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PAROLE A PORTATA DI VOLO


Quelli di Rivoluzione Creativa

A cura di GM Willo

http://rivoluzionecreativa.ning.com

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EDIZIONI WILLOWORLD

www.edizioniwilloworld.co.nr/

Tutto il materiale originale di questo libro


è sotto il "Creative Commons License".

This work is licensed under a


Creative Commons Attribution 2.5 Italy License.

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INTRODUZIONE

Questo libricino raccoglie gli interventi di prosa e poesia apparsi


sulle pagine di www.willoworld.net e Rivoluzione Creativa
dall'agosto 2009 ad oggi. Gli autori che partecipano alla
community on-line Rivoluzione Creativa si riconoscono tutti nella
filosofia copyleft e si avvalgono della licenza Creative Commons.
Le opere contenute in questo testo sono perciò riproducibili
liberamente, anche singolarmente, basta se ne citi la fonte,
l'autore e non lo si faccia mai a scopo di lucro.
Il libro è suddiviso in quattro parti. La prima è dedicata agli
episodi singoli di poesia e prosa dei vari autori ed è composta da
sessanta interventi. La seconda parte è “Caramella”, un'affilata
e passionale storia d'amore composta dall'autore “Mastro
Tensione”. La terza parte raccoglie alcuni miei interventi di
narrazione e riflessione che ho simpaticamente battezzato col
nome di “Piccole Letture con Carne di Cuore Tritata”. L'ultima
parte invece è la testimonianza di un piccolo gioco di
composizione creativa tenutosi sulle pagine della community da
un'idea di Dario de Giacomo. Si chiamano “Tautogrammi” e
sono delle piccole liriche dove ogni parola incomincia per la
medesima lettera alfabetica.
La community Rivoluzione Creativa è aperta a tutti, basta
registrarsi al sito http://rivoluzionecreativa.ning.com/. Si
organizzano progetti di composizione, si pubblicano e-books e
libri cartacei attraverso la casa editrice virtuale Edizioni
Willoworld (che si appoggia sui servizi di autopubblicazione on-
line), si crea insieme sempre in positività. Questo è il secondo
libro fatto uscire dalla community nei suoi sette mesi di attività e
ne sono in programma almeno altri due da fare uscire prima
della fine di quest'anno.
Ringrazio tutti i partecipanti ed i sostenitori del progetto R.C. e
ringrazio di cuore Giulia Tesoro che ci ha omaggiato di uno dei
suoi lavori per la copertina del libro.

GM Willo – Aprile 2010

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60 POESIE E PENSIERI

"La creatività non ha regole…


altrimenti, che creatività sarebbe!"

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DOLL
di Frost

Bambola
Più illusa di un burattino
Ti credi libera
Perché non hai fili
Ti vesti bene
Hai un tuo portamento
Sei bella
Non c’è dubbio
Sei una bambola
Sorridi sempre
Il mondo é la tua ostrica
Ti vanti con le amiche
Piroetti ridendo
Il sole negli occhi
Un passo falso
Un colpo secco
Hai perso la testa
Ma non te ne duoli
Perché altro non sei
Che una bambola.

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SPERO (da Indietro…)
di Trouble

Io voglio averti nella mia vita.


Spero tu voglia tutta la mia vita, ora.
Ti do le chiavi del mio mondo.
Entra pure se vuoi e vedi nel profondo, vedi.
E so di essere scettico, non lo nego.
Anche se in fondo un po' io ci credo, ma…

Se cerco ti vedo.
Il silenzio corre e io ci spero.
Se senti mi vedi.
L’amore vero è nascosto agli occhi di chi non guarda oltre, mai.

Fisso il tuo sguardo speciale.


Tanto semplice e naturale.
Intenso e pur così reale.
Sostanza dei nostri giorni, opposti.
E adesso!
Ripenso a quei momenti insieme.
Decido che non ti avrei mai perduta,
mai perduta, perché ti voglio troppo.

Manca un pizzico di amore.


Quel poco tanto di timore.
Quell’emozione di chi si tiene stretto, ma…

Se guardo ti vedo.
Il silenzio corre e io ci spero.
Se senti mi vedi.
L’amore vero è nascosto agli occhi di chi non guarda oltre, mai.

Dentro ogni mio pensiero ci sei solo te.


Sei un brivido che corre dentro.

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Dimmi cosa c’è, io son qui per te.
Ho un po' di paura sai.
Voglio fare quei sogni. [nuovi sogni]
E poi svegliarmi ogni volta insieme a te.

Se sogno ti vedo.
Il silenzio corre e io ci spero.
Se senti mi vedi.
L’amore vero è nascosto agli occhi di chi non guarda oltre, mai.

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VIVE CAVITÀ
di sVanna

È dopo,
questo livido uterino riassorbito,dopo
questa pozza secca
di amnios
e mummie asciugate di dolore e le bende
che stringono ancora.
È dopo,
questo uovo vuoto
di guscio incrinato che resta,
come di solcatura,
come di ruga,
come di fulmine sulla pelle.
È dopo
che inaspettato ritorna
vivo dare vita
il giusto pianto
il giusto riso
e la eco li espande
nella cavità accogliente
di un ventre felice.

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LE SPECIE ANIMALI
di Morgendurf

Con la mano destra afferri il coppino e ti trascini fuori da casa,


scaraventandoti là, dove penombre di luci ti attendono.

Lisci il tuo pelo lucido e folto alimentato da pezzi d’età, da porte


sfondate, aperte su mondi ordinati al servizio del comando, dove
le scuse non esistono.

Indossi per l’ennesima volta la tua vita a cipolla.

Ti muovi dentro vicoli e cortili, sgattaiolando negli anfratti,


trafugando ed azzannando ciabatte fruste e consunte, in cui
accucciarti per qualche ora.

Ma, prima di rientrare, marchi il tuo territorio; tracce di bava e di


urina private del tuo DNA, a delimitare le tue proprietà, a sancire
la tua vittoria.

Ti rannicchi esausto nel tuo spazio, una sfera contrassegnata da


lancette, in cui sicuro ti muovi mordendoti la coda come un cane.

Ti aggomitoli, infine, nella tua tana, sgomitolando le tue occhiaie,


sgomitando nella negazione dei tuoi errori.

Acciambellato e sazio delle tue evasioni ti addormenti.

E sogni di ghirigori di amori.

Di spirali di trame fitte.

Di labirinti di trame rotte.

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ANONIMO DILUIRSI NELLA FELICITÁ DI TE
di Dario de Giacomo

Se vivi nascosto da sempre, sognando gli artigli della fiera,


avvertirai il disfarsi di tutti gli attimi di vita,
e nessuna massa montante di parole
arginerà la piena.
Se spii da dietro i vetri,
rapinerai all'umanità tutti i suoi stracci,
il tempo è un inganno,
che è già passato
e non è ancora tempo.
Se intorno c’è sangue e paura,
acquisterai il tuo nome
solo esalando l’anima nella polvere.
Io!
Alito sui vetri per lasciarti messaggi:
Amore semplice,
io ti aspetto qui
Amore senza dolore
non fai male.
Anonimo diluirsi nella tua felicità
alla luce del sole.

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A CUORE APERTO
di Miriam Carnimeo

L’apertura palpita.
Una grossa ferita come occhio si lascia notare,

Da quanto tempo è li?

Ripulita dalle pause da me stessa, e nei brevi momenti di luce.

Verrebbe voglia di coprirla o ricucirla, ma la posizione ed il suo


ricordo hanno reso ormai possibile l’anomala geografia del cuore.

Chiudere gli occhi ma ricordandosi del respiro, del getto fresco di


un bacio, la pressione leggera di una carezza.

Compiere salti nel buio, l’agile anima sollevarsi dagli inganni,


sfumare dal rosso sangue al blu cobalto di un nuovo cielo.

Strapparsi con un taglio preciso dallo ieri per riaprirsi all’oggi,


quello che è stato ormai chiuso, dietro una finestra, dentro una
casa, che odora di un niente dimenticato.

L’amore si scopre un punto di vista, che non chiede contorti


pensieri, giace spoglio, insegna senza avere, ti riempie
nell’ovunque.

Questo corpo così piccolo, diviene cucchiaino per assaggiarne i


sapori,
destinato a riempirsi per poi svuotarsi.

Uno slancio improvviso, magari solo un passo che ignora le


distanze,
si cade ma ondeggiando verso l’incontro con un unico pensiero
che tace.

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Rinasci innamorato senza averlo mai toccato, con la semplice
attenzione di una curiosità mai sazia, sorriderti tra i movimenti
delle mani che sfiorano volubili l’aria che nell’ora soffia,
su un cuore che pur aperto,
non marcisce.

L’amore non è un mistero, ti conserva in un luogo dove la verità


ha solo un giorno,
un punto di vista tra rosso sangue e un pensiero blu cobalto a
guardarti dal cielo.

Si pensa a questo, e il cuore è salvo, l’amore resta e la sola guerra


da fare è quella con se stessi,

sorridendo ancora,

concedendoci un po' di luce,

nel grande buio che trabocca.

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SPIRALE
di Frost

Spirale d’odio
Flusso d’amore
Mi ero perso
Nel labirinto d’inganni
Di una città volante
Destinata a cadere.

Spirale del tempo


Corrente statica
Da solo in un punto
Finalmente ritrovo
Me stesso e lei
Che mi era accanto
Sempre…
…nonostante tutto!

Spirale di morte
Slancio di vita
La mia rinascita
Non cela alcuna rivelazione
La risposta è facile
Prepararsi a riceverla
É lo sforzo più grande.

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SONO SOLO UNA DI PASSAGGIO
di Morgendurf

C’è un pensiero che mi sale e mi assale


ed in esso sprofondo
tento di scansarlo
evitarlo
come fosse nera pozzanghera

cammino anche oggi sul marciapiede a passo lento


sola
lo sguardo basso
abbozzo un sorriso circospetto
quasi mi vergognassi di imitare quella felicità che sempre cerco
che più non ho
che più non trovo

le mani affondate nelle tasche


dita che afferrano quei fili spezzati dalla tua noncuranza
- un tempo provavo a ricucirli, ora non più –

mi ritrovo ad ascoltare un ticchettio


mentre gli occhi trasudano sale
non mi accorgo che è quasi estate
che c’è il sole
- brividi mi scuotono -
e più non mi addormento

non ne sono capace

troppe le distanze e la distanza


per quel muro che inutilmente ho voluto demolire
- vano tentativo di legarmi ad altre corrispondenze –
- affinità, le chiamano -
bagnate dal mio sangue che esce e fuoriesce per caso

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inaspettato ed incontrollato
– la mia unica colpa, il mio solo peccato -
da labbra offerte ed usate
violate ed umiliate
che ora più non parlano

e così penso che sia meglio per me ricominciare a scrivere

non cercherò più il senso delle cose


né quelle pulsazioni che mi terrebbero in vita ogni giorno
– viva –
o quel calore che mi farebbe arrossire

mi sento vinta
anche ieri ho perso
– una volta di troppo –

mi chiudo ancora e per sempre nel mio silenzio


– come perla serrata dentro al guscio –
divento nuovamente presenza muta ed assente
essenza invisibile
malinconica e consapevole di essere solo una di passaggio.

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DI UN CUORE AL CARBONIO,
INCEPPATO DA UN SOLILOQUIO
di sVanna

Qui scontando la pena,


di un sentimento che mi fa da carceriere,
trama forte l’esplosione. Rancori.
Un fremito sinaptico
un istante livido
un contatto. Il ricordo.
La lingua cede,
è una lama dissennata
in preda a fervore. Disegnando arrossa
l’esangue tempo.
L’inganno nell’ombra,
non s’avvistava contorno.
Soltanto
qualche soffio
raggelava
con subdola efferatezza.
Pestava sangue che trema ancora.
Febbre e vendetta.
Ma il cuore
è un cucciolo di lupo,
sopravvivrà.
Nonostante questo cielo infame
gonfio di zelo
che già provvede con aquile e falchi.
Li vedrà scendere a picco,
aggirarsi su di lui
mentre i tuoni
dai loro nidi
urleranno una folgore dietro l’altra.
Sarà fame
sarà guerra.

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Battaglie senza nome né bandiera.
Nel cielo fermo, geometrico terrore.
Resisti cuore,
passerà.
Li vedrai cadere giù
morti,
ad uno
ad uno
belligerando tra loro…
riderai con le iene,
comprendi anche questo.
Conteso
è il rintocco vermiglio,
la forza unica
del tuo slancio iniziale.
Una campana impazzita
che mai stanca
mai doma,
scuote l’alba e la consuma.
Ogni volta un segnale.
Batti, ribatti .
Lasciali fare.
Resisti cuore.
Aspetta giorno aspetta notte
cucciolo di lupo
senza denti né latte,
aspetta giorno
aspetta notte
passerà.
Aspetta giorno
aspetta notte,
batti e ribatti,
batti
e ribatti,
batti
e ribatti…

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DAL GIORNO ALLA NOTTE
di Trouble

Ogni giorno inizia con te


dopo ogni notte sognata
senza spiegarmi il perché
ma ci penserò in giornata…

Mi va di pensar agli attimi


quelli che mi fanno star lì,
sospeso tra terra e paradiso
incantato dal tuo bel sorriso.

Pensieri fra testa e cuscino,


dove t’inseguo con una matita
ti sento, e quando sono vicino
sei via che mi sei sfuggita.

Trepidante di tracciare…
intensi momenti di felicità,
per iniziare a volare…
tra le tue piccole banalità.

Le stelle si faranno spazio


per lasciar posto al tuo volto,
la luna dovrà pagar dazio…
invidiosa di te, ed anche molto.

Ormai la notte sta tornando…


tu sali ancora, ed io scendo,
desidero il sogno più bello…
tu, colei che mi sta leggendo.

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IL VENTO NON URLA
di Dario de Giacomo

Farina bianca di sacco disegna le impronte del vento, fino al


margine del bosco insegna le tracce. Notte, facciate anonime di
notte, sferzate da violenza e grigiore e calcestruzzo, a secchi sul
giorno che muore.
Fatica e dolore, dolore di passi pesanti, impediti da mulini di
vento.
La mia finestra, cerchio di luce sul buio più fitto, è impenetrabile
al vento.

Si spezza contro i mattoni il vento, soffre nei cornicioni, muore


sui davanzali: non entra qui il vento.
C’è troppo spazio pieno qui. Collezioni di cose, vecchie e nuove:
l’elenco della vita.
Questo spazio è troppo pesante, troppo per una folata di vento.
Farfuglio parole sconnesse, che come un braccio disarticolato
pendono lungo il fianco.

La fuori il vento.
Non urla, non ruggisce, il vento soffia soltanto.
Ogni cosa, al contatto, presta la sua voce al vento, ma il vento non
ha voce.
Il vento è tutte le voci che cantano le canzoni del vento: ma il
vento non ha voci, solo tracce.

Le seguirò fino al margine del bosco.


Sarà come smarrire il fiato dopo la corsa, le mani a proteggere i
fianchi, l’ansimo della voce che si perde, spezzata in frammenti,
dentro lo stomaco.
Estenuato al margine del bosco, sento dietro di me la
deflagrazione potente di consonanti rumorose: il rumore dei
mondi di parole che entra in collisione con la sintassi scardinata
dal pensiero.

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Il vento non ha pensieri, solo i soffi scandiscono il ritmo della sua
vita.
Un uomo segue le tracce, per imparare ad essere vento.
Sono solo un uomo, reso folle dalle voci, che prova una
struggente nostalgia del vento.
A volte sosto, assorto come in preghiera, ma non prego mai. Mi
assopisce il margine erboso del bosco, incerto se andare o tornare:
allora rimango immobile, sospeso nelle voci.

Ascolto le voci-Sono Ingannato, tiro fuori la mia voce-Inganno.


Un inganno è la voce, che corrode il midollo. La voce che scorre
sulla pelle, come una carezza, sussurra graffiando a sangue la
schiena, massaggia gli stinchi. Sul margine erboso del bosco la
voce è l’inganno: troppo seducente per l’abbraccio casto dei rami,
irresistibile per un uomo.

Un solo passo, di là.


Coraggio! Occorre coraggio per inarcare la schiena in un passo
che spezza le reni. Un morso che spezza le voci. Coraggio!

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GIARDINO D’INFANZIA
di Frost

Giardino d’infanzia
Infanzia perduta
In oscillazioni convulse
Di un’altalena instabile.

Giorni assolati
Di un’estate innocente
Scivolano via
Nella sabbia e nel vento.

Il cielo greve
L’inverno alle porte
Sul giardino dei giochi
Si depositano gli umori
Del sonno letargico
Morte che non permane
Ma addolora il cuore.

Dov’è quel bimbo


Che elargiva al sole
Sorrisi insensati?

È un uomo adesso
Che ha finito di giocare
L’altalena oscilla
Ma è un triste strumento
Il pendolo di Cronos.

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STORIA D’AMORE E DI FIORI
di Miriam Carnimeo

Ne conosco a miliardi, sono il mio cielo.


Insegnano la verità cruda di una cruda filosofia esistenziale.
Guardi in alto per non morire nel cemento.
La prima storia d’amore è con mio padre.
Vendeva frutta e verdura di giorno, e di notte come una lucciola si
allontanava per pescare.
Lo vedevo svanire nel mare, io l’avrei aspettato ad ogni scandire
d’ora.
A volte, lo vedevo ribaltarsi con il tre ruote perché lo caricava
troppo!
Le arance si perdevano per strada sotto la puzza di pesce morto da
poco ed il sorriso sconsolato di mia madre.
Lei è sempre stato il suo amore, per inseguirla avrebbe rubato
interi giardini, gli massaggiava ogni notte il cuore per amarla
senza dolore, dolore per una barca di niente ed un languore allo
stomaco,
che consumava ogni loro più piccola illusione del domani.
Tutto era il solo presente,
si dicevano solo,
“Oggi ti amo e il presente è per sempre”.
La mattina a fare l’amore dove si poteva, e di notte a ridere
mentre mio padre gli toglieva le spine dei fichi d’india dal
pancione. Era sempre incinta.
I clienti la facevano piegare sulle bancarelle per guardarle le tette,
e lei inevitabilmente si pungeva, tra il sorriso divertito di mio
padre ed un occhiolino a me!
La loro era una storia d’amore che si approfondiva nei campi, ed
io come loro frutto,
adesso valgo quanto un fiore.
Mi chiedo solo,
ma io posso essere un fiore anche se mi nutrono con il sangue?
Dovrei compiere un gesto d’amore togliendomi la pietra che ho in

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cuore accettando una sana passeggiata, lasciare passare il vento
dove l’aria smuove ogni certezza, svela l’imprevedibile del mio
essere viva.
Lo confesso.
La vita per me vale quanto un fiore,
o l’anima contorta di un albero che di tanti anni ne fa una
canzone.
Sceglierei di vivere anche solo, per rivederli ancora,
Guardando i fiori vivere di se stessi.
Esistenze senza resistenza e senza paradossi.
Ne guardo uno rosso, è bellissimo, sembra non chiedere
nient’altro se non essere solo bellissimo.
Spesso assisto alla loro fine d’amore, guardo un uomo regalarli
alla sua donna.
Senza radici imbavagliati nella carta, li vedo cadaveri spacciati
per regali.
Lo confesso.
Sarebbe bastato un invito a guardarne un campo intero, tutti
bellissimi attaccati alla loro voglia di vivere,
e noi due in tutto questo…
a guardarci.

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COME FIBRA CHE SI SQUAMA
di Morgendurf

Vedo la mia immagine intricata, riflessa nello specchio.


Una me stessa che avanza ed oscilla tra due piani, rinchiusa in
un’armatura forgiata dal freddo metallo.
Obliqua mi avvicino all’uomo.
Inizia la mia condanna nella stagione che si fa spasmo, nella linfa
che fa ribollire il sangue.
Le viscere nude, le radici annodate: partorisco immagini come
fantasmi, genesi di nascenti meraviglie, fusione di una maturità
gemella all’innocenza.
Il mio naturale parallelo.
Silenzio attorno a me.
La solitudine incede rumorosa sui passi dell’uomo, ammanettata
su un letto vitreo, approdo di un viaggio antiorario.
Fianco a fianco.
Si avvicina il maschile commiato, trasloca verso la mia invalida
rivale, nell’inanimata vanità domestica.
Come fibra che si squama.

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MENTRE IL MONDO DORME
di sVanna

Alveoli catramati
da insonnie reiterate,
prestabilite impotenze
gelificate.
Maligne congetture verniciano
la notte dilatando
l’ignoto ed io,
ricamo suture
annodo,
il filo del silenzio.

27
BLUES
di “Il Mostro ”

Eccomi qua,
di nuovo…

strane sensazioni
e
chiare voglie
mentre il vecchio negro suona il blues.

Quanta gente…
Visti dall’alto
sembrano piccole,
frenetiche, formiche.

Strane sensazioni,
chiare, invece,
troppo chiare le voglie.

Rosa Rossa e Stella Nera,


abbracciano il destino,
finzione di una scelta.

Bevono e pensano,
fino a star male.

Bevono e pensano,
mentre il vecchio negro,

suona ancora il blues.

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OGGETTI SENZA SOGGETTI
di Dario de Giacomo

Qualche volta mi accade di essere risucchiato in una stanchezza


deprimente.
Allora lascio la presa sui miei pensieri, che ne approfittano
immediatamente, dileguandosi ognuno per suo conto, come i servi
infedeli appena il padrone si allontana da casa.
Io resto qui, solo nella mia penombra sonnolenta, assaggiando il
gusto nuovo dell’irresponsabilità, loro, invece, se ne vanno in giro
per il mondo, a godersi lo spettacolo alla luce del sole.
Se sento bussare alla porta, maledico lo scocciatore che è arrivato
a scompaginare l’ordine beato dei miei silenzi:
perché devo parlargli almeno per maledirlo.
Ah, sei Tu! – dico al visitatore, riconoscendolo.
Ma nel mio tono non c’è la convinzione del malumore.
La stanchezza ha approfondito il diaframma tra me e le sensazioni
del mondo esterno.
Lui è solo un oggetto, tra gli altri, che posso collezionare,
sistemare come credo e poi spostare davanti o dietro di me.
È questo il potere segreto contenuto negli oggetti, posso metterli
dove voglio e, soprattutto, quando voglio io: quindi nessun
fastidio per una cosa che, al limite, posso buttare.
Si, sono io – mi risponde, con una voce stanca e abbattuta.
Dunque, penso, lui è affaticato.
Perché mi rifiuto di attribuire anche a lui quello che immagino
sulla mia stanchezza.
Però riflettendoci meglio, anche lui è stanco, e anche il portiere,
prima, quando mi ha salutato per le scale, mi è sembrato stremato
e anche…
Un mondo di stanchezza, di cui Io…
sono l’oggetto.
Per arrivare, tranquillamente, in fondo ai miei pensieri, ho fatto
accomodare la cosa importuna nella poltrona di fronte a me.

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Ora ci fronteggiamo esausti.
Ma se io sono solo il suo oggetto e lui è il mio, chi è l’essere
umano tra noi due?

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ACQUA
di Frost

Acqua
Che scorri addosso
Che lavi il mio corpo
Scolpito nel tempo
Scalfito di dentro
E cerchi di entrarmi
Come luce mi bagni
Io potrei abbandonarmi
Di te saziarmi
Abbassare la testa
Chiudere gli occhi…
…e basta.

Lavarmi l’anima
Non puoi
Ti lascio fuori
Lo sai
Siamo giare ermetiche
In cui dimorano anime
Votate al dio fuoco.

31
L'ESPRIT DE L'ESCALIER
di Morgendurf

Ho attraversato molte strade di città straniere


per sentirmi assente
a fianco di un dio pagano e pigro
mi sono illuso di vivere e di vedere

ti racconto di queste cose davanti ad un fronte nuovo


ma tu mi guardi e non dici niente
non dici niente

seduto in questa casa in disordine - come la mia vita -


ti guardo, ti penso e ti parlo
di tutte le cose che ho visto
di tutte le cose che ho fatto
ma tu non dici niente
non dici niente

ho percorso migliaia di chilometri guidando i taxi lungo i binari di


metropolitane
ho fatto salire a bordo donne per farmi guardare con gli occhi di
un cane
ho abbracciato giacche di plastica
ho giocato un match di "Testa o Croce" per telefono
e non dici niente

ho preteso risposte e poi sono scappato


sazio di un'impressione di déjà-vu

i tuoi occhi mi scrutano da questa foto che stringo


il microfono muto non mi parla più del tuo sorriso
e tu mi guardi e non dici niente
non dici niente.

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NEI MIEI VUOTI DI TE
di Miriam Carnimeo

Il miracolo vivrà in un ricordo,

nel tempo demone, nell’angelo,

poi una luce,

la cieca nebbia di una poesia,

il mattino dallo sguardo lucido del sogno.

I pensieri vestiti dei loro abiti migliori,

timidi,

non inventano un racconto né la metafora di una virtù,

si stendono tra le lenzuola di un campo immenso tra i soli giochi


ed il rumore del flettersi dei suoi fiori.

Ho per te una speranza,

addestro mani per accarezzarla,

dimenticando leggera la triste sorte di ogni dolore,

dovunque vorrà esistere, in questa vita come nelle altre.

L’odore lascia tracce di mille solitudini avversarie,

i cui piedi si fermano,

sulle mie idiote parole.

33
Manca l’amore,

di quel molto,

che mi porta ad esplorarti,

nei miei vuoti di te.

34
QUELLO CHE RESTA
di sVanna

Svanisce la tensione
la sfera collassa,
asfissia atelectasica.
Siamo trauma già troppo antico
tralasciato dogma cromosomico.

Come remota leggenda smarrita.

Siamo distanza siderale


tra idea e il segno.
Assenza_Assenzio
narcosi dello spazio
amnesia del testimone.
Siamo pane.
E nessuna fame a reclamare.

35
OPERA BUFFA
di Morgendurf

Saran passate tre ore da quando hai guardato l’orologio


era vero… no, solo un sogno… mogio
ti giri nel letto, senti la pena
la tua Ofelia era serena
e bella e ti veniva incontro…
è dura la realtà, è un affronto…
la mente naviga, vola
… sarà in compagnia o forse è sola?
Il passato ti è venuto a trovare
anche stanotte, nessuna luce a rischiarare
questo buio nero…
proprio adesso che il tuo cuore è sincero.
Senti che ti manca l’aria
di quella purezza originaria
che era alba ed aurora… il tuo cuore langue
in questa notte solitaria daresti il sangue,
il tuo cuore, la tua vita…
ma, ahimè, lei è sparita, fuggita.
Ricordi? era il cambio di luna
pensasti alla tua sorte, alla tua fortuna
due o tre parole… un’intuizione
due o tre parole dette senza emozione
a colei che ti amava…
sì, amore che non soffocava
ma la libertà… ah, la libertà è altra cosa
di lei non ci si stanca mai, la si sposa.
Due o tre parole, affondate nel suo cuore per diletto
la tua lingua come uno stiletto
rigirato come un coltello nella piaga
per vedere il dolore, quello che appaga…
mentre ora conti i minuti, le ore, i mesi
pensi ai torti fatti, alle bugie, li soppesi

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sulla bilancia della tua vita…
provi una pena infinita…
odi un suono
no, un tuono
senti il cuore che stantuffa,
che ansima, che sbuffa
deluso e stanco di questa tua vita…
un’opera buffa, la cui recita è finita.

37
RIASILLA PER LE PERIFERIE DELL’ANIMA
di Dario de Giacomo

Sogno viscere di cemento


per tremare ad ogni nuova scossa di terra,
interiora che annusano le vibrazioni nell’aria,
prima che la terra manchi sotto i piedi.

Sogno linfe che corrodono


dentro i solchi tortuosi delle immagini risapute.

Sogno di coltivarle a mani nude,


nel grigio-verde di uno stabile mimetico,
impermeabile agli eventi.

Ci sono piante che non attecchiscono in casa.

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IL MAESTRO E MARGHERITA
di "Il Mostro"

Le corna del diavolo,


son fatte di fumo azzurro.
Scaglie dorate brillano sul dorso del drago.

Non esiste l’odore di zolfo,


quello è creazione dell’uomo:
Profumo di fiori e santità
annunciano il suo arrivo.

Schiere di servi fedeli


preparano la sala per il grande ballo:
l’ospite d’onore è atteso,
il mio posto è ancora vuoto.

Brucia l’incenso,
si scioglie la cera,
calda,
cola come sangue puro.

Le corna del diavolo


son fatte di fumo azzurro,
come i sogni dei bambini.

Il suo passo risuona sicuro nell’atrio...


Inizia la messa:
è giunta la luce.

39
FILMOLOGIA
di Morgendurf

L’hai incontrata quel giorno


lei era languida e malinconica
come Audrey Hepburn di “Colazione da Tiffany”
vitale e prorompente
come Catherine Hepburn di “Susanna”
elegante e sensuale
come Grace Kelly di “Caccia al ladro”

ma in lei ha visto solo una bionda


la Marilyn Monroe di “Quando la moglie è in vacanza” e di
“Facciamo l’amore”

nessun romanticismo
solo gesti di plastica e parole di vetro mentre guidi
con lei seduta al tuo fianco
conducendola nel solito motel a ore
dove paghi in contanti
dove non si lasciano le proprie generalità
una terra sconsacrata
dove benedire una storia che per te è solo sesso

guardi ora il tuo corpo steso a letto


un cadavere agonizzante che vorrebbe rianimarsi
trasformarsi in George Peppard, in Cary Grant, in Yves Montand

ma prima indossi i panni di Robert Mithcum di “Marlowe indaga”


ed è allora che un telefono squilla
ma dall’altra parte nessuno risponde.

40
SUSSURRI E FRAMMENTI
di Miriam Carnimeo

Terra saccheggiata,
battuta dal vento,
incoraggiata dalla marea che con occhi secolari ama sotto cumuli
di sabbia.
Nello stesso lamento, trascinatore e trascinata.
Frammenti colorati che si sfamano tra riflessi spigolosi che si
accostano nel loro diverso infrangersi, dentro tante vite.
Terra che offre all’anima l’odore della sua stessa carne e per
riuscire a parlare si mette a fare forme con le nuvole.
Le sue ombre hanno preferito la folla, nel giorno bianco che
all’improvviso in lontananza si fa rumore.
Ma qui, non c’è nessuno,
solo il mare,
con un’ unghia taglio il buio, svelo il suo mistero nella luce che
adesso accolgo.
Sono nel prolungamento delle sue braccia,
gesto semplice,
come un morso tirato ad un frutto che matura nella bocca,
assaporo del vivo finalmente le nozze.
Sulla pelle i suoi giorni che di me sono la voce,
quella più nascosta ,
dietro quel fisso bisbiglio,
che mi illumina la testa.

41
RISVEGLIO
di Frost

Nell’abbraccio
Di una solitudine amica
Avvolto in trapunte
Di sicurezza
Soffice il cuscino
Dell’abbandono
Io dormo il sonno
Del sognatore.

Ma la notte è finita
La luce già abbaglia
Qualcuno ha scostato le tende
E odo il brusio
Del macinino elettrico
Giù dabbasso
E il profumo del caffè
È la sveglia più dolce.

È cominciato un nuovo giorno.

42
NONOSTANTE
di sVanna

Sepolti nella giungla d’asfalto,


brandelli di memoria,
sotto lamine d’allumino
respirano sottovoce.
Affannati e intensi
gli ingranaggi viscerali riprendono il moto.
Sussultano di vivo
tra il margine blu elettrico del cielo
e una lamiera monocroma e glaciale.
Il sole ancora prigioniero
nella sfera di filo spinato
scorge dietro un orizzonte guasto. Ma evade
trapassa l’aria livida e commuove.
Di nuovo sotterraneo batte
il cuore trivellato di madre terra
e il letto di un fiume
raccoglie il sangue sperperato
lo culla e lo consola
dopo l’ennesima guerra.

43
31 GENNAIO 2010
di Dario de Giacomo

Gennaio di sera
brunita da pioggia d’acciaio,
rapidi scrosci sparsi
su fini lenzuola di primavera,
leggere agli schiaffi del freddo,
ma gomitoli colorati per giocare in due,
sotto il cielo che trascolora a Occidente.
Blu notte lunghissima,
di limoni gialli rubati e narghilè d’ottone,
fumando baci spossati
dal calore di una stanza d’angolo.
Scheggiata di solido pietrisco,
memorie che si sfidano
a disfarsi senza segnare i cammini,
dalla terra bruna
sale il sapore di anime
a smarrire il senso,
per cercare solo l’odore blu
nel giallo dei limoni.

44
IL TUTTO
di Lupus Infybula

Toglietemi tutto, la voglia di combattere, di ricordare e soprattutto


quella di provare e sperare.
Toglietemi anche quel brandello di meritocrazia che ciondola
lacerato dal cadavere della uguaglianza.
Toglietemi i pensieri, fateli vostri e fotteteveli finché ne avrete la
forza.
Toglietemi il piacere, il sorriso. Toglieteci la lealtà, rendeteci lupi
che sbranano lupi.
Prendete l'onore e l'onestà e giocateci alla roulette russa, vediamo
a chi per primo esploderà il cervello.
Toglietemi tutto cosicché vagherò nudo nel vostro marcio deserto
sterile.
Ma quando, la sera, ferito e ansimante raggiungerò la mia tana
ripenserò a tutti voi e affilerò le mie zanne,
cercando un modo per riprendermelo... Il Tutto.

45
PECCATO DI GOLA
di Morgendurf

Pensavo che l’amore fosse un sentimento


... tu mi guardavi... ed io cocevo a fuoco lento
la mia carne era frollata
dei tuoi odori marinata
di tanto in tanto mi assaggiavi
da ogni parte rigiravi
la mia polpa tenera... profumata
dei miei umori... che mangiata
ti sei fatto
hai leccato ‘sin il piatto...
hai svuotato la marmitta
ed ho pensato “ecco, sono fritta”.

46
SINFONIA DELLE BALENE
di Miriam Carnimeo

Il senso è ovunque.

Ovunque tra l’erba,


nell’ombra veloce,
sui tronchi degli alberi che dritti portano all’aria,
di passaggi di polvere che bruciano caldi.

Chiudendo gli occhi le emozioni discutono con il vento,


senza ragioni ridono amaramente del timido coraggio,
corteggiando con piccoli passi fino all’arrivo in un punto
profondo,
senza nome né appartenenza.

La prima immersione, e dopo il ritornare.


Si riaffiora leggeri,
respiro e sguardo rapiti dal cielo,
il pugno orma sciolto che solitario galleggia al sole.

Fatale inciampo nell’abisso di noi stessi,


lascia entrare..

ed in quel sospiro,
il racconto dei nostri corpi,
un bacio raccolto tra i denti,
tra ricordi che sorprendono anche mani,
già gravide d’acqua..

mentre l’anima,

libera,

avanza.

47
VENTO UBRIACO
di sVanna

Sono Vento di Marzo


arrivo col sole
sembro brezza pacifica poi
leggera distruggo.
Divelgo pollini quasi affermati,
soffio e osservo
petali precari, gambi piegati.
Della resa non mi curo
neanche del grido immaginario.
Sono vento di marzo
vengo dal mare e al mare torno,
senza badare.
Scaglierò nell’acqua il raccolto,
il mediocre il pavido e l’incerto,
danzeranno
sull’orizzonte infranto dalla spuma.
Sarò sulla riva
ebbra di spettacolo e follia.

48
VIA D’AMORE
di Rebecca

…sarà via d’amore


l’afrore aspro
di scogli selvaggi,
l’aria ubriaca
di sole
sarà
perdersi
e cercarsi
nei fondali di cristallo
dell’oceano
senza tempo
sarà via d’amore
risalire senza fiato
la risacca del dolore…

49
GIOCHI DI RUOLO
di Morgendurf

Seduto Tu m’osservi, vestito dei Tuoi occhi diversi


ammantati d’un fascino severo che m’attanaglia
m’inviti accanto a Te… nei Tuoi giochi perversi
mentre il mio cuore martella… pulsa come mitraglia

in silenzio verso Te trascino la mia carne muta


come dolce geisha asservita al Tuo divino canto
m’avvicino trepidante… attendo un cenno seduta
e la Tua mano guardo… implorando il Tuo incanto

dissetami la gola con la luce… con la Tua mente


eternami di Te, approvami nel destino che Ti dono
assieme al mio io… a Te asservito nel presente
giorno… in queste ore affamate d’abbandono

onoro la Tua immagine riflessa in uno specchio


passo dal seppia al nero della Tua translucenza
legata alla Tua anima…mi stendo e m’apparecchio
implorando Te, il solo e Dio sacro all’indecenza

mi prendi, mi conduci nel peccato della Tua vita


mi trasformi… divento la Tua Musa Ispiratrice
stretta tra nodi sciolti da mano esperta ed ardita
del mio Signore io son l’unica perfetta meretrice.

50
EQUINO
di Frost

Successo evolutivo
Come nella favola di Swift
Mi guardi imbrigliato
Libero come mai io sarò

Nonostante le cinghie…

Hai sentito più volte


Il vento nel crine
La terra scorrere
Sotto gli zoccoli

Tu sai cosa vuol dire…

Immobile
Inchiodato all’asfalto
Abbasso lo sguardo
Incapace…

Di ricambiare il tuo.

51
I FIGLI DELLA FOLLIA
di Dario de Giacomo

Brevi assoli di giorni lunghi,


da modulare arrotando i denti,
con le vene gonfie di nostalgia,
e il cuore fermo in una bugia.
Notte di mattanza in punta di coltello.
In via degli Orafi si scannano, senza guardarsi in viso.
Il roquelaire drappeggiato
sul caleidoscopio incosciente delle voglie,
involontarie come il soffio del respiro,
le nocche sporche infrangono mascelle
e madri anemiche,
con buchi sulle braccia grandi come monili,
richiamano a gran voce
i figli di nessuno:
avventurieri part-time che tremano
sul ciglio del pensiero.
Con gli stivali lucidi del solito entusiasmo
verrete a prenderci,
Nuovi Persecutori
di inquisizioni antiche:
pugni sul portone che scavano fenditure nei gesti quotidiani.
Perseguitati dai pensieri artritici e grotteschi,
la voluttà del sole rende le vostre natiche frementi,
e la lussuria vi incalza ad andare.
Oggi vi svegliate morti.
Perché nessuna consistenza ha il dolore
quando si incrina nel punto esatto
dove non fa rumore.
Per sprigionare le forme intagliate nel cuore,
flettete malignamente il pensiero:
Urla e bestemmie!
Nell’ora gravida di doglie

52
invocate ancora divinità oscure e chimeriche,
per non sentirvi solo delle
G R A V I D A N Z E I S T E RI C H E.

53
IN UNA SERA
di Morgendurf

Ho visto il sole tramontare nei miei occhi scuri


in una sera
di una stagione che cambia colore

lentamente si è spento un fuoco


mentre con la mano accarezzavo un’ombra

per l’ultima volta ho baciato una bocca


indifferente
ho ascoltato il soffio di una voce
che non sapeva cosa voleva

ho sentito scendere il gelo invernale


in una sera
di un frammento d’estate

lentamente mi siedo sotto un albero


e spoglia di parole racconto di una storia che fa male.

54
LA MARCIA DEL MORTO
di "Il Mostro"

Suona la banda…
Suona…

Mentre la bella gente sfilava in TV,


c’era un prete che parlava di cosa era giusto fare,
mentre conosceva un bambino,
come la Bibbia gli spiegava.

Il presidente parla di pace,


mentre con la destra accarezza l’arma,
la mano sinistra preme il pulsante della vendetta.

Pensieri cannibali
divorano l’Italia dei fratelli

Meravigliosi corpi
straziati da pagine di storia.

False testimonianze
dalla sfera dei profani

Il serpente non trova la coda,


brace rossa nel buio…

Suona la banda…
Suona…

Mi domando dove correte,


forse il morto sta scappando?

55
ORA IL SILENZIO
di Rebecca

…e ora il silenzio
è un drappo scolorito
dall’usura del tempo
che prendo in prestito
ancora per coprire
un dolore mai vissuto
che viene da lontano
nato nel nulla della vita
cresciuto nel fragore
di un mondo inventato
dalla nostra follia.

56
SBOCCIA COME UN FARO
di Miriam Carnimeo

La poesia ha un tremore che commuove,


anche la notte invece di urlare,
si spinge a passi brevi a rivelarmi il suo nome.
Lascia i giorni passati sotto inutili veli,
inghiottire confini e vuoti di pancia,
in una lunga passeggiata,
per una seconda vita.
Embrioni di colori e suoni sfacciati,
implodono nella testa sveglia.
Una scatola di carta riso,
da aprire con delicatezza,
con un’unica luce rimasta accesa,
lampo veloce che attraversa confini di terra e tappi di cielo,
sfogando l’immaginazione che a spintoni si sfama nella corsa.
Sboccia come un faro a picco sul mare il pensiero che mi salva,
una mano che nelle giornate fredde mi porta a visitare un
paese caldo di gente che ride sotto gli alberi,
con gli occhi lucidi di chi ricorda ancora il valore del pianto.
Il respiro è un fermatempo,
allo scuotere delle palpebre il silenzio della notte è già in
attesa del suono del sasso che lancio nel fondo.
Il mattino attraversa il sole con un lenzuolo bagnato,
ha calpestato tra i salti l’abito vecchio e segue il mio odore,
mi troverà,
la stanchezza dissolta nel desiderio,
che bacia la sua fronte.

57
CRISALIDE
di sVanna

Avvolta ancora da ipotesi gelatinose


attendo,
definizione del mio mutare.
Crisalide
incognita elicoidale…
Sogno Anarchico di Forma Perfetta:
la sezione aurea nell’errore.

58
CONNESSIONI
di Frost

Non i freddi fili d’acciaio


Che strappano quarti di cielo
Non sono quelle
Le connessioni di cui parlo…

Non le correnti d'onda


Alle quali si aggrappano
Miliardi di parole
E rimbalzando sui satelliti
Tornano indietro
In un gioco di distanze
Mai lontane…

Non la tecnologia
Non la scienza
Non la modernità…

Un piccione viaggiatore
Può’ bastare…

Ma le vere connessioni sono le spinte


Gli intenti che si celano
Dietro la mano
Che lega il messaggio alla zampa dell’uccello
Che afferra la cornetta del telefono
Che batte sicura su quei dannati tasti…

Sono solo quelle


le connessioni del cuore.

59
PLAYING
di Morgendurf

E venga la chiave ad aprir tutte le porte


ad una ad una… a tener la vita viva
di sospiri osceni… e allontani la morte
dal cuore e dalla mente… e la saliva
sia acqua, ossigeno, linfa vitale
per chi ama con battito animale…

60
NELLA SALA FREDDA
di sVanna

Addome indifeso svelato


l’essenziale
nel taglio ghiacciato
longitudinale.
Lembi lividi
riversi
sul marmo avviliti e arresi
alla storia cruda.

Sangue fermato a metà strada.

Ribrezzo gustoso di occhi affamati


sgranati
sul fragile umano.
Agevole e miserabile
l’accezione del lontano.
Lo specchio inappellabile del finale
sottrae l’ immagine
dell’accessorio prediletto.

Nelle autopsie affettando


non c’è più traccia di arroganza.

61
MIO AMATO
di Rebecca

Accendi il lume
stanotte
mio amato
e al suo chiarore
respira nel mio respiro,
quando cercherai
le risposte
tra le fiamme
dei miei occhi

raccogli
con dita di cristallo,
mio amato,
le perle rare
che solcheranno
superbe

le pieghe della seta

lasciami bere
alla fonte
del tuo pianto,
mio amato
e intreccia
ghirlande di sospiri
tra i miei.

62
SUADADE
di Morgendurf

Non riesci più a parlare


di giocare non se ne parla
ma non puoi fare a meno di pensare
a chi c'era e che non ci sarà
cerchi e frughi nella mente
alla ricerca del tuo sorriso
al ricordo di un bacio
o di una semplice carezza
e qualcosa intravedi per un attimo in mezzo al buio
e ti aggrappi alla speranza che succeda ancora…
ma una spia si accende…

ogni notte qualcosa o qualcuno ti viene a trovare


e ti fa compagnia anche se non vuoi
è entrata nella tua vita
e fa parte di te
quell'idea che ti fa dire che niente è più uguale a prima
e che mai lo sarà…

sei costretta a muoverti in mezzo agli idioti


ad ascoltare le loro risposte facili
e devi replicare perché sei sotto test
e devi dire sempre di sì…
è la fine di un sogno che vedi arrivare
una frase sparata che arriva dritta al cuore
ed ogni volta che la leggi senti una fitta
un senso d'affanno
ed il fiato ti manca…
ed avresti bisogno di urlare
ma sai che non puoi…

ogni notte qualcosa o qualcuno ti viene a trovare

63
e ti fa compagnia anche se non vuoi
è entrata nella tua vita
e fa parte di te
quell'idea che ti fa dire che niente è più uguale a prima
e che mai lo sarà…

ogni giorno, da mesi, percorri la stessa strada


fra poco sarà di nuovo primavera e poi l'estate
ma non te ne accorgi
perché senti l'autunno nel cuore ed anche l'inverno
e mentre guidi pensi ad un lungo viaggio
che duri in eterno
e ti senti scoppiare la testa
sei come un automa
così scendi e ti svesti della tua saudade
ti avvii indossando il sorriso più bello… quello che più non hai
per qualche ora lo regalerai a lei…

ogni notte qualcosa o qualcuno ti viene a trovare


e ti fa compagnia anche se non vuoi
è entrata nella tua vita
e fa parte di te
quell'idea che ti fa dire che niente è più uguale a prima
e che mai lo sarà…

64
COCCODÈ
di Silvia Petrianni

Vorrei essere un poeta


Per parlare di te
Per dirti del mio amore

E invece volo basso


Le mie ali sono corte
Come quelle di una gallina

Le mie lacrime sono


Come quelle di tutti gli uomini
Le libero senza rispetto per me stessa

Vorrei trovare suoni e significati


Ma non esistono suoni e significati

Tu sei seduto su quella sedia


E io sbatto le ginocchia a terra
Tutte le volte

Dicono che dovrei conservare


Un po’ di dignità
Ma sono cieca

Dicono che dovrei


Cercare una fine
Ma tu sei un attimo di eternità

Voci che fanno rumore


Cerchiamo una fine
La fine arriva da sola.

65
FIORI DI PIETRAGLIA
di Dario de Giacomo

“Videte ergo quomodo audiatis: qui enim habet, dabitur illi; et,
quicumque non habet, etiam quod putat se habere,
auferetur ab illo“.

Dimmelo, dammelo!
Con tante filastrocche di parole di pongo,
costruisco ogni giorno scenari sotto vetro,
modello la magia per sgretolare l’impotenza.

Dammelo, dimmelo,
anche se non lo so il perché,
ma ripetendo, ripetendo a memoria forse lo capirò.

Dimmela
la vera parola che apre i passaggi segreti nella pancia delle
montagne.

Dammelo
un sapore che sia acre o dolce, ma che in bocca non puzzi di
plastica.

Dimmelo, dammela
una luccicanza che non sia il riflesso di una luce artificiale.

La parola diretta
non distratta
che vibri di pelle e carne animale
quella che costa un niente e non fa mai male.

Dimmelo, dammelo, dimmelo dammelo.

66
INFINE L'INFINITO
di Morgendurf

Soltanto parole
infine
ingabbiate dentro ad un foglio per tenere ancorato il tempo
annodarlo attorno a quella manciata d'ore
che mi raccontano di com’ero
di chi mi parlava

manciate di parole
in cerca di un amore che non atterrisce
che non atterra
lanciate come sassolini per essere cercata
trovata con l’anima in disordine

parole asimmetriche
d’un itinerario obliquo che sa d’abbandono

ho visto il sole in poche ore di chiara oscurità


letto il mio nome cancellato sul retro della notte
parole tronche d’una poesia interrotta
differita all’infinito nei pensieri impuri.

67
NAUFRAGHI
di sVanna

Un astro antico
cade
dalla sua orbita, la costellazione
incompiuta
fuorvia vascelli già senza rotta. Risucchiati
dai gorghi del mare. Meduse
minacciose
girano a spirale
avvelenano
ventre e futuro.
espulsi fuori
dal blu oltremare,
oltre misura,
con le vele gonfie di venti
incerti
e la prua puntata
verso il cielo
che arriva
a solo uno sputo di distanza
ma non lo sfiora.

Scaraventati frantumano.

Galleggiano
tavole rotte e marinai di pelle raschiata.

Nervi scoperti e sale

vulnerabilità diffusa

totale.

68
EMBOLO
di Silvia Petrianni

Con la forza non si dimentica


Scappando non si sfugge
Ripartendo non si cambia
Il vuoto non esiste

È tornato più forte


Fa ancora più male
La memoria si rinforza
Solo in quell’angolo

Dammi una soluzione


Se non posso vivere di questa passione
Strappa la mia carne
Il sangue si fermerà

Soli si può solo attendere


Se insieme non è possibile
Soli ci si può curare
L’amore è un modo d’essere

Non ha preso tutto


Ma non mi fa vedere nulla
Appare e se ne va
La luce per cercarlo

Dammi una soluzione


Non posso vivere con questa passione
Prendila e portala via
O un embolo mi ucciderà.

69
DOVE COMINCI TU, INIZIO IO
di Dario de Giacomo e Miriam Carnimeo

Tristezza avvolta in carta crespa,


blu del colore di notte.
Sonno su calvizie di teste lucide
e saggi baffi brizzolati,
mai nati ancora prima che tu
guardi
l’amore di una donna
costruire il suo presepe.
Carta crespa tra le mani,
l’appallottolare di fianchi,
lo stirare di notti,
per fissare il suo cielo
con puntine da disegno.
Essere di pietra,
come vorrebbe il cuore.
Apparire immutabile
per un’era geologica,
nelle mie ere di passaggi veloci
e rapide discese
e salite convulse,
fino ai piedi del tuo apparire,
dove si scioglie la luce,
anche della necessità di domani.
Porti il cuore di una strega,
la musica nel vento,
ritmi di ombre senza notti
e giorni sul confine.
Salperò da questa vita,
al calare della luna
io salperò,
con il tuo bacio in tasca,
mi muoverò al tocco della

70
tua carezza leggera
tra i miei capelli neri.
Cercavo solo questo:
strappare al cielo
il cielo blu del colore di notte,
per il tuo bacio di un istante.

La mano che amo arriva prima della sua stessa faccia,


toccandomi mi insegna a togliere la mia dalla bocca,
per l’amore che ho taciuto.
All’inizio di me volevo uno specchio per guardare il mio sorriso.
Ma era già dentro, solo fingeva di essere uno spettro.
Ho di lei nei capelli ogni stupore,
e dita affusolate che a loro hanno parlato a lungo
di un mattino scoperto non più in disuso.
I fianchi in quella mano si sono fatti prosperosi,
giocando nell’allegria della notte,
da cui più non mi difendo,
aspettando solo le sue coraggiose braccia
per sanare l’usura ingorda del tempo,
senza maledire ogni mia ferita
come una nemica.
Chi mai l’avrebbe detto?
Io dall’amore,
mi aspettavo solo questo.

71
TACE IL MONDO
di Rebecca

Ha mani tremanti
sulla mia pelle sconosciuta
il mio amore
e voce muta
e cuore impazzito,
il mio amore.
Ha riso e pianto
nel singulto
e mille sospiri
da donarmi
e nastri di seta colorati
per legarmi i polsi,
il mio amore.
Ha negli occhi
l’infinito
e le parole perse
di una lingua antica,
il mio amore.
Si placa il vento,
arre… sta il suo respiro
l’oceano immenso
e la luna la sua giostra.
Tace il mondo.
Perché il mio amore
è qui.

72
LA BIBLIOTECARIA NON SA PIÙ LEGGERE
di Morgendurf

Sfogli le pagine scritte


scorri impaziente le parole
vi cerchi l’estasi
trovi lo sconforto

un periodo di stasi
una sosta lunga un anno – o forse più –
polvere accumulata sui dorsi e sulle brossure
tomi intonsi
abbandonati sulle tavole di legno
nel tentativo di bendare la memoria

era un bel giorno d’estate – ti ricordi? –


in cui ascoltasti un assordante silenzio
in cui la voce si smarrì in un attimo
lungo come l’eternità
e ti parlò con risposte reticenti

hai trovato i libri dimenticati


un tempo cari
ora odorosi di muffa
e lentamente li estrai

ti sposti in un angolo e ti siedi


per essere fuori dal tempo
per non sentire il tocco delle ore
inizi a leggere
ma ti accorgi di non esserne più capace.

73
RIMORSI
di sVanna

Zombie logorroici i miei versi affannati


neanche somigliano
a queste scorribande
d’ombra, accanite
sui miei fasci nervosi, quasi arresi.
Al governo, una coda di colpa
imperversa e trasfigura la memoria
incrina e falla ogni garrito…
Che venga la notte
con tutto il suo oscuro sapere,
a vedere
come tremano i nidi delle aquile,
sotto i cieli fragili.

74
CARNI E ACCIAIO
di Dario de Giacomo

Qui. Da sola.
Mi isola il contagio
del tuo cuore irrancidito.
Nella carcassa dei miei pensieri
che attira gli sciacalli.
Li spinge a rovistarmi fino
all’osso.

Mai più posso naufragare


sull’isola delle mie speranze,
illuminate dalla luna.

Alle nostre paure


lascio spalancate le porte.
Tu sulla soglia
deponi l’abbandono
e le armi per difendermi,
ma da preda.

Non c’è violenza


nel pallido metallo
del colore di luna:
duro, affilato.

Esperta di carezze
accolgo la canna del revolver,
lascio che mi penetri
la bocca.

Alla fine provo una passione:


il sentimento dell’acciaio limpido.
Quel colpo ama solo me.

75
FACT OR FICTION
di Morgendurf

Emergono di notte le mille sensazioni


nutrite di ricordi, di perenne attesa
per quel fuoco che sa di tentazioni
che mi legan alla vita, ad essa sospesa.

Immagini appaiono ed un nome sale


in gola, appiccicato come un odore
disonorato da parole che fanno male
dette in nome e per conto dell’amore.

Il giorno avanza, con esso il significato


inevitabile desiderio detto a bocca aperta
ed il destino azzardo, prego il creato
di vederti oltrepassare della porta l’erta.

Allungo gli istanti plasmati da uno schermo


appaio e scompaio, a te mi rivelo totalmente
disgregata da me, aggregata al tuo io fermo
che ancor possiede le forme della mia mente.

Conto i numeri, arrivo a sette e m’arresto


catturata da una realtà che appare artificiale
cifra a me cara, pensando a te m’appresto
a vestirmi come s’andassi ad un funerale.

L’inconscio si schiude, ribolle e schiuma


i sensi si sviluppano nella tua diversità
alla mia uguale, carne che frigge e fuma
per quell’eros che ci danna per l’eternità.

Esisti dentro di me giorno per giorno


mi auto-inganno col tuo comportamento

76
anelo che per noi vi sia un ritorno
di quell’eccitazione che dà il tormento.

Penso a te, in te prendo vita e forma


coagulo pulsante d’istinti primordiali
d’irrazionalità plasmata dalla tua norma
significante mortale per noi esseri animali.

A te asservita mi sciolgo come cera


infuocata da sensazioni sempre diverse
rinasco per te ed in te da mane a sera
guidata dalle tue lusinghe perverse.

Catturami con la tua reale apparenza


sviluppa dentro di me la tua schiuma
esisto nei tuoi sensi cui non sto senza
disseta la mia gola della tua spuma.

Spingi a fondo il tuo battito espansivo


fin dentro al mio cerchio naturale
percorrimi la pelle con fare lascivo
schiudimi al tuo istinto ancestrale.

Frizionami la bocca, i miei occhi chiusi


adoran la tua danza ritmata dallo sterno
legami le braccia nel gioco degli abusi
o mio Signore, il solo e sempiterno.

77
A MIO FIGLIO,
NATO MENTRE CADEVA IL MURO DI BERLINO
di sVanna

A “LUPO”, MIO FIGLIO, 20 anni.

Nascono fiumi di bene


gonfi d’impeto
e d’acqua che avanza fiera
in un letto di futuro
percosso dal presente…
Offeso da noi
adulti e potenti,
macigni immobili
ridotti all’inerme.
Il tempo andato ci ha visti
rotolare senza sosta
ma ora, immemori e forti di rinuncia
siamo l’ostacolo che l’infrange,
dove il loro cuore
va a schiattare
in mille inutili frammenti.
Passano i fiumi di bene
li lasciamo scorrere indifferenti.
Restano letti arsi e crepe
e qualche rivolo di pioggia acida
che serpeggia sotterranea
bruciando radici
intridendo petali innocenti
che pagheranno il debito
con una smorfia di maleodore.
Poveri figli!…tra cielo e fetore
soli ad inventare
una diversità
tra un mondo infame che prende prende
…e l’altro che dà.

78
PETTINAMI LE CIOCCHE DOLCE MADRE
di Dario de Giacomo

Terra dilapidata delle sue lapidi antiche,


sui margini bianchi di ogni vagito
scrivi a matita la nuova domanda.

Nel fragile granito delle stele sono incisi diversi cammini.

Tu pettinami le ciocche
che sfioriranno per altre mani di madri.

Voli di falchi rapidi


sorvoleranno l’eternità delle vigilie.

Lapida le illusioni,
Dolce Madre,
con sogni rotondi,

rotoleranno in acque dolci,


per salare il cuore
in quell’ora bianca che disfa il chiarore
negli occhi.

79
TI RICORDI DI MARIA MAGDALA?
di Morgendurf

Perché ci si può mettere a nudo anche senza spogliarsi.


E così feci.
E tu dall’alto – o dal basso – del monte mi guardasti, proiettando
su di me le tue ombre.
Un flash – un lampo – un neon.
E fu lo scandalo.
Venne organizzato un fastoso ricevimento per festeggiare
l’evento.
Una vipera si inerpicò sul campanile e suonò le campane a festa.
A morto.
Maria di Magdala pianse.

Di notte scrivo.
Con la mia penna traccio il disegno di un osso, di una siringa
immersa nell’acqua sterile, di un giglio nero, di una rosa
appassita.
Scrivo di quando ho visto il melograno marcire e riflettersi nelle
tue pupille.
Scrivo di quando intonai una canzone in una casa disabitata.
Scrivo di quando ho annusato l’odore di canfora, di naftalina, di
formaldeide.
Scrivo di quando hai gettato sul pavimento un batuffolo di cotone
insanguinato.
Brividi mi attraversano – ho freddo – se penso a quando sono
caduta giù dal mondo ed ho preso una legnata sui denti.
Ricordo ancora il dolore.
Ho rischiato di perdere il mio domani.

Oggi sei incerto mentre guidi.


Sei costretto a rallentare agli incroci, ad arrestare l’auto ai
semafori rossi, devi rispettare i limiti di velocità. Tutto questo ti
infastidisce, ma lo devi fare.

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Oggi riesci a sentire un palpito perché ammetti di esserti mosso
tra i deserti.
Erano il tuo regno indiscusso.
Ecco a voi, signore e signori, vi presento il re del deserto, il
signore delle piaghe, il maestro senza cattedra.
Guardi le tue mani, odorano ancora di absinthe e di laudano.
Prosegui il tuo viaggio, anche se adesso vorresti fermarti in quel
luogo per riposare.
Ma non puoi, non c’è tempo.
E non c’è più nessuno.

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C A R A M E L LA
di Mastro Tensione

“Tu sei meravigliosa


gli dei aspettano
di compiacersi in te”

C. Bukowski

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C – Chewingum

Tutte i chewingum sono uguali prima di finire nella tua bocca.


Tutti i chewingum non sono che stupido chewingum, finché tu
non ci schiudi le labbra sopra e li accogli con la lingua. Nel
momento in cui i tuoi denti ne spezzano la crosta di cera di
carnauba, tutto cambia. La cera di carnauba si mischia alla tua
saliva, ai suoi enzimi e diventa miracolo. Diventa la mia carne.
Bevi caffè e divento caffè, per poterti entrare nelle viscere, per
attaccarmi alle pareti del tuo stomaco, per starti dentro e restarci il
più possibile. Mi incarno chewingum per essere morso da te, per
far scendere il mio liquido dolce lungo la tua gola. Forse è questa
la mia condanna. Sono una bottiglia d’acqua che qualcuno ha
lanciato nella schiuma del fiume, disinteressandosi totalmente del
mio destino. La corrente mi porta, mi sbatte da un capo all’altro
della riva, mi riempie, mi affonda, mi fa schizzare a galla. Mi fa
vedere cose nuove e guardare da una prospettiva diversa cose che
ho già guardato milioni di volte. Mi fa sentire sapori nuovi, mi fa
guardare con occhi che non sono i miei, in un modo in cui
altrimenti non avrei potuto. E’ come guardare il mondo da dentro.
Io stesso mi sento mondo. Mi rendi terra e fiume, corpo e sangue.
Tu rendi possibile tutto ciò. I tuoi occhi mi rendono uomo. Tu
sola rendi le mie gambe, gambe e le mie mani, mani. Se sapessi di
non poterti toccare mai più, smetterei di essere tutto ciò che vedi.
Ritornerei a usare le mani per cose stupide, a usare le gambe per
camminare, gli occhi per vedere dove cammino e la testa per
pensare a dove andare. Ma da oggi, dal momento preciso in cui
sei entrata nella mia vita, io desidero altro. Desidero che il mio
cuore smetta di essere un comune organo, desidero che si
trasformi in una spugnetta beige, una di quelle che si usano per
raccogliere gli aghi e gli spilli. Infilane pure quanti ne vuoi, uno
dietro l’altro, delle misure che vuoi. Dritti, di traverso. Spezzali
dentro di me. Voglio farmi male, voglio sanguinare. Voglio che tu
sia la Maestra del mio dolore. Tu sei la Verità.

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A – Cicche

Le cicche che lanci e che non superano il limite del marciapiede si


accumulano. Saranno una cinquantina. Si accumulano a casaccio,
in un ordine folle. Le venisse a studiare un professore, forse
troverebbe un nesso con la disposizione delle stelle, una sorta di
nuovo calendario Maya. Un ordine folle, come quello dei vestiti
accumulati sul nostro letto. Un ordine che rompiamo ogni volta e
che ogni volta fingiamo di ricostruire, pronti a disfarlo mille volte
ancora. Fare e disfare. Odiarti. Dirti “ti odio” è chiamare ordine il
disordine. C’è una logica in tutto questo, non sappiamo
riconoscerla, ma c’è. E’ evidente. Una logica assurda. I miei
pensieri, i tuoi sorrisi, il fumo delle mie sigarette soffiato sul tuo
viso, il tempo trascorso insieme, si accumulano come le nostre
cicche sul marciapiede. Quando passerai, guardale. Guarda che
belle le tue cicche miste alle mie, indistinguibili. Vuoi sapere
quali sono le tue, quali le mie? Avvicinati. Vai a guardarle negli
occhi. Chiedi alle mie quali erano le parole che la mia bocca ha
taciuto mentre fumavo. Chiediglielo. Se ne avranno voglia, te lo
diranno. Io un po’ i tuoi pensieri li conosco. Spiegarne il perché è
un’impresa inutile. Meglio vivere che tentare di spiegarci la vita.
Ecco: tu per me sei vita, non sei pensiero. Sei baci, sei bocca, sei
mani, sei occhi, sei parole, gesti, sospiri. Sei carne. Sei capelli,
vestiti, canzoni, pagine di libri. Sei le parole che pronunci mentre
muoio nei tuoi occhi. Questo è quello che mi fa venire i brividi: la
consapevolezza che tu sia reale. La consapevolezza di averti nella
mia vita. La consapevolezza che tutte queste cose – baci, bocca,
mani, occhi, parole, gesti, sospiri, carne, capelli, vestiti, canzoni,
pagine di libri – mi appartengono. Mi fai venire i brividi, mi fai
stare bene. Averti nella mia vita mi fa sentire speciale.

R – Ossa

Entrarti dentro e riuscire a toccare la tua anima, anche se ti ostini


a dire che dentro hai solo un enorme vuoto, è come aprire una
cassaforte senza averne le chiavi. Immaginami pure con lo

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stetoscopio ascoltare i tic tic della combinazione giusta. E’ così
che mi vedo io. Un lavoro duro che richiede pazienza e dedizione.
Io che spacco tutto per una stronzata qualsiasi, sono disposto a
trascorrere ore a cercare la combinazione giusta per aprirti.
Riuscire a guardarti dentro è appagante. E’ come stendersi sul
letto dopo una giornata in fabbrica, come bere acqua a volontà
quando sei assetato dal sole di Agosto. Tu mi stanchi, mi sazi, mi
sfinisci. Mi riempi e mi svuoti. Ho fame e sete. La tua stessa
fame, la tua stessa sete. La fame e la sete sono bisogni primari e
io sono disposto a tutto pur di appagarli. La fame e la sete non
conoscono ragioni. Non guardano in faccia a niente e a nessuno:
convenzioni sociali, giudizi, anelli, morali, principi. La fame e la
sete non guardano in faccia alla paura di farsi del male, né alla
paura di fare del male. Soddisfare un bisogno primario è un
diritto. Infilarti la lingua in bocca, farla scivolare sulla tua,
succhiarti le labbra, misurare con le mie mani ogni singolo
millimetro del tuo corpo, afferrarti le anche, entrarti dentro e
spingere finché ce n’è, piegarti in due, tenerti i polsi, morderti,
spingerti con la faccia nel cuscino, spingere e spingere e spingere
ancora fino a toccarti la punta dell’anima è un mio diritto.
Sottrarmi alla morte attraverso la tua carne è un mio diritto. Un
tuo splendido regalo. Tu sei la mia fame e io farò di tutto per
saziarla. Per saziarti. Voglio spezzarti la schiena a furia d’amore.
Lo desidero più della mia vita. Spezzarti la schiena a furia
d’amore. Non vivrò che per questo. Per sentire il crack delle tue
ossa sotto le mie.

A – Lacci

Fare l’amore con te è come tornare a casa. E’ vedere il posto che


desideri vedere, respirare l’aria con il profumo che sai di voler
respirare. E’ camminare a luci spente, sapendo già dove andare.
Fare l’amore con te è respirare dopo anni di apnea, è risorgere. E’
come tornare a casa quando sei stufo di girare. Come inciampare
nei lacci delle scarpe, cadere e riderne. Fare l’amore con te è

85
grazia divina, è follia, è perdersi. Fare l’amore con te è avere
voglia di stare bene, di non desiderare di essere sei metri sotto
terra. E’ passare davanti allo specchio e non avere voglia di
spaccarlo. Fare l’amore con te è scordarsi di chi si è. Fare l’amore
con te è andare oltre, è spaccarsi le gambe, la schiena e sudare e
sudare e sudare. E’ darsi senza riserve, nutrirsi. E’ guardarti
attraverso lo specchio mentre ti sono dentro e non credere a
quello che vedo. Fare l’amore con te è avvicinarsi a Dio, toccargli
la barba con la punta del cazzo e tornare indietro. Stanco.

M – Buco

Ti sento scivolare lenta sulla mia schiena. Con un movimento


quasi impercettibile, guadagni millimetri sugli anelli della mia
spina dorsale. Sento che entri dentro la mia carne, sento che la
mordi:
“Qual è il tuo buco?”
“Il mio buco sei tu”.
Il mio buco si chiama Caramella. Il mio buco ha molto a che
vedere con il dolore della roba. Perché tu sei altrettanto
devastante. Penso a te come a una formica che mangia un enorme
pezzo di pane in solitudine. Un morso alla volta. Un piccolo
insignificante morso alla volta. Questo è il lavoro che fai con me.
Mi divori, mi stremi, mi stracci, un piccolo morso alla volta.
Finirà che ti uccido, lo so. Questo è il mio amore per te. Il mio
amore non ama la felicità. Sono bacato dentro, lo sai. Io voglio
distruggerti. Voglio annullarti, annientarti, ridurti in schiavitù. Il
mio amore per te è desiderio di possesso, di sopraffazione, di
sangue, graffi, grida, schiaffi. Sogno la rubrica del tuo telefono
con il mio solo nome. T’immagino indossare, devota, una
collanina d’oro con appeso un ciondolo con la mia immagine
serigrafata, come quelle che indossano le mamme che perdono i
figli. A te che sei Dio, mi ribellerò come ho sempre fatto.
Ribellarmi è il mio talento. Tutti hanno un talento. Il tuo è
devastarmi, occupando con il tuo pensiero ogni singolo maledetto

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secondo della mia vita, il mio è ribellarmi. Ti legherò ad una sedia
e non ti darò da bere, né da mangiare. Ti guarderò dimagrire a
vista d’occhio e scoperò davanti a te con tutte le persone che più
ami: tua sorella, le tue amiche, tua madre. Ti lascerò al buio, così
che non potrai vedermi piangere.
Se non posso averti, ti ucciderò. Ti ucciderò perché ti amo come
nessuno ha mai fatto prima. Tu sei La verità, tu sei Dio… ma io
non so se sarò in grado di reggere tutto questo a lungo.
Davanti a te non sono niente, davanti a te sono un uomo che si
ribella a Dio. Per questa elementare ragione, io ti ucciderò.

E – Sabbia

Odio la tua vita, odio le persone che ti sono accanto. Odio le tue
risate lontane da me e oggi odierò il mare in cui ti bagnerai.
Odierò ogni singolo sbuffo che farai per via del caldo, odierò ogni
gesto che farai per scrollarti la sabbia dalle gambe. Odierò ogni
volta che inspirerai dal flacone di abbronzante e penserai che ha
un buon odore. Odierò la birra che berrai. Odierò ogni volta che ti
scosterai i capelli dal viso per guardare verso un posto che non sia
io. Odierò il vento che ti asciugherà quando uscirai dall’acqua.
Odierò l’asciugamano sul quale ti sdraierai e che ti lascerà segni
asimmetrici addosso. Odierò l’attimo in cui, scorgendo la
spiaggia, dirai “ecco, siamo arrivati”, l’attimo in cui porgerai
l’accendino che ti ho regalato al coglione di turno, che farà finta
di non averne uno. Odierò il fumo delle tue sigarette che non
potrò osservare svanire nel nulla. Odierò il modo in cui
conserverai gli occhiali per non farli graffiare dalla sabbia. Odierò
tutte le volte che volgerai lo sguardo alla tua pelle, per controllare
che si sia scurita un po’. Odierò ogni volta che penserai a me,
ogni volta che sospirerai. Odierò la telefonata che desidererai
farmi e che invece non farai. Odierò ogni volta che squillerà il tuo
cazzo di cellulare e non sarò io a chiamare. Odierò ogni sms che
riceverai e che ti farà sorridere. Odierò il mare che ami, quello
stupido mare in cui ti bagnerai. Quel mare che, senza chiedere,

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senza sofferenza, potrà averti, bagnarti interamente, senza
sentirne il privilegio, senza sentirne la responsabilità. Odierò il
sudore che colerà sulla tua fronte, come sangue dalla fronte
Cristo. Odierò l’acqua che berrai per dissetarti, il pane che
morderai per sfamarti. Odierò tutte le malinconie che ti
attraverseranno, tutti i respiri che farai, tutte le orme che lascerai
sulla sabbia. Odierò la tua ombra che si allungherà e accorcerà
assecondando la distorsione che il sole vorrà regalarle. Odierò il
soffio di vento che ti farà chiudere gli occhi e girare la testa
all’indietro, come se fossi in uno spot di una crociera sul
Mediterraneo. Odierò ogni volta che dirai che il mare in cui ti
bagni è sporco, che la sabbia che calpesti scotta, che la gente
intorno a te ti fa schifo. Odierò ogni volta che incrocerai lo
sguardo di un’altra donna e ti sentirai superiore a lei. Odierò ogni
volta che infilerai le dita nel costume per sistemartelo addosso,
ogni volta che guarderai l’orologio, ogni volta che scoprirai che il
sole si fa sempre più basso sul mare. Odierò ogni volta che
sentirai una canzone e penserai che è stupida, ogni volta che
ricorderai con nostalgia quando al mare ci andavi con i tuoi.
Odierò ogni granello di sabbia che non ti parlerà di me. Odierò
l’acqua, il sole, il vento, l’ombra che ti riparerà dai raggi del sole.
Odierò la medusa che non si attaccherà alla tua gamba. Ti odierò
con tutto me stesso e ancora di più. Ti odierò mentre ti aspetto.
Mentre aspetto di poterti guardare negli occhi, per dirti che non è
te che odio, ma la tua assenza. Un cancro al culo l’avrei
sopportato meglio. Intanto aspetto. Imperterrito.

L – Asfalto

Se è vero che fare l’amore, scopare, fottere – dillo come ti pare –


significa colmare distanze, allora è di questo che ho bisogno: di
colmare questa infame distanza che ci divide. Niente più
chilometri d’asfalto tra noi. Niente case, palazzi, montagne storte,
corsie di autostrade, alberi, fiumi putrescenti. Nessun orizzonte
tra noi. E’ questo quello di cui ho bisogno: affacciarmi dalla

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finestra di un palazzo qualsiasi, chiamarti ed essere sicuro che tu
possa sentirmi. Ed essere sicuro che tu possa sentirmi dovunque
tu sia, qualsiasi cosa stia facendo. Se è vero che fare l’amore,
scopare, fottere – dillo come ti pare – è colmare distanze, perché
se ti chiamo non rispondi? Se è quello che vuoi anche tu , a d e s
s o, perché da qui non riesco a vederti? Perché la mia mente deve
rincorrere l’ultima volta che ho potuto guardarti negli occhi, per
ricordarsi della piega delle tue palpebre?
Perché, perché, perché?
Perché se allungo le braccia non tocco che un fottuto monitor e
quattro tasti rotti? Perché? Dimmelo tu. E dimmi perché, se
guardo fuori, non vedo che persone che non camminano come
cammini tu, che non parlano la tua stessa lingua, che non si
toccano i capelli come fai tu? Perché? Perché lasci che questa
maledetta distanza non si colmi? Perché, anche se spalanco le
orecchie, non sento un sibilo, che sia uno, della tua voce?
Immagino la strada che ci divide accartocciarsi come un foglio di
carta stagnola. Un foglio d’asfalto che semplicemente smette di
esistere. Questo è quello che desidero, nient’altro che questo.
Lascia che mi riconcili con la puttana madre terra. Se ti chiedo
acqua, smettila di darmi aceto. Non ho nessuna croce alla quale
farmi inchiodare, né un padre infinitamente buono e degno a cui
rivolgere preghiere e offrire sofferenze. A me, se m’inchiodano, al
massimo mi mangiano i corvi.

L – Bestemmia

Il giorno della bestemmia è il giorno in cui è chiaro che non hai


bisogno di me. Il giorno della bestemmia è oggi. E’ il giorno in
cui tirerò giù dal paradiso i santi, le madonne, Dio. Alzerò lo
sguardo al cielo con le vene del collo gonfie e maledirò ogni
singolo momento della tua vita, l’alito di vento che te l’ha donata.
Maledirò tutti i bambini che, nascendo, alimentano
inconsapevolmente l’insana illusione che l’uomo possa essere
migliore in futuro. Un futuro che è un minuto fa. L’attimo in cui

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mi passi davanti distratta, l’attimo in cui le tue labbra non cercano
le mie. Tu non hai fame di me, io non avrò mai più fame di te.
Mangerò, m’ingozzerò, ma non di te. La mia fame non porterà più
il tuo nome. La mia fame è muta. Grida forte, ma è muta. Una
fame mutilata dal tuo sorriso distante. La tua bellezza non ti
salverà. Se non hai fame di me, se non chiedi di mordere la mia
carne, se non la brami, allora diventi pure carne da macello. La
prenda chi la vuole, ma non più tu. Perché da oggi la mia carne
non è più la tua carne e la tua carne non è più la mia. Mi accorgo
che non lo è mai stata. Mi accorgo adesso che è stato solo un
bellissimo sogno. Riguardati piccina.

A – Ulivo

Il fatto che tu sia ontologicamente inferiore non mi impedisce di


amarti più di quello che è comunemente detto socialmente
accettabile. Una sporca cagna, questo è quello che sei. Non sei
niente, eppure non riesco a liberare la mia mente dal ricordo del
tuo respiro sul mio collo. La vita mi ha giocato un brutto scherzo,
facendoti nascere, lasciando che ti incontrassi una mattina, per
caso. Sogno di ucciderti vestita di bianco, di cavarti i denti dalla
bocca uno per uno. Se trattengo il respiro e ascolto il silenzio,
quasi riesco a sentire la presa delle tue mascelle sulla mia mano,
lo stridere dei tuoi denti sulla lama del mio coltello. Sogno di
vedere il bianco del tuo vestito contaminarsi con il rosso del tuo
sangue. Sogno di vedere la tua bocca contrarsi in una smorfia
anomala, di vedere i muscoli del tuo collo tendersi come elastici.
Sogno di testare la tua sopportazione, di vederti socchiudere gli
occhi e perdere i sensi. Tu non conosci l’odore del tuo sangue,
nessuno che non sia io lo conosce. Il tuo sangue puzza. Il suo
olezzo si attacca alla pelle, come le piattole ai cani. Non c’è modo
di lavarlo via. Sogno le tue labbra tremare e fare bolle di sangue,
sogno di vederlo colare sul tuo sterno, di osservarne la discesa tra
i tuoi seni. Sogno di risalirne il percorso al contrario con la lingua,
come pesci che nuotano controcorrente. Sogno di succhiarlo

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avidamente dal fondo del tuo ombelico. Sogno il pavimento
allagato dal tuo sangue. Degenero nel desiderio degenere del tuo
battito fievole. Corde stringono i polsi, lividi concentrici
rimandano a movimenti sconnessi, disperati. La mia lingua
schiocca sul palato, un sapore pungente di ruggine invade la mia
bocca. Le tue piastrine adesso si agitano nel mio stomaco. Tu fai
parte di me e io non ne ho ancora abbastanza. Se seguissi il mio
istinto, dovrei scollarti le retini dagli occhi, infilarti un tubo nel
naso, fin dentro i polmoni, e pisciarti nel culo. Infibularti mi
renderebbe sereno, mutilarti nel piacere placherebbe la mia ansia.
Ti ho uccisa dentro di me, in un punto preciso sotto il costato, che
non è il cuore ma molto più dentro, ed ho piantato un ulivo sulla
tua tomba. Non ne è nato niente, se non un ramo secco, senza
vita. Dal niente non può che nascere il niente. Ho piantato un
ulivo dentro di me e non ne è nato niente, se non un misero
silenzio. Non c’è luce che nasca dal buio e dal buio non può che
nascere silenzio. Non ho spezzato quel ramo, ne ho strappato via
le radici. Quello che rimane è una buca dai contorni irregolari e
puzza di umido. Ombre al posto della luce e una musica che non
viene più dalla tua playlist, ma da un posto distante mille anni
luce. Io distante mille anni luce da me. Lasciarmi cadere senza
opporre resistenza, assecondando la caduta, inerme, stanco, ferito,
deluso, è tutto ciò che farò.

91
PICCOLE LETTURE
CON CARNE DI CUORE TRITATA
di GM Willo

“La vita è gioco, non competizione”

92
9002703230131

In un mondo in cui la normalità è diventata l’eccezione, e la


mente dell’uomo moderno è intrappolata nell’assurdo inganno del
bis-pensiero, galleggiare sul mare dell’ambiguità diventa l’unica
vera alternativa. Pensare e non pensare. Dire e non dire. Fare e
non fare. Tutto è giustificabile e niente è definitivo. Per ogni
giullare esiste un maestrino. Per ogni vanesio vi è un geloso. Per
ogni voce urlata nel vento c’è un bisbiglio che alimenta odio e
intolleranza. Il fiume diventa pericoloso solo quando rischia di
andare fuori dagli argini. Ognuno di noi rappresenta una corrente.
Scontrandoci ci annulliamo, creando vortici, ingoiando foglie
cadute. Ma una moltitudine di correnti lanciate nella medesima
direzione creano la piena. Evitiamo di confluire. Corriamo
insieme, evitando di rompere gli argini.

900270324231

Ho raccolto nel vento marino il ricordo di un’altra vita, passata a


trascinare le reti lungo le coste di un continente sconosciuto.
Laggiù vissi in semplicità, col sole che m’induriva la pelle e il
sale sulle labbra. Laggiù conobbi una donna che si chiamava
Rosa. Veniva al molo con un cestino pieno di frutta e una brocca
di vino annacquato. Noi pescatori la salutavamo da lontano,
mentre rientravamo col peschereccio. Prima di scaricare il pesce
ci mettevamo attorno a lei e mangiavamo le pesche rosate del suo
giardino e bevevamo di gusto. Rosa rideva insieme a noi, ci
chiedeva un paio di mormore o di saraghi da portare a casa e noi
le davamo sempre i pesci più grossi. Mi chiedo che bisogno c’era
di evolversi in questo modo, di complicarsi così la vita.
Computer, cellulare, lettore mp3, balocchi già vecchi l’anno dopo.
Il vento invece è sempre lo stesso. Non invecchia mai. E lo sento
ancora, profumato di mare…

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900270324141

Connessioni. L’impegno è minimo; una chiamata, un messaggio,


una e-mail, magari anche solo un pensiero. Connettendoci
creiamo sempre un qualcosa. Provochiamo l’occasione per
sviluppare un’idea, immortalare un momento, smuovere
un’intenzione, o anche solamente dare luogo a uno scenario per
scatenare una battuta… ridere. Il fritto misto dell’universo. Una
risata in compagnia può valere quanto un romanzo epico.
Non bisogna avere paura di connettersi. Non bisogna rimandare.
Possiamo farlo subito, adesso, in questo stesso momento.
Basta un click.
- Pronto ciao, come stai? -
- No, ma senti chi c’è!! –
- Non potevo fare finta di dimenticarmi di te… –
- Vecchio balordo che sei… ah, ah, ah! –
Il fritto misto dell’universo.

900270524151

Puoi fare quello che vuoi. Puoi essere quello che desideri essere.
Puoi dire quello che ti senti di dire. A me importa poco…
A me quello che interessa è esserti accanto, ascoltarti, magari
anche prendere uno schiaffo o un cazzotto, ma esserci, comunque.
E l’unica cosa che voglio in cambio è che ci sia anche tu.
Esserci significa essere pronti a ricevere.
Anche uno schiaffo può trasformarsi in oro ed arricchirti.
Ma se vorrai venire da me solo per dare, ti prego, non farlo.
Lo scambio è l’essenza del rapporto.
Le strade che ci uniscono devono essere sempre e solo a doppio
senso di marcia.
Per questo motivo ti prego di tendermi le mani e di accettare
queste mie parole. Se ti fanno male, fai come diceva mia nonna;
mettile accanto al bene.

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900270624411

Dio è di moda. Dio è assolutamente cool, tanto quanto il diavolo.


Gesù e Lucifero se ne vanno a braccetto per le strade del centro a
farsi un aperitivo al bar. Spilluzzicano salatini ordinando due
negroni, si appoggiano al bancone e si mettono ben in mostra.
Gesù ha gli occhiali da intellettuale, alla moda, con la montatura
nera e squadrata. Lucifero ovviamente porta due lenti a specchio.
Arrivano i negroni, alzano i bicchieri e fanno cin-cin. Brindano al
loro successo. Best sellers mondiali nelle librerie e tanto sano
rock’n’roll. Le azioni della Jesus & Luxifer non potrebbero
andare meglio, nonostante la crisi.
- Che ti avevo detto Lou… Son passati duemila anni e siamo
sempre sulla cresta dell’onda. -
- Hai sempre avuto un grande fiuto per gli affari, J. –
- Propongo un altro brindisi… A noi! –
- A noi! – Il clangore dei bicchieri provò ad assordare una
manciata di atei, gli ultimi rimasti. Ma i senza-dio furono lesti a
tapparsi le orecchie. “Non ci avrete mai!” pensarono.
Poi tornarono a contemplare il vuoto.

900270620221

L’unico elemento a nostra disposizione che ci permette di


analizzare concetti quali l’infinito e l'eternità è la nostra
immaginazione. Potremo fare l’esempio di una retta su un foglio,
impossibile da rappresentare nella sua interezza ma indicabile con
una semplice linea che attraversa la pagina. Perciò potremo
pensare che questi due concetti non appartengano alla realtà,
nonostante influenzino continuamente la nostra vita reale.
Perché l’uomo moderno è così impegnato a delimitare i confini
tra la realtà e la fantasia, sminuendo l’importanza della seconda?
Dato che entrambe fanno parte della sua vita, non sarebbe meglio
per lui percepirle come esperienze di pari impatto emotivo?
Siamo quello che siamo e anche quello che immaginiamo di
essere.

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900280208141

Non c’è inizio né fine.


C’è solo un fluire infinito di storie meravigliose.
L'oscurità è uno stato di apnea.
Prima o poi finisce, e la luce rifluisce.
Dio è una parola di tre lettere.
Il Male invece ce ne ha quattro.
Non farti influenzare da termini così piccoli.
Pensa a cose Meravigliosamente Mirabolanti.
Prima o poi arriva il tempo del distacco.
Ogni uomo è solo prima di ritornare ad essere parte.
Tutto questo me lo ha detto il vento.
E voi, vi fidereste del vento?

900270306412

Siamo in balia di un grande equivoco, intrappolati da catene


etiche spuntateci d’improvviso sotto i piedi. Le abbiamo accettate
e pensate giuste: il rispetto per gli altri, la tolleranza, i diritti
umani, il bene, il male, la grande comunità globale.
Abbassiamo il capo davanti a una legge della società e non
riconosciamo più le leggi dell’uomo.
Il condividere, ad esempio.
La percezione che si ha del primo mondo è quella di un mare
piatto, una superficie oleosa su cui sciaguattano barche senza
meta.
Ieri ho visto un marinaio che soffiava sulla sua vela.
Qualcuno lo ha creduto pazzo, e gli ha tirato addosso pesci morti.
Io mi sono appollaiato sull’albero maestro e l’ho guardato
soffiare. Ho fatto due versi e poi me ne sono andato verso oceani
più movimentati, laggiù dove gabbiani e pellicani combattono
continuamente per un pugno di sardine.
Laggiù dove il caos genera nuove storie.

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L’inganno lo puoi svelare soltanto facendo un passo di lato.


Il treno prosegue la sua corsa, lanciato a cento all’ora su un
tracciato ciclico; la valle, il mare, le praterie, la città e poi di
nuovo la valle. Non te ne accorgi che stai girando introno perché
quando guardi dal finestrino il paesaggio sembra sempre
cambiare. Non ti soffermi sui dettagli, che immancabilmente
ritornano, uno dopo l’altro.
Con il treno in corsa fare un passo di lato significa abbandonarsi
ad una caduta azzardata. Puoi trovare dell’erba soffice sulla quale
rotolare, oppure speroni rocciosi sui quali sfracellarti.
Eppure il gioco può valere la candela.
Ti rialzi tramortito, dolorante per le contusioni, polveroso ed
arruffato. Osservi il treno che continua la sua corsa e finalmente ti
soffermi sul paesaggio. C’è un edificio in lontananza, un vecchio
fienile e la fattoria di un contadino. C’è anche un fuoco che arde.
Te ne accorgi dal fumo che fuoriesce dal comignolo. Forse c’è
anche un bicchiere di vino che ti aspetta…
Di quello buono.

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La paura di essere buoni è uno dei mali del nostro tempo.


Gira il vento e l’aquilone che si porta appresso, fa una virata
strana, sembra sul punto di sfracellarsi su un platano, spogliato
dagli umori novembrini, poi s’impenna d’improvviso, vola alto
sopra le case, il filo si strappa ed è finalmente libero…
Abbandonarsi all’amore è un lusso, non una debolezza.
L’aquilone è solo e ha un po’ di paura ma non si lascia
scoraggiare. Prosegue la sua avventura, mentre il vento soffia più
forte e la tempesta s’avvicina. L’aquilone sa che la pioggia lo
sbatterà sul duro asfalto, ma sa anche che quella è la fine più
giusta per un aquilone libero.
Accettare di fare parte di qualcosa di grande è come chiudere gli

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occhi e saltare…
L’aquilone è solo un puntino nel cielo ormai. Le prime gocce
cominciano a cadere, la carta si bagna ma lui resiste ancora.
Un‘ultima virata prima che, appesantito dall’acqua, si lasci
precipitare.
Amare è intrepido e bellissimo.
È come volare senza filo.

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Ciò che tu immagini esiste già e le cose in cui credi sono più reali
di quelle che ti vengono raccontate.
Un pensiero che si evolve da un universo delimitato porta a
conclusioni circoscritte. Quello libero e privo di confini, che si
basa sulla percezione dell’infinito, si sostiene attraverso un
equilibrio assoluto, determinato da infinite variabili, infinite
possibilità, infinite realtà.
Per questo motivo ciò che tu immagini esiste già, e la morte è
esattamente come tu te l’aspetti.

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Sporgo la testa, mi affaccio, mi allungo cercando di afferrare il


senso, il movimento di questo assurdo domino che, nonostante
continui a far cadere pedine, nessuno vuole fermare. Sono un
pezzo che sta al di fuori, l’osservatore del mondo in caduta,
additato come l’estraneo, il folle, segregato dentro muri di
mattoni e batuffoli di cotone, curioso avvicino l’occhio allo
spioncino di un gioco di specchi, che riflette il vero e lo distorce,
lo amplifica e a volte le rende ancora più vero.
Il segreto è nel rimanere immobili, ascoltare le voci e decidere
placidi, ogni volta, ogni singolo istante, perché la vita è proprio
questo, una scelta continua. Non esistono compromessi, la scelta
rimane scelta, mai una condanna. Il peggio che ti può capitare è

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cadere, ma tanto cadrai lo stesso e allora meglio cadere da soli
che essere spinti a terra dal gioco del domino.

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Spara fucile, spara, che altro non sei che l’estensione d’acciaio del
mio braccio, e per quanto cerchi di essere tutt’uno insieme a te,
una comoda sensazione di distacco ci separa. Il mio dito fa solo il
suo lavoro, il tuo grilletto è solo un ingranaggio, e anche la
pallottola che esplode nel corpo del bersaglio altro non è che un
oggetto innocuo, un gingillo di metallo e polvere nera. Tutte
queste cose insieme danno esito a un evento di morte, ma è un
risultato soggetto a troppe variabili, una catena infinita di
comandi, responsabilità e conseguenze che, una volta davanti al
fatto di sangue compiuto, perde significato. Le responsabilità si
assottigliano. Le regole del sistema sussurrano le parole al
politico che le rigira alla TV, vengono riprese poi dai miei diretti
comandanti, che fanno la voce grossa per stemperare le mie
emozioni. Il mio dito è il loro dito. Il grilletto del mio fucile
reagisce all’occhio della cinepresa dell’ultimo telegiornale. La
pallottola è l’indice del politico, e il sangue che sgorga dal petto
squarciato del mio nemico è l’inchiostro con cui si stampa la
moneta corrente.
Ecco perché non oso abbassare la mira e voltare le spalle.
È un gioco troppo più grande di me.

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TAUTOGRAMMI

"La Parola è un essere nudo e privo di anima.


Bisogna saperlo educare e vestire
per elevarlo al rango di Significato."

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MALEDIZIONE MORTALE
di Dario de Giacomo

Maledetti mascalzoni!
Mentre mi malmenavano malamente,
menavo malrovesci minacciosi.

Ma morii miseramente,
molto malato,
manifestando malesseri meschini.

Mi meritavo male?
Mistero!
Muoio meditando:
manderò molti mali.

Malnati maledetti,
moriranno
mentre mangeranno,
masticando malattia:
morso mortale.

Merda!

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CARLOTTA
di Gano (Poeta Ubriacone)

Conobbi Carlotta
Candida come cocco
Cicala campestre
Cantava con clamore
Chiedendo cazzo,
Che cavalcandola
Cercai con cura clito.

Coito costretto
Cantai colmandola
Caddi così contento
Contro culo
Clarinetto contro contrabbasso.

Che cosa clamorosa Carlotta!

102
SUPPLICA
di Morgendurf

Spazio senza sosta


silente…. seduttiva
sogno sola… solo stagioni
scosse sui sensi…
sposto sensazioni superiori
sulle spalle… sui seni…
spargo speranze struggenti…
su sentieri scoscesi salgo…
scendo sino strane similitudini…
spingo sullo sterno…
spendo sorrisi…
strappo sparute saldezze…
stesa sulla seta svolgo sembianze…
sire straziami…
strapazzami…
stropicciami…
sii soprattutto supremo sovrano…
supplicante sono… soddisfarò sempre sua signoria…
sarà sirena… sincera…sottomessa…
sfamerò segreti sibillini…
sazierò strani sospiri.

103
PULZELLA
di Morgendurf

Partorisco pensieri poco puri


permeabili
plasmati per perpetuare passioni
pongo pudiche pose plastiche
plasmo parole per piacerti

passi piacevoli
proporzionati per porgerti presenti

pudicamente penetro per percorsi


pascio, peregrinando per parole

postille pieghevoli per persone poco pronte


pregnanti passione

posseggo provocazioni polverose


pensate per provarti
perennemente prego
prevedendo piacere
per possederti, pulzella.

104
AMAMI AMORE
di Morgendurf

Assieme all’anima attendo aurore…


annuso aromi…
ah… anelato amore…
assiso… assonnato… avvolgo anelli attorno all’aureo aspetto
accarezzo arricciate aureole…
amami avvinghiata…
aspirami…
attenderemo abbracciati albe…
amami amore.

105
MUOIO MATURANDO
di Miriam Carmineo

Mentre Medito Mani,


Muovendo memorie,
Misere Masse.
Meriteremmo Menti,
Mari Migliorare Malumori,
Meno Meschini Minuti,
Menzionando Miracoli Mirati,
Mai Menzogne!

106
SENZA TITOLO
di Dario de Giacomo

Come colui che cammina


con calma,
cantando con cori celesti
cesello cuori
calmo corpi,
conosco chimere.

Chiamami cara,
credimi,
certamente
costruirò canti
che caleranno caldissimi.

Cuore che corri


Calmati,
corri con calma
Chi-amami!:-)

107
VOLTO VIRGINALE
di Morgendurf

Voglio vederti vacillare


venire verso visioni
vivimi voracemente

viso vagheggiato vienimi vicino


voluttuosamente versami vini

vorticose voglie viluppano vene


vibranti, veraci
verso virginale volto.

108
DESIGNAZIONE DANNATA
di Jonathan Macini

Destato dal demonio


Dominerò da dentro
Desideri di dei deformi

Designazione dannata
Destituitami dal diavolo
Dono dolente
Debosciato
Deleterio
Degradante

Dispenserò deprecabili diatribe


Discorrendo di dei disillusi
Disfacendo domini di duttilità

Donerò dottrine dannate


Discutendo
Dividendo
Depredando

Destino dissacrante

Disegno diffamatorio

Disincanterò diplomaticamente
Deriderò duramente
Disarmerò devotamente

Destinazione deforme…
Defluiranno dazi…

Debellerò Dio, defecandolo.

109
CELATE CONCITAZIONI
di Morgendurf

Cerco colonne
con cui costruire costrizioni
circumnavigo case
concettualmente curiose

capto consigli concettualmente confidenziali


causati con cattiva conoscenza

colgo cenni cosparsi con circospezione


confuso
coagulo conglomerati con cadenti certezze
ciò che chiedo…
che colei collabori con celate concitazioni.

110
TRE SENZA TITOLO DI DARIO
di Dario de Giacomo

Dario delira discretamente,


dissipando doti date da dio.
Destinato dal destino,
divenne demente;
dopo Dario,
dilettante del dire,
delirarono doviziosamente
dei dotti dicitori,
deliziandoci di doni.
“Deh! Divulghiamo
detti danni”,
Desiderio di dire,
dannata demenza,
domina da despota.

Vate, vagheggio vele!


viaggiando.
Vater, vagheggio vasi!
vomitando.
Voluttà verso vanità:
Vedrò vino vetusto
versare vane visioni.
Viaggiano voci,versi
verso voi,
vivificando vite vanagloriose.
Vivo vanamente,
Voglio validamente,
Versifico voracemente,
Voci vengono:
Vai, Vater, validamente vinci!

111
Meravigliosa Miriam
mi mancavi.
Maneggio magnifiche malefatte,
ma misteriose malinconie
metafisicamente montano,
minacciando: mudù, mudù!
Migliorerò ma mi mancavi,
Miriam, mare mio magno.

112
SENZA TITOLO
di GM

Zittisco zelante
Zampillando zaffiri

Zingaro zotico
Zoppicante zimbello
Zzzzzzzzzz.

113
SENZA TITOLO
di Miriam Carnimeo

Trovandomi tesa
tra tendini trafitti,
ti traduco…
tutto te:
ti tocco.

Tra travianti tentativi,


timidamente tenace,
trapassi turgido.

Tu,
tumefacendomi taci!
Ti temo torpore,
tralasciandoti tramo…

terribile taglio,
tastando tesse.

Tuo teorema.

114
SENZA TITOLO
di Dario de Giacomo

Pomposi palestrati pompano,


privilegiando pesanti pene:
pericolosa pazzia:
Potrei parlare,
poi pagherei pegno;
più preferisco
perverse prostitute
per pazzi piaceri,
privilegiando penose posizioni.

115
TESORO TENTATORE
di Dario de Giacomo

Tentami tanto tesoro,


tuttavia,
ti tasterò tutta
tollerando torti,
temendo tendini tremanti,
tramortiscimi,
Tu tarlo totale.

116
AUTORITRATTO
di Morgendurf

Attendo approvazioni
assisa accanto all’anima

ascolto acerbi asprezze


ausili abitualmente aperti

accomodata
aggomitolata
attonita

ammutolita attardo attenzioni


accertate apparenze

anelo accoglienze
accertando accanite accuse.

117
SENZA TITOLO
di Massimo Mangani

Mamma mia
mai mi misi maglie
marroni, meglio morire manco
mancasse materiale.

Ma mostro mise meravigliosa


mi metto marche magistrali
meglio modarolo
ma mai misero!

118
MALEDETTA MIGNOTTA
di Morgnedurf

Mastica menzogne maledetta mignotta


muso malefico manda miasmi
mette mostruose maldicenze
mortalmente maligna
malvagia.

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Finito di pubblicare nell'aprile del 2010

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