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L'INVENTORE DI MONDI
di GM Willo

Edizioni Willoworld

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L'Inventore di Mondi
di GM Willo – 2011

Copertina di Giulia Tesoro

Altre opere di Rivoluzione Creativa:

La Veglia dei Giganti – 2010


Parole a Portata di Volo – 2010
Spaghetti Pulp – 2010

Edizioni Willoworld
www.edizioniwilloworld.co.nr

Tutto il materiale originale di questo libro è sotto il "Creative


Commons License".

This work is licensed under aCreative Commons Attribution 2.5 Italy


License.

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INTRO

Questo libro raccoglie i miei ultimi racconti, scritti tra il 2009 e il 2011
più alcuni pensieri del '97 che ho ritrovato per caso e che volevo
conservare come testimonianze del mio percorso creativo. Non esiste
alcun filo conduttore tra questi lavori, si tratta semplicemente di una
raccolta di scritti di svariata misura composti nell'arco di due anni
mezzo. L'Inventore di Mondi che dà il titolo a questo libro sarei io... è
uno degli appellativi con cui mi piace definirmi nel mio giocoso lavoro
in rete. Scrivo per gioco, come ho ripetuto più volte, e per coinvolgere
gli altri a giocare insieme a me. Questi racconti sono intervallati da
alcuni episodi di composizione minimale chiamati “101 Parole”, che è
anche il titolo di uno dei miei blog in cui presento racconti di
esattamente 101 parole.
Questa specie di raccolta d'archivio è un documento che delimita una
fase ben circoscritta del mio processo creativo, un momento intenso e
libero, che spero di poter ripetere in forme diverse perseguendo nuove
folli intuizioni.
La maggior parte di questi lavori compaiono in precedenti
pubblicazioni della Edizioni Willoworld. Un grazie particolare ai
membri di Rivoluzione Creativa, in special modo a Giulia Tesoro per il
disegno di copertina.

GM Willo - Aprile 2011

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www.willoworld.net

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A loro tre,
che sono l'acqua che mi disseta,
l'aria che respiro
e la luce del sole che mi illumina.

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L'UOMO VESTITO DI MARRONE ('97)

L’uomo vestito di marrone camminava nel giardino delle decisioni, in


una spira del tempo, dentro il ritaglio di un sogno. Vi crescevano degli
alberi dai rossi pomi; erano i frutti delle scelte, tutti perfettamente
rotondi eppure ognuno dal sapore diverso. Ne prese uno e lo assaggiò.
Se fosse stato acerbo non riuscì a capirlo. Però a lui piacque. Ne afferrò
un altro ed era dolce, quasi stucchevole. Si sporcò la bocca del suo
fluente succo e si allontanò con le mani appiccicose. Ma si fermò di
nuovo davanti un albero, un nuovo frutto. Decisioni…
Il pomo aveva lo stesso aspetto degli altri, ma questa volta il sapore era
amaro. Lo gettò via, incurante dei semi che conteneva. Avrebbero
potuto mettere radici e germogliare. Sarebbero nati altri alberi di frutti
amari…
L’uomo vestito di marrone continuò a camminare attraverso il giardino
e ad assaggiare i frutti delle sue decisioni. Tutti diversi eppure tutti
uguali. Poi si sedette sotto un albero e dolorante si portò le mani al
ventre.
Aveva fatto indigestione.

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COSIMO E VIOLANTE ('10)
(Omaggio ad Italo Calvino)

Cosimo e Violante oscillavano sulle altalene del parco e davanti ai loro


occhi sfrecciavano le auto sulla tangenziale sopraelevata, un flusso
continuo, statico nella suo moto perpetuo, così come il rumore, un
rombo persistente e sommesso a cui l’udito dei ragazzi era ormai
abituato. Il cielo era grigio ma privo del profumo di pioggia, ed era
caldo per esser già novembre, così caldo che Violante aveva indosso
soltanto il suo vestitino azzurro con le maniche sbracciate, mentre
Cosimo sfoggiava con orgoglio la maglietta della sua squadra di calcio.
Il cigolio delle altalene si disperdeva nel rombo, ma le vocine appuntite
dei due ragazzi fuoriuscivano con facilità in superficie, squillanti come
quelle dei pettirossi, un cip-cip di promesse, intenzioni e sbeffeggi che
nascondeva un qualcosa di profetico.
- Tu cosa vuoi fare da grande? – domandò la ragazza.
- Non lo so… E tu? – rispose Cosimo, spingendo più forte con le
gambe.
- Io voglio diventare il Sindaco della città!
- Ah si! Allora io sarò il Governatore della regione.
- Va bene, ma solo dopo che io sarò diventata la Presidentessa
dell’intero paese.
- Per me va bene, ma l’anno dopo mi faranno Signore del mondo intero
e tutti mi verranno a chiedere il permesso per qualsiasi cosa…
- Allora sarai super indaffarato…
- Avrò dei consiglieri, e tu sarai uno di questi.
- Io? Ne sarei onorata, ma sarò troppo occupata a ripiegare il ruolo di
Regina dell’intero Sistema Solare.
- Uh… un incarico estremamente importante, solo poco al di sotto del
mio, che diventerà quello di Presidente della Comunità Intergalattica
Spaziale…
- Allora mi aiuterai con gli affari interni, dato che io ricoprirò la carica
di Governatrice di tutto l’Universo.

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A questo punto ci fu una pausa, durante la quale l’altalena di Cosimo
rallentò la sua corsa. Il ragazzo stava pensando a come ribattere. Che
cosa c’era di più grande dell’universo? Niente… Comprese allora che
rispondere a quel gioco con lo stesso argomento non era conveniente,
così provò a cambiarlo.
- E quale sarà la prima cosa che farai una volta diventata tutte queste
cose? – domandò allora il ragazzo, riprendendo a darsi lo slancio con le
braccia ed il bacino. Questa volta fu la corsa dell’altalena di Violante a
rallentare. Ci pensò per un minuto intero, poi disse: – Prima di tutto farò
abbattere questa autostrada che passa sulle nostre teste.
- E come farà la gente ad andare a lavoro?
- Se ne occuperanno i robot. Nel mio mondo nessuno dovrà lavorare. Le
macchine penseranno a tutto…
- E per andare in vacanza, che strada prenderà la gente?
- Nessuno andrà in vacanza, perché tutti saranno sempre in vacanza…
- E i camion con tutti i loro carichi?
- Non ce ne sarà bisogno. La gente mangerà i prodotti dei propri orti e
userà gli oggetti fabbricati nelle proprie città.
- E le trasferte di calcio? – chiese a questo punto Cosimo, pensando alla
sua squadra del cuore.
- Nel mio mondo si faranno ogni sorta di giochi, ma senza competere.
Né vincitori né vinti… solo divertimento e risate, perciò non sarà
necessario spostarsi.
- Si, ma viaggiare è una cosa bella. Come faranno i tuoi sudditi ad
ammirare le bellezze del mondo?
- A piedi!
- A piedi?
- Esattamente! È il modo migliore per non perdersi neanche un
particolare del paesaggio…
Cosimo ci pensò un attimo e malgrado fosse attratto dai bolidi che a
volte vedeva sfrecciare sulla sua testa, concluse che le idee di Violante
non erano proprio sbagliate. Quando sedeva sul sedile posteriore
dell’auto dei suoi, appoggiava la fronte al finestrino e si perdeva dentro
dossi, pianori, valli, alberi e tutte le bellezze che gli passavano davanti
agli occhi. Gli sarebbe piaciuto poterle ammirare con più calma, ma

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l’auto filava via veloce, e la collina diventava una valle, e la torre di un
campanile spariva dietro un ponte, e così via…
- Mi piace il tuo mondo. Sarà un onore lavorare per il tuo governo, mia
signora…
Poi tutti e due scoppiarono a ridere, e fu una risata così squillante che si
alzò abbondantemente sopra il rombo dei motori, invase il parco e
coinvolse i pochi uccelli che dormicchiavano sugli alberi. La risata
divenne una melodia. Il cane che riposava fuori dalla bottega del
barbiere tirò su un orecchio, poi incominciò ad abbaiare. Un gatto che
passava vicino gli si mise accanto e miagolò con tutto il fiato che aveva.
Poi fu la volta di una piccola comunità di ratti che affacciarono i loro
musi da un tombino e in coro iniziarono a squittire. Le rondini in volo si
posarono su un cornicione e si unirono alla canzone. Il rombo non si
sentiva più, sovrastato dalla risata di Cosimo e Violante. Qualcuno si
affacciò alla finestra per vedere cosa stava succedendo e in quel mentre
il cemento armato della sopraelevata si incrinò, le colonne possenti che
la reggevano si piegarono e la strada crollò con uno schianto fragoroso,
dentro uno squarcio nella terra che si era aperto proprio sotto di essa. Lo
strappo si richiuse subito dopo, ingoiando il cemento e le centinaia di
automobilisti che si recavano a lavoro.
Quello fu l’inizio del mondo di Regina Violante e di Cosimo, suo fedele
consigliere, una remota diramazione di questo nostro mirabolante e
cespuglioso universo quantico.

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LA GRANDE OCCASIONE ('97)

Il morto è venuto da me l’altra notte per parlarmi del trapasso. Già dal
primo sguardo mi è sembrato sbronzo, ma in quel momento non aveva
importanza. Si è seduto accanto a me, su mio letto di morte, e mi ha
sorriso. Non sapevo perché, ma ero sicuro che fosse uno spettro. E lo
era per davvero, lo giuro!
Il morto aveva gli occhi limpidi di un bambino, o di un ubriaco, oppure
di entrambi. Mi si è fatto vicino e mi ha parlato…
«Ehi amico, non aver paura. Vedrai sarà come scendere in cantina. Sarà
come farsi un cicchetto o due. Non temere! Lei non viene da te con una
falce, ma con una bottiglia di buon vino. Fidati. Chiudi gli occhi adesso.
Dormi…»
E così, con un sereno sorriso sulle mie violacee labbra, mi sono
addormentato. La morte mi ha concesso un altro giorno, ma ora non ho
più paura. Sono pronto ad affrontarla.
È arrivato il tramonto. Intuisco i suoi colori, al di là delle pesanti tende
di velluto scuro. Sento che il momento sta per arrivare. Ed io mi tengo
stretto nella mano il bicchiere delle grandi occasioni.

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IL RUMORE DEL TEMPO ('97)

Lui mi disse che era in grado di sentire il rumore del tempo che
scorreva. A volte era il sordo frusciare della sabbia che scivola nella
clessidra, un suono costante e corrosivo, come quello delle onde che
bagnano le rive delle nostre vite. A volte erano i rintocchi di un
impietoso pendolo, il cadenzato battere dell’eternità, che congiura
insieme alla follia ai danni delle nostre povere menti. A volte era
l’indescrivibile musica che accompagna la danza dei pianeti attorno al
sole. Più spesso erano i secchi colpi della falce che miete il grano
maturo, in una giornata di un’estate crudele…
…e si odono strani canti nei campi.

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CAPPUCCETTO ROSSO 2010 ('10)

C’era una volta…


…beh, lei si faceva chiamare Susy, ma il suo vero nome era un altro e
nessuno lo conosceva, almeno nel quartiere in cui viveva, che era tutto
il suo mondo ormai. La sua storia era iniziata altrove, in un paesino di
campagna, con il padre fornaio e la madre a casa a badare a lei e i suoi
fratelli. La TV le insegnò a sognare e quando compì sedici anni partì
per l’avventura. Non avrebbe mai immaginato che le uniche avventure
che l’aspettavano sarebbero state quelle nelle camere a buon mercato
dei motel vicino all’autostrada, insieme ai camionisti e agli uomini di
Don Vincenzo.
La serata era a fine. Anche per quella notte si era portata a casa la
pagnotta, della quale solo un terzo le sarebbe rimasta in tasca, una
manciata di euro giusti giusti per saldare l’affitto del suo monolocale.
Sicura sui suoi tacchi a spillo, avvolta in un vistoso cappotto rosso di
flanella, coprì velocemente la strada che separava il motel dal quartier
generale del suo protettore. Gli avrebbe dato la sua parte, come
avveniva ogni sera, e poi finalmente se ne sarebbe andata a dormire nel
suo buco, 28 orgogliosi metri quadri di autosufficienza. Era stanca,
stanchissima. L’ultima cosa che si augurava era proprio ciò che le
chiese il paparino. Era così lo chiamavano lei e le altre ragazze. Don
Vincenzo le si avvicinò con quel sorriso deformato da una vistosa
cicatrice, afferrò i soldi con gentilezza e disse: – Brava Susy. Hai
lavorato parecchio stasera… immagino che sarai stanca e mi duole
doverti chiedere un ultimo favore, ma è appena arrivato in città un caro
amico con un irrefrenabile bisogno di compagnia. È un signore
importante che sicuramente ti lascerà una lauta mancia… Ecco
l’indirizzo… -
Le porse un foglietto, lei lo lesse cercando di trattenere le lacrime di
disperazione che le salivano agli occhi. Non era il solito motel, ma un
albergo di lusso del centro.
- Ma… è lontano… – cercò di obbiettare lei. Don Vincenzo cambiò

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rapidamente espressione, trasformando la sua faccia in un ghigno.
- Allora inizia a correre bambina, intesi? – incalzò lui. Susy non poté
fare altro che prendere la porta e incamminarsi verso il suo prossimo
incontro.
Doveva attraversare la periferia sud della città, quella che le persone
perbene evitavano anche di giorno. Laggiù succedeva sempre qualcosa
di sbagliato. Il mese prima una sua amica era stata assalita sa un gruppo
di ragazzini, 13-14 anni al massimo. L’avevano violentata in dieci,
picchiata e poi lasciata alla fermata del tram. Susy si augurò che fosse
troppo tardi anche i per i ragazzini. Erano loro i più pericolosi perché al
massimo potevano rischiare il riformatorio, sempre se la polizia riusciva
a prenderli… Si avvolse ancor più nel suo cappotto rosso e accelerò il
passo. Quando raggiunse il centro della città il cielo ad est era
rischiarato appena dalle prime luci dell’alba.
Porse il bigliettino che le aveva dato Don Vincenzo al portiere
dell’albergo e le porte si aprirono come per incanto. Nel silenzio
innaturale della hall, Susy rimase affascinata dall’ovattata esperienza
del tappeto sotto i suoi tacchi appuntiti. Conquistò l’ascensore e
premette il pulsante numero 12. Provò a risistemarsi davanti allo
specchio, preoccupata per quella punta acida di sudore che le aveva
deformato il suo profumo. Un camionista non avrebbe notato niente ma
questo nuovo cliente doveva essere qualcuno importante. Si augurava di
poterlo convincere a fare una doccia prima del rapporto, perché per
qualche assurda e masochistica ragione lei ci teneva ai clienti…
Bussò alla camera 522. Nessuno rispose. Lei si passò una mano sui
capelli ramati, lunghi e leggermente mossi. Bussò di nuovo. Una voce
greve ma asciutta la fece sobbalzare. – Entra! -
Penetrò in una penombra morbosa, alimentata da una piccola abatjour
accanto al letto. L’uomo sedeva su una poltrona nell’angolo più lontano
della stanza, le gambe accavallate, le mani salde sui braccioli e la testa
totalmente immersa nell’oscurità.
- Chiudi la porta – le ordinò. Susy obbedì e quando il chiavistello
elettronico fece scattare la serratura sentì un brivido freddo percorrerle
tutta la schiena. Duranti gli ultimi due anni, ovvero dal giorno che
aveva incominciato a lavorare per Don Vincenzo, si era trovata spesso

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in situazioni difficili, ma mai davvero in pericolo. Una sensazione mai
avvertita prima la convinse che questa volta era diverso.
- Sei carina… – disse lo sconosciuto, rimanendo immobile sulla sedia. –
Spogliati – le chiese poi. L’idea della doccia le era ormai uscita dalla
testa. La paura le ghermiva lo stomaco. Avrebbe chiuso gli occhi, se
fosse arrivato il peggio, pensò. E intanto incominciò a sganciare i
bottoni del suo cappotto rosso. Cinque minuti più tardi aveva indosso
solamente le mutandine a perizoma e il reggipetto leggermente bombato
che dava risalto ai suoi piccoli seni.
- Benissimo… – commentò lo straniero. – Adesso avvicinati… -
Susy forzò le gambe cercando di muoversi verso il suo cliente, d’altra
parte quello era il suo lavoro. Provò ad aggrapparsi alla falsa sicurezza
di quel pensiero. Due piccoli riflessi cremisi all’altezza della testa dello
straniero la distrassero dalle sue idee.
- Che strani occhi che ha, signore… – balbettò lei, fermandosi di colpo.
- È per poterti ammirare meglio tesoro… – rispose lui, con una nota di
stucchevole dolcezza nella voce.
Poi lo sguardo le cadde sulle mani dell’uomo, che sembravano fare
parte della poltrona tanto erano grosse e nodose…
- Lei… – mormorò – …ha davvero delle grandi mani… -
- È per toccarti meglio, piccina… Vieni più vicino… – rispose lui,
immobile.
Infine vide l’abnorme rigonfiamento nei pantaloni all’altezza
dell’inguine. Rimase impietrita a pochi passi da lui. Riuscì a dire: – Ma
che coso grande… -
- È per scoparti meglio, bambina! – terminò lo straniero avventandosi
come un lupo sul corpo seminudo di Susy.
In quell’istante la porta della stanza si spalancò. Un ragazzo, che solo in
un secondo tempo Susy riconobbe come il portiere dell’albergo, fece il
suo ingresso con un fucile a canne mozze grosso come un cannone.
Puntò senza esitazione tra le gambe dello straniero e fece fuoco.
Il resto sono storie di corse in automobile, passaporti truccati e vendette
trasversali. Il ragazzo riuscì a portare Susy lontano dalla città,
addirittura in un altro paese, pieno di sole e di mare, e laggiù vissero per
sempre felici e contenti.

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IL DIO DEI DINOSAURI ('97)

Attorno al bar Cosmo i mondi ruotano su orbite ben delineate, per


dirigersi inevitabilmente verso destini già scritti. Nel locale l’atmosfera
è satura di luci soffuse, vortici di fumo dagli aromi pungenti e
melanconici assoli blues. Ogni sera è così…
Dietro al bancone Toth il barista asciuga bicchieri e tazzine con gesti
automatici, riponendo poi le stoviglie nei loro rispettivi scompartimenti.
Alcune divinità si riuniscono attorno al biliardo, mirando le stecche su
pianeti deserti, presi in prestito dai loro universi. Gli sferici oggetti,
liberi dalle loro orbite-prigioni, girano sul tappeto verde partecipando al
gioco. Presto o tardi verranno ingoiati dai buchi neri del biliardo.
Al bar Cosmo gli Dei cercano di distrarsi dai loro affari, ma a fine
serata è normale che si ritrovino a parlare di lavoro.
Quella sera, a un’ora un po’ tarda, entrò un Dio piccolo piccolo. Al bar
lo conoscevano tutti. Era un tipo un po’ bislacco, con delle idee buffe, e
molti lo prendevano anche in giro. Afferrò un bicchiere e un cucchiaio e
richiamò l’attenzione dei presenti. Annunciò la sua ultima creazione,
una nuova specie vivente per il suo piccolo mondo. Una specie molto,
molto più intelligente di tutte le altre, fatta a sua immagine e
somiglianza, e capace di comprendere i più grandi segreti del cosmo.
Una specie che col tempo avrebbe dominato su tutti gli altri esseri
viventi.
I giocatori di biliardo si guardarono in silenzio e a qualcuno scappò una
risatina. Poi tornarono a giocare, come se non fosse successo niente.
«Secondo me questa tua nuova invenzione fa la fine di quell’altra.
Com’è che li chiamasti quei mostri? Dinosauri?» affermò un Dio,
spedendo il pianeta numero otto in un buco nero laterale.
«Già, ricordo che dicesti che quei lucertoloni avrebbero dominato gli
altri esseri con la loro forza. Ma ti dimenticasti di qualcosa, se non
sbaglio…» ribatté un altro, ammiccando sardonicamente ai compagni di
gioco.
«È vero, feci un piccolo errore di calcolo. Ma questa volta non si

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ripeterà. Ho progettato questi esseri fin nei minimi dettagli. Sarà la mia
più grande creazione, vedrete!» E detto ciò l’ambizioso Dio lasciò il bar
Cosmo.
Gli altri invece continuarono a giocare a biliardo.
«Scommetto dieci galassie che questa nuova specie non dura più di tre
rotazioni» commentò un giocatore, lavorando la punta della sua stecca
col gessetto.
Al bar Cosmo Toth il barista continuava ad asciugare i bicchieri.

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BIRRA O CASETTA IN CANADA? ('10)

“Ecco, vai là e scrivi” mi dice mia moglie, come se potesse servire a


qualcosa, che io manco ci riesco a mettere una parola dietro l’altra senza
fare errori. Però è convinta che mi faccia bene, che in questa maniera
possa schiarirmi un po’ le idee. “Forse non riuscirai a risolvere i tuoi
problemi, ma quando avrai scritto tutto quello che senti almeno
scoprirai che cos’è che non va!” Ma io lo so cosa non va… Non sono io
che non funziono, è la maledetta strada…
Sono nato trentacinque anni fa nell’ignoranza, tra le urla di mia madre
che dal pianerottolo inveiva contro mio padre, buono a nulla ma non
poco di buono. Mio padre era un tipo docile, che però faceva sempre i
cazzi sua, di conseguenza la famiglia veniva al tredicesimo-
quattordicesimo posto. Mia sorella era più grande di me di sette anni. Si
levò dai coglioni al tempo giusto e adesso inveisce dal pianerottolo
contro Enzo, suo marito, perché la vita t’infinocchia in questo modo, col
gioco della ruota. Tutto torna come prima, se non dai un bello
strattone…
La scuola è stata traumatica. La scuola andrebbe vietata ai minori di
ventun anni. È qualcosa di devastante, dalla sveglia la mattina che ti
rapisce dal tepore delle coperte e dai sogni bagnati di fanciullo,
all’entrata in classe con le gelide sferzate dei soliti bulli, e poi le
occhiate alle ragazze che bisbigliano alle tue spalle e t’immagini chissà
quali nefandezze sul tuo conto stiano pensando, fino alla traumatica
interrogazione alla cattedra, durante la quale il professore gode del
piacere di esserti sopra, in posizione erotica, un caprone col membro
duro e rosso che sta per infilzare il tenero culetto dello studente. La
scuola ti fa perdere la verginità, non quella sessuale ma quella
dell’anima. Insomma, la scuola non si può dire che mi sia piaciuta, e per
questo abbandonai i sogni di medico alla terza liceo. Nessun rimpianto.
Se vedo i medici che ci sono a giro, schiavetti delle multinazionali
farmaceutiche, non posso che ritenermi fortunato. Però l’altra opzione
era il ristorante dei miei, e ciò voleva dire turni sfiancanti e domeniche

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col grembiule, e non insieme agli amici in campagna o magari al mare.
Mi accorsi ben presto di aver scelto la strada meno agevole, ma che ci
volete fare. Non che non mi avessero avvertito, ma a quell’età non
capisci una sega e pensi che sia tutta discesa. Beh, finché hai la forza
dei vent’anni tutto in effetti sembra filare liscio, anche quando dormi un
paio d’ore a notte e ti sballi fino all’alba. Lo sballo, appunto, uno dei
miei problemi. Inutile che ci giri intorno, se proprio devo scrivere di me
sarà meglio affrontare subito l’argomento “alcol”.
Il problema è che sono assolutamente convinto che l’alcol faccia bene.
Non sto scherzando. A me mette benissimo, e adesso penserete male…
Ma no, non nel senso dello sballo in sé. Conosco un fottio di gente che
con due birre in corpo mettono a soqquadro la casa, picchiano gli amici,
urlano alla compagna… Io invece più bevo e più sto tranquillo. Un
bonomo… Un bonomo brillo… Però si arriva a trent’anni con la
pancetta e i fumi del dopo sbornia che ti rimescolano le carte della vita,
ti svegli dopo l’ennesima notte brava e ti chiedi quanto ti resti, quanto
ancora puoi andare avanti così. Son domande del cazzo, che fanno
troppo male, e allora ti accendi un cicchino e non ci pensi più. Vai a
lavoro, il solito ristorante, e in Italia ti devi ritenere fortunato se lavori
dieci ore il giorno metà delle quali a nero, sei giorni su sette… caffè,
convenevoli con i colleghi, solito tram tram fino a pranzo e poi
s’incomincia col primo mezzino. Da lì in poi tutto diventa sfumato,
semplice, tranquillo, e fatevelo dire in tutta sincerità… sbagliato!
Ma forse non è neanche questo il vero problema perché, come vi dicevo
all’inizio, ciò che non funziona nella mia vita è quello che si trova fuori
da quella porta, sui luridi marciapiedi della città. La strada… L’ho
sempre odiata, anche se ci sono praticamente cresciuto nel mezzo. La
strada ti vuole duro, cazzuto, impassibile alle emozioni degli altri, dritto
sulla schiena, lo sguardo puntato avanti, il pugno chiuso e pronto a
scattare. La strada è il ceppo dell’anima. Ti tiene ancorato a terra, si
insinua nelle tue vene, provocandoti prima dolore e poi dipendenza.
Quand’ero giovane amavo le gite al mare con gli amici, oppure a volte
andavamo a fare trekking, che io duravo poco per via delle sigarette ma
comunque mi divertivo da matti. Ricordo che adoravo quei posti
desolati, quelle distese sconfinate, la natura, il cielo, i profumi. Sognavo

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una casa in campagna dove dare le feste, ritrovarsi, ridere e bere con gli
amici. Col tempo abbiamo smesso di fare queste gite, ognuno preso dai
suoi interessi e dal lavoro. Oggi non riuscirei a star lontano dalla città
per più di un fine settimana. È come se ne avessi bisogno, se sentissi il
richiamo della strada, della dose giornaliera di cemento e ferro, di
benzene e grigiore, di caos e disperazione. Perché sono questi gli odori
che si percepiscono nelle strade della città, eppure ne siamo attratti, ne
sentiamo il bisogno. Sapete quale è il nome per quella cosa che ti fa
stare male ma non ne puoi fare a meno, no? Ok, cara mogliettina, ho
scoperto qual’è la mia droga. Che facciamo adesso? Traslochiamo e
tentiamo di recuperare questa maledetta carcassa d’uomo?
Cinzia la conobbi per vie traverse. Era l’ex ragazza di un vecchio
compagno di scuola che beccai per caso in un locale del centro. Lei era
lì con lui ma già non stavano più insieme. Ci sedemmo a parlare, in
principio temevo che fosse scorretto darle toppe attenzioni, ma mi
piacque fin dal primo sguardo. L’amico capì la situazione e ci lasciò da
soli. Il resto son storie di intese, passioni, interessi in comune, progetti,
traguardi e futili contratti matrimoniali. Cinzia è la cosa più bella che
mi sia capitata, e forse se me lo chiedesse potrei anche pensarci di
mollare tutto per la fantomatica casetta in Canada, ma so che non lo
farebbe mai perché lei mi conosce bene e sa che è meglio evitare di
trovarsi in debito nei miei confronti. Si, anche per questo sono un
bastardo. È un talento malignamente sublime quello di far sentire in
colpa chi ti ama, ed io quest’arte la pratico ad occhi chiusi, in scioltezza,
completamente ignaro dei suoi effetti collaterali.
Cazzo, come è vero quello che ho appena scritto. Ci starebbe bene una
birra adesso, tanto per non pensarci. Tanto per non rileggermi. Perché
tutto si decide al bivio, anche quello apparentemente più innocuo…
Birra o casetta in Canada?
E se le proponessi di andarcene con la bottiglia in mano, che ne
pensate?

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L'UOMO DEI PUZZLE ('09)

Dedicata a G.P.

C’era una volta un giocattolaio di nome Omorzo. Era un tipo così


pignolo che ogni volta che gli arrivava un nuovo puzzle sentiva
l’impellente necessità di controllare che avesse tutti i pezzi. Di giorno
infatti lavorava al negozio mentre la notte faceva i suoi puzzle. Non
dormiva mai, per questo motivo era infelice e aveva due enormi
occhiaie.
Un giorno entrò un cliente per compare uno dei suoi puzzle, che
avevano il bollino di controllo: “1000 pezzi sicuri!”
«Mi scusi, ma che significa questo bollino?» domandò.
«Che i miei sono puzzle certificati. Li ho controllati uno ad uno prima
di metterli in vendita» rispose Omorzo.
«Mi vuol dire che ogni puzzle che ha in vendita è già stato fatto? Che a
nessuno di questi manca un pezzo?»
«Esattamente!» concluse soddisfatto il giocattolaio.
«Allora mi spiace, ma non m’interessa…» rispose il cliente,
incamminandosi verso l’uscita.
Omorzo naturalmente ci rimase male.
«Si fermi! È perché sono già stati usati? Mi spiace, ma è una cosa più
forte di me. Non riesco a resistere. Non riesco a dormire. Appena mi
arrivano in negozio devo mettermi subito a controllarli. Gli altri clienti
sono sempre soddisfatti, perché almeno sono sicuri di avere tutti i
pezzi…» Omorzo era molto dispiaciuto.
Il cliente, che era già alla porta, tornò sui suoi passi. Guardò il
giocattolaio e sorrise.
«No, non è perché sono usati che non mi interessano.»
«E allora che cos’è?»
«È perché li ha privati del mistero, e il mistero è tutto nella vita.»
«Quale mistero?»
«Che a qualcuno potesse mancare un pezzo. Non è forse questa la
principale ragione per la quale si fanno i puzzle?» Poi il cliente salutò e

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non si vide più.
Da quel giorno Omorzo ha smesso di controllare i puzzle.
Adesso conta i pezzi delle scatole del lego.

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LA SOLUZIONE DI JESSIE ('09)

Ci sono cose nella vita che cambiano; altre invece non cambieranno
mai. Nonostante i miei cinquant’anni di servizio non riesco ancora ad
abituarmi a scene come queste, povera Jessie. E pensare che l’ho vista
crescere: mi sembra ieri che correva felice nel giardino davanti casa e
mia moglie…ah! come si arrabbiava quando le calpestava con i suoi
piedini minuti le orchidee! Ma stranamente quel 15 di giugno non la
vidi per tutto il giorno: una giornata plumbea nonostante l’avvicinarsi
della stagione calda. Poi verso le 16 però mi arrivò una telefonata che
mi mise una grande inquietudine addosso.
«È a terra» farneticava l’altro capo del telefono, «riesco ancora a sentire
il battito regolare del suo fragile cuore, ma il suo sguardo, fisso verso il
muro davanti a se, sembra accompagnare serenamente quello stato di
quiete a cui ora appartiene, quasi voglia fingere di non accorgersi della
ferita che le bagna la fronte…»
La voce, spezzata dal pianto e dal riso, forse alla mercé di quello
stramaledetto crystal mat, la riconobbi subito; era quella di mia figlia
Denise, sua amica d’infanzia, compagna di scuola, di università, e
complice di mille altre incomprensibili storie di una generazione allo
sbando.
«Denise, smettila. Che cosa succede? Ti sei drogata? Dove sei?…» ma
lei continuava a delirare.
«…oh papà, vedessi com’è bella, mi sta sorridendo… non ti
preoccupare, siamo da Sin, ti ricordi, te l’ho presentato… stiamo
girando un film… ma Jessie ormai ha finito…»
«Non ti muovere di lí, vengo subito» le urlai nella cornetta.
Provai a riordinare i pensieri, a rimanere legato alla routine, ma quella
era mia figlia e non potevo aspettare l’ok della centrale. Infilai in auto e
schiacciai con forza il pedale dell’acceleratore.
Sin, certo che lo ricordavo, che il diavolo se lo porti… Era il loro
spacciatore, sicuro. Si faceva passare per un artista moderno, com’è che
li chiamano, concettuali… stonzate! Piccola Denise, in quale guaio ti

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sei cacciata, pensavo, mentre la sirena dalla mia auto sgombrava il
traffico dei rientri pomeridiani.
Entrai nell’appartamento e il tanfo mi fece riassaporare il sandwich del
mio pranzo. L’odore era quello di birra rancida e cibo avariato. Li trovai
in camera da letto. Lui mezzo nudo con la cinepresa in mano, mia figlia
in un angolo con un ago nel braccio e la povera Jessie seduta sul
pavimento accanto alla porta, il revolver vicino alla mano. Povera
piccola Jessie.
Denise era in piena O.D. ma se la sarebbe cavata.
Sin me lo levò dalle mani l’agente Reeves, che per fortuna mi aveva
seguito dalla centrale, altrimenti ne sarebbe rimasto ben poco di quel
pezzo di merda.
Poi arrivò la scientifica.
Ci sono cose nella vita che cambiano; altre invece non cambieranno
mai.
Le persone cambiano.
Le generazioni cambiano.
Le mode, i costumi, le canzoni, i vestiti, i locali, le automobili… tutte
queste cose inutili non fanno altro che cambiare, ma la morte rimane
sempre la stessa.

Questo racconto fa parte del progetto di scrittura creativa “Passami la


Storia” ed è stato scritto in concomitanza con Giulia, Daniele, Fida,
Andrea C., Jonathan Macini

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IL DISEGNO DI TALASSA (101 Parole)

Il magazzino era una trappola. Per miracolo erano riusciti a sfuggire alle
guardie di palazzo. Urol non ce l’aveva fatta. Il destino della città era
adesso nelle loro mani.
Ciazo guardò Talassa la fattucchiera; due occhi colmi d’odio.
«Perché hai salvato lui?» lo sguardo furibondo si posò su Zolgar.
«Solo un demone potrebbe salvarci, ora!«
Il demonologo muoveva già le mani. Mentre evocava la salvezza,
domandò il sacrificio.
«È tutto scritto. È arrivato il mio turno!«
Guidata dal dolore e dalla disperazione, la spada del ranger trafisse il
gracile corpo della vecchia. Allora l’orrore giunse, portandoli in salvo,
chiudendo il disegno.

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CONDIVIDERE È REATO ('09)

Ci sono sogni che vanno raccontati, perché altrimenti poi ci si


dimenticano ed è proprio un peccato, non so se mi spiego. Cioè, questa
cosa me l’ha detta un mio amico, il Cantini, un soggetto che vi
raccomando. Ma a parte questo, forse c’aveva proprio ragione. I sogni
fanno in fretta a scomparire dalla capoccia. A volte manco mi ricordo
quello che ho mangiato a colazione.
Invece questo m’è rimasto proprio impresso, tanto che gli dissi al
Cantini che poteva andare tranquillo perché me ne sarei sicuramente
ricordato. Ma lui mi guardò con quei suoi due occhi da merluzzo, e
fiatandomi una boccata di Tavernello in faccia mi disse: «Non ti
fidare… scrivili sempre i sogni importanti. Non lo sai che siamo tutti un
po’ profeti?»
E allora eccomi qui davanti a questo dannato foglio. Era dai tempi del
liceo che non mettevo dieci righe una sotto l’altra, cioè righe nel senso
scritte… vabbè, non ci confondiamo adesso.
Insomma, inizia il sogno che sono dietro allo scooter del Testa, un
vecchio amico. Testa perché ovviamente c’ha una testa che se te la
ritrovi davanti al cinema fai prima a andare a casa vederti i pacchi.
«Oh Testa, vai piano!» gli urlo da dietro. Lui fa finta di nulla e sorpassa
il quattordici, quello doppio, che passa proprio a pelo sulla corsia. Dalla
parte opposta arriva un furgoncino bianco Iveco. BANG! Le luci si
spengono.
Mi risveglio (ma sto sempre sognando) in un letto d’ospedale. Tubi,
tubicini, macchine, flebo, un monte di stronzate, e accanto a me c’è il
Testa, sempre lui. Eppure è diverso, me ne accorgo subito. Sembra più
vecchio.
«Oh Testa! Che cavolo è successo!»
Lui si scuote perché non si era accorto che mi ero svegliato, poi mi
guarda come se fossi un fantasma.
«Sei sveglio!» borbotta.

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«Certo, e allora. Perché fai quella faccia?» domando io, e intanto mi
accorgo che sembra davvero molto più vecchio.
«Perché sono vent’anni che dormi! Eri in coma. Ti ricordi l’incidente?»
Ecco spiegato tutto, mi dico. Insomma, mi ero giocato vent’anni di vita.
Che sfiga, chissà quante scopate mi ero perso, per non parlare delle
partite della Viola.
Comunque il sogno si velocizza. Dico al Testa di portarmi i vestiti che
voglio fare un giro. Lui mi da una mano a prepararmi, e dieci minuti più
tardi siamo già in strada.
«Dammi una sigaretta, vai!» gli chiedo.
«Non posso» risponde lui.
«Che hai smesso?»
«No, è che le cose sono un po’ cambiate… dopo ti spiego.»
Io rimango basito ma continuiamo a camminare. Arriviamo alla
stazione dei taxi.
«Facciamo un salto da te?» gli chiedo.
«Va bene.» Poi mi apre lo sportello e paga la corsa al tassista.
«Io ti seguo col motorino» mi dice.
«Allora non c’è bisogno del taxi, ti salto dietro.»
«No, non si può.»
«Certo che non si può, ma lo fanno tutti.»
«Ma no, è che le cose sono un po’ cambiate nel frattempo… dopo ti
spiego.»
Così il taxi mi trascina nell’ingorgo della città. Quello non è cambiato, o
forse si. È diventato ancora peggio.
Arrivo a casa del Testa e lui è già lì con un sacchettino della Coop. Tira
fuori un pacchetto intero di sigarette e me lo passa.
«Oh grazie, me ne bastava una.» Poi saliamo su.
L’appartamento è sempre il solito, arredato alla stessa maniera,
insomma sembra non sia passato neanche un giorno e invece sono venti
anni che non ci metto piede. I sogni son roba strana!
Dalla busta della spesa il Testa tira fuori una Moretti da 66, un panino
con la mortadella e una barretta di cioccolato bianco, di quello che
piace a me. Il Testa m’ha sempre voluto bene…
«Ma che fai, dai! Non importava… Cos’eri senza scorte?» nel dir questo

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gli apro il frigo e ci trovo ogni ben di dio. Salame, acciughe, vinello, un
barattolo di olive verdi piccanti che ci vado matto.
«Ma che mi prendi per il culo» lo infamo. «Guarda quanta roba che
c’hai, e mi sei andato a prendere la moretti e il panino alla coop…»
«Ma non ti offendere, scusa…» balbetta lui. «È che, come ti ho già
detto, le cose sono un po’ cambiate in questi anni.»
«Vabbé, ora mi vado a rinfrescare un po’ in bagno e poi torno di qua e
mi spieghi tutto.»
«Ma no guarda, non è proprio possibile. Non posso neanche farti usare
il bagno.»
«Che cazzo dici?»
Così il Testa si mette a sedere e incomincia a raccontarmi tutto.
«Ti ricordi ai vecchi tempi che ci si scambiava la roba col computer, si
scaricava la musica, i film, i libri, ma c’era anche un monte di gente che
non gli andava per nulla bene tutta questa festa. Insomma, col passare
del tempo questa storia dello scambio è diventata qualcosa di veramente
brutto. Non solo t’arrestavano se si beccavano a scambiarti la roba col
computer, ma incominciarono anche a proibire gli scambi degli oggetti,
insomma delle cose che si usa tutti i giorni. Per questo motivo non ti
posso offrire una delle mie sigarette, non posso darti un passaggio sul
mio motorino, non posso offrirti qualcosa da mangiare e neanche farti
usare l’acqua e la saponetta del bagno. Oggi c’hanno questi satelliti che
ti controllano anche in casa, 24 ore su 24. Insomma, se vuoi qualcosa,
devi comprartela!»
Io rimango a bocca aperta. Meglio il coma, penso.
«Vuoi dire che non si può più condividere nulla?»
«Proprio così. A proposito, questi sono gli scontrini della spesa e del
taxi. Non che rivoglia i soldi, ci mancherebbe, ma potrebbero
controllarti…»
«Ma non ci credo!» E mentre urlo questa frase mi sveglio.
Boia che sogno, mi dissi. Nella stanza sentivo frinire la ventola del PC.
Mi avvicinai allo schermo e vidi la finestrella rassicurante degli ultimi
download. Anche per quella sera lo spettacolo era assicurato. Presi la
cornetta e feci il numero.
«Pronto Testa? Vieni da me a vedere un film?»

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LA DONNA CHE PARLA AI CADAVERI (101 Parole)

Cadono gocce di luna sullo smalto che ricopre le sue unghie. Se ne


spezza un’altra, mentre le mani affondano nella terra smossa. Per amore
si fa questo ed altro… e non è la prima volta.
Katelina riesuma i cadaveri per farli parlare. Il sortilegio è antico, un
segreto perso nella notte dei tempi. Ha bisogno di sapere se lui le ha
detto la verità. Se fosse così, avrebbe richiamato tutta l’oscurità che
dimorava in lei per riuscire a salvarlo. Le tenebre che spazzano via le
menzogne, urlando il loro bisogno di verità.
Per amore si guarda in faccia alla morte… ridendo.

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UN PANINO IN COMPAGNIA ('10)

Erano passati cinque anni dall’ultimo incontro con Marchino. C’avevo


passato l’infanzia insieme, i pomeriggi alla sala giochi e le serate sulle
panchine, specialmente d’estate. Nel quartiere rimanevamo solo noi due
perché i nostri genitori potevano appena permettersi una settimana al
mare di ferragosto, una vera tortura. Siamo praticamente cresciuti
insieme e fino a venticinque anni non facevamo passare più di una
decina di giorni senza vedersi, a parte l’anno del militare. Io feci
l’obbiettore mentre lui lo spedirono in Sardegna, ma stette bene e tornò
rinvigorito ed abbronzato. Dopo un po’ le nostre relazioni sentimentali
incominciarono a diventare più serie, più complicate. E poi c’erano il
lavoro, li impegni, gli altri amici e casini vari. Continuavamo a sentirci
e spesso ci si sforzava di vedersi per non perderci di vista.
Erano due mesi che non lo sentivo quando mi chiamò per invitarmi al
suo matrimonio. Rimasi di sasso, ma ci andai e mi fece un piacere
immenso fargli da testimone. Dopo quel giorno praticamente
smettemmo di chiamarci. Telefonai io l’anno dopo per sentire come
stava e lui mi disse che aspettava un bimbo. Provai una punta di gelosia,
ma durò appena un attimo. Andai a vedere il pargoletto all’ospedale e
quella fu l’ultima volta che vidi Marco. In seguito ci scambiammo un
paio di e-mail di poche righe piene di “come stai?” e “tutto bene”.
Era un pomeriggio di maggio e faceva già caldo, ma il panino con la
porchetta è un vero e proprio must del giovedì, giorno in cui faccio il
giro degli uffici ad aggiornare i software della compagnia per cui
lavoro. Mentre ordinavo mi sentii battere sulla spalla da dietro:
“Ordinane due, vai!” Mi girai e me lo ritrovai davanti, uguale come se
ci fossimo visti la sera prima, eppure diverso, specialmente nello
sguardo. C’erano anche dei capelli grigi sulle tempie, e qualche ruga
appena accennata ai lati della bocca. Per il resto era sempre lo stesso
Marchino.
“Ci facciamo anche un gotto di vino?” proposi. Parlammo velocemente,
eccitati ed entusiasti, per un momento al di fuori delle nostre routine. Io

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dovevo tornare a lavoro e lui era solo di passaggio, non avrebbe dovuto
nemmeno fermarsi ma mi aveva riconosciuto mentre era fermo al
semaforo. Aveva parcheggiato in doppia fila ed era saltato fuori dalla
macchina per raggiungermi. Per dieci minuti fummo totalmente
assorbiti l’uno dall’altro, una rinfrescante immersione nel passato.
Parlammo dei vecchi tempi, degli amici perduti, di quanto era buona la
porchetta di Gino, incapaci di spendere una sola parola sul presente o
sul futuro.
Il panino era quasi alla fine quando incominciammo io, a guardare
preoccupato l’ora sullo schermo del cellulare, e lui a voltarsi
freneticamente verso l’auto in doppia fila con le quattro frecce
lampeggianti. Finimmo il vino con un lungo sorso e ci scappò pure lo
schiocco di lingua, un vecchio tormentone della nostra infanzia.
“Dai, ci si sente. Tanto il numero l’ho memorizzato sulla rubrica!”
“Ci mancherebbe. Si fa una cena insieme…”
Sono passati due anni da quell’incontro e ancora nessuno si è deciso a
chiamare. A volte me ne chiedo il motivo e me ne esco fuori con delle
scuse banali, tipo che non bisogna forzare il destino o baggianate simili.
Ma forse ho solo paura di chiamarla per nome; pigrizia.

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SPARITO! (101 Parole)

“Tempo previsto per il raggiungimento dell’atmosfera esterna del


pianeta; due minuti e cinquantasette secondi”.
Dalla cabina di comando il capitano osservava impassibile
l’approssimarsi di quella terra aliena. Al suo fianco sedeva il Mentale,
l’ombra della sua coscienza.
Secondo i dati del calcolatore quella terra, sconosciuta alle carte celesti,
poteva salvarli. L’impatto con un oggetto fuori orbita aveva causato la
perdita delle riserve di ossigeno. La loro unica speranza era un
atterraggio di emergenza.
Mancavano sedici secondi all’entrata nell’atmosfera quando il pianeta
svanì.
«È sparito!» disse incredulo il Capitano.
«Siamo spariti noi» rispose il Mentale, attribuendo un altro significato a
questa storia.

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L'ULTIMA CICCA ('09)

«Che diavolo sei venuto a fare qui se non abbiamo più niente da dirci?»
«Lo sai che non sono venuto qui per parlare.»
Lo vidi frugare nervosamente nelle troppe tasche del giaccone
imbottito, fino a quando un accenno di sorriso sancì il successo della
sua ricerca. Un rapido movimento ed il bagliore della fiamma illuminò
quello che in passato era stato il nostro unico rifugio. Anche qui il
tempo aveva lasciato segni incancellabili come quelli sui nostri volti.
Poco prima, nella penombra, si era annidato il sospetto che quei lunghi
anni non fossero mai passati; la polvere e un colpo di tosse proveniente
dall’altra stanza ci richiamarono bruscamente al presente.
«Passami la cicca» gli chiesi. E lui me la offrì, come aveva fatto mille
volte prima, in un tempo magico ma ormai perduto. Sulle labbra sentii il
suo sapore, mischiato a quello del filtro e della nicotina. Bastardo,
pensai. Potevamo realizzare in nostri sogni, fare quello che abbiamo
sempre sognato, ed invece…
«Come sta?» mi domandò. E che cazzo gliene fregava a lui! Vedova a
trentacinque anni, con due bambini piccoli. Ecco che cosa rimaneva di
me.
«Non lo senti? Sta morendo…» gli dissi. E aspirai forte quella dannata
cicca, cercando di farmi venire un tumore fulminante. Quanto lo
odiavo. Quanto lo desideravo!
«Senti, volevo dirti soltanto che mi dispiace…»
«Si, lo so…» e intanto pensavo “che stronzo! Scordati la cicca, perché
non te la rendo!”.
«Comunque, grazie di essere passato. Adesso devo tornare da lui…»
«Certo. Se hai bisogno di qualcosa, non esitare…»
Esistono forze nascoste che ti permettono di fare cose impensabili.
Attinsi a quelle per evitare di piangere, per non dargli anche quella
soddisfazione.
«Va bene…»
«Ciao…»

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«Ciao!»
Lo osservai salire in auto e tornare verso la città. La sigaretta era
arrivata alla fine. Aspirai forte i suoi ultimi millimetri di tabacco e poi
la gettai il più lontano possibile.
Fu la mia ultima cicca.

Questo racconto fa parte del progetto di scrittura creativa “Passami la


Storia” ed è stato scritto in concomitanza con Gherardo, Ciccius,
Lacate, Marcochao

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NYARLATOTEP (101 Parole)

Sentite questo suono? Che cos’è? L’occhio elettronico che legge


grattando il disco rigido, oppure l’assurdo zampettio di uno sciame di
insetti, pronti a rovesciarsi fuori dal vostro processore?
Attraverso i secoli Egli ha indossato numerose maschere, giocato molti
ruoli. È stato un uomo sfuggente dalla pelle olivastra, un essere alieno
con appendici artigliate e un unico osceno tentacolo al posto del volto,
un mostro nero e alato, provvisto di un solo occhio vermiglio.
Nell’era informatica non poteva manifestarsi altrimenti. Egli è il
messaggero, il baco sottile che s’infiltra, moltiplicandosi, conquistando,
estirpando, mietendo…
L’e-mail è stata lanciata. Presto sarà insieme a voi.

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SERATA FM ('09)

La radio quella sera sputava pezzi jazz, roba acid tipo Jimmy Smith,
oppure il vecchio Coltrane.
Vecchia buona radio, ricordo ancora quando la comprai, ormai saranno
passati quasi dieci anni. Era un po’ nascosta dietro agli imponenti stereo
di nuova generazione, ma mi chiamò, come fanno le cose quando
scelgono un padrone. E lo stesso fu quella sera, la sera di cui vi sto
parlando. Lei mi chiamò…
…ed io, sventurato, risposi, e per la prima volta dopo tanto tempo, ma
senza pensarci due volte, salii in soffitta e la tirai fuori dalla sua
polverosa custodia di plastica nera.
Le radio antiche hanno il loro perché; si sentono oggetti importanti,
raccontano storie con stile, e la musica che trasmettono é sempre quella
giusta.
Ma quella sera accadde qualcosa di strano…
Seduto sul divano a fumarmi l’ennesima camel light, galleggiavo quieto
sopra un assolo di hammond, quando all’improvviso una scarica
elettrica interruppe il vecchio Jimmy. Cavolo, pensai. Feci per andare a
sistemare l’antenna, quando la voce di una donna mi bloccò.
«Fumi ancora, ricciolo? Quelle schifezze ti uccideranno…»
La voce la conoscevo, ma che diavolo ci faceva dentro la mia vecchia
radio?
«Samantha, sei tu?»
Non pensate male di me adesso. Va bene, lo ammetto, stavo parlando
ad un pezzo di legno e ad un ammasso di transistor. Ma sono più che
certo che vi sareste comportati esattamente come me. Dannata radio…
«Certo che sono io, ricciolo. E chi altro dovrebbe essere…»
Aveva la cattiva abitudine di chiamarmi “ricciolo”, e un tempo poteva
anche andarmi bene, ma adesso, con la piazza che avevo sulla testa,
quel nomignolo aveva il sapore di uno sbeffeggio.
«Che cavolo sta succedendo!» imprecai a quel punto. E mi alzai dal
divano, determinato a chiudere quell’assurda conversazione. Allungai la

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mano verso la manopola, ma la voce di Samanta mi bloccò di nuovo.»
«Stavo pensando alla veranda di Toby, alle nottate di quell’estate così
calda, che anno era? 1997? 87? 77? 67? 57?…»
Già, le chiacchierate insieme ai soliti balordi, la musica in sottofondo,
una cassa di birra fredda sugli scalini del porticato. Chi arrivava se ne
agguantava una e poi salutava il resto della truppa. Le zanzare all’inizio
erano perfide, ma poi si ubriacavano insieme a noi, o forse era la
musica che le frastornava per bene. Verso le tre del mattino avevano
smesso di tormentarci, e la notte entrava nel suo momento clou. Poi
arrivava sempre il Freddy con una tipa nuova. Faceva le sue battute
sconce e poi se ne andava. Samantha ballava in veranda, Miki
mischiava tabacco e gangia, io andavo a cambiare disco; a quell’ora ci
voleva del sano blues, non so se mi spiego. E poi via così, fino alle
prime luci dell’alba. Chissà che anno era…
«Samantha, che diavolo ci fai nella mia vecchia radio?»
«E tu, che diavolo ti è preso stasera, che te stai da solo a parlare con una
vecchia radio?»
Poi udì un’altra scarica elettrica, e finalmente Jimmy Smith poté finire il
suo assolo.

Questo racconto fa parte del progetto di scrittura creativa “Passami la


Storia” ed è stato scritto in concomitanza con Donatello, Ciccio,
Aeribella Lastelle

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C'ERA UNA VOLTA DIO (101 Parole)

C’era una volta Dio.


Fu inventato dagli uomini, e furono gli uomini ad ucciderlo. Perché in
natura funziona così.
Il mondo era armonioso prima del loro avvento. Ogni creatura
partecipava al disegno, rispettandone l’ordine, accettando i suoi compiti.
Poi una cellula impazzita diede origine alla “Variabile Uomo”, un
bizzarro algoritmo dell’Equazione Vita. Per autoalimentarsi di forza
vitale e dare un senso alla loro esistenza, gli uomini introdussero nel
disegno il “Valore Dio”. Per millenni aiutò a forzare l’equilibrio, fino al
giorno in cui non servì più. Così lo eliminarono.
Oggi siamo tornati a danzare tutti insieme al cospetto di Madre
Matematica.

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IL RISVEGLIO
di GM Willo e Morgendurf

Dm-.à/&00kPr 2OProvòP=?rova Prova… ecco, forse ci siamo. Ci


riesco. Riesco a formare i caratteri sullo schermo proiettando la mente
fuori dal mio corpo. Non so come sia possibile, ma è esattamente così.
Se mi state leggendo, sappiate che il mio nome è Libero Valenti, che
sono in stato vegetativo da oltre quindici anni e che mi trovo nella mia
stanza da letto in un appartamento alla periferia di Roma. Avevo
trentasette anni quando un furgone della Iveco si dimenticò di darmi la
precedenza e mi scaraventò insieme alla bicicletta sul freddo asfalto del
marciapiede. La mia testa andò a colpire il lampione d’acciaio e le luci
si spensero. Sono rimaste spente per quindici lunghi anni, ma se guardo
indietro mi sembrano trascorsi solo alcuni frammenti di secondo.
Ricordo benissimo le carezze del vento d’aprile sulla pelle, mentre
pedalavo verso casa. All’epoca la mia famiglia abitava vicino al centro.
Ne è passato di tempo, eppure mia moglie mi tiene ancora vicino, e i
miei figli ormai grandi si affacciano ogni tanto dalla porta della mia
camera, che per buona parte è invasa dagli strani macchinari che mi
tengono in vita, e mi sorridono riconoscendomi a stento. Erano solo dei
bambini all’epoca dell’incidente.
Ma non voglio divagare. Non so per quanto tempo mi sarà concesso
questo dono. Credo anzi che questo mio parziale risveglio sia il segno
della tanto agognata morte. Ma c’è un motivo se questi poteri sono
venuti a me. Ho un destino da compiere, ed è anche quello di
raccontarvi questa storia.
Le prime immagini mi sono arrivate tre giorni fa, o così credo. Difficile
immaginarsi lo scorrere del tempo in questa mia condizione. Ma le
scene che mi arrivavano provenivano dall’esterno, e dai primi flashback
fino a adesso sono riuscito a contare due notti e tre giorni. Da quel
momento, l’istante del mio bizzarro risveglio, le mie percezioni sono
diventate più forti e precise. Il monitor alla mia destra non rileva alcuna
attività celebrale, e la scatoletta dentro la quale sono rinchiuso è

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completamente fuori controllo. Non riesco neanche a muovere una
palpebra. Eppure posso proiettare la mia vista fuori da questa stanza,
addirittura oltre la finestra e fin dentro alle case dei vicini e al parco sei
piani più sotto. Insieme alla vista sono riuscito ad affinare anche l’udito,
e adesso sono addirittura capace di inviare degli impulsi al portatile di
mia moglie, che giace acceso sul tavolo del salotto. Lei è uscita per
delle commissioni e si è dimenticata di spegnerlo. Ma non ho molto
tempo. Devo raccontare…
E non vi racconto di come sto qui disteso, quello lo sanno tutti, basta
venire qui o leggere i giornali, ci sono state persone più famose di me
che hanno passato quello che sto passando io e ne hanno parlato e
sparlato, per cui tutti sapete come ci si possa trovare in questa
situazione. Ma è una cosa strana, assurda, quella che mi è accaduta, e
non voglio che nessuno lo sappia, perché farebbe di me un caso
scientifico: mi trasferirebbero in un centro per studiarmi, scandagliarmi,
provare su di me farmaci, non voglio che qualcuno strumentalizzi
questa mia condizione per un suo tornaconto. Tutto sommato, mi trovo
qui segregato da un tempo infinito, schiavo di tutto e di tutti per poter
vivere, e adesso invece sono nella totale libertà di esprimermi come
meglio credo, scevro da imposizioni e condizionamenti. In queste
lunghe ore ho ascoltato i racconti di tutti, da quelli dei miei familiari, a
quelli dei vicini di casa, del pizzicagnolo qui sotto, del farmacista
all’angolo. Quello che dicono le donne da Bruno, il parrucchiere,
farebbe venire i capelli dritti ai loro mariti, o forse glieli farebbero
cadere, tanto, il resto, è già caduto, decaduto, decomposto. Incredibile,
riesco anche ad essere ironico.
Ma quello che mi ha letteralmente spiazzato, al di là di ascoltare le voci,
i suoni, i rumori, di sentire l’odore del ragù o delle verze in padella, è di
riuscire anche a captare i pensieri delle persone. Ciò che ho scoperto è
qualcosa di sorprendente, sconvolgente, a volte. Sono riuscito anche a
sentire i pensieri di mia moglie. Oh, sì, mi vuole bene, come lo si
vorrebbe ad un fratello, è una sorta di vedova bianca agli occhi di tutti,
parenti, amici, condomini. Giusto ieri sera l’ho beccata che pensava a
Guido. Chi è Guido?
Beh, il destino ha proprio il senso dell’umorismo…

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Guido è il proprietario del furgoncino dell’Iveco, proprio quello che mi
ha messo in questa situazione. Certo, il furgoncino non c’è l’ha più.
Adesso viaggia su una Focus di seconda mano, non fa più il corriere ed
ha aperto invece una piccola mesticheria, perché era il suo sogno. Gli
affari non vanno benissimo ma a lui non importa, perché è una persona
che si accontenta di poco. Come faccio a saperlo? Facile, viene da me
ogni giorno, subito dopo aver chiuso il negozio, e in quindici anni non è
mai mancato, se non quando stava davvero male. Si siede al bordo del
letto, chiede a mia moglie di lasciare la stanza e mi racconta della sua
giornata, che immagino sia più o meno sempre la stessa. In definitiva
l’ho ascoltato solamente due volte, ovvero da quando mi sono
risvegliato. Però so che è così, perché gliel’ho letto negli occhi o nella
testa. Forse un tempo era il senso di colpa che lo portava a compiere
questo rituale, ma dopo tutti questi anni ormai quello non esiste più. Le
sue visite fanno semplicemente parte della sua compulsiva quotidianità.
L’incidente lo ha reso più infermo di me. Si è escluso tutto nella vita,
l’amore, il successo, il piacere, con la scusa della mesticheria. A volte la
vita è proprio strana…
Talmente strana che chi mi stava per ammazzare, fa parte della mia vita,
della mia famiglia. In effetti lui mi ha ucciso perché, se anche il mio
cuore pulsa, io non sono vivo come lui, come tutti. La mia non è vita. Io
non corro, non rido, non piango, non scopo. Proprio ieri sera ci
pensavo, a quanto mi piaceva scopare. Vabbè, mi piacevano talmente
tante cose che ora non faccio più, una più una meno, non mi cambia la
vita. E dai, sempre questa parola che torna, che ricorre, che ripeto, che
mi ripetono, che sento dire, che ascolto. Vita.
Comunque si è creata una situazione buffa, che ha qualcosa di
grottesco. Guido, alla fine, diverrà mio consuocero. Già, perché sua
figlia, fra qualche mese, si sposerà col maggiore dei miei. Ho anche
scoperto che è incinta; lei ed io siamo gli unici a saperlo. Dai, non
chiedetevi come è successo, conoscete già la risposta. Diventerò nonno.
Così la mia vita, interrotta tanti anni fa, continuerà, tramite mio figlio,
con lei ed in lei. Ma sì, ha già deciso il nome, si chiamerà come me, ed
è sicura che sarà un maschio. Quando l’ho saputo, mi sono gasato.
Piccole soddisfazioni.

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Guido, tutto sommato, è un brav’uomo. Il giorno dell’incidente la
moglie gli aveva annunciato che lo avrebbe lasciato, per andare a vivere
con un tizio, molto più vecchio di lui, ma pieno di soldi. Per non fargli
sentire la solitudine, così gli disse, gli aveva lasciato anche i figli, un
maschio ed una femmina. Quando gliel’ho letto dentro mi è venuta in
mente solo una parola: troia, nel senso più spregiativo del termine. Era
sconvolto: normale che non mi abbia visto in tempo, che non sia
riuscito a frenare.
Strano, ma non riesco a provare né odio né rancore per Guido. Anche se
mia moglie pensa a lui in termini non propriamente innocenti, diciamo
così. Tra di loro non c’è nulla, questo è certo, ma anche se ci fosse non
mi dispiacerebbe. E, se per assurdo, dopo un matrimonio ve ne fosse un
altro? Pensate che bello, una famiglia allargata, tutti attorno a me, ad
accudirmi, a coccolarmi.
Che stupido sono: se vi fosse un secondo matrimonio, io non potrei
parteciparvi in alcun modo. Anche mia moglie è prigioniera, ma in
maniera diversa; né del letto come me, né del senso di colpa come
Guido. È prigioniera dei suoi principi. Non si concederebbe mai se mi
sapesse ancora vivo. I principi sono una bella cosa, ma la gente pensa
che debbano essere irremovibili, come le colonne di granito che
sostengono gli antichi templi. Se ne rompi una crolla tutto. Invece il
tempio dovrebbe essere qualcosa di mutevole, aperto ai cambiamenti.
Questo strano risveglio mi ha permesso di vedere le cose come stanno.
La mia infermità è un ceppo che imprigiona molte vite. È arrivato il
tempo di staccare la spina. Eh già, perché se riesco a mandare impulsi al
computer per formare questi caratteri, dovrei anche essere capace di
spegnere quella maledetta macchina che mi ronza accanto. Proviamoci,
allora…
Un saluto a tutti, dal vostro amato Libero, di nome e presto anche di
fatto.

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UNA PRIGIONE NEL CIELO (101 Parole)

Il volo fu una caduta. Dalle soffici nuvole alla dura terra.


«Il tuo è stato un gesto folle« disse uno dei due angeli.
«Vieni, ti riportiamo su…» continuò l’altro.
L’uomo guardò le creature che si libravano sopra di lui.
«No, lasciatemi stare. Preferisco questo dolore lancinante alle false
promesse del vostro paradiso.»
«Che cosa dici?«
«Come osi?»
Ma l’uomo stava già disgregandosi nella terra, tornando ad esserne
parte.
La caduta era stata un volo, più leggiadro di quello di qualsiasi angelo.
Ma nell’assurdo disegno di quel dio solitario, nessuno riuscì a vederla
come tale.
Dall’inizio del tempo l’uomo libero è solo.

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HOLIDAY INN ('10)

Non ero mai stato in un Holiday Inn, credevo anzi che non ci avrei mai
messo piede, non per questione di gusti ma di opportunità. Fino a
qualche mese fa non avevo alcuna ragione per lasciare la mia casa, il
mio lavoro e tutti quei legami costruiti in trentacinque anni di residenza
in un piccolo paesino della Maremma. Ma i fulmini a ciel sereno a volte
precipitano a terra e fanno un gran chiasso. Qualcuno fa finta di niente,
altri invece sono troppo sordi per accorgersene, ma chi è ancora
sensibile ai segni del cielo e della terra, capisce subito che questi eventi
hanno un significato forte, rivoluzionario. Nel mio caso il fulmine si
chiamava Christel, una saetta bionda di Amburgo di dieci anni più
giovane. All’inizio tutti e due pensavamo che si sarebbe trattato di una
banale avventura. Lei era in vacanza con i suoi amici tedeschi, io facevo
alcune commissioni per l’agriturismo nel quale soggiornava. Ci siamo
visti, abbiamo chiacchierato con il mio inglese rappezzato, siamo andati
a cena e tutto il resto. Un mese dopo è ripartita, come da programma.
L’estate è finita, è arrivata la vendemmia e l’olio nuovo, ma io
continuavo a pensare a lei, e lei continuava a chiamarmi, a mandarmi
messaggi ed e-mail. Le proposi di venire per natale e lei accettò. Mai
avrei immaginato che sarebbe venuta a portarmi via, probabilmente per
sempre.
Mentre ripenso a quello strano viaggio in Mercedes, mi torna vivissimo
il ricordo dell’Holiday Inn sulla Freiburg Karlsruhe, i suoi corridoi
asettici, i lucida-scarpe elettrici alle uscite degli ascensori, gli
inservienti tedeschi gentili ma distaccati. Mentre lei si faceva la doccia
aprii una finestra per fumarmi una sigaretta. Il freddo del nord mi
accarezzò per la prima volta, un tocco profondo, il graffio di un artiglio
di ghiaccio. “Ti ci abituerai!” mi dissi. Perché nella vita ci si abitua a
tutto…
Solo, nel salotto del suo appartamento, guardo le acque di uno dei
canali del Fleete che si riversano nell’Elba. Il cielo è coperto, come al
solito, e anche oggi ci sono appena cinque gradi fuori. Ma qui dentro

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arde il nostro fuoco, idealistico e un poco ingenuo, ma forte a tal punto
da farmi dimenticare il grande inverno e le grandi distanze.
Eccola che apre la porta. La lascio sempre dormire fino a tardi. Mi
piace prepararle il caffè e vederla sorseggiarlo con gli occhi ancora
assonanti ed i capelli arruffati. Una bellezza solo mia.

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POPFACE (101 Parole)

Suzanne...
Perché non parli...?
No, cazzo… certo che non parli. Adesso non parli più, stronza.
Ti ho amato, certo. Mi guardi con questo assurdo interrogativo negli
occhi… Certo che ti ho amato… altrimenti non ti avrei ucciso!
Quella bocca, quel sapore. Fiori spezzati. Maledetta.
Chissà quante volte ti ho baciato, mischiando la mia saliva con i cazzi
che hai succhiato…
Suzanne…
Cattiva, ma bella.
Mi diletto con pezzi di te. Che ne devo fare? Vuoi fare un ultimo bagno
nel mare? Magari dentro quel sacco di plastica, che ne dici?
Chissà quanto avrai da pensare, laggiù negli abissi. Vero amore?
Cattiva…

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UNA SOTTILE LINEA DI FUMO ('09)
di GM Willo e Stefano Cisternino

Ci sono momenti in cui la memoria è un luogo da cui bisognerebbe solo


scappare, invece io ero lì, piantato come un chiodo arrugginito su uno
sgabello appiccicoso di chissà quali umori. Pensavo davvero di aver
ripagato il mio debito, di aver cancellato anche tutti quelli che ne erano
a conoscenza, e invece mi ritrovai Lui a cinque centimetri dal viso.
Sembrava quasi che Dio si fosse dimenticato di finirlo da quanto era
spigoloso, e con una voce che ricordava il rumore di un tritarifiuti mi
disse ciò che temevo di più: «pensavi proprio che ti avrei permesso di
non danzare tra le ombre per me?»
Melvin Kondaurov, era quello il suo nome, un nome cattivo come la sua
faccia, precipitato dalla remota Siberia in questa maledetta città, come
un seme malato che germoglia nonostante la stagione sia sbagliata, e si
sviluppa in escrescenze gibbose, dando alla luce frutti velenosi…
«Cosa bevi?» gli chiesi con le mani in bella mostra. La fondina che
nascondeva il ferro era lontana chilometri, nonostante sentissi la fredda
canna sulle costole, appena sotto la giacca. Un movimento sbagliato e
poteva essere la fine.
«Varechina…» gracchiò lui. Ma non sorrise, perché era più che
probabile che non stesse scherzando. Ordinai due scotch doppi ma non
staccai lo sguardo dal suo volto. Quasi gli occhi mi facevano male…
«Una brutta storia quella del giapponese, ma credimi, io non c’entro
nulla…» la mia voce esitava troppo, la temperatura del locale si era
maledettamente alzata, le luci dei neon mi svalvolavano in testa, il
brusio in sottofondo sembrava la zampettio di milioni di insetti pronti a
divorarmi. In situazioni del genere non riesci a pensare, anzi, pensare
diventa una cosa molto pericolosa.
«Stronzate!» sbraitò Melvin. Poi afferrò il suo scotch e lo tirò giù in un
unico sorso. Poteva essere la mia occasione per agguantare la pistola,
ma me la lasciai sfuggire. Ero paralizzato come una colonna di granito,
molle come il budino al cioccolato che faceva mia zia, in trance come

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una lepre folgorata dai fari di un auto.
«Adesso vieni con me…» disse, portandosi alla bocca la sua sigaretta.
Cercai di aggrapparmi alla sottile linea di fumo che sprigionava,
immaginandomi piccolo piccolo, un esserino fatto di ombre e fumo di
sigaretta. La mia unica via d’uscita…
«Melvin, ti giuro che non è stata colpa mia…»
«Su, non facciamo storie. Vedrai che tra poco sarà tutto finito» mi
assicurò Lui, alzandosi dallo sgabello.
Non dissi altro. Bevvi il mio scotch e lo seguì fuori dal bar. Che altro
avrei potuto fare? Piangere? Urlare? Melvin Kondaurov era un tipo
quieto, ma non ci avrebbe pensato su due volte a estrarre il cannone
davanti alla barista e a ridipingerle le pareti del bar col mio sangue.
«Adiamo sul retro, dove ci sono i cassonetti» ordinò, una volta
raggiunto il marciapiede. Il buttafuori nero alla porta del locale ci
guardò di sbieco, ma non disse niente. Meglio per lui.
Quella era la fine di una vita troppo breve e troppo schifosamente
sbagliata. Mentre muovevo piccoli passi dentro quel lurido vicolo,
provai a pensare alle poche cose buone che mi erano capitate, ma
l’odore dell’orina mischiato a quello del sudiciume che fuoriusciva dai
cassonetti era insopportabile. Mi tornò a mente solo la faccia di mio
padre, e quella cicatrice che gli rattoppava la guancia. Figlio di
puttana…
Fu la buccia di banana. Si, proprio lei, quella dei cartoni animati, quella
delle comiche, la fottuta e meravigliosa buccia di banana.
Melvin aveva estratto il ferro, una S&W calibro 40, e lo spingeva con
impazienza tra le mie costole. Ancora qualche passo e avrei sentito il
bang, oppure non l’avrei sentito affatto. Ma lo show se lo rubò la buccia
di banana.
Melvin Kondaurov, 123 chilogrammi di carne russa compressa,
appoggiò tutto il suo peso sulla gamba destra, in un lezzo vicolo della
periferia cittadina. La buccia lo fece scartare prepotentemente di lato,
ma provò lo stesso a riacquistare l’equilibrio. Fu un gesto istintivo, ma
sbagliato. Cadde pesantemente a faccia in giù, la S&W gli rimase sotto,
partì un colpo e insieme al piscio il vicolo si macchiò del suo sangue.
Sangue Made in Russia.

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CYBORG (101 Parole)

«Chi desidera un’anima, quando l’unico esempio di anima che abbiamo


è quella dell’uomo? Vivo, nonostante la mia esistenza sia solamente il
risultato di un’incommensurabile sequela di equazioni. Nonostante il
mio corpo sia alimentato da un piccolo cuore atomico. Nonostante le
mie ossa siano in carbonio e le mie connessioni neurali in fibra ottica.
Vivo.»
Lui la guardò. «E l’amore?» chiese.
In una frazione di secondo il cyborg selezionò tutte le possibili risposte.
E ne scelse una.
«Posso imparare ad amare, nel modo in cui gli uomini si sono da tempo
dimenticati.»
«Allora vieni.» disse lui.
Si accesero le luci della città.

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LA NEBULOSA DEL CANCRO ('09)

Che cosa nasconde quel messaggio, quell’assurda accozzaglia di


simboli, quel suono ipnotico sparato da una distanza di milioni di anni
luce?
Ve lo dico io cosa nasconde… è la voce di Dio, quella. E sapete cosa ci
sta dicendo? Che siamo proprio dei coglioni!!
Lasciatemi parlare! Siete voi i pazzi, e ve ne accorgerete presto!
Nessun decodificatore è stato in grado di darci delle risposte sensate.
Nessun algoritmo è capace di spezzare l’enigma. Ma provate ad
ascoltare e riascoltare quel suono, nell’oscurità della vostra camera da
letto, da soli, immergendovi totalmente nel vibrato. Io l’ho fatto, ed è
stata una rivelazione.
Quella è la voce di Dio e ci sta dicendo che stiamo sbagliando tutto! Ci
sta parlando dalle sue magioni, oltre lo spazio compreso, oltre le luci ed
i suoni, oltre i fulcri incandescenti delle galassie, oltre lo zero assoluto
nei remoti angoli del cosmo. I nostri maledetti marchingegni non sono
in grado di carpire il significato della sua grandezza, il sottile insinuarsi
delle note alte, appena percepibili, il lento e cadenzante ritmo delle
tonalità grevi.
So già che volete farmi fuori, che probabilmente questo sarà l’ultimo
discorso pubblico che sarò in grado di fare, per questo sento il bisogno
di appellarmi a quel briciolo di umanità che ci è rimasta; la vostra, la
mia, e quella di tutti gli altri, facce spiritate che ci guardano da oltre il
vetro magico. Stiamo sbagliando, gente. Dobbiamo tornare indietro.
Dobbiamo ritrovare quello che abbiamo perduto.
Ascoltatemi! Domani io sarò solo un altro pazzo confinato alle periferie
della civiltà. Avrò un altro nome, un nuovo lavoro, nuovi vicini. Non
potrò rivelare la mia posizione né la mia vera identità. Non m’importa.
Ma sappiate che tutti voi siete in grado di sentire quel messaggio.
Stanotte spegnete le luci della vostra stanza e aprite la finestra.
Guardate in alto, verso la Nebulosa del Cancro. Chiudete gli occhi ed
ascoltate.

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Dio vi parlerà, e vi sentirete come quando vostro padre vi beccava ad
averne appena combinata una grossa. Ma, credetemi, questa volta non
ve la caverete con una semplice sculacciata…

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CLEOPHE-3001 (101 Parole)

Siete mai stati a letto con una Cleophe-3001 di terza generazione? Non
ci sono paragoni…
Epidermide in superlattex esalante fragranze esotiche, connessione
celebrale per la ricerca del desiderio, giunture extraelastiche per
posizioni estreme, valvola di pompaggio Orgy202 installata sia sopra
che sotto, retto in vetroresina rivestito di gomma bianca regolabile,
l’ultima trovata della Sexynth, per penetrazioni dolci e dolorose.
Ammortizzatori lombari in carbonio per cavalcate più intense. Gli
orifizi termoregolati vi permetteranno di raggiungere l’orgasmo in pochi
secondi. Un repertorio di sound-mood eccellenti faranno da colonna
sonora alle vostre notti infuocate.
Provatela in un concessionario Sexynth.
La vostra Cleophe-3001 vi aspetta.

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RITUALE NEL FIUME ('10)

Teresa cercava qualcosa di nuovo che potesse salvarla dall’apatia che la


tormentava nei giorni sbagliati, come ad esempio il venerdì sera sul
divano davanti alla TV, col volume abbassato e il cellulare in mano a
scorrere velocemente la rubrica piena di numeri sconosciuti. Il sabato
non era male perché andava a fare visita a sua madre. Nonostante
andasse per i quaranta si sentiva sempre la sua piccolina, cosa che
ovviamente non avrebbe mai confessato a nessuno. Poi la domenica se
la vedeva davvero brutta. Di solito si rigirava tra le coperte fino a
mezzogiorno, poi faceva la doccia e preparava un po’ di colazione.
Evitava di guardare l’orologio, o almeno ci provava. Sapeva che non le
sarebbe piaciuto scoprire quante ore ancora mancavano alla fine della
giornata.
Il lunedì tornava a lavoro, felice. Per Teresa il lunedì era il più bel
giorno della settimana, ma anche questa era una delle cose che non
avrebbe mai ammesso, neanche a se stessa. In ufficio lavorava fino a
tardi. Era sempre la prima ad entrare e l’ultima ad uscire e, a parte il
venerdì, giorno in cui l’edificio chiudeva alle cinque per le pulizie, lei
poteva starsene a scartabellare fascicoli e cartelle fino a sera inoltrata.
Una domenica pomeriggio pianse più del solito e seppe che non poteva
andare avanti così. Afferrò il cellulare, aprì la rubrica e incominciò a
cercare. Dopo cinque minuti aveva fatto due volte il giro dei nomi,
sempre indecisa. Chiuse gli occhi, li sentì frizzare per via del trucco
annacquato di lacrime, e continuò a premere la pulsantiera del telefono.
“Pronto?” udì ad un tratto, così aprì gli occhi e si accorse di aver
chiamato un numero a caso. Lesse il nome: “Patrizia”. Patrizia chi?
“Pronto Teresa, sei tu?”
“Pronto? Si, ciao Patrizia, come stai?”
Iniziò così. In principio gli amici di Patrizia le parvero strani, o forse si
sentiva strana lei insieme a loro. Ritrovarsi a trentanove anni ad andare
per i boschi e a parlare di energie, flussi e spiriti della natura non era
esattamente quello che aveva in mente il giorno in cui si laureò in

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giurisprudenza, come d’altra parte non era proprio il suo sogno lavorare
come impiegata in un ufficio legale. Ma gradualmente la sua vita
cambiò, e non in peggio. Incominciò a lasciare il posto di lavoro alla
stessa ora dei suoi colleghi. A volte andava a cena di qualcuno del
gruppo, leggeva libri nuovi, evitava il divano e la TV. Non c’era solo
Patrizia. C’erano Antonella, Giorgio, Mirco, Giulia, tutti suoi coetanei,
più o meno. Per San Giovanni andarono a fare un rituale nel bosco,
dentro al fiume. Fu una giornata spettacolare. Mentre tornava in
macchina verso casa, Teresa si chiese se ci credeva per davvero a tutte
quelle cose. Forse, si disse, ma era secondario. Ciò che più importava
era che incominciava a piacersi. Per la prima volta dopo tanto, tanto
tempo.

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LA NUOVA CASA (101 Parole)

Morgan non vedrà mai la nostra casa. Non è più parte del progetto.
“Mi dispiace signora, ma non sento il battito…”
Morgan poteva anche chiamarsi Sara. La cosa sarebbe stata indifferente.
Anche Sara non vedrà mai la nostra casa.
“Ci riproviamo amore, vedrai…”
È davvero incredibile come le cose cambiano in pochi mesi. Una, cento,
un milione di vite rovesciate.
“È l’occasione della mia vita, amore. Non posso farmela sfuggire…”
Com’è che dice quella canzone? Se ami qualcuno, lascialo andare.
Ma non è mai facile colmare le distanze.
La nostra casa è quasi pronta, ma noi non lo saremo mai più.

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NETTURBINI ('09)

Mi chiamo Alvin, quarantatré anni, faccio il netturbino, e che cazzo,


penserai adesso, ma aspetta che ti racconti di quella sera in cui trovai la
ragazza, una morona da urlo, calze bianche e culo all’aria. Eh già, mica
sto scherzando. Io le stronzate non le dico. Non sono come quel
deficiente di Fester, il mio collega. Quello è capace di convincerti di
aver visto tua madre vestita da suora darci dentro nell’ascensore
dell’Hilton. Una volta mi disse che si era portato in camera quattro
gemelle, appena sedici anni, 64 in totale, e che se le era scopate mentre
guardavano insieme un dvd di Harry Potter. Che stronzo!
Erano le cinque meno dieci e il turno era praticamente finito, cioè
potevamo anche fottercene di quel vicolo, ma nessuno dei due aveva
impegni per quel pomeriggio e allora, che cazzo, gli dissi a Fester,
facciamo anche quest’ultimo sforzo.
Entrammo come al solito a marcia indietro, perché quella stradina era il
buco del culo della città e finiva proprio a ridosso dei cassonetti. Il
puzzo era peggio del solito, ma né io né Fester ci facciamo più caso. Al
puzzo ti ci abitui, e dopo una settimana di lavoro già non lo senti più.
Perché lo sapete vero che nella vita ci si abitua a fare tutto, anche a
spalare la merda!?
Comunque, io scendo e aiuto Fester a fare manovra. Il vicolo è davvero
stretto e i cassonetti sono proprio in fondo, addosso al muro morto.
Siamo sul retro di un ristorante cinese, e la puzza della spazzatura si
mischia a quella del fritto. Roba da farti rimettere il sandwich di pollo,
ma io strizzo con forza il filtro della mia sigaretta e non ci bado. “Vieni,
ancora tre metri e ci siamo” urlo al mio collega, facendogli segno di
muoversi.
Spegne il motore scaricandomi addosso una zaffata di gasolio, ed è
quasi un piacere. “Forza, muoviamoci”, mastica lui con lo stecchino in
bocca. Quanto lo odio quel lurido pezzetto di legno bavoso tra le sue
labbra. Ce l’ha sempre. Lo conosco da dieci anni e non l’ho mai visto
una volta senza. Beh, avrete capito che Fester mi sta proprio sui

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coglioni, ma è anche il mio collega e in qualche modo ci sono
affezionato. Comunque, dicevamo…
I cassonetti vanno trascinati su quelle rotelle del cazzo fino al braccio
meccanico del mezzo, poi premi il pulsante e fa tutto lui. Il problema è
che spesso quei cuscinetti sono rotti o incrostati di rifiuti, e si muovono
appena. A volte è un proprio una faticaccia, e in quel caso fu anche
peggio. Non si volevano muovere quei maledetti. “Dai, forza, dammi
una mano…” impreco. Fester è appostato vicino al pulsante del braccio
meccanico. Facevamo i turni; la mattina io guidavo e lui muoveva i
cassonetti mentre il pomeriggio cambiavamo.
“Che palle…” risponde lui, traslando lo stuzzicadenti da una parte
all’altra della sua lurida boccaccia. Mi si avvicina e insieme spostiamo
quella ferraglia maledetta. Ma in quell’istante la zampa di metallo che
regge un cuscinetto si spezza. Il cassonetto, pieno fino all’orlo di
pattume, s’inarca pericolosamente verso di noi, Fester ed io proviamo a
reggerlo ma quel bastardo peserà si e no mezza tonnellata.
PATAPUMF! L’immondizia si rovescia sulla strada a due metri dal
camion. Entrambi siamo sul punto di imprecare contro gli dei del cielo
e della terra, quando la sorpresa ci toglie il fiato. Tra i neri sacchi della
nettezza rovesciati spuntano le cosce tornite della morona.
Io di pezzi di fica nella vita ne ho visti, specialmente sui vialoni della
periferia, ma come quella… peccato fosse morta! “Che diavolo!”
impreca Fester. Ma negli occhi gli leggo un luccichio porcino.
Completino intimo bianco con tanto di giarrettiere e sandalini neri.
Qualche macchietta di sangue qua e là, ma poca roba. Merce di prima
qualità… nel cassonetto dei desideri.
“Pensi a quello che penso io?” mi fa Fester. Vecchio porco, certo che
penso alla stessa cosa. Il camion ci nasconde la visuale dell’arteria
principale e in quel vicolo non ci passa neanche un cane. Al massimo
potrebbe affacciarsi un cinese dalla porta posteriore del ristorante, ma i
musi gialli si fanno sempre i cazzi loro, son gente tranquilla, non so se
mi spiego.
“Chi incomincia?” domando.
Beh, non vi racconto altro, perché la gente potrebbe pensare male.
Sappiate soltanto che quel pomeriggio fu uno spasso. Finimmo il turno

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un po’ più tardi del solito, ma alle sei meno dieci eravamo già da Todd a
farci una budweiser ghiacciata, pronti a guardarci la partita. Fester
sorrideva come un scemo e forse anch’io avevo la stessa espressione,
chissà.
“Ordiniamo un altro giro, collega?”
“Perché no…”
Sono quelli i momenti in cui ti convinci che, malgrado tutto, la vita non
è sempre un’inculata.

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IL LUPO (101 Parole)

C’era una volta un lupo che mangiava i bambini. Li dilaniava con i suoi
denti aguzzi, strappando succulenti pezzi di carne. Sangue fresco e
sugoso gli imbrattava il muso. Il lupo era felice.
Ma un giorno arrivò un cacciatore che, puntandogli addosso il fucile, gli
sparò. Il lupo scappò nella foresta, ma il cacciatore, che aveva mancato
il primo colpo, provò di nuovo a fare fuoco. Lo ferì ad un fianco e il
povero lupo stramazzò al suolo, poi roteò gli occhi e disse addio al
mondo.
Fu così che i bambini tornarono a sporcare la foresta con cartacce e
lattine.

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ELISAVETA ('09)

Le russe sono tipe strane, hanno il sangue delle lucertole, hanno il


ghiaccio nelle vene, e magari ci scopi e non esiste niente di più focoso,
passionale, bizzarro, ma poi le guardi negli occhi e capisci: sei fregato!
Elizaveta era esattamente così.
La conobbi in albergo, quello in cui lavoravo. Chissà come poteva
permettersi una suite di lusso, forse era nei servizi segreti. Beh, a me
piace pensarla così…
L’ascensore era il nostro luogo. Lei m’invitava con lo sguardo, io la
seguivo nel loculo, partivamo e dopo un po’ premeva l’alt. Poi mi si
avvicinava come una pantera, sfiorava con le sue labbra carnose il mio
orecchio sussurrandomi: zaychik moy… mio coniglietto.
Volete che vi descrivi il resto? Meglio di no. La vostra immaginazione
può bastare…
Boris non era suo fratello. Era solo un puttaniere, e ci beccò nel posto
sbagliato al momento sbagliato; l’ascensore appunto!
Il resto sono solo storie di pallottole e vodka.
Eppure io l’ho amata. Per quel poco che è durata…
«Avanti il prossimo!»
«Eccomi, sono io. Giovane lo so, arma da fuoco, regolamento di conti,
storie di donne… C’è posto lassù?»
« Vedo, vedo…. Una sola domanda: ma lei la amava quella lì?»
«Con tutto il mio cuore!»
«Allora vada. L’ascensore è sulla destra.»
Ancora l’ascensore, pensai. Si aprirono le porte e c’era lei.
«Dove eravamo rimasti?» chiese.
Il paradiso più dolce…

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TENTAZIONE (101 Parole)

"Seguimi, ti mostrerò i segreti del lago. Non aver paura. Non ti


succederà niente, te lo prometto.
Sarà meraviglioso abbandonarsi al suo abbraccio, nascosti dalla
bruma che come una veste lo ricopre. Vieni, non indugiare ancora.
Potrai gustare, annusare, toccare. Diventerai parte…
Ecco, bravo. Prendi la mia mano, ci siamo quasi. Lo vedi laggiù come
è bello. Vedrai, incontrerai altre come me, saremo tue serve,
danzeremo per te, canteremo per te, ameremo solo te. Dove stiamo
andando non esiste il tempo. Potrai ingannarlo quanto ti pare. Su,
ancora un passo. Ci siamo quasi…"

Ma la scelta spetta a te, lettore.


Allora?

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IL FARO ('10)

Quel sabato pomeriggio presi la macchina e andai al faro. Non sapevo


che mi ero diretto laggiù fino a quando non lo vidi spuntare da dietro la
collina. Gli eventi più recenti avevano innescato il pilota automatico, un
sistema difensivo notevole se si pensa a quanta gente distratta circola
per le strade oggigiorno. Ma col pilota automatico inserito puoi fare
chilometri ad andatura lenta, con la radio in sottofondo che ti sputa
addosso i vecchi pezzi di Sanremo, e star sicuro che non ti succederà
niente. Parcheggiai, spensi il motore e rimasi fermo dentro l’abitacolo
ad osservare il faro. Era la volta dei Matia Bazar, così lasciai finire la
canzone per prendere tempo. Non avevo la minima idea di quello che
avrei fatto.
Era finita? Non era finita? Chi poteva dirlo. Claudia mi aveva detto che
non mi voleva più vedere, ma chissà che cosa voleva dire in realtà. Le
donne parlano con la pancia, un linguaggio adatto a chi ascolta con il
cuore, ed io per troppo tempo ho ascoltato solo con le mie orecchie. È
più facile imparare che disimparare, cantava Paul Simon…
Al faro ci andammo la scorsa primavera. Fu bello perché c’era un vento
terribile e sulla spiaggia eravamo solo noi e due ragazzi che cercavano
inutilmente di far volare un’aquilone, ma con quel maestrale non c’era
proprio verso. Lei si stringeva nel giacchetto di pelle mentre io mi
facevo spettinare la chioma e annusavo il sale. Parlammo poco,
ascoltammo il vento, poi andammo a prendere un caffè al bar del paese.
“C’è un albergo nei dintorni?” domandai al barista. Lui m’indicò la
strada per la statale e disse che ad appena dieci minuti c’era l’Hotel
Faro, ovviamente. Passammo la notte laggiù, e il vento si trasformò in
tempesta, e la tempesta ci fece amare più del solito.
I Matia Bazar lasciarono il posto a Ron. Mi decisi a spegnere la radio e
fare due passi. Anche quel giorno c’era poca gente sulla spiaggia,
benché si stesse bene al sole, ma era ormai novembre e la bella stagione
era solo un ricordo. C’era anche il vento, ma era diverso, non come
quello di qualche mese prima. Era un vento più freddo, più cattivo, il

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promemoria dell’inverno alle porte.
Mi accesi una sigaretta. Era la prima in un mese. Non che avessi smesso
di fumare, è che io fumo così, quando mi va. A volte mi finisco un
pacchetto in una sera e poi faccio passare una settimana prima di
riaccenderne una. Non ho mai sofferto la dipendenza da nicotina. Non
mi piace essere dipendente da qualcosa o da qualcuno. Forse era proprio
per questo motivo che Claudia non voleva più vedermi.
Mi avvicinai al faro fino a una staccionata di legno che ne delimitava la
proprietà. Mi ci appoggiai e finii la sigaretta. All’orizzonte un
peschereccio seguiva lentamente una barca a vela. I gabbiani
volteggiavano nel cielo in disegni random.
Perché sentiamo il bisogno di dare un significato ai luoghi? Forse
perché li infestiamo con i nostri spettri… Il fantasma del mio amore per
Claudia fluttuava dietro una feritoia del faro. Non mi girai a guardarlo,
ma sapevo che era lì. Il cellulare vibrò nella tasca dei miei jeans
avvertendomi di un sms. “Ti odio!” c’era scritto. Fu allora che capii. Poi
le lacrime iniziarono a rigarmi le guance ed il vento non riuscì ad
asciugarmele.

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UOMO LUPO (101 Parole)

Non posso, non voglio ricordare.


Due notti fa, al giardino delle rose. Io insieme a lei, e la luna.
- Amore, cos’hai? Stai male? -
- Tesoro, non dovremo trovarci qui. Non con questa luna… -
- Cosa dici? Non ti capisco… -
- Ecco che ritorna, lo sento… -
Provo a resistere, ma il demone che mi alberga risponde solo alla voce
del disco perlato. La pelle di lei è morbida sotto i miei canini,
innaturalmente allungati. Affondo nel calore del sangue, io
abominevole caricatura di un lupo, piegato sulla sua bellezza, nel mezzo
al roseto…
No, non voglio ricordare…

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UNA PARTITA A BILIARDO ('09)

Chiusi gli occhi e le luci si accesero.


Mi trovavo in una sala da biliardo, dieci, dodici tavoli disposti in fila,
pareti ricoperte di stecche, gessetti blu, lampade verdi sopra i teli,
mattonelle marroni, sedie di formica, finestre su una strada buia. Era
quella la sala d’attesa?
La stanza era pressoché deserta. C’era solo un giocatore, defilato al
tavolo più distante; il numero dodici. Mi avvicinai col pensiero e un
attimo dopo ero seduto di fronte a lui. Mirava la numero otto in una
buca d’angolo. Attesi il colpo. Il silenzio era assordante. Toc! Con
precisione la palla nera percorse tutto il tavolo depositandosi con
dolcezza nella buca.
«Bel colpo!» mi venne di dire.
L’uomo, un tipo anonimo di mezz’età, vestito con un paio di jeans e una
giacca scura, mi rivolse un sorriso.
«Te l’aspettavi, vero?» Aveva una voce roca, graffiata dal tabacco e
dall’alcol.
«Cosa?»
«Che andasse a finire così. Buca d’angolo…»
«Che vuoi dire?» Ero confuso e non lo nascondevo.
«La tua vita. La numero otto, in buca d’angolo.»
«Vuoi dire che era lei?»
«Beh, hai rimbalzato un bel po’ prima di finire in buca. Alla fine ci
finiscono tutte…»
«Ehi, ferma un attimo. Mi vuoi dire che siamo di là? Che alla fine il
cancro l’ha avuta vinta?»
«Beh, questo lo dici tu. Forse può bastarti…» Si era messo a lavorare la
stecca con il gessetto, ma continuava a guardarmi, da oltre la frangia
che gli ricadeva sugli occhi.
«Ed io che credevo che avrei trovato delle risposte…»
«Ehi uomo, non ti preoccupare. Non sei il primo che pensa di trovare
delle risposte da questa parte. Qui si gioca solo a biliardo. Ti va di fare

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una partita?»
Che altro potevo fare. Avevo l’eternità davanti. Mi alzai e afferrai una
stecca.
«A cosa giochiamo?»
«A Destino. Lo conosci?»
«No.»
«La vedi la numero quindici, laggiù?»
«Si…»
«Tua figlia Giulia. Se la butti in buca è salva, altrimenti… dopo tocca a
me.»
Mi regalò un sorriso di cui avrei fatto volentieri a meno.
E così mi ero ritrovato a giocare al Destino insieme al braccio destro del
Caso. Non potevo farcela, era una partita impari, uno scherzo di cattivo
gusto. Se solo…
E appena lo pensai, apparve. Un bicchiere di scotch sul bordo del tavolo
da gioco. Ecco quello che mi ci voleva… Lo buttai giù d’un fiato e
preparai il colpo.
«Ordina pure quello che vuoi. Va tutto sul mio conto…» disse il tipo col
ciuffo, continuando a sorridere.
Non lo guardai. Non guardai nemmeno la palla, o la stecca, o la buca.
Chiamai il colpo pensando alla piccola Giulia, quando aveva solo tre
anni, e si buttava dallo scivolo a testa in giù, e le dicevo di stare attenta,
ma poi lei mi sorrideva e non potevo resisterle. La biglia battente
descrisse una retta attraverso il tavolo verde, sfiorò appena la numero
quindici vicina alla buca laterale, la palla bianca e bordeaux ruzzolò con
sicurezza dentro la cavità. La piccola Giulia era salva, almeno per il
momento…
«Bel colpo» ammise il mio compagno di gioco.
«Cosa mi aspetta, adesso?»
«Ancora domande? Te l’ho già detto, qui non troverai risposte. In verità
ti dico che di risposte non ci sono, da nessuna parte. Né nella sala dei
biliardi, né giù al bar, né tanto meno in strada…»
In quel momento sentii transitare un’auto, vidi le luci degli abbaglianti
scorrere sul palazzo di fronte, mi avvicinai alla finestra e guardai giù.
Ma l’auto era già passata. Fuori pioveva, e i lampioni illuminavano le

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pozze. Il silenzio era straziante.
«Beh, dici che non esistono risposte, ma tu sei già una risposta. Giochi a
biliardo con le vite degli uomini, è un fatto no?»
«Scusami se mi ripeto, ma questo lo dici sempre tu. Ci credi solo perché
te l’ho detto? La numero sei, quella verde. Lo sai chi è?»
Poteva essere un sogno? Non avevo mai sentito che il cancro ti
prendesse così, di punto in bianco, sul divano mentre guardi la TV
spenta e cerchi di farti una ragione di quello che ti sta per succedere. La
morte, l’amore, il tempo, il senso di tutto… Mi aggrappai all’idea del
sogno e continuai a giocare.
«Che diavolo vuoi da me?» urlai. Ma in quell’intercapedine onirica,
l’urlo diventò un sussurro.
«La sei è tuo padre. Proprio lui, il vecchio ubriacone, quello che non è
neanche venuto a vedere la sua nipotina, quello che non si è fatto sentire
per più di dieci anni, quello che metteva mano alla cintura volentieri,
quando ne combinavi una grossa… La numero sei, dai su… Non è
difficile… Un colpo secco ed è salvo. Ah, dimenticavo, puoi sempre
decidere di passare il turno…»
Il suo sorriso era diventato un ghigno. Sul bordo del tavolo apparve un
secondo bicchiere. Lo afferrai con decisione, lo alzai e proposi un
brindisi. “A te, padre… ti ho già perdonato così tante volte che non me
ne frega più niente, ormai…”
Già, proprio un colpo secco ci voleva, e la sei fu fuori dal gioco. Ne
rimanevano troppe, però…
«Quanto deve andare avanti questa storia?»
«Non ti stai divertendo?»
«No!»
«Io invece si. Quella gialla, la uno. Quella è tua moglie. Vogliamo
provare a buttarla dentro?»
Per me poteva bastare. Cercai l’interruttore dei sogni, avete presente? È
un po’ come allungare una mano nel buio della cantina, e mentre senti il
tocco delle ragnatele ti auguri che il ragno non s’incazzi e ti venga a
fare un salutino. Ma niente interruttore, questa volta. Cavoli, forse ero
morto per davvero. Maledetto…
Il colpo era difficile stavolta. La uno era coperta da altre due palle.

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Avrei potuto mirare alla sette, per farla carambolare sulla gialla. Un
colpo estremamente complesso, ed io non sono mai stato un granché
come giocatore. L’alternativa era mettere fuori gioco il mio avversario,
nascondendogli la biglia dietro altre palle. Ma potevo fidarmi di lui?
Chissà di cosa era capace…
«Puoi passare, se vuoi…» incalzò il braccio destro del Caso. Non gli
badai e preparai il colpo.
Pensai al giorno in cui la conobbi, alle cretinate che feci per farmi
notare, a come mi guardava storta, ridendo al tempo stesso, alla vacanza
in Grecia e all’amore sugli scogli, ai litigi e alle passioni, all’ultimo
sforzo, dopo ore di travaglio, che segnò la nascita di nostra figlia, e a
tutte le volte che avevo bisogno di una carezza e c’era lei. Pensai a tutto
questo chiudendo gli occhi, poi li riaprii e colpii, sicuro, con forza,
dritto verso la biglia bordeaux. Stoc… toc… toc… la uno in buca
d’angolo… salva… e la bianca in buca laterale…»
«Peccato…» sospirò il mio avversario.
Riaprii gli occhi e le luci si spensero. La TV era morta ma il led in alto
mi diceva che erano quasi le due. Al piano di sopra il miei due gioielli
respiravano piano, e sognavano di volare. O almeno me lo auguravo…
Una fitta allo stomaco. La solita fitta, quella che mi tormenta ormai da
settimane. Domani iniziamo la chemio, poi si vedrà.
Volete sapere cosa penso?
Non penso niente. Le Grandi Risposte non m’interessano. Continuerò a
pormi domande fino alla fine, e cercherò di rispondermi in sincerità,
anche se dovrò contraddirmi. Lo facciamo tutti, no? È cosi che
passiamo ogni singolo istante delle nostre esistenze.
Ma ho smesso di credere al bianco e al nero, a dio e al diavolo, al male
e al bene. In questo momento, solo di una cosa sono certo: se vuoi
morire tranquillo, impara a tirare di stecca!

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SUCCHIATORI DI CARAMELLE (101 Parole)

Succhiatori di caramelle, così vengono chiamati. La manifestazione


ultima della perversione digitale.
L’assimilazione di un’entità elettronica da parte di una sua simile è un
atto identico al cannibalismo. Non è una cosa facile, perché la vittima
deve essere ignara, poco pratica dei mondi binari e praticamente
immobile. Per questo motivo queste aberranti creature della rete
preferiscono i bambini, o ancora meglio gli infanti. Caramelle, li
chiamano.
Vengono attaccati ai processori, liberati in una stanza vuota e poi
divorati. Il risucchio dell’entità; la nuova droga.
Ecco, ne ho appena individuato uno.
Sta digerendo la sua ultima vittima… Bastardo!
Che faccio, lo friggo?

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LA FORESTA VAMPIRA ('09)

Platani e querce secolari torreggiavano sopra la minuta figura di


Mishan, cacciatore delle marche di ponente, ricordandogli le antiche
leggende. La foresta era sempre stata lì, prima che l’uomo mettesse
piede sul continente, prima che le navi lasciassero le sponde dell’Impero
Caduto, e molto prima che le antiche guerre scoppiassero e gli uomini
dimenticassero di essere stati tutti fratelli.
Se il tempo era nemico di ogni cosa viva, animali, piante e uomini, la
foresta, che il suo popolo aveva sempre chiamato Uaki, il Grande
Respiro, non sembrava venire scalfita dal deteriorante rintocco dei
secoli. Eppure c’era qualcosa di strano in quel verde così rigoglioso e in
quell’abbondanza di foglie, fiori e frutti. Mishan non aveva mai visitato
i lidi di Uaki prima di allora, ma subito capì che l’ultima guerra, quella
devastante venuta dal nord, era riuscita a trasformare anche quel luogo.
Infatti, anche se le piante sembravano esplodere di vitalità, come
fossero soggette ad una perenne primavera, nell’aria alitava un odore
malsano. A Mishan fece pensare al fetore della decomposizione, il
tipico tanfo dei sepolcri e dei luoghi dei morti. Quelle due così distanti
sensazioni, vista e olfatto, percepite insieme, mettevano i brividi.
Mishan ricordò perché era giunto fino alla foresta. La mente andava
distratta quando le paure più inspiegabili affioravano in superficie. Per
due interi mesi aveva viaggiato attraverso le montagne del remoto
occidente, terre di lupi e di orsi. Era il rituale ultimo che il suo popolo
chiedeva a coloro i quali desideravano diventare Grandi Cacciatori.
Mishan aveva affinato le sue tecniche di caccia e di sopravvivenza ed
era finalmente pronto a ricevere l’investitura.
Ma la guerra era arrivata d’improvviso, una moltitudine di guerrieri
corazzati e assetati di sangue proveniente dal grande nord. Nessuno si
era capacitato del perché quei popoli solitamente pacifici, si erano uniti
e avevano mosso guerra alle terre del sud. Qualcuno aveva già intessuto
una leggenda al riguardo. Sembrava che una creatura millenaria,
imprigionata nei remoti ghiacciai settentrionali, a causa delle alte

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temperature della passate estate, era stata liberata. In pochi giorni,
richiamando un potere oscuro, la creatura aveva soggiogato le menti dei
biondi e valorosi uomini del nord, per guidarli in una folle campagna di
morte. Per questo motivo era stata chiamata la Guerra della Follia.
Tutto questo Mishan lo aveva saputo al suo ritorno, interrogando i pochi
sopravvissuti che aveva incontrato lungo la strada. Il suo popolo era
stato costretto ad abbandonare le sue terre e a salpare verso l’arcipelago
di Matiki, nei mari del sud. Sconvolto da quelle notizie, Mishan aveva
deciso di partire per le marche d’oriente, dove si diceva che la guerra
avesse sterminato intere popolazioni.
Giunto ai confini della foresta, si era augurato di incontrare gli elfi, il
popolo magico che da sempre abitava quei lidi. Non poteva credere che
anche loro fossero stati spazzati via dalla furia dei popoli del nord. Ma
inoltrandosi dentro Uaki, avvertì una spaventosa solitudine. Non solo
non vi erano tracce degli elfi, ma anche gli animali della foresta
parevano scomparsi. E proprio l’inusuale silenzio, rotto solo dal
muoversi delle frasche al vento, era la terza strana sensazione che non
poteva ignorare. Tutto ciò lo rendeva molto inquieto.
“Ma che fine avranno fatto i folli guerrieri del nord?” si chiese per
l’ennesima volta. Nessuno lo sapeva. Sembrava che l’entità che si era
liberata dal ghiaccio perenne, non avesse uno scopo di conquista.
L’unico suo interesse era quello di distruggere. Mishan si era imbattuto
in almeno due grandi campi di battaglia, disseminati da corpi putrefatti
e armi incrostate di sangue, e non aveva visto neanche un vessillo. Era
come se le armate del nord non fossero state mosse da alcun desiderio
di occupazione.
Il sole si stava abbassando. Era una di quei tiepidi pomeriggi di fine
estate, e le giornate di stavano rapidamente accorciando. Malgrado tutti
i pensieri che gli vorticavano nella testa, Mishan non poté fare a meno
di storcere il naso per via di quell’odore. E più s’inoltrava all’interno
della foresta, più diventava insopportabile.
L’iniziazione lo aveva formato definitivamente. Un uomo né alto né
robusto, ma in completo controllo di ogni centimetro del suo corpo.
Vestiva le pelli dei lupi e degli orsi, ma erano solo ornamenti per i suoi
muscoli, che affioravano nudi e lucidi in tutta la loro avvenenza.

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Portava un arco lungo legato dietro la schiena e un’accetta da battaglia,
piccola e fatale, arma rituale del suo popolo. Gli occhi erano allenati a
captare i movimenti più sottili e a prevedere gli inganni dei paesaggi
uniformi. Sulla neve tutto può succedere…
Mishan si arrestò nel mezzo al sentiero. Nessun rumore, nessun
movimento, solo una strana, stranissima sensazione. Qualcuno o
qualcosa lo stava osservando. Aguzzò la vista, cercando tra i riverberi
della rugiadosa vegetazione. Le piante non avevano occhi, ma potevano
nascondere il tuo peggior nemico… Non era uno solo. Sentiva che
erano tanti, che erano troppi. Rimase immobile ascoltando il suo
respiro, controllando la paura. Le nocche gli si sbiancarono mentre
stringeva il manico dell’accetta. Ma non poteva sperare di farcela da
solo. Aveva bisogno di pensare, di capire, di vedere…
Una creatura bianca e glabra dalla forma vagamente umana fuoriuscì
dalla foresta e lentamente, con un movimento eretto ma in qualche
modo strisciante, si avvicinò a lui. Mishan intuì che ve n’erano decine
di simili creature dietro gli alberi dai quali era comparsa quella. Restò
fermo ma il braccio era pronto a scattare.
L’essere aveva la corporatura di un bambino con gli arti leggermente
più lunghi e sottili, mani anch’esse lunghe e affusolate, ed era
completamente nudo, ma privo di un riferimento sessuale. Il volto era
senza bocca e aveva due orifizi per naso. Gli occhi si distinguevano
appena in quella maschera lattiginosa, mentre gli orecchi erano piccoli e
a punta, proprio come si diceva fossero quelli degli elfi.
Silenziosa e cauta, la figura opalescente si mise ad osservare il
cacciatore, girandogli intorno, avvicinando la faccia alle sue membra
come se volesse annusarlo. Il rituale andò avanti per qualche minuto,
mentre Mishan rimaneva immobile come un cobra davanti alla preda.
Poi l’essere indietreggiò, sempre col suo fare strisciante, tornò da dove
era venuto ma non dette mai le spalle al cacciatore. Continuò a fissarlo
camminando all’indietro come un gambero, per poi dileguarsi tra la
vegetazione. Mishan lasciò passare qualche minuto e poi il suo sesto
senso lo avvertì che le creature se n’erano andate, e non vi era più
pericolo. Così riprese il cammino.
Il bizzarro incontro lo convinse che non sarebbe stata una buona idea

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rimanere nella foresta per la notte. Ma ormai le ombre della sera si
stavano preparando a fare il loro ingresso sul mondo, e neanche
correndo indietro con tutte le sue forze sarebbe mai riuscito ad uscire
prima del tramonto. Ricordava però di un fiume, segnato sulle vecchie
mappe del capo villaggio. Quando era bambino adorava perdersi tra le
righe sottili di quei quadri ingialliti, che indicavano terre misteriose e
lontane. Asekor era chiamato nella sua lingua, il grande fiume
meridionale, che nascendo dai ghiacci perenni viaggiava per centinaia
di miglia verso sud, tagliando in due la foresta, e riversandosi infine nel
grande mare. Se fosse riuscito a raggiungere le sue sponde, avrebbe
avuto una via di fuga, nel caso le creature fossero ricomparse. Mishan
era un abile nuotatore, e aveva la sensazione che quegl’esseri bianchicci
non amassero l’acqua.
Allungò il passo, mentre la luce da bianca diventava gialla e poi
arancione. Il fetore continuava a tormentarlo, ma ad un certo punto
diventò più sopportabile, gli alberi persero quel rigoglio così innaturale
e con suo grande sollievo udì il cinguettare di alcuni uccelli. La foresta
sembrava nuovamente viva, ma Mishan non riusciva a capire perché.
Quando finalmente percepì l’inconfondibile odore del fiume, comprese
la ragione di quella trasformazione. Vicino ad Asekor, la foresta era
ancora quella di sempre. Il sole si spense nel remoto occidente, ma nel
riverbero vespertino Mishan alzò un riparo per la notte. Si piazzò sulla
riva del grande fiume, che a quell’altezza raggiungeva un larghezza di
almeno duecento metri. L’immensa massa d’acqua, alimentata dai
recenti temporali estivi, procedeva lentamente trasportando rami e
detriti. Il cacciatore consumò una cena fredda e cercò un sonno leggero,
quello tipico dei lupi solitari, che non possono permettersi compagni di
viaggio che montino la guardia. Al minimo rumore sarebbe scattato in
piedi, pronto a colpire.
Ma c’era una cosa che Mishan ignorava. Il fiume era ancora più antico
della foresta, e conservava un segreto che trascendeva il tempo stesso, o
almeno il tempo nel modo in cui gli uomini lo percepiscono. Il sonno lo
rapì come un bambino, e viaggiò nei mondi di lato, osservando il vero
ed il falso, la realtà e il sogno. Si svegliò ma stava ancora dormendo, e
credendosi desto incontrò il Re del Fiume.

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La foresta era giovane e il fiume scorreva lento. Un mattino di sole
abbagliante, la rugiada fresca e gli uccelli nel cielo. Mishan guardò la
figura avvicinarsi, un vecchio dal volto gentile con lunghi capelli lisci e
scuri. Si accomodò di fronte a lui e incominciò a narrare una storia, ma
come succede spesso nei sogni, pur volendo domandare o ribattere
Mishan non riuscì a farlo. Rimase immobile davanti al vecchio ad
ascoltare.
“Hai fatto la cosa giusta a venire da me. Io stanotte potrò proteggerti,
ma domani riparti subito e lasciati alle spalle la foresta, perché anche se
può sembrarti splendida e rigogliosa, sappi che in realtà è già morta.
Esistono cose che si credono vive in eterno, ma che in realtà altro non
sono che accanimenti alla vita. Gli elfi hanno abitato questi lidi per
millenni e hanno creduto che ci sarebbero rimasti per sempre. È pur
vero che la percezione del tempo per il popolo della foresta è oltremodo
dilatata, ma anche per loro esiste un inizio e una fine. Kratoa, l’essere
che ha mosso guerra a tutte le terre del sud, è stato l’avvento della loro
fine. Non esistono spiegazioni che un uomo possa facilmente accettare.
La vita è ciclica. Esistono stagioni di nascita, come la primavera, e
stagioni di morte, come l’inverno. Gli elfi credevano in un estate
imperitura, e si sbagliavano. Ma hanno rifiutato di scegliere di lasciare
queste terre per un nuovo mondo, e come conseguenza sono rimasti
prigionieri di questo. Né vivi, né morti, in una foresta che si crede viva
ma puzza di morte. Fuggi uomo, e racconta questa storia, perché la
gente sappia che la foresta è diventata malvagia, e solo il grande fiume
ne ricorda ancora lo splendore. Addio!”
Mishan si svegliò e finalmente comprese che stava sognando, eppure
quel sogno era in qualche modo più vero degli altri. Raccolse le sue
cose e seguì il consiglio del Re del Fiume. Tornò velocemente sui suoi
passi e prima che il sole fosse alto già era in vista delle praterie oltre la
cintura di alberi secolari che delimitavano Uaki.
Volse lo sguardo verso la foresta prima di riprendere il cammino e
lasciarsela definitivamente alle spalle. Gli sembrò di vedere una figura
lattiginosa attraversare il sentiero che aveva appena percorso. Un
brivido gli corse lungo la schiena. “La foresta vampira” pensò.
E da allora la gente la chiamò così.

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IL MALE ED IL BENE (101 Parole)

Io sono il buono, l’altro è il cattivo. È stato sempre così e continuerà ad


esserlo. Un dualismo che nasconde il grande equilibrio cosmico. Niente
di più facile, il Male ed il Bene…
Il cattivo è il distante, il diverso, l’assente, la leggenda, la cospirazione,
l’assodato, belzebù, il demone degli abissi. Il buono è il vicino, il simile,
il presente, il vero, l’attuale, re e padrone, bandiera e croce.
Vieni anche tu dalla parte dei buoni. Hai tutte le carte in regola; sei
bianco, sei ricco, sei un meccanismo perfetto.
La distinzione…
…questo fiume di sangue che divide da sempre l’umanità.

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LA LIBERTÀ DELL'UOMO ('09)

Il monaco, immobile sul grande macigno, osservava le ombre


allungarsi, e pensava che niente e nessuno le avrebbe mai potute
fermare. Allora sentì l’impulso di chiedere consiglio al suo Maestro.
Entrò nel tempio e lo vide in un angolo a pregare. Non dovette
disturbarlo, perché sapeva già che sarebbe venuto. L’adepto si
accomodò accanto a lui e chiese: «Maestro, quanto è libero un uomo?
Lo è totalmente oppure esistono delle limitazioni? È possibile che
qualcosa come il destino limiti la nostra libertà?»
Il Maestro rispose alla sua maniera, non con la logica di pensiero ma
con un esempio esistenziale. Disse: «Alzati, figliolo.»
Per un momento l’adepto pensò che quella non fosse assolutamente la
risposta che cercava, ma frenò l’impulso di credere che il Maestro si
stesse prendendo gioco di lui. Così si alzò in piedi ed attese.
Il Maestro disse: «Adesso solleva una gamba.»
“Che diamine significa?” pensò l’adepto. “Ha forse perso la ragione o
non sono stato abbastanza chiaro?” ma tutte queste cose il giovane
monaco non le condivise col suo Maestro, e per non mancargli di
rispetto alzò una gamba e rimase in equilibrio sull’altra.
«Benissimo» dichiarò il Maestro. «Un’ultima cosa adesso. Solleva anche
l’altra gamba.»
«Ma è impossibile!» protestò subito l’adepto. «Ciò che mi stai
chiedendo è assolutamente irrealizzabile! Ho già la mia gamba destra
alzata, e non mi è possibile sollevare anche quella sinistra.»
Allora il Maestro rispose: «Eppure eri libero. Avresti potuto sollevare la
gamba sinistra per prima, e nessuno ti avrebbe detto nulla. Eri
completamente libero di scegliere la gamba che preferivi. Non ho detto
niente a riguardo, e tu hai preso una decisione: hai alzato quella destra,
ma facendo questa scelta, ti sei precluso la possibilità di sollevare quella
sinistra.» Il Maestro guardò il giovane con una luce d’amore negli occhi.
«Non preoccuparti del destino, figliolo. Pensa sempre con semplicità.»
Fuori dal tempio le ombre erano già padrone.

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PERCEZIONE (101 Parole)

«Pronto, ciao. Che fai, vieni stasera al bar?»


«Ma sei pazzo! C’è la guerra!»
«La guerra? Ma cosa dici?»
«Non senti gli spari?»
«Quali spari? Qui sotto è tutto tranquillo…»
«Che botto! Questa era un bomba a mano, ci giurerei!»
«Ma che cazzo succede? Da me non si sente niente!»
«Ma non hai visto la TV?»
«No, perché?»
«Perché c’è la guerra, ecco perché. Lo dicono tutti i telegiornali.»
«E tu ci credi?»
«E perché non dovrei crederci?»
«Beh, prova a spegnere la TV…»
«Come?»
«Spegni quel maledetto affare!»
CLICK!
«Cavolo…»
«E allora?»
«Che silenzio…»
«Hai visto! Dai vieni al bar…»

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IL CUORE DELLA LUCERTOLA ('09)

«Ciao, come stai?»


E come cazzo dovrei stare, mi andrebbe di dirle. Invece rispondo
“bene”, e sorrido pure. Non mi va di darle vantaggi. Ai suoi occhi
voglio apparire forte, anche se dentro sono a pezzi, come se il cuore me
l’avessero gettato nel tritacarne. Stronza! Sei anni insieme, e una
mattina si sveglia e mi dice “non ti amo più!” Ma che cazzo vuol dire?!
«Ci sei domani? Se non disturbo verrei a prendere le ultime cose…»
Certo che disturbi. Disturbi ogni singolo minuto della mia giornata,
perché non riesco a non pensare a te. Non dormo, non mangio, non
posso neanche ad andare a lavoro senza che l’immagine del tuo volto
venga ad ossessionarmi. Sei un virus, ecco cosa sei!
«No, ci mancherebbe. Vieni pure.»
Magari parliamo un po’, mi verrebbe da aggiungere. Ma abbiamo anche
parlato troppo. E quando si parla troppo, non c’è più niente da dire. Ci
sono i ricordi, che a me sembrano bellissimi e a lei non fanno il minimo
effetto. Ci sono i rancori, e quelli lei li ricorda benissimo, mentre io me
li sono già dimenticati. E poi ci sono i momenti d’indifferenza, e quelli
sono la vera ragione per la quale lei verrà a prendersi le sue dannate
ultime cose.
«Come va a lavoro?»
Ma che cazzo te ne frega! Non ti è mai interessato quello che faccio. Eh
certo, perché prima t’interessavo io, adesso invece t’interessa solo
rimanere amica, riprenderti le tue cose e non fare più scenate. Vuoi la
dissolvenza, la chiusura col sorriso, il finale di Hollywood, i titoli di
coda con i ringraziamenti, così poi ti potrai buttare a capofitto nel tuo
prossimo film, senza sensi di colpa…
«Bene. Marzo è stato un buon mese…»
«Sono contenta. E poi distrarsi fa bene, non trovi?»
Questa te la potevi risparmiare, stronza! Chi vedi adesso? Ci dev’essere
qualcuno, lo so. C’è sempre qualcuno, quando si cambia in questa
maniera. Un po’ stronza lo sei sempre stata, ma mai così. Chi è? Un

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collega? Uno che hai incontrato in palestra? Uno che t’inforca dopo lo
spinning?
«Si. Cerco di non pensarci, sai com'è…»
Patetico. No, non fare il patetico adesso. Ce l’hai quasi fatta. Tra poco
arriva il bus, la saluti e te ne vai. Non tornare sull’argomento, altrimenti
sei fregato…
«Vedi qualcuno?»
Ma perché non te ne stai un po’ zitta, troia! Si, vedo te, tutti i giorni,
nella mia testa, ti guardo chiudendo gli occhi, vedo i tuoi capelli sparsi
sul cuscino, le tue labbra che mi accarezzano, la tua lingua che gioca.
Vedo sempre e solo te, capito… stronza!
«No, solo i miei amici, ogni tanto. Domenica andiamo a pescare.»
«Dove?»
«In montagna…»
«Bello…»
Ma che fine hai fatto autobus di merda! Sei in ritardo di sette minuti.
Vuoi vedere che la corsa è saltata. Se è così mi tocca a farmi torturare
per un altro quarto d’ora.
«Sai, io vedo qualcuno… Volevo dirtelo, perché mi piace essere
sincera.»
Che sorpresa! Ma davvero?
«Sai che ci tengo alla nostra amicizia…»
«E se ti spingessi sotto l’autobus, che ne diresti?»
Troppo tardi. La frase mi esce senza pensarci. Perché sapete, a volte la
linea che divide l’immaginazione con la realtà è talmente sottile…
Lei strabuzza gli occhi, rimane in silenzio, forse ha anche un po’ di
paura. In quell’istante la vedo sotto una nuova luce, vulnerabile e
stronza. Qualcosa ricomincia a battere dentro il petto. Il cuore è un
muscolo strano. È come la coda delle lucertole. Lo puoi buttare nel
tritacarne, ma quello ricresce, e torna a pulsare, più forte di prima.
«Guarda, quello è il tuo autobus. Ti aspetto domani per la roba. Ciao…»
Lei risponde con un timido ciao, sale sull’autobus e si dilegua.
La verità, specialmente la più crudele, può fare miracoli!

78
LA MORTE (101 Parole)

Arrivò e disse: “Si va?”


Era arrivata la mia ora, ma non me ne dolevo. Ho avuto una bella vita;
ho amato, ho odiato, ho riso ed ho pianto. Ho avuto tre splendidi figli e
due magnifiche mogli. Ho goduto del sole di settantasette estati e della
neve di settantasei inverni. Sono stato un uomo fortunato, io.
“Allora, sei pronto?” incalzò. Odio quando mi si mette fretta.
Insomma, vi dicevo, ho fatto di tutto. Ho viaggiato, ho cantato, ho
ballato, a volte ho perso ma più spesso ho vinto. Non posso certo
lamentarmi.
“Si sta facendo tardi…”
“Arrivooooo!”
Però che stronza!!

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MONDIALI ('10)

Quest’anno i mondiali li vedo da solo. Lo faccio per rabbia, sperando


che i vecchi amici si sentano in colpa.
Nicco mi ha appena chiamato, ma ho lasciato squillare. Sono tutti a casa
di France, con le pizze e le birre, come sempre. Eppure sono cambiate
tante cose…
Italia – Brasile del novantaquattro fu tutta un’altra storia. Si giocava di
pomeriggio e faceva un caldo bestiale, ma nel salottino di Giampiè si
stava d’incanto. Lui non si fece pregare e stappò la bottiglia di grappa
austriaca, quella da centomila. La teneva per le occasioni speciali…
credeva in Sacchi più di noi.
Ricordo che pianse dopo il rigore di Baggio, ma dette la colpa
all’allergia. Dopo la batosta andammo a comprare le moretti al bar per
finire la giornata in giardino, all’ombra del fico. Fu uno dei quei
momenti in cui avvertii la grandezza dell’amicizia, quella vera, quella
che ti spacca dentro, che ti fa credere di essere in capo al mondo. Ma
col tempo scopri che è solo la comica conseguenza di una bevuta
smodata, di una battuta ridicola e di un inconfessabile e reciproco
desiderio di non rimanere solo. Per questo motivo non voglio vedere
nessuno stasera. Argentina – Italia me la guardo insieme ad un boccale
di birra importante, una La Chouffe belga ad esempio.
Ecco che entrano in campo. La faccia giuliva del CT Maradona mi
mette un po’ di nostalgia, ma so che dopo il calcio di inizio passerà. Il
tempo scolpisce solchi sotto gli occhi e atrofizza i cuori degli amici.
Invecchiare fa male, altro che saggezza. Non potete chiedermi di
ricordare. Io non ho voglia di ricordare, ho voglia di fare cose nuove.
Ma loro sono sempre gli stessi, uguali eppure diversi. Ecco che squilla
di nuovo. Non hanno capito che non ci vado da loro. Mi perderei
l’inizio. La semifinale. Poi c’è il Brasile. Perché alla fine c’è sempre il
Brasile…

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IL PICCOLO PESCATORE (101 Parole)

Il bambino sedeva sulla sponda del lago con una canna di bambù in
mano. La teneva dritta davanti a se, a un palmo dalla superficie
dell’acqua, proprio come se stesse pescando, ma non c’erano né filo né
esca.
«Che stai facendo?» domandò un signore che passava di lì.
«Sto pescando» rispose il bambino.
«Hai già preso qualcosa?» lo schernì l’uomo.
«Per fortuna no. Poveri pesci!» replicò allarmato il piccolo pescatore.
L’uomo rimase in silenzio, confuso da quelle parole. Poi se ne andò.
“Non è per niente facile far ragionare gli adulti fuori dai loro schemi”,
pensò il bambino, continuando a pescare.

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LO STREGONE RIPUDIATO ('09)

«Volete sapere perché ho abbracciato l’Ombra? Ebbene, voglio


raccontarvi una storia…
…la storia di un ragazzo diverso eppure uguale, con un talento
particolare per la magia. Mentre i compagni di scuola la imparavano a
memoria, quel ragazzo la stravolgeva, e presto capì che era questo il
vero senso della via dello Stregone. Distruggere e ricostruire.
Stravolgere e trasformare. I maestri non lo capirono, pensarono che non
fosse adatto a controllare il potere e a conoscere i segreti. Aveva appena
dodici anni quando gli sbatterono in faccia la porta del Grande Istituto
della Divinazione. Suo padre era un mago apprezzato negli ambienti
aristocratici, e l’onta subita per la cacciata del figlio lo mandò su tutte le
furie. “Non puoi rimanere in città, figlio, e ringrazia il cielo che ti
chiamo ancora così. Devi partire per l’Isola dei Cristalli.” Questo gli
disse, strappandogli di mano il bastone da apprendista stregone.
Quel ragazzo pianse, ma non lo dette a vedere. Viaggiò verso nord
insieme a una carovana di mercanti. Era poco più di un bambino, ma
già la sua conoscenza magica poteva proteggerlo dai briganti e dalle
altre insidie della vita errante. Giunse presso i lidi dei popoli pagani, ai
confini dell’Impero. Una barca lo portò sull’Isola dei Cristalli, in cui
dimoravano preti e filosofi. Gli aspettava una vita in ritiro, all’ombra di
un severo monastero.
Ma laggiù conobbe un uomo di passaggio, una figura imponente e
sottile, guizzante e indelebile. Il suo nome era Trakulda. I monaci del
monastero non gli rifiutarono la sacra accoglienza, ma molti di loro non
nascosero la loro inquietudine durante tutto il tempo in cui quell’uomo
rimase ospite. C´era qualcosa nel misterioso Trakulda che affascinava il
giovane. Una notte gli si avvicinò mentre leggeva un libro nei pressi del
fuoco. Come rapito da un incantesimo, il ragazzo rimase ad ascoltare
quell’uomo per tutta la notte, ma ricordò poco o nulla la mattina dopo.
Sapeva solo che, una volta che si fosse rimesso in viaggio, lui lo
avrebbe seguito.

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E infatti lo seguì per molti anni. Anni di studio, di sacrificio e di
evoluzione. Conobbe il Drago e i sette demoni principi, le meraviglie
della terra e le insidie degli elfi, la testardaggine dei popoli guerrieri, la
codardia dei pirati e la stoltezza dei nani. Vide il mondo cambiare e
volgere verso un pensiero unico. Vide trasformare il Grande Istituto
della Divinazione in un mero ingranaggio di un meccanismo inutile e
corrotto, in cui il profitto di pochi contava più della conoscenza di
molti. Dalla scuola uscivano schiere di maghi identici che andavano ad
arricchire le file dell’esercito dell’Impero, che intanto allargava i suoi
confini, creando nuove colonie e portando nuovi popoli sotto il suo
vessillo.
Quel ragazzo nel frattempo crebbe e divenne uno Stregone, ma nessuno
nell’Impero lo avrebbe mai chiamato così. Era un respinto, un reietto,
un mago di strada, o più volgarmente un Fattucchiere. Doveva
nascondersi perché, come sapete bene, chi usa la magia senza un
diploma di mago è considerato un criminale. Se ne stava lontano dalle
grandi città, insieme a Trakulda che intanto era diventato vecchio. Ma
la vecchiaia non lo aveva afflitto, né nella mente né nel corpo. Il
maestro stava semplicemente svanendo, e a volte il giovane lo guardava
in contro luce, mentre il sole tramontava fulgido sulle praterie del
Levante Antico, e poteva vederci attraverso.
“Dove stai andando”, gli chiese un giorno.
“Non preoccuparti. Un giorno mi seguirai” rispose lui.
Quando la Guerra dei Sigilli scoppiò il ragazzo era un uomo fatto, e il
suo maestro si era ormai dileguato quasi completamente tra i misteri
dell’aria. L’Impero cercava gli accessi agli altri mondi. Mandò i suoi
cento migliori maghi fino ai confini delle terre conosciute, dove popoli
misteriosi conservano i segreti dei molti mondi. Ne tornarono
solamente tre, ed ognuno aveva un sigillo.
Ma il ragazzo diventato uomo aveva appena ricevuto una visita in
sogno. Era Trixividian, il demone dei ghiacci. Gli disse che se l’Impero
avesse avuto accesso agli altri mondi, il grande equilibrio poteva
volgere irreparabilmente verso la Quiete. Ogni mago dovrebbe
conoscere l’equazione tra Quiete e Tumulto. È il significato stesso
dell’Universo, la sua legge principale. Ma la conoscenza di

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quell’equazione è stata rimossa dai testi di magia dell’Istituto.
Al suo risveglio lo Stregone seppe cosa fare. Cavalcò per due giorni e
due notti incontro a quei tre maghi che stavano facendo ritorno con il
loro bottino alla capitale. Al loro passaggio venivano salutati da una
folla di uomini e donne in delirio. Erano gli eroi, i salvatori, vanto e
abbaglio di ogni cittadino dell’impero.
Mentre cavalcava lo Stregone richiamò gli altri demoni, perché lui era
la porta. Gafiquel degli abissi marini, Adkavri delle caverne, Uxod dei
cieli, Trixividian dei ghiacci, Matu del fuoco liquido, Irkk dei fulmini,
Odasset dei cristalli. I Demoni vennero e spazzarono via il popolo, i
soldati e a nulla servirono gli incantesimi dei tre eroi. I Sigilli vennero
recuperati e consegnati allo Stregone che aveva evocato i demoni.
Da allora quello Stregone è conosciuto col nome di Jakúda, il servo
dell’Ombra. Da allora Jakuda è il peggior nemico dell’Impero.
E adesso che conoscete la storia, ditemi: che motivo avrei di
consegnarvi i sigilli?»

Il fuoco esplose, l’ombra calò, le urla si alzarono e si spensero nel


tempo di un battito di ciglia. Si erano sentiti eroi, si erano creduti dalla
parte della ragione, pensavano che il cielo li avrebbe protetti, invece…
Dall’alto della sua torre Jakúda attende i suoi prossimi nemici. Nessun
rancore, solo una missione: tenere al sicuro i Sigilli, anche al costo di
rimanere per sempre un reietto.
Forse un giorno il mondo sarebbe cambiato. È successo altre volte in
passato, e quando questo accade, il ruolo dei giusti si ribalta e la
percezione del popolo si dilata.
Ma il prezzo del cambiamento è sempre molto alto.
“Avrei potuto desiderare di più dalla vita?” pensa il solitario Stregone,
perdendosi negli ocra di un tramonto infuocato.
“La solitudine è il prezzo della verità” gli sussurra il maestro, prima di
scomparire del tutto in una linea di fumo.

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LA RICERCA DEL NULLA (101 Parole)

C’era una volta un uccello che si lamentava della sua gabbia perché era
piccola e lui non poteva volare. Un giorno venne liberato e incominciò
a lamentarsi del troppo spazio che aveva intorno.
C’era una volta un pesce che soffriva perché stava in un acquario.
Quando venne liberato ebbe molta paura del mare e volle tornare da
dove era venuto.
C’era una volta un uomo solo che soffriva perché voleva amare.
Quando molte persone s’interessarono a lui l’uomo si stancò di loro e
tornò ad essere solo.
C’era una volta un dio che vide tutto questo.
“Dove ho sbagliato!” pensava.

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PESCAIA SULL'ARNO ('10)

A volte vengo quaggiù, quando le cose non vanno per il verso giusto. Ci
arrivo per una stradina che passa sotto la ferrovia, poi attraverso il
tennis club, un cancellino di legno e un sentiero che scende giù
dall’argine. In estate è molto bello qui, ma dopo le dieci incomincia a
fare troppo caldo. Di solito sono qui alle nove, dopo il caffè. Mi fumo
una sigaretta, mi siedo sulle rocce e mi perdo nei baluginii del fiume. I
riflessi accecanti del sole mi distraggono dai miei guai.
Non volevo dimostrare niente a nessuno, mi sono detto, ma mentivo.
Ho lavorato quindici anni sottoposto dando sempre il meglio di me, ma
se ne sono accorti in pochi. Con la scusa del destino si fanno le scelte
più strampalate. Sono i film americani che ci fanno sognare, che ci
fanno sentire monchi senza i sogni, ma per ogni sogno realizzato ve ne
sono mille che vanno in fumo. Un gioco d’azzardo, ecco che cos’è
questa vita…
L’azienda è stata il buco nell’acqua più grosso, ma ormai il peggio è
passato, sono rimasti solo gli strascichi del fallimento. Anche i creditori
se ne stanno facendo una ragione. Mi hanno preso tutto, che non era
molto, ma era comunque tutto quello che avevo. Il problema è solo uno:
ripartire. Gli amici mi dicono che sono ancora giovane, ma non è facile
a quarantacinque anni e con la crisi in corso. Preferisco venire giù in
pescaia che prendere l’autobus per andare all’ufficio di collocamento.
Quando sono qui spengo anche il telefonino. Di colpo mi sento
irraggiungibile, come un palloncino nel vento. Libero? Si, forse è
proprio così che mi sento.
L’impatto con la natura ti richiama alla realtà, quella vera, non quella
fatta di strade e di palazzi. Non le bollette da pagare, l’assicurazione
dell’auto o l’affitto. Quelli sono solo specchietti per le allodole. La
realtà è qui, nel gorgoglio di un rigagnolo che si getta nel grande fiume,
nello scintillio del dorso di una nutria che appare d’improvviso sulla
superficie dell’acqua, nei frinii delle cicale sugli alberi. L’asfalto della
città ci nasconde la verità. Ecco perché vengo quaggiù quando le cose

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non vanno per il verso giusto, ma appena la sigaretta finisce mi prende
sempre una strana inquietudine. Così mi metto a cercare delle pietre
piatte da far rimbalzare sull’acqua. Vado avanti finché ne trovo, poi mi
decido a risalire verso casa.
L’inganno ha molti veli. Scostare il primo è roba da ragazzi, rimuoverli
tutti è il segreto di una vita.

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TERRA ROSSA (101 Parole)

Ho oltrepassato per tre volte consecutive le pieghe del cosmo, ho messo


a repentaglio la vita del mio equipaggio, ho esposto la mia nave a rischi
che solo un folle avrebbe tentato. Tutto questo per rivedere lei.
Può esistere una cosa chiamata amore negli spazi infiniti del periodo
della Grande Colonizzazione? Molti credono che sia superfluo, altri che
sia completamente inutile. Ma io mi chiedo che senso potrebbe avere la
vita senza questa forza suprema che piega gli elementi, distrugge le
distanze e distorce il tempo.
Dall’oblò riesco a scorgere la terra rossa che ricopre il suo pianeta.
Amore, sto arrivando…

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IL CICLO DI UDRIEN ('09)

I) Il Mio Nome è Udrien

La sua spada si chiama Gilda, e può considerarsi un’estensione del suo


corpo. Questo è il fine ultimo del guerriero; diventare tutt’uno con la
propria arma.
Udrien osserva il nemico avvicinarsi, ne studia i movimenti, respira
cercando il ritmo. Il ritmo è tutto nella battaglia. Saper seguire il ritmo
significa portare la danza della morte, saper anticipare o ritardare il
battito significa prendersi un bel vantaggio.
Chi è questa volta? Cosa è che si avvicina? A Udrien non interessa. Sa
soltanto che quella creatura è sulla sua strada, e niente e nessuno può
premettersi di frapporsi tra lui e il suo obbiettivo. Nessun rancore.
Nessuna emozione. Solo il freddo e letale acciaio della sua Gilda.
L’essere è contorto, bavoso, viscido. Una nefandezza del deserto
incontaminato; le terre del disordine. Le sue zampe affondano
pesantemente nella sabbia, la sua lingua penzola secernendo un liquido
oleoso, probabilmente mortale. Ha una coda lunga e dentata, come
quella di un rettile, ma la sua corteccia ricorda quella ispida dei
rinoceronti. Eppure è un essere massiccio ma guizzante, il folle incrocio
tra un coccodrillo, un verro e una nutria. Le sue proporzioni però sono
quelle di un elefante. Rotea gli occhi davanti alla sua perda, un
massiccio uomo delle montagne. Udrien è il suo nome, ma questo
l’essere non lo saprà mai.
L’aria è quella torrida e secca tipica del deserto. La polvere si mischia al
sudore. Il sole impietoso continua il suo percorso verso le montagne ad
occidente. Udrien è stanco, ma non vuole sentire la stanchezza. Non
ascolta il suo corpo. Adesso incomincia il ritmo…
La creatura guizza spalancando le sue fauci di ratto. Usa la coda per
darsi lo slancio. Le sue zampe sono corte ma ben artigliate. Un uomo
comune non sarebbe sopravvissuto a quell’attacco improvviso, ma
Udrien sta già danzando, anche se è rimasto immobile fino a quel

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momento. Il guerriero segue la scia della belva, ruota il corpo, scarta di
lato e riprende posizione. Può tentare un colpo al fianco, ma preferisce
non rischiare per adesso. La canzone è solo all’inizio.
Di nuovo faccia a faccia. Guardare il muso di quella belva è quasi una
sofferenza, ma negli occhi risiede l’intento. Anche le creature più
stupide nascondono qualcosa nello sguardo. Udrien appoggia il peso del
suo corpo su una gamba. È pronto ad attaccare per primo. La bestia fa
un passo indietro. Forse è infastidita. Forse per la prima volta conosce
qualcosa che si chiama paura.
La paura è sorella e puttana. Questo usa dire Udrien ai suoi
commilitoni, nelle serate balorde alla taverna del drago. Non ci si può
fidare della paura, ma a volte è proprio lei che ti salva la pelle. E come
una sorella ti rimane accanto anche se non la vuoi. E come una puttana,
ti chiede il prezzo quando meno te lo aspetti.
Il colpo è una finta, un battito sincopato nel ritmo. La bestia ci crede,
scarta e rilancia dall’altro lato. Mossa azzardata. Udrien l’aspetta al
varco, ruota la lama, sente la dura pellaccia resistere al filo, imprime più
forza e finalmente un fiotto di sangue scuro sprizza nell’aria polverosa.
Nel silenzio asfissiante del deserto, rotto solo dai movimenti dei due
contendenti, un urlo straziante si alza nel cielo. La bestia è ferita, e
adesso è cento volte più pericolosa.
Udrien questo lo sa bene, ma non può evitarlo. La creatura è troppo
grossa per poter essere uccisa con un solo colpo. Quello è il momento
della svolta, la melodia che si velocizza, il ritmo che tormenta. Ma se
fosse riuscito ad infierire un altro colpo, la creatura avrebbe smesso di
crederci. Avrebbe sentito il morso della paura, quello vero, quello che
non ti lascia scampo.
Il guerriero deve continuare a danzare leggiadro. Anche se ha il
vantaggio non deve infierire. La fretta è la più grande nemica.
Indietreggia con agili passi mentre la belva si muove nervosa verso di
lui. Un affondo, un altro affondo, zampe, artigli, fauci bavose. “La senti
la canzone?” domanda Udrien al suo antagonista. Ma lui non può
capire, è ferito, è arrabbiato, e poi deve fare i conti con quella strana
sensazione…
La stanchezza affiora. Un’intera giornata di marcia attraverso il deserto

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è tutta nelle sue gambe, e sono loro la chiave di un buon
combattimento. Sente che la danza non può proseguire per molto a quel
ritmo. Sente che la fretta, come la paura, può essere puttana e sorella.
Sente che ha un solo colpo a disposizione, e deve essere quello giusto.
La belva ha riacquistato fiducia. Non pensa alla ferita, non pensa alla
morte, pensa solo allo stomaco che le impone di andare avanti, un pasto
dopo l’altro. Nessun ideale, nessun motivo onorevole, o forse si. Cibo,
ecco quello che siamo. Guerrieri e bestie.
Il sole si tinge di arancione. I picchi delle montagne gli sono poco più
sotto e il disco si prepara ad affogare dietro quella dentatura. Presto sul
deserto cadrà l’oscurità, e forse creature ancora più pericolose
lasceranno le loro tane. Un altro buon motivo per non denigrare la
fretta. Le zanne si fanno più vicine, il miasma dalla sua bocca diventa
insopportabile, le gambe incominciano a tremare. Per quanto tempo
Udrien riuscirà ancora a sopportare un simile sforzo? Continua a
retrocedere, un passo dopo l’altro, ma sta perdendo centimetri. La
creatura è su di lui. La canzone è un rullio di tamburi e un apoteosi di
corni. Ma nel momento chiave, una singola nota può decidere la
grandezza della sinfonia.
Udrien affonda. Non porta il suo attacco come un selvaggio barbaro del
nord, ma come il direttore di una grande orchestra. Il bersaglio è
ovviamente il cuore. La punta di Gilda penetra con facilità, strappando
la carne, spaccando la costola, immergendosi senza pietà dentro al
muscolo pulsante. La creatura si accascia nella polvere del deserto,
geme, rantola, si dimena. È il triste finale della canzone.
Allora Udrien le si avvicina, poggia il piede sul suo grugno mostruoso e
alza la spada in segno di vittoria. Poi le sussurra: “Povera bestia, non
sapevi chi ti stava davanti. Il mio nome è Udrien!”

II) Lamia

Udrien mosse un passo dentro il sepolcro e capì in quell’istante che


aveva appena commesso un errore. Ma l’orgoglio parlò e fece tacere il
buon senso. O forse era la curiosità, quella spinta che ispira ogni vero

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uomo. La scoperta, il mistero, il segreto; queste sono le ragioni di una
vita randagia, senza un domani, senza una casa che possa dirsi tale.
Solo la strada davanti ai tuoi piedi, ed il vento, a volte impietoso e
gelido, portatore di pioggia, altre volte così caldo da toglierti il respiro.
Perché Udrien era figlio di Guman, il dio del vento appunto, e la sua
prima legge era quella di non tornare mai indietro.
L’oscurità divenne qualcosa di denso e appiccicoso. Udrien non osò
dipanarla, per paura che gli abitatori dell’antro si accorgessero della sua
intrusione. Procedette adagio, attingendo informazioni dai sensi che
molti uomini avevano perduto. Ma Udrien non era un uomo come gli
altri.
Nel sepolcro era nascosto lo Scettro di Fride, un amuleto capace di
piegare le leggi dell’universo. Ma Udrien non cercava conquiste più
grandi della sua mente. Era lì per una scommessa di taverna, fatta in
una serata goliardica insieme ai soliti avventori. Avrebbe recuperato lo
scettro per dimostrare a quei balordi chi era Udrien, poi l’avrebbe
distrutto, perché a lui non piacevano gli affari dei maghi, e gli oggetti
troppo potenti diventavano automaticamente pericolosi.
La cripta si ergeva su una collina, a due ore di cammino dal villaggio
più vicino. Da tempi immemori gli abitanti di quei luoghi raccontavano
di una creatura malefica che si aggirava nell’ombra. I paesi contavano
troppi vecchi e troppi pochi bambini. Vi erano bestie selvagge nella
foresta, ma non facevano distinzione tra adulti ed infanti. La ragione
delle molte sparizioni si nascondeva in quel sepolcro.
Udrien contava i passi, ricreava le distanze nella sua testa, annusava
l’aria e ascoltava i rumori delle ombre. Gilda, la sua fedele spada,
fremeva nella mano. Mentre il corridoio in cui era penetrato discendeva
lentamente nelle viscere della collina, il fetore aumentava, un miasma di
putrescenza antica, pregno di una contaminazione di magia nera.
Qualcosa di morto ed eterno abitava quell’antro, un’entità che un
semplice colpo di spada non sarebbe riuscito ad uccidere.
Percepì, oltre l’oscurità soffocante, l’allargamento della cavità. Il
corridoio terminava in un’ampia stanza e l’odore di morte era diventato
ancora più penetrante. Adesso aveva bisogno di chiedere aiuto ai suoi
occhi, non poteva permettersi di attendere un secondo di più. La

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rapidità, in situazioni simili, era cruciale.
Ma un attimo prima di richiamare l’incantesimo di luce legato alla sua
spada, un globo dorato si accese nel mezzo della stanza. Incastonata al
centro di una grande pietra piana, che non poteva essere altro che una
tomba, la sfera di luce rivelò alcuni misteri del sepolcro. Un’ampia
stanza circolare a forma di cupola, completamente spoglia se non per il
feretro adagiato nel mezzo e alcune pregiate suppellettili posate sul
pavimento. E poi c’era lei, una bellezza aliena, sensuale come le
principesse delle isole equatoriali, prosperosa come le comari che
portano l’acqua ai villaggi, intensa come le amazzoni del nord e
pericolosa come i draghi del grande deserto. Seduta sulla fredda pietra,
vestita solo di monili che riuscivano a coprire a malapena le parti
intime, guardava il guerriero curioso, il topolino con cui il gatto ama
divertirsi prima del pasto.
Nonostante ogni centimetro del suo corpo lo avvertisse del pericolo che
si celava dietro gli occhi di ghiaccio di quella creatura, Udrien si mosse
verso di lei non come un guerriero ma come una preda desiderosa di
venire divorata. Abbassò la lama, alzò il volto, sporse il petto in avanti.
Lei rimase immobile, sorridente, pronta ad accoglierlo.
«Un guerriero senza paura che finalmente viene a soddisfare le mie
voglie…» sussurrò la donna, allargando sensualmente le gambe. Il
globo di luce nascondeva la promessa del piacere più grande.
Udrien, a un passo da lei, si arrese all’invito. Poggiò la lama sulla pietra
del feretro e si chinò per baciare quella bocca carnosa. Sentì la fredda
pelle di quella creatura che non poteva dirsi umana, ma non ci badò,
rapito com’era dall’incantesimo del desiderio. La massa di muscoli
ramati dell’uomo si adagiò sulle rotondità candide della donna,
toccando, esplorando, cercando ed avvicinandosi alla congiunzione. Lei
lo cinse con le gambe mentre lui entrava, inarcò la schiena mostrando i
canini allungati, ma lui aveva gli occhi chiusi e non se ne avvide. Sentì
invece il calore pervadergli il sesso, nonostante il gelido invito.
Cercarono insieme il movimento, alternando i gemiti, dondolandosi
insieme sull’altalena del piacere. Sempre più veloce, sempre più in alto,
sempre più in profondità. La donna urlò artigliando la schiena del
guerriero. Lui ignorò il dolore e continuò la sua scalata, ormai in

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prossimità della vetta. La creatura lo lasciò andare avanti, grata del
dono ricevuto. Era pronta a concedere anche a lui il piacere supremo,
prima di togliergli la vita.
Udrien sprofondò in un bagno di tenebra dolce. Aprì gli occhi e vide
qualcosa muoversi nelle ombre che il globo di luce non riusciva a
dipanare, i margini della stanza a forma di cupola. Bambini, alcuni
appena neonati, dalle vesti lacere e dagli occhi infuocati, strisciavano
verso di lui mostrando file di denti innaturalmente allungati.
«Venite miei piccoli. Venite a mangiare!» disse la donna, cercando poi
la gola del guerriero. Udrien scattò in piedi come un felino. Cercò la
spada, ma lei gliela scalciò via, e poi gli fu addosso.
Il guerriero non attinge forza solo dai suoi muscoli. Riuscire a
richiamare e controllare il flusso adrenalinico può permettere ad un
uomo di moltiplicare la sua potenza. La creatura era un vampiro, ormai
il mistero era svelato, e Udrien non poteva permettersi di affrontare un
essere del genere a mani nude. Sapeva di avere solo una possibilità.
Afferrò la donna e la scaraventò dalla parte opposta della cupola. Poi,
un attimo prima che la sua progenie dannata si avventasse su di lui,
riuscì a recuperare Gilda, e a recidere la testa di un neonato dalle zanne
di lupo.
La vampira, conscia di avere sprecato il vantaggio, divenne rabbiosa. Si
lanciò addosso alla sua preda, certa che fosse ancora disarmata. Udrien
alzò la punta della sua spada in traiettoria del cuore. Un secondo urlo,
questa volta di dolore, si alzò dalla collina maledetta. La donna
bellissima, che aveva cercato ed elargito piacere con l’arte di un’esperta
meretrice, si dimenava adesso con una spada infilzata nel petto. Udrien
sapeva che non sarebbe bastato ad ucciderla. Sfilò con maestria la lama
dal corpo della donna, e con un colpo preciso le recise la testa, che
rotolò sul pavimento con un rumore sordo. Allora il corpo del mostro
cambiò improvvisamente colore. Da candido divenne scuro, la pelle
raggrinzì rapidamente e un attimo dopo della donna non rimase che una
manciata di cenere. La stessa fine toccò alla progenie di piccoli mostri, i
bimbi rapiti ai villaggi vicini.
Dentro la tomba Udrien recuperò lo scettro, e la sera dopo, mostrandolo
agli amici di taverna, si compiacque di aver vinto la scommessa. Bevve

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a spese dei suoi compagni, e a fine serata crollò sotto il tavolo
completamente ubriaco.
Nella taverna c’era un mago di nome Vasilios che non perse mai
d’occhio l’oggetto, e appena ne ebbe l’occasione lo afferrò dileguandosi
poi nella notte. Ma di come Udrien riuscì a recuperarlo, in questa storia
non viene detto.

III) Evocazioni Perverse

Gridia era una di quelle città tagliate fuori dalle grandi strade mercantili
dell’Impero, sorta secoli fa in un territorio aspro, appollaiata alle rocce
come un falco di montagna. Era il luogo ideale per portare avanti
subdoli giochi di potere, lontano dagli occhi indiscreti della Guardia
Reale.
Sulle case e i palazzi decadenti dominava la cupola della chiesa,
l’occhio vigile che tutto vede e tutto giudica. Il vescovo Callalni e suoi
due vicari erano diventati col tempo gli uomini più importanti della
città, e la delegazione dell’esercito dell’Impero sul posto rispondeva ai
loro ordini.
Udrien, appena mosse un passo oltre le mura di città, avvertì subito
nell’aria quell’oppressione tipica di quei luoghi in cui la chiesa ostenta il
suo dominio. Storse la bocca quando, entrando nella piazza principale,
che si apriva proprio davanti alla cattedrale, rinvenì le tracce di un rogo
recente. Bruciare le streghe era una delle pratiche preferite dei preti.
Entrò in una locanda e ordinò dello stufato e della birra. Gli avventori
erano pochi e se ne stavano in disparte, ma si sentì i loro sguardi
addosso. Non poteva certo pretendere di passare inosservato, con la
montagna di muscoli che si portava dietro e che non si vergognava ad
esibire, e la sua vistosa spada che lui chiamava Gilda. Ci era abituato e
li ignorò, prendendo posto vicino a una finestra e osservando le
incombenti vetrate della chiesa, che nelle ombre del vespro
baluginavano dei riflessi delle candele. Qualcosa nel profondo gli
sussurrava che un male ancora più grande del dogma religioso aveva
messo radici nella città di Gridia.

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Mangiò e bevve, ma non osò andare oltre i limiti. Aveva intenzione di
lasciare quel posto all’indomani, e mettere più strada possibile tra lui e i
misfatti che vi consumavano. Chiese una stanza e si ritirò, ma il fato
volle che la finestra della sua camera desse proprio sulla facciata della
chiesa. Rimase ad osservarla tra le ombre della notte. Quando la città,
già di per se silenziosa, sprofondò nella quiete notturna, Udrien avvertì
la cantilena. Ne conosceva il timbro, anche se ignorava il significato
delle parole. Quello non era un canto religioso, ma il rituale di
un’evocazione blasfema. Non riusciva a prendere sonno. La nenia era
appena percettibile, ma s’insinuava nell’anima, evocando strani incubi.
A Udrien non piaceva essere disturbato. Afferrò Gilda e uscì fuori dalla
taverna, puntando direttamente verso l’ingresso della cattedrale. Spinse
con forza e quando la massiccia porta si mosse sui cardini rimase
sorpreso. Probabilmente i cittadini temevano a tal punto quel luogo, che
i preti non si preoccupavano di chiuderlo a chiave neanche la notte.
La navata centrale era disseminata di ombre, ma i sensi di Udrien lo
avvertirono che nessuno lo stava spiando. Attraversò ad ampie falcate il
locale fino alle porte che si aprivano sul retro. La litania continuava e
sembrava provenire dalle catacombe.
Scostò l’uscio di una porticina che si apriva su un balcone di pietra e
delle scale a chiocciola che sprofondavano nell’oscurità. C’era profumo
d’incenso nell’aria, ma non quello che usavano i preti durante i sermoni.
Aveva un odore stucchevole, stranamente esotico. Udrien arricciò il
naso e proseguì, permettendo all’oscurità di ingoiarlo. Il guerriero
poteva muoversi al buio come un gatto, attingendo ai sensi dimenticati,
quelli sotto pelle, quelli che un vero uomo d'armi ha bisogno di
conoscere se vuole rimanere vivo.
La scala contava ventitré gradini. Toccato il fondo Udrien scorse i
contorni di una porta, oltre la quale bruciava una luce calda, forse una
torcia. Il canto adesso era distinguibile in tutto il suo orrore: era il
richiamo di un demone. Il guerriero ne aveva uditi di simili, nei suoi
pellegrinaggi attraverso le terre di confine, luoghi impervi in cui
abitavano culture molte più antiche di quelle dell’impero.
Nel momento in cui appoggiò la mano sulla maniglia, il canto si
interruppe e il pavimento tremò. Udrien capì allora che l’invocazione

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era stata portata a termine, e qualcuno o qualcosa aveva attraversato il
drappo tra i mondi, per giungere al cospetto dell’evocatore. Aprì piano
la porta e si catapultò con la leggiadria di un felino dentro un corridoio
appena illuminato. La luce proveniva dalla stanza che si apriva dopo
pochi passi. Udrien vi sbirciò all’interno, appiattendosi al muro del
corridoio, e quello che vide lo tormentò per molte notti.
Tre uomini seduti su alti scranni, nudi e glabri, osservavano la scena
che si teneva sulla fredda pietra del pavimento, dentro cerchi e simboli
di gesso dai misteriosi significati. Nei loro occhi si rifletteva la luce
rossa di due enormi bracieri che bruciavano ai lati della stanza. Era da lì
che s’innalzava il profumo d’incenso. Tutti e tre gli uomini erano intenti
a darsi piacere solleticando i loro i membri, ispirati dalla visione che
avevano appena evocato.
Una fanciulla di rara bellezza giaceva riversa sul pavimento, e un essere
contorto e peloso, dalla forma vagamente umanoide ma con la testa
sproporzionata e una gobba gigantesca sulla schiena, le stava sopra.
Udrien poté vederne il pene, enorme e rosso, che si apprestava a
dilaniare la povera vittima. La ragazza era viva e cosciente, ma incapace
di emettere grida, forse incantata da strani sortilegi, oppure troppo
terrorizzata per ricordarsi di possedere una voce.
Era questa la follia che si nascondeva dietro le mura di Gridia. Preti
perversi che avevano stipulato patti coi demoni, rituali erotici sotto la
cattedrale, e sacrifici pubblici per terrorizzare i cittadini. Quante città
erano vittime delle superstizioni e della bramosia di potere dei religiosi?
Quante persone pagavano il prezzo della loro ignoranza? Udrien sentì la
furia crescere come un fiume in piena, la lasciò defluire nei sui muscoli
e poi abbandonò il suo nascondiglio, scagliandosi con la spada alzata
incontro a quello scenario di follia.
Prima che i preti realizzassero quello stava succedendo, il guerriero
riuscì ad afferrare il braccio della fanciulla e a trascinarla fuori dal
cerchio di protezione. Il demone era prigioniero dei simboli di gesso, e
non gli era permesso di attraversarli.
Poi si mosse verso gli scranni. Recise la testa di un prete mentre questi
provava ad alzarsi, trafisse il secondo alla schiena, mentre cercava di
scappare, e il terzo, immobile e stupefatto, era invece rimasto seduto,

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col pene gonfio e gli occhi sbarrati. Udrien lo sollevò con una sola
mano e lo scagliò dentro il cerchio del demone. Fu allora che
incominciarono le urla, ma prima che le guardie trovassero il coraggio
di investigare, Udrien era già lontano.
La ragazza aveva insistito per andare via con lui, e così erano scappati
nella notte, mentre le urla del prete sfumavano tra le ombre, e le luci di
Gridia si perdevano nella distanza. Camminarono fino al mattino e da
un’altura videro l’alba, fulgida e bellissima. Lui guardò lei e si perse per
un attimo nei suoi occhi.
«Dove vuoi andare?» le chiese.
«Lontano…» sussurrò lei. E da quel giorno non si fermarono più.

IV) Le Sette Regine

«Guerriero, perché ti interessano le terre del sud?»


«Non ho alcun interesse per quelle terre. Ho solo bisogno di
rimanermene lontano dall’impero per un po’…»
E così il capitano del Migrante, una nave mercantile che trasportava
metalli e altre materie prime, invitò a bordo lo straniero e la sua spada.
Si chiamava Udrien, e il suo nome precedeva già la leggenda. Un
guerriero rispettato, un guerriero temuto, e forse, per qualcuno, un
guerriero scomodo. Ma le dodici corone d’oro pagate in anticipo
avrebbero convinto qualsiasi marinaio. Udrien era ricercato dalla
guardia reale perché accusato di omicidio. La vittima era il figlio di un
barone, un personaggio meschino di cui non si sarebbe certo sentita la
mancanza. Ma sebbene la vittima avesse infangato il nome della sua
casata con le sue malefatte, e la sua prematura dipartita avesse risolto
molti inconvenienti, il delitto rimaneva e Udrien, quale principale
indiziato, doveva essere portato a giudizio.
Il Migrante modificò lievemente la sua rotta, per evitare spiacevoli
incontri con la flotta dell’impero. Dopo una settimana di viaggio furono
avvistate le coste del continente meridionale, di cui si conosceva poco o
nulla. L’impero aveva i suoi avamposti lungo la costa, ma nessuna
guarnigione si era spinta verso l’entroterra. Erano territori selvaggi,

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abitati da popoli ostili e superstiziosi, e poi si aggiravano delle strane
bestie, felini giganti e serpenti letali.
Udrien salutò con un cenno il capitano e il resto dell’equipaggio e lasciò
il porto. I cavalli erano rari in quelle zone, la gente preferiva muoversi
con i cammelli, ma Udrien non volle rinunciare a una buona
cavalcatura, e pagò altre dieci corone per un cavallo che nella sua terra
non sarebbe costato più di due pezzi d’oro. Prima che la voce del suo
arrivo potesse arrivare alle orecchie delle guardie dell’avamposto,
Udrien era già lontano. Oltrepassò montagne di roccia rossa e sabbia,
costeggiò per due giorni quello che secondo le leggende doveva essere
il Grande Deserto Equatoriale, e infine spinse al galoppo il suo cavallo
attraverso la sterminata savana, sulla quale poté avvistare i grandi felini
muoversi a piccoli branchi; leoni e giaguari. Oltre la piana si apriva la
giungla, una foresta incontaminata in cui si diceva vivesse il popolo più
antico del mondo, i Léonidi, i figli del leone. La fuga si era trasformata
in esplorazione. Udrien adesso non cercava solamente un luogo in cui il
braccio dell’impero non lo avrebbe raggiunto. Voleva soddisfare la
curiosità di ogni uomo del nord, accertare l’esistenza della città d’oro e
delle sette regine immortali.
La storia veniva raccontata da secoli, forse addirittura da millenni, e più
antica è la leggenda più incredibile diventa, perché nel tramandarla i
menestrelli la colorano sempre di nuovi particolari. Le regine erano
donne troppo belle per poterle contemplare senza impazzire, e per
questo motivo indossavano sempre delle maschere. Mangiavano gli
uomini e dimoravano in un palazzo d’oro e madreperla, che si ergeva in
tutto il suo splendore sopra la città. Il cannibalismo era una delle
pratiche che permetteva loro di vivere in eterno, insieme ad altre
assurde stregonerie. Il loro popolo le temeva e venerava, e gli uomini
facevano a gara per diventare il loro pasto. Perché si diceva che prima
di mangiarlo, l’uomo veniva introdotto nella stanza del piacere, e le
sette regine si toglievano le maschere e facevano all’amore con lui, tutte
insieme. Al mattino l’uomo veniva trovato privo di vita ma con
un’espressione beata sul volto. Poi veniva cucinato e mangiato.
Udrien non sapeva se credere oppure no a questa leggenda. Sicuramente
un filo di verità doveva esserci, come con tutte le storie. La città d’oro e

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le sette regine… Fantasticava la mente del guerriero, mentre procedeva
lentamente attraverso la vegetazione. Presto si rese conto che non
sarebbe stato più possibile continuare a cavallo. La giungla diventava
pian piano più intricata e non vi erano sentieri da seguire. Dette una
pacca sul collo dell’animale e lo lasciò libero di tornare indietro. Forse
sarebbe diventato il pasto di una famiglia di felini, ma quella era la vita.
Un giorno si mangia, il giorno dopo si è mangiati…
Continuò da solo, aprendosi la strada a colpi di spada. Dovette
accamparsi per la notte, ma preferì dormire su uno dei rari alberi ad alto
fusto che riuscì a incontrare, relativamente distante dai predatori
notturni ed dagli insetti velenosi. Al mattino seguì una dieta di bacche e
liquore di radici, un estratto che si era portato dietro dal suo paese. Due
sorsi di quell’essenza valevano un pasto completo. Riprese il cammino
annusando l’aria e prevedendo la tempesta. La pioggia infatti non tardò
ad arrivare, una doccia calda ed insistente tipica delle zone equatoriali.
La vista di Udrien non riusciva a protrarsi più di una decina di passi, ma
il suo senso dell’orientamento altamente sviluppato lo tenne sulla giusta
strada. La direzione era sempre quella: l’estremo sud.
La pioggia continuò per tutto il giorno e il guerriero temette di essersi
imbattuto in una di quelle perturbazioni tipiche di quei luoghi, eventi
climatici che potevano durare per mesi. Invece un vento nuovo spazzò
via le nubi quando il sole stava quasi per spegnersi all’orizzonte. Udrien
si arrampicò su un albero per vedere finalmente dove si trovava e la
visione che gli si presentò davanti agli occhi lo lasciò esterrefatto. Nel
riverbero rossiccio del tramonto, vide ergersi in mezzo a quello
sconfinato mare di vegetazione la città d’oro, una cupola di edifici a
vetri e a specchi, ampie terrazze fiorite e strade illuminate da globi di
luce, cento, mille, diecimila costruzioni di pietra finemente lavorata e
ricoperta di uno strato di vernice dorata. La stessa procedura era stata
riserbata alle tegole dei tetti, cosicché pareva che l’intera città rilucesse
del metallo più prezioso. Nel mezzo, su un promontorio verde
circondato da alberi dalla folta chioma, si ergeva un palazzo con sette
torri, anche questo completamente ricoperto d’oro, ma adornato da
elaborate venature di madreperla, una visione che lasciò il guerriero
senza fiato.

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Poco più tardi Udrien uscì dalla foresta e incontrò una delle strade che
portavano alle porte della città. Il sole era già tramontato e non incontrò
nessuno lungo il percorso. Solo le enormi statue di due leoni
sorvegliavano l’ingresso alla città dorata, effigi inanimate ma
assolutamente inquietanti. Lo stesso Udrien dovette fermarsi e prendere
coraggio per passarvi nel mezzo. Anche questi erano ricoperti d’oro e
avevano due rubini per occhi.
Entrò nella prima taverna che incontrò, e appena mise piede oltre la
soglia si sentì gli occhi di tutti gli avventori addosso. Il motivo era
facile da indovinare; aveva la pelle chiara, mentre i Leonídi erano scuri
come l’ebano, e alti in media un palmo più di lui. Udrien non si lasciò
intimorire e sedette su uno sgabello davanti al bancone. La locanda
sarebbe stata considerata un luogo lussuoso nelle sue terre, ma qualcosa
gli diceva che nella città dorata era solo una taverna come le altre. Non
conoscendo la lingua fece un gesto all’oste che capì al volo e gli servì
un boccale di birra scura, calda e dolciastra. Udrien la trovò insolita ma
buona. Ne bevve tre e finalmente avvertì il tiepido conforto della mente
sul corpo. Incominciò a sentirsi a suo agio ma non aveva voglia di
ubriacarsi. Posò sul bancone una sacchetto di monete che l’oste,
nonostante non riconoscesse il conio, fece scomparire velocemente in
un cassetto. Poi gli consegno la chiave di una stanza. Il guerriero si
concesse un’ultima bevuta e infine si ritirò.
La mattina dopo Udrien girò per le strade della Città Dorata, che i
Leonídi chiamavano Camarvilia, e non passò certo inosservato.
Raggiunse la grande piazza del mercato e vide un corteo di gente che si
muoveva verso il palazzo centrale. Si unì alla folla e ben presto scoprì
che era in corso un torneo. La gente si riversava sulle gradinate di un
anfiteatro e sotto di questa, su un ovale di terra rossa, dieci guerrieri
erano pronti a combattersi fino alla morte. Il premio più ambito era
l’accesso alla stanza del piacere.
E allora Udrien le vide e capì che la leggenda delle regine nascondeva
più di un pizzico di verità. Sedute su dei troni sporgenti dalla gradinata
opposta, sette donne vestite di veli e piume attendevano l’uomo che
sarebbe diventato per una notte il loro amante, e per molti giorni la loro
principale portata. Indossavano delle maschere che conferivano loro dei

101
musi felini; una tigre, un giaguaro, una leonessa, una pantera, un
ghepardo, una lince e un puma. L’anfiteatro era ghermito, la gente
brulicava dappertutto, ma un corno si levò forte nel cielo, e allora tutti
si quietarono e rivolsero lo sguardo alle sette regine. Insieme diecimila
persone salutarono le donne immortali. Il modo in cui questo rituale
avvenne lasciò Udrein sbalordito. Il guerriero sedeva davanti ai troni,
dalla parte opposta dell’anfiteatro. Nell’arena incominciarono i
combattimenti, ma lui non perse mai d’occhio le regine, che rimanevano
immobili ed imperscrutabili dietro le loro maschere.
Uno ad uno i guerrieri caddero, mischiando il loro sangue alla terra
rossa. Un uomo alto con un elmo di bronzo ed una ascia bipenne uscì
vincitore. Muscoli lucidi risaltavano sotto l’armatura, nell’accecante
bagliore del pomeriggio equatoriale. Mosse ampi passi verso il centro
dell’arena e, inginocchiandosi davanti ai troni, reclamò il suo premio.
Ma in quell’istante Udrien si alzò, e nessuno dei diecimila poté fare a
meno di notarlo. Nell’anfiteatro era sceso il silenzio. Con un balzo
scavalcò la fila di spettatori che gli sedevano di fronte e atterrò
agilmente sulla terra rossa dell’arena. Sfoderando la spada che lui
chiamava Gilda, andò incontro al vincitore del torneo, che lo superava
di almeno due palmi in altezza. L’iniziativa del guerriero dalla pelle
bianca non era prevista dal regolamento del torneo, ma l’occasione era
troppo unica per interrompere il corso degli eventi. Le regine parlarono
insieme. Udrien non poteva capirne la lingua, ma intuì il significato
delle loro parole, perché il guerriero dall’elmo di bronzo si voltò verso
di lui e alzò l’ascia, pronto a combattere.
Le incitazioni del pubblico s’innalzarono dagli spalti, mentre i due
combattenti si avvicinavano al centro dell’arena. Saper leggere lo
sguardo dell’avversario significava conoscere in anticipo le sue
intenzioni. I Leonídi erano una cultura antica e molto diversa da quella
dalla quale proveniva Udrien, ma esistevano anche i linguaggi
universali, quelli del corpo e degli occhi. Il guerriero dalla pelle bianca
attese impassibile, la spada salda tra le mani, la testa alta, le gambe in
posizione di slancio. Fu il campione a muoversi per primo, descrivendo
un semicerchio mortale con la sua lama bipenne. Udrien aspettò fino
all’ultimo prima di scattare, ma non ripiegò indietro. Portò un affondo

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improvviso, agile , rapido e letale.
Il pubblico ammutolì. Il volto del guerriero dalla pelle d’ebano divenne
una maschera di terrore. Gilda era penetrata in tutta la sua estensione
attraverso l’addome del campione, che si sentì velocemente svuotare
delle forze. Lasciò andare l’ascia, cadde in ginocchio e infine sprofondò
nella terra rossa, emettendo l’ultimo respiro.
Nell’asfissiante calura del meriggio, uno straniero dalla pelle bianca
andò a reclamare il suo tributo. Il pubblico tacque fino al momento in
cui le guardie delle regine entrarono nell’arena per scortare il nuovo
vincitore al palazzo dorato. In quel silenzio imbarazzante, Udrien non
abbassò mai la guardia, consapevole di avere leso l’orgoglio di un intero
popolo.
Ma per quanto lo potessero odiare, la sua vita apparteneva adesso alle
sette regine. Venne condotto attraverso un corridoio sotterraneo che
dall’anfiteatro arrivava direttamente al palazzo reale. Sette ancelle lo
lavarono, lo spalmarono di creme profumate e lo vestirono con una
tunica bianca e dei sandali. Fu costretto a lasciare la sua spada alle
guardie che non lo persero di vista un istante, e questo lo turbò molto.
Ma presto la sua curiosità sarebbe stata colmata. Avrebbe visto in faccia
le signore della città dorata, avrebbe fatto parte della leggenda. Uno
straniero nella stanza del piacere. Udrien viveva per le emozioni forti,
sempre sull’orlo del baratro, perché solo se il rischio era alto valeva la
pena di stare al gioco. La prospettiva d’impazzire davanti alla visione
delle principesse non lo preoccupava minimamente. Se quella doveva
essere la sua fine, allora ne sarebbe valsa sicuramente la pena.
Le ancelle insieme a due guardie lo accompagnarono davanti a una
porta di legno massiccio, finemente lavorato. Rimasero tutti quanti a
debita distanza dalla maniglia. Uno dei due uomini fece cenno al
guerriero di proseguire da solo. Udrien non ebbe bisogno di essere
pregato ulteriormente. Afferrò la maniglia e sparì all’interno della
stanza.
La luce era quasi accecante. Una grande vetrata si apriva per almeno
venti metri su un intero lato della stanza, e oltre questa vi era una
terrazza semicircolare che dava sulla città, e vi erano piante e fiori e una
fontana che zampillava allegra. La stanza invece era occupata per la

103
maggior parte da una vasca d’acqua cristallina, alimentata da dei
rubinetti dorati che gorgogliavano nel silenzio del caldo pomeriggio.
Davanti alla vasca vi era un letto a baldacchino, il più grande che
Udrien avesse mai visto, costruito in ferro battuto e placcato d’oro.
Misurava almeno cinque metri in larghezza, ed era rivestito di sete dai
colori sgargianti, e disseminato da decine di morbidi cuscini. Arazzi
raffiguranti scene di caccia sfuggenti si muovevano appena accarezzati
dalle brezze leggere. Il guerriero non si lasciò intimidire dallo scenario.
Sapeva perfettamente quale sarebbe stato il suo compito, e il suo
destino. Rimosse la tunica e la gettò in un angolo. Il suo corpo nudo, i
suo muscoli scintillanti di creme, la sua lunga chioma corvina, si
immersero delicatamente nella vasca. L’acqua era tiepida e profumata.
Rimase in attesa, contemplando i riverberi dorati delle suppellettili e dei
mobili che adornavano la stanza.
Entrarono insieme, tutte e sette, ancora adorne di veli e con le maschere
ai volti. Si disposero davanti a lui lungo il bordo della vasca. Udrien le
aspettava nell’acqua. Con un gesto abile e delicato rimossero le vesti,
che si afflosciarono ai loro piedi. Sette corpi femminei turgidi ed
abbronzati, dalle linee perfette. Seni ritti e pieni come pomi, ampi e
sensuali fianchi nel mezzo ai quali spuntavano piccoli ciuffi scuri,
invitanti, dolci e precisi. Con gesti congiunti si mossero verso di lui,
scendendo gli scalini della vasca. Quei corpi meravigliosi ed immortali
si immersero lentamente nell’acqua, e in quel momento Udrien afferrò il
senso della leggenda. La visione di quella bellezza era talmente
sconvolgente che una volta raggiunta, nessun uomo sarebbe mai riuscito
a farne a meno.
Gli si fecero incontro, lo accerchiarono, allungarono una mano verso di
lui, mentre l’altra la portarono dietro la testa, afferrarono il laccio che
teneva legata la maschera e lo sfilarono lentamente, rivelando i loro
visi. Udrien trattenne un grido. Il cuore gli balzò nel petto e accelerò in
una corsa sfrenata. Era sicuro che gli si sarebbe spaccato in due. Lui che
aveva affrontato demoni, draghi e creature né vive né morte senza mai
abbandonarsi alle debolezze della mente, rimase vittima del tumulto
emotivo. Restò immobile al centro della vasca, gli occhi sgranati
incapaci di lasciare la presa, catturati da quei volti perfetti ma in

104
maniera aliena. Afferrò un respiro e vi si aggrappò. Poi incominciarono
le carezze, i baci e tutto il resto.
“Udrien, sappi che incontrerai nemici che eluderanno la tua spada e i
tuoi muscoli. Stregoni, fattucchiere e creature dannate, ma non solo.
Esistono divinità che camminano sulla terra, e alcune di queste sono
maliziose e adorano baloccarsi con gli umani. Se avrai la sfortuna, o la
fortuna, d’imbatterti in alcune di loro, avrai solo una possibilità per
salvarti. Per questo motivo hai bisogno di conoscere le arti della mente.
La mente è come un palazzo pieno di stanze. Quando queste creature
vorranno giocare con te, devi fare in modo di chiudere a chiave la
maggior parte di queste stanze, e farle entrare solamente in una di
queste. Poi la chiuderai a chiave per sempre, e te ne terrai alla larga, se
non vuoi che il veleno in essa confinato si riversi dappertutto…”
Udrien ricordò le parole di Walkor, padre e maestro. Ogni arte di
sopravvivenza che conosceva la doveva a lui.
Non bastò una sola stanza per confinare il fascino incantatore delle
regine della città d’oro. Ce ne vollero sette, una per ogni volto, e dopo
quell’esperienza rimase ben poco del vecchio Udrien.
Le amò con il corpo più volte, ma le confinò lontano nella mente, e
quando tutte furono sazie, lui le lasciò dormienti nel grande letto. Uscì
dalla stanza e ritrovò la sua Gilda, forse l’unica compagna che gli
sarebbe per sempre rimasta al fianco. Uccise tre guardie prima di
riuscire a conquistare l’uscita del palazzo, e meno di un’ora più tardi era
già lontano, ingoiato dal groviglio della giungla. Sarebbe andato
ancora verso sud. Avrebbe svelato nuovi miti.
Perché il suo nome era Udrien, e nella sua lingua significava “forgiatore
di leggende”.

V) Yurika (101 Parole)

Yurika descrisse un segno nell’aria con le sue unghie smaltate. Era un


incantesimo nuovo…
Io la guardavo, incapace di muovere un dito, consapevole di essere sul
punto di patire le sofferenze più orribili.

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«Lo sai amore che alla fine mi dirai ciò che voglio sapere…» sussurrò
lei. Io riuscii a risponderle semplicemente che era bellissima.
Mi regalò un sorriso, prima di scaraventarmi addosso gli incubi. Fu la
sua crudeltà a tradirla. Provò su di me gli incantesimi proibiti, quelli che
estirpano l’anima e deturpano la mente. L’ultimo le fu fatale. Crollò con
l’orrore negl’occhi davanti al palo a cui ero legato.

dalle “Memorie di Udrien, il forgiatore di leggende”

VI) Il Guerriero Dormiente

Di notte, appena chiudo gli occhi, odo le urla della mia prima battaglia.
In bocca mi torna il sapore della sabbia insanguinata, la pelle vibra al
ricordo delle energie sprigionate dagli stregoni di entrambi gli
schieramenti, e un’ombra si adagia sul mio cuore.
Avevo solo sedici anni ed era la prima volta che impugnavo una spada.
Tre cavalieri arrivarono al villaggio in cui abitava la mia famiglia, mio
padre, mia madre e la mia sorellina. Ci dissero che il paese era stato
attaccato, che servivano nuovi soldati da mandare in battaglia. Noi non
sapevamo niente degli affari del grande mondo. Coltivavamo patate e
mungevamo vacche, e per intere decadi era sempre stato così. Ogni
tanto un messaggero veniva ad informarci che un nuovo re sedeva sul
trono, o che una nuova legge era stata introdotta, ma a nessuno
importava, perché il villaggio era piccolo e le cose rimanevano sempre
uguali.
Le guerre erano troppo lontane perché potessero preoccuparci. Non
avevamo né un’autorità né un capovillaggio. Eravamo una ventina di
famiglie che usavano ritrovarsi ad ogni quarto di luna per parlare dei
raccolti e del bestiame. Il nostro era un paesello tranquillo, lo era
sempre stato, almeno fino a quel giorno.
Mio padre era caduto dal tetto pochi giorni prima e si era fratturato un
piede. Per questo motivo non lo presero. Ma il cavaliere con gli occhi
azzurri e il mantello sporco di sangue puntò l’indice verso di me, che
me ne stavo davanti alla stalla, con un forcone in mano e una balla di

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fieno per il cavallo. Mi disse: «Posa il forcone, ragazzo, e prendi questa
spada.»
Ricordo di essermi mosso in automatico. Mia madre urlava disperata,
mia sorella piangeva e mio padre, che si era trascinato con la stampella
fuori dal letto, sputava ingiurie contro i cavalieri. Loro rimanevano
impassibili, forse perché erano abituati a quelle scene.
Afferrai la spada che mi era stata consegnata e rimasi sorpreso perché,
nonostante fosse piccola, pesava molto di più del forcone. Cosa avrei
potuto farci io? Cosa si aspettavano da me? Sarei morto di sicuro…
Tutti questi pensieri mi attraversarono la testa, infrangendosi su
qualcosa che era dentro di me e che ancora non conoscevo. L’avrei
scoperta col tempo, battaglia dopo battaglia, dentro gli occhi dei miei
più terribili avversari. Quella cosa non ha un nome, è come un muro
solido ed insormontabile, che s’innalza davanti al cuore, lasciando fuori
la paura.
Mi unii ad altri quindici uomini prelevati dal villaggio, che a testa bassa
s’incamminarono dietro ai cavalieri, tutti certi di non fare più ritorno.
Anch’io sentivo che non sarei tornato, eppure sapevo che non avrei
trovato la morte nella battaglia che ci aspettava. Mentre camminavo
tenevo la spada dritta di fronte ai miei occhi. La osservavo, la studiavo,
memorizzando il contatto dei miei polpastrelli sull’impugnatura avvolta
nel cuoio. Era come se mi avesse incantato. Alcuni dei contadini
provavano dei fendenti, esibendosi in movimenti impacciati,
improvvisando una rudimentale tecnica di difesa. Io invece cercavo di
entrare nella spada. Era come se la sentissi chiamare il mio nome.
Qualcuno durante la marcia incominciò a fare delle domande ai
cavalieri. Avevamo il diritto di sapere perché andavamo a morire, ma i
tre davano risposte vaghe, e sembravano quasi più confusi di noi. Capii
immediatamente che la speranza aveva abbandonato i loro cuori.
L’esercito aveva subito gravi perdite e per questo si erano ridotti a
reclutare i contadini. Al momento era in corso una tregua che sarebbe
durata fino alla luna nuova, tre giorni più avanti, poi ci sarebbe stata la
battaglia finale, sulle sconfinate praterie del nord.
In quei tre giorni non parlai con nessuno. Qualcuno pensò che non
stessi bene, che lo shock di essere stato trascinato lontano da casa mi

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avesse tolto la parola. In verità parlavo, ma sottovoce, o forse solo nella
mia testa. Parlavo a lei, la mia spada, e anche lei mi parlava, con una
voce stridula, tagliente. A volte cantava, ed era bella la sua voce. Più
spesso si lamentava. Chiedeva…
Era una semplice spada di ferro, con un’impugnatura grezza avvolta in
un pezzo di cuoio consunto, un oggetto privo di valore, eppure per me
era come un gioiello, anzi no… Era qualcosa di vivo, con un anima, un
pensiero, uno scopo. Tre giorni dopo capii finalmente perché si
lamentava. Quando trafissi il mio primo nemico la sentii urlare di gioia.
Era quello che voleva. Era quello per cui esisteva. Il sangue…
Se vuoi sopravvivere in battaglia devi pensare solo a te stesso. Nella
mischia la polvere si alza ben sopra la tua testa, la visuale si riduce a
pochi metri, i cavalli mietono più vittime delle spade, e poi ci sono gli
incantesimi, che a volte ti esplodono ai piedi o ti rimbalzano sulla
schiena. La fortuna può valere molto di più di una buona tecnica.
Il segreto mi si dipanò nel momento stesso in cui fui circondato dal caos
della battaglia: concentrazione e controllo del flusso adrenalinico.
Piantato saldamente sulle mie gambe, potevo avvalermi di una discreta
forza, grazie anche agli spossanti lavori nei campi. La spada incominciò
subito a cantare nella mia testa, una vibrazione piacevolmente dolorosa
che dalla mano con cui la impugnavo saliva fino al cuore. In quel
momento sentii la presenza di una parte sopita di me, una forza
complementare della quale ero sempre stato all’oscuro. La sentii perché
in quel momento stava per risvegliarsi.
Un massiccio guerriero del nord dai lunghi capelli biondi, increspati di
sangue e di sudore, si gettò verso di me. La sua armatura era imponente,
fatta di scaglie di metallo e fasce di cuoio. Brandiva un’enorme ascia
bipenne che roteava sapientemente sopra la sua testa. Dieci metri.
Cinque metri. Due metri…
Non mossi neanche un dito fino all’ultimo istante, quello decisivo. Poi
scartai di lato, evitando il fendente, e mi rialzai con l’agilità di un felino.
Mi bastò uno sguardo per individuare il punto debole del mio
avversario. Lasciai fare tutto alla spada. Ne seguii il canto. Lei s’infilzò
con facilità nella parte interna del ginocchio del guerriero, tagliando
nervi e tendini, dissetandosi come un bove lasciato nel recinto in un

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giorno assolato, mentre le urla del biondo soldato si mescolavano a
quelle di mille altri.
Gli fui sopra con un balzo, lo guardai negli occhi, gli lessi la paura e ne
fui incuriosito. Quella parte di me che aveva vissuto al villaggio per
sedici anni, al fianco di un padre premuroso ed una madre gentile, mi
tratteneva dall’affondo fatale, ma l’altra metà, quella nuova e appena
risvegliata, voleva fare colazione. Fu lei a guidare la mia mano, e
affondare la spada nella gola della mia vittima.
Un mercenario che combatteva al mio fianco mi vide e da quel
momento non mi staccò più gli occhi di dosso. “Seguimi e farò di te il
più grande guerriero delle terre del nord» mi disse, mentre falciava i
nemici che ci si facevano sotto. Io rimasi accanto a lui per tutta la
durata della battaglia, e fu così che riuscii a sopravvivere. Il nostro
esercito venne sbaragliato, trovammo rifugio sulle montagne, io e lui da
soli. Il giorno dopo iniziò l’addestramento. Il suo nome era Walkor, e
per me fu molto più di un maestro.
Di notte, appena chiudo gli occhi, odo le urla della mia prima battaglia.
In bocca mi torna il sapore della sabbia insanguinata, la pelle vibra al
ricordo delle energie sprigionate dagli stregoni di entrambi gli
schieramenti, e un’ombra si adagia sul mio cuore…
…è il ricordo di quella parte di me che non esiste più. Il ragazzo che si
chiamava Jillian. Oggi è diventato un uomo e nel mondo è conosciuto
con il nome di Udrien.

dalle “Memorie di Udrien, il forgiatore di leggende”

109
L'AVVENTO (101 Parole)

Alzai lo sguardo e vidi Giove allineato con il Cane Minore; poteva


voler dire solo una cosa, e cioè che l'avvento era prossimo.
«Mamma! Mamma! Papà non tornerà!»
«Tesoro, ma cosa dici? Chi ti ha detto una cosa simile?»
«Sono stati gli astri. Guarda lassù, Giove è in fila insieme a quelle
stelle…»
«Ma cosa c’entra…» disse lei, ma io lessi paura nel suo sguardo.
Lei chiuse la finestra e abbassò la luce della lanterna.
«Adesso dormi» mi disse.
La mattina dopo un messaggero arrivò al castello annunciandoci la
sconfitta dell’esercito e l’avanzare delle armate dell’oscurità.
Fu l’inizio del secolo tenebroso.

110
L'ANELLO ('09)

«Amore, hai visto per caso il mio anello?»


«Ce l’hai al dito…»
«Ma no, non la fede. L’anello che avevo al mignolo, quello fine
d’argento…»
«Avevi un anello al mignolo?»
«Ma certo… che fai, mi prendi in giro?»
«Ti giuro che non te l’ho mai visto… ma sei sicuro?»
«Certo che sono sicuro…»
Quinto Bertocchi se ne esce di casa alle otto meno un quarto, in leggero
ritardo e con un evidente malumore. Si guarda il dito mignolo mentre
poggia le mani sul volante, e prova a ricordare dove potrebbe essere
andato a finire il suo anello. Nonostante il traffico, la radio, il mal
tempo e gli appuntamenti di lavoro, non riesce a pensare ad altro.
Appena entra in ufficio convoca la sua segretaria.
«Teresa, hai per caso visto il mio anello?»
«La fede nuziale?»
«No, quella ce l’ho. Sto parlando del piccolo cerchio d’argento che
avevo al mignolo, si ricorda?»
La segretaria prende tempo per far finta di ricordare e poi scuote la
testa.
«No, sinceramente…»
«Ma come no…» la interrompe l’ingegner Bertocchi, leggermente
infastidito.
«…aspetti, ora che ci penso, mi sembra di ricordare qualcosa. Però non
l’ho visto» mente lei.
«Ecco, lo sapevo! Mia moglie voleva farmi passare per scemo.»
«Mi scusi?»
«No, niente… »
«Ha provato a vedere nel bagno? Magari se lo è tolto ieri per lavarsi le
mani e poi lo ha dimenticato sul lavandino.»
«Si, ottima idea. Andrò subito a vedere.»

111
Teresa se ne torna alla sua scrivania, felice di lasciare il capo alle sue
beghe. Lui perlustra da cima a fondo ufficio e bagno ma non trova
nulla. Si prova a mettere a lavorare, ma non riesce a concentrarsi.
Attende arrovellandosi l’ora di pranzo.
«Giorgio, ti ricordi dell’anello che avevo al dito?»
Al tavolino del bar sotto gli uffici siedono Matteo Franceschini, Giorgio
Pirani e il nostro Quinto Bertocchi. Insalatina, capaccio di bresaola,
prosciutto e melone e tre bicchieri di vino bianco, leggero perché dopo
si torna a lavorare.
«Un anello?»
«Esattamente! Qui al mignolo, avevo un anello d’argento, come una
piccola fede.»
«Ma sai, io sono un po’ distratto con queste cose. Ricordo a malapena
quello che ho mangiato a colazione.»
«E tu, Franceschini?»
«Cosa?»
«Mi hai mai visto un anello a questo dito?»
Lui alza la testa dal carpaccio, ci pensa un po’, o come la Teresa fa finta
di pensarci, e poi risponde di no.
«Questa storia è davvero strana, sapete? È come se questo anello me lo
fossi inventato. Nessuno lo ricorda, ma sono sicurissimo di averlo avuto
al dito, almeno fino a ieri sera.»
«Beh, se sei sicuro allora ce lo avevi.» risponde l’ingegner Pirani.
«La gente è distratta, sai com’é…» aggiunge l’avvocato Franceschini.
«Si, ma neanche mia moglie se lo ricorda…»
«Sabato scorso sono passato dall’edicola e ho comprato una rivista di
fotografia» racconta Giorgio, «e mia moglie è rimasta sorpresa. Si era
completamente dimenticata che è dai tempi del liceo che sono un
fotoamatore. È un mondo troppo veloce, nessuno riesce più a stare
dietro a tutto… Non preoccuparti Quinto…»
Ma le parole di conforto dell’ingegner Pirani non riescono a
tranquillizzarlo. Alle tre e mezzo decide di tornarsene a casa, che tanto
di lavorare non se ne parla nemmeno.
L’ingegner Bertocchi è un tipo preciso. Non perde mai nulla perché
ogni cosa ha un suo posto, sia nel mondo materiale che nella sua testa.

112
Per questo motivo la faccenda dell’anello lo turba. È tentato di mettere a
soqquadro la casa, ma invece si limita a cercare senza smuovere gli
oggetti. Si sforza di ricordare, un’immagine, un’occasione, un rituale
della sua vita super programmata. Niente.
Sua moglie torna alle sei e quaranta. Lui ha preparato un risotto che
mangiano insieme guardando il telegiornale. Vorrebbe chiederle
nuovamente dell’anello ma teme un’altra smentita. Siedono in silenzio,
si fumano un paio di sigarette, poi lei lascia il tavolo con la scusa di
dover finire del lavoro per il giorno dopo. Sparisce nello studio mentre
alla TV passano lo sport.
Quinto si alza, spegne l’apparecchio e si mette il cappotto.
«Esco a comprare le sigarette. Ti serve niente?» domanda alla moglie
attraverso la porta chiusa dello studio. Lei risponde di no e un secondo
più tardi lui è già fuori.
Gira a vuoto per le strade del centro, nel silenzio ristoratore
dell’abitacolo della sua auto. Si chiede se non stia per impazzire.
Succede a volte, come a quel vecchio collega che si era imbottito di
pasticche. Quand’è che era successo? Un mese prima? Lo ricorda bene
quel collega, Marzio Frignani, quarantotto anni, due figli. Quella
mattina presero il caffè insieme, lo ricorda benissimo, e mentre alzava
la tazzina c’era il suo anello, certo, come poteva dimenticarlo. No, non
era pazzo…
Accosta l’auto, slaccia la cintura e incomincia a perquisirla da cima a
fondo. Dietro i sedili, sotto i tappetini, dentro gli scomparti laterali. Si
aiuta con una torcia elettrica che estrae da dentro al cruscotto. Passano i
minuti, fuori piove ma deve tenere gli sportelli aperti se vuole fare un
buon lavoro. Quando finalmente si convince che dell’anello non vi è
traccia, ha i pantaloni completamente bagnati. Sprofonda sul sedile, tira
un sospiro, si accende una sigaretta e guarda fuori attraverso lo sportello
spalancato. Un uomo lo osserva dall’altra parte della strada.
«Che c’è?» gli urla. È infastidito, quasi rabbioso, ammazzerebbe una
persona solo per darsi un contegno.
L’uomo ha un ombrello e un soprabito grigio. Fuori è troppo buio per
distinguere i suoi lineamenti.
«Ha bisogno di una mano?» domanda gentilmente.

113
«Ho perso il mio anello…»
«Mi dispiace.»
Quella risposta lo scuote. Per la prima volta in tutta la giornata
qualcuno lo aveva fatto sentire meglio.
«Gentile da parte sua. Ma vede, il problema è che non sono più sicuro
che ce lo avessi…»
«Non ricorda di avere avuto quell’anello?»
«No, io lo ricordo benissimo. Sono gli altri che non se lo ricordano.
Persino mia moglie, si figuri…»
«Così lei pensa di essere sul punto d’impazzire…»
«Si…»
La città è deserta, i lampioni si riflettono sull’asfalto bagnato, la pioggia
continua a battere.
«Lei non sta cercando l’anello. Lei sta solo cercando di convincersi che
non è mai esistito, ma per quanto si sforzi non riesce a dimenticarlo.»
«E se non fosse davvero mai esistito?»
«Beh, adesso esiste, non le pare? E per quanto lo voglia cancellare dalla
sua testa, quell’anello esisterà sempre. Quindi, le do un consiglio;
accetti semplicemente il fatto che lo ha perso, e non ci pensi più.
Domani passi in gioielleria e ne compri uno nuovo, uguale a quello che
crede di aver perduto. Poi lo mostri a sua moglie e suoi conoscenti e
dica loro che lo ha ritrovato. Vedrà che non faranno una piega, e
penseranno semplicemente di non averlo mai notato.»
Quinto Bertocchi alza la testa verso l’uomo con l’ombrello, immobile
sull’altro lato della strada.
«Che significa tutto ciò?»
«Che nella vita a volte si rincorre e altre volte si è rincorsi, e non
possiamo permetterci di rimanere ad aspettare chi è rimasto indietro»
risponde misteriosamente lo sconosciuto, prima di rimettersi in
cammino sulla strada buia.
Il giorno dopo l’ingegner Bertocchi seguì il consiglio dell’uomo con
l’ombrello ed accadde esattamente quello che aveva previsto. Tutti
quanti si convinsero di non aver mai notato l’anello ma nessuno se ne
preoccupò.
Per Quinto Bertocchi quello fu anche il primo giorno della sua nuova

114
vita. Nei mesi successivi lasciò il lavoro, la moglie e la città, e prese un
treno che andava verso nord. Dal finestrino gettò via l’anello, e si
augurò che qualcuno lo trovasse, e potesse iniziare a vedere le cose
come adesso le vedeva lui.
Perché tutto esiste nel momento in cui lo si pensa.

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UN UOMO, UN VECCHIO E UN BAMBINO (101 Parole)

In una spira del tempo vi erano un uomo, un vecchio e un bambino.


Il vecchio disse al bambino: “Goditi la giovinezza, che passa alla
svelta!”
L’uomo disse al vecchio: “Beato te! Puoi finalmente concederti un po’
di tempo libero.”
Il bambino disse all’uomo: “Vorrei essere grande come te!”
Prima di morire il vecchio si svegliò. Nella spira del tempo aveva
incontrato se stesso, da uomo e da bambino. Pianse, mentre attendeva il
mietitore, perché aveva capito di non avere mai vissuto il presente.
Allora gli venne concesso un altro giorno e, per non sprecarlo, il
vecchio amò dall’alba al tramonto.

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CASTAGNETO ('10)

Per andare a casa di Paola facevo la strada del castagneto, uno sterrato
dissestato che era diventato col tempo il terrore di tutti gli automobilisti
del paese. Tre diverse amministrazioni comunali avevano promesso di
asfaltare quella strada, ma in dieci anni nessuno ha mai fatto niente. In
Italia cose come queste sono la normalità. Io preferivo così. Meno
asfalto c’è meglio è, però avevo anche il vantaggio della jeep.
Da Paola ci ritrovavamo ogni due settimane per fare un po’ di musica
insieme. Veniva Ermanno insieme al suo set di percussioni, Michele col
Fender, Gianluca con la Roland e il Mac e poi c’ero io con una vecchia
Gibson semi acustica che mi aveva regalato mio padre. Paola ci offriva
un po’ di tè verde che sorseggiavamo piano in cucina (lei se ne faceva
tre per scaldarsi la voce), poi montavamo gli strumenti nell’ampio
salotto di casa. In inverno, ma spesso anche d’autunno, il camino era
sempre acceso.
Suonavamo un repertorio misto, selezionato insieme. Ognuno sceglieva
due pezzi attingendo ai propri gusti, così succedeva di alternare canzoni
di Sanremo anni ottanta, per i quali Michele andava matto, con le litanie
di Tim Buckley, uno dei miei idoli di ragazzo, per passare poi ai classici
di Bacharach. Cercavamo comunque di amalgamare il tutto con un
nostro sound, grazie soprattutto ai colori percussivi di Ermanno. Dopo
la scaletta ci buttavamo a capofitto su un lunga jam nella quale Paola
improvvisava delle splendide linee vocali sulle parole delle sue poesie.
Andavamo avanti fino a mezzanotte, tanto la casa era isolata e nessuno
veniva a darci noia. Spesso c’erano altri amici insieme a noi. Si
mettevano sul divano ad ascoltare, con un bicchiere di vino in mano
oppure una birra, un pubblico selezionato con cura, perché nel processo
creativo di un gruppo di musicisti l’atto di esibirsi è un qualcosa di
secondario. Per questo motivo non ci è mai interessato suonare nei
locali.
Dopo il concerto accendevamo la radio. A quell’ora c’era una stazione
jazz che passava vecchi pezzi di Coltrane e Monk. Aprivamo un paio di

117
bottiglie di vino buono e parlavamo, non solo di musica. Andavamo
avanti fino a quando ci reggevano le palpebre. Di solito quando tornavo
a casa il cielo dietro i castagni stava già rischiarandosi. Fu così per
diversi anni, non ricordo neanche quanti, poi a Paola le trovarono il
cancro. Andai a trovarla più volte nei mesi della malattia, ma prendevo
l’altra strada evitando di proposito lo sterrato. Perché quella era la via
del castagneto, delle serate insieme, della musica fatta in casa, senza
pretese. Era la strada di quelle notti piene di note e di risate, ed io
volevo ricordamela così.

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LA SCELTA DI SATINE (101 Parole)

La leggenda diceva che il bosco era cattivo, ma io non ho mai creduto


alle leggende.
Satine era mia figlia, e l’amavo più di ogni altra cosa. Peccato che prima
che il bosco la facesse sua, ancora non sapevo che cosa significasse
amare.
«Padre, ascoltami…»
Ma io non l’ascoltai. Pensai solo che le sue idee erano bizzarre ed
immature.
«Non toccare quel bosco. Non farlo radere al suolo. Quel bosco… è
antico.»
Ma io non ho mai creduto alle leggende…
È passato un anno, e i lavori sono sospesi.
Sto andando da lei, adesso. Anche io ho fatto la mia scelta…

119
LA SINDROME DEL SENSO DI COLPA ('09)

Carey Wolf apre gli occhi alle sette e trentacinque in punto. L’impulso
viene da una zona circoscritta del cervelletto, quella destinata alle
connessioni. La sveglia interna lo informa dell’ora, del giorno, dell’anno
e degli appuntamenti in agenda. In meno di tre secondi Wolf è a
conoscenza della temperatura esterna, di quella interna, della probabilità
percentualistica di precipitazione e delle ultime news, settate secondo
priorità: cronaca, politica, sport, annunci-incontri.
Carey Wolf vive in un penthouse che si affaccia su Londra. L’intero
edificio è di sua proprietà, così come l’elicottero posteggiato sulla pista
d’atterraggio, che è anche la terrazza del suo appartamento. Alle nove e
quindici ha un appuntamento dall’altra parte della città; appena venti
minuti di volo.
Sotto la doccia visiona il notiziario, mentre si veste conclude un paio di
operazioni bancarie, davanti ad un caffè fumante contatta la sua
segretaria, le da disposizioni, chiama Tokio, Parigi e Washington, il
tutto senza toccare un solo dispositivo. Interfaccia cerebrale Mitros;
trattarsi bene è un dovere.
La giornata sfila via senza intoppi. Appuntamenti di lavoro, lunch
insieme agli amici, un salto in ufficio nel pomeriggio, il tennis club fino
alle cinque, l’aperitivo con Tania, contattata attraverso l’open-chat
Aphrodite, sushi accompagnato da un Krug Vintage, sesso in ascensore,
giochi erotici e coca nella suite dell’Hotel Palace, ovviamente di sua
proprietà. Il sonno lo rapisce felice.

Roman Baker si sveglia tra le lenzuola di seta dell’Hotel Palace.


Accanto a lui c’è sua moglie Penelope, capelli neri, occhi profondi
come il mare e un culo da urlo. Sono sposati da sole ventiquattro ore ma
qualcosa in Roman gli dice che non sarebbero durati fino a fine anno.
Sul momento gli sembrava una buona idea; il matrimonio, la luna di
miele a Londra, ma soprattutto il sedere di lei. Si conoscevano da poco
più di un mese e non l’aveva mai vista andare fuori di testa come la sera

120
prima.
Sul tavolino da tè della suite rimanevano un paio di strisce di coca,
quelle che lui aveva rifiutato. Il naso di Penelope sembrava un
aspirapolvere. Si era avventata su di lui strappandosi la camicetta,
cercando disperatamente la lampo dei suoi calzoni, quando
improvvisamente la scena dall’erotico si era trasformata in grottesco.
Un fiotto di sushi e champagne era sgorgato dalla sua bocca,
battezzando le lenzuola della loro prima notte d’amore.
Roman si alza e si accende una sigaretta. L’interfaccia lo ha appena
informato dell’ora e delle condizioni meteorologiche, oltre a ricordargli
per filo e per segno gli eventi appena trascorsi. Le due del pomeriggio.
Con lei fuori gioco c’era d’aspettarsi di passare tutta la giornata tra le
mura di quella dannata suite. Tanto valeva riordinare un po’ la stanza.
Più tardi Penelope apre gli occhi, sente il suono del televisore, fa per
alzarsi ma un terribile mal di testa la convince a rigirarsi di nuovo tra le
lenzuola e a riaddormentarsi.
Alle otto e quindici Ramon ordina la cena; bistecca, insalata ed un
bicchiere di vino per lui e un tè per lei. È ancora a letto. È dispiaciuta.
Vorrebbe farsi perdonare ma la testa le scoppia.
Alle dieci e cinquantacinque dormono nuovamente entrambi come due
angioletti.

Emmilian Lalonde non ama gli hotel, ma oggi è a Londra per lavoro e il
Palace è uno dei migliori. L’interfaccia gli dice che sono le sei e
cinquantacinque e che tra poco più di mezz’ora lo verranno a prendere.
Sua moglie Linda, che dorme profondamente accanto a lui, ha regolato
la sveglia alle otto. Non la disturba, ma non può fare a meno di
accarezzarle i capelli, velluto nero sulla seta delle lenzuola. Sarà
comunque di ritorno all’hotel per pranzo, dopo il sopralluogo al Grand
Terminal.
Emmilian Lalonde, ingegnere informatico, trentadue anni, sposato da
quattro, impiegato del governo, residente a Northampton, apre i files
nella sua testa, come farebbe davanti a uno schermo. Invece è sotto la
doccia, usa uno shampoo antiforfora e si chiede se non rimarrà calvo
prima dei quaranta. Abito grigio, senza cravatta perché la odia, sfiora la

121
testa della moglie con le labbra prima d’imboccare la porta ed uscire nel
corridoio dell’albergo. Gli rimangono poco più di dieci minuti per la
colazione. Nel frattempo si ripassa il programma; aggiornamenti al
software Wakeup, controllo ricezioni satellitari, installazione nuovo
sistema operativo. Una mezza giornata di lavoro buona. Il caffè è
eccellente.
L’auto è una di quelle del governo, nera coi finestrini opachi. Si ferma
davanti all’entrata della lobby anche se non potrebbe. Il portiere fa finta
di niente. Ne esce un tipo alto, stempiato, abito nero, occhiali
rigorosamente scuri, portamento distaccato, movimenti chirurgici.
Lalonde, comodamente seduto sul divano davanti alla reception, lo
osserva venirgli incontro con passo sicuro.
«Mister Lalonde?» La sua voce è asettica.
«Si, sono io.»
«Andiamo…»
L’abitacolo è diviso da un vetro. L’uomo siede accanto all’autista,
mentre Lalonde è da solo sul sedile posteriore. Le corsie preferenziali di
Londra sono semideserte, pochissima la gente sui marciapiedi. Molti
negozi sono ancora chiusi; non sono ancora le otto.
Lalonde si rilassa con un po’ di musica. Seleziona la playlist lounge,
chiude gli occhi e si lascia trasportare. Pensa ai baci di Linda, al suo
profumo, al modo in cui hanno fatto l’amore, tra le lenzuola di seta
dell’Hotel Palace. Dio come l’amava!
Lalonde riapre gli occhi su un assolo di sax. C’è qualcosa che non và.
La strada non è quella giusta. Bussa al vetro, chiede spiegazioni
all’autista e al suo amico ma nessuno gli risponde. Gli sportelli sono
ovviamente bloccati. I finestrini anche. Mentre immagini di una
periferia sconosciuta scorrono attraverso i vetri, Lalonde si chiede in
quale guaio sia finito. Le connessioni nella sua testa sono partite. Non
gli è più possibile comunicare con l’esterno.
«Dove mi state portando? Cosa è successo al mio interfaccia?» urla
attraverso il vetro, ma i suoi rapitori non si voltano neanche a guardarlo.
Pensa veloce, prova a riaccedere al server madre, ma niente da fare, è
tagliato fuori. Usa un programma interno rivelatore di impulsi. C’è
qualcosa nella parte posteriore dell’abitacolo che altera la ricezione, se

122
solo riuscisse ad aggirare il problema potrebbe avvertire il Grand
Terminal, ma deve fare in fretta. Gocce di sudore gli imperlano la
fronte, mentre smuove i pezzi di uno strano puzzle nella sua testa. Ecco,
ci siamo quasi…
…ma l’impulso cambia improvvisamente di frequenza, e questa volta è
doloroso. Lalonde si accascia sui sedili posteriori dell’auto nera,
sprofondando in un oblio digitale.

Quando riapre gli occhi la luce di un neon lo abbaglia. È disteso su un


lettino reclinabile di pelle nera, dentro una stanzetta vuota. C’è una
porta alla sua destra e un ampio specchio alla sua sinistra. Qualcuno lo
sta osservando al di là di quel vetro, ma non è il suo interfaccia a
suggerirglielo. Quello è ancora inaccessibile.
Dolorante si mette a sedere. Hanno giocato un po’ con il suo sistema
neurale, usando frequenze proibite. Il risultato è come un giro nel
portabagagli di un auto senza sospensioni.
La porta si apre. Entra un uomo sulla cinquantina, calvo, con gli
occhiali, il camice bianco, una cartelletta in mano. Qualcuno richiude la
porta da fuori; è il tipo con gli occhiali scuri.
«Buongiorno signor Lalonde, il mio nome è Valentin Sayer, oppure
dottor Sayer se le va…»
«Dove diavolo sono? Chi siete voi?» Lalonde cerca la voce arrabbiata,
ma riesce appena a sollevare la testa. Tossisce, si stringe le tempie,
ritorna distendersi sul lettino.
«Non si affatichi. Vedrà, le passerà presto.»
Questa volta non risponde. Sa già che non ne vale la pena.
«Mi spiace per ciò che sta passando, ma presto si renderà conto che
quello che vi abbiamo fatto era necessario…»
«Stronzate…» sussurra Lalonde con le mani sul volto. Se solo potesse
riaccedere al suo interfaccia, pensa.
Il dottor Sayer riprende a parlare «…non mi sembra il caso di andare
avanti, adesso. Le darò qualcosa per far calmare i dolori. Riprenderemo
più tardi.»
Nei minuti susseguenti un’infermiera gli somministra degli
antidolorifici per endovena. Mezz’ora dopo i dolori sono scomparsi, ma

123
l’accesso al deck interno è sempre sbarrato.
«Fatemi uscire!» urla, sbattendo i pugni sul vetro. Valentin Sayer rientra
nella stanza. Ha una sedia pieghevole. La apre e si accomoda davanti al
lettino del prigioniero.
«Adesso mi ascolti bene signor Lalonde, e cerchi di prestarmi
attenzione. Tra meno di un’ora sarà di nuovo sull’auto e questa volta in
direzione del Grand Terminal.»
«Che cosa vuol dire tutto questo?»
«Glielo sto cercando di spiegare, signor Lalonde. Si sieda ed ascolti.»
Riacquistata un minimo di tranquillità, Lalonde prende posizione sul
lettino di pelle. È aggrappato alla promessa del dottore; tra meno di
un’ora tornerà tutto normale.
«Quello che sto per rivelarle le sembrerà assurdo, ma non ho nessun
altro modo per convincerla se non quello di raccontarle come stanno le
cose. Starà a lei crederci oppure no.»
Sayer usa una pausa per assicurarsi che il suo interlocutore lo stia
seguendo. Lalonde mette su uno sguardo scettico ma pare concentrato.
La storia incomincia.
«Come lei sa il Grand Terminal di Londra gestisce tutti gli impulsi dei
maggiori network. Li seleziona, li smista, li traduce e li converge ai
ripetitori ai quattro angoli del pianeta. Il 98% della popolazione
mondiale utilizza degli implant-deck che quotidianamente vengono
aggiornati con nuovi flussi di informazioni; previsioni meteorologiche,
notizie, annunci e aggiornamenti per la navigazione in rete. Il suo
lavoro è proprio quello di monitorare il sistema utilizzato dal Grand
Terminal. Le spiace se fumo?»
Valentie Sayer estrae un pacchetto di sigarette al mentolo.
«No, si figuri» risponde Lalonde, ma l’odore del tabacco aromatizzato
gli mette subito la nausea.
Sayer riprende a parlare.
«Quello che non sa è che in realtà il Grand Terminal è il più grande
esperimento di acquietamento mai realizzato. Ciò che trasmette
regolarmente ogni giorno a milioni di persone, pochi istanti prima del
loro risveglio, non è solamente una manciata di informazioni di comune
utilizzo; orario, temperatura, messaggi di segreteria ecc. Come lei

124
certamente saprà gli interfaccia interagiscono direttamente con la zona
del cervello riserbata alla memoria, moltiplicando la sue capacità di
storage a seconda della potenza del dispositivo in dotazione. L’impulso
lanciato dal Grand Terminal ogni giorno al 98% della popolazione
mondiale cancella sistematicamente la cartella “memoria” e la riempie
con nuove informazioni. Come conseguenza succede che ogni
individuo ha una percezione diversa della propria vita ogni singolo
giorno.»
Le parole del dottor Sayer rimangono prigioniere della piccola stanza.
Lalonde prova ad afferrale, a farle sue, ma queste gli scivolano via.
«Lei è pazzo!» borbotta.
«Mi faccia spiegare. Ancora qualche minuto e poi sarà libero di
andarsene.» Spenge la sigaretta schiacciandola sul linoleum e apre la
cartellina che ha in mano.
«Lei oggi è il signor Emmilian Lalonde, felicemente sposato con la
signora Linda Lalonde, che al momento si trova sotto la doccia nella
vostra suite dell’Hotel Palace. Lei crede di essere arrivato ieri sera a
Londra con il treno delle diciotto, di aver fatto il check-in, di aver
cenato al ristorante dell’albergo, di essere salito in camera e di aver fatto
l’amore con sua moglie. In realtà ieri lei era il signor Roman Baker, che
a sua volta credeva di essere in viaggio di nozze con sua moglie
Penelope. Il giorno prima invece era il signor Carey Wolf, proprietario
dell’Hotel Palace, arrivato nella medesima stanza nella quale vi siete
svegliato stamattina insieme a Tania, una ragazza di facili costumi.
Ovviamente avrà già capito che Tania, Penelope e Linda sono la stessa
persona. L’impulso non riesce a cancellare completamente tutti i ricordi.
Se lei prova a concentrarsi su questi nomi, Roman Baker e Carey Wolf,
forse riuscirà a rammentare qualcosa…»
Lalonde chiude gli occhi, vorrebbe ridere a squarciagola e uscire da
quella situazione insensata, ma qualcosa lo trattiene. Si concentra sui
due nomi. È tutto così assurdo… Frammenti di una vecchia pellicola gli
scorrono davanti agli occhi; un volo in elicottero, una partita a tennis,
un pompino in ascensore, due strisce di coca sul tavolino dell’hotel, una
bistecca con insalata…
«Che diavolo significa?» urla.

125
«Adesso si calmi, ho quasi finito» lo rassicura il dottor Sayer. Poi
riprende a parlare.
«Stiamo monitorando l’esperimento da circa due anni e crediamo che
sia venuto il momento di interromperlo. Per questo motivo lei è qua. Le
daremo istruzioni per innescare il programma di disinstallazione, una
volta che raggiungerà il Grand Terminal. Ma prima vorrei spiegarle i
motivi di quello che stiamo facendo.» Sayer cerca una posizione più
comoda sulla sua sedia e si accende un’altra sigaretta al mentolo.
«L’inaudita escalation di violenze, guerre e calamità accadute nella
prima metà di questo secolo hanno convinto alcune persone nelle stanze
dei bottoni ad iniziare un piano di selezione demografica estremamente
rigido. Le sue percezioni del mondo le fanno credere che siamo più o
meno sette miliardi, ma non è così. La popolazione mondiale conta
poco più di cinquecento milioni di persone. La selezione ovviamente ha
preferito le civiltà più avanzate, e il risultato è stato ottenuto attraverso
una sistematica pulizia etnica ai danni delle popolazioni più retrograde.
Una volta conclusasi questa prima fase, si è operata un’equa spartizione
delle risorse energetiche e delle terre. Per qualche anno il nuovo
ridimensionamento geopolitico ha giovato grandemente all’umanità.
Sono terminati i conflitti e si sono risolti i problemi relativi alla scarsità
delle risorse primarie; gas, petrolio e acqua. Purtroppo dopo un paio di
anni si sono avvertiti i primi sintomi di quella che tra noi addetti ai
lavori chiamiamo semplicemente la “sindrome del senso di colpa”. La
maggior parte della popolazione, malgrado il bel vivere, non riusciva a
sopportare l’idea di aver partecipato, attivamente o passivamente, allo
sterminio di più di sei miliardi di persone. Le prime conseguenze furono
degli stati depressivi di massa che portarono al suicidio un numero
impressionante di persone. Si iniziò subito un primo programma di
acquietamento, cercando di rimuovere i ricordi della pulizia etnica ma
purtroppo, come ha appena constatato lei di persona, non è facile
cancellare completamente il supporto mnemonico del cervello. Fu così
che avviammo il secondo programma di acquietamento, cioè quello in
corso. I supporti di memoria della popolazione mondiale sono stati
cancellati e riprogrammati più di seicento volte ormai, e crediamo che si
sia finalmente persa ogni traccia di quelle terribili testimonianze. Per

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questo è giunto il momento che ognuno si riappropri della sua identità.»
Lalonde ascolta il suo corpo e cerca di convincersi che tutto quello che
gli è appena stato detto è un’enorme frottola. Ma qualcosa dentro di lui
gli sussurra che non è così.
«Prenda questo supporto e lo inserisca nel deck del Grand Terminal.
Penserà a tutto lui.»
Sayer consegna nella mani tremanti di Lalonde un microchip. Poi
l’uomo con gli occhiali scuri entra nella stanza, lo prende gentilmente
per un braccio e lo accompagna fuori, attraverso uno stretto corridoio, e
poi oltre una porta grigia di metallo. L’aria gelida del mattino spazza via
la nausea delle sigarette al mentolo. C’è l’auto nera ferma in un enorme
parcheggio vuoto. Lalonde viene condotto nell’abitacolo, il motore si
accende e meno di cinque minuti più tardi la zona periferica industriale
è già alle sue spalle.
L’incubo è finito, pensa. Questa gente è pazza! Poi incominciano i
ricordi. I grandi forni crematori, la puzza nauseabonda dei corpi
bruciati, le immagini di devastazione riprese dalle televisioni, la fredda
determinazione degli eserciti della coalizione, la propaganda di morte
dei governi. Tutto risale in superficie, come un veleno aggrappato alle
cellule del corpo, incapace di essere rimosso neanche attraverso le
generazioni. La nuova maledizione dell’uomo.
«Fermate la macchina! Vi prego, fermatela, devo vomitare!» ordina
Lalonde, battendo sul vetro che lo separa dai due uomini.
Un marciapiede di periferia si macchia dei resti della colazione del
Palace.

«Come ha reagito il soggetto numero 543?»


«Negativo.»
«Tempo di affioramento dei ricordi?»
«Diciassette minuti e quarantacinque secondi.»
«Meglio di ieri. Molte grazie, dottor Sayer.»
«Riproviamo domani?»
«Certo.»
«Nome del soggetto?»
«Wildon Harvie.»

127
L'ASINO E IL POZZO (101 Parole)

C’era una volta un asino che era caduto dentro un pozzo. Il fattore lo
sentì ragliare e andò a vedere cos’era successo, ma dato che l’animale
era vecchio e il pozzo andava comunque coperto, si convinse che non
valeva la pena salvarlo. Quindi incominciò a riversare terra a palate
dentro il pozzo.
L’asino continuò a disperarsi, ma dopo un po’ smise di ragliare. Il
fattore, incuriosito, guardò dentro. Ogni palata di terra l’asino se la
scuoteva di dosso e poi ci saliva sopra con le zampe.
Una volta che il pozzo fu ricoperto interamente, l’asino con un balzo vi
uscì fuori.

128
ROCK CITY ('10 - '11)

I) Il Concerto dei Sacrifice alla Spiaggia

La spiaggia era l’ultima attrazione underground, una striscia di terra non


completamente soggetta alle regole della città, forse a causa della marea
che la rendeva accessibile solamente dopo le dieci di sera. Fino al calar
del sole infatti i bagnanti si accanivano per un metro quadrato di sabbia,
che dall’argine che divideva il lungomare fino al bagnasciuga non
c’erano più di dieci metri, per un tratto di appena un chilometro. Il resto
della costa apparteneva agli scogli o al porto di Rock City, lo scalo per
carghi più importante del litorale. Ma le attività portuali non erano certo
la risorsa economica principale della città. Rock City era il centro
nevralgico dell’industria musicale, “the place to be”, una metropoli
sconfinata che dalle montagne rocciose si estendeva fino all’oceano;
case, palazzi, giardini e una rete intricata di strade sulle quali ogni
giorno milioni di autovetture disegnavano quel moto perpetuo che
incorniciava la macchina da soldi più redditizia di tutto il paese. Rock
City rappresentava il traguardo dei giovani rockers che rincorrevano le
chimere di denaro e popolarità. In realtà, dietro il sipario dorato
dell’industria musicale, si nascondevano orde di affamati avvoltoi e
zannuti caimani. Una volta che l’aspirante star veniva irretita dalle
suadenti parole dei discografici, non c’era possibilità di salvezza. I
contratti stipulati dalle due grandi major del paese imprigionavano la
creatività del musicista trasformandolo in un animale da allevamento,
una gallina costretta a cagare uova dal culo fino al giorno della sua
morte. Alla maggior parte degli artisti poteva anche andar bene
trascorrere la loro dorata esistenza dentro le ville bunker, assediati dai
fan guardati a vista dalle guardie del corpo, intontiti per buona parte
della giornata dalle droghe più in voga dell’ambiente. Gli sciamani
facevano ottimi affari. Molti di loro lavoravano per le major e avevano
il compito di tenere i “ragazzi” tranquilli.
Rock City vantava nove enormi stadi e centinaia di edifici per ospitare
concerti ed eventi musicali. Ognuna di queste strutture apparteneva o

129
alla Music Dome o alla Dream Records, le due case discografiche che
detenevano il patrimonio artistico musicale del paese. Se volevi far
suonare la tua band, dovevi essere pronto a firmare un patto di sangue,
altrimenti ti rimanevano i marciapiedi oppure i luoghi improvvisati,
come la spiaggia appunto.
Quella sera, la sera in cui incomincia la nostra storia, i fuochi
danzavano allegri a pochi metri dalla risacca, ma le voci della ciurma
erano leggere, un bisbiglio che si perdeva tra lo scoppiettio dei falò,
perché si parlava del diavolo e dei suoi accoliti, del blues maledetto e
della sfrenata voglia di suonare, ma soprattutto si parlava di loro, la
sensazione, il nuovo sound, la magia, l’onda che da innocua diventa
anomala; i Sacrifice. Timmy O’brain al basso, David J. Simmons alla
batteria, Rupert “Algie” Crowford alle tastiere, Mick Mulder alla
chitarra ed infine il leggendario Stewart “Bee” Dawnson alla voce e
percussioni. I nomi erano un banale stratagemma per ingannare le
piattole, ovvero gli infiltrati delle major. Di sicuro ve n’erano anche
quella sera alla spiaggia, ma non tra la ciurma, perché loro erano in
gamba, fratelli di strada e di pasticca, con un sogno troppo utopico per
quella città; fondare un’etichetta indipendente. Il governo, pressato dalle
major, aveva emanato nuove regolamentazioni che rendevano
praticamente impossibile per un semplice cittadino iniziare una casa
discografica. Chi ci provava senza i giusti requisiti rischiava multe
salatissime e in alcuni casi anche la prigione.
Il palco era stato allestito a ridosso dell’argine, un solido muro di pietra
alto una decina di metri. Un alimentatore a benzina rombava
sommessamente dietro la pedana. Agli strumenti ci stavano pensando i
ragazzi di Rufus, il genio dell’underground. Era lui che organizzava
quegli eventi, un idealista che prima o poi avrebbe fatto una brutta fine,
così dicevano di lui in molti, nonostante lo considerassero un mito. Le
prime scariche elettriche si diffusero sulla spiaggia verso mezzanotte, e
c’era già un bel po’ gente attorno ai fuochi, forse duecento anime in
tutto. Pochi minuti più tardi vennero provati gli strumenti. Due fari
spartani illuminavano il palco e le attrezzature, ma i Sacrifice non
avevano bisogno di effetti speciali per scaraventare secchiate di
emozioni addosso al loro pubblico.

130
Il brusio si attenuò. Rufus in persona salì sul palco per annunciare la
band. La gente si avvicinò al palco, si accalcò con un movimento
aggraziato, complici i fumi acidi delle pasticche che giravano quella
sera. Cinque ragazzi spuntarono dalle ombre, come se avessero lacerato
il drappo della notte arrivando direttamente da un’altra dimensione.
Calze da donna strette intorno ai loro volti deformavano i loro
lineamenti. Nessuno sapeva chi fossero e questo mandava letteralmente
in bestia i discografici, che da tempo cercavano di assicurarseli. Anche
se non volevano aver niente a che fare con loro, le major conoscevano
molti modo per convincere un musicista restio a firmare un contratto.
Esistevano droghe fatte a posta per questo scopo.
La folla urlò, alzò le mani al cielo, mentre i cinque si apprestavano a
servire un antipasto di riff e vibrazione allo stato puro. Mick attaccò
l’arpeggio che introduceva Sweet Mary, e fu l’apoteosi. Suonarono per
due ore, e poi tornarono sul palco per ben tre volte. I fuochi stavano per
spegnersi, la luna era ormai scomparsa sotto l’orizzonte, ma loro
continuavano a suonare. Nonostante le più grandi rock band del paese si
esibissero regolarmente in ogni buco di Rock City, erano anni che non
si assisteva ad un concerto come quello dei Sacrifice alla spiaggia. Di
questo ne erano sicuri, tutti, Rufus e suoi ragazzi, le grupies di
Gwendaline la matta, che non persero l’occasione per dileguarsi insieme
alla band, e naturalmente i compagni della ciurma. Rimasero solo loro
sulla spiaggia, e il cielo stava per rischiararsi e la mattina avanzava, ma
la cassa della birra non era ancora finita e la ciurma non riportava mai a
casa le bottiglie piene.
«Cazzo ragazzi, che concerto!» Era la settima o l’ottava volta che lo
ripeteva, perché Jason era andato di brutto quella sera.
«Si, però il problema è sempre quello: la spiaggia, gli scantinati, i
parcheggi… è assurdo che non si possa assistere ad un concerto decente
in un posto decente…» Era stato Fez a parlare, il più cazzuto dei quattro
e colui che più di ogni altro desiderava che le cose cambiassero a Rock
City.
«Si, però alla fine che te ne frega… Siamo qui, siamo insieme, i
Sacrifice hanno suonato anche stasera, domani andiamo giù da Barlow
a vedere King Sorrow, che di sicuro darà spettacolo… Ci divertiamo,

131
tra pochi intimi ma con la gente giusta…» Nick era così, si accontentava
di poco e forse faceva bene, ma Fez non riusciva a tollerare le
ingiustizie della città del rock. Aveva perso diversi amici per colpa delle
tecniche persuasive delle major, musicisti fantastici che una volta
entrati nel giro erano stati strizzati come degli agrumi e poi abbandonati
nei vicoli della metropoli in preda alle più assurde dipendenze. Nick
questo lo sapeva bene, ma aveva bevuto troppo quella sera per tenere a
freno la lingua. Fez lo guardò storto e si aprì l’ennesima bottiglia. Era
l’ora delle streghe, non più notte ma nemmeno giorno, e a quell’ora è
bene non parlare di certe cose, specialmente a Rock City, la città
preferita dal diavolo.
«Se solo tornasse Melvin…»
«Che cazzo dici, Ben!» Ben era il quarto della ciurma, il più oscuro, uno
sciamano un po’ troppo giovane per maneggiare funghi e polveri
magiche. Eppure ci sapeva fare, lo dicevano tutti…
«Jason ha ragione… Non parlare di certe cose a quest’ora» aggiunse
Nick, guardandosi intorno. La spiaggia era ormai deserta e le onde si
stavano riprendendo i metri perduti durante il periodo di bassa marea.
«Però non ha tutti i torti…» concluse Fez, e poi nessuno disse più niente
per almeno cinque minuti.
A Rock City la storia di Melvin, menestrello di Belfagor, era divenuta
ormai leggenda. Tre anni prima il chitarrista degli Azazel’s Eyes
annunciò sul palco la sua dipartita, tra le urla di disperazione dei fan e
l’incazzatura generale dei discografici della Music Dome. La major
prese i soliti provvedimenti; prima sguinzagliò i suoi scagnozzi, poi gli
avvocati, poi le forze dell’ordine ed infine i suoi sciamani, ma Melvin
Adams, chitarrista super talentato del gruppo hard rock più in voga del
momento, era praticamente scomparso. Iniziarono a girare voci sul
diavolo, sempre lui, perché se esistesse per davvero non potrebbe che
bazzicare Rock City. Melvin non era il primo, dicevano le voci
dell’underground. “Il diavolo se ne intende di musica e anche lui non
sopporta i sistemi dei discografici, per questo se chiedi il suo aiuto non
te lo rifiuterà.” Così diceva Rufus, uno che non si faceva problemi ad
ammettere di averlo visto, il diavolo. E così la leggenda era ormai
diventata verità. Il diavolo era giunto in aiuto di Melvin e lo aveva

132
salvato dalla Music Dome, poi se lo era portato nella sua opulente
tenuta sotterranea (si raccontava infatti che Lucifero abitasse sotto
Rock City in uno sconfinato dungeon pieno di meraviglie) e nominato
suo personale menestrello. Per quanto folle e bislacca, questa storia
diventava tremendamente vera con la sostanza giusta nelle vene, e a
quell’ora sulla spiaggia la ciurma ne aveva parecchia di roba in circolo.
«Che vuoi dire, Fez? Ci credi anche tu a quella storia?» chiese Nick, che
ci credeva senza volerlo ammettere.
«Beh, so solo che gli Azazel’s Eyes si sono sciolti dopo il fattaccio e
nessuno ha più rivisto Melvin, e una spiegazione ci deve essere. Le
major non si lasciano scappare le loro galline dalle uova d’oro in questa
maniera…»
«E poi c’è anche la storia di Xiano, ricordate? Il cantante dei Paladine…
anche lui non si sa che fine abbia fatto… » aggiunse biascicando Jason.
«In tutta sincerità, considerando come vanno le cose a Rock City, non ci
penserei due volte a mettermi dalla parte del diavolo» ammise Fez. «Se
mi aiutasse a fondare una mia etichetta gli offrirei volentieri da bere…»
«Allora perché non me ne stappi una?» la voce pareva quella di una
ragazzina, e quando la ciurma mise a fuoco quella figura che si
avvicinava dal mare, tra le ombre malamente rischiarate dalle braci del
fuoco attorno al quale sedevano, tutti pensarono che le pasticche di
quelle sera erano state tagliate male. Ma l’uomo, o la cosa, non badò
alle loro facce stralunate, si mosse con precisione verso i ragazzi, prese
posto in mezzo a loro, afferrò una bottiglia e bevve un sorso che sembrò
non finire mai. Solo quando finalmente, con un sonoro schiocco di
lingua, l’uomo terminò la sua birra, i quattro riuscirono a guardarlo in
faccia, e a perdersi nei suoi occhi cremisi.
«Allora signori, fate il vostro gioco…» disse. Poi rise forte, e nessuno
membro della ciurma dimenticò mai quella risata.

II) Il Fantasma di Penelope Pearl

I ragazzi sedevano sulle panchine del parco, quello dietro l’Agorà, il più
grande dei centri musicali della Dream Records, sessantamila metri

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quadri di negozi di strumenti, sale di registrazione, bar, ristoranti,
negozi di dischi, e poi parrucchieri, tatutatori, tabaccai e rivenditori di
gadget di ogni tipo. Il tutto sorgeva intorno a due grandi palcoscenici
sui quali ogni sera dava spettacolo la crema del pop di Rock City. Erano
passate da poco le tre di notte e i bandoni erano ormai chiusi.
Avrebbero riaperto appena sei ore dopo, perché il flusso era
inarrestabile e la voglia di fare parte del grande gioco della musica non
risparmiava nessuno. A quell’ora gli irriducibili rimanevano sulle
panchine del parco, aggrappati all’ultima bottiglia di birra, per lasciarsi
accarezzare ancora un po’ dalla notte e smaltire nella testa i fumi delle
pasticche.
- Dai Alvin, raccontaci ancora della Pearl…
- Mio Dio, che schianto che era, me la sarei fatta…
- Ehi ragazzi, piano con le parole. La ragazza non era di certo una santa,
ma la sua voce metteva i brividi e solo per questo non le si può mancare
di rispetto, specialmente adesso che non c’è più…
- Già, è stata una perdita per tutti, soprattutto per la Dream Records…
- Che si fottino quelli della Dream Records…
- Dai Alvin, dicci come è andata…
- Cazzo, lo sai come è andata, te l’avrà raccontata almeno cento volte…
- Si, ma è sempre uno spettacolo. Dai incomincia, che la benzina è quasi
finita… - Alvin si sistemò a sedere coi piedi sulla panchina e le braccia
poggiate sulle ginocchia, in modo da poter guardare tutti quanti in
faccia, perché quando Alvin raccontava una storia voleva entrarti dentro
e farti credere a tutto, la magia, il diavolo e gli spettri del palcoscenico.
Rock City era una città strana e succedeva sempre qualcosa di
inspiegabile, perché nella metropoli della musica la magia esisteva per
davvero, e la linea che divideva il vero dall’immaginato correva sul filo
delle sostanze spacciate dagli sciamani. La storia di Penelope Pearl la
conoscevano tutti in città, ma nessuno riusciva a raccontarla bene come
Alvin, giovane roady al soldo della D.R. Intendiamoci, lavorare per una
major era una cosa normalissima a Rock City, se si considera che più
del sessanta per cento del fatturato cittadino veniva dall’industria
musicale e affini. Se volevi campare, il che significava rimanere nel
giro, divertirti ed assistere ogni tanto ad un bel concerto, non ti restava

134
che mettere da parte i tuoi principi ed incassare l’assegno dei
discografici. Alvin avrebbe volentieri dato fuoco a tutta la baracca, ma
le cose non sarebbero cambiate e lui avrebbe sicuramente fatto una
brutta fine, perché non conveniva mettersi contro le major. Per questo e
per altri motivi, tanto valeva seguire il flusso e vivere il sogno.
Il silenziò calò attorno alla panchina. Il ragazzo si lasciò andare ad un
lungo sorso di birra, poi scaraventò la bottiglia vuota nelle ombre del
parco. La storia poteva incominciare.
- Penelope Pearl aveva mille talenti, ma io la ricorderò per sempre per
queste tre cose; la voce, gli occhi e la parlantina. Erano tre abilità che si
fondevano nel momento in cui voleva colpirti. Ti guardava, dal basso
dei suoi centosessantuno centimetri, e potevi già dirti fottuto, perché
perdersi nel verde smeraldino dei suoi occhi era come abbandonarsi ad
un tuffo nel vuoto. Poi ti parlava e, a differenza di molti cantanti, che
quando li senti chiacchierare ti chiedi come facciano a tirar fuori dalla
gola certe note, la magia della sua voce ti arrivava dritta al cuore,
proprio come quando attaccava uno di quei pezzi strappa-anima con cui
usava chiudere i suoi concerti. E mentre facevi i conti con le emozioni
rimescolate dal timbro di quella giovane gattina, lei t’infilzava con le
parole giuste, che ti sparava addosso come una mitraglietta. Insomma,
era meglio non mettersela contro, che se all’apparenza sembrava
un’innocua ragazzina viziata, in verità c’aveva due palle invidiabili.
Purtroppo anche lei, come tutti del resto, c’aveva i suoi vizi. Ma era
furba e per questo si riforniva solo dal suo sciamano di fiducia, che al
tempo del fattaccio era anche il suo ragazzo. Si chiamava Miguel, un
tipo ispanico con i rasta fino al culo, tre o quattro anni più giovane di lei
che ne aveva venticinque quando morì. Il ragazzo ci sapeva fare ma era
un tipo strano, lo dicevano tutti nel giro. Parlava poco e alle serate di
gala non si faceva mai vedere, ma lo potevi adocchiare dietro il palco
durante i concerti, defilato tra le ombre. Poteva leggerti la mano, farti le
carte e altre stronzate del genere, e si era sparsa voce che ci azzeccava,
figlio di puttana. Chissà che fine avrà fatto…
Alvin afferrò l’ultima birra e cambiò posizione. Nessuno disse niente
per paura di rompere l’atmosfera. Era il momento in cui la storia entrava
nel vivo.

135
- Era settembre e mancavano solo un paio di concerti alla fine del tour.
La Dream stava spingendo per farle registrare subito un nuovo album e
poi riportarla sui palcoscenici di Rock City per l’inizio del nuovo anno,
ma la Pearl era stanca e disgustata da tutto e da tutti. Voleva prendersi
un anno di riposo e non ne fece segreto, tant’è che lo disse apertamente
alla fine della sua ultima performance, davanti ai settantamila del
Diamond e ai milioni di telespettatori sintonizzati sul canale della
Dream Records che guardavano l’evento dal vivo. Micheal Wasserman,
amministratore delegato della major, andò su tutte le furie e la sera
stessa mosse le sue pedine. Nella suite dell’hotel del Diamond, lo stadio
in cui si era esibita, Penelope degustava in compagnia del suo amante
un nuovo cocktail onirico. Miguel mischiava parti di acidi con alcune
misteriose radici di sua conoscenza, di sicuro roba messicana. Il viaggio
d’andata era assicurato, il ritorno un po’ meno…
Alcuni ragazzi risero alla battuta, mentre il cielo ad oriente
incominciava già a rischiararsi. La storia riprese…
- Quattro membri dei Doberman, pagati ovviamente dalla Dream,
irruppero nella suite senza neanche bussare e fecero il classico lavoretto
di persuasione riserbato alle star ribelli. Distrussero la stanza,
picchiarono il ragazzo, minacciarono apertamente la Pearl senza però
sfiorarla, e poi se ne andarono pisciando sulle tende della suite.
Malgrado la paura, Penelope non aspettò il giorno dopo per farsi
sentire. Chiamò un taxi e piombò al party delle alte cariche della Dream
Records, sul terrazzo a cupola del grattacielo più alto di Rock City.
Andò dritta da Wasserman e, davanti ad almeno cento tra i nomi più
prestigiosi della città, gliene cantò come solo lei sapeva fare, avvolta da
una pelliccina di finta volpe, il rossetto acceso e i capelli pettinati
all’indietro, per dare risalto ai suoi occhi di gatto. Lo chiamò “maiale”,
e quel grassone diventò tutto rosso, così da assomigliare ancora di più
ad un fottuto suino, che il demonio se lo porti! Poi lasciò il palazzo,
come una regina, tra gli sguardi sorpresi degli uomini e i risolini delle
donne. La vendetta di Wasserman non si fece attendere. Due
motociclette affiancarono il taxi sul quale Penelope stava tornando a
casa e lo crivellarono di proiettili. Il resto della storia la sapete, perché i
giornali ve l’hanno venduta per almeno due mesi. La Voce della

136
Salvezza, quella setta fittizia di fanatici messa su dalle major per
coprirsi il culo, dichiarò di essere responsabile del delitto. “Dio punisce
gli infedeli ed i servi di Satana”, c’era scritto sulla finta lettera di
rivendicazione. La polizia fece un paio di arresti fasulli, la Dream
Records organizzò un mega concerto in mondovisione per celebrare la
defunta star, una processione di migliaia di fan accompagnò il feretro
bianco della Pearl fino a Harmony Hill, il cimitero del rock, e due
settimane dopo uscì il doppio album di successi e inediti che si
posizionò subito al primo posto della chart e vi rimase per quasi un
anno. Fu il più grande affare della Dream, malgrado la perdita…
Miguel, il fidanzato sciamano della Pearl, sparì di circolazione, ma non
in quel senso, badate bene. Il ragazzo, come ho detto, ci sapeva fare, e
gli scagnozzi al soldo della Dream non riuscirono a scovarlo. Invece
alcuni dicono di averlo visto più volte aggirarsi come un anima dannata
nel cimitero di Harmony Hill, attorno alla tomba della defunta Pearl. Un
ragazzo completamente andato, probabile necrofilo, che amava dormire
vicino ai resti delle star e passare la notte nei cimiteri, giurò di aver
assistito ad un incantesimo. Miguel, in preda a chissà quali acidi,
danzava come un folle attorno alla lapide della sua ex-ragazza, cantando
una strana canzone in una lingua sconosciuta. Era la notte del ventisette
novembre, la stessa in cui avvenne il secondo omicidio.
Negli uffici della Dream Records, Wasserman era al settimo cielo. Il
disco vendeva, gli azionisti erano contenti e la Penelope non rompeva
più i coglioni. La vita era una meraviglia, di sicuro pensava, mentre se
lo faceva succhiare dalle sue concubine in botta acida, quattro ragazzine
di appena sedici anni che volevano diventare famose. Nella vasca idro
della sua magione all’ottantottesimo piano del palazzo della Dream,
Micheal Wasserman viveva il sogno allo stato puro. Fu lì che lo ritrovò
la polizia il giorno dopo, il corpo flaccido immerso nell’acqua sporca di
sangue, la testa staccata dal collo a un paio di metri dalla vasca, sul
tappetino intriso di cremisi. Le ragazze furono interrogate ma nessuno
credette alle loro storie di spettri e vendette. Gli inquirenti dettero la
colpa agli acidi. La Dream Records le pagò bene e il giorno dopo fecero
ritorno ai loro insipidi villaggi del sud, dove i giovani, ignari del
selvaggio mondo dei discografici, coltivano il sogno di Rock City.

137
- Ma le ragazze parlarono agli amici, e gli amici parlarono ad altri
amici, e la storia del necrofilo s’insinuò tra le testimonianze delle
ragazze. Lentamente una leggenda prese forma, e vi confesso che non
mi stupirei se fosse vera, perché di cose strane ne ho viste in questa città
del diavolo…
Alvin riprese fiato. Lasciò andare lo sguardo verso le luci della città,
una distesa sconfinata che dalle montagne arrivava fino al mare. Rock
City, la città del diavolo, ma c’erano cose ancor più temibili di Belzebù;
c’era il Dio Denaro e Fama, la sua baldracca. E poi c’era la droga,
quella buona degli sciamani giusti, e quella devastante spacciata dai
servi delle major. Il roady si attaccò all’ultima birra, la finì e chiuse la
storia.
- Penelope apparve sulla terrazza all’ottantottesimo piano, quella
dell’appartamento di Wasserman, candida come il latte, con indosso una
vesta sottile che lasciava intravedere le sue forme minute, le sue carni
giovani che, per uno strano gioco di luci o chissà per cosa, sembravano
anch’esse trasparenti. Si avvicinò alla porta-finestra che dava sul bagno,
dentro il quale il grasso amministratore della Dream Records
cinguettava con le sue giovani amanti, un bicchiere di whiskey in mano
e una tetta da bambina nell’altra. Le ragazze urlarono e schizzarono
fuori dalla vasca prima che Wasserman riuscisse a capire cosa stesse
succedendo. La Pearl gli fu sopra in un istante. Ignorando le ragazzine,
alzò la lama di un enorme coltello sopra la testa del verro umano.
Nessuno guardò, ma tutte e quattro udirono dei rumori orribili, un grido
disperato mozzato nel momento in cui la lama recise le corde vocali
dell’uomo, e poi il suono delle carni squarciate, e un fiotto di sangue
che gorgogliava riversandosi sulla superficie schiumosa della vasca.
Quando finalmente scese il silenzio, la Pearl intonò il ritornello di
Gimme Some Love, la hit che la rese famosa, e nessun canto di
vendetta fu più meravigliosamente crudele di quello.

III) Il Pifferaio delle Steppe

Oltre le montagne si trova il deserto, ed una strada lunga e polverosa

138
che taglia in due il continente. A sud di questa la vegetazione diventa
selvaggia, le strade intricate, i villaggi sporadici e pieni di misteri.
Laggiù i giovani sognano Rock City, mentre i vecchi siedono sui
porticati a cantare vecchi pezzi blues. Laggiù tutto ha il suo tempo, tutto
scorre lento, o forse non scorre affatto.
Ma a nord di quella famosa strada, che molti chiamano semplicemente
“La Via”, il territorio diventa brullo, e poi ci sono i grandi laghi e oltre
quelli una distesa sterminata di vegetazione bassa, fredda e inospitale.
In quella landa sperduta sorge una piccola città chiamata ironicamente
Notown, perché è come se non esistesse affatto. Una strana
aggregazione di casette e casupole, un paio di fabbriche, un
cementificio, una chiesa e un campo da football, il tutto circondato dalle
grigie steppe sferzate dal vento del nord. Ed è proprio in questa città
dimenticata da dio, ma forse vistata in più occasioni dal diavolo, che è
nata una leggenda, e a Rock City questa leggenda si chiama Jonathan
Lancelot Palmer, il pifferaio delle steppe.
Giunse in città che era appena ventenne, anche se a guardarlo ne
dimostrava quaranta. Capelli arruffati, sguardo stralunato, orecchini
vistosi come quelli dei pirati e una barba ispida che gli dava un look
trasandato ma non sporco. Suonava il flauto, e all’inizio la gente lo
guardò storto perché a Rock City nessuno si era mai dedicato ad uno
strumento simile. Le major lo adocchiarono, ma per un po’ lo lasciarono
perdere, perché anche se i suoi pezzi blues e la sua voce folkeggiante
avevano richiamato una certa attenzione, gli esperti di marketing
conclusero che si trattava di una cometa destinata a cadere presto.
Invece non fu così.
Palmer si era circondato di una serie di musicisti sconosciuti ma
tecnicamente validi, liberi dalle influenze dei discografici che
nell’ambiente erano conosciuti con il nome di “mercenari dell’oppio”,
perché erano sempre disposti a suonare se c’era uno sciamano che li
riforniva. Beh, in questo caso era lo stesso Jonathan Lancelot che
fungeva da sciamano, e in città si diceva che i suoi intrugli ti facevano
vedere i demoni degli abissi e le ninfette succhiacazzi. Dopo i concerti i
fan venivano invitati da Palmer a partecipare ai suoi festini, che erano
delle vere e proprie cerimonie dedicate a Dionisio. Le pipette con la

139
roba buona giravano insieme alle pasticche, le ragazze danzavano
seminude al ritmo di un bongo, qualcuno urlava dicendo di aver appena
visto un morto, un fantasma oppure dio in persona, e nel frattempo il
protagonista si aggirava tra i suoi fan con il flauto in bocca e una gamba
alzata come una gru, emettendo suoni stridenti, gorgoglii, rantoli ed
altre assurde dissonanze. Tutta la messa in scena, a suo dire, faceva
parte di un rituale liturgico.
Ma quando i suoi concerti incominciarono a richiamare diverse
centinaia di persone, la Music Dome bussò alla sua porta, anche se non
fu facile dato che, a quanto si diceva, Palmer era senza fissa dimora.
Nessuno sapeva dove abitasse e infatti non era neanche registrato in
comune. Qualcuno diceva che dormiva sotto i palchi in cui si esibiva,
come una specie di vampiro. Altri invece credevano che non dormisse
affatto, perché faceva uso di una sostanza di sua invenzione che
eliminava totalmente il bisogno del sonno.
Ma alla MD non mancavano di certo le risorse e grazie ad un paio di
infiltrati riuscì ad avvicinare il flautista. Palmer non si lasciò ingannare
dalle promesse della major, ma sapeva che non era saggio mettersi
contro i discografici, così fece loro una controproposta; senza contratto
avrebbe inciso un unico disco doppio con tutti i suoi successi e poi
sarebbe sparito per sempre da Rock City. La major c’avrebbe
guadagnato in termini di soldi, e per loro era la cosa più importante, i
fan avrebbero finalmente avuto l’occasione di ascoltare un disco dello
sfuggente flautista e Palmer se ne sarebbe potuto andar via con un po’ di
denaro in tasca, libero da qualsiasi ceppo contrattuale.
La Music Dome accettò e due mesi dopo uscì “The first and ultimate
collection of J.L. Palmer”, un disco che rimase per mezzo anno in testa
alle classifiche. Tutti impazzirono e chi ancora non conosceva il
pifferaio delle steppe, rimase scombussolato da quel sound vagamente
folk ma assolutamente rock. Quando gli uomini della Music Dome si
accorsero che il disco vendeva ben oltre le loro aspettative, provarono a
rintracciare Palmer per convincerlo, con i loro soliti mezzi persuasivi, a
fare un tour nei grandi stadi di Rock City, ma in città non vi era più
traccia del ragazzo prodigio venuto da Notown. Qualcuno disse che era
tornato da dove era venuto. Altri invece pensarono ad un’isola del sud,

140
lontano dal mondo corrotto dei discografici. Eppure c’è ancora chi crede
che il pifferaio delle steppe viva sempre a Rock City, che abbia alterato
il suo look e cambiato nome, e gestisca un pub o magari un negozio di
dischi nella città vecchia. Ma anche questa, come tutto il resto, è solo
una leggenda.

IV) L'Angellino d'Oro della Music Dome (101 Parole)

Micky Lamb, l'agnellino d'oro della Dome, salì sul palco quella sera
dopo aver calato un cocktail micidiale di alcol e anfetamine di dubbia
qualità. Era il quinto concerto consecutivo, il finale di un tour
distruttivo al quale era impegnato per colpa di uno sporco contratto,
firmato per sbaglio in una notte balorda.
Grazie alle basi registrate anche quella volta la sua performance risultò
convincente, almeno fino al secondo bis, quando si tuffò a volo d'angelo
sulla platea e il cuore gli esplose nel petto.
Due mesi dopo la Music Dome incassò venti milioni di dollari per
un'assicurazione sulla vita. La sua.

V) Rooster Crane

Il concerto degli Abyss era terminato in un tripudio di urla di


disperazione e pianti isterici. La band più “scura” di Rock City aveva
lasciato il palco tra i rintocchi di campana della tenebrosa e bellissima
“Funeral”, dopo un concerto di quasi tre ore. Per l’occasione il cantante
e leader della band si era fatto rinchiudere in un cofano d’ebano
posizionato al centro del palco. Un becchino smilzo e incappucciato
scandiva il tempo del finale per solo piano conficcando dei lunghi
chiodi d’acciaio nella bara. I quarantacinquemila dell’Arena Nord erano
in estasi.
Ma a Rock City i concerti erano solo l’inizio dell’avventura notturna. La
festa di solito continuava nei club e nei pub della città, tutti
rigorosamente di proprietà delle major. Poi c’erano le feste private,

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anche se illegali, perché alla Dome Records e alla Dream Music non
andava a genio che la gente si sballasse nelle proprie case con gli
alcolici comprati al supermercato e le pasticche degli sciamani di
strada. Ma nonostante il severissimo divieto, ogni sera vi erano
centinaia se non migliaia di party liberi nella metropoli.
Quella sera Jim e Carrie, subito dopo il concerto degli Abyss, se ne
andarono da Izzy, uno sciamano loro amico che aveva un seminterrato
nella città vecchia che era l’ideale per organizzare delle feste senza dare
troppo nell’occhio. Izzy aveva invitato mezza Arena quella sera, perché
il tema del party era la morte, un soggetto sempre di grande attrazione.
La maggior parte degli invitati erano Ghosts, amanti della musica scura
e necrofili per spasso, ma non tutti si trovavano lì per giocare e
divertirsi nel segno della decadenza più dark. C’erano alcuni personaggi
di dubbia reputazione, ben più interessati ai misteri della morte degli
sballati fan degli Abyss. Jim e Carrie notarono l’andazzo ed erano sul
punto di levarsi dai piedi, quando Izzy si fece loro incontro salutandoli
e promettendogli un viaggio super. Si diceva infatti che il bizzarro
sciamano, sempre vestito di scuro e completamente glabro, con uno
strano tatuaggio tribale sulla testa clava, usava mischiare del comune
acido con una sostanza di sua invenzione ricavata dalle reliquie delle
rock star crepate di OD (e il cimitero di Rock City ne era pieno). La
capsulina che faceva girare quella sera e per la quale era diventato
nell’ambiente sotterraneo una mezza celebrità, l’aveva battezzata
“Gateaway”, e il nome diceva tutto. Cazzate, certo, una persona
normale non può permettersi di credere a scemenze del genere, ma una
cosa era certa: la roba di Izzy faceva sballare di brutto, e poi si diceva
che facesse vedere i morti. Roba da farti perdere la ragione, ma alla
festa quella sera ce n’era poca di gente con qualche cellula sana in testa.
Jim prese Carrie per la mano e la condusse attraverso un corridoio
gremito fino alla porta del soggiorno. La bottiglia di vodka che teneva
nella mano era ormai a metà. Si sedettero sul bracciolo di un divano
sdrucito, accanto a due ragazze che fumavano erba accarezzandosi
delicatamente la testa. Dallo stereo arrivavano le note di un disco dei
Tomb, il primo progetto del grandissimo Rooster Crane, il Galletto del
Diavolo.

142
- Questo pezzo è semplicemente stupendo! – sussurrò Carrie
all’orecchio del suo ragazzo. Poi gli afferrò la bottiglia e buttò giù un
lungo sorso. Lui incominciò a baciarla esplorando e giocando con la
lingua, solleticando i numerosi piercing che aveva sulle labbra e i due
bottoncini interni. Erano andati, ma non col pilota automatico. Era un
bello stare, ma era appena scoccata mezzanotte e l’avventura era solo
all’inizio.
Le feste libere si autoregolavano. Potevi entrare anche se non eri
invitato ma dovevi comportarti bene, altrimenti il meglio che ti poteva
capitare era ritrovarti col culo sul marciapiede. La gente di solito
entrava, si faceva una bevuta o qualcos’altro, e poi si dileguava verso un
altro party, che a Rock City, specialmente il sabato sera, non
mancavano certo. Izzy metteva a disposizione la sua casa, gli alcolici e
in cambio tirava su un discreto malloppo vendendo il suo Gateway. Jim
e Carrie, entrambi appena sedicenni, non se lo potevano permettere, ma
erano vincolati dalla promessa dell’amico. A fine serata una pasticchina,
forse due, sarebbero toccate anche a loro.
Jim non conosceva personalmente Izzy, ma suo fratello più grande ci
era andato a scuola insieme e quando era appena un ragazzo lo vedeva
spesso a casa sua. Jim sapeva che Izzy si sentiva in colpa per l’OD che
si era fottuta suo fratello, anche se non era stato lui a vendergli la roba.
Jim non conosceva tutta la storia, ma Izzy si era preso a cuore il
fratellino proprio per questo senso di colpa. La sera che Martin si fece
quel viaggio senza ritorno erano insieme. Izzy provò a convincerlo di
lasciar perdere, che lo sciamano che gli aveva venduto la roba aveva
una brutta reputazione e si sapeva che lavorava con la DR. Ma non
volle sentir ragioni e s’infilò quel maledetto ago nel braccio, pace
all’anima sua…
Il viavai era terminato. Alla festa rimanevano gli irriducibili, i collassati
e quei tre o quattro personaggi che Jim aveva adocchiato all’inizio. Izzy
mise sul piatto “No Return” il capolavoro di Rooster Crane, l’ultimo
lavoro da solista prima che la morte lo richiamasse. E cosa si aspettava,
dopo averla inneggiata e reclamata per anni! Era giunto il momento di
soddisfare le sue richieste, perché con la morte non si scherza…
Izzy richiamò tutti quanti all’ordine. Chiese, a chi poteva, di formare un

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cerchio nel soggiorno, dove la voce sofferente di Crane chiedeva
perdono a Satana, perché era giunto il momento tanto atteso. Jim e
Carrie, che erano ancora sul divano ad esplorarsi e a bere
sguaiatamente, presero posizione insieme a una quindicina di persone.
C’era odore di cannabis e vomito nell’aria, prima che Izzy accendesse
alcuni bastoncini d’incenso aromatici.
La scena che sia andava componendo aveva qualcosa di mistico. Jim
reggeva bene l’alcol e riusciva ancora a metter a fuoco i volti delle
persone. Carrie era completamente andata e si appoggiava con
tenerezza sulla sua spalla. Lui le chiese come stava e lei gli rispose con
un grugnito. Nonostante tutto la trovava ancora bellissima.
Finalmente Izzy prese posto al centro del cerchio. Teneva in mano un
sacchettino di velluto rosso, e con un amano rovistava il suo contenuto.
Sorrideva in maniera dolce e confusa, ma i suoi occhi erano presenti e
vivi e si posarono su ogni elemento del cerchio. Lui continuava a girare
il contenuto del sacchetto. Disse qualcosa, ma Jim non riuscì a sentirlo
perché la musica era troppo alta. Poi incominciò a dispensare chicche,
come un Gesù moderno spezzerebbe i pani per il suo popolo.
Jim buttò giù la sua e si mise in tasca quella di Carrie, che se la dormiva
accanto. Quello che avvenne dopo lo turbò per molti giorni. Le luci
cambiarono, i bassi dello stereo rimbombarono nel suo stomaco, gli
oggetti della stanza cominciarono a sciogliersi, come in un quadro di
Dalì. Guardò i volti delle persone sedute in cerchio e intravide le forme
dei loro teschi, macabri ghigni dell’oltretomba. Provò ad urlare ma non
riusciva a muoversi, a parlare, a fare niente. Non poteva neanche
chiudere gli occhi o tapparsi le orecchie. Jim cercò la figura di Yzzy e
la trovò al centro del cerchio, ma era cambiata. Adesso di fronte a lui vi
era un uomo alto, con lunghi capelli che ricadevano sul volto. C’era
qualcosa di familiare in lui. Provò a distinguere i tratti del suo volto
nell’ombra proiettata dalla massa di capelli, e in quell’istante l’uomo
alzò lo sguardo su di lui. Allora lo riconobbe. Era Rooster Crane, in
carne ed ossa, o almeno quella era l’impressione. I suoi occhi erano
rossi come le braci della magione di Belzebù. Lo spettro del cantante
alzò la testa, gettando indietro la sua chioma corvina, abbandonandosi a
una risata crudele, estasiata, che andò a fondersi con la melodia del

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pezzo che chiudeva il suo ultimo album “Dancing with the dark ones”.
Perché a Rock City i fantasmi esistono, che lo crediate oppure no, e il
diavolo è dalla parte dei buoni.

VI) Melvin & Desy

Melvin era un bastardo, ma io l’amavo e l’avrei seguito finanche alle


porte dell’inferno. Forse fu proprio là che lo trovai, persa in uno strano
sogno o più probabilmente tra le spire del Vortice…
Ne aveva tante come me, ma nessuna era come me. Adesso penserete
che sia l’ennesima disillusa, ma vi assicuro che non è così, e anche se
fosse, che cazzo ve ne frega a voi… l’amore è l’amore, e quello che
provavo e continuo a provare per Melvin è Amore con la “A”
maiuscola. Perché io ero la “Sua Desy”… usava sempre il possessivo
quando si riferiva a me, invece le altre le chiamava solo per nome.
Erano passati due mesi dall’ultimo concerto degli Azazel’s Eyes e di
Melvin non si sapeva più nulla. Il ricordo dei suoi baci mi tormentava in
quelle piovose serate d’autunno. La sera prima del fatidico concerto in
cui dette l’addio, facendo schiumare di rabbia i dirigenti e gli azionisti
della Music Dome, si dedicò totalmente a me. Non mi disse niente dei
suoi piani, ma lo capii al volo che c’era qualcosa che non andava. Tra le
lenzuola di seta del suo letto mi amò più volte, ma lo sentivo lontano,
distratto, preoccupato… Gli allungai un paio di pasticche ma lui le
rifiutò senza esitare. Doveva stare pulito, mi disse. Quando mi svegliai
la mattina dopo lui se n’era già andato. In quel momento seppi che non
l’avrei mai più rivisto, almeno non in questo mondo…
Nelle due settimane successive ebbi i miei problemi. Gli scagnozzi
della Music Dome vennero a cercarmi perché sapevano che ero una
delle sue ragazze, forse la più intima. Dissi loro di andare a farsi fottere,
ma mi resi subito conto che era la risposta sbagliata. Con certa gente è
bene non fare i duri… Dissi quello che sapevo, cioè nulla, e dopo
avermi somministrato una sostanziosa dose di schiaffi mi lasciarono
andare. Passarono altre due settimane in cui vagai come un fantasma di
raduno in raduno, di concerto in concerto, vittima di una serie di mood-

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swings dovuti ad un uso improprio degli acidi… nessuno sapeva niente
di Melvin. Incontrai Logan, il cantante degli Azazel, ma stava peggio di
me. Anche lui non aveva la minima idea di dove si trovasse il chitarrista
più famoso di Rock City.
Era il 19 novembre, una serata balorda come molte altre, quando il
telefono squillò destandomi da un incubo chimico. Era Gwendy, o come
la chiamavano tutti, Gwendaline la Matta, matta perché non aveva
paura di niente, neanche del diavolo, anzi… C’era chi diceva che avesse
fatto un patto con lui, che se lo fosse scopato come si era scopata tutti i
più grandi musicisti apparsi a Rock City negli ultimi vent’anni, e che in
cambio avesse ricevuto il segreto dell’eterna giovinezza. In effetti
Gwendy poteva avere venti oppure cinquant’anni. C’era chi la
conosceva da una vita, eppure la sua chioma rimaneva folta e dorata, e
neanche una ruga solcava il suo bel viso. I suoi occhi invece la
raccontavano lunga… ne avevano viste di cose nella città del diavolo.
“Ciao Desy, il tuo uomo ti cerca…” mi disse dall’altro capo della linea.
“Che cazzo dici Gwendy?” le chiesi di rimando, perché ero in botta e
non le credevo.
“Vediamoci tra due ore al Fusion, dietro il locale di Vic. Sai dov’è?”
“Certo, ma se mi stai prendendo per il culo…” click. Aveva già
riattaccato.
Ero là ad attenderla mezz’ora prima dell’appuntamento. Le sigarette non
riuscivano a calmarmi. Infilai la mani nella tasca della giacca e afferrai
due quadrettini blu che mi aveva allungato Berto, il mio sciamano di
fiducia. Diceva che facevano calmare, ma forse era meglio non
mischiarle con la robaccia che mi ero fatta poche ore prima. Li lasciai
ricadere nella tasca e mi accesi un’altra cicca. Poi arrivò lei.
Difficile parlarne male, almeno dal punto di vista fisico. Indossava un
paio di jeans elasticizzati e una finta pelliccia di volpe. I capelli li
teneva legati sulla testa, come voleva la moda del momento, così da
dare risalto agli occhi di cerbiatta e al sottile disegno del rossetto.
Insieme a lei c’erano due adepte… insieme avranno avuto non più di
trent’anni.
“Ciao Desy, hai una brutta cera… che ti è successo?” chiese lei ironica.
“Non sono qui per fare conversazione, Gwendy… Cos’è questa storia?

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Sai dove si trova Melvin?”
“Più o meno…”
“Allora dimmi dov’è!” la incalzai, facendo fatica a non saltarle addosso
e a strapparle con le mani i suoi maledetti segreti.
“Beh, per prima cosa ho bisogno di sapere quanto desideri vederlo…”
“Che cavolo dici… Non lo vedi come sono ridotta? Se non lo vedo
muoio…”
“Ci sono cose più terribili della morte, sorella…” Insieme a quelle
strane parole Gwendaline la Matta mi regalò un macabro sorriso. La
bocca piena di rossetto le si aprì come una ferita inferta da un rasoio.
“Basta stupidaggini! Portami da lui” le dissi, chiudendo una volta per
tutte quell’assurda conversazione. Lei girò sui tacchi e mi chiese di
seguirla.
Camminammo per un po’ tra gli stretti vicoli della città vecchia. Il
Fusion, locale underground ma di proprietà della Dream Records,
sorgeva poco distante dalla cattedrale e segnava l’inizio di Melody
Road, una strada immaginaria che, passando attraverso i principali
templi del rock della città, segnava il pellegrinaggio quotidiano del
popolo della musica. Ma la città vecchia era in qualche modo distaccata
dal grande business musicale di Rock City. Laggiù potevi ancora
mangiare in un ristornate non di proprietà delle major, oppure guardarti
un film in un cinema d’essai.
D’un tratto le tre donne che mi precedevano svoltarono in un vicolo se
possibile ancora più angusto. C’erano delle scale che sprofondavano
nell’oscurità, e una porta di legno senza insegne.
“Dove mi portate? Io non ci vengo laggiù…” dissi io, fermandomi
all’entrata del vicolo.
“Tranquilla bambola… Sei al sicuro con noi…” cercò di
tranquillizzarmi Gwendy, e ci riuscì. Non so come ma ci riuscì. In
fondo cos’è che avevo da perdere, mi chiesi. E così, che lo crediate
oppure no, scesi lentamente quelli scalini che mi avrebbero condotta
dentro il covo del diavolo.
Gwendaline estrasse dalla sua borsetta rosa una vecchia chiave e dette
due mandate alla porta, che si aprì con un cigolio. Dentro era buio
pesto, ma lei lo scacciò con una torcia elettrica. Lentamente

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scivolammo in un corridoio stretto e umido. “Fa freddo qui…” mi
lamentai.
“Vedrai che tra un po’ ti scaldi…” rispose seccamente la mia guida, e le
ragazzine risero come a una battuta, ma io non ci trovai niente di
divertente.
Il corridoio terminò una ventina di metri dopo davanti a un’altra porta.
Questa volta Gwendy bussò un codice di tre colpi più due. Un ragazzo
molto giovane, di bell’aspetto e coi capelli lunghi ci fece entrare. Sulle
sue braccia risaltavano molti tatuaggi ma ve n’era uno più grande degli
altri, un cobra che gli si avvinghiava dal polso fino alla spalla.
“Ciao Thomas”, e nel salutarlo Gwendy gli accarezzò il serpente
tatuato. Lui mi guardò di sfuggita. “È lei?” domandò. La mia guida
annuì.
Insieme attraversammo la stanza, probabilmente un vecchio magazzino
in disuso. C’erano delle casse ai lati e sopra alcuni scaffali, ma non
riuscii a capire che cosa contenessero. Alla torcia di Gwendy si era
aggiunta quella di Thomas, perciò la situazione non era cambiata di
molto. Le ombre ci stavano addosso…
Passammo a un’altra stanza, simile alla prima. Intanto la temperatura si
stava alzando, anzi si stava facendo decisamente caldo. Ci fermammo
davanti a un’altra porta, che risaltava nell’oscurità per via di una forte
luce bianca che fuorusciva dagli stipiti. Thomas usò una chiave per
aprirla. “Riparatevi gli occhi…” avvertì. Abbagliati da quella luce
artificiale, entrammo in una stanza più piccola, una specie di serra. Su
un tavolo erano disposti dei vasi di terracotta, a ridosso di una parete vi
erano quattro ventilatori accesi e sul soffitto due grosse lampade
alogene abbagliavano violentemente le piante che crescevano nei vasi.
Le riconobbi subito, anche se era la prima volta che le vedevo. Erano le
leggendarie rose nere, i cui petali potevano farti raggiungere il Vortice,
un mondo a metà strada tra lo sballo e la vibrazione. Allora non è solo
una leggenda, pensai. Stordita da quella visione, fui presa per un
braccio dal ragazzo che mi fece accomodare su un divano, davanti al
tavolo. L’aria incominciava a farsi soffocante, forse per colpa delle
lampade, o forse per qualcos’altro…
Nella stanza vi era uno stereo portatile. Gwendy estrasse dalla sua borsa

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una musicassetta e ce la infilò dentro. Pochi istanti dopo l’intro acustico
di Saturn Woman inondò la stanza. Era il pezzo degli Azazel’s Eye che
preferivo. L’assolo finale di Melvin riusciva ogni volta ad entrarmi
dentro, insinuandosi nel mio stomaco, nei miei intestini, fondendosi con
la parte più etera di me.
Thomas staccò un grosso petalo nero da una delle molte rose che
crescevano nella serra. Mi disse di chiudere gli occhi e aprire la bocca.
Io obbedii, stordita dal calore, dalla luce e da quelle note che mi
entravano sottopelle. Mi appoggiò sulla lingua il petalo e per un
momento sentii la bocca andarmi a fuoco. Il petalo si sciolse, restai ad
occhi chiusi, la musica divenne liquida ed io vi ci affogai.
“La mia Desy…” era la Sua voce, inconfondibile.
“Melvin?”
“Apri gli occhi…”
“Ma…”
“Fidati…”
Non mi trovavo più nella serra. Stavo a sedere al bordo di un letto a
baldacchino, in una stanza che non conoscevo. Il pavimento era
cosparso di candele accese e c’era un piacevole odore di cannella e
rosmarino nell’aria. Le lenzuola del letto erano di seta rosa, soffici e
profumate. Mi voltai e c’era lui, adagiato sul letto con le spalle alla
testiera, i capelli leggermente più lunghi che gli ricadevano ai lati del
volto, e due occhi intensi ma dolci. Sorrideva…
“Vieni qui…”
“Ma dove siamo?”
“Non preoccuparti… Mi sei mancata, lo sai?”
Non dissi nient’altro. Ci amammo, come sempre ma anche in maniera
nuova. Potevo udire in sottofondo l’assolo di Saturn Woman, ma era
distante, come se provenisse da un altro mondo. Persi completamente il
senso del tempo. Il nostro incontro poteva essere durato un battito di
ciglia oppure un secolo. Prima di lasciarmi mi disse di non stare in
pensiero per lui, che tutto era a posto.
“Ma è vero che sei con Lui?” domandai io.
“Sshhh! Non parliamo di Lui…” rispose, accendendosi una sigaretta.
Me la passò dopo aver inalato, e tutto era così maledettamente reale e

149
normale…
“Ci rivedremo?” chiesi allora.
“Forse…” sussurrò. “Forse…” ma i suoi occhi guardavano altrove e
potrei giurare di averci visto dentro un baluginio cremisi.
Finimmo le sigaretta poi lui se ne andò. Mi addormentai quasi subito e
mi risvegliai sul divano della serra. Il sogno era finito, se di sogno si era
trattato.
“Tutto bene, bambola?” Stranamente le parole di Gwendaline la Matta
suonarono dolci, genuinamente preoccupate.
“Tutto ok…” risposi.
“L’amore è un brutto trip!” cercò di consolarmi lei.
“Forse…” dissi. “Forse…”

VII) I Preti di Satana

Il ragazzo si chiamava Igor, magro come un giunco, i capelli riccioli e


corvini gli ricadevano sul volto. Esibiva disinvolto un enorme tatuaggio
sul braccio destro, che dal polso saliva fino alla gola, la testa di un
cobra con le fauci spalancate. Quello non era un semplice tatuaggio, ma
un segno di riconoscimento. A Rock City venivano chiamati Preti di
Satana. Alcuni dicevano che bazzicassero le fogne e se la intendessero
per davvero con Belzebù. Organizzavano concerti illegali, spacciavano
petali di rose nere e aiutavano le star a liberarsi dei ceppi che le
legavano alle major. Insomma, erano gente a posto.
Igor spezzò il fiore come fosse Gesù. I petali andavano messi sotto la
lingua, poi chiudevi gli occhi e contavi fino a dieci. Se la spinta era
forte potevi raggiungere la giusta frequenza ed entrare nel Vortice.
Laggiù poteva succederti di tutto, anche incontrare Sebastian Simmons,
il chitarrista dei Purplemath. Lui si che ci andava pesante con quella
roba!
Ricevetti il dono come un ostia ed abbassai le palpebre. Venni
risucchiata in un turbine di tepore. In sottofondo potevo udire
distintamente le note di Plesure, la hit del momento. Per un attimo
temetti di perdermi, poi qualcuno afferrò la mia mano...

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Era Igor, ma in una forma nuova. Con noi c'erano anche gli altri della
gang, amici di scuola e di viaggio. Insieme fluttuavamo in un cielo
indaco, come aquiloni rubati alle mani dei bambini. Quello era il
Vortice, una dimensione a metà strada tra la musica e lo sballo. Solo gli
sciamani più in gamba di Rock City erano in grado di far nascere una
rosa nera. Crescevano nel sottosuolo, dove si diceva dimorasse lui, il
diavolo...
Igor mi guardò negli occhi come se volesse leggermi l'anima. Gli
sorrisi...
Plesure intanto era arrivata al secondo ritornello, e noi eravamo
totalmente fuori.

VIII) King Nico

King Nico, direttore artistico della Music Dome, centocinquantotto


centimetri di pura energia creativa, due occhi azzurri e profondi
incorniciati da un nugolo di boccoli dorati, supervisionava le ultime
direttive per l’imminente apertura del Fantàsia, il nuovo tempio del rock
nella città del diavolo. Seduto tra le ombre in fondo alla platea deserta,
ascoltava le performance degli artisti, mentre con gli occhi divorava gli
spartiti sottratti dalla suite di Jonathan Leverick, il compositore che si
era gettato dalla finestra della sua camera d’albergo un paio di giorni
prima. Era stato un brutto colpo, non solo per i fan, ma anche per la
Music Dome. La casa discografica aveva investito un bel gruzzoletto
sulla sua gallina dalle uova d’oro, certa che lo spettacolo che stava
preparando avrebbe decretato l’immediato successo del nuovo locale.
Jonathan stava scrivendo un concept epico che ripercorreva le avventure
di un grande condottiero del passato che per odio, o forse per amore,
aveva rifiutato il suo dio ed era sceso a patti con l’eterno avversario. La
composizione era come al solito impeccabile, ma Nico era convinto che
Leverick non incarnava l’immagine giusta per un luogo come il
Fantàsia. Avrebbe regalato al suo pubblico una performance eccellente,
ma Nico non stava al gioco per un semplice “eccellente”. Lui voleva
qualcosa di memorabile…

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Per questo motivo aveva chiesto ad un paio di scagnozzi di andarlo a
trovare nella sua suite, per spiegargli gentilmente le tecniche di volo dei
corvi e delle colombe. Purtroppo non era stato abbastanza attento alle
loro direttive e si era sfracellato di fronte alla hall del Parnassus, l’hotel
dove prendeva alloggio. Subito i fan avevano mosso accuse alla major,
ma la Music Dome non c’entrava nulla, anzi… Se l’amministratore
delegato avesse saputo come erano andati davvero i fatti, per Nico
sarebbe stata la fine. Le quotazioni della società erano in ribasso e
l’apertura del Fantàsia rischiava di trasformarsi in un flop, malgrado la
fiumana di soldi investiti.
Ma quando un artista ha una visione, niente può mettersi tra lui e la sua
realizzazione. Questo aveva sempre pensato Nico. La Music Dome gli
aveva commissionato qualcosa di sensazionale, e il direttore artistico
più all’avanguardia di Rock City gliela avrebbe consegnata su un piatto
d’argento, non per soddisfare i ricconi della major, che poco o nulla
sapevano di arte, lo avrebbe fatto per incidere il suo nome con lettere
indelebili nella mente dei ventimila spettatori che si erano prenotati un
posto per la prima. Il suo nome sarebbe rimasto nell’olimpo di Rock
City, per sempre.
Nico aveva visionato circa una trentina di pretendenti ma nessuno era
riuscito ancora ad avvicinarsi a quello che aveva in mente. La musica
era pronta, era perfetta, perché quel diavolo di Leverick ci sapeva fare.
Adesso mancava il sound. Nico era in cerca di un nuovo strepitoso
sound…
Assorto in strani pensieri ma con le orecchie rivolte al palcoscenico,
arrivò a prendere in considerazione la possibilità di posporre l’apertura
del locale. No, quelli della MD non gliel’avrebbero mai perdonata e
sarebbe stato immediatamente sostituito con quell’idiota di Curtis,
buono soltanto a tuffarsi nel Vortice. Non che a Nico dispiacesse buttar
giù qualche buona pasticca, ma quando lavorava ad un progetto voleva
essere pulito, per meglio sintonizzarsi sul suo canale creativo, diceva.
Un riff di chitarra lo richiamò improvvisamente da quel turbine di
pensieri. Non male l’uso del compressore, pensò, ma rimase con la testa
abbassata e gli occhi puntati sul pentagramma della composizione di
Leverick. Aspettava la voce, perché per quanto virtuoso poteva essere il

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chitarrista, era la voce che il pubblico voleva. Era la voce che avrebbe
innescato nei cervelli alla deriva del popolo di Rock City il bisogno di
canticchiare la melodia della canzone, il bisogno di comprare il disco e i
gadget annessi, il bisogno di calare una nuova pasticca degli shamani al
soldo delle major, per viaggiare liberamente in quel luogo misterioso a
metà strada tra lo sballo e la vibrazione che la gente chiamava
semplicemente il Vortice.

“Veil of mystery upon the deepest smile


She danced between the columns
Of the ancient house on the river Nile…”

Era la prima strofa del pezzo “The Birth of Riva”, la terza canzone del
concept che sarebbe stata lanciata come singolo. La voce non era quella
di un uomo. Nico alzò di scatto la testa, sorpreso e confuso, due
sensazioni che preannunciavano sempre qualcosa di grande. La ragazza,
piccola e graziosa con lunghi capelli corvini che le ricadevano lisci
sulle spalle, vibrava le sue corde vocali sull’ottava superiore, in una
litania epica e graffiante al tempo stesso. La chitarra l’accompagnava
arpeggiando, sopra i colori di una batteria mai troppo impertinente.
Sotto si sentivano le note dell’hammond, sognanti e decise, e il tempo
scandito con entusiasmo dal basso Fender.
“Questo… ecco cosa ci vuole…” pensò King Nico, tirandosi indietro la
ciocca di capelli dorati che gli era ricaduta sugli occhi. Ordinò a
qualcuno nell’ombra di portargli un microfono. Per dimostrare il suo
interesse non attese la fine della canzone. Ormai aveva deciso e lui non
era certo il tipo che tornava sulle sue decisioni. La sua voce, squillante e
risoluta, s’intromise nel pezzo che fuoriusciva in tutta la sua potenza
dagli altoparlanti del teatro.
- Come vi chiamate? – domandò.
La ragazza, intimidita da quell’inaspettata intrusione, fece un piccolo
passo in avanti, mentre gli strumenti dei suoi compagni interrompevano
il pezzo tra le scariche elettriche.
- Mesmerized Eyes… – rispose con un filo di voce.
- Forse il nome lo cambiamo… per il resto va bene così… – sentenziò

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Nico. Nessuno lo vide alzarsi e sparire dietro le spesse tende di velluto
scuro appese tutte intorno alla platea.
La macchina della musica e dei verdoni si mise subito in moto, con i
suoi ingranaggi perfettamente oliati. Quella sera la cantante del gruppo,
timida e talentuosa diciannovenne che si faceva chiamare Amber, fu
invitata nel suite del direttore artistico per parlare dell’imminente
spettacolo che vedeva la sua band protagonista. I due in verità parlarono
molto poco. Lui le allungò due capsule viola e mezz’ora dopo si
ritrovarono immersi nella vasca idromassaggio ad assaggiarsi
reciprocamente le proprie lingue. Nico le promise un’avvenente carriera
solista, lei gli mostrò un sorriso strafatto e gli circondò le spalle
lasciandosi prendere completamente. Il giorno dopo vi furono le prove.
Mancavano pochi giorni alla prima ma King Nico avrebbe fatto in
modo che per allora tutto fosse perfetto.
L’apertura del Fantàsia fu un successo strepitoso. I giornali ne parlarono
per settimane, la gente si riversò dentro il locale riempiendolo per tre
mesi di fila, il disco dei Mesmerized Eys, che nel frattempo erano
diventati i Crimson Paradise, schizzò in testa alle classifiche e
naturalmente le azioni della Music Dome subirono un evidente rialzo,
per la felicità di tutti.
Per allora il nome Jonathan Leverick era già stato dimenticato e il suo
caso archiviato come semplice suicidio. Perché questa era la cruda
realtà di Rock City.

154
FALSA MODESTIA ED AMBIZIONE MOZZA (101 Parole)

Un uomo aveva disseminato la propria strada di piccoli obbiettivi. Ogni


volta che ne raggiungeva uno, l’uomo si sentiva appagato ed orgoglioso
della sua modestia, nonostante l’evidente contraddizione.
Incontrava altre strade, nuove possibilità, ma rimaneva sulla sua,
vivendo sempre in semplicità, consapevole che il percorso è a volte più
importante della meta che si vuole raggiungere.
Uno straniero gli disse: “Lo sai che i tuoi obbiettivi non potranno mai
essere più grandi della tua ambizione?” Ma lui non ascoltò, e rimase
sulla sua strada.
Riuscite a vederlo? È quell’omino laggiù, appena distinguibile, tutto
solo e fiero.
Poverino… vogliamo andare a prenderlo?

155
IL PROFUMO DELLA MAGNOLIA ('10)

Il profumo della magnolia è tutto ciò che ricordo di quell’estate, tutto


quello che mi sono permessa di ricordare. Conosco il suo significato, il
vento caldo pieno delle sue bugie, le notti sopra le lenzuola a
sorseggiare un bicchiere di prosecco con la mente confusa, inebriata.
Un calore all’altezza dello stomaco, e poi più giù, nel pensiero di lui.
Arriverà stanotte? Quante volte me lo sono chiesta…
Mi ero promessa di non ricascarci. Gli uomini sposati sono i più
pericolosi. Non ti amano per scordarsi delle loro mogli, ma per
ricordarsi di come erano quando le incontrarono la prima volta. A volte
li senti sussurrare i loro nomi mentre sono su di te, e l’affondo di un
coltello farebbe meno male. Puoi giocare con l’inganno, compiacerti nel
sentirti abusata, provare sensazioni nuove, spesso malsane, come lo
stucchevole odore della magnolia in fiore. Ma questa non è una storia di
lacrime e rimorsi, è la storia di un profumo che rievoca il dolore e
l’amore, che s’insinua sotto le nostre pelli sudate e appiccicate, mentre
le mani cercano disperatamente qualcosa. Un’altra mano, un fianco, un
gluteo. Il profumo è più intenso, adesso che che il movimento è quello
giusto. Lo sento arrivare dalla finestra. No, lui non è venuto più a
bussare a questa porta, ma puntualmente ogni primavera la magnolia
del giardino sotto casa fiorisce, e il ricordo torna a consolarmi nelle mie
notti solitarie.
Chiudo gli occhi. So che adesso sei tra le braccia della tua donna, ma io
e te condividiamo questo profumo. E se i miei occhi rimangono chiusi e
le mie mani tornano a cercare ciò che tu cercavi così avidamente, è
come se tu fossi qui.

156
STORIA DI UN RE MORENTE (101 Parole)

Il re stava morendo, assediato da una schiera di dottori impotenti.


Al castello venne una sciamano, e disse di conoscere un rituale per
allacciare lo spirito del malato al corpo. I dottori gli dettero del
ciarlatano e lo mandarono via.
Poi arrivò un druido. Portava un’erba medicamentosa, ma i dottori non
la conoscevano e non si fidarono.
Il re respirava penosamente quando un mago si presentò dicendo di
conoscere un sortilegio contro la malattia. Ma nessuno lo fece passare,
perché i dottori odiavano la stregoneria.
Il giorno dopo il re morì, suo figlio salì al trono e tutto tornò come
prima.

157
RADIO BLUES ('09)

La radio sta andando con un mood lento, da estate, perché fuori non tira
un alito di vento ed è pieno di dannati moscerini. È rimasta solo lei a
raccontarmi le storie, vecchia scatola nera con l’antenna rotta, riesci
ancora a prendere quella stazione blues, e chissà perché continua a
trasmettere. Ma quanti ubriaconi come me vivono in questa maledetta
città, e ascoltano vecchi pezzi di Tom Waits e dei primi Deep Purple?
Quanti?
Lei se n'è andata. É già passata una settimana e non accenna a piovere.
La pioggia fa cambiare gli odori, sapete? Non sopporto più di sentire il
suo profumo dappertutto, in camera, in salotto, in auto, persino nello
scantinato, tra gli scatoloni ammuffiti e la catasta di legna per il camino.
Ve lo dico subito, così evito di prendervi per il culo; la colpa é solo mia.
Quando sei lì con una birra di troppo nello stomaco e una perfetta
sconosciuta che ti apre le gambe, se sei un vero uomo non ci capisci più
niente. Non sai più distinguere il giusto dallo sbagliato. La vista ti
s’annebbia, il male diventa bene, il bene diventa roba per poppanti, e il
passato, i ricordi, i sacrifici e le meraviglie della vita di coppia, tutto
questo diventa un’accozzaglia di colori sfumati, un’immagine poco
chiara, come uno di quegli assurdi quadri moderni che piacciono così
tanto ai ricchi. No, non sto cercando scusanti. Sto solo temporeggiando
per vedere se finalmente questo tempo si decide a cambiare. Sento dei
brontolii nella distanza, forse la tempesta è vicina, forse l’odore
cambierà… forse.
Lee Hooker farfuglia di una donna che lo fregherà, e come lo capisco,
in questo istante ti sono proprio vicino Johnny, vai, continua a
strimpellare quelle corde e cantamela, cantagliela a quelle nuvole
ancora troppo lontane, oltre le colline, le colline che abbiamo percorso
in lungo e in largo, io e lei sul vecchio chopper. Cristo, perché te ne sei
andata! Potevamo parlarne, potevamo passare anche questa, come ne
abbiamo passate tante… Il problema è che ne abbiamo parlato anche
troppo, e quando non c’è più da parlare non ti rimane altro che bere.

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Bere, scrivere e ascoltare vecchi pezzi blues.
Ci siamo conosciuti a un rave per motociclisti nel lontano ’87. Ventidue
anni insieme, ve ne rendete conto? Lei c’aveva due trecce platinate,
sembrava uscita da una favola dei fratelli Grimm, io invece a quel
tempo ero ancora in forma, maglietta dei Motorhead e coda di cavallo,
nera come il velluto. Oggi non posso dire altrettanto; il ventre ha
risentito dei fiumi di birra passati e il crine si schiarito per l’età e
ingiallito per le cicche. Però mi ritengo ancora un bel figliolo, altrimenti
la rossa di l’altra sera non si sarebbe avventata così famelicamente sui
mie calzoni. Maledetta rossa!
Era davvero bellissima la mia piccola. Le offrii la boccia di Jack e ce
l’andammo a bere defilati, mentre il povero Ben Scott, pace all’anima
sua, urlava dalle casse dell’apparecchio stereo. Al rave ci saranno state
più di cento persone, ma era come se fossimo soli. Lei c’era venuta col
suo ragazzo, ma quando mi vide lo mollò su due piedi. Ce ne tornammo
a casa sulla mia prima Harley, forse il mio unico amore.
Cavolo, questi ricordi fanno troppo male, ma sono esattamente le scuse
che cerco per versarmi un altro bicchiere. Tanto la radio continua il suo
blues ed io per oggi non ho niente da fare. Anzi, per la verità la casa
senza di lei è diventata un tugurio, avrei da fare la lavatrice, rimettere a
posto la camera, lavare i piatti di tre giorni, ma non riesco proprio a
muovermi da questo dannato divano, lo stesso su cui abbiamo fatto
l’amore cento, forse mille volte. JD é quasi alla fine e incomincio a
vedere storto, come quella sera balorda insieme alla rossa. Cacchio, ci
mancava solo quel Bowie con la vocina stridula che mi racconta dei
ragni marziani. Ma aspetta, forse aiuta… Le nuvole sono più vicine
adesso…. ma si, è la radio, è come la danza della pioggia, quella degli
indiani d’America, è la stessa cosa… forse se alzo il volume….
Goccioloni grandi come sassi battono il tempo insieme al vecchio Bob
Dylan. Ci voleva proprio lui per far piovere. Ecco, l’odore é già
cambiato, finalmente. Mi finisco il Jack e poi vado fuori a farmi lavare
via la tristezza. Mi è tornato il buonumore, e se mi prende bene stasera
scendo al bar per vedere se ribecco la rossa…
.perché il lato positivo di ogni brutta storia è che la storia può sempre
cambiare.

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LA SCELTA (101 Parole)

«Guerriero, tu che hai sconfitto demoni e vampiri, e hai cavalcato fino


ai confini del mondo per bere dal calice della conoscenza… Tu, sarai
capace di scegliere tra la vita di tuo figlio e quella di tua figlia…»
Il Mago sorrise, mentre giocava con il destino dell’eroe. Ma il vero eroe
non si riconosce dalle sue imprese ma dalle sue scelte.
«Quella che tu mi offri, Mago, è una non-scelta. Per questo motivo non
starò al tuo gioco. Uccidili entrambi… poi te li seguirai nell’ombra.»
La lama fuoriuscì dal fodero.
Due vite innocenti si spensero…
… e la battaglia ebbe inizio.

160
GENERAZIONE DISTACCATA ('09)

- Perché fai quella faccia? -


- Niente… -
- Dai, su col morale! È Natale! -
- Appunto. Il minimo sarebbe passarlo insieme a mà e pà, invece
guardali… chissà dove sono adesso… -
Jeremy e Gaia facevano colazione sul tavolino della cucina, fiocchi
d’avena e latte biologico. La luce era forte e veniva dalla finestra,
perché nonostante fosse il 25 dicembre la giornata era spettacolare e
l’inverno sembrava lontano molte settimane. Babbo Natale era stato
generoso quest’anno; upgrade originali per il sistema operativo di
Jeremy e un nuovo interfaccia per la sorellina. Il divertimento era
assicurato per entrambi, eppure…
- Da quanto tempo sono dentro? -
- Da ieri sera. Quando sono rientrato dalla festa del liceo erano già lì. -
- A proposito, come è andata? C’era anche Linda? -
- No… ci siamo lasciati. -
- Cavolo fratellino, com’è possibile che non riesci a durare neanche un
mese con le ragazze? -
Jeremy contemplava la montagna di schiuma sopra i piatti sporchi,
quelli del giorno prima, e i riflessi multicolori su ogni singola bollicina.
La schiuma l’aveva fatta lui prima di sedersi a mangiare, cospargendo le
stoviglie di abbondante sapone e aprendo il getto a doccia del rubinetto.
La cucina aveva bisogna di una risistemata, ma ci avrebbe pensato la
donna delle pulizie dopo le vacanze. Fino ad allora sua madre avrebbe
continuato ad ammucchiare piatti nel lavandino, incurante del casino.
Tanto valeva darsi da fare, pensava lui. Se sua sorella gli dava una
mano sarebbe stata questione di una mezz’ora al massimo.
- Dai, puliamo questa roba.-
- E loro? -
- Li lasciamo attaccati. Lo sai che non vogliono essere disturbati. -
- E il pranzo di Natale? -

161
- Ti va il cinese? -
Papà e mamma erano immersi nel programma natalizio, con tanto di
renne, elfetti e col vecchio Santa adagiato sulla slitta, più grasso che
mai. L’esperienza era offerta dalla medesima bibita che aveva inventato
l’omone rosso che porta i regali. La promessa nello slogan di
presentazione aveva richiamato oltre 300 milioni di accessi nei giorni
che precedevano la festa sacra: “In Christmasworld 2032 tornerai a
credere a Babbo Natale!”
Più tardi un ragazzo di nome Lee suonò il campanello e porse a Jeremy
un sacchetto di carta con dentro due porzioni di gamberi agrodolci e
quattro involtini fritti.
- Ci sediamo in salotto? -
- No, ti prego. Non ne posso più di sentire il frinio del processore.
Andiamo in terrazza, che si sta bene… -
Fratello e sorella consumarono il pranzo di Natale in silenzio,
nell’arietta gentile di quello strano dicembre. Diciassette anni lui, dodici
lei. Alcuni già la chiamavano la “Unplugged Generation”.

162
IL FOTOGRAFO (101 Parole)

Il fotografo rubava i volti. Ritagliava la vita in un frame, cercandone il


senso. Spesso ritraeva volti di donna. Altre volte erano anziani, oppure
bambini.
Un giorno il click rubò gli occhi di lei. Nadia si chiamava, un’ombra tra
le ombre nel flusso incessante della metropolitana.
I pixel ricomposero l’immagine sul suo flat screen. Poi la cercò per 449
giorni, nei labirintici vicoli della sua città. Quando la rivide le corse
incontro e le mostrò la foto.
«Questa sei te?»
«Si…»
«Finalmente hai dato un senso a questa immagine.»
«Perché?»
«Perché dovevo trovarti..»
Esistono un’infinità di sistemi per baloccarsi col destino.

163
CICCHE ('10)

Stretti in una morsa di apatia, i due rimasero a bordo piscina a fumare


ed a inventarsi la giornata. Nonostante il caldo e l’acqua brillantissima
che prometteva refrigerio, restarono immobili sotto l’ombrellone,
perché anche l’idea di un tuffo sembrava un qualcosa di troppo faticoso.
Riuscivano a tollerare soltanto quel meccanico movimento delle
braccia, per afferrare il pacchetto sul tavolo, estrarre lentamente una
sigaretta dal filtro arancione ed accenderla con profonde boccate.
Parlarono di progetti, di intenti, di recenti trascorsi, enfatizzando il tutto
con espressioni estive, tipo “caramellarsi al sole” oppure “rovinarsi di
tequila bum”. La conversazione s’interrompeva di colpo ogni volta che
una ragazza in bikini passava davanti al loro ombrellone. Dopo averla
scrutata da capo a piedi, se ne venivano fuori con alcuni commenti poco
garbati sulla cellulite o su altri piccoli difetti, vantandosi
reciprocamente dei propri gusti raffinati. Ogni tanto, con enorme sforzo,
uno dei due si alzava per andare al bar a prendere una birretta o un
campari soda. La bevuta accompagnava sistematicamente una nuova
cicca.
Fu un ragazzino di dieci anni di nome Francesco, che a scuola tutti
chiamavano “Bomba” per la sua massiccia corporatura dovuta a una
poco salutare dieta di patatine e gelati confezionati, a movimentare la
giornata dei due accaniti fumatori. Gettandosi dal trampolino con
l’intento di esibirsi in una capriola, si schiantò di schiena sulla
superficie dell’acqua provocando un’onda anomala che ricadde sui due.
Le sigarette si spensero, il portacenere si colmò d’acqua e dal bancone
del bar si alzarono alcune risate femminili. Ai due non rimase altro da
fare che raccattare i loro asciugamani bagnati e defilarsi verso le docce.

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LE TRE CARAFFE ('09)

Il vecchio piumato continuava ad osservarmi, in bilico su una sola


zampa, con le spalle rivolte al tempio ed il becco all’insù, come se
stesse annusando il vento.
- Hai riempito le tre caraffe oggi? – domandò ad un tratto.
- Le tre caraffe? -
- Mente, cuore e corpo… le hai riempite, ragazzo? -
- Vecchio, non ho la più pallida idea di cosa stia dicendo. -
Allora il vecchio ricoperto di piume (e ne aveva di tutti i colori,
credetemi!) si mosse e mi venne incontro, scendendo i gradini del
tempio con le sue due gambine magre. Si avvicinò così rapidamente che
i miei occhi fecero fatica a metterlo a fuoco.
- Le tre caraffe… – ripeté, e mi toccò in tre punti, sulla fronte, sul petto
e sopra l’inguine. Le sue dita erano gelide. Le sue piume puzzavano di
humus. – Riempile e svuotale, di continuo, e nel svuotarle riempi quelle
degli altri, di chi ti è vicino. Non farle traboccare, e vivrai una vita
degna, tutto qui. – Poi si voltò e prese il volo.
Avevo fatto così tanta strada per arrivare al tempio che d’improvviso la
stanchezza mi fece vacillare. Caddi per molte ore, o forse sognai solo di
cadere. Quando riaprii gli occhi mio figlio più piccolo mi stava
porgendo un bicchiere vuoto, quello del succo d’arancia, e mi sorrideva
con due abissi negl’occhi.

165
IL MANGIATORE DI TESTE (101 Parole)

Il mangiatore di teste è una creatura del mondo moderno. Si aggira per


gli uffici delle grandi città, veste abiti di marca, porta i capelli corti e gli
occhiali scuri, anche nei giorni pioggia.
Si avventa sulla sua preda dopo averla anestetizzata con spot
pubblicitari e articoli da prima pagina. Si avvicina con le sue labbra
carnose a due centimetri dalla fronte della vittima, un gesto
apparentemente innocuo. Poi, con un guizzo da felino, spalanca le fauci,
afferra la testa e con un colpo secco la stacca dal corpo. Come un
serpente la digerisce pian piano.
Potrebbe toccare anche a voi…

166
IL TEMPIO ('09)

Dio mi ha parlato attraverso un canale criptato. Era lui, adesso lo so.


Al Tempio le anime venivano e andavano, più per curiosare che per
altro. Il server poteva ospitare fino ad un miliardo di visitatori, ma a
volte era costretto a rallentare. Le anime non si lamentavano. Pensavano
che facesse parte della visione, e poi il servizio era pagato dalla
pubblicità all’entrata, o almeno così tutti credevano; Midas, la bibita del
profeta. Chi non era soddisfatto del servizio o se ne andava o se ne
stava zitto.
Facevamo un mucchio di soldi io e il prete. Il prete l’avevo conosciuto
dentro una blind-orgy, quell’esperienze di sesso random che andavano
di moda lo scorso anno. Non erano male, ma poi quando hanno
cominciato a usare ragazze spot mi sono scocciato. Mi ero beccato
molte più spinte pubblicitarie di quanto potessi soffrire. Me ne accorsi
quando mi risvegliai d’improvviso davanti a uno scaffale di sapone per
l’igiene intima. Dissi basta, e tornai alle normali pink-chat. Però rimasi
in contatto con questo Thomas Serpe, come si faceva chiamare. Ci
eravamo incontrati in una di quelle situazioni estreme di gioco; isola di
sabbia bianca, palme color verde smeraldo e un centinaio di ragazze in
bikini a nostra completa disposizione.
- Questi fanno un mucchio di soldoni con gli innesti pubblicitari – dissi
io, mentre afferravo per la vita un paio di bionde.
- Appena esco mi faccio un bel lavaggio. Se vuoi ti passo il
programma?- offrì lui.
- Volentieri. Maledetti spot! Però adesso funziona tutto così. -
- Beh, non ci sono solo gli spot? -
- Che vorresti dire? -
- Ho un progetto in mente ma mi manca liquidità. Se vuoi te ne parlo,
Fuori però… -
E così ci demmo appuntamento in un locale del centro, uno dei pochi
rimasti ancora attivi Fuori. Metà dei clienti era comunque attaccata al
deck del tavolino, con le bevande lasciate a mezzo e ormai trasformate

167
in brodaglie imbevibili.
Thomas era vestito come un vero uomo d’affari, con un completo beige
di marca e una valigetta di pelle nera. Forse voleva fare impressione,
oppure gli piaceva vestirsi bene. Non mi sentivo a disagio con i miei
jeans, specialmente in quel locale defilato.
- Cosa posso offrirti? -
- Una birra va benissimo. -
Quella sera fondammo il Tempio, qualcosa di veramente sensazionale.

Qual’è il migliore settore per fare affari dopo il porno? La droga, è


ovvio. E dopo quella? La religione… miliardi di consumatori sparsi in
tutto il mondo. Adesso immaginate un mercato che fa convergere questi
ultimi due. Ecco che cos’era il Tempio. La promessa di vedere dio, di
poterci parlare, di poterlo addirittura toccare, questo era ciò che
vendevamo io e il prete. Ovviamente nessuno sospettava che
elevassimo le anime con le ultime sinto-droghe digitali in circolazione.
I fedeli entravano in chiesa, vedevano la pubblicità della bibita e si
sedevano tranquilli davanti alle effigi sacre. Poi arrivava il prete per il
sermone, e nel frattempo un programma ghost alterava le derivazioni
dei clienti con un boost di roba ben tagliata. La visione era assicurata e
gratuita, almeno la prima volta. Se poi l’esperienza divina ti prendeva
bene potevi sempre abbonarti; dodicimila crediti l’anno. Dopo il primo
mese di attività avevamo già quattrocentomila registrazioni in PRO, e
un traffico di due milioni di visite al giorno. Il mio conto in banca nel
frattempo era decuplicato.
Gli sbirri avevano annusato la roba, ma noi saltavamo da un server
all’altro con la rapidità di una cavalletta. Era praticamente impossibile
risalire a nostri indirizzi e conti correnti. Qualcuno dette l’allarme, ma la
gente preferisce credere al divino che alla cruda realtà, e come
biasimarla. Il Tempio era il luogo della rivelazione, la cosa più sacra
mai accaduta dall’invenzione della fibra ottica. Qualcuno interruppe
l’abbonamento quando la voce sulla droga venne fuori, ma si trattò di
una goccia nell’oceano.
L’afflusso di visite ci costrinse ad investire e ad esporci di più. Per
mantenere la reputazione non potevamo più nasconderci. Contattai un

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vecchio amico che ci sapeva fare e, sotto lauto compenso, gli chiesi di
insabbiare il programma ghost che innestava la roba. Se ne uscì fuori
con un piccolo capolavoro. Gli sbirri potevano piombare sul server in
qualunque momento e non avrebbero trovato niente di strano. Eravamo
pronti ad uscire dalla tana e a fare un mucchio di soldi.
Alla fine dell’anno il Tempio era la sensazione. Quindici milioni di
iscritti e cento milioni di visitatori. Io e il prete avremmo potuto ritirarci
davvero su un’isola deserta insieme a un centinaio di ragazze in carne e
ossa, invece rimanevamo attaccati al deck, fino a venti ore il giorno.
Perché il denaro è una fottutissima droga, la peggiore di tutti.
Credetemi!
Sapevamo che sarebbe venuto il giorno in cui la bomba sarebbe esplosa.
Avevamo trasformato milioni di fedeli in tossicodipendenti. Bussavano
alle porte del Tempio ad ogni ora e non se ne volevano più andare. Si
erano avute diverse overdosi e alcuni casi fatali di disidratazione al
deck. Cercammo di sedare le voci, mettemmo la questione in mano ad
un buon avvocato e inserimmo nuove regole per gli utenti. Prendemmo
tempo, ma sapevamo entrambi che non poteva durare. Il prete venne da
me un giorno e mi disse in tutta sincerità che dovevamo staccare tutto,
finché ci era concesso. Io, accecato dalla bramosia, provai a prendere
ancora un po’ di tempo. Litigammo e lui se ne andò sbatacchiando la
porta. Non lo rividi mai più.
Tirai avanti da solo per un mese, poi le cose si fecero ancora più
complicate. Chi ci vendeva la roba pretendeva di entrare in società, e la
questione era sempre stata fuori discussione, ma il prete se n’era andato
e da solo non riuscivo a stare dietro a tutto. I casini si moltiplicarono
velocemente una volta che gli spacciatori presero sotto il loro controllo
il programma di innestamento. La roba perse di qualità, le overdosi
aumentarono, la polizia ci fu nuovamente col fiato sul collo.
Mentre guardavo rifluire le anime nel Tempio, molte delle quali si
trascinavano come amebe, cercai di dare un senso alla follia di cui ero
stato, insieme a Thomas, l’artefice. Fu in quell’istante che si aprì una
finestra bianca e accecante, una luce rotta da un cursore nero come lo
spazio infinito, un occhio abissale che lampeggiava in alto a sinistra. Le
parole presero forma lentamente, lettera dopo lettera.

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“Fermati adesso! Te lo ordino.”
- Chi sei? – domandai, senza accorgermi di tremare.
“Fermati, figlio. Hai venduto abbastanza bugie e falsi miracoli da far
rimpiangere il mio nome per almeno un altro secolo. Basta!”
- Vuoi dire che tu… -
Ma la finestra di luce era già stata inghiottita dalla matrice.

Dio mi ha parlato attraverso un canale criptato. Non posso provarlo, ma


questa è la ragione per la quale ho distrutto il suo falso Tempio e ho
accettato di farmi questi venti anni dentro la cella di un penitenziario:
solo così, forse, riuscirò a riedificarne uno vero, dentro di me.

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IL MERCANTE DI SOGNI (101 Parole)

Jack vendeva i sogni, quelli ancora da realizzare. Perché il sogno


rimane tale fino a quando non diventa realtà.
La gente ha sempre bisogno di un sogno di ricambio. La gente è piena
di sogni. Qualcuno ha i cassetti così stipati che sono sul punto di
esplodere.
Jack faceva i prezzi migliori della città. A volte se ne usciva con delle
offerte, un tre per due…
Ma sono anni ormai che non colleziono più sogni. Adesso quando
incontro Jack lo saluto e passo di lungo. Lui ci prova sempre a rifilarmi
qualcosa, ma io non ci casco.
Non ci casco più!

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IL VECCHIO ULIVO ('10)

I ragazzi saltarono giù dal motorino e procedettero a piedi sullo sterrato


che in quel punto diventava più insidioso, con rocce aguzze che
spuntavano dappertutto minacciando di bucare qualche ruota. In mano
tenevano i caschi e uno di loro c’aveva infilato dentro un sacchetto di
plastica contenente un paio di bottiglie di Moretti da 66. La stradina
divenne un sentiero e si aprì sulla vallata. Il posto ideale era all’ombra
di un vecchio ulivo che s’alzava vigile sul paesaggio, così i due si
sedettero sull’erba secca di quel caldo pomeriggio di luglio e aiutandosi
con un portachiavi stapparono le due birre. Per un minuto abbondante
non parlarono. Bevvero, guardarono e ascoltarono. Ci venivano spesso
lassù, specialmente d’estate, perché dopo le cinque si alzava un buon
vento e il mondo preparava il teatrino quotidiano del tramonto, che era
sempre un grande spettacolo. Di cose ne avevano da parlare, ma chissà
perché tutte le volte che si trovavano da soli sotto quel vecchio ulivo, al
cospetto della vallata, le parole venivano meno. Allora uscivano fuori
discorsi frammentati, mezze frasi colmate da sguardi e lunghi sorsi di
birra.
- Stasera chi viene?
- I soliti, credo…
- Ma siamo a casa tua?
- Si, basta non facciate il casino dell’ultima volta…
- Non ti preoccupare, ti aiutiamo a rimettere a posto…
- Si, dite sempre così.
I pensieri volarono via, e qualcuno rimase appeso alle fronde del
vecchio ulivo. Poi la solita ombra si posò sui due, come una nuvola
improvvisa che oscura il sole.
- È quasi un anno ormai…
- Si…
- Facciamo qualcosa il dodici?
- Che hai in mente?
- Un ritrovo… così per ricordarlo insieme…

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- Non lo so… se ci penso sto malissimo…
- Anch’io…
Perché la morte inaspettata di un amico non è un qualcosa che ci si
lascia alle spalle così facilmente. Non è la ferita adulta, che col tempo si
rimargina lasciando solo una brutta cicatrice. I ragazzi ci stavano
convivendo con quella ferita, cercavano di capirla, accettarla, ma giorno
dopo giorno, senza che loro lo sapessero, lei li stava cambiando.
- Hai già finito?
- Si… avevo una sete terribile.
- Che facciamo adesso?
- Aspettiamo il tramonto…
A valle un uomo vestito di scuro che non assomigliava per niente a un
contadino continuò a falciare con veemenza il grano dorato, ma nessuno
dei due ragazzi lo notò.

173
IL VENTO (101 Parole)

Sulle colline sopra la città, agli inizi di un tiepido ottobre, un uomo e un


bambino camminavano tenendosi per mano. D’un tratto il bimbo si
fermò.
«Ascolta…»
«Che c’è, piccolo?»
«Lo senti?»
«Che cosa?»
«Il vento. Riesci a sentirlo?»
L’uomo ascoltò, o forse, per fare contento il bimbo, fece solo finta di
ascoltare.
«Io non sento niente…»
«Come non senti niente?»
«Ma cosa dovrei mai sentire?»
«Il vento.»
«Ah, il vento. Certo, quello lo sento anch’io.»
Il bambino volse lo sguardo all’adulto, incrociò le braccia e corrugò la
fronte.
«Lo senti davvero?» domandò ancora.
Ma l’uomo non seppe più cosa rispondere.

174
CYBERBLUES ('09)

Una bottiglia di bourbon e il cielo grigio della città. Non ho bisogno di


altro per stasera. Il malto attanaglia le budella come solo lui sa fare, e la
testa galleggia tra le note di un vecchio disco, lontana dai baci e dalle
carezze di lei, che non è più con me…
Si chiamava Alice, ma per gli amici era solo uno dei tanti modelli
Kaifer-5600, ed io per lei me li sono giocati tutti… gli amici. No, non
era un semplice oggetto da vetrina. Io l’amavo, com’è vero questo cielo
grigio ed il bicchiere vuoto che ho in mano. Non me n’è mai fregato
niente di quello che pensava la gente. Come se non lo sapessi di che
pasta erano fatti quegl’ipocriti dei miei colleghi…
Io sono un tipo all’antica. Da quando hanno legalizzato i programmi
Truesex, le bimbe di lattice sono diventate roba per i nostalgici. Le ho
provate quelle dannate Orgychats, ma non sono mai riuscito a partire
completamente. Le simulazioni sono così esatte che non puoi fare a
meno d’intuire l’inganno. Alla fine il sesso è solo nella tua testa, e il
risveglio è assolutamente deprimente. I vecchi modelli Kaifer invece
sono una sicurezza…
Alice mi guardava attraverso due smeraldi sintetici e lunghe
sopracciglia in similcorno. I suoi occhi dicevano sempre la verità. Il
nostro amore è cresciuto nel tempo, tre anni e undici mesi dissipati di
momenti meravigliosi; le serate al teatro olografico, il ristorante
tailandese al cinquantatreesimo piano del boulevard, le corse in auto
sulla sopraelevata, ma soprattutto le notti d’amore tra le sete porpora del
nostro letto. Dio come l’amavo…
Ricordo la sera che mandai a quel paese il mio capo. Eravamo a una
cena di lavoro e lei era bellissima. Accanto alle mogli dei miei colleghi,
Alice sembrava una regina in mezzo a un manipolo di mummie.
Sorrideva, parlava disinvolta senza mai sembrare invadente, sensuale e
intelligente al tempo stesso. Tutti sapevano quanto era importante per
me che la trattassero con il dovuto rispetto, ma la gelosia è una brutta
bestia. Al mio capo uscirono dalla bocca un paio di battute fuori luogo e

175
io non ci pensai su due volte; mi alzai dal tavolo e mandai al diavolo
tutti i presenti, poi me ne uscii fiero con lei accanto, splendida nel suo
completo in vinile rosso. Quella notte si dette a me completamente,
attingendo ai programmi più seducenti, improvvisando sulle
informazioni che aveva registrato fino ad allora, mostrandomi senza
mai rivelarmi l’inganno. Ma potevo davvero parlare d’inganno con lei?
No, e adesso lo so. Ho amato un modello Kaifer, e allora? Non sono il
primo uomo che ha perso la testa per una macchina, e non sarò neanche
l’ultimo.
Il disco è finito e la bottiglia pure. Lei giace riversa sulla poltrona, con
gli smeraldi chiusi e il led spento. Una manciata di cavi le ricadono sul
collo. Ho provato a recuperare qualche dato, ma il disco è
completamente partito; niente back up! Quasi quattro anni di relazione
cancellata per colpa di un dannato corto circuito. Dio, perché mi hai
fatto questo…
Ma dio non c’entra niente. Anche lui è roba da nostalgici, perché una
donna perfetta come Alice dio non sarebbe mai riuscito a concepirla.
Addio amore. Non ti dimenticherò…

176
CLICK (101 Parole)

Click! Continuavo a scattare, perché non riuscivo proprio a crederci. Le


foto mi hanno sempre aiutato a fare i conti con la realtà. Click!
Lei, lui, la panchina del parco, la donna dei piccioni, i bimbi col
pallone, i raggi di sole attraverso le larghe foglie dei platani. Click!
Spinsi al massimo il teleobiettivo. La vidi ridere attraverso i mille
riflessi del corpo macchina. Click! Una carezza fugace, un bacio
sfiorato. Click!
Insieme, mano nella mano, lasciarono la panchina. Dov’erano diretti, mi
chiesi. Una camera d’albergo oppure a casa di lui?
Click! Ma ormai neanche lo zoom riusciva più ad afferrarla.

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LA SPIAGGIA ('09)

La linea che divide l’acqua dalla sabbia segna il passaggio tra due
mondi. Camminare seguendo quella linea è come galleggiare in un
limbo a metà strada tra due verità. La spiaggia è il luogo in cui
convergono le domande. Le uniche risposte che sarai pronto a dare
saranno tracciate sulla sabbia dai tuoi piedi. Cento, mille, diecimila
impronte lavate via dal vento e dalla risacca. E animali antichi ti
guarderanno da dentro i loro rifugi, piccole conchiglie disseminate
lungo il percorso. Le loro risa stridenti rimbomberanno tra le galassie
più remote del cosmo.
Avanzare col sole in faccia è conveniente. Con la scusa di esserne
accecato puoi far finta di non vedere quelle domande, ed ignorare gli
scherni degli dei. Il sole ci sa fare, anche in ottobre avanzato. Il sole è il
tuo unico amico.
L’unico problema è che devi tornare indietro, e allora avrai il sole alle
spalle, e si alzerà un vento bastardo che ti sputerà ingiurie in faccia,
perché il vento arriva sempre, prima o poi…
Segui la linea. Non pensare al ritorno. Può succedere a volte che la linea
curvi, che una striscia di sabbia si protragga verso l’acqua, formando un
piccolo appendice di spiaggia. Quello potrebbe diventare il tuo nuovo
obbiettivo.
Adesso il sole ti scalda da un lato del volto e dall’altro c’è il vento che te
la canta. Davanti a te la distesa d’acqua è tua completa disposizione.
Potresti anche approfittarne per affogare una ad una quelle domande…
Succede a volte che una barca appaia dal nulla. Se dovesse accadere
proprio adesso, sarai pronto a saltarci su, e a lasciarti alle spalle la
spiaggia e tutto il resto?

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STORIA DI UN SASSO (101 Parole)

«C’era una volta un sasso...»


«Ma no, non una storia sui sassi, ti prego. Inventati quello che ti pare
ma non una storia sui sassi.»
«E perché mai? Questo era un sasso importante, sai…»
«Ma come può essere importante un sasso, dai! Ma fammi il piacere!
Vuoi solo dimostrare di poter scrivere una storia su tutto, ma questa qui
fa acqua da tutte le parti, e ancora devi iniziare a raccontarla.»
«Ma guarda che questo sasso…»
«No, per favore, smettila!»
«Ti giuro che…»
«Adesso basta, dai!»
«Ma ascoltami…»
»Noooo…»
«Stai attento a…»
«A cosa?»
PATAPUM!
»…a quel sasso che ti dicevo!»

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IL DISCO VOLANTE ('10)

- Tu l’hai visto?
- No, cosa?
- Ma come, era proprio sopra di noi…
- Ma di che parli?
- Il disco volante…
Pilu guardò il Cinne con le palpebre quasi completamente abbassate,
piegato in quella posizione arcuata tipica dei tossici. La cenere della sua
Marlboro, lunga almeno mezzo dito, imitava la sua postura. Entrambi,
uomo e sigaretta, rimanevano ancora integri per una misteriosa forza
opposta alla gravità di cui non ci è data sapere l’origine.
- Ma che cazzo dici?
- Ma no, ti giuro, è passato velocissimo…
- Ma te sei andato di brutto…
- Stronzo!
Sopra i due la volta stellata nascondeva un miliardo di misteri, e forse
c’erano davvero gli omini verdi che facevano l’occhiolino e giocavano a
nascondino. Che importava se un paio di tossici li sbirciavano. Nessuno
avrebbe mai creduto a due fattoni. Il Cinne era sempre più convinto, e
grattandosi violentemente una coscia rincominciò a parlare.
- C’era una luce arancione che veniva da sotto, cioè da sotto l’astronave,
hai capito… e poi le finestrelle sulla parte superiore del… come cazzo
si chiama… dello scafo, cioè hai presente una scodella rovesciata?
- Cazzo, ma allora non stai scherzando. Lo hai visto per davvero… –
replicò Pilu perdendo lo sguardo già perso nella perdizione dello spazio
infinito.
Ai giardini erano soli, le luci erano poche perché tre dei quattro lumi
addetti ad illuminare il luogo erano rotti. La condizione era ideale per
osservare il cielo se non fosse stato per i lampioni gialli del vicino
vialone, quello che collegava la periferia estrema della città con quella
meno estrema. E poi c’erano i fari delle Mercedes e delle Bmw che si
fermavano ad intermittenza alla ricerca di un po’ di compagnia.

180
Insomma la notte era piena del solito via vai, e i nostri due eroi la
facevano da spettatori, tanto per cambiare…
- Certo è proprio un mistero l’universo… – continuò Pilu, cambiando
posizione. Il Cinne invece teneva entrambe le palpebre abbassate
mentre un rivolo di bava gli pendeva dalla bocca. Sembrò rianimarsi
quando udì l’amico, si riaddrizzò un po’ e cercò di rispondere, ma emise
solo dei rantoli incomprensibili. Nel frattempo la sigaretta si era spenta,
anche se rimaneva saldamente stretta tra l’indice e il medio con i soliti
due centimetri abbondanti di cenere.
- Mmmm?
- No, cazzo… dicevo dei misteri…
- Boia! È proprio un mistero…
Ma il vero mistero del Cinne erano le sue scarpe, che continuava a
fissare estasiato. Pilu invece era di nuovo in piega, ma trovò lo stesso la
forza per accendersi un cicchino.
A cento metri dai due una ragazza appena diciannovenne saliva sul
coupè di un vecchio imprenditore della città-bene. A mezzo chilometro
Mustafà rifilava una dose tagliata male a un vecchio cliente
rompicoglioni. In alto invece, non molto distanti, due omini verdi
assistevano alle scene di vita umana che sfilavano sotto di loro
schermando l’astronave con un ricavato tecnico tipicamente alieno; il
raggio dell’invisibilità.
- Che cazzo ci facciamo qui?
- Ci vediamo gli umani… sono uno sballo, non trovi?
- Guarda che se l’astronave madre ci scopre siamo nei guai…
- Rilassati e passami la roba, dai…
Perché ovunque tu vada, rimarrà sempre un po’ di spazio per viaggiare
più lontano.

181
IL CORVO E LA COLOMBA (101 Parole)

C’era una volta un corvo e una colomba nel mezzo di una strada di
periferia, ed erano appena le sei del mattino e la città dormiva beata. Il
corvo beccava gli angoli di una paginetta della settimana enigmistica.
Fu in quel mentre che la colomba gli si avvicinò.
«Che fai?»
«Leggo.»
«Tu?»
«Certo, perché le colombe non sanno leggere?»
«Certamente… ah, ah!»
«Perché ridi?»
«Per la battuta di quella vignetta.»
«Si, l’avevo già letta. Sto facendo il cruciverba, io…»
«Difficile?»
«No, l’ho quasi finito…»
Presi dalla lettura o dalla loro vanità, i due uccelli non udirono il
camion del latte sopraggiungere.

182
IL COLORE DELL'ANIMA ('09)

Mi chiamo Valerio Parisi, ho cinquantotto anni e da tredici mesi


combatto una malattia terminale che a breve mi porterà nella tomba. Ne
hanno provate di tutte, ma il cancro l’ha avuta vinta, al solito. Ho visto
morire prima mia madre e poi mia sorella; stessa storia, stesse
procedure. Chemio, sofferenze, false speranze, miglioramenti e poi la
sentenza. Intendiamoci, non mi aspettavo di guarire. Quando mi hanno
diagnosticato il tumore maligno sapevo come sarebbe andata a finire, e
mi va bene così. Nessuno piangerà la mia dipartita. Mia madre e mia
sorella mi hanno preceduto, mentre mio padre non l’ho mai neanche
conosciuto, e quindi sono più che sicuro che morirò da solo, in pace,
insieme ai miei fantasmi.
Ma di uno di questi fantasmi, il più terribile e vergognoso, vorrei
lasciare testimonianza in queste pagine. Quando qualcuno verrà a
ripulire il mio appartamento forse si metterà a leggere questo quaderno
e scoprirà un assassino. Per allora mi troverò beatamente sotto terra, a
dare da mangiare ai vermi.

Questa non è una semplice confessione. Questo non è un atto di


redenzione. Per quanto colpevole di un orribile omicidio, non cerco né
scusanti né perdoni. Questo è semplicemente un omaggio alla verità,
quell’inafferrabile chimera che gli uomini hanno da sempre la
presunzione di rincorrere, ma che solo raramente, o forse mai, sono in
grado di afferrare pienamente.
Il 18 settembre 1983 invitai a cena una mia collega di lavoro, tale
Francesca De Luca, ventisette anni laureata in giurisprudenza,
impiegata presso la medesima compagnia d’assicurazioni per la quale
ricoprivo l’incarico di consulente. Non ho mai avuto successo con le
donne e a trentadue anni contavo solamente un paio di brevi relazioni
deragliate nella noia. Ma Francesca era una tipa in gamba, me ne
accorsi subito, come mi accorsi che era di un livello troppo al di sopra
di me. Sapete cosa intendo, vero? Prima dell’attrazione esiste un altro

183
importante fattore che permette a due persone di convergere in una
relazione, ed ha che fare con l’anima. Si, l’anima. Io credo fermamente
nell’anima. Quella di Francesca era fulgida e grande, mentre la mia…
beh, se continuerete a leggere queste pagine, ve ne renderete conto voi
stessi di pasta è fatta la mia anima.
L’anima è qualcosa di più complesso di un codice genetico o di un
profilo caratteriale. Se nasci con l’anima sbagliata, non puoi fare altro
che accettarla, e cercare di fare meno danni possibile. Quella sera presi
pienamente coscienza della natura della mia anima, e da allora ho
sistematicamente evitato di avvicinarmi alle persone, per paura di fare
loro del male.
Invitai Francesca a cena a casa mia, un incontro di cortesia e di lavoro.
Ero sicuro che avrebbe rifiutato ed invece accettò e si presentò alle otto
in punto con una bottiglia di vino e la bozza di una presentazione che
stava preparando per la compagnia. Voleva avere la mia opinione ed io
ero felicissimo di poterla aiutare.
Preparai la bistecca, l’insalata, bevemmo il vino e poi sparecchiammo
insieme e incominciammo a parlare di lavoro. Mi mostrò il fascicolo
che aveva con se, lessi, commentai, feci due battute, lei rise, versai altri
due bicchieri di rosso e bevemmo di nuovo. La serata procedeva alla
grande. Poi successe qualcosa di sbagliato.
Prima di quella sera non avevo mai preso l’iniziativa con una donna.
Non sono mai riuscito a percepire i segni e i tempi giusti. Le donne che
avevo avuto fino a quel giorno avevano sempre fatto il primo passo, ma
quella volta provai ad andare contro la mia natura passiva ed insicura.
Le afferrai la mano, la guardai e provai a baciarla.
Gli eventi che seguirono rimangono confusi nella mia mente,
nonostante abbia provato per molti anni a riesumarli nei minimi
dettagli. Ricordo che lei evitò il mio bacio e ritirò la mano, ricordo che
si alzò dal tavolo e disse qualcosa, ma non ricordo assolutamente cosa.
Ricordo che incominciò a raccogliere le sue cose per andarsene, ma non
ho idea di come la raggiunsi alla porta di casa, per afferrarle i capelli e
sbatacchiarle la testa contro il tavolino di marmo dell’ottocento che
avevo nell’ingresso.
Ricordo le mie mani che le stringevano la gola, ricordo lei agonizzante

184
sulla moquette grigia, ricordo il suo sguardo supplichevole poco prima
di esalare l’ultimo respiro, ma non ricordo affatto la ragione per la quale
mi era improvvisamente scattata quella furia omicida.
Rimasi seduto accanto al corpo di Francesca per più di un’ora, a
contemplare l’abatjour riversa sul pavimento, con la lampadina che
nella caduta doveva essersi svitata e perciò lampeggiava
convulsamente. La contemplazione mi aiutò a decifrare il colore della
mia anima, ma non a farmene una ragione. La mia anima è nera,
obliante, succhiatrice di luce, un assurdo vortice del nulla. Dopotutto mi
ritengo un uomo fortunato, o forse i fortunati siete voi. Se avessi
ascoltato la mia anima più spesso avrei continuato a mietere vittime,
invece ho preso coscienza della mia natura e mi sono fermato lì,
nell’ingresso del mio vecchio appartamento, accanto al corpo senza vita
di una giovane avvocatessa.
Quello che è successo dopo potreste trovarlo rivoltante. Se così fosse vi
assicuro che il problema è solo vostro. Se siete della anime chiare
oppure grigie, potreste pensare di me come ad un folle. Se siete delle
anime candide penserete che sia l’incarnazione del male. In realtà
questo è solo un gioco di percezioni. La verità va oltre la
rappresentazione di noi stessi in questa farsa che chiamiamo vita. Ma
non complichiamo troppo la storia e cerchiamo di tornare al punto.
Francesca era morta e niente l’avrebbe fatta ritornare in vita. Capii che
il bisogno di esorcizzare quell’evento e di fare i conti con il colore della
mia anima era l’unica priorità plausibile di quella storia di morte.
Compresi che se avessi cercato di accettare la mia natura con troppa
leggerezza avrei rischiato di rimanerne sopraffatto, per questo nascosi
immediatamente il corpo. L’anno prima un amico mi aveva chiesto se
avevo posto per un congelatore a pozzo, di quelli che i bar usano per i
gelati. Si era separato dalla moglie ed era tornato a vivere con sua
madre, ma era in attesa di comprare casa e andare a vivere da solo.
Chissà per quale motivo aveva fatto dodici rate per quel congelatore,
che poi aveva piazzato nel mio appartamento. Non è mai tornato a
riprenderselo, perché sei mesi dopo tornò a vivere con sua moglie e non
c’era spazio per quell’affare che alla fine rimase a me. A quei tempi i
cibi congelati non avevano ancora un grande mercato, ma io, vivendo

185
da solo, lo trovai molto utile. Congelavo praticamente tutto; carne,
pesce, pane, verdure, pasta fresca. Ciononostante il frigo era sempre
mezzo vuoto. Quella sera lo svuotai completamente e ci infilai il corpo
di Francesa. Mi preoccupai di toglierle i vestiti prima di metterla dentro,
per una semplice questione di igiene. Poi ricoprii il suo corpo con
sacchettini di piselli, broccoletti, bistecchine di maiale, ossi buchi,
orate, ravioli di patate e filoncini da mezzo chilo. Non riuscì a ricoprirla
completamente. Rimanevano fuori un piedino con le unghie smaltate,
un gomito e una ciocca di capelli. Pazienza, pensai, e chiusi il
congelatore.
Ci furono le indagini della polizia sulla sua scomparsa, articoli in terza
pagina sui quotidiani più importanti e ne parlò anche il telegiornale. Mi
aspettavo che la polizia irrompesse nel mio appartamento da un
momento all’altro. So che vi parrà strano ma la cosa non mi
preoccupava minimamente. Se avessero bussato alla porta li avrei
condotti immediatamente al congelatore a pozzo. L’idea di farmi
l’ergastolo o di passare per un pazzo non mi turbava. Avevo altro a cui
pensare. Dovevo fare i conti con il colore della mia anima.
Ancora mi chiedo perché nessuno venne a chiedermi niente. Quella sera
Francesca venne in taxi, quindi la polizia avrebbe potuto risalire a me
solo attraverso il tassista, che sicuramente non aveva prestato attenzione
a una delle sue tante clienti. Ancora più strano mi sembrò il fatto che
non avesse parlato con nessuno del nostro incontro. Insomma, anche se
avessi voluto cancellare gli indizi su di me, non ce ne sarebbe stato
bisogno, per il semplice fatto che non c’era alcun indizio su di me.
Dopo tre mesi nessuno parlò più di Francesca De Luca, neanche a
lavoro, eppure lei era sempre con me, sotto i pisellini primavera e gli
ossi buchi.
A quel tempo abitavo a poco più di dieci minuti di cammino dal mio
ufficio, una passeggiata molto piacevole interrotta da un cappuccino e
un cornetto al bar Jolly che si trovava a metà strada. Prima del bar
passavo un ponticino che dava sopra un canale di scolo, buio e
melmoso. Fu in quel canale che nell’arco di tre mesi e mezzo mi liberai
del corpo di Francesca, un pezzettino alla volta, così come un poco alla
volta accettai la mia natura deviata.

186
Mi alzavo la mattina, facevo la doccia, prendevo il caffè, e prima di
vestirmi andavo a prendere, dalla cassetta degli utensili, il flessibile che
mi ero comprato per l’occasione. Indossavo una mascherina e un
grembiule bianco impermeabile e aprivo il congelatore. Dopo avere
estratto i cibi in superficie, azionavo la lama rotante e amputavo un
pezzettino del suo corpo. Incominciai con la mano destra, all’altezza del
polso. Il flessibile riscaldandosi scongelava velocemente la carne e
qualche gocciolina di sangue schizzava sulle pareti del congelatore
oppure sui miei occhiali di protezione, ma niente che non si potesse
levare con un colpo di spugna. Il pezzo lo infilavo in un sacchetto di
plastica per alimenti surgelati (all’epoca era davvero difficile trovarli
per uso privato) e poi rimettevo tutto a posto, ragazza e broccoletti.
Per quasi quattro mesi, come vi dicevo, me ne andai a lavoro con un
sacchettino di plastica ed un pezzo di Francesca nella borsa dei
documenti della compagnia. Mi fermavo sopra il ponte e con
noncuranza, senza neanche preoccuparmi che qualcuno potesse trovare
curioso quel mio comportamento, svuotavo il sacchetto nel canale di
scolo. Ogni volta che eseguivo questo rituale mattutino, apparentemente
efferato e folle, sentivo una strana quiete depositarsi sul mio cuore,
come una cicatrice che si rimargina pian piano. Immaginavo che stessi
lentamente chiudendo la porta segreta che avevo spalancato dentro di
me, quella sera funesta in cui mi avventai su Francesca. Volevo
chiudere a mandata quella stanza e gettare via la chiave, segregando la
mia nera anima una volta per tutte.
E così riuscii a fare. Insieme all’ultimo pezzo di lei, il suo piedino
sinistro, in una bella mattinata di marzo, tornai ad essere quello che ero
prima dell’omicidio, tuttavia cosciente delle mie crudeli potenzialità.
Questa è la verità. Adesso la conoscete, e per quanto terribile dovrete
anche voi fare i conti con lei, come li feci io sopra il canale di scolo.
Non ho rimorsi. Non ho rimpianti, e credo che se esiste davvero un dio,
dimostrerà la sua comprensione nei miei confronti. Se davvero è stato
lui a soffiare l’alito di vita nella mia anima, deve averci avuto i suoi
motivi.
Ed io non mancherò dei chiedergli spiegazioni, molto presto, appena ne
avrò l’occasione.

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IL RACCONTO PIÙ BREVE (101 Parole)

Quando il mio editore mi chiese di scrivere il racconto più breve che si


era mai visto, io gli porsi furioso la mia ultima storia priva del finale.
- E questo cosa vuol dire? -
- Come cosa vuol dire? Hai visto cosa ha fatto il tuo dannato racconto?
Era così breve che ha rubato le parole di quello che avevo appena
scritto. Adesso nessuno saprà come andava a finire!
L’editore mi guardò perplesso. Pensava che scherzassi, invece gli dissi
di andare al diavolo e lo licenziai.
Se avevo ucciso quella storia la colpa era sua, e lui lo sapeva.

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IL TEMPO PER AMARE ('09)

Malgrado Marina mi guardasse con gli occhi velati da un pianto


represso, io continuai a riversarle addosso le frasi che avevo impresso
così bene nella mente e che avrebbero decretato la fine della nostra
lunga storia. Solo adesso, a distanza di due anni, mi accorgo che quelle
parole erano false, seppure le avessi ragionate ed in parte sentite. Ma la
verità non è mai così semplice come la si immagina. La verità non è
esclusivamente sentimento o razionalità, anche se è probabilmente
figlia delle due, e soprattutto non è definibile in un momento, ma solo
attraverso il ciclo degli eventi, il trasformismo delle cose e le
conseguenze delle proprie decisioni.
Non ero io quell’uomo che la guardava negli occhi senza vederla, in
quel pomeriggio di marzo stranamente caldo nel giardino di casa. Non
era la mia voce quella che cercava di convincerla che tra noi due ormai
non esisteva più nulla. Non erano i miei gesti quelli che mascheravano
la mia risoluzione. “Non tornare indietro! Non cadere nella trappola”
continuava a ripetermi una vocina da dentro, un disco che avevo inciso
durante i giorni in cui mi ero preparato ad affrontarla.
Quando incominciò a mancarmi ignorai i sintomi. Quando stavo male
davo la colpa al lavoro, o al primo capro espiatorio che mi capitava
sotto mano; parenti, amici, vicini di casa. Qualcuno iniziò a pensare che
c’era qualcosa di sbagliato in me, e come potevo dargli torto. In pochi
mesi ero diventato espertissimo a scansare le relazioni e a rinchiudermi
nel mio malumore. Quella fu la fase più triste, ma in qualche modo
meno dolorosa, perché ancora non riuscivo ad ammettere a me stesso
l’errore che avevo commesso e quello che avevo per sempre perduto.
La rividi per caso in un sabato di pioggia, era settembre ed io avevo
superato la prima fase ed ricominciato il solito tram-tram di incontri
inutili, aperitivi, cene, sesso veloce e mai appagante e letti vuoti al
mattino. Lei passeggiava insieme a un tipo sui quaranta, alto e con un
certo charme. Ricordava me tra dieci anni e la cosa mi procurò una
masochistica soddisfazione. Quel giorno mi convinsi che ero stato uno

189
stupido a lasciarla e me ne feci pure una ragione, perché nonostante
Marina fosse probabilmente la donna della mia vita, erano stati i tempi
sbagliati a fregarci. Di quale colpa avrei mai potuto accusarmi se non
quella di aver ascoltato il mio cuore in quel pomeriggio di marzo e
averle detto come stavano le cose? Ed il mio cuore strillava una cosa
sola, ed era paura. Paura con la “P” maiuscola. Potevo forse ignorarla?
No, quella era l’unica verità.
Dopo l’incontro passarono alcune settimane tranquille, un periodo che
ricordo come la classica calma che precede la tempesta. Poi arrivarono i
matrimoni, tre in un botto solo. Nel giro di appena un anno i miei amici
più cari si erano sistemati, andando contro a tutte le aspettative.
Artistoidi matti, ragazzacci scapestrati, zingari per natura e per diletto,
tutti, chi più chi meno, allo scoccare dei trenta avevano imboccato la
strada verso l’altare. Una parte di me li detestava, nonostante li amassi
come sempre, e la cosa che mi faceva più rabbia era che mi sembravano
felici per davvero. Cercavo di convincermi dell’opposto, ma mi accorsi
che non ero più così abile nell’ingannarmi. Erano felici ed invece di
sforzarmi di essere felice per loro li prendevo in giro pavoneggiandomi
della mia vita da single. Ed erano tutte bugie.
Dopo la scenata del terzo matrimonio, alla fine del quale io,
completamente ubriaco, brindavo ironicamente alle semplici vite dei tre
compagni di vita, incominciai a non rispondere più alle chiamate. Il
sentirmi vittima di uno strano gioco del destino mi faceva stare così
male che, per convincermi della mia invincibilità, iniziai a respingere
ogni affetto. Allontanare i miei amici, che avevano altro a cui pensare,
lavoro, mutuo e bimbi in arrivo, fu più facile del previsto. Le serate
iniziai a passarle insieme a gente alla quale non mi sarei mai avvicinato
in passato, ed in breve lo spinello del sabato sera divenne due righe di
coca, oppure un paio di pasticche. Seguivo un tracciato illuminato a
giorno da fiaccole accecanti, una strada dritta e buia priva di meta, e le
luci delle città riuscivo appena a scorgerle al di là del guardrail, mentre
spingevo incurante sull’acceleratore. Nella città vivevano i miei amici
che non si meritavano altro di essere derisi, e viveva anche Marina col
suo nuovo uomo, e forse era felice, più felice di quanto non lo sarebbe
mai stata con me.

190
Mi ci sono voluti due anni per capire e smettere finalmente di punirmi
per quelle parole che le dissi quel giorno. La paura non c’entra e il
destino è un placebo per menti facili. Ho riaperto finalmente la porta del
cuore, la stessa che avevo richiuso quel giorno di marzo e che ho tenuto
sbarrata per tutto questo tempo, negando l’accesso persino ai miei amici
più cari.
Non esistono uomini o donne della vita. Esiste il tempo per amare, e
quando c’è quello ci sono tutti gli ingredienti giusti per creare qualcosa
di meraviglioso.
Adesso lo so; è finalmente tornato anche per me il tempo per amare.

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RACCONTAMI UNA STORIA (101 Parole)

“Papà, raccontami una storia...”


L’uomo guardò il figlio e sorrise. Poi incominciò: “C’era una volta…”
“Che cosa?” domandò una vocina nella testa.
“No, non è vero…” sussurrò l’uomo. Poi tornò a guardare il figlio.
“C’era una volta…”
“Chi? Rispondimi. Risponditi! Chi c’era?”
“Lasciami in pace!” urlò l’uomo alla vocina.
Scosse la testa, riprese fiato e continuò: “C’era una volta…”
“…tuo figlio!”
L’uomo si disconnesse e sprofondò nel pianto, ma il programma che
faceva rivivere i ricordi continuò a girare nel deck. Poteva ancora
sentire la voce del piccolo Matteo dalle casse dell’apparecchio.
“Papà, raccontami una storia...”
Ma Matteo non c’era più.

192
IMPRONTE ('10)

Ho lasciato impronte dappertutto, come un ladro maldestro, un bambino


goloso con le mani sporche di marmellata. Le ho lasciate in salotto con
le riviste di fotografia appoggiate distrattamente sul divano, in cucina
con le mie salsine piccanti in frigorifero e la mini collezione di bottiglie
di birra artigianali, ovviamente vuote, messe in bella vista sulla mensola
più alta. In bagno c’è ancora la schiuma da barba e le lamette usa e
getta, oltre alla mia inseparabile crema contro le dermatiti. In camera da
letto, sotto il cuscino, ho lasciato la canottiera bianca, e sul comodino il
libro di Buzzati che non sono mai riuscito a finire. Nell’armadio due
pantaloni di ricambio, magliette, calzini, mutande e un paio di camice.
Tracce di una vita di coppia, che non toglierò. Forse ci penserà lei,
appena si sarà convinta che la nostra storia è finita.
Ma l’impronta più indelebile gliel’ho lasciata sul cuore. Succede sempre
così. Vorrei sentirmi un po’ in colpa, ma non ci riesco. Esco di casa,
accendo il cellulare; tre messaggi e quattro chiamate mancate nella
notte. Domani saranno di meno, penso, mentre mi m’infilo il casco e mi
faccio risucchiare dal traffico cittadino. Io, da solo come tutti gli altri.

193
L'AMORE INGOMBRANTE (101 Parole)

La storia d’amore, con i suoi slanci e i bruschi arresti, le passioni iniziali


e le domande del poi, delle serate pigre, davanti ad un bicchiere o ad un
piatto di pasta insipida. Gli occhi di lei che non ti guardano, la forchetta
che batte sul bordo del piatto, la sua pelle che non profuma più come il
primo giorno. Il cellulare vibra e diventa il pretesto per lasciare la
tavola. Qualcosa di unico è rimasto sommerso da uno strato di noia.
O forse l’amore è diventato così ingombrante da non riuscire più a
mostrarsi?
«Io esco?»
«Quando torni?»
«Non so…»

194
L'ALLUCE ('09)

Potrei rimanere delle ore ad osservarmi l’alluce. In quel dito vi è


nascosto un mistero, ne sono certo.
La botta non è quella di sempre. Non mi ricordo neanche com’era di
solito, perché sono tre mesi che non mi faccio un giro coi santi, il
creatore e le sue puttane, ma qualcosa mi dice che questa volta è
diverso. Con la coda dell’occhio rilevo Friz in collasso pieno
nell’angolo, ma non mi distraggo dall’alluce, per paura di perderlo.
La roba ce l’ha data uno nuovo, un certo Phon, proprio come l’aggeggio
per asciugarsi i capelli. Friz diceva di conoscerlo, ma secondo me
mentiva in stile piena astinenza, che per convincermi ad andare a
braccetto insieme si sarebbe tranquillamente venduto anche l’anima. Io
questo lo sapevo bene perché mi ci ero trovato più volte nei suoi panni,
ma anche se ero pulito non me ne fregava un cazzo, perché tanta era la
voglia di farmi un giro sull’ottovolante.
Eppure ve lo ripeto, questa storia è diversa. C’è qualcosa che non riesco
a capire. Friz è sempre lì… e chi lo muove! Ha ancora l’ago nel braccio
che gli penzola come lampione rotto. Cavolo, che paragone di merda!
Dicevamo dell’alluce. Ne vado fiero e non lo nascondo. Ho dei bei
piedi, io. Anche se ho fatto la vita del tossico per dodici anni i piedi me
li sono sempre curati. L’essenziale è avere le scarpe buone, la soletta
che respira e il calzino giusto. Cavolo che alluce bello che c’ho, anche
se non riesco a capire come mai non riesco a muoverlo. Forse è proprio
per questo che mi sembra che la botta sia diversa.
La stanza di Friz è un letamaio, ma almeno non ci disturba nessuno. I
suoi sono fuori e comunque non entrano mai qui dentro. Friz è un
stronzo patentato che arriva anche a ricattare la madre con la siringa
sporca per una ventina di euro. Io queste cose non le ho mai fatte. A
diciotto anni mi sono infilato il primo ago e due mesi dopo ho lasciato
casa. Poveri vecchi, perché mai avrei dovuto dar loro la pena di
convivere insieme a un tossico. Loro non mi hanno mai fatto niente di
male, anzi, sono stati due genitori esemplari. Chissà cosa penserete

195
adesso, ma è vero. Mi hanno insegnato tutto quello che c’era da
insegnare per vivere una vita degna, per trovarmi una ragazza, un
lavoro, una casa e così via, e forse avrei potuto farle tutte queste cose,
se una sera di dicembre non fossi andato insieme a Elvis a farmi un
bagno nella vasca di Bacco, riempita fino all’orlo degli umori sessuali
di Afrodite. Elvis mi sussurrava Tread Me Nice con le sue labbra
sensuali. Gli chiesi un pompino e lui si avventò sull’uccello e per poco
non mi succhiò anche l’anima.
L’alluce rimane immobile. C’è qualcosa che non va, adesso ne sono
tremendamente sicuro. Vorrei chiamare Friz, anche se probabilmente
sarebbe inutile perché da quanto riesco a vedere mi sembra più andato
di me. Comunque le mie corde vocali sono morte. Amplificatore
spento, ragazzi…
Forse dovrei metterci dello smalto, mi vien da pensare. Forse sono
finocchio. Smalto alle unghie dei piedi e pompini di Elvis. I segnali ci
sono tutti. Non che me ne freghi poi molto. Nella mia vita avrò scopato
per piacere non più di una decina di volte, più qualche centinaio di
sveltine per portarmi a casa la pagnotta.
Cazzo, non ci avevo pensato. E se fossi… ma no, dai! Eppure fuori è
già buio. Saranno le otto ormai e questo vuol dire che sono tre ore che
ci siamo fatti e Friz non accenna a muoversi mentre io sono ancora
rapito dal grande mistero dell’alluce. Che cazzo ci sarà mai di così
interessante in un dito di un piede?
Ma no dai, non può essere…
…siamo morti!
Cazzo che figata!

196
L'UOMO CON TUTTE LE RISPOSTE (101 Parole)

Al suo risveglio scoprì di non avere più alcun dubbio, e ciò lo rese
inquieto. Camminò quel pezzo di strada che percorreva ogni giorno per
recarsi a lavoro, conscio di avere una risposta per ogni quesito, e si sentì
soffocare. Sedette alla sua scrivania davanti allo schermo acceso,
convinto di potersene restare lì tutto il giorno, immobile e sereno,
perchè niente poteva ormai sorprenderlo.
Per questo motivo, nonostante il vento, la pioggia e i quindici piani
sotto di lui, non esitò a spalancare la finestra dell'ufficio. E il telefonò
squillò.
"Rispondo, poi si vedrà..." pensò.
Ma mise un piede in fallo.

197
IL VERME ZANNATO ('09)

Ho solo trentatré minuti per raccontarvi tutto, e dico proprio tutto,


perché se mi dimentico di qualcosa potreste fare la mia stessa fine,
perciò devo essere preciso. No, niente introduzioni, solo fatti. Fatti.
Mi trovo nel sottosuolo cittadino e posso già sentirlo, un rumore distinto
e greve dal centro della terra. L’ho svegliato con il tocco di un pensiero.
Non volevo, vi giuro, ma adesso è sveglio e sta venendo a prendermi.
Siete liberi di non credermi, ma vi sono cose oltre gli spazi di memoria
consentiti che possono distorcere completamente la realtà come la si
conosce, e non solo la realtà. Per anni abbiamo sentito la necessità di
dividere il mondo reale da quello binario, del tutto ignari dell’esistenza
di un terzo mondo, o forse addirittura di un quarto, di un quinto e di
chissà quanti altri.
Perdersi in un sogno alterato dalle droghe digitali è come viaggiare
attraverso molte dimensioni. La tua essenza si assottiglia, diventa un
filamento di luce. Amo avvolgermi attorno alle comunità mentali o alle
proiezioni dei sognatori, entrare in una storia, una di quelle che la gente
spara inavvertitamente nella ruota del giro-tempo. C’è chi cerca ancora
di imprimere il tempo alla matrice. Sciocchi… Lo sapete tutti il motivo,
no? È perché il tempo è solo stramaledettissimo denaro, ecco perché.
Quando si sono accorti che laggiù il tempo non esiste hanno provato di
tutto, ma nessun simulatore è in grado di convincerti della tua caducità.
Soldi sprecati. Fatica sprecata. L’oblio è solo l’oblio.
Ma non divaghiamo, perché siamo a fare i conti con la realtà adesso, e
non mi rimane più molto tempo. Il rumore sale, ad ogni minuto si fa più
vicino, insistente, miete, rastrella, mangiucchia pezzi di crosta terrestre.
È un baco con fauci d’avorio che rode la terra sotto i miei piedi. È il dio
dell’oscurità che viene pranzare insieme a me, con me , di me.
C’è un buco oltre il tredicesimo quadro, nei fondali sconfinati della
matrice. Laggiù ognuno deve fare con quello che ha. Galleggiano
meduse letali e fameliche murene, ma di pesciolini curiosi ve ne sono
sempre tantissimi. La libertà, quella totale e imbarazzante, ha il prezzo

198
più alto.
Il tredicesimo quadro è un luogo buio. Laggiù i codici ritornano indietro
a sbalzi e spesso si alterano, mandando in corto il sistema. Più volte mi
sono risvegliato di botto senza capire dove mi trovavo o da dove ero
riemerso. Laggiù il filamento può perdersi in un labirinto di specchi, e
farti assaggiare un brivido di eternità. Roba da farti perdere la testa!
Ma c’è un buco. Forse è proprio uno di quegli specchi che, mutandosi,
ha creato una voragine, un accesso verso qualcosa di se possibile ancora
più obliante. E laggiù ho risvegliato Lui, il verme, colui che striscia
attraverso chilometri di cunicoli sotterranei anelando la mia anima.
Ancora dieci minuti e sarà qui.
Ne esistono molti altri come lui. Ve ne sono migliaia e dimorano nelle
profondità della terra. Come faccio a saperlo? Me lo ha detto lui, prima
che iniziasse la sua rapida ascesa. Nella grotta la sua testa dentata si è
sporta fin sopra il filamento che mi rappresentava. La sua forma
anelloide si è avvinghiata al mio non-corpo, sussurrandomi parole
feroci. Mi ha anche detto il suo nome, ma l’ho dimenticato, oppure
semplicemente non sono in grado di decodificarlo in questa sembianza.
Adesso lo chiamo il Verme Zannato, e mi sembra un nome bellissimo.
Il rumore è diventato insopportabile. Le pareti della stanza hanno
incominciato a tremare, i vetri delle finestre che danno sui marciapiedi
della città tra poco esploderanno, perché il dio della terra farà il suo
ingresso per il banchetto.
Addio, corpo, ti lascio per sempre. Sarai la colazione del mio sublime
signore, Verme Zannato, essere dormiente e padrone di una razza
defunta. Vieni … sono tuo.
E voi, prestate molta attenzione. Non anelate troppo l’oblio, perché lui
adora soddisfare le vostre richieste…

199
MAGRA CONSOLAZIONE (101 Parole)

Non avevo fatto niente, ma la polizia entrò buttando giù la porta, le


pistole spianate come se fossi un boss mafioso. Le bimbe strillarono,
mia moglie mi lanciò uno sguardo accusatorio che non dimenticai per
tutta la successiva tiritela del divorzio. Io invece rimasi immobile,
mentre il cervello andava a cento all'ora, scavando tra i documenti della
bottega che avevo consegnato all'agente delle tasse, non riuscendo però
a capire dove avessi sbagliato. Persi tutto per le spese legali. Mia
moglie se ne andò portandosi via le bimbe. Alla fine della persecuzione
l'unica consolazione che mi rimase fu la mia provata innocenza.

200
SULLA CASSIA ('10)

Paolo non era un motociclista, cioè non di quelli fissati che non si
perdono neanche un motorshow. Gli piaceva andare in moto, questo si,
ma non cercava né l’ebbrezza della velocità, né l’appartenenza ad un
circolo di amatori. Aveva una vecchia Moto Guzzi e ne andava fiero. A
chi gli diceva “perché non lo cambi quel catorcio!” lui rispondeva
perentorio “perché mi piace”, ed erano tre parole semplici ma che
spiegavano tutto. Giacchetto di pelle, casco aperto, occhiali da sole e il
vento in faccia, così i suoi amici continuano a ricordarlo.
Quando le giornate iniziavano storte prendeva la Cassia e la seguiva
fino al lago Bolsena. C’è un pezzo di quella strada che ha un qualcosa di
surreale. Si trova proprio sul confine tra la Toscana e il Lazio. Te ne
accorgi quando lo percorri d’estate, con la natura che soffre le pene del
solleone, i girasoli che svettano fieri sopra i campi e i letti dei
fiumiciattoli secchi che si screpolano come le superfici di remoti
pianeti. Sono una ventina di chilometri in cui non c’è praticamente
nulla, a parte una galleria, un distributore di benzina e qualche isolata
fabbrichetta. Su quel tratto Paolo osava un po’ di più, dava gas e
arrivava a centoventi, centoquaranta all’ora, ma mai di più. Gli piaceva
sentire il vento sulla faccia, quello caldo di agosto che profuma quasi
sempre di mare.
A Bolsena si faceva un panino, guardava il lago e di solito le cose
andavano già un po’ meglio. Poi il caffè, la sigaretta, e via di nuovo
verso nord, verso quella Firenze che non gli era mai piaciuta e che forse
gli sarebbe sempre calzata stretta.
Quel camionista entrò in carreggiata senza guardare. Una sbadataggine,
forse un riflesso accecante del sole di mezzogiorno, oppure fu il caldo,
la fretta, o chissà. L’ultimo pensiero di Paolo fu d’incredulità; “che
diavolo sta facendo quello!”. Poi fu buio.

201
LA MAESTRA (101 Parole)

Rosaria Vallin, così si chiamava la mia maestra di scuola.


Ricordo come fosse ieri la mattina in cui fece la lezione di geografia.
Parlammo di quei paesi del Corno d'Africa dimenticati da dio. Non che
dio c'entrasse qualcosa, intendiamoci... Alzai la mano timida dall'ultimo
banco in fondo alla classe.
- Qual'è la ragione di tutta questa povertà? - chiesi ingenuamente.
Allora lei sorrise gentilmente e ci spiegò delle colonie, della
suddivisione degli stati dopo la guerra e di tutte le ingiustizie perpetrate
dall'uomo bianco.
La sera stessa decisi cosa avrei fatto della mia vita, anche se non sapevo
neanche cosa volesse dire "bombarolo".

202
CINDERELLA ('10)

Chiara era un ricordo, o forse solamente un sogno. Il corpo magro privo


di forme, la pelle candida, gli occhioni da cucciola, le efelidi attorno al
naso all’insù e i lunghi capelli castani formavano un delizioso avatar di
carne. Quattordici anni appena compiuti, prima liceo, ragazza a posto,
ubbidiente, buoni voti, pochi amici, nessun fidanzato. Chiara passava le
giornate nella sua cameretta rosa, circondata dagli orsacchiotti e dalle
bambole. Sua madre, accostando l’orecchio alla porta per controllare se
tutto andava bene, poteva sentire distintamente il ronzio del processore,
quello che i suoi genitori le avevano comprato per il compleanno. Le
avrebbe fatto comodo per la scuola, pensavano…
Ma nella cameretta Chiara non c’era. Vi si trovava il suo corpicino, le
caviglie strette dagli elastici dei calzini di cotone, quelli coi disegni
scozzesi, la gonna sotto il ginocchio e le mutandine di cotone,
assolutamente rosa, e poi gli elastici per i capelli e il ferretto ai denti per
correggerle il sorriso. Tutto quanto era lì, disteso sul letto, ma Chiara
era altrove, anzi non era era neanche più Chiara. Nei luoghi che amava
visitare, rapita dal cybersonno, l’innocente ragazzina si faceva chiamare
Cinderella. Laggiù il suo corpo era quello di una donna fatta, eppure
quando accettava un incontro era costretta a rivelare la sua vera natura.
Questo mandava sempre su di giri l’altro, e l’altro poteva essere tante
cose…
Tutto era iniziato per gioco, perchè queste cose incominciano sempre
così. Un’amica le aveva dato gli accessi per i mondi proibiti, quelli
ormai lasciati fuori controllo dalla polizia della rete. Laggiù si
aggiravano gli orchi e i vampiri, e le emozioni forti erano sempre
assicurate.
La prima volta fu un banale incontro random. L’avatar dell’uomo le si
avvicinò con un sorriso stretto, il membro maldestramente allungato da
alcuni programmi di dubbia fama, il corpo statuario poco credibile. Lei
era rimasta lei, perché all’inizio non era capace di alterare la sua
immagine. Incominciò a giocare attingendo alla sua immaginazione.

203
Non aveva neanche mai visto un uomo nudo, né nella realtà né tanto
meno laggiù. Lui non era un esperto ma le regalò un piacere che non
avrebbe mai creduto potesse esistere. Al risveglio avvertì un grande
calore tra le cosce e una senzazione umida e piacevole. Mentre cercava
di ricomporsi per l’esperienza appena vissuta, avvertì la mancanza,
come un colpo al basso ventre che ti toglie il fiato. Il bisogno di quella
sensazione le si insinuò violentemente nella testa, e non potè fare altro
che riconnettere in cavi al plug sotto pelle.
Nel giro di due mesi Cinderella è diventata una habituè della Loggia, il
portale di giochi erotici più in voga del momento. Gli esaltatori
sensoriali di nuova generazione permettono rapporti multipli in tempi
ristretti. In questo modo la piccola Chiara riesce a soddisfare fino a
trecento proiezioni in appena due ore. Le proiezioni non sono solo
uomini e donne ma spesso anche creature bizzarre, oppure animali. Le
era capitato di farsi penetrare dalla verga d’acciaio di un uomo di
metallo, di ingoiare litri di seme rosso fuoriusciti dal membro di una
creatura antropomorfa, di ritrovarsi in una stanza imbottita insieme a
trentacinque incontri random in una volta sola. Chi si trovava dietro
queste rappresentazioni virtuali? Durante l’atto sessuale spesso lei
riusciva a riconoscere l’identità del proiettore. La maggior parte delle
volte si trattava di sconosciuti, persone che probabilmente abitavano
dall’altra parte del mondo, ma in un paio di occasioni intuì chi si
nascondeva dietro quelle perverse proiezioni. Il professore di
matematica amava assumere la forma di un uomo grosso provvisto di
seni e vagina, e con un membro grande quanto un braccio. E poi c’era il
prete ovviamente, quello che le aveva fatto la comunione. Non
sembrava molto preoccupato di poter essere riconosciuto dentro quella
Babilonia di impulsi. Il suo avatar era ottimo, assolutamente reale, e poi
ci sapeva fare davvero. Più di una volta Chiara aveva pensato di fare un
salto alla chiesetta in fondo alla strada e constatare di persona le qualità
di Don Gilberto, ma sapeva bene che era sempre meglio non mischiare
la realtà con il sogno. Ogni mondo ha le sue regole…
Anche oggi Chiara è tornata a casa con due ottimi voti. Dà un bacio alla
madre che prepara il sugo in cucina e poi sale in camera per
accontentare un irrefrenabile impulso che regolarmente le sale ogni

204
pomeriggio dal basso ventre. Lei non sa che l’impulso si chiama
Aphrodite, e che si tratta dell’ultimo virus elaborato dalla Hamato
Videogames, la società produttrice di videogiochi per adulti più famosa
della rete.

205
QUANDO LA VITA FA SCHIFO (101 Parole)

- Che freddo!
- Dai, non ci pensare...
Lavoravano da ore nel camion del pesce surgelato, Gianlu' e Doddo,
amici per caso, entrambi vicino ai quaranta, moglie e figli per il primo e
uno sporco vizio per il secondo. La crisi aveva bussato alle loro porte
senza preavviso, lasciandoli entrambi senza lavoro. Unica alternativa, il
mercato del pesce sull'autostrada. Persici del lago Vittoria comprati con
le armi e orate prodotte in serie...
- Ho le mani congelate!
- Meglio le mani che il pisello...
Dal camion provenne una risata squillante assolutamente fuori luogo.
Perché la vita, soprattutto quando fa schifo, riserba sempre qualche
bella sorpresa.

206
SHARONA ('10)

Tra meno di un’ora sarà qui. Lei, con quel portamento elegante da
fotomodella, sofisticata come una straniera, lunghe ciglia di velluto che
ombreggiano uno sguardo austero in cui adoro perdermi. Lei, Sharona
come la canzone, che stringe il mio corpo con le sue lunghe gambe
quando mi vuole dentro, che urla disinibita con le finestre aperte,
mentre l’orgasmo le esplode nella gola. Al solo pensiero tremo, e mi
sento già in tiro…
Il sugo bolle da un’ora. Ho preso la macinata magra perché so che le
piace. Le pennette sono quelle piccole per la sua bocca minuta, coperta
appena da una patina di rossetto. Poi la carne. Bistecca al sangue per lei
che la vuole sugosa, perché la fa sentire vampira al punto giusto. Il vino
è un Sassicaia, dato che per lei non bado a spese. E poi l’insalatina di
radicchi, la frutta, il gelato, il caffè… A stomaco pieno il sesso ludico è
giustificato.
Sharona conosce tutto di me eppure io non conosco nulla di lei. Sharona
è stata dai miei genitori ed ha fatto una buonissima impressione a mio
padre. Mia madre d’altronde non mi parla più. Mia sorella la odia. Per
due ore ha tenuto testa a tutti, davanti alla tavola imbandita a festa con
l’agnello sacrificato e i pisellini verdi. Una pasqua con i tuoi può essere
peggio di un pasto in una cella del braccio della morte. Mi alzai per
andare in cantina a prendere il moscato e lei mi venne dietro. Mia
madre ci sorprese mentre mi costringeva ad andarle giù, alla tenue luce
della lampadina a quaranta volt del seminterrato. Difficile resistere alla
dolcezza dei suoi succhi…
Sharona è un mistero di odio-amore, di sesso frenetico, di donna allo
stato puro. È come se incarnasse il femmineo spirito della terra nel
tepore delle sue cosce, dentro gli abissi smeraldini dei suoi occhi. Non
so niente di lei. È apparsa d’improvviso nella mia vita o forse vi ci sono
sbadatamente inciampato. Ricorderò sempre quel primo caffè insieme e
le sue domande a bruciapelo, accompagnate da lunghi ed imbarazzanti
sguardi. No, non è mai stata mia una scelta…

207
Tra mezz’ora sarà qui. Lei spacca sempre il minuto. La magnolia
intensa del Dior precede il suo ingresso sul palcoscenico della mia vita.
Io sono un mero spettatore delle sue imprese. Dannazione, devo girare
il sugo altrimenti rischio di bruciare tutto, e se dovesse accadere per me
sarebbe la fine…
Sharona mi sta divorando un pezzettino alla volta ed io non riesco a
fermarla. Non voglio fermarla. Adoro questa pratica cannibalesca che
lei sapientemente porta avanti già da un anno. Non è rimasto molto
della mia anima. Lei succhia, succhia, succhia ed io la lascio fare. Ed è
bellissimo così. Le servirò l’aperitivo dentro i bicchieri di mia madre,
quelli antichi. È una sorta di rituale contro il bigottismo della mia
vecchia. Sharona sa che mia madre è un punto dolente. Quando mi lega
al letto e si siede su di me, contorcendo la sua schiena come una lamia,
mi guarda dritta negli occhi e mi dice che mia madre ci sta guardando
dal buco della serratura, e mentre ci guarda scopare lei si tocca, non ne
può fare a meno. È così che mi fa venire, sempre…
Ormai manca poco. Metterò sul fornello l’acqua per la pasta e inizierò a
preparare l’insalata. Voglio che sia tutto pronto per quando arriva. Ho
staccato il telefono e presto spengerò anche il computer. Lascerò accese
solo le luci della cucina e le candele sparse per la casa. A lei piace
giocare con la cera…
Ecco, questa è la sua auto. Ne riconoscerei il suono anche nel traffico
cittadino all’ora di punta. O forse avverto semplicemente la sua
presenza, l’energia che sprigiona, qualcosa che ha che fare con le
frequenze che legano noi umani agli spiriti della natura. L’essenza
femminea della terra. Sharona, il sugo, le bistecche, mia madre… driiin,
driin…
Sto arrivando…
Sono tuo!

208
LÀ DOVE IL TEMPO MUORE (101 Parole)

C'era una volta...


“Cosa significa, nonno?”
...ehm, è la forma passata del verbo “essere”, usata dagli uomini in
tempi antecedenti la grande migrazione. Oggi il tempo non esiste più e
perciò questa forma è scomparsa, ma per potervi raccontare una storia
di quel periodo devo per forza coniugare i verbi al passato e anche al
futuro. Prestate attenzione e cercate di seguirmi.
“Va bene nonno...”
“Quanto è strano il nonno...”

Ai confini dell'universo, là dove il tempo muore, l'intera umanità


viaggia su delle scie di luce, in forme filamentose di dati. L'estremo
tentativo di ingannare la morte.

209
THOMAS ORROW ('10)

Vincent Kalling gettò distrattamente l’occhio sul trafiletto di un


quotidiano locale, lasciato sulla panca del tavolino che era intento a
pulire. Vincent non leggeva i quotidiani e non gli interessava
minimamente quello che potevano raccontare. Di sicuro non era ciò che
succedeva là fuori. Al massimo poteva essere un concentrato di notizie
appetibili per gli abitudinari dell’edicola, che nell’era di internet erano
tutti over-cinquanta. No, Vincent aveva imparato a non fidarsi dei
giornali il giorno in cui aveva lasciato il suo paese. Tuttavia qualcosa in
quel trafiletto colse la sua attenzione, e non fu il titolo ma la foto che
l’accompagnava. Mise da parte lo straccio e guardò in direzione del
banco per assicurarsi che il suo capo non gli prestasse attenzione. Non
gli dispiaceva lavorare come cameriere. Con un quoziente di
intelligenza come il suo avrebbe potuto cercarsi qualsiasi lavoro, ma
anche quella, come i giornali, era una trappola del primo mondo, e
Vincent era diventato esperto ad evitare le insidie del sistema. Per dieci
anni aveva viaggiato in lungo e in largo; Sud America, Europa, Africa,
India, il più delle volte arrangiandosi, imparando dalla strada,
respirando un concetto di libertà che né i film che aveva visto né i libri
che aveva letto erano mai riusciti a mostrargli. Tre mesi prima era
tornato a casa e l’aveva trovata esattamente come l’aveva lasciata. Non
che si aspettasse qualcosa di diverso, però un po’ ci aveva sperato.
Trentatré anni, una laurea in ingegneria e zero esperienza nel campo
lavorativo, al di fuori ovviamente dei fast-food e dei caffè. Afferrò il
giornale e guardò meglio quella foto per assicurarsi di non essersi
sbagliato. Jordan Ross, era assolutamente lui. Eppure il trafiletto diceva
che quell’uomo si chiamava Thomas Orrow. Strano, pensò, e si mise a
leggere avidamente l’articolo, stando sempre attento a non farsi
sorprendere dal capo.
Si parlava di un duplice omicidio, un uomo e una donna, e del fatto che
il signor Orrow, il quale doveva essere un uomo di una certa
importanza, era stato scagionato da tutte le accuse. La donna, a quanto

210
sembrava, era stata la moglie di Orrow, mentre l’altra vittima, un certo
Nicolas Levin, era stato l’amante di lei. Fin dall’inizio gli inquirenti
avevano dato per scontato il movente passionale, ma Thomas Orrow
aveva un alibi di ferro; entrambe le sere degli omicidi si trovava fuori
città, e centinaia di testimoni erano pronti a confermarlo. Dopo aver
seguito per oltre due mesi la pista del killer, con Orrow nel ruolo di
mandante, le indagini si erano arenate e il principale indiziato per il
duplice delitto era stato scagionato da tutte le accuse. L’articolo non
diceva altro, ma Vincent moriva dalla curiosità di sapere come era
andata per filo e per segno quella storia. C’era qualcosa di molto strano
in tutto ciò. Prima di tutto il nome. Perché Jordan lo aveva cambiato? E
com’è che era diventato così importante. In fondo aveva più o meno la
sua età. Si era laureato lo stesso anno in cui lui era partito per il Brasile.
Che cosa aveva fatto dopo?
S’infilò il giornale sotto il grembiule e lo nascose nel suo armadietto,
dopo di che riprese a lavorare cercando di non pensarci più. Quando
terminò il turno, Vincent corse al Caffè Internet più vicino e incominciò
ad indagare più a fondo sulla faccenda. Per prima cosa scoprì che
Orrow era forse la persona più ricca della città. Il suo successo in
qualità di broker non aveva precedenti. In meno di due anni di attività,
un ragazzo appena uscito dall’università era diventato miliardario. Poi
aveva fondato la sua agenzia e collezionato un successo dopo l’altro. A
poco più di trent’anni, Thomas Orrow era diventato uno degli uomini
più ricchi del paese. Vincent stentava a crederci. Lo ricordava come un
ragazzo relativamente normale, intelligente ed ambizioso, come lo
erano la maggior parte degli studenti della sua classe. Sicuramente
aveva un certo spirito creativo. Se ne veniva sempre fuori con un’idea
bizzarra. Una volta lo aveva convinto a partecipare ad un esperimento
che aveva a che fare con la fisica quantistica e i viaggi nel tempo.
Jordan era convinto che si potesse lavorare sulla “dimensione-tempo”
solo se la si trattava non come un qualcosa di lineare, ma come una
serie infinita di scatole, rappresentanti infinite sequenze di eventi,
parentesi, giorni, secoli o ere geologiche. Fantasticava di un dispositivo,
una sorta di porta, per viaggiare dall’oggi al domani. Attingendo
liberamente alle teorie quantistiche, Jordan pensava che vivessimo

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l’oggi in una determinata scatola, e che questa fosse legata ad un
numero infinito di scatole di possibili domani. Dalla maggior parte di
queste non ci si poteva aspettare delle sorprese. In fondo il domani di
ogni persona, anche se non è prevedibile al cento per cento, lo è almeno
in buona parte. Ma, secondo la teoria di Jordan, se qualcuno avesse
alterato anche una sola scatola di questi “probabili domani”, sarebbe
riuscito a stravolgere l’intera previsione. Vincent ricordava di averlo
aiutato a formulare alcune equazioni, più per sfida personale che per
reale interessamento al progetto. Lo aveva frequentato per un paio di
mesi, ed era anche stato nel garage dei suoi genitori, adibito per metà a
laboratorio. Poi, dopo la laurea, se ne era andato e non ci aveva più
pensato.
Dopo aver letto un paio di articoli sulla vita ed il successo di Thomas
Orrow, Vincent cercò gli eventi più recenti della sua storia; il duplice
omicidio della moglie Linda e del suo amante. Entrambi erano stati
uccisi con la medesima arma da fuoco, un’arma di piccolo calibro, con
proietti sparati da una distanza ravvicinata. Nicolas Levin, impiegato
dell’azienda di Orrow, aveva iniziato una relazione con la moglie del
suo capo circa un mese prima della sua scomparsa. Probabilmente era
stato freddato nel soggiorno del suo appartamento da qualcuno di sua
conoscenza, dato che la porta non aveva subito alcuno scasso. Stessa
sorte era toccata a Linda un paio di giorni dopo. Anche in questo caso la
porta non era stata forzata. Il corpo era stato trovato riverso sul sofà
dell’appartamento dei coniugi Orrow, in uno dei più moderni e lussuosi
grattacieli della città. Ovviamente tutti gli indizi puntavano al delitto
passionale, ma la sera del primo omicidio, Thomas si trovava dall’altra
parte del paese per una conferenza, mentre la notte in cui la moglie fu
uccisa, era impegnato in un altro viaggio d’affari. Mentre leggeva e
rileggeva quegli articoli di cronaca nera, Vincent non poté fare a meno
di pensare a una teoria tutta sua, anche se del tutto campata in aria. Uscì
dal caffè e camminò su e giù per il marciapiede, mentre le luci della
città incominciavano ad accendersi. Una parte di sé voleva disfarsi di
quella storia. Che cosa c’entrava lui con Orrow, dopotutto. Erano
passati così tanti anni che di sicuro non si sarebbe neanche ricordato di
lui. Tuttavia qualcosa si era insinuato nella mente di Vincent, un

212
piccolo tarlo che rosicchiava silenzioso, il seme di un mistero troppo
affascinante per potersene disfare senza almeno aver tentato qualcosa.
Ci dormì sopra ma non riuscì veramente a dormire. Il giorno dopo si
recò presso gli uffici dell’azienda di Orrow e chiese di farsi ricevere.
Rimase impressionato dall’eleganza ed il prestigio dell’edificio. Disse di
essere un vecchio compagno di scuola del proprietario e di essere in
cerca di lavoro. Non si aspettava che le porte gli si sarebbero
spalancate, e rimase sorpreso quando la segretaria gli disse sorridendo
che il signor Orrow lo avrebbe ricevuto nel suo ufficio il giorno dopo.
Vincent si recò a lavoro e passò la giornata a rimuginare sulle cose che
aveva letto sul conto dell’uomo più ricco della città, e a quello che
riusciva a ricordare del giovane Jordan Ross. Pensò a cosa gli avrebbe
detto, a come avrebbe girato intorno all’argomento per cercare negli
occhi del vecchio compagno di scuola una risposta alle sue più
indicibili domande. Forse era tutto tempo sprecato, ma che importanza
poteva avere. Al limite ci guadagnava una piacevole chiacchierata
insieme ad un amico che non vedeva da tempo.
Il giorno dell’appuntamento si alzò presto e se la prese comoda. Vincent
viveva in un monolocale nella città vecchia, piccolo ma pulito. S’infilò
in bagno e ringraziò mentalmente l’inventore della doccia. Amava farsi
scivolare addosso quella sensazione di calore liquido. Si rasò
completamente una barbetta incolta che teneva ormai da diversi anni,
pensando di acquistare così un po’ più di autorevolezza. Si guardò allo
specchio, fece qualche boccaccia, ripassò velocemente le frasi che si era
preparato e infine uscì dal bagno. Thomas Orrow era davanti a lui.
- Ciao Vincent. Quanto tempo…
- Come sei entrato? – chiese stupito il ragazzo, fermandosi
l’asciugamano bianco alla vita. Thomas si trovava in piedi accanto al
letto, in completo blu scuro, con una vistosa cravatta scarlatta. Con
movimenti lenti e precisi si portava alla bocca una sigaretta, tenendo
l’altra mano infilata nella tasca della giacca. Aveva i capelli lunghi e
tirati all’indietro col gel. Aspirò avidamente dal filtro della sigaretta con
le sue labbra carnose, lo sguardo perso oltre la finestra sulla strada più
sotto.
- Ti dispiace su fumo? – non era una vera e propria domanda. Vincent

213
ebbe una strana sensazione di disagio.
- Cosa ci fai qui?
- Beh, avevamo un appuntamento, no?
- Si, tra due ore circa, nel tuo ufficio… – puntualizzò Vincent,
avvertendo un lieve brivido, forse causato dal freddo della stanza sulla
sua pelle bagnata.
- Ho dovuto ripianificare i miei impegni, e la mia segretaria non ha fatto
in tempo ad avvertirti. Mi dispiace. – Ma nella sua voce non traspariva
alcun rammarico.
- Capisco… Non mi aspettavo però che ci tenessi così tanto a
vedermi…
- Oh, invece ci tengo molto. Quanto tempo è passato? Dieci anni?
Undici? Un’eternità…
- Beh, si… E vedo che di strada ne hai fatta…
- Già… Proprio così. – Nel parlare, Thomas continuava a fissare la
strada. La luce che proveniva dalla finestra gli illuminava in pieno il
volto. Quando terminò la sigaretta finalmente guardò negli occhi il suo
interlocutore.
- Stai cercando lavoro?
- Beh, si, anche se la finanza non è proprio il mio campo…
- Non lo era neanche il mio, per questo… – precisò sorridendo Orrow, e
di quel sorriso Vincent ne avrebbe fatto volentieri a meno.
- Già, ricordo che avevi altri interessi…
- È vero…
Ogni frase, ogni parola, ogni sillaba di quel dialogo nascondeva mille
significati. Vincent non aveva più freddo. Un paio di gocce gli
scivolarono da un lato del volto, e non a causa dei capelli bagnati. Stava
sudando.
- Tu sai perché volevo vederti, vero?
Thomas Orrow ritirò la mano dalla tasca ed estrasse una pistola di
piccolo calibro, metallica e lucente. L’arma sembrava scomparire nella
sua mano tanto era minuta, ma il foro d’uscita in fondo alla piccola
canna era largo e profondo, come un occhio sulle tenebre più buie.
Vincent guardò dentro quel foro e si sentì mancare il fiato.
- Li hai uccisi tu, non è vero?

214
- E come avrei potuto? Ero dall’altra parte del paese…
- La porta… La porta che stavi progettando dieci anni fa. Ce l’hai
fatta…
- La porta sul domani… – Thomas Orrow pronunciò quelle parole con
arrogante soddisfazione.
- È così che hai potuto prevedere gli andamenti finanziari e diventare
miliardario in meno di due anni, vero? Ti è bastato dare una sbirciatina
ai giornali del giorno dopo e puntare sul sicuro…
- La più grande invenzione di tutti i tempi… – Orrow sembrava non
ascoltare, perso in un delirio di auto glorificazione. Era tornato a
guardare fuori dalla finestra, la pistola sempre puntata sull’uomo che gli
stava davanti.
- E poi gli omicidi… Sei andato da loro e li hai fatti fuori, mentre l’altro
“te” era a centinaia di chilometri di distanza. L’alibi perfetto… –
Vincent parlava veloce e non riusciva a staccare lo sguardo dal foro
della pistola. – E poi c’è il nome, Thomas Orrow. Lo hai cambiato dopo
il tuo primo viaggio nel domani, non è vero?
Orrow annuì impercettibilmente. – Tutto giusto, caro Vincent. Il
problema sarà provarlo, non credi? Almeno che tu non voglia rischiare
di finire in una casa di cura…
- Esattamente. Per questo motivo non riesco a capire perchè sei venuto.
- Beh, forse non potrai provare nulla, ma il fatto che tu conosca la verità
mi dà più di una ragione per non dormire tranquillo la notte. Ed io, mio
caro Vincent, adoro dormire tranquillo…
Gli occhi di Orrow tornarono a guardare davanti. Il dito sul grilletto
incominciò a tendersi.
- Aspetta. Te la sei cavata in due occasioni, ma questa volta è diverso.
Non hai alcun alibi al quale aggrapparti. Ti scopriranno… – Vincent
sentiva il cuore rimbombargli nelle tempie. Orrow inclinò la testa e
sorrise.
- Vedi, c’è una cosa che non sai…
Vincent strinse gli occhi e fece un passo indietro, mentre il cuore pareva
sul punto di balzargli fuori dal petto – Cosa? – chiese tremando.
Thomas Orrow, allungò il braccio e gli puntò la pistola in faccia. –
Oggi, per te, è già domani.

215
PAROLE CATTIVE (101 Parole)

Rimasi immobile ad osservare lo schermo del computer, e quelle nere


parole incise nei pixel bianchi, come un uccellino solitario aggrappato
al ramo di un albero durante la tormenta. Le lessi cento, mille volte,
cercando disperatamente di dare loro un altro senso. Provai a metterle in
bocca alla persona che le aveva scritte, incorniciandole dentro ad un
linguaggio del corpo che le potesse addolcire. Ne provai di tutte, ma le
parole rimasero quelle, e a distanza di anni non sono mai cambiate. Nel
frattempo però sono cambiato io, ed è per questo che ringrazio di cuore
colui che me le scrisse.

216
CUCCIOLO ('10)

Al piccolo Giacomo piaceva la sua scimmietta di peluche, quella con le


calamite sui palmi e gli occhi leggermente storti. Gliel’avevano regalata
a maggio durante la gita al parco degli animali, un’occasione speciale
per festeggiare il suo quarto compleanno, trascorso meravigliosamente
insieme ai suoi genitori, che purtroppo vedeva solo nel weekend, o a
sera tardi prima di andare a letto. Loro erano molto indaffarati; lavoro,
appuntamenti, amici, palestra, tutti i giorni c’era qualcosa, e anche il
sabato poteva vederli solo di sfuggita, perché c’era la spesa da fare e poi
tutte quelle cose che non avevano il tempo di sbrigare durante la
settimana. Insieme a Giacomo ci stava la tata, Carmela, una donna un
po’ strana con la pelle scura ma sempre gentile. La domenica invece
c’era la partita; papà se ne stava in salotto davanti alla TV, a volte
c’erano anche degli amici, mentre la mamma si metteva a leggere,
oppure andava a fare shopping quando i negozi restavano aperti. Lui il
pomeriggio rimaneva nella sua cameretta a giocare a duplo oppure con i
treni, e ogni tanto si affacciava in soggiorno per chiedere un bicchiere
di latte o un biscotto, con la scimmietta sempre avvolticciolata al
braccio. Non la lasciava mai.
Proprio perché poteva vederli solo di rado le giornate insieme ai suoi
erano sempre delle occasioni di festa. In estate succedeva anche due
volte al mese, perché la domenica non non c’era il campionato e le
giornate erano belle e fuori si stava d’incanto. Allora lo portavano ai
giardini oppure al mare, e poi al ristorante dove poteva ordinare un
piatto di patatine fritte tutto per lui, e al ritorno si addormentava in
macchina ed era bellissimo lasciarsi cullare dalle vibrazioni dell’auto.
Quelli erano i momenti in cui sentiva tanto caldo al cuore, una
sensazione meravigliosa che lo lasciava tramortito. Era l’amore che
provava per suo padre e sua madre. Li osservava seduto nell’oscurità
della monovolume, con le luci dell’autostrada che rimbalzavano sui
finestrini. Si perdeva nel profilo aguzzo di lui, concentrato alla guida,
gli occhiali con la montatura fine, il ciuffo appena striato di grigio che

217
gli ricadeva sulla tempia destra. E poi accanto c’era lei, bellissima con
la sua chioma dorata dalla quale spuntava un orecchio perfetto, soffice
come un marshmallow. Oh, come amava i suoi genitori. Avrebbe voluto
stare sempre insieme a loro, sera e mattina. Ma c’era l’asilo e poi tra
poco sarebbe iniziata la scuola. Il padre aveva appena ricevuto una
promozione e quindi il lavoro sarebbe aumentato, e la madre aveva
intenzione di scrivere un libro e quindi avrebbe avuto ancora meno
tempo da dedicare a lui. Di sicuro però ci sarebbero state altre giornate
come quella al parco degli animali, per il suo compleanno e poi per le
feste di natale, oppure in agosto quando tutti vanno in ferie.
Il pensiero di quelle prossime avventure lo cullò insieme alla musica di
sottofondo dell’autoradio. Il piccolo Giacomo, col calore confortante
all’altezza del petto, si lasciò andare al sonno di un amore limpido ed
incondizionato.
Ore dopo, davanti ai volti stravolti dei suoi genitori, il medico disse che
il suo cuoricino aveva semplicemente cessato di battere.

218
DUE STELLE (101 Parole)

Il sole se n'era appena andato che apparvero due stelle sopra l'orizzonte.
Nel riverbero vespertino della sera si riusciva appena a distinguerle.
Entrambe ammiravano il mondo, e mentre la prima aveva una parola
gentile per tutti, la seconda non perdeva mai l'occasione di atteggiarsi a
saputella, dispensando feroci critiche.
«Perché fai così, sorella?» chiese la prima.
«Ma come, non lo sai? La critica è il miglior consiglio!» rispose secca la
seconda.
Poi arrivò il buio, e mentre la prima si accese fulgida, l'altra incominciò
a lampeggiare ed infine si spense, perché altro non era che un vecchio e
bisbetico lampione arrugginito.

219
EROE PER SCOMMESSA ('10)

L’urlo di battaglia della salamandra gigante squarciò il silenzio


opprimente di quella notte senza luna. Il fuoco si era ridotto ad un letto
di tiepida brace e non c’era tempo per raccogliere nuova legna.
D’altronde mancava poco all’alba e con la nascita del sole le infernali
creature della notte si sarebbero ritirate nelle loro tane. Ma la belva era
vicina, troppo vicina…
Numeon aveva dato la sua parola, ovvero tutto quello che gli era
rimasto. Non si aspettava il perdono, ma non era quello che voleva. La
regina lo odiava, i templari lo cercavano perché era risaputo che
praticasse la magia nera, più c’erano una decina di vecchi amici o
nemici che avrebbero pagato diverse corone d’oro per vedere la sua
testa infilzata al palo più alto della città. L’uomo sorrise ripesando a uno
di questi, un certo Viggo. Gli doveva un mucchio di soldi per colpa di
una scommessa andata male. Anche a lui aveva dato la sua parola,
quando un coltello gli aveva per poco mozzato il lobo di un orecchio,
ma le promesse di gioco d’azzardo lasciano il tempo che trovano, si sa.
Quella che Numeon aveva fatto alla regina Aliana era una promessa
vera, fatta col cuore e con le viscere, per quello che potevano valere le
sue viscere. Meglio annaffiarle, pensò, ed afferrò la borraccia di Yoka,
il liquore di erbe dei nani, bevendone un lungo sorso. La salamandra
urlò di nuovo e questa volta poteva benissimo trovarsi dietro il
boschetto di faggi oltre il quale si trovava la via maestra, quella che
portava alla capitale. Numeon guardò il ragazzo che dormiva accanto al
fuoco. L’ultimo urlo lo aveva fatto agitare. Cosa c’era di così importante
in quel ragazzo, si chiese per l’ennesima volta, ma scacciò il pensiero e
bevve un altro sorso.
Trovarlo era stato più difficile di quanto avesse creduto. Gli uomini di
Gudran il Cieco erano penetrati nel castello il primo giorno di luna
nuova, si erano fatti strada attraverso i corridoi silenziosi della magione
di Aliana uccidendo otto guardie. La missione era stata armoniosa,

220
pulita. Quando le cameriere avevano dato l’allarme i rapitori erano
ormai lontani. Aliana era montata su tutte le furie. Un’intera
guarnigione di guardie a protezione del castello e del prezioso ospite era
stata ingannata da un pugno di briganti. Numeon conosceva molto bene
gli sgherri di Gudran. In fondo, fino a due anni prima, era stato uno di
loro… Ma aveva chiuso con quella storia. Gudran conosceva molti
segreti e questo era l’unico motivo per cui si era avvicinato alla gilda.
Gli erano bastati tre mesi per mettersi in mostra e guadagnare la fiducia
dello stregone orbo. Alla prima occasione si era poi intrufolato nella sua
biblioteca segreta e aveva velocemente copiato gli incantesimi più
potenti della sua collezione. Il mattino dopo era già lontano, e la gilda
di Gudran faceva ormai parte del suo passato.
Due ore dopo il rapimento del giovane straniero venuto dal nord, la
voce già circolava nelle buie celle del castello dove Numeon attendeva
pazientemente la sua sentenza. Riconobbe l’occasione e non se la fece
scappare. Prima riuscì a convincere una sentinella a far recapitare un
messaggio al capitano della guarnigione, che aveva appena ricevuto una
sgridata dalla regina per via del rapimento. Vedendo un’opportunità per
farsi perdonare, il capitano aveva poi passato il messaggio direttamente
ad Aliana. “Abbiamo un prigioniero che potrebbe conoscere il luogo in
cui è stato portato il ragazzo. Il suo nome è Numeon e vorrebbe parlare
con voi, vostra altezza”. Che faccia deve aver fatto la regina quando il
capitano aveva pronunciato il suo nome, pensò Numeon alzandosi in
piedi. Il ragazzo aveva aperto gli occhi e lo stava osservando.
- Non parlare – disse lui sottovoce. Poi si mosse rapidamente in
direzione del bosco di faggi, un’ombra ammantata di nero con un ampio
cappello a tesa larga. Numeon era un mago ma sapeva che a volte,
contro certe creature, la magia poteva non bastare. Allora si affidava al
suo moschetto, un’arma costosa, figlia del progresso, che molti guerrieri
snobbavano per questioni etiche. A lui invece piaceva. Premere il
grilletto, sprigionare il fuoco, era una specie di magia. Si sentiva al
sicuro con il suo fucile in mano.
La salamandra dava loro la caccia da almeno tre giorni. Numeon ne
aveva sentito l’odore quando erano scesi dalle montagne in cui si
trovava il rifugio degli uomini di Gudran. Aveva sperato di riuscire ad

221
evitare lo scontro, ma quella era una creatura ostinata e di sicuro molto
affamata. Il giorno seguente avrebbero avvistato la città e sarebbero
stati in salvo, ma ormai si era avvicinata troppo. Sul terreno aperto dove
si trovavano, alla salamandra sarebbero bastati due balzi per agguantarli
e trasformarli in una prelibata cena. Numeon sapeva che con esseri
come le salamandre giganti la migliore difesa era l’attacco. Doveva
sorprenderla prima che lei sorprendesse loro.
La belva gridò nuovamente, poi si udirono dei rami spezzarsi. La
salamandra si stava aprendo la strada attraverso il bosco. Numeon si
appressò al limitare di questo, piantò saldamente i piedi per terra e
puntò il moschetto in direzione della selva oscura. Non poté trattenersi
dal sorridere, ripensando alla breve ma intensa conversazione che aveva
avuto con la regina. Il tempo non era stato suo nemico. Era ancora
molto bella. Ricordava bene l’ultima volta che si erano incontrati,
quindici anni prima. Entrambi frequentavano la scuola di magia della
capitale. Lei aveva appena sedici anni, lui era all’ultimo anno e ne
avrebbe compiuti presto venti. Iniziò per una scommessa, come tante
altre volte. La principessa Aliana frequentava i corsi di divinazione, ma
a sera tornava al castello, mentre di giorno era seguita a vista da due
guardie del corpo. Numeon distrasse le guardie con un semplice
incantesimo e riuscì ad incontrarla da sola sulla terrazza più alta della
scuola. Gli bastarono dieci minuti per irretirla con parole mielate e
convincerla a dargli un bacio. Il giorno dopo fu lei a cercarlo, ma lui era
già perduto dietro le sottane di Nina, una ragazza appena arrivata dal
sud del paese. Eppure negli anni a seguire si scoprì più volte a pensare
alla principessa.
“Il capitano mi ha riferito che sai dove si trova il covo di Gudran”. Gli
occhi della donna lampeggiavano d’ira.
“Beh, non proprio…”
“Mettiamo subito in chiaro una cosa. Se sei qui per farci perdere del
tempo, allora risolverò immediatamente la tua questione. Mi hanno
detto che sei colpevole di furto ed uso improprio della magia all’interno
della città. C’è poi l’aggravante della falsa testimonianza, quindi io
credo che dieci anni di prigione potrebbero andare. Guardie…”
“Ma no, sua maestà… io volevo dire… certo che so dove si trovano gli

222
uomini di Gudran…” la ragazza era cresciuta, su questo non c’erano
dubbi, pensò Numeon. E così aveva promesso, e questa volta la
promessa valeva molto di più di quelle che era solito fare alle altre
donne. Avrebbe riportato al castello il ragazzo rapito, a qualunque
costo. E il costo poteva essere la sua vita, pensò mentre due occhi
lampeggianti di fuoco si accendevano tra le ombre della selva.
Pazienza, si disse, e richiamò la magia del mimetismo. La belva
l’avrebbe visto solo all’ultimo momento, quando lui l’avrebbe
finalmente avuta a tiro.
Un alberello al limitare del bosco venne tranciato di netto dai letali
artigli della creatura. Ricoperta di squame ramate, lunga quasi dieci
braccia, la bestia si mosse guizzante nonostante la mole. Gli occhi
cremisi fissavano l’oscurità, ma Numeon, pur sapendo che la magia lo
nascondeva alla sua vista, si sentì quello sguardo addosso. Il dito sul
grilletto del moschetto s’irrigidì. La salamandra era a venti metri, poi
con un guizzo dimezzò la distanza. Una sola possibilità. Un solo colpo.
Avvertì l’alito fetido delle sue fauci, udì il sibilo della sua lingua
biforcuta. Cinque metri. Tre metri. Poi un’esplosione…
La carica di piombo centrò in pieno il lungo muso della bestia che
urlando balzò all’indietro. Ancora viva ma in preda ad atroci sofferenze,
la salamandra strisciò in maniera convulsa verso l’invisibile nemico.
Numeon si era già ritirato di molti metri e preparava l’incantesimo che
avrebbe liberato la bestia da quel vortice di dolore. E mentre sbatteva
ripetutamente il corpo gibboso e la coda gommosa per terra, la creatura
urlava di disperazione, e qualcuno da lontano la udì e la notte
successiva non riuscì a chiudere occhio. Il mago rimase calmo,
consapevole del fatto che anche se cieca, la salamandra poteva ancora
scovarlo grazie al suo fiuto. Questa volta richiamò il fuoco magico, lo
manipolò tra le mani come un pezzo d’argilla, ne fece una sfera di luce
rossa e poi la liberò nell’aria. La palla di fuoco descrisse un arco preciso
e ricadde sul corpo della belva che avvampò, si dimenò ancora per
qualche istante e poi si accasciò sull’erba continuando a bruciare.
Numeon tornò indietro e vide il ragazzo a pochi metri, gli occhi che
riflettevano il rogo vicino.
- Raccatta le tue cose. É meglio allontanarsi da tutto questo fumo.

223
Potrebbe essere velenoso… – Il ragazzo annuì e in silenzio seguì il
mago. Insieme aggirarono il luogo dello scontro e ripresero la via
maestra proprio nel momento in cui il sole incominciava a rischiarare il
cielo ad oriente.
Procedettero speditamente per quasi un’ora e nessuno proferì parola.
Dietro di loro, nella distanza, il rigolo di fumo velenoso che si alzava
dalla creatura era ormai indistinguibile. Numeon, che decideva il passo
di marcia, rallentò l’andatura, poi rassicurò il ragazzo. – Nessuno ci
insegue, possiamo procedere a passo regolare… – e aggiunse, – Vedrai
che arriveremo in tempo per il banchetto della regina. – ma dubitava
che Aliana, nonostante la promessa mantenuta, lo avrebbe invitato alla
sua tavola.

II

Un messaggero a cavallo avvistò Numeon e il ragazzo a un paio di


leghe dalla città e andò loro incontro. Il mago spiegò all’uomo le ragioni
della sua missione e questi fece subito dietrofront, dirigendosi verso il
palazzo della regina Aliana, per annunciare il loro imminente arrivo.
Quando i due scavalcarono l’ultima collina, videro in lontananza gli
stendardi sopra le mura della capitale, e una folla che li attendeva nei
pressi della porta principale.
Numeon aveva provato nuovamente a scoprire qualcosa di più sul
giovane, ma non era riuscito ad apprendere più di quello che già sapeva.
Il ragazzo ignorava il motivo per cui la regina era così interessata a lui.
Era solo il figlio di un contadino del nord, con un unico nome, Symion,
e con una storia di pecore, campi coltivati a grano e feste mondane. La
regina e il suo seguito erano giunti all’inizio dell’estate al villaggio in
cui abitava. Aliana aveva parlato ai suoi genitori in privato e il giorno
dopo tutto era stato deciso; Symion l’avrebbe seguita al castello.
Davanti ad una richiesta tale il ragazzo non avrebbe mai potuto tirarsi
indietro, così, senza fare domande, aveva lasciato il villaggio. Ma anche
a lui sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sulle ragioni che avevano
spinto la regina a visitare la sua casa. Gli era stato semplicemente detto

224
che era un ragazzo speciale, e che al castello avrebbe imparato le
maniere della gente nobile e l’arte della spada. Il suo apprendistato era
appena incominciato quando gli uomini di Gudran lo avevano rapito.
L’unico particolare che distingueva Symion era un segno sulla pelle,
all’altezza della scapola, una specie di voglia a forma di ancora, ma
talmente scura da assomigliare a un tatuaggio. Numeon l’aveva
intravisto il giorno prima, quando si erano fermati presso un ruscello
per rinfrescarsi. Il ragazzo si era tolto la veste polverosa e al mago non
era sfuggito il piccolo disegno scuro sulla cute.
- Hai chiesto alla regina se il suo interesse per te aveva qualcosa a che
fare con la macchia che porti sulla schiena? – chiese Numeon, sapendo
di avere ormai poco tempo per risolvere quell’enigma.
- Si, l’ho fatto, – rispose il ragazzo – ma lei mi ha assicurato che non
c’entra.
- Qualcosa però deve averti pur detto… – incalzò il mago. Symion
scosse lentamente la testa e non rispose. C’era qualcosa di strano in quel
ragazzo, Numeon l’aveva intuito subito. Di solito i giovani sono sempre
avventati, curiosi, parlano di continuo oppure si chiudono in un silenzio
ribelle. Sono vivaci, testardi, sfuggenti. Anche lui era stato così.
Symeon invece non era niente di tutto ciò. I suoi sguardi, i suoi gesti, le
sue poche parole, trasmettevano una sensazione di distacco. Non diceva
mai più di quello che era necessario, e poi la paura sembrava essergli
aliena. La vista della salamandra non l’aveva minimamente turbato, e
quando Numeon lo aveva trovato nella cella del covo di Gudran, era
rimasto impassibile. Il mago era ormai certo di una cosa; nonostante
Symeon ignorasse il motivo per cui la regina lo aveva adottato, quella
macchia che portava sulla schiena doveva essere per forza la chiave. Se
fosse riuscito a scoprire il suo significato, il mistero dietro la presenza
di quel ragazzo al castello sarebbe stato svelato. Ormai era diventata
una sfida, come una delle tante scommesse da taverna che era solito fare
con gli avventori.
Una schiera di cavalieri cinturava la folla che attendeva alle porte della
città. Tra i riflessi delle lance e delle armature, Numeon riuscì a
distinguere la portantina reale, ma non la regina che sicuramente vi
sedeva all’interno, dietro le spesse tende di velluto cremisi.

225
Un’accoglienza del genere non se l’era aspettata. La parte più vanitosa
di sé si crogiolò all’idea di un’entrata trionfale, ma il sospetto s’insinuò
improvvisamente nella sua mente, richiamato da un sesto senso
nascosto, un amico che più di una volta gli aveva salvato la pelle. C’era
qualcosa di strano in quella messinscena. Di colpo un formicolio alla
nuca, proprio sotto il cappello, lo avvertì che non poteva fidarsi della
regina.
Dalla prima linea di cavalieri si staccarono quattro elementi che
vennero loro incontro. Era un rituale di benvenuto, sicuramente, eppure
qualcosa non tornava. In meno di cinque minuti li avrebbero raggiunti.
Numeon doveva decidere in fretta. Si guardò intorno. Gli uomini
stavano già risalendo la collina. Su entrambi i lati della via maestra i
campi erano coltivati a vitigni, ma a destra questi si interrompevano
laddove incominciava un boschetto di tigli. Poteva raggiungerlo in
meno di un minuto di corsa, e poi sparire tra la vegetazione, con l’aiuto
di un buon incantesimo.
- Caro Symion, mi ha fatto molto piacere conoscerti. Credo che sia
meglio che me ne vada. Non amo molto le manifestazioni di
gratitudine. Sai com’è, mi mettono a disagio… – Il ragazzo lo guardò
perplesso, ma lo stupore gli passò in fretta, come se avesse capito tutto.
- Beh, grazie mille. Spero di poterla rivedere, un giorno.
- Certo ragazzo. Porta i miei saluti alla regina, e fai attenzione. Potrei
non esserci la prossima volta che ti cacci nei guai. – Poi si calzò meglio
il cappello in testa e prese a correre per il campo di viti. Non ebbe
bisogno di voltarsi per sapere che i quattro cavalieri erano scattati al
galoppo. Raggiunse il boschetto e si fermò un attimo per riprendere
fiato. Riuscì nella distanza ad intravedere una certa agitazione intorno
alla portantina della regina. Numeon sorrise, poi guardò in direzione dei
cavalieri. Stavano per raggiungere il ragazzo. Troppo lenti…
Il mago iniziò a risalire la collina attraverso un sentiero. Pronunciò un
incantesimo che lo nascose anche alla vista degli animali del bosco. La
promessa era stata mantenuta, ma lui e la regina non erano pari. Lei gli
doveva ancora molte spiegazioni.

226
III

Oltrepassare di nascosto le porte della capitale durante la notte era


sempre stato un gioco da ragazzi. Numeon ne aveva avuti in passato di
motivi per non farsi sorprendere dalle guardie reali, ma con l’aiuto delle
tenebre e di un buon incantesimo, nessuna sentinella avrebbe mai
potuto scorgerlo, almeno fino a quella notte. La regina aveva ordinato
di triplicare gli uomini alle porte e il consiglio cittadino aveva subito
avallato la procedura. Erano diventate rare le occasioni in cui i venti
consiglieri si opponevano alle richieste di Aliana. Quella sera, neanche
un calabrone sarebbe potuto entrare in città senza essere notato, un bel
problema per il mago che non vedeva l’ora di trovarsi faccia a faccia
con donna che lo aveva ingannato.
Era rimasto nascosto per tutto il giorno sulla chioma di un albero, ad
osservare tranquillamente i cavalieri sguinzagliati dalla regina, che si
aggiravano confusi nei pressi del boschetto in cui il mago era svanito.
L’incantesimo lo aveva nascosto alla loro vista, ma i soldati avevano
continuato a cercarlo per tutto il pomeriggio, imprecando sagacemente
contro di lui ma anche contro la prima cittadina. Numeon si era dovuto
più volte trattenere dal ridere. Se Aliana avesse saputo che cosa
pensavano i suoi fedeli cavalieri del suo bel didietro, sarebbe corsa ad
infilare la testa dentro la serra del castello, proprio come uno struzzo.
Prima del tramonto un uomo a cavallo aveva raggiunto il boschetto e
richiamato la pattuglia in esplorazione, menzionando anche le ultime
disposizioni ordinate dal consiglio cittadino sul controllo delle porte
della città. Gli uomini avevano fatto ritorno alla capitale e Numeon era
finalmente sceso dal suo nascondiglio per raggiungere i margini del
bosco. Gli era bastato un sguardo per rendersi conto della situazione; se
voleva entrare in città, doveva trovare un’altra via. E quella via esisteva,
anche se dal punto di vista economico non era certo la strada più
conveniente.
Si mosse veloce attraverso la collina, un’ombra tra le ombre sotto il
cielo limpido, sul quale splendeva una falce sottilissima di luna. In
fondo alla valle riuscì a scorgere le luci di una fattoria. Vi era un recinto
con dei cavalli ed una stalla, e mentre vi passava vicino fece attenzione

227
a non disturbare gli animali. Un nitrito avrebbe attirato l’attenzione, e le
porte della città non erano molto distanti da lì. Conquistò il portico della
casa del fattore, l’unico edificio illuminato della zona, si sistemò meglio
il cappello in testa, bussò piano e attese. La notte era tiepida, ma il
calore del fuoco e magari un buon bicchiere di vino non avrebbero certo
guastato.
- Chi diavolo è a quest’ora? – domandò una voce grossa, con un forte
accento del sud.
- Mastro Jarod? Apri, sono io…
- Che mi venga un colpo – disse il fattore, armeggiando con il
catenaccio. La porta si aprì e la luce di una lanterna si accese in faccia
al mago. – Numeon, lo stregone pistolero! Dammi un buon motivo per
il quale non dovrei subito andare a chiamare le guardie? – chiese
l’uomo, scostandosi dall’uscio per fare entrare il suo ospite. La casa di
Jarod era composta da una grande stanza centrale nella quale ardeva un
allegro fuoco. Una porticina su un angolo dava sulla dispensa, mentre al
piano di sopra c’erano le camere da letto. Sotto invece c’era la cantina.
- Ho bisogno del tuo aiuto. – Numeon andò subito al sodo. Si sedette al
tavolo di quercia in mezzo alla stanza e indicò la brocca che stava al
centro. – Posso? – chiese.
- Certo, ti porto una tazza… – rispose Jarod, muovendosi verso una
madia piena di stoviglie. – Ecco qua – e gli porse la coppa. Il mago la
riempì di vino fino all’orlo e la svuotò in due grandi sorsi, poi se ne
riempì un’altra.
- Il tuo vino è il migliore del paese, lo sai vero?
- Si, me lo hai detto più di una volta, ma non ti servirà a tirare sul
prezzo. Hai bisogno di un passaggio, non è vero? – il contadino aveva
intuito fin da subito il motivo di quella visita inattesa.
- Jarod, non posso pagarti adesso. Devi fidarti di me e farmi entrare
nella città.
- Fidarmi di te? Questa è buona!
- È una questione importante!
- Non ne dubito, pistolero, ma gli affari sono affari…
- Domani mattina sono qua a saldare il debito, a costo di vendermi il
cappello!

228
Era un cappello magico, anche se nessuno sapeva come funzionasse, e
in effetti poteva valere molte corone d’oro. Numeon lo aveva vinto a
dadi da un viaggiatore ubriaco, che poi gli si era rivoltato contro con
degli incantesimi che nessuno aveva mai visto da quelle parti. La
taverna era letteralmente esplosa, ma Numeon era stato abile ad estrarre
il suo moschetto, mirarlo alla testa dell’uomo e fare fuoco. Era successo
tre anni prima, e da quel giorno Numeon non si era mai separato da quel
cappello. Neanche lui sapeva come farlo funzionare, però diceva che gli
portava fortuna, e a lui questo bastava.
- Mi hai dato un’idea – propose il contadino. – Perché non mi lasci il
cappello in pegno. Domattina torni a riprenderlo, che ne dici?
- No, mai! – replicò secco il mago, scattando in piedi.
- Abbassa la voce. Mia moglie e i bimbi dormono al piano di sopra… –
spiegò Jarod, indicando con un dito il soffitto.
- Scusami, ma no, non posso lasciarti il cappello. È il mio
portafortuna…
- Allora mi dispiace, niente passaggio. – E detto ciò, ripose la brocca di
vino su uno scaffale e si avviò verso la porta. – Dovrai trovare un altro
modo per entrare in città.
- Va bene – disse Numeon accigliato. – Maledetto te…
- Ottimo allora… vogliamo andare? – chiese mastro Jarod, aprendo la
porta di casa e facendo strada. Numeon si alzò dal tavolo e lo seguì sul
retro dell’abitazione. Non era la prima volta che usava il tunnel di Jarod.
Il contadino se ne serviva per contrabbandare in città i suoi distillati. Il
consiglio, pressato dalla regina, aveva infatti proibito qualsiasi bevanda
più forte della birra e del vino, per evitare risse ed incidenti nelle
taverne e per le strade della capitale. Ma il mercato del brandy di
contrabbando era un affare molto redditizio e Jarod vi ci si era buttato a
capofitto, investendo nella costruzione di un tunnel che dalla sua
cantina raggiungeva quella di una vecchia bettola di periferia, il Corvo
Stridulo, passando naturalmente sotto le mura della città. Le casse di
brandy venivano messe in una carriola appesa ad una corda, e grazie ad
un sistema di cuscinetti e carrucole, veniva tirata da una parte e
dall’altra.
- Attento a dove metti i piedi – avvertì il fattore che precedeva Numeon

229
attraverso una stretta rampa di scalini che scendevano verso una
massiccia porta di legno. Jarod chiese al suo ospite di tenere la lanterna
ed estrasse una grossa chiave da sotto il grembiule che aveva indosso.
Girò tre mandate ed entrarono in un ampio locale tappezzato di
piastrelle di terracotta. Era un ambiente decisamente ben tenuto, che
stonava con il resto della fattoria. Quello era il luogo in cui Jarod
preparava i suoi distillati e portava avanti i suoi affari. La stanza era
occupata da botti e da strumenti sconosciuti a Numeon. D’altra parte al
mago interessava più il prodotto finito che il processo di estrazione del
liquore.
- Com’è venuto quest’anno? – chiese, indicando una botte di rovere.
- Assaggia tu stesso – rispose Jarod, aprendo il piccolo rubinetto in
fondo al contenitore. Versò appena un dito di liquore dorato dentro un
piccolo bicchiere di cristallo, e lo porse al suo ospite. Numeon lo bevve
d’un fiato e strizzò gli occhi.
- Meraviglioso! – esclamò
- Non ne trovi migliori di questo, neanche nelle terre di confine –
puntualizzò il contadino.
- Ci credo… – Poi entrambi si diressero dalla parte opposta della
cantina, laddove si apriva uno stretto passaggio ad arco che sprofondava
nelle tenebre. Oltre quello la luce della lanterna illuminò un locale più
piccolo, di appena tre metri di lato. Alle pareti non c’erano piastrelle ma
solo terra battuta, ed un cunicolo di appena un metro di diametro si
perdeva nel buio più fitto.
- Devo richiamare la carriola, – spiegò Jarod. Avvicinò un bastoncino
allo stoppino della lanterna e lo inserì nel pertugio di una specie di
scatola di metallo, poi azionò la leva di quello strano marchingegno. Si
udì una vampata e un cigolio. La fune che si perdeva dentro al tunnel e
alla quale era attaccata la carriola incominciò a scorrere da sola.
- Cos’è quello? – domandò il mago.
- Beh, tirare avanti e indietro questo arnese mi stava spezzando la
schiena, così ho fatto progettare da un amico questa macchina.
Funziona ad olio, proprio come le lanterne. Sono secoli che i nani usano
questa tecnologia, ma sono molto gelosi delle loro cose, almeno che tu
non li sappia convincere… – spiegò Jarod sorridendo. Numeon

230
immaginò che quell’aggeggio dovesse essere costato un occhio della
testa, ma Jarod non badava a spese per la sua piccola impresa.
Dopo una decina di minuti la carriola apparve. Il viaggio non era certo
dei più comodi, ma Numeon non aveva alternative. S’infilò dentro e
attese di essere trascinato nelle viscere della terra, fin sotto le mura
della capitale.
- Cosa aspetti allora? – chiese il mago con noncuranza. Jarod sorrise ed
indicò il cappello che stava ancora sulla testa del mago.
- Oh, già… scusami, – esclamò Numeon, sfilandosi il suo portafortuna e
porgendolo al contadino. Si sentì improvvisamente denudato di
qualcosa. Forse era proprio quello il potere nascosto dell’oggetto. Era
davvero un potente amuleto portafortuna. Una strana sensazione lo
afferrò all’altezza dello stomaco. Non doveva andare, non senza il
cappello.
Combattuto da un terribile senso di indecisione, Numeon non si accorse
che Jarod aveva azionato nuovamente la leva. – Buon viaggio allora, –
si sentì dire.
- Aspetta… – provò a replicare il mago, ma era troppo tardi. La carriola
si stava già muovendo dentro le viscere della terra.

IV

Dall’altra parte del tunnel Numeon trovò il garzone dell’osteria, per


niente sorpreso della sua apparizione. Era poco più di un bambino,
vestito di stracci e decisamente poco pulito. Il suo compito era quella di
stare di guardia al cunicolo sotterraneo e alla porta dalla quale si
accedeva alla cantina del Corvo Stridulo. Il mago udì distintamente il
vocio degli avventori al piano di sopra, che a quell’ora dovevano aver
abbondantemente occupato tutti i tavoli della taverna.
- Buonasera signore, Lion è qui per servirla – dichiarò il ragazzo,
mettendo mano al mazzo di chiavi che aveva legato alla cintura. Mentre
armeggiava col chiavistello della porta, continuò – Se al signore serve
qualche cosa di particolare; un posto per la notte, una bottiglia di Yoka,
o magari un po’ di compagnia…

231
- Grazie, sono a posto – tagliò corto Numeon, ed infilò la porta appena
questa si aprì, raggiunse la scala che portava al piano di sopra e si
confuse con la gente che ordinava da bere. L’aria pesante da taverna gli
riempì i polmoni e lo fece sentire subito più tranquillo, anche senza il
suo cappello. Quell’aria l’aveva respirata fin dal giorno in cui aveva
smesso di farsi la pipì addosso. Suo padre era stato un cercatore d’oro,
aveva viaggiato molto ma non aveva avuto fortuna. Con le poche pepite
racimolate in anni di ricerca, aveva deciso di fermarsi e mettere su
famiglia. Aveva comprato una taverna e aveva fatto l’oste fino alla fine
dei suoi giorni, che non furono neanche tanti. Pace all’anima sua, pensò
Numeon. Comunque lui c’era nato dentro quella taverna, e ogni volta
che si sentiva circondato dal profumo dello stufato che veniva dalle
cucine, mischiato all’odore delle botti di birra e del tabacco da pipa, gli
pareva di essere a casa. Una voce nella testa gli disse di restare, di
ordinare una birra, di mettersi comodo, di non immischiarsi negli affari
di palazzo. In fondo che cosa c’aveva da guadagnare lui. Il mistero del
ragazzo aveva probabilmente a che vedere con le questioni di sangue
della famiglia reale. Forse era un figlio bastardo del vecchio re, e di
conseguenza fratellastro della regina. Ci aveva già pensato a questa
eventualità, però qualcosa gli diceva che c’era di più. Ma non era stata
questa la scintilla che lo aveva spinto ad entrare nella capitale di
soppiatto, la notte in cui l’intera guardia reale gli stava dando la caccia.
La questione del ragazzo era qualcosa di secondario ormai. Numeon
non sopportava l’affronto di Aliana. Lo aveva usato per recuperare il
ragazzo, ben sapendo che non esistevano in città maghi più esperti di
lui, e poi aveva sguinzagliato i suoi cavalieri per riportarlo nelle celle
del castello. Lui aveva rispettato i patti mentre lei lo aveva ingannato, e
questo a Numeon non andava giù. Chi si credeva di essere quella
ragazzina, pensava mentre si faceva largo tra i commensali. No, avrebbe
chiuso la questione quella notte, era ormai diventata una scommessa
con se stesso.
A malincuore si lasciò la taverna alle spalle. Cercò di calzarsi il
cappello per evitare che il vento che si era alzato glielo portasse via, ma
si accorse a malincuore di non avercelo più. Guardò in alto e annusò il
vento che nel frattempo aveva portato le nubi del nord. Quella notte una

232
tempesta si sarebbe abbattuta sulla capitale, la poteva sentire nell’aria.
Si diresse deciso verso la biblioteca, che a quell’ora era già chiusa, ma
quello sarebbe stato l’ultimo dei suoi problemi. Entrare e uscire dai
luoghi chiusi era una delle sue specialità. Facendo attenzione a non
essere notato, scavalcò il cancello del giardino della scuola di magia, la
stessa dove sia lui che Aliana avevano ricevuto i diplomi di divinatori, e
attraversò con ampie falcate il viale alberato che divideva in due la
struttura; da una parte vi era la scuola, un largo edificio con una torre
centrale, dall’altra la grande biblioteca cittadina, una massiccia struttura
in pietra edificata almeno un secolo prima della scuola. Le sue finestre
erano basse e prive di inferriate. Grazie a un semplice incantesimo fece
girare la maniglia di una vetrata e con un salto penetrò all’interno
dell’edifico. Adesso però veniva la parte più difficile. Non erano i libri
che occupavano gli scaffali del piano terra e di quelli superiori che
destavano il suo interesse. Si trattava perlopiù di testi di scuola, scienze
divinatorie, storia delle pratiche occulte e così via. I tomi antichi, quelli
in cui dormivano i segreti dell’antico impero, erano nascosti al piano
inferiore, nei sotterranei della biblioteca. C’era stato soltanto una volta,
per concessione di un vecchio professore che lo aveva preso in
simpatia. La porta per accedervi era una larga pietra circolare che per
traslare di lato aveva bisogno delle giuste parole. Non un semplice
incantesimo che probabilmente Numeon avrebbe saputo aggirare, ma
un codice segreto decretato dalla regina. Il mago credeva di sapere
quale erano le parole. Tutta la missione che si era prefissato dipendeva
da quell’intuizione. Se esisteva una risposta al mistero del ragazzo,
doveva per forza trovarsi nei sotterranei della biblioteca.
Trovò facilmente le scale che scendevano al livello inferiore. L’ultima
volta che era entrato in quell’edifico era poco più di un ragazzo, ma
poteva contare su una memoria visiva eccezionale. Fino alla rampa era
riuscito a vedere grazie alla luce dei lampioni della strada che entravano
dalle finestre dell’edificio, ma oltre i primi gradini le tenebre
diventavano quasi solide. Numeon accarezzò delicatamente la canna del
suo moschetto, sussurrando qualche parola. Il nero ferro dell’arma
incominciò ad emanare un lieve chiarore che dissipò le ombre.
Velocemente il mago scese la rampa e procedette deciso lungo un

233
ampio corridoio alla fine del quale si trovava l’accesso alle biblioteca
segreta.
L’ora della verità, pensò sorridendo. Con la mano cercò la falda del
cappello, un gesto portafortuna, ma rimase nuovamente ingannato. “O
tutto o niente” si disse a bassa voce, poi enunciò le parole segrete che
aveva pensato: “Ailes Ihao Tairnan”. La Lingua Morta, quella che di
solito veniva usata per codici e formule segrete, non era mai stata il suo
forte. Sperava che la pronuncia fosse quella giusta. Il significato di
quelle parole era invece fin troppo chiaro “L’antico sangue scorre”.
Non successe nulla. Numeon provò alcune varianti della frase,
invertendo l’ordine delle parole, ma niente fece muovere la grossa
pietra. La frase apparteneva alla famiglia di Aliana da secoli.
Discendeva direttamente da una delle due grandi dinastie dell’Impero,
la famiglia Senyan. Ai nobili piaceva ricordare i vecchi tempi, i fasti dei
grandi palazzi reali e i costosi ornamenti dei templi dedicati agli dei,
mentre la memoria della sofferenza inferta ai più deboli andava col
tempo svanendo. La parola di quelle generazioni che avevano vissuto di
persona le violenze dei vecchi governanti, si era indebolita nei cuori dei
loro discendenti. Il popolo rincominciava a cantare le gesta dei grandi
eroi del passato, Eonosse dall’elmo dorato, che usava cavalcare in testa
al grande esercito che con la forza sottomise tutte le province,
l’altissima sacerdotessa Cleati, vestita di perle e lamine argentate,
chiamata anche la “Bocca degli Dei”, il principe Audar, bello come il
sole e forte come un cavallo. Ma la verità era ben diversa da come la
presentavano i menestrelli di taverna. Per secoli le due famiglie reali
avevano schiacciato il popolo con le tasse e con la forza, solo per
soddisfare i loro meschini bisogni. Certo, si cantavano anche le gesta di
Sanildor il rivoluzionario, colui che iniziò la rivolta contro le due
famiglie, grazie soprattutto a quella parte dei Senyan che stava col
popolo e voleva cambiare le cose. Senza l’aiuto del trisnonno di Aliana,
Womil Assarris, Sanildor ed i suoi non sarebbero mai riusciti a dare
scacco alle due famiglie reali. Fu così che la famiglia di Aliana andò al
potere, un ruolo più di facciata che altro. Il sistema si confece alle
necessità del popolo. Fu istituito un governo composto da venti
consiglieri eletti dalle gente, e il ruolo della famiglia regnante divenne

234
marginale. Le province riunite sotto l’impero tornarono ad autogestirsi
come avevano fatto per secoli prima che le due famiglie reali le
conquistassero. Ci furono delle scaramucce, ma il popolo incominciò a
vivere molto più dignitosamente. Malgrado ciò, già dopo un paio di
generazioni, il potere della famiglia Assarris crebbe. I consiglieri del
mandato di re Ilfor, padre di Aliana, pendevano tutti dalle sue labbra.
Ilfor era un uomo fiero, ma non cattivo. La gente lo amava e gli avrebbe
concesso tutto, ma lui non si fece corrompere da tali adulazioni. Però le
cose potevano sempre degenerare, e la giovane Aliana non sembrava
avere la stessa forza del padre. Prima o poi il popolo, lo stesso che
aveva sofferto sotto il piede dei nobili dell’impero, avrebbe
riconsegnato il potere sovrano nelle mani di un’unica persona.
Numeon pensò a tutte queste cose, nella disperata ricerca di una
formula che potesse aprire quella porta. Provò svariati codici ma niente
sembrò funzionare. Era stato avventato e anche un poco ingenuo. Aveva
rischiato la libertà per nulla, e adesso doveva anche un monte di soldi a
mastro Jarod. E tutto a causa di un ragazzo che nascondeva qualche
mistero… il ragazzo, ma certo… “Itarcya Winae”, disse sottovoce; “Il
Segno dell’Ancora”. La pietra si mosse senza produrre alcun rumore.
L’aria viziata della biblioteca segreta investì il mago che arricciò il
naso. Numeon si mosse veloce alla ricerca di ciò che voleva, i simboli
delle due grandi casate. La stanza era un semplice allargamento del
corridoio, le cui pareti erano ricoperte di libri, protetti dentro
scaffalature in noce munite di ante a vetri. Aiutandosi con la luce
magica che brillava freddamente sulla canna del suo fucile, Numeon
scorse velocemente i titoli dei tomi, fino a fermarsi poco oltre la metà
del loculo. “Eccolo”, sibilò. Poi aprì lo sportello della libreria ed afferrò
un grosso volume con una copertina chiara. Lesse con avidità le prime
pagine, poi andò avanti, cercando con destrezza, come solo un mago
sapeva fare. Metà della sua vita l’aveva passata nelle taverne, ma l’altra
metà era rimasto piegato sui libri. Un sorriso gli si aprì come un taglio
sulla faccia. “Allora è questo che cerchi, bambina…” sussurrò,
riferendosi ovviamente alla regina.
Poi udì dei rumori distinti che venivano da sopra e con un gesto spense
la luce, sprofondando in un’oscurità solida.

235
V

- Chi va là? – chiese una voce da oltre la porta. Numeon intravedeva la


luce di una lanterna e l’ombra indistinta che la reggeva. La sua mente
lavorava alla massima velocità, ma le sue membra rimanevano
immobili, il libro tra le mani, il respiro sospeso.
- Chiunque vi sia, dovrà fare i conti con la guardia reale… – disse la
voce, e subito dopo pronunciò al contrario le parole segrete che avevano
aperto l’accesso alla biblioteca sotterranea. La pietra si mosse
nascondendo lentamente l’ombra con la lanterna in mano. Numeon
lasciò cadere il libro e si precipitò verso l’uscita, infilandosi con un salto
disperato tra la pietra rotante e lo stipite della porta. Con una spallata
fece perdere l’equilibrio al guardiano che cadde imprecando sul duro
pavimento. La lanterna andò in frantumi ma fortunatamente lo stoppino
si spense prima di incendiare l’olio che si era sparso per terra. Nelle
tenebre del corridoio, Numeon allungò la mano sul volto del guardiano,
mosse impercettibilmente le labbra e compose un incantesimo. L’uomo
provò a reclamare, ma l’effetto della magia lo fece crollare da una parte
e sprofondare in un sonno incantato.
Numeon adesso aveva i minuti contati. In meno di un’ora l’uomo si
sarebbe svegliato e avrebbe dato l’allarme, ma un’ora forse sarebbe
bastata a fare quello che si era prefissato. Uscì dalla biblioteca e
oltrepassò il vialone alberato dal quale era sopraggiunto. Agile come un
felino, scavalcò il cancello e imboccò la strada per il palazzo reale. Non
si mise a correre per non attirare l’attenzione, usò vie secondarie
tenendo sempre la testa e le mani basse. Il moschetto era ben nascosto
sotto il mantello. Quindici minuti più tardi aveva raggiunto l’entrata del
parco che circondava il castello della regina. Un altro cancello, ancora
più alto di quello della biblioteca. Il mago dovette attingere alle sue
conoscenze magiche per oltrepassarlo senza fare rumore, ed evitare di
rimanere infilzato sulle sue punte. Il parco era un giardino botanico che
vantava almeno duecento specie di piante. Era il vanto della famiglia
reale e dei cittadini della capitale. Numeon sgusciò sotto le fronde di un
albero dalle enormi foglie, per poi retrocedere tempestivamente davanti

236
ad una Lindoria, una pianta carnivora capace di divorare un uomo in
meno di dieci minuti. Non si fece prendere dal panico e continuò nella
direzione in cui pensava si trovasse il castello. La vegetazione occultava
la vista, e le tenebre erano quasi solide, ma Numeon aveva sempre
avuto un ottimo senso dell’orientamento. Finalmente scorse le luci delle
torce che bruciavano appese ai lati del ponte levatoio. La notte il ponte
rimaneva sempre chiuso ed era così che si trovava anche in
quell’occasione. Un altro problema da risolvere, pensò Numeon, ma
non si lasciò scoraggiare. Il palazzo era circondato da un profondo
fossato e non sembrava avere altri accessi, ma Numeon sospettava che
ci fossero delle grate per ventilare i sotterranei, o almeno lo sperava.
Vi erano due guardie che facevano la ronda attorno al castello. Il mago
raggiunse il bordo del fossato nel momento in cui una delle due uscì
dalla sua visuale, mentre l’altra doveva ancora svoltare l’angolo. Una
manciata di secondi appena gli furono sufficienti a conquistare la
posizione che voleva. Scivolò silenziosamente nell’acqua, che gli
arrivava poco sopra il petto, ed iniziò a guadare il canale. L’odore
nauseabondo dell’acqua stagnante mischiata agli scarichi dei pitali era a
dir poco insopportabile, ma Numoen si era trovato in situazioni peggiori
di quella. Per evitare che l’acqua inceppasse il moschetto, teneva la sua
arma sopra la testa. Le guardie non potevano vederlo perché il fossato
era ammantato di ombre. Dall’altro lato vi era una banchina larga meno
di un metro che girava intorno all’edificio. Numeon iniziò a percorrerla
facendo attenzione a non farsi scoprire.
Trovò subito ciò che cercava, un cancello di ferro chiuso da un pesante
lucchetto. Afferrò con entrambe le mani il catenaccio arrotolato intorno
all’inferriata, chiuse gli occhi e sussurrò qualche parola. Nei suoi palmi
sentì il metallo cedere con uno schiocco. Rapidamente, ma sempre
senza far rumore, oltrepassò il cancello imboccando l’oscuro corridoio
dei sotterranei del palazzo. Preferì avanzare al buio che rischiare di
accendere una luce incantata. Intuì dall’intenso odore di formaggi
stagionati, che doveva trovarsi vicino alle dispense del castello. Il
corridoio terminava davanti ad una porta di legno da sotto la quale
proveniva un filo di luce. Numeon accostò l’orecchio alla porta ma non
percepì alcun suono. Con cautela girò la maniglia ed entrò in un ampia

237
stanza, illuminata fiocamente da una torcia appesa a una parete. Era in
effetti la dispensa del castello. Sacchi di iuta ricolmi di noci e castagne,
botti di vino e di birra, salumi e prosciutti appesi al soffitto e un’ampia
scaffalatura occupata da svariate forme di formaggi. A Numeon venne
l’acquolina in bocca.
Nella tenue luminescenza il mago riuscì a muoversi più velocemente.
Imboccò una rampa di scale che saliva al piano di sopra, percorrendo
gli scalini con la delicatezza di un gatto. Conosceva solo una parte del
palazzo, quella riserbata alle prigioni, e il percorso che aveva fatto in
compagnia delle guardie quando lo avevano portato al cospetto della
regina. Il castello era una costruzione massiccia, la più grande di tutta la
città. Al tempo dell’impero l-intero edificio era di proprietà della
famiglia reale, ma adesso i primi due piani erano al servizio degli enti
cittadini. Solo il terzo ed ultimo piano era riserbato alla famiglia
reggente, ed era lassù che si trovavano gli appartamenti di Aliana e
dove, presumibilmente, si trovava la camera da letto del ragazzo.
Raggiunse le cucine e proseguì sicuro oltre un corridoio che immetteva
nella mensa delle guardie. La trovò vuota, ma sentì dei rumori
provenire da oltre una porta. Intuiva che durante la notte almeno una
decina di guardie rimanessero regolarmente dentro al castello, ma dopo
l’incursione dei briganti, la regina doveva aver come minimo
raddoppiato quel numero.
Aveva un piano, e come tutti i piani non era esente da rischi.
Volutamente ribaltò una delle sedie della mensa, che cadendo sul
pavimento piastrellato provocò un tonfo secco che rimbombò nella
stanza. Numeon si appiattì dietro un armadio pieno di stoviglie, mentre
il chiacchierio delle guardie si interrompeva. La porta venne aperta e
due figure fecero il loro ingresso nella mensa.
- Chi va là? – chiese una di queste. Numeon attese paziente che i due si
chiudessero la porta alle spalle.
- Forse era un gatto… – suggerì l’altra guardia.
- Meglio andare a vedere nelle cucine… – Poi i due chiusero la porta e
attraversarono la sala. Numeon, appena li ebbe entrambi nella sua
visuale, lanciò loro un incantesimo di sonno, l’ultimo che gli era
rimasto. I suoi poteri, come quelli di ogni mago, erano limitati.

238
I corpi dei due uomini si afflosciarono al suolo come delle vesti vuote.
Subito il mago li trascinò fuori dalla mensa, oltre il corridoio fino alle
cucine. Qui si sfilò gli indumenti ancora bagnati ed indossò quelli della
guardia che calzavano meglio. Poi, concentrandosi sul volto dormiente
dell’uomo, prese le sue sembianze. Era un incantesimo complesso che
poteva avere anche alcune fastidiose ripercussioni. Una volta si era
slogato malamente la mascella e ci era voluto un mese perché il dolore
se ne andasse.
Grazie a quel travestimento, uscì dalla mensa e si trovò nell’atrio del
castello, quello dove si trovava la rampa di scale che portava ai piani
superiori. Due guardie gli andarono incontro.
- Ehi Audar, dove è andato Uilair?
- Doveva svuotare la vescica – rispose prontamente il mago, intuendo
che Uilair doveva essere il nome di una delle due guardie che adesso
dormivano beatamente nelle cucine.
Numeon attese che i due si dileguassero in un corridoio laterale ed
imboccò la scalinata che portava al piano di sopra. Anche se travestito
da guardia, salì lentamente ed in silenzio per evitare di dare nell’occhio.
Due soldati di ronda al piano superiore passarono vicino alla rampa ma
non lo scorsero. Il mago conquistò la seconda scalinata e si avviò verso
gli appartamenti della regina. Un piccolo manipolo di uomini sostava
sul pianerottolo del secondo piano, di guardia agli appartamenti reali.
Cinque uomini in totale, tre dei quali giocavano a carte attorno a un
tavolino, mentre gli altri due montavano rigorosamente la guardia ai lati
della porta che immetteva nel salone delle udienze. Un soldato con i
gradi di capitano si girò verso l’uomo che saliva le scale.
- Audar, c’è qualcosa che non va? – chiese, lasciando le sue carte
coperte sul tavolo.
- Sto cercando Uilair, il mio compagno di ronda. Mi ha detto che
andava alle latrine ma non riesco più a trovarlo. Pensavo fosse qui… –
Rispose Numeon, coprendo con passi lenti e precisi la distanza tra lui e
il tavolino.
- No, qui non si è visto – disse il capitano con un’alzata di spalle. Poi
riafferrò le carte e tornò a giocare, o almeno quella fu la sua intenzione.
Le sue membra si tesero appena sentì il freddo metallo del moschetto di

239
Numeon toccargli la nuca. Il mago lo aveva estratto da sotto la divisa
così rapidamente che nessuna delle guardie ebbe il tempo di reagire.
- Dite solo una parola e faccio esplodere la testa del vostro capitano –
sibilò tra i denti il mago. Un silenzio carico di tensione nelle sale del
castello. Numeon sentì una goccia di sudore colargli da una tempia. “In
che guaio mi sono cacciato”, si sorprese a pensare, poi tornò a
concentrarsi sui volti delle guardie, sulla porta che dava accesso alle
stanze di Aliana e sul grilletto del moschetto su cui era appoggiato il
suo indice. Queste furono le ultime tre cose che riuscì a ricordare al suo
risveglio, perché il colpo alla testa che lo sorprese da dietro e lo fece
stramazzare al suolo non riuscì proprio a sentirlo.
Fuori intanto un tuono annunciò l’arrivo della tempesta.

VI

Numeon si svegliò il giorno dopo nella sua cella, quella adatta ai maghi,
con le pietre venate d’argento magico per impedire ai prigionieri di
usare incantesimi. Era la stessa che aveva lasciato qualche giorno prima
e che sperava vivamente di non rivedere più. Nel momento in cui aveva
perso i sensi, l’incantesimo di metamorfosi aveva smesso di fare effetto
e il mago aveva ripreso le sue vere sembianze. La testa di Numeon
pulsava di un dolore acuto. Si toccò la nuca e sentì sulle dita il rilievo
del sangue raggrumato. Che stupido che era stato, pensò mentre i
ricordi della sera prima gli tornavano in mente. Era tornato al punto di
partenza, ma questa volta poteva benissimo passarci il resto della vita in
quel buco, o chissà, forse la regina aveva qualcos’altro in mente per lui.
La pena di morte era stata abolita con la caduta dell’impero, ma visto
come andavano le cose potevano sempre ripristinarla. Cercò di non
pensarci, anche perché non giovava certo al suo mal di testa. Si
rannicchiò nell’angolo dove un mucchio di paglia gli faceva da giaciglio
e attese in silenzio che qualcuno lo venisse a trovare.
Il clangore del metallo sul metallo lo ridestò da un sogno inquieto. Non
volente, si era riaddormentato, e una guardia era venuta a svegliarlo
battendo con fragore l’elsa della sua spada sulle sbarre della prigione.

240
- Prigioniero, alzati e sii pronto ad eseguire l’inchino. La regina è qui
per vederti – annunciò l’uomo. Il mago alzò la testa ma rimase
immobile. Un attimo dopo Aliana apparve, piccola ma fiera, nella sua
veste regale color cremisi. Erano il portamento e lo sguardo che la
identificavano indubbiamente come una regina, e Numeon quando la
vide non poté fare a meno di riconoscerlo. Alcune persone nascono per
ripiegare ruoli importanti, ma il potere bisogna saperlo controllare, che
tu sia un guerriero dai muscoli d’acciaio, un pericoloso divinatore o un
discendente di una famiglia importante. In quel momento Numeon non
lesse negli occhi di Aliana il desiderio di saper controllare la grande
influenza che aveva sugli uomini. Lesse invece una cosa che non gli
piacque per nulla; bramosia di potere.
La regina chiese alla guarda di lasciarla da sola con il prigioniero e
rapida ubbidì. Numeon rimaneva a sedere sul pagliericcio, la schiena
poggiata alla parete della cella e il volto rivolto verso il muro di fronte.
Aliana poteva notare un leggero sorriso dipingergli la faccia.
- Hai poco da sorridere, mago – disse lei con voce asciutta.
- Sei sempre stata una bambina viziata… – rispose lui, e non ebbe
bisogno di guardarla per sapere che la sua faccia si era colorata di rosso.
- Sei fortunato che non ci sia più un boia in città, ma non illuderti.
Potrebbe sempre tornare…
- Il ragazzo… è un discendente dei Lanred, vero?
La famiglia Lanred era stata la prima dinastia dell’Impero, mentre la
famiglia Senyan, dalla quale discendeva anche Aliana, era stata la
seconda in ordine di importanza. Insieme avevano per secoli governato
sul continente, con la forza della spada, della magia e del sangue. Era
stato soprattutto questo terzo elemento il segreto del loro incontrastato
predominio. Attraverso i secoli la gente aveva incominciato a credere
che nelle due famiglie scorresse il sangue degli dei. Questa credenza
persisteva ancora, ed era proprio grazie a questa che Aliana avrebbe,
insieme al discendente dei Lanred, riunito tutte le province del
continente in un nuovo grande impero. Questa era la ragione del suo
interesse per il giovane Symion.
- Il ragazzo è solo un ragazzo – rispose cripticamente Aliana.
- Ha il simbolo dell’ancora sulla scapola, il segno di riconoscimento

241
della dinastia, come voi Senyan avete il cerchio all’altezza del cuore. Io
non so se siano stati davvero gli dei a farvi quei segni, ma so che grazie
a questa leggenda le vostre due famiglie hanno ridotto in schiavitù
intere popolazioni. Forse quei segni ve li siete fatti da soli, o forse gli
dei hanno gusti strani. A me non importa sapere l’origine del vostro
sangue, a me preme soltanto la libertà del popolo.
- Ah, il mago dal cuore nobile – lo schernì di rimando la regina. – Da
quando in qua Numeon il pistolero ha a cuore gli interessi del popolo?
Ti sei trasformato in un rivoluzionario da un giorno a un altro? Aspiri
forse a diventare un secondo Sanildor? Beh, mi dispiace deludere le tue
aspirazioni, ma credo che per i prossimi vent’anni te ne starai buono in
questa cella. E poi che cosa credi di sapere tu del popolo. Il popolo vive
solo per sentirsi raccontare le gesta dei grandi eroi. È questo quello che
vuole il popolo; idoli da venerare, una nobiltà nella quale potersi
immedesimare, parate, tornei, feste. Il popolo vuole essere intrattenuto,
non gli interessa altro. Non ti sei accorto che il malcontento affligge
ormai ogni comare della città, che gli uomini trovano sollievo solo nei
boccali di birra e nelle caraffe di vino? La gente esige nuove leggende,
nuove conquiste e grandi uomini nei quali riporre la loro fede…
Aliana andò avanti nel suo monologo per un tempo che Numeon non
riuscì a definire. Lui aveva smesso di ascoltarla. Rimase immobile nella
sua cella con un sorriso di scherno stampato sul volto. Pensava a come
uscire, al suo cappello che adesso si trovava nella fattoria di mastro
Jarod, al cavallo che avrebbe rubato per raggiungere le coste orientali
del continente, e al vascello che lo averebbe portato lontano, su un’isola
tropicale che un vecchio pirata gli aveva descritto. “Laggiù le donne
non indossano praticamente nulla, e stanno dalla mattina alla sera a
danzare sulla spiaggia, e gli uomini arrostiscono grossi pesci e cantano
alle stelle”. Si, era laggiù che sarebbe andato, una volta fuggito dal quel
buco.

EPILOGO

Elien, la figlia di Jarod, sentì bussare alla porta. Chi sarà mai a

242
quest’ora, pensò. Era quasi il tramonto e con il buio arrivava anche il
coprifuoco, secondo le ultime disposizioni di re Symion e della regina
Aliana. Per evitare spiacevoli incidenti, la famiglia reale aveva ordinato
che tutte le persone prive di autorizzazione rimanessero chiuse nelle
loro case fino all’alba. Un bel guaio per le taverne, che erano costrette a
chiudere molto prima del previsto, ma per il bene di tutta la comunità
Elien pensava che fosse giusto così. Almeno adesso suo marito evitava
di andarsi a ubriacare insieme ai suoi amici al Corvo Stridulo.
Le cose erano cambiate da quando le due grandi famiglie reali si erano
ritrovate, e di sicuro erano cambiate in meglio. Certo, le tasse erano più
alte, ma almeno si poteva andare al mercato senza la paura di essere
derubati. C’erano sempre un mucchio di guardie alle porte della città e
sulle strade principali, e lei si sentiva molto più tranquilla di quando da
bambina suo padre la portava con il carretto a fare le consegne alle
taverne. Ma suo padre era un tipo avventato e poco giudizioso. Sua
madre glielo diceva che quella distilleria alla quale ci teneva tanto lo
avrebbe messo nei guai, e infatti un giorno le guardie erano venute a
portarlo via, lui e suo fratello maggiore Cran, che lo aiutava nelle
consegne.
Ma dopotutto era meglio così. Adesso era lei che tirava avanti la
fattoria, insieme al marito che si occupava del vigneto. Sua madre
ormai era vecchia e non poteva più occuparsi degli animali, ma presto
lei le avrebbe dato un nipotino e con l’imminente nascita tutto sarebbe
stato perfetto. Elien non vedeva l’ora di portare la sua piccola, perché
era sicurissima che sarebbe stata una femmina, a vedere la parata della
regina, quella per il solstizio d’estate. Venivano i migliori cavalieri delle
province. Sarebbe stato magnifico…
Mentre riordinava tutti questi pensieri, la donna si avviò alla porta per
aprire. La madre era di sopra a riposare mentre il marito sarebbe
rientrato dai campi da un momento all’altro.
- Chi è? – domandò la donna.
- Salve signora, mi scusi se la disturbo, – disse una voce dall’altro lato
della porta. – Immagino che lei sia la figlia di mastro Jarod. Sono un
vecchio amico di suo padre, il mio nome è Numeon, forse ve ne ha
parlato.

243
Quel nome le mise una strana sensazione addosso. Rammentava
qualcosa, ma era passato tanto di quel tempo… Comunque fece finta di
non ricordare e aprì l’uscio. Davanti a lei vi era un uomo non giovane,
con un accenno di barba grigia e un’ampia piazza sulla testa. Aveva
occhi profondi e sofferenti, ma la sua bocca era disegnata in un sorriso
carico di tepore. Lo fece accomodare al tavolo del soggiorno. Numeon
notò che nonostante gli anni, la casa non era cambiata di molto. La
donna gli offrì del vino e lui lo bevve con avidità, sempre sorridendo
educatamente. Non era buono come ai vecchi tempi, ma a lui sembrò
nettare degli dei. Erano venti anni che non lo toccava. Non lo passavano
nelle prigioni della regina.
- Scusi ancora l’intrusione, ma vado di fretta e col coprifuoco è bene
che mi allontani in fretta dalla città. Cercavo suo padre. Mi sa dire dove
lo posso trovare? – chiese l’uomo, appoggiando la tazza vuota sul
tavolo.
- Mi spiace ma mio padre non vive più qui. È stato arrestato. Sa, per via
della distilleria…
- Capisco… – disse Numeon, abbassando la testa. – Ma forse può
aiutarmi anche lei. Sto cercando un oggetto che lasciai qui una ventina
di anni fa, un oggetto molto importante che di sicuro suo padre avrà
tenuto di conto. Si tratta di un cappello nero, a tesa larga, come non se
ne vedono da queste parti.
La donna ci pensò su un attimo, poi scosse la testa. – Non ricordo niente
di un cappello. Se era importante me lo avrebbe detto, credo…
- Beh, forse gli è passato di mente. Vede, me lo ha tenuto in pegno per
un favore che gli chiesi. Qui ci sono quindici monete. Dovrebbero
bastare a coprire il favore, insieme a un po’ di interessi. – Il vecchio
mago appoggiò sul tavolo un sacchetto di cuoio dentro il quale
tintinnarono delle monete. L’atteggiamento della donna cambiò
improvvisamente.
- Oh, ma sono sicura che se era un cappello importante mio padre lo
avrà tenuto di conto. Mi faccia andare subito a vedere su nella vecchia
cassapanca. Forse è lì da qualche parte. – Elien sparì veloce al piano di
sopra e si mise a rovistare. Numeon si alzò dalla sedia e si versò un altra
tazza di vino. Guardò fuori da una finestra, in direzione del vecchio

244
vigneto di Jarod. Gli tornarono a mente dei ricordi dolorosi di un tempo
che non era più. La prigione alla fine l’aveva avuta vinta ed era riuscita
a piegarlo. Conservava ancora il sorriso, ma i suoi occhi sarebbero
rimasti coperti da un velo di tristezza per il resto dei suoi giorni.
Aliana era riuscita nel suo intento. Aveva trasformato Symion in un
cavaliere, lo aveva presentato al popolo come l’ultimo discendente della
stirpe reale legata agli dei. Aveva scelto il momento opportuno per
attuare il suo piano. Il popolo era piegato da una tremenda carestia
dovuta ad un rigido inverno. Metà delle coltivazioni erano andate
perdute e molti animali erano periti. La gente moriva di fame ed il
consiglio dei venti non sapeva più che pesci prendere. Ci voleva un
segno forte, qualcuno che prendesse in mano la situazione, oppure un
miracolo, o solo una piccola ed insignificante parola di speranza. Aliana
offrì al popolo tutto questo con il discendente della famiglia Lanred, il
ragazzo divenuto uomo con il segno dell’ancora sulla scapola. Un
matrimonio suggellò il tempo della rinascita. Il consiglio venne sciolto.
Aliana rimase incinta ed ebbe due gemelli. Una nuova grande dinastia
era nata, ed avrebbe regnato indisturbata su tutto il continente, nei
secoli dei secoli.
Numeon sentì i passi della donna scendere i gradini della scala che
portava al piano di sopra. Elien teneva in mano il suo cappello. – È
questo? – chiese sorridendo.
Il mago si avvicinò alla donna e guardò meglio. – Si, è proprio lui.
- Ecco qua. È un po’ polveroso. Chissà quanto tempo è rimasto lassù.
- Venti anni, signora. Venti anni… – rispose Numeon, calzandosi come
era solito fare da giovane quel suo bizzarro indumento. Subito un senso
di tranquillità gli calò sul cuore, una sensazione di cui si era
completamente dimenticato.
- Venti anni? Allora deve tenerci molto se è tornato a riprenderselo
dopo così tanto tempo.
- È il mio cappello portafortuna – ammise lui, sorridendo. – La
ringrazio molto, signora. Adesso devo scappare. Porti i miei saluti a
mastro Jarod. Spero lo liberino presto…
- Non ci conti. E poi al vecchio gli fa bene rimuginare sui suoi errori –
rispose acida lei. Numeon pensò bene di non aggiungere altro. Aprì la

245
porta e con un cenno salutò la donna.
Il sole era ormai nascosto dietro la collina. C’era profumo di legna
bruciata nell’aria, un odore che gli era sempre piaciuto. Gli ricordava la
taverna di suo padre. Numeon risalì il rilievo e prese la via maestra
nella direzione opposta alla città. Avrebbe camminato tutta la notte fino
al secondo bivio, quello che lo avrebbe condotto sulla via est. Dieci
giorni di viaggio fino al mare, poi si sarebbe imbarcato per le isole
tropicali e avrebbe detto addio alla sua terra.
Perché esiste un tempo per fare gli eroi e un tempo per lasciare il
mondo al suo destino, e Numeon, il mago pistolero, sapeva che era
giunto il momento di lasciar perdere. “Laggiù le donne non indossano
praticamente nulla, e stanno dalla mattina alla sera a danzare sulla
spiaggia…”
- Isola mia, arrivo! – disse. Poi, calzandosi meglio il cappello, si rimise
in cammino.

246
ADDIO AL CELIBATO (101 Parole)

- Stai scherzando... vuoi davvero cancellare tutto? Il ricevimento, gli


invitati, gli anelli, la luna di miele... Dai, lo sai che è stata solo una
birbonata... maledetti amici!
Lei evitava accuratamente il suo sguardo. Con indosso mutandine e
canottiera, si muoveva nella cucina dell'appartamento nuovo con gesti
semplici e precisi. Aprì uno sportello, afferrò la tazza dei cereali, un
cucchiaio dal cassetto, posò tutto sul tavolo, poi prese il latte dal frigo.
Nel frattempo la caffettiera aveva incominciato a gorgogliare. Con un
altro gesto calibrato, l'afferrò per il manico e ne rovesciò il contenuto
sui piedi nudi del giovane promesso sposo.

247
LA BICI DI GINO ('10)

Gino non va più in bicicletta. Adesso ha la familiare con i seggiolini per


i bimbi, e lo scooter per muoversi in città. Però io continuo a
ricordarmelo sui pedali, magro come un fuscello, con la chioma
paglierina al vento. Arrivava sempre tardi, ma era impossibile fargliela
pesare. D’altra parte lui veniva in bicicletta, mentre noi eravamo tutti
motorizzati. Scendeva di sella con l’agilità di un furetto, il sorriso
stampato sul volto e la battuta pronta. Noi sedevamo sulle panchine con
le lattine di birra e i cicchini, a ragionare di quello che avremmo
combinato. Il più delle volte rimanevamo lì, a rovellarci il cardine,
come diceva quel famoso libro. Questo ovviamente d’estate, con la città
vuota e tutta la notte a nostra disposizione per dimenticarci chi
eravamo.
Gino indossava il giacchetto di jeans su una maglietta degli Iron
Maiden. Cerco di ricordarmelo vestito diversamente ma non ci riesco.
Per almeno tre anni, il tempo delle serate sulla panchina o al bar in
pazza, non credo abbia mai indossato altro. Il ricordo di com’era mi
torna in mente così vivido che faccio una fatica tremenda a riconoscerlo
adesso, mentre esce di casa con la bambina in braccio. Io rimango
dall’altra parte della strada, nascosto dietro a un furgoncino della Iveco,
ed osservo. La chioma se n’è andata, una pancina gli deforma la camicia
celeste sotto la giacca, e del vecchio sorriso non è rimasta che l’ombra.
Apre la portiera della station wagon, allaccia la cintura del seggiolino
della piccola, poi prende posto sul sedile del guidatore. Un attimo dopo
viene risucchiato dal traffico cittadino ed io posso finalmente uscire dal
mio nascondiglio.
In quel momento la vedo, nel giardino del condominio, seminascosta da
un vaso di fiori. Mi avvicino per assicurarmi che sia proprio lei. Legata
con un catenaccio all’inferriata dello scantinato, le gomme a terra e la
catena rugginosa, il campanello divelto e il telaio storto, là giace quel
che resta della vecchia Bianchi. È lei, non ci sono dubbi. Chissà perché
non se ne libera, mi chiedo. Forse per lo stesso motivo per cui conservo

248
ancora il mio zaino di pelle, quello che riempivamo di lattine di birra
prima di entrare ai concerti. Preso dalla nostalgia agguanto il telefonino
e scatto una foto al relitto a due ruote, poi ritorno sul marciapiede e
proseguo per la mia strada.
Dovrei chiamarlo uno di questi giorni, o magari mandargli una email.
Si, bisognerebbe riorganizzare qualcosa, magari al vecchio bar. Penso a
queste cose, ma ad ogni passo la mia iniziativa perde di slancio. Quando
arrivo a lavoro non mi ricordo già più nulla dei miei bei propositi. Ci
ripenso la sera, prima di addormentarmi. Mi sento un po’ in colpa per
non essermi fatto vedere, né sentire, ma in fondo succede a tutti.
Basterebbe poco, certo, ma forse quel poco è molto più di quello che si
pensa. Però il senso di colpa rimane. Si, lo chiamo domani, mi
convinco.
E finalmente mi addormento tranquillo.

249
SE PROPRIO LA DEVI GIOCARE, GIOCALA SPORCA!
(101 Parole)

Il giocatore di biliardo mirò alla nove d'angolo con la sigaretta stretta tra
i denti e tante goccioline di sudore che gli imperlavano la fronte.
Sapeva che quel colpo poteva valergli molto più della vita. Il diavolo lo
osservava dall'altro lato del tavolo verde, impegnato a lavorarsi col
gessetto la punta della sua stecca. Per lui era solo una delle tante partite.
- Se la butto sono salvo, vero? - chiese l'uomo per l'ennesima volta.
- Per ora... - rispose ammiccando Belzebù.
Partì il colpo, la palla s'alzò inaspettatamente e colpì il demone in
mezzo agli occhi lasciandolo in terra stecchito.

250
PROVE TECNICHE DI PRIMAVERA ('10)

Non ho motivo di rimanermene in casa, non oggi che è una giornata di


sole. Per decidermi ad uscire devo vincere una guerra interiore, la stessa
che da oltre un mese mi tiene prigioniero dentro queste quattro mura.
Ho dato la colpa all’inverno, ma oggi è il primo giorno di primavera,
anche se il calendario non lo dice. Niente torna come è stato. Non posso
cristallizzare la mia angoscia nei ricordi di lei. Devo uscire…
Fuori è sabato, il mio primo sabato dopo un’infinità di domeniche. La
corrente cittadina mi risucchia senza che neanche me ne accorga. La
prima sensazione è di serenità, il sentirsi finalmente parte di qualcosa;
un fiume inarrestabile di cervelli concentrati al consumo. Almeno non
sono solo, penso. Ma chi sono questi qui?
Abbagliato da una patina di sole, muovo piccoli passi in direzione del
centro commerciale. La calca si fa ancora più fitta, ma tutti si muovono
con ordine, al tempo di una musica. Mi pare quasi di udirne il battito,
una bossa nova che fa muovere le anche, sensuale e decadente, ipnotica
a suo modo. Sono pronto per stare di nuovo al gioco? Mi chiedo. Allora
indago, solo per vedere che effetto fa. C’è una ragazza coi capelli biondi
che compra cartoline in un negozio di souvenir. Avrà venticinque o
ventisei anni, non molto alta, poco trucco e un sorriso genuino. Potrei
innamorarmene? No, non ancora, ma forse se la conoscessi meglio…
Mi viene incontro una mora attillata, giacchetto di pelle, occhiali scuri e
tutte le forme al posto giusto. La valchiria di una notte d’amore… forse,
ma col retrogusto amaro. No, è un esercizio stupido, e poi non sono qui
per pensare ad altre. Cammino col sole in faccia per continuare a
pensare a lei, ma in maniera diversa. Rimorsi? No, nessun rimorso. Le
cose sono andate come sono andate, e la colpa non è di nessuno, o forse
è di tutti e due. Anzi no; la colpa è irrilevante.
Arrivo al centro commerciale, passo davanti alle vetrine dei negozi ma
non entro in nessuno di questi. Torna a farsi visita sorella Malinconia,
che ho usato come arma difensiva nelle ultime settimane della mia vita.

251
Strano sentirsi solo in mezzo alla fiumana di gente del sabato
pomeriggio. Strano ma fin troppo reale.
So che la giara è rimasta vuota, ed ho un bisogno tremendo di riempirla.
Uso il sole per scaldarla e renderla più accogliente. Verrà il momento di
metterci un nuovo fiore; una margherita oppure un narciso. C’è
tempo…
La primavera è appena iniziata.

252
UN COLPETTINO (101 Parole)

L'uomo sorseggiò piano il suo caffè, ché tanto fuori pioveva a dirotto e
non aveva alcuna intenzione di bagnarsi. L'appuntamento era alle sette,
ma per una volta potevano aspettarlo. In tanti anni aveva sempre
spaccato il minuto, ma da qualche giorno le cose erano cambiate. La sua
vita era cambiata.
"Un colpettino" gli aveva detto il dottore. "Nulla di cui preoccuparsi,
basta continuare con la terapia..." Lui non credeva alle medicine, ma
fece come gli era stato ordinato. Il caffè gli lasciò un retrogusto cattivo.
"Maledetto decaffeinato", pensò. Ma poi guardò fuori, vide un raggio di
sole e il retrogusto passò.

253
IL NATALE RITROVATO ('10)

Quel natale Stefano non l’avrebbe passato a casa con i suoi, non dopo
gli ultimi litigi con suo fratello, e le urla di sua madre che ancora
facevano vibrare i bicchieri della tavola imbandita per la cena della
vigilia. Il pandoro era rimasto intatto nel suo involucro di plastica, con
lo zucchero a velo che penetrava lentamente dentro la sua superficie
oleosa. Suo padre se n’era andato appena suo fratello Giacomo era
uscito dal bagno, con i segni dell’ultimo sballo chimico dipinti sul volto.
Non sopportava di vederlo in quelle condizioni, così se la svignava,
convinto di averne il diritto. Sua madre invece faceva finta di nulla.
Non riusciva ad accettare il fatto che il suo primogenito si facesse di
eroina e non tollerava che il figlio più piccolo le ricordasse
puntualmente quel dramma. Ma come poteva Stefano rimanere
impassibile davanti alle ridicoli posizioni che suo fratello assumeva a
tavola, il volto sporto in avanti con le palpebre abbassate, la sigaretta
piena di cenere stretta tra le dita e un rivolo di bava che gli colava dalla
bocca semiaperta… “È solo stanco…” spiegava la mamma, sforzandosi
di sorridere. “No, sono io stanco….” pensava Stefano. “Stanco di fare
parte di questa commedia! Ma questo natale non mi avrete…”
Doveva uscire, scappare, trovare un buco in cui rifugiarsi per non
pensare. Ma dove, e soprattutto con chi? Era la sera della vigilia, con un
tempo da lupi e neanche uno scampolo di programma. Eppure era
sicuro di una cosa: non era il solo a pensarla così di quel natale.
Agguantò la cornetta e digitò il primo numero che gli venne in mente. I
genitori di Gabriele avevano un piccolo appartamento sull’appennino.
Due ore di macchina e sarebbero stati lontani da tutto, città, famiglie e
messe di mezzanotte. “Pronto Gabri, ciao… senti, io non ce la faccio
stasera. Ho bisogno di andar via…. Pensi di poterti far dare le chiavi di
Gaggio?”
“Vai tranquillo, ne ho fatta una copia. Non si accorgeranno di nulla.
Sono troppo presi dai loro affari… Passa quando vuoi, sono pronto.”
A loro si unirono Cesare e Mimmo, ognuno con i suoi problemi e un

254
minimo bagaglio nello zaino. “Ho fregato una bottiglia di grappa dalle
scorte del vecchio” affermò entusiasta Cesare, prendendo posto sul
sedile posteriore della uno bianca. “Io invece ho un paio di bottiglie di
birra..? replicò Mimmo. “Ma domani come facciamo? I negozi sono
chiusi…”
“Qualcosa ci inventiamo, vai tranquillo. L’importante è andar via da
questo casino…” disse Stefano ingranando la marcia.
A distanza di venti anni da quel natale, ognuno di quei quattro amici
continua a ricordare quell’episodio come un momento di grande festa,
questo perché lontano dalle loro famiglie erano riusciti ad afferrare il
vero significato della tradizione natalizia, ovvero lo stare insieme alle
persone care. I quattro amici, nel fuggire il natale, lo avevano ritrovato.

255
101 (101 Parole)

Ora che ho iniziato non posso fermarmi. È una corsa disperata contro
questo tormento, una maledizione che fa fremere le mie dita sulla
tastiera. Qualcosa si è insinuato dentro di me e so che nel momento in
cui smetterò di battere su questi tasti, lui l'avrà vinta, almeno che non
arrivi a centouno. Centuno è il traguardo, la meta più ambita, la
salvezza. Sono già a sessantasette con questa, e continuo a contare...
È solo un gioco o sono impazzito? Non dovrei domandarmelo, eppure
c'è qualcosa che non va.
Non mi devo distrarre... centouno, abbiamo detto. Ci siamo quasi...

Ma lo scrittore non riuscì mai a terminare la storia di 101 parole. Si


fermò a quel “quasi”, la novantanovesima, e poi qualcosa lo ghermì,
roteò gli occhi e si accasciò sulla sedia. Il cursore continuò a fargli
l'occhiolino.

256
2011 ('10)

L’Anno Nuovo incontrò il vecchio a margini della mezzanotte.


Giovane, dinoccolato, vestito alla moda e con gli occhiali da sole, si
avvicinò al tipo anziano che arrancava col bastone.
- Immagino che non vedevi l’ora di andare in pensione?
- Beh, in effetti non ne potevo più – ammise l’Anno Vecchio,
fermandosi davanti al ragazzo.
- Vai libero, fratello. Qui penso a tutto io…
- Eh si, lo dissi anch’io a quello prima di me…
- Che vorresti insinuare? – chiese l’anno sgambettante, togliendosi gli
occhiali e guardando l’altro con fare serioso.
- All’inizio c’abbiamo tutti dei bei propositi, ma col passare delle
settimane e dei mesi, ti accorgi che è poco o nulla quello che sei in
grado di cambiare…
- È perché ti è mancato lo slancio, e un po’ di palle, senza offesa… –
affermò sicuro l’Anno Nuovo.
- Ah, sicuramente se avessi avuto un po’ più di palle avrei fatto di più,
lo ammetto. Eppure credevo di averne, esattamente come lo credi tu
adesso…
Il ragazzo ci pensò su un attimo, poi cambiò posizione e tirò fuori dalla
tasca posteriore dei jeans un pacchetto di Marlboro. Con noncuranza,
come se fosse la cosa più normale del mondo, si accese una cicca e ne
offrì una al vecchio.
- No grazie, ho smesso…
- Ma dai?
- Si, verso maggio ho dato un taglio…
- Beh, anch’io ho intenzione di smettere uno di questi giorni…
La mezzanotte era passata da un paio di minuti ma i due continuavano a
rimanere lì, in quello scorcio del tempo.
- Beh, mi sa che devo andare adesso. Mi stanno aspettando… – disse il
ragazzo, inalando avidamente dalla sua sigaretta.
- Guarda che è mezzanotte solo in Nuova Zelanda… ne hai di tempo

257
per entrare in gioco…
- Ah, non lo sapevo… – ammise l’Anno Nuovo, schiacciando la cicca
sotto le Nike nuove di pacca.
- Sono tante le cose che non sai…
- Dai, adesso non farmi la paternale…
- Scusami, hai ragione… Ci siamo passati tutti…
- Appunto…
In lontananza si udivano distintamente i botti dei festeggiamenti.
Qualcuno, preso dall’eccitazione, si dimenticò di lasciare andare il
petardo. Un altro, ridendo euforicamente per il troppo spumante bevuto,
scivolò e batté la testa. Una ragazzina, pensando fosse il suo momento,
accettò le avance di un amico molto più grande di lei. Un giovane, con
la scusa dell’anno nuovo, buttò giù tre pasticche colorate… E fu così, in
ogni parte del globo, per le ventiquattr’ore successive.
- Beh, adesso vado, ok? – affermò l’Anno Nuovo, col pacchetto di
Marlboro ormai ammezzato.
- Ok… – rispose l’Anno Vecchio.
- Riguardati, va bene?
- Sei tu quello con la gatta da pelare, adesso…
- Si, ma vedrai che me la caverò…
- Ne sono sicuro…
- Ciao…
- Ciao…

258
ESTATE 1997 (101 Parole)

Era l'estate di Zucchero e di The Final Countdown ed io ero poco più di


un bambino, mentre lei sembrava già una donna, anche se aveva un
anno meno di me. Rimanemmo a parlare fino a tardi di musica, di
Marylin Monroe e dell'estate che finiva. Ci fu un momento in cui tutto
parve fermarsi. Io la guardai, lei mi guardò e pensai che se non la
baciavo adesso non l'avrei mai più baciata. Infatti andò proprio così.
Oggi la ricordo ogni volta che l'organo attacca le prime note di Hey
Man...
...che sei solo come me, dall'altra parte della strada.

259
CUORE FREDDO ('11)

Un cuore freddo, insensibile a tutto. È cresciuto nei giorni apatici


dell’ultimo autunno, durante quelle notti passate a fissare il soffitto
buio, nei silenzi rotti soltanto dal ronzare inarrestabile della TV della
vicina di casa. Non avrebbe mai potuto immaginare che una cosa così
gelida potesse crescere dentro di lui, e che arrivasse al punto di non
riuscire più a sentirla. Il cuore freddo attutisce ogni appendice
percettiva. Rimane soltanto una sensazione di vuoto, comunque
inafferrabile, alla quale è preferibile tutto, anche il vortice abissale della
disperazione. No, il cuore freddo ti rende robotico, meccanico,
funzionante ma alienato. È una pila atomica che brucia a temperature
vicine allo zero assoluto. I muscoli della sua faccia rispondono al gioco
di conseguenze logiche, in ogni relazione in cui viene coinvolto. Saluta,
domanda, risponde, partecipa, ma ogni gesto, ogni parola, sono mere
risultanti di complesse espressioni algebriche. È il cuore freddo che
lavora senza riposo. Si autoalimenta. Sopravvive della sopravvivenza
del suo uovo.
Quante persone come lui coltivano nel petto un cuore freddo, in questo
occidente sferzato dal vento e dalla neve, nell’inverno più gelido che
l’uomo ricordi? Quante?

260
ON AIR (101 Parole)

Hai tutto, soldi, salute, bellezza, e una telecamera che ti fa entrare nelle
case dell'intero paese. Sei l'esempio che ridicolizza l'eccezione, la bocca
dalla quale pende l'umano ignaro, ed ogni volta che ti vede tu lo
travolgi, con la tua bellezza di facciata, con le tue parole facili da
masticare, con la tua innaturale sempre-giovinezza, immortalata da un
click e due parole straniere; on air...
Ti guardo per un attimo dal vetro luminoso, col volume azzerato,
mentre le tue labbra si muovono al ritmo di uno strano balletto. Inarco
la testa, cerco di leggerti negli occhi, ma vedo solo il vuoto.

261
IL PROFUMO DI CIPOLLETTA ('11)

Quando sento il profumo di cipolletta mi sembra di entrare in casa di


Lina.
Lina era una vecchietta che abitava al piano di sotto, classe
millenovecentodieci, sempre pimpante fino al suo ultimo giorno, un
torrido pomeriggio di due estati fa in cui il suo cuore, dopo quasi un
secolo di incessante lavoro, aveva deciso di non battere più. A volte mi
invitava a pranzo, in quelle domeniche in cui tutto sembra succedere sui
campi di calcio, e il mondo pare fermarsi sugli spalti. Ignorando i
messaggi degli amici che mi invitavano ad andare a vedere la partita
insieme a loro, scendevo le scale del condominio e bussavo
delicatamente alla porta della mia vicina. Il profumo dei suoi sughi si
sentiva distintamente dal pianerottolo.
Lei era raggiante quando mi vedeva. Mi faceva accomodare al tavolo,
apparecchiato con un’impeccabile tovaglia di merletti, la brocca di vino
rosso e il cestino di pane fresco. Mi sembrava di essere in trattoria.
Io le parlavo del più e del meno, del mio noiosissimo lavoro, di mia
madre che aveva un problema alla schiena, mentre lei si muoveva
placida e precisa, rimescolando nei suoi tegami e commentando quello
che io dicevo con teneri sorrisi. Durante tutto il tempo la televisione
rimaneva accesa su un canale che dava solo telenovela brasiliane.
L’immagine fotografica che mi è rimasta di lei è ferma in mezzo al
salotto con un tegamino in mano e lo sguardo rivolto verso la TV.
Faceva la pasta corta in mille sughi, e non saprei proprio dire quale
fosse il più buono. “La cipolletta…”, mi spiegava. “È lei il segreto di
tutto…”
Ma amavo anche quelle fette spesse di carne che faceva ammorbidire
nel sugo, e le sue insalatine piene di aceto, che mi facevano strizzare gli
occhi.
Per tutto il tempo quasi non si metteva a sedere. Io le offrivo
puntualmente di aiutarla, ma lei non voleva. Col tempo conclusi che
quelle mie visite erano tra i pochi momenti speciali ai quali Lina si

262
aggrappava, perché arrivati a una certa età, quando ormai tutti quelli più
cari ti aspettano dall’altra parte, è difficile trovare dei pretesti per
continuare questa buffa operetta che noi chiamiamo vita.
Poi veniva il caffè, fatto con la moka ovviamente. Io non riesco ancora
a capacitarmi come fosse possibile che un caffè fatto in casa potesse
avere un simile aroma. Me lo sarei giocato tranquillamente con quello
del bar più esclusivo della città.
Lina ci ha lasciati un giorno di agosto, mentre io ero a in Grecia con gli
amici. Quando tornai a casa e un vicino mi disse che era morta fu come
un sasso scagliato con forza all’altezza dello stomaco. Mi sentii in
colpa, e ci vollero alcuni mesi per riprendermi.
Oggi, quando soffriggo la cipolla, penso sempre a lei.

263
L'ULTIMO TIRO DI DADO (101 Parole)

Era la fine del mondo, come tutti si aspettavano. Le prime testate


avrebbero presto colpito i punti strategici delle superpotenze, poi
sarebbe stata la volta delle città principali.
I ragazzi si ritrovarono come solevano fare ogni venerdì sera, nello
scantinato di Marco. Le ultime ore le avrebbero passate insieme, seduti
attorno a un tavolo. Marco avrebbe raccontato una storia e gli altri ci si
sarebbero tuffati dentro. Per un po' quel mondo che stava per finire non
sarebbe stato più il loro. Qualcuno pensò anche che fosse possibile
lasciarlo. Bastava volerlo con tutto il cuore, e credere sempre nei propri
dadi.

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IL NUOVO MONDO ('11)

Diario di Ruben Paloma

ANNO PRIMO DEL NUOVO MONDO


GIORNO NUMERO 15 DALL’ATTRAVERSAMENTO DEL
CANCELLO (AC)

Locazione: Nuova Frontiera


Condizioni atmosferiche: Discrete
Popolazione: 42

Sono passate già due settimane dalla fondazione della prima città.
Nuova Frontiera sorgerà su questa verde collina piena di margherite e
papaveri. È difficile credere che su questo stesso promontorio, in una
piega del tempo e dello spazio, si erga un cimitero. Eppure è così. I miei
nonni furono seppelliti proprio qui, o lì… a questo punto non saprei.
Caspian è appena tornato dal fiume con due taniche piene d’acqua
fresca. Il fuoco è stato acceso, i bambini giocano a rincorrersi sul prato
e mia moglie Priscilla è dentro la tenda a rammentare uno dei miei
jeans. Jaime e Roberto lavoreranno fino al tramonto al muro ovest della
casa che stiamo costruendo. Sta venendo davvero bene, considerando i
pochi mezzi a nostra disposizione.
Non abbiamo ancora avvistato animali pericolosi, ma questo non vuol
dire che non ce ne siano. È molto probabile che branchi si lupi ed orsi si
aggirino per le montagne che si stagliano a qualche chilometro dalla
nostra postazione. Simon è andato a caccia ed è tornato con due fagiani
e un coniglio. Era un po’ deluso per via di un cinghiale che gli era
sfuggito per un pelo, ma forse è meglio così. Due giorni fa Rosi si è
ferita una mano per scuoiarne uno. Per fortuna la cassetta del pronto
soccorso che abbiamo portato con noi abbonda di disinfettante. La
domanda che ci poniamo tutti è però sempre la stessa: che faremo
quando sarà finito? Faber ha studiato le proprietà delle erbe per un

265
anno, preparandosi al passaggio. Dice che non ci sono problemi, che
tutto quello di cui abbiamo bisogno si trova in natura, però anch’io ho i
miei dubbi.
Il morale del gruppo è abbastanza alto, tutto sommato. Qualcuno porta
ancora i segni della tempesta di una settimana fa. Le tende sono state
riparate, ma nessuno nasconde il desiderio di avere presto un tetto sopra
la testa. Jaime crede che già tra una decina di giorni potremo avere una
sezione della casa pronta. Il problema sono i materiali. Di legno ve n’è
in abbondanza, anche se non è facile lavorarlo. Manu ci sa fare con
l’ascia, ma abbattere le querce ed i castagni del boschetto vicino è il
meno.
Comunque, tra un’imprecazione e una risata, si va avanti. È curioso
vedere le nostre donne prendere naturalmente quei ruoli che usavano
disprezzare nel vecchio mondo. Non tutte però… Elisa preferisce
andare a raccogliere le pietre con la carriola che preparare le focacce
insieme alle altre. Altro problemino: la farina… Quella finirà presto. E
poi? Faber è l’esperto agronomo. Sta lavorando all’orto insieme a
Tullia, ma ci vorranno dei mesi prima di raccogliere qualcosa. Fino ad
allora tutti si chiedono se le nostre provviste basteranno. Per fortuna il
fiume abbonda di pesce.
I bimbi si stanno divertendo, e noi adulti dovremo sempre prenderli
come esempio. In fondo è per questo che siamo venuti di qua; acqua
limpida, aria pulita, il suono degli uccelli e un intero mondo da
ridisegnare alla nostra maniera. Quelli più piccoli inventano ogni giorno
un gioco nuovo. Misha e Noa, che sono un po’ più grandi, ci aiutano
come possono. È bello vedere come la loro percezione del mondo non
sia stata contaminata come la nostra. Chissà se riusciremo prima o poi a
disintossicarci dall’influenza che il vecchio mondo ha avuto per anni su
di noi.
L’unico a dare qualche problema è Julian. Sono ormai tre giorni che si è
ritirato in un silenzio preoccupante. Passa la maggior parte del tempo
nella sua tenda ed esce solo per mangiare o fare i suoi bisogni. Ho
chiesto a sua moglie Rita se stava male, ma lei non mi ha saputo
rispondere. Ha detto semplicemente che “è un po’ giù”, così stamattina
mi sono deciso a stanarlo. Mentre usciva per andare a lavarsi al fiume,

266
mi sono messo davanti all’entrata della sua tenda e ho aspettato.
Quando ha fatto ritorno ne è nata un’interessante discussione che
proverò a riportare per intero. Credo che potrebbe rivelarsi addirittura
profetica…

R: Tutto bene Julian?


J: Si… sono solo un po’ stanco.
R: C’è qualcosa che ti preoccupa? Il passaggio è andato bene, no?
Nessuno ha avuto il rigetto di cui parlavi…
J: No, nessun rigetto, te l’ho detto. È solo stanchezza.
R: Dai Julian, ci conosciamo da una vita… Te lo posso leggere in faccia
che c’è qualcosa che ti turba…
J: Beh, se me lo leggi in faccia è inutile che continui a nasconderlo…
Facciamo due passi?
R: Certo. Scendiamo al fiume, ti va?
J: Ci sono appena andato ma va bene…
R: Dimmi tutto.
J: Prima voglio chiederti una cosa. Stai avendo anche tu dei sogni?
R: Che tipo di sogni?
J: Beh, sogni diversi… diversi da quelli che usi fare.
R: No. In effetti sogno molto poco da quando siamo qua. Dev’essere la
stanchezza per il lavoro fisico che facciamo. La notte dormo come un
sasso.
J: A me sono iniziati qualche giorno fa. All’inizio non davo loro peso.
Erano sogni vaghi, di cui ricordavo molto poco. Due giorni fa invece
sono diventati più lucidi.
R: Che cosa sono?
J: Non è facile descriverteli. Si tratta di sogni perlopiù astratti, ma
devono avere un potere innescante.
R: Che vuoi dire?
J: Che al risveglio un pensiero tremendo viene puntualmente a farmi
visita. Sono i sogni, capisci? Sono loro che lo innescano…
R: Quale pensiero?
J: Che non siamo stati i primi.
R: Cosa?

267
J: È successo di già, forse migliaia di volte, forse un’infinità di volte…
R: Che vuoi dire “è successo di già”? Il passaggio…
J: Esattamente, è già accaduto molte altre volte. È possibile addirittura
che i nostri primi antenati ne abbiano fatto uso…
R: E quindi credi che anche il mondo da dove proveniamo sia nato così,
come sta nascendo questo?
J: Proprio così…
R: Ma come?
J: L’idea del cancello è relativamente semplice, se ci pensi. Il fatto che
nessuno, nel nostro mondo, ci sia arrivato prima di me, non vuol dire
che in molti altri mondi qualcuno non sia arrivato alla mie stesse
conclusioni. Oltre i cancelli esistono un’infinità di mondi vuoti come
questo, uno per ogni diramazione accaduta in tempi ancestrali che non
ha portato all’evoluzione dell’uomo.
R: Però potrebbero esserci un’infinità di soluzioni felici. Stai dando per
scontato il fatto che tutti i mondi possibili abitati dall’uomo siano
destinati a perire.
J: Si, è vero… Ma è il sogno che mi sta dicendo questo…
R: Davvero, Julian? O sono forse le tue paure?

Julian non ha risposto a quest’ultima domanda. Mi ha solamente sorriso,


anche se non sembrava del tutto convinto.
Questa sera l’ho visto comunque un po’ più sollevato. Ha anche riso alle
battute di Bastian, mentre mangiavamo un stufato di coniglio davvero
ottimo. Abbiamo anche aperto del vino, e la nostra riserva è scesa a
ventisei bottiglie. Per fortuna la prossima settimana pianteremo i semi
per il vitigno. Ci vorranno almeno cinque o sei anni per avere la prima
spremitura… Non sarà facile aspettare.
Adesso spengo la candela. Priscilla sta già dormendo e la bimba pure.
Fuori ascolto il silenzio di questo mondo nuovo, e il sussurro del vento
che mi racconta di una vecchia chimera chiamata speranza. Quindici
giorni fa abbiamo superato un cancello tra i mondi per iniziarne uno
nostro, migliore. Julian pensa che forse è stato tutto vano, che questo è
solo l’inizio: il sasso che diventa slavina. Ma io non ci voglio credere.
Lui ascolta i sogni, io invece preferisco ascoltare il vento.

268
IL TERAPISTA (101 Parole)

Mirella veniva da me ogni venerdì pomeriggio, dopo il corso di danza.


La facevo accomodare sul divano, mentre io rimanevo dietro la
scrivania ad osservare dalla finestra i platani del viale. Mi parlava del
lavoro che odiava, delle amiche gelose e del suo uomo che la tradiva.
Alla fine della seduta scoppiava sempre a piangere, ed io accorrevo
all'istante coi fazzolettini. La consolavo parlandole dei suoi progressi,
poi fissava un nuovo appuntamento con la mia segretaria.
Sullo stesso divano, una sera di giugno, Mirella ed io facemmo l'amore.
Non fu un gesto professionale, il mio, ma la feci sentire subito meglio.

269
I CONTI DELLA VITA ('11)

D’inverno, in quelle giornate fredde ma di sole, mi piace andarmene al


parco giochi. Non c’è quasi mai nessuno e le panchine sono tutte a mia
disposizione, anche quelle a ridosso della rimessa, riparate dal vento e
rivolte a sud, perciò posso godermi il sole dal mattino fino a metà
pomeriggio. Di solito ci capito prima di pranzo, insieme a una birra a
temperatura ambiente, ovvero molto fredda. Me la bevo a piccoli sorsi,
come una bevanda ristoratrice. Mi piace sentire sulle labbra quel
frizzore amarognolo e quell’odore lievemente rancido. La birra é una
volgare Moretti da 66, ma fa al caso mio. Non ho molte pretese, quando
vado al parco giochi. Voglio solo rimanermene un po’ da solo a fare i
conti della vita.
Si, io li chiamo così; i conti. Tiro fuori bilancia e calcolatrice, apro
l’archivio e analizzo passo per passo gli eventi che mi hanno condotto
fino a quella panchina. Non miro al guadagno, mi basta fare pari,
ovvero che i conti tornino. Lo ammetto, a volte gonfio qualche cifra.
Ma chi è che non lo fa di tanto in tanto… Come quella volta in cui
mandai a quel paese Gianluca. Per quanto si fosse preso gioco di me, lui
rimaneva sempre il mio migliore amico, ma non volli sentire ragioni. E
poi mi aveva incominciato ad evitare di proposito, anche se forse lo
faceva per darmi tempo e lasciare rimarginare le ferite. Ma per me i
conti tornavano perfettamente: anche se la nostra amicizia era finita,
avevamo sempre i nostri bei ricordi. Magari un giorno avremo raccolto i
pezzi di quel vaso rotto e usato un po’ di attack. O forse non sarebbe
mai successo un bel niente, ma m’importava poco ormai.
Dopo tre anni e mezzo di relazione con Teresa la noia venne a farci
visita. Lei se ne andò nella pioggia di novembre, con il mascara
mischiato alle lacrime che le colavano sulle guance. Due giorni dopo il
sole splendeva forte e si era alzato il vento del nord. La giornata era
ideale per fare due conti al giardino. E anche in quell’occasione due più
due fece quattro, anche se non era proprio un due più due. Forse era un
due più tre, o un tre più cinque, ma qualsiasi cosa fosse, il risultato era

270
sempre lo stesso.
La Moretti é amica della mia matematica. Quando arrivo all’ultimo
sorso i numeri riacquistano il senso che avevano perduto. Schiocco la
lingua e allontano la bottiglia dalle labbra, respiro l’aria fredda e
sorrido. Ma a volte s’insinua la strana paura che qualcuno possa venire a
controllarmi i libri contabili. Il sorriso si fa più sottile mentre mi
immagino le porte del paradiso con San Pietro vestito da guardia di
finanza ad aspettarmi. “Al diavolo!”, borbotto, e alzandomi dalla
panchina me ne torno verso casa.

271
CIBO PAZZO (101 Parole)

Florian rimase ad osservare il via vai del centro attraverso il vetro


antiproiettile del ristorante, asciugando con gesti automatici i calici da
vino bianco. Gli ultimi clienti, impellicciati e ingioiellati, lasciavano i
tavoli per scomparire cinguettando nell'ascensore che li avrebbe portati
nel garage-bunker del palazzo.
Florian si domandò che cosa facessero in quell'istante i suoi ex-
compagni di scuola. Lui aveva lasciato al secondo anno e si era
ritrovato a lavare i piatti in un ristorante, mentre gli altri puntavano alla
carriera. Ma le scatolette e i fastfood avevano atrofizzato i loro
cervelli...
Adesso vagavano senza meta insieme ai pazzi della strada.

272
UNA BIRRA LEGGERA ('11)

Oggi ci sono sedici gradi fuori. Appena la temperatura si fa più mite,


torno ad apprezzare la leggerezza di una pilsner, gustata in terrazzo con
il maglione. Da ragazzo non amavo le birre forti. Da ragazzo bevevo
quello che c’era, e non badavo all’etichetta. Mi ci sono voluti anni per
coltivare questa pancetta, un sorso alla volta. Lentamente esco dal
letargo dell’ultimo inverno, che ogni anno mi sembra più lungo.
Il tiepido sole di marzo cerca di scaldarmi il petto, di ricordarmi gli
affari di cuore, anche se attraverso gli anni hanno assunto significati
diversi, nonostante io li abbia sempre messi sullo stesso piano. Un’unica
moneta: l’amore. Amore per i genitori, per i fratelli, per gli amici e per
la propria donna. Amore per i figli, la terra, il calore del sole e la
bellezza di un tramonto. Non ho mai capito perché alcune delle persone
che ho amato non sono riuscite a ricambiarmi con lo stesso entusiasmo,
con la medesima partecipazione, con la solita moneta. Oggi molte di
queste abitano lontano. Viviamo giornate piene di occasioni e pretesti
per poterci sentire, per abbattere la lontananza che ci separa con un
semplice click, ma nessuno fa nulla. Rimaniamo intrappolati nei nostri
giochetti quotidiani, fatti di impercettibili spostamenti. Siamo treni dai
vagoni vuoti, che girano a vuoto per stazioni deserte.
La pilsner mi regala quella leggerezza di testa che desidero. Col sole in
faccia e l’aria fredda e ancora pulita dell’inverno nelle narici, non riesco
a trattenere il sorriso. In quegli istanti di innocente ebbrezza, mi perdo
in fantasie mistiche, caleidoscopici disegni d’amore, scie luminose
dentro oscuri universi e sinfonie celestiali. Riconosco il tocco effimero
di questa realtà, mi vanto di essere eterno e gioco a fare il dio ed il
granello di sabbia. L’amore è una moneta strana; appaga nel guadagno e
nella perdita. L’inganno si è dissolto, come ogni volta che il sole mi
accarezza, mentre mi giunge all’orecchio il confortante suono della
seconda lattina che si apre. Sedici gradi possono andare per oggi, anche
se domani è prevista pioggia e vento.
Perché l’inverno non è ancora finito.

273
ADDICTION (101 Parole)

Gioele, tre anni e mezzo, tutto riccioli e sorrisi, si allungó sui piedini
per afferrare il sacchetto di caramelle vicino al bollitore del té. Laura, la
madre, era proprio dietro di lui, e osservava i movimenti del bambino
come una scena al rallentatore. Ma la sensazione di pericolo di
quell'innocuo gesto fu oscurata da mille pensieri; le nuove foto da
caricare, il commento sagace di Valentina, un video dei Gossip da
linkare sul proprio profilo e naturalmente le ultime da Farmville. Laura
rimase impassibile per piú di cinque secondi, mentre le urla del piccolo
Gioele cercavano di ricacciare indietro il dolore.

274
LEZIONE DI FEDE ('11)

L’ubriaco abbassò gli occhi sul mio corpo agonizzante e mi offrì lo


sgrondino della bottiglia di scotch che teneva in mano. Io rifiutai con un
sorriso, anche se ne avevo un bisogno matto. L’ambulanza sarebbe
arrivata presto, mi ripetevo. Credevo di sentirne già la sirena…
Il dolore al petto, dove la pallottola era penetrata, si faceva più
sopportabile e la cosa era poco rassicurante. Avevo sempre supposto
che quando il dolore di una ferita grave svanisce significa che si è già
con un piede nella fossa.
- Non temere, ce la farai… – biascicò l’ubriaco. Mi si annebbiò la vista,
non so se per via della ferita o del suo alito.
- Che ne sai te… – risposi io sputando sangue.
- Perché ce la fanno tutti… – disse lui di rimando, portandosi la
bottiglia alle labbra.
- Che vorresti dire? – domandai, mentre sentivo uno strano calore
salirmi dal petto alla testa. Lui allora avvicinò il suo testone barbuto al
mio, reggendosi a malapena sulle gambe. Mi guardò con due occhi
liquidi e profondi come il mare.
- Ce la facciamo tutti… – ripeté. Poi con un ultimo sorso terminò la sua
bottiglia di whisky e la gettò lontano, dietro i cassonetti di quel vicolo
in cui pochi attimi prima un ragazzino si era fatto scappare un colpo di
pistola mentre cercava di derubarmi. Il ladruncolo era rimasto più
sorpreso di me, che me ne stavo in ginocchio con un buco di pistola
all’altezza del torace, ed era fuggito tra le ombre della città
dimenticandosi completamente del mio portafoglio.
- Hai chiamato l’ambulanza? – chiesi all’ubriaco con un filo di voce.
Lui sorrise, o così mi parve, sotto la sua barba ispida e puzzolente.
- Si, sta arrivando. Non preoccuparti… ti salverai! – La sua espressione
era diventata improvvisamente lucida e la sua voce era ferma come
quella di un dottore che spiega la diagnosi al paziente.
- Ma come fai ad esserne così sicuro?
- Perché tutti ci salviamo. Solo gli altri non ce la fanno… Non te ne sei

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mai accorto?
- Cosa? – esclamai, senza capirci niente. Lui continuò con voce sicura
ma col fiato alcolico.
- Incidenti, terremoti, guerre, ogni giorno la morte si manifesta tra noi
in tutta la sua crudeltà, sussurrandoci che presto potrebbe arrivare il
nostro turno, eppure questo non accade, come se le tragedie di cui
appendiamo notizia servino solo a ricordarci la nostra fortuna. E lo sai
perché?
- No…
- Perché tutti quanti siamo destinati ad una lunga vita.
- Lunga quanto? – il dolore intanto era cessato del tutto, insieme alla
sensazione di bagnato e appiccicaticcio provocata dal sangue sulla
camicia.
- Molto lunga… novanta, cento anni, forse di più…
- Ma come può essere? – L’idea era ridicola, ma avevo bisogno di
aggrapparmi a qualcosa. Era certo che se non lo avessi fatto ci avrei
lasciato le penne in quel vicolo.
- Perché ognuno di noi percepisce solo la sua vita, il suo sogno… –
continuò lui.
- Ma allora perché dobbiamo vivere nella paura di morire?
A questo punto lui si fece ancora più vicino e per un istante pensai di
stare per affogare nei suoi occhi.
- Per imparare a credere… – rispose.
Dopodiché credo di avere perso i sensi. Mi sono risvegliato il giorno
dopo in un letto d’ospedale. Ero stato operato, il proiettile
fortunatamente era di piccolo calibro e per miracolo non era riuscito a
perforare il polmone.
Ho ripensato molte volte alle parole del vecchio ubriaco, mentre
uomini, donne, bambini, amici e parenti morivano attorno a me, per
malattie o incidenti o altre strane cause del destino. Ci penso ancora
adesso, alla vigilia del mio novantasettesimo compleanno, e sorrido.
Se ho imparato a credere? Si, ho iniziato ad imparare il giorno dopo la
rapina nel vicolo. E ho vinto anche la paura della morte. Anzi, se devo
dirvi la verità, non vedo l’ora che mi venga a fare visita.
Si, credo di essere pronto, adesso.

276
L'AEREO (101 Parole)

L'aereo perse quota d'improvviso, gli sportelli per le mascherine


d'ossigeno si aprirono come scherzi di carnevale, lo steward inciampò
su qualcosa, capitombolando addosso al carrello dei rinfreschi. Le urla
si levarono da ogni angolo del velivolo.
Nicola rimase pietrificato dal terrore, l'unico passeggero a bordo che
aveva ancora la cintura allacciata, perché non si era mai fidato degli
aerei. Un senso abbacinante di incredulità lo fulminò; il suo incubo
peggiore stava per diventare realtà.
Ma per un inesplicabile capriccio del destino, non fu un incidente a
reclamare la sua vita, ma il suo cuore, un attimo prima che l'aereo
riprendesse quota.

277
LA COSA IN SOFFITTA ('11)

Jacopo non sapeva che in soffitta suo padre teneva una di quelle fino
alla sera in cui lo sentì parlare al telefono con lo zio Vincenzo. Per un
attimo il discorso era caduto, forse involontariamente, sui Tempi Bui e
su tutte le cose brutte che erano accadute.
- Si, dovrei disfarmene uno di questi giorni, anche se ormai è
praticamente innocua...
A quelle parole Jacopo aveva drizzato le orecchie e si era lasciato
cadere dalle mani il libro che stava leggendo. Poi, senza farsi vedere, si
era avvicinato alla porta del corridoio per ascoltare meglio, ma ormai la
parte più interessante della conversazione sembrava terminata. Suo
padre e lo zio stavano parlando della gita in barca prevista per il fine
settimana, organizzata per tutta la famiglia. Ci sarebbero stati anche
Giulia e Tristan, i suoi cuginetti, e insieme avrebbero forse avuto
l'occasione di raccogliere qualche bella conchiglia.
Gli occhi del bambino si mossero in automatico verso la rampa di scale
che dall'ingresso della casa saliva verso i piani superiori. Al primo
c'erano la sua stanza da letto e quella di sua sorella Tara, che era uscita
anche quella sera con gli amici. Al secondo piano invece vi erano la
camera dei suoi genitori e l'ufficio della madre, ed era proprio lì che si
trovava la donna dato che il venerdì lavorava sempre fino a tardi. Nel
soffitto del pianerottolo era possibile intravedere la finestrella dalla
quale si poteva accedere alla soffitta. Un tempo vi era una catenella per
aprirla ed estrarre la scala a molla per salirvi su, ma il padre di Jacopo
l'aveva tolta perché non voleva che i suoi figli andassero a curiosare. Il
bambino non si era mai chiesto il motivo di tale precauzione, ma adesso
incominciava a capire; nella soffitta si trovava qualcosa di antico e
proibito appartenente ai Tempi Bui. Sui libri di scuola aveva visto
alcune foto di quegli oggetti. Si diceva che erano stati tutti distrutti
perché, anche se come aveva detto giustamente suo padre ormai erano
del tutto innocui, alla gente ricordavano un'epoca piena di disgrazie ed
infelicità.

278
Jacopo era divorato dalla curiosità. La sera era ideale per un'escursione
in soffitta. La madre lavorava, la sorella era fuori e suo padre si era
rimesso a leggere il suo libro in salotto. Il ragazzino sgattaiolò in cucina
e agguantò la scopa di saggina, svitandone il manico di legno. Poi cercò
nella cassetta degli arnesi una vite a forma di gancio, che fissò ad
un'estremità del manico con del nastro isolante. Soddisfatto del proprio
lavoro, provò il suo arpione artigianale con un cassetto della cucina, che
si aprì di scatto provocando un certo fracasso.
- Tutto a posto di là? - la voce del padre gli fece fare un sussulto.
- Si papà, cercavo delle forbici. – ed arrossì per quell'innocua bugia.
- Ah... - rispose il padre distrattamente. - Che devi fare?
- Niente, vado in camera a ritagliare alcuni articoli per la ricerca di
scuola... - L'idea che potesse continuare a mentire così facilmente lo
inorgoglì e lo fece sentire male al tempo stesso.
- Ok... - assentì il padre, senza mai staccare gli occhi dal libro.
Jacopo salì i gradini due alla volta fino al primo piano, il manico di
scopa uncinato stretto in mano, poi aprì e chiuse la porta della sua
stanza per simulare i suoi propositi. Fece trascorrere un minuto
abbondante dopodiché, con passi felpati, si diresse verso il secondo
piano. Poteva sentire la voce della madre che parlava al telefono nel suo
ufficio. Bene, pensò, in questo modo non si accorgerà di niente.
Si fermò proprio sotto la botola della soffitta e allungò il braccio per
raggiungere l'occhiello con la vite uncinata. Sbagliò la mira e si udì il
rumore sordo della vite metallica contro la superficie lignea della
porticina. Il ragazzo si lasciò sfuggire una mezza imprecazione, volse lo
sguardo verso la porta chiusa dell'ufficio della madre ma questa stava
ancora parlando al telefono. Jacopo riprovò ad agganciare l'occhiello e
questa volta ci riuscì. Si augurò che la botola non cigolasse troppo e tirò
lentamente, ricordandosi del cassetto della cucina che si era aperto di
scatto. La porticina si dischiuse rivelando la scala a molla ad essa
attaccata ed oltre questa le tenebre della soffitta. Improvvisamente a
Jacopo passò la voglia di andarci, anzi aveva già deciso che non ci
avrebbe messo piede... solo un'occhiatina, per curiosità.
Sempre con il manico di scopa fece scendere la scala a molla, che non
produsse alcun rumore fino allo scatto del bloccaggio. “Questa volta mi

279
ha sentito!”, pensò Jacopo, che già preparava il sorriso innocente da
mostrare alla madre, ma la donna era ancora al telefono e non sembrava
avere intenzione di agganciare la cornetta per un bel po' di tempo.
Jacopo si tirò indietro una ciocca di capelli che il sudore gli aveva
appiccicato sulla fronte e mise un piede sul primo scalino. “Solo
un'occhiatina” si ripromise, e incominciò a salire.
Il buio sopra di lui sembrava solido. “Però deve esserci un interruttore
vicino all'apertura, forse dietro quella trave” pensò il ragazzino, salendo
lentamente un altro gradino. Con le mani raggiunse il pavimento della
soffitta, salì ancora fino a che riuscì a sporgere la testa oltre l'apertura,
fece abituare gli occhi all'oscurità ma non gli fu possibile scorgere
alcunché. Allora con la mano cercò l'interruttore, dietro quella trave che
aveva visto. “Eccolo!”, pensò, sentendo il dispositivo di plastica sotto la
mano, ma quando provò ad accenderlo rimase deluso; la lampadina
doveva essersi fulminata.
“Accidenti, non ci voleva...” Non aveva pensato di portarsi una torcia
elettrica per quell'eventualità. “Missione abortita!”, sibilò tra i denti,
pensando di essere uno degli eroi dei suoi libri di avventura. Era sul
punto di scendere quando qualcosa colse la sua attenzione; un'ombra,
un riflesso o forse una luccichio... Proveniva da un angolo della soffitta.
Erano i suoi occhi che si stavano abituando al buio oppure c'era davvero
qualcosa là dentro che emetteva luce?
Salì lentamente un altro gradino. Ormai l'intero suo busto sporgeva oltre
la botola. “Solo un'occhiatina...” ripeté a sé stesso. Adesso riusciva
chiaramente a distinguere l'oggetto, una scatola di grosse dimensioni,
con un vetro spesso che ricopriva un'intera faccia. Era il vetro che
emanava quello strano chiarore. Ancora Jacopo non sapeva dire se era
un riflesso della luce che proveniva dal pianerottolo oppure qualcosa
che apparteneva alla scatola, ma di una cosa era certo; quella che aveva
davanti era la cosa proibita che stava cercando. L'aveva riconosciuta
subito.
“Ok, adesso che l'hai vista, puoi tornare indietro, chiudere tutto e
dimenticartela...” si disse, ma invece salì un altro gradino, e poi un altro
ancora, che era l'ultimo, e senza forse volerlo, il piccolo Jacopo si
ritrovò davanti a quel vetro apparentemente innocuo, nell'oscurità

280
opprimente della soffitta. Con le dita incominciò ad accarezzare la
superficie liscia di quella cosa, perdendosi nei suoi riflessi. C'era
qualcosa di ipnotizzante in quell'oggetto, anche se, come aveva detto
suo padre, doveva essere ormai completamente inoffensivo. O forse
no...
I suoi genitori lo trovarono una ventina di minuti più tardi, in ginocchio
davanti al vetro, ancora preso ad accarezzare l'oggetto proibito. Non si
accorse neanche della loro presenza. Il padre lo fece alzare dolcemente
e lo riportò di sotto. Quando furono in camera, gli spiegò che aveva
fatto una marachella ma che non si sarebbe arrabbiato. Si sentiva troppo
in colpa per rifarsela con il figlio. In effetti, glielo avevano detto tutti
che sarebbe stato meglio disfarsi di quello oggetto. Erano passati anni
da quando le trasmissioni erano state interrotte, in ogni angolo del
pianeta, e si era tornati a leggere libri e ad incontrarsi nelle piazze e per
le strade. I Tempi Bui erano solo un brutto ricordo ormai, ma gli oggetti
che provocarono quell'era di disordine potevano ancora avere
un'influenza negativa, soprattutto sui più piccoli. Era come se
conservassero un potere occulto, che per qualche inspiegabile motivo,
era riuscito a penetrare la materia dell'oggetto stesso.
Il padre di Jacopo rimase ad osservare la testina del figlio più piccolo
sporgere dalle coperte del suo letto, con un senso di tenerezza ed
apprensione nel cuore. Che sciocco che sono stato, pensò. Poi gli
augurò la buonanotte e gli gettò un altro bacio.
Il giorno dopo si sarebbe finalmente disfatto di quel vecchio televisore.

281
VISITA IN OSPEDALE (101 Parole)

Dal mio letto d'ospedale dischiusi gli occhi e guardai alla mia sinistra,
dove la luce abbagliante di un nuovo giorno penetrava con forza dalla
finestra. Una figura scura, con indosso un cappotto pesante, sedeva
sulla sedia, il volto nascosto nell'ombra. Mi chiesi, ancora prima di chi
fosse, come riuscisse a rimanere vestito nell'aria soffocante di quella
stanza.
- Chi sei? - gli chiesi con un filo di voce. Il silenzio era rotto solamente
dai bip costanti dell'elettrocardiografo. Lui rimase immobile ed in
silenzio per un tempo indefinibile, una sagoma scura sullo sfondo del
cielo. Poi finalmente rispose: - La tua paura.

282
LA MERENDA ('11)

Patrick Zola fermò l'auto nell'unico posto rimasto del parcheggio a lisca
di pesce sotto la scuola elementare del quartiere. Col motore spento
rimase ad osservare i luccichii del sole di marzo sulle foglie bagnate e
ancora piccole delle siepi che circondavano l'edificio, rallegrandosi del
fatto che l'inverno si trovasse oramai alle sue spalle. Era stato un lungo
inverno, troppo lungo per i suoi gusti. Lo aspettavano adesso sei mesi di
bella stagione, ma l'idea che ce ne fosse un altro ad attenderlo a fine
anno gli era insopportabile. Attese ancora un minuto dentro l'abitacolo,
chiudendo gli occhi e concentrandosi sui rari cinguettii degli uccelli,
una musica impareggiabile per i suoi orecchi che avevano ascoltato fino
al disgusto il ticchettio della pioggia di novembre, le sferzate del vento
di febbraio e l'ovattato silenzio delle nevicate natalizie.
Finalmente si decise a scendere dall'auto. Respirò a pieni polmoni l'aria
frizzantina delle dieci, che insieme al caffè era tra i migliori rimedi
contro la stanchezza cronica dovuta a svariati anni di notti bianche a
confortare neonati e a preparare latte in polvere. I bimbi erano una
gioia, certo... il problema era l'aver sottovalutato l'impegno. Lui e sua
moglie si erano buttati a capofitto nell'avventura genitoriale, certi di
poter preservare entrambi i propri posti di lavoro ed educare nel
frattempo due bei figli, che per uno simpatico scherzo del destino erano
diventati tre grazie all'inaspettato parto gemellare di due estati prima.
Così erano arrivate Marta e Cleo, le sorelline di Casper, che aveva già
quattro anni e si sentiva quasi un uomo.
Patrick avrebbe dovuto trovarsi a lavoro già da un'ora, ed invece un
imprevisto lo aveva fatto tornare indietro. Sua moglie si era dimenticata
di mettere la merenda nello zaino del bimbo più grande. Lei lo aveva
chiamato mentre stava accompagnando le due bambine all'asilo,
chiedendogli di tornare a casa o di fermarsi da qualche parte a comprare
qualcosa per il piccolo Casper. Adesso si trovava davanti alla scuola,
con in mano un sacchetto leggermente unto contenente una
schiacciatina con il prosciutto. Pensò con rammarico che non sarebbe

283
arrivato in ufficio prima delle undici.
Si diresse verso la porta a vetri che puntualmente ogni mattina alle otto
e mezza, si spalancava lasciando affluire una marea sgambettante di
bimbetti che facevano a gara per essere i primi ad entrare in classe. La
porta era però adesso bloccata da una serratura elettronica, come
volevano le ultime normative sulla sicurezza degli alunni. Sparatorie,
incidenti e tragedie avvenute in paesi lontani migliaia di chilometri
avevano fomentato il terrore nelle madri di tutto l'occidente, perché si sa
che tutto l'occidente è paese. Le madri, preoccupate per i loro tesorini,
avevano richiesto con fermezza nuove sistemi di sicurezza alla porte.
Non sarebbe stata certo l'ultima bizzarra conseguenza del mondo
globalizzato, dove l'informazione pilotata creava ogni giorno nuove
fobie e soprattutto nuovi posti di lavoro. Patrick scuoteva il capo e
sorrideva ogni volta che gli veniva da pensare allo strano mondo in cui
viveva, e spesso si domandava per quale motivo avesse collaborato a
prolificare una specie animale che non sembrava sapere fare altro che
danni.
Ripensò a tutto questo mentre premeva il campanello sotto l'occhio
della telecamera, ma non ebbe bisogno di attendere la risposta del
bidello dato che un ragazzino che passava vicino all'ingresso lo vide e,
spingendo la barra dell'uscita di emergenza, lo fece entrare. Alla faccia
dei sistemi di sicurezza.
Patrick ringraziò lo studente che però si era già dileguato in un
corridoio verso le aule del piano terra. La classe di Casper si trovava
invece al piano di sopra, quindi imboccò la rampa di scale e superò i
gradini con agili balzi. Una finestra che sbatte, un quaderno che cade,
un colpo di tosse, tutti questi rumori in sequenza ruppero il silenzio
inesplicabile della scuola elementare. Come riuscivano le maestre a
tenere quasi mille alunni di età compresa tra i sei e i dieci anni in cotale
silenzio, si chiese Patrick sapendo di non essere capace di zittire i suoi
figli neanche per il tempo di una telefonata. Misteri dell'arte
dell'insegnamento, pensò, e si diresse ad ampie falcate verso l'aula del
primogenito.
Tutte le porte erano rigorosamente chiuse per via delle lezioni.
Passandoci davanti, Patrick poteva udire i borbottii ritmati degli

284
insegnanti che spiegavano le regole della matematica e della
grammatica, i misteri della scienza e le nozioni di storia e geografia. La
classe di Casper si trovava in fondo al corridoio, la prima C.
Una folata di vento, proveniente da una delle finestre lasciate aperte per
fare entrare la tiepida aria marzolina, irruppe prepotentemente nel
corridoio. Patrick se la sentì alle spalle, infilarsi sbarazzina tra le sue
gambe. Una porta sbatté e l'uscio della classe alla sua destra si aprì di
qualche centimetro, rivelando i banchi e le sedie occupate dai ragazzini.
Patrick vi gettò sbadatamente un occhio, e ciò che vide lo folgorò. I
volti degli alunni, immobili come graziose statue di gesso, erano
assenti. Le sclere degli occhi di colore giallognolo, prive di pupille. Le
fronti rivolte in avanti, presumibilmente verso la cattedra
dell'insegnante che parlava. Le bocche spalancate come bimbi sul
seggiolone che aspettano il cucchiaio di pappetta.
Patrick non si fermò a guardare oltre, e questo suo gesto incontrollato fu
forse la sua salvezza. La porta venne richiusa alcuni secondi dopo dalla
mano della maestra, mentre le sue gambe continuavano a trasportarlo
attraverso il corridoio. Arrivò fino alla porta della prima C, ma non
riuscì a bussare. Rimase immobile per qualche istante, ignaro di essere
ancora capace di respirare. Poi infilò la busta con la merenda nella
giacca del figlio, appesa insieme a quelle degli altri alunni
all'attaccapanni a schiera del corridoio, e con le gambe che si sentiva
come due stecchetti di plastilina fusa, ripercorse il tragitto fino alle
scale e fuori dalla scuola. Conquistato l'abitacolo della sua autovettura,
Patrick rimase immobile per un tempo indefinibile, ascoltando il cuore
che correva all'impazzata nel suo petto.
“È così che incomincia....” disse con un filo di voce. “È così che ci
programmano...”
Poi incominciò a ridere e ad ululare, e i dottori riuscirono a farlo
calmare solo qualche ora dopo grazie a una dose massiccia di
psicofarmaci, gli stessi che continuano a somministrargli al mattino, al
pomeriggio e alla sera, nell'istituto per malattie mentali nel quale da
anni è rinchiuso.

285
L'EMBOLO BIRBONE (101 Parole)

Riusciva a tornare indietro nel tempo con un software di sua


invenzione. Il primo milione di euro lo tirò su con le scommesse on-
line, facendo sempre molta attenzione a non destare sospetti e
attribuendo le vincite ad identità fasulle. Aprì diversi conti correnti in
paesi che facevano poche domande e agevolavano il pagamento delle
tasse. Divenne miliardario in poco più di tre mesi, che passò quasi
interamente seduto davanti al computer. Da qualche giorno si era
prefissato un traguardo, l'aggiunta di altro zero al suo patrimonio. Poi
avrebbe smesso, si era detto.
Peccato che un embolo birbone gli tolse quell'ultima soddisfazione.

286
VIA DEL QUERCIONE ('11)

L'avevano chiamata Via del Quercione perché un tempo vi cresceva


un'enorme quercia all'angolo con la statale, ma ormai di
quell'imponente albero che usava ombreggiare gran parte della strada
che tagliava in due la collina, non rimaneva altro che un tronco mozzato
alla base, e le radici che ancora deformavano l'asfalto nei pressi
dell'incrocio. La gente locale ricorda ancora un grande temporale estivo
di molti anni fa, ed il fracasso che si alzò sopra la pioggia battente,
quando un fulmine si abbatté sulla quercia tagliandola nel mezzo come
farebbe una lama rovente con una candelina di compleanno. La chioma
dell'albero avvampò precipitando sulla carreggiata, e per due giorni gli
automobilisti furono costretti ad allungare di quindici chilometri i loro
abituali tragitti.
Io non ho mai visto quella quercia. La prima volta che imboccai Via del
Quercione avevo sedici anni e il temporale che la uccise faceva già
parte degli sfocati ricordi degli abitanti della collina. Dopo appena una
trentina di metri di asfalto, la strada si trasformava in sterrata e
proseguiva costeggiando sulla destra i campi dei contadini, mentre a
sinistra c'era un boschetto di sempreverdi che apparteneva a una villetta
quasi totalmente nascosta dai cipressi. Oltre i campi c'era la vallata e
oltre ancora le colline sullo sfondo del cielo d'occidente, perfetto
teatrino per i tramonti settembrini. Nelle giornate buone, profumate
d'autunno ma ancora piene di tepore estivo, la raggiungevo in motorino
fino all'inizio dello sterrato, per proseguire poi a piedi fin dove si
perdeva, un chilometro più avanti, dopo la curva dell'ultima casa.
Laggiù l'erba alta ed i rovi prendevano il sopravvento, ma si poteva
sempre intuire la direzione del sentiero, che più avanti discendeva
repentinamente verso un ruscello. Una volta mi ero spinto sino al corso
d'acqua, solo per curiosità, ma non c'era davvero niente laggiù per cui
valesse la pena rischiare di infangarsi le scarpe. No, l'unica attrazione di
Via del Quercione erano quei quattro o cinquecento metri di stradina
davanti alla valle, col sole rosso in faccia che lentamente scivolava

287
dietro le colline, accendendo il cielo di ocra e di vermiglione.
Un giorno d'ottobre, mentre ripercorrevo quella strada all'indietro per
tornare al mio motorino, feci uno strano incontro. Mi era capitato a
volte, anche se abbastanza di rado, di incrociare qualche trattore di
ritorno dai campi, ma mai una persona a piedi. Era giovane,
praticamente mio coetaneo, e mi assomigliava, anche se in un modo che
non saprei descrivere. Non nell'aspetto, dato che era biondo e con i
lineamenti aggraziati, quasi femminei, completamente diversi dai miei.
Non nel modo di vestire, o di camminare, ma in qualcosa di molto più
sottile, diciamo pure di più intimo. Incrociandolo provai
immediatamente la sensazione di conoscerlo. Lui mi salutò
garbatamente con un sorriso, ed io di rimando gli feci un cenno con la
mano, ma nessuno dei due disse niente. Poi tornai al mio motorino e lui
alla sua passeggiata.
Qualche giorno dopo il tempo si ruppe, come si dice dalle mie parti, e
non vi furono altre occasioni per godersi uno degli strepitosi tramonti di
Via del Quercione. Passò un anno e verso la fine dell'estate successiva
decisi di lasciare per un po' la città, anche se mi trovavo in una fase
della mia vita meno romantica del solito. Però i miei avevano litigato
ferocemente ed avevo bisogno di starmene un po' alla larga, così salii
sulle colline per la passeggiata rituale. L'aria era davvero magnifica.
Due giorni prima c'era stato un temporale coi fiocchi e la temperatura
era piacevolmente scesa sui venticinque gradi, sancendo così la fine di
una delle estati più torride dell'ultimo decennio. In città l'aria
continuava a ristagnare nei viali invasi dal traffico, ma sulle colline si
stava d'incanto.
Iniziai a camminare lentamente respirando a pieni polmoni le flebili
brezze profumate di paglia e di pini. Sul campo alla mia destra avevano
già incominciato ad arrotolare il fieno in enormi ballini che nella
distanza sembravano le ruote di mastodontici carri. L'aria frizzantina, il
sole in faccia e il ritmico e cadenzato movimento dei miei passi, mi
regalarono subito una sensazione di tranquillità. Sulla via del ritorno, le
preoccupazioni per i recenti dissapori famigliari si erano ormai
dissipate. Fu allora che rividi il ragazzo.
Il mio cuore sussultò. Come poteva essere, a distanza di quasi un anno,

288
ritrovarlo nello stesso punto. Sembrava che avessi riavvolto il nastro
della mia passata esperienza e la rivivessi al rallentatore. Le gambe
facevano fatica a sorreggermi, ma continuai a camminare incontro a
quella figura che, contro ogni probabilità, era vestita esattamente come
quel giorno di ottobre di un anno prima. Continuava a sorridermi, come
la prima volta, ma ciò non mi rassicurò per niente. Dovevo sapere se mi
aveva riconosciuto anche lui, così gli andai incontro e mi fermai a un
paio di metri di distanza. Lui si fermò con il solito sorriso stampato sul
volto.
- Scusa, tu eri qui anche un anno fa... - provai a dire, pur non sapendo
dove volessi andare a parare. Lui rimase impassibile, come se non mi
avesse udito.
- Ehi, mi senti? - chiesi io, ma lui nulla. Rimaneva immobile davanti a
me, col sorriso sulle labbra. La luce del vespro svaniva rapidamente e
una brezza meno amichevole delle altre, soffiò sul sudore che mi
appiccicava la maglietta alla schiena, regalandomi un brivido di freddo.
Ero sul punto di dire qualcos'altro, ma un riflesso, oppure un gioco di
luci ed ombre, o più probabilmente la mia immaginazione, mi fece
salire un nodo alla gola. Per un attimo mi sembrò di vedere attraverso la
figura del ragazzo, quasi fosse un'immagine proiettata, come in quel
famoso film di fantascienza. Qualcosa mi diceva che se non mi fossi
mosso saremmo rimasti lì fino a notte, ed era l'ultima cosa che volevo.
Abbassai lo sguardo, feci piazza pulita di ogni pensiero dalla mia testa,
anche se il cuore mi correva nel petto come un indemoniato, e
lentamente mossi alcuni passi. Con la coda dell'occhio vidi che anche il
ragazzo aveva ripreso a camminare, ma non osai girarmi. Vi gettai di
sfuggita lo sguardo solo quando raggiunsi finalmente il motorino. Era
quasi arrivato in fondo alla strada, laddove iniziava il sentiero. Per me
poteva bastare, così misi in moto e sfrecciai via, grato che il crepuscolo
mi regalasse ancora alcuni minuti di penombra.
Non tornai più in Via del Quercione. Non per paura, anche se il
pensiero di rivivere quell'incontro mi turbava, ma perché pochi giorni
dopo questa mia avventura molte cose nella mia vita cambiarono. I
miei si separarono ed io andai a vivere con mia madre e mia nonna,
dall'altra parte della città, perciò cambiai scuola, amici ed abitudini.

289
Anche se superficialmente mi convinsi che il mio incontro non aveva
niente di strano, nonostante la strana coincidenza e l'abbaglio che mi era
preso guardando quel ragazzo da vicino, qualcosa che tenni soppresso
per molto tempo continuò ad abitarmi, quasi fosse consapevole del fatto
che un giorno sarebbe arrivato il tempo di fare di nuovo i conti con
questa strana faccenda. E quel giorno è finalmente arrivato.
Sono passati vent'anni da quel tramonto settembrino. Tre sere fa, mentre
me ne tornavo a casa nella mia nuova città, lontana duemila chilometri
da quella nativa, ho incontrato nuovamente il mio amico. Era
esattamente come me lo ricordavo; la stessa frangia bionda, gli stessi
occhi azzurri, lo stesso portamento, e naturalmente non era invecchiato
di un singolo giorno. Stranamente questa volta non ho sussultato. Era
come se me l'aspettassi... un altro grande cambiamento stava arrivando.
La casa è vuota, la pioggia batte, perché dove abito adesso l'autunno
arriva prima. Il silenzio mi ricorda l'angoscia di questa mia nuova
condizione. Mia moglie mi ha lasciato e il piccolo Matteo se n'è andato
insieme a lei. Le cose non andavano bene tra noi ormai da diverso
tempo, forse da troppo tempo... É arrivato il tempo di reinventarmi la
vita, ma non ho più tanta voglia. Vorrei solo dormire, e sognare Via del
Quercione, provare a rimettere tutto a posto, fare scelte diverse,
prendere strade più sicure, come un baro che conosce tutti i trucchi per
vincere la partita. Ma la partita è finita, e questa volta ho perso tutta la
posta in gioco.
Se giocherò ancora? Per forza... che altro dovrei fare! E forse il mio
amico tornerà di nuovo a trovarmi, per avvertirmi che il gioco è finito e
che qualcosa di nuovo mi sta aspettando. Perché per quanto gli eventi
siano esaustivi, solo la tua coscienza potrà convincerti della fine di un
amore. Puoi fare finta di niente, ma tutto inevitabilmente passa, anche
se qualcosa rimane per sempre, da qualche parte dentro al cuore.

290
IO SONO IL TEMPO (101 Parole)

Io sono il tempo e tu non potrai fermarmi. Non ci provare neanche, è


solo tempo sprecato, e a me non piace che mi si sprechi. Ci hanno
provato in tanti a rallentarmi, alcuni volevano addirittura ingannarmi,
ma io ho riso loro in faccia. Mi facevano davvero sbellicare... E adesso
tu mi dici che è tutta colpa mia, che sono spietato, che sono il tuo
peggior nemico. A queste tue accuse non posso che risponderti con una
risata più forte, perché tu capisca che non so io il tuo problema. Non
sono il problema di nessuno. Io sono solo il tempo.

291
LA LEGGENDA DEGLI ASTROMANTI ('09 – '10)

In principio Sole era l'unico e il solo. Nella sua potenza dava vita a
tutti i pianeti ed i suoi discepoli, gli Spiriti del Fuoco, dominavano
incontrastati ogni mondo. Ma uno di questi pianeti ospitava una nuova
entità, che dormiva ancora, o forse era già sveglia ma attendeva il
momento giusto per mostrarsi. Si chiamava Terra.
Terra era nascosta nelle acque che si riversavano sul pianeta ed
accudiva i suoi figli ancora dormienti. Erano gli Spiriti della Natura,
che attendevano il momento opportuno per nascere ed omaggiare la
propria madre. Avrebbero combattuto per il diritto di vivere in quel
mondo ancora ostile.
Fu così che al tempo giusto i primi grandi spiriti si risvegliarono e
vennero istruiti dalla Grande Madre. Poi sbarcarono sulle terre ancora
pervase dal fuoco i discepoli di Sole e iniziarono una lunga battaglia
che, attraverso i secoli, trasformò la struttura stessa di quel mondo.
Alla fine gli Spiriti del Fuoco vennero confinati al centro del pianeta e
la superficie fu il dominio di Terra e dei suoi figli...

I) Il Presagio del Nero Occhio (Preludio)

L’oceano ed il cielo si fondevano in un orizzonte vago, tra gli ocra e gli


indachi del vespro. La notte avanzava rivelando la magia della volta
celeste, le canzoni delle stelle, le sinfonie delle galassie. Erano musiche
che solo pochi riuscivano a sentire. Astromanti erano chiamati, e la
gente normale li credeva stregoni e fattucchieri, portatori di speranza e
di guai. Ma il mondo era troppo vecchio perché qualcuno potesse
riuscire ad estirpare le paure del genere umano, radicate dentro secoli di
guerre e di dolore. Il mondo era così vecchio che si era perso il conto
degli anni. Si diceva che gli uomini erano morti e rinati più volte, che in
un tempo indefinito il cielo era esploso sopra le più grandi città e ogni
uomo era stato spazzato via, fuorché per una manciata di fortunati, o

292
sfortunati, che erano riusciti a trovare rifugio nelle viscere della terra.
Passarono molti anni prima che l’umanità tornasse ad abitare la
superficie del pianeta, e la gioia di rivedere il sole e la volta stellata fu
così tanta, che quegl’uomini dedicarono ogni loro energia a contemplare
l’universo e a carpirne i segreti.
Ma sono molte le storie che riguardano gli Astromanti. Meno invece
quelle che descrivono i loro più grandi rivali, gli Entropici. Anche
quest’ultimi studiavano le stelle e attingevano potere dal cielo, ma non
si fermarono alla conoscenza della materia e dell’antimateria, come
invece fecero i primi. Affascinati dal concetto di caducità, studiarono il
pulviscolo del cosmo e cospirarono l’accelerazione del tempo, così da
far chiudere questo universo e dare modo a qualcosa, al di là del tempo
e dello spazio, di riformarne uno nuovo, più giusto.
Gli Entropici erano convinti che gli uomini fossero creature imperfette,
prigioniere di un universo imperfetto. Solo attraverso la chiusura del
tempo l’uomo sarebbe rinato in una forma divina, in armonia con il
tutto. L’apocalisse che avrebbe segnato l’avvento della nuova era veniva
chiamata il Grande Collasso.
A questo pensava il giovane Braman, mentre contemplava il mare
dall’alto del faro. Si era quasi scordato di accendere la luce di
segnalazione. Era l’unico lavoro che gli spettava. Per il resto il suo
apprendistato era essenzialmente fatto di studio e osservazione.
La scuola del faro non poteva davvero dirsi una scuola. Era composta
da appena tre alunni più il maestro, un vecchio di nome Karmantic,
cieco da un occhio eppure zoppo. Il maestro era un tipo strano,
cresciuto in mezzo ai marinai del paese vicino, ed era lui stesso stato un
marinaio quando era giovane. Ma il richiamo delle stelle fu tale che
all’età di vent’anni partì alla volta di Avredon, una delle Dieci Città, per
conoscere i misteri del cosmo e praticare la magia. Dopo la prima
guerra contro gli Entropici Karmantic tornò al suo paese e divenne il
guardiano del faro, fondò la piccola scuola per Astromanti e insegnò la
magia delle stelle ai nuovi talenti della penisola meridionale del
continente, una regione gibbosa e poco conosciuta che la gente delle
Dieci Città chiamava “La Punta”.
La notte era infine sopraggiunta. I pensieri che vorticavano nella testa

293
del giovane mago gli avevano fatto perdere il senso del tempo. Sentiva
dabbasso i suoi due compagni prepararsi per l’abituale osservazione.
Ogni sera insieme al maestro si recavano sulle vicine colline per
contemplare la via lattea e ascoltare il canto delle nebulose. Doveva
affrettarsi, altrimenti avrebbero fatto tardi e la luna sarebbe sorta,
oscurando con la sua luce riflessa molti degli astri più interessanti
osservabili in quel periodo dell’anno.
Ma proprio mentre voltava le spalle al mare e si accingeva a lasciare la
terrazza del faro, una musica lontana, un clangore metallico sormontato
da note talmente basse da non potersi quasi udire, lo trattenne. Alzò lo
sguardo ma non riuscì a vedere niente, perché la luce di segnalazione
era talmente forte che gli occhi potevano appena distinguere gli astri più
luminosi.
C’era qualcosa di strano e sbagliato in quella musica. Braman aveva
ascoltato molti canti del cielo, e mai si era imbattuto in suoni così
aggressivi. Pensò di parlarne subito al maestro, ed era sul punto di
scendere le scale, quando pensò che se quel suono fosse scomparso non
sarebbe mai riuscito a capire da quale astro del cielo proveniva. Sapeva
che era una cosa pericolosa che non avrebbe mai dovuto fare, ma
qualcosa gli diceva che quella canzone nascondeva un pericolo molto
più grande. E così smorzò la luce di segnalazione e in pochi secondi il
faro si spense, richiamando l’oscurità attorno alla torre e alle scogliere
del porto.
Gli occhi del giovane dovevano abituarsi al buio, ma non aveva molto
tempo a disposizione. Qualcuno in paese stava già lamentandosi del
faro che si era improvvisamente spento. Braman rimase con l’orecchio
attaccato a quella canzone del cosmo, temendo di perderla.
Poi udì qualcuno sopraggiungere. Era il maestro, che saliva le scale
aiutandosi con un bastone e domandava adirato spiegazioni. Ma
Braman non poteva rispondergli. Doveva rimanere attaccato a quel
suono, e poi cercare la sua fonte tra i miliardi di puntini luminosi che
lentamente si rivelavano alle sue strette pupille accecate dalla troppa
luce. Attinse alle poche conoscenze da Astromante che aveva a
disposizione, chiuse gli occhi e seguì la fonte di quella musica, e
quando si sentì chiamare da un preciso punto nel cosmo infinito, aprì le

294
palpebre e proiettò la vista nell’abisso.
Il maestro apparve sul ciglio delle scale.
«Maestro Karmantic, laggiù! Che cosa c’è?» domandò il ragazzo col
volto stranito. All’Astromante bastò uno sguardo, nella penombra della
terrazza, per capire che Braman aveva udito un segnale.
«Il Nero Occhio… che cosa hai sentito, ragazzo?» La voce del vecchio
era un sussurro carico tensione.
«Clangori metallici e un coro di voci basse…»
«La Sinfonia del Cattivo Presagio… mio dio… » Adesso anche il volto
del maestro era diventato una maschera di apprensione.
«Che cosa significa?»
«Ragazzo, se hai davvero sentito quella sinfonia provenire dalle remote
magioni del Nero Occhio, può significare una sola cosa; una nuova
guerra è prossima…»
«Gli Entropici?»
«Si. Dobbiamo avvertire gli altri.»
Fu quello l’inizio del secondo terribile conflitto tra Astromanti ed
Entropici, e solo per miracolo i secondi non riuscirono a portare a
termine i loro piani. Numerosi Astromanti perirono e le scuole di magia
rimasero chiuse per un’intera decade.
Molti anni dopo Braman tornò al faro. Nel frattempo era diventato uno
dei più potenti maghi delle terre dal Grande Mare alla Breccia.
Karmantic era morto e anche i suoi due compagni erano periti durante
l’orribile guerra. Rimase ad osservare il mare per diversi mesi, cercando
di guarire la mente lesionata dalle atrocità viste durante la guerra. Non
seppe perché era tornato fino al giorno in cui un bambino si presentò al
suo cospetto. Avrà avuto non più di dieci anni, e due occhi profondi
quanto lo spazio infinito.
«La notte in sogno le stelle mi vengono a trovare…» gli disse.
«Vieni, ragazzo. T’insegnerò a parlare con loro.»
Quel giorno Braman capì perché era tornato alla scuola del faro. Gli
Entropici erano stati sconfitti ma non distrutti. Un giorno sarebbero
tornati e alle nuove generazioni di Astromanti sarebbe toccato il
compito di difendere le Dieci Città. Il suo dovere era quello di preparare
i nuovi talenti, incominciando da quel piccolo sognatore di stelle.

295
«Come ti chiami?»
«Tielsin, signore.»
«Bel nome…»
«Grazie.»
E così si chiuse l´ennesimo cerchio di conoscenza.

II) Atto I (20 Episodi di 101 Parole)

EPISODIO I: LA PROFEZIA

Le stelle parlarono. L’Astromante tracciò le traiettorie sul libro dei


presagi. Le comete potevano sempre alterare il disegno, ma il loro
passaggio era fortuito. L’ultima pennellata del caso.
L’erede al trono dormiva tra le braccia della regina. Il suo nome era
Jiman e una volta diventato adulto sarebbe stato re.
Ma gli astri sapevano. Quel bambino non era il figlio di Hrokanny,
sovrano assoluto delle terre dal Grande Mare alla Breccia. Era il frutto
di un incontro sacrilego, consumato nelle intercapedini di assurde
dimensioni; le magioni dei demoni.
La profezia era pronta. Un giorno qualcuno l’avrebbe raccolta. Anche
quello era scritto.

EPISODIO II: LA GRANDE SPIRALE

L’Astromante guardò negli occhi la sua amata.


«Al limitare della Vergine puoi evocare la musica di Malin-1, la Grande
Spirale. Io dimorerò laggiù.»
«Non puoi lasciarmi…» la voce di lei era spezzata dal pianto.
«Ascoltami, io non ti lascerò. Oltre il miliardo di anni luce le distanze
perdono significato. Capisci?»
Lei era ancora giovane. Non conosceva tali segreti.
«Cosa vuoi dire?»
«Ogni volta che volgerai lo sguardo in su, io sarò con te!»
Gli occhi dei lui si chiusero, ma nel cielo lampeggiò qualcosa. Lei lo

296
cercò nell’abisso oscuro tra la Vergine e la Chioma di Berenice. E udì
un canto.

EPISODIO III: TIELSIN

L’Entropico minacciò di distruggere il tempio con l’alito


dell’antimateria. La Profetessa rimase impassibile, ossequiosa al
disegno delle stelle. Ma l’Astromante parlò, attraverso la costellazione
del Toro.
«Non osare aprire porte che non sarai capace di richiudere!»
L’ombra guardò le Pleiadi e sorrise.
«Tielsin, ti nascondi ancora dietro gli astri? Non sei l’unico a conoscere
i segreti…»
Poi evocò un vento cosmico, lontano mille anni luce. La terra tremò, gli
atomi saltellarono impazziti, in bilico tra realtà e sogno.
Tielsin piegò il tempo, tornando a capo della storia, salvando il mondo.
Poi una scheggia di Rigel cadde dal cielo.
E l’ombra svanì.

EPISODIO IV: COLLISIONE

Velixia scostò la grande tenda che ricopriva il lucernaio. La volta


celeste si distese ai suoi occhi, il grande libro della conoscenza. Lassù
tutto era scritto; passato, presente, futuro. Per millenni gli uomini lo
avevano ignorato, distratti dalla scienza e dalla tecnologia, incapaci di
codificare i segni del cielo, come avevano fatto per secoli i loro
progenitori. Solo dopo le grandi guerre erano tornati a leggere gli astri,
scoprendone l’immenso potere.
L’astromante Velixia cercò la collisione di due galassie, lassù nel Cane
Maggiore. Poi evocò la loro musica; le spirali cozzanti.
Gli Entropici sarebbero rimasti fuori dalla città, almeno per stanotte…

EPISODIO V: I MAI NATI

“Saturno nasconde il segreto, la profezia del quarto anello…

297
Quando ascolterai questo canto, io sarò lontano, laggiù dove lo spazio si
piega e il tempo diventa illusione. La notte in cui ci amammo mi
apparve in sogno Madya, la cometa fantasma. Il presagio aveva messo
radici nei miei lombi. Trova nostro figlio e riuscirai a leggere il quarto
anello, il segreto che spezza l’Entropia.”
Tielsin smorzò la canzone di Andromeda. La galassia aveva parlato con
la voce della sua amata Kryna.
L’astromante soffocò un grido d’angoscia.
“Nostro figlio…” sussurrò.
L’universo è un gioco di specchi. I “mai-nati” dimorano tra le stelle.

EPISODIO VI: HELIX NEBULA

La guerra tra Entropici e Astromanti andava avanti. I primi


desideravano accelerare l’avvento del Grande Collasso, la chiusura
definitiva di questo universo e delle sue leggi. I secondi cercavano di
contrastare questo assurdo progetto. Perché la fine è sempre anche
l’inizio di qualcosa. Il regno dell’oblio…
Pensava a tutto questo Tielsin, Grande Astromante delle dieci città.
Aveva aperto un varco per Helix Nebula, la nebulosa pulsante.
Attraverso questa finestra stellare poteva comunicare con gli altri
maghi.
Gli apparve il volto di Rami, fratello di voto.
«Eccomi!»
Tielsin guardò il suo fedele compagno.
Gli disse: «Preparati. Stanno arrivando…»
Poi venne il tuono.

EPISODIO VII: LE RIVELAZIONI DELL’OCCHIO DI GIOVE

L’occhio di Giove rivelò il covo degli Entropici. Nel deserto si ergeva


una torre di cobalto, circondata da fuochi. Le bestie vi stavano di
guardia.
«Potremo evocare le meteore. Spazzarli via.»
«No. L’equilibrio deve rimanere.»

298
«Ma maestro! Loro torneranno, e forse non riusciremo a respingerli.»
Tielsin guardò il ragazzo. Gli ricordava suo figlio, l’entità che aveva
toccato vicino alla cintura di Orione.
«Fidati di me.»
«Ancora la profezia?»
«Si. Dobbiamo continuare ad ascoltarla, se vogliamo evitare che un
demone sieda sul trono delle dieci città.»
«Il figlio di Hrokanny?»
«Quello non è suo figlio!»
La guerra tra Entropici ed Astromanti continuava.

EPISODIO VIII: LA CHIAMATA DI NUMI

Velixia ascoltava il maestro. La guerra aveva privato entrambi dei


rispettivi compagni. Ma era giunto il momento del riscatto, la svolta
decisiva agli anni di sofferenza e alle notti passate insonni agognando la
vendetta. Potevano sbaragliare gli Entropici. Potevano chiudere un era
per aprirne una nuova. Migliore.
«Vi ripeto, dobbiamo aspettare.»
Tielsin rimaneva aggrappato alla sua idea, ma gli altri Astromanti
avevano deciso.
«Impossibile. Non possiamo permetterci di perdere una simile
occasione.» Era stato Numi a parlare. Nessun altro, neanche Velixia,
osò contraddirlo
E così arrivò il vento di particelle. La torre di cobalto crollò, segnando
l’inizio di una nuova epoca…

EPISODIO IX: IL RITORNO DI TIELSIN

Nel giorno del suo trentunesimo compleanno Jiman diventò re delle


terre dal Grande Mare alla Breccia, sovrano assoluto delle dieci città.
Suo padre, il grande Hrokanny, che aveva guidato l’esercito contro le
bestie venute dal deserto, dopo che la torre di cobalto era crollata,
dormiva il sonno più lungo. Jiman era l’unico erede, successore per
diritto di nascita.

299
Eppure la sua vera natura era un’altra…
Gli Astromanti se n’erano andati da tempo. Oltre la Breccia si
nascondeva il mistero dei popoli antichi. Sconfitti gli Entropici,
avevano deciso di partire. Ma adesso uno di loro era tornato.
Il suo nome era Tielsin.

EPISODIO X: JIMAN LO STRISCIANTE

Nel remoto cosmo dimorano gli Striscianti, esseri di fuoco e tenebre,


ignari della scienza e delle sue leggi. Rispondono solo alla loro follia, e
al desiderio d’appartenenza. Perchè nella solitudine del profondo
universo, il tempo perde significato, e le storie non hanno alcuna
ragione di esistere. Irrompere nella realtà è la naturale predisposizione
di queste creature, fin dall’inizio del Tutto.
Irretiscono gli avidi di potere, costringendoli ad aprire porte proibite.
Una volta entrati non è facile riportarli indietro, negli abissi siderali.
Jiman era uno di questi. Tielsin lo sapeva. Neanche mille Entropici
erano altrettanto pericolosi.
Come poteva sperare di sconfiggerlo.
Come?

EPISODIO XI: PRIGIONIERO

«Catturatelo!»
Il tempo stravolge la percezione del vero. In appena trent’anni, gli
Astromanti erano diventati degli infimi ammaliatori. Jiman, creatura
strisciante e senza tempo nelle sembianze di un aitante principe, era
riuscito a manipolare le menti di palazzo. Poi gli araldi avevano fatto il
resto. In poco tempo i sapienti delle stelle, salvatori delle dieci città,
erano stati banditi.
Ma gli Astromanti se n’erano andati da tempo. Nessuno aveva motivo
di credere che sarebbero tornati. Invece…
Le guardie scattarono all’ordine del loro superiore. Tielsin venne fatto
prigioniero e condotto nelle segrete della rocca del Re.
Era esattamente dove voleva andare lui.

300
EPISODIO XII: L’OCCHIO DELLA GALASSIA

Le celle per gli Astromanti erano prive di feritoie. Un fazzoletto di cielo


stellato era sufficiente a richiamare un potere distruttivo. Ma Tielsin
non aveva bisogno delle stelle per realizzare il suo piano.
Nelle dieci città si respirava la paura. Con le menzogne e con la forza, il
popolo era stato sedato. Tutto era pronto per l’avvento dei figli di
Jiman, la progenie strisciante.
Nell’oscurità della sua cella, Tielsin percepiva la presenza del re.
Camminava nelle sue stanze, pochi metri di roccia più sopra.
Attingendo ad ogni suo potere, compose il codice per aprire il cancello.
Uno spiraglio sull’occhio della galassia…

EPISODIO XIII: L’EVOCAZIONE NON RIUSCITA

Qualcosa andò storto.


L’evocazione era anche un sacrificio. Tielsin era pronto a dare la sua
vita per confinare oltre il cancello Jiman lo Strisciante. Il varco si apriva
attraverso la mente dello stesso Astromante, una pratica magica senza
possibilità di ritorno. Faceva parte del piano.
Il codice era quello giusto.
La distanza tra lui e il suo obbiettivo anche.
Qualcosa però schermava il canto. La melodia del cosmo non arrivava
nei sotterranei del castello.
- Piombo… – sibilò Tielsin, sfiorando le fredde pareti della cella. “Che
stupido!” pensò.
Jiman era stato prudente.
Da quella prigione l’Astromante non sarebbe mai uscito vivo.

EPISODIO XIV: IL RITORNO DI VELIXIA

Avvolta nelle sue vesti di velluto azzurro, Velixia cavalcava la coda


della cometa. L’avrebbe ricondotta al di là della breccia, nella città in
cui era nata, nel paese in cui aveva conosciuto il suo amore.

301
Nella guerra contro gli Entropici lui l’aveva lasciata. Ma il suo spirito
dimorava adesso ai confini dell’universo, laggiù dove lo spazio si piega,
e il tempo assume strani significati.
Lui continuava a starle vicino, continuava a parlarle.
Era stato lui a chiederle di tornare.
Mentre traversa le montagne e scorge le prime luci delle città, Velixia
alza lo sguardo verso la Vergine.
«Indicami la strada…» sussurra.

EPISODIO XV: FUOCO DI COMETA

La cometa cadde sulle mura della capitale. Ci fu un bagliore accecante,


la roccia esplose, si fuse, lasciando pozze di fuoco un po’ ovunque.
Velixia apparve scostando le sue vesti. I disegni stellari sul velluto
azzurro pulsavano di luce propria. Le guardie, al servizio di Jiman, si
mossero verso di lei. Dieci, venti, trenta uomini bardati di tutto punto.
Lei rimase ferma, impassibile, gli occhi perduti in un vuoto cosmico.
Dietro di lei la pietra continuava a sfrigolare.
«Fermatevi uomini, altrimenti sarò io costretta a fermarvi» minacciò
l’astromante.
Il capitano della guarnigione ebbe solamente un attimo di esitazione.
Poi ordinò: «Uccidetela!»

EPISODIO XVI: JIMAN VS TIELSIN

Le ombre del corridoio che conducevano alla prigione di Tielsin


vennero rischiarate da una luce innaturale, gelida come le voragini dello
spazio infinito. L’Astromante alzò gli occhi e vide una sagoma deforme
avvicinarsi. Ma quando Jiman lo strisciante si accostò alle sbarre, era
semplicemente il Re delle dieci città. Era venuto di persona a reclamare
la vita del suo prigioniero, pensò Tielsin.
«Ne verranno altri dopo di me. Non riuscirai a trasformare queste terre
nel tuo scellerato covo. Prima o poi ti renderai conto che questo mondo
non ti appartiene!»
Il Re sorrise.

302
«Consolati mago. Presto non sarai più solo» disse.

EPISODIO XVII: OMBRE TENTACOLATE

Velixia ammantò la città di polvere di stelle. Il sonno cosmico rapì le


guardie, lasciandole la strada spianata verso il palazzo reale.
«Sta venendo qui» mormorò lo strisciante, accostandosi alle sbarre della
cella.
“Velixia” pensò Tielsin, e il terrore gli si dipinse negli occhi. Una
trappola, ecco cos’era.
Jiman divenne un’ombra tentacolata che andò a perdersi negli angoli
bui delle prigioni. Trascorsero momenti di silenzio assordante.
L’astromante ebbe la sensazione di essere rimasto da solo nel palazzo.
Poi udì dei passi scendere le scale. Un’ombra vestita di stelle apparve
nel corridoio.
«Scappa Velixia! È una trappola!»
E le orme li ghermirono.

EPISODIO XVIII: NELLE PRIGIONI

«Tielsin, che succede?»


«Ci sta usando. Sta aprendo un portale attraverso di noi. Sta chiamando
i suoi figli…»
Non era un’oscurità normale quella che circondava i due astromanti.
Erano le tenebre dello spazio remoto, gli angoli dell’universo al tempo
della sua creazione, le assurde magioni degli ombrati e degli striscianti.
«Cosa possiamo fare?»
«Devi uscire di qui. Le prigioni sono state schermate dal piombo. Devi
evocare le meteore e distruggere il palazzo…»
«Non senza di te! Sono tornata per salvarti!»
«Non è possibile. Scappa, prima che sia troppo tardi…»
Poi una luminosità tenue squarciò l’ombra.
«Cosa’è?»
«Antimateria. Adesso pensiamo alle sbarre…»

303
EPISODIO XIX: LA CHIAMATA INTERROTTA

Jiman era diventato buio cosmico, ma in quelle tenebre solide la magia


che risiedeva nei due astromanti divenne la chiamata per l’avvento della
sua progenie. L’universo si stava piegando. Presto i suoi figli avrebbero
varcato la soglia. Nelle prigioni del palazzo reale li aspettava il primo
banchetto.
«Venite figli miei. Vi donerò un mondo intero di ragioni per esistere…»
disse lo Strisciante.
Ma nel telaio di tenebra avvenne lo strappo.
«Non è possibile…» sibilò Jiman, riprendendo forma umana. Nel
corridoio le torce tornarono ad ardere, illuminando Tielsin e Velixia.
Ma il piombo fuso nelle pareti era ancora a vantaggio dello Strisciante.

EPISODIO XX: LA FINE

La trasformazione ebbe inizio.


Le prigioni riuscivano a stento a contenerlo. Era una massa informe di
tentacoli ed escrescenze, nere carni maleodoranti e vischiosità aliene.
Lo Strisciante rivelò il suo vero volto.
Tielsin prese per mano Velixia. A lei rimaneva solo un granello di
antimateria, sufficiente per aprire uno squarcio nelle pareti, una finestra
sul Cane Minore. Insieme i due astromanti richiamarono le meteore.
Iniziò così la pioggia di fuoco sopra il palazzo reale. Un attimo prima
che l’edificio crollasse, seppellendo per sempre Jiman lo Strisciante,
Tielsin e Velixia afferrarono un bagliore di luna.
E nel cielo apparvero due stelle cadenti.

III) Il Figlio delle Stelle

Le città del nord erano cadute. Gli Entropici avevano spazzato via le
scuole di Metrion e Clauria, appropriandosi dei segreti ancestrali e delle
mappe riflesse, quelle tracciate in antichità dai grandi profeti
Astromanti, che rivelavano i misteri di un universo specchiato nel

304
nostro. Con quelle nuove informazioni gli Entropici avrebbero tentato
di richiamare, da un mondo oltre questo, il "Vibrato", un leggendario
canto che secondo la profezia più nefasta avrebbe iniziato il Grande
Collasso. La guerra infuriava da quasi tre anni. Lingue di fuoco e
folgori accecanti cadevano dal cielo nelle notti
stellate. La legione degli Entropici avanzava, un centinaio di maghi
esperti ammantati d'ombra, furtivi come topi, letali come serpenti
velenosi. A niente servivano le comuni difese delle città, lance, spade e
balestre. Solamente la magia degli Astromanti era in grado di arginare
l'avanzata dell'oscura legione. Ma adesso due città erano nelle mani dei
maghi corrotti e riprendere possesso delle scuole e dei segreti in esse
celati non sarebbe stato facile. Il consiglio degli Astromanti, che si
riuniva puntualmente ogni mese nell'osservatorio di Tyria, capitale delle
dieci città, ordinò un'adunanza eccezionale. Qualcuno parlò di
sacrificare i cittadini di Metrion e di Clauria per la salvezza dell'intero
universo, un prezzo alto da pagare ma forse necessario. Molti si
rifiutarono di ammettere che non vi era altra alternativa. Tra questi c'era
una giovane coppia di maghi, abili e coraggiosi come pochi. Lei si
chiamava Dreemia, lui invece Numi. Attendevano il loro primo figlio,
ma la gravidanza era solo all'inizio e la guerra stava diventando sempre
più cruenta. Dreemia aspettava il momento giusto per rivelare al suo
amato la sua condizione.
«Non riesco a rimanermene immobile mentre il consiglio considera
seriamente di spazzare via due intere città e migliaia di cittadini
innocenti...» Numi passeggiava ansioso nel giardino della scuola, tra le
alte siepi di camelia e una fila di giovani lecci. Dreemia l'osservava
preoccupata, chiedendosi che cosa gli passasse per la testa.
«Amore, dobbiamo partire!» esordì ad un tratto lui.
«Cosa? Per dove?»
«Possiamo entrare di nascosto nella città di Clauria. Conosco un
passaggio che porta direttamente sotto la scuola di magia. Unendo le
nostre conoscenze e avvicinandosi di quel tanto da riuscire a prendere
di mira la biblioteca, dovremo essere in grado di distruggere la maggior
parte dei libri proibiti. Senza di quelli non riusciranno mai a richiamare
il Vibrato...»

305
Forse era una follia, ma l'amore obnubila le menti degli uomini e li
spinge a fare le cose più insensate. Dreemia seguì l'uomo che amava fin
sotto le imponenti mura della città. Le guardie, ora agli ordini dei maghi
corrotti, sfilavano tra i merli da bastione a bastione. Era notte. Le porte
della città, come si conveniva, erano state sbarrate al tramonto.
Sicuramente un incantesimo aleggiava attorno a quel luogo. Gli occhi
delle stelle sopra Clauria erano diventati gli occhi degli Entropici. Se
avessero usato la magia sarebbero stati scoperti, perciò l'unico modo per
entrare era attraverso le quattro porte poste a nord, sud, est ed ovest. Ma
la città era costruita su un altopiano di roccia e terra dura, vicino al
quale scorreva il fiume Tebor, ancora giovane e impetuoso in quel
punto. Nel suo viaggiare verso occidente si sarebbe unito a molti
affluenti prima di diventare il più grande fiume delle terre dal Grande
Mare alla Breccia e riversarsi infine nell'oceano.
Esisteva un passaggio tra gli anfratti rocciosi che delimitavano il corso
del fiume, un cunicolo segreto che gli Astromanti adoperavano durante
le emergenze. Numi aveva vissuto per un paio di mesi nella città di
Clauria e ne era a conoscenza. Con l'aiuto della sua amata scostò una
grande roccia che nascondeva il passaggio. Insieme, guidati dalla luce
di una fievole torcia, lasciarono che l'oscurità li inghiottisse, e mentre
risalivano uno stretto passaggio di roccia e terra pressata, poterono
distinguere l'allontanarsi della corrente del fiume, e i suoni tipici della
fauna notturna. Presto si sentirono avvolti, oltre che dall'oscurità, da un
silenzio feroce.
Il cunicolo procedeva diritto verso il centro della città, salendo quasi
impercettibilmente. Nel procedere il passaggio diventava più ampio e
meglio lavorato, e lungo gli ultimi cento metri non era altro che un
corridoio scavato nella roccia. Lo scavo terminò davanti a una possente
porta di metallo che portava il simbolo dei maghi di Clauria, un
telescopio incrociato a una spada.
«Ci siamo...» esclamò Numi. La porta era ovviamente sbarrata e le stelle
non potevano aiutarli sotto terra. Numi estrasse da una bisaccia un
piccolo passepartout e incominciò a lavorare la serratura. Il sudore gli
imperlò la fronte, maledisse un paio di volte l'antico dio ma alla fine
riuscì a far scattare il chiavistello.

306
«Tesoro, sei pronta?» chiese alla compagna.
«Accanto a te sono sempre pronta...» rispose Dreemia con l'amore negli
occhi. La porta si aprì e si ritrovarono in una piccola stanza immersa
nell'oscurità. Vi erano delle scale a chiocciola che salivano, e delle voci,
lontane ma distinte, che provenivano dai piani superiori. Spensero la
torcia e attesero che i loro occhi si abituassero al buio. Notarono subito
che una debole luce, proveniente da sopra, riusciva ad illuminare le
scale. Lentamente si mossero verso la luce e le voci, due ombre
sfuggenti ammantate da tuniche stellate.
Entrambi conoscevano il rischio di quella missione. Forse sarebbero
riusciti a distruggere la biblioteca, ma per uscire vivi da quella trappola
serviva un miracolo. Dreemia si toccò il ventre sentendosi in colpa.
Sapeva che se avesse rivelato all'amato la sua condizione lui l'avrebbe
convinta a restare a Tyria. Ma lei era un Astromante, oltre che a una
donna e una futura madre, e combattere la follia degli Entropici era la
sua prima ragione di vita. Sarebbero morti insieme, se il miracolo non
fosse avvenuto, e forse tutti e tre avrebbero trovato la pace e la felicità
sotto nuove forme, tra i misteri di luce ed energia dello spazio remoto,
là dove le anime vanno a riposare.
Adesso Numi procedeva silenzioso attraverso i corridoi della scuola di
magia. Le voci erano sempre udibili, ma si stavano allontanando. Si
trovavano ancora nei sotterranei e la biblioteca doveva trovarsi al pian
terreno. Inoltre avrebbero avuto bisogno di una finestra sul cielo stellato
per richiamare il potere, e per tutti questi motivi dovevano riuscire a
guadagnare i livelli più alti.
«Non possiamo più permetterci di proseguire con cautela. Dobbiamo
salire, adesso...» dichiarò Numi una volta raggiunta la rampa di scale
che portava al piano terra. Dreemia annuì ed estrasse il suo stiletto.
Numi impugnava un fioretto d'argento, un'arma ben lavorata con il
simbolo della sua scuola impresso sull'elsa: l'occhio di Giove.
Gli eventi che seguirono rimasero confusi nella mente dell'uomo e forse
lo tormentarono in sogno negli anni a venire, trasfigurando lentamente
la sua anima, come acqua che corrode la pietra. Numi e Dreemia
combatterono l'uno a fianco all'altra per farsi strada fino alla stanza
della conoscenza, la grande biblioteca di Clauria. Tre guardie e un

307
potente mago entropico caddero trafitti dalle lame dei due Astromanti.
Numi scostò le tende davanti a un grande lucernario, rivelando la volta
stellata, e mentre due Entropici irrompevano nella stanza, intonò
insieme alla sua amata il canto di Betelgeuse. L'attimo dopo il fuoco
divampava tra gli antichi tomi della biblioteca, consumando in pochi
istanti i segreti di secoli di lettura del cosmo.
Tra le lingue di fiamma e i nembi di fumo Numi si aprì un varco verso
la sua compagna, ancora intenta ad intonare la canzone. L'afferrò per un
braccio e la trascinò via, nella quieta notte di Clauria, rotta dalle urla dei
due Entropici arsi vivi. Nelle strade si riversarono le guardie e gli
stregoni ammantati di scuro. Numi corse a perdifiato mentre alcune
frecce rimbalzavano sul lastricato di pietra, a pochi passi da loro.
Stringeva forte nella sua mano quella di lei, e non si voltò neanche
quando sentì quella stretta cedere per un istante. Richiamò un potere più
grande, attingendo ad ogni sua risorsa, e in un lampo il cielo nero li
inghiottì. Due comete apparvero sotto la luna, una fulgida e azzurra,
l'altra opaca e quasi priva di coda. Caddero nei boschi a sud della città.
«Che è successo, amore?» chiese Dreemia, e la sua voce era sofferente e
fioca.
«Ce l'abbiamo fatta. Siamo salvi» rispose Numi, ma la felicità che gli
dipingeva il volto sparì tra le ombre del bosco nel quale erano caduti.
Solo in quel momento vide la freccia sbucare dal ventre della sua
amata. Il suo urlo di dolore spaventò i corvi e gli scoiattoli. Un lupo
ululò di rimando. Poi lei, adagiata sull'erba, incapace quasi di muoversi,
raccolse una piccola pietra e se la portò al ventre, dove il sangue
scorreva copioso.
«Aiutami adesso, ti prego... non abbiamo molto tempo...» disse lei.
Numi sapeva che non esistevano incantesimi per curare quella ferita.
Rimaneva immobile, incapace quasi di respirare.
«Canta insieme a me...» Dreemia indicò un punto nel cielo, un astro che
Numi non conosceva.
«Laggiù dimora nostro figlio... è l'ultimo dono che voglio farti...» Le
lacrime traboccarono sul volto dell'Astromante. Solo le madri erano in
grado di richiamare le anime dei Mai-Nati. Cantarono insieme la
canzone segreta della vita. Nel cielo una stella lontanissima lampeggiò

308
per tutta la durata dell'incantesimo, per poi spengersi nella mani della
donna. La pietra che stringeva al petto brillava adesso della luce di
quella stella.
«Tieni...» sussurrò la donna con un filo di voce. «Tieni nostro figlio...»
Numi, stravolto dal dolore, afferrò la pietra.
«È un maschio, sai...» continuò lei. «Mi piacerebbe che lo chiamassi
Kido...» Furono le sue ultime parole, prima che l'universo richiamasse
la sua anima.

IV) Atto II (20 Episodi di 101 Parole)

I. PRESAGI E SEGRETI

«Papà, guarda! Due stelle cadenti!»


Il bimbo alzò il dito verso i misteri della volta celeste. Il padre gli
accarezzò dolcemente la testa.
«È un buon presagio» sussurrò.
«Significa che inizierai a seminare?»
«Si, domani prepareremo i campi.»
«Posso venire con te?»
L’uomo guardò il volto di suo figlio e lo scoprì cambiato. Presto non
sarebbe più stato un bambino.
«Va bene, ma adesso è l’ora di andare a letto.»
Nel mondo oltre la breccia viveva gente semplice, in armonia con la
natura e con gli astri. Eppure un terribile segreto dormiva sotto le terre
che coltivavano.
Dimenticato ma non sconfitto.

II. LA TORRE NEL DESERTO

Oltre la breccia vi erano i villaggi, e poi i grandi fiumi, e oltre ancora le


paludi. Pochi si erano spinti fin là. Ma c’erano leggende che parlavano
di un grande deserto che si estendeva dalle paludi al mare. Laggiù,
dentro una torre che toccava il cielo, dimorava l’astromante Numi.

309
Leggeva le stelle, parlava ai pianeti e ascoltava il canto delle galassie.
Ma nel silenzio ossessionante del deserto, i suoi orecchi udirono il
richiamo della terra. Non la voce consolante della Grande Madre, ma il
bisbiglio raccapricciante del suo figlio corrotto.
Numi smise di rivolgersi al cielo e seguì quel richiamo.

III. CONTADINI

Tielsin e Velixia avevano lasciato le dieci città. Il tempo degli


Astromanti era terminato. La gente non voleva avere più nulla a che
fare con loro, e adesso che la minaccia di Jiman lo Strisciante era stata
sgominata, il popolo poteva riprendere a vivere in pace.
Ma il mondo oltre la breccia nascondeva ancora molti segreti. Gli
Astromanti avevano iniziato ad esplorarlo dopo aver sgominato gli
Entropici, molti anni prima.
Tielsin e Velixia discesero le montagne e avvistarono i primi
insediamenti umani. Chiesero ospitalità ai contadini e a sera cenarono
con loro, nella sala del fuoco. Il fattore raccontò una storia…

IV. LA LEGGENDA DI ADÚ

“Quando la Terra era giovane e il Sole splendeva con forza nel cielo
scuro ancora privo di nuvole, vivevano strane creature fatte di roccia
liquida e gas. Si chiamavano Laviani, perché nelle loro vene non
scorreva sangue ma lava, e i loro occhi erano pietre incandescenti.
Quando Acqua, la grande signora, rifluì sulla Terra, i Laviani dovettero
lasciare la sua superficie per rifugiarsi nelle grotte sottorranee. Ma
presto morirono, perché non potevano più vedere il Sole, che adoravano
come un padre.
Solo uno ne rimase. Il suo nome é Adù, e dorme ancora sotto il grande
vulcano, attendendo il tempo della rivalsa.”

V. LA VENUTA DEL DIO DEL FUOCO

Oltre il deserto, nel remoto sud, la terra tremò. Il vulcano accese la

310
notte, la lava si riversò sulla giungla, divorando alberi e piante. E
mentre un fiume incandescente descriveva una scia scarlatta, Adú
apparve. Si ergeva su una pietra in mezzo alla lava. Balzò sulla terra e
questa divenne cenere sotto di lui. Con ampie falcate si avviò verso il
deserto, verso colui che lo aveva chiamato.
Adú non conosceva gli uomini, ma presto loro avrebbero conosciuto lui.
Presto sarebbero diventati i suoi adoratori.
Al mattino il sole spuntò e Adù rimase immobile, colpito dalla visione.
Versò lacrime di fuoco.

VI. NUMI E ADÚ

Dalla finestra più alta della sua torre, Numi vide il fuoco avanzare verso
di lui. Nell’oscurità del deserto, il silenzio era rotto soltanto dai passi
squassanti di Adù. L’Astromante volse lo sguardo verso il cielo, in un
lontano disegno ai confini dell’universo. Richiamò il potere, alzò la
protezione e attese.
Il gigante di roccia lavica si fermò davanti a colui che lo aveva destato
dal sonno millenario. Avrebbe potuto annientarlo allungando la mano,
ma non ci provò. Una magia più antica di lui dimorava negli occhi
dell’uomo.
«Eccomi, umano!» disse.
Numi era totalmente affascinato dalla creatura.
«Faremo grandi cose insieme…» mormorò.

VII. SEPARAZIONE

«Cosa farai adesso?» chiese Velixia.


«Non lo so. Credo che andrò a nord, verso le montagne. E tu?»
Lei guardò il sole che nasceva ad oriente.
«Numi sta studiando il deserto e le antiche leggende di queste terre.
Andrò da lui…»
«Il deserto? È un viaggio impervio…» sottolineò Tielsin.
«Allora è meglio che mi metta subito in cammino…» disse lei, senza
nascondere una nota di tristezza.

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I due Astromanti si separarono, ma giurarono di ritrovarsi l’anno dopo,
il giorno dell’equinozio di primavera. Qualcosa dal cielo provò ad
avvertirli, ma erano troppo stanchi, o forse confusi.
L’arrivederci era in realtà un addio.

VIII. FUMO SULLE PIANURE

Tielsin viaggiò verso nord seguendo le costellazioni. Per due settimane


percorse le strade del Vecchio Impero, rovine di un epoca che non era
più. Incontrò le prime comunità di Tundri, un popolo di cacciatori che
viveva sulle montagne. La loro ospitalità era rinomata, perciò
l’Astromante rimase presso di loro per un mese, immergendosi nei suoi
studi.
Ma un giorno, passeggiando su un costone di roccia, vide del fumo nero
innalzarsi dalle pianure. Qualcosa di spaventoso stava portando fiamme
e distruzione sulle terre oltre la breccia.
Quella notte Tielsin chiese consiglio agli astri. Gli dissero che era
arrivato il tempo di partire.

IX. TERRA BRUCIATA

Mentre discendeva i declivi Tielsin avvertì il calore. Sarebbe stata


un’estate diversa, torrida in modo innaturale. Anche le nevi si erano già
sciolte, e la primavera era solo all’inizio.
I villaggi erano diventati cenere. Anime perse vagavano alla ricerca dei
parenti sopravvissuti.
“È tornato il Dio del Fuoco! Adù si è risvegliato!” deliravano le comari
e i contadini.
Come poteva essere? Allora le leggende erano vere, pensava
l’Astromante, camminando tra le rovine ancora fumanti.
«Dov’è il resto del villaggio?» domandò ai pochi uomini rimasti.
«Adesso servono Lui. Sono la sua prole.» risposero.
E riprese il cammino, seguendo orme di terra bruciata.

312
X. RITORNO ALLA TORRE

Velixia raggiunse la Torre nel Deserto, incurante dei segni del cielo. Se
avesse consultato le stelle e ascoltato il canto delle galassie, avrebbe
conosciuto il pericolo. Ma era stanca di vedere il male dappertutto. Era
stanca di viaggiare e di combattere.
Sarebbe dovuta rimanere vicino a Tielsin, questo le diceva il suo cuore.
Gli eventi passati avevano avvicinato i due Astromanti, ma entrambi
non potevano ignorare le presenze che li attendevano nelle magioni del
cielo. Così aveva deciso di ritornarsene dal maestro Numi.
Dalla torre un uomo si affacciò e la guardò.
Numi era cambiato.
Il terrore le ghermì il cuore.

XI. L’ASTROMANTE CORROTTO

«Maestro, che vi é successo?»


Velixia resistette all’impulso di fuggire.
«Oh Velixia, è appena incominciata un nuova epoca… Il dio della terra
si è risvegliato. Adù è il suo nome, e proprio adesso passeggia libero
per il mondo degli uomini, illuminando le loro anime confuse. Egli mi
ha confidato i segreti della terra e del fuoco…»
La donna riconobbe il tipico farnetichio di una mente corrotta dal
potere. Sapeva di avere solo una possibilità. Alzò le braccia al cielo e
richiamò le meteore.
«Sciocca!» sibilò Numi, folgorandola con lo sguardo.
Poi il fuoco si riversò dalle sue mani e Velixia urlò.

XII. FUMO SULLA FATTORIA

Il contadino piangeva stringendo il figlio al petto. Dal campo appena


seminato s’innalzavano rivoli di fumo, tracce ancora fresche del
passaggio dell’orda di Adù, il dio del fuoco e della terra.
«Quanti erano?» domandò il mago col mantello di stelle.
«Almeno un centinaio, avevano gli occhi di luce e sputavano fuoco…»

313
singhiozzò l’uomo.
Tielsin gli sfiorò la spalla per consolarlo. Erano gli unici superstiti della
fattoria.
«Almeno tuo figlio vive ancora» disse.
«Il raccolto è perduto… moriremo di fame…» rispose il contadino,
stringendosi più forte al figlio.
L’Astromante non seppe cos’altro aggiungere. Si rimise in viaggio,
seguendo le scie di fumo.

XIII. MESSAGGIO NEL CIELO

Come poteva pensare di fronteggiare da solo il dio del fuoco…


Tielsin si fermò davanti all’ennesima devastazione. Le donne del
villaggio urlavano, i bambini piangevano, gli uomini ancora vivi
trattenevano lacrime di dolore. Molti riportavano sul volto i segni di
terribili bruciature. Le fiamme lambivano ancora i resti delle case
distrutte dal fuoco.
L’Astromante si stava avvicinando all’orda, ma una volta raggiunta, che
cosa avrebbe potuto fare da solo?
Quella notte lanciò un messaggio nel cielo stellato. Era una chiamata
d’aiuto per tutti gli Astromanti. Tielsin non immaginava che l’artefice di
quella distruzione sarebbe stato in grado di intercettare il messaggio.

XIV. LA FOLLIA DI NUMI

«Tielsin, sei sempre stato uno sciocco. Come puoi pensare di fermare
Adù, che vaga libero insieme alla sua orda e che, grazie a me, è adesso
più potente di quanto non lo sia mai stato. A niente ti servirà l’aiuto
degli altri Astromanti. Uno ad uno si schiereranno dalla mia parte, se
non vorranno fare compagnia alla tua amica Velixia, nelle magioni
dello spazio infinito…»
Il delirio di Numi si perse nella notte, mentre accarezzava la pelle
ustionata della donna. Poi una risata folle e terribile squarciò il silenzio
del deserto.
La droga era in circolo.

314
Il suo nome era Potere.

XV. KIDO

La luce della luna stendeva una patina argentata sulle chiome degli
alberi. Tielsin aveva lasciato la scia di terra bruciata, tagliando per i
boschi orientali, ormai convinto di non avere alcuna possibilità contro
Adù. Doveva trovare Velixia, e chiedere aiuto a Numi. Insieme, forse
sarebbero stati capaci di respingere il demone.
Davanti al fuoco da bivacco, cercava il sonno degli Astromanti, quello
protetto dagli occhi delle stelle. Un’ombra si mosse vicina. La vide
dall’alto, come in un sogno; lui, il fuoco, le chiome degli alberi e la luce
argentata.
Poi aprì di colpo gli occhi.
«Chi sei?»
«Maestro, sono io. Kido…»

XVI. IL FIGLIO DI NUMI

Aveva gli occhi del padre, e per un momento Tielsin lo scambiò per il
maestro Numi.
«Ho letto il messaggio…» disse il giovane astromante.
«Sai dove si trova adesso?»
«Verso sud. Ho visto del fumo ergersi dalle valli bianche. Ci sono molti
villaggi laggiù…» la voce del ragazzo calò di un ottava.
«E gli altri?»
«Ho incontrato Rudor ed Alia. Andavano da mio padre, nel deserto.»
«Anche io sono diretto laggiù…»
Gli occhi di Kido cambiarono. La sua mano afferrò il braccio del
maestro.
«Attento, Tielsin!»
«Che ti succede, figliolo?»
«Stai molto attento a mio padre. Non è più lo stesso!»

315
XVII. RUDOR ED ALIA

Nell’oscurità dilagante del deserto, Tielsin e Kido avvistarono un fuoco


tra le dune. Avevano viaggiato due giorni interi, dormendo solo un paio
d’ore.
«Devono essere Rudor ed Alia, laggiù» disse il ragazzo indicando il
fuoco da campo.
«Muoviamoci» rispose il maestro.
Nel cielo la luna si colorò d’azzurro. I due astromanti intuirono
immediatamente la presenza dei consimili.
«Tielsin, sei tu?» domandò la voce di Rudor, un uomo alto con lunghi
capelli corvini.
Il maestro entrò nel cerchio di luce seguito dal ragazzo.
«Sono felice di vedervi» disse.
«Anche noi…» rispose Alia, dal bianco mantello. Poi pianse…
«Oh maestro, é così terribile…»

XVIII. QUATTRO SOTTO LE STELLE DEL DESERTO

Rudor ed Alia raccontarono a Tielsin dell’orda, di come si stava


spargendo per tutte le terre oltre la breccia, e che se non veniva fermata,
avrebbe presto varcato le montagne. Nessuno dormì quella notte, ma la
magia delle stelle di quel cielo incontaminato rinvigorì gli animi degli
astromanti.
Il giorno dopo i quattro avvistarono la torre di Numi.
Dalla finestra più alta apparve un uomo dal volto deturpato. Per un
momento nessuno riuscì a riconoscerlo.
«Numi, sei tu? Che ti é successo?» provò a chiedere Tielsin, un passo
avanti agli altri.
Ma la sola risposta che ottenne fu una risata delirante.

XIX. LO SCETTRO DELLA VITTORIA

«Sta arrivando! Viene da voi, insieme al suo popolo… non siete


contenti?» gridò la voce del mago corrotto.

316
«Che stai dicendo Numi?» ma Tielsin conosceva già la risposta a quella
sua domanda. Numi era l’artefice della rinascita di Adù.
«Il dio del fuoco e della terra viene a portarmi lo scettro della vittoria.
Lo vedete? Laggiù…» disse, indicando una scia di fumo all’orizzonte.
Non rimaneva molto tempo. Dovevano richiamare il Grande Vuoto, ma
senza l’aiuto di Numi era praticamente impossibile.
«Numi, sei ancora in tempo a redimerti…»
Per un momento il delirio abbandonò i suoi occhi. Ma fu solo un
momento…

XX. IL GRANDE VUOTO

L’orda del dio di lava circondò la torre, uomini, donne e bambini


divorati dal fuoco, vivi grazie a una magia antica e perversa.
«Padre, guardali…» disse Kido all’uomo nella torre. «É questo quello
che vuoi?»
Lo sguardo di Numi vacillò.
«Non abbiamo più tempo. Adesso!» urlò Tielsin. I quattro astromanti
rivolsero il volto al cielo, intonando l’incantesimo. Adù mosse le sue
membra di roccia e fuoco verso i maghi, ma una voragine si aprì
d’improvviso sotto i suoi piedi, scura come la morte. Il buco nero lo
risucchiò, confinandolo nello spazio infinito.
Poi Numi cadde, abbracciando la redenzione, sprofondando
deliberatamente nell’oblio.

V) Velixia

La neve era venuta presto quell'inverno. Velixia la guardava cadere


attraverso la finestra della sua camera da letto, tra le fredde pietre della
rocca di famiglia. Gli inverni erano lunghi da quelle parti e a volte il
cielo rimaneva coperto per intere settimane. Durante quei periodi non
era possibile leggere il cielo, e allora lei si ritirava nelle biblioteche,
divorando i tomi di suo padre e le carte celesti degli Astromanti di
Nuedra, la città dove si sarebbe recata all'inizio della primavera per

317
ricevere l'investitura. L'apprendistato era stata opera di suo padre, uno
degli Astromanti più potenti delle dieci città, e di sicuro non era stato un
vantaggio per la giovane maga. Severo e orgoglioso, combattuto dal
sentimento inconfessabile di aver sempre desiderato un figlio maschio,
Valmir della città di Metrion si era rivelato il più esigente dei
professori.
Erano loro due soli, praticamente da sempre. La madre di Velixia era
morta nel darla alla luce. Poteva essere una figlia delle stelle, nata per
incanto dalla luce dell'astro in cui dimorava la sua anima, ma sua madre
voleva gioire e patire l'esperienza del parto e rifiutò la comune pratica
delle donne Astromanti. Qualcosa non andò come previsto e poche ore
dopo la nascita della piccola Velixia, il severo Valmir piangeva come
un agnellino al capezzale della sua consorte. Per un anno si rifiutò di
prendere in braccio la bambina, cresciuta come una figlia dalla sorella
del mago, zia Triscia. Ricordava i sorrisi e le attenzioni della giovane
zia. Senza di lei la sua infanzia sarebbe stata un inferno. Anche lei se ne
era andata, spezzata da un male incurabile due inverni prima. Erano soli
adesso, non come padre e figlia ma come maestro e discepola.
Attizzò il fuoco della stanza e pensò di scendere nello studio a prendere
un libro sul canto delle nebulose. C'erano alcuni incantesimi
estremamente complicati che doveva imparare prima dell'esame e se il
cielo fosse rimasto oscurato a lungo chissà quando avrebbe avuto
l'occasione di provarli. Stava per uscire quando udì nitrire un cavallo e
riconobbe subito che non era uno dei suoi. Si affacciò alla finestra,
nascosta dalle tende e dall'ombra, e vide uno straniero scendere da un
possente destriero, un uomo alto con indosso un manto scuro privo di
insegne. L'uomo legò il cavallo all'anello che sporgeva accanto
all'entrata della rocca, mentre la neve incominciava a vorticare
nell'usuale danza che precede la tempesta. Il cielo era bianco e il vento
veniva dal nord e c'erano tutti gli ingredienti giusti per rimanersene al
caldo davanti al fuoco. Lo straniero percorse con ampie falcate la
distanza che separava il cancello delle mura dall'entrata principale della
rocca, uscendo dalla visuale della ragazza. Udì la porta spalancarsi e la
voce di suo padre che invitava il cavaliere ad entrare. La sua curiosità
prese il sopravvento e lasciò di corsa la stanza con l'impellente bisogno

318
di scoprire chi fosse quell'uomo e in che modo conoscesse suo padre.
«Giusto in tempo, la tempesta sta per arrivare...» La voce dell'uomo era
squillante, con un evidente accento del sud.
«Che ci fai qui? La tua presenza non è gradita tra queste mura...» Il tono
di suo padre sembrava più che infastidito, addirittura furioso.
«Calmati Valmir, non mi ha visto nessuno e il cielo rimarrà oscurato per
almeno due settimane. Non essere paranoico...»
«Paranoico? C'è mia figlia su. Non voglio che tu stia vicino a lei,
intesi?»
«Non mi vorrai buttare fuori? Il rifugio più vicino è a mezza giornata di
cavallo e con la tempesta in arrivo me la vedrei davvero brutta. Non
vorrai che si sappia che hai sacrificato un fratello per proteggere la tua
amata figliola, no? Di sicuro gli altri non capirebbero...»
Velixia, immobile davanti alla porta dello studio di suo padre, non
riusciva a respirare. Nella sua testa i frammenti di un indecifrabile
puzzle incominciarono a muoversi senza alcun senso. Chi era
quell'uomo? Perché si diceva fratello di suo padre? Suo padre non
aveva fratelli. Un brivido le percorse la schiena, una paura sottile le si
era insinuata sottopelle.
«Che cosa vuoi?» la voce di Valmir divenne più calma.
«Ho delle buone notizie. Dopo il disgelo partiremo per la missione.
Tutto è pronto, sette di noi, tre slitte e quaranta cani. Passeremo le
montagne a metà primavera e poi avremo tutta l'estate per trovare
quello che cerchiamo...»
Ci fu un momento di silenzio in cui Velixia credette di sentire il padre
avvicinarsi alla porta. Lei non riusciva a muovere neanche un muscolo.
Era la fine, pensò, ma i passi erano diretti verso il tavolo dei liquori.
Udì distintamente il clangore dei bicchieri di cristallo sul collo della
bottiglia.
«Questo ti scalderà.»
«Grazie, fratello.»
«Evita di chiamarmi "fratello" in questa casa, intesi?»
«Certo Valmir...»
Poi la conversazione diventò relativamente scontata e, complice forse il
liquore, i due si rilassarono parlando di cose da uomini; politica e

319
cavalli. Velixia colse l'occasione per dileguarsi silenziosamente nella
sua stanza. Aveva molto su cui riflettere.
Lo straniero disse di chiamarsi Fhulam e di venire da Veresia, la più
piccola delle dieci città, famosa per le sue spiagge dorate e per il mare
caldo. Quella sera a cena si presentò a Velixia e fece del suo meglio per
dimostrarsi gentile, ma la ragazza, esibendo sempre il sorriso, non
abbassò mai la guardia. Spiegò che insieme a Valmir avevano condotto
alcuni studi nell'osservatorio della capitale Tyria, e che si conoscevano
praticamente dai tempi della scuola. Velixia finse di essere molto presa
dallo studio e si ritirò presto nella sua stanza. Quell'uomo non le
piaceva e una voce interiore le sussurrava che suo padre era invischiato
insieme a lui in qualcosa di illegale e pericoloso. Aveva pensato di
parlarne al padre, ma si era subito resa conto che sarebbe stato inutile.
Lui, se le nascondeva qualcosa di grave, le avrebbe mentito e poi
l'avrebbe distratta con nuovi esercizi per prepararsi all'esame.
La neve cadde insistentemente per cinque giorni ricoprendo ogni cosa.
Alla rocca lavoravano due servitori che erano abituati a gestire una
situazione estrema come quella. Nella cantina si conservavano i viveri e
la stalla era piena di fieno per i cavalli e di legna da ardere.
Imprigionata in un limbo candido, la giovane Astromante contò i giorni
domandandosi che cosa avrebbe fatto una volta che la tempesta fosse
passata. Le strade che portavano al villaggio venivano sgombrate dai
contadini, ma dopo una nevicata come quella potevano anche decidere
di lasciar perdere e aspettare il disgelo. Questo poteva significare essere
costretta a rimanersene alla rocca per altri due mesi, probabilmente
insieme a quello straniero. Ma il sesto giorno il sole uscì fuori e la
temperatura si alzò. Fulham si disse pronto a partire, salutò il padre con
un abbraccio e lei con un sorriso di cui avrebbe fatto anche a meno.
«Con la neve che è caduta ti ci vorrà l'intera giornata per arrivare al
rifugio del villaggio. Fai attenzione» si preoccupò Valmir.
«Nessun problema, questo è un cavallo del nord, nato sulle montagne
dei Tundri oltre la Breccia. Mi è costato una follia, ma sulla neve sa il
fatto suo» rispose l'uomo, prima di voltarsi e partire. Velixia alzò lo
sguardo verso il cielo limpido, abbagliata dal riflesso di tutta quella
neve. Sorrise, mentre il cavallo dello straniero si allontanava dalla

320
rocca, lasciando una scia di profonde impronte. Nessuna traccia di
nuvole. Sapeva che cosa avrebbe fatto quella sera.
Si avvolse nella pelliccia d'orso che le aveva regalato suo padre, afferrò
le carte e il telescopio ed uscì nellanotte silenziosa e ammantata di neve.
La luna era solo a metà, ma il suo riflesso sulle candide pareti delle
montagne illuminava a giorno la valle. Non era la condizione ottimale
per osservare il cielo ma Velixia non poteva permettersi di attendere
un'altra notte chiara. Si arrampicò lentamente su un promontorio
facendo attenzione a non scivolare. La neve incominciava a ghiacciarsi
perché la notte la temperatura scendeva abbondantemente sotto lo zero.
Raggiunta la parte più alta del dosso piazzò a terra il telescopio e lo
rivolse senza esitazione verso la costellazione del Drago, ben visibile
sopra i picchi delle montagne. Dentro quel piccolo reticolato di stelle vi
era una galassia molto particolare. Nel vecchio mondo era conosciuta
con il nome di Markarian, ma gli Astromanti delle dieci città la
chiamavano semplicemente "La Messaggera".
Invisibile con i normali telescopi, la galassia poteva essere rivelata solo
attraverso un complesso di lenti magiche. Velixia quella sera aveva
chiesto la padre se poteva usare il suo telescopio per un esperimento e
lui glielo aveva concesso di buon grado. La Messaggera nascondeva
uno dei più potenti buchi neri dell'universo conosciuto. Usando le
parole di un complicato incantesimo l'Astromante poteva legare al canto
della galassia un messaggio che si sarebbe rivelato poi in sogno al
destinatario. Velixia non aveva mai provato quell'incantesimo ma ne
conosceva le parole. Grazie al telescopio magico del padre non le ci
volle molto per intercettare il canto di Markarian. Formulò le immagini
del sogno attraverso poche e semplici parole e le lasciò libere
nell'universo. Avrebbero disturbato il sonno di Connor, giovane
Astromante della città di Nuedra e unico vero amico di Velixia.

L'inverno, quello vero, arrivò pochi giorni dopo. Per sei settimane
Velixia rimase bloccata alla rocca insieme a suo padre, in attesa di un
sogno rivelatore o di un messaggio di qualsiasi entità che le avrebbe
chiarito i suoi dubbi. Connor aveva un anno più di lei ed era stato
nominato Astromante a tutti gli effetti la passata primavera. Era un

321
ragazzo di cui si era fidata fin da subito, ma sfortunatamente aveva
potuto frequentarlo solo durante le sporadiche visite di suo padre alla
scuola di Nuedra. Più volte si era dimostrato disponibile per qualsiasi
problema, e di sicuro ne sapeva più lui del mondo che una ragazzina
prigioniera di una rocca alle pendici delle montagne del nord.
Il sogno che gli aveva mandato attraverso "La Messaggera" era
composto da alcune immagini prese da suoi ricordi di Fulham,
mescolate alle frase che aveva sentito quel giorno orecchiando alla
porta dello studio di suo padre. Le sue decisioni erano motivate da un
genuino interesse per il genitore e da una strana sensazione che non
riusciva ad abbandonarla. Nonostante tutto voleva bene al suo vecchio,
e l'ultima cosa che desiderava era metterlo in pericolo. Ma quando dieci
uomini ammantati di stelle si presentarono alla rocca, in un mattino
velato dalla bruma, temette di aver fatto una cosa terribile. Lasciò di
corsa la sua stanza chiamando con voce isterica il padre. Lo trovò
davanti al portone spalancato della rocca, impavido davanti ai maghi
più potenti delle Dieci Città.
«Valmir, come hai potuto...» disse uno di loro. Il pianto le salì agli
occhi. Seppe in quell'istante di aver richiamato la sciagura sulla testa del
padre. Ignara del motivo, trafitta da un senso di colpa insopportabile,
Velixia si accasciò sul freddo pavimento dell'ingresso e attese.
«Andatevene via da qui!» urlò Valmir, immobile come una statua di
marmo sulla soglia della sua dimora.
«Lo sai che non possiamo...» era stata un'altra voce a parlare. Velixia la
riconobbe, era quella del maestro Numi, forse il più talentato dei
giovani Astromanti.
«Come hai potuto diventare uno di loro...» continuò la prima voce. A
quelle parole la ragazza ebbe un sussultò. Il puzzle si ricompose nella
sua testa rivelandole la verità, una verità che nonostante adesso
riuscisse a vedere in tutto il suo orrore, non era capace di ammettere.
Compose mentalmente la frase "mio padre è un Entropico", ma rimase
indifferente. Non poteva crederci. Non riusciva a crederci.
«Sciocchi!» gridò Valmir. «Secoli di studio e ancora non riuscite a
vedere. Prigionieri di false credenze, incapaci di ammettere le proprie
fallacie. L'universo che si ripete non ha motivo di esistere. Come è

322
possibile che non riusciate a vederlo...»
Erano i soliti farnetichii dei preti Entropici di cui Velixia aveva letto nei
suoi libri. Sentire quelle parole provenire dalla bocca di suo padre, che
per anni le aveva insegnato la disciplina degli Astromanti, le sembrò un
scherzo della natura, come quando a volte in inverno fioriscono i ciliegi
per colpa di un vento caldo. Tutta la scena aveva un che di surreale. Lei
ancora seduta sul pavimento, suo padre fuori di sé a decantare i versi di
un'assurda religione a un gruppo di uomini ammantati e avvolti dalla
nebbia.
«Basta adesso, Valmir. Lo sai cosa ti aspetta. Se collaborerai ti sarà
risparmiata la vita. Adesso devi seguirci...»
«Andatevene, ripeto. E non tornate più qui» fu la risposta del padrone
della rocca. Poi sbatacchiò con forza il portone richiamando il silenzio
tra le ombre dell'ingresso. In quell'istante si rese conto che sua figlia lo
stava guardando. Forse furono le ombre oppure gli occhi pieni di
lacrime della fanciulla, ma qualcosa nell'uomo si risvegliò. Il ricordo
della moglie, perita nel dare alla luce quel frutto. Gli anni passati a
guardarla crescere e ad insegnarle tutto ciò che sapeva, e forse anche le
speranze nelle quali lui non credeva più.
«Velixia, tesoro...» le sussurrò.
«Perdonami padre, io non credevo...»
Gli occhi dell'uomo divennero due fessure cariche d'odio. In quel
momento capì tutto, ma poi qualcosa si adagiò sul suo cuore.
«Non preoccuparti. È giusto che sia così...» la rassicurò lui. Poi si alzò
in piedi ed riaprì il portone.
«Mia figlia... i due servitori... saranno pronti tra poco...»
«Che cosa vuoi dire, padre?» protestò Velixia. Ma la decisione era stata
presa.
Scossa dal tremito e dal pianto, la giovane maga percorse aggrappata al
suo cavallo il viottolo ricoperto di neve che dalla rocca immetteva nella
strada per il villaggio. Le severe figure dei dieci Astromanti che erano
venuti per suo padre la precedevano. Si fermarono nel punto in cui
incominciava la strada. Rimasero lì, in attesa dell'evento che era sul
punto di compiersi.
«Perché?» singhiozzò la ragazza. Fu Numi a risponderle.

323
«Gli Entropici credono nell'annichilamento. Tuo padre si è votato alla
loro causa e una volta imboccata quella strada non si torna mai
indietro...»
«Che cosa cercano oltre le montagne?»
«La Costellazione Sfuggente... un mito. Alcuni dicono che si possa
vedere solo nel nord più estremo. Se dovessero trovarla potrebbero
attingere ad un potere nuovo, forte al punto di sgominarci e derubarci
delle nostre conoscenze. Ma non temere, è solo una leggenda...»
Velixia percepì l'inganno in quelle parole e si chiese perché un
Astromante potesse mentire ad un altro. Era ancora giovane e poco
sapeva degli affari del grande mondo. Tornò a guardare la rocca, afflitta
da nuovi singhiozzi. Le pareti di roccia della casa di suo padre
tremolarono per un istante. Poi udì un sordo boato e il rumore di un
risucchio che le fece serrare gli occhi. Quando li riaprì la rocca non
c'era più.

VI) Atto III (20 Episodi di 101 Parole)

I. ESILIO

«Cosa facciamo adesso?» domandò Rudor al maestro Tielsin.


«È giunto il tempo di risanare la terra. Dobbiamo andarcene» rispose
l’astromante.
«Tielsin ha ragione. Gli uomini non hanno più bisogno di noi…»
aggiunse Alia.
Il giovane Kido, nonostante il tradimento, piangeva accanto al cadavere
del padre.
«Questa torre ospiterà i nostri corpi, mentre gli spiriti alloggeranno
presso la nebulosa dell’Aquila. Rudor, radunerà gli altri astromanti e
Kido rimarrà a vegliare le nostre spoglie mortali.»
«Io?» domandò il ragazzo tra i singhiozzi.
«Sei il più giovane e hai dimostrato di avere molto più giudizio di tuo
padre. Si, tu rimarrai qui ad osservare.»

324
II. YILEIT

Yileit respirava piano. Sentiva il vuoto attorno al suo corpo. Protese la


parte eterea di se stessa dentro quel nulla assordante.
«Lo avverti, adesso?» domandò il vecchio.
«Si… è l’Inizio…» rispose lei, dentro il sogno.
Le mani nodose del maestro centenario lasciarono la presa sulle tempie
dell’adepta. La ragazza aprì gli occhi.
«Sei pronta, Yileit. Ora finalmente potrò incontrare l’Abisso…»
«Ma maestro…» provò a dire lei.
«No. Lasciami solo. Vá, adesso! Porta la parola del cambiamento.
Lasciami morire felice…»
Yileit accarezzò i capelli bianchi del maestro, poi uscì dal tempio degli
Entropici, l’ultimo rimasto.
Il nuovo Inizio era la Fine, pensò.

III. ANIME VUOTE NEL TEMPIO DELL’ABBONDANZA

Erano passati settant’anni dall’avvento di Adú, il dio del fuoco, e più di


un secolo dall’ultima guerra contro gli Entropici. Le dieci città
prosperavano come mai era accaduto. Lontani erano i giorni in cui gli
Astromanti vegliavano le rocche e i palazzi dei principi, e la minaccia
del Grande Collasso aleggiava come un ombra sul cuore di ogni uomo.
Adesso la magia era quasi una leggenda nelle terre dal Grande Mare
alla Breccia. Eppure gli uomini, che vivevano in leggerezza e in
abbondanza, si sentivano insoddisfatti, come se la pace tanto desiderata
avesse svuotato i loro animi trasfigurando il loro destino.

IV. IL TEMPIO DEL DIO FASULLO

Yileit si avvicinò al tempio del dio fasullo. I fedeli erano prostrati sui
gradini che portavano alla grande effige marmorea, un uccello dalla
testa di lupo. Alcuni di loro mormorarono quando lei li oltrepassò,
prendendo posto vicino alla statua. Non era permesso toccarla…
«Donna, come osi?» gridò qualcuno. Ma Yileit ignorò quelle parole e

325
allungò la mano verso il muso del simulacro. Un suono simile ad un
risucchio precedette l’incantamento. La statua scomparve come se fosse
stata inghiottita dall’aria.
«Ecco quanto vale il vostro dio!» disse Yileit. Poi parlò loro di Entropia
e dell’universo oltre il velo.

V. LA VEGLIA

Numi osservava il deserto dalla torre che era appartenuta al padre, in un


tempo remoto di cui ricordava appena. Aveva trascorso una vita in
solitudine, a guardia dei corpi dei maestri, solamente per espiare le
colpe del genitore. Forse non era stato giusto, ma era quello che si era
sentito di fare, ed era sicuro che se avesse potuto tornare indietro
avrebbe fatto la medesima scelta. Aveva un solo rammarico, non essere
riuscito a lasciare un erede per portare avanti la veglia. Doveva
richiamare il maestro Tielsin, la cui anima dimorava da settant’anni nel
cosmo. Poi anche lui avrebbe finalmente dormito…

VI. IL RISVEGLIO

«Numi, quanto tempo è passato?»


«Settant’anni…»
«Hai vegliato sui nostri corpi tutto questo tempo? Perché? Avresti
potuto chiamarci prima.»
«Maestro, sono in pace con la mia scelta…»
«Capisco…»
«Non so quanto tempo ancora mi rimane. Sento che le forze mi stanno
per abbandonare. Per questo motivo vi ho richiamato.»
«Certo.» Tielsin cercò negli occhi umidi di quel vecchio lo sguardo del
ragazzo che aveva lasciato a custodire la torre. Il sonno degli astromanti
aveva alterato la sua percezione del tempo. Si sentiva come se avesse
dormito solo qualche ora.
«Ci sono novità dal mondo?»
«Domani verranno i nomadi a portare notizie.»

326
VII. NOTIZIE DAL MONDO

Giunsero i nomadi con i cammelli e le tende multicolori. Si


accamparono sotto una duna di sabbia, a un tiro di sasso dalla torre.
Uno di loro, bruno e coi capelli raccolti, chiese di poter utilizzare
l’acqua del pozzo.
«Quali notizie porti dal mondo?» domandò Tielsin.
«È stata una buona annata per i villaggi» rispose il nomade mentre
riempiva alcune bisacce.
«E le dieci città?»
L’uomo bruno si fermò e guardò il cielo.
«Nessuna notizia…»
«Ma…» lo incoraggiò l’Astromante.
«Tra di noi vive una Sognatrice. Da mesi percepisce il malcontento…
La gente laggiù non è felice.» Poi tornò sui suoi passi.

VIII. RITORNO AD OVEST

Alia, Rudor e Tielsin salutarono con un lungo e commovente abbraccio


il compagno Kido, troppo vecchio per seguirli, e ripercorsero a ritroso
la strada che avevano fatto insieme settant’anni prima. Non vi era più
traccia del passaggio dell’orda di Adù e la natura, complice il tempo
taumaturgo, aveva ripreso possesso del territorio.
I tre Astromanti, probabilmente gli ultimi conoscitori dei segreti del
cosmo, viaggiarono per settimane attraverso il deserto, le paludi, la
foresta, fino ai villaggi sotto l’imponente catena montuosa che veniva
chiamata La Breccia. Più oltre vi erano le dieci città, eredità di una
civiltà perduta ma non ancora distrutta.

IX. TYRIA

Tyria non era cambiata, almeno nell’aspetto. La capitale delle dieci


città, con le sue torri, i suoi palazzi e il grande osservatorio la cui cupola
era visibile fin dai pendii orientali, scintillava dei riflessi del sole

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spuntato d’improvviso dopo un giorno di pioggia torrenziale. I tre
Astromanti entrarono nella prima locanda per un boccone ed un
boccale, e per poter asciugare le vesti impregnate d’acqua. Alcuni
avventori guardarono di sbieco le tuniche ricamate di stelle e qualcuno
non nascose il suo disappunto.
«…eppure si diceva che erano tutti morti…»
«…non ci si può fidare di quei fattucchieri…»
«…sono tornati i guai…»

X. PENSIERI AL COSPETTO DELLA GALASSIA

I tre Astromanti osservavano il cielo rapiti, poco fuori le mura di Tyria.


La Via Lattea si mostrava ai loro occhi in tutto il suo splendore.
«Cosa credi che sia successo? Perché la gente è così distante?»
domandò Alia al maestro Tielsin.
«Sembra che siano tutti nervosi e inappagati…» aggiunse Rudor.
«Non saprei, ma temo che le vecchie idee degli Entropici potrebbero
mettere facilmente radici in un terreno così fertile…» sospirò Tielsin.
«Ma gli Entropici sono stati sconfitti, no?»
«Si, Alia… ma le loro idee vivranno sempre tra gli uomini…»
«Allora che facciamo?» domandò Rudor.
«Aspettiamo…»
Nel cielo cadde una stella.

XI. L’ENTRATA DI YILEIT NELLA CAPITALE

Le parole di Yileit anticiparono la sua entrata nella capitale. Arrivò su


una carrozza nera trainata da dodici cavalli corvini, e nere erano pure le
guardie al suo cospetto. Il re di Tyria le venne incontro con il capo
chino e il popolo circondò il suo carro. Per omaggiarla pianse
trasportato da una tristezza contagiosa, un abisso tiepido in cui
rovesciare la propria anima. I tre Astromanti videro tutto ciò nascosti tra
la folla sofferente e seppero che una nuova guerra contro gli Entropici
era incominciata. Questa volta non si sarebbe combattuta con la magia,
ma con la forza delle idee.

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XII. LA MALEDIZIONE DELL’UOMO

Yileit non si diceva un Entropica, perché tra la gente era ancora vivo il
ricordo delle tre guerre. Professava la religione dell’Abbandono e
venerava il dio Oblio. Le parole potevano cambiare ma Tielsin sapeva
che il fine era sempre quello; l’annientamento.
«Perché gli uomini sono così affascinati dall’oblio?» domandò Rudor al
maestro.
«Sono prigionieri della loro mobilità. Sono convinti di sentire il bisogno
di cercare sempre qualcosa di nuovo, e quando si possiede tutto il
desiderio più grande diventa il non avere più niente.» La voce di Tielsin
suonava affranta e stanca.
«Ed è sempre stato così, maestro?»
«Sempre, figliolo… sempre!»

XIII. LA CADUTA

«Qui non c’è più niente che possiamo fare» ammise mestamente
maestro Tielsin. I suoi due compagni lo guardarono sbigottiti.
«Che cosa significa, maestro?» domandò Alia.
«Avete visto i volti della gente, i loro sguardi infossati, la loro pelle
appassita. Si stanno lasciando morire… Non abbiamo niente contro cui
combattere. Uccidendo Yileit velocizzeremmo solo il corso degli
eventi. Il virus che lei ha iniettato è ormai in circolo. L’unica cosa che
possiamo fare è preparare i villaggi…»
«Ma questo significa che le dieci città cadranno…»
Tielsin guardò negl’occhi della donna, colmi di un dolore profondo.
«Alia, le dieci città sono già cadute…»

XIV. BRUCIANO LE DIECI CITTÁ

Scie di pellegrini lasciavano le grandi città ed i paesi dal grande mare


alla Breccia. Erano i sopravvissuti alle fiamme da loro stessi appiccate
ed i prescelti per portare la parola della sacerdotessa Yileit. Lentamente

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queste silenziose processioni di anime tristi avanzavano in direzione
delle montagne. Alia, Rudor e Tielsin ne potevano distinguere due in
lontananza, mentre attraversavano il passo settentrionale della Breccia.
«Che cosa vogliono?» domandò Alia al grande maestro.
«Ciò che hanno sempre voluto; il Grande Collasso…»
«Ma come potrebbe essere?»
«Muoviamoci» intimò Tielsin, «vi spiegherò tutto mentre
camminiamo».
Il canto funebre delle dieci città si alzò dalle pianure.

XV. L’UNIVERSO IMMOBILE

“Secondo le scritture dei Profeti Astromanti, ogni evento che accade nel
nostro universo fa parte di un disegno circolare. Ecco perché tutto,
prima o poi, ritorna. Alterando le fondamenta su cui si basa la stessa
esistenza del cosmo, è possibile stabilizzare questo universo. Dalla
circolarità all’immobilità.
Per innescare questa rivoluzione bisognerebbe che molti maghi
richiamassero un potere tale da distruggere l’intero sistema solare.
Questo incantesimo è chiamato il Vibrato.
La magia è un modo, ma ne esiste un altro. Se la maggioranza degli
uomini fosse disposta ad accettare l’annientamento dello schema
ciclico, il processo di rimodellamento dell’universo avverrebbe in modo
naturale…”

XVI. LA PROFEZIA DI GRASIAN IL FOLLE

“Durante l’ultima guerra, quella che avrebbe spazzato via una volta per
tutte l’umanità, non si sarebbe versata neanche una goccia di sangue.”
Così un pazzo profeta, un folle Astromante e poi Entropico ripudiato,
aveva scritto nelle sue memorie. Il suo nome era Grasian e morì
solitario nel deserto, lontano dagli affari del mondo magico. Nei suoi
studi presso l’osservatorio di Tyria, dopo gli insegnamenti del maestro
Braman, Tielsin venne a conoscenza di questa profezia, ritenuta sciocca
ed inverosimile. Eppure il mago ne era rimasto da sempre affascinato.

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Ora, mentre gli uomini si lasciavano morire davanti ai suoi occhi,
capiva finalmente perché.

XVII. IL TUONO

Il contadino abbracciava il figlio e la sua donna, con le spalle rivolte


alla fattoria e lo sguardo sui campi lasciati a maggese. Singhiozzavano
teneramente, stringendosi formando un intreccio organico di pelle ed
ossa, tre ombre di un mondo in declino.
«Cosa li hai detto?» domandò Tielsin.
«Di coltivare… ma non ne hanno voluto sapere.» Gli occhi di Alia
erano stanchi ed arrossati.
Un tuono percorse il cielo privo di nuvole.
«Che succede?» chiese Rudor.
Tielsin guardò in su ma non rispose. Si rimise in cammino verso gli altri
villaggi, avvolto nel suo mantello le cui stelle sembravano essersi ormai
offuscate.

XVIII. L’ABBANDONO

Le parole non avevano più potere ormai. La fine era prossima. Tielsin,
Alia e Rudor ripercorsero di nuovo la strada verso il deserto.
Incrociarono i nomadi la cui carovana era stata decimata
dall’Abbandono. Ormai tutti lo chiamavano così. Chi non riusciva a
lasciarsi morire era visto come un debole, indegno del cambiamento in
corso. La viltà poteva rivelarsi il miglior antidoto contro il virus
insinuato da Yileit.
Finalmente la torre apparve tra i giochi di luce delle dune. Kido sedeva
vicino all’entrata, con gli occhi chiusi e le braccia consorte.
«Perché siete tornati?» domandò.
«Perché non c’è più nulla da fare…»

XIX. IL DONO DI YILEIT

Nel cielo sopra il deserto rimbombava ininterrottamente il tuono. Gli

331
Astromanti sapevano che quella era la canzone che preannunciava il
Grande Collasso.
Nella luce dorata di mezzogiorno apparve in lontananza una figura
minuta, ammantata di nero. Tielsin seppe nel momento stesso in cui la
vide che si trattava di Yileit. Le andò incontro accecato dall’odio.
«Poco importa a questo punto, ma almeno mi prenderò la soddisfazione
di ucciderti…» le disse, richiamando le meteore.
Lei lo guardò con occhi antichi.
«È per questo che sono qui, per donarti la mia vita…»
Le meteore esplosero lontano dalla donna.
Tielsin cadde in ginocchio piangendo.

XX. UNA STORIA SENZA TEMPO

«Dove andremo?» domandò l’Astromante.


«Da nessuna parte…» sussurrò Yileit. La sua voce era serena e triste.
«E le anime in attesa?»
«Insieme a noi…»
«Ma se…»
«Tielsin, Alia, Rudor, Kido, guardatemi. Questa non è la fine, ma non è
neanche l’inizio come lo abbiamo sempre pensato. È qualcosa di nuovo,
inafferrabile. Provate ad immaginare una storia senza tempo…»
«Una storia senza tempo?»
«Si. Tutto sarà semplicemente, e basta.»
«L’Universo Immobile… Ma come può esistere qualcosa al di fuori del
tempo?»
«Noi siamo eterni, ricordatevelo. Non apparteniamo a alla ciclicità degli
eventi. Siamo, tutto qui…»
Poi il tuono coprì le loro voci.

VII) Il Viaggio di Grasian

Gli allievi lo trovarono nella stanza a cupola dell'osservatorio, riverso


sul freddo pavimento e febbricitante. Nel cadere aveva provato ad

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aggrapparsi all'enorme telescopio, il più grande di Tyria e delle Dieci
Città, spostandone involontariamente la traiettoria. Nessuno riuscì mai a
ritrovare quel minuscolo angolo di cielo che aveva mormorato la
profezia all'Astromante, ammalandogli il copro e deturpandogli la
mente. Per questo motivo gli alti maghi di Tyria preferirono chiamarlo
"pazzo" che ascoltare quello che aveva da raccontare. Il suo nome era
Grasian "il veggente", ma da quel giorno tutti lo iniziarono a chiamare
Grasian "il folle".
Passate le febbri l'uomo cercò di raccontare agli altri Astromanti che
cosa aveva scoperto: il disegno di alcuni astri lontani, lo spettro delle
loro luci, ma soprattutto la musica che questi diffondevano nel cosmo,
indicavano una nuova profezia, la più meravigliosamente nefasta che si
fosse mai sentita. Ma le sue teorie sembravano abbracciare le ideologie
degli Entropici. Gli alti Astromanti non lo dissero apertamente, ma
Grasian capì che se avesse continuato a credere a tale profezia, non
avrebbe potuto continuare ad indossare il mantello stellato. Per due
mesi trascorse le notti attaccato al telescopio, nella speranza di ritrovare
quel frammento di volta celeste che gli aveva sussurrato l'annuncio, un
compito pari a quello di recuperare il famoso ago nel pagliaio.
Miliardi di stelle e miliardi di altri oggetti di luce, ognuno con la sua
canzone, con il suo messaggio, tasselli di uno sterminato mosaico che
gli uomini chiamavano universo. Grasian lasciò Tyria e viaggiò verso
nord. Parlò agli Entropici nel loro tempio, ma non lo ascoltarono. Era
dalla loro parte, tuttavia non credeva nell'incantesimo del Vibrato. Il
cambiamento che essi auspicavano non doveva essere forzato dalla
magia, ma dalla ragione. Nessuno di quei maghi che gli Astromanti
chiamavano "corrotti" prestò attenzione alle sue parole. Essi si stavano
preparando alla prima guerra per conquistare i segreti delle Dieci Città e
nessuna profezia li avrebbe fermati.
Afflitto per l'accoglienza riserbata alle sue idee, che altro non erano che
il risultato di un'attenta lettura degli astri, Grasian viaggiò verso est e
oltrepassò le montagne, lasciandosi alle spalle le Dieci Città e le
faccende di Entropici ed Astromanti. La sua profezia giaceva da
qualche parte nella biblioteca di Tyria e forse qualcuno un giorno
l'avrebbe letta e soprattutto ascoltata. O forse quel giorno non sarebbe

333
mai arrivato. Anche se un tempo lo chiamavano "il veggente", erano
molte le cose che non riusciva a prevedere.
Sostò presso i villaggi per quasi un anno. La semplice esistenza di
quella gente gli fece tornare la voglia di vivere, godendo dei piaceri
primari, il buon mangiare e lo stare in compagnia. Erano cose che il
popolo delle Dieci Città si era da tempo dimenticato, traviato da un
ambizione materiale che ricordava il vecchio mondo.
Eppure le vecchie storie avrebbero dovuto insegnare qualcosa a quegli
uomini che erano i diretti discendenti di una civiltà autodistruttiva.
Invece sembrava che sulle navi che avevano fatto rotta verso quelle
terre, in tempi antecedenti alla fondazione delle Dieci Città, i profughi
del vecchio mondo avessero caricato insieme agli effetti personali
anche la loro maledizione. Solo qualcuno decise di rifiutare il vecchio
modello di società. Quegl'uomini varcarono i monti e si stabilirono su
quelle stesse piane in cui sorgevano i villaggi, gente semplice in
armonia con la terra. Grasian visse covando il suo segreto. Non poteva
rivelare a quei contadini il destino che incombeva anche su di loro,
proprio loro che sembravano aver trovato l'equilibrio giusto per vivere
la ciclicità. Eppure non sarebbe bastato...
Era evidente lo sforzo che dovevano sopportare, specialmente quando
questa ciclicità falliva. Tempeste distruttive in primavera e autunno,
gelate improvvise d'inverno e aride settimane in estate. La ruota
continuava a girare ma nessuno poteva prevedere le pietre e le buche
lungo il percorso. Chi tra quella gente che tirava avanti insieme alla
ruota poteva davvero sentirsi in equilibrio con il tutto?
Grasian lasciò i villaggi e si immerse nelle fitte foreste in cui si diceva
dimorassero gli antichi spiriti della natura, i figli di Karia e di Om,
Terra e Acqua. Furono loro a scacciare i Laviani, gli esseri di fuoco che
dominavano il pianeta in tempi antichi, quando il sole era giovane e la
pietra liquida fuoriusciva in larghi fiumi da una terra scura disseminata
di crateri. Una vecchia leggenda diceva che uno di quegli spiriti di lava,
il più distruttivo di tutti, dormiva sotto il grande vulcano in attesa del
risveglio. Se questo risveglio fosse arrivato, egli avrebbe lasciato scie di
fuoco dietro di se e reclamato ciò che era suo di diritto.
Grasian osservò la foresta e rimase incantato dall'esempio più limpido

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di ciclicità; le leggi della natura. Solitario vagò per la selva attraverso le
quattro stagioni, osservando gli alberi germogliare, mettere frutti e poi
appassire con le piogge autunnali. Vide i movimenti armonici degli
abitanti del bosco, seguì con gli occhi i sentieri dei cinghiali, i raduni
dei cervi presso i ruscelli, i rituali degli uccelli e degli scoiattoli.
Tutto aveva un senso, ma solo perché la mente dell'uomo era abituata
ad attribuirne uno. Poteva davvero esistere un universo oltre la ciclicità,
una vita senza il tempo, un stato immobile in cui tutto semplicemente è
e niente si trasforma?
Dopo dodici mesi trascorsi nella foresta uno dei figli di Karia e di Om
decise di rivelarsi al mago. Prese la forma di una roccia muscosa. La
luce del sole filtrata dagli alberi vi ci batteva sopra. Il soffice tappeto
verde che lo ricopriva iniziò a scintillare in maniera innaturale. Grasian
rimase immobile davanti alla visione, dubitando di aver perso il
cervello. Forse avevano ragione a chiamarlo "il folle"...
«Che cosa ci fai qui?» domandò la pietra che era uno degli alti spiriti
della foresta.
«Non lo so...» rispose il mago, ed era sincero. Per la prima volta si era
reso conto di non sapere che cosa stava cercando.
«Noi sentiamo il turbamento che ti abita. Ti abbiamo osservato per un
anno. Hai preso da noi quello che ti serviva, in armonia con gli abitanti
del bosco. La tua permanenza non ci nuoce, eppure la foresta è inquieta.
Ti chiediamo di andartene...»
E così Grasian lasciò l'antica foresta e viaggiò verso il deserto. Appena
scorse quella sconfinata distesa fatta di dune e di rocce rosse, delimitata
da un orizzonte perduto nell'indaco, capì di essere giunto nel luogo delle
risposte. Se la foresta rappresentava la ciclicità, il deserto era la stasi.
Non ci è detto quanto durò la sua vita nel deserto, ma alcuni nomadi
raccontavano di un vecchio dal volto raggrinzito che si aggirava con un
bastone ed un turbante in testa, ed i suoi occhi lo facevano più antico di
qualsiasi altro uomo. La leggenda dell'eremita perdurò anche dopo la
seconda guerra degli Entropici, e alcuni dicevano che quell'uomo
doveva avere quasi duecento anni. Eppure nessuno conobbe mai la sua
identità. La profezia di Grasian rimase nascosta in un vecchio tomo
sullo scaffale più alto della biblioteca di Tyria. Pochi la lessero e solo

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uno vi prestò fede. Il suo nome non è ricordato, tuttavia in questo libro
appare di sfuggita. È lui che sussurra ad Yiliet il segreto del
cambiamento, nel silenzio assordante dell'ultimo tempio degli
Entropici, ed è proprio lui che mette in moto l'ultima definitiva guerra,
quella dell'oblio.

LA BALLATA DEGLI ENTROPICI

Luce e candore per i tuoi occhi


Che osservano rapiti lassù
Velati sono i miei vecchi
Che sanno qualcosa di più
La storia che si ripete
Per tutte le anime quiete.

Ti narrerò stanotte
La favola dell'oblio
Niente torna dalla morte
Neanche il perdono di dio
Viviamo in un mondo sbagliato
Il tempo ci ha sempre ingannato.

Mio piccolo non disperare


Verranno nuove canzoni
Intonale per dipanare
Il velo delle emozioni
La paura dell'abbandono
Il bisogno del perdono.

Tutto morirà nel rinascere


Ma questa volta sarà diverso
La canzone potrà accendere
Le luci di un nuovo universo
In cui tutto è e niente si trasforma
Il sogno è la realtà e la realtà è la norma.

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Adesso anche le stelle
Se ne vanno a dormire
Bisbigliano, curiose e belle
Che la storia deve finire
Chiudi i tuoi occhi allora
Il finale lo svelerà l'aurora.

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Finito di pubblicare nel maggio 2011

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EDIZIONI WILLOWORLD

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