interno, appiattendosi al muro del corridoio, e quello che vide lo tormentò per molte notti. Tre uomini seduti su alti scranni, nudi e glabri, osservavano la scena che si teneva sulla fredda pietra del pavimento, dentro cerchi e simboli di gesso dai misteriosi significati. Nei loro occhi si rifletteva la luce rossa di due enormi bracieri che bruciavano ai lati della stanza. Era da lì che s’innalzava il profumo d’incenso. Tutti e tre gli uomini erano intenti a darsi piacere solleticando i loro i membri, ispirati dalla visione che avevano appena evocato. Una fanciulla di rara bellezza giaceva riversa sul pavimento, e un essere contorto e peloso, dalla forma vagamente umanoide ma con la testa sproporzionata e una gobba gigantesca sulla schiena, le stava sopra. Udrien poté vederne il pene, enorme e rosso, che si apprestava a dilaniare la povera vittima. La ragazza era viva e cosciente, ma incapace di emettere grida, forse incantata da strani sortilegi, oppure troppo terrorizzata per ricordarsi di possedere una voce. Era questa la follia che si nascondeva dietro le mura di Gridia. Preti perversi che avevano stipulato patti coi demoni, rituali erotici sotto la cattedrale, e sacrifici pubblici per terrorizzare i cittadini. Quante città erano vittime delle superstizioni e della bramosia di potere dei religiosi? Quante persone pagavano il prezzo della loro ignoranza? Udrien sentì la furia crescere come un fiume in piena, la lasciò defluire nei sui muscoli e poi abbandonò il suo nascondiglio, scagliandosi con la spada alzata incontro a quello scenario di follia. Prima che i preti realizzassero quello stava succedendo, il guerriero riuscì ad afferrare il braccio della fanciulla e a trascinarla fuori dal cerchio di protezione. Il demone era prigioniero dei simboli di gesso, e non gli era permesso di attraversarli. Poi si mosse verso gli scranni. Recise la testa di un prete mentre questi provava ad alzarsi, trafisse il secondo alla schiena, mentre cercava di scappare, e il terzo, immobile e stupefatto, era invece rimasto seduto,

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col pene gonfio e gli occhi sbarrati. Udrien lo sollevò con una sola mano e lo scagliò dentro il cerchio del demone. Fu allora che incominciarono le urla, ma prima che le guardie trovassero il coraggio di investigare, Udrien era già lontano. La ragazza aveva insistito per andare via con lui, e così erano scappati nella notte, mentre le urla del prete sfumavano tra le ombre, e le luci di Gridia si perdevano nella distanza. Camminarono fino al mattino e da un’altura videro l’alba, fulgida e bellissima. Lui guardò lei e si perse per un attimo nei suoi occhi. «Dove vuoi andare?» le chiese. «Lontano…» sussurrò lei. E da quel giorno non si fermarono più.

IV) Le Sette Regine

«Guerriero, perché ti interessano le terre del sud?» «Non ho alcun interesse per quelle terre. Ho solo bisogno di rimanermene lontano dall’impero per un po’…» E così il capitano del Migrante, una nave mercantile che trasportava metalli e altre materie prime, invitò a bordo lo straniero e la sua spada. Si chiamava Udrien, e il suo nome precedeva già la leggenda. Un guerriero rispettato, un guerriero temuto, e forse, per qualcuno, un guerriero scomodo. Ma le dodici corone d’oro pagate in anticipo avrebbero convinto qualsiasi marinaio. Udrien era ricercato dalla guardia reale perché accusato di omicidio. La vittima era il figlio di un barone, un personaggio meschino di cui non si sarebbe certo sentita la mancanza. Ma sebbene la vittima avesse infangato il nome della sua casata con le sue malefatte, e la sua prematura dipartita avesse risolto molti inconvenienti, il delitto rimaneva e Udrien, quale principale indiziato, doveva essere portato a giudizio. Il Migrante modificò lievemente la sua rotta, per evitare spiacevoli incontri con la flotta dell’impero. Dopo una settimana di viaggio furono avvistate le coste del continente meridionale, di cui si conosceva poco o nulla. L’impero aveva i suoi avamposti lungo la costa, ma nessuna guarnigione si era spinta verso l’entroterra. Erano territori selvaggi,

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abitati da popoli ostili e superstiziosi, e poi si aggiravano delle strane bestie, felini giganti e serpenti letali. Udrien salutò con un cenno il capitano e il resto dell’equipaggio e lasciò il porto. I cavalli erano rari in quelle zone, la gente preferiva muoversi con i cammelli, ma Udrien non volle rinunciare a una buona cavalcatura, e pagò altre dieci corone per un cavallo che nella sua terra non sarebbe costato più di due pezzi d’oro. Prima che la voce del suo arrivo potesse arrivare alle orecchie delle guardie dell’avamposto, Udrien era già lontano. Oltrepassò montagne di roccia rossa e sabbia, costeggiò per due giorni quello che secondo le leggende doveva essere il Grande Deserto Equatoriale, e infine spinse al galoppo il suo cavallo attraverso la sterminata savana, sulla quale poté avvistare i grandi felini muoversi a piccoli branchi; leoni e giaguari. Oltre la piana si apriva la giungla, una foresta incontaminata in cui si diceva vivesse il popolo più antico del mondo, i Léonidi, i figli del leone. La fuga si era trasformata in esplorazione. Udrien adesso non cercava solamente un luogo in cui il braccio dell’impero non lo avrebbe raggiunto. Voleva soddisfare la curiosità di ogni uomo del nord, accertare l’esistenza della città d’oro e delle sette regine immortali. La storia veniva raccontata da secoli, forse addirittura da millenni, e più antica è la leggenda più incredibile diventa, perché nel tramandarla i menestrelli la colorano sempre di nuovi particolari. Le regine erano donne troppo belle per poterle contemplare senza impazzire, e per questo motivo indossavano sempre delle maschere. Mangiavano gli uomini e dimoravano in un palazzo d’oro e madreperla, che si ergeva in tutto il suo splendore sopra la città. Il cannibalismo era una delle pratiche che permetteva loro di vivere in eterno, insieme ad altre assurde stregonerie. Il loro popolo le temeva e venerava, e gli uomini facevano a gara per diventare il loro pasto. Perché si diceva che prima di mangiarlo, l’uomo veniva introdotto nella stanza del piacere, e le sette regine si toglievano le maschere e facevano all’amore con lui, tutte insieme. Al mattino l’uomo veniva trovato privo di vita ma con un’espressione beata sul volto. Poi veniva cucinato e mangiato. Udrien non sapeva se credere oppure no a questa leggenda. Sicuramente un filo di verità doveva esserci, come con tutte le storie. La città d’oro e

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le sette regine… Fantasticava la mente del guerriero, mentre procedeva lentamente attraverso la vegetazione. Presto si rese conto che non sarebbe stato più possibile continuare a cavallo. La giungla diventava pian piano più intricata e non vi erano sentieri da seguire. Dette una pacca sul collo dell’animale e lo lasciò libero di tornare indietro. Forse sarebbe diventato il pasto di una famiglia di felini, ma quella era la vita. Un giorno si mangia, il giorno dopo si è mangiati… Continuò da solo, aprendosi la strada a colpi di spada. Dovette accamparsi per la notte, ma preferì dormire su uno dei rari alberi ad alto fusto che riuscì a incontrare, relativamente distante dai predatori notturni ed dagli insetti velenosi. Al mattino seguì una dieta di bacche e liquore di radici, un estratto che si era portato dietro dal suo paese. Due sorsi di quell’essenza valevano un pasto completo. Riprese il cammino annusando l’aria e prevedendo la tempesta. La pioggia infatti non tardò ad arrivare, una doccia calda ed insistente tipica delle zone equatoriali. La vista di Udrien non riusciva a protrarsi più di una decina di passi, ma il suo senso dell’orientamento altamente sviluppato lo tenne sulla giusta strada. La direzione era sempre quella: l’estremo sud. La pioggia continuò per tutto il giorno e il guerriero temette di essersi imbattuto in una di quelle perturbazioni tipiche di quei luoghi, eventi climatici che potevano durare per mesi. Invece un vento nuovo spazzò via le nubi quando il sole stava quasi per spegnersi all’orizzonte. Udrien si arrampicò su un albero per vedere finalmente dove si trovava e la visione che gli si presentò davanti agli occhi lo lasciò esterrefatto. Nel riverbero rossiccio del tramonto, vide ergersi in mezzo a quello sconfinato mare di vegetazione la città d’oro, una cupola di edifici a vetri e a specchi, ampie terrazze fiorite e strade illuminate da globi di luce, cento, mille, diecimila costruzioni di pietra finemente lavorata e ricoperta di uno strato di vernice dorata. La stessa procedura era stata riserbata alle tegole dei tetti, cosicché pareva che l’intera città rilucesse del metallo più prezioso. Nel mezzo, su un promontorio verde circondato da alberi dalla folta chioma, si ergeva un palazzo con sette torri, anche questo completamente ricoperto d’oro, ma adornato da elaborate venature di madreperla, una visione che lasciò il guerriero senza fiato.

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Poco più tardi Udrien uscì dalla foresta e incontrò una delle strade che portavano alle porte della città. Il sole era già tramontato e non incontrò nessuno lungo il percorso. Solo le enormi statue di due leoni sorvegliavano l’ingresso alla città dorata, effigi inanimate ma assolutamente inquietanti. Lo stesso Udrien dovette fermarsi e prendere coraggio per passarvi nel mezzo. Anche questi erano ricoperti d’oro e avevano due rubini per occhi. Entrò nella prima taverna che incontrò, e appena mise piede oltre la soglia si sentì gli occhi di tutti gli avventori addosso. Il motivo era facile da indovinare; aveva la pelle chiara, mentre i Leonídi erano scuri come l’ebano, e alti in media un palmo più di lui. Udrien non si lasciò intimorire e sedette su uno sgabello davanti al bancone. La locanda sarebbe stata considerata un luogo lussuoso nelle sue terre, ma qualcosa gli diceva che nella città dorata era solo una taverna come le altre. Non conoscendo la lingua fece un gesto all’oste che capì al volo e gli servì un boccale di birra scura, calda e dolciastra. Udrien la trovò insolita ma buona. Ne bevve tre e finalmente avvertì il tiepido conforto della mente sul corpo. Incominciò a sentirsi a suo agio ma non aveva voglia di ubriacarsi. Posò sul bancone una sacchetto di monete che l’oste, nonostante non riconoscesse il conio, fece scomparire velocemente in un cassetto. Poi gli consegno la chiave di una stanza. Il guerriero si concesse un’ultima bevuta e infine si ritirò. La mattina dopo Udrien girò per le strade della Città Dorata, che i Leonídi chiamavano Camarvilia, e non passò certo inosservato. Raggiunse la grande piazza del mercato e vide un corteo di gente che si muoveva verso il palazzo centrale. Si unì alla folla e ben presto scoprì che era in corso un torneo. La gente si riversava sulle gradinate di un anfiteatro e sotto di questa, su un ovale di terra rossa, dieci guerrieri erano pronti a combattersi fino alla morte. Il premio più ambito era l’accesso alla stanza del piacere. E allora Udrien le vide e capì che la leggenda delle regine nascondeva più di un pizzico di verità. Sedute su dei troni sporgenti dalla gradinata opposta, sette donne vestite di veli e piume attendevano l’uomo che sarebbe diventato per una notte il loro amante, e per molti giorni la loro principale portata. Indossavano delle maschere che conferivano loro dei

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musi felini; una tigre, un giaguaro, una leonessa, una pantera, un ghepardo, una lince e un puma. L’anfiteatro era ghermito, la gente brulicava dappertutto, ma un corno si levò forte nel cielo, e allora tutti si quietarono e rivolsero lo sguardo alle sette regine. Insieme diecimila persone salutarono le donne immortali. Il modo in cui questo rituale avvenne lasciò Udrein sbalordito. Il guerriero sedeva davanti ai troni, dalla parte opposta dell’anfiteatro. Nell’arena incominciarono i combattimenti, ma lui non perse mai d’occhio le regine, che rimanevano immobili ed imperscrutabili dietro le loro maschere. Uno ad uno i guerrieri caddero, mischiando il loro sangue alla terra rossa. Un uomo alto con un elmo di bronzo ed una ascia bipenne uscì vincitore. Muscoli lucidi risaltavano sotto l’armatura, nell’accecante bagliore del pomeriggio equatoriale. Mosse ampi passi verso il centro dell’arena e, inginocchiandosi davanti ai troni, reclamò il suo premio. Ma in quell’istante Udrien si alzò, e nessuno dei diecimila poté fare a meno di notarlo. Nell’anfiteatro era sceso il silenzio. Con un balzo scavalcò la fila di spettatori che gli sedevano di fronte e atterrò agilmente sulla terra rossa dell’arena. Sfoderando la spada che lui chiamava Gilda, andò incontro al vincitore del torneo, che lo superava di almeno due palmi in altezza. L’iniziativa del guerriero dalla pelle bianca non era prevista dal regolamento del torneo, ma l’occasione era troppo unica per interrompere il corso degli eventi. Le regine parlarono insieme. Udrien non poteva capirne la lingua, ma intuì il significato delle loro parole, perché il guerriero dall’elmo di bronzo si voltò verso di lui e alzò l’ascia, pronto a combattere. Le incitazioni del pubblico s’innalzarono dagli spalti, mentre i due combattenti si avvicinavano al centro dell’arena. Saper leggere lo sguardo dell’avversario significava conoscere in anticipo le sue intenzioni. I Leonídi erano una cultura antica e molto diversa da quella dalla quale proveniva Udrien, ma esistevano anche i linguaggi universali, quelli del corpo e degli occhi. Il guerriero dalla pelle bianca attese impassibile, la spada salda tra le mani, la testa alta, le gambe in posizione di slancio. Fu il campione a muoversi per primo, descrivendo un semicerchio mortale con la sua lama bipenne. Udrien aspettò fino all’ultimo prima di scattare, ma non ripiegò indietro. Portò un affondo

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improvviso, agile , rapido e letale. Il pubblico ammutolì. Il volto del guerriero dalla pelle d’ebano divenne una maschera di terrore. Gilda era penetrata in tutta la sua estensione attraverso l’addome del campione, che si sentì velocemente svuotare delle forze. Lasciò andare l’ascia, cadde in ginocchio e infine sprofondò nella terra rossa, emettendo l’ultimo respiro. Nell’asfissiante calura del meriggio, uno straniero dalla pelle bianca andò a reclamare il suo tributo. Il pubblico tacque fino al momento in cui le guardie delle regine entrarono nell’arena per scortare il nuovo vincitore al palazzo dorato. In quel silenzio imbarazzante, Udrien non abbassò mai la guardia, consapevole di avere leso l’orgoglio di un intero popolo. Ma per quanto lo potessero odiare, la sua vita apparteneva adesso alle sette regine. Venne condotto attraverso un corridoio sotterraneo che dall’anfiteatro arrivava direttamente al palazzo reale. Sette ancelle lo lavarono, lo spalmarono di creme profumate e lo vestirono con una tunica bianca e dei sandali. Fu costretto a lasciare la sua spada alle guardie che non lo persero di vista un istante, e questo lo turbò molto. Ma presto la sua curiosità sarebbe stata colmata. Avrebbe visto in faccia le signore della città dorata, avrebbe fatto parte della leggenda. Uno straniero nella stanza del piacere. Udrien viveva per le emozioni forti, sempre sull’orlo del baratro, perché solo se il rischio era alto valeva la pena di stare al gioco. La prospettiva d’impazzire davanti alla visione delle principesse non lo preoccupava minimamente. Se quella doveva essere la sua fine, allora ne sarebbe valsa sicuramente la pena. Le ancelle insieme a due guardie lo accompagnarono davanti a una porta di legno massiccio, finemente lavorato. Rimasero tutti quanti a debita distanza dalla maniglia. Uno dei due uomini fece cenno al guerriero di proseguire da solo. Udrien non ebbe bisogno di essere pregato ulteriormente. Afferrò la maniglia e sparì all’interno della stanza. La luce era quasi accecante. Una grande vetrata si apriva per almeno venti metri su un intero lato della stanza, e oltre questa vi era una terrazza semicircolare che dava sulla città, e vi erano piante e fiori e una fontana che zampillava allegra. La stanza invece era occupata per la

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maggior parte da una vasca d’acqua cristallina, alimentata da dei rubinetti dorati che gorgogliavano nel silenzio del caldo pomeriggio. Davanti alla vasca vi era un letto a baldacchino, il più grande che Udrien avesse mai visto, costruito in ferro battuto e placcato d’oro. Misurava almeno cinque metri in larghezza, ed era rivestito di sete dai colori sgargianti, e disseminato da decine di morbidi cuscini. Arazzi raffiguranti scene di caccia sfuggenti si muovevano appena accarezzati dalle brezze leggere. Il guerriero non si lasciò intimidire dallo scenario. Sapeva perfettamente quale sarebbe stato il suo compito, e il suo destino. Rimosse la tunica e la gettò in un angolo. Il suo corpo nudo, i suo muscoli scintillanti di creme, la sua lunga chioma corvina, si immersero delicatamente nella vasca. L’acqua era tiepida e profumata. Rimase in attesa, contemplando i riverberi dorati delle suppellettili e dei mobili che adornavano la stanza. Entrarono insieme, tutte e sette, ancora adorne di veli e con le maschere ai volti. Si disposero davanti a lui lungo il bordo della vasca. Udrien le aspettava nell’acqua. Con un gesto abile e delicato rimossero le vesti, che si afflosciarono ai loro piedi. Sette corpi femminei turgidi ed abbronzati, dalle linee perfette. Seni ritti e pieni come pomi, ampi e sensuali fianchi nel mezzo ai quali spuntavano piccoli ciuffi scuri, invitanti, dolci e precisi. Con gesti congiunti si mossero verso di lui, scendendo gli scalini della vasca. Quei corpi meravigliosi ed immortali si immersero lentamente nell’acqua, e in quel momento Udrien afferrò il senso della leggenda. La visione di quella bellezza era talmente sconvolgente che una volta raggiunta, nessun uomo sarebbe mai riuscito a farne a meno. Gli si fecero incontro, lo accerchiarono, allungarono una mano verso di lui, mentre l’altra la portarono dietro la testa, afferrarono il laccio che teneva legata la maschera e lo sfilarono lentamente, rivelando i loro visi. Udrien trattenne un grido. Il cuore gli balzò nel petto e accelerò in una corsa sfrenata. Era sicuro che gli si sarebbe spaccato in due. Lui che aveva affrontato demoni, draghi e creature né vive né morte senza mai abbandonarsi alle debolezze della mente, rimase vittima del tumulto emotivo. Restò immobile al centro della vasca, gli occhi sgranati incapaci di lasciare la presa, catturati da quei volti perfetti ma in

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maniera aliena. Afferrò un respiro e vi si aggrappò. Poi incominciarono le carezze, i baci e tutto il resto. “Udrien, sappi che incontrerai nemici che eluderanno la tua spada e i tuoi muscoli. Stregoni, fattucchiere e creature dannate, ma non solo. Esistono divinità che camminano sulla terra, e alcune di queste sono maliziose e adorano baloccarsi con gli umani. Se avrai la sfortuna, o la fortuna, d’imbatterti in alcune di loro, avrai solo una possibilità per salvarti. Per questo motivo hai bisogno di conoscere le arti della mente. La mente è come un palazzo pieno di stanze. Quando queste creature vorranno giocare con te, devi fare in modo di chiudere a chiave la maggior parte di queste stanze, e farle entrare solamente in una di queste. Poi la chiuderai a chiave per sempre, e te ne terrai alla larga, se non vuoi che il veleno in essa confinato si riversi dappertutto…” Udrien ricordò le parole di Walkor, padre e maestro. Ogni arte di sopravvivenza che conosceva la doveva a lui. Non bastò una sola stanza per confinare il fascino incantatore delle regine della città d’oro. Ce ne vollero sette, una per ogni volto, e dopo quell’esperienza rimase ben poco del vecchio Udrien. Le amò con il corpo più volte, ma le confinò lontano nella mente, e quando tutte furono sazie, lui le lasciò dormienti nel grande letto. Uscì dalla stanza e ritrovò la sua Gilda, forse l’unica compagna che gli sarebbe per sempre rimasta al fianco. Uccise tre guardie prima di riuscire a conquistare l’uscita del palazzo, e meno di un’ora più tardi era già lontano, ingoiato dal groviglio della giungla. Sarebbe andato ancora verso sud. Avrebbe svelato nuovi miti. Perché il suo nome era Udrien, e nella sua lingua significava “forgiatore di leggende”.

V) Yurika (101 Parole)

Yurika descrisse un segno nell’aria con le sue unghie smaltate. Era un incantesimo nuovo… Io la guardavo, incapace di muovere un dito, consapevole di essere sul punto di patire le sofferenze più orribili.

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«Lo sai amore che alla fine mi dirai ciò che voglio sapere…» sussurrò lei. Io riuscii a risponderle semplicemente che era bellissima. Mi regalò un sorriso, prima di scaraventarmi addosso gli incubi. Fu la sua crudeltà a tradirla. Provò su di me gli incantesimi proibiti, quelli che estirpano l’anima e deturpano la mente. L’ultimo le fu fatale. Crollò con l’orrore negl’occhi davanti al palo a cui ero legato.

dalle “Memorie di Udrien, il forgiatore di leggende”

VI) Il Guerriero Dormiente

Di notte, appena chiudo gli occhi, odo le urla della mia prima battaglia. In bocca mi torna il sapore della sabbia insanguinata, la pelle vibra al ricordo delle energie sprigionate dagli stregoni di entrambi gli schieramenti, e un’ombra si adagia sul mio cuore. Avevo solo sedici anni ed era la prima volta che impugnavo una spada. Tre cavalieri arrivarono al villaggio in cui abitava la mia famiglia, mio padre, mia madre e la mia sorellina. Ci dissero che il paese era stato attaccato, che servivano nuovi soldati da mandare in battaglia. Noi non sapevamo niente degli affari del grande mondo. Coltivavamo patate e mungevamo vacche, e per intere decadi era sempre stato così. Ogni tanto un messaggero veniva ad informarci che un nuovo re sedeva sul trono, o che una nuova legge era stata introdotta, ma a nessuno importava, perché il villaggio era piccolo e le cose rimanevano sempre uguali. Le guerre erano troppo lontane perché potessero preoccuparci. Non avevamo né un’autorità né un capovillaggio. Eravamo una ventina di famiglie che usavano ritrovarsi ad ogni quarto di luna per parlare dei raccolti e del bestiame. Il nostro era un paesello tranquillo, lo era sempre stato, almeno fino a quel giorno. Mio padre era caduto dal tetto pochi giorni prima e si era fratturato un piede. Per questo motivo non lo presero. Ma il cavaliere con gli occhi azzurri e il mantello sporco di sangue puntò l’indice verso di me, che me ne stavo davanti alla stalla, con un forcone in mano e una balla di

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fieno per il cavallo. Mi disse: «Posa il forcone, ragazzo, e prendi questa spada.» Ricordo di essermi mosso in automatico. Mia madre urlava disperata, mia sorella piangeva e mio padre, che si era trascinato con la stampella fuori dal letto, sputava ingiurie contro i cavalieri. Loro rimanevano impassibili, forse perché erano abituati a quelle scene. Afferrai la spada che mi era stata consegnata e rimasi sorpreso perché, nonostante fosse piccola, pesava molto di più del forcone. Cosa avrei potuto farci io? Cosa si aspettavano da me? Sarei morto di sicuro… Tutti questi pensieri mi attraversarono la testa, infrangendosi su qualcosa che era dentro di me e che ancora non conoscevo. L’avrei scoperta col tempo, battaglia dopo battaglia, dentro gli occhi dei miei più terribili avversari. Quella cosa non ha un nome, è come un muro solido ed insormontabile, che s’innalza davanti al cuore, lasciando fuori la paura. Mi unii ad altri quindici uomini prelevati dal villaggio, che a testa bassa s’incamminarono dietro ai cavalieri, tutti certi di non fare più ritorno. Anch’io sentivo che non sarei tornato, eppure sapevo che non avrei trovato la morte nella battaglia che ci aspettava. Mentre camminavo tenevo la spada dritta di fronte ai miei occhi. La osservavo, la studiavo, memorizzando il contatto dei miei polpastrelli sull’impugnatura avvolta nel cuoio. Era come se mi avesse incantato. Alcuni dei contadini provavano dei fendenti, esibendosi in movimenti impacciati, improvvisando una rudimentale tecnica di difesa. Io invece cercavo di entrare nella spada. Era come se la sentissi chiamare il mio nome. Qualcuno durante la marcia incominciò a fare delle domande ai cavalieri. Avevamo il diritto di sapere perché andavamo a morire, ma i tre davano risposte vaghe, e sembravano quasi più confusi di noi. Capii immediatamente che la speranza aveva abbandonato i loro cuori. L’esercito aveva subito gravi perdite e per questo si erano ridotti a reclutare i contadini. Al momento era in corso una tregua che sarebbe durata fino alla luna nuova, tre giorni più avanti, poi ci sarebbe stata la battaglia finale, sulle sconfinate praterie del nord. In quei tre giorni non parlai con nessuno. Qualcuno pensò che non stessi bene, che lo shock di essere stato trascinato lontano da casa mi

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avesse tolto la parola. In verità parlavo, ma sottovoce, o forse solo nella mia testa. Parlavo a lei, la mia spada, e anche lei mi parlava, con una voce stridula, tagliente. A volte cantava, ed era bella la sua voce. Più spesso si lamentava. Chiedeva… Era una semplice spada di ferro, con un’impugnatura grezza avvolta in un pezzo di cuoio consunto, un oggetto privo di valore, eppure per me era come un gioiello, anzi no… Era qualcosa di vivo, con un anima, un pensiero, uno scopo. Tre giorni dopo capii finalmente perché si lamentava. Quando trafissi il mio primo nemico la sentii urlare di gioia. Era quello che voleva. Era quello per cui esisteva. Il sangue… Se vuoi sopravvivere in battaglia devi pensare solo a te stesso. Nella mischia la polvere si alza ben sopra la tua testa, la visuale si riduce a pochi metri, i cavalli mietono più vittime delle spade, e poi ci sono gli incantesimi, che a volte ti esplodono ai piedi o ti rimbalzano sulla schiena. La fortuna può valere molto di più di una buona tecnica. Il segreto mi si dipanò nel momento stesso in cui fui circondato dal caos della battaglia: concentrazione e controllo del flusso adrenalinico. Piantato saldamente sulle mie gambe, potevo avvalermi di una discreta forza, grazie anche agli spossanti lavori nei campi. La spada incominciò subito a cantare nella mia testa, una vibrazione piacevolmente dolorosa che dalla mano con cui la impugnavo saliva fino al cuore. In quel momento sentii la presenza di una parte sopita di me, una forza complementare della quale ero sempre stato all’oscuro. La sentii perché in quel momento stava per risvegliarsi. Un massiccio guerriero del nord dai lunghi capelli biondi, increspati di sangue e di sudore, si gettò verso di me. La sua armatura era imponente, fatta di scaglie di metallo e fasce di cuoio. Brandiva un’enorme ascia bipenne che roteava sapientemente sopra la sua testa. Dieci metri. Cinque metri. Due metri… Non mossi neanche un dito fino all’ultimo istante, quello decisivo. Poi scartai di lato, evitando il fendente, e mi rialzai con l’agilità di un felino. Mi bastò uno sguardo per individuare il punto debole del mio avversario. Lasciai fare tutto alla spada. Ne seguii il canto. Lei s’infilzò con facilità nella parte interna del ginocchio del guerriero, tagliando nervi e tendini, dissetandosi come un bove lasciato nel recinto in un

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giorno assolato, mentre le urla del biondo soldato si mescolavano a quelle di mille altri. Gli fui sopra con un balzo, lo guardai negli occhi, gli lessi la paura e ne fui incuriosito. Quella parte di me che aveva vissuto al villaggio per sedici anni, al fianco di un padre premuroso ed una madre gentile, mi tratteneva dall’affondo fatale, ma l’altra metà, quella nuova e appena risvegliata, voleva fare colazione. Fu lei a guidare la mia mano, e affondare la spada nella gola della mia vittima. Un mercenario che combatteva al mio fianco mi vide e da quel momento non mi staccò più gli occhi di dosso. “Seguimi e farò di te il più grande guerriero delle terre del nord» mi disse, mentre falciava i nemici che ci si facevano sotto. Io rimasi accanto a lui per tutta la durata della battaglia, e fu così che riuscii a sopravvivere. Il nostro esercito venne sbaragliato, trovammo rifugio sulle montagne, io e lui da soli. Il giorno dopo iniziò l’addestramento. Il suo nome era Walkor, e per me fu molto più di un maestro. Di notte, appena chiudo gli occhi, odo le urla della mia prima battaglia. In bocca mi torna il sapore della sabbia insanguinata, la pelle vibra al ricordo delle energie sprigionate dagli stregoni di entrambi gli schieramenti, e un’ombra si adagia sul mio cuore… …è il ricordo di quella parte di me che non esiste più. Il ragazzo che si chiamava Jillian. Oggi è diventato un uomo e nel mondo è conosciuto con il nome di Udrien.

dalle “Memorie di Udrien, il forgiatore di leggende”

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L'AVVENTO (101 Parole)

Alzai lo sguardo e vidi Giove allineato con il Cane Minore; poteva voler dire solo una cosa, e cioè che l'avvento era prossimo. «Mamma! Mamma! Papà non tornerà!» «Tesoro, ma cosa dici? Chi ti ha detto una cosa simile?» «Sono stati gli astri. Guarda lassù, Giove è in fila insieme a quelle stelle…» «Ma cosa c’entra…» disse lei, ma io lessi paura nel suo sguardo. Lei chiuse la finestra e abbassò la luce della lanterna. «Adesso dormi» mi disse. La mattina dopo un messaggero arrivò al castello annunciandoci la sconfitta dell’esercito e l’avanzare delle armate dell’oscurità. Fu l’inizio del secolo tenebroso.

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L'ANELLO ('09)

«Amore, hai visto per caso il mio anello?» «Ce l’hai al dito…» «Ma no, non la fede. L’anello che avevo al mignolo, quello fine d’argento…» «Avevi un anello al mignolo?» «Ma certo… che fai, mi prendi in giro?» «Ti giuro che non te l’ho mai visto… ma sei sicuro?» «Certo che sono sicuro…» Quinto Bertocchi se ne esce di casa alle otto meno un quarto, in leggero ritardo e con un evidente malumore. Si guarda il dito mignolo mentre poggia le mani sul volante, e prova a ricordare dove potrebbe essere andato a finire il suo anello. Nonostante il traffico, la radio, il mal tempo e gli appuntamenti di lavoro, non riesce a pensare ad altro. Appena entra in ufficio convoca la sua segretaria. «Teresa, hai per caso visto il mio anello?» «La fede nuziale?» «No, quella ce l’ho. Sto parlando del piccolo cerchio d’argento che avevo al mignolo, si ricorda?» La segretaria prende tempo per far finta di ricordare e poi scuote la testa. «No, sinceramente…» «Ma come no…» la interrompe l’ingegner Bertocchi, leggermente infastidito. «…aspetti, ora che ci penso, mi sembra di ricordare qualcosa. Però non l’ho visto» mente lei. «Ecco, lo sapevo! Mia moglie voleva farmi passare per scemo.» «Mi scusi?» «No, niente… » «Ha provato a vedere nel bagno? Magari se lo è tolto ieri per lavarsi le mani e poi lo ha dimenticato sul lavandino.» «Si, ottima idea. Andrò subito a vedere.»

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Teresa se ne torna alla sua scrivania, felice di lasciare il capo alle sue beghe. Lui perlustra da cima a fondo ufficio e bagno ma non trova nulla. Si prova a mettere a lavorare, ma non riesce a concentrarsi. Attende arrovellandosi l’ora di pranzo. «Giorgio, ti ricordi dell’anello che avevo al dito?» Al tavolino del bar sotto gli uffici siedono Matteo Franceschini, Giorgio Pirani e il nostro Quinto Bertocchi. Insalatina, capaccio di bresaola, prosciutto e melone e tre bicchieri di vino bianco, leggero perché dopo si torna a lavorare. «Un anello?» «Esattamente! Qui al mignolo, avevo un anello d’argento, come una piccola fede.» «Ma sai, io sono un po’ distratto con queste cose. Ricordo a malapena quello che ho mangiato a colazione.» «E tu, Franceschini?» «Cosa?» «Mi hai mai visto un anello a questo dito?» Lui alza la testa dal carpaccio, ci pensa un po’, o come la Teresa fa finta di pensarci, e poi risponde di no. «Questa storia è davvero strana, sapete? È come se questo anello me lo fossi inventato. Nessuno lo ricorda, ma sono sicurissimo di averlo avuto al dito, almeno fino a ieri sera.» «Beh, se sei sicuro allora ce lo avevi.» risponde l’ingegner Pirani. «La gente è distratta, sai com’é…» aggiunge l’avvocato Franceschini. «Si, ma neanche mia moglie se lo ricorda…» «Sabato scorso sono passato dall’edicola e ho comprato una rivista di fotografia» racconta Giorgio, «e mia moglie è rimasta sorpresa. Si era completamente dimenticata che è dai tempi del liceo che sono un fotoamatore. È un mondo troppo veloce, nessuno riesce più a stare dietro a tutto… Non preoccuparti Quinto…» Ma le parole di conforto dell’ingegner Pirani non riescono a tranquillizzarlo. Alle tre e mezzo decide di tornarsene a casa, che tanto di lavorare non se ne parla nemmeno. L’ingegner Bertocchi è un tipo preciso. Non perde mai nulla perché ogni cosa ha un suo posto, sia nel mondo materiale che nella sua testa.

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Per questo motivo la faccenda dell’anello lo turba. È tentato di mettere a soqquadro la casa, ma invece si limita a cercare senza smuovere gli oggetti. Si sforza di ricordare, un’immagine, un’occasione, un rituale della sua vita super programmata. Niente. Sua moglie torna alle sei e quaranta. Lui ha preparato un risotto che mangiano insieme guardando il telegiornale. Vorrebbe chiederle nuovamente dell’anello ma teme un’altra smentita. Siedono in silenzio, si fumano un paio di sigarette, poi lei lascia il tavolo con la scusa di dover finire del lavoro per il giorno dopo. Sparisce nello studio mentre alla TV passano lo sport. Quinto si alza, spegne l’apparecchio e si mette il cappotto. «Esco a comprare le sigarette. Ti serve niente?» domanda alla moglie attraverso la porta chiusa dello studio. Lei risponde di no e un secondo più tardi lui è già fuori. Gira a vuoto per le strade del centro, nel silenzio ristoratore dell’abitacolo della sua auto. Si chiede se non stia per impazzire. Succede a volte, come a quel vecchio collega che si era imbottito di pasticche. Quand’è che era successo? Un mese prima? Lo ricorda bene quel collega, Marzio Frignani, quarantotto anni, due figli. Quella mattina presero il caffè insieme, lo ricorda benissimo, e mentre alzava la tazzina c’era il suo anello, certo, come poteva dimenticarlo. No, non era pazzo… Accosta l’auto, slaccia la cintura e incomincia a perquisirla da cima a fondo. Dietro i sedili, sotto i tappetini, dentro gli scomparti laterali. Si aiuta con una torcia elettrica che estrae da dentro al cruscotto. Passano i minuti, fuori piove ma deve tenere gli sportelli aperti se vuole fare un buon lavoro. Quando finalmente si convince che dell’anello non vi è traccia, ha i pantaloni completamente bagnati. Sprofonda sul sedile, tira un sospiro, si accende una sigaretta e guarda fuori attraverso lo sportello spalancato. Un uomo lo osserva dall’altra parte della strada. «Che c’è?» gli urla. È infastidito, quasi rabbioso, ammazzerebbe una persona solo per darsi un contegno. L’uomo ha un ombrello e un soprabito grigio. Fuori è troppo buio per distinguere i suoi lineamenti. «Ha bisogno di una mano?» domanda gentilmente.

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«Ho perso il mio anello…» «Mi dispiace.» Quella risposta lo scuote. Per la prima volta in tutta la giornata qualcuno lo aveva fatto sentire meglio. «Gentile da parte sua. Ma vede, il problema è che non sono più sicuro che ce lo avessi…» «Non ricorda di avere avuto quell’anello?» «No, io lo ricordo benissimo. Sono gli altri che non se lo ricordano. Persino mia moglie, si figuri…» «Così lei pensa di essere sul punto d’impazzire…» «Si…» La città è deserta, i lampioni si riflettono sull’asfalto bagnato, la pioggia continua a battere. «Lei non sta cercando l’anello. Lei sta solo cercando di convincersi che non è mai esistito, ma per quanto si sforzi non riesce a dimenticarlo.» «E se non fosse davvero mai esistito?» «Beh, adesso esiste, non le pare? E per quanto lo voglia cancellare dalla sua testa, quell’anello esisterà sempre. Quindi, le do un consiglio; accetti semplicemente il fatto che lo ha perso, e non ci pensi più. Domani passi in gioielleria e ne compri uno nuovo, uguale a quello che crede di aver perduto. Poi lo mostri a sua moglie e suoi conoscenti e dica loro che lo ha ritrovato. Vedrà che non faranno una piega, e penseranno semplicemente di non averlo mai notato.» Quinto Bertocchi alza la testa verso l’uomo con l’ombrello, immobile sull’altro lato della strada. «Che significa tutto ciò?» «Che nella vita a volte si rincorre e altre volte si è rincorsi, e non possiamo permetterci di rimanere ad aspettare chi è rimasto indietro» risponde misteriosamente lo sconosciuto, prima di rimettersi in cammino sulla strada buia. Il giorno dopo l’ingegner Bertocchi seguì il consiglio dell’uomo con l’ombrello ed accadde esattamente quello che aveva previsto. Tutti quanti si convinsero di non aver mai notato l’anello ma nessuno se ne preoccupò. Per Quinto Bertocchi quello fu anche il primo giorno della sua nuova

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vita. Nei mesi successivi lasciò il lavoro, la moglie e la città, e prese un treno che andava verso nord. Dal finestrino gettò via l’anello, e si augurò che qualcuno lo trovasse, e potesse iniziare a vedere le cose come adesso le vedeva lui. Perché tutto esiste nel momento in cui lo si pensa.

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UN UOMO, UN VECCHIO E UN BAMBINO (101 Parole)

In una spira del tempo vi erano un uomo, un vecchio e un bambino. Il vecchio disse al bambino: “Goditi la giovinezza, che passa alla svelta!” L’uomo disse al vecchio: “Beato te! Puoi finalmente concederti un po’ di tempo libero.” Il bambino disse all’uomo: “Vorrei essere grande come te!” Prima di morire il vecchio si svegliò. Nella spira del tempo aveva incontrato se stesso, da uomo e da bambino. Pianse, mentre attendeva il mietitore, perché aveva capito di non avere mai vissuto il presente. Allora gli venne concesso un altro giorno e, per non sprecarlo, il vecchio amò dall’alba al tramonto.

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CASTAGNETO ('10)

Per andare a casa di Paola facevo la strada del castagneto, uno sterrato dissestato che era diventato col tempo il terrore di tutti gli automobilisti del paese. Tre diverse amministrazioni comunali avevano promesso di asfaltare quella strada, ma in dieci anni nessuno ha mai fatto niente. In Italia cose come queste sono la normalità. Io preferivo così. Meno asfalto c’è meglio è, però avevo anche il vantaggio della jeep.

Da Paola ci ritrovavamo ogni due settimane per fare un po’ di musica insieme. Veniva Ermanno insieme al suo set di percussioni, Michele col Fender, Gianluca con la Roland e il Mac e poi c’ero io con una vecchia Gibson semi acustica che mi aveva regalato mio padre. Paola ci offriva un po’ di tè verde che sorseggiavamo piano in cucina (lei se ne faceva tre per scaldarsi la voce), poi montavamo gli strumenti nell’ampio salotto di casa. In inverno, ma spesso anche d’autunno, il camino era sempre acceso. Suonavamo un repertorio misto, selezionato insieme. Ognuno sceglieva due pezzi attingendo ai propri gusti, così succedeva di alternare canzoni

  • di Sanremo anni ottanta, per i quali Michele andava matto, con le litanie

  • di Tim Buckley, uno dei miei idoli di ragazzo, per passare poi ai classici

  • di Bacharach. Cercavamo comunque di amalgamare il tutto con un

nostro sound, grazie soprattutto ai colori percussivi di Ermanno. Dopo la scaletta ci buttavamo a capofitto su un lunga jam nella quale Paola improvvisava delle splendide linee vocali sulle parole delle sue poesie. Andavamo avanti fino a mezzanotte, tanto la casa era isolata e nessuno veniva a darci noia. Spesso c’erano altri amici insieme a noi. Si mettevano sul divano ad ascoltare, con un bicchiere di vino in mano oppure una birra, un pubblico selezionato con cura, perché nel processo creativo di un gruppo di musicisti l’atto di esibirsi è un qualcosa di secondario. Per questo motivo non ci è mai interessato suonare nei locali. Dopo il concerto accendevamo la radio. A quell’ora c’era una stazione jazz che passava vecchi pezzi di Coltrane e Monk. Aprivamo un paio di

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bottiglie di vino buono e parlavamo, non solo di musica. Andavamo avanti fino a quando ci reggevano le palpebre. Di solito quando tornavo a casa il cielo dietro i castagni stava già rischiarandosi. Fu così per diversi anni, non ricordo neanche quanti, poi a Paola le trovarono il cancro. Andai a trovarla più volte nei mesi della malattia, ma prendevo l’altra strada evitando di proposito lo sterrato. Perché quella era la via del castagneto, delle serate insieme, della musica fatta in casa, senza pretese. Era la strada di quelle notti piene di note e di risate, ed io volevo ricordamela così.

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LA SCELTA DI SATINE (101 Parole)

La leggenda diceva che il bosco era cattivo, ma io non ho mai creduto alle leggende. Satine era mia figlia, e l’amavo più di ogni altra cosa. Peccato che prima che il bosco la facesse sua, ancora non sapevo che cosa significasse amare. «Padre, ascoltami…» Ma io non l’ascoltai. Pensai solo che le sue idee erano bizzarre ed immature. «Non toccare quel bosco. Non farlo radere al suolo. Quel bosco… è antico.» Ma io non ho mai creduto alle leggende… È passato un anno, e i lavori sono sospesi. Sto andando da lei, adesso. Anche io ho fatto la mia scelta…

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LA SINDROME DEL SENSO DI COLPA ('09)

Carey Wolf apre gli occhi alle sette e trentacinque in punto. L’impulso viene da una zona circoscritta del cervelletto, quella destinata alle connessioni. La sveglia interna lo informa dell’ora, del giorno, dell’anno e degli appuntamenti in agenda. In meno di tre secondi Wolf è a conoscenza della temperatura esterna, di quella interna, della probabilità percentualistica di precipitazione e delle ultime news, settate secondo priorità: cronaca, politica, sport, annunci-incontri. Carey Wolf vive in un penthouse che si affaccia su Londra. L’intero edificio è di sua proprietà, così come l’elicottero posteggiato sulla pista d’atterraggio, che è anche la terrazza del suo appartamento. Alle nove e quindici ha un appuntamento dall’altra parte della città; appena venti minuti di volo. Sotto la doccia visiona il notiziario, mentre si veste conclude un paio di operazioni bancarie, davanti ad un caffè fumante contatta la sua segretaria, le da disposizioni, chiama Tokio, Parigi e Washington, il tutto senza toccare un solo dispositivo. Interfaccia cerebrale Mitros; trattarsi bene è un dovere. La giornata sfila via senza intoppi. Appuntamenti di lavoro, lunch insieme agli amici, un salto in ufficio nel pomeriggio, il tennis club fino alle cinque, l’aperitivo con Tania, contattata attraverso l’open-chat Aphrodite, sushi accompagnato da un Krug Vintage, sesso in ascensore, giochi erotici e coca nella suite dell’Hotel Palace, ovviamente di sua proprietà. Il sonno lo rapisce felice.

Roman Baker si sveglia tra le lenzuola di seta dell’Hotel Palace. Accanto a lui c’è sua moglie Penelope, capelli neri, occhi profondi come il mare e un culo da urlo. Sono sposati da sole ventiquattro ore ma qualcosa in Roman gli dice che non sarebbero durati fino a fine anno. Sul momento gli sembrava una buona idea; il matrimonio, la luna di miele a Londra, ma soprattutto il sedere di lei. Si conoscevano da poco più di un mese e non l’aveva mai vista andare fuori di testa come la sera

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prima. Sul tavolino da tè della suite rimanevano un paio di strisce di coca, quelle che lui aveva rifiutato. Il naso di Penelope sembrava un aspirapolvere. Si era avventata su di lui strappandosi la camicetta, cercando disperatamente la lampo dei suoi calzoni, quando improvvisamente la scena dall’erotico si era trasformata in grottesco. Un fiotto di sushi e champagne era sgorgato dalla sua bocca, battezzando le lenzuola della loro prima notte d’amore. Roman si alza e si accende una sigaretta. L’interfaccia lo ha appena informato dell’ora e delle condizioni meteorologiche, oltre a ricordargli per filo e per segno gli eventi appena trascorsi. Le due del pomeriggio. Con lei fuori gioco c’era d’aspettarsi di passare tutta la giornata tra le mura di quella dannata suite. Tanto valeva riordinare un po’ la stanza. Più tardi Penelope apre gli occhi, sente il suono del televisore, fa per alzarsi ma un terribile mal di testa la convince a rigirarsi di nuovo tra le lenzuola e a riaddormentarsi. Alle otto e quindici Ramon ordina la cena; bistecca, insalata ed un bicchiere di vino per lui e un tè per lei. È ancora a letto. È dispiaciuta. Vorrebbe farsi perdonare ma la testa le scoppia. Alle dieci e cinquantacinque dormono nuovamente entrambi come due angioletti.

Emmilian Lalonde non ama gli hotel, ma oggi è a Londra per lavoro e il Palace è uno dei migliori. L’interfaccia gli dice che sono le sei e cinquantacinque e che tra poco più di mezz’ora lo verranno a prendere. Sua moglie Linda, che dorme profondamente accanto a lui, ha regolato la sveglia alle otto. Non la disturba, ma non può fare a meno di accarezzarle i capelli, velluto nero sulla seta delle lenzuola. Sarà comunque di ritorno all’hotel per pranzo, dopo il sopralluogo al Grand Terminal. Emmilian Lalonde, ingegnere informatico, trentadue anni, sposato da quattro, impiegato del governo, residente a Northampton, apre i files nella sua testa, come farebbe davanti a uno schermo. Invece è sotto la doccia, usa uno shampoo antiforfora e si chiede se non rimarrà calvo prima dei quaranta. Abito grigio, senza cravatta perché la odia, sfiora la

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testa della moglie con le labbra prima d’imboccare la porta ed uscire nel corridoio dell’albergo. Gli rimangono poco più di dieci minuti per la colazione. Nel frattempo si ripassa il programma; aggiornamenti al software Wakeup, controllo ricezioni satellitari, installazione nuovo sistema operativo. Una mezza giornata di lavoro buona. Il caffè è eccellente. L’auto è una di quelle del governo, nera coi finestrini opachi. Si ferma davanti all’entrata della lobby anche se non potrebbe. Il portiere fa finta di niente. Ne esce un tipo alto, stempiato, abito nero, occhiali rigorosamente scuri, portamento distaccato, movimenti chirurgici. Lalonde, comodamente seduto sul divano davanti alla reception, lo osserva venirgli incontro con passo sicuro. «Mister Lalonde?» La sua voce è asettica. «Si, sono io.» «Andiamo…» L’abitacolo è diviso da un vetro. L’uomo siede accanto all’autista, mentre Lalonde è da solo sul sedile posteriore. Le corsie preferenziali di Londra sono semideserte, pochissima la gente sui marciapiedi. Molti negozi sono ancora chiusi; non sono ancora le otto. Lalonde si rilassa con un po’ di musica. Seleziona la playlist lounge, chiude gli occhi e si lascia trasportare. Pensa ai baci di Linda, al suo profumo, al modo in cui hanno fatto l’amore, tra le lenzuola di seta dell’Hotel Palace. Dio come l’amava! Lalonde riapre gli occhi su un assolo di sax. C’è qualcosa che non và. La strada non è quella giusta. Bussa al vetro, chiede spiegazioni all’autista e al suo amico ma nessuno gli risponde. Gli sportelli sono ovviamente bloccati. I finestrini anche. Mentre immagini di una periferia sconosciuta scorrono attraverso i vetri, Lalonde si chiede in quale guaio sia finito. Le connessioni nella sua testa sono partite. Non gli è più possibile comunicare con l’esterno. «Dove mi state portando? Cosa è successo al mio interfaccia?» urla attraverso il vetro, ma i suoi rapitori non si voltano neanche a guardarlo. Pensa veloce, prova a riaccedere al server madre, ma niente da fare, è tagliato fuori. Usa un programma interno rivelatore di impulsi. C’è qualcosa nella parte posteriore dell’abitacolo che altera la ricezione, se

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solo riuscisse ad aggirare il problema potrebbe avvertire il Grand Terminal, ma deve fare in fretta. Gocce di sudore gli imperlano la fronte, mentre smuove i pezzi di uno strano puzzle nella sua testa. Ecco, ci siamo quasi… …ma l’impulso cambia improvvisamente di frequenza, e questa volta è doloroso. Lalonde si accascia sui sedili posteriori dell’auto nera, sprofondando in un oblio digitale.

Quando riapre gli occhi la luce di un neon lo abbaglia. È disteso su un lettino reclinabile di pelle nera, dentro una stanzetta vuota. C’è una porta alla sua destra e un ampio specchio alla sua sinistra. Qualcuno lo sta osservando al di là di quel vetro, ma non è il suo interfaccia a suggerirglielo. Quello è ancora inaccessibile. Dolorante si mette a sedere. Hanno giocato un po’ con il suo sistema neurale, usando frequenze proibite. Il risultato è come un giro nel portabagagli di un auto senza sospensioni. La porta si apre. Entra un uomo sulla cinquantina, calvo, con gli occhiali, il camice bianco, una cartelletta in mano. Qualcuno richiude la porta da fuori; è il tipo con gli occhiali scuri. «Buongiorno signor Lalonde, il mio nome è Valentin Sayer, oppure dottor Sayer se le va…» «Dove diavolo sono? Chi siete voi?» Lalonde cerca la voce arrabbiata, ma riesce appena a sollevare la testa. Tossisce, si stringe le tempie, ritorna distendersi sul lettino. «Non si affatichi. Vedrà, le passerà presto.» Questa volta non risponde. Sa già che non ne vale la pena. «Mi spiace per ciò che sta passando, ma presto si renderà conto che quello che vi abbiamo fatto era necessario…» «Stronzate…» sussurra Lalonde con le mani sul volto. Se solo potesse riaccedere al suo interfaccia, pensa. Il dottor Sayer riprende a parlare «…non mi sembra il caso di andare avanti, adesso. Le darò qualcosa per far calmare i dolori. Riprenderemo più tardi.» Nei minuti susseguenti un’infermiera gli somministra degli antidolorifici per endovena. Mezz’ora dopo i dolori sono scomparsi, ma

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l’accesso al deck interno è sempre sbarrato. «Fatemi uscire!» urla, sbattendo i pugni sul vetro. Valentin Sayer rientra nella stanza. Ha una sedia pieghevole. La apre e si accomoda davanti al lettino del prigioniero. «Adesso mi ascolti bene signor Lalonde, e cerchi di prestarmi attenzione. Tra meno di un’ora sarà di nuovo sull’auto e questa volta in direzione del Grand Terminal.» «Che cosa vuol dire tutto questo?» «Glielo sto cercando di spiegare, signor Lalonde. Si sieda ed ascolti.» Riacquistata un minimo di tranquillità, Lalonde prende posizione sul lettino di pelle. È aggrappato alla promessa del dottore; tra meno di un’ora tornerà tutto normale. «Quello che sto per rivelarle le sembrerà assurdo, ma non ho nessun altro modo per convincerla se non quello di raccontarle come stanno le cose. Starà a lei crederci oppure no.» Sayer usa una pausa per assicurarsi che il suo interlocutore lo stia seguendo. Lalonde mette su uno sguardo scettico ma pare concentrato. La storia incomincia. «Come lei sa il Grand Terminal di Londra gestisce tutti gli impulsi dei maggiori network. Li seleziona, li smista, li traduce e li converge ai ripetitori ai quattro angoli del pianeta. Il 98% della popolazione mondiale utilizza degli implant-deck che quotidianamente vengono aggiornati con nuovi flussi di informazioni; previsioni meteorologiche, notizie, annunci e aggiornamenti per la navigazione in rete. Il suo lavoro è proprio quello di monitorare il sistema utilizzato dal Grand Terminal. Le spiace se fumo?» Valentie Sayer estrae un pacchetto di sigarette al mentolo. «No, si figuri» risponde Lalonde, ma l’odore del tabacco aromatizzato gli mette subito la nausea. Sayer riprende a parlare. «Quello che non sa è che in realtà il Grand Terminal è il più grande esperimento di acquietamento mai realizzato. Ciò che trasmette regolarmente ogni giorno a milioni di persone, pochi istanti prima del loro risveglio, non è solamente una manciata di informazioni di comune utilizzo; orario, temperatura, messaggi di segreteria ecc. Come lei

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certamente saprà gli interfaccia interagiscono direttamente con la zona del cervello riserbata alla memoria, moltiplicando la sue capacità di storage a seconda della potenza del dispositivo in dotazione. L’impulso lanciato dal Grand Terminal ogni giorno al 98% della popolazione mondiale cancella sistematicamente la cartella “memoria” e la riempie con nuove informazioni. Come conseguenza succede che ogni individuo ha una percezione diversa della propria vita ogni singolo giorno.» Le parole del dottor Sayer rimangono prigioniere della piccola stanza. Lalonde prova ad afferrale, a farle sue, ma queste gli scivolano via. «Lei è pazzo!» borbotta. «Mi faccia spiegare. Ancora qualche minuto e poi sarà libero di andarsene.» Spenge la sigaretta schiacciandola sul linoleum e apre la cartellina che ha in mano. «Lei oggi è il signor Emmilian Lalonde, felicemente sposato con la signora Linda Lalonde, che al momento si trova sotto la doccia nella vostra suite dell’Hotel Palace. Lei crede di essere arrivato ieri sera a Londra con il treno delle diciotto, di aver fatto il check-in, di aver cenato al ristorante dell’albergo, di essere salito in camera e di aver fatto l’amore con sua moglie. In realtà ieri lei era il signor Roman Baker, che a sua volta credeva di essere in viaggio di nozze con sua moglie Penelope. Il giorno prima invece era il signor Carey Wolf, proprietario dell’Hotel Palace, arrivato nella medesima stanza nella quale vi siete svegliato stamattina insieme a Tania, una ragazza di facili costumi. Ovviamente avrà già capito che Tania, Penelope e Linda sono la stessa persona. L’impulso non riesce a cancellare completamente tutti i ricordi. Se lei prova a concentrarsi su questi nomi, Roman Baker e Carey Wolf, forse riuscirà a rammentare qualcosa…» Lalonde chiude gli occhi, vorrebbe ridere a squarciagola e uscire da quella situazione insensata, ma qualcosa lo trattiene. Si concentra sui due nomi. È tutto così assurdo… Frammenti di una vecchia pellicola gli scorrono davanti agli occhi; un volo in elicottero, una partita a tennis, un pompino in ascensore, due strisce di coca sul tavolino dell’hotel, una bistecca con insalata… «Che diavolo significa?» urla.

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«Adesso si calmi, ho quasi finito» lo rassicura il dottor Sayer. Poi riprende a parlare. «Stiamo monitorando l’esperimento da circa due anni e crediamo che sia venuto il momento di interromperlo. Per questo motivo lei è qua. Le daremo istruzioni per innescare il programma di disinstallazione, una volta che raggiungerà il Grand Terminal. Ma prima vorrei spiegarle i motivi di quello che stiamo facendo.» Sayer cerca una posizione più comoda sulla sua sedia e si accende un’altra sigaretta al mentolo. «L’inaudita escalation di violenze, guerre e calamità accadute nella prima metà di questo secolo hanno convinto alcune persone nelle stanze dei bottoni ad iniziare un piano di selezione demografica estremamente rigido. Le sue percezioni del mondo le fanno credere che siamo più o meno sette miliardi, ma non è così. La popolazione mondiale conta poco più di cinquecento milioni di persone. La selezione ovviamente ha preferito le civiltà più avanzate, e il risultato è stato ottenuto attraverso una sistematica pulizia etnica ai danni delle popolazioni più retrograde. Una volta conclusasi questa prima fase, si è operata un’equa spartizione delle risorse energetiche e delle terre. Per qualche anno il nuovo ridimensionamento geopolitico ha giovato grandemente all’umanità. Sono terminati i conflitti e si sono risolti i problemi relativi alla scarsità delle risorse primarie; gas, petrolio e acqua. Purtroppo dopo un paio di anni si sono avvertiti i primi sintomi di quella che tra noi addetti ai lavori chiamiamo semplicemente la “sindrome del senso di colpa”. La maggior parte della popolazione, malgrado il bel vivere, non riusciva a sopportare l’idea di aver partecipato, attivamente o passivamente, allo sterminio di più di sei miliardi di persone. Le prime conseguenze furono degli stati depressivi di massa che portarono al suicidio un numero impressionante di persone. Si iniziò subito un primo programma di acquietamento, cercando di rimuovere i ricordi della pulizia etnica ma purtroppo, come ha appena constatato lei di persona, non è facile cancellare completamente il supporto mnemonico del cervello. Fu così che avviammo il secondo programma di acquietamento, cioè quello in corso. I supporti di memoria della popolazione mondiale sono stati cancellati e riprogrammati più di seicento volte ormai, e crediamo che si sia finalmente persa ogni traccia di quelle terribili testimonianze. Per

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questo è giunto il momento che ognuno si riappropri della sua identità.» Lalonde ascolta il suo corpo e cerca di convincersi che tutto quello che gli è appena stato detto è un’enorme frottola. Ma qualcosa dentro di lui gli sussurra che non è così. «Prenda questo supporto e lo inserisca nel deck del Grand Terminal. Penserà a tutto lui.» Sayer consegna nella mani tremanti di Lalonde un microchip. Poi l’uomo con gli occhiali scuri entra nella stanza, lo prende gentilmente per un braccio e lo accompagna fuori, attraverso uno stretto corridoio, e poi oltre una porta grigia di metallo. L’aria gelida del mattino spazza via la nausea delle sigarette al mentolo. C’è l’auto nera ferma in un enorme parcheggio vuoto. Lalonde viene condotto nell’abitacolo, il motore si accende e meno di cinque minuti più tardi la zona periferica industriale è già alle sue spalle. L’incubo è finito, pensa. Questa gente è pazza! Poi incominciano i ricordi. I grandi forni crematori, la puzza nauseabonda dei corpi bruciati, le immagini di devastazione riprese dalle televisioni, la fredda determinazione degli eserciti della coalizione, la propaganda di morte dei governi. Tutto risale in superficie, come un veleno aggrappato alle cellule del corpo, incapace di essere rimosso neanche attraverso le generazioni. La nuova maledizione dell’uomo. «Fermate la macchina! Vi prego, fermatela, devo vomitare!» ordina Lalonde, battendo sul vetro che lo separa dai due uomini. Un marciapiede di periferia si macchia dei resti della colazione del Palace.

«Come ha reagito il soggetto numero 543?» «Negativo.» «Tempo di affioramento dei ricordi?» «Diciassette minuti e quarantacinque secondi.» «Meglio di ieri. Molte grazie, dottor Sayer.» «Riproviamo domani?» «Certo.» «Nome del soggetto?» «Wildon Harvie.»

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L'ASINO E IL POZZO (101 Parole)

C’era una volta un asino che era caduto dentro un pozzo. Il fattore lo sentì ragliare e andò a vedere cos’era successo, ma dato che l’animale era vecchio e il pozzo andava comunque coperto, si convinse che non valeva la pena salvarlo. Quindi incominciò a riversare terra a palate dentro il pozzo. L’asino continuò a disperarsi, ma dopo un po’ smise di ragliare. Il fattore, incuriosito, guardò dentro. Ogni palata di terra l’asino se la scuoteva di dosso e poi ci saliva sopra con le zampe. Una volta che il pozzo fu ricoperto interamente, l’asino con un balzo vi uscì fuori.

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ROCK CITY ('10 - '11)

I) Il Concerto dei Sacrifice alla Spiaggia

La spiaggia era l’ultima attrazione underground, una striscia di terra non completamente soggetta alle regole della città, forse a causa della marea che la rendeva accessibile solamente dopo le dieci di sera. Fino al calar del sole infatti i bagnanti si accanivano per un metro quadrato di sabbia, che dall’argine che divideva il lungomare fino al bagnasciuga non c’erano più di dieci metri, per un tratto di appena un chilometro. Il resto della costa apparteneva agli scogli o al porto di Rock City, lo scalo per carghi più importante del litorale. Ma le attività portuali non erano certo la risorsa economica principale della città. Rock City era il centro nevralgico dell’industria musicale, “the place to be”, una metropoli sconfinata che dalle montagne rocciose si estendeva fino all’oceano; case, palazzi, giardini e una rete intricata di strade sulle quali ogni giorno milioni di autovetture disegnavano quel moto perpetuo che incorniciava la macchina da soldi più redditizia di tutto il paese. Rock City rappresentava il traguardo dei giovani rockers che rincorrevano le chimere di denaro e popolarità. In realtà, dietro il sipario dorato dell’industria musicale, si nascondevano orde di affamati avvoltoi e zannuti caimani. Una volta che l’aspirante star veniva irretita dalle suadenti parole dei discografici, non c’era possibilità di salvezza. I contratti stipulati dalle due grandi major del paese imprigionavano la creatività del musicista trasformandolo in un animale da allevamento, una gallina costretta a cagare uova dal culo fino al giorno della sua morte. Alla maggior parte degli artisti poteva anche andar bene trascorrere la loro dorata esistenza dentro le ville bunker, assediati dai fan guardati a vista dalle guardie del corpo, intontiti per buona parte della giornata dalle droghe più in voga dell’ambiente. Gli sciamani facevano ottimi affari. Molti di loro lavoravano per le major e avevano il compito di tenere i “ragazzi” tranquilli. Rock City vantava nove enormi stadi e centinaia di edifici per ospitare concerti ed eventi musicali. Ognuna di queste strutture apparteneva o

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alla Music Dome o alla Dream Records, le due case discografiche che detenevano il patrimonio artistico musicale del paese. Se volevi far suonare la tua band, dovevi essere pronto a firmare un patto di sangue, altrimenti ti rimanevano i marciapiedi oppure i luoghi improvvisati, come la spiaggia appunto. Quella sera, la sera in cui incomincia la nostra storia, i fuochi danzavano allegri a pochi metri dalla risacca, ma le voci della ciurma erano leggere, un bisbiglio che si perdeva tra lo scoppiettio dei falò, perché si parlava del diavolo e dei suoi accoliti, del blues maledetto e della sfrenata voglia di suonare, ma soprattutto si parlava di loro, la sensazione, il nuovo sound, la magia, l’onda che da innocua diventa anomala; i Sacrifice. Timmy O’brain al basso, David J. Simmons alla batteria, Rupert “Algie” Crowford alle tastiere, Mick Mulder alla chitarra ed infine il leggendario Stewart “Bee” Dawnson alla voce e percussioni. I nomi erano un banale stratagemma per ingannare le piattole, ovvero gli infiltrati delle major. Di sicuro ve n’erano anche quella sera alla spiaggia, ma non tra la ciurma, perché loro erano in gamba, fratelli di strada e di pasticca, con un sogno troppo utopico per quella città; fondare un’etichetta indipendente. Il governo, pressato dalle major, aveva emanato nuove regolamentazioni che rendevano praticamente impossibile per un semplice cittadino iniziare una casa discografica. Chi ci provava senza i giusti requisiti rischiava multe salatissime e in alcuni casi anche la prigione. Il palco era stato allestito a ridosso dell’argine, un solido muro di pietra alto una decina di metri. Un alimentatore a benzina rombava sommessamente dietro la pedana. Agli strumenti ci stavano pensando i ragazzi di Rufus, il genio dell’underground. Era lui che organizzava quegli eventi, un idealista che prima o poi avrebbe fatto una brutta fine, così dicevano di lui in molti, nonostante lo considerassero un mito. Le prime scariche elettriche si diffusero sulla spiaggia verso mezzanotte, e c’era già un bel po’ gente attorno ai fuochi, forse duecento anime in tutto. Pochi minuti più tardi vennero provati gli strumenti. Due fari spartani illuminavano il palco e le attrezzature, ma i Sacrifice non avevano bisogno di effetti speciali per scaraventare secchiate di emozioni addosso al loro pubblico.

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Il brusio si attenuò. Rufus in persona salì sul palco per annunciare la band. La gente si avvicinò al palco, si accalcò con un movimento aggraziato, complici i fumi acidi delle pasticche che giravano quella sera. Cinque ragazzi spuntarono dalle ombre, come se avessero lacerato il drappo della notte arrivando direttamente da un’altra dimensione. Calze da donna strette intorno ai loro volti deformavano i loro lineamenti. Nessuno sapeva chi fossero e questo mandava letteralmente in bestia i discografici, che da tempo cercavano di assicurarseli. Anche se non volevano aver niente a che fare con loro, le major conoscevano molti modo per convincere un musicista restio a firmare un contratto. Esistevano droghe fatte a posta per questo scopo. La folla urlò, alzò le mani al cielo, mentre i cinque si apprestavano a servire un antipasto di riff e vibrazione allo stato puro. Mick attaccò l’arpeggio che introduceva Sweet Mary, e fu l’apoteosi. Suonarono per due ore, e poi tornarono sul palco per ben tre volte. I fuochi stavano per spegnersi, la luna era ormai scomparsa sotto l’orizzonte, ma loro continuavano a suonare. Nonostante le più grandi rock band del paese si esibissero regolarmente in ogni buco di Rock City, erano anni che non si assisteva ad un concerto come quello dei Sacrifice alla spiaggia. Di questo ne erano sicuri, tutti, Rufus e suoi ragazzi, le grupies di Gwendaline la matta, che non persero l’occasione per dileguarsi insieme alla band, e naturalmente i compagni della ciurma. Rimasero solo loro sulla spiaggia, e il cielo stava per rischiararsi e la mattina avanzava, ma la cassa della birra non era ancora finita e la ciurma non riportava mai a casa le bottiglie piene. «Cazzo ragazzi, che concerto!» Era la settima o l’ottava volta che lo ripeteva, perché Jason era andato di brutto quella sera. «Si, però il problema è sempre quello: la spiaggia, gli scantinati, i parcheggi… è assurdo che non si possa assistere ad un concerto decente in un posto decente…» Era stato Fez a parlare, il più cazzuto dei quattro e colui che più di ogni altro desiderava che le cose cambiassero a Rock City. «Si, però alla fine che te ne frega… Siamo qui, siamo insieme, i Sacrifice hanno suonato anche stasera, domani andiamo giù da Barlow a vedere King Sorrow, che di sicuro darà spettacolo… Ci divertiamo,

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tra pochi intimi ma con la gente giusta…» Nick era così, si accontentava di poco e forse faceva bene, ma Fez non riusciva a tollerare le ingiustizie della città del rock. Aveva perso diversi amici per colpa delle tecniche persuasive delle major, musicisti fantastici che una volta entrati nel giro erano stati strizzati come degli agrumi e poi abbandonati nei vicoli della metropoli in preda alle più assurde dipendenze. Nick questo lo sapeva bene, ma aveva bevuto troppo quella sera per tenere a freno la lingua. Fez lo guardò storto e si aprì l’ennesima bottiglia. Era l’ora delle streghe, non più notte ma nemmeno giorno, e a quell’ora è bene non parlare di certe cose, specialmente a Rock City, la città preferita dal diavolo. «Se solo tornasse Melvin…» «Che cazzo dici, Ben!» Ben era il quarto della ciurma, il più oscuro, uno sciamano un po’ troppo giovane per maneggiare funghi e polveri magiche. Eppure ci sapeva fare, lo dicevano tutti… «Jason ha ragione… Non parlare di certe cose a quest’ora» aggiunse Nick, guardandosi intorno. La spiaggia era ormai deserta e le onde si stavano riprendendo i metri perduti durante il periodo di bassa marea. «Però non ha tutti i torti…» concluse Fez, e poi nessuno disse più niente per almeno cinque minuti. A Rock City la storia di Melvin, menestrello di Belfagor, era divenuta ormai leggenda. Tre anni prima il chitarrista degli Azazel’s Eyes annunciò sul palco la sua dipartita, tra le urla di disperazione dei fan e l’incazzatura generale dei discografici della Music Dome. La major prese i soliti provvedimenti; prima sguinzagliò i suoi scagnozzi, poi gli avvocati, poi le forze dell’ordine ed infine i suoi sciamani, ma Melvin Adams, chitarrista super talentato del gruppo hard rock più in voga del momento, era praticamente scomparso. Iniziarono a girare voci sul diavolo, sempre lui, perché se esistesse per davvero non potrebbe che bazzicare Rock City. Melvin non era il primo, dicevano le voci dell’underground. “Il diavolo se ne intende di musica e anche lui non sopporta i sistemi dei discografici, per questo se chiedi il suo aiuto non te lo rifiuterà.” Così diceva Rufus, uno che non si faceva problemi ad ammettere di averlo visto, il diavolo. E così la leggenda era ormai diventata verità. Il diavolo era giunto in aiuto di Melvin e lo aveva

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salvato dalla Music Dome, poi se lo era portato nella sua opulente tenuta sotterranea (si raccontava infatti che Lucifero abitasse sotto Rock City in uno sconfinato dungeon pieno di meraviglie) e nominato suo personale menestrello. Per quanto folle e bislacca, questa storia diventava tremendamente vera con la sostanza giusta nelle vene, e a quell’ora sulla spiaggia la ciurma ne aveva parecchia di roba in circolo. «Che vuoi dire, Fez? Ci credi anche tu a quella storia?» chiese Nick, che ci credeva senza volerlo ammettere. «Beh, so solo che gli Azazel’s Eyes si sono sciolti dopo il fattaccio e nessuno ha più rivisto Melvin, e una spiegazione ci deve essere. Le major non si lasciano scappare le loro galline dalle uova d’oro in questa maniera…» «E poi c’è anche la storia di Xiano, ricordate? Il cantante dei Paladine… anche lui non si sa che fine abbia fatto… » aggiunse biascicando Jason. «In tutta sincerità, considerando come vanno le cose a Rock City, non ci penserei due volte a mettermi dalla parte del diavolo» ammise Fez. «Se mi aiutasse a fondare una mia etichetta gli offrirei volentieri da bere…» «Allora perché non me ne stappi una?» la voce pareva quella di una ragazzina, e quando la ciurma mise a fuoco quella figura che si avvicinava dal mare, tra le ombre malamente rischiarate dalle braci del fuoco attorno al quale sedevano, tutti pensarono che le pasticche di quelle sera erano state tagliate male. Ma l’uomo, o la cosa, non badò alle loro facce stralunate, si mosse con precisione verso i ragazzi, prese posto in mezzo a loro, afferrò una bottiglia e bevve un sorso che sembrò non finire mai. Solo quando finalmente, con un sonoro schiocco di lingua, l’uomo terminò la sua birra, i quattro riuscirono a guardarlo in faccia, e a perdersi nei suoi occhi cremisi. «Allora signori, fate il vostro gioco…» disse. Poi rise forte, e nessuno membro della ciurma dimenticò mai quella risata.

II) Il Fantasma di Penelope Pearl

I ragazzi sedevano sulle panchine del parco, quello dietro l’Agorà, il più grande dei centri musicali della Dream Records, sessantamila metri

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quadri di negozi di strumenti, sale di registrazione, bar, ristoranti, negozi di dischi, e poi parrucchieri, tatutatori, tabaccai e rivenditori di gadget di ogni tipo. Il tutto sorgeva intorno a due grandi palcoscenici sui quali ogni sera dava spettacolo la crema del pop di Rock City. Erano passate da poco le tre di notte e i bandoni erano ormai chiusi. Avrebbero riaperto appena sei ore dopo, perché il flusso era inarrestabile e la voglia di fare parte del grande gioco della musica non risparmiava nessuno. A quell’ora gli irriducibili rimanevano sulle panchine del parco, aggrappati all’ultima bottiglia di birra, per lasciarsi accarezzare ancora un po’ dalla notte e smaltire nella testa i fumi delle

pasticche.

  • - Dai Alvin, raccontaci ancora della Pearl…

  • - Mio Dio, che schianto che era, me la sarei fatta…

  • - Ehi ragazzi, piano con le parole. La ragazza non era di certo una santa,

ma la sua voce metteva i brividi e solo per questo non le si può mancare

di rispetto, specialmente adesso che non c’è più…

  • - Già, è stata una perdita per tutti, soprattutto per la Dream Records…

  • - Che si fottino quelli della Dream Records…

  • - Dai Alvin, dicci come è andata…

  • - Cazzo, lo sai come è andata, te l’avrà raccontata almeno cento volte…

  • - Si, ma è sempre uno spettacolo. Dai incomincia, che la benzina è quasi

finita… - Alvin si sistemò a sedere coi piedi sulla panchina e le braccia poggiate sulle ginocchia, in modo da poter guardare tutti quanti in faccia, perché quando Alvin raccontava una storia voleva entrarti dentro e farti credere a tutto, la magia, il diavolo e gli spettri del palcoscenico. Rock City era una città strana e succedeva sempre qualcosa di inspiegabile, perché nella metropoli della musica la magia esisteva per davvero, e la linea che divideva il vero dall’immaginato correva sul filo delle sostanze spacciate dagli sciamani. La storia di Penelope Pearl la conoscevano tutti in città, ma nessuno riusciva a raccontarla bene come Alvin, giovane roady al soldo della D.R. Intendiamoci, lavorare per una major era una cosa normalissima a Rock City, se si considera che più del sessanta per cento del fatturato cittadino veniva dall’industria musicale e affini. Se volevi campare, il che significava rimanere nel giro, divertirti ed assistere ogni tanto ad un bel concerto, non ti restava

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che mettere da parte i tuoi principi ed incassare l’assegno dei discografici. Alvin avrebbe volentieri dato fuoco a tutta la baracca, ma le cose non sarebbero cambiate e lui avrebbe sicuramente fatto una brutta fine, perché non conveniva mettersi contro le major. Per questo e per altri motivi, tanto valeva seguire il flusso e vivere il sogno. Il silenziò calò attorno alla panchina. Il ragazzo si lasciò andare ad un lungo sorso di birra, poi scaraventò la bottiglia vuota nelle ombre del parco. La storia poteva incominciare. - Penelope Pearl aveva mille talenti, ma io la ricorderò per sempre per queste tre cose; la voce, gli occhi e la parlantina. Erano tre abilità che si fondevano nel momento in cui voleva colpirti. Ti guardava, dal basso dei suoi centosessantuno centimetri, e potevi già dirti fottuto, perché perdersi nel verde smeraldino dei suoi occhi era come abbandonarsi ad un tuffo nel vuoto. Poi ti parlava e, a differenza di molti cantanti, che quando li senti chiacchierare ti chiedi come facciano a tirar fuori dalla gola certe note, la magia della sua voce ti arrivava dritta al cuore, proprio come quando attaccava uno di quei pezzi strappa-anima con cui usava chiudere i suoi concerti. E mentre facevi i conti con le emozioni rimescolate dal timbro di quella giovane gattina, lei t’infilzava con le parole giuste, che ti sparava addosso come una mitraglietta. Insomma, era meglio non mettersela contro, che se all’apparenza sembrava un’innocua ragazzina viziata, in verità c’aveva due palle invidiabili. Purtroppo anche lei, come tutti del resto, c’aveva i suoi vizi. Ma era furba e per questo si riforniva solo dal suo sciamano di fiducia, che al tempo del fattaccio era anche il suo ragazzo. Si chiamava Miguel, un tipo ispanico con i rasta fino al culo, tre o quattro anni più giovane di lei che ne aveva venticinque quando morì. Il ragazzo ci sapeva fare ma era un tipo strano, lo dicevano tutti nel giro. Parlava poco e alle serate di gala non si faceva mai vedere, ma lo potevi adocchiare dietro il palco durante i concerti, defilato tra le ombre. Poteva leggerti la mano, farti le carte e altre stronzate del genere, e si era sparsa voce che ci azzeccava, figlio di puttana. Chissà che fine avrà fatto… Alvin afferrò l’ultima birra e cambiò posizione. Nessuno disse niente per paura di rompere l’atmosfera. Era il momento in cui la storia entrava nel vivo.

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- Era settembre e mancavano solo un paio di concerti alla fine del tour. La Dream stava spingendo per farle registrare subito un nuovo album e poi riportarla sui palcoscenici di Rock City per l’inizio del nuovo anno, ma la Pearl era stanca e disgustata da tutto e da tutti. Voleva prendersi un anno di riposo e non ne fece segreto, tant’è che lo disse apertamente alla fine della sua ultima performance, davanti ai settantamila del Diamond e ai milioni di telespettatori sintonizzati sul canale della Dream Records che guardavano l’evento dal vivo. Micheal Wasserman, amministratore delegato della major, andò su tutte le furie e la sera stessa mosse le sue pedine. Nella suite dell’hotel del Diamond, lo stadio in cui si era esibita, Penelope degustava in compagnia del suo amante un nuovo cocktail onirico. Miguel mischiava parti di acidi con alcune misteriose radici di sua conoscenza, di sicuro roba messicana. Il viaggio d’andata era assicurato, il ritorno un po’ meno… Alcuni ragazzi risero alla battuta, mentre il cielo ad oriente incominciava già a rischiararsi. La storia riprese… - Quattro membri dei Doberman, pagati ovviamente dalla Dream, irruppero nella suite senza neanche bussare e fecero il classico lavoretto di persuasione riserbato alle star ribelli. Distrussero la stanza, picchiarono il ragazzo, minacciarono apertamente la Pearl senza però sfiorarla, e poi se ne andarono pisciando sulle tende della suite. Malgrado la paura, Penelope non aspettò il giorno dopo per farsi sentire. Chiamò un taxi e piombò al party delle alte cariche della Dream Records, sul terrazzo a cupola del grattacielo più alto di Rock City. Andò dritta da Wasserman e, davanti ad almeno cento tra i nomi più prestigiosi della città, gliene cantò come solo lei sapeva fare, avvolta da una pelliccina di finta volpe, il rossetto acceso e i capelli pettinati all’indietro, per dare risalto ai suoi occhi di gatto. Lo chiamò “maiale”, e quel grassone diventò tutto rosso, così da assomigliare ancora di più ad un fottuto suino, che il demonio se lo porti! Poi lasciò il palazzo, come una regina, tra gli sguardi sorpresi degli uomini e i risolini delle donne. La vendetta di Wasserman non si fece attendere. Due motociclette affiancarono il taxi sul quale Penelope stava tornando a casa e lo crivellarono di proiettili. Il resto della storia la sapete, perché i giornali ve l’hanno venduta per almeno due mesi. La Voce della

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Salvezza, quella setta fittizia di fanatici messa su dalle major per coprirsi il culo, dichiarò di essere responsabile del delitto. “Dio punisce gli infedeli ed i servi di Satana”, c’era scritto sulla finta lettera di rivendicazione. La polizia fece un paio di arresti fasulli, la Dream Records organizzò un mega concerto in mondovisione per celebrare la defunta star, una processione di migliaia di fan accompagnò il feretro bianco della Pearl fino a Harmony Hill, il cimitero del rock, e due settimane dopo uscì il doppio album di successi e inediti che si posizionò subito al primo posto della chart e vi rimase per quasi un anno. Fu il più grande affare della Dream, malgrado la perdita… Miguel, il fidanzato sciamano della Pearl, sparì di circolazione, ma non in quel senso, badate bene. Il ragazzo, come ho detto, ci sapeva fare, e gli scagnozzi al soldo della Dream non riuscirono a scovarlo. Invece alcuni dicono di averlo visto più volte aggirarsi come un anima dannata nel cimitero di Harmony Hill, attorno alla tomba della defunta Pearl. Un ragazzo completamente andato, probabile necrofilo, che amava dormire vicino ai resti delle star e passare la notte nei cimiteri, giurò di aver assistito ad un incantesimo. Miguel, in preda a chissà quali acidi, danzava come un folle attorno alla lapide della sua ex-ragazza, cantando una strana canzone in una lingua sconosciuta. Era la notte del ventisette novembre, la stessa in cui avvenne il secondo omicidio. Negli uffici della Dream Records, Wasserman era al settimo cielo. Il disco vendeva, gli azionisti erano contenti e la Penelope non rompeva più i coglioni. La vita era una meraviglia, di sicuro pensava, mentre se lo faceva succhiare dalle sue concubine in botta acida, quattro ragazzine di appena sedici anni che volevano diventare famose. Nella vasca idro della sua magione all’ottantottesimo piano del palazzo della Dream, Micheal Wasserman viveva il sogno allo stato puro. Fu lì che lo ritrovò la polizia il giorno dopo, il corpo flaccido immerso nell’acqua sporca di sangue, la testa staccata dal collo a un paio di metri dalla vasca, sul tappetino intriso di cremisi. Le ragazze furono interrogate ma nessuno credette alle loro storie di spettri e vendette. Gli inquirenti dettero la colpa agli acidi. La Dream Records le pagò bene e il giorno dopo fecero ritorno ai loro insipidi villaggi del sud, dove i giovani, ignari del selvaggio mondo dei discografici, coltivano il sogno di Rock City.

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- Ma le ragazze parlarono agli amici, e gli amici parlarono ad altri amici, e la storia del necrofilo s’insinuò tra le testimonianze delle ragazze. Lentamente una leggenda prese forma, e vi confesso che non mi stupirei se fosse vera, perché di cose strane ne ho viste in questa città del diavolo… Alvin riprese fiato. Lasciò andare lo sguardo verso le luci della città, una distesa sconfinata che dalle montagne arrivava fino al mare. Rock City, la città del diavolo, ma c’erano cose ancor più temibili di Belzebù; c’era il Dio Denaro e Fama, la sua baldracca. E poi c’era la droga, quella buona degli sciamani giusti, e quella devastante spacciata dai servi delle major. Il roady si attaccò all’ultima birra, la finì e chiuse la storia. - Penelope apparve sulla terrazza all’ottantottesimo piano, quella dell’appartamento di Wasserman, candida come il latte, con indosso una vesta sottile che lasciava intravedere le sue forme minute, le sue carni giovani che, per uno strano gioco di luci o chissà per cosa, sembravano anch’esse trasparenti. Si avvicinò alla porta-finestra che dava sul bagno, dentro il quale il grasso amministratore della Dream Records cinguettava con le sue giovani amanti, un bicchiere di whiskey in mano e una tetta da bambina nell’altra. Le ragazze urlarono e schizzarono fuori dalla vasca prima che Wasserman riuscisse a capire cosa stesse succedendo. La Pearl gli fu sopra in un istante. Ignorando le ragazzine, alzò la lama di un enorme coltello sopra la testa del verro umano. Nessuno guardò, ma tutte e quattro udirono dei rumori orribili, un grido disperato mozzato nel momento in cui la lama recise le corde vocali dell’uomo, e poi il suono delle carni squarciate, e un fiotto di sangue che gorgogliava riversandosi sulla superficie schiumosa della vasca. Quando finalmente scese il silenzio, la Pearl intonò il ritornello di Gimme Some Love, la hit che la rese famosa, e nessun canto di vendetta fu più meravigliosamente crudele di quello.

III) Il Pifferaio delle Steppe

Oltre le montagne si trova il deserto, ed una strada lunga e polverosa

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che taglia in due il continente. A sud di questa la vegetazione diventa selvaggia, le strade intricate, i villaggi sporadici e pieni di misteri. Laggiù i giovani sognano Rock City, mentre i vecchi siedono sui porticati a cantare vecchi pezzi blues. Laggiù tutto ha il suo tempo, tutto scorre lento, o forse non scorre affatto. Ma a nord di quella famosa strada, che molti chiamano semplicemente “La Via”, il territorio diventa brullo, e poi ci sono i grandi laghi e oltre quelli una distesa sterminata di vegetazione bassa, fredda e inospitale. In quella landa sperduta sorge una piccola città chiamata ironicamente Notown, perché è come se non esistesse affatto. Una strana aggregazione di casette e casupole, un paio di fabbriche, un cementificio, una chiesa e un campo da football, il tutto circondato dalle grigie steppe sferzate dal vento del nord. Ed è proprio in questa città dimenticata da dio, ma forse vistata in più occasioni dal diavolo, che è nata una leggenda, e a Rock City questa leggenda si chiama Jonathan Lancelot Palmer, il pifferaio delle steppe. Giunse in città che era appena ventenne, anche se a guardarlo ne dimostrava quaranta. Capelli arruffati, sguardo stralunato, orecchini vistosi come quelli dei pirati e una barba ispida che gli dava un look trasandato ma non sporco. Suonava il flauto, e all’inizio la gente lo guardò storto perché a Rock City nessuno si era mai dedicato ad uno strumento simile. Le major lo adocchiarono, ma per un po’ lo lasciarono perdere, perché anche se i suoi pezzi blues e la sua voce folkeggiante avevano richiamato una certa attenzione, gli esperti di marketing conclusero che si trattava di una cometa destinata a cadere presto. Invece non fu così. Palmer si era circondato di una serie di musicisti sconosciuti ma tecnicamente validi, liberi dalle influenze dei discografici che nell’ambiente erano conosciuti con il nome di “mercenari dell’oppio”, perché erano sempre disposti a suonare se c’era uno sciamano che li riforniva. Beh, in questo caso era lo stesso Jonathan Lancelot che fungeva da sciamano, e in città si diceva che i suoi intrugli ti facevano vedere i demoni degli abissi e le ninfette succhiacazzi. Dopo i concerti i fan venivano invitati da Palmer a partecipare ai suoi festini, che erano delle vere e proprie cerimonie dedicate a Dionisio. Le pipette con la

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roba buona giravano insieme alle pasticche, le ragazze danzavano seminude al ritmo di un bongo, qualcuno urlava dicendo di aver appena visto un morto, un fantasma oppure dio in persona, e nel frattempo il protagonista si aggirava tra i suoi fan con il flauto in bocca e una gamba alzata come una gru, emettendo suoni stridenti, gorgoglii, rantoli ed altre assurde dissonanze. Tutta la messa in scena, a suo dire, faceva parte di un rituale liturgico. Ma quando i suoi concerti incominciarono a richiamare diverse centinaia di persone, la Music Dome bussò alla sua porta, anche se non fu facile dato che, a quanto si diceva, Palmer era senza fissa dimora. Nessuno sapeva dove abitasse e infatti non era neanche registrato in comune. Qualcuno diceva che dormiva sotto i palchi in cui si esibiva, come una specie di vampiro. Altri invece credevano che non dormisse affatto, perché faceva uso di una sostanza di sua invenzione che eliminava totalmente il bisogno del sonno. Ma alla MD non mancavano di certo le risorse e grazie ad un paio di infiltrati riuscì ad avvicinare il flautista. Palmer non si lasciò ingannare dalle promesse della major, ma sapeva che non era saggio mettersi contro i discografici, così fece loro una controproposta; senza contratto avrebbe inciso un unico disco doppio con tutti i suoi successi e poi sarebbe sparito per sempre da Rock City. La major c’avrebbe guadagnato in termini di soldi, e per loro era la cosa più importante, i fan avrebbero finalmente avuto l’occasione di ascoltare un disco dello sfuggente flautista e Palmer se ne sarebbe potuto andar via con un po’ di denaro in tasca, libero da qualsiasi ceppo contrattuale. La Music Dome accettò e due mesi dopo uscì “The first and ultimate collection of J.L. Palmer”, un disco che rimase per mezzo anno in testa alle classifiche. Tutti impazzirono e chi ancora non conosceva il pifferaio delle steppe, rimase scombussolato da quel sound vagamente folk ma assolutamente rock. Quando gli uomini della Music Dome si accorsero che il disco vendeva ben oltre le loro aspettative, provarono a rintracciare Palmer per convincerlo, con i loro soliti mezzi persuasivi, a fare un tour nei grandi stadi di Rock City, ma in città non vi era più traccia del ragazzo prodigio venuto da Notown. Qualcuno disse che era tornato da dove era venuto. Altri invece pensarono ad un’isola del sud,

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lontano dal mondo corrotto dei discografici. Eppure c’è ancora chi crede che il pifferaio delle steppe viva sempre a Rock City, che abbia alterato il suo look e cambiato nome, e gestisca un pub o magari un negozio di dischi nella città vecchia. Ma anche questa, come tutto il resto, è solo una leggenda.

IV) L'Angellino d'Oro della Music Dome (101 Parole)

Micky Lamb, l'agnellino d'oro della Dome, salì sul palco quella sera dopo aver calato un cocktail micidiale di alcol e anfetamine di dubbia qualità. Era il quinto concerto consecutivo, il finale di un tour distruttivo al quale era impegnato per colpa di uno sporco contratto, firmato per sbaglio in una notte balorda. Grazie alle basi registrate anche quella volta la sua performance risultò convincente, almeno fino al secondo bis, quando si tuffò a volo d'angelo sulla platea e il cuore gli esplose nel petto. Due mesi dopo la Music Dome incassò venti milioni di dollari per un'assicurazione sulla vita. La sua.

V) Rooster Crane

Il concerto degli Abyss era terminato in un tripudio di urla di disperazione e pianti isterici. La band più “scura” di Rock City aveva lasciato il palco tra i rintocchi di campana della tenebrosa e bellissima “Funeral”, dopo un concerto di quasi tre ore. Per l’occasione il cantante e leader della band si era fatto rinchiudere in un cofano d’ebano posizionato al centro del palco. Un becchino smilzo e incappucciato scandiva il tempo del finale per solo piano conficcando dei lunghi chiodi d’acciaio nella bara. I quarantacinquemila dell’Arena Nord erano in estasi. Ma a Rock City i concerti erano solo l’inizio dell’avventura notturna. La festa di solito continuava nei club e nei pub della città, tutti rigorosamente di proprietà delle major. Poi c’erano le feste private,

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anche se illegali, perché alla Dome Records e alla Dream Music non andava a genio che la gente si sballasse nelle proprie case con gli alcolici comprati al supermercato e le pasticche degli sciamani di strada. Ma nonostante il severissimo divieto, ogni sera vi erano centinaia se non migliaia di party liberi nella metropoli. Quella sera Jim e Carrie, subito dopo il concerto degli Abyss, se ne andarono da Izzy, uno sciamano loro amico che aveva un seminterrato nella città vecchia che era l’ideale per organizzare delle feste senza dare troppo nell’occhio. Izzy aveva invitato mezza Arena quella sera, perché il tema del party era la morte, un soggetto sempre di grande attrazione. La maggior parte degli invitati erano Ghosts, amanti della musica scura e necrofili per spasso, ma non tutti si trovavano lì per giocare e divertirsi nel segno della decadenza più dark. C’erano alcuni personaggi di dubbia reputazione, ben più interessati ai misteri della morte degli sballati fan degli Abyss. Jim e Carrie notarono l’andazzo ed erano sul punto di levarsi dai piedi, quando Izzy si fece loro incontro salutandoli e promettendogli un viaggio super. Si diceva infatti che il bizzarro sciamano, sempre vestito di scuro e completamente glabro, con uno strano tatuaggio tribale sulla testa clava, usava mischiare del comune acido con una sostanza di sua invenzione ricavata dalle reliquie delle rock star crepate di OD (e il cimitero di Rock City ne era pieno). La capsulina che faceva girare quella sera e per la quale era diventato nell’ambiente sotterraneo una mezza celebrità, l’aveva battezzata “Gateaway”, e il nome diceva tutto. Cazzate, certo, una persona normale non può permettersi di credere a scemenze del genere, ma una cosa era certa: la roba di Izzy faceva sballare di brutto, e poi si diceva che facesse vedere i morti. Roba da farti perdere la ragione, ma alla festa quella sera ce n’era poca di gente con qualche cellula sana in testa. Jim prese Carrie per la mano e la condusse attraverso un corridoio gremito fino alla porta del soggiorno. La bottiglia di vodka che teneva nella mano era ormai a metà. Si sedettero sul bracciolo di un divano sdrucito, accanto a due ragazze che fumavano erba accarezzandosi delicatamente la testa. Dallo stereo arrivavano le note di un disco dei Tomb, il primo progetto del grandissimo Rooster Crane, il Galletto del Diavolo.

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- Questo pezzo è semplicemente stupendo! – sussurrò Carrie all’orecchio del suo ragazzo. Poi gli afferrò la bottiglia e buttò giù un lungo sorso. Lui incominciò a baciarla esplorando e giocando con la lingua, solleticando i numerosi piercing che aveva sulle labbra e i due bottoncini interni. Erano andati, ma non col pilota automatico. Era un bello stare, ma era appena scoccata mezzanotte e l’avventura era solo all’inizio. Le feste libere si autoregolavano. Potevi entrare anche se non eri invitato ma dovevi comportarti bene, altrimenti il meglio che ti poteva capitare era ritrovarti col culo sul marciapiede. La gente di solito entrava, si faceva una bevuta o qualcos’altro, e poi si dileguava verso un altro party, che a Rock City, specialmente il sabato sera, non mancavano certo. Izzy metteva a disposizione la sua casa, gli alcolici e in cambio tirava su un discreto malloppo vendendo il suo Gateway. Jim e Carrie, entrambi appena sedicenni, non se lo potevano permettere, ma erano vincolati dalla promessa dell’amico. A fine serata una pasticchina, forse due, sarebbero toccate anche a loro. Jim non conosceva personalmente Izzy, ma suo fratello più grande ci era andato a scuola insieme e quando era appena un ragazzo lo vedeva spesso a casa sua. Jim sapeva che Izzy si sentiva in colpa per l’OD che si era fottuta suo fratello, anche se non era stato lui a vendergli la roba. Jim non conosceva tutta la storia, ma Izzy si era preso a cuore il fratellino proprio per questo senso di colpa. La sera che Martin si fece quel viaggio senza ritorno erano insieme. Izzy provò a convincerlo di lasciar perdere, che lo sciamano che gli aveva venduto la roba aveva una brutta reputazione e si sapeva che lavorava con la DR. Ma non volle sentir ragioni e s’infilò quel maledetto ago nel braccio, pace all’anima sua… Il viavai era terminato. Alla festa rimanevano gli irriducibili, i collassati e quei tre o quattro personaggi che Jim aveva adocchiato all’inizio. Izzy mise sul piatto “No Return” il capolavoro di Rooster Crane, l’ultimo lavoro da solista prima che la morte lo richiamasse. E cosa si aspettava, dopo averla inneggiata e reclamata per anni! Era giunto il momento di soddisfare le sue richieste, perché con la morte non si scherza… Izzy richiamò tutti quanti all’ordine. Chiese, a chi poteva, di formare un

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cerchio nel soggiorno, dove la voce sofferente di Crane chiedeva perdono a Satana, perché era giunto il momento tanto atteso. Jim e Carrie, che erano ancora sul divano ad esplorarsi e a bere sguaiatamente, presero posizione insieme a una quindicina di persone. C’era odore di cannabis e vomito nell’aria, prima che Izzy accendesse alcuni bastoncini d’incenso aromatici. La scena che sia andava componendo aveva qualcosa di mistico. Jim reggeva bene l’alcol e riusciva ancora a metter a fuoco i volti delle persone. Carrie era completamente andata e si appoggiava con tenerezza sulla sua spalla. Lui le chiese come stava e lei gli rispose con un grugnito. Nonostante tutto la trovava ancora bellissima. Finalmente Izzy prese posto al centro del cerchio. Teneva in mano un sacchettino di velluto rosso, e con un amano rovistava il suo contenuto. Sorrideva in maniera dolce e confusa, ma i suoi occhi erano presenti e vivi e si posarono su ogni elemento del cerchio. Lui continuava a girare il contenuto del sacchetto. Disse qualcosa, ma Jim non riuscì a sentirlo perché la musica era troppo alta. Poi incominciò a dispensare chicche, come un Gesù moderno spezzerebbe i pani per il suo popolo. Jim buttò giù la sua e si mise in tasca quella di Carrie, che se la dormiva accanto. Quello che avvenne dopo lo turbò per molti giorni. Le luci cambiarono, i bassi dello stereo rimbombarono nel suo stomaco, gli oggetti della stanza cominciarono a sciogliersi, come in un quadro di Dalì. Guardò i volti delle persone sedute in cerchio e intravide le forme dei loro teschi, macabri ghigni dell’oltretomba. Provò ad urlare ma non riusciva a muoversi, a parlare, a fare niente. Non poteva neanche chiudere gli occhi o tapparsi le orecchie. Jim cercò la figura di Yzzy e la trovò al centro del cerchio, ma era cambiata. Adesso di fronte a lui vi era un uomo alto, con lunghi capelli che ricadevano sul volto. C’era qualcosa di familiare in lui. Provò a distinguere i tratti del suo volto nell’ombra proiettata dalla massa di capelli, e in quell’istante l’uomo alzò lo sguardo su di lui. Allora lo riconobbe. Era Rooster Crane, in carne ed ossa, o almeno quella era l’impressione. I suoi occhi erano rossi come le braci della magione di Belzebù. Lo spettro del cantante alzò la testa, gettando indietro la sua chioma corvina, abbandonandosi a una risata crudele, estasiata, che andò a fondersi con la melodia del

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pezzo che chiudeva il suo ultimo album “Dancing with the dark ones”. Perché a Rock City i fantasmi esistono, che lo crediate oppure no, e il diavolo è dalla parte dei buoni.

VI) Melvin & Desy

Melvin era un bastardo, ma io l’amavo e l’avrei seguito finanche alle porte dell’inferno. Forse fu proprio là che lo trovai, persa in uno strano sogno o più probabilmente tra le spire del Vortice… Ne aveva tante come me, ma nessuna era come me. Adesso penserete che sia l’ennesima disillusa, ma vi assicuro che non è così, e anche se fosse, che cazzo ve ne frega a voi… l’amore è l’amore, e quello che provavo e continuo a provare per Melvin è Amore con la “A” maiuscola. Perché io ero la “Sua Desy”… usava sempre il possessivo quando si riferiva a me, invece le altre le chiamava solo per nome. Erano passati due mesi dall’ultimo concerto degli Azazel’s Eyes e di Melvin non si sapeva più nulla. Il ricordo dei suoi baci mi tormentava in quelle piovose serate d’autunno. La sera prima del fatidico concerto in cui dette l’addio, facendo schiumare di rabbia i dirigenti e gli azionisti della Music Dome, si dedicò totalmente a me. Non mi disse niente dei suoi piani, ma lo capii al volo che c’era qualcosa che non andava. Tra le lenzuola di seta del suo letto mi amò più volte, ma lo sentivo lontano, distratto, preoccupato… Gli allungai un paio di pasticche ma lui le rifiutò senza esitare. Doveva stare pulito, mi disse. Quando mi svegliai la mattina dopo lui se n’era già andato. In quel momento seppi che non l’avrei mai più rivisto, almeno non in questo mondo… Nelle due settimane successive ebbi i miei problemi. Gli scagnozzi della Music Dome vennero a cercarmi perché sapevano che ero una delle sue ragazze, forse la più intima. Dissi loro di andare a farsi fottere, ma mi resi subito conto che era la risposta sbagliata. Con certa gente è bene non fare i duri… Dissi quello che sapevo, cioè nulla, e dopo avermi somministrato una sostanziosa dose di schiaffi mi lasciarono andare. Passarono altre due settimane in cui vagai come un fantasma di raduno in raduno, di concerto in concerto, vittima di una serie di mood-

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swings dovuti ad un uso improprio degli acidi… nessuno sapeva niente di Melvin. Incontrai Logan, il cantante degli Azazel, ma stava peggio di me. Anche lui non aveva la minima idea di dove si trovasse il chitarrista più famoso di Rock City. Era il 19 novembre, una serata balorda come molte altre, quando il telefono squillò destandomi da un incubo chimico. Era Gwendy, o come la chiamavano tutti, Gwendaline la Matta, matta perché non aveva paura di niente, neanche del diavolo, anzi… C’era chi diceva che avesse fatto un patto con lui, che se lo fosse scopato come si era scopata tutti i più grandi musicisti apparsi a Rock City negli ultimi vent’anni, e che in cambio avesse ricevuto il segreto dell’eterna giovinezza. In effetti Gwendy poteva avere venti oppure cinquant’anni. C’era chi la conosceva da una vita, eppure la sua chioma rimaneva folta e dorata, e neanche una ruga solcava il suo bel viso. I suoi occhi invece la raccontavano lunga… ne avevano viste di cose nella città del diavolo. “Ciao Desy, il tuo uomo ti cerca…” mi disse dall’altro capo della linea. “Che cazzo dici Gwendy?” le chiesi di rimando, perché ero in botta e non le credevo. “Vediamoci tra due ore al Fusion, dietro il locale di Vic. Sai dov’è?” “Certo, ma se mi stai prendendo per il culo…” click. Aveva già riattaccato. Ero là ad attenderla mezz’ora prima dell’appuntamento. Le sigarette non riuscivano a calmarmi. Infilai la mani nella tasca della giacca e afferrai due quadrettini blu che mi aveva allungato Berto, il mio sciamano di fiducia. Diceva che facevano calmare, ma forse era meglio non mischiarle con la robaccia che mi ero fatta poche ore prima. Li lasciai ricadere nella tasca e mi accesi un’altra cicca. Poi arrivò lei. Difficile parlarne male, almeno dal punto di vista fisico. Indossava un paio di jeans elasticizzati e una finta pelliccia di volpe. I capelli li teneva legati sulla testa, come voleva la moda del momento, così da dare risalto agli occhi di cerbiatta e al sottile disegno del rossetto. Insieme a lei c’erano due adepte… insieme avranno avuto non più di trent’anni. “Ciao Desy, hai una brutta cera… che ti è successo?” chiese lei ironica. “Non sono qui per fare conversazione, Gwendy… Cos’è questa storia?

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Sai dove si trova Melvin?” “Più o meno…” “Allora dimmi dov’è!” la incalzai, facendo fatica a non saltarle addosso e a strapparle con le mani i suoi maledetti segreti. “Beh, per prima cosa ho bisogno di sapere quanto desideri vederlo…” “Che cavolo dici… Non lo vedi come sono ridotta? Se non lo vedo muoio…” “Ci sono cose più terribili della morte, sorella…” Insieme a quelle strane parole Gwendaline la Matta mi regalò un macabro sorriso. La bocca piena di rossetto le si aprì come una ferita inferta da un rasoio. “Basta stupidaggini! Portami da lui” le dissi, chiudendo una volta per tutte quell’assurda conversazione. Lei girò sui tacchi e mi chiese di seguirla. Camminammo per un po’ tra gli stretti vicoli della città vecchia. Il Fusion, locale underground ma di proprietà della Dream Records, sorgeva poco distante dalla cattedrale e segnava l’inizio di Melody Road, una strada immaginaria che, passando attraverso i principali templi del rock della città, segnava il pellegrinaggio quotidiano del popolo della musica. Ma la città vecchia era in qualche modo distaccata dal grande business musicale di Rock City. Laggiù potevi ancora mangiare in un ristornate non di proprietà delle major, oppure guardarti un film in un cinema d’essai. D’un tratto le tre donne che mi precedevano svoltarono in un vicolo se possibile ancora più angusto. C’erano delle scale che sprofondavano nell’oscurità, e una porta di legno senza insegne. “Dove mi portate? Io non ci vengo laggiù…” dissi io, fermandomi all’entrata del vicolo. “Tranquilla bambola… Sei al sicuro con noi…” cercò di tranquillizzarmi Gwendy, e ci riuscì. Non so come ma ci riuscì. In fondo cos’è che avevo da perdere, mi chiesi. E così, che lo crediate oppure no, scesi lentamente quelli scalini che mi avrebbero condotta dentro il covo del diavolo. Gwendaline estrasse dalla sua borsetta rosa una vecchia chiave e dette due mandate alla porta, che si aprì con un cigolio. Dentro era buio pesto, ma lei lo scacciò con una torcia elettrica. Lentamente

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scivolammo in un corridoio stretto e umido. “Fa freddo qui…” mi lamentai. “Vedrai che tra un po’ ti scaldi…” rispose seccamente la mia guida, e le ragazzine risero come a una battuta, ma io non ci trovai niente di divertente. Il corridoio terminò una ventina di metri dopo davanti a un’altra porta. Questa volta Gwendy bussò un codice di tre colpi più due. Un ragazzo molto giovane, di bell’aspetto e coi capelli lunghi ci fece entrare. Sulle sue braccia risaltavano molti tatuaggi ma ve n’era uno più grande degli altri, un cobra che gli si avvinghiava dal polso fino alla spalla. “Ciao Thomas”, e nel salutarlo Gwendy gli accarezzò il serpente tatuato. Lui mi guardò di sfuggita. “È lei?” domandò. La mia guida annuì. Insieme attraversammo la stanza, probabilmente un vecchio magazzino in disuso. C’erano delle casse ai lati e sopra alcuni scaffali, ma non riuscii a capire che cosa contenessero. Alla torcia di Gwendy si era aggiunta quella di Thomas, perciò la situazione non era cambiata di molto. Le ombre ci stavano addosso… Passammo a un’altra stanza, simile alla prima. Intanto la temperatura si stava alzando, anzi si stava facendo decisamente caldo. Ci fermammo davanti a un’altra porta, che risaltava nell’oscurità per via di una forte luce bianca che fuorusciva dagli stipiti. Thomas usò una chiave per aprirla. “Riparatevi gli occhi…” avvertì. Abbagliati da quella luce artificiale, entrammo in una stanza più piccola, una specie di serra. Su un tavolo erano disposti dei vasi di terracotta, a ridosso di una parete vi erano quattro ventilatori accesi e sul soffitto due grosse lampade alogene abbagliavano violentemente le piante che crescevano nei vasi. Le riconobbi subito, anche se era la prima volta che le vedevo. Erano le leggendarie rose nere, i cui petali potevano farti raggiungere il Vortice, un mondo a metà strada tra lo sballo e la vibrazione. Allora non è solo una leggenda, pensai. Stordita da quella visione, fui presa per un braccio dal ragazzo che mi fece accomodare su un divano, davanti al tavolo. L’aria incominciava a farsi soffocante, forse per colpa delle lampade, o forse per qualcos’altro… Nella stanza vi era uno stereo portatile. Gwendy estrasse dalla sua borsa

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una musicassetta e ce la infilò dentro. Pochi istanti dopo l’intro acustico di Saturn Woman inondò la stanza. Era il pezzo degli Azazel’s Eye che preferivo. L’assolo finale di Melvin riusciva ogni volta ad entrarmi dentro, insinuandosi nel mio stomaco, nei miei intestini, fondendosi con la parte più etera di me. Thomas staccò un grosso petalo nero da una delle molte rose che crescevano nella serra. Mi disse di chiudere gli occhi e aprire la bocca. Io obbedii, stordita dal calore, dalla luce e da quelle note che mi entravano sottopelle. Mi appoggiò sulla lingua il petalo e per un momento sentii la bocca andarmi a fuoco. Il petalo si sciolse, restai ad occhi chiusi, la musica divenne liquida ed io vi ci affogai. “La mia Desy…” era la Sua voce, inconfondibile. “Melvin?” “Apri gli occhi…” “Ma…” “Fidati…” Non mi trovavo più nella serra. Stavo a sedere al bordo di un letto a baldacchino, in una stanza che non conoscevo. Il pavimento era cosparso di candele accese e c’era un piacevole odore di cannella e rosmarino nell’aria. Le lenzuola del letto erano di seta rosa, soffici e profumate. Mi voltai e c’era lui, adagiato sul letto con le spalle alla testiera, i capelli leggermente più lunghi che gli ricadevano ai lati del volto, e due occhi intensi ma dolci. Sorrideva… “Vieni qui…” “Ma dove siamo?” “Non preoccuparti… Mi sei mancata, lo sai?” Non dissi nient’altro. Ci amammo, come sempre ma anche in maniera nuova. Potevo udire in sottofondo l’assolo di Saturn Woman, ma era distante, come se provenisse da un altro mondo. Persi completamente il senso del tempo. Il nostro incontro poteva essere durato un battito di ciglia oppure un secolo. Prima di lasciarmi mi disse di non stare in pensiero per lui, che tutto era a posto. “Ma è vero che sei con Lui?” domandai io. “Sshhh! Non parliamo di Lui…” rispose, accendendosi una sigaretta. Me la passò dopo aver inalato, e tutto era così maledettamente reale e

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normale… “Ci rivedremo?” chiesi allora. “Forse…” sussurrò. “Forse…” ma i suoi occhi guardavano altrove e potrei giurare di averci visto dentro un baluginio cremisi. Finimmo le sigaretta poi lui se ne andò. Mi addormentai quasi subito e mi risvegliai sul divano della serra. Il sogno era finito, se di sogno si era trattato. “Tutto bene, bambola?” Stranamente le parole di Gwendaline la Matta suonarono dolci, genuinamente preoccupate. “Tutto ok…” risposi. “L’amore è un brutto trip!” cercò di consolarmi lei. “Forse…” dissi. “Forse…”

VII) I Preti di Satana

Il ragazzo si chiamava Igor, magro come un giunco, i capelli riccioli e corvini gli ricadevano sul volto. Esibiva disinvolto un enorme tatuaggio sul braccio destro, che dal polso saliva fino alla gola, la testa di un cobra con le fauci spalancate. Quello non era un semplice tatuaggio, ma un segno di riconoscimento. A Rock City venivano chiamati Preti di Satana. Alcuni dicevano che bazzicassero le fogne e se la intendessero per davvero con Belzebù. Organizzavano concerti illegali, spacciavano petali di rose nere e aiutavano le star a liberarsi dei ceppi che le legavano alle major. Insomma, erano gente a posto. Igor spezzò il fiore come fosse Gesù. I petali andavano messi sotto la lingua, poi chiudevi gli occhi e contavi fino a dieci. Se la spinta era forte potevi raggiungere la giusta frequenza ed entrare nel Vortice. Laggiù poteva succederti di tutto, anche incontrare Sebastian Simmons, il chitarrista dei Purplemath. Lui si che ci andava pesante con quella roba! Ricevetti il dono come un ostia ed abbassai le palpebre. Venni risucchiata in un turbine di tepore. In sottofondo potevo udire distintamente le note di Plesure, la hit del momento. Per un attimo temetti di perdermi, poi qualcuno afferrò la mia mano ...

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Era Igor, ma in una forma nuova. Con noi c'erano anche gli altri della gang, amici di scuola e di viaggio. Insieme fluttuavamo in un cielo indaco, come aquiloni rubati alle mani dei bambini. Quello era il Vortice, una dimensione a metà strada tra la musica e lo sballo. Solo gli sciamani più in gamba di Rock City erano in grado di far nascere una rosa nera. Crescevano nel sottosuolo, dove si diceva dimorasse lui, il diavolo ... Igor mi guardò negli occhi come se volesse leggermi l'anima. Gli sorrisi ... Plesure intanto era arrivata al secondo ritornello, e noi eravamo totalmente fuori.

VIII) King Nico

King Nico, direttore artistico della Music Dome, centocinquantotto centimetri di pura energia creativa, due occhi azzurri e profondi incorniciati da un nugolo di boccoli dorati, supervisionava le ultime direttive per l’imminente apertura del Fantàsia, il nuovo tempio del rock nella città del diavolo. Seduto tra le ombre in fondo alla platea deserta, ascoltava le performance degli artisti, mentre con gli occhi divorava gli spartiti sottratti dalla suite di Jonathan Leverick, il compositore che si era gettato dalla finestra della sua camera d’albergo un paio di giorni prima. Era stato un brutto colpo, non solo per i fan, ma anche per la Music Dome. La casa discografica aveva investito un bel gruzzoletto sulla sua gallina dalle uova d’oro, certa che lo spettacolo che stava preparando avrebbe decretato l’immediato successo del nuovo locale. Jonathan stava scrivendo un concept epico che ripercorreva le avventure di un grande condottiero del passato che per odio, o forse per amore, aveva rifiutato il suo dio ed era sceso a patti con l’eterno avversario. La composizione era come al solito impeccabile, ma Nico era convinto che Leverick non incarnava l’immagine giusta per un luogo come il Fantàsia. Avrebbe regalato al suo pubblico una performance eccellente, ma Nico non stava al gioco per un semplice “eccellente”. Lui voleva qualcosa di memorabile…

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Per questo motivo aveva chiesto ad un paio di scagnozzi di andarlo a trovare nella sua suite, per spiegargli gentilmente le tecniche di volo dei corvi e delle colombe. Purtroppo non era stato abbastanza attento alle loro direttive e si era sfracellato di fronte alla hall del Parnassus, l’hotel dove prendeva alloggio. Subito i fan avevano mosso accuse alla major, ma la Music Dome non c’entrava nulla, anzi… Se l’amministratore delegato avesse saputo come erano andati davvero i fatti, per Nico sarebbe stata la fine. Le quotazioni della società erano in ribasso e l’apertura del Fantàsia rischiava di trasformarsi in un flop, malgrado la fiumana di soldi investiti. Ma quando un artista ha una visione, niente può mettersi tra lui e la sua realizzazione. Questo aveva sempre pensato Nico. La Music Dome gli aveva commissionato qualcosa di sensazionale, e il direttore artistico più all’avanguardia di Rock City gliela avrebbe consegnata su un piatto d’argento, non per soddisfare i ricconi della major, che poco o nulla sapevano di arte, lo avrebbe fatto per incidere il suo nome con lettere indelebili nella mente dei ventimila spettatori che si erano prenotati un posto per la prima. Il suo nome sarebbe rimasto nell’olimpo di Rock City, per sempre. Nico aveva visionato circa una trentina di pretendenti ma nessuno era riuscito ancora ad avvicinarsi a quello che aveva in mente. La musica era pronta, era perfetta, perché quel diavolo di Leverick ci sapeva fare. Adesso mancava il sound. Nico era in cerca di un nuovo strepitoso sound… Assorto in strani pensieri ma con le orecchie rivolte al palcoscenico, arrivò a prendere in considerazione la possibilità di posporre l’apertura del locale. No, quelli della MD non gliel’avrebbero mai perdonata e sarebbe stato immediatamente sostituito con quell’idiota di Curtis, buono soltanto a tuffarsi nel Vortice. Non che a Nico dispiacesse buttar giù qualche buona pasticca, ma quando lavorava ad un progetto voleva essere pulito, per meglio sintonizzarsi sul suo canale creativo, diceva. Un riff di chitarra lo richiamò improvvisamente da quel turbine di pensieri. Non male l’uso del compressore, pensò, ma rimase con la testa abbassata e gli occhi puntati sul pentagramma della composizione di Leverick. Aspettava la voce, perché per quanto virtuoso poteva essere il

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chitarrista, era la voce che il pubblico voleva. Era la voce che avrebbe innescato nei cervelli alla deriva del popolo di Rock City il bisogno di canticchiare la melodia della canzone, il bisogno di comprare il disco e i gadget annessi, il bisogno di calare una nuova pasticca degli shamani al soldo delle major, per viaggiare liberamente in quel luogo misterioso a metà strada tra lo sballo e la vibrazione che la gente chiamava semplicemente il Vortice.

“Veil of mystery upon the deepest smile She danced between the columns Of the ancient house on the river Nile…”

Era la prima strofa del pezzo “The Birth of Riva”, la terza canzone del concept che sarebbe stata lanciata come singolo. La voce non era quella di un uomo. Nico alzò di scatto la testa, sorpreso e confuso, due sensazioni che preannunciavano sempre qualcosa di grande. La ragazza, piccola e graziosa con lunghi capelli corvini che le ricadevano lisci sulle spalle, vibrava le sue corde vocali sull’ottava superiore, in una litania epica e graffiante al tempo stesso. La chitarra l’accompagnava arpeggiando, sopra i colori di una batteria mai troppo impertinente. Sotto si sentivano le note dell’hammond, sognanti e decise, e il tempo scandito con entusiasmo dal basso Fender. “Questo… ecco cosa ci vuole…” pensò King Nico, tirandosi indietro la ciocca di capelli dorati che gli era ricaduta sugli occhi. Ordinò a qualcuno nell’ombra di portargli un microfono. Per dimostrare il suo interesse non attese la fine della canzone. Ormai aveva deciso e lui non

era certo il tipo che tornava sulle sue decisioni. La sua voce, squillante e risoluta, s’intromise nel pezzo che fuoriusciva in tutta la sua potenza dagli altoparlanti del teatro.

  • - Come vi chiamate? – domandò.

La ragazza, intimidita da quell’inaspettata intrusione, fece un piccolo passo in avanti, mentre gli strumenti dei suoi compagni interrompevano

il pezzo tra le scariche elettriche.

  • - Mesmerized Eyes… – rispose con un filo di voce.

  • - Forse il nome lo cambiamo… per il resto va bene così… – sentenziò

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Nico. Nessuno lo vide alzarsi e sparire dietro le spesse tende di velluto scuro appese tutte intorno alla platea. La macchina della musica e dei verdoni si mise subito in moto, con i suoi ingranaggi perfettamente oliati. Quella sera la cantante del gruppo, timida e talentuosa diciannovenne che si faceva chiamare Amber, fu invitata nel suite del direttore artistico per parlare dell’imminente spettacolo che vedeva la sua band protagonista. I due in verità parlarono molto poco. Lui le allungò due capsule viola e mezz’ora dopo si ritrovarono immersi nella vasca idromassaggio ad assaggiarsi reciprocamente le proprie lingue. Nico le promise un’avvenente carriera solista, lei gli mostrò un sorriso strafatto e gli circondò le spalle lasciandosi prendere completamente. Il giorno dopo vi furono le prove. Mancavano pochi giorni alla prima ma King Nico avrebbe fatto in modo che per allora tutto fosse perfetto. L’apertura del Fantàsia fu un successo strepitoso. I giornali ne parlarono per settimane, la gente si riversò dentro il locale riempiendolo per tre mesi di fila, il disco dei Mesmerized Eys, che nel frattempo erano diventati i Crimson Paradise, schizzò in testa alle classifiche e naturalmente le azioni della Music Dome subirono un evidente rialzo, per la felicità di tutti. Per allora il nome Jonathan Leverick era già stato dimenticato e il suo caso archiviato come semplice suicidio. Perché questa era la cruda realtà di Rock City.

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FALSA MODESTIA ED AMBIZIONE MOZZA (101 Parole)

Un uomo aveva disseminato la propria strada di piccoli obbiettivi. Ogni volta che ne raggiungeva uno, l’uomo si sentiva appagato ed orgoglioso della sua modestia, nonostante l’evidente contraddizione. Incontrava altre strade, nuove possibilità, ma rimaneva sulla sua, vivendo sempre in semplicità, consapevole che il percorso è a volte più importante della meta che si vuole raggiungere. Uno straniero gli disse: “Lo sai che i tuoi obbiettivi non potranno mai essere più grandi della tua ambizione?” Ma lui non ascoltò, e rimase sulla sua strada. Riuscite a vederlo? È quell’omino laggiù, appena distinguibile, tutto solo e fiero. Poverino… vogliamo andare a prenderlo?

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IL PROFUMO DELLA MAGNOLIA ('10)

Il profumo della magnolia è tutto ciò che ricordo di quell’estate, tutto quello che mi sono permessa di ricordare. Conosco il suo significato, il vento caldo pieno delle sue bugie, le notti sopra le lenzuola a sorseggiare un bicchiere di prosecco con la mente confusa, inebriata. Un calore all’altezza dello stomaco, e poi più giù, nel pensiero di lui. Arriverà stanotte? Quante volte me lo sono chiesta… Mi ero promessa di non ricascarci. Gli uomini sposati sono i più pericolosi. Non ti amano per scordarsi delle loro mogli, ma per ricordarsi di come erano quando le incontrarono la prima volta. A volte li senti sussurrare i loro nomi mentre sono su di te, e l’affondo di un coltello farebbe meno male. Puoi giocare con l’inganno, compiacerti nel sentirti abusata, provare sensazioni nuove, spesso malsane, come lo stucchevole odore della magnolia in fiore. Ma questa non è una storia di lacrime e rimorsi, è la storia di un profumo che rievoca il dolore e l’amore, che s’insinua sotto le nostre pelli sudate e appiccicate, mentre le mani cercano disperatamente qualcosa. Un’altra mano, un fianco, un gluteo. Il profumo è più intenso, adesso che che il movimento è quello giusto. Lo sento arrivare dalla finestra. No, lui non è venuto più a bussare a questa porta, ma puntualmente ogni primavera la magnolia del giardino sotto casa fiorisce, e il ricordo torna a consolarmi nelle mie notti solitarie. Chiudo gli occhi. So che adesso sei tra le braccia della tua donna, ma io e te condividiamo questo profumo. E se i miei occhi rimangono chiusi e le mie mani tornano a cercare ciò che tu cercavi così avidamente, è come se tu fossi qui.

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STORIA DI UN RE MORENTE (101 Parole)

Il re stava morendo, assediato da una schiera di dottori impotenti. Al castello venne una sciamano, e disse di conoscere un rituale per allacciare lo spirito del malato al corpo. I dottori gli dettero del ciarlatano e lo mandarono via. Poi arrivò un druido. Portava un’erba medicamentosa, ma i dottori non la conoscevano e non si fidarono. Il re respirava penosamente quando un mago si presentò dicendo di conoscere un sortilegio contro la malattia. Ma nessuno lo fece passare, perché i dottori odiavano la stregoneria. Il giorno dopo il re morì, suo figlio salì al trono e tutto tornò come prima.

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RADIO BLUES ('09)

La radio sta andando con un mood lento, da estate, perché fuori non tira un alito di vento ed è pieno di dannati moscerini. È rimasta solo lei a raccontarmi le storie, vecchia scatola nera con l’antenna rotta, riesci ancora a prendere quella stazione blues, e chissà perché continua a trasmettere. Ma quanti ubriaconi come me vivono in questa maledetta città, e ascoltano vecchi pezzi di Tom Waits e dei primi Deep Purple? Quanti? Lei se n'è andata. É già passata una settimana e non accenna a piovere. La pioggia fa cambiare gli odori, sapete? Non sopporto più di sentire il suo profumo dappertutto, in camera, in salotto, in auto, persino nello scantinato, tra gli scatoloni ammuffiti e la catasta di legna per il camino. Ve lo dico subito, così evito di prendervi per il culo; la colpa é solo mia. Quando sei lì con una birra di troppo nello stomaco e una perfetta sconosciuta che ti apre le gambe, se sei un vero uomo non ci capisci più niente. Non sai più distinguere il giusto dallo sbagliato. La vista ti s’annebbia, il male diventa bene, il bene diventa roba per poppanti, e il passato, i ricordi, i sacrifici e le meraviglie della vita di coppia, tutto questo diventa un’accozzaglia di colori sfumati, un’immagine poco chiara, come uno di quegli assurdi quadri moderni che piacciono così tanto ai ricchi. No, non sto cercando scusanti. Sto solo temporeggiando per vedere se finalmente questo tempo si decide a cambiare. Sento dei brontolii nella distanza, forse la tempesta è vicina, forse l’odore cambierà… forse. Lee Hooker farfuglia di una donna che lo fregherà, e come lo capisco, in questo istante ti sono proprio vicino Johnny, vai, continua a strimpellare quelle corde e cantamela, cantagliela a quelle nuvole ancora troppo lontane, oltre le colline, le colline che abbiamo percorso in lungo e in largo, io e lei sul vecchio chopper. Cristo, perché te ne sei andata! Potevamo parlarne, potevamo passare anche questa, come ne abbiamo passate tante… Il problema è che ne abbiamo parlato anche troppo, e quando non c’è più da parlare non ti rimane altro che bere.

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Bere, scrivere e ascoltare vecchi pezzi blues. Ci siamo conosciuti a un rave per motociclisti nel lontano ’87. Ventidue anni insieme, ve ne rendete conto? Lei c’aveva due trecce platinate, sembrava uscita da una favola dei fratelli Grimm, io invece a quel tempo ero ancora in forma, maglietta dei Motorhead e coda di cavallo, nera come il velluto. Oggi non posso dire altrettanto; il ventre ha risentito dei fiumi di birra passati e il crine si schiarito per l’età e ingiallito per le cicche. Però mi ritengo ancora un bel figliolo, altrimenti la rossa di l’altra sera non si sarebbe avventata così famelicamente sui mie calzoni. Maledetta rossa! Era davvero bellissima la mia piccola. Le offrii la boccia di Jack e ce l’andammo a bere defilati, mentre il povero Ben Scott, pace all’anima sua, urlava dalle casse dell’apparecchio stereo. Al rave ci saranno state più di cento persone, ma era come se fossimo soli. Lei c’era venuta col suo ragazzo, ma quando mi vide lo mollò su due piedi. Ce ne tornammo a casa sulla mia prima Harley, forse il mio unico amore. Cavolo, questi ricordi fanno troppo male, ma sono esattamente le scuse che cerco per versarmi un altro bicchiere. Tanto la radio continua il suo blues ed io per oggi non ho niente da fare. Anzi, per la verità la casa senza di lei è diventata un tugurio, avrei da fare la lavatrice, rimettere a posto la camera, lavare i piatti di tre giorni, ma non riesco proprio a muovermi da questo dannato divano, lo stesso su cui abbiamo fatto l’amore cento, forse mille volte. JD é quasi alla fine e incomincio a vedere storto, come quella sera balorda insieme alla rossa. Cacchio, ci mancava solo quel Bowie con la vocina stridula che mi racconta dei ragni marziani. Ma aspetta, forse aiuta… Le nuvole sono più vicine adesso…. ma si, è la radio, è come la danza della pioggia, quella degli indiani d’America, è la stessa cosa… forse se alzo il volume…. Goccioloni grandi come sassi battono il tempo insieme al vecchio Bob Dylan. Ci voleva proprio lui per far piovere. Ecco, l’odore é già cambiato, finalmente. Mi finisco il Jack e poi vado fuori a farmi lavare via la tristezza. Mi è tornato il buonumore, e se mi prende bene stasera scendo al bar per vedere se ribecco la rossa… .perché il lato positivo di ogni brutta storia è che la storia può sempre cambiare.

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LA SCELTA (101 Parole)

«Guerriero, tu che hai sconfitto demoni e vampiri, e hai cavalcato fino ai confini del mondo per bere dal calice della conoscenza… Tu, sarai capace di scegliere tra la vita di tuo figlio e quella di tua figlia…» Il Mago sorrise, mentre giocava con il destino dell’eroe. Ma il vero eroe non si riconosce dalle sue imprese ma dalle sue scelte. «Quella che tu mi offri, Mago, è una non-scelta. Per questo motivo non starò al tuo gioco. Uccidili entrambi… poi te li seguirai nell’ombra.» La lama fuoriuscì dal fodero. Due vite innocenti si spensero… … e la battaglia ebbe inizio.

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GENERAZIONE DISTACCATA ('09)

  • - Perché fai quella faccia? -

  • - Niente… -

  • - Dai, su col morale! È Natale! -

  • - Appunto. Il minimo sarebbe passarlo insieme a mà e pà, invece

guardali… chissà dove sono adesso… - Jeremy e Gaia facevano colazione sul tavolino della cucina, fiocchi d’avena e latte biologico. La luce era forte e veniva dalla finestra, perché nonostante fosse il 25 dicembre la giornata era spettacolare e l’inverno sembrava lontano molte settimane. Babbo Natale era stato generoso quest’anno; upgrade originali per il sistema operativo di Jeremy e un nuovo interfaccia per la sorellina. Il divertimento era

assicurato per entrambi, eppure…

  • - Da quanto tempo sono dentro? -

  • - Da ieri sera. Quando sono rientrato dalla festa del liceo erano già lì. -

  • - A proposito, come è andata? C’era anche Linda? -

  • - No… ci siamo lasciati. -

  • - Cavolo fratellino, com’è possibile che non riesci a durare neanche un

mese con le ragazze? - Jeremy contemplava la montagna di schiuma sopra i piatti sporchi, quelli del giorno prima, e i riflessi multicolori su ogni singola bollicina. La schiuma l’aveva fatta lui prima di sedersi a mangiare, cospargendo le

stoviglie di abbondante sapone e aprendo il getto a doccia del rubinetto. La cucina aveva bisogna di una risistemata, ma ci avrebbe pensato la donna delle pulizie dopo le vacanze. Fino ad allora sua madre avrebbe continuato ad ammucchiare piatti nel lavandino, incurante del casino. Tanto valeva darsi da fare, pensava lui. Se sua sorella gli dava una mano sarebbe stata questione di una mezz’ora al massimo.

  • - Dai, puliamo questa roba.-

  • - E loro? -

  • - Li lasciamo attaccati. Lo sai che non vogliono essere disturbati. -

  • - E il pranzo di Natale? -

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- Ti va il cinese? - Papà e mamma erano immersi nel programma natalizio, con tanto di renne, elfetti e col vecchio Santa adagiato sulla slitta, più grasso che mai. L’esperienza era offerta dalla medesima bibita che aveva inventato l’omone rosso che porta i regali. La promessa nello slogan di presentazione aveva richiamato oltre 300 milioni di accessi nei giorni che precedevano la festa sacra: “In Christmasworld 2032 tornerai a credere a Babbo Natale!” Più tardi un ragazzo di nome Lee suonò il campanello e porse a Jeremy un sacchetto di carta con dentro due porzioni di gamberi agrodolci e quattro involtini fritti. - Ci sediamo in salotto? - - No, ti prego. Non ne posso più di sentire il frinio del processore. Andiamo in terrazza, che si sta bene… - Fratello e sorella consumarono il pranzo di Natale in silenzio, nell’arietta gentile di quello strano dicembre. Diciassette anni lui, dodici lei. Alcuni già la chiamavano la “Unplugged Generation”.

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IL FOTOGRAFO (101 Parole)

Il fotografo rubava i volti. Ritagliava la vita in un frame, cercandone il senso. Spesso ritraeva volti di donna. Altre volte erano anziani, oppure bambini. Un giorno il click rubò gli occhi di lei. Nadia si chiamava, un’ombra tra le ombre nel flusso incessante della metropolitana. I pixel ricomposero l’immagine sul suo flat screen. Poi la cercò per 449 giorni, nei labirintici vicoli della sua città. Quando la rivide le corse incontro e le mostrò la foto. «Questa sei te?» «Si…» «Finalmente hai dato un senso a questa immagine.» «Perché?» «Perché dovevo trovarti » .. Esistono un’infinità di sistemi per baloccarsi col destino.

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CICCHE ('10)

Stretti in una morsa di apatia, i due rimasero a bordo piscina a fumare ed a inventarsi la giornata. Nonostante il caldo e l’acqua brillantissima che prometteva refrigerio, restarono immobili sotto l’ombrellone, perché anche l’idea di un tuffo sembrava un qualcosa di troppo faticoso. Riuscivano a tollerare soltanto quel meccanico movimento delle braccia, per afferrare il pacchetto sul tavolo, estrarre lentamente una sigaretta dal filtro arancione ed accenderla con profonde boccate. Parlarono di progetti, di intenti, di recenti trascorsi, enfatizzando il tutto con espressioni estive, tipo “caramellarsi al sole” oppure “rovinarsi di tequila bum”. La conversazione s’interrompeva di colpo ogni volta che una ragazza in bikini passava davanti al loro ombrellone. Dopo averla scrutata da capo a piedi, se ne venivano fuori con alcuni commenti poco garbati sulla cellulite o su altri piccoli difetti, vantandosi reciprocamente dei propri gusti raffinati. Ogni tanto, con enorme sforzo, uno dei due si alzava per andare al bar a prendere una birretta o un campari soda. La bevuta accompagnava sistematicamente una nuova cicca. Fu un ragazzino di dieci anni di nome Francesco, che a scuola tutti chiamavano “Bomba” per la sua massiccia corporatura dovuta a una poco salutare dieta di patatine e gelati confezionati, a movimentare la giornata dei due accaniti fumatori. Gettandosi dal trampolino con l’intento di esibirsi in una capriola, si schiantò di schiena sulla superficie dell’acqua provocando un’onda anomala che ricadde sui due. Le sigarette si spensero, il portacenere si colmò d’acqua e dal bancone del bar si alzarono alcune risate femminili. Ai due non rimase altro da fare che raccattare i loro asciugamani bagnati e defilarsi verso le docce.

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LE TRE CARAFFE ('09)

Il vecchio piumato continuava ad osservarmi, in bilico su una sola zampa, con le spalle rivolte al tempio ed il becco all’insù, come se stesse annusando il vento.

  • - Hai riempito le tre caraffe oggi? – domandò ad un tratto.

  • - Le tre caraffe? -

  • - Mente, cuore e corpo… le hai riempite, ragazzo? -

  • - Vecchio, non ho la più pallida idea di cosa stia dicendo. -

Allora il vecchio ricoperto di piume (e ne aveva di tutti i colori,

credetemi!) si mosse e mi venne incontro, scendendo i gradini del

tempio con le sue due gambine magre. Si avvicinò così rapidamente che i miei occhi fecero fatica a metterlo a fuoco.

  • - Le tre caraffe… – ripeté, e mi toccò in tre punti, sulla fronte, sul petto e sopra l’inguine. Le sue dita erano gelide. Le sue piume puzzavano di

humus. – Riempile e svuotale, di continuo, e nel svuotarle riempi quelle degli altri, di chi ti è vicino. Non farle traboccare, e vivrai una vita degna, tutto qui. – Poi si voltò e prese il volo. Avevo fatto così tanta strada per arrivare al tempio che d’improvviso la stanchezza mi fece vacillare. Caddi per molte ore, o forse sognai solo di cadere. Quando riaprii gli occhi mio figlio più piccolo mi stava porgendo un bicchiere vuoto, quello del succo d’arancia, e mi sorrideva con due abissi negl’occhi.

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IL MANGIATORE DI TESTE (101 Parole)

Il mangiatore di teste è una creatura del mondo moderno. Si aggira per gli uffici delle grandi città, veste abiti di marca, porta i capelli corti e gli occhiali scuri, anche nei giorni pioggia. Si avventa sulla sua preda dopo averla anestetizzata con spot pubblicitari e articoli da prima pagina. Si avvicina con le sue labbra carnose a due centimetri dalla fronte della vittima, un gesto apparentemente innocuo. Poi, con un guizzo da felino, spalanca le fauci, afferra la testa e con un colpo secco la stacca dal corpo. Come un serpente la digerisce pian piano. Potrebbe toccare anche a voi…

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IL TEMPIO ('09)

Dio mi ha parlato attraverso un canale criptato. Era lui, adesso lo so. Al Tempio le anime venivano e andavano, più per curiosare che per altro. Il server poteva ospitare fino ad un miliardo di visitatori, ma a volte era costretto a rallentare. Le anime non si lamentavano. Pensavano che facesse parte della visione, e poi il servizio era pagato dalla pubblicità all’entrata, o almeno così tutti credevano; Midas, la bibita del

profeta. Chi non era soddisfatto del servizio o se ne andava o se ne stava zitto. Facevamo un mucchio di soldi io e il prete. Il prete l’avevo conosciuto dentro una blind-orgy, quell’esperienze di sesso random che andavano di moda lo scorso anno. Non erano male, ma poi quando hanno cominciato a usare ragazze spot mi sono scocciato. Mi ero beccato molte più spinte pubblicitarie di quanto potessi soffrire. Me ne accorsi quando mi risvegliai d’improvviso davanti a uno scaffale di sapone per l’igiene intima. Dissi basta, e tornai alle normali pink-chat. Però rimasi in contatto con questo Thomas Serpe, come si faceva chiamare. Ci eravamo incontrati in una di quelle situazioni estreme di gioco; isola di sabbia bianca, palme color verde smeraldo e un centinaio di ragazze in bikini a nostra completa disposizione.

  • - Questi fanno un mucchio di soldoni con gli innesti pubblicitari – dissi io, mentre afferravo per la vita un paio di bionde.

  • - Appena esco mi faccio un bel lavaggio. Se vuoi ti passo il programma?- offrì lui.

  • - Volentieri. Maledetti spot! Però adesso funziona tutto così. -

  • - Beh, non ci sono solo gli spot? -

  • - Che vorresti dire? -

  • - Ho un progetto in mente ma mi manca liquidità. Se vuoi te ne parlo, Fuori però… -

E così ci demmo appuntamento in un locale del centro, uno dei pochi rimasti ancora attivi Fuori. Metà dei clienti era comunque attaccata al deck del tavolino, con le bevande lasciate a mezzo e ormai trasformate

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in brodaglie imbevibili. Thomas era vestito come un vero uomo d’affari, con un completo beige di marca e una valigetta di pelle nera. Forse voleva fare impressione, oppure gli piaceva vestirsi bene. Non mi sentivo a disagio con i miei jeans, specialmente in quel locale defilato. - Cosa posso offrirti? - - Una birra va benissimo. - Quella sera fondammo il Tempio, qualcosa di veramente sensazionale.

Qual’è il migliore settore per fare affari dopo il porno? La droga, è ovvio. E dopo quella? La religione… miliardi di consumatori sparsi in tutto il mondo. Adesso immaginate un mercato che fa convergere questi ultimi due. Ecco che cos’era il Tempio. La promessa di vedere dio, di poterci parlare, di poterlo addirittura toccare, questo era ciò che vendevamo io e il prete. Ovviamente nessuno sospettava che elevassimo le anime con le ultime sinto-droghe digitali in circolazione. I fedeli entravano in chiesa, vedevano la pubblicità della bibita e si sedevano tranquilli davanti alle effigi sacre. Poi arrivava il prete per il sermone, e nel frattempo un programma ghost alterava le derivazioni dei clienti con un boost di roba ben tagliata. La visione era assicurata e gratuita, almeno la prima volta. Se poi l’esperienza divina ti prendeva bene potevi sempre abbonarti; dodicimila crediti l’anno. Dopo il primo mese di attività avevamo già quattrocentomila registrazioni in PRO, e un traffico di due milioni di visite al giorno. Il mio conto in banca nel frattempo era decuplicato. Gli sbirri avevano annusato la roba, ma noi saltavamo da un server all’altro con la rapidità di una cavalletta. Era praticamente impossibile risalire a nostri indirizzi e conti correnti. Qualcuno dette l’allarme, ma la gente preferisce credere al divino che alla cruda realtà, e come biasimarla. Il Tempio era il luogo della rivelazione, la cosa più sacra mai accaduta dall’invenzione della fibra ottica. Qualcuno interruppe l’abbonamento quando la voce sulla droga venne fuori, ma si trattò di una goccia nell’oceano. L’afflusso di visite ci costrinse ad investire e ad esporci di più. Per mantenere la reputazione non potevamo più nasconderci. Contattai un

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vecchio amico che ci sapeva fare e, sotto lauto compenso, gli chiesi di insabbiare il programma ghost che innestava la roba. Se ne uscì fuori con un piccolo capolavoro. Gli sbirri potevano piombare sul server in qualunque momento e non avrebbero trovato niente di strano. Eravamo pronti ad uscire dalla tana e a fare un mucchio di soldi. Alla fine dell’anno il Tempio era la sensazione. Quindici milioni di iscritti e cento milioni di visitatori. Io e il prete avremmo potuto ritirarci davvero su un’isola deserta insieme a un centinaio di ragazze in carne e ossa, invece rimanevamo attaccati al deck, fino a venti ore il giorno. Perché il denaro è una fottutissima droga, la peggiore di tutti. Credetemi! Sapevamo che sarebbe venuto il giorno in cui la bomba sarebbe esplosa. Avevamo trasformato milioni di fedeli in tossicodipendenti. Bussavano alle porte del Tempio ad ogni ora e non se ne volevano più andare. Si erano avute diverse overdosi e alcuni casi fatali di disidratazione al deck. Cercammo di sedare le voci, mettemmo la questione in mano ad un buon avvocato e inserimmo nuove regole per gli utenti. Prendemmo tempo, ma sapevamo entrambi che non poteva durare. Il prete venne da me un giorno e mi disse in tutta sincerità che dovevamo staccare tutto, finché ci era concesso. Io, accecato dalla bramosia, provai a prendere ancora un po’ di tempo. Litigammo e lui se ne andò sbatacchiando la porta. Non lo rividi mai più. Tirai avanti da solo per un mese, poi le cose si fecero ancora più complicate. Chi ci vendeva la roba pretendeva di entrare in società, e la questione era sempre stata fuori discussione, ma il prete se n’era andato e da solo non riuscivo a stare dietro a tutto. I casini si moltiplicarono velocemente una volta che gli spacciatori presero sotto il loro controllo il programma di innestamento. La roba perse di qualità, le overdosi aumentarono, la polizia ci fu nuovamente col fiato sul collo. Mentre guardavo rifluire le anime nel Tempio, molte delle quali si trascinavano come amebe, cercai di dare un senso alla follia di cui ero stato, insieme a Thomas, l’artefice. Fu in quell’istante che si aprì una finestra bianca e accecante, una luce rotta da un cursore nero come lo spazio infinito, un occhio abissale che lampeggiava in alto a sinistra. Le parole presero forma lentamente, lettera dopo lettera.

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“Fermati adesso! Te lo ordino.” - Chi sei? – domandai, senza accorgermi di tremare. “Fermati, figlio. Hai venduto abbastanza bugie e falsi miracoli da far rimpiangere il mio nome per almeno un altro secolo. Basta!” - Vuoi dire che tu… - Ma la finestra di luce era già stata inghiottita dalla matrice.

Dio mi ha parlato attraverso un canale criptato. Non posso provarlo, ma questa è la ragione per la quale ho distrutto il suo falso Tempio e ho accettato di farmi questi venti anni dentro la cella di un penitenziario:

solo così, forse, riuscirò a riedificarne uno vero, dentro di me.

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IL MERCANTE DI SOGNI (101 Parole)

Jack vendeva i sogni, quelli ancora da realizzare. Perché il sogno rimane tale fino a quando non diventa realtà. La gente ha sempre bisogno di un sogno di ricambio. La gente è piena di sogni. Qualcuno ha i cassetti così stipati che sono sul punto di esplodere. Jack faceva i prezzi migliori della città. A volte se ne usciva con delle offerte, un tre per due… Ma sono anni ormai che non colleziono più sogni. Adesso quando incontro Jack lo saluto e passo di lungo. Lui ci prova sempre a rifilarmi qualcosa, ma io non ci casco. Non ci casco più!

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IL VECCHIO ULIVO ('10)

I ragazzi saltarono giù dal motorino e procedettero a piedi sullo sterrato che in quel punto diventava più insidioso, con rocce aguzze che spuntavano dappertutto minacciando di bucare qualche ruota. In mano tenevano i caschi e uno di loro c’aveva infilato dentro un sacchetto di plastica contenente un paio di bottiglie di Moretti da 66. La stradina divenne un sentiero e si aprì sulla vallata. Il posto ideale era all’ombra di un vecchio ulivo che s’alzava vigile sul paesaggio, così i due si sedettero sull’erba secca di quel caldo pomeriggio di luglio e aiutandosi con un portachiavi stapparono le due birre. Per un minuto abbondante non parlarono. Bevvero, guardarono e ascoltarono. Ci venivano spesso lassù, specialmente d’estate, perché dopo le cinque si alzava un buon vento e il mondo preparava il teatrino quotidiano del tramonto, che era sempre un grande spettacolo. Di cose ne avevano da parlare, ma chissà

perché tutte le volte che si trovavano da soli sotto quel vecchio ulivo, al cospetto della vallata, le parole venivano meno. Allora uscivano fuori discorsi frammentati, mezze frasi colmate da sguardi e lunghi sorsi di birra.

  • - Stasera chi viene?

  • - I soliti, credo…

  • - Ma siamo a casa tua?

  • - Si, basta non facciate il casino dell’ultima volta…

  • - Non ti preoccupare, ti aiutiamo a rimettere a posto…

  • - Si, dite sempre così.

I pensieri volarono via, e qualcuno rimase appeso alle fronde del vecchio ulivo. Poi la solita ombra si posò sui due, come una nuvola improvvisa che oscura il sole.

  • - È quasi un anno ormai…

  • - Si…

  • - Facciamo qualcosa il dodici?

  • - Che hai in mente?

  • - Un ritrovo… così per ricordarlo insieme…

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  • - Non lo so… se ci penso sto malissimo…

  • - Anch’io…

Perché la morte inaspettata di un amico non è un qualcosa che ci si

lascia alle spalle così facilmente. Non è la ferita adulta, che col tempo si rimargina lasciando solo una brutta cicatrice. I ragazzi ci stavano convivendo con quella ferita, cercavano di capirla, accettarla, ma giorno dopo giorno, senza che loro lo sapessero, lei li stava cambiando.

  • - Hai già finito?

  • - Si… avevo una sete terribile.

  • - Che facciamo adesso?

  • - Aspettiamo il tramonto…

A valle un uomo vestito di scuro che non assomigliava per niente a un

contadino continuò a falciare con veemenza il grano dorato, ma nessuno dei due ragazzi lo notò.

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IL VENTO (101 Parole)

Sulle colline sopra la città, agli inizi di un tiepido ottobre, un uomo e un bambino camminavano tenendosi per mano. D’un tratto il bimbo si fermò. «Ascolta…» «Che c’è, piccolo?» «Lo senti?» «Che cosa?» «Il vento. Riesci a sentirlo?» L’uomo ascoltò, o forse, per fare contento il bimbo, fece solo finta di ascoltare. «Io non sento niente…» «Come non senti niente?» «Ma cosa dovrei mai sentire?» «Il vento.» «Ah, il vento. Certo, quello lo sento anch’io.» Il bambino volse lo sguardo all’adulto, incrociò le braccia e corrugò la fronte. «Lo senti davvero?» domandò ancora. Ma l’uomo non seppe più cosa rispondere.

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CYBERBLUES ('09)

Una bottiglia di bourbon e il cielo grigio della città. Non ho bisogno di altro per stasera. Il malto attanaglia le budella come solo lui sa fare, e la testa galleggia tra le note di un vecchio disco, lontana dai baci e dalle carezze di lei, che non è più con me… Si chiamava Alice, ma per gli amici era solo uno dei tanti modelli Kaifer-5600, ed io per lei me li sono giocati tutti… gli amici. No, non era un semplice oggetto da vetrina. Io l’amavo, com’è vero questo cielo grigio ed il bicchiere vuoto che ho in mano. Non me n’è mai fregato niente di quello che pensava la gente. Come se non lo sapessi di che pasta erano fatti quegl’ipocriti dei miei colleghi… Io sono un tipo all’antica. Da quando hanno legalizzato i programmi Truesex, le bimbe di lattice sono diventate roba per i nostalgici. Le ho provate quelle dannate Orgychats, ma non sono mai riuscito a partire completamente. Le simulazioni sono così esatte che non puoi fare a meno d’intuire l’inganno. Alla fine il sesso è solo nella tua testa, e il risveglio è assolutamente deprimente. I vecchi modelli Kaifer invece sono una sicurezza… Alice mi guardava attraverso due smeraldi sintetici e lunghe sopracciglia in similcorno. I suoi occhi dicevano sempre la verità. Il nostro amore è cresciuto nel tempo, tre anni e undici mesi dissipati di momenti meravigliosi; le serate al teatro olografico, il ristorante tailandese al cinquantatreesimo piano del boulevard, le corse in auto sulla sopraelevata, ma soprattutto le notti d’amore tra le sete porpora del nostro letto. Dio come l’amavo… Ricordo la sera che mandai a quel paese il mio capo. Eravamo a una cena di lavoro e lei era bellissima. Accanto alle mogli dei miei colleghi, Alice sembrava una regina in mezzo a un manipolo di mummie. Sorrideva, parlava disinvolta senza mai sembrare invadente, sensuale e intelligente al tempo stesso. Tutti sapevano quanto era importante per me che la trattassero con il dovuto rispetto, ma la gelosia è una brutta bestia. Al mio capo uscirono dalla bocca un paio di battute fuori luogo e

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io non ci pensai su due volte; mi alzai dal tavolo e mandai al diavolo tutti i presenti, poi me ne uscii fiero con lei accanto, splendida nel suo completo in vinile rosso. Quella notte si dette a me completamente, attingendo ai programmi più seducenti, improvvisando sulle informazioni che aveva registrato fino ad allora, mostrandomi senza mai rivelarmi l’inganno. Ma potevo davvero parlare d’inganno con lei? No, e adesso lo so. Ho amato un modello Kaifer, e allora? Non sono il primo uomo che ha perso la testa per una macchina, e non sarò neanche l’ultimo. Il disco è finito e la bottiglia pure. Lei giace riversa sulla poltrona, con gli smeraldi chiusi e il led spento. Una manciata di cavi le ricadono sul collo. Ho provato a recuperare qualche dato, ma il disco è completamente partito; niente back up! Quasi quattro anni di relazione cancellata per colpa di un dannato corto circuito. Dio, perché mi hai fatto questo… Ma dio non c’entra niente. Anche lui è roba da nostalgici, perché una donna perfetta come Alice dio non sarebbe mai riuscito a concepirla. Addio amore. Non ti dimenticherò…

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CLICK (101 Parole)

Click! Continuavo a scattare, perché non riuscivo proprio a crederci. Le foto mi hanno sempre aiutato a fare i conti con la realtà. Click! Lei, lui, la panchina del parco, la donna dei piccioni, i bimbi col pallone, i raggi di sole attraverso le larghe foglie dei platani. Click! Spinsi al massimo il teleobiettivo. La vidi ridere attraverso i mille riflessi del corpo macchina. Click! Una carezza fugace, un bacio sfiorato. Click! Insieme, mano nella mano, lasciarono la panchina. Dov’erano diretti, mi chiesi. Una camera d’albergo oppure a casa di lui? Click! Ma ormai neanche lo zoom riusciva più ad afferrarla.

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LA SPIAGGIA ('09)

La linea che divide l’acqua dalla sabbia segna il passaggio tra due mondi. Camminare seguendo quella linea è come galleggiare in un limbo a metà strada tra due verità. La spiaggia è il luogo in cui convergono le domande. Le uniche risposte che sarai pronto a dare saranno tracciate sulla sabbia dai tuoi piedi. Cento, mille, diecimila impronte lavate via dal vento e dalla risacca. E animali antichi ti guarderanno da dentro i loro rifugi, piccole conchiglie disseminate lungo il percorso. Le loro risa stridenti rimbomberanno tra le galassie più remote del cosmo. Avanzare col sole in faccia è conveniente. Con la scusa di esserne accecato puoi far finta di non vedere quelle domande, ed ignorare gli scherni degli dei. Il sole ci sa fare, anche in ottobre avanzato. Il sole è il tuo unico amico. L’unico problema è che devi tornare indietro, e allora avrai il sole alle spalle, e si alzerà un vento bastardo che ti sputerà ingiurie in faccia, perché il vento arriva sempre, prima o poi… Segui la linea. Non pensare al ritorno. Può succedere a volte che la linea curvi, che una striscia di sabbia si protragga verso l’acqua, formando un piccolo appendice di spiaggia. Quello potrebbe diventare il tuo nuovo obbiettivo. Adesso il sole ti scalda da un lato del volto e dall’altro c’è il vento che te la canta. Davanti a te la distesa d’acqua è tua completa disposizione. Potresti anche approfittarne per affogare una ad una quelle domande… Succede a volte che una barca appaia dal nulla. Se dovesse accadere proprio adesso, sarai pronto a saltarci su, e a lasciarti alle spalle la spiaggia e tutto il resto?

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STORIA DI UN SASSO (101 Parole)

«C’era una volta un sasso » ... «Ma no, non una storia sui sassi, ti prego. Inventati quello che ti pare ma non una storia sui sassi.» «E perché mai? Questo era un sasso importante, sai…» «Ma come può essere importante un sasso, dai! Ma fammi il piacere! Vuoi solo dimostrare di poter scrivere una storia su tutto, ma questa qui fa acqua da tutte le parti, e ancora devi iniziare a raccontarla.» «Ma guarda che questo sasso…» «No, per favore, smettila!» «Ti giuro che…» «Adesso basta, dai!» «Ma ascoltami…» »Noooo…» «Stai attento a…» «A cosa?» PATAPUM! »…a quel sasso che ti dicevo!»

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IL DISCO VOLANTE ('10)

  • - Tu l’hai visto?

  • - No, cosa?

  • - Ma come, era proprio sopra di noi…

  • - Ma di che parli?

  • - Il disco volante…

Pilu guardò il Cinne con le palpebre quasi completamente abbassate,

piegato in quella posizione arcuata tipica dei tossici. La cenere della sua Marlboro, lunga almeno mezzo dito, imitava la sua postura. Entrambi, uomo e sigaretta, rimanevano ancora integri per una misteriosa forza opposta alla gravità di cui non ci è data sapere l’origine.

  • - Ma che cazzo dici?

  • - Ma no, ti giuro, è passato velocissimo…

  • - Ma te sei andato di brutto…

  • - Stronzo!

Sopra i due la volta stellata nascondeva un miliardo di misteri, e forse c’erano davvero gli omini verdi che facevano l’occhiolino e giocavano a nascondino. Che importava se un paio di tossici li sbirciavano. Nessuno avrebbe mai creduto a due fattoni. Il Cinne era sempre più convinto, e grattandosi violentemente una coscia rincominciò a parlare.

  • - C’era una luce arancione che veniva da sotto, cioè da sotto l’astronave, hai capito… e poi le finestrelle sulla parte superiore del… come cazzo

si chiama… dello scafo, cioè hai presente una scodella rovesciata?

  • - Cazzo, ma allora non stai scherzando. Lo hai visto per davvero… –

replicò Pilu perdendo lo sguardo già perso nella perdizione dello spazio infinito. Ai giardini erano soli, le luci erano poche perché tre dei quattro lumi addetti ad illuminare il luogo erano rotti. La condizione era ideale per osservare il cielo se non fosse stato per i lampioni gialli del vicino vialone, quello che collegava la periferia estrema della città con quella meno estrema. E poi c’erano i fari delle Mercedes e delle Bmw che si fermavano ad intermittenza alla ricerca di un po’ di compagnia.

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Insomma la notte era piena del solito via vai, e i nostri due eroi la facevano da spettatori, tanto per cambiare…

  • - Certo è proprio un mistero l’universo… – continuò Pilu, cambiando

posizione. Il Cinne invece teneva entrambe le palpebre abbassate mentre un rivolo di bava gli pendeva dalla bocca. Sembrò rianimarsi quando udì l’amico, si riaddrizzò un po’ e cercò di rispondere, ma emise solo dei rantoli incomprensibili. Nel frattempo la sigaretta si era spenta,

anche se rimaneva saldamente stretta tra l’indice e il medio con i soliti due centimetri abbondanti di cenere.

  • - Mmmm?

  • - No, cazzo… dicevo dei misteri…

  • - Boia! È proprio un mistero… Ma il vero mistero del Cinne erano le sue scarpe, che continuava a

fissare estasiato. Pilu invece era di nuovo in piega, ma trovò lo stesso la forza per accendersi un cicchino. A cento metri dai due una ragazza appena diciannovenne saliva sul coupè di un vecchio imprenditore della città-bene. A mezzo chilometro Mustafà rifilava una dose tagliata male a un vecchio cliente rompicoglioni. In alto invece, non molto distanti, due omini verdi assistevano alle scene di vita umana che sfilavano sotto di loro schermando l’astronave con un ricavato tecnico tipicamente alieno; il raggio dell’invisibilità.

  • - Che cazzo ci facciamo qui?

  • - Ci vediamo gli umani… sono uno sballo, non trovi?

  • - Guarda che se l’astronave madre ci scopre siamo nei guai…

  • - Rilassati e passami la roba, dai…

Perché ovunque tu vada, rimarrà sempre un po’ di spazio per viaggiare

più lontano.

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IL CORVO E LA COLOMBA (101 Parole)

C’era una volta un corvo e una colomba nel mezzo di una strada di periferia, ed erano appena le sei del mattino e la città dormiva beata. Il corvo beccava gli angoli di una paginetta della settimana enigmistica. Fu in quel mentre che la colomba gli si avvicinò. «Che fai?» «Leggo.» «Tu?» «Certo, perché le colombe non sanno leggere?» «Certamente… ah, ah!» «Perché ridi?» «Per la battuta di quella vignetta.» «Si, l’avevo già letta. Sto facendo il cruciverba, io…» «Difficile?» «No, l’ho quasi finito…» Presi dalla lettura o dalla loro vanità, i due uccelli non udirono il camion del latte sopraggiungere.

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IL COLORE DELL'ANIMA ('09)

Mi chiamo Valerio Parisi, ho cinquantotto anni e da tredici mesi combatto una malattia terminale che a breve mi porterà nella tomba. Ne hanno provate di tutte, ma il cancro l’ha avuta vinta, al solito. Ho visto morire prima mia madre e poi mia sorella; stessa storia, stesse procedure. Chemio, sofferenze, false speranze, miglioramenti e poi la sentenza. Intendiamoci, non mi aspettavo di guarire. Quando mi hanno diagnosticato il tumore maligno sapevo come sarebbe andata a finire, e mi va bene così. Nessuno piangerà la mia dipartita. Mia madre e mia sorella mi hanno preceduto, mentre mio padre non l’ho mai neanche conosciuto, e quindi sono più che sicuro che morirò da solo, in pace, insieme ai miei fantasmi. Ma di uno di questi fantasmi, il più terribile e vergognoso, vorrei lasciare testimonianza in queste pagine. Quando qualcuno verrà a ripulire il mio appartamento forse si metterà a leggere questo quaderno e scoprirà un assassino. Per allora mi troverò beatamente sotto terra, a dare da mangiare ai vermi.

Questa non è una semplice confessione. Questo non è un atto di redenzione. Per quanto colpevole di un orribile omicidio, non cerco né scusanti né perdoni. Questo è semplicemente un omaggio alla verità, quell’inafferrabile chimera che gli uomini hanno da sempre la presunzione di rincorrere, ma che solo raramente, o forse mai, sono in grado di afferrare pienamente. Il 18 settembre 1983 invitai a cena una mia collega di lavoro, tale Francesca De Luca, ventisette anni laureata in giurisprudenza, impiegata presso la medesima compagnia d’assicurazioni per la quale ricoprivo l’incarico di consulente. Non ho mai avuto successo con le donne e a trentadue anni contavo solamente un paio di brevi relazioni deragliate nella noia. Ma Francesca era una tipa in gamba, me ne accorsi subito, come mi accorsi che era di un livello troppo al di sopra di me. Sapete cosa intendo, vero? Prima dell’attrazione esiste un altro

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importante fattore che permette a due persone di convergere in una relazione, ed ha che fare con l’anima. Si, l’anima. Io credo fermamente nell’anima. Quella di Francesca era fulgida e grande, mentre la mia… beh, se continuerete a leggere queste pagine, ve ne renderete conto voi stessi di pasta è fatta la mia anima. L’anima è qualcosa di più complesso di un codice genetico o di un profilo caratteriale. Se nasci con l’anima sbagliata, non puoi fare altro che accettarla, e cercare di fare meno danni possibile. Quella sera presi pienamente coscienza della natura della mia anima, e da allora ho sistematicamente evitato di avvicinarmi alle persone, per paura di fare loro del male. Invitai Francesca a cena a casa mia, un incontro di cortesia e di lavoro. Ero sicuro che avrebbe rifiutato ed invece accettò e si presentò alle otto in punto con una bottiglia di vino e la bozza di una presentazione che stava preparando per la compagnia. Voleva avere la mia opinione ed io ero felicissimo di poterla aiutare. Preparai la bistecca, l’insalata, bevemmo il vino e poi sparecchiammo insieme e incominciammo a parlare di lavoro. Mi mostrò il fascicolo che aveva con se, lessi, commentai, feci due battute, lei rise, versai altri due bicchieri di rosso e bevemmo di nuovo. La serata procedeva alla grande. Poi successe qualcosa di sbagliato. Prima di quella sera non avevo mai preso l’iniziativa con una donna. Non sono mai riuscito a percepire i segni e i tempi giusti. Le donne che avevo avuto fino a quel giorno avevano sempre fatto il primo passo, ma quella volta provai ad andare contro la mia natura passiva ed insicura. Le afferrai la mano, la guardai e provai a baciarla. Gli eventi che seguirono rimangono confusi nella mia mente, nonostante abbia provato per molti anni a riesumarli nei minimi dettagli. Ricordo che lei evitò il mio bacio e ritirò la mano, ricordo che si alzò dal tavolo e disse qualcosa, ma non ricordo assolutamente cosa. Ricordo che incominciò a raccogliere le sue cose per andarsene, ma non ho idea di come la raggiunsi alla porta di casa, per afferrarle i capelli e sbatacchiarle la testa contro il tavolino di marmo dell’ottocento che avevo nell’ingresso. Ricordo le mie mani che le stringevano la gola, ricordo lei agonizzante

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sulla moquette grigia, ricordo il suo sguardo supplichevole poco prima

  • di esalare l’ultimo respiro, ma non ricordo affatto la ragione per la quale

  • mi era improvvisamente scattata quella furia omicida.

Rimasi seduto accanto al corpo di Francesca per più di un’ora, a

contemplare l’abatjour riversa sul pavimento, con la lampadina che nella caduta doveva essersi svitata e perciò lampeggiava convulsamente. La contemplazione mi aiutò a decifrare il colore della mia anima, ma non a farmene una ragione. La mia anima è nera, obliante, succhiatrice di luce, un assurdo vortice del nulla. Dopotutto mi ritengo un uomo fortunato, o forse i fortunati siete voi. Se avessi ascoltato la mia anima più spesso avrei continuato a mietere vittime, invece ho preso coscienza della mia natura e mi sono fermato lì, nell’ingresso del mio vecchio appartamento, accanto al corpo senza vita

  • di una giovane avvocatessa.

Quello che è successo dopo potreste trovarlo rivoltante. Se così fosse vi assicuro che il problema è solo vostro. Se siete della anime chiare oppure grigie, potreste pensare di me come ad un folle. Se siete delle anime candide penserete che sia l’incarnazione del male. In realtà questo è solo un gioco di percezioni. La verità va oltre la rappresentazione di noi stessi in questa farsa che chiamiamo vita. Ma non complichiamo troppo la storia e cerchiamo di tornare al punto. Francesca era morta e niente l’avrebbe fatta ritornare in vita. Capii che il bisogno di esorcizzare quell’evento e di fare i conti con il colore della mia anima era l’unica priorità plausibile di quella storia di morte. Compresi che se avessi cercato di accettare la mia natura con troppa leggerezza avrei rischiato di rimanerne sopraffatto, per questo nascosi immediatamente il corpo. L’anno prima un amico mi aveva chiesto se avevo posto per un congelatore a pozzo, di quelli che i bar usano per i gelati. Si era separato dalla moglie ed era tornato a vivere con sua madre, ma era in attesa di comprare casa e andare a vivere da solo. Chissà per quale motivo aveva fatto dodici rate per quel congelatore, che poi aveva piazzato nel mio appartamento. Non è mai tornato a riprenderselo, perché sei mesi dopo tornò a vivere con sua moglie e non c’era spazio per quell’affare che alla fine rimase a me. A quei tempi i cibi congelati non avevano ancora un grande mercato, ma io, vivendo

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da solo, lo trovai molto utile. Congelavo praticamente tutto; carne, pesce, pane, verdure, pasta fresca. Ciononostante il frigo era sempre mezzo vuoto. Quella sera lo svuotai completamente e ci infilai il corpo di Francesa. Mi preoccupai di toglierle i vestiti prima di metterla dentro, per una semplice questione di igiene. Poi ricoprii il suo corpo con sacchettini di piselli, broccoletti, bistecchine di maiale, ossi buchi, orate, ravioli di patate e filoncini da mezzo chilo. Non riuscì a ricoprirla completamente. Rimanevano fuori un piedino con le unghie smaltate, un gomito e una ciocca di capelli. Pazienza, pensai, e chiusi il congelatore. Ci furono le indagini della polizia sulla sua scomparsa, articoli in terza pagina sui quotidiani più importanti e ne parlò anche il telegiornale. Mi aspettavo che la polizia irrompesse nel mio appartamento da un momento all’altro. So che vi parrà strano ma la cosa non mi preoccupava minimamente. Se avessero bussato alla porta li avrei condotti immediatamente al congelatore a pozzo. L’idea di farmi l’ergastolo o di passare per un pazzo non mi turbava. Avevo altro a cui pensare. Dovevo fare i conti con il colore della mia anima. Ancora mi chiedo perché nessuno venne a chiedermi niente. Quella sera Francesca venne in taxi, quindi la polizia avrebbe potuto risalire a me solo attraverso il tassista, che sicuramente non aveva prestato attenzione a una delle sue tante clienti. Ancora più strano mi sembrò il fatto che non avesse parlato con nessuno del nostro incontro. Insomma, anche se avessi voluto cancellare gli indizi su di me, non ce ne sarebbe stato bisogno, per il semplice fatto che non c’era alcun indizio su di me. Dopo tre mesi nessuno parlò più di Francesca De Luca, neanche a lavoro, eppure lei era sempre con me, sotto i pisellini primavera e gli ossi buchi. A quel tempo abitavo a poco più di dieci minuti di cammino dal mio ufficio, una passeggiata molto piacevole interrotta da un cappuccino e un cornetto al bar Jolly che si trovava a metà strada. Prima del bar passavo un ponticino che dava sopra un canale di scolo, buio e melmoso. Fu in quel canale che nell’arco di tre mesi e mezzo mi liberai del corpo di Francesca, un pezzettino alla volta, così come un poco alla volta accettai la mia natura deviata.

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Mi alzavo la mattina, facevo la doccia, prendevo il caffè, e prima di vestirmi andavo a prendere, dalla cassetta degli utensili, il flessibile che mi ero comprato per l’occasione. Indossavo una mascherina e un grembiule bianco impermeabile e aprivo il congelatore. Dopo avere estratto i cibi in superficie, azionavo la lama rotante e amputavo un pezzettino del suo corpo. Incominciai con la mano destra, all’altezza del polso. Il flessibile riscaldandosi scongelava velocemente la carne e qualche gocciolina di sangue schizzava sulle pareti del congelatore oppure sui miei occhiali di protezione, ma niente che non si potesse levare con un colpo di spugna. Il pezzo lo infilavo in un sacchetto di plastica per alimenti surgelati (all’epoca era davvero difficile trovarli per uso privato) e poi rimettevo tutto a posto, ragazza e broccoletti. Per quasi quattro mesi, come vi dicevo, me ne andai a lavoro con un sacchettino di plastica ed un pezzo di Francesca nella borsa dei documenti della compagnia. Mi fermavo sopra il ponte e con noncuranza, senza neanche preoccuparmi che qualcuno potesse trovare curioso quel mio comportamento, svuotavo il sacchetto nel canale di scolo. Ogni volta che eseguivo questo rituale mattutino, apparentemente efferato e folle, sentivo una strana quiete depositarsi sul mio cuore, come una cicatrice che si rimargina pian piano. Immaginavo che stessi lentamente chiudendo la porta segreta che avevo spalancato dentro di me, quella sera funesta in cui mi avventai su Francesca. Volevo chiudere a mandata quella stanza e gettare via la chiave, segregando la mia nera anima una volta per tutte. E così riuscii a fare. Insieme all’ultimo pezzo di lei, il suo piedino sinistro, in una bella mattinata di marzo, tornai ad essere quello che ero prima dell’omicidio, tuttavia cosciente delle mie crudeli potenzialità. Questa è la verità. Adesso la conoscete, e per quanto terribile dovrete anche voi fare i conti con lei, come li feci io sopra il canale di scolo. Non ho rimorsi. Non ho rimpianti, e credo che se esiste davvero un dio, dimostrerà la sua comprensione nei miei confronti. Se davvero è stato lui a soffiare l’alito di vita nella mia anima, deve averci avuto i suoi motivi. Ed io non mancherò dei chiedergli spiegazioni, molto presto, appena ne avrò l’occasione.

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IL RACCONTO PIÙ BREVE (101 Parole)

Quando il mio editore mi chiese di scrivere il racconto più breve che si era mai visto, io gli porsi furioso la mia ultima storia priva del finale.

  • - E questo cosa vuol dire? -

  • - Come cosa vuol dire? Hai visto cosa ha fatto il tuo dannato racconto?

Era così breve che ha rubato le parole di quello che avevo appena scritto. Adesso nessuno saprà come andava a finire! L’editore mi guardò perplesso. Pensava che scherzassi, invece gli dissi di andare al diavolo e lo licenziai. Se avevo ucciso quella storia la colpa era sua, e lui lo sapeva.

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IL TEMPO PER AMARE ('09)

Malgrado Marina mi guardasse con gli occhi velati da un pianto represso, io continuai a riversarle addosso le frasi che avevo impresso così bene nella mente e che avrebbero decretato la fine della nostra lunga storia. Solo adesso, a distanza di due anni, mi accorgo che quelle parole erano false, seppure le avessi ragionate ed in parte sentite. Ma la verità non è mai così semplice come la si immagina. La verità non è esclusivamente sentimento o razionalità, anche se è probabilmente figlia delle due, e soprattutto non è definibile in un momento, ma solo attraverso il ciclo degli eventi, il trasformismo delle cose e le conseguenze delle proprie decisioni. Non ero io quell’uomo che la guardava negli occhi senza vederla, in quel pomeriggio di marzo stranamente caldo nel giardino di casa. Non era la mia voce quella che cercava di convincerla che tra noi due ormai non esisteva più nulla. Non erano i miei gesti quelli che mascheravano la mia risoluzione. “Non tornare indietro! Non cadere nella trappola” continuava a ripetermi una vocina da dentro, un disco che avevo inciso durante i giorni in cui mi ero preparato ad affrontarla. Quando incominciò a mancarmi ignorai i sintomi. Quando stavo male davo la colpa al lavoro, o al primo capro espiatorio che mi capitava sotto mano; parenti, amici, vicini di casa. Qualcuno iniziò a pensare che c’era qualcosa di sbagliato in me, e come potevo dargli torto. In pochi mesi ero diventato espertissimo a scansare le relazioni e a rinchiudermi nel mio malumore. Quella fu la fase più triste, ma in qualche modo meno dolorosa, perché ancora non riuscivo ad ammettere a me stesso l’errore che avevo commesso e quello che avevo per sempre perduto. La rividi per caso in un sabato di pioggia, era settembre ed io avevo superato la prima fase ed ricominciato il solito tram-tram di incontri inutili, aperitivi, cene, sesso veloce e mai appagante e letti vuoti al mattino. Lei passeggiava insieme a un tipo sui quaranta, alto e con un certo charme. Ricordava me tra dieci anni e la cosa mi procurò una masochistica soddisfazione. Quel giorno mi convinsi che ero stato uno

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stupido a lasciarla e me ne feci pure una ragione, perché nonostante Marina fosse probabilmente la donna della mia vita, erano stati i tempi sbagliati a fregarci. Di quale colpa avrei mai potuto accusarmi se non quella di aver ascoltato il mio cuore in quel pomeriggio di marzo e averle detto come stavano le cose? Ed il mio cuore strillava una cosa sola, ed era paura. Paura con la “P” maiuscola. Potevo forse ignorarla? No, quella era l’unica verità. Dopo l’incontro passarono alcune settimane tranquille, un periodo che ricordo come la classica calma che precede la tempesta. Poi arrivarono i matrimoni, tre in un botto solo. Nel giro di appena un anno i miei amici più cari si erano sistemati, andando contro a tutte le aspettative. Artistoidi matti, ragazzacci scapestrati, zingari per natura e per diletto, tutti, chi più chi meno, allo scoccare dei trenta avevano imboccato la strada verso l’altare. Una parte di me li detestava, nonostante li amassi come sempre, e la cosa che mi faceva più rabbia era che mi sembravano felici per davvero. Cercavo di convincermi dell’opposto, ma mi accorsi che non ero più così abile nell’ingannarmi. Erano felici ed invece di sforzarmi di essere felice per loro li prendevo in giro pavoneggiandomi della mia vita da single. Ed erano tutte bugie. Dopo la scenata del terzo matrimonio, alla fine del quale io, completamente ubriaco, brindavo ironicamente alle semplici vite dei tre compagni di vita, incominciai a non rispondere più alle chiamate. Il sentirmi vittima di uno strano gioco del destino mi faceva stare così male che, per convincermi della mia invincibilità, iniziai a respingere ogni affetto. Allontanare i miei amici, che avevano altro a cui pensare, lavoro, mutuo e bimbi in arrivo, fu più facile del previsto. Le serate iniziai a passarle insieme a gente alla quale non mi sarei mai avvicinato in passato, ed in breve lo spinello del sabato sera divenne due righe di coca, oppure un paio di pasticche. Seguivo un tracciato illuminato a giorno da fiaccole accecanti, una strada dritta e buia priva di meta, e le luci delle città riuscivo appena a scorgerle al di là del guardrail, mentre spingevo incurante sull’acceleratore. Nella città vivevano i miei amici che non si meritavano altro di essere derisi, e viveva anche Marina col suo nuovo uomo, e forse era felice, più felice di quanto non lo sarebbe mai stata con me.

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Mi ci sono voluti due anni per capire e smettere finalmente di punirmi per quelle parole che le dissi quel giorno. La paura non c’entra e il destino è un placebo per menti facili. Ho riaperto finalmente la porta del cuore, la stessa che avevo richiuso quel giorno di marzo e che ho tenuto sbarrata per tutto questo tempo, negando l’accesso persino ai miei amici più cari. Non esistono uomini o donne della vita. Esiste il tempo per amare, e quando c’è quello ci sono tutti gli ingredienti giusti per creare qualcosa di meraviglioso. Adesso lo so; è finalmente tornato anche per me il tempo per amare.

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RACCONTAMI UNA STORIA (101 Parole)

“Papà, raccontami una storia ” ... L’uomo guardò il figlio e sorrise. Poi incominciò: “C’era una volta…” “Che cosa?” domandò una vocina nella testa. “No, non è vero…” sussurrò l’uomo. Poi tornò a guardare il figlio. “C’era una volta…” “Chi? Rispondimi. Risponditi! Chi c’era?” “Lasciami in pace!” urlò l’uomo alla vocina. Scosse la testa, riprese fiato e continuò: “C’era una volta…” “…tuo figlio!” L’uomo si disconnesse e sprofondò nel pianto, ma il programma che faceva rivivere i ricordi continuò a girare nel deck. Poteva ancora sentire la voce del piccolo Matteo dalle casse dell’apparecchio. “Papà, raccontami una storia ” ... Ma Matteo non c’era più.

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IMPRONTE ('10)

Ho lasciato impronte dappertutto, come un ladro maldestro, un bambino goloso con le mani sporche di marmellata. Le ho lasciate in salotto con le riviste di fotografia appoggiate distrattamente sul divano, in cucina con le mie salsine piccanti in frigorifero e la mini collezione di bottiglie di birra artigianali, ovviamente vuote, messe in bella vista sulla mensola più alta. In bagno c’è ancora la schiuma da barba e le lamette usa e getta, oltre alla mia inseparabile crema contro le dermatiti. In camera da letto, sotto il cuscino, ho lasciato la canottiera bianca, e sul comodino il libro di Buzzati che non sono mai riuscito a finire. Nell’armadio due pantaloni di ricambio, magliette, calzini, mutande e un paio di camice. Tracce di una vita di coppia, che non toglierò. Forse ci penserà lei, appena si sarà convinta che la nostra storia è finita. Ma l’impronta più indelebile gliel’ho lasciata sul cuore. Succede sempre così. Vorrei sentirmi un po’ in colpa, ma non ci riesco. Esco di casa, accendo il cellulare; tre messaggi e quattro chiamate mancate nella notte. Domani saranno di meno, penso, mentre mi m’infilo il casco e mi faccio risucchiare dal traffico cittadino. Io, da solo come tutti gli altri.

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L'AMORE INGOMBRANTE (101 Parole)

La storia d’amore, con i suoi slanci e i bruschi arresti, le passioni iniziali e le domande del poi, delle serate pigre, davanti ad un bicchiere o ad un piatto di pasta insipida. Gli occhi di lei che non ti guardano, la forchetta che batte sul bordo del piatto, la sua pelle che non profuma più come il primo giorno. Il cellulare vibra e diventa il pretesto per lasciare la tavola. Qualcosa di unico è rimasto sommerso da uno strato di noia. O forse l’amore è diventato così ingombrante da non riuscire più a mostrarsi? «Io esco?» «Quando torni?» «Non so…»

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L'ALLUCE ('09)

Potrei rimanere delle ore ad osservarmi l’alluce. In quel dito vi è nascosto un mistero, ne sono certo. La botta non è quella di sempre. Non mi ricordo neanche com’era di solito, perché sono tre mesi che non mi faccio un giro coi santi, il creatore e le sue puttane, ma qualcosa mi dice che questa volta è diverso. Con la coda dell’occhio rilevo Friz in collasso pieno nell’angolo, ma non mi distraggo dall’alluce, per paura di perderlo. La roba ce l’ha data uno nuovo, un certo Phon, proprio come l’aggeggio per asciugarsi i capelli. Friz diceva di conoscerlo, ma secondo me mentiva in stile piena astinenza, che per convincermi ad andare a braccetto insieme si sarebbe tranquillamente venduto anche l’anima. Io questo lo sapevo bene perché mi ci ero trovato più volte nei suoi panni, ma anche se ero pulito non me ne fregava un cazzo, perché tanta era la voglia di farmi un giro sull’ottovolante. Eppure ve lo ripeto, questa storia è diversa. C’è qualcosa che non riesco a capire. Friz è sempre lì… e chi lo muove! Ha ancora l’ago nel braccio che gli penzola come lampione rotto. Cavolo, che paragone di merda! Dicevamo dell’alluce. Ne vado fiero e non lo nascondo. Ho dei bei piedi, io. Anche se ho fatto la vita del tossico per dodici anni i piedi me li sono sempre curati. L’essenziale è avere le scarpe buone, la soletta che respira e il calzino giusto. Cavolo che alluce bello che c’ho, anche se non riesco a capire come mai non riesco a muoverlo. Forse è proprio per questo che mi sembra che la botta sia diversa. La stanza di Friz è un letamaio, ma almeno non ci disturba nessuno. I suoi sono fuori e comunque non entrano mai qui dentro. Friz è un stronzo patentato che arriva anche a ricattare la madre con la siringa sporca per una ventina di euro. Io queste cose non le ho mai fatte. A diciotto anni mi sono infilato il primo ago e due mesi dopo ho lasciato casa. Poveri vecchi, perché mai avrei dovuto dar loro la pena di convivere insieme a un tossico. Loro non mi hanno mai fatto niente di male, anzi, sono stati due genitori esemplari. Chissà cosa penserete

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adesso, ma è vero. Mi hanno insegnato tutto quello che c’era da

insegnare per vivere una vita degna, per trovarmi una ragazza, un lavoro, una casa e così via, e forse avrei potuto farle tutte queste cose, se una sera di dicembre non fossi andato insieme a Elvis a farmi un bagno nella vasca di Bacco, riempita fino all’orlo degli umori sessuali

  • di Afrodite. Elvis mi sussurrava Tread Me Nice con le sue labbra

sensuali. Gli chiesi un pompino e lui si avventò sull’uccello e per poco

non mi succhiò anche l’anima. L’alluce rimane immobile. C’è qualcosa che non va, adesso ne sono tremendamente sicuro. Vorrei chiamare Friz, anche se probabilmente

sarebbe inutile perché da quanto riesco a vedere mi sembra più andato

  • di me. Comunque le mie corde vocali sono morte. Amplificatore

spento, ragazzi… Forse dovrei metterci dello smalto, mi vien da pensare. Forse sono finocchio. Smalto alle unghie dei piedi e pompini di Elvis. I segnali ci sono tutti. Non che me ne freghi poi molto. Nella mia vita avrò scopato per piacere non più di una decina di volte, più qualche centinaio di sveltine per portarmi a casa la pagnotta.

Cazzo, non ci avevo pensato. E se fossi… ma no, dai! Eppure fuori è già buio. Saranno le otto ormai e questo vuol dire che sono tre ore che

  • ci siamo fatti e Friz non accenna a muoversi mentre io sono ancora

rapito dal grande mistero dell’alluce. Che cazzo ci sarà mai di così

interessante in un dito di un piede? Ma no dai, non può essere… …siamo morti! Cazzo che figata!

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L'UOMO CON TUTTE LE RISPOSTE (101 Parole)

Al suo risveglio scoprì di non avere più alcun dubbio, e ciò lo rese inquieto. Camminò quel pezzo di strada che percorreva ogni giorno per recarsi a lavoro, conscio di avere una risposta per ogni quesito, e si sentì soffocare. Sedette alla sua scrivania davanti allo schermo acceso, convinto di potersene restare lì tutto il giorno, immobile e sereno, perchè niente poteva ormai sorprenderlo. Per questo motivo, nonostante il vento, la pioggia e i quindici piani sotto di lui, non esitò a spalancare la finestra dell'ufficio. E il telefonò squillò.

"Rispondo, poi si vedrà

...

" pensò.

Ma mise un piede in fallo.

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IL VERME ZANNATO ('09)

Ho solo trentatré minuti per raccontarvi tutto, e dico proprio tutto, perché se mi dimentico di qualcosa potreste fare la mia stessa fine, perciò devo essere preciso. No, niente introduzioni, solo fatti. Fatti. Mi trovo nel sottosuolo cittadino e posso già sentirlo, un rumore distinto e greve dal centro della terra. L’ho svegliato con il tocco di un pensiero. Non volevo, vi giuro, ma adesso è sveglio e sta venendo a prendermi. Siete liberi di non credermi, ma vi sono cose oltre gli spazi di memoria consentiti che possono distorcere completamente la realtà come la si conosce, e non solo la realtà. Per anni abbiamo sentito la necessità di dividere il mondo reale da quello binario, del tutto ignari dell’esistenza di un terzo mondo, o forse addirittura di un quarto, di un quinto e di chissà quanti altri. Perdersi in un sogno alterato dalle droghe digitali è come viaggiare attraverso molte dimensioni. La tua essenza si assottiglia, diventa un filamento di luce. Amo avvolgermi attorno alle comunità mentali o alle proiezioni dei sognatori, entrare in una storia, una di quelle che la gente spara inavvertitamente nella ruota del giro-tempo. C’è chi cerca ancora di imprimere il tempo alla matrice. Sciocchi… Lo sapete tutti il motivo, no? È perché il tempo è solo stramaledettissimo denaro, ecco perché. Quando si sono accorti che laggiù il tempo non esiste hanno provato di tutto, ma nessun simulatore è in grado di convincerti della tua caducità. Soldi sprecati. Fatica sprecata. L’oblio è solo l’oblio. Ma non divaghiamo, perché siamo a fare i conti con la realtà adesso, e non mi rimane più molto tempo. Il rumore sale, ad ogni minuto si fa più vicino, insistente, miete, rastrella, mangiucchia pezzi di crosta terrestre. È un baco con fauci d’avorio che rode la terra sotto i miei piedi. È il dio dell’oscurità che viene pranzare insieme a me, con me , di me. C’è un buco oltre il tredicesimo quadro, nei fondali sconfinati della matrice. Laggiù ognuno deve fare con quello che ha. Galleggiano meduse letali e fameliche murene, ma di pesciolini curiosi ve ne sono sempre tantissimi. La libertà, quella totale e imbarazzante, ha il prezzo

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più alto. Il tredicesimo quadro è un luogo buio. Laggiù i codici ritornano indietro a sbalzi e spesso si alterano, mandando in corto il sistema. Più volte mi sono risvegliato di botto senza capire dove mi trovavo o da dove ero riemerso. Laggiù il filamento può perdersi in un labirinto di specchi, e farti assaggiare un brivido di eternità. Roba da farti perdere la testa! Ma c’è un buco. Forse è proprio uno di quegli specchi che, mutandosi, ha creato una voragine, un accesso verso qualcosa di se possibile ancora più obliante. E laggiù ho risvegliato Lui, il verme, colui che striscia attraverso chilometri di cunicoli sotterranei anelando la mia anima. Ancora dieci minuti e sarà qui. Ne esistono molti altri come lui. Ve ne sono migliaia e dimorano nelle profondità della terra. Come faccio a saperlo? Me lo ha detto lui, prima che iniziasse la sua rapida ascesa. Nella grotta la sua testa dentata si è sporta fin sopra il filamento che mi rappresentava. La sua forma anelloide si è avvinghiata al mio non-corpo, sussurrandomi parole feroci. Mi ha anche detto il suo nome, ma l’ho dimenticato, oppure semplicemente non sono in grado di decodificarlo in questa sembianza. Adesso lo chiamo il Verme Zannato, e mi sembra un nome bellissimo. Il rumore è diventato insopportabile. Le pareti della stanza hanno incominciato a tremare, i vetri delle finestre che danno sui marciapiedi della città tra poco esploderanno, perché il dio della terra farà il suo ingresso per il banchetto. Addio, corpo, ti lascio per sempre. Sarai la colazione del mio sublime signore, Verme Zannato, essere dormiente e padrone di una razza defunta. Vieni … sono tuo. E voi, prestate molta attenzione. Non anelate troppo l’oblio, perché lui adora soddisfare le vostre richieste…

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MAGRA CONSOLAZIONE (101 Parole)

Non avevo fatto niente, ma la polizia entrò buttando giù la porta, le pistole spianate come se fossi un boss mafioso. Le bimbe strillarono, mia moglie mi lanciò uno sguardo accusatorio che non dimenticai per tutta la successiva tiritela del divorzio. Io invece rimasi immobile, mentre il cervello andava a cento all'ora, scavando tra i documenti della bottega che avevo consegnato all'agente delle tasse, non riuscendo però a capire dove avessi sbagliato. Persi tutto per le spese legali. Mia moglie se ne andò portandosi via le bimbe. Alla fine della persecuzione l'unica consolazione che mi rimase fu la mia provata innocenza.

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SULLA CASSIA ('10)

Paolo non era un motociclista, cioè non di quelli fissati che non si perdono neanche un motorshow. Gli piaceva andare in moto, questo si, ma non cercava né l’ebbrezza della velocità, né l’appartenenza ad un circolo di amatori. Aveva una vecchia Moto Guzzi e ne andava fiero. A chi gli diceva “perché non lo cambi quel catorcio!” lui rispondeva perentorio “perché mi piace”, ed erano tre parole semplici ma che spiegavano tutto. Giacchetto di pelle, casco aperto, occhiali da sole e il vento in faccia, così i suoi amici continuano a ricordarlo. Quando le giornate iniziavano storte prendeva la Cassia e la seguiva fino al lago Bolsena. C’è un pezzo di quella strada che ha un qualcosa di surreale. Si trova proprio sul confine tra la Toscana e il Lazio. Te ne accorgi quando lo percorri d’estate, con la natura che soffre le pene del solleone, i girasoli che svettano fieri sopra i campi e i letti dei fiumiciattoli secchi che si screpolano come le superfici di remoti pianeti. Sono una ventina di chilometri in cui non c’è praticamente nulla, a parte una galleria, un distributore di benzina e qualche isolata fabbrichetta. Su quel tratto Paolo osava un po’ di più, dava gas e arrivava a centoventi, centoquaranta all’ora, ma mai di più. Gli piaceva sentire il vento sulla faccia, quello caldo di agosto che profuma quasi sempre di mare. A Bolsena si faceva un panino, guardava il lago e di solito le cose andavano già un po’ meglio. Poi il caffè, la sigaretta, e via di nuovo verso nord, verso quella Firenze che non gli era mai piaciuta e che forse gli sarebbe sempre calzata stretta. Quel camionista entrò in carreggiata senza guardare. Una sbadataggine, forse un riflesso accecante del sole di mezzogiorno, oppure fu il caldo, la fretta, o chissà. L’ultimo pensiero di Paolo fu d’incredulità; “che diavolo sta facendo quello!”. Poi fu buio.

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LA MAESTRA (101 Parole)

Rosaria Vallin, così si chiamava la mia maestra di scuola. Ricordo come fosse ieri la mattina in cui fece la lezione di geografia. Parlammo di quei paesi del Corno d'Africa dimenticati da dio. Non che

dio c'entrasse qualcosa, intendiamoci

...

Alzai la mano timida dall'ultimo

banco in fondo alla classe. - Qual'è la ragione di tutta questa povertà? - chiesi ingenuamente. Allora lei sorrise gentilmente e ci spiegò delle colonie, della suddivisione degli stati dopo la guerra e di tutte le ingiustizie perpetrate dall'uomo bianco. La sera stessa decisi cosa avrei fatto della mia vita, anche se non sapevo neanche cosa volesse dire "bombarolo".

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CINDERELLA ('10)

Chiara era un ricordo, o forse solamente un sogno. Il corpo magro privo di forme, la pelle candida, gli occhioni da cucciola, le efelidi attorno al naso all’insù e i lunghi capelli castani formavano un delizioso avatar di carne. Quattordici anni appena compiuti, prima liceo, ragazza a posto, ubbidiente, buoni voti, pochi amici, nessun fidanzato. Chiara passava le giornate nella sua cameretta rosa, circondata dagli orsacchiotti e dalle bambole. Sua madre, accostando l’orecchio alla porta per controllare se tutto andava bene, poteva sentire distintamente il ronzio del processore, quello che i suoi genitori le avevano comprato per il compleanno. Le avrebbe fatto comodo per la scuola, pensavano… Ma nella cameretta Chiara non c’era. Vi si trovava il suo corpicino, le caviglie strette dagli elastici dei calzini di cotone, quelli coi disegni scozzesi, la gonna sotto il ginocchio e le mutandine di cotone, assolutamente rosa, e poi gli elastici per i capelli e il ferretto ai denti per correggerle il sorriso. Tutto quanto era lì, disteso sul letto, ma Chiara era altrove, anzi non era era neanche più Chiara. Nei luoghi che amava visitare, rapita dal cybersonno, l’innocente ragazzina si faceva chiamare Cinderella. Laggiù il suo corpo era quello di una donna fatta, eppure quando accettava un incontro era costretta a rivelare la sua vera natura. Questo mandava sempre su di giri l’altro, e l’altro poteva essere tante cose… Tutto era iniziato per gioco, perchè queste cose incominciano sempre così. Un’amica le aveva dato gli accessi per i mondi proibiti, quelli ormai lasciati fuori controllo dalla polizia della rete. Laggiù si aggiravano gli orchi e i vampiri, e le emozioni forti erano sempre assicurate. La prima volta fu un banale incontro random. L’avatar dell’uomo le si avvicinò con un sorriso stretto, il membro maldestramente allungato da alcuni programmi di dubbia fama, il corpo statuario poco credibile. Lei era rimasta lei, perché all’inizio non era capace di alterare la sua immagine. Incominciò a giocare attingendo alla sua immaginazione.

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Non aveva neanche mai visto un uomo nudo, né nella realtà né tanto meno laggiù. Lui non era un esperto ma le regalò un piacere che non avrebbe mai creduto potesse esistere. Al risveglio avvertì un grande calore tra le cosce e una senzazione umida e piacevole. Mentre cercava di ricomporsi per l’esperienza appena vissuta, avvertì la mancanza, come un colpo al basso ventre che ti toglie il fiato. Il bisogno di quella sensazione le si insinuò violentemente nella testa, e non potè fare altro che riconnettere in cavi al plug sotto pelle. Nel giro di due mesi Cinderella è diventata una habituè della Loggia, il portale di giochi erotici più in voga del momento. Gli esaltatori sensoriali di nuova generazione permettono rapporti multipli in tempi ristretti. In questo modo la piccola Chiara riesce a soddisfare fino a trecento proiezioni in appena due ore. Le proiezioni non sono solo uomini e donne ma spesso anche creature bizzarre, oppure animali. Le era capitato di farsi penetrare dalla verga d’acciaio di un uomo di metallo, di ingoiare litri di seme rosso fuoriusciti dal membro di una creatura antropomorfa, di ritrovarsi in una stanza imbottita insieme a trentacinque incontri random in una volta sola. Chi si trovava dietro queste rappresentazioni virtuali? Durante l’atto sessuale spesso lei riusciva a riconoscere l’identità del proiettore. La maggior parte delle volte si trattava di sconosciuti, persone che probabilmente abitavano dall’altra parte del mondo, ma in un paio di occasioni intuì chi si nascondeva dietro quelle perverse proiezioni. Il professore di matematica amava assumere la forma di un uomo grosso provvisto di seni e vagina, e con un membro grande quanto un braccio. E poi c’era il prete ovviamente, quello che le aveva fatto la comunione. Non sembrava molto preoccupato di poter essere riconosciuto dentro quella Babilonia di impulsi. Il suo avatar era ottimo, assolutamente reale, e poi ci sapeva fare davvero. Più di una volta Chiara aveva pensato di fare un salto alla chiesetta in fondo alla strada e constatare di persona le qualità di Don Gilberto, ma sapeva bene che era sempre meglio non mischiare la realtà con il sogno. Ogni mondo ha le sue regole… Anche oggi Chiara è tornata a casa con due ottimi voti. Dà un bacio alla madre che prepara il sugo in cucina e poi sale in camera per accontentare un irrefrenabile impulso che regolarmente le sale ogni

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pomeriggio dal basso ventre. Lei non sa che l’impulso si chiama Aphrodite, e che si tratta dell’ultimo virus elaborato dalla Hamato Videogames, la società produttrice di videogiochi per adulti più famosa della rete.

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QUANDO LA VITA FA SCHIFO (101 Parole)

  • - Che freddo!

  • - Dai, non ci pensare ...

Lavoravano da ore nel camion del pesce surgelato, Gianlu' e Doddo, amici per caso, entrambi vicino ai quaranta, moglie e figli per il primo e

uno sporco vizio per il secondo. La crisi aveva bussato alle loro porte senza preavviso, lasciandoli entrambi senza lavoro. Unica alternativa, il mercato del pesce sull'autostrada. Persici del lago Vittoria comprati con le armi e orate prodotte in serie ...

  • - Ho le mani congelate!

  • - Meglio le mani che il pisello ...

Dal camion provenne una risata squillante assolutamente fuori luogo. Perché la vita, soprattutto quando fa schifo, riserba sempre qualche bella sorpresa.

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SHARONA ('10)

Tra meno di un’ora sarà qui. Lei, con quel portamento elegante da fotomodella, sofisticata come una straniera, lunghe ciglia di velluto che ombreggiano uno sguardo austero in cui adoro perdermi. Lei, Sharona come la canzone, che stringe il mio corpo con le sue lunghe gambe quando mi vuole dentro, che urla disinibita con le finestre aperte, mentre l’orgasmo le esplode nella gola. Al solo pensiero tremo, e mi sento già in tiro… Il sugo bolle da un’ora. Ho preso la macinata magra perché so che le piace. Le pennette sono quelle piccole per la sua bocca minuta, coperta appena da una patina di rossetto. Poi la carne. Bistecca al sangue per lei che la vuole sugosa, perché la fa sentire vampira al punto giusto. Il vino è un Sassicaia, dato che per lei non bado a spese. E poi l’insalatina di radicchi, la frutta, il gelato, il caffè… A stomaco pieno il sesso ludico è giustificato. Sharona conosce tutto di me eppure io non conosco nulla di lei. Sharona è stata dai miei genitori ed ha fatto una buonissima impressione a mio padre. Mia madre d’altronde non mi parla più. Mia sorella la odia. Per due ore ha tenuto testa a tutti, davanti alla tavola imbandita a festa con l’agnello sacrificato e i pisellini verdi. Una pasqua con i tuoi può essere peggio di un pasto in una cella del braccio della morte. Mi alzai per andare in cantina a prendere il moscato e lei mi venne dietro. Mia madre ci sorprese mentre mi costringeva ad andarle giù, alla tenue luce della lampadina a quaranta volt del seminterrato. Difficile resistere alla dolcezza dei suoi succhi… Sharona è un mistero di odio-amore, di sesso frenetico, di donna allo stato puro. È come se incarnasse il femmineo spirito della terra nel tepore delle sue cosce, dentro gli abissi smeraldini dei suoi occhi. Non so niente di lei. È apparsa d’improvviso nella mia vita o forse vi ci sono sbadatamente inciampato. Ricorderò sempre quel primo caffè insieme e le sue domande a bruciapelo, accompagnate da lunghi ed imbarazzanti sguardi. No, non è mai stata mia una scelta…

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Tra mezz’ora sarà qui. Lei spacca sempre il minuto. La magnolia intensa del Dior precede il suo ingresso sul palcoscenico della mia vita. Io sono un mero spettatore delle sue imprese. Dannazione, devo girare il sugo altrimenti rischio di bruciare tutto, e se dovesse accadere per me sarebbe la fine… Sharona mi sta divorando un pezzettino alla volta ed io non riesco a fermarla. Non voglio fermarla. Adoro questa pratica cannibalesca che lei sapientemente porta avanti già da un anno. Non è rimasto molto della mia anima. Lei succhia, succhia, succhia ed io la lascio fare. Ed è bellissimo così. Le servirò l’aperitivo dentro i bicchieri di mia madre, quelli antichi. È una sorta di rituale contro il bigottismo della mia vecchia. Sharona sa che mia madre è un punto dolente. Quando mi lega al letto e si siede su di me, contorcendo la sua schiena come una lamia, mi guarda dritta negli occhi e mi dice che mia madre ci sta guardando dal buco della serratura, e mentre ci guarda scopare lei si tocca, non ne può fare a meno. È così che mi fa venire, sempre… Ormai manca poco. Metterò sul fornello l’acqua per la pasta e inizierò a preparare l’insalata. Voglio che sia tutto pronto per quando arriva. Ho staccato il telefono e presto spengerò anche il computer. Lascerò accese solo le luci della cucina e le candele sparse per la casa. A lei piace giocare con la cera… Ecco, questa è la sua auto. Ne riconoscerei il suono anche nel traffico cittadino all’ora di punta. O forse avverto semplicemente la sua presenza, l’energia che sprigiona, qualcosa che ha che fare con le frequenze che legano noi umani agli spiriti della natura. L’essenza femminea della terra. Sharona, il sugo, le bistecche, mia madre… driiin, driin… Sto arrivando… Sono tuo!

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LÀ DOVE IL TEMPO MUORE (101 Parole)

C'era una volta ... “Cosa significa, nonno?”

...

ehm,

è la forma passata del verbo “essere”, usata dagli uomini in

tempi antecedenti la grande migrazione. Oggi il tempo non esiste più e

perciò questa forma è scomparsa, ma per potervi raccontare una storia di quel periodo devo per forza coniugare i verbi al passato e anche al futuro. Prestate attenzione e cercate di seguirmi.

“Va bene nonno

... “Quanto è strano il nonno

...

Ai confini dell'universo, là dove il tempo muore, l'intera umanità viaggia su delle scie di luce, in forme filamentose di dati. L'estremo tentativo di ingannare la morte.

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THOMAS ORROW ('10)

Vincent Kalling gettò distrattamente l’occhio sul trafiletto di un quotidiano locale, lasciato sulla panca del tavolino che era intento a pulire. Vincent non leggeva i quotidiani e non gli interessava minimamente quello che potevano raccontare. Di sicuro non era ciò che succedeva là fuori. Al massimo poteva essere un concentrato di notizie appetibili per gli abitudinari dell’edicola, che nell’era di internet erano tutti over-cinquanta. No, Vincent aveva imparato a non fidarsi dei giornali il giorno in cui aveva lasciato il suo paese. Tuttavia qualcosa in quel trafiletto colse la sua attenzione, e non fu il titolo ma la foto che l’accompagnava. Mise da parte lo straccio e guardò in direzione del banco per assicurarsi che il suo capo non gli prestasse attenzione. Non gli dispiaceva lavorare come cameriere. Con un quoziente di intelligenza come il suo avrebbe potuto cercarsi qualsiasi lavoro, ma anche quella, come i giornali, era una trappola del primo mondo, e Vincent era diventato esperto ad evitare le insidie del sistema. Per dieci anni aveva viaggiato in lungo e in largo; Sud America, Europa, Africa, India, il più delle volte arrangiandosi, imparando dalla strada, respirando un concetto di libertà che né i film che aveva visto né i libri che aveva letto erano mai riusciti a mostrargli. Tre mesi prima era tornato a casa e l’aveva trovata esattamente come l’aveva lasciata. Non che si aspettasse qualcosa di diverso, però un po’ ci aveva sperato. Trentatré anni, una laurea in ingegneria e zero esperienza nel campo lavorativo, al di fuori ovviamente dei fast-food e dei caffè. Afferrò il giornale e guardò meglio quella foto per assicurarsi di non essersi sbagliato. Jordan Ross, era assolutamente lui. Eppure il trafiletto diceva che quell’uomo si chiamava Thomas Orrow. Strano, pensò, e si mise a leggere avidamente l’articolo, stando sempre attento a non farsi sorprendere dal capo. Si parlava di un duplice omicidio, un uomo e una donna, e del fatto che il signor Orrow, il quale doveva essere un uomo di una certa importanza, era stato scagionato da tutte le accuse. La donna, a quanto

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sembrava, era stata la moglie di Orrow, mentre l’altra vittima, un certo Nicolas Levin, era stato l’amante di lei. Fin dall’inizio gli inquirenti avevano dato per scontato il movente passionale, ma Thomas Orrow aveva un alibi di ferro; entrambe le sere degli omicidi si trovava fuori città, e centinaia di testimoni erano pronti a confermarlo. Dopo aver seguito per oltre due mesi la pista del killer, con Orrow nel ruolo di mandante, le indagini si erano arenate e il principale indiziato per il duplice delitto era stato scagionato da tutte le accuse. L’articolo non diceva altro, ma Vincent moriva dalla curiosità di sapere come era andata per filo e per segno quella storia. C’era qualcosa di molto strano in tutto ciò. Prima di tutto il nome. Perché Jordan lo aveva cambiato? E com’è che era diventato così importante. In fondo aveva più o meno la sua età. Si era laureato lo stesso anno in cui lui era partito per il Brasile. Che cosa aveva fatto dopo? S’infilò il giornale sotto il grembiule e lo nascose nel suo armadietto, dopo di che riprese a lavorare cercando di non pensarci più. Quando terminò il turno, Vincent corse al Caffè Internet più vicino e incominciò ad indagare più a fondo sulla faccenda. Per prima cosa scoprì che Orrow era forse la persona più ricca della città. Il suo successo in qualità di broker non aveva precedenti. In meno di due anni di attività, un ragazzo appena uscito dall’università era diventato miliardario. Poi aveva fondato la sua agenzia e collezionato un successo dopo l’altro. A poco più di trent’anni, Thomas Orrow era diventato uno degli uomini più ricchi del paese. Vincent stentava a crederci. Lo ricordava come un ragazzo relativamente normale, intelligente ed ambizioso, come lo erano la maggior parte degli studenti della sua classe. Sicuramente aveva un certo spirito creativo. Se ne veniva sempre fuori con un’idea bizzarra. Una volta lo aveva convinto a partecipare ad un esperimento che aveva a che fare con la fisica quantistica e i viaggi nel tempo. Jordan era convinto che si potesse lavorare sulla “dimensione-tempo” solo se la si trattava non come un qualcosa di lineare, ma come una serie infinita di scatole, rappresentanti infinite sequenze di eventi, parentesi, giorni, secoli o ere geologiche. Fantasticava di un dispositivo, una sorta di porta, per viaggiare dall’oggi al domani. Attingendo liberamente alle teorie quantistiche, Jordan pensava che vivessimo

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l’oggi in una determinata scatola, e che questa fosse legata ad un numero infinito di scatole di possibili domani. Dalla maggior parte di queste non ci si poteva aspettare delle sorprese. In fondo il domani di ogni persona, anche se non è prevedibile al cento per cento, lo è almeno in buona parte. Ma, secondo la teoria di Jordan, se qualcuno avesse alterato anche una sola scatola di questi “probabili domani”, sarebbe riuscito a stravolgere l’intera previsione. Vincent ricordava di averlo aiutato a formulare alcune equazioni, più per sfida personale che per reale interessamento al progetto. Lo aveva frequentato per un paio di mesi, ed era anche stato nel garage dei suoi genitori, adibito per metà a laboratorio. Poi, dopo la laurea, se ne era andato e non ci aveva più pensato. Dopo aver letto un paio di articoli sulla vita ed il successo di Thomas Orrow, Vincent cercò gli eventi più recenti della sua storia; il duplice omicidio della moglie Linda e del suo amante. Entrambi erano stati uccisi con la medesima arma da fuoco, un’arma di piccolo calibro, con proietti sparati da una distanza ravvicinata. Nicolas Levin, impiegato dell’azienda di Orrow, aveva iniziato una relazione con la moglie del suo capo circa un mese prima della sua scomparsa. Probabilmente era stato freddato nel soggiorno del suo appartamento da qualcuno di sua conoscenza, dato che la porta non aveva subito alcuno scasso. Stessa sorte era toccata a Linda un paio di giorni dopo. Anche in questo caso la porta non era stata forzata. Il corpo era stato trovato riverso sul sofà dell’appartamento dei coniugi Orrow, in uno dei più moderni e lussuosi grattacieli della città. Ovviamente tutti gli indizi puntavano al delitto passionale, ma la sera del primo omicidio, Thomas si trovava dall’altra parte del paese per una conferenza, mentre la notte in cui la moglie fu uccisa, era impegnato in un altro viaggio d’affari. Mentre leggeva e rileggeva quegli articoli di cronaca nera, Vincent non poté fare a meno di pensare a una teoria tutta sua, anche se del tutto campata in aria. Uscì dal caffè e camminò su e giù per il marciapiede, mentre le luci della città incominciavano ad accendersi. Una parte di sé voleva disfarsi di quella storia. Che cosa c’entrava lui con Orrow, dopotutto. Erano passati così tanti anni che di sicuro non si sarebbe neanche ricordato di lui. Tuttavia qualcosa si era insinuato nella mente di Vincent, un

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piccolo tarlo che rosicchiava silenzioso, il seme di un mistero troppo affascinante per potersene disfare senza almeno aver tentato qualcosa. Ci dormì sopra ma non riuscì veramente a dormire. Il giorno dopo si recò presso gli uffici dell’azienda di Orrow e chiese di farsi ricevere. Rimase impressionato dall’eleganza ed il prestigio dell’edificio. Disse di essere un vecchio compagno di scuola del proprietario e di essere in cerca di lavoro. Non si aspettava che le porte gli si sarebbero spalancate, e rimase sorpreso quando la segretaria gli disse sorridendo che il signor Orrow lo avrebbe ricevuto nel suo ufficio il giorno dopo. Vincent si recò a lavoro e passò la giornata a rimuginare sulle cose che aveva letto sul conto dell’uomo più ricco della città, e a quello che riusciva a ricordare del giovane Jordan Ross. Pensò a cosa gli avrebbe detto, a come avrebbe girato intorno all’argomento per cercare negli occhi del vecchio compagno di scuola una risposta alle sue più indicibili domande. Forse era tutto tempo sprecato, ma che importanza poteva avere. Al limite ci guadagnava una piacevole chiacchierata insieme ad un amico che non vedeva da tempo. Il giorno dell’appuntamento si alzò presto e se la prese comoda. Vincent viveva in un monolocale nella città vecchia, piccolo ma pulito. S’infilò in bagno e ringraziò mentalmente l’inventore della doccia. Amava farsi scivolare addosso quella sensazione di calore liquido. Si rasò completamente una barbetta incolta che teneva ormai da diversi anni, pensando di acquistare così un po’ più di autorevolezza. Si guardò allo specchio, fece qualche boccaccia, ripassò velocemente le frasi che si era preparato e infine uscì dal bagno. Thomas Orrow era davanti a lui. - Ciao Vincent. Quanto tempo… - Come sei entrato? – chiese stupito il ragazzo, fermandosi l’asciugamano bianco alla vita. Thomas si trovava in piedi accanto al letto, in completo blu scuro, con una vistosa cravatta scarlatta. Con movimenti lenti e precisi si portava alla bocca una sigaretta, tenendo l’altra mano infilata nella tasca della giacca. Aveva i capelli lunghi e tirati all’indietro col gel. Aspirò avidamente dal filtro della sigaretta con le sue labbra carnose, lo sguardo perso oltre la finestra sulla strada più sotto. - Ti dispiace su fumo? – non era una vera e propria domanda. Vincent

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ebbe una strana sensazione di disagio.

  • - Cosa ci fai qui?

  • - Beh, avevamo un appuntamento, no?

  • - Si, tra due ore circa, nel tuo ufficio… – puntualizzò Vincent, avvertendo un lieve brivido, forse causato dal freddo della stanza sulla

sua pelle bagnata.

  • - Ho dovuto ripianificare i miei impegni, e la mia segretaria non ha fatto

in tempo ad avvertirti. Mi dispiace. – Ma nella sua voce non traspariva

alcun rammarico.

  • - Capisco… Non mi aspettavo però che ci tenessi così tanto a

vedermi…

  • - Oh, invece ci tengo molto. Quanto tempo è passato? Dieci anni?

Undici? Un’eternità…

  • - Beh, si… E vedo che di strada ne hai fatta…

  • - Già… Proprio così. – Nel parlare, Thomas continuava a fissare la

strada. La luce che proveniva dalla finestra gli illuminava in pieno il volto. Quando terminò la sigaretta finalmente guardò negli occhi il suo

interlocutore.

  • - Stai cercando lavoro?

  • - Beh, si, anche se la finanza non è proprio il mio campo…

  • - Non lo era neanche il mio, per questo… – precisò sorridendo Orrow, e di quel sorriso Vincent ne avrebbe fatto volentieri a meno.

  • - Già, ricordo che avevi altri interessi…

  • - È vero…

Ogni frase, ogni parola, ogni sillaba di quel dialogo nascondeva mille significati. Vincent non aveva più freddo. Un paio di gocce gli

scivolarono da un lato del volto, e non a causa dei capelli bagnati. Stava sudando.

  • - Tu sai perché volevo vederti, vero?

Thomas Orrow ritirò la mano dalla tasca ed estrasse una pistola di

piccolo calibro, metallica e lucente. L’arma sembrava scomparire nella sua mano tanto era minuta, ma il foro d’uscita in fondo alla piccola canna era largo e profondo, come un occhio sulle tenebre più buie. Vincent guardò dentro quel foro e si sentì mancare il fiato.

  • - Li hai uccisi tu, non è vero?

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  • - E come avrei potuto? Ero dall’altra parte del paese…

  • - La porta… La porta che stavi progettando dieci anni fa. Ce l’hai fatta…

  • - La porta sul domani… – Thomas Orrow pronunciò quelle parole con

arrogante soddisfazione.

  • - È così che hai potuto prevedere gli andamenti finanziari e diventare

miliardario in meno di due anni, vero? Ti è bastato dare una sbirciatina

ai giornali del giorno dopo e puntare sul sicuro…

  • - La più grande invenzione di tutti i tempi… – Orrow sembrava non ascoltare, perso in un delirio di auto glorificazione. Era tornato a

guardare fuori dalla finestra, la pistola sempre puntata sull’uomo che gli stava davanti.

  • - E poi gli omicidi… Sei andato da loro e li hai fatti fuori, mentre l’altro “te” era a centinaia di chilometri di distanza. L’alibi perfetto… – Vincent parlava veloce e non riusciva a staccare lo sguardo dal foro della pistola. – E poi c’è il nome, Thomas Orrow. Lo hai cambiato dopo il tuo primo viaggio nel domani, non è vero? Orrow annuì impercettibilmente. – Tutto giusto, caro Vincent. Il problema sarà provarlo, non credi? Almeno che tu non voglia rischiare di finire in una casa di cura…

  • - Esattamente. Per questo motivo non riesco a capire perchè sei venuto.

  • - Beh, forse non potrai provare nulla, ma il fatto che tu conosca la verità

mi dà più di una ragione per non dormire tranquillo la notte. Ed io, mio caro Vincent, adoro dormire tranquillo… Gli occhi di Orrow tornarono a guardare davanti. Il dito sul grilletto incominciò a tendersi.

  • - Aspetta. Te la sei cavata in due occasioni, ma questa volta è diverso. Non hai alcun alibi al quale aggrapparti. Ti scopriranno… – Vincent

sentiva il cuore rimbombargli nelle tempie. Orrow inclinò la testa e sorrise.

  • - Vedi, c’è una cosa che non sai…

Vincent strinse gli occhi e fece un passo indietro, mentre il cuore pareva

sul punto di balzargli fuori dal petto – Cosa? – chiese tremando. Thomas Orrow, allungò il braccio e gli puntò la pistola in faccia. – Oggi, per te, è già domani.

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PAROLE CATTIVE (101 Parole)

Rimasi immobile ad osservare lo schermo del computer, e quelle nere parole incise nei pixel bianchi, come un uccellino solitario aggrappato al ramo di un albero durante la tormenta. Le lessi cento, mille volte, cercando disperatamente di dare loro un altro senso. Provai a metterle in bocca alla persona che le aveva scritte, incorniciandole dentro ad un linguaggio del corpo che le potesse addolcire. Ne provai di tutte, ma le parole rimasero quelle, e a distanza di anni non sono mai cambiate. Nel frattempo però sono cambiato io, ed è per questo che ringrazio di cuore colui che me le scrisse.

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CUCCIOLO ('10)

Al piccolo Giacomo piaceva la sua scimmietta di peluche, quella con le calamite sui palmi e gli occhi leggermente storti. Gliel’avevano regalata a maggio durante la gita al parco degli animali, un’occasione speciale per festeggiare il suo quarto compleanno, trascorso meravigliosamente insieme ai suoi genitori, che purtroppo vedeva solo nel weekend, o a sera tardi prima di andare a letto. Loro erano molto indaffarati; lavoro, appuntamenti, amici, palestra, tutti i giorni c’era qualcosa, e anche il sabato poteva vederli solo di sfuggita, perché c’era la spesa da fare e poi tutte quelle cose che non avevano il tempo di sbrigare durante la settimana. Insieme a Giacomo ci stava la tata, Carmela, una donna un po’ strana con la pelle scura ma sempre gentile. La domenica invece c’era la partita; papà se ne stava in salotto davanti alla TV, a volte c’erano anche degli amici, mentre la mamma si metteva a leggere, oppure andava a fare shopping quando i negozi restavano aperti. Lui il pomeriggio rimaneva nella sua cameretta a giocare a duplo oppure con i treni, e ogni tanto si affacciava in soggiorno per chiedere un bicchiere di latte o un biscotto, con la scimmietta sempre avvolticciolata al braccio. Non la lasciava mai. Proprio perché poteva vederli solo di rado le giornate insieme ai suoi erano sempre delle occasioni di festa. In estate succedeva anche due volte al mese, perché la domenica non non c’era il campionato e le giornate erano belle e fuori si stava d’incanto. Allora lo portavano ai giardini oppure al mare, e poi al ristorante dove poteva ordinare un piatto di patatine fritte tutto per lui, e al ritorno si addormentava in macchina ed era bellissimo lasciarsi cullare dalle vibrazioni dell’auto. Quelli erano i momenti in cui sentiva tanto caldo al cuore, una sensazione meravigliosa che lo lasciava tramortito. Era l’amore che provava per suo padre e sua madre. Li osservava seduto nell’oscurità della monovolume, con le luci dell’autostrada che rimbalzavano sui finestrini. Si perdeva nel profilo aguzzo di lui, concentrato alla guida, gli occhiali con la montatura fine, il ciuffo appena striato di grigio che

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gli ricadeva sulla tempia destra. E poi accanto c’era lei, bellissima con la sua chioma dorata dalla quale spuntava un orecchio perfetto, soffice come un marshmallow. Oh, come amava i suoi genitori. Avrebbe voluto stare sempre insieme a loro, sera e mattina. Ma c’era l’asilo e poi tra poco sarebbe iniziata la scuola. Il padre aveva appena ricevuto una promozione e quindi il lavoro sarebbe aumentato, e la madre aveva intenzione di scrivere un libro e quindi avrebbe avuto ancora meno tempo da dedicare a lui. Di sicuro però ci sarebbero state altre giornate come quella al parco degli animali, per il suo compleanno e poi per le feste di natale, oppure in agosto quando tutti vanno in ferie. Il pensiero di quelle prossime avventure lo cullò insieme alla musica di sottofondo dell’autoradio. Il piccolo Giacomo, col calore confortante all’altezza del petto, si lasciò andare al sonno di un amore limpido ed incondizionato. Ore dopo, davanti ai volti stravolti dei suoi genitori, il medico disse che il suo cuoricino aveva semplicemente cessato di battere.

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DUE STELLE (101 Parole)

Il sole se n'era appena andato che apparvero due stelle sopra l'orizzonte. Nel riverbero vespertino della sera si riusciva appena a distinguerle. Entrambe ammiravano il mondo, e mentre la prima aveva una parola gentile per tutti, la seconda non perdeva mai l'occasione di atteggiarsi a saputella, dispensando feroci critiche. «Perché fai così, sorella?» chiese la prima. «Ma come, non lo sai? La critica è il miglior consiglio!» rispose secca la seconda. Poi arrivò il buio, e mentre la prima si accese fulgida, l'altra incominciò a lampeggiare ed infine si spense, perché altro non era che un vecchio e bisbetico lampione arrugginito.

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EROE PER SCOMMESSA ('10)

I

L’urlo di battaglia della salamandra gigante squarciò il silenzio opprimente di quella notte senza luna. Il fuoco si era ridotto ad un letto di tiepida brace e non c’era tempo per raccogliere nuova legna. D’altronde mancava poco all’alba e con la nascita del sole le infernali creature della notte si sarebbero ritirate nelle loro tane. Ma la belva era vicina, troppo vicina… Numeon aveva dato la sua parola, ovvero tutto quello che gli era rimasto. Non si aspettava il perdono, ma non era quello che voleva. La regina lo odiava, i templari lo cercavano perché era risaputo che praticasse la magia nera, più c’erano una decina di vecchi amici o nemici che avrebbero pagato diverse corone d’oro per vedere la sua testa infilzata al palo più alto della città. L’uomo sorrise ripesando a uno di questi, un certo Viggo. Gli doveva un mucchio di soldi per colpa di una scommessa andata male. Anche a lui aveva dato la sua parola, quando un coltello gli aveva per poco mozzato il lobo di un orecchio, ma le promesse di gioco d’azzardo lasciano il tempo che trovano, si sa. Quella che Numeon aveva fatto alla regina Aliana era una promessa vera, fatta col cuore e con le viscere, per quello che potevano valere le sue viscere. Meglio annaffiarle, pensò, ed afferrò la borraccia di Yoka, il liquore di erbe dei nani, bevendone un lungo sorso. La salamandra urlò di nuovo e questa volta poteva benissimo trovarsi dietro il boschetto di faggi oltre il quale si trovava la via maestra, quella che portava alla capitale. Numeon guardò il ragazzo che dormiva accanto al fuoco. L’ultimo urlo lo aveva fatto agitare. Cosa c’era di così importante in quel ragazzo, si chiese per l’ennesima volta, ma scacciò il pensiero e bevve un altro sorso. Trovarlo era stato più difficile di quanto avesse creduto. Gli uomini di Gudran il Cieco erano penetrati nel castello il primo giorno di luna nuova, si erano fatti strada attraverso i corridoi silenziosi della magione di Aliana uccidendo otto guardie. La missione era stata armoniosa,

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pulita. Quando le cameriere avevano dato l’allarme i rapitori erano ormai lontani. Aliana era montata su tutte le furie. Un’intera guarnigione di guardie a protezione del castello e del prezioso ospite era stata ingannata da un pugno di briganti. Numeon conosceva molto bene gli sgherri di Gudran. In fondo, fino a due anni prima, era stato uno di loro… Ma aveva chiuso con quella storia. Gudran conosceva molti segreti e questo era l’unico motivo per cui si era avvicinato alla gilda. Gli erano bastati tre mesi per mettersi in mostra e guadagnare la fiducia dello stregone orbo. Alla prima occasione si era poi intrufolato nella sua biblioteca segreta e aveva velocemente copiato gli incantesimi più potenti della sua collezione. Il mattino dopo era già lontano, e la gilda di Gudran faceva ormai parte del suo passato. Due ore dopo il rapimento del giovane straniero venuto dal nord, la voce già circolava nelle buie celle del castello dove Numeon attendeva pazientemente la sua sentenza. Riconobbe l’occasione e non se la fece scappare. Prima riuscì a convincere una sentinella a far recapitare un messaggio al capitano della guarnigione, che aveva appena ricevuto una sgridata dalla regina per via del rapimento. Vedendo un’opportunità per farsi perdonare, il capitano aveva poi passato il messaggio direttamente ad Aliana. “Abbiamo un prigioniero che potrebbe conoscere il luogo in cui è stato portato il ragazzo. Il suo nome è Numeon e vorrebbe parlare con voi, vostra altezza”. Che faccia deve aver fatto la regina quando il capitano aveva pronunciato il suo nome, pensò Numeon alzandosi in piedi. Il ragazzo aveva aperto gli occhi e lo stava osservando. - Non parlare – disse lui sottovoce. Poi si mosse rapidamente in direzione del bosco di faggi, un’ombra ammantata di nero con un ampio cappello a tesa larga. Numeon era un mago ma sapeva che a volte, contro certe creature, la magia poteva non bastare. Allora si affidava al suo moschetto, un’arma costosa, figlia del progresso, che molti guerrieri snobbavano per questioni etiche. A lui invece piaceva. Premere il grilletto, sprigionare il fuoco, era una specie di magia. Si sentiva al sicuro con il suo fucile in mano. La salamandra dava loro la caccia da almeno tre giorni. Numeon ne aveva sentito l’odore quando erano scesi dalle montagne in cui si trovava il rifugio degli uomini di Gudran. Aveva sperato di riuscire ad

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evitare lo scontro, ma quella era una creatura ostinata e di sicuro molto affamata. Il giorno seguente avrebbero avvistato la città e sarebbero stati in salvo, ma ormai si era avvicinata troppo. Sul terreno aperto dove si trovavano, alla salamandra sarebbero bastati due balzi per agguantarli e trasformarli in una prelibata cena. Numeon sapeva che con esseri come le salamandre giganti la migliore difesa era l’attacco. Doveva sorprenderla prima che lei sorprendesse loro. La belva gridò nuovamente, poi si udirono dei rami spezzarsi. La salamandra si stava aprendo la strada attraverso il bosco. Numeon si appressò al limitare di questo, piantò saldamente i piedi per terra e puntò il moschetto in direzione della selva oscura. Non poté trattenersi dal sorridere, ripensando alla breve ma intensa conversazione che aveva avuto con la regina. Il tempo non era stato suo nemico. Era ancora molto bella. Ricordava bene l’ultima volta che si erano incontrati, quindici anni prima. Entrambi frequentavano la scuola di magia della capitale. Lei aveva appena sedici anni, lui era all’ultimo anno e ne avrebbe compiuti presto venti. Iniziò per una scommessa, come tante altre volte. La principessa Aliana frequentava i corsi di divinazione, ma a sera tornava al castello, mentre di giorno era seguita a vista da due guardie del corpo. Numeon distrasse le guardie con un semplice incantesimo e riuscì ad incontrarla da sola sulla terrazza più alta della scuola. Gli bastarono dieci minuti per irretirla con parole mielate e convincerla a dargli un bacio. Il giorno dopo fu lei a cercarlo, ma lui era già perduto dietro le sottane di Nina, una ragazza appena arrivata dal sud del paese. Eppure negli anni a seguire si scoprì più volte a pensare alla principessa. “Il capitano mi ha riferito che sai dove si trova il covo di Gudran”. Gli occhi della donna lampeggiavano d’ira. “Beh, non proprio…” “Mettiamo subito in chiaro una cosa. Se sei qui per farci perdere del tempo, allora risolverò immediatamente la tua questione. Mi hanno detto che sei colpevole di furto ed uso improprio della magia all’interno della città. C’è poi l’aggravante della falsa testimonianza, quindi io credo che dieci anni di prigione potrebbero andare. Guardie…” “Ma no, sua maestà… io volevo dire… certo che so dove si trovano gli

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uomini di Gudran…” la ragazza era cresciuta, su questo non c’erano dubbi, pensò Numeon. E così aveva promesso, e questa volta la promessa valeva molto di più di quelle che era solito fare alle altre donne. Avrebbe riportato al castello il ragazzo rapito, a qualunque costo. E il costo poteva essere la sua vita, pensò mentre due occhi lampeggianti di fuoco si accendevano tra le ombre della selva. Pazienza, si disse, e richiamò la magia del mimetismo. La belva l’avrebbe visto solo all’ultimo momento, quando lui l’avrebbe finalmente avuta a tiro. Un alberello al limitare del bosco venne tranciato di netto dai letali artigli della creatura. Ricoperta di squame ramate, lunga quasi dieci braccia, la bestia si mosse guizzante nonostante la mole. Gli occhi cremisi fissavano l’oscurità, ma Numeon, pur sapendo che la magia lo nascondeva alla sua vista, si sentì quello sguardo addosso. Il dito sul grilletto del moschetto s’irrigidì. La salamandra era a venti metri, poi con un guizzo dimezzò la distanza. Una sola possibilità. Un solo colpo. Avvertì l’alito fetido delle sue fauci, udì il sibilo della sua lingua biforcuta. Cinque metri. Tre metri. Poi un’esplosione… La carica di piombo centrò in pieno il lungo muso della bestia che urlando balzò all’indietro. Ancora viva ma in preda ad atroci sofferenze, la salamandra strisciò in maniera convulsa verso l’invisibile nemico. Numeon si era già ritirato di molti metri e preparava l’incantesimo che avrebbe liberato la bestia da quel vortice di dolore. E mentre sbatteva ripetutamente il corpo gibboso e la coda gommosa per terra, la creatura urlava di disperazione, e qualcuno da lontano la udì e la notte successiva non riuscì a chiudere occhio. Il mago rimase calmo, consapevole del fatto che anche se cieca, la salamandra poteva ancora scovarlo grazie al suo fiuto. Questa volta richiamò il fuoco magico, lo manipolò tra le mani come un pezzo d’argilla, ne fece una sfera di luce rossa e poi la liberò nell’aria. La palla di fuoco descrisse un arco preciso e ricadde sul corpo della belva che avvampò, si dimenò ancora per qualche istante e poi si accasciò sull’erba continuando a bruciare. Numeon tornò indietro e vide il ragazzo a pochi metri, gli occhi che riflettevano il rogo vicino. - Raccatta le tue cose. É meglio allontanarsi da tutto questo fumo.

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Potrebbe essere velenoso… – Il ragazzo annuì e in silenzio seguì il mago. Insieme aggirarono il luogo dello scontro e ripresero la via maestra proprio nel momento in cui il sole incominciava a rischiarare il cielo ad oriente. Procedettero speditamente per quasi un’ora e nessuno proferì parola. Dietro di loro, nella distanza, il rigolo di fumo velenoso che si alzava dalla creatura era ormai indistinguibile. Numeon, che decideva il passo di marcia, rallentò l’andatura, poi rassicurò il ragazzo. – Nessuno ci insegue, possiamo procedere a passo regolare… – e aggiunse, – Vedrai che arriveremo in tempo per il banchetto della regina. – ma dubitava che Aliana, nonostante la promessa mantenuta, lo avrebbe invitato alla sua tavola.

II

Un messaggero a cavallo avvistò Numeon e il ragazzo a un paio di leghe dalla città e andò loro incontro. Il mago spiegò all’uomo le ragioni della sua missione e questi fece subito dietrofront, dirigendosi verso il palazzo della regina Aliana, per annunciare il loro imminente arrivo. Quando i due scavalcarono l’ultima collina, videro in lontananza gli stendardi sopra le mura della capitale, e una folla che li attendeva nei pressi della porta principale. Numeon aveva provato nuovamente a scoprire qualcosa di più sul giovane, ma non era riuscito ad apprendere più di quello che già sapeva. Il ragazzo ignorava il motivo per cui la regina era così interessata a lui. Era solo il figlio di un contadino del nord, con un unico nome, Symion, e con una storia di pecore, campi coltivati a grano e feste mondane. La regina e il suo seguito erano giunti all’inizio dell’estate al villaggio in cui abitava. Aliana aveva parlato ai suoi genitori in privato e il giorno dopo tutto era stato deciso; Symion l’avrebbe seguita al castello. Davanti ad una richiesta tale il ragazzo non avrebbe mai potuto tirarsi indietro, così, senza fare domande, aveva lasciato il villaggio. Ma anche a lui sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sulle ragioni che avevano spinto la regina a visitare la sua casa. Gli era stato semplicemente detto

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che era un ragazzo speciale, e che al castello avrebbe imparato le maniere della gente nobile e l’arte della spada. Il suo apprendistato era appena incominciato quando gli uomini di Gudran lo avevano rapito. L’unico particolare che distingueva Symion era un segno sulla pelle, all’altezza della scapola, una specie di voglia a forma di ancora, ma talmente scura da assomigliare a un tatuaggio. Numeon l’aveva intravisto il giorno prima, quando si erano fermati presso un ruscello per rinfrescarsi. Il ragazzo si era tolto la veste polverosa e al mago non

era sfuggito il piccolo disegno scuro sulla cute.

  • - Hai chiesto alla regina se il suo interesse per te aveva qualcosa a che

fare con la macchia che porti sulla schiena? – chiese Numeon, sapendo di avere ormai poco tempo per risolvere quell’enigma.

  • - Si, l’ho fatto, – rispose il ragazzo – ma lei mi ha assicurato che non c’entra.

  • - Qualcosa però deve averti pur detto… – incalzò il mago. Symion

scosse lentamente la testa e non rispose. C’era qualcosa di strano in quel ragazzo, Numeon l’aveva intuito subito. Di solito i giovani sono sempre avventati, curiosi, parlano di continuo oppure si chiudono in un silenzio ribelle. Sono vivaci, testardi, sfuggenti. Anche lui era stato così. Symeon invece non era niente di tutto ciò. I suoi sguardi, i suoi gesti, le sue poche parole, trasmettevano una sensazione di distacco. Non diceva mai più di quello che era necessario, e poi la paura sembrava essergli aliena. La vista della salamandra non l’aveva minimamente turbato, e quando Numeon lo aveva trovato nella cella del covo di Gudran, era rimasto impassibile. Il mago era ormai certo di una cosa; nonostante Symeon ignorasse il motivo per cui la regina lo aveva adottato, quella macchia che portava sulla schiena doveva essere per forza la chiave. Se fosse riuscito a scoprire il suo significato, il mistero dietro la presenza di quel ragazzo al castello sarebbe stato svelato. Ormai era diventata una sfida, come una delle tante scommesse da taverna che era solito fare con gli avventori. Una schiera di cavalieri cinturava la folla che attendeva alle porte della città. Tra i riflessi delle lance e delle armature, Numeon riuscì a distinguere la portantina reale, ma non la regina che sicuramente vi sedeva all’interno, dietro le spesse tende di velluto cremisi.

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Un’accoglienza del genere non se l’era aspettata. La parte più vanitosa di sé si crogiolò all’idea di un’entrata trionfale, ma il sospetto s’insinuò improvvisamente nella sua mente, richiamato da un sesto senso nascosto, un amico che più di una volta gli aveva salvato la pelle. C’era qualcosa di strano in quella messinscena. Di colpo un formicolio alla nuca, proprio sotto il cappello, lo avvertì che non poteva fidarsi della regina. Dalla prima linea di cavalieri si staccarono quattro elementi che vennero loro incontro. Era un rituale di benvenuto, sicuramente, eppure qualcosa non tornava. In meno di cinque minuti li avrebbero raggiunti. Numeon doveva decidere in fretta. Si guardò intorno. Gli uomini stavano già risalendo la collina. Su entrambi i lati della via maestra i campi erano coltivati a vitigni, ma a destra questi si interrompevano

laddove incominciava un boschetto di tigli. Poteva raggiungerlo in meno di un minuto di corsa, e poi sparire tra la vegetazione, con l’aiuto di un buon incantesimo.

  • - Caro Symion, mi ha fatto molto piacere conoscerti. Credo che sia meglio che me ne vada. Non amo molto le manifestazioni di

gratitudine. Sai com’è, mi mettono a disagio… – Il ragazzo lo guardò perplesso, ma lo stupore gli passò in fretta, come se avesse capito tutto.

  • - Beh, grazie mille. Spero di poterla rivedere, un giorno.

  • - Certo ragazzo. Porta i miei saluti alla regina, e fai attenzione. Potrei

non esserci la prossima volta che ti cacci nei guai. – Poi si calzò meglio il cappello in testa e prese a correre per il campo di viti. Non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che i quattro cavalieri erano scattati al galoppo. Raggiunse il boschetto e si fermò un attimo per riprendere fiato. Riuscì nella distanza ad intravedere una certa agitazione intorno alla portantina della regina. Numeon sorrise, poi guardò in direzione dei cavalieri. Stavano per raggiungere il ragazzo. Troppo lenti… Il mago iniziò a risalire la collina attraverso un sentiero. Pronunciò un incantesimo che lo nascose anche alla vista degli animali del bosco. La promessa era stata mantenuta, ma lui e la regina non erano pari. Lei gli doveva ancora molte spiegazioni.

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III

Oltrepassare di nascosto le porte della capitale durante la notte era sempre stato un gioco da ragazzi. Numeon ne aveva avuti in passato di motivi per non farsi sorprendere dalle guardie reali, ma con l’aiuto delle tenebre e di un buon incantesimo, nessuna sentinella avrebbe mai potuto scorgerlo, almeno fino a quella notte. La regina aveva ordinato di triplicare gli uomini alle porte e il consiglio cittadino aveva subito avallato la procedura. Erano diventate rare le occasioni in cui i venti consiglieri si opponevano alle richieste di Aliana. Quella sera, neanche un calabrone sarebbe potuto entrare in città senza essere notato, un bel problema per il mago che non vedeva l’ora di trovarsi faccia a faccia con donna che lo aveva ingannato. Era rimasto nascosto per tutto il giorno sulla chioma di un albero, ad osservare tranquillamente i cavalieri sguinzagliati dalla regina, che si aggiravano confusi nei pressi del boschetto in cui il mago era svanito. L’incantesimo lo aveva nascosto alla loro vista, ma i soldati avevano continuato a cercarlo per tutto il pomeriggio, imprecando sagacemente contro di lui ma anche contro la prima cittadina. Numeon si era dovuto più volte trattenere dal ridere. Se Aliana avesse saputo che cosa pensavano i suoi fedeli cavalieri del suo bel didietro, sarebbe corsa ad infilare la testa dentro la serra del castello, proprio come uno struzzo. Prima del tramonto un uomo a cavallo aveva raggiunto il boschetto e richiamato la pattuglia in esplorazione, menzionando anche le ultime disposizioni ordinate dal consiglio cittadino sul controllo delle porte della città. Gli uomini avevano fatto ritorno alla capitale e Numeon era finalmente sceso dal suo nascondiglio per raggiungere i margini del bosco. Gli era bastato un sguardo per rendersi conto della situazione; se voleva entrare in città, doveva trovare un’altra via. E quella via esisteva, anche se dal punto di vista economico non era certo la strada più conveniente. Si mosse veloce attraverso la collina, un’ombra tra le ombre sotto il cielo limpido, sul quale splendeva una falce sottilissima di luna. In fondo alla valle riuscì a scorgere le luci di una fattoria. Vi era un recinto con dei cavalli ed una stalla, e mentre vi passava vicino fece attenzione

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a non disturbare gli animali. Un nitrito avrebbe attirato l’attenzione, e le porte della città non erano molto distanti da lì. Conquistò il portico della

casa del fattore, l’unico edificio illuminato della zona, si sistemò meglio il cappello in testa, bussò piano e attese. La notte era tiepida, ma il calore del fuoco e magari un buon bicchiere di vino non avrebbero certo guastato.

  • - Chi diavolo è a quest’ora? – domandò una voce grossa, con un forte accento del sud.

  • - Mastro Jarod? Apri, sono io…

  • - Che mi venga un colpo – disse il fattore, armeggiando con il

catenaccio. La porta si aprì e la luce di una lanterna si accese in faccia al mago. – Numeon, lo stregone pistolero! Dammi un buon motivo per il quale non dovrei subito andare a chiamare le guardie? – chiese l’uomo, scostandosi dall’uscio per fare entrare il suo ospite. La casa di Jarod era composta da una grande stanza centrale nella quale ardeva un allegro fuoco. Una porticina su un angolo dava sulla dispensa, mentre al piano di sopra c’erano le camere da letto. Sotto invece c’era la cantina.

  • - Ho bisogno del tuo aiuto. – Numeon andò subito al sodo. Si sedette al

tavolo di quercia in mezzo alla stanza e indicò la brocca che stava al centro. – Posso? – chiese.

  • - Certo, ti porto una tazza… – rispose Jarod, muovendosi verso una

madia piena di stoviglie. – Ecco qua – e gli porse la coppa. Il mago la

riempì di vino fino all’orlo e la svuotò in due grandi sorsi, poi se ne riempì un’altra.

  • - Il tuo vino è il migliore del paese, lo sai vero?

  • - Si, me lo hai detto più di una volta, ma non ti servirà a tirare sul prezzo. Hai bisogno di un passaggio, non è vero? – il contadino aveva

intuito fin da subito il motivo di quella visita inattesa.

  • - Jarod, non posso pagarti adesso. Devi fidarti di me e farmi entrare nella città.

  • - Fidarmi di te? Questa è buona!

  • - È una questione importante!

  • - Non ne dubito, pistolero, ma gli affari sono affari…

  • - Domani mattina sono qua a saldare il debito, a costo di vendermi il cappello!

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Era un cappello magico, anche se nessuno sapeva come funzionasse, e in effetti poteva valere molte corone d’oro. Numeon lo aveva vinto a dadi da un viaggiatore ubriaco, che poi gli si era rivoltato contro con degli incantesimi che nessuno aveva mai visto da quelle parti. La

taverna era letteralmente esplosa, ma Numeon era stato abile ad estrarre il suo moschetto, mirarlo alla testa dell’uomo e fare fuoco. Era successo tre anni prima, e da quel giorno Numeon non si era mai separato da quel cappello. Neanche lui sapeva come farlo funzionare, però diceva che gli portava fortuna, e a lui questo bastava.

  • - Mi hai dato un’idea – propose il contadino. – Perché non mi lasci il cappello in pegno. Domattina torni a riprenderlo, che ne dici?

  • - No, mai! – replicò secco il mago, scattando in piedi.

  • - Abbassa la voce. Mia moglie e i bimbi dormono al piano di sopra… – spiegò Jarod, indicando con un dito il soffitto.

  • - Scusami, ma no, non posso lasciarti il cappello. È il mio

portafortuna…

  • - Allora mi dispiace, niente passaggio. – E detto ciò, ripose la brocca di

vino su uno scaffale e si avviò verso la porta. – Dovrai trovare un altro

modo per entrare in città.

  • - Va bene – disse Numeon accigliato. – Maledetto te…

  • - Ottimo allora… vogliamo andare? – chiese mastro Jarod, aprendo la

porta di casa e facendo strada. Numeon si alzò dal tavolo e lo seguì sul

retro dell’abitazione. Non era la prima volta che usava il tunnel di Jarod. Il contadino se ne serviva per contrabbandare in città i suoi distillati. Il consiglio, pressato dalla regina, aveva infatti proibito qualsiasi bevanda

più forte della birra e del vino, per evitare risse ed incidenti nelle taverne e per le strade della capitale. Ma il mercato del brandy di contrabbando era un affare molto redditizio e Jarod vi ci si era buttato a capofitto, investendo nella costruzione di un tunnel che dalla sua cantina raggiungeva quella di una vecchia bettola di periferia, il Corvo Stridulo, passando naturalmente sotto le mura della città. Le casse di brandy venivano messe in una carriola appesa ad una corda, e grazie ad un sistema di cuscinetti e carrucole, veniva tirata da una parte e dall’altra.

  • - Attento a dove metti i piedi – avvertì il fattore che precedeva Numeon

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attraverso una stretta rampa di scalini che scendevano verso una massiccia porta di legno. Jarod chiese al suo ospite di tenere la lanterna ed estrasse una grossa chiave da sotto il grembiule che aveva indosso. Girò tre mandate ed entrarono in un ampio locale tappezzato di piastrelle di terracotta. Era un ambiente decisamente ben tenuto, che stonava con il resto della fattoria. Quello era il luogo in cui Jarod preparava i suoi distillati e portava avanti i suoi affari. La stanza era occupata da botti e da strumenti sconosciuti a Numeon. D’altra parte al mago interessava più il prodotto finito che il processo di estrazione del liquore.

  • - Com’è venuto quest’anno? – chiese, indicando una botte di rovere.

  • - Assaggia tu stesso – rispose Jarod, aprendo il piccolo rubinetto in

fondo al contenitore. Versò appena un dito di liquore dorato dentro un

piccolo bicchiere di cristallo, e lo porse al suo ospite. Numeon lo bevve d’un fiato e strizzò gli occhi.

  • - Meraviglioso! – esclamò

  • - Non ne trovi migliori di questo, neanche nelle terre di confine – puntualizzò il contadino.

  • - Ci credo… – Poi entrambi si diressero dalla parte opposta della

cantina, laddove si apriva uno stretto passaggio ad arco che sprofondava nelle tenebre. Oltre quello la luce della lanterna illuminò un locale più piccolo, di appena tre metri di lato. Alle pareti non c’erano piastrelle ma

solo terra battuta, ed un cunicolo di appena un metro di diametro si perdeva nel buio più fitto.

  • - Devo richiamare la carriola, – spiegò Jarod. Avvicinò un bastoncino

allo stoppino della lanterna e lo inserì nel pertugio di una specie di scatola di metallo, poi azionò la leva di quello strano marchingegno. Si

udì una vampata e un cigolio. La fune che si perdeva dentro al tunnel e alla quale era attaccata la carriola incominciò a scorrere da sola.

  • - Cos’è quello? – domandò il mago.

  • - Beh, tirare avanti e indietro questo arnese mi stava spezzando la

schiena, così ho fatto progettare da un amico questa macchina. Funziona ad olio, proprio come le lanterne. Sono secoli che i nani usano questa tecnologia, ma sono molto gelosi delle loro cose, almeno che tu

non li sappia convincere… – spiegò Jarod sorridendo. Numeon

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immaginò che quell’aggeggio dovesse essere costato un occhio della testa, ma Jarod non badava a spese per la sua piccola impresa.

Dopo una decina di minuti la carriola apparve. Il viaggio non era certo dei più comodi, ma Numeon non aveva alternative. S’infilò dentro e attese di essere trascinato nelle viscere della terra, fin sotto le mura della capitale.

  • - Cosa aspetti allora? – chiese il mago con noncuranza. Jarod sorrise ed indicò il cappello che stava ancora sulla testa del mago.

  • - Oh, già… scusami, – esclamò Numeon, sfilandosi il suo portafortuna e

porgendolo al contadino. Si sentì improvvisamente denudato di qualcosa. Forse era proprio quello il potere nascosto dell’oggetto. Era davvero un potente amuleto portafortuna. Una strana sensazione lo afferrò all’altezza dello stomaco. Non doveva andare, non senza il cappello. Combattuto da un terribile senso di indecisione, Numeon non si accorse

che Jarod aveva azionato nuovamente la leva. – Buon viaggio allora, – si sentì dire.

  • - Aspetta… – provò a replicare il mago, ma era troppo tardi. La carriola si stava già muovendo dentro le viscere della terra.

IV

Dall’altra parte del tunnel Numeon trovò il garzone dell’osteria, per niente sorpreso della sua apparizione. Era poco più di un bambino,

vestito di stracci e decisamente poco pulito. Il suo compito era quella di stare di guardia al cunicolo sotterraneo e alla porta dalla quale si accedeva alla cantina del Corvo Stridulo. Il mago udì distintamente il vocio degli avventori al piano di sopra, che a quell’ora dovevano aver abbondantemente occupato tutti i tavoli della taverna.

  • - Buonasera signore, Lion è qui per servirla – dichiarò il ragazzo,

mettendo mano al mazzo di chiavi che aveva legato alla cintura. Mentre armeggiava col chiavistello della porta, continuò – Se al signore serve qualche cosa di particolare; un posto per la notte, una bottiglia di Yoka,

o magari un po’ di compagnia…

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- Grazie, sono a posto – tagliò corto Numeon, ed infilò la porta appena questa si aprì, raggiunse la scala che portava al piano di sopra e si confuse con la gente che ordinava da bere. L’aria pesante da taverna gli riempì i polmoni e lo fece sentire subito più tranquillo, anche senza il suo cappello. Quell’aria l’aveva respirata fin dal giorno in cui aveva smesso di farsi la pipì addosso. Suo padre era stato un cercatore d’oro, aveva viaggiato molto ma non aveva avuto fortuna. Con le poche pepite racimolate in anni di ricerca, aveva deciso di fermarsi e mettere su famiglia. Aveva comprato una taverna e aveva fatto l’oste fino alla fine dei suoi giorni, che non furono neanche tanti. Pace all’anima sua, pensò Numeon. Comunque lui c’era nato dentro quella taverna, e ogni volta che si sentiva circondato dal profumo dello stufato che veniva dalle cucine, mischiato all’odore delle botti di birra e del tabacco da pipa, gli pareva di essere a casa. Una voce nella testa gli disse di restare, di ordinare una birra, di mettersi comodo, di non immischiarsi negli affari di palazzo. In fondo che cosa c’aveva da guadagnare lui. Il mistero del ragazzo aveva probabilmente a che vedere con le questioni di sangue della famiglia reale. Forse era un figlio bastardo del vecchio re, e di conseguenza fratellastro della regina. Ci aveva già pensato a questa eventualità, però qualcosa gli diceva che c’era di più. Ma non era stata questa la scintilla che lo aveva spinto ad entrare nella capitale di soppiatto, la notte in cui l’intera guardia reale gli stava dando la caccia. La questione del ragazzo era qualcosa di secondario ormai. Numeon non sopportava l’affronto di Aliana. Lo aveva usato per recuperare il ragazzo, ben sapendo che non esistevano in città maghi più esperti di lui, e poi aveva sguinzagliato i suoi cavalieri per riportarlo nelle celle del castello. Lui aveva rispettato i patti mentre lei lo aveva ingannato, e questo a Numeon non andava giù. Chi si credeva di essere quella ragazzina, pensava mentre si faceva largo tra i commensali. No, avrebbe chiuso la questione quella notte, era ormai diventata una scommessa con se stesso. A malincuore si lasciò la taverna alle spalle. Cercò di calzarsi il cappello per evitare che il vento che si era alzato glielo portasse via, ma si accorse a malincuore di non avercelo più. Guardò in alto e annusò il vento che nel frattempo aveva portato le nubi del nord. Quella notte una

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tempesta si sarebbe abbattuta sulla capitale, la poteva sentire nell’aria. Si diresse deciso verso la biblioteca, che a quell’ora era già chiusa, ma quello sarebbe stato l’ultimo dei suoi problemi. Entrare e uscire dai luoghi chiusi era una delle sue specialità. Facendo attenzione a non essere notato, scavalcò il cancello del giardino della scuola di magia, la stessa dove sia lui che Aliana avevano ricevuto i diplomi di divinatori, e attraversò con ampie falcate il viale alberato che divideva in due la struttura; da una parte vi era la scuola, un largo edificio con una torre centrale, dall’altra la grande biblioteca cittadina, una massiccia struttura in pietra edificata almeno un secolo prima della scuola. Le sue finestre erano basse e prive di inferriate. Grazie a un semplice incantesimo fece girare la maniglia di una vetrata e con un salto penetrò all’interno dell’edifico. Adesso però veniva la parte più difficile. Non erano i libri che occupavano gli scaffali del piano terra e di quelli superiori che destavano il suo interesse. Si trattava perlopiù di testi di scuola, scienze divinatorie, storia delle pratiche occulte e così via. I tomi antichi, quelli in cui dormivano i segreti dell’antico impero, erano nascosti al piano inferiore, nei sotterranei della biblioteca. C’era stato soltanto una volta, per concessione di un vecchio professore che lo aveva preso in simpatia. La porta per accedervi era una larga pietra circolare che per traslare di lato aveva bisogno delle giuste parole. Non un semplice incantesimo che probabilmente Numeon avrebbe saputo aggirare, ma un codice segreto decretato dalla regina. Il mago credeva di sapere quale erano le parole. Tutta la missione che si era prefissato dipendeva da quell’intuizione. Se esisteva una risposta al mistero del ragazzo, doveva per forza trovarsi nei sotterranei della biblioteca. Trovò facilmente le scale che scendevano al livello inferiore. L’ultima volta che era entrato in quell’edifico era poco più di un ragazzo, ma poteva contare su una memoria visiva eccezionale. Fino alla rampa era riuscito a vedere grazie alla luce dei lampioni della strada che entravano dalle finestre dell’edificio, ma oltre i primi gradini le tenebre diventavano quasi solide. Numeon accarezzò delicatamente la canna del suo moschetto, sussurrando qualche parola. Il nero ferro dell’arma incominciò ad emanare un lieve chiarore che dissipò le ombre. Velocemente il mago scese la rampa e procedette deciso lungo un

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ampio corridoio alla fine del quale si trovava l’accesso alle biblioteca segreta. L’ora della verità, pensò sorridendo. Con la mano cercò la falda del cappello, un gesto portafortuna, ma rimase nuovamente ingannato. “O tutto o niente” si disse a bassa voce, poi enunciò le parole segrete che aveva pensato: “Ailes Ihao Tairnan”. La Lingua Morta, quella che di solito veniva usata per codici e formule segrete, non era mai stata il suo forte. Sperava che la pronuncia fosse quella giusta. Il significato di quelle parole era invece fin troppo chiaro “L’antico sangue scorre”. Non successe nulla. Numeon provò alcune varianti della frase, invertendo l’ordine delle parole, ma niente fece muovere la grossa pietra. La frase apparteneva alla famiglia di Aliana da secoli. Discendeva direttamente da una delle due grandi dinastie dell’Impero, la famiglia Senyan. Ai nobili piaceva ricordare i vecchi tempi, i fasti dei grandi palazzi reali e i costosi ornamenti dei templi dedicati agli dei, mentre la memoria della sofferenza inferta ai più deboli andava col tempo svanendo. La parola di quelle generazioni che avevano vissuto di persona le violenze dei vecchi governanti, si era indebolita nei cuori dei loro discendenti. Il popolo rincominciava a cantare le gesta dei grandi eroi del passato, Eonosse dall’elmo dorato, che usava cavalcare in testa al grande esercito che con la forza sottomise tutte le province, l’altissima sacerdotessa Cleati, vestita di perle e lamine argentate, chiamata anche la “Bocca degli Dei”, il principe Audar, bello come il sole e forte come un cavallo. Ma la verità era ben diversa da come la presentavano i menestrelli di taverna. Per secoli le due famiglie reali avevano schiacciato il popolo con le tasse e con la forza, solo per soddisfare i loro meschini bisogni. Certo, si cantavano anche le gesta di Sanildor il rivoluzionario, colui che iniziò la rivolta contro le due famiglie, grazie soprattutto a quella parte dei Senyan che stava col popolo e voleva cambiare le cose. Senza l’aiuto del trisnonno di Aliana, Womil Assarris, Sanildor ed i suoi non sarebbero mai riusciti a dare scacco alle due famiglie reali. Fu così che la famiglia di Aliana andò al potere, un ruolo più di facciata che altro. Il sistema si confece alle necessità del popolo. Fu istituito un governo composto da venti consiglieri eletti dalle gente, e il ruolo della famiglia regnante divenne

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marginale. Le province riunite sotto l’impero tornarono ad autogestirsi come avevano fatto per secoli prima che le due famiglie reali le conquistassero. Ci furono delle scaramucce, ma il popolo incominciò a vivere molto più dignitosamente. Malgrado ciò, già dopo un paio di generazioni, il potere della famiglia Assarris crebbe. I consiglieri del mandato di re Ilfor, padre di Aliana, pendevano tutti dalle sue labbra. Ilfor era un uomo fiero, ma non cattivo. La gente lo amava e gli avrebbe concesso tutto, ma lui non si fece corrompere da tali adulazioni. Però le cose potevano sempre degenerare, e la giovane Aliana non sembrava avere la stessa forza del padre. Prima o poi il popolo, lo stesso che aveva sofferto sotto il piede dei nobili dell’impero, avrebbe riconsegnato il potere sovrano nelle mani di un’unica persona. Numeon pensò a tutte queste cose, nella disperata ricerca di una formula che potesse aprire quella porta. Provò svariati codici ma niente sembrò funzionare. Era stato avventato e anche un poco ingenuo. Aveva rischiato la libertà per nulla, e adesso doveva anche un monte di soldi a mastro Jarod. E tutto a causa di un ragazzo che nascondeva qualche mistero… il ragazzo, ma certo… “Itarcya Winae”, disse sottovoce; “Il Segno dell’Ancora”. La pietra si mosse senza produrre alcun rumore. L’aria viziata della biblioteca segreta investì il mago che arricciò il naso. Numeon si mosse veloce alla ricerca di ciò che voleva, i simboli delle due grandi casate. La stanza era un semplice allargamento del corridoio, le cui pareti erano ricoperte di libri, protetti dentro scaffalature in noce munite di ante a vetri. Aiutandosi con la luce magica che brillava freddamente sulla canna del suo fucile, Numeon scorse velocemente i titoli dei tomi, fino a fermarsi poco oltre la metà del loculo. “Eccolo”, sibilò. Poi aprì lo sportello della libreria ed afferrò un grosso volume con una copertina chiara. Lesse con avidità le prime pagine, poi andò avanti, cercando con destrezza, come solo un mago sapeva fare. Metà della sua vita l’aveva passata nelle taverne, ma l’altra metà era rimasto piegato sui libri. Un sorriso gli si aprì come un taglio sulla faccia. “Allora è questo che cerchi, bambina…” sussurrò, riferendosi ovviamente alla regina. Poi udì dei rumori distinti che venivano da sopra e con un gesto spense la luce, sprofondando in un’oscurità solida.

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V

- Chi va là? – chiese una voce da oltre la porta. Numeon intravedeva la luce di una lanterna e l’ombra indistinta che la reggeva. La sua mente lavorava alla massima velocità, ma le sue membra rimanevano immobili, il libro tra le mani, il respiro sospeso. - Chiunque vi sia, dovrà fare i conti con la guardia reale… – disse la voce, e subito dopo pronunciò al contrario le parole segrete che avevano aperto l’accesso alla biblioteca sotterranea. La pietra si mosse nascondendo lentamente l’ombra con la lanterna in mano. Numeon lasciò cadere il libro e si precipitò verso l’uscita, infilandosi con un salto disperato tra la pietra rotante e lo stipite della porta. Con una spallata fece perdere l’equilibrio al guardiano che cadde imprecando sul duro pavimento. La lanterna andò in frantumi ma fortunatamente lo stoppino si spense prima di incendiare l’olio che si era sparso per terra. Nelle tenebre del corridoio, Numeon allungò la mano sul volto del guardiano, mosse impercettibilmente le labbra e compose un incantesimo. L’uomo provò a reclamare, ma l’effetto della magia lo fece crollare da una parte e sprofondare in un sonno incantato. Numeon adesso aveva i minuti contati. In meno di un’ora l’uomo si sarebbe svegliato e avrebbe dato l’allarme, ma un’ora forse sarebbe bastata a fare quello che si era prefissato. Uscì dalla biblioteca e oltrepassò il vialone alberato dal quale era sopraggiunto. Agile come un felino, scavalcò il cancello e imboccò la strada per il palazzo reale. Non si mise a correre per non attirare l’attenzione, usò vie secondarie tenendo sempre la testa e le mani basse. Il moschetto era ben nascosto sotto il mantello. Quindici minuti più tardi aveva raggiunto l’entrata del parco che circondava il castello della regina. Un altro cancello, ancora più alto di quello della biblioteca. Il mago dovette attingere alle sue conoscenze magiche per oltrepassarlo senza fare rumore, ed evitare di rimanere infilzato sulle sue punte. Il parco era un giardino botanico che vantava almeno duecento specie di piante. Era il vanto della famiglia reale e dei cittadini della capitale. Numeon sgusciò sotto le fronde di un albero dalle enormi foglie, per poi retrocedere tempestivamente davanti

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ad una Lindoria, una pianta carnivora capace di divorare un uomo in

meno di dieci minuti. Non si fece prendere dal panico e continuò nella direzione in cui pensava si trovasse il castello. La vegetazione occultava la vista, e le tenebre erano quasi solide, ma Numeon aveva sempre avuto un ottimo senso dell’orientamento. Finalmente scorse le luci delle torce che bruciavano appese ai lati del ponte levatoio. La notte il ponte rimaneva sempre chiuso ed era così che si trovava anche in quell’occasione. Un altro problema da risolvere, pensò Numeon, ma non si lasciò scoraggiare. Il palazzo era circondato da un profondo fossato e non sembrava avere altri accessi, ma Numeon sospettava che

  • ci fossero delle grate per ventilare i sotterranei, o almeno lo sperava.

Vi erano due guardie che facevano la ronda attorno al castello. Il mago

raggiunse il bordo del fossato nel momento in cui una delle due uscì dalla sua visuale, mentre l’altra doveva ancora svoltare l’angolo. Una manciata di secondi appena gli furono sufficienti a conquistare la posizione che voleva. Scivolò silenziosamente nell’acqua, che gli arrivava poco sopra il petto, ed iniziò a guadare il canale. L’odore nauseabondo dell’acqua stagnante mischiata agli scarichi dei pitali era a dir poco insopportabile, ma Numoen si era trovato in situazioni peggiori

  • di quella. Per evitare che l’acqua inceppasse il moschetto, teneva la sua

arma sopra la testa. Le guardie non potevano vederlo perché il fossato era ammantato di ombre. Dall’altro lato vi era una banchina larga meno

  • di un metro che girava intorno all’edificio. Numeon iniziò a percorrerla

facendo attenzione a non farsi scoprire. Trovò subito ciò che cercava, un cancello di ferro chiuso da un pesante lucchetto. Afferrò con entrambe le mani il catenaccio arrotolato intorno all’inferriata, chiuse gli occhi e sussurrò qualche parola. Nei suoi palmi sentì il metallo cedere con uno schiocco. Rapidamente, ma sempre senza far rumore, oltrepassò il cancello imboccando l’oscuro corridoio dei sotterranei del palazzo. Preferì avanzare al buio che rischiare di accendere una luce incantata. Intuì dall’intenso odore di formaggi stagionati, che doveva trovarsi vicino alle dispense del castello. Il corridoio terminava davanti ad una porta di legno da sotto la quale proveniva un filo di luce. Numeon accostò l’orecchio alla porta ma non percepì alcun suono. Con cautela girò la maniglia ed entrò in un ampia

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stanza, illuminata fiocamente da una torcia appesa a una parete. Era in effetti la dispensa del castello. Sacchi di iuta ricolmi di noci e castagne,

botti di vino e di birra, salumi e prosciutti appesi al soffitto e un’ampia scaffalatura occupata da svariate forme di formaggi. A Numeon venne l’acquolina in bocca. Nella tenue luminescenza il mago riuscì a muoversi più velocemente. Imboccò una rampa di scale che saliva al piano di sopra, percorrendo gli scalini con la delicatezza di un gatto. Conosceva solo una parte del palazzo, quella riserbata alle prigioni, e il percorso che aveva fatto in compagnia delle guardie quando lo avevano portato al cospetto della regina. Il castello era una costruzione massiccia, la più grande di tutta la città. Al tempo dell’impero l-intero edificio era di proprietà della famiglia reale, ma adesso i primi due piani erano al servizio degli enti cittadini. Solo il terzo ed ultimo piano era riserbato alla famiglia reggente, ed era lassù che si trovavano gli appartamenti di Aliana e dove, presumibilmente, si trovava la camera da letto del ragazzo. Raggiunse le cucine e proseguì sicuro oltre un corridoio che immetteva nella mensa delle guardie. La trovò vuota, ma sentì dei rumori provenire da oltre una porta. Intuiva che durante la notte almeno una decina di guardie rimanessero regolarmente dentro al castello, ma dopo l’incursione dei briganti, la regina doveva aver come minimo raddoppiato quel numero. Aveva un piano, e come tutti i piani non era esente da rischi. Volutamente ribaltò una delle sedie della mensa, che cadendo sul pavimento piastrellato provocò un tonfo secco che rimbombò nella stanza. Numeon si appiattì dietro un armadio pieno di stoviglie, mentre il chiacchierio delle guardie si interrompeva. La porta venne aperta e due figure fecero il loro ingresso nella mensa.

  • - Chi va là? – chiese una di queste. Numeon attese paziente che i due si chiudessero la porta alle spalle.

  • - Forse era un gatto… – suggerì l’altra guardia.

  • - Meglio andare a vedere nelle cucine… – Poi i due chiusero la porta e attraversarono la sala. Numeon, appena li ebbe entrambi nella sua

visuale, lanciò loro un incantesimo di sonno, l’ultimo che gli era rimasto. I suoi poteri, come quelli di ogni mago, erano limitati.

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I corpi dei due uomini si afflosciarono al suolo come delle vesti vuote.

Subito il mago li trascinò fuori dalla mensa, oltre il corridoio fino alle cucine. Qui si sfilò gli indumenti ancora bagnati ed indossò quelli della guardia che calzavano meglio. Poi, concentrandosi sul volto dormiente dell’uomo, prese le sue sembianze. Era un incantesimo complesso che poteva avere anche alcune fastidiose ripercussioni. Una volta si era slogato malamente la mascella e ci era voluto un mese perché il dolore se ne andasse. Grazie a quel travestimento, uscì dalla mensa e si trovò nell’atrio del castello, quello dove si trovava la rampa di scale che portava ai piani superiori. Due guardie gli andarono incontro.

  • - Ehi Audar, dove è andato Uilair?

  • - Doveva svuotare la vescica – rispose prontamente il mago, intuendo

che Uilair doveva essere il nome di una delle due guardie che adesso dormivano beatamente nelle cucine. Numeon attese che i due si dileguassero in un corridoio laterale ed imboccò la scalinata che portava al piano di sopra. Anche se travestito da guardia, salì lentamente ed in silenzio per evitare di dare nell’occhio.

Due soldati di ronda al piano superiore passarono vicino alla rampa ma non lo scorsero. Il mago conquistò la seconda scalinata e si avviò verso gli appartamenti della regina. Un piccolo manipolo di uomini sostava sul pianerottolo del secondo piano, di guardia agli appartamenti reali. Cinque uomini in totale, tre dei quali giocavano a carte attorno a un tavolino, mentre gli altri due montavano rigorosamente la guardia ai lati della porta che immetteva nel salone delle udienze. Un soldato con i gradi di capitano si girò verso l’uomo che saliva le scale.

  • - Audar, c’è qualcosa che non va? – chiese, lasciando le sue carte coperte sul tavolo.

  • - Sto cercando Uilair, il mio compagno di ronda. Mi ha detto che

andava alle latrine ma non riesco più a trovarlo. Pensavo fosse qui… – Rispose Numeon, coprendo con passi lenti e precisi la distanza tra lui e

il tavolino.

  • - No, qui non si è visto – disse il capitano con un’alzata di spalle. Poi riafferrò le carte e tornò a giocare, o almeno quella fu la sua intenzione.

Le sue membra si tesero appena sentì il freddo metallo del moschetto di

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Numeon toccargli la nuca. Il mago lo aveva estratto da sotto la divisa così rapidamente che nessuna delle guardie ebbe il tempo di reagire. - Dite solo una parola e faccio esplodere la testa del vostro capitano – sibilò tra i denti il mago. Un silenzio carico di tensione nelle sale del castello. Numeon sentì una goccia di sudore colargli da una tempia. “In che guaio mi sono cacciato”, si sorprese a pensare, poi tornò a concentrarsi sui volti delle guardie, sulla porta che dava accesso alle stanze di Aliana e sul grilletto del moschetto su cui era appoggiato il suo indice. Queste furono le ultime tre cose che riuscì a ricordare al suo risveglio, perché il colpo alla testa che lo sorprese da dietro e lo fece stramazzare al suolo non riuscì proprio a sentirlo. Fuori intanto un tuono annunciò l’arrivo della tempesta.

VI

Numeon si svegliò il giorno dopo nella sua cella, quella adatta ai maghi, con le pietre venate d’argento magico per impedire ai prigionieri di usare incantesimi. Era la stessa che aveva lasciato qualche giorno prima e che sperava vivamente di non rivedere più. Nel momento in cui aveva perso i sensi, l’incantesimo di metamorfosi aveva smesso di fare effetto e il mago aveva ripreso le sue vere sembianze. La testa di Numeon pulsava di un dolore acuto. Si toccò la nuca e sentì sulle dita il rilievo del sangue raggrumato. Che stupido che era stato, pensò mentre i ricordi della sera prima gli tornavano in mente. Era tornato al punto di partenza, ma questa volta poteva benissimo passarci il resto della vita in quel buco, o chissà, forse la regina aveva qualcos’altro in mente per lui. La pena di morte era stata abolita con la caduta dell’impero, ma visto come andavano le cose potevano sempre ripristinarla. Cercò di non pensarci, anche perché non giovava certo al suo mal di testa. Si rannicchiò nell’angolo dove un mucchio di paglia gli faceva da giaciglio e attese in silenzio che qualcuno lo venisse a trovare. Il clangore del metallo sul metallo lo ridestò da un sogno inquieto. Non volente, si era riaddormentato, e una guardia era venuta a svegliarlo battendo con fragore l’elsa della sua spada sulle sbarre della prigione.

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  • - Prigioniero, alzati e sii pronto ad eseguire l’inchino. La regina è qui

per vederti – annunciò l’uomo. Il mago alzò la testa ma rimase immobile. Un attimo dopo Aliana apparve, piccola ma fiera, nella sua veste regale color cremisi. Erano il portamento e lo sguardo che la identificavano indubbiamente come una regina, e Numeon quando la vide non poté fare a meno di riconoscerlo. Alcune persone nascono per ripiegare ruoli importanti, ma il potere bisogna saperlo controllare, che tu sia un guerriero dai muscoli d’acciaio, un pericoloso divinatore o un discendente di una famiglia importante. In quel momento Numeon non lesse negli occhi di Aliana il desiderio di saper controllare la grande influenza che aveva sugli uomini. Lesse invece una cosa che non gli piacque per nulla; bramosia di potere. La regina chiese alla guarda di lasciarla da sola con il prigioniero e

rapida ubbidì. Numeon rimaneva a sedere sul pagliericcio, la schiena poggiata alla parete della cella e il volto rivolto verso il muro di fronte. Aliana poteva notare un leggero sorriso dipingergli la faccia.

  • - Hai poco da sorridere, mago – disse lei con voce asciutta.

  • - Sei sempre stata una bambina viziata… – rispose lui, e non ebbe

bisogno di guardarla per sapere che la sua faccia si era colorata di rosso.

  • - Sei fortunato che non ci sia più un boia in città, ma non illuderti. Potrebbe sempre tornare…

  • - Il ragazzo… è un discendente dei Lanred, vero?

La famiglia Lanred era stata la prima dinastia dell’Impero, mentre la famiglia Senyan, dalla quale discendeva anche Aliana, era stata la seconda in ordine di importanza. Insieme avevano per secoli governato

sul continente, con la forza della spada, della magia e del sangue. Era stato soprattutto questo terzo elemento il segreto del loro incontrastato predominio. Attraverso i secoli la gente aveva incominciato a credere che nelle due famiglie scorresse il sangue degli dei. Questa credenza persisteva ancora, ed era proprio grazie a questa che Aliana avrebbe, insieme al discendente dei Lanred, riunito tutte le province del continente in un nuovo grande impero. Questa era la ragione del suo interesse per il giovane Symion.

  • - Il ragazzo è solo un ragazzo – rispose cripticamente Aliana.

  • - Ha il simbolo dell’ancora sulla scapola, il segno di riconoscimento

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della dinastia, come voi Senyan avete il cerchio all’altezza del cuore. Io non so se siano stati davvero gli dei a farvi quei segni, ma so che grazie a questa leggenda le vostre due famiglie hanno ridotto in schiavitù intere popolazioni. Forse quei segni ve li siete fatti da soli, o forse gli dei hanno gusti strani. A me non importa sapere l’origine del vostro sangue, a me preme soltanto la libertà del popolo. - Ah, il mago dal cuore nobile – lo schernì di rimando la regina. – Da quando in qua Numeon il pistolero ha a cuore gli interessi del popolo? Ti sei trasformato in un rivoluzionario da un giorno a un altro? Aspiri forse a diventare un secondo Sanildor? Beh, mi dispiace deludere le tue aspirazioni, ma credo che per i prossimi vent’anni te ne starai buono in questa cella. E poi che cosa credi di sapere tu del popolo. Il popolo vive solo per sentirsi raccontare le gesta dei grandi eroi. È questo quello che vuole il popolo; idoli da venerare, una nobiltà nella quale potersi immedesimare, parate, tornei, feste. Il popolo vuole essere intrattenuto, non gli interessa altro. Non ti sei accorto che il malcontento affligge ormai ogni comare della città, che gli uomini trovano sollievo solo nei boccali di birra e nelle caraffe di vino? La gente esige nuove leggende, nuove conquiste e grandi uomini nei quali riporre la loro fede… Aliana andò avanti nel suo monologo per un tempo che Numeon non riuscì a definire. Lui aveva smesso di ascoltarla. Rimase immobile nella sua cella con un sorriso di scherno stampato sul volto. Pensava a come uscire, al suo cappello che adesso si trovava nella fattoria di mastro Jarod, al cavallo che avrebbe rubato per raggiungere le coste orientali del continente, e al vascello che lo averebbe portato lontano, su un’isola tropicale che un vecchio pirata gli aveva descritto. “Laggiù le donne non indossano praticamente nulla, e stanno dalla mattina alla sera a danzare sulla spiaggia, e gli uomini arrostiscono grossi pesci e cantano alle stelle”. Si, era laggiù che sarebbe andato, una volta fuggito dal quel buco.

EPILOGO

Elien,

la figlia

di

Jarod,

sentì bussare alla porta.

Chi

sarà

mai

a

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quest’ora, pensò. Era quasi il tramonto e con il buio arrivava anche il coprifuoco, secondo le ultime disposizioni di re Symion e della regina Aliana. Per evitare spiacevoli incidenti, la famiglia reale aveva ordinato che tutte le persone prive di autorizzazione rimanessero chiuse nelle

loro case fino all’alba. Un bel guaio per le taverne, che erano costrette a chiudere molto prima del previsto, ma per il bene di tutta la comunità Elien pensava che fosse giusto così. Almeno adesso suo marito evitava di andarsi a ubriacare insieme ai suoi amici al Corvo Stridulo. Le cose erano cambiate da quando le due grandi famiglie reali si erano ritrovate, e di sicuro erano cambiate in meglio. Certo, le tasse erano più alte, ma almeno si poteva andare al mercato senza la paura di essere derubati. C’erano sempre un mucchio di guardie alle porte della città e sulle strade principali, e lei si sentiva molto più tranquilla di quando da bambina suo padre la portava con il carretto a fare le consegne alle taverne. Ma suo padre era un tipo avventato e poco giudizioso. Sua madre glielo diceva che quella distilleria alla quale ci teneva tanto lo avrebbe messo nei guai, e infatti un giorno le guardie erano venute a portarlo via, lui e suo fratello maggiore Cran, che lo aiutava nelle consegne. Ma dopotutto era meglio così. Adesso era lei che tirava avanti la fattoria, insieme al marito che si occupava del vigneto. Sua madre ormai era vecchia e non poteva più occuparsi degli animali, ma presto lei le avrebbe dato un nipotino e con l’imminente nascita tutto sarebbe stato perfetto. Elien non vedeva l’ora di portare la sua piccola, perché era sicurissima che sarebbe stata una femmina, a vedere la parata della regina, quella per il solstizio d’estate. Venivano i migliori cavalieri delle province. Sarebbe stato magnifico… Mentre riordinava tutti questi pensieri, la donna si avviò alla porta per aprire. La madre era di sopra a riposare mentre il marito sarebbe rientrato dai campi da un momento all’altro.

  • - Chi è? – domandò la donna.

  • - Salve signora, mi scusi se la disturbo, – disse una voce dall’altro lato

della porta. – Immagino che lei sia la figlia di mastro Jarod. Sono un vecchio amico di suo padre, il mio nome è Numeon, forse ve ne ha

parlato.

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Quel nome le mise una strana sensazione addosso. Rammentava qualcosa, ma era passato tanto di quel tempo… Comunque fece finta di

non ricordare e aprì l’uscio. Davanti a lei vi era un uomo non giovane, con un accenno di barba grigia e un’ampia piazza sulla testa. Aveva occhi profondi e sofferenti, ma la sua bocca era disegnata in un sorriso carico di tepore. Lo fece accomodare al tavolo del soggiorno. Numeon notò che nonostante gli anni, la casa non era cambiata di molto. La donna gli offrì del vino e lui lo bevve con avidità, sempre sorridendo educatamente. Non era buono come ai vecchi tempi, ma a lui sembrò nettare degli dei. Erano venti anni che non lo toccava. Non lo passavano nelle prigioni della regina.

  • - Scusi ancora l’intrusione, ma vado di fretta e col coprifuoco è bene

che mi allontani in fretta dalla città. Cercavo suo padre. Mi sa dire dove

lo posso trovare? – chiese l’uomo, appoggiando la tazza vuota sul tavolo.

  • - Mi spiace ma mio padre non vive più qui. È stato arrestato. Sa, per via della distilleria…

  • - Capisco… – disse Numeon, abbassando la testa. – Ma forse può

aiutarmi anche lei. Sto cercando un oggetto che lasciai qui una ventina di anni fa, un oggetto molto importante che di sicuro suo padre avrà tenuto di conto. Si tratta di un cappello nero, a tesa larga, come non se ne vedono da queste parti. La donna ci pensò su un attimo, poi scosse la testa. – Non ricordo niente

di un cappello. Se era importante me lo avrebbe detto, credo…

  • - Beh, forse gli è passato di mente. Vede, me lo ha tenuto in pegno per

un favore che gli chiesi. Qui ci sono quindici monete. Dovrebbero bastare a coprire il favore, insieme a un po’ di interessi. – Il vecchio mago appoggiò sul tavolo un sacchetto di cuoio dentro il quale tintinnarono delle monete. L’atteggiamento della donna cambiò improvvisamente.

  • - Oh, ma sono sicura che se era un cappello importante mio padre lo

avrà tenuto di conto. Mi faccia andare subito a vedere su nella vecchia cassapanca. Forse è lì da qualche parte. – Elien sparì veloce al piano di sopra e si mise a rovistare. Numeon si alzò dalla sedia e si versò un altra

tazza di vino. Guardò fuori da una finestra, in direzione del vecchio

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vigneto di Jarod. Gli tornarono a mente dei ricordi dolorosi di un tempo che non era più. La prigione alla fine l’aveva avuta vinta ed era riuscita a piegarlo. Conservava ancora il sorriso, ma i suoi occhi sarebbero rimasti coperti da un velo di tristezza per il resto dei suoi giorni. Aliana era riuscita nel suo intento. Aveva trasformato Symion in un cavaliere, lo aveva presentato al popolo come l’ultimo discendente della stirpe reale legata agli dei. Aveva scelto il momento opportuno per attuare il suo piano. Il popolo era piegato da una tremenda carestia dovuta ad un rigido inverno. Metà delle coltivazioni erano andate perdute e molti animali erano periti. La gente moriva di fame ed il consiglio dei venti non sapeva più che pesci prendere. Ci voleva un segno forte, qualcuno che prendesse in mano la situazione, oppure un miracolo, o solo una piccola ed insignificante parola di speranza. Aliana offrì al popolo tutto questo con il discendente della famiglia Lanred, il ragazzo divenuto uomo con il segno dell’ancora sulla scapola. Un matrimonio suggellò il tempo della rinascita. Il consiglio venne sciolto. Aliana rimase incinta ed ebbe due gemelli. Una nuova grande dinastia era nata, ed avrebbe regnato indisturbata su tutto il continente, nei secoli dei secoli. Numeon sentì i passi della donna scendere i gradini della scala che

portava al piano di sopra. Elien teneva in mano il suo cappello. – È questo? – chiese sorridendo. Il mago si avvicinò alla donna e guardò meglio. – Si, è proprio lui.

  • - Ecco qua. È un po’ polveroso. Chissà quanto tempo è rimasto lassù.

  • - Venti anni, signora. Venti anni… – rispose Numeon, calzandosi come

era solito fare da giovane quel suo bizzarro indumento. Subito un senso di tranquillità gli calò sul cuore, una sensazione di cui si era completamente dimenticato.

  • - Venti anni? Allora deve tenerci molto se è tornato a riprenderselo dopo così tanto tempo.

  • - È il mio cappello portafortuna – ammise lui, sorridendo. – La ringrazio molto, signora. Adesso devo scappare. Porti i miei saluti a

mastro Jarod. Spero lo liberino presto…

  • - Non ci conti. E poi al vecchio gli fa bene rimuginare sui suoi errori –

rispose acida lei. Numeon pensò bene di non aggiungere altro. Aprì la

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porta e con un cenno salutò la donna. Il sole era ormai nascosto dietro la collina. C’era profumo di legna bruciata nell’aria, un odore che gli era sempre piaciuto. Gli ricordava la taverna di suo padre. Numeon risalì il rilievo e prese la via maestra nella direzione opposta alla città. Avrebbe camminato tutta la notte fino al secondo bivio, quello che lo avrebbe condotto sulla via est. Dieci giorni di viaggio fino al mare, poi si sarebbe imbarcato per le isole tropicali e avrebbe detto addio alla sua terra. Perché esiste un tempo per fare gli eroi e un tempo per lasciare il mondo al suo destino, e Numeon, il mago pistolero, sapeva che era giunto il momento di lasciar perdere. “Laggiù le donne non indossano praticamente nulla, e stanno dalla mattina alla sera a danzare sulla spiaggia…” - Isola mia, arrivo! – disse. Poi, calzandosi meglio il cappello, si rimise in cammino.

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ADDIO AL CELIBATO (101 Parole)

- Stai scherzando

vuoi davvero cancellare tutto? Il ricevimento, gli

...

Dai, lo sai che è stata solo una

... invitati, gli anelli, la luna di miele

birbonata

maledetti amici!

... Lei evitava accuratamente il suo sguardo. Con indosso mutandine e canottiera, si muoveva nella cucina dell'appartamento nuovo con gesti semplici e precisi. Aprì uno sportello, afferrò la tazza dei cereali, un cucchiaio dal cassetto, posò tutto sul tavolo, poi prese il latte dal frigo. Nel frattempo la caffettiera aveva incominciato a gorgogliare. Con un altro gesto calibrato, l'afferrò per il manico e ne rovesciò il contenuto sui piedi nudi del giovane promesso sposo.

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LA BICI DI GINO ('10)

Gino non va più in bicicletta. Adesso ha la familiare con i seggiolini per i bimbi, e lo scooter per muoversi in città. Però io continuo a ricordarmelo sui pedali, magro come un fuscello, con la chioma paglierina al vento. Arrivava sempre tardi, ma era impossibile fargliela pesare. D’altra parte lui veniva in bicicletta, mentre noi eravamo tutti motorizzati. Scendeva di sella con l’agilità di un furetto, il sorriso stampato sul volto e la battuta pronta. Noi sedevamo sulle panchine con le lattine di birra e i cicchini, a ragionare di quello che avremmo combinato. Il più delle volte rimanevamo lì, a rovellarci il cardine, come diceva quel famoso libro. Questo ovviamente d’estate, con la città vuota e tutta la notte a nostra disposizione per dimenticarci chi eravamo. Gino indossava il giacchetto di jeans su una maglietta degli I