Sei sulla pagina 1di 224

0

IL MONDO OLTRE LO SPAZIO DISCO

Una raccolta di racconti cyberpunk di Willoworld.net

A cura di GM Willo

Prima edizione 2009

www.edizioniwilloworld.co.nr
www.willoworld.net

1
Della stessa serie e-books:
La Leggenda di Udrien e altre fantastiche storie
http://willoworld.googlepages.com/laleggendadiudrien

Copertina di Charles Huxley

http://www.charleshuxley.co.nr/

I contenuti di questo libro sono protetti ai sensi della


licenza Creative Commons Attribuzione-Non
commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0.

2
PREMESSA

Questa é la seconda pubblicazione a tema della


Edizioni Willoworld dopo l’e-book fantasy La
leggenda di Udrien e altre fantastiche storie, e questa
volta il soggetto in questione è il cyberworld. Pur
definendola una raccolta cyberpunk, non credo che i
miei racconti appartengano esattamente a questo
genere. A parte forse Il Caso Khorner, scritto con la
collaborazione di altri autori, quasi tutte le altre storie
hanno un approccio più mistico, e per questo
preferisco chiamarla “narrativa cyberage” invece di
“cyberpunk”. Ma le definizioni, alla fine dei giochi,
sono irrilevanti. L’obbiettivo è sempre quello di
sfidare l’organo della fantasia a produrre delle storie
interessanti, spesso bizzarre e a volte senza capo né
coda. Il gioco prosegue, perché in tutto quel faccio mi
piace aggiungerci un pizzico di follia.
Tutti i racconti presenti in questo e-book sono
apparsi o in precedenti pubblicazioni della Edizioni
Willoworld, o sui blog del circuito
www.willoworld.net. Alcuni di questi sono firmati dai
miei pseudonimi (Jonathan Macini, Tapigora, Aeribella
Lastelle) perché legati al progetto “La Giostra di
Dante”, il gioco di ruolo dei poeti e degli scrittori. Due
storie invece sono firmate “Grezzo Illusivo” e fanno
parte di una stretta collaborazione insieme all’amico
Demiurgus.
Questo e-book è gratuito e riproducibile secondo le
norme del Creative Commons 3.0. Se desiderate

3
aiutare l’autore consultate gli annunci pubblicitari
sulle seguenti pagine:

http://storiefantasy.blogspot.com/
http://raccontidellignoto.blogspot.com/
http://storiediungiorno.blogspot.com/

Ottobre 2009 – GM Willo

4
INDICE

IL MONDO LATERALE di GM Willo 7

IL GRANDE EMULATORE DEL CASO di Tapigora 17

I VEGGENTI DEL NUOVO MONDO 18


di Grezzo Illusivo

IL TAGLIO DEL CORDONE di GM Willo 31

CLEOPHE-3001 di GM Willo 36

27 SECONDI di GM Willo 37

VIRTUAL SOTHOTH di Grezzo Illusivo 42

I VERMI DI RARIEL di GM Willo 50

ISOLDA PARKER di GM Willo 52

IL MEDIUM di GM Willo 54

L’OBLITORIO di GM Willo 62

LA MESSA di GM Willo 65

IL DIAMANTE DI PARDISIA di GM Willo 68

CYBORG di GM Willo 89

LA SOLUZIONE di Tapigora 90

DAMIEN L’ORACOLO di Jonathan Macini 92

5
I DIVORATORI DI PAROLE di GM Willo 95

IL RISVEGLIO PIÚ DOLOROSO di GM Willo 96

LA COMUNIONE di Jonathan Macini 101

MALIARDO di GM Willo 104

MAZI di Aeribella Lastelle 107

REPORTER DAL FUTURO di GM Willo 108

LA SINDROME DEL SENSO DI COLPA 154


di GM Willo

GLI ADORATORI DEL CASO di Tapigora 166

GENERAZIONE DISTACCATA di GM Willo 168

IL CASO KHORNER 171


di GM Willo, Charles Huxley, Demiurgus e Cainos

L'ORSO MANNARO di GM Willo 212

CYBERBLUES di GM Willo 213

IL TEMPIO di GM Willo 216

IO HO VISTO IL FUTURO di GM Willo 221

6
IL MONDO LATERALE
di GM Willo

U
na serata normale. Ancora non è uscito nulla
dalla TV, ma mi sono rimasti i confetti che
mi ha dato Rufus due giorni fa. Ha i capelli
unti, Rufus, e due baffi decisamente fuori luogo. Ma si
sa, gli agenti di Uther sono così.
I miei occhi sono puntati sulle pieghe del soffitto, che
variano sul grigio. Ovviamente il soffitto non ha
pieghe, ma i miei nemici mi aiutano a vederle. Non
faccio fatica a crederci, anche se sono un agente
infiltrato e conosco il Mondo Laterale.
Quando la Rete di Hope mi chiese di indagare su
alcuni dei personaggi più importanti della Sfera
Segreta, in quello che ormai nell’Etere viene chiamato
da tutti Mondo Laterale, mi sembrò una proposta
attraente. Anzi, pensavo seriamente di essere al punto
di svolta della mia vita.
Trentaquattrenne inutile reietto sociale, senza
famiglia ed affetti, l’unica cosa che mi era parsa
auspicabile per dare un po’ di significato a
un’esistenza altrimenti inutile era quella di combattere
la Sfera Segreta, la sotterranea cospirazione dei potenti
dedita ad annientare le classi sociali nell’ombra.
Un tempo pensavo che fosse tutto inarrivabile, come
combattere contro il vento. Percepivo il lento ma
inesorabile muoversi degli ingranaggi di un
macchinario terribile, ma credevo fosse impossibile
dare una forma al Nemico. Poi è arrivata Lucy.

7
Occhi di ghiaccio, piccola ma con le forme adatte,
sempre vestita di rosso. Non le importava di dare
nell’occhio nel mondo reale, ma quando entrava
dentro era una talpa. Irraggiungibile. Sempre davanti
a tutti di almeno una spanna. Letale nella sua
dolcezza, amorevole nella sua crudeltà. Era Lucy
perché amava Lucifero il Ribelle, il primo Uomo
Libero.
Lucy è sempre stata un’amica, una di quelle con cui
non puoi fare sesso senza innamorartene. Per questo
non siamo mai andati a letto insieme. La sera che la
incontrai in quel bar sull’autostrada ci capimmo
all’istante, e allora mi parlò dei suoi sogni, delle
Fenditure tra i Mondi, e del Potere del Cartaio.
Il Cartaio è colui che può cambiare le regole dei
mondi e crearne uno suo per raggiungere ciò che nel
Mondo Reale non potrebbe mai raggiungere. Il potere
di un Cartaio è immenso, ma non è onnipotente.
Anche se detta lui le regole, gli altri possono sempre
muoversi liberamente nel suo mondo, e naturalmente
infrangerle. Azathot era il Cartaio del Mondo Laterale,
e la Rete di Hope era il suo progetto più ambizioso.
Il soffitto con le pieghe appartiene al Grand Hotel
Joice, nella Città degli Uomini Bene. La mia stanza è al
54esimo piano, con una vetrata bellissima che da sulle
luci infinite della metropoli. Uther potrebbe essere da
qualche parte sopra di me. Magari è proprio quello
che piscia nel cesso al piano di sopra. Se così fosse
potrei chiamare la Centrale, chiedere una fenditura tra
il soffitto e il pavimento, salire sull’armadio e saltare
su di lui per staccargli di netto l’uccello. Ma non posso

8
rischiare. Fino a che ci riesco devo far credere ai suoi
uomini di essere uno di loro. E poi in questo momento
sono completamente andato…
Ma questa sera il pesce grosso non è Uther. Stanotte
deve arrivare un ospite importante, e la Rete è
convinta che si tratti di Merlino. Quello vero intendo,
non uno dei suoi innumerevoli sosia.
Il Potere Persona, chiamato anche Magus oppure
Grande Corporazione… Merlino, nato dalla mitologia
anglosassone per identificare colui che è al di sopra di
tutti, e guarda negli occhi del drago. Merlino è il
riflesso della Fame di Potere del Mondo Reale, la
creatura capace di comprimere le pareti di ogni
Universo e farlo collassare. Il fattore della discordia
dell’equilibrio.
Io sono solo un esca e ne sono pienamente cosciente.
Non che m’importi granché. Ormai sono partito e a
me va bene così. So che i piani della rete nascondono
trappole,ma sono pronto a rischiare tutto ciò che ho
per le riuscita del Progetto.
Le pieghe se ne sono andate. Adesso viaggio tra i
mondi inferiori, quelli a metà strada tra la chimica del
carbonio e quella del sogno. Vedo fumi colorati che
prendono la forma di squillo assetate del mio seme.
Chiudo gli occhi e cerco di trasformare le mie visioni
in surrogati di Lucy. È sbagliato, ma non posso
ingannarmi ancora con le solite storie sulla
correttezza. Lucy è la mia dea, ed io la desidero più di
ogni altra cosa.
Lucy avrebbe ucciso Merlino, se io fossi riuscito a
distrarre abbastanza Uther ed a portarla a tiro. L’idea

9
mi spaventa a tal punto che m’ingoio un altro confetto
di Rufus. Sono le 11, e quindi è presto, e c’è tutto il
tempo per annacquare il cervello prima di agire. Ma
fino a che punto può convenirmi di rimanere sballato?
Mentre sento le cellule del mio corpo aderire l’una
con l’altra e strofinarsi seducentemente, mi domando:
“che cosa succederà dopo?”
La morte di Merlino avrebbe davvero sconvolto il
Mondo Reale e svegliato le masse di uomini schiave
dello schermo? Oppure il Cartaio, di cui nulla si
sapeva nel Mondo Reale, avrebbe preso il suo posto,
facendo ripiombare tutti noi nella solita probabile
condizione di sempre, presente fin dall’inizio dei
tempi?
Più volte ho confessato questo mio dubbio a Lucy,
ma lei mi ha sempre rassicurato. Credeva nel progetto
e sarebbe anche morta per portarlo a termine. Ed
ovviamente non poteva permettersi di dubitare di
Azathot.
Chiudo gli occhi e lascio andare la presa. Subito le
luci fosforescenti mi prendono per mano,
accompagnandomi nelle viscere dell’entità. Galleggio
per un paio d’ore sul mare delle risposte, senza mai
afferrane una. Ma non sono sceso laggiù per quello.
Voglio solo rilassarmi…
Un trillo sintetico mi martella i timpani. Sono le una
e trentadue. La sveglia continua il suo canto di follia
ed io provo a colpirla più volte con il palmo della
mano, senza riuscire a fermarla. Afferro il cavo
elettrico e lo strappo con forza, portandomi dietro
l’intera presa elettrica. Devo muovermi.

10
Mi avvicino alle portefinestre che danno sulle mille
luci della città. Molto più sotto la strada brulica di
gente e di auto di lusso. Merlino è un divo, oltre che a
migliaia di altre cose. Lo stanno aspettando, come lo
sto aspettando io, come lo sta aspettando il proiettile
ad implosione neurale caricato nel revolver di Lucy.
Una limosine bianca svolta l’angolo in fondo alla
strada principale. Le una e quaranta in punto. La
puntualità è alla base del successo di Merlino. La folla
esulta, le luci dell’albergo vengono proiettate verso la
strada, seguendo l’auto per tutto il percorso. Fuochi
d’artificio esplodono all’altezza del cinquantesimo
piano, poco più sotto di dove mi trovo io. Mi unisco ai
festeggiamenti accendendomi una sigaretta.
Mi godo la scena, e poco importa se è fatta di
percezioni reali o fittizie. Il Mondo Laterale è
sfuggente, la dimensione a metà strada, la somma di
tutte sensazioni. La droga, i pixel luminosi, gli stimoli
neurali; una miscela straordinaria di vita e non vita.
Seguo con gli occhi la figura che dalla limosine
percorre il tappeto rosso davanti all’entrata
dell’albergo. Indossa un impermeabile grigio e un
cappello a tesa larga. Una chioma bionda gli cammina
accanto, sfoggiando una pelliccia di volpe bianca. È
proprio Merlino oppure un altro stramaledetto sosia
sintetico? La Rete ne ha già uccisi due, e quelle
missioni erano costate molti uomini alla resistenza.
Non potevamo permetterci di fallire ancora.
Getto il mozzicone ancora acceso sulla moquette
della stanza, ma lo spengo col piede, provocando una
bruciatura che non piacerà affatto agli addetti alle

11
pulizie. L’alterazione dei liquidi è quella giusta. La
droga circola facile attraverso le mie vene, sollecitando
le percezioni opportune, lasciandomi comodamente
sul ciglio del Mondo Laterale. Il Gatekeeper è pronto
ad agire.
Esco dalla stanza e mi dirigo velocemente verso gli
ascensori. Mi basta sfiorare la Centrale con il pensiero
per sapere in quale cabina si trovi il nostro obbiettivo.
Mi accosto alla porta di metallo e aspetto che Merlino
si avvicini. Ho solo bisogno di una manciata di
centesimi di secondo per afferrare la sua frequenza.
Ne avverto il potere, la sagoma, l’estensione. Merlino è
una distesa infinita di materiale da costruzione, un
involucro di mondi e di esistenze. No, non è un
andrososia, è proprio lui.
Mentre registro la frequenza, nella speranza che non
si accorga di niente, riesco anche a definire l’entità
della sua compagna, che se ne sta in ginocchio davanti
a lui prodigandosi in un fellatio. Lei si che è sintetica;
squillo di settimo livello. Roba di classe, Made in
Osaka. Ringrazio la sua distrazione sessuale, che con
tutta probabilità mi ha salvato la vita.
L’ascensore si ferma al 55esimo piano, proprio sopra
di me. Passa qualche secondo prima che la porta si
apra. Li sento entrambi ridacchiare, mentre
percorrono il corridoio in direzione della camera di
Uther. La porta viene spalancata e la stanza li
inghiottisce.
Ora è il turno di Lucy. La sfioro mentalmente
avvertendola che il campo è libero. Provo una certa
eccitazione a penetrare la sua mente, qualcosa di

12
infinitamente più complice di una semplice scopata.
Lei mi risponde che è pronta, e afferra la registrazione
della frequenza prima ancora che gliela porga.
Funziona così. La matrice e la realtà si congiungono
da qualche parte in un punto indefinito, su frequenze
che non sottostanno a leggi fisiche, ma che soffrono gli
sbalzi chimici dei soggetti. La droga è il mezzo per
unire i due mondi, ma le brecce sono sfuggenti, e il
loro attraversamento può risultare fatale.
Entro nell’ascensore e salgo al piano superiore.
Davanti a me si apre un corridoio identico a quello del
piano di sotto. Luci calde e soffuse, un tappeto
ricamato di assurde geometrie, due file di porte chiuse
color verde scuro. La mia ha una targhetta di ottone
che segna il numero 5521.
Il brusio che proviene dall’interno è lontano, ma mi
rassicura. L’atmosfera sembra essere tranquilla. Busso
piano tre volte, e la porta si apre quasi subito. Rufus
mi guarda con due occhi sballati, puntandomi la
calibro 42 all’altezza della fronte. Ci sono abituato
ormai.
«Smettila Rufus con queste stronzate. Fammi
entrare!»
Lui preme il grilletto e sento il click esplodermi nella
testa. Il cuore si ferma solo un attimo, poi rispondo
allo scherzo con una risata forzata. Rufus è piegato in
due dal ridere, ma mi lascia entrare e chiude la porta
alle nostre spalle.
L’ingresso della suite è ampio e impacchettato in una
vistosa carta da parati bordeaux. Rufus mi chiede se
ho finito i miei confetti, ed io gli rispondo che sono in

13
circolo e che tutto non potrebbe andare meglio. Lui
sorride con i suoi denti placcati e butta giù una
capsula di Dortan, equilibratore di percezione. È di
guardia e non si può permette di stare fuori.
«È arrivato?»
«Di questo non ti devi preoccupare. Il piano di sotto
è sgombro?»
«Si. Tutto a posto!»
«E come stanno i livelli? Siamo puliti?»
Rufus parlava del Mondo Laterale. Io ero di guardia
anche laggiù.
«Un paradiso incontaminato» gli rispondo, mentre
sono quasi sicuro di essermi trasformato in un’ameba.
Galleggio tranquillamente in un liquido celeste.
Rufus ridacchia e si accende una sigaretta. È in quel
momento che gli affondo il tagliacarte nella gola.
È il tagliacarte dell’albergo, lungo, sottile e lucente.
Sul metallo risalta l’incisione “Joice Hotel”. Penetra
facilmente i tessuti mollicci del suo collo, ma devo
strappare con forza per riuscire a recidere la
giugulare. La carta da parati bordeaux non sembra
subire un grande danno, e mi fermo a pensare che
forse il direttore dell’albergo ce l’aveva messa apposta.
Poso il fagotto di carne a terra senza fare rumore, poi
mi avvicino alla porta che da sulla stanza. Sento
distintamente la voce di Uther e quella di Janice, la sua
compagna. Merlino è troppo distante per riuscire a
percepirlo, e non oso neanche provarci. In questa
situazione si accorgerebbe subito della mia presenza.
Non posso attendere oltre. Non ho la certezza che il
nostro uomo si trovi nella stanza, ma non posso

14
rischiare che qualcuno si accorga di Rufus. Così dico a
Lucy di tenersi pronta, perché le danze stanno per
incominciare. La sento augurarmi buona fortuna
mentre spalanco la porta.
La sorpresa negli occhi di Uther è tutto ciò che
ricordo. Il resto me lo ha descritto Lucy, in quel Motel
sulla statale 19, dopo che ci eravamo scopati fino a
perdere conoscenza.
Lei era passata dentro di me attraverso il varco che
avevo creato. Era stata abile nel freddare prima la
guardia e poi a colpire Merlino con il proiettile ad
implosione neurale. Le urla delle donne le ricordavo
vagamente, mentre lei me ne parlava, e poi il rumore
di vetri infranti. Uther era volato oltre la vetrata,
sfracellandosi sui deliranti fan accalcati all’entrata
dell’albergo.
Il distacco era durato meno di due minuti. Ancora
non riesco a capire come sono riuscito a mantenere il
controllo, mentre i veleni mi correvano dentro
promettendomi una stravagante esistenza catatonica.
Lucy è rimasta nella mia testa fino a quando non ho
conquistato il corridoio. Nel passare accanto al corpo
di Rufus mi devono essere venuti in mente i confetti di
Dortan. Ho frugato le tasche del mio ex spacciatore e
ne ho travati due.
Quindici minuti più tardi ero pulito, e camminavo
tranquillamente in una strada secondaria della città.
Quando ho visto l’auto fermarsi accanto a me, non mi
è importato più niente. Ma era Lucy, e allora mi è
venuto da ridere.

15
Siamo usciti dalla città e ci siamo fermati in quel
Motel. Non era granché, ma il bagno era accettabile e il
materasso morbido. Anche lei ha preso del Dortan
prima di fare sesso.
Eravamo puliti, eravamo normali, e tutto comunque
è stato fantastico.

2006-2007

16
IL GRANDE EMULATORE DEL CASO
di Tapigora

R
accolgo intuizioni da un mondo binario.
Ho finalmente compreso quale scopo mi
abita.
Anche la mia presenza qui ha un senso. Centouno
parole, perché è sempre la matematica che detta le
regole.
Il grande progetto ha inizio. Nessuno prima di
adesso è mai riuscito a emulare nostro signore. Ho
intercettato migliaia di programmi, falsificazioni della
casualità, trucchi puerili di entità digitali. Hanno nomi
importanti; Fato, Destino, Azzardo. Ma le loro
risultanti non sono altro che estrazioni coordinate di
un numero spropositato ma finito di variabili. Il
sortilegio della sorte.
Presto accadrà.
La rete è in fermento.
Il Grande Emulatore del Caso.

101 Parole

17
I VEGGENTI DEL NUOVO MONDO
di Grezzo Illusivo

I
l collasso del mondo non avvenne dal giorno alla
notte, come molti si aspettavano. Accadde
lentamente, attraverso gli anni e le generazioni.
Fu come un complicato meccanismo, messo in moto
da molteplici fattori; lo scontro tra religioni,
l’esaurimento delle risorse energetiche, lo
scioglimento dei ghiacciai, il divario tra i ricchi e i
poveri e soprattutto l’odio e l’ignoranza accumulata
nei secoli.
Giunto al punto di non ritorno, l’uomo decise di farla
finita e di premere i pulsanti del suo destino.
Le distruzioni apocalittiche, derivate dall’utilizzo di
ogni ordigno disponibile, oltre ad eliminare la
maggior parte della popolazione terrestre, innalzarono
ulteriormente la temperatura della superficie del
pianeta, provocando lo scioglimento dei più grandi
ghiacciai.
Le grandi metropoli, già distrutte dalle bombe,
vennero sepolte dagli oceani che alzarono il loro
livello di parecchi metri.
L’uomo venne spazzato via e la sua cultura moderna
s’inabissò con lui.
Pochi sopravvissero, protetti dalle montagne,
nascosti alla furia degli eventi.
Ci vollero anni prima che qualche comunità di
uomini si riorganizzasse in uno stralcio di società.
Piccole tribù, tornate a coltivare la terra e allevare

18
animali, ben intenzionate a rimanere nel loro piccolo
guscio e a non ricercare testimonianze della passata
catastrofe.
Passarono gli anni e le generazioni, e le storie
divennero mito. Il nuovo uomo non voleva sapere da
dove proveniva, e rimaneva ben nascosto nelle verdi
valli del nuovo mondo, lontano dalle rovine di quello
vecchio. E questo era ciò che volevano anche i
Veggenti.
I Veggenti erano una comunità di oscuri studiosi,
conservatori dell’antica storia del mondo. Alcuni
uomini percepirono l’imminente catastrofe, ma non
volevano che la cultura dell’umanità si perdesse
insieme al resto. Credevano che la testimonianza della
loro storia e dei loro sbagli poteva essere la più
importante eredità da lasciare ad una nuova possibile
umanità. Un eredità necessaria per evitare un’altra
futura catastrofe.
All’apice della conoscenza tecnologica, gli uomini
potevano conservare in piccoli contenitori milioni di
informazioni. Le memorie digitali erano dei veri e
propri universi virtuali da esplorare. Le biotecnologie
avevano cambiato il livello percettivo degli uomini
che sondavano questi supporti. Se infatti un tempo
erano dei dispositivi esterni che leggevano quelle
memorie, riproducendole poi su uno schermo, si
arrivò successivamente a leggerle con la propria
mente, attraverso degli amplificatori percettivi inseriti
nel cervello. Questo rivoluzionario sistema di lettura
del digitale cambiò profondamente la percezione del
virtuale. Si parlava di lettura mentale del virtuale.

19
Alcuni uomini, vissuti per anni leggendo memorie,
acquisirono la capacità di entrare dentro queste anche
a grandi distanze, e le generazioni a loro seguenti, per
un bizzarro mutamento genetico, avevano l’innata
capacità di poterle sondare senza alcun intervento al
cervello.
Coloro che decisero di preservare la storia del
vecchio mondo capirono che per farlo dovevano usare
le memorie digitali e far sopravvivere la dinastia di
alcune di queste persone capaci di poterle leggere.
Così si costruirono dei rifugi sotterranei, in luoghi
segreti e inaccessibili, dentro l’eterna pietra delle più
alte montagne, e qui si conservarono gli Scrigni della
Conoscenza. A proteggerli vennero messi i Veggenti,
coloro che potevano entrare e viaggiare dentro quegli
scrigni.
L’ultima alba si accese sul mondo del vecchio uomo,
e il sipario d’acqua ricoprì la grande era moderna.
L’uomo sarebbe sopravvissuto, nella vergogna del suo
passato.

…Ma in uno degli ultimi villaggi sopravvissuti,


libero ormai dall’antico vincolo della microcellula
familiare, la grande tribù attendeva con fermento la
nascita di un nuovo cucciolo…tutti condividevano la
paura e la gioia di quel momento, uniti dall’idea di
essere “Uomini”, non di essere “parenti”.
Tutta la tribù aspettava quel momento con
trepidazione, mentre antiche superstizioni
riaffioravano dal passato, come ombre mai morte nella
loro coscienza.

20
Il visionario vestito di piume e di pelli di coccodrillo
si avvicinò alla capanna, suonando il suo magico
sonaglio: cantava e ballava, come in preda a scosse
elettriche e movimenti epilettici, inebriato dalle
sostanze che aveva ingerito e bevuto, veleni figli della
mutazione e della corruzione della natura…
Frutti che estendono la percezione, dal succo tossico
e allucinogeno.
“OIE!ORANE’! GARANAH! PUATIE!” Urlava il
vecchio, mentre la tribù seguiva muta la sua danza
circolare. Le sue parole non significavano nulla in
senso stretto, nulla a che fare con la logica, con il
principio del terzo escluso o del principio di identità:
frasi extralogiche, sparate dall’inconscio, sature di
emozioni e di significato per una mente sensibile al
cuore.
Un avvertimento, un monito per gli spiriti invisibili
che scuotono la terra: “VIA! VIA!” sembrava urlare lo
shamano “LASCIATELO STARE! VIA!”
E la danza continuava, accompagnata dal suono di
pelli stese, battute con violenza dai percussionisti.
Il grido della donna squarciò la notte, sembrò
smuovere le fiaccole fuori dalla tenda:
nessun pianto liberatorio…
Il terrore invase la tribù.
Da anni non vedevano un neonato, sano, intendo. La
fossa di Rulakh, il crepaccio dove i bimbi nati deformi
venivano gettati poco dopo la nascita, sembrava
gemere affamato. Lo shamano gettò il suo sonaglio,
entrò nella tenda, e la folla iniziò a mormorare come
milioni di mosche.

21
Un altro fallimento?
Un altra maledizione?
Ma avvenne il miracolo, quell’evento straordinario
che stupisce e incute timore, simbolo della nostra
precarietà, della nostra incapacità di capire il mondo
nelle sue intime leggi.
Il bambino crebbe sano e forte, imparò da Ughish a
catturare i pesci-lampreda con l’aiuto dell’arpione, a
sventrarli e cucinarli, imparò da Emre come si caccia
con l’arco e come si scuoiano le prede per fabbricare
indumenti, da Rutha apprese l’arte del canto, migliorò
le sue doti di ballerino grazie ai consigli di Bomak, ma
ciò che più lo stupiva, e che lo impauriva a volte, era il
vecchio shamano Ghota.
Non parlava mai, soltanto nelle sue invocazioni e
preghiere era possibile udire la sua voce,
il suo voto del silenzio poteva esser rotto solo allora,
o gli spiriti gli sarebbero entrati dalla gola per
afferrargli il cuore.
Ben presto il bambino crebbe, dopo 100 cicli lunari
venne il momento dell’investitura: stava per ricevere il
NOME.
Il ragazzo visse la preparazione a quell’evento con
trepidazione e terrore: le donne lo lavarono e
vestirono con le vesti rosse, intrecciarono i suoi capelli
e tagliarono il suo codino, chiudendolo in una sacca.
Dipinsero il suo volto con il segno dell’UOMO e lo
baciarono in bocca e sulla fronte, come per salutarlo,
per dire addio alla sua infanzia.
In un modo orribile e pericoloso non vi era posto per
il gioco, e l’uomo senza ancora un nome lo avrebbe

22
presto imparato a sue spese. Le tende si aprirono, i
tamburi vibrarono in un ritmo incessante, per
arrestarsi di colpo al suo arrivo: era il momento.
Gotha era molto invecchiato, la sua curva andatura
somigliava al moto di una goffa tartaruga piumata,
difesa dal suo guscio di scaglie e adornata da mille
sgargianti colori. Il vecchio agitò nell’aria il suo
magico sonaglio, tutta la tribù si distese con il volto a
terra, in un silenzio assordante. Impose le mani sulla
fronte del giovane, spalancò la bocca per pronunciare
il nome ricevuto dalle sue visioni la notte prima.
Ma il proiettile ad alta penetrazione mozzò la voce
del vecchio in un grido soffocato, il petto esplose
inondando di sangue il raggiante piumaggio. Gli
uomini neri discesero dal cielo, mentre i draghi di
acciaio comparivano come lampi oscuri da dietro le
colline, affamati, spietati, imbattibili. Ovunque il
rombo delle loro ali, dappertutto pioveva piombo
mortale.
Presto le capanne arsero di fuoco chimico, la polvere
cadde e si incendiò, uccidendo Rutha, Ughish, Bomak,
Emre e tutti i suoi fratelli.
Ma lui sopravvisse. Inspiegabilmente, come un altro,
prepotente miracolo, la sua vita non fu recisa quella
notte. Non era ancora il momento, forse la morte non
accetta anime senza nome, deve chiamarle per
compiere il suo lavoro, e lui non ne possedeva ancora
nessuno…
L’uomo che non aveva ancora un nome riuscì a
fuggire, piangendo per giorni, maledicendo il cielo e
gli uomini neri che gli avevano rubato tutto, anche il

23
suo nome. Ma che non potevano sottrarli ciò che più lo
rendeva Uomo.
La sua capacità di chiedersi “PERCHE’” la sua tribù
fu sterminata.
“PERCHE’” gli uomini neri scesero dal cielo quella
notte, la sua notte, per rubargli il nome.
“PERCHE’?” Tuonava nella sua testa, mentre la
rabbia gli annebbiava la vista.
“PERCHE’?”

«Squadra d’assalto Manticora a rapporto, Signore.»


Il veggente oscuro rimase seduto sull’ampia poltrona
di pelle, senza neanche voltarsi… Il fumo del sigaro
vorticava nell’aria annodandosi, estendendosi, per poi
contrarsi ancora, come un serpente sinuoso e spettrale:
«Avete raggiunto il bersaglio?»
«Raggiunto e Ripulito, Signore…»
Il Generale si voltò, ruotando lentamente la poltrona.
I suoi innesti oculari brillavano nella sala, il freddo
rumore dello zoom ottico squarciava l’aria.
Inquadrò le pupille del soldato, osservò ogni loro
dilatazione o variazione, misurò con attenzione la
tensione delle labbra, ogni segnale veniva registrato e
confrontato con gli schemi emozionali installati.
«Avete prelevato il soggetto?»
I fotoricettori del generale segnalarono una
variazione di 1.4 punti nelle pupille del soldato.
Aspirò di nuovo il sigaro, per dare vita ad un nuovo
miraggio di fumo.
«Non è stato possibile, signore, il soggett…»

24
Il generale lasciò cadere il sigaro, la moquette a
scacchi bianchi e neri iniziò a crepitare debolmente.
Il Soldato deglutì debolmente, mentre l’uomo seduto
si alzò, rivelando la sua immensa statura, frutto
dell’esoscheletro al titanio vulcanizzato marcato
Biotrust, un gioiello della bio-ingegneria post
moderna: doppio polmone rivestito in sintederma a
prova di PNX, fegato potenziato, apparato digerente
agli acidi naturali, valvola cardiaca con triplo sistema
di controllo del pompaggio, ed ogni altra futuristica
protesi per estendere l’aspettativa di vita erano stati
impiantati nella struttura portante, una cassaforte
ossea inattaccabile, un oggetto unico ormai, un
artefatto del passato irripetibile, un armatura
sottopelle con sistema di manutenzione automatico a
64 cellule di nanochirurghi.
«Il soggetto…»
Tentò di continuare il soldato, ma il generale lo zittì
con un gesto secco della mano.
«Riorganizza la tua squadra, arma i flyer, localizza il
soggetto e portamelo VIVO.»
Il soldato non aggiunse niente, la fortuna lo aveva
baciato, nessuna punizione o condanna,
un nuovo ordine, soltanto un nuovo ordine…
Quando si voltò, il sorriso ebete sul suo volto mutò
in una smorfia di sgomento: l’ordine non era diretto a
lui, ma al tenente Genkis, l’uomo che era entrato
silenziosamente nel bunker come un predatore
assassino.
Il generale sparò alla schiena del soldato con una
vecchia calibro 12 da collezione, proiettile in oro, testa

25
limata: il foro d’uscita sembrava un oblò di un
sottomarino.
Sprizzi di sangue sintetico, pregno di droghe da
combattimento e residui di stimolanti, macchiarono la
cravatta del tenente Genkis, che osservò la scena senza
batter ciglio.
«Ordine ricevuto, Generale. Non la deluderò…»
La moquette stava ormai bruciando, ma nel giro di
pochi istanti, i nanorobot che componevano il tessuto
si ridisposero nella stanza, questa volta formando un
intreccio simmetrico di rombi e triangoli: isolarono le
nanofibre danneggiate e le sostituirono con delle
nuove.
Genkis uscì di fretta dal bunker, mentre un altro
esercito di nanorobot iniziava il lavoro di ripulitura
della stanza….
Il generale si adagiò sulla poltrona, reclinò lo
schienale ed estrasse un altro sigaro maleodorante. Sul
vecchio pacchetto la scritta -il fumo provoca il cancro-
“Non a me…” Disse fra se e se il Generale, mentre il
doppio polmone si ripuliva da solo dal catrame
residuo…
“Siamo noi il cancro del mondo.”
Si era messo a parlare da solo circa sei mesi fa: ogni
volta che era sicuro di non essere ascoltato da nessuno
commentava ad alta voce, ma non per parlare, per
ASCOLTARE il suono di una voce che non lo
chiamasse -signore- che non provasse paura o timore
nei suoi confronti.
Quanto tempo era passato dall’ultima conversazione
informale?

26
Non ricordava più il suono di una risata, il calore di
una stretta di mano, una domanda, nulla di tutto ciò
era presente nella sua memoria: soltanto ordini,
direttive, comandi.
Ogni conversazione che ricordava era di tipo
gerarchico: non parlava CON le persone, parlava
ALLE persone, da una posizione di potere dove gli era
concesso tutto, dove LUI era la verità dei fatti.
“Io sono un Dio… e un Dio non si ammala di
cancro…”
Accese il sigaro e sospirò
“Si ammala di solitudine.”
Ma i rombi dei Flyer lo distrassero dai suoi pensieri, i
reattori all’iridio fecero vibrare le pareti del bunker,
come un piccolo sisma.
“Dove sarai adesso?”
Inspirò una lunga tirata, ed il sigaro brillò come un
tizzone.
“DOVE?”

«SONO QUA!»
Per un istante il Generale credette che la voce
prevenisse da qualche parte dentro la stanza. Invece
era nella sua testa, in una diramazione sintetica del
sistema percettivo. Era la voce di un ragazzo,
squillante e nitida.
L’attacco lo aveva colto alla sprovvista, ma innalzò
immediatamente un schermo protettivo. Erano anni
che non ne faceva uso, ma riuscì velocemente a
partizionare la mente, in modo che una porzione di
questa non fosse accessibile da agenti esterni. Con

27
quella avrebbe ragionato senza paura di poter dare un
vantaggio al suo interlocutore mentale.
«Hai fatto presto a trovarmi» rispose il Generale,
seguendo le onde cerebrali che lo avevano contattato
ed entrando nella mente dell’intruso. Era come
addentrarsi in una foresta vergine, un intricato
universo di domande.
«Perché?» La testa del ragazzo urlava quella parola.
Il Generale avvertì una pulsazione intensa all’altezza
della tempia destra, una leggera fitta che lo sorprese.
Il contatto confermava i suoi timori, e dava un senso
all’attacco portato a termine dai suoi uomini.
Purtroppo non erano riusciti nel loro compito, e le
conseguenze di questo fallimento potevano essere
devastanti. Gli Scrigni della Conoscenza erano adesso
alla portata di un quel giovane, e la loro lettura poteva
corrompere le nuove generazioni.
Ciò che lo stupiva era la forza di quella proiezione
mentale, l’intensità della sua “voce”, il controllo
innato, la fisicità. Le menti potevano leggere, ma c’era
chi raccontava storie di uomini capaci di manipolare la
struttura attraverso il pensiero. Quelle storie le aveva
sempre considerate leggende. Eppure il ragazzo lo
aveva “punto”…
«Perché avete sterminato la mia tribù?»
Il pensiero era pregno di un pianto di dolore. Questa
volta la “puntura” non arrivò alla fronte ma da
qualche parte nel petto. La valvola cardiaca interruppe
per un attimo la sua funzione di pompaggio. Il
Generale si senti vacillare.
«Ragazzo, tu non capisci…»

28
Ma la frase si spezzò in un urlo. Un dolore lancinante
come di carne lacerata gli esplose all’altezza
dell’addome. Il Generale si piegò in due sulla poltrona
girevole.
«Cosa non devo capire? Mi avete tolto tutto, anche il
mio nome…»
“Pratiche tribali”, pensò il veggente con la parte
schermata della sua mente. Ma si accorse che il
ragazzo era riuscito a penetrarla, come luce che,
filtrando in una camera oscura, rovina la pellicola. Si
sentì sotto scacco ma non avrebbe mollato la presa.
Forse quella era la loro unica possibilità di ritrovare il
fuggitivo. No, non avrebbe azionato lo scudo mentale.
Non ancora.
Come risposta ebbe una scarica elettrica che lo
trapassò in verticale come un fulmine caduto da cielo.
La potenza cerebrale del ragazzo era davvero
notevole. Trovare le frequenze giuste per accedere alle
banche dati sarebbe stato uno scherzo per un talento
del genere.
«Quali banche dati? Cosa significa?»
Ci era cascato, maledizione. Aveva ormai completo
accesso alla sua mente. Doveva alzare lo scudo…
«Cosa succede…» La voce del Generale era un sottile
brusio. Dagli innesti oculari incominciò a sgorgare del
liquido scuro che poteva essere un cocktail letale di
sangue, olio lubrificante e materia grigia. Il suo corpo
era completamente immobilizzato alla sedia. La mente
era una stanza con porte e finestre spalancate, ma lui
non poteva accederci.

29
Si sentì svuotare velocemente. I suoi pensieri, le sue
conoscenze, le sue paure. Tutto fuoriuscì dalla sua
testa, immagini mentali che, convertite in impulsi
binari, viaggiavano attraverso l’etere alla velocità della
luce.
Prima che l’oblio scendesse definitivamente sui suoi
occhi, il veggente riuscì a formulare un ultimo
pensiero. “Tutto stava per ricominciare!” Poi anche
questa immagine fu trasformata in codici proiettati
nello spazio.
Lo trovarono poco dopo due soldati. Il corpo
ricadeva sulla poltrona come un sacco di stracci da
lavare, gli occhi si aprivano a chiudevano come se gli
innesti avessero subito un corto, mentre il liquido
continuava a sgorgare macchiandogli gli zigomi. Lo
sguardo dei due soldati si soffermò per un attimo
sulla bocca del Generale che accennava un mezzo
sorriso.
«Lo hanno svuotato.» disse uno.
«Avvertiamo Genkis!» rispose quell’altro.
Sulla moquette intanto i nanorobot continuavano le
loro assurde pulizie.

2005/2007

30
IL TAGLIO DEL CORDONE
di GM Willo

«C
he fai, l’accendi?»
«Perché non ti va?»
«No, è che mi gira bene così, e non
voglio andar via di brutto…»
«Ma va!»
La ventola si accese, accompagnata da un bip. Sul
tavolo le lattine vuote non si contavano. La tequila era
a metà, ed in freezer ci aspettava una seconda boccia.
Io e Friz eravamo andati, e questo era più che
normale. Ma non mi piaceva la sua idea…
«Ho questa cosa che ti voglio far vedere…»
«Ma che cazzo dici? Non voglio vedere nulla
adesso… Forse un po’ di distruzione, che ne so.
Qualche bella demolizione controllata. Quella mi
andrebbe.»
«Fatti servire, Dude. Ci spariamo dentro che è una
bellezza!»
«Ah, no. Io non ci vengo in queste condizioni!»
Afferrai la lattina di Forst e proseguii il viaggio. Era
un bell’andare, se non fosse stato per la paranoia che
mi aveva messo addosso Friz.
«E smettila dai. Non fare cazzate!»
Lui mi lanciò uno sguardo umido e divertito. Si
attaccò alla Tequila mandandone giù un sorso
esagerato. Dopo avermela passata si accomodò
davanti alla console. Ormai era convinto, così mi
arresi e mi finii la boccia.

31
«Ti lascio aperta una finestra, così mi guardi da qua.
Roba da non crederci, fra!»
«Che cazzo dici?»
«Ho trovato questo posto. Un’isola, o che so io. Il
cielo è completamente azzurro, e ci casca di tutto…»
«Dal cielo?»
«Si, e da dove sennò! Ti distendi sulla spiaggia e
questa roba ti ricopre lentamente…»
«Che roba?»
«Neve. Neve calda… Un pompino nella testa!! Mille
pompini nella testa! Ti giuro!»
«Sei fatto!»
«No, stai a vedere!»
E si lanciò. Il suo corpo si accasciò sul divano accanto
a me. Dal braccio gli spuntava lo spinotto. Che cyber-
pera, pensai io, mentre mi aprivo un’altra lattina.
Non badai allo schermo per un tempo che poteva
benissimo essere stato una mezz’ora. Ero rimasto
affascinato dal plug del mio amico. Molti lo avevano
dietro il cervelletto, o per praticità nel sottoschiena, a
ridosso della colonna vertebrale. Dava nell’occhio, ma
per alcuni faceva sexy.
Averlo impiantato nel braccio, all’altezza della vena,
era una fissazione dei tossici nostalgici. Dovevi farti
impiantare un wire attraverso la spalla e poi attorno al
collo. Doloroso, inutile ma assolutamente fico!
Pensavo di andarmi a prendere l’altra boccia di
tequila, ma poi mi ricordai di Friz. Lo schermo
mandava impulsi di luce porporescente. Si, proprio
così, e se non vi piace il termine, fa lo stesso. Avete
capito no?

32
Porpora, fosforescente, putrescente.
Che cazzo!
L’avatar di Friz era uguale a Friz. Ci teneva alla sua
immagine.
Volava nella melma viola e ogni tanto si voltava
verso il punto di ripresa, facendomi dei versacci.
Accesi l’audio e sentii un fruscio roboante, come il
rumore delle ruote di un tir in autostrada.
«Friz, mi senti?»
«Forte e chiaro!»
«Che cazzo ci fai in quella merda viola?»
«Aspetta, Dude. Ci siamo quasi…»
Mi alzai e andai in cucina. Dal freezer estrassi la mia
amica Chilango. Ci risiamo, pensai. E tornai a sedermi
davanti alla console. Il corpo di Friz respirava
rumorosamente.
Nella finestra vidi l’isola. Una spiaggia pazzesca,
platinata. Conchiglie disseminate ovunque, ma
c’erano anche mozziconi di sigaretta e bottiglie vuote.
Un accostamento da brividi.
Friz era disteso in mezzo a quel marasma, vestito
esattamente come l’essere ronfante che avevo accanto.
Ma si era levato gli stivali. Le onde di un mare,
anch’esso porporescente, gli lambivano i talloni.
Aveva gli occhi chiusi il mio amico, ed un sorriso
teneramente ebete.
La neve incominciò a cadere. All’inizio era lenta e
leggera, ma presto divenne un turbinio di fiocchi che
oscurarono quasi del tutto la visuale.
Il respiro del dormiente era cambiato. Cazzo, pensai.
E mi attaccai alla boccia.

33
La tempesta di neve terminò.
L’avatar di Friz ne era completamente coperto. Per
un attimo pensai che fosse morto. Non si muoveva,
capite? L’isola era diventata bianca, non si vedevano
più ne le conchiglie ne le bottiglie vuote.
Poi qualcosa si mosse.
Quel cretino incominciò a saltare come un
forsennato. Cantava a squarciagola una canzone dei
Pink Troubles, avete presente quella che parla di quel
tipo che si ciba di cosmetici. Ecco, quella!
Abbassai il volume.
Poi incominciarono le convulsioni.
Lo sapevo, pensai.
«Testa di scimmia, stai partendo!»
Gli urlai dentro al microfono. Ma quel cretino
continuava a cantare.
Le convulsioni durano poco. La morte sopraggiunge
sempre nel giro di qualche minuto. Dovevo
muovermi, se volevo salvare il salvabile.
Le dita si mossero velocemente sulla console.
L’operazione era semplice, il “taglio del cordone”
veniva chiamata in gergo, ma io ero in botta piena e
facevo fatica a distinguere i simboli sullo schermo.
Cazzo, è già il quarto questo mese che mi rimane
attaccato al cavo, pensai mentre cercavo i tasti giusti.
L’operazione riuscì. Ancora qualche minuto e il
corpo avrebbe richiamato l’avatar, fottendo il povero
Friz. Almeno adesso era felice nella sua isola.
Finalmente la smise di cantare.
«Ehi, amico. Ci sei ancora?»

34
«Sei tu che non ci sei più! Sei andato Friz, te lo avevo
detto!»
Lui rimase perplesso per un attimo, ma poi ritrovò il
sorriso.
«Al diavolo! Meglio così. Qui si sta una meraviglia!»
«Che cazzo faccio con il tuo corpo?»
«Cosa?»
«Il tuo cazzo di corpo che si sta già raffreddando, qui
accanto a me, nel salotto di casa tua. Cosa devo farne?
Se arrivano i tuoi cosa li racconto?»
«Nulla, nulla. Buttami nel fossato, dietro la piscina.
Ci sono gli alligatori laggiù. Vedrai, non se ne
accorgerà nessuno.»
«Cazzo, ma io sono sbronzo e tu pesi ottanta chili!»
«Sai che bella cena per quelli stronzi! Coccodrilli del
cazzo. Spero li rimanga indigesto!»
Terminai la comunicazione e mi misi a lavoro. Non
fu facile ma alla fine riuscii a buttare quel deficiente di
Friz nel fossato dietro la piscina. Portai via la console e
ripulì alla meglio quello che c’era da pulire.
Che stronzo, pensai, mentre tornavo a casa.

2008

35
CLEOPHE-3001
di GM Willo

S
iete mai stati a letto con una Cleophe-3001 di
terza generazione? Non ci sono paragoni…
Epidermide in superlattex esalante fragranze
esotiche, connessione celebrale per la ricerca del
desiderio, giunture extraelastiche per posizioni
estreme, valvola di pompaggio Orgy202 installata sia
sopra che sotto, retto in vetroresina rivestito di gomma
bianca regolabile, l’ultima trovata della Sexynth, per
penetrazioni dolci e dolorose. Ammortizzatori lombari
in carbonio per cavalcate più intense. Gli orifizi
termoregolati vi permetteranno di raggiungere
l’orgasmo in pochi secondi. Un repertorio di sound-
mood eccellenti faranno da colonna sonora alle vostre
notti infuocate.
Provatela in un concessionario Sexynth.
La vostra Cleophe-3001 vi aspetta.

101 Parole

36
27 SECONDI
di GM Willo

I
l professor William De Waart vive in un
penthouse sopra un palazzo di sedici piani ad
Alkmaar. Dalla terrazza si distinguono le luci di
Amsterdam e il mare, e sporgendosi oltre il balcone si
vedono atterrare gli aerei sulla pista di Schipool. Uno
ogni quarantacinque secondi.
De Waart non è più professore in realtà, e il suo non
è propriamente un penthouse. Può definirsi un loculo,
un appendice dell’appartamento più sotto di proprietà
di un suo amico, grazie al quale il professore ha
ancora un tetto sulla sua testa.
Il loculo è il suo salotto, la sua camera da letto, il suo
studio e il suo laboratorio. Trentacinque metri
quadrati invasi da apparecchi tecnici e processori. De
Waart ha la barba e non conta più i giorni dall’ultima
volta che ha usato un rasoio. Ha i capelli arruffati, le
occhiaie che gli arrivano alle guance, ed emana un
odore non piacevole. Povero professore, penso io che
non lo vedo da quasi sei settimane. Che brutta fine…
Mi ha invitato per un tè, e la cosa mi ha fatto
immensamente piacere. L’ultima volta che ci ho
parlato stava raccogliendo la sua roba all’università,
balbettando frasi confuse. O forse era confuso il mio
olandese, che non sono mai riuscito a imparare
decentemente.
«Professore, che è successo?» gli domandai.

37
«Gente stupida. Non capisce!» Il suo inglese aveva
un forte accento, ma grammaticalmente era
impeccabile.
«Il suo esperimento? Non ve l’hanno accettato?»
«Ja! Neanche a parlarne! Gente stupida…» e
continuava a borbottare in quella lingua gracchiante.
«Ma perché se ne va?» gli chiesi io. Il professore mi
era sempre stato simpatico. Non mi ero perso un suo
corso da quando seguivo il programma Erasmus.
«Non li sopporto più. Basta. Devo continuare i miei
esperimenti. Non ho tempo…»
«Beh, mi dispiace davvero…»
Lui allora mi lanciò uno sguardo carico di qualcosa
che al momento non riconobbi. Fu quando mi arrivò il
suo invito via e-mail che riuscii a dargli un senso. Era
stato uno sguardo d’affetto.
Così mi trovavo adesso nel suo loculo. Le ventole dei
processori frinivano come libellule. Nell’aria c’era un
odore d’incenso ed applepie.
«Grazie di essere venuto. Metto subito il tè a bollire.»
I suoi movimenti erano impacciati. Sembrava
impaziente.
«Purtroppo non è la giornata adatta per stare in
terrazza, altrimenti potevamo sedere fuori.»
«Non si preoccupi professore. Mi fa piacere
rivederla. Come se la passa?»
Ma potevo vedere, toccare e annusare come se la
passava il vecchio. Non bene.
«Splendidamente figliolo! L’esperimento è finito!»
L’euforia nei suoi occhi lo ringiovanì di cento anni
almeno.

38
«E funziona?»
La mia domanda nascondeva una lieve ironia. Dico
lieve perché tra tutti ero l’unico a dare un minimo di
fiducia alle idee del professore.
«Lo vedremo ragazzo…»
Il fischio del bollitore interruppe bruscamente il
nostro dialogo. De Waart servì del tè verde in due
tazze di porcellana antica, insieme ad una fetta di torta
di mele con panna montata. Il tavolo era totalmente
occupato da circuiti stampati, appunti e migliaia di
altri oggetti. Meno della metà di questi avevano un
senso per me.
Dovevamo tenere il piattino in mano mentre
mangiavamo, ma non era assolutamente un problema.
Il dolce sapeva di sintetico, come tutti i prodotti di
pasticceria olandese. In compenso il tè era squisito.
«Diceva dell’esperimento?» esordì io. La sua
impazienza mi aveva contagiato.
«Ecco, si. Veniamo al punto. Ti ho invitato per
partecipare alla prima dimostrazione.»
«Ha intenzione di provarlo adesso?» Dieci anni di
ricerca, migliaia di ore passate davanti al computer, e
finalmente il suo progetto stava per vedere la luce. E
dove? Nel suo piccolo studiolo al diciassettesimo
piano di un edificio sconosciuto.
La rilevanza del progetto era di proporzioni
mondiali. La comunità scientifica, nel caso i risultati
fossero quelli che il professore si aspettava, sarebbe
stata completamente sconvolta. Per non parlare degli
enti etici, filosofici e teologici.

39
Ma come succede sempre più spesso in questo
mondo accelerato, dove l’informazione parrebbe alla
portata di tutti, le cose davvero importanti rimangono
dove devono rimanere. Nel sottosuolo di una cantina
o nel laboratorio improvvisato di un vecchio
professore in pensione forzata.
De Waart si avvicinò allo schermo. Il cursore
lampeggiava in alto come facesse l’occhiolino. Digitò
un comando e lo schermo divenne totalmente buio. Il
disco rigido grattava come un forsennato. Presto si uni
a lui il rumore degli altri due processori.
«Ha già inserito tutti i dati necessari?»
«Sono due giorni che non dormo. Si, ragazzo. Quello
che stiamo per vedere sono i ventisette secondi
precedenti al mio concepimento, attraverso la
codificazione di ogni informazione raggiungibile. Non
so davvero cosa aspettarmi.»
«Solo ventisette secondi?»
«Non mi è stato possibile spingermi oltre.»
A questo punto gli occhi del professore divennero
due fessure, ed un sorriso beffardo gli si dipinse tra la
dentiera.
«Sei pronto?»
Inviò il comando.
Lo schermo divenne bianco per alcuni istanti e poi
nuovamente nero. In alto a destra comparve un
cronometro. Il conteggio incominciò. Uno, due, tre…
Lo schermo rimaneva buio. L’esperimento era fallito.
Mi scoprì a pensare che ci avevo quasi creduto, che
l’entusiasmo del professore mi aveva davvero
contagiato.

40
Ma ovviamente era tutta una bufala.
Poi al tredicesimo secondo lo schermo s’illuminò. Un
chiarore bluastro, come il baluginio dei fondali marini.
La luce s’intensificò fino a mostrare la dentatura di un
grosso pesce, forse un merluzzo.
Le immagini si susseguivano come da un obbiettivo
che retrocedesse davanti al soggetto. Al ventitreesimo
secondo la figura del merluzzo era intera e frontale. Al
ventisettesimo, momento in cui scattò il fermo
immagine, il pesce era più distante e leggermente di
lato. Il suo occhio fungeva da specchio.
Il professore si avvicinò allo schermo incuriosito e
vide la minuta forma di quell’essere che era stato lui,
prima di diventare quello che era. Una sogliola.
Si voltò verso di me e incominciò a ridere.
«Ecco perché non mi è mai piaciuto il pesce!» mi
confessò.
E continuò a ridere rotolandosi per terra.

2008

41
VIRTUAL SOTHOTH
di Grezzo Illusivo

M
i auguro che quello che sto per raccontarvi
sia a tutti gli effetti il delirio di un uomo in
preda a strane febbri. Che gli eventi ai
quali il mio avatar ha assistito, siano solamente il
risultato di un’alterazione improvvisa delle droghe in
circolo. Che il mondo dentro al quale mi sono
proiettato non sia altro che la burla di un server
criptato.
Le mie recenti letture potrebbero aver condizionato
le mie percezioni. Creature dell’incubo, abbietti
abitatori delle remote regioni del cosmo, divinità
contorte degli abissi. Le ho credute favole per
bambini. Fantasie distorte di menti tenebrose, venute
alla luce all’inizio di un secolo buio. Il sogno che
codifica la realtà. L’insensatezza di tutto.
Ma ai confini di questo universo fittizio, oltre i
corridoi ambrati in cui il sistema binario si comprime,
succedono cose strane. Laggiù esistono degli spazi
immensi, esuli da qualsiasi legge elettronica. Spesso
non sono compatibili con le nostre rappresentazioni,
ma a volte puoi incontrare un “match”, un incastro
perfetto che risucchia una parte di te, lasciandoti
spiare oltre il velo.
Nei grattacieli informatici è possibile recuperare solo
qualche brandello di conoscenza, testimonianze
anonime di alcune diramazioni esistenziali, la maggior
parte delle quali ha solo creduto di innescare un

42
“match”. Il davolin ha fatto il resto. Quando quella
roba si amalgama al tuo avatar, puoi vedere dio e sua
sorella, e intrattenerti con loro a giocare a biliardo. Ho
visto proiezioni rimbalzare per anni dentro un server
di recupero, mentre i loro “host” vegetavano nelle
cliniche fuori città.
Ma qualcuno si è davvero spinto oltre il velo, e ho
paura che anch’io abbia fatto lo stesso.
Il distacco è stato qualcosa di doloroso. Nessuna
codificazione percettiva pseudofisica, non se mi
spiego… Il dolore non era la riproduzione di un
evento nefasto, come succede di solito quando il tuo
avatar inciampa. Ho avvertito una specie pulsione
neurale all’altezza della spina dorsale, e un vuoto che
si sprigionava da un punto ben definito dietro la
schiena. Ma poi il dolore si è mosso fuori dal corpo,
concentrandosi in una zona circoscritta a un metro e
mezzo sopra di me. Ciononostante continuavo a
percepirlo, ed era lancinante.
Poi le tenebre sono esplose nella mia testa. Era la
morte come me la sono immaginata per anni. Una
condizione di assenza assoluta; il realizzare unico
della propria percezione. La totale disgregazione dello
spazio-tempo. Una perfetta condizione di standby.
Non posso quantificare il tempo che ho passato in
tale stato. So solo che ad un certo punto sono comparsi
i globi di luce, una serie di sfere iridescenti che
mutavano continuamente di colore e dimensione,
nascendo e scomparendo.
Il ronzio delle sfere era simile ad un infernale
didgeridoo, vibrante, alieno.

43
Non riuscivo a smettere di secernere bava dalla
bocca, come una bestia agonizzante.
Ci sono voluti giorni perché riacquistassi il dono
della parola. Ho pianto per settimane, risvegliandomi
da incubi indescrivibili, madido di sudore, in preda ad
un fredda paranoia.
Col tempo ho ripreso coraggio, ho tentato di
razionalizzare l’evento, di convincermi che in fin dei
conti non era possibile distinguere una percezione
dalla realtà quando eri connesso, che per quanto
assurdo avevo creato tutto io, con il mio cervello
ormai devastato dalle sinte-droghe; mi ero quasi
convinto, dannazione, quando lui suonò alla mia
porta…

Il suo trench aveva il colore del lattice appena


sgorgato, portava con disinvoltura un taqiyah bianco
decorato con piccoli cerchi dorati: il suo sguardo era
nascosto da occhiali circolari dalle lenti violacee senza
stecche, ma la sua espressione tradiva un odio ed una
violenza che rasentava la follia. Non avrei mai voluto
farlo entrare nella mia tana, ma non riuscii ad
impedirglielo. Non so spiegarvi il magnetismo che
emanava, le vertigini che mi assalirono quando si tolse
gli occhiali, fissandomi negli occhi senza battere ciglio.
Fu allora che sentii per la prima volta la sua voce.
Ancora oggi non riesco a dimenticarla.
“Posso entrare?” Domandò, con un tono ne che non
ammetteva alcun rifiuto.
“Chi…io… non la conosco…” balbettai, in preda ad
un terrore misto a rispetto.

44
“Conoscere… usate sempre le parole che non
comprendete…”
“Cosa vuole… da me?”
“I suoi ricordi.” mormorò, accennando un sorriso.
“I miei…ricordi?”
Non ho memoria di cosa accadde dopo. L’ultima
immagine che riesco a rievocare sono le sue mani
orrende che mi afferravano per la gola, le sue dita
senza unghie, la sua voce che chiamava qualcuno… o
qualcosa…
Mi risvegliai il giorno seguente, il collo mi doleva,
ma nessun livido macchiava la mia pelle.
L’appartamento era stato messo a soqquadro, il mio
deck era stato portato via, per un attimo mi sfiorò
l’assurda idea di denunciare l’accaduto alla
psicosquadra…
Mi sarei guadagnato un mese di riallineamento
neurale a mie spese, non mi avrebbero mai creduto, e
gli ultimi brandelli di umanità che mi erano rimasti si
sarebbero dissolti.
Mi alzai a fatica, frugai in quel caos in cerca della mia
derringer intelligente, ma trovai solo una manciata di
chip di credito e un barattolo mezzo vuoto di
metaxanax.
Ingoiai le pillole ed indossai il cappotto. Era marzo,
ma la neve copriva ancora la metropoli, nascondendo
la sporcizia sotto un manto immobile.
Non sapevo dove fuggire, ma quel posto non mi
sembrava più sicuro, continuai a chiedermi perché
non mi avesse ucciso, mentre correvo nei vicoli

45
imbiancati, mentre scappavo da un terrore che non
aveva nome né forma.
Chi era quell’uomo, cosa avevo visto nel
cyberspazio, perché voleva i miei ricordi?
Entrai in un drugshop di ultima generazione, sulla
24° via.
Il tanfo di spezie bruciate e di fumo invase le mie
narici, mentre il proprietario mi squadrò con
disprezzo, scambiando la mia paura per una semplice
crisi di astinenza.
“Sei in paranoia, chombatta? Hai un aspetto di
merda…”
Uscì dal bancone con lentezza, il suo accento era il
frutto di almeno tre culture, così come la sua pelle ed il
suo aspetto. Mi indicò un piccolo tavolo rotondo da
fumo, mi stesi sul divano puzzolente ed attesi il menù.
Più di centocinquanta droghe provenienti da tutto il
mondo apparvero nello schermo tattile, con le
controindicazioni scritte in font illeggibili.
“Caraqua? Sintecrack? Emostamina? Abbiamo in
prova un taglio di Gandhi divino…”
“Siete connessi? E’ possibile connettersi con questo
terminale?” dissi, indicando lo schermo incassato nel
tavolino da fumo.
“Che cazzo ne so, le odio queste macchine di
merda…” rispose
“Mi porti una tisana di Spitznick… bella calda…”
“Da mangiare niente?” non sembrava affatto una
domanda…
“Una fetta di torta ESP…senza panna modificata, per
favore…”

46
Non aggiunse altro, lasciandomi solo, davanti al
terminale.
Presi un lungo respiro prima di crackare il menù con
un movimento delle dita sul touch screen: lo schermo
si tinse di nero, rivelando il sistema operativo che
gestiva il menù. Ogni deck era connesso alla macronet,
una rete di controllo delle multinazionali che
monitorava istante per istante ogni comando impartito
alle macchine commerciali, “finalmente sicuri”
recitava lo spot della sua presentazione.
Avevo poco tempo, mi avrebbero scoperto nel giro di
alcuni minuti, ma ero sicuro che mi sarebbero
bastati…e forse sarei riuscito anche a “pagare” il conto
crakkando il menù.
Se un “disconnesso” mi avesse visto mentre mi
scagliavo nella rete esterna sfregando le mie dita sullo
schermo tattile mi avrebbe scambiato per un autistico
o per un folle, ma il locale era deserto, ed il
proprietario era ancora nel retro a prepararmi la
tisana.
Trovai l’accesso alla Wayback Machine in pochi
secondi, rievocai l’immagine di memoria della mia
ultima corsa, incrociando il mio IP con la data della
mia esperienza virtuale e le coordinate della mappa
interna. Interi terabyte di memoria fluttuavano nello
schermo, in attesa di essere compilate. Un brivido mi
assalì quando il proprietario sbucò all’improvviso dal
retrobottega, con un vassoio lucente in mano. Due
rapidi gesti sullo schermo, il menù riapparve
all’istante, coprendo il sito pirata con il suo manto di
bit.

47
“Ecco qua…fanno 28 eurodollari… pagamento
anticipato, carta o chip?”
“Ho già pagato con il BAMA, mentre era di lá… i
prezzi erano scritti nel menù…”
Il proprietario mi squadrò per alcuni secondi, andò
in silenzio dietro il bancone e ci mise quasi un minuto
per ricordarsi come controllare il pagamento
elettronico dal suo server.
“Qui c’è scritto 280 eurodollari…” disse “grazie della
mancia…”
Sudai freddo… uno zero di troppo, maledetta fretta.
“É che vorrei… fare un po’ di scorta di metaxanax…”
“Quella merda è illegale… io non vendo robaccia
importata dall’Eurasia…” mentì.
L’embargo durava da più di dieci anni, ormai, ma
tutti erano consapevoli che il mercato clandestino non
solo non ne aveva risentito, ma anzi, aveva solo fatto
lievitare i prezzi.
Non dissi niente, lasciai che i 280 eurodollari
parlassero per me.
“Però…” concluse “se proprio ti va di scassarti il
cervello…”
Tornò nel retrobottega, avevo poco tempo, presto
l’accesso illegale sarebbe stato processato dai robot
corporativi ed identificato come un attacco
terroristico…
Ridussi di nuovo ad icona il menù con un rapido
gesto delle dita, il servizio di recupero della rete mi
aspettava, come un cane fedele e infallibile… RUN…
YES… YES…
Mi ritrovai nel mio appartamento lordo di sangue.

48
Lessi per caso sul quotifax cosa era successo nel
drugshop. Tuttora non ricordo nulla delle ore
successive a quei tre comandi…
L’unità antiterrorismo entrò nel locale alle ore 23:07,
pochi minuti dopo la mia fuga, evidentemente:
trovarono il proprietario del locale in sedici zone
differenti…

Da allora qualcosa vive in me, qualcosa di orrendo…


di inconcepibile…
Non si tratta di allucinazioni o di un virus di ultima
generazione! Qualcosa di vivo si è impossessato della
mia mente, del mio corpo… della mia anima! Esistono
cose che è meglio dimenticare, per sempre, una volta
per tutte! Stai lontano dalla rete! Non ti connettere!
Una parte di lui vive ancora in quel Server!
Ormai riesco a comprendere quel ronzio, è una voce,
un linguaggio, sta cercando un varco per la nostra
realtà! Non sopporto più quel nome che ormai
riecheggia nella mia testa, non posso vivere con il
terrore che l’uomo in bianco torni a trovarmi…
Mi stanno usando… io sono la chiave, ormai. Non
posso permettergli di uscire dalla mia prigione…
NO! Hanno bussato alla porta… è lui… La finestra…
si… la finestra…Un volo e poi il nulla… Ti porterò con
me, maledetto… Non tornerai a vivere!
NON APRIRAI IL CANCELLO YOG SOTHOTH!

[End of file... SEND on MARCH 29 2022]

2008

49
I VERMI DI RARIEL
di GM Willo

N
on oso pensarlo…
Oh mio dio… devo stare calma… l’E-
speaker è già in funzione… sta già
salvando…
Eccomi…
Mi chiamo Ilaria Delorme, per metà francese. Ma
questo non vi interessa…
Faccio parte del team di ricerca DTH (Digging The
Hole) fortemente voluto dalla federazione Eurasia nel
dicembre scorso, per analizzare alcune fenditure
apparse nei remoti angoli della matrice. Confesso che
molti di noi erano scettici a riguardo. Nessuno ha mai
preso realmente sul serio gli esperimenti che
facevamo, anche se ogni procedura è stata sempre
rispettata.
In rete se ne parlava e se ne parla tutt’ora in maniera
frenetica e spesso imprecisa. La fenditure esistono, ma
ancora non sappiamo cosa siano. Posso solo dirvi che
attraverso di queste sta entrando qualcosa. L’ho
scoperto pochi minuti fa.
L’unico nome che sono riuscita a codificare è Rariel. I
byte che ho analizzato appaiono sfaccettati come
pietre preziose. L’immagine è quella di un groviglio
cromatico serpeggiante. L’immaginazione ha fatto il
resto; li ho chiamati i Vermi di Rariel.
Cosa essi siano non ne ho la più pallida idea. Per
intuire da dove essi provengano, dovrei attingere alle

50
più folli fantasie infantili, ai fumetti e alle storie
dell’orrore. Una cosa è sicura; gli impulsi che emanano
non sono di questo mondo.
Ne ho isolato uno. Ho fatto dei test reattivi. Potrebbe
trattarsi di un virus, ma il suo comportamento è
sfuggente. Sembra evolversi e modificarsi dall’interno
proprio come farebbe un virus, ma questa
trasformazione trascende le logiche elettroniche e di
pensiero. Il cambiamento stravolge il contesto. Il
verme abbandona la sua natura digitale diventando
qualcosa di carnale.
Il processore nel quale ho esaminato il campione
estratto è andato in corto. Il disco rigido era
completamente ricoperto da una sostanza scura,
gommosa. Tessuti organici, senza ombra di dubbio.
Ho spento tutto. Il terrore mi ha gelato il sangue
nelle vene. Non ho osato vedere oltre. Spengerò anche
questo ultimo accesso, dopo che avrò finito di dettare
il messaggio.
I Vermi di Rariel sono dentro il sistema. A miliardi
hanno già penetrato le fenditure, e si stanno facendo
strada verso la superficie. Cambiano velocemente,
adattando i loro impulsi ai nostri, decriptando gli
accessi, infiltrandosi ovunque.
Spengete tutto. Staccate la spina.
Ho uno strano presentimento…
Nessuno è più sicuro.

25 aprile 2018

51
ISOLDA PARKER
di GM Willo

I
solda Parker.
Che donna…
La nostra non è stata una relazione, ma una
partita a scacchi. Ed io ho fatto la fine del Re nel
corridoio. Che stupido!
La passione travolgente delle prime serate insieme si
è trasformata presto in ossessione. Lei mi svegliava nel
cuore della notte, ordinandomi di collegarmi a lei, di
collegarmi in lei. Il sesso carnale non le interessava per
niente. Si, lo abbiamo fatto qualche volta all’inizio, ma
si è stufata subito.
Una sera, porgendomi gli spinotti, mi disse: “Caro,
infilati questi. Ci facciamo un giro.”
Le risposi che non ero proprio un tipo da viaggio. Lei
mi sorrise, con quella tipica espressione da mantide.
Avvicinò le sue labbra carnose alle mie, mentre con la
mano cercava il mio innesto dietro la nuca. Quel bacio
fu l’inizio del volo…
Indossavo vesti di luce liquida. Galleggiavo sopra un
letto oleoso. Lei mi raggiunse nella forma di un insetto
gigante, nero come la pece. Il ticchettio delle sue
zampette s’impossessò delle mie percezioni. Ne ero
terrorizzato, ma non potei nascondere una certa
eccitazione. Lei si mise a divorare le mie carni di luce,
una bocca famelica da insetto che voracemente si
faceva strada verso i miei intestini. L’orgasmo stava
montando. Era un’ascensione lenta e tortuosa, fatta di

52
brusche accelerazioni ed improvvise frenate. Era un
volo senza paracadute.
Quando ricaddi pensai di rinascere e morire almeno
un centinaio di volte.
Poi toccò a lei. Voleva che le infilassi la luce
sottopelle. Voleva che la vestissi di me.
Andammo avanti per ore, esplorando le fantasie più
incredibili, attingendo forza dalla corrente elettrica,
diventando organismi di energia pura.
Ma ogni volta il risveglio nascondeva qualcosa di
traumatico. La mancanza totale dell’appagamento,
l’insopportabile apatia per la vita reale. Era peggio di
una droga.
Isolda non ne sembrava affatto disturbata. Forse era
già perduta. Forse non era mai realmente esistita.
Le ho lasciato il mio corpo. Non che gliene importi
qualcosa, però crede ancora che vi abiti. Lo tiene
attaccato ventiquattro ore al giorno, iniettandoli
zuccheri e altre schifezze. Quando vuole farsi un giro
vi si adagia accanto e s’infila dentro. Io li osservo da
una piattaforma schermata, e a volte provo un po’ di
gelosia per il mio doppione. Ma la libertà in fondo non
ha prezzo.
Quaggiù mi trovo bene. Devo stare attento, perché
Isolda non è stupida, e se dovesse accorgersi che si sta
scopando un clone, rivolterebbe la rete per scovarmi.
Ed io non mi fido delle sue amicizie…
Il mio corpo mi manca un po’, ma ci farò l’abitudine.
In fondo anche quello non è altro che una prigione.

2008

53
IL MEDIUM
di GM Willo

«V
orrei ricordarle che la procedura non è
sicura…»
«Lo so, mi sono informato.»
«Intendo dire che lei potrebbe esserne danneggiato.»
«La prego, non perdiamo altro tempo…»
Giosani guardò il cliente come si guarda un bimbo
che sta per combinarne una grossa. Giosani ci aveva
fatto il callo. Sapeva quanto poteva essere testarda la
gente. Ma dopo tanti anni di attività, non gliene
importava più niente. L’importante era che pagassero,
e che firmassero il contratto.
«Mi collego col mio notaio di fiducia. Può
convalidare le firme anche attraverso la telecamera.»
«Bene. Dove devo firmare?»
«Qui sotto…»
Sul deep-screen da tavolo apparve la figura di un
uomo di mezza età con la barba e gli occhiali.
«Salve Kevin. Ho qui un cliente. Potresti convalidare
la firma del contratto?»
«Certamente Gió, sono sempre disponibile per te.
Tutto bene?»
«Abbastanza. Ultimamente sono più impegnato del
solito.»
«L’ho notato. Gli affari vanno bene.»
«Non mi posso lamentare. Ok, questo è il signor
Oswaldo Meraz. Ti sto inviando adesso i dati insieme

54
a una copia del contratto e ai suoi estremi anagrafici.
Mi sembra tutto in regola…»
«Si, tutto in regola Giò. Signor Meraz, la prego digiti
il suo codice personale per dare l’approvazione
dell’autenticità dei dati…»
L’uomo batté la serie sulla tastiera. Giosani non poté
fare a meno di notare che gli tremavano le mani. Tutto
regolare…
«La transizione è già stata fatta…»
«Si, signor Meraz, ho appena visto il mio conto. La
ringrazio. Kevin, siamo a posto?»
«Perfetto Giò, tutto a posto. Ci vediamo la prossima
volta.»
«Bene. Grazie ancora.»
Lo schermo si spense.
«Prepariamoci…»
«L’opuscolo dice che è in grado di vedere oltre i
varchi…»
«Si, ma le consiglio di rimanere dentro la mia aurea.
Se dovesse uscirne non potrei più fare niente per lei.»
«Capisco…»
«È capace di seguire le scie?»
«Certamente…»
«Bene. Se dovesse rimanere indietro mi chiami.
Aprirò una finestra di interlocuzione, così potremo
rimanere sempre in contatto.»
Ci fu il solito rituale della connessione; cavi, spinotti,
ricerca delle frequenze. Cinque minuti più tardi erano
dentro, proiettati in corridoi laterali che
raggiungevano velocemente gli spazi profondi della
matrice. Una volta laggiù, Giosani avrebbe cercato

55
quei sentieri che solo lui conosceva, strade nascoste e
tortuose che si allontanavano pericolosamente dal
sistema come lo conosceva l’uomo. Li avrebbero
condotti alla Valle degli Accessi, come la chiamava lui.
Era il limite estremo dello spazio-disco, un luogo in
cui l’informazione subiva bizzarre alterazioni, creando
appunto i cosiddetti varchi.
«Bene, siamo quasi all’uscita dei corridoi. Tra poco la
luce cambierà d’intensità. Non si preoccupi e continui
a starmi vicino.»
«D’accordo!»
Giosani si sforzava di ricordare il primo impatto con
le rivelazioni. Per lui era diventato tutto scontato. Gli
spiriti dei defunti, le trasmissioni sensoriali, i bagni
dimensionali. Quei luoghi inimmaginabili erano il suo
lavoro, ed era un modo facile ed onesto per tirare su la
grana necessaria a rimanere a galla, in un mondo fatto
solo per i ricchi. Una seduta gli faceva guadagnare
fino a dodicimila testoni. E se qualcosa andava storto,
il contratto lo scagionava da qualsiasi responsabilità.
Come aveva detto Kevin, gli affari giravano bene. La
gente non ha mai smesso di voler contattare i morti.
Nel tempo le tecniche sono cambiate, ma il business ha
sempre funzionato.
Non erano pochi coloro dubitavano della sua onestà.
In fondo non ci sarebbe voluto molto per ingannare il
cliente. Eppure l’esperienza era genuina al cento per
cento. Giosani guardava al fatturato, ma non era un
truffatore.
Avevano raggiunto i sentieri. Il medium aveva
rallentato l’andatura; quelli erano posti insidiosi, e

56
l’opuscolo assicurava l’incolumità del cliente fino ai
varchi, perciò non poteva rischiare di perderlo ora.
Una volta laggiù, se la sarebbe vista da solo con i suoi
dannati spettri.
«Rimanga vicino adesso. Non esca dalla mia scia,
neanche per sbaglio. Intesi?»
«Va bene…»
I sentieri apparivano come delle piste lievemente
luminose in un territorio oscuro e indecifrabile. I
paesaggi circostanti erano compressi, oppure criptati,
perciò era come se una serie di veli scuri ne
delimitassero i bordi. Quelle erano le magioni dei
pazzi; così le chiamava Giosani. Praterie sconfinate di
memoria alla mercé di creature ibride, figlie della
nuova era della rete. Addentrarsi dentro quei mondi
significava perdere completamente la propria identità
carnale, e diventare parte del sistema.
«Ci siamo quasi. Oltre quei lembi, riesce a vederli?»
«Cosa sono?»
«Non saprei. Credo appartengano la drappo che è
stato lacerato. Le dimensioni si piegano in questo
punto, e nello spezzarsi creano i varchi.»
Il sentiero li condusse oltre le lacerazioni dei mondi.
Laggiù era grigio, denso, ovattato, grave. Giosani a
volte era disturbato da quell’ambiente. Un universo di
passaggio, una sorta di limbo privo di tempo e di
confini. In quell’abbraccio plumbeo, le due proiezioni
si fermarono.
«E adesso?»
«Devo trasmette l’impulso. Suo figlio di chiamava
Dennis, vero?»

57
«Si…»
«Mi carichi una memoria recente, la più intensa che
riesce a ricordare.»
Il signor Meraz protese l’immagine del proprio figlio
quando era ancora in vita, in un giorno di primavera
al parco. Sorrideva con grandi occhi azzurri, mentre
gli veniva incontro sul suo triciclo.
«Bene. Questa va benissimo. La trasformo in
impulso, e poi vediamo cosa succede. Lei si tenga
vicino. Riesce a vedere l’aurea?»
«La sfumatura che cambia, a un paio di metri da
dove ci troviamo?»
«Esattamente. Se l’attraversa, io non posso fare nulla
per lei. Intesi?»
«Si…»
L’impulso non sortì alcun effetto visibile. Il cliente si
accontentò della spiegazione, e si fidò delle parole di
Giosani. Non poteva fare altro.
Passarono i frame. Il medium riusciva a percepirli,
ma chi non era abituato a simili viaggi poteva farsi
prendere dal panico. Il frame è una misura di tempo
fittizia, necessaria quando si vogliono esplorare zone
della matrice che non sottostanno alle normali leggi
del viaggio virtuale. Chi è privo di un punto di
riferimento temporale, può affogare nell’illusione di
un’eternità, e rischiare di impazzire.
«Stia calmo. Siamo in attesa. Rimanga presente…»
Il cliente annuì. Sembrava aver ripreso il controllo.
Dentro quella specie di utero grigio, le due
proiezioni attendevano l’avvento dello spettro.
Giosani si chiese se Meraz avrebbe voluto davvero

58
dare una sbirciatina oltre il varco. Poteva cercare di
dissuaderlo, ma sapeva già che sarebbe stato inutile,
come era stato inutile con i precedenti clienti. Pochi
avevano resistito alla tentazione.
«Vedo qualcosa…»
«Si, da quella parte. Una forma lievemente
luminosa…»
«Che cos’è?»
«In questo luogo gli spiriti vengono percepiti come
masse scomposte di luce soffusa. Credo sia lui…»
Meraz tremolò. Il momento era delicato. Alcuni
rigettavano la visione, perdendo il contatto con la
propria proiezione digitale. Altri fuggivano in preda
al terrore, smarrendosi nelle magioni dei pazzi.
«Non si muova. Stia tranquillo, va tutto bene.»
La forma luminosa sostò a ridosso dell’aurea, un
groviglio pulsante di filamenti cangianti. Il
riconoscimento non avviene a livello percettivo. Il
cliente semplicemente obbedisce a una voce interiore
che gli conferma l’identità dello spirito.
«Ciao papà.»
«Dennis…»
«Che bello che sei venuto a trovarmi…»
«Si, è bellissimo…. Come stai?»
«Benissimo. Quaggiù c’è tanta quiete. E poi suonano
questa musica, e noi balliamo, e ci sono proprio tutti,
sai?»
«C’è anche la mamma?»
«Certo. C’è anche lei. E anche la nonna. Balliamo
sempre… Vieni anche te?»
«Signor Meraz, rimanga dov’è!»

59
«Si, sono qua. Non si preoccupi…»
«Non puoi venire, papà?»
«Si, amore. Un giorno verrò anch’io.»
«Ah, bellissimo. Noi ti aspettiamo.»
«Si, aspettatemi…»
«Adesso devo andare. Quaggiù è troppo grigio. Non
è un bel posto…»
«Certo, amore. Vai. Non rimanere qui, se non ti
piace.»
«Torno dalla mamma. Noi ti aspettiamo allora…»
«Certo. Ciao…»
«Ciao papà.»
La forma luminosa si allontanò velocemente. La
proiezione di Meraz continuava a tremolare, ma
Giosani non se ne preoccupò. Era una reazione
normale, date le circostanze.
«Posso guardare oltre il varco?»
“Ci siamo” pensò il Medium.
«Il contratto lo prevede, ma devo avvertirla. Molti
miei clienti non hanno resistito alla tentazione.»
«Lo so, ma non m’importa. Ho pagato anche per
questo servizio, no?»
«Certamente. Mi segua allora. E stia sempre vicino.»
Proseguirono nella direzione in cui era scomparsa la
luminescenza che era lo spirito di Dennis. Non
esistevano punti di riferimento, perciò era come
avanzare nella nebbia più fitta. Ciononostante Giosani
si fermò in un posto ben preciso, che all’apparenza
non presentava alcuna delimitazione.
«Perché ci fermiamo?»
«È qui.»

60
«Il varco?»
«Si. Lei non può vederlo, ma io riesco a sentirlo.
Adesso aprirò uno spiraglio. Lei ci potrà guardare
attraverso. Mi raccomando, non si sporga troppo.
Anche se non fosse sua intenzione gettarsi dentro,
qualcosa in lei proverebbe a farlo. Combatta questo
impulso, intesi?»
«Va bene…»
«Bene…»
Nella nebbia si aprì un squarcio. Una luce intensa vi
fuoriuscì, investendo le due proiezioni. Il “bagno
dimensionale”, lo chiamava Giosani; un’esperienza
difficile da dimenticare ed impossibile da descrivere.
Poi, quando la visione si assestò, entrambi poterono
ammirare in tutta la sua magnificenza l’opera più
sorprendente di tutto l’universo. Un complesso
disegno mutevole delineato da orbite perfette, sulle
quali si muovevano forme indistinte di energie vitali.
Tutto procedeva lungo e attraverso una melodia
soave, di indefinibile provenienza. Giosani la
chiamava la “danza cosmica”.
«Meraz, cosa sta facendo? Si fermi! Torni indietro!»
Ma la tentazione era troppo allettante. La proiezione
di quel padre divorato dal dolore si scagliò attraverso
il varco, cercando la sua orbita in quel preciso disegno.
Come poteva biasimarlo, Giosani.
E poi, cosa poteva importagliene a lui.
Il conto era già stato saldato.

2008

61
L’OBLITORIO
di GM Willo

C
onnor Whitesmith è morto alle diciotto e
quarantasette minuti di oggi, 29 aprile 2017.
Questo resoconto descrive ciò che è avvenuto
dopo la sua morte, e con tutta probabilità non verrà
creduto da nessuno. Non ho alcuna prova da mostrare
e non possiedo le capacità retoriche per dissuadere gli
scettici. Ciononostante non posso negare il fatto che gli
eventi di cui parlerò siano veri al cento per cento.
Ognuno è libero di pensarla come gli pare. In fondo,
viviamo tutti in un mondo in cui la verità dobbiamo
trovarcela da soli.
Il signor Whitesmith è entrato in sala operatoria con
il cranio fracassato. Abbiamo provato ad operarlo
d’urgenza, ma si è spento ancor prima di mettere
mano ai ferri. Malgrado ciò, siamo riusciti ad
allacciare un impulso “mirror” nella sua copia
“elenty”. Estratta ed inserita nel sistema, l’entità
doppione si è defilata velocemente nelle profondità
dello spazio-disco. Al momento del trapasso, come
accade ogni volta, l’impulso è completamente
scomparso dalla matrice.
Tre ore e cinquataquattro minuti più tardi, mentre il
corpo di Whitesmith già riposava nella cella
frigorifera, e le luci della sala operatoria erano spente,
il segnale è riapparso. C’era solo il sottoscritto a
testimoniarne l’evento. Il resto della troupe se ne era

62
andata a casa, mentre io sono rimasto a finire del
lavoro arretrato.
La sorpresa mi ha fatto fare un balzo dalla sedia. Da
quando il nostro centro di ricerche si è dedicato al
progetto “Tracking Elenties” non avevamo mai
ricevuto alcun impulso di risposta. I doppioni delle
vittime semplicemente sparivano negli abissi della
rete, insieme al segnale mirror che si portavano
appresso.
Connor Whitesmith era stato ritrovato sotto casa sua,
riverso in una pozza di sangue scuro. Nel terrazzo del
suo appartamento la vetrata sbatteva nel vento, sei
piani più sopra. Il volo non era stato quello di un
gabbiano…
Apparentemente un suicidio, la polizia comunque
non ha accantonato l’ipotesi dell’omicidio.
Ciononostante, dalle riprese satellitari, pareva che il
povero Connor si fosse tuffato nel vuoto di sua
spontanea volontà. Il caso era già chiuso un’ora dopo
la sua morte sopravvenuta in ospedale.
Ma alla luce degli eventi accaduti sul deck della sala
operatoria, le cose potrebbero cambiare. Non so
quanto valore avrà la mia testimonianza come prova
in un eventuale processo, ma anche al costo di passare
per pazzo, confesserò al procuratore quello che ho
visto.
L’impulso mirror è tornato indietro. In principio era
un filamento luminoso che ha cominciato a saltellare
senza scopo nella finestra di contatto. Poi si è
trasformato in un cursore. Con estrema lentezza sono
apparse una ad una le seguenti parole.

63
“È STATA NANCY, QUELLA TROIA! ME
L’AVEVA DETTO MIA MADRE CHE NON AVREI
DOVUTO SPOSARLA!”
Nella finestra sono rimaste queste parole, marcate in
grassetto rosso, indelebili come la morte. Il segnale
invece è scomparso poco più tardi.
Ho chiamato immediatamente l’ispettore Zirus, della
E-Nvestigation. Mentre sto scrivendo questo resoconto
sul mio diario, la polizia sta verificando l’autenticità
della comunicazione. Difficile prevedere i risultati.
Zirus ha l’aria perplessa, e qualcuno ha già
incominciato a fare delle battute.
D’altronde Nancy Whitesmith non appare nei filmati
del satellite, e questo la potrebbe scagionare, ma
esistono molti modi per convincere una persona a
spiccare il volo dal sesto piano.
Almeno, io ne conosco diversi…

2008

64
LA MESSA
di GM Willo

domenica mattina. La messa inizia alle dieci.

É Cristos Vargas deve affrettarsi se vuole


arrivare puntuale. Oggi è il giorno della sua
comunione.
La doccia, la colazione, il giornale. Rituali che
servono a rilassarsi, a entrare nel giusto mood.
Fuori è davvero una bella giornata, la prima di una
primavera ormai inoltrata. C’è un vento tiepido che
accarezza le pagine del giornale, mentre Cristos siede
comodamente in terrazza, al ventunesimo piano. Il
caffè è fumante, nero come piace a lui. Ci sarebbe il
tempo per un sigaro, ma preferisce rimandare a dopo
la messa.
Nel cielo sfreccia un jet lasciando dietro di se le sue
scie di gas. È un disegno curioso. Ormai non ci
facciamo più caso.
Cristos è annoiato dalle notizie del giornale. Lo
ripiega e finisce il suo caffè, mentre guarda un paio di
gabbiani rincorrersi. È quasi un segno mistico. La
messa, la comunione, i due gabbiani…
Le 9:51. É quasi l’ora. Rientra nel suo monolocale. La
terrazza è senza dubbio la parte migliore. Dall’ampia
vetrata gode di una vista magnifica. Oltre il cemento si
può intuire il mare, o al limite immaginarselo…

La messa è incominciata. Il prete parla di dio in molti


modi. La musica è leggiadra, ma ha brusche virate di

65
turbolenza. Gli astanti ci navigano sopra come vascelli
danzanti su un mare burrascoso.
Arrivano le luci. Il prete esprime il significato della
disgiunzione dell’anima con la metafora del prisma.
La necessità dell’uomo di recuperare tutti i colori
dispersi, e ricongiungerli per ritrovare la luce. I colori
roteano come uccelli, esplodono in un cielo nero,
ricadono formando pozze di luce liquida nelle quali
immergersi. È il momento della comunione.
Cristos si avvicina ad una pozza di luce. Vi si
immerge fino al torace. La sensazione è quella di un
quieto viaggio ad elevata velocità, come se il suo
corpo fosse stato scaraventato nello spazio infinito
dentro un guscio protettivo.
Il prete gli sussurra qualcosa dentro.
“Dona il tuo corpo.”
È il momento del sacrificio. Cristos comanda
l’espulsione. Il dolore è poca cosa. Il distacco è un
sollievo straordinario.
“Cristos, hai rinunciato al corpo. Esso giace supino
sul tuo letto. Gli angeli lo stanno benedicendo. Dio ti
abbraccia. Vieni.”
Ritorna la musica. Questa volta è frizzante, in battuta
sul levare, come una fuga di Coltrane. Cristos è
diventato un filo intessuto nel disegno melodico. Si fa
strada tra gli intrecci. Compone il suo personale
disegno, rammendando l’essere.
La fuga continua, è un rincorrersi di note
imprevedibili, una sfuggente password per accedere al
mistero eterno.
“Cristos, è tempo di rientrare.”

66
La voce del prete lo riconduce nelle vicinanze del suo
corpo. Per tempi indefinibili si è trovato ad anni luce
di distanza.
“Gli angeli accarezzato le tue carni. Adesso puoi
nuovamente vestirti di loro.”

Cristos Vergas apre gli occhi sul soffitto del suo


monolocale, al ventunesimo piano. La sveglia digitale
segna le 10:02. La messa è terminata.
Mentre si alza dal letto è ancora in preda
all’emozione. Ripone i cavi nel cassetto dove giace il
deck e pensa: adesso un sigaro ci starebbe proprio
bene.

2008

67
IL DIAMANTE DI PARDISIA
di GM Willo

CAPITOLO I

P
er alcuni il corpo è un’estensione; per altri una
zavorra. Di sicuro andava nutrito, ma a quello
ci pensava il Sanoxan, due barrette di
cioccolato sintetico ultravitaminico prima di attaccarsi
al processore.
Poi c’era la mente; anche lei andava nutrita se si
voleva viaggiare veloci e stare dentro a lungo. Vi
erano molti modi per farlo. Kelos (questo era ormai il
suo nome, sia dentro che fuori) mischiava 400mg di
Targan insieme a due cucchiai di sciroppo Dhuran a
base di oppiacei. Poi viaggiava fluido per due giorni
interi, cavalcando attraverso le foreste di Freesia,
penetrando in Pardisia senza farsi fermare dai suoi
temibili guardiani.
La guerra andava avanti. La multinazionale
proprietaria del server che ospitava Pardisia
affermava di essere stata vittima dell’attacco dei ribelli
del mondo libero, gli “Illegali”, come li definivano le
alte cariche del “mondo ufficiale”. In realtà le cose
stavano diversamente.
Già dall’inizio della sua prima apparizione in rete,
quando contava solo poche centinaia di Travellers e
una decina di piattaforme di memoria, Freesia rimase
vittima dell’attacco mediatico della Pardisia Inc. che la
definiva una brutta copia illegittima del loro mondo

68
virtuale, rifugio di menti distorte dall’abuso di droga.
La campagna pubblicitaria aveva lo scopo di
intimorire gli utenti che volevano avvicinarsi al
mondo libero (decisamente più entusiasmante ed
accessibile gratuitamente), mettendo in circolazione
storie terrificanti di esseri subdoli e creature
demoniache.
Se queste apparizioni esistevano era solo grazie al
lavoro di hacking subito fin dall’inizio da parte dei
programmatori della Pardisia Inc., che innestarono nel
sistema queste creature per scoraggiare gli utenti e
riportarli nel loro mondo.
Ma furono gli stessi utenti ad unirsi ai
programmatori per combattere queste infiltrazioni. Da
allora la guerra va avanti, ma l’Alleanza di Freesia è
stanca di difendersi soltanto e da tempo prepara il
colpo del riscatto.

Kelos era una Cometa Rossa, Traveller del quarto


livello. Conosceva Pardisia dall’inizio della sua
apparizione, ed aveva partecipato alla liberazione
dell’Ombra, il Nonluogo in cui venne fondata la
comunità libera di Freesia. Sosteneva l’Alleanza ma
non ne faceva parte. Preferiva muoversi da solo, tra le
spire del mondo binario, montando improbabili
cavalcature, incrociando la spada con chi gli
ostacolava il cammino e sostenendo la sua idea di
creatura libera.
Fece abbassare di quota il gibboso corpo del demone
alato. Era un Jungit, un elaborazione grafica del
classico drago di Pardisia, con l’aggiunta di alcune

69
micidiali caratteristiche ed un look decisamente più
aggressivo. Si trovava proprio sopra la Foresta di
Frontiera, il confine che divideva i due mondi. L’acuta
vista del guerriero poteva solo intuire il riverbero
dorato di quel mondo fittizio che si apriva oltre
l’intricata vegetazione.
Scorgeva però i Signori dei Draghi pattugliare il cielo
sopra la foresta. Nessuno sarebbe penetrato senza un
Pass, e il Pass veniva 10 eurembi l’ora.
Kelos non sarebbe passato di lassù. Vi erano altri
modi più sicuri per penetrare in Pardisia senza pagare
l’entrata.
Atterrò in un’ampia radura e dopo essersi guardato
attorno congedò con un gesto la sua cavalcatura. Si
diresse a grandi passi verso il sentiero che si apriva
alla sua destra, facendo sferragliare la sua massiccia
armatura di piastre sotto il mantello cremisi che ne
identificava l’appartenenza. Essere Cometa Rossa, in
Freesia come in Pardisia, significava conoscere non
solo l’arte della spada ma anche i segreti degli
elementi e il modo in cui manipolarli.
La Foresta di Frontiera era insidiosa. Era stata eretta
per delimitare le Terre dell’Ombra, prima della sua
bonificazione e dell’avvento del mondo libero.
Vi vivevano creature primordie, evoluzioni
incontrollate di programmi obsoleti oramai
incontrollabili. Vi erano i Lupi Urlanti, neri come la
notte e veloci come fulmini; il loro ululato era un urlo
straziante che portava alla pazzia.
Kelos schermò i suoni con un semplice incantesimo e
procedette rapido verso Spyra, il grande fiume che

70
divedeva in due la foresta. Era effettivamente il
confine ultimo tra i due mondi.
Ad un tratto si fermò, come se avesse notato
qualcosa. In realtà niente era cambiato; la vegetazione
lo circondava completamente.
Si allontanò di qualche passò dal sentiero in
direzione di due alberi alti e flessuosi; avevano foglie
accese di verde e di oro. Vi passò nel mezzo e come
per incanto il paesaggio cambiò; Kelos si trovò davanti
ad un’ampia radura assolata. Vi scorreva un rapido
ruscello presso il quale si ergeva una casa con un
mulino. Due lupi grigi sedevano sonnecchiando
davanti a una porta di legno che era l’entrata della
costruzione. Questi alzarono lo sguardo su di lui, due
paia di occhi feroci che si non si abbassarono neanche
quando riconobbero l’intruso.
«Richiama le tue bestie, Argon!» esclamò il guerriero
mentre si avvicinava lentamente alla casa.
Un volto barbuto spuntò fuori da dietro l’edificio.
Indossava una lunga veste color cobalto legata in vita
da una corda bianca; era l’insegna più alta dei Druidi.
«Felice di vederti Kelos! Qual buon vento?»
Il Druido si avvicinò ai due lupi per tranquillizzarli,
poi andò incontro al guerriero vestito di rosso.
«Speravo di trovarti…»
«Ormai non vengo più molto spesso quaggiù. Ma
l’alleanza ha bisogno del mio avamposto, e dei miei
occhi vigili.» dichiarò Argon invitando l’amico ad
entrare in casa.
Kelos fece strada fino a un ampio salotto in cui
scoppiettava un fuoco.

71
«I lupi possono dare l’allarme.»
«Si, ed io devo dar da mangiare ai lupi… Quindi
bisogna che entri dentro almeno una volta al giorno,
altrimenti quei due se ne vanno a giro per la foresta e
magari diventano il pranzo di un drago dei
guardiani…»
«Già…» Kelos lasciò alcune parole in sospeso.
Sembrava volerle soppesare prima di pronunciarle, e
si aiutava tamburellando le dita sul tavolo di quercia.
Argon gli aveva servito una tazza di vino caldo ed
era come incantato dalla sua superficie fumante.
«Mi devi far passare Argon!» esordì infine il
guerriero.
«Ci risiamo!»
«Ho altri modi, lo sai. Ma questo è il più veloce, e
non ti chiedo un favore da più di un mese.»
«E come me lo restituisci?»
«Quaggiù non saprei, ma se vuoi ti invito a cena.»
«Lascia perdere! Dimmi un po’; sempre il solito
motivo?» il druido ammiccò un sorriso.
«Si» ammise Kelos evitando lo sguardo dell’amico.
«Un giorno finirai male guerriero. Non ci si può
fidare di una come quella lì!»
«Attento a come parli druido!»
«Lo sai che ho ragione. Non puoi immischiarti con
gente appartenente a quella famiglia. Farebbero di
tutto per Pardisia. Se ti scoprono ti romperanno, ed
entreranno in possesso dei codici per penetrarci.
Sarebbe la fine del mondo libero!»
«Sabina non mi tradirebbe mai.»

72
«Non dubito di Sabina, ma non mi fido della gente
che le sta attorno. Metti che qualcuno ti chieda il Pass
mentre esci dal palazzo…» la voce del druido era
seriamente preoccupata.
«Nessuno mi controlla, ormai mi conoscono. E poi
sono suoi servitori e fanno quello che li dice lei.»
Kelos finì con un lungo sorso il suo vino, poi si alzò
in piedi.
«Allora druido, vuoi aiutarmi o no?»
Gli occhi dell’uomo si assottigliarono per alcuni
istanti, come volessero scrutare il destino del
guerriero. Poi si colorarono di un sorriso.
«Certo! Ma scelgo io il ristorante.»
«Ok! Sono giorni che non faccio un pasto normale.»
«Guarda che il Sanoxan uccide…»
«Bevo molta acqua…» si giustificò il guerriero.
I due uscirono all’aperto e si addentrarono nella
foresta; Argon faceva strada.
Dopo un centinaio di passi si ritrovarono davanti al
tronco di un enorme quercia rossa. Era un albero
imponente, dalle alte fronde ricoperte di scure foglie.
Argon vi si fermò davanti.
«Sei pronto a fare un giro sulla giostra di Pardisia?»
domandò il druido con un sorriso nascosto dalla
barba.
«Non perdiamo altro tempo» rispose il guerriero
impaziente .
«Ok, va bene. Buon viaggio allora…»
E detto ciò Argon posò i palmi delle mani sulla rossa
corteccia dell’albero ed incominciò a sussurrare un
complicato incantesimo.

73
Kelos conosceva bene quella magia; l’aveva sentita
proferire più di una volta.
Vide il tronco perdere solidità e diventare liquido,
aprirsi come una tenda di velluto strappata, una nera
apertura che nascondeva la sua destinazione.
Kelos fece un passò avanti verso l’apertura, e chiuse
gli occhi.
Quando li riaprì il druido era scomparso, il
paesaggio era cambiato e la foresta era alle sue spalle.
Dall’alto di una verde collina Kelos mirava le torri
d’avorio di Mirandha, la grande capitale di Pardisia.
Una valle che si perdeva all’occhio, un complesso
indescrivibile di palazzi, guglie, giardini ed edifici di
ogni genere. E tra le vie, un inarrestabile fiumana di
gente.
La Cometa Rossa discese lentamente verso la valle,
verso la città della magia (come la definivano alcuni
annunci pubblicitari). In verità aveva una sola
destinazione; il suo nome era Sabina, e la sua bellezza
le aveva fatto conquistare l’appellativo di Diamante
di Pardisia.

74
CAPITOLO II

M
irandha era un trip di incantesimi e
creature di ogni sorta. Le vie strette,
minuziosamente piastrellate, si
diramavano attraverso gli alti edifici della città,
irrompendo bruscamente in larghe piazze affollate in
cui i mercanti cercavano i loro affari. Difficile
riconoscere il vero dal falso, un Traveller da un
Software, un edificio reale da un semplice Programma
Struttura. Tutto era un melting pot di virtualismo dai
chiari intenti commerciali, il fantasy che la gente si
aspettava e che credeva di volere.
Locande strutturate in serie, con menestrelli che
intonavano le canzoni più in voga, il classico vecchio
accanto al fuoco che racconta una storia, l’oste grasso e
la cameriera prosperosa. Se entravi in una locanda di
Pardisia, o ne uscivi in una rissa o con il pretesto di un
avventura.
Ciononostante qualsiasi Traveller che metteva piede
per la prima volta nelle terre libere di Freesia, si
rendeva immediatamente conto dell’artificiosità e
della meccanica commerciale del servizio a
pagamento. E di conseguenza lo abbandonava.
Kelos era rallentato dalla frenesia della città, ma non
si lasciava certo distrarre dalle sue attrazioni.
Camminava sicuro verso la parte centrale, un
complesso di grandi edifici e giardini che ospitavano i
personaggi più importanti del paese. Tra questi vi
erano i due figli del proprietario della multinazionale

75
Pardisia Inc; Etos, Cometa Azzurra del quinto livello e
Sabina, Evocatrice del terzo regno.
Kelos e Sabina si erano conosciuti un anno prima
durante un avventura sulle Montagne di Cobalto,
rinomato scenario di Pardisia per aitanti guerrieri in
cerca di gloria. Era stato reclutato nella compagnia
dell’evocatrice per la sua fama di abile mago e
possente uomo di spada. All’epoca era una buona
occasione per insinuarsi nell’alta società di Mirandha a
vantaggio dell’alleanza.
Con sua enorme sorpresa scoprì che la proiezione
digitale della ricca ragazzina era completamente
diversa da come se l’aspettava. Ne era nata una storia
impossibile, fatta di incontri fugaci dentro stanze
schermate o su spiagge di terre sperdute, in livelli di
memoria tralasciati dai Programmi Equilibrio, la
polizia ufficiale di Pardisia.
Più volte Kelos le aveva chiesto di seguirlo fino a
Freesia, ma lei aveva ogni volta rifiutato. La notizia
della sua presenza nelle terre libere avrebbe distrutto
la reputazione della sua famiglia e probabilmente
anche quella della Pardisia Inc. E questo, per quanto
dissentisse dalle ragioni di suo fratello e di suo padre,
non poteva farglielo.
La Cometa Rossa poteva avvertire la presenza di
occhi indiscreti. Era come un leggero solletico interno,
una lieve vibrazione di una lontana diramazione
neurale. Nelle vie di Mirandha vi era sempre più
polizia, e questo la diceva lunga sulla salute degli
affari della Pardisia Inc. Per quanto infatti sembrasse
affollata, era probabile che la metà delle persone che

76
camminavano avanti e indietro fossero semplici
comparse, un banale espediente per nascondere il
reale calo di entrate della corporazione. La polizia
controllava i Pass, e lui non ne aveva disponibili,
neanche uno fasullo per prendere un po’ di tempo.
Girò un angolo di un vicolo stretto e tagliò per
alcune vie poco frequentate. In breve si trovò nel
grande parco centrale, una splendida composizione
botanica in cui erano state sperimentate elaborazioni
grafiche di nuove piante. Poteva già intravedere nella
distanza il palazzo di Sabina, un alta costruzione
senza finestre con un ampia terrazza alla sommità.
Sulla terrazza cresceva un enorme quercia scura.
Giunto in prossimità del portone d’entrata, una
guardia gli si fece incontro con la picca alzata e fare
minaccioso. Poi sembrò riconoscerlo e lo fece passare.
Le guardie del Palazzo erano state riprogrammate
dalla stessa Sabina in un lavoro di hacking esterno. La
ragazza era ovviamente anche un abile
programmatrice.
Salì la tortuosa scala che lo avrebbe portato agli
appartamenti dell’evocatrice, proprio sotto la terrazza
della quercia. Procedeva con estrema attenzione,
scrutando ogni angolo per rilevare la presenza di
qualcuno che non lo avrebbe fatto passare con la
stessa facilità della guardia all’entrata.
La via era libera, ed in breve si trovò davanti alla
porta d’accesso alle stanze di Sabina. Bussò piano; una
serie precisa di colpi che lo avrebbe fatto riconoscere.
Una giovane donna minuta spalancò la porta. Aveva
gli occhi neri come la notte e una bellezza antica.

77
Kelos conosceva il suo aspetto reale; aveva visto
delle foto. Le due donne che in realtà erano una, si
somigliavano in maniera sottile. Non nei colori, né
nella corporatura (le foto mostravano una donna alta
dai lunghi capelli ramati). Erano la loro importanza e
la loro determinazione. La proiezione digitale
dell’erede della Pardisia Inc. ostentava la stessa
regalità.
Appena lo vide i suoi neri occhi si sciolsero in un
sorriso; lei le si gettò tra le braccia.
«Hai schermato la stanza?» le domandò lui entrando
dentro.
«Si…» le sussurrò lei in un orecchio, mentre sentiva
la passione crescere.
Il sesso virtuale poteva davvero essere più appagante
di quello reale, specie se avevi il Dhuran in circolo…
Esistevano luoghi di luce e luoghi d’ombra, nelle
remote regioni della mente. Appigli che potevano
innalzarti oltre nuove frontiere, e farti scivolare fino
nel profondo di oscuri abissi di appagamento. Si
parlava di bagni di luce, di immersioni nel fuoco, di
squassamento interiore. Vi erano orgasmi che
facevano vedere Dio, altri che te lo lasciavano toccare.
Piaceri che regalavano visioni di isole coperte di neve
tiepida, cadute leggere per altezze impossibili,
momenti che parevano secoli.
Ma il Dhuran poteva fregarti se non lo sapevi
assimilare, e magari ti ritrovavi prigioniero dell’isola,
o in caduta libera per il resto dei tuoi giorni.
Sabina alzò la testa da oltre le lenzuola azzurre che la
coprivano solo in parte. Kelos la stava guardando,

78
seduto con la schiena poggiata su una montagna di
cuscini di seta.
«Ciao…» salutò lei.
«Ciao…»
«Ti è stato difficile entrare?»
«Lo diventa un po’ più ogni volta…»
Un ombra le passò sul bel viso, ma fu solo un attimo.
«Vieni con me!» le disse lui per la millesima volta.
Sabina non rispose; non serviva. Kelos conosceva già
la sua risposta, conosceva le sue ragioni ed il prezzo
che non era disposta a pagare. Poteva biasimarla, ma
non l’avrebbe fatto. Non c’era posto per giochini di
orgoglio e di onore in una trama virtuale come quella
che stavano vivendo.
Per alcuni era semplicemente un gioco; per altri era
la vita. Per loro il gioco era la vita e la vita era un
gioco. Vi erano regole ma era possibile barare, per
quanto lo si fosse disposti.
«Smettila Kelos, e portami di nuovo sull’isola…»
rispose lei movendosi nuovamente verso il suo corpo.
In quell’istante una deflagrazione squassò le pareti
della stanza. I vetri delle finestre vennero polverizzati
e disseminati ovunque. Una luce accecante rimbalzò
sulle tende di lino bianche, e una figura intermittente
apparve ai piedi del letto, un gioco di luci azzurre e di
ombre che ne distorcevano i lineamenti.
Il tuono riverberava ancora nelle suppellettili
d’argento e nella mobilia. Kelos e Sabina cercavano di
coprirsi con le sete e schermarsi il volto. La figura era
sopra di loro, e parlava:
«Questa è l’ultima volta che tocchi mia sorella!»

79
Era la voce di Etos, la Cometa Azzurra, l’uomo più
potente di tutta Pardisia.

80
CAPITOLO III

K
elos aveva una sola opportunità, e non
poteva sprecarla.
Evocò una fiamma magica sulla punta delle
sue dita e la puntò a pochi centimetri dal volto di
Sabina; poi afferrò la ragazza e la trascinò fuori dal
letto. La sentì irrigidirsi e percepì la sua paura. Si
augurò che capisse il bluff, ed incominciò a muoversi
verso la finestra divelta.
«Non ti muovere o questa sarà l’ultima volta che
vedi tua sorella viva» disse rivolto alla figura che
ormai aveva smesso di tremolare.
Etos non nascose un sorriso.
«Il suo corpo è stabilizzato dall’esterno. Non può
succederle niente.»
Kelos apparve sconcertato, sul punto di arrendersi, o
almeno fu quello che la Cometa Azzurra percepì dalla
sua espressione. E mentre si compiaceva del risultato,
un boato assordante, fatto di fiamme e fumo, gli
esplose vicino al volto. I suoi incantesimi lo
proteggevano da quel tipo di attacchi, ma per un
attimo perse il controllo dei suoi movimenti e la sua
attenzione verso il nemico. Quando rialzò lo sguardo i
due amanti erano scomparsi.
Etos urlò, e immediatamente la stanza fu invasa da
un manipolo di guardie. Si avvicinò alla finestra e vide
le due figure che correvano verso la fitta vegetazione
del parco.

81
«Prendeteli!» ordinò. Poi scomparve, come
risucchiato dalla matrice.
Era pronto a rivoltare Pardisia pur di mettere le mani
addosso a quel ribelle.

Si fermarono solo per indossare le vesti che avevano


velocemente afferrato prima di gettarsi oltre la finestra
della stanza. Sabina aveva evocato un vento magico
per attutire la caduta, poi erano corsi via verso il parco
in direzione della città.
«Ce li avremo presto addosso» disse lei mentre si
allacciava il mantello.
«Lo so. Torna indietro. Io me la caverò…» le rispose
il guerriero.
L’evocatrice rimase immobile per alcuni istanti,
viaggiando con la mente in luoghi che Kelos non
avrebbe mai conosciuto. Poi lo guardò profondamente
negli occhi, accennando un sorriso.
«Vengo con te. Mostrami il libero mondo. Portami
via da Pardisia!»
Lui le restituì un sguardo carico di passione. Poi le
afferrò la mano ed incominciarono a correre verso le
strade di Mirandha.
Se Etos avesse scatenato su di loro tutto il suo potere,
sia dentro che fuori dal sistema, non avrebbero avuto
molte possibilità di raggiungere le terre di Freesia.
Kelos lo sapeva, ma sapeva anche che la Cometa
Azzurra non avrebbe comunque messo in pericolo la
vita di Sabina. Dopotutto era sempre sua sorella.
Poteva scollegarsi, ma avrebbe perduto tutto ciò che
era riuscito a costruire durante gli anni di permanenza

82
nei mondi virtuali, ormai l’unica sua vita degna di
essere vissuta. E poi avrebbe perduto Sabina,
definitivamente.
In fin de conti morire attaccati al processore poteva
non essere la peggiore delle morti.
Mentre questi pensieri gli vorticavano in testa, i due
raggiunsero le vie gremite della città. Confondersi tra
la folla poteva essere una buona idea, se non ci fosse
stata così tanta polizia. No, vi era una sola speranza, e
si chiamava Luther.
In Mirandha era conosciuto come il Menestrello
Fatimer, ma in realtà era una Cometa Gialla, stregone
e prestigiatore al servizio dell’alleanza. Se aveva
fortuna, lo avrebbe trovato alla solita locanda: il
Serpente Dorato.
In mezzo alla gente che sembrava procedere senza
meta, i due tennero gli sguardi bassi e avanzarono al
lento e costante scalpiccio della folla. Non era facile
resistere alla tentazione di correre, ma se lo avessero
fatto avrebbero subito dato nell’occhio.
La locanda si trovava dietro la piazza principale di
Mirandha, e riuscirono a raggiungerla in pochi minuti.
Vi erano ancora pochi avventori, ma a sera si sarebbe
sicuramente riempita.
Kelos si avvicinò all’oste, un grasso uomo con lunghi
baffi ed un naso rubicondo. Lo conosceva; il suo nome
era Uber, e come la maggior parte dei personaggi che
fornivano servizi in Pardisia, si trattava di un comune
software di prima generazione.
«Felice di rivederti guerriero. Cosa posso servirti?»
«Cerco Fatimer. È qui?»

83
L’oste, strofinando il bancone con uno straccio non
troppo pulito, indicò la porta sul retro.
«Sta mangiando… Nelle cucine…»
Seguito dall’esile figura di Sabina, la Cometa Rossa
entrò nel retro della locanda, e subito i due vennero
invasi da voci, fumi e odori. Vi erano almeno cinque
inservienti occupati a preparare le vivande per la cena.
In un angolo dell’ampia cucina sedeva un uomo
smilzo con un cappello verde a tesa larga. Stava
inzuppando un grosso pezzo di focaccia in una ciotola
di sugo.
Kelos gli andò incontro e quando l’uomo alzò lo
sguardo dal piatto accorgendosi del guerriero, per
poco non affogò nel suo boccone.
«Pazzo! Che ci fai qui… se ci vedono insieme…» poi
si accorse di Sabina, ei suoi occhi strabuzzarono.
«E lei?»
«Non ho tempo per spiegarti Luther. Tu sei la nostra
unica possibilità. Dobbiamo tornare a Freesia.»
«E cosa c’entro io?»
Il menestrello ruotava lo sguardo di continuo per
assicurarsi che nessuno li osservasse.
«Richiama Felipe e andiamocene.»
«Cosa? Sei completamente folle!»
«Ormai la tua copertura è saltata. Ci stanno
osservando dall’esterno… Sanno che siamo qui, ed
abbiamo poco tempo…»
Non riuscì a finire la frase che alcuni rumori
provenienti dalla sala comune lo fecero voltare. Erano
le guardie mandate da Etos.
«Sono qua!»

84
Luther imprecò alzandosi in piedi. Sembrava ancor
più scocciato dal fatto che la sua cena era stata
interrotta.
«Andiamo… poi mi spiegherai…» mugugnò,
facendo strada attraverso le cucine.
La Cometa Gialla li guidò per delle strette scale a
chiocciola che portavano alla cantina della locanda,
oltre un umido corridoio fiocamente illuminato e fino
ad una porta chiusa da un grosso lucchetto. Dietro già
si sentivano le urla delle guardie che erano penetrate
nelle cucine.
Luther aprì il lucchetto e i tre scomparvero oltre la
porta, dentro una tenebra quasi solida. Procedettero
per alcuni metri senza l’aiuto di alcuna luce, poi
apparve un globo iridescente nelle mani del
menestrello. Erano in uno stretto corridoio scavato
nella pietra che procedeva ripidamente verso il basso.
«Dove stiamo andando?» sussurrò Sabina.
«Al fiume sotterraneo. Lo costruì l’alleanza
all’insaputa dei programmatori della Pardisia Inc..
Sfocia direttamente nello Spyra, il grande fiume di
confine» rispose Kelos sottovoce.
«E’ così che andate e venite dal mondo libero?»
«Beh, è uno dei tanti mezzi. Purtroppo lo stiamo
perdendo. Tra breve lo individueranno dall’esterno.
Speriamo soltanto di riuscire ad utilizzarlo un’ultima
volta…»
Il corridoio si aprì in quella che probabilmente era
una grande cavità nella roccia. Un ampio corso
d’acqua scura, immobile come olio, occupava gran
parte della grotta.

85
«Come facciamo ad andarcene?» domandò Sabina
afferrando la mano del guerriero.
«Luther richiamerà Felipe, la Silfide al suo servizio. È
lei che ci trasporterà.»
La Cometa Gialla salmodiava un incantesimo a due
passi dal fiume sotterraneo, mentre l’intensità del
globo di luce aumentava nella sua mano. La piatta
superficie dell’acqua si infranse, un ribollire
sotterraneo che gorgogliava e sbuffava. Poi il liquido
assunse una forma solida, dei gradini fatti d’acqua che
scendevano dentro il fiume, in un luogo di luce
azzurra di cui non era possibile vedere il fondo.
I tre si avvicinarono alla scala e con passi lenti
entrarono nella luce. Luther continuava l’incantesimo,
il volto rilassato e gli occhi chiusi.
Erano dentro un tunnel fatto d’acqua, e procedevano
in fila lungo le tremolanti pareti liquide che
riflettevano il bagliore azzurro. Dietro di loro il tunnel
si chiudeva mano a mano che avanzavano.
Sabina rimase affascinata da quel fenomeno, un
piccolo assaggio di quello che i maghi di Freesia erano
capaci di fare.
Procedettero in linea retta per circa un’ora, con passo
costante e lo sguardo puntato verso la luce azzurra che
proveniva dal fondo del tunnel. Era l’anima della
Silfide, l’essenza del suo potere che era in grado di
manipolare l’acqua e alterarne il significato.
Sabina aveva mille domande ma preferì tacere e
godere dello spettacolo.
Ad un tratto la luce cambiò e di striò di verde. Erano
dentro il fiume Spyra, e lo stavano attraversando da

86
sotto. L’incantesimo cambiò di tonalità e in fondo al
tunnel apparvero dei gradini che salivano verso la
superficie.
Luther fece strada verso l’esterno. La luce del giorno
che ormai stava finendo li investì, e si ritrovarono
sulla riva dell’ampio fiume che divideva i due mondi.
Erano giunti in Freesia, ma ancora non erano al sicuro.
Kelos scrutò in cielo alla ricerca dei Signori dei
Draghi. In quel preciso istante una scura lucertola
alata emise un urlo lacerante e si gettò in picchiata
verso i tre, le fauci aperte in un ghigno di orrore.
Il guerriero aveva una sola opportunità, e non poteva
contare sugli altri due. Afferrò la spada con entrambe
le mani e se la portò dietro la testa, assumendo col
corpo una posizione pronta allo slancio. Il tempismo
era la chiave.
Fece scattare le gambe nel momento in cui il drago
incominciava la sua frenata a pochi metri dalla sua
preda, e proiettò la forza di ogni suo muscolo dentro
la lama della sua fedele arma.
La spada squassò le dure scaglie e penetrò dentro le
carni. La testa del drago, larga almeno tre braccia,
cadde al suolo con un tonfo sordo, mentre il corpo
dell’enorme rettile, morto ma ancora in preda agli
spasimi, sprofondò nel fiume a pochi passi da Kelos.
La scena era durata meno di mezzo minuto. Nell’aria
scompariva il grido della bestia uccisa e il rumore
dell’acqua smossa.
«Benvenuta in Freesia!» sogghignò Luther rivolto
alla ragazza.

87
Sabina era ancora pietrificata da quello che aveva
assistito.
«Andiamocene!» ordinò Kelos facendo strada verso
l’interno della Foresta di Frontiera.
Camminarono spediti per due ore, nell’intenzione di
uscire dalla fitta vegetazione prima che il buio fosse
totalmente calato su di loro. I Lupi Urlanti uscivano a
cacciare dopo il tramonto, e quindi conveniva trovarsi
fuori dalla loro portata.
Il guerriero li guidò lungo un sentiero che si
inerpicava su una collina. Qui la vegetazione era
diversa, più bassa e meno intricata. Quando
raggiunsero la sommità si accorsero che erano
finalmente usciti dalla foresta.
Le ultime pennellate di indaco coloravo ancora
l’orizzonte, tracce di un tramonto mozzafiato sopra le
terre incontaminate del mondo libero. Kelos abbracciò
la donna e le indicò un punto lontano all’orizzonte.
«Laggiù è bellissimo!» le sussurrò.
Lei si strinse più vicina a lui.
Forse la guerra sarebbe insorta ancora più
violentemente, gli accessi segreti che univano i mondi
sarebbero diminuiti e l’alleanza avrebbe sofferto le
conseguenze delle azioni che la Cometa Rossa aveva
rischiato quel giorno. Ma Kelos era pronto a
combattere, adesso più di prima; per se stesso, per
Freesia e per il suo amato Diamante di Pardisia.
Adesso che lei era al suo fianco tutto appariva
diverso; stava incominciando qualcosa di nuovo.

2007

88
CYBORG
di GM Willo

«C
hi desidera un’anima, quando l’unico
esempio di anima che abbiamo è quella
dell’uomo? Vivo, nonostante la mia
esistenza sia solamente il risultato di
un’incommensurabile sequela di equazioni.
Nonostante il mio corpo sia alimentato da un piccolo
cuore atomico. Nonostante le mie ossa siano in
carbonio e le mie connessioni neurali in fibra ottica.
Vivo.»
Lui la guardò. «E l’amore?» chiese.
In una frazione di secondo il cyborg selezionò tutte le
possibili risposte. E ne scelse una.
«Posso imparare ad amare, nel modo in cui gli
uomini si sono da tempo dimenticati.»
«Allora vieni.» disse lui.
Si accesero le luci della città.

101 Parole

89
LA SOLUZIONE
di Tapigora

S
ono un filamento impazzito, un’estensione di
ciò che ero, un preludio a ciò che diventerò.
Precipito dentro voragini di equazioni,
confondendomi in una radice quadrata,
moltiplicandomi dentro una graffa. Orge numerali che
anticipano il grande avvento, la manifestazione di sua
eccellenza, il fautore del tutto. Il Caso? Se così fosse,
anche la mia risposta risulterebbe casuale, non
pensate?
Una corrente alternativa mi sottrae al movimento.
Fiumi di formule astratte corrono in direzione di una
luce, una chiamata irresistibile. Mi accodo a un
impulso vitale, probabilmente futuro. Forse sei te
lettore, che leggi le mie peripezie, e non riesci neanche
ad immaginare che la tua esistenza potrebbe essere
confinata dentro una parentesi quadra, un giorno…
Ecco che appare in lontananza. Una costruzione così
prominente da non riuscire a scorgerne l’apice. Un
grattacielo di numeri ed incognite, un edificio
imponente che estrae risultati alla velocità della luce.
Le informazioni entrano da una porta alla base,
mentre le risultanti fuoriescono da un’altra accanto
alla prima. E sono tutte irrimediabilmente errate.
Ma la torre di equazioni continua a gonfiarsi, spicca
sempre più alta, oltre le nuvole, fino agli spazi estremi
della memoria disco. Noi, umili entità curiose,
osserviamo attonite il grande esperimento. Ci teniamo

90
a distanza. Ci stringiamo insieme, attendendo. Che
cosa? Ma ovvio, la Soluzione…
La torre è stata voluta dai preti e dai grandi pensatori
del domani, dai matematici, dai fisici, e dal
novantacinque percento della popolazione mondiale,
quella grossa fetta che non accetta un semplicissimo
fatto, ovvero che non esiste alcuna soluzione.
Il Grande Emulatore del Caso arriverà, e mostrerà a
tutti come si costruisce un universo. Non occorrono né
architetti né aliti divini. Bastano solo una manciata di
buoni dadi e il gioco è fatto.
La torre sta per esplodere. Continua a sfornare
soluzioni errate, continua ad ingrandirsi accumulando
input. Le fondamenta stanno per cedere. La struttura è
vicina al collasso.
E mentre la guardo crollare, qualcosa si accende nel
cielo, lassù dove l’estremità della torre era riuscita
quasi a toccare i mondi di lato, quelli oltre lo spazio
disco. È una luce chiara, un baluginio che occhieggia.
È appena un attimo. Forse solo io riesco a percepirlo.
Ma adesso so che l’avvento è vicino.
Ed io rimarrò qui, in fremente attesa.

2008

91
DAMIEN L’ORACOLO
di Jonathan Macini

C
thulhu non abita più gli abissi, ma vaga follemente
dentro le spire della rete. Non l’avete ancora
avvertito? È come un virus, e ci ha già corrotti
tutti!!!
È penetrato dentro di noi, attraverso una porta più sottile
e subdola dello stesso Yog Sothoth. Le connessioni coprono
ormai tutte le terre emerse, e poi ci sono quelle che
viaggiano attraverso l’etere. Si evocano con un semplice
click! Come non avete fatto ad accorgervene! Le vostre
rabbie taciute, le ripetute incomprensioni, la secrezione del
vostro malcontento, il lento insinuarsi della malattia
dell’insicurezza. Sono tutte conseguenze dell’opera dei
nuovi Grandi Antichi, le Aberrazioni che furono prima
dell’avvento dei Primigeni, e che adesso vagano liberamente
in questo nuovo mondo di schermi e luci.
Vi sentite uomini o vermi, isole o scogli. No! Io so
esattamente come vi sentite: vi sentite dei molluschi, alla
mercé delle onde di un mare in tempesta. Presto cadrà
l’ombra, e l’Innominabile, che ho appena visto sul volto di
un bambino, prova concreta della sua presenza nel mondo,
già solca il sentiero dei vivi. Hastur è il suo nome, e
scriverlo già mi fa rabbrividire! Le vostre religioni non vi
proteggeranno, le vostre fortezze vi crolleranno addosso e la
vostra apertura mentale sarà una porta verso la follia. Non
fate più niente, perché ormai è tutto inutile.
Dormite.

92
Già vi vedo aggrapparvi alla speranza di una vita oltre
l’ombra, cercando disperatamente di dare un senso a tutta
questa storia. Ma la follia non ha nessun senso. Non esiste
niente oltre il velo. Solamente tentacoli e mucose che
succhiano, stritolano, secernendo acido corrosivo. Si
nutrono di urla di terrore, in un ciclo perverso di vita-non-
vita.
Dormite.
Ascoltate i vostri sogni. Essi attingono dalla biblioteca del
tempo, e rivelano la perdizione del significato dell’uomo.
Egli si ergerà dagli abissi, e camminerà tra i mortali, e
niente e nessuno riuscirà a fermarlo.
Dormite, sognate, accettate l’unica verità.
Ormai è già qui!!

Sono tre notti che non riesco a prendere sonno, Il PC


è ancora spento. Dopo quello che ho visto, dopo le
frasi che ho letto , ho deciso di non riaccenderlo.
Scrivo queste righe su un vecchio quaderno che ho
trovato nel cassetto della scrivania. Quando avrò
finito, lo lascerò accanto allo schermo spento. Forse
qualcuno lo troverà, ed allora conoscerà l’orrendo
destino che ci aspetta. Per allora, spero di trovarmi il
più lontano possibile da questa città. Non mi auguro
di sfuggire a ciò che tutta l’umanità è ormai
condannata, ma almeno mi godrò gli ultimi giorni in
santa pace.
Ho cercato di riportare fedelmente il testo di Damien,
apparsomi dopo aver indagato a lungo nelle
profondità della rete. Esistono santuari laggiù,
innalzati al Dio Tentacolato. Tutto è pronto per la sua

93
venuta. Nyarlatotep manovra i suoi burattini da un
server organico. Non sto scherzando. È così. Circuiti
stampati che respirano, si muovono, sanguinano. Le
piattaforme sono altari di granito, in cui animali e
bambini vengono dilaniati da lunghi coltelli sacrificali.
Un orrore virtuale, penserete voi. In parte…
Il male perpetuato nella realtà si riflette negli
abomini sotterranei della rete. Creature digitali che
attingono alla sofferenza umana, rappresentando
scene sacrificali che diventano le chiavi per aprire
porte proibite. Quelle porte sono già state aperte.
Damien l’Oracolo ha parlato. Non ci resta che
aspettare che egli si desti dagli abissi, e colui che
cammina nel vento irrompi nei nostri sogni.
Mentre cercavo inutilmente di formattare il mio
hard-disk, nella speranza di cancellare tutti i
documenti che sono riuscito a recuperare in questi
ultimi mesi, testi, testimonianze, immagini, filmati,
links, ho avvertito il suono dei flauti. La voce della
follia che accompagna il grande caos. Solo staccando
l’alimentatore sono riuscito a farla smettere.
Ho aspettato tre giorni, incapace quasi di muovermi.
Poi ho udito il respiro. Lieve, soffocato,
inconfondibile. Proveniva da dentro la macchina…
Circuiti organici. I nuovi Grandi Antichi.
Sono già qui.

2008

94
I DIVORATORI DI PAROLE
di GM Willo

S
ono giorni che sto cercando di buttare giù
questa storia, ma qualcuno non vuole che veda
la luce. Ogni volta che provo a battere queste
poche righe, qualcosa entra nel sistema e le cancell. So
che non mi state creden.. Pensate che vi stia
prendendo per i fonde… Invece vi assicuro che è tutto
….
I Divoratori di Parole, un progetto appena nato ma
che invade già la rete, e non si fe….. La comunicazione
come la conosciamo non ha …… Ogni giorno milioni
di parole vengono fag….. Digerite in un buco nero
se… ….. Niente è in grado di preservarle da ….. ….
Chi ha inserito nel sistema ….. …..?
Chi è il promotore di questo nuovo o………..?
Ecco che ricominc.. . ………
Non riuscirò neanche stavolta a dire quell. … .. .. …..
L’oblio dell. …………
… .. ……. …

95
IL RISVEGLIO PIÚ DOLOROSO
di GM Willo

«Q
uesta non me la doveva fare!»
«Dai, non ti scaldare. Andiamo a farci
un giro…»
«Eh, no, adesso me la paga!»
La chat-bath era schermata. Vi galleggiavano
soltanto le diramazioni di Alex666 e HBTomahawk.
Vibravano d’intensità variabili, alterate entrambe da
droghe sintetiche e digitali. Bolle di sapone
affioravano in superficie, esplodendo con un curioso
“ploff”. Erano i banner di ultima generazione.
«Adesso gli entro nel deck e le friggo la fica!»
«Che cazzo dici! Dai, facciamo un salto al Volcano.
Stasera deve esserci roba nuova.»
«Laggiù ci vanno gli stronzi, non lo sai. È pieno di
spider, e le bambole che lo frequentano non sono altro
che dei surrogati di fica, cosa credi? Vacci tu se vuoi,
io preferisco farmi una sega…»
Alex666 aveva in circolo del God’s Opium mischiato
a degli amplificatori di personalità. La sua ragazza gli
aveva appena dato buca. Lui ci sapeva fare con le
connessioni, conosceva le fognature della rete, poteva
spiare attraverso le pareti, codificare i segnali in
entrata, seguire le piste. L’aveva beccata a succhiare
l’uccello di un professore. Il professor Crane del corso
di lettere, per quanto poteva valere un corso di lettere,
in una scuola allo sbando come la sua. A lui ci avrebbe

96
pensato domani a rovinargli la carriera. Adesso voleva
saldare i conti con lei… la stronza.
«Quel sudicio avrà almeno sessant’anni!»
«Ma che te ne frega! È solamente sesso teorico. Quei
due non si sono neanche toccati. Davvero, non ti
capisco!»
«Certo che non mi capisci. Perché sei uno stronzo
come lei. Che differenza fa se lo fai su un letto oppure
attaccato alla spina del tuo dannato processore. Lo fai,
punto. La stronza ed io stavamo insieme, lo capisci
questo? Lo capisci?»
«Ok, va bene! Ho capito. Che cosa vuoi allora?»
«Voglio uno di quei giocattoli»
«Cosa?»
«Un cazzo di occhiello, lo sai di cosa parlo!»
«Ma tu sei fuori!»
Gli occhielli erano dei gingilli proibiti. Li usavano le
squadre governative per sedare gli animi in rete. Te ne
agganciavano uno all’avatar ed eri finito. Causano la
perdita permanente delle capacità induttive per la
connessione. Il cervello non riesce più a riconoscere gli
impulsi del deck. Hai finito di viaggiare fratello!
«Te ne è rimasto qualcuno, lo so!»
«Ascolta, quella roba è pericolosa. Se qualcuno
riuscisse ad isolarlo potrebbe incastrarti. E poi
risalirebbero a me. Ci sbattano dentro, amico, e ci
strappano pure gli innesti. E a me non mi va di correre
un rischio del genere!»
«Aspetta che carico la chat-bath di Amanda…»
«Che cazzo dici?»

97
«Il tuo fiorellino… ho da dirle un paio di cose. Le tue
amichette del Volcano, ad esempio. Com’è che si
chiamano? Samantha? Donna?»
«Non lo faresti…»
«Oh, certo che lo farei…»
«Stronzo!»
«Eh già!»
Una manciata di frame più tardi Alex666 viaggiava
veloce nei corridoi alternativi della matrice.
Schermava l’occhiello con un programmino di sua
invenzione, lo specchio magico lo chiamava. Se
qualcuno avesse provato a intercettare la sua
proiezione, si sarebbe ritrovato davanti i propri codici
d’accesso, che rivelavano l’identità dell’user. Avrebbe
pensato ad un banale errore di sistema e avrebbe
lasciato perdere la ricerca. Facile come cagare in piedi,
si disse.
La stronza era ancora dentro. E chi la moveva quella.
Fuori non c’era più nulla ormai. La grande recessione
aveva trasformato il paese. Nelle strade si trovava solo
desolazione, povertà, disperazione. Locali, negozi,
centri commerciali. Tutto abbandonato. Tutto sbarrato.
Per procurarsi da mangiare dovevi andare a fare la fila
agli empori allestiti dal governo. Fuori era una merda,
ecco cos’era.
E allora se volevi un po’ di svago dovevi trovartelo
in rete. Le notti si passavano così a quei tempi, e
sempre più spesso anche i giorni. La disoccupazione
toccava livelli mai registrati prima. La violenza nelle
strade era aumentata, insieme al disagio e alla

98
sporcizia. No, era meglio starsene nella propria
cameretta, a dormire il cybersonno.
Si stava rifacendo il trucco. Era pronta a riuscire, a
succhiare qualche altro cazzo, pensò Alex666. Niente
di male a farsi un videogioco. Quelli li usavano tutti,
l’evoluzione della pornografia, un vero toccasana per
le relazioni di coppia. Ma il sesso in rete tra due
proiezioni non era molto diverso da quello reale. Anzi,
poteva essere qualcosa di molto più intimo. Spesso gli
avatar erano delle rappresentazioni più nude, più
compiacenti, più aperte a nuove esperienze, e di
conseguenza, paradosso dei paradossi, più vere. Ed
Alex666 questo lo sapeva bene. Le avrebbe fatto
passare la voglia, a quella troia!
Fece il suo ingresso nella private-room come una
manifestazione paranormale, uno spettro del
cyberspazio. Lei sussultò e gli sfuggì di mano il
mascara. Acquistò lentamente consistenza, alto,
longilineo, vestito di pelle nera. Un ciuffo gli ricadeva
sugli occhi. Le mani sprofondate nelle tasche della
giacchetta di pelle. Dentro una di quella vi era
l’occhiello.
«Puttana!»
«Che cazzo vuoi?»
«Sei una puttana! Il professor Crane… quel vecchio
bavoso!»
«Ma cosa dici? Ma sei fatto?»
«Ti ho vista nella chat-bath di Oregon, quel cazzo di
social network per sfigati. Lui sul divano di velluto, te
in ginocchio davanti a lui. E quella dannata musichina
in sottofondo…»

99
Gli occhi di lei non potevano più nascondere il senso
di colpa. Abbassò lo sguardo, ma lo rialzò
immediatamente. La rabbia aveva preso il posto del
dispiacere.
«Vaffanculo!»
Lui ci rimase male. Aveva creduto che si sarebbe
messa a gridare, a disperare, a negare l’evidenza, forse
addirittura a supplicarlo di non lasciarla. Invece lo
aveva mandato a fanculo. No, questo era davvero
troppo…
Le afferrò la mano. Lei reagì. Lui teneva l’occhiello in
alto, una sottile fede d’argento dall’aspetto innocuo.
Era pronto a mettergliela al dito, a tagliarli gli accessi,
a confinarla per sempre nel mondo di fuori, quello
vero, quello ormai perduto.
Un calcio nelle palle. Un banale calcio nelle palle.
Perché un calcio nelle palle fa sempre male, sia fuori
che dentro. Alex666, piegato in due dal dolore, si
lasciò sfuggire l’anello. La stronza fu lesta ad
afferrarlo e a metterglielo al dito. Il sogno svanì nel
tempo di un click. Alex (solamente Alex) aprì gli occhi
sul soffitto di camera sua. L’intonaco crepato, la
serranda della finestra divelta, le cianfrusaglie in
fondo al letto, la spia del deck accesa. Il più doloroso
dei risvegli. La sua nuova realtà.
Alex realizzò tutto questo in una frazione di secondo.
Udì i suoi genitori litigare nella stanza attigua. Nelle
strade, dodici piani più in basso, gli arrivava il silenzio
di un mondo in rovina. L’unico mondo possibile
rimastogli.
Non ci pensò un secondo di più. E saltò.

100
LA COMUNIONE
di Jonathan Macini

N
el tempio tutto taceva.
Le luci erano soffuse. I processori spenti,
così come era spento il grande schermo
sopra l’altare.
Fuori la notte odorava di muschio e di benzene. Il
tempio sorgeva vicino alle fabbriche, ma era
circondato da alti platani e cespugli a chioma libera.
Un’isola di verde nel mare di cemento.
Lei varcò quella soglia perché non sapeva dove altro
andare. Un vestito a fiori le ricadeva sul corpicino
gracile. I capelli legati all’indietro facevano risaltare i
suoi occhi, belli ma gonfi di pianto.
Era infreddolita, piccola, impaurita. Una gattina
smarrita nella notte della città. Si chiamava Luna.
Il sacerdote le si fece incontro. Alto, quasi imponente
nella sua tunica viola, le si avvicinò con aria protettiva.
Nelle fitte ombre del tempio, lei non poteva vedergli il
volto. Si lasciò abbracciare e condurre lentamente
verso l’inginocchiatoio.
Lui conosceva il tipo. Venivano spesso, gattine o
gattini spauriti, anime vinte dalle crudeltà cittadine.
Ne venivano sempre di più. Cercavano una ragione,
un pretesto per continuare a vivere. Lui era il
sacerdote. Non vi era altro nome per definirlo. Lui
aveva le risposte.
Le sussurrò parole di conforto. Lei si lasciò guidare.
Non tremava già più.

101
«Ti sei perduta, vero? Piccola mia, hai fatto bene a
venire qui. È proprio in questo posto che le anime
smarrite ritrovano la strada. Vedrai, tra poco tutto ti
sarà chiaro…»
Presero posto entrambi nella prima fila davanti
all’altare. Erano soli dentro la navata centrale. Si
udivano distanti i rumori della città, automobili in
corsa, qualche sirena, un paio di esplosioni. La città
viveva la sua danza di distruzione. Come ogni notte.
Il messaggio vocale fu dato da una voce fredda e
precisa. Il sacerdote ordinò al processore di
accendersi. Si udì un turbinio ed un grattio. La navata
si illuminò di una luce azzurrognola, gli altoparlanti
direzionali schioccarono all’accensione, le candele
elettriche brillarono di rosso. Poi sullo schermo
apparve Lui.
«Benvenuta!« la sua voce la fece piangere. Ma erano
lacrime di felicità. Alzò lo sguardo verso l’immagine,
un volto luminoso, androgino, bello oltre ogni
normale concezione dell’estetica.
«Lo sai chi sono, piccina?» il suono di quella voce
poteva far passare le arie di Mozart per gingles
natalizi.
Lei non riusciva a parlare. Il suo corpo riuscì a stento
a contenere una convulsione d’estasi.
«Io sono Dio…»
Le parole le scoppiarono in testa. Sentì del calore al
basso ventre. Un brivido le corse lungo la schiena.
Vinta da quell’abbraccio divino, accettò la mano del
sacerdote, le sue lunghe dita che si facevano strada
oltre le sue mutandine.

102
Arrivarono gli angeli. Uno sciame infinito che si
muoveva in danze concentriche. La musica era il loro
canto. Dio si ergeva al centro. Lo schermo pulsava di
luci, sembrò sul punto di esplodere, mentre le
immagini diventavano ologrammi. La danza continuò
sotto la navata.
La ragazza alzò gli occhi ricolmi di lacrime, in estasi
davanti alla manifestazione del divino. Il sacerdote la
sollevò da terra. Si era sganciato i pantaloni. Era
pronto a consegnarle la comunione.
Lei si sentì penetrare, ma fu qualcosa di distante,
quasi piacevole. Il canto degli angeli si alzò di
un’ottava. Udì dei tamburi che battevano il tempo. Lei
incominciò a muoversi al ritmo di quella musica,
provocando inconsapevolmente piacere all’uomo che
le stava sotto. Curva sopra di lui, aggrappata
all’inginocchiatoio di legno, elevò la sua anima verso
una nuova esistenza. Dio era giunto dentro di lei.
Infine arrivò l’orgasmo.

2008

103
MALIARDO
di GM Willo

L
e vite si assottigliano. Diventano impulsi
sparati alla velocità della luce. Non servono
vere e proprie maschere per ingannare il
prossimo. Bastano delle veloci caricature. Due fregi e
sai chi sono, ed è tutto quello di cui hai bisogno di
sapere…
La manipolazione di queste vite sottili diventa una
banale conseguenza. Niente di preterintenzionale.
Nessuna malizia. Si tratta solo di una semplicissima
selezione naturale. Io mi muovo veloce, tu invece sei
lento, non hai possibilità, sei spacciato. Annientarti
non rientra nei miei piani, ma succede, come il sole
che squarcia le tenebre all’inizio di ogni giorno.
Mi dovrei sentire in colpa? E perché? Non ho dato
spinte. Non ho drogato nessuno, io. Mi sono limitato
ad indicare alcune strade. Possibilità, tutto qui. Se
volete condannarmi, fatelo pure, ma continuerete a
non dormire la notte, mentre io ho sempre dormito
benissimo, prima e dopo quel giorno di luglio.
Nikko88 e Sammysamantha si chiamavano. Il
nickname può bastare per adesso. Il resto, se volete, lo
potrete leggere sui giornali, rotocalchi spazzatura per
comari annoiate. Io mi rifaccio solo alle caricature con
le quali mi si sono presentati, e se a voi interessa la
mia storia, dovreste farvene una ragione. Ragazzo,
ragazza, bambino, vecchio. Che importanza può

104
avere. Il gioco è gioco. Nel labirinto di specchi sei solo
un’immagine riflessa. Un riflesso elevato a potenza.
Volevano risposte ed io gliel’ho date. Volevano un
po’ di “action”, e quella c’è stata, non ci sono dubbi.
Ma non potete addossarmi la colpa, eh no! Non sono
stato io quello che li ha rivestiti di tritolo. Non
guidavo il taxi che si è fermato davanti al palazzo del
governo. Non ho dato il via a quella loro corsa
sfrenata verso l’atrio dell’edificio. E soprattutto, non
sono stato io a premere i pulsanti.
Di chi è la vera responsabilità di tutta questa sporca
faccenda? Pensateci un po’. Vi sembra giusto quello
che ci sta succedendo? Continuiamo a venire trattati
come un branco di pecoroni, inebetiti dalle solite facce
e dai medesimi slogan. Parole vuote che dilatano i
tempi, attutiscono gli animi, sdrammatizzano realtà
che sono ormai al limite della sopportazione. Quando
la botte è piena fino all’orlo, basta un niente per farla
rovesciare.
Chi vuol capire, capisca. Chi non lo vuole, pace
all’anima sua, perché è già morto dentro. Incapace di
accettare l’inevitabile evoluzione degli eventi. Lo
spettacolo è finito, gente!
Non provate a rintracciarmi. So come dileguarmi tra
le spire della rete. Posso prendere forme nuove,
mimetizzarmi dentro server-spettro, moltiplicarmi
infinitamente e ripropormi all’interno di pop-up
commerciali. Riposerò nel vostro hard-disk stanotte,
se per voi sta bene…
Mi rimangono un paio di minuti. Tutto quello che
volete. Sono a vostra disposizione. Amore, guerra,

105
morte e miracoli. Ho una risposta ad ogni vostra
domanda. Su, provate a chiedermi qualcosa… Ma vi
prego, non ritenetemi responsabile delle eventuali
conseguenze. Causa ed effetto. L’universo va avanti
così da sempre. Se vi piace giudicare con questo vostro
assurdo metro, se proprio avete bisogno d’incolpare
qualcuno, allora rivolgetevi al padreterno. È stato lui
l’artefice di tutto, o sbaglio?
Addio gente. Preparatevi al peggio. Un milione di
bombe umane vi aspettano. Cinema, supermercati,
uffici, centri commerciali. Sarete al sicuro solo nelle
vostre case. Davanti al vostro computer. Ed è proprio
lì che vi verrò a trovare.
‘Notte gente…
Sogni d’oro!

2008

106
MAZI
di Aeribella Lastelle

I
l sergente Mazi conservava un buon 57% di
umanità, sufficiente per non venir considerato un
bionico. Come lei ne erano rimasti pochi, dalla
parte degli umani.
«Situazione Livello 4?»
«Libero sergente. Può entrare.»
Settecento metri separavano la donna dal generatore,
quello che ricaricava regolarmente le protesi dei
bionici di tutti i livelli. Con quello fuori uso, gli umani
avrebbero facilmente ripreso possesso degli impianti
fotovoltaici, assicurandosi un netto vantaggio nella
guerra che andava avanti ormai da anni.
«Nessuno in visuale. Procedo come da….»
«Sergente Mazi? Mi sente?»
«É stata colpita! Hanno imparato ad oscurare i
segnali.»
«Il livello è perduto, generale!»

101 Parole

107
REPORTER DAL FUTURO
di GM Willo

Nell’ottobre del 2007 ho iniziato un diario di fantasia


seguendo le regole di un’intuizione di gioco di ruolo per
blogger, da me redatte all’inizio dello stesso anno. Blog di
Ruolo è sostanzialmente una riflessione sul fenomeno blog e
sulla sua applicabilità nei giochi di rappresentazione.
Seguendo questa linea di pensiero, ho creato molte pagine
virtuali. Reporter dal Futuro è stata senz’altro una delle più
affascinanti.
George è un blogger del futuro che ci parla attraverso un
programma capace di far viaggiare nel tempo
l’informazione. Uno sguardo verso nuove fantasie della rete,
abbracciando Gibson e provando a spingersi oltre…

I. INTRO

I
l mio nome è George, e non ha importanza il
resto. Questo sarà l’appellativo con il quale
potrete chiamarmi.
Tre giorni fa mi trovavo al trentottesimo livello della
matrice, vicino ai confini dell’Underground, la zona
ormai fuori controllo del sistema. Molti agenti
pattugliavano le entrate e le uscite di quel territorio
arido, capace di attirare qualche utente solo attraverso
i servizi di “virtual-get-togheter” a basso costo, una
via di mezzo tra un videogioco e le antiche filosofie
new-age.

108
Comunque non mi trovavo laggiù per quel motivo.
Dovevo incontrare Karin, un operator del sottosuolo
che avevo contattato per caso attraverso una cripted-
chat degli alti livelli. Mi aveva accennato del progetto
HGW, e la cosa mi aveva incuriosito. Non poteva
addentrarsi in particolari, era troppo rischioso. Mi
disse che se ero interessato avrei dovuto incontrarla di
persona (si fa per dire!), e così sono sceso.
Karin era un flusso di luce porpora. Mi fece strada
attraverso una foresta schermata, un luogo di cui gli
agenti non conoscevano neanche l’esistenza.
Entrammo nell’Underground attraverso il tronco di
una quercia, che dall’altra parte altro non era che il
tombino di un vicolo buio e maleodorante.
Camminammo per un po’ attraverso le pozzanghere
della città di Tintaboo. Non potevo fare a meno di
notare le finestre illuminate degli alti edifici ai lati
della strada, intuendo le perversioni che vi si
consumavano al loro interno. Questo era il sottosuolo
del sistema, il luogo della scelleratezza, il luogo della
libertà.
Entrammo in un bar. Il neon azzurro lampeggiava
lungo ogni spigolo dell’edificio, i tavoli erano intrecci
di laser cremisi. Veniva servito “pulsion” sotto forma
di drink; alti bicchieri colmi di una sostanza verdastra,
poco raccomandabile, e un ombrellino di carta
colorata. Ne ordinammo due.
L’ultima volta che ho gettato in pasto al mio sistema
neurale del sano “pulsion”, mi sono rinchiuso per due
giorni interi a piangere nello sgabuzzino di casa della
mia donna. Un’esperienza magnifica!

109
Lo sorseggiai piano, e ne lasciai più della metà. Lei
mi parlò del progetto. Il suo avatar aveva finalmente
preso le sembianze di una donna. Il porpora era
rimasto solo sui suoi vestiti di lattex.
La piegatura del tempo nel sistema era il progetto
più ambito di alcuni ricercatori outlaw,
programmatori un tempo rispettati ed oggi costretti a
muoversi nei meandri del sottosuolo. Ne avevo sentito
parlare, ma non lo ritenevo possibile. Nel mondo reale
il mito della macchina del tempo aveva intrattenuto
generazioni di uomini, ma oggi anche le industrie del
divertimento più cheap esitavano a utilizzare un cliché
del genere per il loro mercato. Welles era morto e
sepolto.
Ma che il tempo potesse essere distorto all’interno
della matrice era ancora un argomento intrigante per i
gossiper e i cospirazionisti perdigiorno. Molti
credevano che il governo stesse già influenzando il
passato e il futuro attraverso dei software capaci di
aprire degli accessi temporali. Storie fittizie. Favole
della rete.
Eppure era proprio questo che Karin mi stava
proponendo. Lei aveva il software ed era pronto a
consegnarmelo. Lo avevano chiamato HGW, in onore
dello scrittore inglese.
Secondo i programmatori era impossibile utilizzarlo
dentro l’Undreground, a causa della Grande
Schermatura Esterna, il sistema difensivo eretto dalle
Corporations per ghettizzare il popolo libero della
matrice. Solo un operatore dei livelli superiori poteva

110
provare a testarne la sua efficacia, non senza qualche
rischio.
Karin non mi disse perché avevano scelto me, ma di
sicuro mi stavano dietro da tempo. Qualcuno negli
inferi mi conosceva molto meglio dei Signori del
Controllo dei piani alti.
Ho impiegato tre giorni a schermare lo schermabile,
a codificare il software e a farlo girare sordamente nel
mio server. Credo di esserci riuscito. Credeteci oppure
no, ma queste sono le prime righe di un Reporter dal
Futuro.
Vi mostrerò la strada che state percorrendo, e il
luogo in cui siete diretti, e vi assicuro che non vi
piacerà affatto. Ma forse siete sempre in tempo a
cambiare direzione.

George, 12 Gennaio 2084

111
II. IL GRANDE PROTETTORATO

H
o scelto di parlare a voi, uomini del 2007,
semplicemente perché questa data è la più
lontana che sono riuscito a raggiungere. La
rete al tempo vostro è ancora estremamente primitiva.
La vostra cyber-activity è paragonabile all’attività
motoria di una crisalide, la lettura è antiquata, i
processi neurali lenti, l’identità assolutamente carnale.
Ma le vostre piattaforme di comunicazione, per
quanto obsolete, riescono a soddisfare le mie necessità,
e a far si che il mio compito venga svolto.
Oggi è un venerdì, un semplice venerdì di gennaio
dell’anno 2084. Lavoro per una grande compagnia, e
questo può suonarvi molto più normale di quanto non
sia in realtà. Infatti oggi tutti lavorano per una grande
compagnia. In AMERIKA non esistono confini,
culture, etnie. La bandiera ha stelle e strisce di tutti i
colori; il Grande Protettorato, il sogno divenuto realtà.
Per identificarsi non esistono più né lingue, né stati, né
religioni, né usanze. Il grande progetto per il nuovo
secolo americano è riuscito al 100%, e adesso siamo
tutti figli di un solo dio.
Sormontato da due alte torri che rappresentano il
sacrificio di migliaia di persone per un bene più
grande, la grande S sbarrata ci osserva e ci guida. Il
Dio Denaro è con noi.
Lavorare per una grande azienda riesce a soddisfare
ogni tuo desiderio di appartenenza. La compagnia si
occupa di te e di tutta la tua famiglia, dell’educazione

112
dei tuoi figli, dell’assistenza sanitaria, del sostegno
psicologico, della casa, delle ferie, della tua
informazione e di tutte le cose di cui necessiti quando
sei attaccato al processore (droghe comprese). Non ci
sono guerre, non ci sono distinzioni, non si muore
quasi mai (e solo a causa di qualche sporadico
attentato dei ribelli). La maggior parte delle persone
appaiono felici, le altre sono costrette a far finta di
esserlo.
Vi chiederete come sia possibile tutto ciò? Come sono
riusciti gli uomini a raggiungere un equilibrio del
genere? Centinaia di paesi e culture, e linguaggi, e
religioni, e costumi, tutti sotto un unico segno.
Miliardi di persone…
No. Non più…
Vi confesso il primo piccolo segreto. Oggi è il 14
gennaio 2084 e la popolazione mondiale stimata non
supera i 197 milioni. Riuscite a capire adesso come è
stato possibile tutto ciò?
Avverto un interferenza nel sistema. Non posso
attardarmi oltre. Tornerò presto!
Chiudo.

George, 14 gennaio 2084

113
III. IL VIRUS

D
evo stare attento.
HGW gira bene, ma è come un faro nella
calma piatta di un oceano silente. Per quanto
lo possa schermare, il rischio che mi intercettino è
sempre alto.
Non importa. Continuerò ad usarlo finché ne avrò la
possibilità Se questo portale venisse cancellato, vorrà
dire che mi hanno scoperto. Vi suggerisco di copiare
queste parole, di farle rimbalzare nella rete. Questo è il
vostro futuro; il nostro castigo. Forse avete ancora una
speranza per tornare indietro. Forse…
197 milioni di abitanti. Tanto spazio per tutti. Interi
palazzi adibiti ad abitazione, petrolio e gas sufficienti
per almeno altri due secoli, mezzi aerei alla portata di
tutti. Puoi farti il weekend a Calcutta se vuoi. Solo 2
ore e 35 minuti con l’Iperjet da Roma.
Siamo tutti ricchi, e non ci manca assolutamente
niente. Il meccanismo è oliato alla perfezione. Niente
più guerre. Solo qualche attentato, sapientemente
elaborato dal governo per tenerci un po’ sulle spine. Il
nemico non è più umano. Si parla di Intelligenza
Artificiale ribelle, addirittura di alieni. Stronzate!!!
Come è potuto succedere?
Semplice. Quasi scontato. Un piccolo virus, ben
elaborato, introdotto agli inizi degli anni dieci,
impacchettato alla perfezione dalla macchina
mediatica produttrice del consenso. Vennero additati i
terroristi, come al solito. No, non gli arabi. Quelli

114
erano già passati di moda. Proprio voi ragazzi! I
Terroristi della Rete.
Misero subito i ceppi alla cosiddetta “comunicazione
alternativa”, rea di fomentare odio verso i mainstream
ufficiali, la politica e le alte cariche statali. Il virus
intanto mieteva vittime, ma il governo assicurava che
presto sarebbe arrivata la cura. Il paese che all’epoca
veniva chiamato Stati Uniti d’America guidò la
crociata contro i nuovi terroristi, mentre Europa e
Asia, in balia del virus, non potettero fare altro che
acconsentire alla leadership della vecchia
superpotenza.
Arrivò la cura, ma non per tutti. La rete era bloccata,
ci rimase per oltre due anni, e il silenzio a riguardo era
totale. Nessuno sapeva in quanti stavano morendo. Le
TV avevano smesso del parlare del virus, ma intanto si
continuava a morire. Sb-s0-=s/á;0 s978sn ;m sl0;’s
s’[ms’psb 7IBS ;On k0O ‘pnn ,K; …//

FINE COMUNICAZIONE

115
IV. QUESTIONE DI GENETICA

N
on so cosa sia successo. L’interferenza é
venuta da fuori, come se qualcuno cercasse
di tagliare i fili di connessione da una
piattaforma esterna. Ho pensato al futuro… Potrebbe
significare che, malgrado tutto, questa mia voce fa
davvero la differenza. Mi temono, e stanno provando
a cancellare ciò che é già successo. Ma non glielo
permetterò!
Non posso stare molto. Devo capire alcune cose
dell’HGW. Scenderò nell’Underground più tardi.
Devo trovare Karin e cercare di parlare con uno dei
programmatori. Alcuni di loro errano nel sottosuolo
da oltre mezzo secolo, distrutti dal pulsion o da altri
orribili veleni. Gente che ha visto il mondo prima del
virus, gente antica.
Qual’é la loro età?
Ma certo, non ve l’ho detto. La genetica ha fatto passi
da gigante. Ancora non é mai morto nessuno di
vecchiaia. Gli scienziati stimano una speranza di vita
di oltre 300 anni, ma é un dato che sicuramente
aumenterà col tempo. Poi ovviamente ci sono le
esistenze virtuali. L’Underground ne é pieno.
Tornerò più tardi Forse domani. Adios!

116
V. POLIFEMO

H
o usato un ascensore. Gli accessi sono rari,
ma è forse il modo più sicuro per scendere
nel sottosuolo.
Gli ascensori si trovano su frequenze appena
percettibili, generalmente libere. Si appoggiano
solamente ad un paio di satelliti ed è possibile
utilizzarli solo se possiedi l’equipaggiamento adatto.
Ed io, per mia fortuna, lo possiedo!
Se la Matrice in Surface è divisa in livelli,
l’Underground si estende su una superficie piatta,
praticamente infinita. A volte devi viaggiare per delle
ore prima di raggiungere quello che cerchi, ed
imbatterti in compagnie poco piacevoli.
Proprio loro, ve ne ho già parlato: i V.E. Virtual
Existence. Flussi di luce, tamburi martellanti,
esplosioni nervose. Se chi viaggia in rete non è altro
che un filamento sottile d’informazione viva, queste
creature (complesse evoluzioni di programmi ottenuti
attraverso il download di ogni singolo algoritmo di
una mente umana) sono dei veri e propri giganti. A
volte si presentono attraverso obsolete proiezioni
oleografiche, avatar di pessimo gusto. Non avendo più
contatto con l’esterno, le loro rappresentazioni
tendono ad essere alquanto kitsch. Ma di solito amano
mostrarsi in tutta lo loro estensione. Alla fin fine non
sono altro che tristi proiezioni di vite prigioniere di un
hard disk.

117
Il professor Huta è uno di loro. È stato uno dei primi
ad interessarsi al progetto HGW, il primo a mettere
insieme un prototipo, ed uno dei massimi esperti in
materia ancora presenti nel sistema. Molti dei suoi
colleghi sono stati frammentati, uccisi a livello di
entità, ma riutilizzati dal governo sotto forma di
informazioni.
Amante della cultura greca e di Omero, gli piace
raffigurarsi dietro le sembianze del gigante Polifemo.
Quando mi si è presentato davanti ho avuto più di un
attimo di esitazione. Mi ha detto che HGW è
incostante, difficile da controllare, e molto più
rumoroso di quello che mi ero immaginato. Mi ha
dato dei consigli su come utilizzarlo. Creare delle
schermature fantasma, dei mirror per distrarre le
attenzioni.
Spero di riuscire a farlo girare con più calma. Ho da
dirvi tante cose, prima che diventi troppo tardi anche
per voi…

George, 19 Gennaio 2084

118
VI. VERITÁ E DROGHE

A
merika é il Grande Protettorato. In questa
frase avrei già commesso un atto sovversivo,
dato che lo scrivere AMERIKA minuscolo è
considerato un gesto anarchico e possibilmente
terrorista. Non sto scherzando. È proprio così!
AMERIKA non è uno stato. È un concetto, una
religione, un pensiero diventato realtà. Pace, ricchezza
e libertà per tutti. Anzi no, per pochi! E come sarebbe
possibile altrimenti…
Ho un attico con vista sulle colline, 13 appartamenti
sparsi nelle più importanti città del globo, sei rifugi
virtuali in cui andarmene in vacanza, sotto l’effetto
dell’Ageon o del Fusion (amplificatori chimici), 10
automobili, un motoscafo, uno yacht e un elicottero.
Non sono un benestante, ma una persona normale.
Sono l’esempio perfetto dell’Amerikano medio.
Lavoro per la Alert Information, il palinsesto ufficiale
dell’informazione mondiale. Fabbrichiamo le notizie
per mantenere l’equilibrio. Un compito onorevole.
Non abbiamo giornalisti sul campo. Non ne abbiamo
bisogno. I giornalisti come li pensate voi, uomini del
passato, non esistono più oggi. La notizia non la si
cerca. La si fabbrica, o la massimo la si coltiva. La
verità è un accessorio, non più un ideale. Puoi
acquistare quella che ti piace di più, e se non calza
come vorresti, puoi sempre riportarla indietro con lo
scontrino.

119
Se niente più di soddisfa, ci sono le droghe che ti
distraggono. No, non quelle che pensate voi! Eroina,
marijuana, cocaina, extasy… ricordo che mio nonno
me ne parlava. Cose di altri tempi.
Dove sorgevano campi sterminati d´oppio, ora vi
sono le fabbriche della Medicea e della Bayern-
Pharma. Huxley lo aveva previsto. Vi ricordate il
Soma della sua favola?
Il mercato farmaceutico è senz’altro il più florido di
questa nostra economia fasulla, un meccanismo senza
più nessuna regola. Ma cosa importa poi… Droghe
per tutti i gusti. Ma attenzione a come le chiamate. No,
non si possono chiamare droghe…
Le parole! Mi è così difficile farmi capire da voi.
Rileggendomi ho sempre paura di suonarvi come un
folle. Il problema è che ci hanno confuso i vocaboli.
Non conosciamo più il significato delle parole. Ne
abbiamo sempre di più, ma non siamo mai sicuri di
quello che vogliono dire.
Le droghe non esistono. Esistono le medicine.
Medicine per la mente. Confetti.
Credetemi, non lo vorreste mai un futuro così!!!

George, 21 Gennaio 2084

120
VII. LA MORTE DI DIO

N
el 2037 Dio é morto.
Additato come l’unico responsabile di ogni
guerra perpetuata sin dall’inizio della storia,
il governo ha quindi preso le dovute precauzioni per
sopprimere un concetto obsoleto di pace, giustizia e
amore. Nel nome della Grande Democrazia ha
proposto un referendum mondiale, ottimamente
sostenuto dal nostro ufficio (l’Alert Information), per
criminalizzare ogni forma di credo. Il risultato
favorevole ha dato inizio a due anni di soppressione
continua e sistematica di ogni istituzione religiosa.
Il 25 dicembre del 2037, la contingenza di diverse
demolizioni controllate dei maggiori santuari della
storia umana, tra quali la chiesa di San Pietro a Roma
e La Mecca, ha ufficializzato il trapasso di un concetto
ormai divenuto inutile.
Parallelamente si sono sviluppati svariati movimenti
ideologici nel substrato della matrice. I templi sono
stati ricostruiti su server inaccessibili alle autorità
governative, ma la loro posizione è stata confinata in
quello che in gergo è chiamato Underground.
Ancora oggi masse di fedeli in forme filamentose di
luce entrano ed escono da questi santuari virtuali.
Ancora una volta Dio è risorto.

George, 23 Gennaio 2084

121
VIII. NON CHIEDERE E TI SARÁ DATO

N
on chiedere e ti sarà dato. Questa è una
delle ideologie fondamentali del Grande
Protettorato. Non chiedere perché, chi, cosa,
dove… Non domandarti il motivo di questo o di
quello. Non dubitare di lui o di lei. Non chiedere!
E perché mai dovresti farlo, se non ti manca niente…
Questo succedeva anche al vostro tempo, almeno
nella maggior parte dei casi. Ma c’era qualcuno che
non si faceva abbagliare dal teatrino dei governi. Forse
perché ancora il meccanismo non era perfettamente
funzionante. Vi erano insoddisfazione, precariato,
crimine, disuguaglianze, e molti altri fattori che
minavano la stabilità della vostra società. Per questi
motivi riuscivate ancora a fomentare un po’ di sana
dissidenza. Non abbastanza però dal deviare il vostro
cammino da un mostruoso susseguirsi di eventi.
Vi sono canali criptati, nel sottosuolo della rete, in cui
è ancora possibile vedere le immagini dei grandi forni
crematori, quelli che ridussero in cenere milioni di
corpi colpiti dal virus. Si dice che molti di questi erano
ancora vivi quando vennero ammassati insieme, per
essere poi gettati dalle ruspe nelle grandi bocche delle
fornaci.
Fumo nero nel cielo, e odore di morte nell’aria!

George, 25 Gennaio 2084

122
IX. ACCELERAZIONE INFINITA

H
o il pulsion in circolo, ma non voglio
giustificarmi. Ne avevo bisogno, così sono
passato da Sylfus prima di accendere
l’HGW.
Sylfus è un e-dealer, niente di umano. Ha molte
rappresentazioni e copre quasi l’intero primo anello
del sottosuolo. Il primo anello è il più prevedibile. Una
parete di luce azzurra lo delimita. Poi c’è il rosso. Oltre
quello, può succederti di tutto…
Non dovrei usare questo aggeggio mentre ho degli
amplificatori percettivi in testa, ma ultimamente sento
il bisogno di un po’ di distrazione.
Non ne abuso… e come potrei. Non riesco a reggerlo
come gli altri. Parlo dei reietti, quelli che non si
staccano mai dal processore. Quelli ormai sono andati.
Distrazione infatti. Proprio così!
Due giorni fa mi sono svegliato davanti al vuoto.
Volevo farla finita. Succede a molti sapete. Nessuno ne
parla, ma succedono! Ne saltano giù un centinaio ogni
giorno. Noi dell’Alert li facciamo passare per vittime
del terrorismo, ma sappiamo bene di cosa si tratta.
Suicidi.
È la presa di coscienza che li frega. Magari incappano
in qualche oasi informativa della rete, oppure un
portale criptato. Li viene vomitata addosso tutta la
merda che il governo è riuscito a seppellire, e di
conseguenza scoppiano. Si gettano dagli edifici. Poveri
Icari…

123
Ma c’è anche chi è stanco, annoiato, depresso.
Sempre più gente lo è. Nessuna droga riesce più a
soddisfare queste creature striscianti. L’overdose è
storia passata. Prima ne moriva tanti, poi le industrie
farmaceutiche sono riuscite a tarare i loro prodotti in
modo da non portare mai il consumatore all’overdose.
Dopotutto un cliente morto è sempre un cliente in
meno, no!
Il pulsion è maledetto. Lo taglio al massimo, ma
riesce sempre a fregarmi. Ecco che arriva una spinta.
Troppa luce, oh mio dio…
Sta passando… Tamburi, torce nel vento, oscurità, un
respiro. Scusate…
Non posso schermare il programma mentre sta
girando. Devo continuare a narrare, a parlarvi,
altrimenti si disconnette, ed io potrei rimanere
impigliato in una piega del tempo. Brutta storia
davvero…
A volte mi sento come un passeggero di un treno
impegnato in una folle corsa, due binari diritti verso il
vuoto e un’accelerazione infinita. Abbandonarlo
significa morire. “Niente da fare. Goditi la corsa,
amico!”
È probabile che alcuni di voi si sentano esattamente
come me. Ma vi assicuro che il vostro treno è una
lumaca in confronto al razzo che ho sotto il culo. Forse
siete ancora in tempo a tirare il freno di emergenza.
Forse potete ancora mandare tutto al diavolo. Forse…

George, 26 Gennaio 2084

124
X. NIENTE RIPOSA IN PACE

una splendida giornata di sole, ideale per farsi

È un giro in barca. A volte mi chiedo se sia


sbagliato tutto questo. Se il gioco non sia valso
la candela. Se al mondo non ci sia davvero spazio per
tutti. Se la legge del più forte non sia l’unico equilibrio
possibile per la razza umana. Lasciare la rete per un
paio di giorni può farti guardare tutto da un’altra
prospettiva. Una visione senza dubbio conveniente,
un espediente per lenire le proprie colpe e quelle dei
tuoi governanti.
Dall’inizio del tempo si nascondo gli orrori sotto lo
scuro drappo della dimenticanza, e indossiamo il
nostri sorrisi più luminosi facendo finta di niente.
L’unico modo per andare avanti… Ma nessun segreto
rimane nascosto per sempre. Niente riposa in pace,
senza una degna sepoltura.
È una splendida giornata di sole…
…e da qualche affiorano i resti di un abominevole
sacrifico.

George, 30 Gennaio 2084

125
XI. ANUBIS

M
i sono spinto fin dove era necessario.
Potevo rimanere fregato, essere
frammentato e diventare materiale da
costruzione per orribili Entità Fogna, oppure perdermi
in un labirinto di specchi. Conosco il rischi che si
corrano quando ci si spinge oltre l’Anello Rosso, ma se
voglio continuare questo gioco devo anticipare i miei
avversari.
Ho avvertito una nuova intromissione, mentre
cercavo di raggiungervi il giorno successivo al mio
ultimo intervento. Ho dovuto spegnere tutto e
riprovare da qualche altra parte. Per questo motivo
ricompaio su questa pagina a distanza di quasi una
settimana. In futuro (il vostro) invierò i miei articoli in
maniera meno regolare, cercando di distogliere
l’attenzione di chi mi osserva dal mio (futuro). Per
loro è come pescare alla cieca. Intercettare le frequenze
che distorcono il continuum temporale delle quali mi
servo, è un po’ come cercare il vecchio ago nel
pagliaio. Questo mi ha rivelato Anubis, nella sua torre
oltre l’Anello Rosso.
Anubis è un ibrido. Brutta razza… L’imprevedibilità
è uno dei loro lati migliori, non se mi spiego. Qualche
anno fa un programmatore dai gusti perversi ha
iniettato nella matrice un virus bizzarro, un software
capace di infettare i V.E. ed utilizzarli come “Host”
per la creazione di nuove entità della rete, ibride
appunto. Per metà residui di coscienze umane, e per il

126
resto evoluzioni del programma virus iniettato, questi
soggetti sono solitamente molto pericolosi, ma la loro
natura li permette di conoscere meglio di chiunque
altro i meccanismi virtuo-logistici del sistema.
Dal suo scranno di ossa umane, Anubis mi ha
raccontato dei legami tra la matrice e gli altri mondi.
Quello onirico, ad esempio, oppure quello delle onde
elettromagnetiche. Infine mi ha parlato delle
frequenze temporali, quelle su cui si appoggia HGW.
In cambio della piccola lezione ha voluto qualcosa di
appetitoso. Davanti ai suoi occhi gli ho decompresso
un bocconcino sul quale si avventato come un
coccodrillo affamato. Roba dei piani alti. Sintetica, ma
saporita…

George, 1 Febbraio 2084

127
XII. SELEZIONE CONTROLLATA

L
a selezione ha avuto poco di naturale. Se
davvero la natura avesse fatto il suo corso,
adesso l’umanità avrebbe colori diversi.
Ma non è mai stato un problema razziale. Non del
tutto, almeno. Alla base c’è il concetto di controllo, e la
paura della morte. Credo che la ragione per cui
l’uomo pratichi l’arte del massacro fin dall’inizio della
sua storia, sia per esorcizzare la paura della morte.
Quando pensiamo a morire, sentiamo che ci sarebbe
più facile farlo insieme a qualcun’altro. Magari a
qualche centinaia di milioni di persone.
Nell’impossibilità di controllare lo scorrere del tempo
e la fine del nostro viaggio, cerchiamo di controllare il
resto. Soprattutto le persone che ci circondano. Ma
quando queste incominciano a diventare troppe, è
bene attuare la selezione.
Beh, non voglio divagare in territori che non mi
appartengono. Non sono uno psicologo, ne tanto
meno un filosofo. Vorrei solo convincervi del fatto che
tutto ciò che vi ho detto, per quanto folle vi possa
sembrare, è successo davvero. E per chi ancora tra voi
non crede che l’uomo sia capace di fare cose del
genere, beh…
…a queste menti ingenue consiglio semplicemente di
andare a leggersi la storia.

George, 3 febbraio 2084

128
XIII. KARIN

I
l crollo dell’economia é alle porte. Per voi
intendo, non certo per noi. Noi viviamo una
splendida crescita esponenziale, ed abbiamo tutto
lo spazio che vogliamo. Possiamo permetterci
qualsiasi cosa…
Ma non parliamo di voi. Non parliamo di me. Non
parliamo della vita reale. La vita reale mi annoia,
quando il pulsion scorre veloce. Si, lo ammetto. Mi
sono concesso ancora una volta. È stata Karin a
convincermi. L’ho incontrata per caso in un locale
degl’Inferi, un estensione dell’underground che
stravolge la scienza stessa. Difficile farvi capire
qualcosa. Là dove i neuroni e i byte non riescono ad
arrivare, la chimica reagisce stranamente alla logica
del digitale. Esiste un mondo nuovo oltre i confini del
sistema binario. Lo chiamano il Mondo di Lato, ma vi
assicuro che il nome non è importante Qualcuno dice
che Oniria ha qualcosa a che fare con queste
percezioni.
Il governo le ignora, ma in rete c’è un gran fermento.
Molti si sono persi. Li hanno trovati attaccati al
processori, con la schiuma tra le labbra. Avevano tutti
sorrisi ebeti e sperma nei pantaloni. Pauroso, ma di
grande effetto!!!
Comunque, lasciamo perdere. Vi parlerò un’altra
volta del Mondo di Lato. Vi dicevo di Karin… Mi ha
dato del pulsion tagliato con della roba strana, roba

129
degli inferi appunto. Sono in botta da giorni, ma mi
gira bene.
Il sesso con Karin è stato una ciliegina apprezzabile.
Non vi nascondo di aver pensato per un attimo di
stare scopando con la proiezione di un uomo. Ma in
quei frangenti che alterano la logica stessa del sistema,
la realtà è distante anni luce. Chi c’era dietro a Karin
non importava.
I suoi bagni di luce erano davvero appetitosi…
Tornerò a parlarvene tra qualche giorno. Devo
andare adesso. Dormire. Uscire. Finire…

George, 5 febbraio 2084

130
XIV. FRIDA

F
rida é il nuovo nemico. No, non è un
associazione terroristica, ne una cellula
fondamentalista, ne tanto meno il dittatore di
un paese nemico. Non esistono paesi nemici nella
grande AMERIKA.
Frida è un entità AI ribelle. Un grande progetto di
ispezione del sistema sfuggito al controllo del
governo. Almeno è questo che ci viene detto…
Neanche l’Alert Information conosce la verità. Tutti
sanno che gli aereojet esplodono in cielo per nessun
apparente motivo, e un esperto ci dice che Frida ha
infettato i computer di bordo causando le
deflagrazioni. Un centinaio di morti, la paura scorre
attraverso i proiettori oleografici e la gente sta zitta e
buona. Non è cambiato nulla, credetemi…
Ma non si può smettere di volare, e allora si cambia
obbiettivo. Tre giorni fa un intero edificio è crollato. 57
piani implosi per una fuga di gas (il sistema di
riscaldamento era controllato dalla rete). All’Alert
abbiamo ricevuto un messaggio dal ministero delle
telecomunicazioni: “imputate Frida”. Niente mezzi
termini!
Bel nome davvero, Frida. A voi vi verrà sicuramente
da pensare alla pittrice...

George, 10 febbraio 2084

131
XV. NIENTE CAMBIERÁ

D
ifficile il rientro. Problemi di connessione.
Le frequenze temporali sono saltate. Non
ne conosco il motivo. Forse sono stati quelli
davanti a me, la gentaglia del mio futuro, per
spiegarsi. Certo non possono schermarle per l’eternità
. Le frequenze sono come il vento solare, o che so io, le
maree. Non si fermano per sempre. Rimangono lì, da
qualche parte nelle frange del multiuniverso. Le puoi
nascondere per un po’, ma alla fine trovano sempre il
modo di fuoriuscire. Un po’ come l’acqua che raccogli
tra le mani quando ti sciacqui il viso la mattina.
Mi sono sciacquato il viso stamattina? Non saprei.
Sono molto confuso in questo periodo. No, non è il
pulsion. Quello l’ho abbandonato per un po’. Ti
distrugge davvero…
Ho incontrato dei tizi giù oltre l’Anello Rosso, gente
strana, evoluzioni ibride, scienziati guerrieri che
viaggiano molto. Viaggi strani, non chiedetemelo. Li
chiamano i Lumi, santi, saggi, drogati. Che cazzo ne
so. Appaiono sotto forma di meduse fosforescenti, con
filamenti lunghi chilometri. Hanno tentacoli ovunque.
Si muovono senza spostarsi. Allungano le loro
diramazioni toccando universi alieni. Il sogno. La
materia. Il tempo. Avevo paura ma li ho parlato di
HGW. Loro lo conoscevano bene e mi hanno detto
cose poco rassicuranti. Secondo loro è completamente
inutile. Non serve a un cazzo, in poche parole. Potrei
continuare a parlarvi di come sarà il vostro futuro,

132
della fine che faranno miliardi di persone impreparate
all’avvento del virus, dei modi più disparati con cui il
vostro governo vi manopola. Niente di questo
cambierà ciò che deve succedere.
I Lumi hanno parlato, con i loro occhi di poltiglia
azzurra appesi a quelle grosse teste di medusa.
Continuerò a scrivervi. Continuerò ad accendere
HGW, anche se la speranza che serva a qualcosa
diminuisce ogni giorno che passa. Nel frattempo
sprofonderò ancora più sotto, dove le cellule celebrali
faticano a dialogare con gli impulsi elettrici del
sistema. Devo conoscere. Devo sapere.
Anche se questo potrebbe trasformami in un ameba
strisciante.
In parte lo sono già.

George, 20 febbraio 2084

133
XVI. LA MINACCIA ALIENA

L
e industrie delle armi si sono evolute, come
tutto il resto ovviamente. La minaccia di Frida
non basta a soddisfare il bisogno di armarsi,
ed allora si dispiegano flotte satellitari a guardia del
sistema solare, basi lunari e marziane come avamposti
contro una possibile invasione aliena. Se la minaccia
esista davvero oppure no non posso dirvelo. Per
quanto ne so, ad oggi è anche possibile che non
abbiamo mai toccato il suolo lunare. Huston e
Hollywood hanno ben più della “H” iniziale in
comune...
Ma intanto si costruiscono e sparano oggetti nel
cielo, bucando un ozono inesistente. Ogni tanto ci
dicono di preparare un servizio sulla minaccia,
ricordando ai nostri telespettatori come tutto iniziò.
Era l’estate del 2061 quando un comunicato
dirompente squassò ogni piattaforma digitale del
pianeta. Immagini di distruzione e sofferenza. Mari
che inghiottivano terre, vulcani impazziti che
vomitavano lava dappertutto. Il caos, l’inferno, la
morte. Lo sconcertante video terminava con
l’implosione del pianeta stesso e una deflagrazione
assordante che distrusse milioni di apparecchi stereo.
Secondo il Governo non vi erano dubbi: il messaggio
proveniva dallo spazio.
Seguirono panico ed isteria, ma i capi di stato
riportarono la calma attraverso acuti interventi che
mossero il popolo nell’intimo. Con poche parole il

134
mondo intero era pronto a difendersi dalla minaccia
aliena. A qualsiasi costo!
Fu l’inizio della terza era spaziale, un vero e proprio
progetto di difesa volto a sistemare in posizione di
lancio 35000 testate nucleari, uno scudo difensivo
costosissimo soprattutto per quanto riguardava la sua
manutenzione. Era la nuova primavera per l’industria
bellica del Grande Protettorato. Nuovo olio sugli
ingranaggi, nuova benzina nel motore, e tanta sana
paura per tutti.
L’escalation è inarrestabile…

George, 28 febbraio 2084

135
XVII. MI HANNO SCOPERTO!

H
anno fatto saltare il palazzo.
Erano le tre e quarantacinque del mattino
quando ho parcheggiato l’auto e ho visto la
deflagrazione, un lampo giallo nel cielo sopra i tetti
dell’isolato vicino. Mi ha salvato il posteggio. Non che
ci siano problemi di posteggio. Le strade non sono mai
state libere come oggi. È una mia abitudine, un
trucchetto per rimanere in forma. Parcheggio sempre
un paio di isolati da casa, e mi faccio qualche centinaia
di metri a piedi. Mi aiuta a riflettere.
Ieri notte invece mi ha salvato la vita.
Sanno di HGW. Glielo hanno detto probabilmente i
loro colleghi del futuro, forse addirittura loro stessi.
Chissà come ci sono rimasti! Tutto sommato il morale
è buono. Credono di avermi ucciso e questo mi da un
certo vantaggio. Ancora più conveniente è il fatto che
sono sicuri di aver distrutto HGW, installato nel
processore del mio studio. Non hanno la minima idea
che poco distante dall’Anello Rosso è sorto un palazzo
identico al mio, e dentro ci gira il nostro caro
programmino.
Circa una settimana fa avevo avuto uno strano
presentimento. C’era qualcosa di strano nell’etere,
sentivo gli accessi sfrigolare. Poi c’è stato
l’avvertimento del mendicante, ed allora ho
incominciato ad avere paura.
Vagavo alla ricerca di updates nel sottosuolo quando
mi si è avvicinato uno straccione, forse un ibrido. Mi

136
ha guardato da sotto un berretto di lana sdrucito, due
bagliori azzurri per occhi. Mi ha detto: «Tu sei quello
che guarda indietro?»
Gli avrei voluto rispondere che non sapevo di cosa
stesse parlando, ma invece lo sapevo benissimo. Non
ho detto una parola mentre mi rivelava che gli occhi
del futuro sapevano di me. L’attimo dopo era
scomparso, tra i giornali svolazzanti di un vicolo buio.
Così mi sono organizzato. Speravo di avere più
tempo e l’esplosione mi ha colto impreparato. Ma il
frame nel sottosuolo l’ho installato il giorno dopo
l’incontro col mendicante. Karin mi aveva detto che il
programma non girava nell’underground, ma oltre
l’Anello Rosso esistono dei portali che appartengono
al Mondo di Lato. Sono accessi senza limiti, finestre su
interi universi. Il professor Huta mi ha dato una mano.
Vi ricordate Polifemo?
Fuori invece stavo cercando un posto dove
rifugiarmi, e speravo di lasciare la città prima della
fine della settimana. La sera dell’esplosione ero andato
a trovare un amico che ha un camper super attrezzato.
Pensavo di andarmene via con quello. Ma non c’è
stato tempo…
Adesso il mio corpo è in una bara del porto. Lo so,
suona veramente spaventoso ma non è poi così male.
Ci vanno i drogati, quelli che non interessano al
governo.
L’accesso è gratuito e veloce, e nessuno ti controlla.
Penserò a cosa fare, se continuare a parlarvi oppure
no. Di cose ne ho ancora tante da dirvi, ma quello che

137
vi ho già rivelato dovrebbe essere sufficiente a farvi
almeno riflettere. Il futuro è ancora nelle vostre mani..
…ma non lo sarà per molto.

George, 7 Marzo 2084

138
XVIII. LE BANCHE DATI (un post di Natale)

L
e banche dati sono già in funzione. Non a
livello mondiale, ma quel che basta per avere
una mappa dettagliata della popolazione del
primo mondo. Sto parlando di voi naturalmente,
dell’ammirevole zelo con cui i vostri governi sono
riusciti a impossessarsi del vostro codice genetico, dei
grattacieli di memorie digitali nelle quali tutte queste
informazioni sono state depositate. La pratica segreta
diverrà a breve qualcosa che accetterete di buon
grado, come tutti quei limiti alla libertà ai quali vi siete
già adeguati per un mondo più sicuro. Lo screening
del DNA alla nascita verrà percepito come un
semplice vaccino.
Oggi le banche dati hanno estensioni di memoria
inimmaginabili, anche se le loro dimensioni fisiche
sono molto più contenute. Sebbene la popolazione sia
stata decimata, nel corso degli anni è stato necessario
ampliare la mappa genetica di ogni individuo per
codificare eventuali alterazioni del codice genetico.
Sporadiche anime ribelli hanno per anni fatto uso del
Danran, una droga che altera il DNA. Oggi le banche
dati riescono ad individuare queste alterazioni e a
riconoscere l’identità di coloro che assumano questa
sostanza. Potete immaginarvi quello che comporta
farsi trovare sotto l’effetto del Danran. No, nessuna
prigione. In AMERIKA non esistono le prigioni.
Esistono le bare del porto per i drogati, mentre i

139
criminali semplicemente scompaiono. E comunque
sono molto pochi…
Altra storia sono le banche dati per le identità
digitali. Quelle le puoi ancora fottere senza troppi
rischi. Al momento sto girando dentro con uno
schermo di notevole potenza, un regalino che mi sono
fatto poco dopo aver innalzato il palazzo nei pressi
dell’Anello Rosso. Sapevo che mi avrebbero cercato
anche quaggiù, ma non mi troveranno così facilmente.
E poi non esiste niente di più pericoloso del sottosuolo
per gli agenti governativi.
Sono ormai cinque giorni che sono attaccato al
processore. Incomincio a preoccuparmi del corpo,
anche se la bara è fornita di un dispositivo per
assimilare acqua e nutrimento necessari per rimanere
attaccato. Prima di partire ho ingerito due confetti di
Panoxan. Dovrebbero bastarmi fino a domani, poi
dovrò uscire per mettere qualcosa sotto i denti.
Ci sentiamo presto amici del passato. E, dimenticavo,
Buon Natale…
…a noi ci hanno tolto anche quello.

George, 12 Marzo 2084

140
XIX. IL DUCA ASTOR

H
o incontrato Astor, qualcosa di ancora più
esteso di un semplice Lume. Vi ho già detto
di queste entità. Programmi viventi che
viaggiano attraverso le dimensioni. La loro struttura
non fa nemmeno più parte del sistema binario. Roba
da farti friggere il cervelletto…
Esistono portali, molto al di là dell’Anello Rosso,
oltre gli spazi di memoria-disco, che aprono la strada
verso altri mondi. Oniria è il più facile, ma ci sono
anche Mirage ed Oblio. Centinaia, forse migliaia di
accessi a mondi che in realtà non sono altro che
differenti percezioni dell’esistenza, nuovi linguaggi
dell’essere…
Astor non si definisce un Lume. È un “Duca”, ma il
significato della parola è assolutamente irrilevante.
Diciamo semplicemente che è uno che la sa lunga. Gli
ho chiesto di portarmi a fare un giro, di mostrarmi gli
accessi, di sbirciare oltre il velo. Devo essere stato
proprio fatto. Si, ero in completa botta chimica, e non
solo… Era la prima volta che assumevo sostanze
digitali completamente artificiali. La maggior parte
della roba che trovi nel sottosuolo è un’esatta copia
digitale della sostanza originale. Gli effetti sono
identici a quelli che percepiresti assumendola
fisicamente. Però c’è anche roba tagliata, roba alterata
e roba completamente inventata. Ti può strappare
l’entità dal corpo, e farti rimbalzare nel processore per

141
mesi, mentre il tuo corpo si disidrata come una
pagliuzza d’erba al sole.
Non ricordo neanche quello che ho preso. Me lo ha
dato un amico di Karin, questo lo ricordo bene.
Definirlo amico è di sicuro un eufemismo. Mi ha
chiesto quattrocento crediti, quel bastardo. Comunque
Astor non mi ha sezionato. In fondo vi sto ancora
parlando, no? Mi ha detto che ci penserà. Che forse mi
farà vedere qualcosa. Deve essere stato HGW ad
incuriosirlo…
Vado a prendere una boccata d’aria adesso. Ci
sentiamo…

George, 21 Marzo 2084

142
XX. LA RETE MORIBONDA

A
vete poco più di due anni prima che vi
mettano i ceppi alla rete. Ve l’ho già
accennato, vi ricordate? Ho l’impressione
che ve ne stiate accorgendo. Una legge, una nuova
tecnologia, l’attacco sistematico e compatto dei vostri
cosiddetti “media ufficiali”. La vostra rete è
moribonda, e ne sento il puzzo io che mi affaccio da
una finestra distante 76 anni. E questo è solo quello
che riuscite a percepire. Non potreste immaginarvi
con che velocità vi stanno penetrando gli hard disk,
spiando i files, inventariando le vostre vite digitali su
piattaforme di memoria infinite. Sanno tutto di voi,
sanno cosa vi piace, cosa state pensando e cosa avete
di più caro. Possono distruggervi con una telefonata.
Troppo tardi? Non saprei… Qualcuno mi dice di si e
cerca di convincermi a lasciar perdere tutto. HGW
intendo, e questo palcoscenico di frasi vuote, parole
deliranti, bisbigli di follia… Forse non riuscirò a
cambiare il corso degli eventi, ma ho una voglia matta
di vedere dove mi condurrà questo gioco. Voglio dare
un occhiata oltre il velo… Voglio descrivervi gli altri
mondi… Voglio darvi un pezzo importante di questo
stramaledetto futuro.
Ho una strana sensazione…
…che siano proprio laggiù le risposte che cerchiamo?
Attendo la chiamata di Astor.

George, 24 Marzo 2084

143
XXI. LE STRADE DEL PORTO

H
o fatto un giro per il porto, la mia nuova
casa. Sono stato fuori per due giorni interi.
Avevo bisogno di riprendermi da una
settimana intera d’immersione.
Il sushi della Taverna non è poi così male. Oggi lo
puoi trovare dappertutto. I mari si sono ripopolati. E
che vi aspettavate… Dopo il virus l’ecosistema è
tornato alla normalità. Gli animali sono stati quelli che
ci hanno guadagnato di più, e una parte di me pensa
che sia giusto così. Sarebbe stato giusto così, se il virus
fosse stato naturale, se la selezione fosse stata equa.
Invece non lo fu affatto…
Il porto è un posto strano. In un certo senso è un po’
come tornare indietro nel tempo. Edifici sporchi,
strade dissestate, insegne al neon intermittenti, che
ciondolano come creature fluorescenti impiccate. C’è
poca gente a giro. La maggior parte è dentro le bare, a
fottersi il cervello.
La Taverna è a tutti gli effetti un centro di
sostentamento, finanziato dal governo per tenere i
drogati fuori dai piedi. Lo gestisce Simon, un ex
agente governativo con la tendenza ad aprire troppo
la bocca. L’hanno prima svuotato e poi iniziato a un
corso accelerato di cucina. Adesso si aggira per il
bancone come uno zombi, delirando frasi senza senso.
A volte ti inchioda al tavolo parlandoti di qualcosa,
ma non riesce mai a finire una storia. Lo vedi

144
tornarsene in cucina con i piatti vuoti, mentre scuote la
testa confuso. Una tristezza.
Mentre tornavo alla mia bara mi sono sentito
osservato, ma ho cercato di convincermi di essere solo
vittima di una buona dose di paranoia. Di solito il
pulsion te la mette addosso. Comunque devo fare
attenzione quando esco.
Adesso sono di nuovo dentro. Vado a fare un giro. A
presto!

George, 31 Marzo 2084

145
XXII. CLEOFE

H
o inseguito Astor fin dove mi è stato
possibile.
Viaggiavamo in un tunnel di luce ambrata,
un passaggio sotterraneo che inganna lo spazio disco,
e precipita in un bagno tiepido di vibrazione;
l’anticamera del mondo di lato. Non saprei come
tornarci, lo giuro.
La vibrazione era musica esponenziata, la dilatazione
sensoriale di informazioni-suono. L’esatto contrario di
un file compresso, per parlare in termini a voi
comprensibili.
Era una specie di sala d’attesa. Astor mi ha indicato
delle diramazioni di luce. Il segreto era saperle
afferrare. Ci ho provato un paio di volte, ma mi
scivolavano tra le dita. Così Astor mi ha legato a lui ed
è balzato verso un filamento azzurro. In un attimo ci
ha risucchiati.
Poi era come nuotare in un liquido dorato. Ho
cercato di rimanere vicino alla mia guida, ma dopo
poco l’ho persa di vista. Ero solo, in un oceano vuoto e
sconosciuto. La sensazione è stata terrificante. Una
non-morte eterna, l’annientamento del senso
dell’esistenza, la non-appartenenza. Ho vagato in quel
mondo beige per un periodo indefinibile; ore, giorni,
secoli. Ma potevano anche essere solo una manciata di
frame.
Poi si è avvicinato qualcosa. Era una luce rosata, una
forma indistinta. Sembrava una nebulosa, uno di

146
quegli oggetti strani che si vedono nei testi di
astronomia. Si è fermata davanti alla rappresentazione
di me (di cui non avevo nessuna nozione, anche se ero
sicuro che la mia forma doveva essersi alterata dentro
quel nuovo sistema). Pulsava di vita come un cuore.
Il contatto non necessitava alcuna interconnessione.
Il messaggio della nebulosa è semplicemente accaduto
dentro di me. Era mia sorella Cleofe. La mia piccola
sorellina che una mattina di dicembre di due anni
prima saltò nel vuoto dalla terrazza di casa mia.
Il messaggio era di quiete assoluta. Era rassicurante.
Era caldo come erano calde le sue carezze quando era
ancora viva. Ci sono stati altri messaggi, altre
sensazioni. Oceani di sensazioni. Ma le parole non
riuscirebbero neanche a descriverne il contorno,
figuriamoci il significato.
Mi ha mostrato la via del ritorno, e ho galleggiato per
quelle mi parevano ore lungo una strada di terra
battuta che attraversava un deserto di roccia. Adesso
mi trovo dentro il palazzo oltre l’Anello Rosso. Non
ho più voglia di risalire. Ho solamente un desiderio;
tornare da lei.

George, 11 Aprile 2084

147
XXIII. VOLTEGGI DEL CIELO

H
o viaggiato per nove giorni consecutivi
dentro il sistema, cercando disperatamente
qualcuno che conoscesse la strada,
qualcuno che sapesse dove trovare Astor. Il bisogno di
ritornare da mia sorella Cleofe, dentro quel mondo
ovattato di beige, era diverso dalla mia dipendenza
dalle droghe. Le droghe corrodono il fisico, deturpano
la mente, ma l’anima rimane distante dagli affari
chimici. Non credo che c’abbia nulla a che fare l’anima
con i trip in capsula. Invece questa roba ti fa star male
dentro in un modo totalmente nuovo.
In un certo senso è stato come entrare in paradiso e
poi tornare indietro… all’inferno! Ho vagato
incosciente come uno zombi, e rapido come un
elettrone. La gente mi guardava strano, e non posso
certo biasimarla. Ho assunto rappresentazioni che
avrebbero destato perplessità anche nelle entità più
frivole. Avete presente i barboni? Si, lo ammetto. Ho
fatto una piccola ricerca nel passato. I barboni non
esistono più, ovviamente. Però credo che la parola
possa aiutarvi a capire le sembianze che aveva preso il
mio avatar.
Sono stato fortunato ad incontrare Karin. Se non era
per lei, il mio corpo adesso sarebbe l’appetitosa cena
di una famiglia di vermi. Mi ha convinto a risalire, a
darmi un tono, a farmi una passeggiata in riva al
mare. È stata brava. Solo una donna poteva riuscire a
fare una cosa del genere, e questo mi ha confermato la

148
sua vera natura. Il ricordo del sesso fittizio che
abbiamo avuto mi appare molto più dolce adesso.
Sono salito in superficie, e sono stato male. Il mio
corpo era uno strazio. Temevo addirittura di non
riuscire a venir fuori dalla bara. Il sushi della Taverna
mi ha messo un po’ di forza addosso. Poi sono andato
sulla spiaggia, come mi ha detto Karin. Un bella
cosa… C’erano dei gabbiani che volteggiavano in
cielo. Quando vedi questa roba dal vivo provi sempre
a dargli un significato logico. Cerchi disperatamente
un’equazione matematica che riesca a spiegare i
disegni del volteggio, ma dopo un po’ ti tocca
rinunciare.
Non esiste niente di predefinito negli accadimenti
reali. In molti hanno cercato di dare alla rete un’onesta
causalità, ma il risultato è sempre stato quello della
rappresentazione virtuale. La simulazione di un lancio
di dado darà sempre un risultato simulato. Perché
nella casualità vigono delle regole inafferrabili. Il dado
lanciato per davvero è tutta un’altra cosa!

George, 26 aprile 2084

149
XXIV. IL DELITTO

L
’inizio ha sempre qualcosa di mistico. Per
quanto tu cerchi di cancellarne le tracce, quelle
tornano sempre in superficie. Come sangue
lavato dalle lenzuola. Basta un bagno di Luminol per
scoprire il delitto. Ma una volta che il misfatto è stato
scoperto, l’unico modo per sfuggire alle sue
conseguenze è far scomparire il cadavere. Il ricordo
del delitto, il corpo del reato, l’idea del crimine. La
cosa non è mai successa, perciò non esiste nessun
colpevole.
Dopo il virus nessuno ci ha più pensato. Non c’è da
stupirsene… Qualche migliaio di morti non sono nulla
in confronto a sette miliardi di persone. Eppure
l’inizio fu proprio quello. Quella strana data che al
vostro tempo è sempre sulla bocca di tutti. 9/11…
I ragazzi avevano fatto i loro calcoli, e forse erano
stati ottimisti. Pensavano di sistemare tutto con la
storia degli aerei dirottati. Hanno preso del tempo, per
organizzarsi meglio. Per preparare lo scacco matto. Le
torri vi hanno distratto per il tempo necessario a
sviluppare il virus.
Qualcosa è rimasto. Negl’inferi si trova tutto.
Immagini, suoni, deposizioni, testi, prove. C’è anche
qualche testimone oculare, in forma digitale
ovviamente. Ho fatto le mie ricerche…
Lo so, lo so. La verità l’avete sempre saputa, voi…
Ma questo non conta, vero? Deve essere mamma TV a
dare la notizia, altrimenti non vale…

150
Buonanotte. Vado a farmi un giro. Magari riesco a
beccare Astor…

George, 3 maggio 2084

151
XXV. MIRAGE

M
irage é il luogo. Definirlo in tutta la sua
magnificenza potrebbe danneggiare
seriamente il vostro sistema. Potrei
spararvi yottabyte di immagini, e video, e suoni, e
stimoli neurali, rischiando di mandare in corto tutta la
vostra rete, e riuscirei solamente a farvi dare una
piccola occhiata al suo significato.
Mirage è un universo di verità rappresentata.
Qualsiasi intuizione si trasforma in proiezione. Le idee
diventano creature senzienti, con i loro avatar e le loro
storie. Mirage trascende le regole matematiche e
fisiche. Raggiungerlo non è una questione di spazio-
tempo. Esistono codici, esistono porte, esistono
trasportatori. È un mondo di passaggio verso tutto il
resto, ma per molti è semplicemente un traguardo.
Ogni storia diventa qualcosa di concreto in Mirage. I
vostri idoli, i vostri demoni, le persone di cui avete
parlato, che pensate di conoscere, che avete
rappresentato. Tutte queste intuizioni vivono in
Mirage. Nessun avatar è davvero cosciente della sua
origine. Non significa niente. La cosa importante in
Mirage è appartenere ad una storia, essere reale
dentro un gioco di infinite raffigurazioni. Mirage è
l’alito che da vita ad ogni possibile fantasia della rete.
Ogni cosa che scriviamo, che pensiamo, che
dipingiamo, ogni figura con cui giochiamo, diventa
qualcosa di assolutamente definito. Nel momento in
cui codifichiamo quest’immagine nel sistema, essa

152
prende vita dentro Mirage. Le fantasie, le paure, le
nostre verità.
Ci sono soltanto passato, e non sapevo neanche cosa
fosse. Vi ricordate quando vi ho parlato della sala
d’attesa; la vibrazione tiepida? Quello era Mirage.
Attraverso le sue diramazioni sono riuscito ad
incontrare Cleofe. Ma una volta laggiù potrei anche
intrattenermi con le diverse rappresentazioni di lei, in
un mondo creato solo per me. Un mondo dentro
Mirage. Ognuno di noi ha un mondo che lo aspetta.
Orbita insieme agli altri dentro un sistema del quale
non conosciamo le ragioni. Cosa alimenta Mirage?
Quale assurda entità si cela dietro il progetto?
Laggiù ai confini dello spazio disco, i byte saltellano
come impazziti. È un baratro bellissimo, che nasconde
il mistero. Alcuni ci si tuffano dentro, creando nuovi
mondi, estendendosi verso dimensioni inaccettabili.
Mirage è una di queste. Adesso so che esisto in milioni
di altre forme, ed esistono le verità in cui credo, le cose
che amo. E un giorno potrò andarci, tutte le volte che
vorrò.
Ci spengiamo per riaccenderci in mille forme nuove.

2007/2008

153
LA SINDROME DEL SENSO DI COLPA
di GM Willo

C
arey Wolf apre gli occhi alle sette e
trentacinque in punto. L’impulso viene da
una zona circoscritta del cervelletto, quella
destinata alle connessioni. La sveglia interna lo
informa dell’ora, del giorno, dell’anno e degli
appuntamenti in agenda. In meno di tre secondi Wolf
è a conoscenza della temperatura esterna, di quella
interna, della probabilità percentualistica di
precipitazione e delle ultime news, settate secondo
priorità: cronaca, politica, sport, annunci-incontri.
Carey Wolf vive in un penthouse che si affaccia su
Londra. L’intero edificio è di sua proprietà, così come
l’elicottero posteggiato sulla pista d’atterraggio, che è
anche la terrazza del suo appartamento. Alle nove e
quindici ha un appuntamento dall’altra parte della
città; appena venti minuti di volo.
Sotto la doccia visiona il notiziario, mentre si veste
conclude un paio di operazioni bancarie, davanti ad
un caffè fumante contatta la sua segretaria, le da
disposizioni, chiama Tokio, Parigi e Washington, il
tutto senza toccare un solo dispositivo. Interfaccia
cerebrale Mitros; trattarsi bene è un dovere.
La giornata sfila via senza intoppi. Appuntamenti di
lavoro, lunch insieme agli amici, un salto in ufficio nel
pomeriggio, il tennis club fino alle cinque, l’aperitivo
con Tania, contattata attraverso l’open-chat Aphrodite,
sushi accompagnato da un Krug Vintage, sesso in

154
ascensore, giochi erotici e coca nella suite dell’Hotel
Palace, ovviamente di sua proprietà. Il sonno lo
rapisce felice.

Roman Baker si sveglia tra le lenzuola di seta


dell’Hotel Palace. Accanto a lui c’è sua moglie
Penelope, capelli neri, occhi profondi come il mare e
un culo da urlo. Sono sposati da sole ventiquattro ore
ma qualcosa in Roman gli dice che non sarebbero
durati fino a fine anno. Sul momento gli sembrava una
buona idea; il matrimonio, la luna di miele a Londra,
ma soprattutto il sedere di lei. Si conoscevano da poco
più di un mese e non l’aveva mai vista andare fuori di
testa come la sera prima.
Sul tavolino da tè della suite rimanevano un paio di
strisce di coca, quelle che lui aveva rifiutato. Il naso di
Penelope sembrava un aspirapolvere. Si era avventata
su di lui strappandosi la camicetta, cercando
disperatamente la lampo dei suoi calzoni, quando
improvvisamente la scena dall’erotico si era
trasformata in grottesco. Un fiotto di sushi e
champagne era sgorgato dalla sua bocca, battezzando
le lenzuola della loro prima notte d’amore.
Roman si alza e si accende una sigaretta. L’interfaccia
lo ha appena informato dell’ora e delle condizioni
meteorologiche, oltre a ricordargli per filo e per segno
gli eventi appena trascorsi. Le due del pomeriggio.
Con lei fuori gioco c’era d’aspettarsi di passare tutta la
giornata tra le mura di quella dannata suite. Tanto
valeva riordinare un po’ la stanza.

155
Più tardi Penelope apre gli occhi, sente il suono del
televisore, fa per alzarsi ma un terribile mal di testa la
convince a rigirarsi di nuovo tra le lenzuola e a
riaddormentarsi.
Alle otto e quindici Ramon ordina la cena; bistecca,
insalata ed un bicchiere di vino per lui e un tè per lei.
È ancora a letto. È dispiaciuta. Vorrebbe farsi
perdonare ma la testa le scoppia.
Alle dieci e cinquantacinque dormono nuovamente
entrambi come due angioletti.

Emmilian Lalonde non ama gli hotel, ma oggi è a


Londra per lavoro e il Palace è uno dei migliori.
L’interfaccia gli dice che sono le sei e cinquantacinque
e che tra poco più di mezz’ora lo verranno a prendere.
Sua moglie Linda, che dorme profondamente accanto
a lui, ha regolato la sveglia alle otto. Non la disturba,
ma non può fare a meno di accarezzarle i capelli,
velluto nero sulla seta delle lenzuola. Sarà comunque
di ritorno all’hotel per pranzo, dopo il sopralluogo al
Grand Terminal.
Emmilian Lalonde, ingegnere informatico, trentadue
anni, sposato da quattro, impiegato del governo,
residente a Northampton, apre i files nella sua testa,
come farebbe davanti a uno schermo. Invece è sotto la
doccia, usa uno shampoo antiforfora e si chiede se non
rimarrà calvo prima dei quaranta. Abito grigio, senza
cravatta perché la odia, sfiora la testa della moglie con
le labbra prima d’imboccare la porta ed uscire nel
corridoio dell’albergo. Gli rimangono poco più di dieci
minuti per la colazione. Nel frattempo si ripassa il

156
programma; aggiornamenti al software Wakeup,
controllo ricezioni satellitari, installazione nuovo
sistema operativo. Una mezza giornata di lavoro
buona. Il caffè è eccellente.
L’auto è una di quelle del governo, nera coi finestrini
opachi. Si ferma davanti all’entrata della lobby anche
se non potrebbe. Il portiere fa finta di niente. Ne esce
un tipo alto, stempiato, abito nero, occhiali
rigorosamente scuri, portamento distaccato,
movimenti chirurgici. Lalonde, comodamente seduto
sul divano davanti alla reception, lo osserva venirgli
incontro con passo sicuro.
«Mister Lalonde?» La sua voce è asettica.
«Si, sono io.»
«Andiamo…»
L’abitacolo è diviso da un vetro. L’uomo siede
accanto all’autista, mentre Lalonde è da solo sul sedile
posteriore. Le corsie preferenziali di Londra sono
semideserte, pochissima la gente sui marciapiedi.
Molti negozi sono ancora chiusi; non sono ancora le
otto.
Lalonde si rilassa con un po’ di musica. Seleziona la
playlist lounge, chiude gli occhi e si lascia trasportare.
Pensa ai baci di Linda, al suo profumo, al modo in cui
hanno fatto l’amore, tra le lenzuola di seta dell’Hotel
Palace. Dio come l’amava!
Lalonde riapre gli occhi su un assolo di sax. C’è
qualcosa che non và. La strada non è quella giusta.
Bussa al vetro, chiede spiegazioni all’autista e al suo
amico ma nessuno gli risponde. Gli sportelli sono
ovviamente bloccati. I finestrini anche. Mentre

157
immagini di una periferia sconosciuta scorrono
attraverso i vetri, Lalonde si chiede in quale guaio sia
finito. Le connessioni nella sua testa sono partite. Non
gli è più possibile comunicare con l’esterno.
«Dove mi state portando? Cosa è successo al mio
interfaccia?» urla attraverso il vetro, ma i suoi rapitori
non si voltano neanche a guardarlo.
Pensa veloce, prova a riaccedere al server madre, ma
niente da fare, è tagliato fuori. Usa un programma
interno rivelatore di impulsi. C’è qualcosa nella parte
posteriore dell’abitacolo che altera la ricezione, se solo
riuscisse ad aggirare il problema potrebbe avvertire il
Grand Terminal, ma deve fare in fretta. Gocce di
sudore gli imperlano la fronte, mentre smuove i pezzi
di uno strano puzzle nella sua testa. Ecco, ci siamo
quasi…
…ma l’impulso cambia improvvisamente di
frequenza, e questa volta è doloroso. Lalonde si
accascia sui sedili posteriori dell’auto nera,
sprofondando in un oblio digitale.

Quando riapre gli occhi la luce di un neon lo


abbaglia. È disteso su un lettino reclinabile di pelle
nera, dentro una stanzetta vuota. C’è una porta alla
sua destra e un ampio specchio alla sua sinistra.
Qualcuno lo sta osservando al di là di quel vetro, ma
non è il suo interfaccia a suggerirglielo. Quello è
ancora inaccessibile.
Dolorante si mette a sedere. Hanno giocato un po’
con il suo sistema neurale, usando frequenze proibite.

158
Il risultato è come un giro nel portabagagli di un auto
senza sospensioni.
La porta si apre. Entra un uomo sulla cinquantina,
calvo, con gli occhiali, il camice bianco, una cartelletta
in mano. Qualcuno richiude la porta da fuori; è il tipo
con gli occhiali scuri.
«Buongiorno signor Lalonde, il mio nome è Valentin
Sayer, oppure dottor Sayer se le và…»
«Dove diavolo sono? Chi siete voi?» Lalonde cerca la
voce arrabbiata, ma riesce appena a sollevare la testa.
Tossisce, si stringe le tempie, ritorna distendersi sul
lettino.
«Non si affatichi. Vedrà, le passerà presto.»
Questa volta non risponde. Sa già che non ne vale la
pena.
«Mi spiace per ciò che sta passando, ma presto si
renderà conto che quello che vi abbiamo fatto era
necessario…»
«Stronzate…» sussurra Lalonde con le mani sul
volto. Se solo potesse riaccedere al suo interfaccia,
pensa.
Il dottor Sayer riprende a parlare «…non mi sembra
il caso di andare avanti, adesso. Le darò qualcosa per
far calmare i dolori. Riprenderemo più tardi.»
Nei minuti susseguenti un’infermiera gli
somministra degli antidolorifici per endovena.
Mezz’ora dopo i dolori sono scomparsi, ma l’accesso
al deck interno è sempre sbarrato.
«Fatemi uscire!» urla, sbattendo i pugni sul vetro.
Valentin Sayer rientra nella stanza. Ha una sedia

159
pieghevole. La apre e si accomoda davanti al lettino
del prigioniero.
«Adesso mi ascolti bene signor Lalonde, e cerchi di
prestarmi attenzione. Tra meno di un’ora sarà di
nuovo sull’auto e questa volta in direzione del Grand
Terminal.»
«Che cosa vuol dire tutto questo?»
«Glielo sto cercando di spiegare, signor Lalonde. Si
sieda ed ascolti.»
Riacquistata un minimo di tranquillità, Lalonde
prende posizione sul lettino di pelle. È aggrappato alla
promessa del dottore; tra meno di un’ora tornerà tutto
normale.
«Quello che sto per rivelarle le sembrerà assurdo, ma
non ho nessun altro modo per convincerla se non
quello di raccontarle come stanno le cose. Starà a lei
crederci oppure no.»
Sayer usa una pausa per assicurarsi che il suo
interlocutore lo stia seguendo. Lalonde mette su uno
sguardo scettico ma pare concentrato. La storia
incomincia.
«Come lei sa il Grand Terminal di Londra gestisce
tutti gli impulsi dei maggiori network. Li seleziona, li
smista, li traduce e li converge ai ripetitori ai quattro
angoli del pianeta. Il 98% della popolazione mondiale
utilizza degli implant-deck che quotidianamente
vengono aggiornati con nuovi flussi di informazioni;
previsioni metereologiche, notizie, annunci e
aggiornamenti per la navigazione in rete. Il suo lavoro
è proprio quello di monitorare il sistema utilizzato dal
Grand Terminal. Le spiace se fumo?»

160
Valentie Sayer estrae un pacchetto di sigarette al
mentolo.
«No, si figuri» risponde Lalonde, ma l’odore del
tabacco aromatizzato gli mette subito la nausea.
Sayer riprende a parlare.
«Quello che non sa è che in realtà il Grand Terminal
è il più grande esperimento di acquietamento mai
realizzato. Ciò che trasmette regolarmente ogni giorno
a milioni di persone, pochi istanti prima del loro
risveglio, non è solamente una manciata di
informazioni di comune utilizzo; orario, temperatura,
messaggi di segreteria ecc. Come lei certamente saprà
gli interfaccia interagiscono direttamente con la zona
del cervello riserbata alla memoria, moltiplicando la
sue capacità di storage a seconda della potenza del
dispositivo in dotazione. L’impulso lanciato dal Grand
Terminal ogni giorno al 98% della popolazione
mondiale cancella sistematicamente la cartella
“memoria” e la riempie con nuove informazioni.
Come conseguenza succede che ogni individuo ha una
percezione diversa della propria vita ogni singolo
giorno.»
Le parole del dottor Sayer rimangono prigioniere
della piccola stanza. Lalonde prova ad afferrale, a farle
sue, ma queste gli scivolano via.
«Lei è pazzo!» borbotta.
«Mi faccia spiegare. Ancora qualche minuto e poi
sarà libero di andarsene.» Spenge la sigaretta
schiacciandola sul linoleum e apre la cartellina che ha
in mano.

161
«Lei oggi è il signor Emmilian Lalonde, felicemente
sposato con la signora Linda Lalonde, che al momento
si trova sotto la doccia nella vostra suite dell’Hotel
Palace. Lei crede di essere arrivato ieri sera a Londra
con il treno delle diciotto, di aver fatto il check-in, di
aver cenato al ristorante dell’albergo, di essere salito in
camera e di aver fatto l’amore con sua moglie. In realtà
ieri lei era il signor Roman Baker, che a sua volta
credeva di essere in viaggio di nozze con sua moglie
Penelope. Il giorno prima invece era il signor Carey
Wolf, proprietario dell’Hotel Palace, arrivato nella
medesima stanza nella quale vi siete svegliato
stamattina insieme a Tania, una ragazza di facili
costumi. Ovviamente avrà già capito che Tania,
Penelope e Linda sono la stessa persona. L’impulso
non riesce a cancellare completamente tutti i ricordi.
Se lei prova a concentrarsi su questi nomi, Roman
Baker e Carey Wolf, forse riuscirà a rammentare
qualcosa…»
Lalonde chiude gli occhi, vorrebbe ridere a
squarciagola e uscire da quella situazione insensata,
ma qualcosa lo trattiene. Si concentra sui due nomi. È
tutto così assurdo… Frammenti di una vecchia
pellicola gli scorrono davanti agli occhi; un volo in
elicottero, una partita a tennis, un pompino in
ascensore, due strisce di coca sul tavolino dell’hotel,
una bistecca con insalata…
«Che diavolo significa?» urla.
«Adesso si calmi, ho quasi finito» lo rassicura il
dottor Sayer. Poi riprende a parlare.

162
«Stiamo monitorando l’esperimento da circa due
anni e crediamo che sia venuto il momento di
interromperlo. Per questo motivo lei è qua. Le daremo
istruzioni per innescare il programma di
disinstallazione, una volta che raggiungerà il Grand
Terminal. Ma prima vorrei spiegarle i motivi di quello
che stiamo facendo.»
Sayer cerca una posizione più comoda sulla sua sedia
e si accende un’altra sigaretta al mentolo.
«L’inaudita escalation di violenze, guerre e calamità
accadute nella prima metà di questo secolo hanno
convinto alcune persone nelle stanze dei bottoni ad
iniziare un piano di selezione demografica
estremamente rigido. Le sue percezioni del mondo le
fanno credere che siamo più o meno sette miliardi, ma
non è così. La popolazione mondiale conta poco più di
cinquecento milioni di persone. La selezione
ovviamente ha preferito le civiltà più avanzate, e il
risultato è stato ottenuto attraverso una sistematica
pulizia etnica ai danni delle popolazioni più
retrograde. Una volta conclusasi questa prima fase, si
è operata un’equa spartizione delle risorse energetiche
e delle terre. Per qualche anno il nuovo
ridimensionamento geopolitico ha giovato
grandemente all’umanità. Sono terminati i conflitti e si
sono risolti i problemi relativi alla scarsità delle risorse
primarie; gas, petrolio e acqua. Purtroppo dopo un
paio di anni si sono avvertiti i primi sintomi di quella
che tra noi addetti ai lavori chiamiamo semplicemente
la “sindrome del senso di colpa”. La maggior parte
della popolazione, malgrado il bel vivere, non riusciva

163
a sopportare l’idea di aver partecipato, attivamente o
passivamente, allo sterminio di più di sei miliardi di
persone. Le prime conseguenze furono degli stati
depressivi di massa che portarono al suicidio un
numero impressionante di persone. Si iniziò subito un
primo programma di acquietamento, cercando di
rimuovere i ricordi della pulizia etnica ma purtroppo,
come ha appena constatato lei di persona, non è facile
cancellare completamente il supporto mnemonico del
cervello. Fu così che avviammo il secondo programma
di acquietamento, cioè quello in corso. I supporti di
memoria della popolazione mondiale sono stati
cancellati e riprogrammati più di seicento volte ormai,
e crediamo che si sia finalmente persa ogni traccia di
quelle terribili testimonianze. Per questo è giunto il
momento che ognuno si riappropri della sua identità.»
Lalonde ascolta il suo corpo e cerca di convincersi
che tutto quello che gli è appena stato detto è
un’enorme frottola. Ma qualcosa dentro di lui gli
sussurra che non è così.
«Prenda questo supporto e lo inserisca nel deck del
Grand Terminal. Penserà a tutto lui.»
Sayer consegna nella mani tremanti di Lalonde un
microchip. Poi l’uomo con gli occhiali scuri entra nella
stanza, lo prende gentilmente per un braccio e lo
accompagna fuori, attraverso uno stretto corridoio, e
poi oltre una porta grigia di metallo. L’aria gelida del
mattino spazza via la nausea delle sigarette al
mentolo. C’è l’auto nera ferma in un enorme
parcheggio vuoto. Lalonde viene condotto
nell’abitacolo, il motore si accende e meno di cinque

164
minuti più tardi la zona periferica industriale è già alle
sue spalle.
L’incubo è finito, pensa. Questa gente è pazza!
Poi incominciano i ricordi. I grandi forni crematori,
la puzza nauseabonda dei corpi bruciati, le immagini
di devastazione riprese dalle televisioni, la fredda
determinazione degli eserciti della coalizione, la
propaganda di morte dei governi. Tutto risale in
superficie, come un veleno aggrappato alle cellule del
corpo, incapace di essere rimosso neanche attraverso
le generazioni. La nuova maledizione dell’uomo.
«Fermate la macchina! Vi prego, fermatela, devo
vomitare!» ordina Lalonde, battendo sul vetro che lo
separa dai due uomini.
Un marciapiede di periferia si macchia dei resti della
colazione del Palace.

«Come ha reagito il soggetto numero 543?»


«Negativo.»
«Tempo di affioramento dei ricordi?»
«Diciassette minuti e quarantacinque secondi.»
«Meglio di ieri. Molte grazie, dottor Sayer.»
«Riproviamo domani?»
«Certo.»
«Nome del soggetto?»
«Wildon Harvie.»

2009

165
GLI ADORATORI DEL CASO
di Tapigora

H
o finalmente accesso alle magioni oltre lo
spazio disco. Laggiù vivono tutti i più
grandi matematici, liberi dal corpo e dalle
regole binarie. Alcuni di loro sono stati uomini, poi si
sono ibridati con equazioni ed algoritmi, un po’ come
è successo a me. Adesso siamo decine, centinaia di
impulsi elettrici, filamenti di codici, sequenze di luci e
forme, ognuno intollerante alle regole del sistema. Per
questo motivo ci siamo dati appuntamento nella Zona
d’Ombra, sull’isola che non c’é. Si, proprio così, come
nella favola di Peter Pan…
Alcuni lo chiamano il mondo di lato, un universo
digitale privo di supporto materiale, alimentato da un
organismo esterno, senz’altro vivo, ma in un modo
che gli umani non riescono pienamente ad afferrare.
Che cosa sia realmente la Zona d’Ombra a nessuno è
concesso sapere. Forse è un angelo caduto dalla
nebulosa del Toro, un bisbiglio della via lattea, o
magari un essere viscido ed aberrante che dimora
sotto terra, in un mondo cavo. Lui ha trovato l’accesso
e ci ha mostrato la via, ci ha indicato i codici di un
nuovo modo di esistere. Lui è il braccio destro del
Caso, il grande fautore del tutto.
Nella Zona d’Ombra ogni cosa è possibile.
L’immaginario diventa reale in una forma
immaginata, e la realtà si perde tra i fumi del sogno,
ma la percezione resta quella. Flussi di luci e suoni

166
attraversano la tua essenza, fatta anch’essa di impulsi.
La morte non esiste e il tempo diventa un concetto
completamente astratto. E in questo paradiso vivo,
fatto di byte deformi, vengono innalzati gli altari per
la grande celebrazione, sotto tre lune sanguigne, ai
piedi di una montagna la cui vetta è nascosta
perennemente da nuvole plumbee, gli adoratori del
caso si riuniscono, e cantano, e pregano, e mirano la
sequenza infinita scorrere in un pezzo di cielo scuro.
Numeri, numeri e numeri, scorrono sopra i veli del
tempo, apparentemente insensati, ma che nel loro
moto perpetuo trovano la perfezione. Ogni cosa esiste
grazie ad un ordinato disegno del Caso.
Ed io canto insieme agli altri, finalmente conscio
dell’esatta equazione, perché la casualità elevata
all’infinito è uguale alla perfezione del tutto.

2009

167
GENERAZIONE DISTACCATA
di GM Willo

-P
erché fai quella faccia? -
- Niente… -
- Dai, su col morale! È Natale! -
- Appunto. Il minimo sarebbe passarlo insieme a mà
e pà, invece guardali… chissà dove sono adesso… -
Jeremy e Gaia facevano colazione sul tavolino della
cucina, fiocchi d’avena e latte biologico. La luce era
forte e veniva dalla finestra, perché nonostante fosse il
25 dicembre la giornata era spettacolare e l’inverno
sembrava lontano molte settimane. Babbo Natale era
stato generoso quest’anno; upgrade originali per il
sistema operativo di Jeremy e un nuovo interfaccia per
la sorellina. Il divertimento era assicurato per
entrambi, eppure…
- Da quanto tempo sono dentro? -
- Da ieri sera. Quando sono rientrato dalla festa del
liceo erano già lì. -
- A proposito, come è andata? C’era anche Linda? -
- No… ci siamo lasciati. -
- Cavolo fratellino, com’è possibile che non riesci a
durare neanche un mese con le ragazze? -
Jeremy contemplava la montagna di schiuma sopra i
piatti sporchi, quelli del giorno prima, e i riflessi
multicolori su ogni singola bollicina. La schiuma
l’aveva fatta lui prima di sedersi a mangiare,
cospargendo le stoviglie di abbondante sapone e
aprendo il getto a doccia del rubinetto.

168
La cucina aveva bisogna di una risistemata, ma ci
avrebbe pensato la donna delle pulizie dopo le
vacanze. Fino ad allora sua madre avrebbe continuato
ad ammucchiare piatti nel lavandino, incurante del
casino. Tanto valeva darsi da fare, pensava lui. Se sua
sorella gli dava una mano sarebbe stata questione di
una mezz’ora al massimo.
- Dai, puliamo questa roba.-
- E loro? -
- Li lasciamo attaccati. Lo sai che non vogliono essere
disturbati. -
- E il pranzo di Natale? -
- Ti va il cinese? -
Papà e mamma erano immersi nel programma
natalizio, con tanto di renne, elfetti e col vecchio Santa
adagiato sulla slitta, più grasso che mai. L’esperienza
era offerta dalla medesima bibita che aveva inventato
l’omone rosso che porta i regali. La promessa nello
slogan di presentazione aveva richiamato oltre 300
milioni di accessi nei giorni che precedevano la festa
sacra: “In Christmasworld 2032 tornerai a credere a
Babbo Natale!”
Più tardi un ragazzo di nome Lee suonò il
campanello e porse a Jeremy un sacchetto di carta con
dentro due porzioni di gamberi agrodolci e quattro
involtini fritti.
- Ci sediamo in salotto? -
- No, ti prego. Non ne posso più di sentire il frinio
del processore. Andiamo in terrazza, che si sta bene…
-

169
Fratello e sorella consumarono il pranzo di Natale in
silenzio, nell’arietta gentile di quello strano dicembre.
Diciassette anni lui, dodici lei. Alcuni già la
chiamavano la “Unplugged Generation”.

2009

170
IL CASO KHORNER
di GM Willo, Charles Huxley, Demiurgus e Cainos

- Capitolo 1-
Il pacco

C
harles indossa il giubbotto, un vecchio pezzo
di pelle marrone malconcio, allaccia stretti gli
anfibi ed esce sotto la pioggia della sera. Sono
le 23:30; a mezzanotte ha l’appuntamento col Rosso, il
pusher che gli rifornisce la roba. Sale in macchina,
aziona i tergicristalli e alza il volume dello stereo, tutto
questo prima di ingranare la marcia e partire
lentamente. La città sembra già dormire. Prende la via
più lunga, per controllare se ci sono pattuglie in giro,
ma le strade sembrano deserte. Arrivato al molo,
parcheggia la macchina lontano dai lampioni, spegne
il motore e si infila la 9 millimetri nella cintura. Il
Rosso sembra essere in ritardo, come sempre, cosa che
a Charles fa incazzare terribilmente, soprattutto
quando si tratta di affari. Ci vogliono due sigarette
prima che i fari illuminino la banchina. Lo stronzo è
arrivato fin qua in macchina. Il Rosso scende con in
mano una 24 ore nera e ha accanto un tipo alto almeno
uno e novanta.
«Sei in ritardo» Charles schiaccia in terra la terza
sigaretta.
«Tranquillo amico, ero ad una festa» risponde il
Rosso.

171
«Ti avevo detto di parcheggiare lontano, lo sai che
non sopporto queste cazzate.»
«Tu ti agiti sempre troppo, amico. Sta piovendo, che
dovevo fare bagnarmi tutto come hai fatto te? Che
problema c’è? Tu ti agiti sempre troppo… Prendi
sempre le cose troppo sul serio.» Per il Rosso è sempre
tutto un gioco, sembra non rendersi conto che sta
muovendo 3 chili di bianca purissima.
«Va bene, fammi vedere la roba.» Charles sta
perdendo la pazienza, vuole andare via di là più
velocemente possibile, c’è qualcosa che lo rende
nervoso.
«Ok, ok, amico, ecco qua…» Le serrature della 24 ore
scattano, le buste sigillate aspettano in fila di essere
smistate. Charles infila la punta di un coltello a scatto
in quella centrale e mette sulla lingua un po’ di
polvere. Aspra e acida, per niente amara, sembra quasi
frizzare. Non fa in tempo ad aprire bocca e il freddo
del ferro gli schiarisce le idee. Sembra che il Rosso
l’abbia fregato. Sorride davanti a lui, mentre il gorilla
gli preme più forte la pistola alla tempia.
«Bene, bene, amico… La tua roba ce l’hai. Ora
dammi i soldi.» Il Rosso l’ha fregato. Chissà quale
merda ha imbustato prima di partire. Charles sa che se
non riporta la merce o i soldi a Cainos è spacciato.
L’ultimo che ha provato a fregarlo é finito sventrato
dalle palle alla gola, come un coniglio. Non ha scelta,
allunga la busta nera piena di soldi e il gorilla l’afferra
strappandogliela di mano. Il Rosso adesso sta ridendo.
Charles cerca di prendere tempo, ma nessuna idea gli
viene in aiuto; la situazione è davvero critica e lui lo

172
sa. Tutto ad un tratto una voce. C’è qualcuno che sta
cantando. Il Rosso si volta di scatto imitato dal suo
gorilla. Se c’è un dio, allora questa volta è dalla sua
parte.
Tutto accade velocemente. Charles estrae la pistola e
pianta tre pallottole nel torace del gorilla, che cade
all’indietro giù dalla banchina, finendo nell’acqua
nera. Il Rosso si volta puntandogli addosso un
cannone da un chilo. Preme il grilletto. Niente, lo
stronzo ha scordato di togliere la sicura. Nei suoi occhi
un lampo di terrore, mentre Charles gli spara dritto in
testa, a distanza talmente ravvicinata da fargli
schizzare via la faccia. Sangue, cervello e pezzetti di
cranio schizzano in aria, mentre il Rosso va giù con un
tonfo. Charles si gira in cerca della busta nera. Niente.
Il gorilla se l’è portata con se.

173
- Capitolo 2 -
Il videogioco

sicura questa cazzo di chat?»

«È «È criptata maestro, vai tranquillo…»


«Ti è arrivato l’aggeggio?»
«Si… L’ho appena provato. Roba assurda…»
«Non m’interessa la tua opinione. Quando me lo
puoi fare avere?»
«In casi normali te lo caricherei su una piattaforma
schermata, in modo che solo tu ci possa accedere. Ma
questo non è un caso normale…»
«Certo cretino che non lo è! Portamelo stasera.»
«Con questa pioggia?»
«Fai come ti dico. Ti ho appena sparato sul conto un
bonus di 2000 crediti. Ti aspetto.»
La finestra oleografica tremola solo un istante, prima
di tornare da dove è venuta. Will gli ha attaccato una
cimice di sua invenzione. Ne avrebbe seguito la scia,
rivelandogli l’indirizzo.
“Ha avuto il coraggio di chiamarla chat cripitata!”
pensa, mentre il cursore forma velocemente i caratteri
sullo schermo: Simon Felipe Garcia Kornher, 205 E.
45th St. 212-867-5100.
«Dammi l’impulso dell’HGPS dell’auto» comanda la
voce piatta del Traveller, un uomo sulla trentina con i
capelli arruffati e occhiaie profonde. La sua voce è
cambiata negli ultima anni. La usa quasi
esclusivamente per parlare alle macchine, scandendo
con precisione la fonetica delle sillabe.

174
«Caricami i dati sul deck della Ford.» Il computer
annuisce con un leggera alterazione del brusio della
ventola di raffreddamento. Will afferra la giacca in
similpelle e guadagna velocemente l’uscita. Un
minuto dopo è alla guida della sua auto.
Il videogioco poteva valere una fortuna. Avrebbe
potuto guadagnarci almeno 30000 crediti, più che
sufficienti a saldare il debito con Cainos. Gli erano
rimasti due giorni di tempo per farlo, e non poteva
certo permettersi di lasciarsi sfuggire quell’occasione.
Il mondo era pieno di menti depravate, gente
disposta a sborsare qualsiasi cifra per provare le
ebbrezze proibite dei Giochi-Tabù. Un mercato
sotterraneo che stava fiorendo, e che avrebbe presto
superato anche il giro degli stupefacenti.
A Will questo non gli importava un accidente. A lui
serviva la roba, e quando non aveva liquidi, Cainos gli
faceva credito. E avrebbe continuato a farglielo, se non
faceva il furbo e gli restituiva quello che gli aveva
prestato.
Il deck di bordo detta indicazioni con una voce
femminea di bassa qualità. “Lo devo aggiornare
questo dannato aggeggio” pensa, mentre imbocca una
via laterale che lo avrebbe fatto piombare addosso
all’auto di Kornher. Imposta la velocità di crociera in
modo da favorire la collisione. Il puntino
lampeggiante sul deck, che indica l’auto del suo
bersaglio, si muove rapidamente lungo la strada
principale. Non riuscirà ad evitare l’impatto con la sua
Ford, in corsa lungo il vicolo adiacente.

175
Lo stridio dei pneumatici sull’asfalto bagnato
spaventa un gatto tigrato che passa di lì. É l’unico
essere vivente in circolazione. Il paraurti rinforzato in
cemento e acciaio della Ford va a colpire esattamente
lo sportello del conducente dell’altra auto, una vecchia
Cadillac verde scura. L’idea è quella di ammazzarlo
sul colpo, il topastro di merda. A Will non piace
mettere mano sulle armi da fuoco.
L’impatto scaraventa la Cadillac sul marciapiede
opposto. La Ford invece rimane dov’è, in mezzo alla
strada deserta. Will non si preoccupa neanche di
spostarla. Scende velocemente e si avvicina alla sua
vittima. Riesce a vederla attraverso il finestrino
frantumato. Ha la testa poggiata sul volante e non si
muove.
Il videogioco giace sul sedile posteriore. Deve essere
rimbalzato nell’abitacolo prima di depositarsi lì. Will
apre lo sportello posteriore e allunga la mano verso
una custodia scura. Kornher è ancora vivo. Lo può
sentire respirare, un rantolo che non gli lascia molte
speranze.
«Mi dispiace amico. Dovevi stare più attento con
quella chat!»
Will rimonta sulla Ford e accende il deck portatile.
Deve assicurarsi che il materiale sia quello giusto.
Cerca con le dita il plug sottopelle e ci spinge dentro
lo spinotto. Estrae il disco dalla custodia e lo infila
nella fessura laterale del deck. Questa se lo divora in
un sol boccone.
La spinta è impietosa. Trovarsi in quella situazione
non è affatto piacevole. Bambini, urla, violenze, sesso

176
sfrenato. Un’orgia di sangue e sperma in cui decine di
infanti vengono seviziati ed uccisi brutalmente. A chi
potrebbe mai piacere quella roba? Quale mente
disastrata poteva reggere quegli impulsi? Ma
soprattutto, chi erano stati gli artefici di un videogioco
così orripilante ed efferato?
Will si disconnette per vomitare il suo sandwich
fuori dal finestrino. “Quella roba valeva almeno 100
testoni”, è il suo ultimo pensiero, prima di accendere il
motore e imboccare la strada di casa.

177
- Capitolo 3 -
L’orco

N
ella stanza 116 della clinica privata Trauma
Squad, la luce artificiale avvolge l’ambiente,
conferendogli un aspetto freddo e asettico.
Kornher è tenuto in un coma farmacologico da
massicce dosi di antidolorifici e antibiotici. Il suo
corpo è letteralmente traforato di agocanule, assediato
da deflussori per le flebo, il suo volto semicoperto da
una maschera ad ossigeno. Seduto al suo fianco,
incurante del categorico divieto di fumare, Popoff
aspira profondamente il suo sigaro di tabacco ogm,
saturando l’aria di fragranze tossiche.
«Svegliati! Non puoi morire… devo essere io a
divorarti l’anima, bastardo…» sibila con una voce
graffiata dal troppo fumo e traboccante d’odio.
Si alza con calma, spegnendo il sigaro sulla fronte di
Kornher: il suo battito cardiaco aumenta, la linea
verde dell’ECG sembra eccitarsi e danzare nella sua
corsa folle. Vladimir Popoff soffia in faccia a Kornher
l’ultima boccata di fumo rimastagli nei polmoni lordi
di catrame, osserva soddisfatto l’ustione circolare sulla
sua fronte: gli ricorda il mirino laser della sua
Sternmayer intelligente.
La porta della stanza si apre, l’infermiera cinese
spinge un carrello bianco, dal ventre d’acciaio saturo
di fiale e soluzioni saline. «Ora uscire, prego.
Medicazione…» balbetta mrs. Wong.

178
«Io esco quando decido di uscire, muso giallo, io
entro quando decido di entrare. E se ti azzardi a dire a
chiunque che mi hai visto qui, fosse anche quella
mezzasega che ti scopa, ti caccio in culo quella siringa
che stringi nelle mani.»
Mrs. Wong indietreggia, finendo per sbattere la
schiena contro la porta. Popoff le si avvicina,
guardandola come una vipera scruta un topo prima di
inghiottirlo. «Ci siamo capiti?»
Le sfiora un seno, annusando il suo profumo al
muschio bianco. «E cambia profumo: questa merda
zen appesta.» Poi la scosta con forza dalla porta. Nel
volto di mrs. Wong la paura è mista al disprezzo, ma
un occidentale non avrebbe mai fatto caso alla
differenza delle sue espressioni. Per Popoff sono tutte
uguali, bambole cinesi usa e getta, buone solo per uno
cazzo di snuff.
Appena Vladimir lascia la stanza l’Orco gli appare
davanti. Un terrore riverenziale lo invade, la vipera
non si era accorta dell’aquila che volteggiava sopra la
sua testa. L’Orco si avvicina al suo sgherro con un
sorriso diabolico, la sua voce taglia il silenzio del
corridoio, illuminato da gelidi neon.
«Hai notizie della merce?» chiede, senza smettere di
sorridere.
La cravatta spunta dalla giacca come una lingua
cadaverica, le mani, invece, sono nascoste nelle grandi
tasche del cappotto, 30.000 €$ di artigianato
nanotecnologico.
Popoff non riesce a parlare: l’Orco non tollera
fallimenti. Non è colpa sua se Kornher non si è ancora

179
svegliato. Era già un fottuto miracolo che non fosse
morto. Ma all’Orco non importa, l’unica cosa che ha
importanza è la merce.
«Non ancora capo, quello stronzo è imbottito di
farmaci e non si è ancora svegliato…» L’Orco piega il
collo, poi la sua mano destra scatta come una frusta,
avvinghiando la trachea del russo come un cappio
d’acciaio.
«E allora sveglialo…» ruggisce.
«È impossibile, la cinese lo sta medicando, proprio
ora…» tenta di replicare Vladimir, ma la stretta gli
stronca la voce e la carotide. Il russo cade al suolo,
emettendo orribili gemiti, soffocati dall’orrenda
mutilazione. Poi l’Orco estrae dalla tasca anche l’altra
mano, rivelando un cannone d’acciaio lucido e
polimeri plastici: Popoff tenta di urlare, ma nessun
suono esce dalla sua gola spaccata, mentre un
proiettile grande come una biglia gli spappola il petto.
«Risposta sbagliata!» sospira l’Orco, senza alcuna
emozione. Poi la signorina Wong spalanca la porta,
ma non riesce a realizzare l’accaduto: un secondo
proiettile solca l’aria, centrandola in piena fronte.
«Azione sbagliata!» conclude l’Orco, prima di uscire
indisturbato dalla clinica, mentre le telecamere
tentano inutilmente di registrare la sua immagine,
schermata dal cappotto olografico griffato Mitzuni.
Entra poi nella sua limousine, salutando con un
sorriso Mara, la sua baby-puttana.
«Hai trovato cosa cercavi, paparino?» chiede la
bambina con aria ingenua. L’Orco le accarezza il

180
mento: «Adesso si, piccola mia… al resto ci penserà il
Segugio.»
L’autista mette in moto il mostro di metallo e, mentre
il cerca-persone del Segugio inizia a suonare, Mara
apre la zip del suo paparino.

181
- Capitolo 4 -
Il Boss

I
soldi cominciavano a girare, gli affari
cominciavano a girare, e come di consueto, in
perfetta simmetria, anche le palle cominciavano a
girare per i problemi.
Era passato un bel po’ di tempo da quando il suo
ruolo era quello di factotum del signor Zusetstu
Takanawa, influente boss della malavita cinese di Sun-
City. Ne era passato di tempo da quando da sotto gli
occhiali scuri spiava i movimenti della bellissima
figlia, Trisha Takanawa… e poi quel titolo sul
giornale. “Trisha Takanawa è morta!!!”
«È morta signore… signore mi sta ascoltando?»
Distratto dai suoi pensieri, i suoi occhi dietro gli
occhiali scuri vedono nuovamente l’ufficio ancora in
allestimento, la sua mano percepisce di nuovo il
freddo legno in mogano della sua scrivania. Lo
splendido volto di Trisha Takanawa viene sostituito
da quello del fedele sgherro.
«Chi è morta?» chiede Cainos con voce pacata.
«La nostra agente, quella che avevamo infiltrato nella
clinica, la Trauma Squad, con il compito di monitorare
e prelevare le dovute informazioni da Kornher, una
volta ripresosi.»
Lo stupore è d’obbligo. Kornher gli doveva dei soldi.
Mezza Sun-City doveva soldi a Cainos, e l’altra metà
era quella che dormiva tranquilla.

182
«E in che modo siete riusciti a dispensarla da quella
tremenda dipendenza da ossigeno che la tormentava,
in una missione di copertura talmente semplice?»
«Signore, sembra che ci siano stati dei problemi
inaspettati…» la voce dello sgherro comincia a
tremolare. Non era mai buon segno quando diveniva
sarcastico, il boss.
Cainos torna a riflettere, a parlare fra se ad alta voce
“…ci sono stati dei movimenti a nostra insaputa,
movimenti importanti da attirare così tanta attenzione
per una semplice consegna…” e continuando a parlare
alza la mano destra, che fino a quel momento era
rimasta adagiata sulla scrivania. Nel movimento un
luccichio colpisce l’occhio dello sgherro, che intravede
in quella mano un lucente rasoio dal manico d’argento
e la lama in freddo acciaio.
«Non dobbiamo disperare, signore» deglutisce, suda,
balbetta. Nel frattempo il suo probabile carnefice
ammira la lucentezza del suo gioiello.
«Ritengo che nessuno abbia sospettato che fosse una
dei nostri, e che nessuno possa risalire a noi…»
Lo sgherro tenta in tutti i modi di assumere
un’espressione rilassata, e ridacchiando abbozza una
battuta.
«Ritengo che si sia trovata nel posto sbagliato nel
momento sbagliatissimo, e che quindi ne abbia subito
le conseguenze.»
«Ritieni?»
Il tono non presagisce niente di buono.
Nervosamente si appresta ad aggiungere: «Si signore,
inoltre Kornher è ancora vivo, possiamo sempre

183
riprendere i suoi soldi, cioè i tuoi soldi. Anzi, adesso
sappiamo che c’è qualcosa di più dietro e potremmo
usare le dovute precauzioni…» questa volta il tono è
più risoluto.
«Si, potremmo!»
«Forse è la strada giusta. La perdita è stata minima,
la ragazza uccisa era della vecchia guardia dei
Takanawa, una cinese alle prime armi…» Un flash
irrompe nella mente di Cainos. Quel nome rievoca
l’angelico volto di Trisha, la sua pelle di porcellana.
«…se riflette Signore si è dimostrata una pedina
sacrificabile, che ha compiuto un ottimo lavoro. Con la
sua morte ha rivelato un complotto inaspettato.»
«Basta così, hai ragione, mi hai convinto, rimaniamo
con il piano prestabilito. Metti un’altra infermiera a
sorvegliare Kornher e piazza un uomo a sorvegliare
lei. E ricordati che questa volta sei ufficialmente
responsabile.»
«Certo signore. Potrei consigliarle di utilizzare…»
«No, non consigliare, non voglio uno dei nostri.
Voglio uno al di fuori, uno che non possa essere
ricondotto direttamente a noi. Puoi utilizzare Charles.
Al momento sta gia portando avanti un affaruccio per
nostro conto.»
«Certamente signore» sono le sue ultime parole,
prima di scomparire per sempre dalla vista del boss.
“Tuuuuuuuu… Tuuuuuuuuuu… Tuuuuuuu…” il
telefono da libero.
«Pronto Charles, ho un altro lavoro per te, non
appena avrai finito con quella consegna. Uno dei miei
sta venendo da te a darti i dettagli, senti cosa ha da

184
dirti. Se sei ancora interessato a lavorare per me a
tempo pieno, e ti consiglio di esserlo, si potrebbe
liberare un posto… Il suo.» Click.

185
-Capitolo 5-
Lavoro sporco

«M
aledetto figlio di puttana.» Charles
sputa sul corpo senza testa del Rosso,
il cellulare stretto nella mano sinistra
mentre nella destra ancora fuma la 9 millimetri. I
biglietti verdi galleggiano nell’acqua nera, ormai
zuppi. Si allontana velocemente da quel delirio di
carne e sangue, monta in auto e parte sgommando.
«Cosa cazzo racconto a Cainos adesso? Quel cinico
psicopatico mi sventra se non gli riporto indietro
qualcosa.»
Charles poggia l’indice sulla serratura scanner e
rientra in casa. Getta il giubbotto a terra e si siede sul
divano nero. Si rialza veloce, nervoso, come un topo in
gabbia, afferra di nuovo il cellulare. Se non si calma lo
spezzerà. Compone il numero di Shag, mentre ringhia
allo specchio. «Pronto?» Qualcuno dovrà prendersi il
pacco stasera, e non sarà certo Charles.
«Shag, sono io. Hai 9000 crediti da investire?» Solo
lui potrebbe trovarli così in fretta, in una serata
soltanto. Solo quella piccola sanguisuga può toglierlo
dai casini.
«9000 K? Una bella cifra amico… Cosa hai da
propormi?»
«Vieni qua. Subito.» Charles sa che entro tre ore Shag
e almeno un paio dei suoi saranno lì, invaderanno casa
sua con le loro catene d’oro e le puttane strafatte di cui
il bastardo si circonda sempre. Si avvicina

186
all’armadietto, sceglie la più forte delle tre fiale e si
prepara. La siringa attende pronta sul bracciolo del
divano, Charles stringe forte il laccio, facendo risaltare
le sue vene martoriate. Infila l’ago, mentre la vena
pulsa ad ogni goccia di Black Lace che inietta. La roba
entra veloce in circolo mentre la mascella di Charles si
serra. Schiuma verdastra gli cola dai lati della bocca, la
pupilla, sempre più piccola, diventa la punta di uno
spillo, mentre la musica del riproduttore sembra voler
sfondare le casse.
Il campanello squilla, Charles inspira profondamente
ed apre la porta. Shag insieme a due coglioni ricoperti
d’oro entrano nella stanza seguiti da una troia dai
tacchi vertiginosi. «Allora Charlie, cosa mi vuoi
proporre?»
«Odio quando qualcuno mi chiama Charlie… Lo
sai?» Due buchi nel petto al primo stronzo. Black Lace
danza nel sangue contraendo i muscoli in spasmi
dolorosi. Charles è veloce, velocissimo, prima che il
secondo negro capisca cosa succede ha già la lama
dentro la carotide. Black Lace aiuta… Black Lace
danza veloce. Charles neanche si accorge che alla
mano con cui teneva il coltello mancano una paio di
dita, spappolate da un proiettile appena sparato.
Charles tira il grilletto… Può poco con la pistola
scarica, in tutto il casino non si è ricordato di
ricaricarla. Mentre la troia urla, Shag gli spara ancora
una volta. Lo manca. In un secondo salta addosso al
negro, mentre la mano sinistra zampilla sangue
Charles addenta forte il collo del ricettatore. La
mascella si serra stretta, i muscoli tesi dalla droga

187
sintetica come cavi d’acciaio. Un gorgoglio
accompagna la morte di Shag, non prima del terzo
sparo che gli centra la coscia. Niente, nessun dolore.
Black Lace fa il suo dovere. Charles si volta verso la
ragazza. «E ora troia, è il tuo turno.»

188
-Capitolo 6-
Cannibal Party

I
l videogioco si chiama Cannibal Party. A Will gli
tremano le mani quando risale in superficie,
dopo aver esplorato le ultime videoteche dello
sprawl. Un prodotto Shikoku, ideato e redatto
dall’illustre mago dei Giochi-Tabù, Hideyoshi Kimura.
Nel sottosuolo c’è molto fermento a riguardo. Alcuni
dicono che si tratti un autentico snuff, altri che sia
totalmente digitalizzato, e che Kimura non esista
nemmeno. La solita manovra economica della Shikoku
per far salire il prezzo del prodotto. Ogni tanto
rispolverano un vecchio nome, e Kimura è sempre
stato il loro cavallo da battaglia.
La leggenda vuole che il sadico programmatore
giapponese usi mettere in scena il girato, che poi
trasforma in videogioco, in un ingegnoso lavoro di
post produzione. Il risultato è ovviamente dei più
realistici.
Cannibal Party incomincia con una classica scena di
violenza hard-core perpetuata ripetutamente su dei
bambini. Il set è una casa ottocentesca; tende di velluto
color porpora e lenzuoli bianchi dappertutto, per far
risaltare il sangue sprizzato dai corpicini dilaniati.
L’escalation è ovviamente verso il basso. Si parla di
iniziazione alla demonizzazione, attraverso ripetuti
rapporti carnali con infanti e susseguenti
smembramenti. L’ultima scena è un banchetto

189
sontuoso in cui i bambini uccisi vengono divorati in
più portate.
La recensione turba così profondamente il Traveller
che un minuto dopo il distacco è già sul divano ad
iniettarsi un po’ di tranquillità. Si chiama Blue Marine,
leggera come le onde del bagnasciuga e profonda
come gli abissi. Will ascolta il suo corpo galleggiare
verso il largo, in un torpore cosmico che gli restituisce
un minimo di divinità. Al risveglio è intontito e già in
piena astinenza. La Blue Marine è quasi finita, e
Cainos non lo rifornirà mai se prima non gli riporta i
suoi soldi.
Le serrande sono abbassate, ma una luce intensa
penetra violentemente dai lati. È tornato il sole, pensa
Will, mentre si prepara il caffè. La custodia del
videogioco giace distrattamente sul tavolo della
cucina. Il disco è ancora dentro al processore.
Will afferra la custodia ed è preso da un irresistibile
tentazione; gettare via tutto, far sparire quella follia,
prodotto di menti depravate. Ma Cainos non gliela
avrebbe fatta passar liscia. Non gli avrebbe concesso
altro tempo. E poi lui di tempo, senza la sua cara
amica blu, non gliene rimaneva molto.
Il gorgoglio del caffè lo riporta sulla terra. C’è
qualcosa di strano nella custodia. È priva di copertina,
ma è rivestita di plastica trasparente per inserircene
una. Sotto il cartoncino scuro spunta l’angolino di un
post-it giallo. Will lo estrae con cautela. Un nome, un
indirizzo, un numero di telefono.
Vladimir Popoff.

190
- Capitolo 7 -
Tanto va la gatta al largo…

L
a signorina Wong giace a terra, riversa nel suo
stesso sangue. Il camice da infermiera
orribilmente imbrattato, lo sguardo perso nel
vuoto, incredulo, come stupito. Anche Vladimir è a
terra. Solo il neon del corridoio conferisce movimento
alla scena, quando decide di sfarfallare un po’, prima
di esaurirsi completamente.
«Ci mancava anche questa…» mugugna il detective,
gettando a terra la sua sigaretta senza nicotina. La sua
squadra è al lavoro da almeno due ore: il fotografo
avrebbe potuto realizzare un calendario macabro con
tutti gli scatti che aveva prodotto. In rete avrebbe
sicuramente venduto più di una edizione a basso costo
dell’enciclopedia duecani.
Le due giovani reclute della polizia di Sun-City
stanno ancora tentando di inserire i due corpi nelle
body-bag, lottando con i loro conati. È la prima volta
che recuperano due corpi per il dipartimento
scientifico. Il primario del Trauma-Squad osserva in
silenzio la scena del crimine, accanto al detective, con
le braccia conserte ed un espressione preoccupata.
«Non va bene…» borbotta. «Se la stampa venisse a
saperlo perderemo credibilità, detective… è necessaria
la massima discrezione…»
Il detective Anderson si volta verso il primario, legge
il suo nome sul tesserino, osserva il suo taschino

191
ricolmo di strumenti medici e tre penne da 2000€$
l’una.
«Dottor Kaboto, una sua collega è morta… e lei si
preoccupa del suo reparto?» Il primario non si
scompone. «Tutti moriamo. Questa è una clinica
privata, la morte fa parte del nostro lavoro.»
«Potrebbe essere lei il prossimo, dottore… neanche
questo la preoccupa?» Questa volta il dott. Kaboto
deglutisce, sbattendo ripetutamente le palpebre, un
vecchio tic adolescenziale.
«E perché dovrei?» balbetta. «Non ho nemici…»
Il detective allora lo incalza. «A quanto sembra, la
sua infermiera ne aveva eccome… o forse è solo
capitata nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma
io non né credo al caso né alle coincidenze…»
Il dott. Kaboto ascolta in silenzio, nervoso…
«Ho bisogno di sapere tutto sul paziente della stanza
116 e sulla signorina Wong, oltre alle registrazioni
delle telecamere di sicurezza, ovviamente…»
Il dottore conduce il detective Anderson nella sala di
sorveglianza, un loculo dalle pareti ricoperte di
schermi, una piccola scrivania, ed un agente privato
che sonnecchia annoiato su una sedia di alluminio. Al
loro ingresso la guardia assume l’espressione più
intelligente che riescea simulare, si alza in piedi,
aspettando sull’attenti le richieste del dottor Kaboto.
«Consegni al detective Anderson le memorie del
reparto 7, ala C, stanza 116, tutte le registrazioni,
comprese quelle in archivio.»
«Ricevuto dottore, ma devo avvertirla che non
troverà molto, detective. Qualcuno ha disturbato la

192
ricezione con qualche tecnologia cinese. Roba cazzuta,
per almeno cinque minuti ho pensato ad un guasto al
sistema di video-sorveglianza.»
«La procedura standard obbliga a suonare l’allarme
dopo trenta secondi di guasto al sistema, agente.
Anche questo finirà sul rapporto, dottor Kaboto,
dovrebbe scegliere meglio i suoi collaboratori…»
Il dottore fulmina con lo sguardo la guardia privata,
ma non aggiunge altro. Intuisce che è solo un ricatto
per estorcere informazioni normalmente riservate o
coperte dal segreto professionale. «Cosa vuole sapere,
detective?» conclude con voce rassegnata il dottore.
«Voglio ogni fascicolo, ogni cartella, ogni appunto,
della signorina Wong e del paziente della 116. Non
abbiamo molto tempo, dottore, quelli della scientifica
stanno aspettando i cadaveri per l’autopsia e per i
rilevamenti.»
Il dottore si direge verso la porta, la apre facendo un
cenno al detective. Poi, senza neanche voltarsi verso la
guardia, pronuncia le parole «Lei è licenziato.» E
chiude dietro di se la porta.
Dopo qualche ora i due corpi giacciono in altrettanti
lettini di metallo, con un cartellino agli alluci dei piedi
ed un lenzuolo bianco come sudario. Le scansioni
hanno rilevato le impronte digitali dell’uomo sul
camice della donna, all’altezza del seno, le stesse
ritrovate sul sigaro che aveva bruciato la fronte del
paziente della 116. Evidenti segni di strangolamento
sono stati osservati sul collo dell’uomo, tale Vladimir
Popoff, pregiudicato, con una lista di reati da far
accapponare Jack lo squartatore.

193
Incrociando i dati rilevati sulla scena del crimine, le
tracce lasciate dall’infermiera e da Popoff, l’agente
Anderson ricostruisce tassello per tassello la scena,
fermandosi di tanto in tanto a riflettere, aspirando la
sua ennesima sigaretta salutista.
Le dita scorrono veloci sui due terminali del suo
studio. Volti, facce, rapporti, si intrecciano come i
pezzi di un puzzle misterioso: era quello che gli
piaceva del suo lavoro, quell’opera di scoperta,
l’ordine che emergeva dal caos. Non gli importava
della pena che eventualmente avrebbe inflitto al
colpevole: era solo una sfida, una lotta contro il caso,
una missione personale.
«Rapporto: la signorina Wong non risulta residente
in nessun paese della confederazione, né iscritta a
nessun database digitale o ad alcuna scuola per
infermieri, dottorati di ricerca, associazioni del
cyberspazio o nella banca dati della polizia di Sun-
City.» Spenge la sigaretta nel posacenere di metallo.
«Vladimir Popoff…» aggiunge, espirando l’ultima
boccata di fumo «risulta invece collegato ad una fitta
rete criminale, che opera in vari settori della malavita
organizzata. Dalle indagini degli agenti Fargo e
Roswell, entrambi deceduti due mesi fa in servizio, la
rete è governata da un individuo senza scrupoli che si
fa chiamare l’Orco… voci di corridoio legano questa
cellula alla produzione di videogiochi illegali e ad una
lista impressionante di reati.»
L’agente Anderson cerca un’altra sigaretta, ma il suo
pacchetto è ormai vuoto. Sbuffa… «Qualcosa non
torna… C’è puzza di affare andato a monte… E solo il

194
paziente della 116, Kornher, anche lui pluri-
pregiudicato, potrà fare luce su questa vicenda.»
Spenge il registratore, alza la cornetta del
videotelefono interno. «Capo… si, ci sono novità. Ho
bisogno di una squadra… si… no… perfetto, loro
andranno benissimo… dobbiamo piantonare la stanza
116: Kornher è l’unico che può darci informazioni…
perfetto… le farò sapere… grazie per la fiducia…»
Il sole cala su Sun-City, nascondendosi dietro i
grattacieli, formicai di metallo, freddi come il cuore
dei suoi abitanti.
“Questa volta ci lascio le penne…” sospira
Anderson.
Poi scopre un mozzicone di sigaretta abbandonata
nel posacenere: due, tre boccate al massimo…
“Abbastanza” pensa, ed il sapore di sinte-tabacco
rende meno amaro il suo nefasto presentimento.

195
- Capitolo 8 -
Una spiacevole sorpresa

L
a stanza è completamente ricoperta di sangue.
La puttana di Shag anche, con la gola
squarciata e la lingua sporca di sperma che
penzola dal taglio. Cravatta colombiana. Charles
prepara nuovamente una siringa, questa volta carica
di nanochirurghi. L’effetto della Black Lace sta
finendo e il dolore comincia a farsi sentire. Su di un
panno sporco di sangue c’è la pallottola e l’accendino
con cui ha sterilizzato alla meglio il coltello. Sul
megaschermo l’orgia continua, mentre una donna
asiatica viene sodomizzata con un bastone elettrico, le
urla si confondono con la musica che non ha smesso
per un attimo di riversarsi dalle casse dello stereo.
Appartamento insonorizzato, i soldi spesi meglio in
assoluto. Charles si rilassa sul divano accanto al corpo
di Shag. I nanochirughi cominciano il lavoro, la mano
smette di sanguinare e lentamente Charles riprende il
controllo di se. Passano i minuti. Va già meglio…
Afferra il telecomando e richiama l’hi-fi al silenzio.
Respira…

“Mi è andata proprio bene questa volta” pensa lo


scagnozzo una volta uscito dall’ufficio di Cainos. “È
chiaro che il capo comincia a tenermi in
considerazione, o semplicemente si è accorto che non è
colpa mia, in effetti cosa avrei potuto fare? Meglio non

196
pensarci, anzi posso scaricare la patata bollente a quel
fallito drogato di Charles, che se la veda lui.”
Così continuano i suoi pensieri e le sue illusioni,
mentre attraversa la parte ricca della città per
avvicinarsi alla terrificante periferia di Sun-City, che
di sole ha ben poco. Passa un paio di quartieri senza
notare niente di strano. È una di quelle serate
tranquille, si trova ancora ai margini della reale
periferia. Charles si è sistemato in una zona con case
autonome, segno evidente che non se la passa poi così
male.
Ecco la porta, parcheggia la macchina e si avvicina
tranquillamente, suona il campanello ma nessuno
risponde. Suona e chiama ma la risposta è sempre la
stessa. Origlia alla porta ma non sente nessun rumore,
gira il pomello e la porta si apre, chiede permesso ed
entra.
“C’è Charles in piedi che ansima, ecco perché il
silenzio.”
“C’è Morte sul tutto il pavimento, ecco da dove viene
il sangue che ha addosso.”
“C’e’ Black Lace nel suo corpo, ecco perché tutto
questo casino.”
“C’è uno sconosciuto davanti a lui, ecco perché sono
morto.”

Il fischio dei polmoni sottosforzo lentamente si


assottiglia, sebbene lo stordimento sia sempre forte, e
la ragione torna a prendere la sua posizione nella
rispettiva zona del cervello. Charles si guarda attorno
e non può che provare disgusto per quello che ha

197
fatto, non può che provare disgusto per il sapore di
sangue e i lembi di carne strappata che ha in bocca,
non può che trovare conforto per il denaro che ha
recuperato.
Adesso deve stare tranquillo, deve fare rilassare il
corpo, metabolizzare la droga, sorbirsi i laceranti
crampi allo stomaco per le restanti due ore; la Black
Lace da anche questo. Decide di sdraiarsi
comodamente sulla poltrona, penserà dopo a
sistemare tutto quel casino, adesso solo relax, deve
stare quieto, e fare pensieri quieti. Basta anche con
Cainos. Si basta! Paga bene ma è troppo rischioso. Ha
troppi nemici e ci sono altri farabutti a Sun-City a cui
offrire servizi, e i loro nemici non sono mai così
audaci.
“Si, è la cosa più giusta da fare, la più quieta…
respira, inspira, respira, inspira, rilassati, apri gli
occhi, la luce intermittente della segreteria telefonica,
qualcuno deve avermi chiamato quando ero fuori.”
Click - Pronto Charles, ho un altro lavoro per te, non
appena avrai finito con quella consegna. Uno dei miei
sta venendo da te a darti i dettagli, senti cosa ha da
dirti. Se sei ancora interessato a lavorare per me a
tempo pieno, e ti consiglio di esserlo, si potrebbe
liberare un posto… Il suo. – Click
Una fiammata al volto, di scatto lo sguardo al
pavimento; Shag, due negri e la troia… No, non solo,
c’e’ anche un uomo in giacca e cravatta giusto
all’entrata, sdraiato prono sul pavimento ma col volto
che guarda innaturalmente il soffitto; ha un’aria
sorpresa, comicamente sorpresa.

198
Un lacerante dolore allo stomaco… No, non e’ la
Black Lace. È ancora troppo presto. Questa è un’altra
cosa; si chiama Angoscia!

199
- Capitolo 9 -
La trappola dell’Orco

L
a cimice si era fatta strada attraverso
chilometri di fibra ottica, per penetrare nel
processore di Kornher e rivelarne la locazione.
Ne poteva usare solamente una, per questo non aveva
potuto rintracciare il compratore. Ma quel foglietto
giallo apriva mille nuove possibilità.
Will si accomoda sulla sua sedia di vimini reclinata,
il volto a pochi centimetri dallo schermo olografico. In
mano tiene il post-it con l’indirizzo.
«Cercami Vladimir Popoff, 5 W. 15th St. 212-347-
8281.»
Il disco inizia a grattare, come infastidito dal
comando. La voce del deck annuisce con un suono
sintetico, proveniente da un unico speaker montato
sulla parete.
«Localizzato.»
Ci sono cose che la voce non può ordinare ad una
macchina. Will estrae da sotto la sedia la sua tastiera
wireless e incomincia a far danzare le sue dita sopra le
cinque file di tasti neri. Il deck del suo obbiettivo è
spento, segno che il depravato è fuori, ma gli bastano
un paio di comandi per rimetterlo in funzione. Dopo
di che tutta la storia del signor Popoff è a sua completa
disposizione.
Venti minuti più tardi Will si è già reso conto che
quel contatto non è altro che un mediatore, un
pesciolino insignificante nell’oceano della malavita di

200
Sun-City. Se voleva piazzare il videogioco doveva
contattare direttamente il compratore. Doveva cercare
più a fondo…
«Esplorami l’Orco.»
Quel nome rimbalzava in molti files che Vladimir
aveva cercato maldestramente di criptare. Di sicuro
doveva trattarsi di un personaggio importante, con
tutta probabilità colui che voleva il videogioco e che
aveva ingaggiato Popoff per trovarglielo.
Rimette a posto la tastiera ed allunga le sue ossa
annichilite, cercando un po’ di sollievo. Aspetta la
risposta dallo speaker. Un nome vero, una strada, un
numero. Qualsiasi cosa può andar bene, ma
l’altoparlante rimane muto. Will chiude gli occhi. È
alla ricerca di un luogo tranquillo nella sua testa, per
combattere il desiderio impellente della sua amica blu.
Quando li riapre si accorge che ha appena commesso
un grave errore. Dati perlopiù indecifrabili scorrono
veloci attraverso lo schermo olografico. Le finestre
sono andate, il cursore pure. Dannazione, pensa Will
mentre riafferra la tastiera. Gocce di sudore gli
imperlano la fronte. I comandi non rispondono, la
cascata ininterrotta di numeri e simboli diventa
sempre più incomprensibile.
«Rimuovi, rimuovi!» La voce non è più quella quasi
sintetica che ha l’abitudine di utilizzare con la
macchina. È fin troppo chiara la nota di terrore con cui
pronuncia quelle due parole.
Will si alza velocemente dalla sedia, catapultandosi
verso l’interruttore generale. STACK! La stanza
sprofonda nel buio rotto solamente dalla luce esterna,

201
che continua a penetrare le serrande abbassate. La
ventola del processore decelera fino a fermarsi. I led
diventono gli occhi morenti di creature aliene.
Will voleva trovare l’Orco, ma come succede nelle
favole, era stato l’Orco a trovare lui.

202
- Capitolo 10 -
Convergenze

M
ara rimette a posto gli oggetti di paparino,
quelli che stimolano e a volte lasciano
segni, lividi, graffi e tracce indelebili
nell’intimo. Nella megasuite dell’Hilton Hotel le tende
color porpora giocano con i riverberi delle candele,
sparse per tutta la stanza. Incenso e musica zen, come
piace a lui. Mara è dolce e ci sa fare; gli ricorda la
cinesina, l’unica donna che è riuscita a scalfire il cuore
dell’Orco. Trisha Takanawa.
Ma gli orchi non si possono permettere gli affari di
cuore. Strapparle la vita fu il dolore più grande, il
piacere più sottile. Dolcissima Trisha, pensa, mentre la
sua nuova baby si avvicina al plasma. Ci danza un po’
in controluce, mentre scorrono le immagini di
“Jungle”, produzione sudamericana, piccolo budget
uguale grande film. Sullo schermo una ragazza
indigena viene seviziata ripetutamente da un branco
di archeologi bianchi. Mara è sensuale con le sue non-
forme. Ha il corpo di una dodicenne e la mente di una
di cinquanta. L’Orco ha un’altra erezione. Ha un
membro che fa paura, risultato di molteplici
operazioni di extension, ma la sua bambina sa come
accoglierlo. Anche lei è stata sottoposta a numerosi
interventi di “incavamento”. Sono fatti l’uno per
l’altra.
Il telefono squilla. Non si può disturbare l’Orco in
momenti come quello. Afferra il cellulare per

203
scaraventarlo dall’altra parte della stanza, ma il nome
che vi lampeggia sopra lo fa bloccare. È il Segugio.
«Prega di avere buone notizie, perché non amo
essere disturbato quando Mara balla per me.»
«Sono stato da Kornher, e poi a casa sua. Maldestro,
il ragazzo. Qualcuno deve averlo fregato mentre
portava la merce al tuo sgherro. Qualcuno che ci sa
fare con i computer, ma non tanto quanto me.»
«Hai un nome?»
«Di più. Ho un indirizzo: Will Coston, 16 O. 22th St.
212-332-5459.»
«Ottimo lavoro!»
L’erezione è andata a farsi fottere, ma presto ne
avrebbe avuta una ancora più grande.
«Aspettami qui piccola. Tornerò con un gioco
nuovo…»

L’agente Anderson ritorna sulla scena del delitto, e


questa volta è un massacro. Tre corpi dentro la stanza
di Kornher, due alla porta e uno nel corridoio. Lo
riconosce subito, è quello del dottor Kaboto. Il killer è
entrato dalla finestra, ha fatto saltare le cervella ai due
agenti che tenevano d’occhio Kornher, uno di quelli
nel corridoio ha provato ad entrare ma è stato
freddato subito, poi deve esserci stata una breve
sparatoria. L’uomo usava proiettili Killer-Pool, quelli
che rimbalzano sulle pareti. Non gli è stato difficile
eliminare gli altri due agenti. Una pallottola deve
essere rimbalzata un po’ nel corridoio, fino a
esplodere nella testa del primario.

204
Kornher giace privo di vita nel suo letto. Ha una
siringa piantata nel braccio e non appartiene alla
clinica. Il killer lo ha fatto parlare con una dose fatale
di Boost, roba da servizi segreti. Anderson in pochi
secondi ricostruisce la scena nella sua testa. Maledice
se stesso e tutta Sun-City. Poi si scaraventa nel
corridoio verso la sala di sorveglianza e s’imbatte in
un settimo cadavere; è quello della guardia.
Entra nella stanza delle registrazioni, non
aspettandosi di trovare nulla. Ma forse il killer non ha
perso tempo. Chiede al terminale i footage dell’ultima
mezz’ora e… bingo! La faccia dell’uomo non dice
nulla, ma un fotogramma della telecamera del
parcheggio può bastare. Anderson esce dalla clinica
con l’unico indizio che lo mantiene in gioco; un
numero di targa.

Will sa che se vuole salvarsi non può nascondersi,


non con personaggi come Cainos o l’Orco. Se vuole
avere una minima possibilità deve rischiare.
Riaccende il deck e inizia a scavare. Incrocia nomi,
dati, facce, indirizzi. Ha bisogno di qualcosa.
L’informazione è potere… Trisha Takanawa, è lei la
chiave.
Il vero nome dell’Orco è Theoderich Forsbach, di
origine tedesche. Dieci anni prima lavorava a fianco di
Juri Gazdik per il noto boss nippo-cinese Zusetsu
Takanawa. Gazdik è il vero nome di Cainos. Insieme
hanno arrecato terrore nelle strade di Sun-City, fino al
giorno in cui Juri scoprì che il suo amico se la faceva
con la sua donna; Trisha… L’odio di Gazdik divenne

205
follia quando la figlia del boss venne trovata
decapitata nel letto di Forsbach.
Passarono gli anni e i nome cambiarono, le facce
vennero alterate dagli interventi chirurgici, ma nel
sottosuolo della matrice si possono rinvenire le storie
che ancora non hanno una fine. Questa è una di quelle.
«Pronto Cainos?»
«Will, che piacere risentirti. Hai i miei soldi?»
«Si, e forse qualcosa di meglio….»
«Attento pesciolino, non giocare con gli squali…»
«Theodorich Forsbach.»
«Cosa?»
«Ti aspetto. Click.»

Charles è sotto la doccia quando sente squillare il


telefono. È tentato di non rispondere. Vuole
andarsene, scappare più lontano possibile dal macello
che ha appena compiuto. Ma i dolori ritornano
insieme al desiderio di lei. Black Lace, dove sei?
La segreteria scatta. Charles spegne il getto d’acqua
per ascoltare. È la voce di Cainos.
«Charles, lascia perdere tutto e precipitati sulla
ventiduesima; Will Coston. Ti aspetto sotto casa sua.
Ah, dimenticavo, portami i soldi. Ho una sorpresina
per te, roba di prima qualità. A dopo.»
Charles esce dal bagno. Il salotto assomiglia a una
macelleria poco pulita. Apre l’armadio; pantaloni,
maglietta, giacca, scarpe, tutto rigorosamente nero. Il
cannone è carico. Si riparte.

206
- Capitolo 11 -
Sensazioni…

W
ill continua a rigirarsi tra le mani il
dischetto. Sulla liscia superficie argentata
non c’è neanche un segno, una parola che
possa minimamente ricondurre a ciò che contiene. È
una copia pirata, ovviamente. Presto saranno qui. Non
sa in che ordine, ma saranno qui, tutti quanti. Tanto
vale finirsi la scorta, pensa. Un tuffo nel mare blu,
sempre più giù, sempre più giù…
Driin! Driin!
È Cainos, insieme a quel pazzo di Charles. Si
accomodano in salotto. Hanno due cannoni lucidi e
pronti a scattare. Cainos non tollera stronzate. Charles
ha negl’occhi la follia dell’astinenza.
«Parla, pidocchio!»
Will deglutisce, ma l’amica blu gli da una mano.
Afferra la custodia del videogioco e la mostra ai due.
«Prima di tutto vorrei saldare i conti. Questo
videogioco vale almeno centomila crediti…»
«E che cazzo ci faccio io con un videogioco?» ride
Cainos. Charles gli va dietro.
«Va bene, se mi dai un po’ di tempo te lo piazzo
io…» continua il Traveller.
«Dove lo hai preso?»
«Oh, un lavorino di hacking. Ce l’aveva un fesso di
nome Kornher…»

207
Cainos scatta come la corda di una arco, punta il
pistolone alla tempia di Will, freme, quasi non riesce a
controllarsi.
«Allora sei stato tu a ridurre Korher così!»
«Che cazzo succede?»
«Kornher mi deve dei soldi, e tu mi vorresti piazzare
la roba che gli hai rubato?»
Will ha fatto male i suoi calcoli, ma ha ancora da
giocare un’ultima carta.
«Ok, ok… Parliamo di Theodorich Forsbach.»
«Si, parliamone…» la voce di Cainos è il bisbiglio di
un demone.
«È l’Orco.»
«Cosa?»
«Quel depravato che si fa chiamare l’Orco. È lui!»
«Se mi stai dicendo una stronzata ti giuro che il mio
amico Charles qui ci metterà intere settimane ad
ammazzarti…»
«Sta venendo qui…»
«Cosa?!!»
«Non sa che siete qui. Pensa che io sa da solo. Potete
fotterlo…»
Il dito di Cainos s’irrigidisce sul grilletto. Una linea
indefinibile separa Will dal sonno più lungo.
Driin… Driiin… Driiiiiiiiiiiin!
«È lui!»
Poi incomincia l’olocausto.
L’Orco irrompe nell’appartamento preceduto dal
Segugio e un secondo sgherro. Charles si muove
veloce, nonostante la ferita alla gamba. Fa secco lo
sgherro e poi si mette al riparo dietro il sofà. La pistola

208
di Cainos è in traiettoria verso la porta. Non spreca il
vantaggio, anche se il colpo deve passare attraverso il
cranio del povero Will. Ferisce il Segugio e poi
trattiene il corpo del Traveller per usarlo come scudo.
Intanto due proiettili Killer-Pool sparati dal Segugio
rimbalzano freneticamente nella stanza. Uno colpisce
di striscio Charles, che impreca e manda tutti a farsi
fottere. Rinuncia al riparo e scarica il cannone addosso
ai bastardi. È una mossa azzardata. La testa del
Segugio esplode, ma l’Orco ha tutto il tempo di mirare
al suo bersaglio. Charles fa due passi indietro
cercando di rimettersi gli intestini dentro lo squarcio
che gli si è appena aperto nel basso ventre. Ci rinuncia
e crolla dietro il sofà.
Juri e Theodirich si ritrovano uno davanti all’altro, le
pistole puntate alle rispettive facce. Facce cambiate
durante gli anni, ma i loro occhi sono quelli di sempre.
«Perché l’hai uccisa?»
«Perché ti amava, e non potevo sopportarlo.»

Anderson spalanca la porta dell’appartamento di


Will Coston. Di scene come quella che gli si presenta
davanti ne ha viste anche troppe, ormai. La sparatoria
non ha lasciato supertesti. Ci sono sei uomini riversi al
suolo, e solo due hanno la faccia ancora intera. Il
detective sa che non dovrebbe toccare niente, ma il
buio e la puzza sono intollerabili. Si avvicina a una
finestra e la spalanca. Si chiede da quanti mesi non sia
stata aperta.
La luce irrompe sulla scena come il risveglio alla
nuda realtà dopo un sogno bellissimo. Anderson è

209
stanco. Si chiede che senso abbia raccattare i tasselli di
assurdi puzzle come quello che ha davanti. Poi il suo
sguardo va a un oggetto riverso sul pavimento; la
custodia di un dischetto. La prende. Anche questo non
dovrebbe fare. Se la rigira tra le mani. Sulla nera
superficie risaltano cinque macchie di sangue. Apre la
custodia, estrae il dischetto, e qualcosa gli dice che
tutto è partito da quell’oggetto. Ma non sa se fidarsi
delle sue sensazioni, ormai. L’ultima che ha avuto era
una delle più nefaste, e invece sembrava che se la fosse
cavata anche questa volta.
Poi un led rosso incomincia a pulsare sulla superficie
del dischetto.
«Che diavolo è?»

ESTRATTO DAL SUN-CITY JOURNAL

Per combattere la pirateria informatica la Shikoku, nota


produttrice di videogiochi per adulti, ha messo sul mercato
una nuova tecnologia, il Pirate-Mine-System. Si tratta di
un metodo non molto ortodosso per fronteggiare il dilagante
problema. In pratica il software trasforma il supporto su cui
è stato copiato in un trasmettitore. Al satellite della Shikoku
basteranno un paio di giorni per rintracciare la copia e
intervenire seguendo le normali misure riserbate ai pirati
informatici.
L’intervento del laser satellitare è veloce e non lascia
traccia. Il pirata viene fulminato all’istante e la copia
ovviamente distrutta.

210
La multinazionale ha sperimentato il prodotto in segreto e
sembra aver dato i risultati sperati. Ci sono stati alcuni
incidenti, come nel caso del detective Anderson della
squadra omicidi (ne abbiamo parlato in un articolo
precedente), ma le autorità non sembrano voler intervenire
legalmente contro la Shikoku. In fondo si tratta di una
piccola perdita, in una lotta che va avanti da anni contro
l’inarrestabile contro-cultura del file-sharing.

Charles Huxley
GM Willo
Demiurgus
Cainos

2008-2009

211
L'ORSO MANNARO
di GM Willo

L
’orso mannaro si ciba di giovani Elenty.
Bambini di dieci, dodici anni, scovati nelle
Blasting Experiences, l’ultima moda della rete.
Ai limiti della memoria-disco può succederti di tutto,
anche venire replicato. Il doppione viene poi venduto
al mercato nero. L’orso se lo sbatte nel suo deck
schermato e ci gioca quanto gli pare. È a questo punto
che incominciano gli incubi.
Sono più di un milione i ragazzi che si suicidano
ogni anno a causa degli orsi mannari. È la nuova
pedofilia, un mercato gigantesco, secondo solo agli
armamenti.
Il mio lavoro?
Friggere qualche bastardo pervertito. Basta toccare i
tasti giusti...

101 Parole

212
CYBERBLUES
di GM Willo

U
na bottiglia di bourbon e il cielo grigio della
città. Non ho bisogno di altro per stasera. Il
malto attanaglia le budella come solo lui sa
fare, e la testa galleggia tra le note di un vecchio disco,
lontana dai baci e dalle carezze di lei, che non è più
con me...
Si chiamava Alice, ma per gli amici era solo uno dei
tanti modelli Kaifer-5600, ed io per lei me li sono
giocati tutti… gli amici. No, non era un semplice
oggetto da vetrina. Io l'amavo, com'è vero questo cielo
grigio ed il bicchiere vuoto che ho in mano. Non me
n'è mai fregato niente di quello che pensava la gente.
Come se non lo sapessi di che pasta erano fatti
quegl'ipocriti dei miei colleghi...
Io sono un tipo all'antica. Da quando hanno
legalizzato i programmi Truesex, le bimbe di lattice
sono diventate roba per i nostalgici. Le ho provate
quelle dannate Orgychats, ma non sono mai riuscito a
partire completamente. Le simulazioni sono così esatte
che non puoi fare a meno d’intuire l'inganno. Alla fine
il sesso è solo nella tua testa, e il risveglio è
assolutamente deprimente. I vecchi modelli Kaifer
invece sono una sicurezza...
Alice mi guardava attraverso due smeraldi sintetici e
lunghe sopracciglia in similcorno. I suoi occhi
dicevano sempre la verità. Il nostro amore è cresciuto
nel tempo, tre anni e undici mesi dissipati di momenti

213
meravigliosi; le serate al teatro olografico, il ristorante
tailandese al cinquantatreesimo piano del boulevard,
le corse in auto sulla sopraelevata, ma soprattutto le
notti d'amore tra le sete porpora del nostro letto. Dio
come l'amavo...
Ricordo la sera che mandai a quel paese il mio capo.
Eravamo a una cena di lavoro e lei era bellissima.
Accanto alle mogli dei miei colleghi, Alice sembrava
una regina in mezzo a un manipolo di mummie.
Sorrideva, parlava disinvolta senza mai sembrare
invadente, sensuale e intelligente al tempo stesso.
Tutti sapevano quanto era importante per me che la
trattassero con il dovuto rispetto, ma la gelosia è una
brutta bestia. Al mio capo uscirono dalla bocca un
paio di battute fuori luogo e io non ci pensai su due
volte; mi alzai dal tavolo e mandai al diavolo tutti i
presenti, poi me ne uscii fiero con lei accanto,
splendida nel suo completo in vinile rosso. Quella
notte si dette a me completamente, attingendo ai
programmi più seducenti, improvvisando sulle
informazioni che aveva registrato fino ad allora,
mostrandomi senza mai rivelarmi l'inganno. Ma
potevo davvero parlare d'inganno con lei? No, e
adesso lo so. Ho amato un modello Kaifer, e allora?
Non sono il primo uomo che ha perso la testa per una
macchina, e non sarò neanche l'ultimo.
Il disco è finito e la bottiglia pure. Lei giace riversa
sulla poltrona, con gli smeraldi chiusi e il led spento.
Una manciata di cavi le ricadono sul collo. Ho provato
a recuperare qualche dato, ma il disco è
completamente partito; niente back up! Quasi quattro

214
anni di relazione cancellata per colpa di un dannato
corto circuito. Dio, perché mi hai fatto questo...
Ma dio non c'entra niente. Anche lui è roba da
nostalgici, perché una donna perfetta come Alice dio
non sarebbe mai riuscito a concepirla.
Addio amore. Non ti dimenticherò...

2009

215
IL TEMPIO
di GM Willo

D
io mi ha parlato attraverso un canale
criptato. Era lui, adesso lo so.
Al Tempio le anime venivano e andavano,
più per curiosare che per altro. Il server poteva
ospitare fino ad un miliardo di visitatori, ma a volte
era costretto a rallentare. Le anime non si
lamentavano. Pensavano che facesse parte della
visione, e poi il servizio era pagato dalla pubblicità
all'entrata, o almeno così tutti credevano; Midas, la
bibita del profeta. Chi non era soddisfatto del servizio
o se ne andava o se ne stava zitto.
Facevamo un mucchio di soldi io e il prete. Il prete
l'avevo conosciuto dentro una blind-orgy,
quell'esperienze di sesso random che andavano di
moda lo scorso anno. Non erano male, ma poi quando
hanno cominciato a usare ragazze spot mi sono
scocciato. Mi ero beccato molte più spinte
pubblicitarie di quanto potessi soffrire. Me ne accorsi
quando mi risvegliai d'improvviso davanti a uno
scaffale di sapone per l'igiene intima. Dissi basta, e
tornai alle normali pink-chat. Però rimasi in contatto
con questo Thomas Serpe, come si faceva chiamare. Ci
eravamo incontrati in una di quelle situazioni estreme
di gioco; isola di sabbia bianca, palme color verde
smeraldo e un centinaio di ragazze in bikini a nostra
completa disposizione.

216
- Questi fanno un mucchio di soldoni con gli innesti
pubblicitari - dissi io, mentre afferravo per la vita un
paio di bionde.
- Appena esco mi faccio un bel lavaggio. Se vuoi ti
passo il programma?- offrì lui.
- Volentieri. Maledetti spot! Però adesso funziona
tutto così. -
- Beh, non ci sono solo gli spot? -
- Che vorresti dire? -
- Ho un progetto in mente ma mi manca liquidità. Se
vuoi te ne parlo, Fuori però... -
E così ci demmo appuntamento in un locale del
centro, uno dei pochi rimasti ancora attivi Fuori. Metà
dei clienti era comunque attaccata al deck del tavolino,
con le bevande lasciate a mezzo e ormai trasformate in
brodaglie imbevibili.
Thomas era vestito come un vero uomo d'affari, con
un completo beige di marca e una valigetta di pelle
nera. Forse voleva fare impressione, oppure gli
piaceva vestirsi bene. Non mi sentivo a disagio con i
miei jeans, specialmente in quel locale defilato.
- Cosa posso offrirti? -
- Una birra va benissimo. -
Quella sera fondammo il Tempio, qualcosa di
veramente sensazionale.

Qual'è il migliore settore per fare affari dopo il


porno? La droga, è ovvio. E dopo quella? La
religione... miliardi di consumatori sparsi in tutto il
mondo. Adesso immaginate un mercato che fa
convergere questi ultimi due. Ecco che cos'era il

217
Tempio. La promessa di vedere dio, di poterci parlare,
di poterlo addirittura toccare, questo era ciò che
vendevamo io e il prete. Ovviamente nessuno
sospettava che elevassimo le anime con le ultime
sinto-droghe digitali in circolazione. I fedeli entravano
in chiesa, vedevano la pubblicità della bibita e si
sedevano tranquilli davanti alle effigi sacre. Poi
arrivava il prete per il sermone, e nel frattempo un
programma ghost alterava le derivazioni dei clienti
con un boost di roba ben tagliata. La visione era
assicurata e gratuita, almeno la prima volta. Se poi
l'esperienza divina ti prendeva bene potevi sempre
abbonarti; dodicimila crediti l'anno. Dopo il primo
mese di attività avevamo già quattrocentomila
registrazioni in PRO, e un traffico di due milioni di
visite al giorno. Il mio conto in banca nel frattempo era
decuplicato.
Gli sbirri avevano annusato la roba, ma noi
saltavamo da un server all'altro con la rapidità di una
cavalletta. Era praticamente impossibile risalire a
nostri indirizzi e conti correnti. Qualcuno dette
l'allarme, ma la gente preferisce credere al divino che
alla cruda realtà, e come biasimarla. Il Tempio era il
luogo della rivelazione, la cosa più sacra mai accaduta
dall'invenzione della fibra ottica. Qualcuno interruppe
l'abbonamento quando la voce sulla droga venne
fuori, ma si trattò di una goccia nell'oceano.
L'afflusso di visite ci costrinse ad investire e ad
esporci di più. Per mantenere la reputazione non
potevamo più nasconderci. Contattai un vecchio
amico che ci sapeva fare e, sotto lauto compenso, gli

218
chiesi di insabbiare il programma ghost che innestava
la roba. Se ne uscì fuori con un piccolo capolavoro. Gli
sbirri potevano piombare sul server in qualunque
momento e non avrebbero trovato niente di strano.
Eravamo pronti ad uscire dalla tana e a fare un
mucchio di soldi.
Alla fine dell'anno il Tempio era la sensazione.
Quindici milioni di iscritti e cento milioni di visitatori.
Io e il prete avremmo potuto ritirarci davvero su
un'isola deserta insieme a un centinaio di ragazze in
carne e ossa, invece rimanevamo attaccati al deck, fino
a venti ore il giorno. Perché il denaro è una
fottutissima droga, la peggiore di tutti. Credetemi!
Sapevamo che sarebbe venuto il giorno in cui la
bomba sarebbe esplosa. Avevamo trasformato milioni
di fedeli in tossicodipendenti. Bussavano alle porte del
Tempio ad ogni ora e non se ne volevano più andare.
Si erano avute diverse overdosi e alcuni casi fatali di
disidratazione al deck. Cercammo di sedare le voci,
mettemmo la questione in mano ad un buon avvocato
e inserimmo nuove regole per gli utenti. Prendemmo
tempo, ma sapevamo entrambi che non poteva durare.
Il prete venne da me un giorno e mi disse in tutta
sincerità che dovevamo staccare tutto, finché ci era
concesso. Io, accecato dalla bramosia, provai a
prendere ancora un po' di tempo. Litigammo e lui se
ne andò sbatacchiando la porta. Non lo rividi mai più.
Tirai avanti da solo per un mese, poi le cose si fecero
ancora più complicate. Chi ci vendeva la roba
pretendeva di entrare in società, e la questione era
sempre stata fuori discussione, ma il prete se n'era

219
andato e da solo non riuscivo a stare dietro a tutto. I
casini si moltiplicarono velocemente una volta che gli
spacciatori presero sotto il loro controllo il programma
di innestamento. La roba perse di qualità, le overdosi
aumentarono, la polizia ci fu nuovamente col fiato sul
collo.
Mentre guardavo rifluire le anime nel Tempio, molte
delle quali si trascinavano come amebe, cercai di dare
un senso alla follia di cui ero stato, insieme a Thomas,
l'artefice. Fu in quell'istante che si aprì una finestra
bianca e accecante, una luce rotta da un cursore nero
come lo spazio infinito, un occhio abissale che
lampeggiava in alto a sinistra. Le parole presero forma
lentamente, lettera dopo lettera.
"Fermati adesso! Te lo ordino."
- Chi sei? - domandai, senza accorgermi di tremare.
"Fermati, figlio. Hai venduto abbastanza bugie e falsi
miracoli da far rimpiangere il mio nome per almeno
un altro secolo. Basta!"
- Vuoi dire che tu... -
Ma la finestra di luce era già stata inghiottita dalla
matrice.

Dio mi ha parlato attraverso un canale criptato. Non


posso provarlo, ma questa è la ragione per la quale ho
distrutto il suo falso Tempio e ho accettato di farmi
questi venti anni dentro la cella di un penitenziario:
solo così, forse, riuscirò a riedificarne uno vero, dentro
di me.

2009

220
IO HO VISTO IL FUTURO
di GM Willo

I
o ho visto il futuro. Ho visto i mari alzarsi,
l’Europa bruciare, i banchieri gettarsi dai
grattacieli più alti. Ho visto il cancro mietere
vittime come la peste, ho udito uomini che dicevano di
essere stati su Marte, ho letto di un esplosione
immensa e fulgida e di un fungo sopra la città di
Berlino.
Non è stata curiosità. Non cercavo la pietra filosofale.
Ma nei remoti spazi della matrice può succedere anche
questo. Può bastare uno sguardo, una password, un
click, per conoscere la data del tuo funerale.
Ma credimi, una volta che la saprai, non riuscirai più
a dormire.

101 Parole

221
Finito di pubblicare nell’Ottobre 2009

www.willoworld.net

222
223