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IL GIARDINO DEL MAGO


Rivoluzione Creativa

a cura di GM Willo

Edizioni Willoworld

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Il Giardino del Mago
a cura di GM Willo – 2011

Copertina di Giulia Tesoro

Altre opere di Rivoluzione Creativa:

La Veglia dei Giganti – 2010


Parole a Portata di Volo – 2010
Spaghetti Pulp – 2010

Edizioni Willoworld
www.edizioniwilloworld.co.nr

Tutto il materiale originale di questo libro è sotto il "Creative Commons License".

This work is licensed under aCreative Commons Attribution 2.5 Italy License.

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INTRUDUZIONE

Ho chiesto a Giulia Tesoro di disegnare la copertina di questo


libro e di dargli un titolo. È così che nascono molti dei progetti di
Rivoluzione Creativa, la community on-line di artisti, poeti e
saltimbanchi del corpo e della mente che creano per il semplice
piacere di farlo. Lei è stata velocissima nel rispondermi e il
lavoro che ha allegato alla sua e-mail mi ha lasciato
letteralmente a bocca aperta. L'illustrazione rappresenterebbe
proprio me, il mago del giardino che è questo spazio virtuale in
cui quotidianamente vengono presentate le opere di molti autori.
Giulia mi ha confessato che l'ispirazione per il disegno ed il
titolo gliel'ha data l'ascolto di una vecchia canzone dei Banco del
Mutuo Soccorso, che guarda caso è anche uno dei miei pezzi
preferiti della grande band progressiva italiana. Quando si dice
“essere sulla stessa frequenza...”
Ancora una volta tutto ha il sapore di un gioco. Questo è il
quarto libro fatto uscire da Rivoluzione Creativa in meno di due
anni di attività, e raccoglie più di cento racconti brevi di
quattordici diversi autori. Tutte le opere si avvalgono della
licenza creative commons 2.5 share alike, è perciò possibile
riprodurle liberamente in rete basta che se ne citi l'autore e la
fonte e non lo si faccia mai a scopo di lucro. Il Giardino del
Mago è appunto questo luogo incantato dove nascono le storie.
In veste di stregone, io posso solo tracciare i simboli per
richiamare l'arcano, ma gli incantesimi che rilascio sono opera
dei miei validi collaboratori ai quali mando un caloroso saluto.
Ma Rivoluzione Creativa è aperta a tutti, basta registrarsi alla
community o anche solo spedire per e-mail i propri lavori

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all'indirizzo info@willoworld.net. Spero così di poter ospitare nel
mio giardino altri magnifici sortilegi, che forse, chissà,
riusciranno a rompere le maledizioni del nostro mondo
regalando a tutti un pizzico di bellezza.

GM Willo - Febbraio 2011

Partecipa a Rivoluzione Creativa


http://www.rivoluzionecreativa.co.nr

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I RACCONTI

1. COSIMO E VIOLANTE di GM Willo


2. POMERIGGIO DA DISPERATI di Bruno Magnolfi
3. LA FACCENDA DELLA STIRERIA di Gano
4. IL VINCITORE di Bruno Magnolfi
5. LA POTENZA DEL RESPIRO di Miriam Carnimeo
6. FIENO O VOGLIA D'ESTATE di Massimo Mangani
7. S C O P P I A M I D E N T R O di Miriam Carnimeo e Dario de
Giacomo
8. CAPPUCCETTO ROSSO 2010 di GM Willo
9. ZEUS di Bruno Magnolfi
10. UOVA INFRANTE di Giulia Riccò
11. L'UOMO NERO di Miriam Carnimeo
12. LA FILOSOFIA DEL CALCIO SECONDO IL CARRAI di Gano
13. L'ESPRESSIONE BEFFARDA di Bruno Magnolfi
14. F U G A D I O M B R E di Dario de Giacomo
15. BIRRA O CASETTA IN CANADA? Di GM Willo
16. UNA SERATA BEN INIZIATA di Massimo Mangani
17. COME UN FILO DI MIELE STRETTO IN PUGNO di Miriam
Carnimeo
18. UNA DONNA ESTROVERSA di Bruno Magnolfi
19. STILETTO di Morgendurf
20. WHITE AS THE SNOW di Massimo Mangani
21. IL CORAGGIO DI UNA SOLUZIONE di Bruno Magnolfi
22. MERMAID'S MEMORIES di Morgendurf
23. UN PANINO IN COMPAGNIA di GM Willo
24. VISITE! di Enrico Munaretto
25. IL CANTO DELLE FORMICHE NERE di Miriam Carnimeo
26. POMERIGGIO SOSPESO di Bruno Magnolfi
27. IL RISVEGLIO di GM Willo e Morgendurf
28. SOLO UN SUONO NELLA TESTA di Bruno Magnolfi
29. LA VERITÀ DEL MALE di Miriam Carnimeo
30. IL GELO NELLE SCARPE di Dario de Giacomo
31. OGGI CINEMATOGRAFO di Bruno Magnolfi
32. DOLCE SUCCO DI MELA di Morgendurf
33. SCARPE PER CORRERE di Federica De Angelis
34. HOLIDAY INN di GM Willo

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35. 25 APRILE 2010 – UNA COSCIENZA DI CIVILTÀ di Bruno
Magnolfi
36. ABITO ME STESSA di Miriam Carnimeo
37. LE FANTASIE DELL'INCENDIARIO di Dario de Giacomo
38. SOLTANTO DIECI MINUTI di Bruno Magnolfi
39. L'ISOLA ROSSA di Morgendurf
40. RITUALE NEL FIUME di GM Willo
41. BRICIOLE DI PANE di Bruno Magnolfi
42. MARTEDÌ GRASSO di Morgendurf
43. LA RAGIONEVOLEZZA DI QUANTO DETTO di Bruno Magnolfi
44. CONTRABBANDO DI TE di Dario de Giacomo
45. LA CALMA ARTIFICIALE di Bruno Magnolfi
46. LE MIE CITTÀ di Massimo Mangani
47. SOLO UN MURO CHE SI ABBASSA E LA TERRA CHE
AVANZA di Miriam Carnimeo
48. UN CAMPO DI CALCI di Bruno Magnolfi
49. VERITÀ INCOFFESSABILI di Morgendurf
50. PER IL RESTO DEL CORPO di Miriam Carnimeo
51. IMMOBILE, SENZA ALCUN DESIDERIO di Bruno Magnolfi
52. IL FARO di GM Willo
53. LA MECCANICA DI UN GESTO QUALSIASI di Bruno Magnolfi
54. MONDIALI di GM Willo
55. NEI COLORI DEL TRAMONTO di Bruno Magnolfi
56. REALTÀ PER ANNUSKA di Giulia Riccò
57. PESCAIA SULL'ARNO di GM Willo
58. SALA GIOCHI LAS VEGAS di Bruno Magnolfi
59. IL PROFUMO DEL SANGUE di Massimo Mangani
60. CASTAGNETO di GM Willo
61. AUTOCELEBRAZIONE DI UN GESTO QUALSIASI di Bruno
Magnolfi
62. LA MANTIDE RELIGIOSA di Gano
63. IL PROFUMO DELLA MAGNOLIA di GM Willo
64. LA REALTÀ FUORI DA QUI di Bruno Magnolfi
65. CICCHE di GM Willo
66. COME FAI A DIRE NO di Hermes
67. IL VECCHIO ULIVO di GM Willo
68. LO SPESSORE DEL SILENZIO di Dario de Giacomo
69. IL DISCO VOLANTE di GM Willo
70. UN GIORNO DI LOTTA di Bruno Magnolfi

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71. IMPRONTE di GM Willo
72. SIAMO TUTTI PERDENTI di Bruno Magnolfi
73. FEMMINELLA di Miriam Carnimeo
74. CITTADELLA di Dario de Giacomo
75. OLTRE LA POLITICA PIÙ ABITUALE di Bruno Magnolfi
76. RITORNO SENZA RICORDARE di Miriam Carnimeo
77. DIARIO DI CASA di Dario de Giacomo
78. IN FONDO A UN BICCHIERE di Bruno Magnolfi
79. SULLA CASSIA di GM Willo
80. A DIFESA DEL GENERE UMANO di Bruno Magnolfi
81. LA GIACCA SOPRA LE SPALLE di Bruno Magnolfi
82. GIUSTO IL TEMPO DI UNA CANZONE di Dario de Giacomo
83. THOMAS ORROW di GM Willo
84. DOPO LE ESEQUIE di Dario de Giacomo
85. È COSÌ CHE L APIOGGIA NON STANCA di Miriam Carnimeo
86. EROE PER SCOMMESSA di GM Willo
87. ALICE di Gert Dal Pozzo
88. LA BICI DI GINO di GM Willo
89. UN NATALE COI FIOCCHI di Gano
90. SCENA NUMERO 13: UN DISEGNO DI FAMIGLIA di Bruno
Magnolfi
91. PROVE TECNICHE DI PRIMAVERA di GM Willo
92. DYING LIZARD di Gert Dal Pozzo
93. IL NATALE RITROVATO di GM Willo
94. SOCIAL NETWORK di Massimo Mangani
95. 2011 di GM Willo
96. LA SCELTA MOTIVATA di Bruno Magnolfi
97. CUORE FREDDO di GM Willo
98. LA FOTO di Jonathan Macini
99. FEAR di Gert Dal Pozzo
100.IL PROFUMO DI CIPOLLETTA di GM Willo
101.POMERIGGIO SOSPESO N.2 di Bruno Magnolfi
102.OSSERVARE di Chiara Barbagli
103.IL NUOVO MONDO di GM Willo
104.CALOR BIANCO di Gert Dal Pozzo
105.IL POTERE NELLE MANI di Dario de Giacomo
106.(Profilo n. 8) ESTRANEO AL MONDO di Bruno Magnolfi
107.ALIEN/IDEM di Gert Dal Pozzo

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COSIMO E VIOLANTE
(Omaggio ad Italo Calvino)
di GM Willo

Cosimo e Violante oscillavano sulle altalene del parco e davanti


ai loro occhi sfrecciavano le auto sulla tangenziale sopraelevata,
un flusso continuo, statico nella suo moto perpetuo, così come il
rumore, un rombo persistente e sommesso a cui l’udito dei ragazzi
era ormai abituato. Il cielo era grigio ma privo del profumo di
pioggia, ed era caldo per esser già novembre, così caldo che
Violante aveva indosso soltanto il suo vestitino azzurro con le
maniche sbracciate, mentre Cosimo sfoggiava con orgoglio la
maglietta della sua squadra di calcio. Il cigolio delle altalene si
disperdeva nel rombo, ma le vocine appuntite dei due ragazzi
fuoriuscivano con facilità in superficie, squillanti come quelle dei
pettirossi, un cip-cip di promesse, intenzioni e sbeffeggi che
nascondeva un qualcosa di profetico.
- Tu cosa vuoi fare da grande? – domandò la ragazza.
- Non lo so… E tu? – rispose Cosimo, spingendo più forte con le
gambe.
- Io voglio diventare il Sindaco della città!
- Ah si! Allora io sarò il Governatore della regione.
- Va bene, ma solo dopo che io sarò diventata la Presidentessa
dell’intero paese.
- Per me va bene, ma l’anno dopo mi faranno Signore del mondo
intero e tutti mi verranno a chiedere il permesso per qualsiasi
cosa…
- Allora sarai super indaffarato…
- Avrò dei consiglieri, e tu sarai uno di questi.
- Io? Ne sarei onorata, ma sarò troppo occupata a ripiegare il

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ruolo di Regina dell’intero Sistema Solare.
- Uh… un incarico estremamente importante, solo poco al di sotto
del mio, che diventerà quello di Presidente della Comunità
Intergalattica Spaziale…
- Allora mi aiuterai con gli affari interni, dato che io ricoprirò la
carica di Governatrice di tutto l’Universo.
A questo punto ci fu una pausa, durante la quale l’altalena di
Cosimo rallentò la sua corsa. Il ragazzo stava pensando a come
ribattere. Che cosa c’era di più grande dell’universo? Niente…
Comprese allora che rispondere a quel gioco con lo stesso
argomento non era conveniente, così provò a cambiarlo.
- E quale sarà la prima cosa che farai una volta diventata tutte
queste cose? – domandò allora il ragazzo, riprendendo a darsi lo
slancio con le braccia ed il bacino. Questa volta fu la corsa
dell’altalena di Violante a rallentare. Ci pensò per un minuto
intero, poi disse: – Prima di tutto farò abbattere questa autostrada
che passa sulle nostre teste.
- E come farà la gente ad andare a lavoro?
- Se ne occuperanno i robot. Nel mio mondo nessuno dovrà
lavorare. Le macchine penseranno a tutto…
- E per andare in vacanza, che strada prenderà la gente?
- Nessuno andrà in vacanza, perché tutti saranno sempre in
vacanza…
- E i camion con tutti i loro carichi?
- Non ce ne sarà bisogno. La gente mangerà i prodotti dei propri
orti e userà gli oggetti fabbricati nelle proprie città.
- E le trasferte di calcio? – chiese a questo punto Cosimo,
pensando alla sua squadra del cuore.
- Nel mio mondo si faranno ogni sorta di giochi, ma senza
competere. Né vincitori né vinti… solo divertimento e risate,
perciò non sarà necessario spostarsi.
- Si, ma viaggiare è una cosa bella. Come faranno i tuoi sudditi ad

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ammirare le bellezze del mondo?
- A piedi!
- A piedi?
- Esattamente! È il modo migliore per non perdersi neanche un
particolare del paesaggio…
Cosimo ci pensò un attimo e malgrado fosse attratto dai bolidi che
a volte vedeva sfrecciare sulla sua testa, concluse che le idee di
Violante non erano proprio sbagliate. Quando sedeva sul sedile
posteriore dell’auto dei suoi, appoggiava la fronte al finestrino e si
perdeva dentro dossi, pianori, valli, alberi e tutte le bellezze che
gli passavano davanti agli occhi. Gli sarebbe piaciuto poterle
ammirare con più calma, ma l’auto filava via veloce, e la collina
diventava una valle, e la torre di un campanile spariva dietro un
ponte, e così via…
- Mi piace il tuo mondo. Sarà un onore lavorare per il tuo
governo, mia signora…
Poi tutti e due scoppiarono a ridere, e fu una risata così squillante
che si alzò abbondantemente sopra il rombo dei motori, invase il
parco e coinvolse i pochi uccelli che dormicchiavano sugli alberi.
La risata divenne una melodia. Il cane che riposava fuori dalla
bottega del barbiere tirò su un orecchio, poi incominciò ad
abbaiare. Un gatto che passava vicino gli si mise accanto e
miagolò con tutto il fiato che aveva. Poi fu la volta di una piccola
comunità di ratti che affacciarono i loro musi da un tombino e in
coro iniziarono a squittire. Le rondini in volo si posarono su un
cornicione e si unirono alla canzone. Il rombo non si sentiva più,
sovrastato dalla risata di Cosimo e Violante. Qualcuno si affacciò
alla finestra per vedere cosa stava succedendo e in quel mentre il
cemento armato della sopraelevata si incrinò, le colonne possenti
che la reggevano si piegarono e la strada crollò con uno schianto
fragoroso, dentro uno squarcio nella terra che si era aperto proprio
sotto di essa. Lo strappo si richiuse subito dopo, ingoiando il

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cemento e le centinaia di automobilisti che si recavano a lavoro.
Quello fu l’inizio del mondo di Regina Violante e di Cosimo, suo
fedele consigliere, una remota diramazione di questo nostro
mirabolante e cespuglioso universo quantico.

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POMERIGGIO DA DISPERATI
di Bruno Magnolfi

La mamma li aveva lasciati nel giardino di casa a giocare; era


dovuta uscire per un impegno improvviso, “Una mezz’ora, un’ora
al massimo”, aveva detto, e si era raccomandata più di una volta
specialmente con Teresa, la figlia più grande che aveva già nove
anni, di comportarsi per bene e ad ambedue di fare il più possibile
i bravi. Sandrino invece, appena rimasto da solo con la sorella, si
era subito messo a correre avanti e indietro, lungo tutti i vialetti e
intorno alle aiuole, saltando dai gradini della porta del retro e
facendo il diavolo. Teresa lo aveva ripreso, “Ti viene la tosse”,
aveva detto, ma non era riuscita a fermarlo. Quando Sandrino poi
era caduto, le sue mani erano andate ad infilarsi dentro a una
siepe, e per fortuna non si era neanche poi fatto male, a parte un
graffietto, se non fosse stato per l’ape che ronzando sui fiori
proprio in quel punto, ebbe l’idea di pungerlo su una delle sue
guance morbide. La sorella lo portò subito in casa, per non far
sentire gli urli ai vicini, poi cercò di curarlo, ma quando si rese
conto che il viso di Sandro era gonfio e che il dolore doveva
essere forte davvero, le venne da piangere anche a lei, sentendosi
persa, impossibilitata a sistemare le cose. Rientrò la mamma e li
trovò così, disperati, coscienti di non essere riusciti a cavarsela.

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LA FACCENDA DELLA STIRERIA
di Gano

Davanti a questo foglio bianco voglio una volta per tutte chiarire
la misteriosa faccenda della stireria, che col passare del tempo si è
trasformata in una storia di cattivo gusto che al bar, ma ormai
anche in tutto il quartiere, sta lentamente pregiudicando la mia
reputazione. Ora, non c’è bisogno di tante introduzioni, il Gano lo
conoscono tutti e solo chi c’ha da la coda di paglia può affermare
che io non sia una persona di parola. Non ho peli sulla lingua,
forse ce n’ho qualcuno nel culo, ma quelli servono per tenere alla
larga i manganelli di carne. Ed è esattamente di questo che vi
voglio parlare.
Non faccio segreto del fatto di esser stato più di una volta in
compagnia di un travestito, sempre e solo in atteggiamento da
signore come nei confronti di una signora, non so se mi spiego. A
me interessa solo la crema della vita e non sto certo a rimuginare
sull’etica o sulle morali, tanto meno quelle cristiane. Hai visto un
po’ di cosa son capaci di fare certi uomini di dio; bombe, guerre,
stragi, violenze. Io in quarantasette anni non ho mai alzato le
mani su nessuno che non se lo meritava, e comunque anche in
quel caso è successo molto di rado. Prima di arrivare alle mani
cerco sempre di spiegarmi, per questo sono qui a chiarire la
faccenda della stireria, anche perché mi sono rotto i coglioni e
voglio che questa storia si cheti una volta per tutte.
Per quanto possa sollazzarmi il gozzo con ogni sorta di nettare
degli dei (sambuca e stravecchio in primis) è difficile che mi
scappi qualcosa. È vero che delle volte qualcuno mi ha trovato
sulla panchina del giardino in condizioni non proprio virtuose, ma

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la lucidità non la perdo, state tranquilli. Ricordo sempre tutto per
filo e per segno, così come quella sera di cui vi sto parlando,
malgrado quello che dicano le malelingue. La ragazza (o ragazzo,
chiamatela come volete) mi fece lo sconto perché tra tutti ero
quello belloccio, e qui c’è testimone il Testa (si potrebbe fare
anche la battuta, Testa il Testimone). La stireria appartiene al
cugino della tipa, brasiliano pure lui. Lei (o lui) ha il doppione
delle chiavi e quando c’ha più di un cliente per volta ne approfitta,
butta un paio di cenci per terra e fa i suoi comodi. Quella sera
eravamo in quattro, come di certo saprete ormai tutti; il Testa,
Pelo, il Conte e quel bischero del Gano. Alla ragazza va
benissimo, però ne vuole solo uno alla volta e senza interferenze,
ma a una sbirciatina è difficile resistere. Il primo è il Pelo che
dura tre cagate. Il tempo di farsi un giretto ed è già tutto finito,
avanti il prossimo. Il Testa è quello più imbarazzato, ma la tipa ci
sa fare e lo mette subito a suo agio. Anche per lui è questione di
cinque minuti, non di più. Poi tocca al Conte, il Signor Pisello,
come gli piace farsi chiamare. E vi giuro che se non la smette di
rivangare con questa storia finisce male…
Insomma, si diceva del Conte, tutto impettito si avvicina al
brasiliano, che a quell’ora tarda e con tutta la roba che si era
bevuto non era davvero male, e incomincia il vecchio su e giù.
Passano i minuti ma è sempre lì. Noi lo osserviamo dall’uscio
senza farci vedere. Dopo un po’ si va fuori a fumarci una
sigaretta, perché comunque lo spettacolo non è un granché.
Finita la cicca eccolo che appare. “Vai, è il tuo turno Gano!
Sistemalo per feste!” Ma io rimango un signore anche coi
travestiti, perché tutti c’hanno un anima, troppo spesso rinchiusa
contro il suo volere dentro dei maledetti gusci di carne.
In parole spicce mi avvicino al tipo con dolcezza e inizio a fare
quello per cui l’ho pagato, tutto regolare, il vecchio spingi-spingi.
Ma proprio sul più bello, STAC! la maledetta schiena. Perché io

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da quando ero ragazzo c’ho un problema grosso alla giuntura tra
quarta e la quinta vertebra lombare, che son cascato male quando
giocavo in porta… Da quel giorno ogni volta che mi piego o
faccio un sforzo in una posizione sbagliata, devo stare attento
altrimenti rimango bloccato.
Insomma, lo STAC di cui vi dicevo precede questa mia mezza
paralisi che mi lascia piegato in due come un uscio, a smadonnare
contro il cielo e tutti i suoi angiolacci. Il ragazzo, con quel suo
fare effeminato, si mostra subito preoccupato, mi dice di stare
tranquillo che in Brasile lui faceva i massaggi e ne sa qualcosa.
Incomincia a toccarmi laggiù sotto la vertebra e devo ammettere
che ci sapeva fare. “Bisogna scaldare un po’ il punto…”sussurra,
ed io continuo a smadonnare sottovoce. Un dolore che non vi sto
a descrivere…
“Adesso fermo, ok?” E chi si move, penso io… Lui si mette
dietro. Ovviamente siamo ancora tutti e due ignudi, mica ci si
poteva rivestire nel frattempo. Mi prende da sotto le ascelle e con
un colpo deciso mi risolleva dritto. In quel mentre sento le risate
venire dalla porta della stireria. Maremma budella, vuoi vedere
che quelli imbecilli hanno frainteso tutto, penso. E per tutta la
notte non c’è stato verso di convincerli del contrario.
Ecco, questa è la storia. Se ci credete, amici come prima. Faccio
finta che le cattiverie sul mio conto non siano mai esistite e si va
avanti così. Ma se qualcuno dovesse continuare a pensare che al
Gano gli piace prenderlo in culo, incominci a dormire con la luce
accesa, perché quando arrivo, arrivo di sorpresa e non ce n’è per
nessuno. Intesi?

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IL VINCITORE
di Bruno Magnolfi

“Adesso mi hai stufato”, le dice l’uomo con voce decisa


sollevandosi dalla posizione che aveva assunto per effettuare quel
difficile rinquarto al biliardo. Di fatto la sua palla ha assunto
troppo effetto, va a colpire di lato ed il suo tiro risulta sbagliato
anche se non disastroso. La ragazza inizia a piangere, ma con
dignità, a piccoli singhiozzi, ed esce dalla porta a vetri andando a
sedersi ad un tavolo tondo del caffè, nell’altro ambiente del
locale. L’uomo non la guarda neanche, e mentre cerca di capire
cosa c’era di sbagliato nel suo tiro, dice ad alta voce, ma come tra
sé: “Ho detto un sacco di volte che non deve venire qui a
scocciarmi”. Gli altri tre giocatori e le altre quattro o cinque
persone presenti non dicono niente, anche se gettano tra loro delle
occhiate più che esaurienti sui loro pensieri, mentre, come se
niente fosse successo, la partita prosegue regolare. La ragazza
rimane di là, con le spalle alla sala da biliardo, si fa servire un
cappuccino e intanto, distrattamente, sfoglia un giornale. La porta
a vetri è piena di impronte di mani, e qualcuno intorno al biliardo
si è acceso la sua sigaretta, lasciando che il fumo grigio e
svogliato si alzi da dentro a quelle luci basse e vada a perdersi su
in alto, dentro le ventole di un aspiratore che produce nell’aria
pesa un ronzio leggero. L’uomo studia meglio i tiri successivi e va
a segno con diversi punti. Una leggera smorfia si disegna sul suo
viso, il suo gioco sembra disteso e fluido, i birilli e il pallino
cedono sotto ai tiri calibrati, e infine vince, come già era successo
nelle due partite precedenti. Intasca i soldi che aveva pattuito,
ripone la sua stecca, saluta tutti con appena due parole ed esce
dalla porta a vetri. Gli altri lo osservano mentre si allontana,

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quando passa accanto alla ragazza: le fa una carezza dolcissima
sul viso, le sorride quanto basta, e infine l’abbraccia mentre
escono insieme dal caffè.

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LA POTENZA DEL RESPIRO
di Miriam Carnimeo

Giorno per giorno.


Lo apro come si scarta il regalo di una lettera d’amore, di quelle
che si scrivono a fatica, sotto candele gocciolanti che non
consentono errori né stanchezze assopite.
Il sudore come cera, ghiaccia a contatto con l’alba, il suo, un salto
che diviene morbido lenzuolo di un pensiero nuovo.
- Che ora è?
- Circa un’ora!
Istanti sommati ai passi presi per mano dai sensi, nel continuo
rituale dell’inizio. L’inchiostro incontra il buio e porta scarpe
d’argento, cammina silenziosamente tra pietre e polvere, si volta
di rado se non lo si guarda come ad un sentimento.
Segna il suo percorso, è buono come il pane, il suo odore tira
fuori l’anima lasciandomi il tempo anche per mangiare.
Sentimento che si snoda dal collo, dipingendosi in uno sguardo
prossimo allo scoppio. Per un attimo, l’avevo immaginato
guardare la mia di notte, la sua corsa che si fa volo, tutta quella
luce contenuta in un bel cielo mentre i grilli lo seguono,
dimenticando i malumori del tempo.
Alcune immagini sono baci per gli occhi, riescono a dire pulsando
sotto la pelle, sono ombre sottili di alberi, sagome da seguire con
un dito nel loro personale pensiero “Cresci, cresci, verso la mano
che non ti strappa ,dove il tempo delle lacrime è già finito”.
Con questo sentimento mi faccio donna per amarlo, non ho
nient’altro, solo calze smagliate e poesie per cui nessuno dovrà
mai pagare. Non ho domande, né l’impazienza di tornare, solo
liberi ricordi di consolanti intimità.

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Il domani lo scarterò alla ricerca di un filo fresco di erba, lo
difenderò dall’indifferenza cieca di strade che già conosco, dei
suoi colori impressi. L’anima non ha gli occhi finti delle
macchine, la luce fioca dei lampioni, parla alle mani che giocano
sui muri diventando una grande bocca che discute il silenzio,
spiegando il nostro stesso respiro. Il suo inizio, la nostra storia,
sempre poco distante da noi, ci separeranno solo poche spalle di
gente rivestita, un muro apparente di volti, caffè fumanti e gambe
accavallate. Arriverà quel giorno.
Le mani sfacciate incrociarsi sullo stomaco che tranquillo
ondeggia, il ricordo del nostro mare quieto, che trascina con il suo
movimento, la sensazione di imbrunire su uno specchio di acqua
ghiacciata. Finalmente tremare anche se non abbiamo freddo,
strana emozione nel trovarsi come nudi davanti ad un altro scalzo,
ma entrambi con lo stesso sorriso di chi lo ha sempre concesso
alla vita, e non chiede più nulla al giorno. Che gli altri si
contendano l’illusione di un sogno e a noi venga data la possibilità
della buon’ora.
Destinarsi.

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FIENO O VOGLIA D'ESTATE
di Massimo Mangani

Capita abbastanza spesso che un odore captato per caso stimoli i


nostri ricordi, riportando la mente a fatti accaduti anche molto
lontano nel tempo. Basta una lieve percezione, un sapore
frizzantino che si insinua nelle nostre narici per darci quella
sensazione di soave malinconia che ci empie il cuore e ci offusca
il cervello. I fatti della vita sono sempre legati ad un profumo in
presenza del quale ci vengono richiamati tramite la nostra mente
birichina, che non si perita di sapere quanto lontani essi siano e
dunque se il loro ricordo possa gettarci nell’angoscia più nera per
la consapevolezza dell’eccessivo scorrere del tempo. Sono proprio
i dolci profumi che riportano sovente alla memoria del sottoscritto
alcuni fatti accaduti durante la sua movimentata giovinezza e che,
a tutt’oggi non cessano di rallegrarne lo spirito. Una fredda e
grigia serata invernale mi trovavo seduto sulla mia vecchia
poltrona ascoltando il ticchettio della pioggia sul tetto e
riflettendo sullo scorrere repentino del tempo, quando
improvvisamente le narici mi si riempirono del penetrante odore
del fieno essiccato al sole. Per un istante i miei sensi vennero
meno ed ebbi un lieve giramento di testa: fieno secco, immensi
campi cotti sotto il sole estivo, letti bagnati dal sudore di
interminabili torridi pomeriggi, canicola, urla di bambini che
giocano liberi, a piedi nudi su distese di erba secca sopportandone
le punture sotto le piante. I bambini… credo che l’estate per i
bambini sia il periodo più bello dell’anno, vuoi perché non c’è
l’odiata scuola, vuoi perché gli adulti allentano i controlli e si può
stare fuori a giocare fino a sera senza rischiare di essere sgridati.
Ricordo sempre le lunghe estati dei miei 11-12 anni, tante

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esperienze fatte con gli amici, quelli il cui ricordo non svanirà mai
perché complici dei momenti più felici e spensierati. Interminabili
partite di calcio sul campetto polveroso del paese, a torso nudo
sotto un sole cocente e con le gocce di sudore che entrano negli
occhi e li fanno frizzare. Pranzi e cene consumati con l’orecchio
teso a captare le voci dei compagni di ventura che vengono a
chiamarti, pronti a nuove scorribande e monellerie di ogni tipo,
con i capelli spettinati e gli sguardi sbarazzini. Il caldo torrido è
anche l’ideale per stare spaparanzati sotto il castagno fuori dalla
casa colonica del proprio migliore amico e trascorrere le ore
giocando a Dungeon & Dragons, bevendo acqua gelata e, di tanto
in tanto assaggiando i biscotti fatti dalla nonna. Gesù, darei tutto
quello che posseggo pur di trascorrere ancora giornate come
quelle, con il canto assordante delle cicale che dopo un pò non
senti più perché ti ci abitui… il frusciare del vento caldo come un
phon fra le rigogliose foglie verdi e, in lontananza il motore dei
trattori che raccolgono le presse di fieno. A 11 anni basta davvero
poco per essere felici, anche un piccolo ruscello quasi secco può
trasformarsi in una lussuosa piscina dove sguazzare
sghignazzando, sentendosi grandi e fieri di ciò che stiamo
facendo. Proprio come dice il protagonista di un vecchio film, le
discussioni che si accendono fra i ragazzini riguardano argomenti
considerati di estrema importanza… prima di scoprire le ragazze:
quale eroe dei cartoni è il più forte; qual’è la strategia migliore per
vincere una partita a D&D e cose di questo genere… Le sere
d’estate poi sono davvero il massimo, tutti in piazza, con l’asfalto
che ribolle e i grilli che cercano di farsi sentire… divisi per età: da
una parte i più piccoli con genitori al seguito, dall’altra i più
grandicelli ed a margine gli adolescenti, tutti rigorosamente con il
motorino. Piccole trasgressioni consumate all’insaputa degli
adulti, seduti a frescheggiare nei giardini delle case ignari di
quello che i figli combinano… il gusto delle prime sigarette

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fumate nascosti dietro le balle di fieno: l’eccitazione quando le
metti in bocca, il batticuore appena le accendi, le vertigini dopo i
primi tiri e la nausea per il resto della serata… un ricordo che
accende ancora di più la nostalgia e fa venir voglia di accendersi
seduta stante una cicca. Perso in questi dolci pensieri,
improvvisamente mi sono svegliato sulla mia vecchia poltrona, la
schiena indolenzita, le lacrime agli occhi. Ho sceso lentamente le
scale della mansarda, sono entrato in camera dei miei figli e mi
sono messo a contemplare il loro dolce sonno: “Vivete
pienamente le vostre esperienze piccoli, l’infanzia purtroppo
viene una volta sola e vi garantisco, maledettamente ve lo
garantisco che la rimpiangerete per il resto dei vostri giorni,
soprattutto quando, improvvisamente, si insinuerà nelle vostre
narici un dolce odore di fieno!”

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SCOPPIAMIDENTRO
di Miriam Carnimeo e Dario de Giacomo

Nel buio nebbioso che si alza tra queste pietre antiche distinguo la
sua forma di donna: rannicchiata all’angolo del letto dorme e
sorride. La guardo. Un lampo sibila nel volo dei corvi e la sveglia.
Mi sorride ancora. Il suo sapore affiora ovunque, deglutisco forte
annusando la sua intimità a fior di pelle. È notte alta.
Spiegamelo ora questo tempo che si ferma, il piccolo punto che
diventa il perno di una ruota girando lentamente, mentre la tua
pelle incontra i pensieri; abbandono devoto nelle tue mani,
presente che ride di inganni, future parole. Ora sono sola tra i tuoi
denti – mi dice.
Per me è strano! Le mie parole si sfaldano tutte sulla superficie
liscia delle sue cosce. Mi infrango contro di lei, e un’onda di
calore mi risucchia dentro sommergendo i pensieri, sento il morso
delle viscere che si piegano come burro fuso lungo la linea
sinuosa dei suoi fianchi. Il morso che spezza unisce i corpi in un
bacio denti a denti, un ghigno di gioco che si fa sbranare per
amore. Non piove ancora, ma l’aria è gonfia. Il temporale lontano
dietro le montagne, distante da noi.
Ho conosciuto silenzi distanti un giorno di cammino eppure la
donna era là vicina, ora con te io raggiungo velocemente il cuore,
al centro del letto, nel piccolo punto che diventa il perno. Sei una
bambina che si muove già grande. Ti muovi dentro la mia mente,
a tuo agio, assecondando il ritmo del mio corpo. Con un rapido
gesto della nuca scopro il tuo collo sotto la massa nera dei capelli.
Sfioro il mio sesso con le mani.
Tu sai che i sapori non sono acerbi, come il tempo che ci dà

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ragione non è un gioco né un desiderio, ma un sogno che trasporta
un sapore sincero, chiaro.
Mi accarezzi, rassicurandomi: Sono sveglia ed ho il tuo sorriso.
Come io che guardo e penso, sciogliendomi nel pudore e
nell’estremo confine.
Rizzi tutto intero il mio desiderio e nello stesso istante il cuore,
con un solo gesto rapido e l’espressione di un’intensa voluttà
bastarda. Sussurri ancora, mentre le finestre volano in pezzi
dentro il rombo di un tuono, mi parli di noi: Eccomi qui,
finalmente, le tue mani piccole che accarezzano le tempie. Sarò
per te un libro bianco, una storia che desidero scrivere. La pagina
bianca come volto sorridente, la tua mano trattenuta all’ombra di
una sola parola, scoppiami dentro, senza mai aver iniziato, senza
conoscere il finire.
Sono scoperto alle tue parole, completamente nudo, il cuore nudo
in pasto ai tuoi morsi sul collo. Segnami qui. Insegnami l’amore,
segnando il confine del desiderio con i tuoi denti sulla mia pelle.
Le nostre lenzuola fresche di bucato non sanno di fretta, non
rotolano in terra presto dimenticate e affidate ad altri corpi.
Le uniamo un lembo alla volta per fuggire insieme da questa
prigione di carne che alla fine ci libera dentro di noi. Il temporale
che si avvicina sembra darci la voce. Mi chiami, giochi, ti
dimentichi di me per finta, poi ti giri e mi abbracci senza respiro.
Non ho più bisogno del mio respiro. Io e te siamo Uno. Respiro
dentro di te, nel tuo seno, nel tuo corpo, nel tuo fiato che sa di
baci nudi e sigarette. Mi indichi un punto lontano nel cielo e un
punto vicino sul pavimento, dove rotolare sotto la luna, in tondo
nel cerchio della luna. Canti nel buio mentre mi tocchi: la luna
ferma tutto il tempo che ci resta e poi all’improvviso le pazzie, i
sogni ad occhi aperti, quel profumo che ci inebria, libera verità
che ci fa grandi, nessuno spettro infelice che si affaccia al rogo,
poi sul tuo ventre il mio capo a sentire i suoi battiti, uscirai con

26
me.
Ora ti ricordi di me. Mi hai riconosciuto a pelle e solo dopo hai
pensato di avermi riconosciuto. Ma la tua pelle non mentiva. Ora
vuoi che scriva col tuo sapore. Intingo la mia lingua e scrivo versi
sciocchi sulle tue labbra, desiderando che la luna non fugga, che il
giorno diventi ancora ogni giorno il nostro unico testimone di
luce. Ti vedo risplendere nei cerchi di luce: ora io ti inseguo, ma
poi non fuggirò, disegnerò ciò che l’anima vuole tra il profumo di
ginestre ed il sorgere dell’alba come una donna. Occhi intenti, tra
innocenti sapori e lamenti, ispireranno il canto, le mani strette ed i
giorni senza rimpianto.
Solo ora scopro un giardino segreto che stilla profumi carnosi e
inebrianti che danno alla testa. Voglio perdermi dentro di te.
Dimenticare tutto, ricordandomi solo di te. Mi abbandono al
battere e levare della tua schiena, che si gonfia e si distende per
seguire il piacere. Sono ancora adolescente quando mi distendo
accanto al tuo sapore vagamente speziato, che mi racconta di
mare grosso in tempesta e di sale e di spazi infiniti negli occhi
scuri. Ti domino dall’alto di un letto basso che si mette in viaggio
verso il tuo corpo e tu mi lasci fare. Poi ti ritrovo come un’isola in
alto mare e tu senza pericolo mi accogli, salendo dentro di me per
inchiodarmi a questo momento.
Voglia d’amore disperata, non si rassegna, dove il sentimento
appare. Ti agiti chiudendo gli occhi per imparare finalmente a
tacere. Io torno da te non solo come antico vissuto, ma come
giusta porzione nel confondersi delle espressioni. Sarò la prima
via – dici – per regalarti di quest’amore il profumo e una lanterna
per seguirti nell’ovunque.
Scoppiami dentro ora, come temporale che rasserena l’aria viziata
dalle nostre stanchezze: spossatezza di corpi antichi che ora
svaniscono nell’aria; statuine di creta deformi che il loro artefice
ha bruciato. Noi costruiamo la nostra nuova forma, ed è perfetta

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in Uno. Col dito la seguiamo e la inseguiamo. Trovo il tuo cuore
forte e vigoroso e là mi sciolgo liquido dentro di te, superando
ogni resistenza che ancora si attardava dentro i miei muscoli. Tu
lo senti che ora cedo, ridi, sai che combaceremo ancora mille
volte stanotte e domani e fino a quando le stelle ci indicheranno la
strada della prima via.
Sarà l’unica che percorreremo, confondendo le tracce sotto i
nostri piedi. Tu me l’hai indicata prima quando giocavi con le dita
nell’ombra indicando la luna. Polvere d’argento e pulviscolo
azzurrino sotto il baldacchino giallo complice del nostro amore.
Raccogli una pesca e me la porti alla labbra, qui a due passi dal
diluvio, dopo averla addentata. Chi si attarderebbe ora sui
frammenti di vita se possedesse un’intera pesca da portare alle
labbra, succhiando maliziosamente le sue dita?

Scoppia il diluvio ora, fragoroso, e tu scoppiami dentro,


confondendo il tuo respiro con il mio nella tempesta.

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CAPPUCCETTO ROSSO 2010
di GM Willo

C’era una volta…


…beh, lei si faceva chiamare Susy, ma il suo vero nome era un
altro e nessuno lo conosceva, almeno nel quartiere in cui viveva,
che era tutto il suo mondo ormai. La sua storia era iniziata altrove,
in un paesino di campagna, con il padre fornaio e la madre a casa
a badare a lei e i suoi fratelli. La TV le insegnò a sognare e
quando compì sedici anni partì per l’avventura. Non avrebbe mai
immaginato che le uniche avventure che l’aspettavano sarebbero
state quelle nelle camere a buon mercato dei motel vicino
all’autostrada, insieme ai camionisti e agli uomini di Don
Vincenzo.
La serata era a fine. Anche per quella notte si era portata a casa la
pagnotta, della quale solo un terzo le sarebbe rimasta in tasca, una
manciata di euro giusti giusti per saldare l’affitto del suo
monolocale. Sicura sui suoi tacchi a spillo, avvolta in un vistoso
cappotto rosso di flanella, coprì velocemente la strada che
separava il motel dal quartier generale del suo protettore. Gli
avrebbe dato la sua parte, come avveniva ogni sera, e poi
finalmente se ne sarebbe andata a dormire nel suo buco, 28
orgogliosi metri quadri di autosufficienza. Era stanca,
stanchissima. L’ultima cosa che si augurava era proprio ciò che le
chiese il paparino. Era così lo chiamavano lei e le altre ragazze.
Don Vincenzo le si avvicinò con quel sorriso deformato da una
vistosa cicatrice, afferrò i soldi con gentilezza e disse: – Brava
Susy. Hai lavorato parecchio stasera… immagino che sarai stanca
e mi duole doverti chiedere un ultimo favore, ma è appena

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arrivato in città un caro amico con un irrefrenabile bisogno di
compagnia. È un signore importante che sicuramente ti lascerà
una lauta mancia… Ecco l’indirizzo… -
Le porse un foglietto, lei lo lesse cercando di trattenere le lacrime
di disperazione che le salivano agli occhi. Non era il solito motel,
ma un albergo di lusso del centro.
- Ma… è lontano… – cercò di obbiettare lei. Don Vincenzo
cambiò rapidamente espressione, trasformando la sua faccia in un
ghigno.
- Allora inizia a correre bambina, intesi? – incalzò lui. Susy non
poté fare altro che prendere la porta e incamminarsi verso il suo
prossimo incontro.
Doveva attraversare la periferia sud della città, quella che le
persone perbene evitavano anche di giorno. Laggiù succedeva
sempre qualcosa di sbagliato. Il mese prima una sua amica era
stata assalita sa un gruppo di ragazzini, 13-14 anni al massimo.
L’avevano violentata in dieci, picchiata e poi lasciata alla fermata
del tram. Susy si augurò che fosse troppo tardi anche i per i
ragazzini. Erano loro i più pericolosi perché al massimo potevano
rischiare il riformatorio, sempre se la polizia riusciva a
prenderli… Si avvolse ancor più nel suo cappotto rosso e accelerò
il passo. Quando raggiunse il centro della città il cielo ad est era
rischiarato appena dalle prime luci dell’alba.
Porse il bigliettino che le aveva dato Don Vincenzo al portiere
dell’albergo e le porte si aprirono come per incanto. Nel silenzio
innaturale della hall, Susy rimase affascinata dall’ovattata
esperienza del tappeto sotto i suoi tacchi appuntiti. Conquistò
l’ascensore e premette il pulsante numero 12. Provò a risistemarsi
davanti allo specchio, preoccupata per quella punta acida di
sudore che le aveva deformato il suo profumo. Un camionista non
avrebbe notato niente ma questo nuovo cliente doveva essere
qualcuno importante. Si augurava di poterlo convincere a fare una

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doccia prima del rapporto, perché per qualche assurda e
masochistica ragione lei ci teneva ai clienti…
Bussò alla camera 522. Nessuno rispose. Lei si passò una mano
sui capelli ramati, lunghi e leggermente mossi. Bussò di nuovo.
Una voce greve ma asciutta la fece sobbalzare. – Entra! -
Penetrò in una penombra morbosa, alimentata da una piccola
abatjour accanto al letto. L’uomo sedeva su una poltrona
nell’angolo più lontano della stanza, le gambe accavallate, le mani
salde sui braccioli e la testa totalmente immersa nell’oscurità.
- Chiudi la porta – le ordinò. Susy obbedì e quando il chiavistello
elettronico fece scattare la serratura sentì un brivido freddo
percorrerle tutta la schiena. Duranti gli ultimi due anni, ovvero dal
giorno che aveva incominciato a lavorare per Don Vincenzo, si
era trovata spesso in situazioni difficili, ma mai davvero in
pericolo. Una sensazione mai avvertita prima la convinse che
questa volta era diverso.
- Sei carina… – disse lo sconosciuto, rimanendo immobile sulla
sedia. – Spogliati – le chiese poi. L’idea della doccia le era ormai
uscita dalla testa. La paura le ghermiva lo stomaco. Avrebbe
chiuso gli occhi, se fosse arrivato il peggio, pensò. E intanto
incominciò a sganciare i bottoni del suo cappotto rosso. Cinque
minuti più tardi aveva indosso solamente le mutandine a perizoma
e il reggipetto leggermente bombato che dava risalto ai suoi
piccoli seni.
- Benissimo… – commentò lo straniero. – Adesso avvicinati… -
Susy forzò le gambe cercando di muoversi verso il suo cliente,
d’altra parte quello era il suo lavoro. Provò ad aggrapparsi alla
falsa sicurezza di quel pensiero. Due piccoli riflessi cremisi
all’altezza della testa dello straniero la distrassero dalle sue idee.
- Che strani occhi che ha, signore… – balbettò lei, fermandosi di
colpo.
- È per poterti ammirare meglio tesoro… – rispose lui, con una

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nota di stucchevole dolcezza nella voce.
Poi lo sguardo le cadde sulle mani dell’uomo, che sembravano
fare parte della poltrona tanto erano grosse e nodose…
- Lei… – mormorò – …ha davvero delle grandi mani… -
- È per toccarti meglio, piccina… Vieni più vicino… – rispose lui,
immobile.
Infine vide l’abnorme rigonfiamento nei pantaloni all’altezza
dell’inguine. Rimase impietrita a pochi passi da lui. Riuscì a dire:
– Ma che coso grande… -
- È per scoparti meglio, bambina! – terminò lo straniero
avventandosi come un lupo sul corpo seminudo di Susy.
In quell’istante la porta della stanza si spalancò. Un ragazzo, che
solo in un secondo tempo Susy riconobbe come il portiere
dell’albergo, fece il suo ingresso con un fucile a canne mozze
grosso come un cannone. Puntò senza esitazione tra le gambe
dello straniero e fece fuoco.
Il resto sono storie di corse in automobile, passaporti truccati e
vendette trasversali. Il ragazzo riuscì a portare Susy lontano dalla
città, addirittura in un altro paese, pieno di sole e di mare, e laggiù
vissero per sempre felici e contenti.

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ZEUS
di Bruno Magnolfi

I ragazzi della compagnia si erano abbondantemente annoiati


anche quella sera, restandosene lì seduti in maniera scomposta
sulle solite panchine del giardinetto nel loro quartiere. Qualcuno
aveva anche portato due piccoli diffusori per ascoltare la musica,
e per un po’ si era parlato animatamente delle solite cose, ma alla
fine nessuno di loro aveva più saputo che dire, così tutti avevano
finito per ascoltare quelle canzoni in silenzio, senza fare
nient’altro. Ad un tratto, mentre qualcuno già pensava di
andarsene a casa, era arrivata una ragazza col cane, una persona
mai vista che teneva al guinzaglio un grosso mastino, uno di
quelli che è bene tenere alla larga. Lei sembrava tranquilla, ma il
cane continuava a tirarla da una parte e dall’altra, e dopo un po’,
con uno strattone appena più forte, si era liberato dalla debole
presa, iniziando a correre da solo lungo quel marciapiede. La
ragazza si era subito disperata, e aveva chiesto aiuto, così tutti
loro della compagnia si erano sentiti in dovere di correre dietro a
quel cane con il guinzaglio ancora attaccato. “Zeus”, diceva lei a
voce spiegata, “Fermati, dai”, ma il cane continuava a scappare
come giocando a farsi rincorrere da tutti i ragazzi. Due o tre
macchine inchiodarono le ruote quando Zeus decise di
attraversare la strada, ma non successero guai, e la corsa continuò
senza che niente sembrasse arrestarla. A un certo punto la ragazza
si fermò ormai sfinita, e i primi due o tre della compagnia che
erano rimasti fino a quel momento dietro di lei si fermarono
anch’essi, come per cercare di raccogliere le idee e fare il punto
della situazione. Zeus naturalmente era immediatamente sparito
dietro ad un angolo, e la ragazza ansimando aveva cominciato a

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spiegare che il cane non era neanche suo e lei era soltanto una
dog-sitter. Così venne deciso di formare due gruppi, uno che
continuava ad andare dietro al cane, e l’altro che girava attorno al
gruppo di case e cercava di intercettarlo dall’altra parte. Infine,
percorsi qualche altro centinaio di metri, ci si accorse che un
uomo, con molta perspicacia, appena Zeus gli era passato vicino,
aveva sveltamente infilato il guinzaglio dentro ad una sbarra di
un’inferriata, bloccando il cane e salvando la situazione. La
ragazza era felice, ovviamente, e il resto della compagnia lo era
per lei. Vennero fatte le presentazioni e scambiate battute di
spirito, fino a darsi appuntamento al pomeriggio seguente, per
ingaggiare un’altra bella corsa, e per ringraziarlo del suo metodo
contro la noia tutti allora si avvicinarono a Zeus, giusto per
scoprire che era soltanto un grosso cagnone simpatico in vena di
scherzi, ben felice di ricominciare davvero la gara alla prima
occasione.

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UOVA INFRANTE
di Giulia Riccò

Il sole era accecante. L’uomo stava sdraiato sotto la grande


quercia al margine del campo. Sentì alle sue spalle che due
ragazzini si fermavano e bisbigliavano qualcosa tra di loro. Si
mise ad abbaiare come se fosse un cane feroce.
- Vecchio pazzo, hanno ragione al villaggio sei solo un vecchio
pazzo – gridò uno dei due mentre l’altro prendeva la mira e gli
lanciava un sasso colpendolo alla testa.
- Lasciatelo stare. Stupidi! – gridò improvvisamente una voce
femminile. I ragazzi le fecero il verso e ridendo sguaiatamente
corsero via veloci sulla strada bianca che conduceva al villaggio.
- Sta bene signore? – disse una bambinetta chinandosi sul vecchio
che si teneva la testa colpita.
- Si non ti preoccupare Sara – sorrise il vecchio uomo. – Vai pure
o farai tardi, lo sai che non vogliono che ti fermi qui.
La bambina si alzò titubante. Lo guardò un attimo poi corse via
veloce verso casa.
Il vecchio si alzò in maniera straordinariamente agile, si pulì
l’abito polveroso e si avvicinò a una strana rete penzolante piena
di tentacoli. L’accarezzò appena e questa prese vita muovendo i
lunghi tentacoli verso il vecchio e stiracchiandosi appena. Due
occhi enormi apparvero nel bel mezzo della rete.
- Su, fammi passare devo andare a lavoro fra poco calerà il sole! -
La rete occhiuta si scostò e con uno delle sue lunghe braccia alzò
una porzione circolare di terreno come se fosse fatta di carta.
L’uomo ci sparì dentro come inghiottito.
Ora il vecchio si trovava in un edificio fatto di pietra. Era mutato,

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non più vecchio, lurido di terra e polvere, con i vestiti laceri,
indossava una tunica nera, il volto bianco perlaceo, gli occhi
leggermente incavati cerchiati. I capelli corvini che andavano in
ogni direzione. Si stirò appena sbadigliando. Ai suoi piedi, si
muoveva magicamente un cesto di vimini ricolmo di uova
trasparenti. Ogni uovo al suo interno aveva qualcosa di fumoso
che si muoveva e assumeva una colorazione o bianca o nera.
- Forza Salar andiamo, dobbiamo riporre i sogni al loro posto. – Il
cesto di vimini seguì l’uomo lungo un corridoio che aveva due
porte. Una saliva verso la luce ed era bianca, la seconda scendeva
nelle ombre ed era nera.
A un cenno dell’uomo le due porte si aprirono. L’uomo prese in
mano il primo uovo. Era bianco. Sotto, inciso sul guscio, era
scritto un nome.
- Sei fortunato sta sera Teodoro – bisbigliò piano poi, con voce
tonante: – Teodoro Ichins, Sogno – e aprì la mano. L’uovo fluttuò
attraverso il corridoio come sospinto dal vento delle parole
dell’uomo ed entrò nella porta bianca, si andò a sistemare in un
poggia-uovo sotto il quale c’era scritto il nome di Teodoro Ichins.
La mano affusolata dell’uomo raccolse un secondo uovo questa
volta era nero.
- Oh non mi dispiace nemmeno un po’ per te caro Seamus
O’Donnel – ghignò malignamente, poi con voce di tempesta disse
– Seamus O’Donnel, Incubo. – Anche quest’uovo cominciò a
fluttuare lentamente sorretto da mani invisibili.
Continuò così per diverso tempo fino a che non prese in mano un
uovo nero. Il fumo al suo interno era così scuro e si dimenava
tanto da far sembrare l’uovo fatto di pietra più che di vetro.
Guardò il nome inciso sul fondo: Sara McCallaghan. Rimase a
fissarlo per qualche minuto poi, lentamente, lo lasciò scivolare
per terra. L’uovo si infranse e il fumo nero ne uscì con un urlo
dolente e si disperse nell’aria. Come se nulla fosse accaduto il

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Signore dei Sogni, si voltò e aprì una porta alle sue spalle sulla
quale c’era scritto “Sogni Liberi”. Allungò la sua mano diafana
verso uno dei milioni di uova che erano nella stanza. Era
totalmente trasparente, la nebbiolina dentro non aveva colore ed
era immobile. Con l’unghia dell’indice sinistro scrisse sul fondo il
nome di Sara. Subito la nebbia prese vita e si colorò di una
moltitudine di colori.
- Stanotte sognerai ciò che più ti piace cara Sara – disse
dolcemente mentre accarezzava l’uovo.
- Sara McCallaghan, Sogno libero. – L’uovo fluttuò e si andò a
mettere nello spazio che aveva lasciato vuoto dentro la stanza dei
sogni liberi. Sotto c’era il cartellino con scritto il nome di Sara. Il
Signore dei Sogni sorrise poi, sbadigliando, fece un movimento
sopra i cocci dell’uovo rotto. Questi sparirono in un baleno.
Si stiracchiò nuovamente e riprese a smistare le uova che
rimanevano nel paniere.

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L'UOMO NERO
di Miriam Carnimeo

L’uomo nero ha sempre avuto mani vanitose, ciondolavano


stanche all’inizio, stremate dalle fuliggine e dagli acidi che gli
corrodevano la pelle fino alle ossa. Di notte però cambiavano, alla
luce della luna gli sembravano di nuovo belle, con armoniche dita
dipingere paesaggi sempre verdi, di quelli che non conoscono
stagioni, se non quella che risponde ogni giorno con la vita alla
morte pressante di ogni sogno colpito a morte. Il mattino come
una ruota sempre uguale ricominciava identico, i minuti scanditi
da azioni meccaniche. Cominciava in bagno con l’acqua che
doveva svegliarlo da un sonno troppo corto e terminava con il
chiudersi in un cappotto sottile, troppo leggero da sopportare, per
un freddo d’aria che lo soffocava di polvere e ghiaccio. Aveva
preso l’abitudine di contare i suoi passi, guardava le sue orme
tracciare un percorso che, girata la testa, gli recava conforto: stava
ancora camminando, era ancora vivo e quelle tracce erano
testimoni di un esistenza vissuta nel vuoto dei fumi che
macchiavano il suo volto fino a nascondergli la faccia.
Aveva tre figlie femmine, la più piccola non riusciva a guardarla,
perché da sempre desiderava un figlio maschio nell’illusione di
sentirsi eterno in un cognome che gli sarebbe rimasto fino alla
fine dei suoi giorni. Ma Dio non aveva mai ascoltato i suoi
desideri. Gli aveva tolto il padre in giovane età, e la sua infanzia
l’aveva trascorsa sui tetti delle case a lanciare molliche di pane ai
piccioni che invadevano le strade. Ricordava ancora con stupore
le grandi navi che tagliavano il mare, cercando di essere un bel
marinaio che silenzioso corteggiava l’unico amore possibile, il

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mare.
Le sue giovani mani sapevano raccogliere ogni suo dono, lo
sfamavano e lo riempivano, le guardava scintillare nell’acqua forti
nelle prese, audaci nei movimenti. Quanti sogni, bellissimi,
perché semplici, realizzabili perché umili. Ma il destino come
cattivo antagonista lo aveva privato di ogni cosa, lasciandogli solo
bocche da sfamare e un lavoro che con il tempo gli andava
rubando ogni entusiasmo: l’amato tempo del passato, e i colori
necessari per vivificare il suo presente.
Quando la moglie rimase incinta, aveva pregato per un figlio
maschio, un piccolo ometto che lo accompagnasse nelle sue
fantasie, a cui insegnare i misteri della notte ed il linguaggio
silenzioso dell’acqua. Ma quel mattino lo strillo tanto atteso fu
quello di un’altra femmina, non volle vederla, strinse i pugni a
trattenere la rabbia e indossando il suo solito cappotto si trascinò
in fabbrica rimanendo muto alle domande insistenti dei suoi
sfortunati compagni di vita. Un giorno ne raccoglieva un altro.
Strada di sempre. Entrava dalla stessa porta macchiando qualsiasi
cosa nelle sue vicinanze e la moglie lo seguiva con uno straccio,
facendo smorfie fastidiose sul volto, ingrossando la sua ansia e la
sua voglia di fuggire. Per quanto tempo ancora sarebbe riuscito a
far finta di non aver più desideri, di non avere più voglie, neanche
quella più naturale di fare l’amore e di andare a ballare?
I suoi ricordi erano tutto ciò che aveva. La sua insonnia rievocava
l’antica voglia di vivere che come unica complice gli apriva la
testa costringendolo a chiudere gli occhi. Lui ballava sui tavoli
mentre i suoi amici allegri battevano le mani e poi la musica,
quella musica! Sorrideva, illuminato solo dalla luce dei lampioni
che ferivano il buio della sua piccola casa. La testa stretta tra le
mani ancora sporche era diventata nel tempo così piccola, come
una scatola a pressione pronta a scoppiare. I respiri delle piccole
lo svegliavano sempre da ogni illusione. Quel tempo non sarebbe

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mai più tornato.
Un giorno si svegliò così stanco da decidere di cambiare. Indossò
un abito pulito e in silenzio cominciò a dipingere. La mano
tracciò la sagoma di una donna con una testa di luna poggiata su
un muro, come se dormisse. Tutto intorno una notte senza stelle
sfumata solo da una luce naturale ma di grande intensità. La più
piccola delle figlie intanto piangeva, sua madre l’aveva immersa
nella vasca e la strofinava per schiarirle la pelle. Voleva
presentarla a suo marito come nuova, farla amare con il viso
pulito, l’abito bianco e le scarpe lucide. Quegli strilli gli fecero
tremare le mani, sbagliò, uno scatto incise sulla tela un segno
mostruoso, esasperandolo, facendogli perdere ogni controllo.
Cercò di calmarsi così si sedette su una sedia, chiuse gli occhi e si
sforzò di ritornare al suo più bel ricordo: era sulla riva, una
piccola radio che trasmetteva canzonette allegre, il sole gli
arrossava con una carezza il volto e l’aria fresca gli entrava nelle
narici mentre lo stomaco la seguiva. Qualche minuto più tardi
qualcuno alitava sul vetro della porta e delle piccole dita
scrivevano messaggi, la sua bambina sorrideva, la si sentiva
ridere. Ricordava bene il suo sorriso, in un giorno di cui non
ricordava più l’inizio, sua moglie lo chiamò per mostrargli una
cosa. La sua bambina dormiva e sorrideva mentre sognava. Pensò
solo che era bello perché anche se appena nata riusciva a ridere
dei sogni!
Spalancò la porta e la guardò negli occhi come se si stesse
guardando in uno specchio.
- Perché piangevi?
- Perché non si insiste nel lucidare quello che è già pulito!
L’uomo nero sorrise divertito. Quella bambina era già una donna,
che sollevava pesi d’anima come si sciolgono fiocchi.
- Sai ballare ?
- No!

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- Allora sali sui miei piedi e tu comincia a cantare.
L’uomo nero è mio padre, e questo, il suo sogno migliore: il mio
domani.

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LA FILOSOFIA DEL CALCIO SECONDO IL CARRAI
di Gano

Non sono mai stato uno sportivo, anche se devo ammettere che il
tennis è un bello spettacolo; pulito e preciso, un gioco di linee e
rimbalzi, dritti e rovesci che ha tutta una sua musica. Se poi è
giocato dalle signore, con quei loro completini corti, candidi
come le confezioni dei confetti, allora ci puoi perdere anche un
paio d’ore davanti al maledetto schermo, con la Vecchia Romagna
a farti compagnia, la boccia s’intende… Ma il calcio proprio non
mi è mai andato giù, per due ragioni in particolare; primo, la
versione al femminile praticamente non esiste, secondo, perché
non sono mai riuscito a capire come cavolo funziona quel
maledetto fuorigioco. Comunque al bar qualche partita la guardo,
anche perché la domenica non si scappa, son tutti in prima fila a
vedere il campionato. Spesso rimango al banco a far compagnia
alla Giorgia, lontano dalle urla degli sciamannati, ma le
domeniche in cui la prosperosa figliola di Aldo il barista è di
festa, mi aggiro come un’ombra attorno al cuneo di sedie che si
forma davanti al vecchio televisore Mivar, volgare anfiteatro dei
nostri tempi.
Un giorno decisi di sedermi accanto al Carrai, irriducibile
settantenne che non si era perso neanche un programma di
campionato fin dai tempi del povero Paolo Valenti e forse anche
più indietro. Il Carrai aveva la fissa del calcio ma era, a differenza
degli altri tifosi del bar, un tipo molto tranquillo. Non l’avevo mai
visto accanirsi per un fallo, un errore arbitrale, una sostituzione
contestata o qualsiasi altro evento che solitamente scatena
nell’animo del tifoso medio un attacco fulminante di ulcera. Se ne

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stava defilato sul lato destro dell’anfiteatro, le mani strette sui
braccioli di plastica della sedia, il capo puntato verso lo schermo
che gli si rifletteva crudelmente sulla testa calva. Era terminato il
primo tempo e quasi tutti se n’erano andati a prendere il caffè o il
grappino, oppure erano fuori a fumarsi la sigaretta o a chiamare la
moglie o la ganza o che so io… Così presi posto accanto a lui e
gli chiesi subito com’era la partita, non perché m’importasse
qualcosa ma per capire un po’ che tipo era questo misterioso
Carrai, che a parte il buongiorno e buonasera non parlava mai con
nessuno. Lui continuò a fissare la TV, mentre passavano la
reclame di un auto che prometteva miracoli e prestigi di un
mondo schiavo del consumo, e per un attimo mi chiesi se non
fosse un po’ sordo.
- Non c’è male – disse di colpo, e mi sorrise, o così mi pareva
perché ancora rimaneva girato.
- Chi vince? – replicai io.
- Pareggiano, uno a uno. Tutte e due le squadre stanno facendo un
buon gioco, e non hanno paura di rischiare. Potrebbe venir fuori
un bel secondo tempo – rispose lui, continuando a guardare lo
schermo, e poteva averci le sue ragioni dato che in quel momento
una bella figliola, dopo essersi spruzzata di deodorante, se ne
sculettava via lontano dalla cinepresa.
- Sai, io non ci capisco molto di calcio… – cercai di giustificarmi.
- Il calcio è l’unica cosa vera che ci è rimasto.
- Che vuoi dire?
- Il calcio, per dire lo sport in generale, è l’unico spettacolo di cui
ti puoi ancora un po’ fidare. Il resto invece è tutto deciso a
tavolino… – ripeté con convinzione il mio amico, e questa volta
si era girato per guardarmi in faccia.
- Vabbé, ma il mondo dello sport, specialmente quello del calcio,
è marcio fino al midollo – imputai io, sicuro della mia posizione.
Rimasi invece sorpreso da quello che quel vecchiuccio tirò fuori.

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- È vero, il mondo del calcio è pieno di gente orribile, ma una
volta che quei ventidue decerebrati incominciano a correre come
forsennati dietro un pallone, tutto ritorna in mano al fato. E poi si
sa, la palla è rotonda…
- Scusami sai, ma non credo di aver capito – ammisi io, pensando
che avrei avuto bisogno di un’altra sambuca.
- Il meccanismo del mondo del calcio fa schifo, ovviamente. Il
più ricco si costruisce la squadra migliore e, molto spesso, vince i
titoli. I tifosi sono dei debosciati che arrivano ad ammazzarsi per
uno sbaglio arbitrale. I giocatori sono dei busti con le gambe ma
privi di testa. I giornalisti che commentano le partite sono
assolutamente patetici. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Ma c’è
una cosa che è irremovibile e cristallina, il risultato finale della
partita. Quello è e rimane. Nessuna televisione o testata
giornalistica potrà mai confutarlo. È quella la cosa bella del calcio
e dello sport in generale. Non tanto le classifiche, ma il risultato
dello scontro singolo. Perché può capitare a volte che i campioni,
ricchi e privilegiati, vengano strapazzati da una squadretta da due
soldi, e allora è lì che godo!
L’aveva vista lunga il mio amico Carrai. In effetti oggigiorno
quando prendi un giornale in mano non sai più a chi credere.
Politica, cronaca, arte, spettacolo, economia… Apparentemente
tutti sembrano dire una cosa diversa, ma se poi scavi un po’ più in
profondità ti accorgi che stanno tutti dalla stessa parte, e alla fine
non ci capisci più niente di quello che davvero succede nel
mondo. Poi arrivi alla pagina dello sport, e finalmente puoi rifarti
gli occhi. Non con gli articoli, bada bene, ma coi i risultati. I
risultati non mentono. Son come la matematica, o la sambuca con
la mosca.
“Giorgia, versane un’altra vai!”

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L'ESPRESSIONE BEFFARDA
di Bruno Magnolfi

É sotto al mio piede sinistro tutto il segreto. Fin da quando ero


piccolo si era rivelata una strana macchia nella pianta di quel
piede, dapprima appena accennata, poi con gli anni sempre più
chiara, che a dire la verità non mi aveva mai dato fastidio, anzi,
mi aveva spesso fatto ringraziare la natura per non averla piazzata
in parti del corpo ben più vistose, ma che verso la maggiore età
era andata ancora trasformandosi, assumendo poco per volta i
contorni della faccia di qualcuno, un’espressione arcigna di un
essere che pareva rivelarsi così. A quella età già da tempo tenevo
ben nascosto quel mio segreto, innanzitutto non parlandone mai
con nessuno, e quindi neanche nei documenti di identità era
riportata quella mia caratteristica; e in ogni caso, se qualcuno
durante le mie attività aveva visto la macchia, io ero sempre stato
pronto ogni volta ad inventarmi che era semplice inchiostro molto
lento a sparire dalla pelle, pestato per sbaglio mentre camminavo
per casa con i piedi nudi. Neppure i miei genitori mi avevano più
chiesto niente, visto che alla fine, oltre al colore della parte
inferiore del piede, non avevo mai avuto altri disturbi, ma negli
ultimi tempi mi ero sempre più reso conto che quella macchia
scura era qualcosa di più di una semplice macchia. Mi ero
osservato quasi ogni giorno il piede sinistro, appoggiando a terra
nel bagno di casa, con la porta ben chiusa a chiave, uno specchio
pulito in una zona del pavimento fortemente illuminata, e mi ero
così reso conto che l’espressione della faccia raffigurata sulla mia
pelle andava mutando. L’impressione era forte, camminando
sentivo prepotentemente quella presenza sotto di me, forse dentro

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di me, e in qualsiasi momento della giornata, ogni volta che
appoggiavo il mio piede sinistro per terra, mi ritornava alla mente,
lasciandomi impossibilitato ad ignorarla. Non riuscivo ormai più
a capire se quello che entrava poco per volta dentro di me fosse
un male od un bene, fatto sta che non mi sentivo come gli altri,
c’era qualcosa in cui differivo da tutti. Quella faccia era un essere
che agiva dentro di me, lo avvertivo, ne coglievo a ogni passo la
presenza inquietante, e la sua influenza era sempre più netta, ogni
giorno più forte. Spesso i miei piedi camminando mi portavano
dove volevano, senza che io potessi far niente per imporre la mia
volontà, e sempre più difficile diventava la mia vita con gli altri:
ero continuamente ad inventare delle scuse, a fingermi
smemorato, depresso, sbadato, ma ogni cosa oramai mi spingeva
verso una solitudine che era un rifugio più che una aspirazione.
Quella faccia era lì, era qualcuno, con la sua espressione beffarda,
ormai non importava neppure che la guardassi dentro allo
specchio: era dentro di me, chiudevo gli occhi e mi appariva
evidente, stagliandosi chiara nel buio. Negli ultimi tempi iniziai
sempre più a pensare che quella fosse la faccia della mia vera
persona, e quando ero solo avevo preso a parlare con lei e a
interpretare le risposte contorte che arrivavano direttamente nella
mia testa: sempre più mi trovavo a compiere atti che nei tempi
passati non avrei mai preso in considerazione di fare, ma adesso
neppure mi ponevo il problema, era così, sapevo dentro di me che
era impossibile oppormi. Ma una sera, mentre passavo lungo una
strada periferica, vicino a un cantiere dove degli operai avevano
acceso un falò con dei grossi pezzi di legno, mi sentii attratto da
quel loro fuoco, da quelle braci rosse e scoppiettanti; la faccia
sotto al mio piede mi indicava di andare vicino a quelle fiamme,
quasi di adorarle, come fosse un elemento della mia natura, ma io
fui svelto, più di qualsiasi pensiero divergente: tolsi la scarpa e
col mio piede nudo andai a pestare quelle braci infuocate,

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cancellando quella faccia dal mio piede ed annullando la sua
espressione beffarda.

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FUGADIOMBRE
di Dario de Giacomo

La cecità! Sarebbe un sollievo per me ora?


Appena sveglio ho accostato di nuovo l’orecchio alla finestra, per
sentire le voci del mare. La stanza dove abito è tutto un pullulare
buio di ombre, che sfilaccia la solidità delle pareti. È una strana
giornata di ardori spenti. Se ripenso all’inizio, a come tutto è
proseguito dopo, penso che sarebbe inutile accecare di bianco le
mie pupille. Intorno a me un sentore di vita salmastra gocciola sui
muri. La prima notte dopo la partenza di Carmen fu una notte di
preveggenza. Ma io ignorai i segnali di quella sera d’agosto,
scavai ostinatamente tra il ciarpame accumulato nei quindici anni
della nostra convivenza: cercavo solo una traccia che mi guidasse
fino al centro delle sue ragioni.
Sbarrate le imposte di legno per tenere fuori i rumori della strada,
nel silenzio mi sembrava di soffrire meno. Forse per un istante
riuscii anche ad assopirmi. Il cuore mi rimbombava dentro sempre
più veloce, inseguendo le orbite di pensieri maligni. Ce n’era uno
con la punta velenosa. Nel dormiveglia lo vedevo chiaramente
davanti agli occhi, talmente acuminato che avrebbe attraversato la
pelle bianchissima e delicata di Carmen, spaccandola. La parete
di fronte sbiancava.
Se solo fosse possibile – ripetevo con l’ingenua insensatezza di
chi non crede al pericolo, eppure lo tiene in mano. Mi afflosciai
fino all’incoscienza. Sul muro si disegnò la figura di Carmen. Le
mie pupille dilatate vedevano le immagini di noi due, insieme in
quella stanza. Lei era lontana e sorridente, rideva di un riso nuovo
che non le avevo mai conosciuto quando stava con me. E

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accadde.
Il muro si sfibrò perdendo consistenza, come se il collante che
teneva insieme tutti gli elementi della parete si smagliasse senza
cedere. Sulla parete c’era una parola, simboli che non riuscivo a
leggere. Le lettere urlavano direttamente nel mio cervello.
Occhiali: una parola sola, incoerente perfino per un’allucinazione.
Allora affondai le gambe nella melma di una corsa attraverso le
stanze e la parola mi teneva dietro. Quasi sfondai la porta della
camera di mia sorella: era calda e sicura.
Occhiali – Occhiali – ripeteva la voce.
Mia sorella era di spalle, con la Cavalcata delle Valchirie che
ingurgitava l’aria a tutto volume. Quando la afferrai si girò e mi
sorrise, calmando l’ansia irragionevole che mi segregava tra le
pareti e la voce.
Occhiali! – I suoi occhi erano liquidi e incolore, densi di una
melma incosciente senza pupille. Anche lei sorrideva.
Stavo per vomitare, superai la porta per rientrare nella mia stanza.
La macchia era già là, solo un po’ più in basso di dov’era prima,
ora anneriva il comodino. Appoggiati sul bordo di marmo c’erano
degli occhiali rotondi, azzurrati, con una solida montatura di osso
marrone. Me li sistemai sul naso e la mia angoscia si calmò, come
l’esaudimento di una preghiera. La macchia svanì in un
chiaroscuro indistinto. Notai subito che dai cristalli emanava una
pallida luminescenza calda e colorata. Mi piacque quella
sensazione di calore che partiva dai vetri per diffondersi prima sul
viso e poi dentro, dentro la mia testa. Un punto scuro al centro
delle lenti mi consentiva di fissare con chiarezza il pensiero sulle
immagini.
Lentamente cominciai a capire la strana virtù degli occhiali, che
riversava i colori solo all’interno. Fuori, invece, il vetro proiettava
solo un bianco nero senza sfumature, però si poteva concentrare
lo sguardo. Mi sentii al centro della stanza, del mondo e di me

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stesso, quando fissai lo sguardo in quel punto scuro. Carmen
ormai era solo una silhouette insignificante, piatta come tutto il
resto che mi circondava. Stentavo addirittura a credere di aver
diviso il mio letto con quella cosina scialba. Bastava concentrare
un solo pensiero per annerire la sua immagine, annullarla
definitivamente per sempre. Il potere delle lenti verso l’esterno
era davvero tremendo. Tanto potente fuori, quanto sicuro e
tranquillizzante all’interno. Davanti a quegli occhiali perfino dio
era solo un giocattolo dipinto sui muri senza prospettiva.
Blu intenso, indaco, verde bottiglia. Io, solo Io immerso in un
mare di gradazioni diverse. Tu – urlai – sei solo una sfumatura
priva di spessore. Posso cancellarti con uno sguardo.
Ma anche in un mondo monotono arriva la notte, progredendo
flebilmente dal nero a un nero più scuro. Il muro di fronte si
annerì, tutto si macchiò di nero, dissolvendosi sotto il mio
sguardo concentrato. La stanza si era amalgamata col buio fino a
sparire, sentivo solo gli odori e i rumori del mare. Fu allora che
cominciai quasi a dubitare delle mie infinite tonalità.
Dove avrei potuto specchiarmi? Dove far esplodere i miei colori?
Una distesa monocroma ingoiava le sfumature e i riflessi. Sì, i
riflessi! Era quella la soluzione, pensai. C’era uno specchio nella
mia stanza e prima che la luce si affievolisse dovevo specchiarmi.
E accadde.
Il lampo dei miei colori divampò nel buio. Erano così intensi da
accecarmi, provocandomi uno svenimento. Caddi riverso sul letto.
Furono i rumori della strada a riportarmi bruscamente indietro
alla coscienza. Ebbi paura che gli occhiali si fossero spaccati nella
caduta, ma erano intatti, ancora integri in quella sfavillante luce
argentata di notte alta. Vidi il blu della notte striato dal chiarore
lattiginoso di luna. Carmen però non c’era, se n’era andata
davvero.
Provai l’impulso fortissimo di urlarle contro il mio risentimento.

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In questa vertigine io ero qui da solo, e lei in giro con la sua
massa di capelli biondi e profumati, la sua carne sfiorata da tanti
sguardi diversi. Di nuovo quel senso di vomito. La gelosia mi
raggelava, specchiandomi ora in bianco e nero dentro un mondo
di colori.
Da allora è così: sono una figura monocroma, circondata da
infiniti toni di vita colorata. Ed ora anche se mi accecassi, il
bianco negli occhi non cancellerebbe le immagini che ho visto.
Occhiali – Occhiali – ecco che sento di nuovo quella voce. Dentro
di me le ombre stanno crescendo, c’è solo il rumore del mare a
farmi compagnia. Gli occhiali sono solo una speranza di vedere.
Senza colori, senza occhiali, senza… speranza.
B u i o.

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BIRRA O CASETTA IN CANADA?
di GM Willo

“Ecco, vai là e scrivi” mi dice mia moglie, come se potesse


servire a qualcosa, che io manco ci riesco a mettere una parola
dietro l’altra senza fare errori. Però è convinta che mi faccia bene,
che in questa maniera possa schiarirmi un po’ le idee. “Forse non
riuscirai a risolvere i tuoi problemi, ma quando avrai scritto tutto
quello che senti almeno scoprirai che cos’è che non va!” Ma io lo
so cosa non va… Non sono io che non funziono, è la maledetta
strada…
Sono nato trentacinque anni fa nell’ignoranza, tra le urla di mia
madre che dal pianerottolo inveiva contro mio padre, buono a
nulla ma non poco di buono. Mio padre era un tipo docile, che
però faceva sempre i cazzi sua, di conseguenza la famiglia veniva
al tredicesimo-quattordicesimo posto. Mia sorella era più grande
di me di sette anni. Si levò dai coglioni al tempo giusto e adesso
inveisce dal pianerottolo contro Enzo, suo marito, perché la vita
t’infinocchia in questo modo, col gioco della ruota. Tutto torna
come prima, se non dai un bello strattone…
La scuola è stata traumatica. La scuola andrebbe vietata ai minori
di ventun anni. È qualcosa di devastante, dalla sveglia la mattina
che ti rapisce dal tepore delle coperte e dai sogni bagnati di
fanciullo, all’entrata in classe con le gelide sferzate dei soliti bulli,
e poi le occhiate alle ragazze che bisbigliano alle tue spalle e
t’immagini chissà quali nefandezze sul tuo conto stiano pensando,
fino alla traumatica interrogazione alla cattedra, durante la quale
il professore gode del piacere di esserti sopra, in posizione
erotica, un caprone col membro duro e rosso che sta per infilzare

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il tenero culetto dello studente. La scuola ti fa perdere la
verginità, non quella sessuale ma quella dell’anima. Insomma, la
scuola non si può dire che mi sia piaciuta, e per questo
abbandonai i sogni di medico alla terza liceo. Nessun rimpianto.
Se vedo i medici che ci sono a giro, schiavetti delle multinazionali
farmaceutiche, non posso che ritenermi fortunato. Però l’altra
opzione era il ristorante dei miei, e ciò voleva dire turni sfiancanti
e domeniche col grembiule, e non insieme agli amici in campagna
o magari al mare. Mi accorsi ben presto di aver scelto la strada
meno agevole, ma che ci volete fare. Non che non mi avessero
avvertito, ma a quell’età non capisci una sega e pensi che sia tutta
discesa. Beh, finché hai la forza dei vent’anni tutto in effetti
sembra filare liscio, anche quando dormi un paio d’ore a notte e ti
sballi fino all’alba. Lo sballo, appunto, uno dei miei problemi.
Inutile che ci giri intorno, se proprio devo scrivere di me sarà
meglio affrontare subito l’argomento “alcol”.
Il problema è che sono assolutamente convinto che l’alcol faccia
bene. Non sto scherzando. A me mette benissimo, e adesso
penserete male… Ma no, non nel senso dello sballo in sé.
Conosco un fottio di gente che con due birre in corpo mettono a
soqquadro la casa, picchiano gli amici, urlano alla compagna… Io
invece più bevo e più sto tranquillo. Un bonomo… Un bonomo
brillo… Però si arriva a trent’anni con la pancetta e i fumi del
dopo sbornia che ti rimescolano le carte della vita, ti svegli dopo
l’ennesima notte brava e ti chiedi quanto ti resti, quanto ancora
puoi andare avanti così. Son domande del cazzo, che fanno troppo
male, e allora ti accendi un cicchino e non ci pensi più. Vai a
lavoro, il solito ristorante, e in Italia ti devi ritenere fortunato se
lavori dieci ore il giorno metà delle quali a nero, sei giorni su
sette… caffè, convenevoli con i colleghi, solito tram tram fino a
pranzo e poi s’incomincia col primo mezzino. Da lì in poi tutto
diventa sfumato, semplice, tranquillo, e fatevelo dire in tutta

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sincerità… sbagliato!
Ma forse non è neanche questo il vero problema perché, come vi
dicevo all’inizio, ciò che non funziona nella mia vita è quello che
si trova fuori da quella porta, sui luridi marciapiedi della città. La
strada… L’ho sempre odiata, anche se ci sono praticamente
cresciuto nel mezzo. La strada ti vuole duro, cazzuto, impassibile
alle emozioni degli altri, dritto sulla schiena, lo sguardo puntato
avanti, il pugno chiuso e pronto a scattare. La strada è il ceppo
dell’anima. Ti tiene ancorato a terra, si insinua nelle tue vene,
provocandoti prima dolore e poi dipendenza. Quand’ero giovane
amavo le gite al mare con gli amici, oppure a volte andavamo a
fare trekking, che io duravo poco per via delle sigarette ma
comunque mi divertivo da matti. Ricordo che adoravo quei posti
desolati, quelle distese sconfinate, la natura, il cielo, i profumi.
Sognavo una casa in campagna dove dare le feste, ritrovarsi,
ridere e bere con gli amici. Col tempo abbiamo smesso di fare
queste gite, ognuno preso dai suoi interessi e dal lavoro. Oggi non
riuscirei a star lontano dalla città per più di un fine settimana. È
come se ne avessi bisogno, se sentissi il richiamo della strada,
della dose giornaliera di cemento e ferro, di benzene e grigiore, di
caos e disperazione. Perché sono questi gli odori che si
percepiscono nelle strade della città, eppure ne siamo attratti, ne
sentiamo il bisogno. Sapete quale è il nome per quella cosa che ti
fa stare male ma non ne puoi fare a meno, no? Ok, cara
mogliettina, ho scoperto qual’è la mia droga. Che facciamo
adesso? Traslochiamo e tentiamo di recuperare questa maledetta
carcassa d’uomo?
Cinzia la conobbi per vie traverse. Era l’ex ragazza di un vecchio
compagno di scuola che beccai per caso in un locale del centro.
Lei era lì con lui ma già non stavano più insieme. Ci sedemmo a
parlare, in principio temevo che fosse scorretto darle toppe
attenzioni, ma mi piacque fin dal primo sguardo. L’amico capì la

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situazione e ci lasciò da soli. Il resto son storie di intese, passioni,
interessi in comune, progetti, traguardi e futili contratti
matrimoniali. Cinzia è la cosa più bella che mi sia capitata, e forse
se me lo chiedesse potrei anche pensarci di mollare tutto per la
fantomatica casetta in Canada, ma so che non lo farebbe mai
perché lei mi conosce bene e sa che è meglio evitare di trovarsi in
debito nei miei confronti. Si, anche per questo sono un bastardo.
È un talento malignamente sublime quello di far sentire in colpa
chi ti ama, ed io quest’arte la pratico ad occhi chiusi, in scioltezza,
completamente ignaro dei suoi effetti collaterali.
Cazzo, come è vero quello che ho appena scritto. Ci starebbe bene
una birra adesso, tanto per non pensarci. Tanto per non
rileggermi. Perché tutto si decide al bivio, anche quello
apparentemente più innocuo… Birra o casetta in Canada?
E se le proponessi di andarcene con la bottiglia in mano, che ne
pensate?

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UNA SERATA BEN INIZIATA
di Massimo Mangani

Fredda e piovosa sera invernale; il bar di via Pistoiese è


praticamente deserto, il ticchettio della pioggia sull’asfalto si
confonde con la musica della radio all’interno del locale.
Mario è seduto ad un tavolino, uno di quelli di plastica bianca da
quattro soldi ricoperto da una tovaglia a fiori mezza bruciacchiata
dalle cicche di sigaretta.
Il cartello “vietato fumare” appeso dietro al bancone è soltanto un
invito, visto che tutti gli avventori, anche i ragazzini hanno la loro
immancabile bionda fra le labbra. Per la verità in quel quartiere
tutte le leggi sono considerate “consigli” e l’unica vigente è quella
della strada, fatta rispettare dai boss che dettano le regole e
impongono sanzioni.
Con l’ennesimo bicchiere di vinaccio rosso tra le mani, Mario
pensa che quella serata è iniziata molto bene, i soldi racimolati in
giro sono sufficienti per contenere la crisi di astinenza dall’alcool
ed eventualmente per un pompino con la ragazza albanese che
batte in fondo alla strada; la sua vita è talmente disastrata che gli
basta davvero poco per sentirsi realizzato.
E poi deve festeggiare anche per un altro motivo, dopo una lunga
battaglia infatti è riuscito ad ottenere l’assegnazione della stanza
che occupa abusivamente da anni e, nei rari momenti di lucidità
arriva a rendersi conto che per lui quella è stata l’unica vittoria in
cinquant’anni di esistenza randagia.
Un vero lavoro non lo ha mai avuto ed ha sempre vissuto di
espedienti fin da bambino, quando per pochi spiccioli era disposto
anche ad andare a letto con qualche pedofilo schifoso che gli

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sbavava dietro.
Inutile nasconderlo, questa è la routine per chi non pesca il
biglietto giusto, fame e miseria stanno lì a farti compagnia e
regolano in tutto e per tutto la tua esistenza.
Mario continua ad ingurgitare quel liquido rossastro che scende
nello stomaco facendolo avvampare e ad ogni sorso il cervello gli
si offusca sempre di più, gradualmente si distacca dalla realtà
entrando in una dimensione ovattata, soffusa, quasi da sogno, o da
incubo. D’altronde quella è la sola via di fuga, l’ancora di
salvezza che lo ha tenuto a galla tutti questi anni permettendogli
di allontanare l’idea di farla finita una volta per tutte. Qualche
volta ci ha pensato: una corsa notturna fino alla ferrovia,
scavalcare la recinzione ed attendere che il treno spazzi via tutte
le sue sofferenze.
Benché nel quartiere sia conosciuto, la sua morte passerebbe
praticamente inosservata, dato che non è mai riuscito ad entrare
nel giro grosso facendosi un nome. Ma la serata è iniziata bene,
con i soldi ma non solo, infatti ha preso la decisione di presentarsi
l’indomani mattina presso un centro specializzato nella
disintossicazione dall’alcool. Non che non ci avesse mai provato,
tutt’altro, ma la spinta motivazionale era stata sempre molto
debole e dopo gli incontri preliminari aveva lasciato perdere.
Questa volta il gioco è diverso, c’è di mezzo l’amicizia con una
ragazza, una volontaria che lo va a trovare a casa un paio di volte
la settimana e passa qualche ora a parlare con lui.
Dato che nonostante tutto è un uomo tranquillo, l’assistente
sociale lo ha inserito nel progetto “aiuta un amico”, gestito da
volontari che cercano di prendersi cura di persone come lui. Gli è
toccata una giovane studentessa universitaria, non proprio carina
ma molto simpatica che è riuscita a conquistare la sua fiducia ed
anche un po’ il suo cuore.
Durante uno degli ultimi incontri hanno avuto una discussione e

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la ragazza ha minacciato di non andare più a trovarlo, a meno che
non avesse tentato nuovamente di disintossicarsi.
Adesso se ne sta lì a trangugiare quel vino cattivo meditando sul
fatto che la ragazza, di nome Francesca, l’indomani lo
accompagnerà per la seduta preliminare. Forse questa volta ce la
farà a cambiare davvero, a diventare una persona lucida, con
qualche possibilità di trovare finalmente un lavoro per
mantenersi.
Insieme all’assegnazione della casa, Francesca era un’altra cosa
positiva nello squallido panorama della sua vita. È talmente
assorto nei suoi pensieri che non si accorge della porta che si
apre, dell’imponente figura che entra nel bar roteando lo sguardo
alla ricerca di qualcuno, proprio lui.
Improvvisamente sente una morsa possente intorno al collo, viene
sollevato di peso e scaraventato in avanti contro il tavolino. Il
barista rimane impietrito, ha perfettamente compreso quello che
sta accadendo e non ha il coraggio di intervenire; nel locale non
c’è più nessuno, e comunque nessuno si sarebbe mosso.
L’energumeno che ora sta tenendo Mario per il collo è una
persona ben nota nel quartiere, si è fatto vent’anni per omicidio e
una volta uscito ha continuato a delinquere: spaccio, sfruttamento
della prostituzione, usura.
L’errore più grande che Mario ha commesso è stato quello di
rivolgersi a quel delinquente per un piccolo prestito, circa 1000
euro, sapendo che non avrebbe mai potuto restituirli. Dato che la
somma non è molto consistente, ha confidato nella clemenza
dell’usuraio che conosce le sue condizioni di vita; il problema è
che anche una somma così piccola, per uno strozzino è sempre un
affare e che mostrarsi buoni, per uno strozzino, può essere
controproducente.
Non riuscendo a respirare, Mario cerca di dimenarsi ma viene
trascinato fuori dal bar; ha appena smesso di piovere ma l’aria è

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sempre umida, l’asfalto brilla del riflesso dei lampioni accesi.
- Dove sono i miei soldi, bastardo!
Un pugno lo colpisce al volto tramortendolo, cade all’indietro
proprio mentre il bandone del locale si abbassa, ci sbatte la nuca
ed il rimbombo risuona per tutta la strada. Una tapparella viene
chiusa in fretta e furia nel palazzo di fronte, un calcio lo
raggiunge allo stomaco, rimane senza fiato. Fortunatamente
l’alcol ingurgitato funge da anestetico quindi il dolore non è
troppo eccessivo. Sente l’inconfondibile sapore del sangue in
bocca, due mani lo afferrano e lo sollevano, non ha la forza di
reagire, l’usuraio è più forte e probabilmente è sobrio, gli afferra
la testa e ripete la frase: - Dove sono i miei soldi, bastardo!
L’ultima cosa che percepisce prima dell’arrivo della polizia è il
crack del suo cranio che si spacca. Morirà dopo tre giorni di
agonia, a causa di mille sudici e maledetti euro.
Al suo funerale c’è soltanto una ragazza che singhiozza con gli
occhi arrossati dalle lacrime.

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COME UN FILO DI MIELE STRETTO IN PUGNO
di Miriam Carnimeo

Mi preparai con la massima cura. Cercavo spasmodicamente un


vestito bianco, da indossare in quell’occasione. Lo trovai
nell’armadio di mia madre. Strappati via i nastri che
appesantivano la sagoma, tagliai via l’ultimo lembo che copriva le
ginocchia, poi piegai con garbo le maniche sin quasi ai gomiti. Di
fronte allo specchio infilai me stessa in un immagine diversa che
nei suoi riflessi raccontava di un desiderio alimentato e nutrito
come un avido figlio, un figlio che ai primi morsi della fame urla
nello stomaco il suo bisogno d’abbandono. Ancora pochi minuti.
Sul cornicione di una finestra guardavo i bimbi giocare con
l’acqua, i piedi scalzi, le risate che echeggiavano nel vuoto.
L’acqua schizzava ovunque, frammentandosi nella polvere
sollevata dai pesi dei loro piccoli corpi: per loro nessun timido
nascondiglio. Hanno fianchi senza la speranza di uno sguardo che
li blocchi, cuori puri mescolati all’inganno di una miseria che
conserva il suo più antico sorriso senza la paura di farne parte, ma
conosce abiti e costumi, li indossa e li intona: eppure la vedrai
sempre ritornare alla sua nudità.
Che bella vita! Anche ad occhi aperti si riesce a sfiorare il gusto
semplice del proprio correre in disparte, toccandosi, percorrendo
campi, seguendo i propri passi in un sorriso costante. Per questo
non mi sono mai piaciuti i grandi, con le loro mani a frugarmi tra
i capelli, cogliendo i sintomi del mio corpo che cresceva in un
tempo mai stato mio. Legati i capelli, mettiti le scarpe, non
scendere le scale saltandole a gruppi, questo non lo dire, chiudi le
gambe quando ti siedi, non spiare gli uomini dietro le finestre.

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Invece io li guardavo, alitavo sui vetri scrivendo il mio nome sui
loro corpi felici, aldilà delle trasparenze, oltre qualsiasi superficie.
Gli uomini seminavano, le donne raccoglievano, e il sole e la
pioggia col tempo li mangiavano. Guardavo la porta sempre
chiusa, spesso bussavo da sola al mio limite da oltrepassare.
Amavo allora come adesso, con il cuore di una bambina, senza
conoscere la vergogna della mia nudità, né il peccato di un
abbraccio stretto, dove naturalmente si percepisce il contorno e il
trasporto. Desideravo conoscere l’uomo, senza interesse per i
sogni, né le proiezioni di domani.
Amato presente, io ero viva! Guardavo il vento passare e gioire
nella peluria che si ergeva vitale. Io sentivo! Ma poi un uomo, che
cosa ne avrebbe mai fatto di me? Dopotutto dovevo solo stringere
i pugni per rimanere in equilibrio, mettere i capelli dietro le
orecchie e guardare con chiarezza la strada aperta e la sua
immagine che mi aspettava ansiosa. Quella porta fu aperta. Molti
fuori dalle loro case mangiavano e parlavano con la bocca piena,
io respiravo nell’aria ogni senso d’unione, il pensiero come un
serpente lungo 148 passi.
Lui fu con me, ma era un idiota, si stringeva i genitali per avere
fiducia; io mangiavo ancora un gelato quando il corpo mi venne
spezzato, ma finalmente me ne liberavo mentre lui lo mordeva
dolorosamente. La mia testa piegata all’indietro guardava solo il
mare. Lui sembrava dirmi, guarda me e non farà male, smetti di
pensare al cielo che muore, pensa al sole, come un albero pensa al
sole e le nuvole da lontano chiuderanno il cerchio. Osservai me
stessa e mi accorsi di avere le mani fredde e le labbra sporche.
Ogni cosa, ogni ombra, ogni suono mi dimostrarono di essere un
desiderio scemato, un vero dolore senza una forma. Io pensavo a
come un solo uomo avesse così tanti bisogni: – Vorrei che fossi
diversa da come ti desidero, Vorrei che facessi finta di
dormire,Vorrei che fossi brutta perché sei tanto bella da sembrare

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finta, Fammi sentire quanto ti piace, Ti voglio e non so perché. -
Allora curiosavo tra quei pensieri, riconoscevo l’illusione
camuffata che corteggiava lacrime chiuse e odori amari. Come
giocata dalla fantasia mi sentivo l’unica ad essere rimasta sveglia
invece che riposare. Scivolai via da lui e mi rimisi in piedi, lui
continuò, continuò da solo! Tornai a casa e riaprii quella porta,
mia madre pesante mi chiese:
- Com’è andata?
- Bene, lui mi ha morso, ma perché era felice!
- Ti è rimasta attaccata alla pelle l’odore del posto da cui sei
venuta – mi disse mia madre – spesso succede e succederà ancora.
Saranno in molti a riconoscersi in quell’odore e a riconoscerti solo
per quello. Dovevi fingere di non amarlo per lasciarlo sognare.
Adesso, io chiudo le gambe quando mi siedo, scendo le scale
lentamente una ad una, lascio il cuore da solo con le sue idee, e
riconosco un uomo quando lo vedo, con i tacchi ci spacco le noci
e gioco con i bambini dentro l’acqua. Però Amare mio se tu fossi
un uomo, continueresti a chiedermi un giorno e nient’altro… Ma
quanta paura abbiamo di essere felici, è meglio sognarlo
quest’amore ma solo per la paura di viverlo. Prevedibile, retorica
finzione, nel credere di vivere, sognando di entrare in anime avare
e nell’ancora sbagliare.
- Tieni, prendi il mio corpo, grande come il sogno di un uomo.
Click.

TRAFIGGI E FUGGI

E negli occhi il tuo sorriso,


che non so raccontare.

Il sogno vola felice,


aggrappato al mio destino.

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Si aggira,
illuminando l’intenzione di un tramonto che non sembra finire.

I capelli fanno acrobazie,


si tuffano nello stupore di un’anima che comanda,
la tenerezza di un tempo che riempie i giorni.

Perdere per esistere,


tanto quanto basta per somigliare alla tua mano,
che non leggo frettolosamente,
che non piego,
che non lascio ad aspettare.
Trafiggi e fuggi,
sorridi ancora,
mentre io rifletto di quanta verità si ascolta,
in un afferrabile giorno ormai scomparso,
che gratta lo splendido vivere
e l’aria fresca dell’alba.

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UNA DONNA ESTROVERSA
di Bruno Magnolfi

La donna allo specchio si osservava i piccoli difetti del viso.


Avrebbe dovuto uscire di casa tra non molto, ma siccome si
doveva incontrare con alcune persone tra cui un uomo che lei
reputava bello, tutto questo la metteva in forte disagio. I loro
rapporti erano soltanto di lavoro, non sussistevano dubbi su
questo, però ciò non significava affatto che lei dovesse sfigurare
al suo fianco, recandosi a quella colazione tra colleghi d’ufficio.
Così, dopo molte incertezze, aveva infine deciso quale vestito
indossare tra i tanti possibili, un abito che si adattasse meglio al
suo spirito, al suo essere, alla sua interpretazione del momento, e
in conseguenza, aveva anche deciso con quale colore ombreggiare
gli occhi e le labbra. Aveva passato mezza mattina ad osservare le
stoffe, i colori, le sfumature, a definire come voleva che fosse la
giornata che aveva di fronte. Ma adesso, dopo che si era osservata
a fondo nei particolari che vedeva riflessi dentro allo specchio,
aveva capito che c’era qualcosa che non tornava sulla sua faccia.
Improvvisamente, guardandosi dentro a quel rettangolo senza
segreti, si era come resa conto di sentirsi diversa da come
effettivamente lei era. La sensazione provata era del tutto
particolare: si trattava del fatto che lei, dentro di sé, era un’altra
persona rispetto a come era fuori. Non se ne era mai resa conto
fino a quel giorno, ma la sua faccia, la sua espressione, il suo
viso, non corrispondevano affatto a ciò che lei pensava di sé. Era
come se la persona che la stava guardando allo specchio fosse
un’estranea, un’altra donna, e questo era spiacevole, una
sensazione senz’altro antipatica. Cercò di conservare la calma,

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sistemò alcune cose del tutto marginali, tanto per prendere tempo,
cercò di pensare a degli argomenti di cui avrebbe voluto discutere
durante quel pranzo, ma poi, inevitabilmente, tornò di nuovo a
guardarsi dentro allo specchio. C’era poco da farsi illusioni, lei
non era se stessa, era inutile cercare scusanti con il rossetto o il
periodo di stanchezza. Era difficile spiegarsi una cosa del genere,
e soprattutto diventava complicato presentarsi ad altre persone
con un interrogativo del genere dentro alla testa. Si concentrò su
alcune piccole rughe che potevano essere coperte con del fondo
tinta. Accese lo sguardo con un ombretto deciso sopra le palpebre.
Disegnò le sue labbra con del rossetto perfetto per ciò che
desiderava mostrare. Infine era pronta, ma la sua messinscena non
corrispondeva a se stessa. Cercò di pensare qualcosa di diverso,
ma la sua mente andava verso quel suo sentirsi una persona
diversa da come effettivamente lei era. Uscì di casa ed il suo taxi
arrivò dopo un minuto. Cercò di osservare il suo sguardo nello
specchietto della vettura mentre dettava l’indirizzo del ristorante,
poi, come vinta dalla situazione, si rannicchiò in un angolo del
sedile posteriore. Arrivò che tutti ormai erano in sua attesa. Si
fermò in una posizione qualsiasi, aspettò che gli altri, anche quel
bello che si mostrava in splendida forma, si voltassero verso di
lei, e infine disse, attirando l’attenzione di tutti: “Scusate, forse
non dovevo neppure venire, ma oggi per me non è proprio la
giornata più adatta. Sto male, ma non è questa la cosa importante;
il problema è che non so cosa mi stia succedendo, cosa stia
attraversando la mia povera testa…”. Gli altri l’applaudirono, era
bello che qualcuno fosse più estroverso di tutti.

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STILETTO
di Morgendurf

Seduta sul lettino, nel giardino di casa, guardava i propri piedi


nudi accarezzare l’erba soffice, morbida ed umida. Le sensazioni
che ne riceveva erano seducenti, anche se avrebbe preferito
sentirli stretti ed avvolti in un paio di décolleté di vernice. Come
quelle che aveva indossato quella volta.
Da giorni si stava chiedendo come fosse finita in quella storia.
Entrata, scivolata, catapultata. Nulla accade per caso, nulla
avviene perché non lo si voglia. Più e più volte si era ripromessa
che non ci sarebbe più ricascata, per tutte le volte che ne aveva
sofferto fino a starci male, fino a farsi del male, procurandosi quel
dolore fisico, a lei utile, per lei indimenticabile, un monito a non
offrire più né a donare ancora se stessa, nella sua totalità, ad un
uomo. Invece si preparava accuratamente e piena di entusiasmo
per ogni appuntamento, per qualsiasi incontro, per lui.
La precisione e la cura che vi dedicava, l’euforia che
accompagnava ogni suo pensiero, tramutandolo poi in azione, si
mescolavano a mille dubbi e ripensamenti, dettati dal fatto che lei,
per l’ennesima volta, era la seconda nella vita di qualcuno. Quella
con cui trasgredire, lasciandosi andare a tutte quelle fantasie
celate ai più, quella da nascondere e da tenere nascosta
all’ufficialità – fidanzata, compagna, convivente o moglie che
fosse, amici, parenti, persino vicini di casa -, con cui giocare e
divertirsi. Niente di più. Null’altro.
Quante volte si era sentita dire, dopo un incontro frettoloso e
scandito dall’orologio, da telefonate o da sms ricevuti dal suo
partner, dopo un appuntamento fissato da tempo e poi disatteso da

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controparte, frasi come: “Io non me la sento di togliere qualcosa a
lei”, oppure una delle tante giustificazioni “Mia madre si è sentita
male e sono dovuto accorrere da lei”, “Il capo ha indetto una
riunione all’ultimo momento e devo presenziare”, “Non posso,
non so come giustificare una mia assenza serale in casa”.
Scuse, cui faceva finta di credere. Stilettate, apparentemente
piccole, ma che entravano dentro. Sapeva benissimo che
derivavano anche da ripensamenti dell’ultima ora, da una sorta di
conflitto dell’Io tra parti oneste e parti disoneste, da una scissione
presente e mai risolta, da operazioni difensive, messe in atto per
disconoscere sia la realtà interna sia quella esterna, mettendo in
sacco, ed in scacco, la verità. Rispondeva, in maniera che poteva
sembrare del tutto arrendevole, mascherando qualsiasi perplessità,
con un: “Pazienza, non ti preoccupare, sarà per la prossima
volta”; ma, in cuor suo, sapeva perfettamente che una prossima
volta non ci sarebbe mai stata. Stilettate.
A tutto questo pensava anche quel giorno, nel solito bar, dopo
aver girovagato per un po’ in una città frenetica, attendendo di
vederlo. Un incontro che avrebbe potuto durare anche solo pochi
minuti, giusto il tempo per un caffè o un aperitivo sorseggiato in
piedi, al banco. Le riecheggiavano in testa le sue parole, di
qualche giorno prima: “Non voglio più farlo al park, lo trovo
squallido”. Stilettata.
Squallido il fatto che lui non avesse alcun posto da offrirle, se non
la sua auto, il parcheggio ove giornalmente la posteggiava, o la
solita strada isolata, immersa nella campagna circostante. Sudicio
il fatto che non avesse pensato ad un’alternativa degna della casa
di lei, che gli era stata aperta. Scortese il fatto che non
approfittasse dell’assenza della lei ufficiale per offrirle
accoglienza. Sleale il fatto che non si fosse mai adoperato per
trovare per una valida soluzione alternativa, sicura, comoda e
degna di lei e per lei. Stilettate.

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Come quel giorno: nel parcheggio dove lui l’aveva presa per
provare – era la prima volta per lui – l’ebbrezza del rischio,
incuriosito da un racconto di un’esperienza simile da lei vissuta
anni prima, l’aveva apostrofata con: “Sei una zoccola”. Stilettata.
Era arrivata con qualche minuto d’anticipo, com’era solita fare; si
sedette al tavolino posto all’angolo estremo rispetto all’ingresso,
aveva iniziato a bere il solito tè. Per ingannare l’attesa si mise a
leggere uno dei quotidiani a disposizione del locale. Lui arrivò da
lì a pochi minuti, ordinò un caffè nonostante l’orario fosse più
consono per un aperitivo, chiacchierarono del più e del meno
sull’andamento delle rispettive giornate. Le propose di seguirlo al
parcheggio, per proseguire la chiacchierata in maniera più
tranquilla e lontano da occhi indiscreti; pagò e si avviarono. Lei
sapeva che non vi sarebbe stata alcuna conversazione verbale, ma
solo fisica, corporale, sensuale. Dal modo in cui lui l’aveva
guardata mentre erano rimasti al bar, per come le aveva sfiorato
liberamente i piedi e le mani, per come i suoi occhi si erano
soffermati sulle décolleté di vernice, sui tacchi a spillo, aveva
capito che l’eccitazione gli aveva impadronito la mente, si stava
muovendo all’interno dei boxer, tendendo in maniera evidente ed
imbarazzante la stoffa dei calzoni.
Entrarono nell’ascensore, durante il tempo necessario a scendere i
quattro piani stettero uno di fronte all’altra, appoggiati alle pareti
metalliche, guardandosi in silenzio. Una volta arrivati al
posteggio 35D, lui la attirò a sé, baciandola e premendole il
ventre contro il suo. L’erezione era esplicita e tangibile. La afferrò
per mano e la condusse dietro l’auto parcheggiata, tenendola
stretta. Rimasero in piedi, continuò a baciarla, afferrandole i
capelli in maniera forte e decisa, mentre una mano si insinuava
sotto la gonna. Non indossava alcun indumento intimo, come le
aveva ordinato di fare ogni qualvolta si fossero incontrati in
pubblico. Le accarezzò il pube perfettamente depilato, all’infuori

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di quella centrale e sottile linea che conduceva al sito del piacere.
Le dita scesero lentamente, percorrendola tutta, fino ad arrivare al
bocciolo che si ergeva, voglioso ed impertinente, tra le labbra.
Conosceva le sue speranze ed aspettative, che lui indugiasse un
po’ su di esso, ma lo ignorò, volutamente, come intenzionalmente
tralasciò di assecondare i suoi desideri. La mano continuò la sua
discesa, fino a fermarsi all’ingresso della languida fessura, la sua
seconda bocca. Si accorse che lei era bagnata, e questo elemento
aumentò la sua eccitazione. Si mise le dita in bocca, per
assaggiare i suoi umori.
“Questo è il tuo sapore, mi piace il tuo sapore”, le disse,
continuando ad affondare la lingua nella sua bocca, come fosse il
suo pene. Una mano iniziò a giocare col suo clitoride, a disegnare
dei cerchi attorno ad esso, accarezzandolo e pizzicandolo fino a
farlo diventare caldo, rosso e turgido. Infilò due dita nella sua
vagina: era morbida, ardente, stillante desiderio, il rifugio
preferito del suo membro. L’altra mano pizzicava i suoi capezzoli,
procurandole quel dolore che a lei piaceva, che lo eccitava.
“Che cosa vuoi fare? Vuoi farmi venire? Qui? Adesso?”, gli
chiese con un filo di voce, accompagnato da un alito caldo.
“Sì, voglio che tu goda qui, ma prima di farlo devi chiedermi il
permesso, e mentre vieni voglio che tu me lo dica, me lo devi
urlare.”
Attorno a loro i rumori dei motori delle auto che arrivavano e se
ne andavano, lo stridio delle gomme sul pavimento liscio, di
portiere aperte e richiuse, di passi che si avvicinavano e che si
allontanavano. Una colonna sonora che avrebbe potuto
rappresentare un problema per lui; tutti lo conoscevano, e lui
conosceva tutti, se qualcuno lo avesse visto lì, in quel momento,
in quella situazione, in compagnia dell’ufficiosità sarebbe emerso
tutto il suo squallore. Forse, anzi sicuramente, sarebbe diventato
oggetto di gossip, la cui eco avrebbe potuto raggiungere anche le

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mura domestiche. Quella circostanza, quella evenienza, quella
possibilità lo preoccupava e lo infiammava al tempo stesso, la
temeva e contestualmente la desiderava, sommandosi
all’eccitazione che ormai gli aveva invaso ogni parte del suo
corpo.
Continuò a toccarla come gli piaceva fare, percepiva dai suoi
spasmi, dall’intensità del respiro che lei, da lì a poco, gli avrebbe
posto la fatidica domanda, ed avrebbe iniziato a gridare, una volta
ottenuto il suo consenso. E così avvenne, mentre fremiti
attraversavano il suo corpo che si ergeva tremante sugli alti tacchi
a stiletto. Un’ultima esplorazione tra le sue grandi labbra, le dita a
controllare il livello della bollente umidità che da lì a poco lo
avrebbe ospitato. Con un movimento deciso la girò, la fece
posizionare col busto steso sul cofano dell’auto, una gamba alzata,
appoggiata su di esso, la gonna alzata a lasciarle scoperti i glutei
ed i fianchi. Quella visione lo eccitava ancor di più. Quante volte
aveva visto quella scena in uno dei tanti film che aveva
noleggiato, o in uno dei numerosi siti per adulti che frequentava
ed a cui era iscritto. Ed ora la finzione era diventata realtà, per la
seconda volta. Il suo fallo si appoggiò tra le natiche, indugiò per
un attimo all’ingresso di quell’apertura che era ancora integra, che
avrebbe voluto esplorare, essere il primo a violare quella
verginità. Invece scese, tenendola stretta per i fianchi entrò con un
colpo deciso, circondato dalle pareti calde, umide e pulsanti della
sua vagina. Iniziò a muoversi dentro di lei, con colpi sempre più
accelerati, con una mano le afferrò i capelli costringendola a
girare la testa, si abbassò scopandole la bocca con la sua lingua,
seguendo il ritmo che il suo pene stava impartendo più sotto.
“Non so quanto resisterò, non riesco a controllarmi.”
“Vieni quando vuoi, io sono pronta per te.”
Il suo membro divenne durissimo, lei sporse il bacino verso di lui
per farlo entrare più a fondo, muovendolo per avvolgerlo al

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meglio, accompagnando il tutto contraendo e rilasciando i
muscoli pelvici, la gamba ancor più alzata per lasciargli ampio
margine di manovra, il tacco appoggiato sul paraurti a far da
perno. Lui continuava a penetrarla con forza, con una voglia
animalesca che, fino ad allora, gli era sconosciuta, il desiderio di
possederla invadeva ogni cellula del suo essere. Lui esplose tutta
la sua libidine, la riempì con fiotti caldi e pulsanti, malfermo sulle
gambe che davano segni di spossatezza, mentre lei continuò a
contrarsi quasi volesse succhiarlo, come se al posto della vagina
ci fosse la sua bocca. Si accasciò sopra di lei, petto contro
schiena.
“Girati, voglio baciarti”, un bacio lungo e tenero, svuotato della
carica erotica di prima, ma altrettanto piacevole, forse ancora di
più. Fu costretto ad uscire da lei, non poteva indugiare oltre, non
poteva trattenersi oltre il consentito, l’ufficialità lo stava
attendendo a casa. Si ricomposero, cercando di nascondere i segni
di ciò che era accaduto, anche se i segnali che i loro occhi
emanavano erano inequivocabili. Per lei questo non rappresentava
alcun problema, non aveva nessuno con cui giustificarsi, ma per
lui era diverso. Si accomodarono in auto, mentre salivano i piani
che li avrebbero condotti all’uscita del park incrociarono altri
veicoli, con a bordo persone a lui note.
“Abbiamo rischiato, pensa se, poco fa, uno di loro mi avesse visto
con te.” Stilettata.
“Era un rischio calcolato, lo sapevi, e non mi sembra che ti abbia
turbato più di tanto.”
“No… anzi, mi è piaciuto.”
Mentre lui guidava, dirigendosi verso la sua auto parcheggiata
poco distante, le disse: “Quando arrivo a casa devo farmi
immediatamente una doccia, devo togliermi di dosso il tuo
profumo. Non voglio che lei se ne accorga.” Stilettata.
“Poi, sicuramente dopo cena, devo lavare l’auto. Ho visto che sul

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cofano ci sono le impronte del tuo corpo, ed anche quelle delle
mie mani. Se lei le vede, viene fuori un casino.” Stilettata.
Accingendosi a scendere dall’auto lui la salutò come fosse una
semplice conoscente, senza stabilire quando e se sarebbe
avvenuto un successivo incontro tra loro, lasciandola
nell’incertezza di un loro possibile e futuro contatto, se di
persona, se telefonicamente, o altro. Stilettata.
Fece pochi passi, si girò un’ultima volta per salutarlo con la mano,
il suo sguardo si pose sul paraurti anteriore destro. Un tacco a
spillo, appuntito come uno stiletto, aveva lasciato un solco, di
forma vagamente circolare, scalfendo anche parte della vernice
metallizzata. Una ferita inconsciamente inferta, forse, su quel
bene di sua proprietà, da lui considerato alla stregua
dell’ufficialità, più importante di un’amante. Di lei.
Lo guardò con un sorriso sibillino, lanciandogli un ultimo bacio
prima di dirigersi definitivamente verso la sua automobile.

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WHITE AS THE SNOW
di Massimo Mangani

Biancaneve si affacciò alla finestrella della piccola casetta


sperduta nel bosco, guardò l’orizzonte e si convinse che
fortunatamente la sua matrigna non l’aveva ancora scovata.
Chissà che colpo sarebbe stato se la povera vecchiarella avesse
scoperto che i sette nani erano in realtà spogliarellisti rimorchiati
un giorno di tempesta nel pub vicino al porto, e che per rendere la
storia della sua vita adatta ai bambini aveva mentito tutti quegli
anni. D’altra parte soltanto un ingenuo avrebbe davvero creduto
che una sventola come lei si fosse intrattenuta con degli sgorbi
poco cresciuti, senza neanche consumare la dolce compagnia.
Quanto al soprannome, beh mica c’entrava davvero la “neve”, o
meglio non l’acqua congelata caduta dal cielo ma quella dolce
polverina bianca che i suoi cavalieri le portavano ogni sera dal
night dove si esibivano e che lei sniffava avidamente prima di
sbatterseli tutti e sette contemporaneamente. Dopo tali
performances, per diverse ore continuava a vedere farfalle di carta
volare ed uccellini che le parlavano, e quello era l’unico effetto
collaterale.
In effetti la possibilità che la matrigna la trovasse costituiva un
problema non da poco, in fondo le aveva voluto bene e si sentiva
in colpa per averla fatta passare da strega, descrivendola come
una donna senza scrupoli, pronta a tutto pur di primeggiare,
manco fosse una concorrente del “Grande Fratello” o di “Amici”!
Il fatto era che con i bambini quella storia funzionava, erano anzi
quasi entusiasti e gli psicanalisti speculavano tantissimo con la
menata della matrigna come incarnazione del lato “oscuro” della

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madre, una sorta di “Dart Vader” al femminile! Chissà cosa
avrebbe potuto dirle per giustificarsi, magari avrebbe potuto
inventare la storiella che: “mi son persa nel bosco ed ho
incontrato un vecchio lupo pedofilo, ma i ragazzi mi hanno
salvata e non potevo non essere riconoscente”, ma già quella
sbarbina di Cappuccetto Rosso l’aveva adoperata per giustificare
la sua scappatella con il cacciatore… e poi lo sapevano tutti che il
suo soprannome derivava dal fatto che utilizzava profilattici
aromatizzati alla fragola per fare i pompini! Cenerentola per lo
meno era stata molto più onesta sposando l’unico uomo che
avesse mai davvero amato, anche perché il suo lesbismo era ben
noto e le sorellastre si erano adirate così tanto perché non
potevano più usufruire dei suoi “servigi”! Doveva riconoscerlo,
quando era preoccupata le piaceva sputtanare tutti e non era
escluso che prima o poi non avrebbe scritto un libro da far
pubblicare alla casa editrice del “Presidente”.
In lontananza vide arrivare una figura esile, vestita di nero… cielo
la matrigna! Non aveva proprio intenzione di affrontarla quindi si
vestì in tutta fretta e sgattaiolò fuori dall’uscita sul retro, iniziò a
correre verso il bosco e fece perdere le proprie tracce.
Cammina cammina incontrò un uomo nudo che mostrava
fieramente i propri tesori: povero Imperatore, gli piaceva talmente
tanto fare l’esibizionista che si era inventato di sana pianta una
storiella su certi abiti nuovi, invisibili, vendutigli da due furfanti
venuti da lontano! Una volta, fuori dalla scuola elementare aveva
rischiato il linciaggio quando i bambini, a metà fra il divertito e lo
spaventato avevano iniziato a gridare: “Il re è nudo! Il re è nudo!”
Che storia!
Cammina cammina incontrò Pinocchio e la Fata Turchina; prima
o poi avrebbe dovuto prendere a quattrocchi la ragazza e rivelarle
che quello che si ostinava a succhiare così avidamente altro non
era che il naso!

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Cammina cammina incontrò Alice che a furia di calare acidi era
rimasta nel Paese delle Meraviglie peggio di Sid Barrett ed era
stata soprannominata “Comfortably Numb!”
Cammina cammina trovò Aladino che volava felicemente su un
tappeto, a quell’ora si augurava che Jasmine lo avesse lasciato
perdere, a quarant’anni non era ancora cresciuto!
Alla fine, giunta sulla strada maestra incontrò finalmente il
Principe Azzurro, che poi era un negro alto un metro e novanta,
che la invitò a fare un giro sulla sua nuovissima Porche Cayenne
bianca. Biancaneve non se lo fece ripetere due volte: al diavolo la
matrigna e quei sette spogliarellisti squattrinati!Così, dopo un giro
sul Grande Raccordo Anulare Biancaneve andò a casa del
Principe, si fece mettere incinta, gli fece causa per il
mantenimento dei figli (due gemelli) ed ottenne un assegno di
diecimila euro al mese.
Da quel giorno visse per sempre felice e contenta!

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IL CORAGGIO DI UNA SOLUZIONE
di Bruno Magnolfi

La vicenda era ordinaria. Un innamoramento giovanile in un


paesino campano: un ragazzo e una ragazza che si giurano amore
eterno salvo perdersi pochi anni dopo, risucchiati da altre cose, da
altre vicende, per poi rincontrarsi dopo molto tempo, ambedue
sposati, lei trasferita a Roma, lui rimasto lì ma sempre in giro, a
lavorare come rappresentante di commercio, e scoprire di essere
stati frettolosi, di aver compiuto uno sbaglio clamoroso. E così il
seguito è scontato, l’inizio di una relazione assurda respirata per
mezza giornata ogni due mesi, quel vedersi quasi da ladri, durante
incontri clandestini complicatissimi, veicolati su numeri di
telefono segreti, fingendo indifferenza rispetto alla fatica di
intrattenere una cosa di quel genere, giusto per continuare a
giurarsi amore eterno nonostante figli e coniugi. E poi quel giorno
strano, quando i pensieri dentro alla testa sembrano diversi, per
lui che torna da una delle volte in cui è riuscito a vederla, solo per
due ore, e quel ragazzo per strada che chiede un passaggio perché
c’è uno sciopero dei mezzi pubblici: a Mario piace la sua faccia
simpatica, lo fa salire sulla sua auto, forse ha già in mente di
parlare con lui, di fargli ascoltare la vicenda della sua vita, perché
non si conoscono, può dire la verità su tutto, finalmente può
sfogarsi. Il ragazzo si chiama Antonio e lo ascolta volentieri,
senza interrompere, senza fare espressioni di commento. Ha la
faccia intelligente quel ragazzo, tra pochi esami sarà ingegnere, lo
dice all’inizio con orgoglio perché è la cosa migliore che ha fatto
in vita sua, anche se una vita vera ancora non ce l’ha, ma ascolta
Mario con attenzione, capisce di essere vicino a qualcosa di vivo

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e di vibrante ed elabora a modo suo, poco per volta, dentro la sua
testa piena di formule e teorie, tutta la vicenda. Mario entra nei
dettagli, spiega la sua vita assurda, quel vivere collegato ad un
numero di telefono segreto che ogni tanto tira fuori, come un
talismano, ed a volte accarezza come fosse una persona. Gli
spiega e si spiega e mentre parla dipana la sua vita anche a se
stesso mentre guida, dando una concretezza alle cose che forse
non ha mai avuto; a tratti si interrompe, è come se toccasse con
mano per la prima volta le cose che cerca di spiegare, è come se
non ci avesse mai pensato in quella maniera, la maniera che
adesso gli suggerisce la logica dell’ingegnere, quel ragazzo dalla
faccia intelligente che gli siede a fianco, e intanto cerca di
interpretare anche il suo pensiero, il suo modo distaccato di
ascoltare quei discorsi, e si sforza di incarnarsi in lui, di essere lui,
in modo da avere un parere diverso dal proprio, più obiettivo. Si
fermano a mangiare, non c’è problema, paga tutto Mario, gli
interessa troppo entrare nei dettagli della sua vicenda, fargli
ascoltare al ragazzo fino all’ultimo particolare delle sue cose,
fargli comprendere il motivo per cui si è ridotto così, a fare il
commesso viaggiatore dei propri sentimenti. Mangiano, prendono
un caffè, una grappa, ci vuole proprio, e poi via, di nuovo sulla
strada, e Mario che parla, parla ancora di sé, di quello che ha
pensato quando è stato prima e di ciò che è diventato adesso, di
lei, quello che ha detto e fatto, e di lui, e di ciò che si dovrebbe, o
si potrebbe, oppure che sarebbe stato. Poi arrivano, finalmente, e
Antonio ringrazia di tutto, deve scendere, deve proprio andare,
resta in aria una pausa improvvisa che niente può riempire, e
Mario ferma l’auto con le doppie frecce, si volta verso il ragazzo,
lo implora mentalmente di dargli la sua benedizione, ma tutto è
tirato come un arco teso nello sforzo massimo. Antonio lo guarda,
pronto con la sua opinione che ha trattenuto tutto il tempo, sa che
è importante ciò che deve dire, sa che non può sbagliare il suo

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giudizio, quel parere non richiesto, e conserva ancora la sua faccia
intelligente, ha ancora gli occhi svegli, l’espressione fresca, non
può dire una cosa qualsiasi ma solo quello che ha pensato
davvero, ciò che ha sentito dentro di sé, e dall’alto di tutto questo
gli dice solamente: “Secondo me è ora di dire basta…”, poi
stringe la mano a Mario, apre lo sportello e se ne va.

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MERMAID'S MEMORIES
di Morgendurf

La bambina abitava in un appartamento, disposto su due piani,


sulla Hoffnungstraße. Strano nome da assegnare ad una via che,
in realtà, era un vicolo. La sua stanza era al piano inferiore,
l’unica apertura era rappresentata da una porta. Su una parete
c’era un trompe d’oeil, una finta finestra affacciata sul mare. Nella
casa vigevano delle regole ferree imposte dal suo maestro-padre-
tutore, precetti che lei doveva rispettare. C’erano delle ore
prestabilite in cui poteva giocare con bambole cui erano stati
asportati gli occhi e tappata la bocca con nastro adesivo, ma non
doveva fare alcun rumore, non le era permesso né di ridere né di
parlare. C’erano i momenti in cui doveva svolgere i compiti:
mandare a memoria interi capitoli di storia, in cui si narrava di
guerre, di terre conquistate, di schiavi deportati e venduti;
imparare le tabelline, riempire decine di pagine con aste e gambe,
ricopiare centinaia di parole per imparare la calligrafia.
Il maestro-padre-tutore la interrogava; la colpiva col righello o la
bacchetta se lei non rispondeva. La bambina non sapeva più farlo,
abituata com’era a non parlare mai. Talvolta, terrorizzata, provava
ad articolare qualche parola sussurrata ma inevitabilmente la
risposta era giudicata sbagliata e, per questo, lui la puniva. Aveva
imparato a stare zitta.
Le disposizioni, inoltre, prevedevano che vi fosse il cambio
d’abito obbligatorio: una divisa per i giochi ed una per i compiti.
Una sirena stabiliva qual era il momento per gli uni e per gli altri.
Non appena udiva il segnale, lei doveva velocemente indossare
l’una o l’altra uniforme, secondo quale fosse l’impegno

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successivo. Aveva a disposizione tre minuti per farlo. Gli abiti
dovevano essere sempre puliti ed in ordine e, soprattutto, sempre
diversi da quelli da lei indossati in precedenza. Se ciò non
accadeva, o se impiegava troppo tempo, il suo maestro-padre-
tutore la bacchettava. Di tanto in tanto lui usciva dalla casa per
compiere alcune commissioni e la lasciava da sola, nella sua
camera chiusa a chiave. Erano i momenti in cui poteva ascoltare
la sua voce. Immaginava di affacciarsi a quella finestra e dalla sua
bocca uscivano dei suoni dolcissimi, modulati come fossero la
voce di una sirena che si dissolve nella schiuma del mare.

II

È primavera, la stagione del tuo compleanno. È il giorno del tuo


compleanno. Ti svegli e rimani disteso a letto, immobile ed
incapace di tutto. Oggi non andrai al lavoro. Ti sei preso un
giorno di ferie, una consuetudine che mantieni da anni, per evitare
di festeggiare il tuo anniversario offrendo da bere ai colleghi. Ieri
ti hanno detto che sei ancora giovane, oggi inizi a nutrire qualche
dubbio in merito. Sei arrivato al giro di boa, a metà di una vita
che ti fa azionare la memoria. Il ricordo ti fa paura. Per anni hai
perlustrato i perimetri esterni, lasciandoti cullare dai percorsi
estremi, sicuro che la giovinezza e la salute durassero in eterno.
Un tempo avevi incontrato l’amore, ma non l’avevi riconosciuto
subito, così l’avevi lasciato sfumare per quell’immagine di te che
ti eri imposto come una camicia di forza.
Vorresti mollare tutto, fare le valige e partire, rivedere quei luoghi
in cui sei stato felice. Ma le incombenze sono tante, troppe, ed il
solo pensarci ti sfinisce: chiudere i conti, vendere la casa ed i
mobili, e poi ci sono tutti i libri, e le fotografie appese alle pareti
come fossero quadri… Già, le fotografie…
Giri la testa, lo sguardo scorre lungo i muri, fissi le immagini, i

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luoghi, i volti. Potresti regalarle a qualcuno, ma a chi potrebbero
interessare? Oppure sarebbe meglio strapparle in mille pezzi e poi
gettarli, per non rivederle più, per non ricordare…
Le ore scorrono e tu sei ancora lì, supino. La luce sta scemando,
mentre l’urlo di una sirena che si allontana ti scuote dal tuo
magmatico torpore e ti ricorda che domani dovrai tornare al
lavoro.

EPILOGO

Mi ritrovo a camminare tra la gente come se camminassi tra le


tombe. Sono una di passaggio. Nessuno sa di me, da dove vengo e
dove sto andando. Nessuno si preoccupa di chiedermelo. Ogni
tanto posso permettermi di fermarmi a riposare. Il volto tra le
mani. Non cerco più una ragione per ogni cosa.
Ciò che è stato è stato, ma nulla sarà più come prima. E non
rinuncio a pensare.
Mi siedo sulla panchina delle memorie, di quelle che toccano il
cuore ed inizio a commuovermi. C’è stato un tempo in cui amavo,
e speravo che si compisse il miracolo, di poter veder ardere la
fiaccola, di poter vedere il cielo ed il mare, veder l’uno confluire
nell’altro, ed in esso fondersi. Il mare, quello in cui ora mi
immergo, come una sirena. Prima di scomparire del tutto volgo
per l’ultima volta lo sguardo all’indietro, ma ciò che scorgo è
ancora e soltanto utopia.

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UN PANINO IN COMPAGNIA
di GM Willo

Erano passati cinque anni dall’ultimo incontro con Marchino.


C’avevo passato l’infanzia insieme, i pomeriggi alla sala giochi e
le serate sulle panchine, specialmente d’estate. Nel quartiere
rimanevamo solo noi due perché i nostri genitori potevano appena
permettersi una settimana al mare di ferragosto, una vera tortura.
Siamo praticamente cresciuti insieme e fino a venticinque anni
non facevamo passare più di una decina di giorni senza vedersi, a
parte l’anno del militare. Io feci l’obbiettore mentre lui lo
spedirono in Sardegna, ma stette bene e tornò rinvigorito ed
abbronzato. Dopo un po’ le nostre relazioni sentimentali
incominciarono a diventare più serie, più complicate. E poi
c’erano il lavoro, li impegni, gli altri amici e casini vari.
Continuavamo a sentirci e spesso ci si sforzava di vedersi per non
perderci di vista.
Erano due mesi che non lo sentivo quando mi chiamò per
invitarmi al suo matrimonio. Rimasi di sasso, ma ci andai e mi
fece un piacere immenso fargli da testimone. Dopo quel giorno
praticamente smettemmo di chiamarci. Telefonai io l’anno dopo
per sentire come stava e lui mi disse che aspettava un bimbo.
Provai una punta di gelosia, ma durò appena un attimo. Andai a
vedere il pargoletto all’ospedale e quella fu l’ultima volta che vidi
Marco. In seguito ci scambiammo un paio di e-mail di poche
righe piene di “come stai?” e “tutto bene”.
Era un pomeriggio di maggio e faceva già caldo, ma il panino con
la porchetta è un vero e proprio must del giovedì, giorno in cui
faccio il giro degli uffici ad aggiornare i software della compagnia

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per cui lavoro. Mentre ordinavo mi sentii battere sulla spalla da
dietro: “Ordinane due, vai!” Mi girai e me lo ritrovai davanti,
uguale come se ci fossimo visti la sera prima, eppure diverso,
specialmente nello sguardo. C’erano anche dei capelli grigi sulle
tempie, e qualche ruga appena accennata ai lati della bocca. Per il
resto era sempre lo stesso Marchino.
“Ci facciamo anche un gotto di vino?” proposi. Parlammo
velocemente, eccitati ed entusiasti, per un momento al di fuori
delle nostre routine. Io dovevo tornare a lavoro e lui era solo di
passaggio, non avrebbe dovuto nemmeno fermarsi ma mi aveva
riconosciuto mentre era fermo al semaforo. Aveva parcheggiato
in doppia fila ed era saltato fuori dalla macchina per
raggiungermi.Per dieci minuti fummo totalmente assorbiti l’uno
dall’altro, una rinfrescante immersione nel passato. Parlammo dei
vecchi tempi, degli amici perduti, di quanto era buona la porchetta
di Gino, incapaci di spendere una sola parola sul presente o sul
futuro.
Il panino era quasi alla fine quando incominciammo io, a
guardare preoccupato l’ora sullo schermo del cellulare, e lui a
voltarsi freneticamente verso l’auto in doppia fila con le quattro
frecce lampeggianti. Finimmo il vino con un lungo sorso e ci
scappò pure lo schiocco di lingua, un vecchio tormentone della
nostra infanzia.
“Dai, ci si sente. Tanto il numero l’ho memorizzato sulla rubrica!”
“Ci mancherebbe. Si fa una cena insieme…”
Sono passati due anni da quell’incontro e ancora nessuno si è
deciso a chiamare. A volte me ne chiedo il motivo e me ne esco
fuori con delle scuse banali, tipo che non bisogna forzare il
destino o baggianate simili. Ma forse ho solo paura di chiamarla
per nome; pigrizia.

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VISITE !
di Enrico Munaretto

È comparsa una scritta sul muro ieri, come se un dito avesse


tracciato sulla fuliggine rimasta attaccata alle pareti di casa mia.
Diceva solo “ciao a tutti”…
In casa abito solo io, senza contare i topi e gli insetti che
scorrazzano liberamente tra i cumuli di sporcizia e macerie. Chi
aveva fatto quella scritta, quindi? Sono rimasto a guardarla,
ipnotizzato, con la sensazione che tra gli angoli bui ci fossero
molti occhi… e forse alcuni stavano guardando me.
La solitudine gioca brutti scherzi, questo è sicuro, mi capita
spesso di svegliarmi la notte per lo scricchiolare delle vecchie
travi di legno che sorreggono la mia abitazione, o sognare di
sentire passi minacciosi dentro la mia camera da letto. Ma quella
scritta… era una prova tangibile: non ero solo.
Ridendo tra me e me, da persona razionale che sono, ho tracciato
sulla parete una seconda scritta, poco lontano dalla prima, una
domanda: “chi sei?” Ovviamente non pensavo di ottenere
risposta. E invece…
Questa mattina, prima di recarmi al lavoro ho controllato la
parete. Vicino ai segni che avevo tracciato io ne erano comparsi
degli altri, dicevano: “ci vediamo stasera, preparati!”
Tornando dal lavoro ho comprato una bottiglia di vino, come se
dovessi attendere un’ospite, mi sentivo davvero stupido. La
nebbia avvolge la campagna dei paeselli ameni, come quello dove
vivo. Avvolge alberi, edifici, covoni di fieno. Sale lentamente dai
fossi come fumo denso e umido.
Sono tornato a casa, ho mangiato e mi sono messo a lavorare al

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computer. Poi, all’improvviso ho sentito il bisogno di scrivere
queste righe. In questo momento la vecchia pendola di casa sta
scandendo le otto con suono lugubre. Poi solo ticchettii, quelli
degli ingranaggi che lavorano inesorabili.
Sento una porta cigolare di sopra, anche se le finestre sono chiuse.
Poi il legno comincia a scricchiolare sotto dei passi leggeri,
eterei… ora vado.
Devo stappare la bottiglia, il mio ospite è stato di parola.

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IL CANTO DELLE FORMICHE NERE
di Miriam Carnimeo

Cosa ci sta succedendo? Mentre passeggiavo ho visto un vecchio


trascinato sull’asfalto. L’hanno derubato, nessuno lo aiuta, i
passanti sono ciechi, proprio non lo vedono. Mi ha ricordato un
altro vecchio. Quello era steso sul pavimento del reparto
macelleria di un supermercato tra le scatole di detersivi. Gli
avevano messo un sacchetto di croccantini per cani sotto la testa.
E’ rimasto così fermo sotto gli occhiali tra i passi della gente, con
le mani sul petto. Mi sono fatta largo tra la gente e sono uscita.
Ho visto una giovane coppia in mezzo alla folla, si baciava. Ho
sentito un signore di mezza età che cercava di bloccarli in
quell’atto e minacciava di chiamare la polizia e denunciarli per
atti osceni.
Ma cosa ci sta succedendo?
Oggi me ne sto a vivere seduta su una sedia, e non c’è abbastanza
tempo per scrivere, per amoreggiare con la penna e mangiarsela
tra i pensieri. C’è solo un paese di montagna dove la luce invade
ogni cosa, riuscendo a zumare lo sguardo anche sui particolari
silenziosi che in città solitamente vagabondano distanti. L’aria è
un calderone di profumi alchemicamente dosati, che mi
convincono a curiosare tra le case. Io qui seduta, trattengo il
sapore del caffè tra lingua e gola. Mi do carezze con una mano,
pettinando i capelli. Intorno odori di galline, paglia, fertilizzanti
naturali, il fumo di un camino, i fiori tra le strade. I bambini
abbracciano i loro palloni come tesori da proteggere, le ragazze
sostano fuori dei loro negozi con le mani in tasca e gli occhi dal
trucco disfatto. Ce n’è una appoggiata ad una staccionata, ha una

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musica tutta sua nelle orecchie e mentre si muove allegramente
canta, lo fa con il piacere di farlo, urlando stonata parole in un
inglese rattoppato, ma con un sorriso che incontra i miei occhi e li
nutre di una spensieratezza che sembrava perduta. Altra gente si
gira e la guarda. La deridono con i sorrisi eppure l’ammirano nel
cuore. Tutti camminano frettolosi, eppure sento che vorrebbero
sedersi accanto a lei solo per guardarla ancora, per ricordarsi di
come può essere facile fare qualcosa che è naturalmente facile da
fare. Qualcosa che è altrettanto facile da dimenticare però, a causa
di regole già “regine”.
In quel momento coincidono due immagini per fissare il tempo
che scorre: una lucertola si mette a guardarmi con la zampa
immobilizzata verso l’alto come se aspettasse la mia reazione per
diventare invisibile e scappare, e una bambina per strada che
lascia cadere una macchina fotografica giocattolo e con le mani
che reggono la testa atteggia un espressione di dolore
incontenibile. Ma c’è un sole che si lascia andare su un campo di
erba perché lo preferisce alla strada e alle sue storie, e c’è un
vecchio in mezzo al campo che dipinge solitario e sorridente con
un cappello di paglia. La sua immagine mi fa pensare a chi prova
la tristezza della noia, a quelli che non sanno mai come impiegare
il proprio tempo e si consumano tra loro e le sigarette. In
lontananza un ragazzo steso su una panchina lascia ciondolare la
mano, gli occhi sono chiusi però sembrano in perenne
movimento, come se continuassero a vedere oltre, si! Oltre la
stessa vita della strada con le sue storie. E cosa sta accadendo
ora?
Quel ragazzo non dorme, immagina. Accanto gli passa gente
diversa, gente che ne ha quasi paura e se ne tiene lontana con
piccole risate e un chiacchierio sommesso nelle orecchie. Sono
attirati anche loro dal campo e vorrebbero stendersi ma non lo
fanno. Sono incuriositi dal ragazzo e anche da quel vecchio e dal

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suo dipinto, fissano tutto divertiti parlando ad alta voce. Solo
quella lucertola ricompare all’improvviso su un sasso, chiude gli
occhi e si gode il sole. Come sarebbe bella la mia vita se almeno
per una volta riuscissi a ricordarmi di noi capaci ancora di
smettere di imparare quelle strane regole e vivere solo di un bacio
luminoso e di un canto libero. Non esiste la noia durante una
corsa che si libera del tempo ed apre le braccia ad un presente
nuovo di zecca. Com’è bella questa terra, però mi chiedo cosa ci
stia succedendo.
Forse niente di nuovo, mi stendo al sole anche se sto fumando
un’altra sigaretta.

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POMERIGGIO SOSPESO
di Bruno Magnolfi

Lei aveva indossato una vestaglia da camera, si era seduta al


tavolo, aveva aperto il suo piccolo diario. Doveva spingersi in
avanti, lo sapeva: avrebbe dovuto riordinare la casa, farsi una
doccia, vestirsi per uscire, ma era rimasto in aria il passaggio
quasi impalpabile di lui, forse il suo odore, la sua ombra, quel suo
esser stato lì in silenzio fino a poco prima, e questo bastava a
paralizzale dolcemente qualsiasi movimento. Aveva scritto la data
sopra al foglio bianco, poi aveva iniziato il suo pensiero con:
“Dovrei…”, interrompendosi subito. A che serviva annotare cosa
sarebbe stato giusto fare, pensava, la realtà era diversa. Ogni sua
intenzione veniva ogni volta vanificata, lo sapeva, non poteva
farci niente. Sentiva giungere un rumore leggero dalla strada,
qualcosa che la riportava vagamente alla realtà, ed era un oscillare
appena percettibile, quasi un leggero moto altalenante, tra la vita
della strada e quel suo starsene lì, immersa in riflessioni dolci,
rese ovattate e morbide dalla cipria che ricopriva ogni pensiero.
Poi scrisse: “Farmi desiderare…”, senza essere convinta di quelle
semplici parole. Le venne da sorridere: come sarebbe mai stato
possibile tenere un comportamento freddo, stabilito a priori, un
percorso meditato volto al raggiungimento di un fine certo? Cosa
poteva mai escogitare per cambiare anche solo qualcosa in quella
realtà incondizionata? “Niente…”, scrisse; “Non è possibile”. Poi
si mosse, andò nell’altra stanza, alzò il telefono: aveva voglia di
sentire la sua voce, di sapere che era vero, che esisteva, che
sapeva dirle cose dolci, belle, sfiorarla delicatamente con quelle
sue parole, ma adesso era solo egoismo il suo, capriccio da

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bambina, non doveva cedere a comportamenti così stupidi. Forse
aveva voglia di piangere, ma non sapeva più se era per se stessa o
se era per lui, per quanto le mancava. In ogni caso doveva
sforzarsi di essere più razionale, definire qualcosa dentro di sé e
poi tenere fede a quella scelta. Giunse di nuovo il rumore dalla
strada, e la luce obliqua del pomeriggio filtrava dalle tende
indicando qualcosa a terra, sopra al pavimento. Continuava a
sentirsi imbambolata, nonostante i suoi deboli sforzi, e adesso le
pareva che la testa le girasse, come se una piccola ubriacatura
fosse scesa dentro di lei. Era rimasta la bottiglia di vino rosso
sopra al tavolo, e i due calici da cui avevano bevuto. Versò ancora
qualche goccia, giusto per sentire quel profumo, poi andò decisa
verso la finestra e l’aprì, con un gesto deciso. L’aria era immobile,
ma i rumori della strada entravano nell’appartamento come a
volergli dare vita. Lei spinse il suo sguardo sopra i tetti vicini,
fino a un campanile immerso dentro alla città. Poi tornò al tavolo,
prese di nuovo la penna che aveva abbandonato sopra al foglio, e
scrisse in fretta: “Sono felice…”; poi chiuse il diario ed iniziò ad
occuparsi di altre cose.

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IL RISVEGLIO
di GM Willo e Morgendurf

Dm-.à/&00kPr 2OProvòP=?rova Prova… ecco, forse ci siamo. Ci


riesco. Riesco a formare i caratteri sullo schermo proiettando la
mente fuori dal mio corpo. Non so come sia possibile, ma è
esattamente così. Se mi state leggendo, sappiate che il mio nome
è Libero Valenti, che sono in stato vegetativo da oltre quindici
anni e che mi trovo nella mia stanza da letto in un appartamento
alla periferia di Roma. Avevo trentasette anni quando un furgone
della Iveco si dimenticò di darmi la precedenza e mi scaraventò
insieme alla bicicletta sul freddo asfalto del marciapiede. La mia
testa andò a colpire il lampione d’acciaio e le luci si spensero.
Sono rimaste spente per quindici lunghi anni, ma se guardo
indietro mi sembrano trascorsi solo alcuni frammenti di secondo.
Ricordo benissimo le carezze del vento d’aprile sulla pelle,
mentre pedalavo verso casa. All’epoca la mia famiglia abitava
vicino al centro. Ne è passato di tempo, eppure mia moglie mi
tiene ancora vicino, e i miei figli ormai grandi si affacciano ogni
tanto dalla porta della mia camera, che per buona parte è invasa
dagli strani macchinari che mi tengono in vita, e mi sorridono
riconoscendomi a stento. Erano solo dei bambini all’epoca
dell’incidente.
Ma non voglio divagare. Non so per quanto tempo mi sarà
concesso questo dono. Credo anzi che questo mio parziale
risveglio sia il segno della tanto agognata morte. Ma c’è un
motivo se questi poteri sono venuti a me. Ho un destino da
compiere, ed è anche quello di raccontarvi questa storia.
Le prime immagini mi sono arrivate tre giorni fa, o così credo.

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Difficile immaginarsi lo scorrere del tempo in questa mia
condizione. Ma le scene che mi arrivavano provenivano
dall’esterno, e dai primi flashback fino a adesso sono riuscito a
contare due notti e tre giorni. Da quel momento, l’istante del mio
bizzarro risveglio, le mie percezioni sono diventate più forti e
precise. Il monitor alla mia destra non rileva alcuna attività
celebrale, e la scatoletta dentro la quale sono rinchiuso è
completamente fuori controllo. Non riesco neanche a muovere
una palpebra. Eppure posso proiettare la mia vista fuori da questa
stanza, addirittura oltre la finestra e fin dentro alle case dei vicini
e al parco sei piani più sotto. Insieme alla vista sono riuscito ad
affinare anche l’udito, e adesso sono addirittura capace di inviare
degli impulsi al portatile di mia moglie, che giace acceso sul
tavolo del salotto. Lei è uscita per delle commissioni e si è
dimenticata di spegnerlo. Ma non ho molto tempo. Devo
raccontare…
E non vi racconto di come sto qui disteso, quello lo sanno tutti,
basta venire qui o leggere i giornali, ci sono state persone più
famose di me che hanno passato quello che sto passando io e ne
hanno parlato e sparlato, per cui tutti sapete come ci si possa
trovare in questa situazione. Ma è una cosa strana, assurda, quella
che mi è accaduta, e non voglio che nessuno lo sappia, perché
farebbe di me un caso scientifico: mi trasferirebbero in un centro
per studiarmi, scandagliarmi, provare su di me farmaci, non
voglio che qualcuno strumentalizzi questa mia condizione per un
suo tornaconto. Tutto sommato, mi trovo qui segregato da un
tempo infinito, schiavo di tutto e di tutti per poter vivere, e adesso
invece sono nella totale libertà di esprimermi come meglio credo,
scevro da imposizioni e condizionamenti. In queste lunghe ore ho
ascoltato i racconti di tutti, da quelli dei miei familiari, a quelli dei
vicini di casa, del pizzicagnolo qui sotto, del farmacista
all’angolo. Quello che dicono le donne da Bruno, il parrucchiere,

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farebbe venire i capelli dritti ai loro mariti, o forse glieli farebbero
cadere, tanto, il resto, è già caduto, decaduto, decomposto.
Incredibile, riesco anche ad essere ironico.
Ma quello che mi ha letteralmente spiazzato, al di là di ascoltare
le voci, i suoni, i rumori, di sentire l’odore del ragù o delle verze
in padella, è di riuscire anche a captare i pensieri delle persone.
Ciò che ho scoperto è qualcosa di sorprendente, sconvolgente, a
volte. Sono riuscito anche a sentire i pensieri di mia moglie. Oh,
sì, mi vuole bene, come lo si vorrebbe ad un fratello, è una sorta
di vedova bianca agli occhi di tutti, parenti, amici, condomini.
Giusto ieri sera l’ho beccata che pensava a Guido. Chi è Guido?
Beh, il destino ha proprio il senso dell’umorismo…
Guido è il proprietario del furgoncino dell’Iveco, proprio quello
che mi ha messo in questa situazione. Certo, il furgoncino non c’è
l’ha più. Adesso viaggia su una Focus di seconda mano, non fa
più il corriere ed ha aperto invece una piccola mesticheria, perché
era il suo sogno. Gli affari non vanno benissimo ma a lui non
importa, perché è una persona che si accontenta di poco. Come
faccio a saperlo? Facile, viene da me ogni giorno, subito dopo
aver chiuso il negozio, e in quindici anni non è mai mancato, se
non quando stava davvero male. Si siede al bordo del letto, chiede
a mia moglie di lasciare la stanza e mi racconta della sua giornata,
che immagino sia più o meno sempre la stessa. In definitiva l’ho
ascoltato solamente due volte, ovvero da quando mi sono
risvegliato. Però so che è così, perché gliel’ho letto negli occhi o
nella testa. Forse un tempo era il senso di colpa che lo portava a
compiere questo rituale, ma dopo tutti questi anni ormai quello
non esiste più. Le sue visite fanno semplicemente parte della sua
compulsiva quotidianità. L’incidente lo ha reso più infermo di me.
Si è escluso tutto nella vita, l’amore, il successo, il piacere, con la
scusa della mesticheria. A volte la vita è proprio strana…
Talmente strana che chi mi stava per ammazzare, fa parte della

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mia vita, della mia famiglia. In effetti lui mi ha ucciso perché, se
anche il mio cuore pulsa, io non sono vivo come lui, come tutti.
La mia non è vita. Io non corro, non rido, non piango, non scopo.
Proprio ieri sera ci pensavo, a quanto mi piaceva scopare. Vabbè,
mi piacevano talmente tante cose che ora non faccio più, una più
una meno, non mi cambia la vita. E dai, sempre questa parola che
torna, che ricorre, che ripeto, che mi ripetono, che sento dire, che
ascolto. Vita.
Comunque si è creata una situazione buffa, che ha qualcosa di
grottesco. Guido, alla fine, diverrà mio consuocero. Già, perché
sua figlia, fra qualche mese, si sposerà col maggiore dei miei. Ho
anche scoperto che è incinta; lei ed io siamo gli unici a saperlo.
Dai, non chiedetevi come è successo, conoscete già la risposta.
Diventerò nonno.
Così la mia vita, interrotta tanti anni fa, continuerà, tramite mio
figlio, con lei ed in lei. Ma sì, ha già deciso il nome, si chiamerà
come me, ed è sicura che sarà un maschio. Quando l’ho saputo,
mi sono gasato. Piccole soddisfazioni.
Guido, tutto sommato, è un brav’uomo. Il giorno dell’incidente la
moglie gli aveva annunciato che lo avrebbe lasciato, per andare a
vivere con un tizio, molto più vecchio di lui, ma pieno di soldi.
Per non fargli sentire la solitudine, così gli disse, gli aveva
lasciato anche i figli, un maschio ed una femmina. Quando
gliel’ho letto dentro mi è venuta in mente solo una parola: troia,
nel senso più spregiativo del termine. Era sconvolto: normale che
non mi abbia visto in tempo, che non sia riuscito a frenare.
Strano, ma non riesco a provare né odio né rancore per Guido.
Anche se mia moglie pensa a lui in termini non propriamente
innocenti, diciamo così. Tra di loro non c’è nulla, questo è certo,
ma anche se ci fosse non mi dispiacerebbe. E, se per assurdo,
dopo un matrimonio ve ne fosse un altro? Pensate che bello, una
famiglia allargata, tutti attorno a me, ad accudirmi, a coccolarmi.

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Che stupido sono: se vi fosse un secondo matrimonio, io non
potrei parteciparvi in alcun modo. Anche mia moglie è
prigioniera, ma in maniera diversa; né del letto come me, né del
senso di colpa come Guido. È prigioniera dei suoi principi. Non si
concederebbe mai se mi sapesse ancora vivo. I principi sono una
bella cosa, ma la gente pensa che debbano essere irremovibili,
come le colonne di granito che sostengono gli antichi templi. Se
ne rompi una crolla tutto. Invece il tempio dovrebbe essere
qualcosa di mutevole, aperto ai cambiamenti.
Questo strano risveglio mi ha permesso di vedere le cose come
stanno. La mia infermità è un ceppo che imprigiona molte vite. È
arrivato il tempo di staccare la spina. Eh già, perché se riesco a
mandare impulsi al computer per formare questi caratteri, dovrei
anche essere capace di spegnere quella maledetta macchina che
mi ronza accanto. Proviamoci, allora…
Un saluto a tutti, dal vostro amato Libero, di nome e presto anche
di fatto.

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SOLO UN SUONO NELLA TESTA
di Bruno Magnolfi

Corrado Barresi camminava sul marciapiede lungo la strada. Non


gli interessava il traffico delle auto, le nuvole nere che indicavano
minaccia di pioggia, la direzione verso cui era diretto.
Camminava e basta, disinteressato a tutto il resto. Era vestito
come sempre: completo grigio, camicia bianca, cravatta, soprabito
leggero, così come normalmente si presentava al suo posto di
lavoro. Osservò distrattamente il suo orologio da polso: le dieci e
trenta del mattino; per il suo mestiere l’orario di punta, quando la
filiale della banca era piena di clienti e gli impiegati dovevano
muoversi se non volevano sfigurare coi colleghi e con la
direzione.
Corrado Barresi pensava a quante poche occasioni aveva avuto
nel passato di starsene in giro a quell’ora in un giorno feriale:
certo, c’erano stati i periodi di ferie e qualche malattia di poco
conto durante quei lunghi quindici anni di lavoro con la banca.
Ma adesso era diverso: girava senza meta con la testa confusa e si
chiedeva come fare a prendere coscienza di quel sentirsi
disoccupato, senza più un lavoro. Tutto era iniziato parecchi mesi
indietro con le prime lettere di avvisaglia per quel venti per cento
di impiegati di cui la banca intendeva disfarsi, ma tutti erano
arrivati fino all’ultimo giorno sperando in un ripensamento, in una
soluzione differente da parte della direzione. Ma il destino si era
abbattuto su tutti e anche su di lui, senza alcuna variazione.
Corrado Barresi sicuramente nelle prossime settimane avrebbe
cercato un altro posto di lavoro, si sarebbe dato da fare, avrebbe
bussato ad ogni porta possibile, ma le sensazioni che provava

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quella mattina, in quel primo giorno di forzata inattività,
sarebbero rimaste indelebili dentro di lui per molto tempo. Non
aveva avuto il coraggio di dirlo a nessuno dei suoi conoscenti,
neppure a quegli amici che frequentava in modo saltuario. Si era
tenuto per sé la verità, come se quella cosa fosse stata troppo
grossa per permettergli di rivelarla in giro. Non tanto perché si
vergognava di essere stato licenziato, quanto perché senza il suo
lavoro non si sentiva niente, non aveva più un suo ruolo.
Corrado Barresi girava per le strade della sua città ma si sentiva
un fantasma, trasparente, quasi come se non esistesse più. Si era
fermato ad osservare una fontana d’acqua in un giardino, si era
seduto per un po’ su una panchina, aveva finto di guardare
interessato qualcosa in un opuscolo trovato sopra un muro. Non
sapeva proprio come riempire il tempo, questo il problema
principale di Corrado Barresi. Poi vide la vetrina di un piccolo
negozio di rigattiere. La scrutò, fermò lo sguardo su ognuno di
quegli oggetti unici esposti volutamente in modo caotico, quindi
la sua attenzione fu attratta da una tromba. Una piccola tromba di
ottone opaco che pareva parlasse di sé in quella vetrina, e di tutte
le persone che avevano soffiato dentro di lei fino a quel giorno,
lasciandola alla fine lì, apparentemente senza uno scopo.
Corrado Barresi entrò dentro al negozio ed acquistò la tromba,
senza neppure chiedersi il motivo di quel gesto, senza averne mai
suonata una in vita sua, senza discutere sul prezzo. Solo
sentendosi come trasportato da qualcosa, dentro di sé. Nei giorni
successivi provò a suonarla in qualche giardino poco frequentato.
Con impegno cercò di impostare il labbro, di pigiare sui pistoni,
di far uscire almeno un suono ben riconoscibile e convinto. Poi,
alla fine di quella settimana, si presentò sul suo vecchio posto di
lavoro, alla filiale della banca, entrò all’interno come un qualsiasi
cliente, si mise in coda come tutti, e aspettò il suo turno. Ma ad un
tratto Corrado Barresi tirò fuori la sua tromba, la portò alla bocca,

97
impostò tutta la sua persona in quel gesto, come un musicista
esperto, ed emise il suono più squillante e deciso che mai là
dentro fosse stato udito, lasciando tutti di sasso e ridendo a
squarciagola, immediatamente dopo, sia di sé che di quel luogo.

98
LA VERITÀ DEL MALE
di Miriam Carnimeo

È arrivato il giorno. Il vestito nuovo è stato cucito. Sento mia


madre che ride in cucina, mio padre le sbuccia un’arancia. Questo
è il suo primo gesto ogni mattina, come rinnovato dono di nozze
per lei.
Parlano di me, delle mie strane abitudini, di come ogni oggetto
che amo finisce nel mio letto a una piazza: vestiti, fotografie,
vecchi giocattoli, libri. Non riesco a farne a meno.
La notte prima degli esami ho indossato il mio vestito nuovo,
accartocciando il corpo nell’odore di cotone e amido. Il suono
della campanella vibra nell’entusiasmo delle mie forme. Dalla
porta dell’aula con i passi di un amico entra l’aria fresca della
giornata. Lo conosco da quando avevo dodici anni.
Lui mi rubò una scatola di riso per attirare la mia attenzione. Il
giorno dopo ritrovai quella scatola accanto alla cassetta della
posta con su scritto scusa, sei bella!, da allora siamo sempre
insieme.
Nella mia città i tempi sono veloci. I passanti con lo sguardo
basso non si lasciano distrarre dai colori. Le donne stringono
sempre qualcosa in mano, alcune portano borse vuote su cui si
arrampicano come sulle funi, gli uomini hanno i colli stretti da
cravatte che rallentano il fiato e raddrizzano la spalla.
Anche io indosso il mio costume, cammino lentamente. Con
l’arrivo del sole la pelle si scopre, riconosco il suo odore. Sono
felice. Mi guardo tra le vetrine dei negozi per cercare le
trasparenze di un giorno che comincia fresco di novità. L’ultimo
giorno degli esami di maturità.

99
I ragazzi sventolano le pagine dei loro quaderni tra tremori e voci
nervose, ognuno con il suo vocabolario tra le mani, pesante come
un mattone. Qualcuno mi offre una sigaretta, la fumo pensando al
mio ritorno a casa, correndo verso l’estate.
Ho finito!
Il trucco mi si è sciolto in sudore. Sugli scalini della scuola tiro
fuori dallo zaino le scarpette da ginnastica, i tacchi di quelle
nuove mi hanno tagliato il tallone. Quando arrivo al portone di
casa c’è un uomo. Indossa un completo scuro, camicia bianca e
scarpe lucide, ha una borsa di cuoio, una di quelle professionali
da avvocato, con le tasche richiuse da fibbie dorate. Mi apre il
portone, lo spinge con le sue mani pallide, evita di guardarmi
accennando un sorriso a labbra strette che non seguono il suo
sguardo, fisso sulle mattonelle del pavimento. Un tempo breve
trascorso nel silenzio imbarazzante di chi hai di fronte senza
conoscerne la storia.
- Posso salire con lei? - dice. Annuisco. Sono solo sette piani i
miei, perché rifiutare. Lui guarda l’orologio, finge di avere fretta.
La distanza tra noi, fastidiosamente obbligata, sembra breve. In
quel momento penso a mio padre. La sua faccia si sporgerà
timidamente dall’uscio di casa, mi dirà: - Brava!
Con un gesto indifferente la mano dell’uomo blocca l’ascensore. Il
vocabolario rosso cade a terra con un rumore sordo, aprendosi su
parole sconosciute. Con le sue piccole mani mi strappa il vestito,
raschiando la pelle, bloccando le mie tra le sue gambe, stringe con
forza. Mi ero domandata spesso che cosa si prova a trovarsi in un
luogo chiuso con una persona che ha deciso di toglierti la vita.
Cosa fare? Puoi essere tanto lucida da decidere all’improvviso di
rischiare, di reagire? In quel momento c’è qualcuno che ha già
deciso il tuo destino!
Ho conosciuto una donna che dopo uno stupro si è ricucita la
vagina con una spillatrice, un’altra che il giorno del suo

100
matrimonio si è lanciata dal terzo piano di un palazzo in
ristrutturazione. Ma ora ci sono io con quest’uomo. Io lo guardo
prendersi quello che ho difeso dalla fame, dalla privazione, e non
so come spiegargli che io amo la mia vita e vorrei ancora viverla,
spensieratamente.
Ha già abbassato i pantaloni, io grido perché qualcuno mi senta.
Dal piano di sopra battono i pugni sulla porta. Lui non si ferma.
Ha gli occhi chiusi, la testa abbassata sul mento. Lo lascio fare,
allungo il braccio per spingere l’avvio ad un piano, uno qualsiasi e
l’ascensore riprende a salire. Avvicino lentamente la bocca al suo
collo, stringendolo con le braccia per averlo più vicino, mordo
con la bocca e i denti che penetrano nell’unico vuoto sopra la
cravatta. Il sapore del suo sangue mi fa dimenticare ogni
prudenza.
- Se muoio io - gli ripeto - Tu muori con me!
L’ascensore si ferma, la porta viene aperta dall’esterno e un
vecchio ci fissa inorridito. L’uomo si preme una mano sul collo,
uscendo sento per la prima volta la sua voce. -Grazie- mi dice.
Riprende la sua borsa e corre giù per le scale, io rimango a bocca
aperta, stremata. Il vecchio continua a guardarmi, si tocca gli
occhiali senza dire nulla, aspetta che io salga gli ultimi gradini
fino alla porta di casa. Mio padre mi guarda, il vestito nuovo
lacerato è macchiato da un sangue nero, grumi vecchi di
cent’anni.
- Vai a farti una doccia- dice debolmente mia madre. Mio padre
piange. Mi fa sedere e mi sbuccia un’arancia, con lentezza.
- Non fa nulla - dice - L’importante è che sei viva!
Se mai qualcuno mi chiederà che voce avesse mio padre, io gli
risponderò di come un giorno mi abbia accolto su una sedia, senza
l’ansia di parlare, solo con la sua arancia da sbucciare, il suo dono
d’amore per la mia vita che adesso lo comprende.
Io, voglio vivere ancora.

101
IL GELO NELLE SCARPE
di Dario de Giacomo

All’alba ho fatto un sogno strano. Ero appeso a un filo di luce;


sospeso nell’aria che delineava i contorni della mia figura. Da
quella distanza di immagini fluttuanti mi vedevo tra trent’anni.
Annegavo nei giorni di domani. Non c’era neppure una voce da
ascoltare né dietro né davanti, ma i pensieri parlavano
direttamente nella mia testa, cantavano, e la canzone diceva:
Se ti puntellassi alla solida terra, forse, tu potresti fermarti a
guardare, invece scivoli dietro un punto in movimento. Ti acquatti
per sporcarti le mani di terra grassa, ti rannicchi dove l’ombra è
più fitta e uccide i colori. La tua fame, da giorni, che devi
sfamare, tutti i muscoli tesi, con l’orecchio più attento a cogliere
in volo una libellula dalle ali d’oro, ma quando si scrollerà dalle
ali l’argento di un pulviscolo effimero, allora balzerai in
piedi dal buio, strisciando nera come un’ombra sui muri brillanti.
Non ci sarà un solo pensiero in quel balzo, solo la traccia assopita
della tua umanità d’istinto: uno slancio per sfamare la tua fame.
Tu conosci i cuori prima che battano, soffochi i loro rantoli dentro
i tuoi occhi antichi. Credo che siamo solo uomini da marachella,
partoriti da madri isteriche. La notte poi, nel chiuso tepore di luce
artificiale, sogniamo gli uomini da delitto con le madri lontane.
Io, per esempio. Ho già compiuto quarant’anni e, come dire?,
costruisco ancora villaggi per gli gnomi, mentre alle mie spalle si
consumano tragedie. Perché nei miei costanti esercizi di banalità
quotidiana, gli eventi esplodono come i botti di natale, senza fare
vittime: solo lo spavento per il rumore che non mi aspettavo. Lo
scoppio mi
trema prima dentro il torace, liberando grosse bestemmie e dopo

102
resta il silenzio, in attesa dietro di me.
Ora non ricordo più con precisione quando ho iniziato a costruire
la mia diga di piccole e ignobili abitudini, quella con cui riparo i
pensieri dalla piena degli avvenimenti. Stanotte, però, guardando
il buio ho avvertito un brivido: forse era il lavorio segreto di
qualcosa che erodeva la diga, o di qualcuno. Questa sensazione si
è avvitata nella mia giornata infestandola. Ha gonfiato la
spaccatura fino al punto di rottura: con un colpo secco si spezza
qui, ora, dove un blocco di gelo viscido scivola dentro le mie
Converse, congelandomi le dita.
Davanti a me c’è un omone butterato che cola fiato sulle ‘e’
chiuse, avvolgendosi nella sua sciarpetta. A pelle trovo che
quest’uomo sia più insopportabile del freddo, perché non so come
coprirmi per difendermi dalla sua simpatia forzosa, che ora tiene
banco, in fila davanti all’Ufficio Postale. Ci racconta le storie,
come dice lui, strappate al ventre di Napoli dove abita. Impiega
quaranta minuti netti per arrivare qui. Ma qui, per me, è anche
troppo vicino. È capitato dentro l’arteria di folla in attesa come un
grumo di sangue e noi siamo costretti a subirlo. Mi chiedo se
esploderà. Questa sarebbe una soluzione definitiva. Forse è solo
questo freddo a mettermi di cattivo umore, penso senza
convinzione. Sto sdrucciolando in questa nebbia piovigginosa di
luce, che si annoia a illuminare i miei attimi millenari sempre sul
punto di spiccare il volo. Ma ancora una volta io resto in basso,
perché dalla nascita non mi sono mai mosso.
Sono cresciuto salendo e scendendo le scale di uno stabile
popolare in via Massenzio. Sono diventato uomo su pianerottoli
dove le porte non si chiudono mai, nemmeno di notte. Eppure la
forzata intimità di sguardi e parole mi spaventa ancora.
Abito al terzo piano con mia madre, che è ammalata sempre
dell’ennesimo malanno della vecchiaia, e quando salendo sento
dei passi alle mie spalle, ancora oggi mi affretto a scalare i gradini

103
tre alla volta. Da ragazzo, invece, socchiudevo la porta di casa e
aspettavo, appiattito in silenzio nell’ingresso, che le scale fossero
vuote di corpi. Sempre fuori luogo. Anche stamattina davanti a
quest’uomo. Mi arrendo immobile, di spalle, allo svolazzare del
suo chiasso colorato da festa di paese. Aspetto il mio turno.
Chi è l’ultimo? – ha sibilato l’omone, ingombrando il piccolo
spazio utile tra noi e la porta, senza aspettare la risposta. La fila
ondeggia a branchi di parole, scompostamente, brucia senza
calore. A tratti entro ed esco dalla consapevolezza di quel luogo:
ora ci sono al centro del senso e un attimo dopo ne vengo
ricacciato fuori brutalmente, ritrovandomi spogliato anche di me
stesso. Ma ci pensano le parole dell’uomo a spingermi bene, come
un dolore al petto, per farmi rientrare a forza nella fila e anche
dentro me stesso. Quel dolore è come un… però i sintomi
dell’angina assomigliano all’infarto ma non ammazzano,
spaventano solo fino alla noia. La noia di aver creduto di morire,
invece devi rassegnarti ad un’immobilità che è solo temporanea.
Così restiamo tutti immobilizzati nel gelo, sperando che
l’impiegato si affretti a pagare gli stipendi. Forse la morte è così,
un’estenuante abbandono, senza nemmeno l’idea di un appiglio.
Sto seriamente sperando che quest’uomo muoia sotto il nevischio
e che il suo sudario sia di lino bianco. Io odio il lino, perché è
freddo e quando si bagna aderisce alla pelle sgradevolmente
umido. L’uomo ha tutte le risposte sotto il suo ampio maglione a
quadroni arancione e sono sempre tutte giuste. Le tira fuori a
mazzi: banconote fuori corso che vuole cambiare a tutti i costi
con quelle buone.
Finalmente è arrivato il mio turno. Sguscio dentro come un cane,
esposto agli sguardi di tutti. Fa caldo al chiuso nell’Ufficio
Postale. Alle mie spalle però l’omaccione ha decisamente tagliato
in due il suo discorso, lo ha tranciato di netto con un ringhio. Le
sue parole mi arrivano smorzate dal calore dell’ambiente: hanno

104
un colore diverso, come i fuochi di artificio sparati in lontananza
nel buio solido delle notti di vigilia. ‘Prodotto di una sottocultura’
– ‘Affermare il principio’ – ‘ Io per primo’.
Mi sento slittare in quel suo modo superiore di tornire le frasi,
grandiose come la sua stazza, che mi innervosisce. Ora ho capito.
Lui crede che io lo abbia scavalcato nella fila. Oh Dio, come ama
prendersi sul serio! Tiene di nuovo banco, ma ora lo fa con la sua
dignità ferita, cresciuta amabilmente nei salotti dorati dalle
copertine traforate all’uncinetto. La rabbia mi riempie lo stomaco
a poco a poco, risalendo alla gola. Rigurgito odio indistinto. Esco
all’aria. Non lo guardo. Lei stava prima di me? – mormoro di
sbieco. Mi sputa addosso un ‘si’ luridissimo, voltandomi le spalle
per spacciare altre parole tra la folla. Mi scusi – continuo a
ripetere – Mi scusi. Dietro le parole ad oltranza che dico quando
non so lottare, si estendono profondissimi silenzi dove le illusioni
non si nascondono più.
L’omone non mi presta attenzione. Volevo affermare il principio
– dice. Mi scuso ancora, rimanendo davanti alle sue spalle per
farmi notare. Le mie interiora annusano nell’aria le vibrazioni del
risentimento, scosse da un brivido di freddo.
Conosco bene il mio posto nella fila. So di non averlo scavalcato.
Eppure mi sono ricacciato la lingua dentro le scuse. Vorrei
viscere di cemento ora, per tremare ad ogni nuovo movimento di
terra. Ma dentro i solchi delle immagini risapute sento scorrere
linfe che corrodono. Dopo, a casa troverò tutte le mie parole fuori
corso e gliele rigurgiterò addosso. Ma dopo, a casa. Lo sbatterò
contro il muro a mani nude, scrollandomi il gelo di dosso. Sarà
come coltivare piante esotiche nel grigio-verde della mia vita
mimetica, impermeabile agli eventi.
Però accadrà dopo stamattina, perché ora ho di nuovo le dita
rattrappite dal gelo. Quel gelo che mi blocca nelle Converse.
Ci sono piante che non attecchiscono in casa.

105
OGGI CINEMATOGRAFO
di Bruno Magnolfi

In fondo cosa potrà mai essere questa sensazione di vuoto che


capita talvolta di provare? Non bisogna darle peso, sono tutte cose
che succedono, che si voglia o meno. Si gira per le strade, si corre
certe volte, poi quando ci si ferma sembra che tutto quanto non
abbia più alcun senso. Ma non c’è affatto da meravigliarsi, la
realtà è questa, tutto va così. La testa vuota, scarsi i pensieri, e
quei pochi non portano da alcuna parte. Resta spesso la necessità
profonda di comunicare il proprio disagio, questa angoscia che
non lascia spazi liberi, e poi la necessità di solitudine e insieme la
paura di essere da soli.
Che ridere, girare di notte per le strade vuote e immaginare le
persone nelle case, dentro al calduccio del proprio letto, a
ritrovare tutte le cose utili per il giorno seguente. E infine
consolarsi con le abitudini assodate e fingere anche con se stessi
di essere davvero vivi. Chiuso dentro la mia stanza sposto i mobili
con la convinzione di migliorarne il senso. Cerco qualcosa, frugo
dappertutto, so già in partenza che non riuscirò a trovare niente.
La vicina di casa mi suona il campanello, si sistema sulle spalle
una giacca di lana che ha indossato in fretta per non prendere
freddo mentre mi dice sottovoce, lì sul pianerottolo, che
l’inquilino del piano superiore è stato portato d’urgenza in
ospedale. Mi informo meglio, si scambiano parole di
consuetudine, poi ci salutiamo in modo strettamente necessario.
Ora, mi chiedo, cosa si può fare ora, se non riflettere nel buio
sulle medesime cose di sempre, immaginarsi gli scenari della
nostra fine e cose del genere? Mi accendo distrattamente una

106
sigaretta, vado alla finestra e guardo fuori: la strada è sempre la
medesima, gli alberi di fronte hanno piegato i rami, la gente
aspetta l’autobus, parcheggia l’auto, si muove lungo il
marciapiede. Decido di uscire, indosso qualcosa e in un attimo
sono dentro al flusso di chi va, si muove, ha qualcosa da fare o di
cui occuparsi. Poi penso che questa giornata sarà inutile, forse
dovrò girarne di nuovo ogni scena, il mio film personale sta
procedendo con lentezza, la produzione non sarà contenta di me,
del mio modo di lavorare: ma che importa, non si può fare
altrimenti.

107
DOLCE SUCCO DI MELA
di Morgendurf

Seduta in sala d’attesa, le ginocchia accavallate, le gambe


leggermente inclinate verso sinistra, i polpacci a contatto, l’uno
contro l’altro, il tutto avvolto in un paio di Wolford nere,
racchiuso dentro a stivali Studio Pollini, neri, a punta, con nove
centimetri di tacco, rigorosamente a spillo. Sfogliava
distrattamente alcune riviste, aspettando di essere ricevuta. Ogni
tanto si alzava, per sgranchirsi le gambe ed ammazzare il tempo,
sentiva il suono dei suoi passi nella quiete della stanza in cui si
trovava sola, si avvicinava alla finestra e guardava all’esterno. La
gente camminava veloce giù in strada, stringendosi nei baveri
alzati, sferzata da un vento che soffiava impetuoso, raffiche gelide
scese dal nord. Doveva far molto freddo là fuori.
Incrociò le braccia sul davanti, abbracciandosi i fianchi, la sua
persona si rifletteva nel vetro. Un dolcevita nero, aderente e
quella gonna del medesimo colore, un tubino fasciante appena
sopra al ginocchio, le donavano molto. Mettevano in risalto le sue
forme, proporzionate e molto femminili, le linee morbide del seno
e delle natiche erano particolarmente invitanti. Rimase a
guardarla per alcuni minuti, in silenzio, seguendo con lo sguardo
ogni centimetro di quella figura deliziosa. La mano destra
stringeva la maniglia della porta, con energia, la stessa forza che
avrebbe voluto usare per strizzare quel petto che lui vedeva di
profilo, quei capezzoli che spingevano contro il filato della
maglia, puntando verso l’alto.
Si conoscevano dall’adolescenza, entrambi avevano frequentato la
stessa scuola superiore, cinque anni trascorsi condividendo,

108
assieme ad altri compagni, le gioie ed i timori delle
interrogazioni, dei compiti in classe. Dopo la maturità le loro
strade si erano divise, come per molti altri. Lui aveva intrapreso
gli studi universitari fino alla laurea, lei, a seguito della morte di
suo padre, unica fonte di reddito, si era cercata subito
un’occupazione e, di lì a poco, aveva iniziato a lavorare. Un mese
prima gli aveva telefonato, chiedendogli un appuntamento. Aveva
ereditato da sua nonna un terreno in montagna, tremila metri
quadri di prato e di bosco con annesso stavolo, posti su una
collina a Col Tondo, una frazione di Prato Carnico. C’era un
programma di recupero edilizio e rurale in quella zona, finanziato
con un progetto della Comunità Europea tramite la Regione.
Aveva deciso di approfittare di quell’opportunità, voleva
realizzare un suo sogno, una casa per le vacanze in montagna.
Si presentò al telefono col suo nome e cognome, ma a lui quei
dati non dissero nulla, probabilmente era uno dei tanti possibili
futuri clienti che lo contattavano attraverso il classico
“passaparola”. Fu quando la ricevette per la prima volta, da lì a
pochi giorni da quella telefonata, fu quando la vide ed ascoltò la
sua voce che si ricordò di lei, di chi era, la riconobbe subito. I
primi minuti trascorsero a ricordare quei cinque anni di studio, lei
sempre seduta in prima fila perché era la più piccola di statura
della classe, lui sempre in ultima fila, dalla quale partivano gli
scherzi rivolti ai compagni che sedevano nelle file davanti alla
sua. Erano passati vent’anni, e lei era cambiata; non tanto per la
fisionomia, era sempre la stessa, anzi, si era affinata; tanto
all’epoca era timida e schiva, quanto ora dimostrava sicurezza e
determinazione. Il fisico era lo stesso, di questo era sicuro, solo
che adesso il look era diverso, da donna: non più nascosto sotto
abiti sportivi ed oversize, ma scientemente valorizzato. Si
sorprese a pensare queste cose mentre lei allargava sul tavolo la
documentazione relativa all’eredità, le foto scattate, illustrandogli

109
quali erano i suoi obiettivi. Le annunciò che avrebbe assunto
volentieri quell’incarico, lei gli lasciò le chiavi dello stavolo e,
salutandosi, si accordarono che lui l’avrebbe richiamata non
appena avesse approntato una serie di progetti da sottoporre al suo
vaglio.
Nei giorni successivi lavorò di buona lena, aveva urgenza di
finire, aveva fretta di poterla rivedere quanto prima. C’era
qualcosa in lei che l’aveva colpito, e non voleva lasciar passare
troppo tempo per poterla incontrare nuovamente.
La chiamò per nome e lei si girò, prese il cappotto, la borsetta, si
avviò verso di lui, entrò nello studio e si sedette, accavallando le
gambe. Lui notò tutto camminando dietro di lei, e quei
movimenti, quel ticchettio, quelle gambe serrate lo eccitavano, gli
mettevano voglia di fargliele aprire, di tenergliele spalancate.
Anziché mettersi di fronte a lei, separato dalla scrivania, preferì
accomodarsi accanto. Le fece passare in rassegna i progetti che
aveva predisposto, spiegandole i pro ed i contro delle diverse
proposte, sfiorando le sue dita mentre le passava i fogli,
annusando quel profumo che emanava da lei, Agent Provocateur,
come ebbe modo di sapere.
La confidenza che c’era tra di loro lo autorizzò a chiederle:
“Indossi sempre delle calzature così erotiche?”
Un lieve sorriso apparve sulle labbra di lei, per niente imbarazzata
da quella domanda. Era consapevole che la sua persona incarnava
l’immaginario erotico degli uomini; molte volte, mentre
camminava, osservava gli sguardi di coloro che incrociava,
nascosta dietro alle lenti scure degli occhiali da sole. Vedere la
loro sorpresa, mista a bramosia, mentre la mattina si recava in
ufficio la divertiva, la compiaceva, si sentiva sicura di sé. Quella
franchezza non fece altro che confermare ciò che supponeva sulle
inclinazioni sessuali di Marco, comuni a molti uomini, schiettezza
mescolata a gentilezza ed adulazione.

110
Voleva provocarlo, per questo gli disse che tutti i suoi stivali, le
sue scarpe, i suoi sandali erano così, a punta, tacchi alti ed a
spillo, cinturini, fibbie e lacci per adornare le caviglie. Vi furono
alcuni attimi di silenzio, durante i quali lei continuò a fissarlo
negli occhi, socchiudendo lievemente la bocca, umettando le
labbra, dall’incarnato naturalmente rosso, con la punta della
lingua.
Schiarendosi la voce Marco prese nuovamente la parola,
continuando a parlare di progetti, di materiali da utilizzare, di
tempi di realizzazione, di costi. Le suggerì di fare insieme un
sopralluogo per verificare sul posto la fattibilità di tutto quanto,
arrivando poi a scegliere la soluzione definitiva. Lei fu d’accordo,
stabilirono di fissare un appuntamento direttamente sul posto di lì
a due giorni. Lui le offrì di andare insieme con la sua auto, ma lei
rifiutò, preferendo mantenere la sua autonomia negli spostamenti.
Il giorno stabilito arrivarono nella frazione contemporaneamente.
Parcheggiarono le auto sul prato antistante ed iniziarono a
percorrere a piedi il sentiero che conduceva allo stavolo. La strada
era lievemente in salita, Marco notò come lei camminasse spedita
e sicura sui tacchi alti. Gli stivali da lei indossati erano diversi da
quelli che lui aveva apprezzato giorni prima, ma ugualmente gli
davano i brividi. Neri, di pelle lucida, a punta. Un plateau molto
sottile, lucente, di un paio di centimetri, il tacco a spillo almeno di
13 centimetri. Aderenti lungo la gamba, terminavano con un
risvolto. Se non fossero stati ripiegati, sicuramente sarebbero
arrivati a metà coscia. Nei pochi centimetri lasciati liberi, tra gli
stivali e l’orlo della gonna, si poteva vedere il ginocchio vestito di
una calza nera, velata. Collant? Autoreggenti? Oppure trattenute
da un reggicalze?
La sua voce lo distrasse da questi pensieri, richiamandolo alla
realtà; erano al piano terra della costruzione, gli comunicò come
avrebbe voluto arredare le due stanze a disposizione e l’uso che ne

111
avrebbe fatto, dove avrebbe collocato lo spolert, come sarebbe
stata la cucina. Salirono al piano superiore, utilizzando una scala
di legno. Lei lo precedette, lui aveva gli occhi fissi su quelle
natiche che si muovevano, vedeva la tensione dei muscoli sotto il
tessuto stretch della gonna nera, il filato velato delle calze
attraverso lo spacco che si apriva salendo di scalino in scalino.
Lei gli disse dove avrebbe voluto collocare il letto e l’armadio,
nell’altro locale, più piccolo, sarebbe stato ricavato il bagno.
Marco estrasse dalla borsa i progetti ed iniziarono a vagliarli.
Procedendo per esclusione, giunsero alla scelta della soluzione
definitiva. Lei si affacciò alla finestra, la giornata era limpida,
serena e fredda, da quella posizione si poteva vedere in maniera
nitida la pianura sottostante, giù, fino al capoluogo. Sarebbe stata
una bella casa per le vacanze, piccola ma confortevole, di questo
ne era sicura.
Appoggiò i gomiti sul davanzale, il mento sulle mani; in quella
posizione Marco aveva avanti a sé il suo sedere, sorretto dalle
gambe leggermente divaricate, tese sui tacchi. Depose a terra la
borsa ed i fogli, si avvicinò a lei da dietro, le afferrò i fianchi e
spinse il suo pube contro di lei, che non disse niente. Lui non
poteva vederla in volto, lei aveva un sorriso sornione, come chi sa
perfettamente ciò che stava accadendo, ciò che sarebbe accaduto,
lo aveva calcolato, progettato, provocato volontariamente.
Lo lasciò fare, simulando arrendevolezza, quella che lei sapeva
che lui si aspettava. Sentiva le dita di Marco affondare con forza
la sua pelle, tenendola bloccata in quella posizione, poi
lentamente iniziò a retrocedere, obbligata a seguirlo. Fece alcuni
passi all’indietro fino a quando uscì dalla luce della finestra,
mettendosi in posizione eretta.
Lui la girò, erano uno di fronte all’altra ora, la spinse contro il
muro e le bloccò le braccia sopra la testa, tenendola per i polsi. La
teneva prigioniera, si appoggiò a lei che sentì la sua erezione

112
contro il suo corpo. Una delle mani di Marco si insinuò sotto la
gonna, risalì la coscia, sentì il bordo della calza, il caldo della
pelle vellutata, l’elastico del reggicalze, le dita scivolarono sul
perizoma di pizzo, giocando un po’ dall’esterno, poi si
insinuarono sotto, infilandone due dita nel suo sesso, voglioso,
umido, viscoso come il dolce succo di una mela. Le estrasse e le
succhiò, lei finse imbarazzo e vergogna, abbassò lo sguardo. Lui,
con estrema delicatezza, le scostò i capelli dagli occhi, le dita
sotto il mento per sollevarle il capo.
Si guardarono, l’incontro dei loro occhi suggellò l’alchimia
creatasi in quello stabile, umido e freddo, gelo che loro non
percepivano. Lui la spogliò, lasciandole addosso solo
l’indispensabile: la gueppierre le spingeva in alto il seno, i
capezzoli turgidi sporgevano dalle coppe, l’elastico del reggicalze
tendeva le calze, gli stivali erano stati srotolati fino a metà coscia,
il sesso esposto. Lui si stese a terra, su un cumulo di fieno, le
ordinò di fargli l’amore. Lei sapeva cosa piaceva agli uomini,
cosa sarebbe potuto piacere a Marco, e si adoperò in tal senso,
eccitandolo con le sue mani, la sua bocca, i suoi capezzoli, i suoi
capelli. Si sedette sopra di lui, lo prese dentro di sé, ed iniziò a
muoversi alzandosi ed abbassandosi, indugiando, accelerando il
ritmo, e fermandosi per prolungare l’eccitazione in lui, per
accentuarla in lei, che raggiunse l’orgasmo. Poi si spostò, lo fece
uscire da sé, lasciandolo steso, nudo, a brandire il suo sesso
ancora eretto nell’aria.
“Vieni qui” – lui le disse – “non hai finito.”
“Sì, invece, per quello che mi riguarda ho finito. Avrai il resto
quando i lavori per sistemare lo stavolo saranno terminati, dato
che ho deciso di affidare a te il progetto. Sta a te, ora, fare in
modo che siano ultimati nel più breve tempo possibile.”
Si rivestì, scese la scala e se ne andò. Marco rimase inebetito,
l’erezione stava ormai scemando, mentre ascoltava il rumore del

113
motore dell’auto che si stava allontanando. Fu allora che si
ricordò di un episodio accaduto vent’anni prima.
Era l’ultimo anno del quinquennio scolastico, tutta la classe era in
gita a Firenze, tre giorni lontani da casa. Lei si era presa una cotta
per Marco, lui lo sapeva, ma non gli interessava quella ragazza,
troppo timida e chiusa, sempre troppo attenta durante le lezioni,
avvolta costantemente in abiti informi, nonostante la moda
dettasse altre regole, molte volte l’aveva anche derisa per questo
motivo. L’ultima sera tutti gli studenti andarono in discoteca;
Marco preferì ballare con Manuela, una ragazza molto disinibita,
soprannominata “Amerigo Vespucci”. Ci fece anche sesso quella
notte, vantandosene il giorno dopo con i compagni, durante il
viaggio di ritorno, ad alta voce, in modo tale che lei udisse il
racconto. Lei ascoltò tutto, sarebbe stato impossibile non farlo, e
ci rimase male.
Nel corso degli anni, il ricordo di quell’episodio affiorava ancora,
anche se stemperato, come il suo essersi sentita, all’epoca,
umiliata e derisa. Seduta sul divano di casa ripensò anche alla
giornata appena trascorsa, affondando i denti in una mela dolce e
succosa.

“Dolce è la vendetta, specialmente per le donne”


(Lord George Gordon Byron)

114
SCARPE PER CORRERE
di Federica De Angelis

Oggi ho messo le scarpe da strega cattiva, quelle col tacco alto.


Non sono l’ideale per correre ma io oggi non devo correre; sono
stata a perdermi un pò in libreria dopo il caffè con Giulia. Niente
di nuovo pare. Tutti mi guardano mentre cammino trafelata, mi
sembra così. Mi guardo per un attimo scivolando veloce, dall’alto
in basso, fino alla punta delle scarpe, giusto per essere sicura di
non avere nulla che non va. Sono maledettamente sexy ecco che
cosa ho che non va, lo vedono tutti, anche i bambini, tutti tranne
me. Salgo sull’autobus stracolmo come sempre a quest’ora. Una
bolgia di corpi, di odori, di pensieri. Passo velocemente in
rassegna l’affollato metro quadrato in cui mi trovo per fare
conoscenza dei miei compagni di questo breve viaggio. Una
signora anziana con le buste della spesa e il fazzoletto legato in
testa, una elegantissima donna indiana con tanto di bambino al
seguito e un gruppo di uomini, non saprei dire, forse stranieri.
Attaccata alla maniglia dell’autobus che mi fa ondeggiare come
una nave in tempesta, sento i loro occhi fissi sul mio sedere. E’
vero che indosso un paio di jeans attillati che non lasciano proprio
nulla all’immaginazione ma questi occhi me li sento addosso
appiccicosi, non si scollano. Non mi disturba più di tanto,
neanche quando qualcuno si struscia con la scusa di una brusca
frenata. Quello che proprio non sopporto sono quegli uomini nei
supermercati con moglie e figli, che mentre fanno la spesa ti
guardano con la bava alla bocca, come se facessi parte del banco
frigo, come se fossi che so, un trancio di mortadella o un vassoio
di porchetta. Ecco, quelli mi disgustano e mi disgusta il fatto che

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si facciano sogni su di me, magari mentre stanno a letto con la
moglie di 120 kg.
Non faccio in tempo a terminare il pensiero che l’autobus frena
bruscamente per accostare di striscio al marciapiede. Per poco
non cado, mi giro di scatto perché di riflesso sono indietreggiata
per mantenere l’equilibrio e ho pestato i piedi ad un signore dietro
di me. -Mi scusi- gli dico. Lui mi sorride e i suoi occhi scivolano
immediatamente sul mio sedere.
Cerco a fatica di portarmi davanti, tra una fermata scendo. Il
ritornello dei “permesso” e “mi scusi” risuona nell’autobus,
sembra incredibile quanto spazio ci sia quando ti serve, il corpo si
plasma e si insinua dove fino a poco prima non avresti pensato.
Nell’attimo prima di scendere mi volto indietro solo per una
frazione di secondo, sono ad uno scalino da terra e vedo l’uomo di
prima, quello a cui ho pestato il piede che si alza di scatto e si
precipita anche lui verso la porta. L’ho guardato solo per un
attimo, il tempo di vedere che si tratta di un uomo di mezza età,
brizzolato, con gli occhiali e un impermeabile beige. In
quell’attimo mi era quasi sembrato che mi facesse un cenno con la
mano. Ma sicuramente non ce l’aveva con me. Riprendo il
marciapiede con passo sicuro e spedito. I miei piedi sanno già la
strada così posso pregustare la lettura che mi aspetta. Infilo la
mano nella borsa quel tanto che basta per accarezzarne la
copertina, liscia e lucida. Provo un piacere sottile nel farlo, lo
stesso piacere che ti riserva l’attesa di qualcosa di bello, quando
già ne pregusti il sapore e sai già che ti piacerà.
Anche se è inverno e soffia un vento gelido sto bene col mio
giubbotto di pelle, adoro sentire l’aria fredda che mi sferza il viso.
Le scarpe certo non sono comodissime ma il piacere che provo
nell’indossarle ripaga di tutto. Dopo 15 minuti di cammino e con
il suono dei tacchi sull’asfalto interrotto dai miei pensieri, mi
viene di girarmi d’istinto. Sarà che sta facendo buio, eppure non

116
mi ha mai fatto paura la notte anzi; sarà che non mi sento
sicurissima su questi tacchi.
Mentre giro l’angolo mi sembra di vedere con la coda dell’occhio
un impermeabile beige, proprio come quello del tizio
dell’autobus. A questo punto devo guardare. E’ LUI. Mah che
coincidenza fa la mia stessa strada, nella mia stessa direzione, è
un po’ distante però. Eppure mi sembra che abbia sorriso.
D’istinto accelero il passo, e dopo un po’ sistemo la borsa per
guardare dietro LUI che fa. Ha accelerato anche lui, non posso
credere che stia seguendo me, mi sembra un uomo distinto.
Vabbè che in giro è pieno di schizzati e maniaci, ma tutti a me no
eh! -La paura ha un odore-, ne sono convinta, per questo non devo
avere paura, le vittime hanno paura, è solo una coincidenza e
questa si chiama PARANOIA. Questa zona della città la conosco
come le mie tasche, per questo so che a quest’ora non c’è proprio
nessuno in giro, niente, manco un negozio, solo stradoni tristi e
lunghi fino a formicai di palazzoni brulicanti di disperazione.
Inizio a correre, come se stessi perdendo un treno, di una corsa
leggera come se non avessi le scarpe coi tacchi. Il cuore mi batte
forte nelle orecchie, mi pulsa nelle tempie. Mentre corro sento che
anche lui corre dietro di me, ma è indietro, non ce la fa
raggiungermi, non ce la farà.
Arrivo finalmente ad un palazzone, il portone è chiuso, provo a
suonare a caso sui citofoni, qualcuno mi aprirà. Mi guardo
indietro non lo vedo più forse non mi ha visto entrare qui. “CHI
E’?” finalmente una voce. Ansimante dico “Devo consegnare gli
elenchi telefonici, mi apre?” è la prima scusa che mi è venuta in
mente. “Ma siamo a febbraio, di solito arrivano verso Aprile”.
“signora ho gli elenchi me lo apre o no questo CAZZO di
portone?”- Trick. Alla fine l’ha aperto.
Giusto in tempo, il tizio con l’impermeabile beige mi ha visto
dall’altra parte della strada e sta attraversando. Ora basta, sarà che

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ho le spalle contro il muro, che se grido qualcuno prima o poi mi
sentirà, sarà che è venuto il momento di capire sto tizio che vuole
da me. Lascio il portone socchiuso, e lo aspetto col fiato sospeso
nascosta nell’androne dietro la pianta di ficus gigante.
LUI entra guardandosi intorno, ansima anche lui, la corsa lo ha
infiacchito non poco.
Gli piombo alle spalle e gli dico “Ma tu che cazzo vuoi da me?”
mentre gli assesto un calcio nello stinco. Il tizio cade in ginocchio
emettendo un verso di dolore mentre mi tende la mano e mi dice
“signorina…” io guardo atterrita pensando ad un coltello, una
pistola e invece brandisce il mio portafoglio. “…le è caduto
sull’autobus.”

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HOLIDAY INN
di GM Willo

Non ero mai stato in un Holiday Inn, credevo anzi che non ci
avrei mai messo piede, non per questione di gusti ma di
opportunità. Fino a qualche mese fa non avevo alcuna ragione per
lasciare la mia casa, il mio lavoro e tutti quei legami costruiti in
trentacinque anni di residenza in un piccolo paesino della
Maremma. Ma i fulmini a ciel sereno a volte precipitano a terra e
fanno un gran chiasso. Qualcuno fa finta di niente, altri invece
sono troppo sordi per accorgersene, ma chi è ancora sensibile ai
segni del cielo e della terra, capisce subito che questi eventi hanno
un significato forte, rivoluzionario. Nel mio caso il fulmine si
chiamava Christel, una saetta bionda di Amburgo di dieci anni più
giovane. All’inizio tutti e due pensavamo che si sarebbe trattato di
una banale avventura. Lei era in vacanza con i suoi amici
tedeschi, io facevo alcune commissioni per l’agriturismo nel quale
soggiornava. Ci siamo visti, abbiamo chiacchierato con il mio
inglese rappezzato, siamo andati a cena e tutto il resto. Un mese
dopo è ripartita, come da programma. L’estate è finita, è arrivata
la vendemmia e l’olio nuovo, ma io continuavo a pensare a lei, e
lei continuava a chiamarmi, a mandarmi messaggi ed e-mail. Le
proposi di venire per natale e lei accettò. Mai avrei immaginato
che sarebbe venuta a portarmi via, probabilmente per sempre.
Mentre ripenso a quello strano viaggio in Mercedes, mi torna
vivissimo il ricordo dell’Holiday Inn sulla Freiburg Karlsruhe, i
suoi corridoi asettici, i lucida-scarpe elettrici alle uscite degli
ascensori, gli inservienti tedeschi gentili ma distaccati. Mentre lei
si faceva la doccia aprii una finestra per fumarmi una sigaretta. Il

119
freddo del nord mi accarezzò per la prima volta, un tocco
profondo, il graffio di un artiglio di ghiaccio. “Ti ci abituerai!” mi
dissi. Perché nella vita ci si abitua a tutto…
Solo, nel salotto del suo appartamento, guardo le acque di uno dei
canali del Fleete che si riversano nell’Elba. Il cielo è coperto,
come al solito, e anche oggi ci sono appena cinque gradi fuori.
Ma qui dentro arde il nostro fuoco, idealistico e un poco ingenuo,
ma forte a tal punto da farmi dimenticare il grande inverno e le
grandi distanze.
Eccola che apre la porta. La lascio sempre dormire fino a tardi.
Mi piace prepararle il caffè e vederla sorseggiarlo con gli occhi
ancora assonanti ed i capelli arruffati. Una bellezza solo mia.

120
25 APRILE 2010
UNA COSCIENZA DI CIVILTÀ
di Bruno Magnolfi

L’uomo passò buona parte del pomeriggio sprofondato nella sua


comoda poltrona. Aveva sfogliato un giornale lasciandosi
catturare da alcuni articoli sulla politica, e in seguito aveva letto
qualche pagina di un libro che portava avanti da un mese
ricordando purtroppo ben poco delle pagine precedenti. Infine si
lasciò catturare dalla finissima polvere d’oro nell’aria illuminata
da una porzione di raggi di sole filtranti dalla finestra che aveva
davanti, godendo di quel senso di pace che emanava da tutto
l’insieme di quella stanza tranquilla, addormentandosi pur senza
sonno.
Immagini confuse di persone che discutevano tra loro senza
averne un vero motivo, passarono davanti ai suoi occhi chiusi,
dando il sapore di qualcosa che procede, segue un percorso,
arranca cercando uno spiraglio di verità. C’erano alcuni suoi
amici in quel tratto di strada, ma lui non conosceva il quartiere,
anche se assieme a tutte le altre persone camminava con passo
deciso per raggiungere qualcosa di importante, un edificio, una
piazza, un punto preciso di quella parte di città di cui si sentiva
curioso, dove forse era possibile scoprire qualcosa, raggiungere
altre persone, visionare le certezze di cui il gruppo mostrava
conoscenza.
L’uomo si riscosse avanti che il sogno gli rivelasse che cosa si
nascondeva in fondo al tragitto, e al suo risveglio la stanza si
mostrò identica, solo con i raggi del sole maggiormente inclinati e
di un colore più caldo, quasi a mostrargli la fusione graduale del
pomeriggio con la serata. Improvvisamente gli parve che il suo

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perdere tempo in quella poltrona fosse un elemento offensivo
della sua dignità, del suo essere persona, e volle alzarsi da lì, fare
qualcosa, occuparsi di quanto c’era da prendere in seria
considerazione, ma siccome non gli venne a mente nessuna cosa
precisa di cui occuparsi, decise di restare ancora un po’ lì, a
riflettere meglio. Allora sentì dei rumori nella stanza vicina,
qualcosa che disturbava in modo sconsiderato quei suoi pensieri
fondamentali, quella sua ricerca affannosa del motivo principale
di cui sentirsi uomo, persona, essere pensante per antonomasia,
ma poi tutto parve calmarsi e la quiete tornò poco a poco ad
ovattare la casa.
Decise che pur senza un motivo avrebbe dovuto alzarsi da lì,
affrontare la realtà che dietro al silenzio covava nascosta in chissà
quale anfratto, ma non seppe dove appoggiare il suo libro rimasto
sulle sue gambe, così ne osservò la copertina, lesse il titolo e
l’autore riconoscendo di non averne mai avuto notizia, e rimase a
scorrere la nota stampata sul retro come la descrizione di qualcosa
di cui non aveva mai sentito parlare. In fondo pensò che la realtà
poteva pur aspettare ancora un momento, che importava
quell’affannarsi dietro ad idee che probabilmente avrebbero
lasciato tutto com’era, tanto valeva restarsene lì, attendere che
qualcosa di serio risvegliasse la sua coscienza assopita; per il
resto quella poltrona restava pur sempre un posto di gran
privilegio, il punto migliore dove riflettere bene, il luogo più
adatto dove disinteressarsi di tutto.

122
ABITO ME STESSA
di Miriam Carnimeo

Il presente sfoglia una verità: tutto ciò che si scopre di essere è già
dentro, un segreto che si svela semplice e regalmente troneggia.
Illumina il buio, beffeggia le cose finte ma senza rabbia, adesso
comprende quanto sia facile spogliare l’illusione con uno scoppio
di risa dando valore all’improvviso e al pianto.
C’è ancora chi mi chiede un desiderio, ne ho sempre avuti due!
Davanti al fuoco tra la gente, chiudevo gli occhi e dicevo…
- Voglio tornare a casa!
Mia madre imbarazzata cercava di spiegarmi che quella casa c’era
ed era anche grande è piuttosto sicura.
- Chiedi di essere felice invece, diceva.
Strani questi bambini che diventano grandi, hanno sempre la
pretesa di sapere quanti sacchi si possano riempire di felicità,
quante vite occorrano per rincorrerla, conservando la stanchezza
di un tempo che ha paura della morte e per giunta decide da solo i
confini, le quantità, la durata e la sua fine.
Tutto un tutto di esistenza trascorsa ad inventarsi tanta felicità che
inevitabilmente se scoperta fuori, si perde. Ma se uno non volesse
niente di più che tenersi se stesso con tutto ciò che contiene cosa
mai potrebbe perdere? Cosa gli si potrebbe portare via, se
materialmente non possiede nulla? Non ci sarebbe timore di
soffrire per questa morte che non esiste anche solo per un giorno
che si vive.
Oggi ho un tipo d’amore che è ancora un desiderio. Poter essere
madre di tutto e ricordarlo sempre! Un’antica maternità di tutto
riscoperta da donna. Un mondo di figli di cui prendersi cura e non

123
conta il tempo, il colore, la forma. Perché solo il tempo ha paura
della morte.
Io da sola ne avrò circa cinquemila, conto anche quelli più
lontani, anche quelli grandi. Questa madre ha un abbraccio lungo
che conserva ogni vita, ci si raggomitola dentro ed anche i
bambini più grandi si rasserenano e ritrovano il coraggio. In
quell’abbraccio ridiventiamo tutti più piccoli e stranamente più
liberi. Questo tipo d’amore ha un giorno “giocattolo”, ci faccio
quello che voglio e se lo rompo, ridendo dell’errore, so già che
farò di tutto per aggiustarlo.
La casa è in me stessa e l’abbraccio è quello di una donna.

124
LE FANTASIE DELL'INCENDIARIO
di Dario de Giacomo

Papa luget in rubro.

- Ha una sigaretta per favore? – Nico si rivolse all’uomo stretto


nel vicolo con lui. Attese il gesto o una risposta, ma non
arrivarono. Anzi l’uomo fu svelto ad allontanarsi, col passo
irritato del critico musicale che capti il rumore di una nota stonata
nell’aria tersa. Le sirene dei Vigili del Fuoco martellavano la
piazza consumata dalle fiamme. Molti erano già accorsi,
precipitati nel fumo fuori dalle case.
Il fuoco brucia e l’acqua spegne: un’ovvietà bruciante. E giù
secchi acqua fumo, per strappare un lembo di mobilia al fuoco
che si spegneva nella notte. Piazza Maggiore chiusa su tre lati
dalla massiccia muraglia di edifici cinquecenteschi soffocava
nello strepito. Alle tre, di solito, è l’angolo più tranquillo della
città, ma quella notte le case smaniavano sudate e insonni.
Nemmeno Nico dormiva, si era sistemato spalle al muro di un
vicolo, al margine del ciarpame bruciato, lontano dai crolli di
calcinacci. Stava attento a come il fuoco penetrava, lentamente,
lentamente nei vuoti tra i pensieri, impediva di pensare, ingoiava
le identità delle cose. Quelle fiamme gli ricordarono Milvia.
Anche la sua ragazza gli impediva di pensare.
A volte Nico doveva fingere di dormire per trovare un angolo
dove fissare le idee. Ma Milvia irrompeva anche lì con le sue
domande. – Allora che facciamo? – Lei sapeva cogliere il
momento preciso in cui Nico cominciava a pensare. Si incuneava
con le sue ansie tra lui e i pensieri e faceva forza. Così Nico aveva
smesso di pensare del tutto.

125
Quella sera facevano tre anni che era morta la mamma. Si era
attardato in negozio perché non voleva passare un’altra serata con
Milvia, a sfogliare l’album delle foto di famiglia. La convivenza
con lei non gli pesava, non troppo insomma, ma Milvia riusciva a
farlo sentire vecchio. Aveva solo 25 anni, eppure condivideva con
lei così tante memorie che gli sembrava di averne 250. Perciò
sperava solo di tornare a casa e di trovarla già addormentata.
Voleva infilarsi a letto e svegliarsi l’indomani mattina, oppure
non svegliarsi affatto.
Dalla morte dei suoi gestiva la sartoria da solo. Aveva la testa
zeppa di manichini, prezzi e misure di donna. Ma la sera in cui
scoppiò il grande incendio, beh quella sera aveva solo voglia di
fumare ancora un po’ e di dormire, dimenticando tutte le misure
dei clienti, quelle della mamma, del babbo, di Milvia.
Per strada non aveva incontrato nessuno, il tragitto dalla sartoria a
casa è breve. Troppo breve per mettere in ordine le idee. Era
anche rimasto senza sigarette e il fuoco gli aveva messo voglia di
fumo. Si chiese se fosse sconveniente fumare durante un
incendio. Milvia non l’avrebbe trovato affatto strano. Ma Milvia è
Milvia, è una che si nasconde nei cinema porno per sentire lo
stupore di un odore straniero, come dice lei. Milvia colleziona le
foto dei suoi amanti, fotografa solo dei dettagli, le spalle ma più
spesso le mani o il collo, e poi piange quando mostra l’album
delle foto di famiglia.
Un giorno Nico le aveva chiesto di bruciarle, perché era insensato
collezionare foto degli amanti. Lui la pensava così. Insomma quei
reperti anatomici in formato 13×13 erano manichini disanimati
non foto di famiglia. Quando riusciva a pensare trovava insensato
tutto di Milvia. Anche quella mattina durante il litigio.
- Che cazzo sono queste, Milvia? – aveva urlato Nico
sparpagliando pezzi di e-mail sul pavimento. Prima era entrato
nella posta elettronica della ragazza e aveva letto, letto le sue

126
risposte deliranti a quei porci che la contattavano.
- Voglio che bruci tutto, tutto! Ora.
- Ma perché? Perché dei pezzi di carta ti spaventano tanto? - gli
rispose Milvia.
- Ti brucio tutto io se non la smetti – la minacciò lui. Ma Nico
aveva fatto un’altra scoperta quella mattina. La sensazione dolce e
forte della carne di lei che si afflosciava sotto il palmo teso del
suo manrovescio. Continuò a colpire, colpire, il sangue di Milvia
fu acqua sul fuoco e la colpì ancora.
- Sei una bestia – sussurrò Milvia - Anche tu! sei una bestia – e
rideva col sangue tra i denti. – Nel tuo mondo di parole stampate,
gli uomini non puzzano vero? – Poi si era alzata e gli si era
strusciata addosso, una striscia di sangue gli era colata sul
maglione. Nico l’aveva colpita di nuovo, forte per farle perdere la
memoria. Senza memoria lei si sarebbe inventata una nuova
Milvia. Lui, senza memoria, l’avrebbe amata di nuovo.
Ora la piazza stava finalmente bruciando, con gli edifici e tutti i
pezzi di carne e carta che contenevano. Picchiare duro Milvia era
stato facile, facile come incendiare le sue foto, facile come
appiccare un incendio. Nico concentrò l’attenzione sul fuoco, si
impose di dimenticare la discussione del mattino. Nell’angolo più
lontano che riusciva a vedere dentro tutto quel fumo notò che
anche il museo etnografico dell’agricoltura stava bruciando. Forse
era sconveniente anche pensare che tutta la collezione di memorie
contadine, di come-eravamo-prima-di-essere-come-siamo, fosse
solo un’enorme cazzata. Che vengono a cercare qui i turisti nella
bella stagione? Da anni desiderava chiederlo a qualcuno.
- Scusi per il museo? Chiedo scusa il museo etnografico? – si
sentiva ripetere sempre la stessa domanda d’estate. Poi arrivava
l’inverno, il freddo spaccava le mani a sangue e il sangue lucidava
le vanghe che ora bruciavano nel museo. Nico pensò che Milvia
era il suo museo etnografico, ma non solo lei anche tutti gli altri.

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Iniziò a lambire lentamente il perimetro di fuoco, a passi lenti,
come un turista. Si fece largo tra la folla, spintonando e pensando.
Cercava di raggiungere il museo. Era curioso di vedere tutti
quegli strumenti di lavoro ridotti in cenere. Il fumo aveva
distrutto il lavoro di una vita, di più vite. Per fare ordine
bisognava appiccare il fuoco.
Ordinare i cassetti della scrivania può essere un’impresa
disperata: cose da buttare, cose da conservare, tutti i tradimenti di
Milvia da perdonare. Poi è scoppiato l’incendio che ha bruciato la
memoria e ogni sua necessità. Il fuoco stava facendo tutto il
lavoro, a Nico restava solo il sudore e la cenere. Milvia non
capiva, era solo buona a circondarsi di cose, anche lui del resto,
però lui non credeva a nulla.
Nel museo privato di Nico, quello che visitavano i turisti della
giornata, lui aveva accatastato alla rinfusa idoli greci con ninnoli
mostruosi recuperati nei cassonetti. I visitatori si emozionavano,
ma lui no. E la visita era gratuita per tutti, anche ora qui in Piazza
Maggiore, allagata di spazio dentro le fiamme. Il fuoco rallentava
il tempo. Dopo tutte le notti di rigore meccanico e risvegli di
precisione, di estraneità all’abbraccio del sole, per Nico questo
tempo lento che intersecava il suo sguardo nelle volute di fumo
era inesplicabile. Immaginò il volto largo, dalle linee solide, di
Milvia, vide la sicurezza dei desideri soddisfatti nei suoi occhi.
Come saranno quegli occhi, ora, nel fuoco dell’incendio?
Nico pensò alle piccole cose preziose con cui loro due avevano
eliminato il vuoto dalle stanze, agli ambienti che avevano
incorporato gli oggetti un pezzo alla volta e alle fiamme che li
vomitavano tutti. Bisogna fare esperienza per vivere, fino al punto
in cui tacciono tutte le domande. Ma Nico iniziava a capire che
l’incendio era terribile, peggio di quello che aveva immaginato di
trovarci. Frugava dentro la cenere indossata da altri corpi, con un
tocco sensuale, era come ficcare la mano dentro le tasche di uno

128
sconosciuto. Milvia non aveva mai tasche per lui. Ma quelle
ceneri erano come il sonno, perché le carni assonnate non
mordono e lui ora non sentiva più nulla, solo il cigolio di una
porta che rallentava fino a fermarsi.
Percorse un tratto di strada lunghissimo per allontanarsi dalla
folla di bocche, che ripetevano di essere senza parole e si
agitavano. Era rimasto sveglio da solo, con i frammenti di cenere
sui risvolti dei jeans. Sapeva che Milvia a quell’ora dormiva nel
loro letto, con la consapevolezza di chi è abituato ad abitare
lenzuola di una notte sola. Milvia con la sua vita vera da
raccontare, lui con i frammenti di nero-fumo sulle scarpe. Nico
decise di tornare a casa. Non c’era nessun segreto da svelare, non
più. Sarebbe entrato in casa urlando – Che hai fatto Milvia? – poi
lui si sarebbe inginocchiato nell’ingresso, a mani giunte verso il
cielo, si sarebbe schiaffeggiato assaggiando la dolcezza della
pelle del suo viso che si afflosciava sotto i colpi dei manrovesci.
Forse avrebbe pianto, si forse lo avrebbe fatto davvero.
“Perché Milvia? Dimmi perché hai bruciato tutto?” le avrebbe
chiesto per sfondare le porte dei suoi ragionamenti. Ma prima
avrebbe di nuovo pesato le sue speranze nelle bilance del
mercato, un tanto al chilo. Nico sapeva che era solo una questione
di pesi, quelli giusti gli mancavano. Non era capace di sopportare
pesi gravi e allora si inventava speranze minuscole. L’incendio
per esempio. La speranza minuscola di un fuoco.
“Perché hai appiccato l’incendio Milvia?” ora guardava tutti i suoi
dubbi dall’esterno del bar, dove si era fermato a riposare. Il locale,
alla periferia della città, era un puntino brillante nel cielo blu che
sfumava al brutto. Nico si accorse di aver parlato ad alta voce.
-La vuoi una sigaretta?– Dall’ombra nera di un pino sbucò la
figura che aveva incontrato nel vicolo durante l’incendio. Nico si
schernì ma l’uomo lo incalzò. – Che dicevi a proposito del fuoco?
Chi è Milvia?

129
- Niente, pensavo alla morte – rispose – alla gravità di certi gesti.
– La sua ombra e quella dell’uomo si allungavano opposte e
contrarie, ma si toccavano in un punto.
- La morte non ha gesti, né piccoli, né grandi – continuò l’uomo
tendendogli una sigaretta – non c’è mistero nella morte. I misteri,
buffi o gloriosi, restano in vita.
Quelle parole stranamente dimenticavano le sillabe dappertutto,
Nico se le ritrovò tra le dita, sui genitali, gli prudevano tra le
spalle. Assomigliavano agli occhi che spiano i bambini dietro i
cancelli. Non sapeva davvero cosa rispondere. Accese la sigaretta
che l’uomo gli aveva offerto e prese ad osservare come il tempo si
increspava sui tetti di lamiera, come cambiava il colore delle case.
In quel quartiere tutto era verde-abbandono e muffa. Provò a
raschiare il muschio dal bordo della fontana, ma era solido e gli
rimase attaccato alle dita. Ripensò a Milvia, dimenticando l’uomo
della sigaretta. Voleva raggiungerla in fretta, per avere le dita unte
di lei e del suo tempo di notte. Il fumo dell’incendio si sarebbe
piegato sui loro corpi grezzi, tra i cuscini morbidi. Entrambi
avrebbero lasciato le loro impressioni nell’aria azzurrina, sospese
sul fumo del ciarpame bruciato.
Sì! Nico decise di sopravvivere a quella notte. Sarebbe
sopravvissuto, contro voglia probabilmente, come il primo e
l’ultimo della sua stirpe. Lei poi lo avrebbe abbandonato, lo
sentiva chiaramente, quando sarebbe stato troppo intossicato per
trattenerla. Nico era condannato a ripetere quel rituale di lascivia
e abbandono ogni notte. Perché le sue giornate avrebbero sempre
avuto il fiato troppo corto. Si respirava già notte nell’alba.
A quel pensiero si alzò di scatto. – E la mia colpa poi? – urlò in
faccia all’uomo –Qual è la mia colpa? Che colpa ne ho se sono
stato condannato così?
L’uomo non rispose, si guardò le mani.
- Ho le mani dei morti – disse Nico – perché le mie mani

130
assomigliano a quelle di mio padre, e le sue assomigliavano a
quelle di suo padre. - Afferrò l’uomo per il bavero – Ma allora di
chi sono le mie mani? – parlava a scatti. – Qual è la mia colpa?
La nera figura si liberò facilmente della presa. – Ė difficile che
una puttana non abbia la faccia della puttana – disse l’uomo
aggiustandosi la giacca con cura – per questo non ci vado. Devo
trovarne una che sia puttana senza averne l’aria. Una di quelle che
non si ingozzi di cibo e droghe, ma abbia trovato le sue giuste
quantità.
Nico lo guardava senza capire. Lui riprese. – Devi capire la
quantità di soddisfazione che ti fa star bene, quella ad un solo
passo dal confine, oltre il quale vomiterai a pezzi tutto il tuo
dolore.
- Ma l’incendio – disse Nico, ancora intontito – quello faccio
fatica a capirlo…
Le mani dell’uomo si appoggiarono rassicuranti sulla sua schiena.
Erano tenere, delicate, ma forti. La sua voce si era fatta distante,
coperta dal rumore dell’acqua nella fontana pubblica. Nico provò
a voltarsi ma le mani ora lo artigliavano saldamente. Lo tennero
sotto per tutto il tempo necessario, il tempo giusto non di più. Con
la testa premuta nell’acqua della fontana Nico sentì che stava
perdendo i sensi. La voce dell’uomo gli arrivava smorzata.
- Da piromane che sono, io aspiro all’acqua – diceva. - Ci
scommetto proprio: tutti sapete bene che l’acqua bagna e il fuoco
brucia: è un’ovvietà bruciante. Vi vedo, quando le campane
suonano a martello, precipitarvi nella piazza del paese per
spegnere l’incendio. Ma c’è qualcosa che ignorate. Bisogna
nascere piromane per capirlo: l’acqua non spegne il fuoco, anzi lo
rinfocola. Per questo solo, tu morirai annegato!

131
SOLTANTO DIECI MINUTI
di Bruno Magnolfi

“Non sono nervoso; solo mi pare tu abbia messo sulle labbra un


rossetto troppo vistoso, per esempio…”, aveva detto lui con
parole tese, senza guardarmi. Io ero rimasta in silenzio,
continuando a camminare al suo fianco e cercando come di
mordere sulla mia bocca quel colore che a lui aveva dato tanto
fastidio. Quasi arrancando per cercare di stare al suo fianco,
cercavo di portarlo su argomenti leggeri, che lo predisponessero
bene a quella serata. “Non è colpa mia se abbiamo dovuto
parcheggiare la macchina un po’ troppo lontano…”, avevo detto
sbagliando, ma con tono di voce dimesso. In realtà quei nostri
amici si facevano grandi ad abitare un appartamento nel pieno
centro storico della città, sicuramente invidiabile per certi versi,
però scomodissimo per le cose
più pratiche.
Continuavo a tacchettare con le mie scarpe alte su quel lastricato
sconnesso scrutando il marciapiede a ogni passo per evitare
incidenti, e intanto cercavo le parole più adatte almeno per
strappargli un sorriso: “Chissà se a questa festa ci saranno anche i
Dallai?”, dissi quasi tra me, tanto per dire, allungando la frase
come ad una coda divertita della mia voce, che stesse a significare
che trovavo quei due così buffi da essere contenta se ci fossero
stati. Lui aveva subito rallentato lievemente l’andatura come
pensando qualcosa. Poi aveva detto: “Speriamo proprio di no: in
genere lui inizia a parlare del suo lavoro e non la finisce per tutta
la sera…”. A me di solito non interessava affatto in occasioni di
quel tipo dover ascoltare anche degli argomenti triti e noiosi, anzi

132
mi era sempre sembrato un conto inevitabile da dover in qualche
modo pagare: erano altre, anche se normalmente pochissime, le
cose di una certa importanza che venivano fuori, ma soltanto così,
con quei contatti sociali e con quello scambio di idee potevano
emergere elementi positivi, conoscere da informazioni di prima
mano cosa succedeva, cosa facevano, come vivevano coppie del
tutto simili alla nostra.
“Ma tu hai idea di quanti invitati saremo a questa serata?” avevo
aggiunto, tanto per lasciarlo un po’ sciogliere. “Con le manie di
grandezza che hanno in quella casa, sicuramente saremo in
numero maggiore del necessario, immagino…”, aveva detto lui
con tono polemico. “Però a me basta che non si siano messi in
testa di farmi mangiare del sushi o altre schifezze alla moda del
genere, e che soprattutto si possa venir via ad un’ora decente”,
aveva aggiunto tutto di seguito, piazzando già i margini della sua
soddisfazione per tutta la festa. Pensavo tra me, al contrario, che il
periodo per quel ricevimento non poteva dimostrarsi
maggiormente propizio per noi: avevamo prenotato i biglietti per
una bella vacanza da lì a breve, e ne avrei sicuramente parlato con
tutti; e poi la nostra decisione in un futuro a breve scadenza di
avere un figlio, era per forza un altro argomento che mi metteva
molto a mio agio. “Quindi non hai neanche intenzione di dire che
ti hanno promosso in ufficio?”, avevo detto ben sapendo di lasciar
scaturire il suo orgoglio. “Beh, si…”, aveva detto lui, come
lasciando mostrare che non era sua intenzione avere segreti.
“Sempre se viene fuori l’argomento, però…”.
Restammo in silenzio per qualche secondo, ambedue pensando
alle ultime avvertenze di cui tener conto, poi io dissi con voce
decisa: “Mi raccomando…”, parlando con la coscienza di
renderlo felice; “se vedi che non riesco a tirarmi fuori dagli
argomenti di qualcuno terribilmente noioso, interrompi pure le
chiacchiere con una scusa qualunque, e tirami fuori forzando le

133
cose. Naturalmente mi ricorderò anche io di usare lo stesso
stratagemma con te…”
Ma fu in quel punto di strada, quando i due ormai erano quasi
arrivati, che qualcosa si mise nel mezzo. Lui inciampò in un
piccolo ostacolo sul marciapiede, cercò il braccio di lei per
sorreggersi ma non lo trovò in quanto lei era rimasta appena più
indietro; fece due passi in modo scomposto ormai barcollando,
cercò di mettere le mani in avanti, e infine andò a rovinare sul
gradino di pietra di un palazzo settecentesco. Il polso cadendo
fece un rumore sinistro e il dolore che lui disse di sopportare era
fortissimo. L’ambulanza arrivò solo dopo dieci minuti.

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L'ISOLA ROSSA
di Morgendurf

Annusi l’aria nell’ora del crepuscolo. Sembra invernale.


Un alito di vento traghetta le mani verso un oggetto segreto, una
vela furtiva. Da lontano senti un ammonimento avvicinarsi, gelido
e chiuso. Un racconto affolla la tua mente, un fiume impetuoso
che narra di te come di un viandante, di una storia ormai
invecchiata nelle pagine sfogliate dal vento. Lo sguardo si volge
alla testa che brucia nel cuore, in compagnia eppure solo,
tormentato nella tua bella casa di campagna, rossa isola di
bagliori ormai spenti, circondata da ali di neve. Rastrelli i ricordi
ammucchiandoli di lato, ed in essi inciampi. Cadi sgomento per
quell’amore inginocchiato, per quelle mani giunte, per quella
preghiera che temevi ti avesse ormai abbandonato, che credevi
non poter più ascoltare. Invece lo hai trovato in una ciotola,
versato come latte da un’ombra di pietra su cui lei s’era seduta.
Un tempo ne aveva assunto le sembianze, ora è animata da una
danza, una danza animata dall’anima.
La casa risuona di risate griffate, disciolte in una lingua
ammorbata, una recita in processione, un rosario. Rimani
incatenato in quel bisogno che ti manca, che ti rende smarrito e
bruciante. Affoghi nei flutti dell’inconfessabilità, nel mare di un
desiderio che ti fa rannicchiare nell’angolo estremo del letto
nuziale, da tempo freddo e inanimato.
Gli occhi sbarrati fissano il buio, ascoltando quel respiro ormai
sconosciuto, fuoriuscito da una bocca che è diventata pietra, in
una stanza dove la polvere ha oscurato lo scintillio del sole. Ieri
hai percorso il tempo a cavalcioni, sentito la genesi della tua carne

135
morente. Ti sei preso il tuo tempo, scagliato il tuo amore in un
altro letto, che è culla ed abisso. L’hai sentito crescere in colei che
non sarà mai la tua sposa, ti sei messo a nudo davanti a lei. Hai
visto la sua mano parlarti con un suono di tanto tempo fa, entrarti
nel petto che si è fatto porpora e neve.
Ti alzi, attraverso la finestra guardi il prato morto, gli alberi che
non danno più frutti, segni oscillanti d’una età mentale dentro ad
un corpo che sussulta e non si rinnova, comandati da un capo
avvolto in un velo che loda le piume delle oche. Ed allora sai che
continuerai a correre come il vento verso quel volto che
t’infiamma.
Una mano tesa t’invita ad uscire, a seguire quel volo notturno nel
cielo che si fa giorno, ad alzarti per raggiungere il paradiso, ad
abbeverarti in quell’acquasantiera ardente. Vuoi ancora provare il
bene estremo nella casa delle preghiere. Come un analfabeta, per
scrivere un racconto senza fine. Giacere con lei, ed esultare
assieme al tempo che rinnova le stagioni. Congiungerti a lei con
le tue ali, essere risucchiato dalle labbra della tua non sposa.
Diventare il centro rotante nel bocciolo, vivere ed esistere nel
centro del mondo. Risorgere con lei ed in lei, fino a rifiorire nella
tua neve disciolta.

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RITUALE NEL FIUME
di GM Willo

Teresa cercava qualcosa di nuovo che potesse salvarla dall’apatia


che la tormentava nei giorni sbagliati, come ad esempio il venerdì
sera sul divano davanti alla TV, col volume abbassato e il
cellulare in mano a scorrere velocemente la rubrica piena di
numeri sconosciuti. Il sabato non era male perché andava a fare
visita a sua madre. Nonostante andasse per i quaranta si sentiva
sempre la sua piccolina, cosa che ovviamente non avrebbe mai
confessato a nessuno. Poi la domenica se la vedeva davvero
brutta. Di solito si rigirava tra le coperte fino a mezzogiorno, poi
faceva la doccia e preparava un po’ di colazione. Evitava di
guardare l’orologio, o almeno ci provava. Sapeva che non le
sarebbe piaciuto scoprire quante ore ancora mancavano alla fine
della giornata.
Il lunedì tornava a lavoro, felice. Per Teresa il lunedì era il più bel
giorno della settimana, ma anche questa era una delle cose che
non avrebbe mai ammesso, neanche a se stessa. In ufficio
lavorava fino a tardi. Era sempre la prima ad entrare e l’ultima ad
uscire e, a parte il venerdì, giorno in cui l’edificio chiudeva alle
cinque per le pulizie, lei poteva starsene a scartabellare fascicoli e
cartelle fino a sera inoltrata.
Una domenica pomeriggio pianse più del solito e seppe che non
poteva andare avanti così. Afferrò il cellulare, aprì la rubrica e
incominciò a cercare. Dopo cinque minuti aveva fatto due volte il
giro dei nomi, sempre indecisa. Chiuse gli occhi, li sentì frizzare
per via del trucco annacquato di lacrime, e continuò a premere la
pulsantiera del telefono. “Pronto?” udì ad un tratto, così aprì gli

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occhi e si accorse di aver chiamato un numero a caso. Lesse il
nome: “Patrizia”. Patrizia chi?
“Pronto Teresa, sei tu?”
“Pronto? Si, ciao Patrizia, come stai?”
Iniziò così. In principio gli amici di Patrizia le parvero strani, o
forse si sentiva strana lei insieme a loro. Ritrovarsi a trentanove
anni ad andare per i boschi e a parlare di energie, flussi e spiriti
della natura non era esattamente quello che aveva in mente il
giorno in cui si laureò in giurisprudenza, come d’altra parte non
era proprio il suo sogno lavorare come impiegata in un ufficio
legale. Ma gradualmente la sua vita cambiò, e non in peggio.
Incominciò a lasciare il posto di lavoro alla stessa ora dei suoi
colleghi. A volte andava a cena di qualcuno del gruppo, leggeva
libri nuovi, evitava il divano e la TV. Non c’era solo Patrizia.
C’erano Antonella, Giorgio, Mirco, Giulia, tutti suoi coetanei, più
o meno. Per San Giovanni andarono a fare un rituale nel bosco,
dentro al fiume. Fu una giornata spettacolare. Mentre tornava in
macchina verso casa, Teresa si chiese se ci credeva per davvero a
tutte quelle cose. Forse, si disse, ma era secondario. Ciò che più
importava era che incominciava a piacersi. Per la prima volta
dopo tanto, tanto tempo.

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BRICIOLE DI PANE
di Bruno Magnolfi

Praticamente, come tutta la casa, la cucina era piccola, il tavolo


era addossato ad una parete, e il resto era lì, il gas con la bombola,
il frigorifero che funzionava anche come piano d’appoggio, il
lavello perennemente ingombro di qualcosa. Quello era
l’appartamento che Carlo aveva trovato in affitto all’inizio
dell’università, là dentro ci poteva abitare soltanto una persona,
tanto era minuscolo, ma lui non aveva mai desiderato cambiare.
Certe volte, è vero, gli era pesato abitare da solo, ma ciò
nonostante, e anche oltre al fatto che ai suoi genitori, quando
qualche volta erano venuti fin lì dal paese, non fosse piaciuto per
niente quel suo appartamento, ugualmente lui non aveva mai
cercato nient’altro, era sempre rimasto ad abitare in quelle due
stanze.
Gli piaceva mettersi seduto al suo tavolo, da solo, con la tovaglia
ancora cosparsa di briciole di pane e l’unico piatto ormai ripulito
spostato su un lato, prendere un libro ed appoggiarsi con la spalla
a quella parete, con la finestra subito lì, che dava sul cortiletto, a
leggere piano, con la radio in sottofondo che parlava, parlava per
conto proprio. Certe volte si addormentava su quella sedia, ma per
pochi minuti, con un dito tra le pagine a tenerne il segno, pronto a
riprendere la sua lettura subito dopo. Erano trascorsi più di tre
anni dalla sua laurea, e quel breve periodo era bastato per
togliergli ogni entusiasmo, estirpare quel sogno di trovare un
lavoro decente, di iniziare a vivere in modo un po’ meno
approssimativo. Forse non aveva cercato abbastanza, a volte
pensava, forse si era rilassato anche troppo; forse aveva

139
immaginato qualcosa che non esisteva in realtà, e la sua delusione
lo portava nella sua piccola cucina, con la luce del sole di quel
primo pomeriggio che filtrava dalle tendine, ad assaporare quei
rumori di vita lontana, a lasciarsi cullare nella proroga di ogni
decisione.
Cosa poteva mai essere di diverso la vita, certe volte pensava, se
non quello starsene lì, senza dar noia a nessuno, accarezzato dal
sole, da quelle parole del libro? Con qualche lavoretto che
riusciva a trovare ce la faceva giusto a tirare avanti, ma che
prospettiva poteva mai essere quella, passavano gli anni senza che
nulla variasse, seppure di poco. Poi aveva conosciuto quella
ragazza e un po’ aveva perso la testa, ma non era durata, e Carlo
si era ritrovato più solo di prima. A volte ci ripensava a quelle
poche volte che lei era salita fin lì, lui le aveva cucinato qualcosa,
avevano parlato di tutto, lui l’aveva baciata abbracciandola in
piedi, addossato a quella stessa parete in cucina o accanto al
tavolo.
Che sciocchezze, pensava adesso, però belle da ricordare, anche
se lei dopo un po’ non aveva più voluto saperne di quelle sue
maniere trasognate e indecise.
Chissà in quanti modi sarebbe potuta andare la loro storia, a volte
pensava: con l’entusiasmo di quel periodo lui avrebbe bussato a
tutte le porte, avrebbe trovato un lavoro, cercato una casa più
grande, andato ad abitare con lei, e poi chissà, tutto sarebbe
facilmente stato diverso. E invece ancora adesso lui
era lì, con le sue cose di ogni giorno, con il suo libro da leggere,
la finestra, la tovaglia cosparsa di briciole di pane. Però
continuava a piacergli
quel mondo minuto: a volte scostava la tendina, si sporgeva in
avanti, riguardava il cortile con la luce del sole che riusciva a
scaldarlo, e si sentiva felice, almeno per altri cinque minuti.

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MARTEDÌ GRASSO
di Morgendurf

Era trascorso quasi un anno dal loro ultimo incontro. Lui


l’aspettava seduto sulla panca dietro l’oratorio. Lei arrivò
silenziosamente, si sentiva solo il fruscio della stoffa accarezzare
il buio della notte. Dalle finestre chiuse arrivava l’eco della
musica e delle risate. Centinaia di persone stavano festeggiando.
Gli si sedette a cavalcioni, alzando la lunga sottana. Erano uno di
fronte all’altro. Non una parola tra di loro, solo sguardi intensi. Il
buio era loro complice, da tempo immemorabile.
Nessuno avrebbe prestato attenzione a quelle due figure. Era
martedì grasso, tutti indossavano una maschera. Anche loro. I
movimenti dei loro corpi seguivano il ritmo dei loro respiri, che si
facevano sempre più intensi, accelerati, vibranti, fino a sciogliersi
in un grido sommesso. Dopo qualche minuto, fecero il loro
ingresso nella sala.
Don Mario e Sorella Lisa brindarono assieme agli invitati: fra
poco sarebbe iniziata la Quaresima.

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LA RAGIONEVOLEZZA DI QUANTO DETTO
di Bruno Magnolfi

Certo è che spesso tutto è confuso. Si tratta d’iniziare con il dire


qualcosa pensando ad un soggetto differente. Ci si impappina, si
tossisce, si prende tempo. A volte le domande di qualcuno o gli
interrogativi propri ci incalzano, così, si cerca immediatamente di
recuperare, e anche se non si sa rispondere adeguatamente si va
avanti sulla linea di un pensiero che sia più largo, più aperto, più
confuso, maggiormente vago e ambiguo tra tutti quelli che
possiamo avere a disposizione. Si parla, insomma, e le parole
fuoriescono indipendentemente dal significato che hanno, come
una materia informe nella quale siano compresi e indistinti tutti i
contenuti dei quali inizialmente forse volevamo dire, e che adesso
diciamo, ma incomprensibilmente.
La solitudine è notevolmente più degna di studio ed attenzioni. Si
tratta di raccontarsi qualcosa mediante immagini e pensieri
scollegati, dei quali se ne capisce con evidenza il poco senso, ma
andando ugualmente avanti se ne riesce spesso ad affermare,
assieme alle pochissime certezze, almeno il valore di pensato, ed
esso assume un peso evidentissimo tra ciò che siamo e ciò che
vogliamo dimostrare, confondendo del tutto ogni elemento
iniziale, ed è vero, ma restituendo a noi stessi una enorme
determinazione. Siamo convinti, insomma, e questo è quanto di
più fantastico si potesse mai desiderare.
Suonò il telefono, lui nella sua stanza scorrendo una rivista
rispose. Un nuovo servizio, si disse, che non poteva non apparire
interessante. Qualcosa che denotava un senso di modernità, di
adeguatezza, di vita vera, lui disse dica. E il telefono con quasi

142
cento frasi a tre o quattro soggetti cadauna esplicò un insieme di
cose che portavano inesorabilmente verso l’accettazione passiva
di quanto appena detto, se non altro a dimostrare quell’attenzione
e quella comprensione del tutto necessarie in casi come quelli. Ma
a lui non bastava e disse solo però, ma se ne guardò bene più
avanti dal ripeterlo ad evitare le altre cento frasi a soggetti
invertiti ancora più oscure e adesso dominate dalla fretta di
evitare l’inutilità delle lungaggini. Soltanto la sovrapposizione
delle parole di un dialogo monologante come quello era permessa,
e al contrario quel silenzio di un solo secondo alla fine di una
domanda arrivata repentina che dovette scomodamente essere
ripetuta, fu giudicato il massimo del dimostrarsi poco attento,
poco sveglio, quasi tonto.
Dovette dire va bene, lui, non comprendendo cosa, ma
apparendogli chiarissimo quanto quella voce nel telefono (forse di
donna?) avesse senza alcun dubbio qualsiasi dimostratissima
ragione.

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CONTRABBANDO DI TE
di Dario de Giacomo

Per un po’ ho avuto paura dei tuoi pensieri. Mi sembravano così


pesanti.
Sai? Ho creduto davvero che i tuoi fossero dei pensieri. Questo
prima però. Prima di inciampare nel tuo cilindro, di trovare il
coniglio bianco abbandonato ai piedi del letto, mentre dormivi.
Ho aspettato che fossi ubriaca di te per frugare nella tua intimità.
Gli attimi di passione sbollentano in fretta. Il nemico, stanotte, ha
superato la linea di sbarramento; ho trovato le sue tracce in bagno
e nel soggiorno. C’erano tre flaconi di medicinali, ieri sera, sul
ripiano della cucina. Li avevo ordinati io secondo lo spettro
cromatico. Stamattina però il flacone giallo precede il blu. Perciò
il nemico ha sicuramente tentato di sfondare le linee.
Ti sei intossicata di te fino a morirne. Forse hai esagerato con i
trucchi. È proprio questo il destino degli illusionisti, illudersi fino
a crepare. Credevi di giocarmi? Ci sei riuscita. Mentre ramazzo le
latrine, penso che sei uscita in quarantotto e qui è rimasta solo la
puzza d’orina vecchia.
Ma davvero credevi al tuo prestigio?

All’inizio non volevo capire. C’erano troppe tracce disseminate


dappertutto. Le ho seguite quasi alla fine del percorso, dove si
affievolivano e sparivano. Ho scoperto che i tuoi passi
intersecavano quelli degli altri. Non saprò mai, però, se loro
ricalcavano le tue impronte, oppure se le dirigevano. Io avevo
tutti gli assi, che mi avevi consegnato tu, però vincevi.
Come cazzo ci riuscivi? Era la mia paura ad arrestarmi? Là dove

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le tracce superavano la trincea. Sarei dovuto scivolare nel buco,
sporcarmi con la tua gente.
All’epoca dello stordimento, tu stavi sulla porta, e facevi
contrabbando della tua peluria tra le cosce. I cani quella cosa la
sentono da lontano. Dopo anni ritornavano ancora a rivoltarsi nei
tuoi pensieri, come tra le lenzuola sporche.
Ti sei mai fatta schifo? No! Senza rimorsi.

I morsi dell’anima sono fragilità. Raccontavi a tutti la tua storia, la


stessa ogni volta. Si è screpolata fino a consumarsi, gonfia come
una zampogna. Ti piaceva che la canizie dei vecchi e la peluria
degli adolescenti si rizzasse ad ascoltare le tue parole. Tra il
contrabbando di te e quello di the, c’è un liquido torpore che tenti
di allontanare. Stai immobile anche ora. Ora che sei morta, ebbra
di te. Il tuo trucco migliore, quello che poi ti ha uccisa, è
l’immobilità. Qualche filo di rete, innocua per la sua esilità, e al
centro, altrettanto innocente, giace la tua immobilità. È il gioco
della pania, per cacciare gli uccelli. Chi ha le ali si dibatte e vola,
in un gran rumore di membra in movimento. Chi ha l’immobilità
vince, con l’impalpabilità del vento. I nemici sfondano le linee,
muovono gli oggetti, sparpagliano l’ordine che mi è necessario
per orientarmi nel mio mondo.
Perderò questa battaglia, che illusione!, anche la guerra.
Ma tu sei morta.
Sei di nuovo immobile.
Tu Vinci.

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LA CALMA ARTIFICIALE
di Bruno Magnolfi

L’uomo camminava per strada insieme a tutti i pensieri che gli


giravano nella testa, ed i suoi passi cercavano di scansare i piccoli
accumuli d’acqua che si erano formati sui marciapiedi, dopo la
pioggia insistente di quel pomeriggio. In giro si vedevano poche
persone, la maggior parte dei negozi aveva già chiuso, le strade
lucide portavano via le ultime auto. L’uomo teneva le mani
sprofondate dentro alle tasche, il cappello antiquato calato sugli
occhi, lo sguardo immobile, qualche metro davanti alle scarpe. La
sua depressione negli ultimi tempi pareva non aver progredito,
quella passeggiata che affrontava ogni giorno riusciva a fargli
distendere i nervi, a renderlo tranquillo per quasi tutta la notte.
In fondo alla strada, oltre l’angolo, qualcuno aveva fatto un cenno
con modi furtivi. L’uomo si era avvicinato proseguendo
comunque il suo itinerario, e una vecchia, mezza nascosta dentro
un portone, gli aveva chiesto qualcosa di incomprensibile.
L’uomo immaginò che stesse chiedendo dei soldi, così
soffermandosi appena un momento tirò fuori dalla tasca alcune
monete, ma la vecchia con un gesto gli fece capire che non era
quello che le interessava. Lo invitò a seguirla dentro al portone,
gli indicò con un dito la scala di pietra che portava fino a quel
primo piano, dove la porta di un appartamento era socchiusa.
L’uomo seguiva quei gesti conservando, insieme ad una certa
curiosità, la voglia profonda di tornarsene alla sua passeggiata ed
ai suoi pensieri, ma la vecchia pareva dovergli mostrare qualcosa
di importante, qualcosa che teneva lì, in quella casa, e che pareva
in fondo a quel corridoio.

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La luce era scarsa là dentro, il corridoio pareva più lungo di
quello che si sarebbe pensato, lui scrutava quel muro pensando a
cosa poteva trovare. Quell’ingresso poi girava ad angolo retto, e
tutte le porte che si vedeva erano chiuse. Ad un tratto si accorse
che era rimasto da solo, la vecchia sembrava sparita, forse si era
infilata dietro una delle porte, pensò, e in un moto di razionalità
tornò sui suoi passi, verso l’uscita. Ma con grande sorpresa, là
dove si aspettava di trovare il portone, vide che non c’era più, e al
posto dove avrebbe dovuto trovarsi adesso c’era il muro, come se
la parete si fosse ricostituita alle sue spalle. Pensò che forse stava
sbagliando, che forse aveva perso l’orientamento in quel
corridoio, che quell’appartamento così grande e così stravagante
poteva avergli giocato uno scherzo. Percorse avanti e indietro più
di una volta tutto l’ingresso, scoprendolo sempre più contorto, più
buio, più complicato ad ogni suo passo, fino a quando decise di
aprire a caso una di quelle tante porte che c’erano.
La stanza in cui entrò era vuota, solo un letto disadorno vicino ad
una parete, nient’altro. Osservò la finestra dai vetri opachi, si tolse
il cappello, il soprabito, e appoggiò le sue cose sopra una sedia lì
accanto. Si sentì improvvisamente stanchissimo e si sdraiò sopra
quel materasso, assaporando il silenzio e la piacevole oscurità
della stanza. Passò un po’ di tempo senza che niente accadesse,
forse un’ora, forse anche due, poi, senza preavviso, arrivò
l’infermiere della clinica insieme ad un’altra persona col camice
bianco per fargli la solita iniezione calmante. “Eccomi”, disse il
medico della clinica psichiatrica, mentre l’infermiere lo aiutava a
tenere l’uomo fermo sul letto; “Con questa almeno stiamo buoni
per quasi tutta la notte”.

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LE MIE CITTÀ
di Massimo Mangani

DUBLINO

Dublino credo sia l’unica città al mondo dove anche un


razionalista come me può convincersi che i fantasmi esistono
davvero. D’altronde cosa ci possiamo aspettare da un luogo dove
il personaggio più importante è lo spettro di una pescivendola che
nelle fredde e nebbiose notti invernali vaga per le strade gridando
che i suoi molluschi vivi sono i migliori?
Difronte alla vecchia Molly Malone non ci sono O’ Connell o
Michael Collins che tengano! Attraversando il ponte sul fiume
Liffey anch’ io una notte mi sono imbattuto in un fantasma anche
se non credo fosse quello della vecchia Molly. In realtà l’episodio
potrebbe essere imputabile alle numerose Guinness tracannate
quella sera, ma andiamo con ordine…

…Nonostante fosse la fine di Luglio una sottile pioggerella era


caduta per tutta la giornata e la temperatura si era mantenuta
intorno ai 10°… una delizia per un italiano amante del caldo! Al
calar della notte, imbacuccato come un esquimese avevo deciso di
trascorrere un po’ di tempo ascoltando della buona musica
irlandese in qualche Pub di Temple Bar, mi ero infilato nel primo
abbastanza carino che avevo trovato e lì mi ero imbattuto in un
mio compagno di corso, un francese di nome Jean. Ci eravamo
offerti a vicenda le prime due bevute, dopodiché, già leggermente
alticci avevamo deciso di lasciar perdere fisarmoniche, Tin
Whistle e Bodhran e di intraprendere una peregrinazione notturna
per le vie della città, come due novelli Ulisse alla ricerca di non si
sa bene cosa.

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Ricordo con piacere quella camminata: le lunghe discussioni con
Jean spaziarono dal clima irlandese ai Partiti comunisti dei nostri
rispettivi Paesi, ormai irreparabilmente in crisi! La pioggia
continuava a cadere incessante costringendoci ad indossare i
cappucci degli impermeabili, rendendo così più difficoltosa la
conversazione. Ogni tanto (più ogni che tanto) ci infilavamo in un
pub ed ordinavamo due “pint of Guinness” che sorseggiavamo
continuando a discutere ad alta voce per sovrastare i canti
pirateschi. Pioggia, Marxismo-Leninismo e birra, una gran bella
nottata non c’è che dire…
Quasi all’alba ci eravamo salutati con le ossa umide e le menti
annebbiate, io avevo imboccato la strada per casa (o, viste le mie
condizioni quella che ritenevo tale) e, una volta salito sull’ O’
Connell Bridge, fra la sottile nebbiolina azzurra avevo intravisto
una figura nera, eterea, galleggiare nell’aria.
In questi anni ci ho ripensato spesso, fantasticando su chi potesse
essere quel personaggio misterioso: Joyce? Oscar Wilde? o più
semplicemente un pieno di buona e vecchia Guinness?

ROMA

La Garbatella è un popolare quartiere della Capitale fatto di


palazzoni in stile fascista, non esattamente meta turistica a meno
di non essere interessati all’architettura del ventennio. Anni fa,
quando ancora giovane studente universitario raccattavo qualche
soldo suonando le percussioni in una scalcinata compagnia
teatrale, ebbi modo di soggiornarvi data l’economicità degli
alberghi che vi si trovano. Devo dire che fu alquanto piacevole,
sia perché dividevo la camera con la prima attrice, sia per il
successo che, nonostante tutto, il nostro spettacolo riscosse.
Intendiamoci, gli attori della compagnia erano tutti bravissimi e lo

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spettacolo, ispirato alle peripezie di Pulcinella, molto piacevole e
divertente; il problema era lo scarsissimo budget che ci
costringeva a risparmiare sulle scene, sui mezzi di trasporto e
sugli alloggi.
Sovente viaggiavamo su uno scassato furgone bianco
appartenente al regista e ci fermavamo a dormire nelle
pensioncine ad ore sparse per l’Italia, dividendo anche in tre un
letto matrimoniale: cose che in gioventù si fanno volentieri e
lasciano ricordi indelebili. Indelebile è anche il ricordo di una
trattoria molto popolare dove per tre giorni deliziammo il nostro
palato durante la permanenza alla Garbatella.
Non ricordo la via e probabilmente non saprei ritrovarla (sempre
che esista ancora), ricordo solamente che per accedervi dovevamo
scendere in un seminterrato; la prima volta fummo accolti da un
barbuto energumeno che ci fece accomodare su delle panche di
legno dicendoci: “metteteve boni a sede e nun rompete li cojoni
che mo arivo!”
Devo dire che come primo impatto non fu dei migliori ma visti gli
ottimi prezzi decidemmo di rimanere. L’energumeno venne a
prendere le ordinazioni e, puntando la prima attrice, quella carina
che divideva la stanza con me, le propose il piatto del giorno: “a
signorì, si vole c’avemo le fave romane, so lunghe così, me dia
retta!”
Dai tavoli vicini, occupati da operai in pausa pranzo si levarono
risate sguaiate e commenti abbastanza spinti; noi da bravi ragazzi
fingemmo di stare al gioco e tirammo fuori delle risatine forzate.
L’idea era quella di mangiare alla svelta e fuggire a gambe levate
per non rimetterci piede mai più, ma nella mezz’ora successiva
cambiammo decisamente idea.
Per conto mio gli argomenti convincenti furono i seguenti:
- Fave romane e pecorino
- Bucatini ar sugo de pajata

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- Pajata
- Torta da a nonna fatta n’casa
Il tutto annaffiato da un ottimo bianco de li castelli.
Al termine del pranzo la trattoria si era praticamente trasformata
in una combriccola di amici che cantavano a squarciagola, con il
barbuto energumeno che dirigeva muovendo le dita nell’aria.
Devo dire che in quel momento capii cosa fossero davvero i
baccanali, di cui tante volte avevo letto sui libri di mitologia.
Spesso ripenso a quella trattoria dove ho trascorso momenti
indimenticabili, vorrei poterci ritornare qualche volta lasciando
fuori problemi e preoccupazioni!

PARIGI

Camminare per le vie di Parigi è qualcosa di magico, farlo di


notte ancora di più! Quello che colpisce sono soprattutto gli odori,
delicati come la fragranza delle baguettes appena sfornate,
particolari come il profumo dell’acqua della Senna o ributtanti
come il puzzo della stazione della metro di Les Halles! Fatto sta
che vagabondare liberamente per la capitale francese dopo il calar
del sole è un’esperienza che tutti, almeno una volta nella vita
dovrebbero provare.
È possibile partire da qualunque punto, che so, il Quai des Grand
Augustin per esempio e dirigersi verso Notre Dame, magari per
fare una capatina sull’Iles de France, giusto per immergersi nelle
stradicciole caratteristiche che custodiscono chissà quali segreti.
Colpisce davvero passare da zone quasi illuminate a giorno ad
oscuri passaggi, un tempo utilizzati probabilmente per ordire
congiure, per non parlare dei cunicoli della metro, alberghi di
saltimbanchi e clochard dove verrebbe la voglia di far perdere per
sempre le proprie tracce.

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Tutto a Parigi ha una sua poesia, puoi trovarti a ripetere nella
mente all’infinito parole come “arroindissement”, “Trocadero”,
“Pont Neuf”, oppure seguire itinerari letterari rincorrendo Victor
Hugo, Flaubert, Maupassant, Baudelaire, o incrociare i propri
destini con quelli dei pittori impressionisti, o ancora cercare di
sentire le pulsazioni dei grandi personaggi che hanno cambiato la
storia,: Luigi XIV, Robespierre e poi il grandissimo Napoleone.
Tempo fa, in una calda notte primaverile decisi di visitare
personalmente i luoghi del mio personaggio letterario più amato,
il mitico Commissario Maigret così, armato di un paio di romanzi
percorsi chilometri e chilometri per calpestare l’entrata del Quai
des Orfevres e recarmi successivamente sul Boulevard Richard
Lenoir nella speranza di vedere affacciata al balcone la Signora
Maigret. L’aria frizzantina stimolava continuamente il mio
appetito e mi spingeva a fare lunghe soste nei bistrot aperti,
assaporando mezze baguettes ripiene di delizioso formaggio
accompagnate da frizzanti boccali di birra. Alcuni di questi locali
erano talmente squallidi che non mi sarei affatto meravigliato di
vedere seduta ad un tavolo una coppia di vecchi ubriaconi magari
usciti dall’Assenzio di Degas. Attraverso il fumo azzurrognolo era
possibile scorgere perdigiorno e vecchi marinai che sicuramente
avrebbero potuto raccontare storie pazzesche sulla loro vita
vagabonda.
Ho sempre pensato che se un giorno deciderò di fondermi
definitivamente con qualche città del Mondo, la scelta ricadrebbe
sicuramente su Parigi… per ora medito di tornarci appena
possibile, magari questa volta sulle tracce di “Adamsberg”.

BELFAST

Ricorderò sempre l’arrivo a Belfast, era l’Agosto del 1995 e con

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una ragazza conosciuta a Dublino decidemmo di saltare sopra un
pullman della “Green Line” e varcare il confine con l’Ulster. Il
difficile processo di pace in Irlanda del Nord era appena
cominciato e qualche bomba continuava ad esplodere di tanto in
tanto; alla frontiera alcuni soldati armati di mitra erano saliti sul
bus ed avevano preteso di vedere i documenti. Io e la mia
compagna di viaggio fummo invitati a scendere a terra e costretti
ad aprire i nostri zaini e devo dire che inizialmente la cosa ci
sembrò alquanto preoccupante. Mentre i soldati rovistavano fra le
nostre attrezzature da studenti, un ufficiale si rivolse a noi in
maniera cortese ma molto ferma: “Are you Italian?”

-”Yes Sir!”
-”Where are you going?”
-”We are going to Belfast…..”
-”May I ask you why?”
-”Just to visit the town….”
Infine la domanda che mi chiarì la situazione: -”Are you
Catholic?”
Prontamente, senza neppure consultare l’amica risposi: “Oh, we
are not interested in religious things, we are Atheist!” L’ufficiale
ci squadrò per qualche istante, poi urlò un ordine ai suoi uomini
che richiusero i nostri zaini, li rimisero nel bagagliaio del bus e ci
fecero segno di salire. Devo dire che quello è stato probabilmente
uno dei più brutti quarti d’ora della mia vita, ancora oggi mi
capita talvolta di sognare la scena ma invece di farci risalire sul
bus, i soldati ci invitano a seguirli, ci conducono nel bosco dove
ci fanno inginocchiare… in genere mi sveglio ansimante proprio
mentre sento il proiettile che inizia a penetrarmi nella nuca!
Belfast è tutto sommato una bella città, ha una splendida City Hall
con la cupola verde e le strade sono tipicamente britanniche,
ordinate, pulite, silenziose. Quel giorno il sole splendeva in un

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cielo azzurro come poche volte si vede da quelle parti e l’aria era
piuttosto tiepida. Le villette bi-familiari davano un senso di
agiatezza e tranquillità, tutte con l’immancabile prato verde curato
alla perfezione. Tuttavia ci rendemmo quasi immediatamente
conto che qualcosa non andava: ad ogni angolo gruppi di soldati
stazionavano con fare minaccioso. Appena fuori dal centro, ecco
che la guerra ci apparve in tutta la sua stupidità: un’interminabile
fila di carri armati stazionava lungo un viale e numerosi soldati
con il mitra spianato perlustravano i marciapiedi.
Apparentemente era difficile capirne il motivo ma effettivamente,
osservando le finestre delle abitazioni la spiegazione appariva
assai chiara: su tutte le villette del lato destro sventolava il
tricolore della Repubblica d’Irlanda e su molti vetri campeggiava
l’effige di Giovanni Paolo II, mentre le case sulla sinistra erano
addobbate con la Union Jack e la foto della Regina Elisabetta II.
Senza le truppe speciali a presidiare la zona, probabilmente
sarebbe scoppiato il finimondo!
Vedendo quel lugubre spettacolo ricordo di essermi chiesto come
dovessero crescere i bambini in una situazione del genere, senza
poter fare amicizia con i vicini di casa anzi, dovendo imparare ad
odiarli. Mi sembrava quasi impossibile che in un contesto del
genere potesse esserci lo straccio di una quotidianità, che so,
l’andare al supermercato a fare la spesa o accompagnare i figli a
scuola. Di strade così a Belfast ce n’erano a centinaia, tutte
presidiate da rambo armati fino ai denti, ma la cosa che mi ha
toccato di più è stato l’incontro con i cittadini: è infatti capitato
più di una volta che, vedendoci vagare con una pianta della città
in mano, alcune persone si siano avvicinate e ci abbiano chiesto
se avevamo bisogno di qualcosa. Addirittura un ragazzo che stava
lavorando sul tetto della propria casa ad un tratto si è messo a
gridare “Hey, students? Are you lost? May I help You?” Al nostro
cenno affermativo il ragazzo è sceso dal tetto, ci ha fatti entrare in

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casa dove la moglie ci ha offerto il caffè e, impossessatasi della
mappa ha segnato tutti i punti più interessanti della città. Devo
dire che una tale disponibilità l’avrei ritrovata soltanto anni dopo
a S. Francisco.
Ripensare a Belfast, dove fortunatamente oggi la situazione è
migliorata, mi fa ancora male, anche perché l’assurdità della
guerra è ancora tangibile in molte parti del mondo e la maggior
parte dei popoli che la vivono, in realtà la subiscono
incondizionatamente. Nessuno a questo mondo dovrebbe crescere
fra i carri armati, senza potersi muovere liberamente e con la
paura di essere ammazzato da un momento all’altro!

LONDRA

Londra! Basterebbe soltanto questo, senza aggiungere altro…


chiudere qui!
Londra, un’immensa distesa di luci giallastre, scintillanti,
geometricamente perfette, appena un po’ annebbiate dai gas di
scarico dei motori, luci che scorrono rapide mentre l’aereo atterra
a Heathrow. Vista dall’alto si direbbe una città ordinata, quasi
sonnacchiosa con i suoi abitanti intenti a curare i giardinetti
davanti a casa prima di dedicarsi al loro tranquillo lavoro, una
città scontata… quasi un mortorio!
Che sia soltanto un’illusione lo puoi intuire appena messo fuori il
naso dalla rampa dell’aeroplano, subito ti accorgi che qualcosa di
“magico” aleggia nell’aria, qualcosa che noi, poveri provinciali,
non potremo mai davvero capire fino in fondo. Saranno i profumi,
i lavoratori provenienti da tutto il mondo, i negozi… in genere è
impossibile decifrare le città dai loro aeroporti, proverbialmente
non-luoghi, ma a Londra, appena messo piede sul tapis-roulant sai
di essere a Londra! Non chiedetemi perché e per come, tanto la

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risposta non ce l’ho neppure io, quello che so è che l’aria della
capitale britannica è unica e ti entra nelle vene appena la respiri,
quasi fosse cocaina della miglior qualità.
Senti una botta, un brivido che ti attraversa ed una sorta di felicità
inizia a pervaderti… il tuo cervello va letteralmente in tilt,
avvolto da una sensazione di deja-vu talmente potente che ti
sembra di rinascere! Londra l’hai sempre conosciuta,
praticamente ci sei nato, fin da piccolo qualcosa ti ha legato a lei,
forse Mary Poppins o magari Peter Pan: sicuramente almeno una
volta hai visto le strisce pedonali di Abbey Road! Sai che ci sono
i taxi neri e gli autobus rossi a due piani, la tua memoria li va a
pescare da qualche parte!
Se vai a Londra ti rendi perfettamente conto di cosa significhi
davvero la parola “contraddizione”: è l’unico luogo al mondo
dove sulla metro puoi osservare un distinto signore in giacca e
cravatta conversare con una ragazza vestita di stracci e con una
cresta colorata al posto dei capelli, senza che la cosa turbi
minimamente gli altri passeggeri. Riflettendoci è possibile parlare
di schizofrenia pura, a Londra dopo un po’ non sai più chi sei
veramente, se il conservatore da tè alle 5 o il punk con il topo
sulla spalla. Passi tranquillamente da Kensington a Camden Town
e di volta in volta ti immedesimi nella zona in cui ti trovi.
Una cosa che mi ha sempre fatto impazzire è farmi rapire
totalmente nell’atmosfera londinese, riuscendo a captarne le
innumerevoli pulsazioni, le variopinte prospettive, la meravigliosa
linfa vitale. Comunque la si voglia mettere Londra ti “rapisce” e ti
resta dentro per sempre: se chiudi gli occhi e ci pensi vedi il
Tamigi, il Big Ben, il Tower Bridge ma anche l’insegna del lurido
Subway dove hai trangugiato un sandwich la notte in cui, ubriaco,
ti sei perso, o la fumosa stradicciola dove per una volta hai avuto
il terrore di incontrare davvero Jack lo squartatore, oppure la
panchina del parco dove hai trascorso un intero pomeriggio

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semplicemente respirando ed assaporando l’aria londinese.
Come dimenticare poi la fragranza delle uova strapazzate con
bacon a colazione, il pane tostato con quel burro giallo che, cazzo,
in Italia non si trova proprio, o la mitica Backed Potato (o Jacket
o come diavolo si chiama!) che non c’è verso, non sono mai
riuscito a riprodurre con lo stesso gusto!! E, last but not least, il
clima londinese, anch’esso schizofrenico, quell'alternanza quasi
continua di sole e pioggia che fa impazzire chi non ci è abituato
ma non smuove di un millimetro chi quotidianamente deve
conviverci!
Insomma, non si può dire di aver vissuto veramente senza mai
essere stati a Londra… credo!

LOS ANGELES

La più grossa bufala di tutti i tempi, la città più filmata, più


narrata, più desiderata è in realtà qualcosa di totalmente
insignificante, un’enorme periferia che si estende per chilometri e
chilometri.
Certo, Beverly Hills è carina… non meravigliosa o stupenda ma
“CARINA”, una tranquilla frazione immersa nel verde divenuta
un quartiere esclusivo, dove la strada principale, Rodeo Drive, è
stata colonizzata dalle griffe dell’alta moda; intendiamoci, in
qualunque altra città non sarebbe così famosa… a parte i negozi
non è nulla di eccezionale, solo una strada con le palme.
I “Boulevard”, che dal nome vorrebbero richiamare Parigi, niente
hanno a che fare con gli eleganti viali della capitale francese, sono
semplicemente enormi arterie di cemento che attraversano la città,
passando da 8 a 2 corsie, a seconda delle zone e dove bisogna
stare attenti a scendere dall’auto poiché il rischio di essere travolti
è altissimo!

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L’Hollywood Boulevard è forse l’unico posto davvero
interessante, se non altro perché pui ammirare le stelle dei
personaggi famosi lungo i marciapiedi o vedere il Chinese
Theatre, dove ogni anno si svolge la notte degli Oscar.
Quando ho messo piede nella città degli angeli le mie aspettative
erano alte, l’avevo immaginata nei libri di Chandler, Ellroy e
Frey, oltre ad averne visto molti scorci in innumerevoli film.
Mi aspettavo davvero qualcosa di incantevole, di mozzafiato,
quasi da sindrome di Stendhal e non vedevo l’ora di guidare e
perdermi sulle highway ammirandola in tutta la sua bellezza.
La delusione è stata grande… la cornice naturale è bella, su
questo non ci sono dubbi, le verdi colline che degradano
dolcemente quasi andassero a riposarsi in città fanno un effetto
straordinario, ma il resto… una grandissima, immensa,
terrificante colata di cemento, per di più senza i grattacieli di New
York o Chicago… di quelli ne pui ammirare qualcuno soltanto a
Los Angeles downtown, ma si contano sulle dita di una mano!
Probabilmente per capire ed apprezzare El Pueblo de Nuestra
Senora la Reina de Los Angeles de Porciuncola è necessario
viverci perché qualcosa deve pur esserci, non è possibile che
venga venduta come una Venezia o una Firenze senza che ci sia
nulla di davvero interessante! Forse svegliarsi a Los Angeles,
lavorare a Los Angeles, scopare a Los Angeles, ascoltare musica
a Los Angeles e soprattutto trasgredire a Los Angeles ha un
fascino tutto particolare o probabilmente l’attività culturale di
L.A., Hollywood a parte, è la più effervescente al mondo.
La mia impressione, attraversandola, mangiando fugacemente in
un Kentucky fried Chicken, rimanendo abbagliato dalle insegne
multicolori la notte, sul Sunset o sul Santa Monica, desiderando le
bellissime ragazze che la popolano è che si tratti di un gigantesco
set, dove ognuno è attore, regista e produttore di sé stesso!

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PORTOFERRAIO

Se non sapete neanche dove si trova, non preoccupatevi, ve lo


dico io, Portoferraio è il capoluogo della minuscola Isola d’Elba,
ridente isoletta dell’Arcipelago Toscano. Anche se molti di voi
non l’hanno mai sentita nominare, adesso che sapete della sua
esistenza vi converrebbe farci un salto, soprattutto se amate le
misteriose storie che il mare è in grado di raccontare. Arrivando
con il traghetto da Piombino si viene accolti dalla splendida
fortezza medicea che sovrasta la città; la nostra mente viene
ricondotta al clamore di antiche battaglie navali, agli scoppi di
cannone, alle grida di arrembaggio! La disposizione delle case
colorate, prigioniere di stretti vicoli che si inerpicano su per la
collina fa giungere ai nostri orecchi il canto dei pirati ed il vocìo
delle prostitute che qui venivano mandati in esilio, nascosti agli
occhi dei più civilizzati abitanti della terraferma. Guardando bene,
spostata sulla destra, affacciata sullo splendido mare azzurro è
possibile distinguere nientemeno che la villa di Napoleone
Bonaparte che, mandato prigioniero seppe riunire l’Isola sotto il
suo comando conquistando la gratitudine degli elbani che
tutt’oggi lo venerano, esattamente come i francesi. Le colline
lussureggianti intorno alla città portano ancora i segni delle
miniere di ferro, sfruttate fino a pochi decenni fa ed oggi
trasformate in attrazioni turistiche.
Una volta scesi dal traghetto il consiglio è quello di inerpicarsi
per i vicoli che conducono in cima alla fortezza respirando a pieni
polmoni l’aria fetida di pesce , il vero profumo di mare di cui gli
abitanti di questo lembo di mondo vanno pazzamente fieri.
Per sentire meno la fatica, visto che le strade hanno una pendenza
notevole è possibile infilarsi in qualche osteria ed ordinare il
tipico “ponce”, mistura servita bollente a base di caffè, scorza di
limone e rum, con zucchero a piacere che ne aumenta la

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gradazione alcolica all’inverosimile.
Al calar del sole conviene già essere in cima per godersi il
tramonto sul golfo e restare a contemplare l’immensità del mare,
contando l’intervallo fra i lampeggii del faro ed osservando le
tenui luci dei pescherecci che iniziano la loro attività.
Prima di scendere verso la confusione della zona turistica,
percorrendo un ripido vicoletto fra le case mezze scrostate dal
salmastro, è bene fermarsi nuovamente in qualche bettola ed
ordinare il “cacciucchino”, che da queste parti è diverso da quello
livornese…
Ripartendo da Portoferraio, mentre il traghetto lascia la sua scia di
bianca spuma dietro di sé, ed il sole rosso sprofonda al largo, è
possibile essere colti da una certa malinconia… non
preoccupatevi… è il potere dei luoghi magici!

SAN FRANCISCO

“Se stai andando a San Francisco, assicurati di avere dei fiori fra i
capelli”, così recita una vecchia canzone; io fra i capelli non
avevo nulla quando ci ho messo piede, ma quando sono ripartito
un pezzo del mio cuore se n’è restato laggiù!
Sarà perché quella città ha un’anima che ti penetra all’interno e
poi non riesci più a mandarla via, come un chiodo fisso nel
cervello, ci pensi e ci ripensi ed ogni volta una sottile nostalgia ti
pervade e zomperesti sul primo volo diretto per tornarci ancora!
San Francisco è una vecchia puttana che ti occhieggia
maliziosamente finché non cedi al suo richiamo, ti coccola come
un figlio, ti seduce lentamente, ti ammanta con il suo rude fascino
mascherato da raffinatezza tanto che tu poi ci vai di nuovo, e
ancora e poi ancora e alla fine non smetti più di cercarla, la rivedi
in ogni angolo della Terra, ogni occasione è buona per cercare di

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incontrarla ancora.
I suoi abitanti sono speciali, di una cortesia unica, fanno
dell’accoglienza e della tolleranza la loro ragione di vita.
Durante le mie peregrinazioni nel dedalo di strade saliscendi della
città, più di una volta mi sono fermato a chiacchierare con
qualcuno, dalla massaia fuori dalla bottega dell’ortolano allo
studente gay, allo scrittore politicamente impegnato, ed ogni volta
la conversazione si è tramutata in una disquisizione filosofica sul
valore della fedeltà coniugale, sull’affermazione dei diritti dei
diversi, sulla strategia per portare finalmente la pace nel mondo!
All’imbrunire è bello perdersi nella confusione di Market Street e
vagare con il vento sferzante sulla faccia, osservando questo
spicchio di America che poi tanto America non è; imbattersi nei
grandi magazzini illuminati a giorno di Union Square oppure
salire al volo sullo sferragliante “cable car” e lasciarsi trasportare
fino alla zona dei docks per respirare a pieni polmoni l’aria del
Pacifico.
Se poi si incappa in una delle tipiche giornate invernali, con la
sottile pioggerella che tamburella sulle strade e la fitta nebbia a
coprire ogni prospettiva, la cosa migliore è spingersi fino a
Chinatown che in queste condizioni fa molto Blade Runner e da lì
proseguire fino a North Beach sperando di incontrare l’anima del
vecchio Jack, incallito vagabondo con il suo Dharma e compagnia
bella! Insomma, la buona e vecchia Frisco non saprà deludervi e
vi regalerà momenti talmente indimenticabili che una volta partiti
vi chiederete se non sia il caso di mollare tutto, salire su un
vecchio autocarro e mettervi alla ricerca di voi stessi, magri
trovando impiego in uno studio di registrazione a Sausalito dove
aleggiano ancora le melodie dei Grateful Dead e di quel folle
genio di Janis Joplin.
Chissà, per il momento il ricordo più bello è uno squallido
ristorante a forma di autobus sulla Chestnut dove ho pranzato con

161
la mia famiglia; le facce stravolte dalla stanchezza per il troppo
camminare, sembravamo saltati fuori da un romanzo di Steinbeck,
ci siamo rimpinzati di hamburger e patatine fritte serviti da una
discreta ragazzina, studentessa universitaria che si è intrattenuta
molto con i miei figli permettendoci di mangiare in pace.
Eravamo soli in quello strano locale ed improvvisamente ho
percepito un’intimità familiare che da troppo tempo non sentivo
più. Così, con le auto fuori che sfrecciavano a tutta birra e i sedili
d’autobus troppo scomodi per mangiarci, un pezzetto del mio
cuore ha deciso di rimanere lì e adesso, magari, se ne sta seduto
su un molo nella baia.

ISTANBUL

Nella Nella vita può capitare di andare ad Istanbul anzi, è


fortemente consigliabile fosse solo per l’aria di mistero che la
pervade e che ammalia noi occidentali perennemente alla ricerca
di luoghi esotici.
Capita così di ritrovarsi a vagare nel dedalo di strade e vicoletti
che dalla Torre di Galata arriva fino a Piazza Taksim, passando
per il viale Istiklal, o di rimanere senza fiato nel contemplare le
correnti del Bosforo dal Beylerbeyi Sarayi, seguendo
contemporaneamente la rotta delle enormi petroliere che sfiorano
le case affacciate sul mare. Per non parlare poi delle meraviglie
racchiuse nel Topkapi Sarayi, degne realmente de “Le Mille e una
Notte” che pare abbia avuto origine proprio in questa stupefacente
città. Capita anche di andare alla ricerca di una delle più belle
moschee della città, la Sokollu Mehmet Pasha, opera del grande
architetto ottomano Sinan e scoprire che si trova al centro di una
fitta rete di fatiscenti stradelle, ricche di bambini seminudi e
donne velate dove è possibile fermarsi a gustare uno dei migliori

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tè reperibili ad Istanbul ascoltando dell’ottima musica. Come in
un sogno infatti, la musica accompagna perennemente il
visitatore; talvolta le dolci note del Ney escono dai negozi
assieme all’odore delle cipolle soffritte, altre volte i ritmi dei
moderni rapper anglo/turchi sfrecciano per la strada esplodendo
dagli woofer dei taxi, da queste parti ancora interamente gialli.
L’iperstimolazione sensoriale al quale si è soggetti è realmente
qualcosa di inaspettato e ovviamente non risparmia il gusto: ad
Istanbul infatti si mangia divinamente. Con poche lire turche è
possibile ordinare un piatto misto di kebab, contornato da verdure
di ogni specie, da gustare molto lentamente (ad Istanbul il
concetto di “fretta” pare non esistere ancora) ed eventualmente
completare con un delizioso dolce locale. Tè e Caffé sono
indispensabili fonti energetiche che non possono assolutamente
mancare a fine pasto e durante i momenti di relax. Per digerire
conviene poi incamminarsi verso Beyazit e, dopo essere rimasti
affascinati dall’imponente moschea, tuffarsi nella coloratissima
bolgia del Gran Bazaar dove i mercanti vendono di tutto tirandolo
in tasca il più possibile (ma è proprio questo il bello).
Usciti dal Bazaar, se si ha ancora voglia di mercanteggiare è
possibile fermare un taxi e, sperando che il tassista sia in buona,
farsi portare ad Eminonou, sul Corno d’Oro per ammirare uno
degli scorci più belli della città, e camminare fino al Bazaar
egiziano passando davanti alla moschea di Yeni. A seguire è
consigliabile l’immancabile attraversamento del Ponte di Galata e
l’imbarco verso Uskudar per andare a smarrirsi nella parte asiatica
della metropoli.
Un discorso a parte merita Sultanhamet, l’immensa piazza dove si
fronteggiano la Moschea Blu e la Basilica di Santa Sofia
(trasformata in moschea dopo la caduta di Costantinopoli), uno
dei più bei luoghi al mondo, capace di far girare la testa quasi fino
allo svenimento, specialmente sotto i colori di un bel tramonto

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estivo. Capita così di sdersi su un prato a contemplare questi
imponenti monumenti e meditare sulla grandezza del genere
umano.
Può anche capitare che improvvisamente appaia un’esile figura
che si avvicina e si mette a raccontare la propria storia, una storia
di guerra e miseria, di fughe da Baghdad, rifugi a Damasco e
tentativi falliti di trovare un lavoro ad Istanbul per poter sfamare
moglie e figli rimasti nella capitale siriana. Le lacrime che
scendono sul volto scarno stimolano terribilmente domande
esistenziali: chi è davvero l’Uomo? Quello che riesce a progettare
la Moschea Blu o quello che rade al suolo Baghdad?
Capita così di aspettare insieme all’esile figura il pullman che la
riporterà a mani vuote in Siria, con un nodo alla gola talmente
stretto da pensare che forse sarebbe stato meglio non metterci
neppure piede in questa strabiliante città chiamata Istanbul.

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SOLO UN MURO CHE SI ABBASSA
E LA TERRA CHE AVANZA
di Miriam Carnimeo

Non so bene come spiegartelo, ma con una matita posso schizzare


sul vuoto lo scorrere delle vite che crescono, dal piccolo bocciolo
alla maturazione piena. Il destino scarta una carta e sopra c’è la
mia faccia, il giorno dopo ho solo un cavallo a reggermi sulla sua
schiena così che io possa allungarmi nell’aria e scorgere
un’apertura, non previsti i confini, solo un muro che si abbassa e
la terra che avanza. Ho ripetuto quel gesto ogni benedetto giorno
per incontrare il vento gentile, mi ritrova viva e mi ripulisce la
faccia dalle ditate e dalle sbavature di cibo che non mi è mai
appartenuto.
Continui a chiedermi perché invece di scrivere io dico, leggi le
mie parole e ridi da solo per questo nostro destino così diverso per
me, così diversa. Passa una vipera accanto al tuo piede,
inorridisci, rabbrividisci al volare delle bottiglie di vetro,
all’ululato lontano dei lupi che ti sorprende alle spalle. Mi fai
pensare a mia madre, lei un giorno mi mise in mano un serpente
per farmi ricordare di lui lo sguardo, anche il lupo conobbi, a loro
non ho mai teso una mano ma abbiamo camminato vicini.
Ah scusami, mi chiedevi perché non scrivo. A volte sai la
scrittura gioca con strani volti, sono circondata da persone che se
potessero, lo farebbero fino all’alba del giorno dopo. La vita vera
lo sai, cambia in ogni respiro, una seconda voce che parla
ininterrottamente di un identità in se stessa, che desidera senza
sperare, ogni buona possibilità per il proprio regno scelto. Siamo
esploratori dell’immaginazione, ci interessano le sfumature e di
ogni colore la loro vita come il loro morire. Al nuovo risveglio da

165
un rosso trascorso davanti al fuoco ti ritrovi bianco, ad impallidire
e restartene in silenzio. È il mistero di cosa diventerai…
L’importanza è nella mano giusta, nello stile di un intenzione, il
cuore stesso di un disegno, nitido, si muove al bello mescolandosi
all’altro, e ci si compensa per questo. Quelle sfumature durano
attimi, sono come stelle cadenti che guardi grato finire dentro
l’acqua, e non c’è niente da capire se sei ancora fermo su quel
particolare. La domanda a te tanto cara non è più chi sono io…
ma chi sei tu?
Tutta in luce la voce si perde,
tutta al buio non si vede niente…
Scrivere è magia, mentre fuori ci sono i colori della primavera il
silenzio si tinge di macchie scure, di ricordi, bastano pochi
simboli: il profumo del basilico che ti attira in giardino e
ricostruisce i piedi di tua madre che poco prima dell’alba, coglie i
primi germogli, ridendo con i capelli scompigliati per un
pomodoro schiacciato distrattamente, o per l’espressione divertita
di una gallina che starnazza.
Anche l’odore del mare mi fa ritrovare a leccarmi un braccio per
ritrovare dei miei nonni il sudore. Anche così io scrivo.
Quante musiche diverse ritmano il nostro capire, si accendono
luci nel buio per ogni immagine ritrovata, ed a quel punto,
fanculo anche al tempo! Se l’uomo ancora crede al tempo la
donna invece ride con la vita! Quel suo morirti dentro e rinascere
piena. Un giardino, questo, che non si schiaccia, così posto in
profondità ma per nulla nascosto.
È per questo, penso, che a volte quando leggo riesco a sentire un
cuore che profuma o l’odore chiuso di chi ha già dimenticato.
Anche perché quello è un luogo che conosci solo tu e sei tu
l’unico a crederci. Credere significa farsi crescere i capelli molto
lunghi ma farlo dal di dentro, tra le loro trame c’è un sorriso,
quello delle poche volte, un lui mai costretto, sono sicura che

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illuminerebbe anche l’ultima formica che corre veloce in una buca
e lentamente scompare, la terra a ricoprirla in fretta per cancellare
di lei ogni traccia.
Comincio a scrivere vedi, del primo vagito, di quello sguardo di
madre che si fece culla di un dolore, ma con la mia mano stretta al
suo dito. È per questo che l’alba per me non ha mai lo stesso
profumo e quello che sarà, è un piatto già pronto di cui non avrò
mai voglia.
Non so bene come spiegartelo, è solo un muro che si abbassa
mentre la terra, avanza.

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UN CAMPO DI CALCI
di Bruno Magnolfi

Quando entrai nel campo sportivo così piatto e liscio d’erba


rasata, forse appena troppo alta ai margini, ma rada e quasi
inesistente nelle zone più calpestate, mi parve subito troppo
grande per me, per quei miei piedi piccoli, serrati nelle scarpe
troppo nuove, da calcio, appena comperate per l’occasione,
soltanto un numero più grandi in considerazione della mia
crescita veloce. Gli altri ragazzi correvano, scaldavano i muscoli,
ognuno nel suo gruppo contraddistinto da un colore di maglietta,
e soffiavano forte l’aria del pomeriggio autunnale, umido, mentre
qualcuno qua e là rideva forte, parlando a voce alta di qualcosa.
Avrei voluto andarmene subito, ma capivo che sarebbe stato
peggio. L’allenatore disse qualcosa con le mani, e noi, i più
piccoli di tutti, iniziammo a correre lentamente, lungo la striscia
bianca. Ero minuto e fragile di corporatura, un po’ di sport mi
avrebbe fatto bene, dicevano i miei, ma io mi sentivo ancora più
piccolo e fragile in quella situazione; sentivo la fronte imperlarsi
di sudore e anch’io sbuffavo aria come tutti, ma con un senso di
fastidio crescente. Mio padre, assieme ad altra gente, sicuramente
mi stava osservando fuori dalla recinzione del campo sportivo,
anche se non riuscivo ad individuarlo, e probabilmente si sentiva
orgoglioso di me, dei miei progressi, come li chiamava lui, e del
mio farmi grande. Poi arrivarono i palloni e tutti iniziarono a
scambiarsi grandi passaggi con vistose destrezze di piede. Io mi
misi assieme ad un altro che conoscevo, e mentre lui si
allontanava arretrando per permettermi di fargli un passaggio,
calciai il pallone in malo modo, con molta più forza di ciò che

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sarebbe servita, proiettandolo verso altri ragazzi lontano.
Continuai così per un po’, senza neppure ottenere migliori
risultati, ma divertendomi a calciare delle pallonate esagerate, e a
stare tanto distante dall’altro da dovergli urlare, fino a quando
l’allenatore ci fermò, in malo modo. Mi piaceva aver fatto subito
qualcosa di diverso da tutti, era un po’ come aver detto a voce alta
che quel gioco era una sciocchezza, e chi ci credeva era un tonto.
Poi venne intavolata una partita vera e propria, mescolando dentro
alle due squadre elementi di ogni colore di maglietta. Terzino
destro fu il ruolo a cui fui assegnato, e dopo il fischio mi parve
tutto divertente visto che si limitavano tutti a piccole scaramucce
al centrocampo dalle quali risultavo praticamente estraneo. Fu
solo quando in due vennero correndo forte verso di me che tutto
mi parve sprofondare. Feci il possibile, mirando il pallone che si
muoveva troppo rapidamente tra quei piedi scalcianti e veloci, e
mi difesi in qualche modo da quei corpi sudati smanettanti e
sgradevoli, ma finii a terra quasi subito con una forte sensazione
di dolore frammisto al sapore forte della terra umida. Si andò
avanti per parecchio tempo alla stessa maniera, e tutta quella
faccenda di correre dietro ad una palla sfuggente mi pareva
sempre più idiota, fino a che, liberatoriamente, l’allenatore fischiò
che era ora di smetterla e di andare agli spogliatoi. Uscii
lentamente dal campo, con sollievo, mentre gli altri ragazzi
urlavano tra loro cose incomprensibili continuando a farsi degli
scherzi e correndo avanti e indietro, quasi a mostrare che
avrebbero potuto continuare a giocare per ore senza neanche
durare fatica. Negli spogliatoi arrivai tra gli ultimi, e la puzza di
sudore era fortissima. Gli scherzi e le risate erano continue, e i più
violenti e aggressivi si schizzavano, nudi come vermi, sotto alle
docce fumanti e rumorose. Naturalmente mi limitai al cambio
delle scarpe, che riposi in una piccola sacca azzurra che avevo
lasciata appesa ad un attaccapanni, e senza salutare nessuno uscii

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per primo e me ne andai. Ovviamente non tornai mai più in quel
campo di gioco e in quegli spogliatoi, ma lo strascico della
vicenda fu lungo e doloroso. Mio padre conosceva l’allenatore, ed
ambedue incontrandosi qualche volta nei giorni seguenti e ancora
dopo, avevano continuato ad insistere, cercando soluzioni alla mia
timidezza per farmi continuare con quegli allenamenti. Alla
scuola elementare, già la settimana successiva, qualcuno aveva
notato che non ero andato alla lezione di calcio, e più che
domandarmene il motivo mi era stata fatta qualche battuta
frizzante. Capivo bene che chi rifiutava come me un‘opportunità
di quel genere, e cioè imparare lo sport nazionale, doveva essere
deficiente o pressappoco, così non mi rimase altro che fortificarmi
su un comportamento da “diverso da tutti”, come diceva adesso
anche mio padre, e cercare di interessarmi di cose strampalate.
Abolii le figurine dei giocatori di calcio pur continuando a
piacermi come prima, e smisi del tutto di dichiararmi tifoso di una
qualche squadra, cosa praticamente impensabile in quegli anni; e
quando mio padre una domenica mi portò a vedere una partita di
pallone nel solito campo degli allenamenti dove giocava la
squadra del paese, io mi limitai a cogliere un mazzolino di fiori di
campo che crescevano spontaneamente ai margini dello spiazzo, e
fui contento solo quando l’arbitro fischiò la fine e si andò via.

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VERITÀ INCOFFESSABILI
di Morgendurf

Ci sono verità inconfessabili. Fanno parte della mia vita, anzi,


sono un tutt’uno con essa. Le sento introdursi, penetrarmi con
forza, le accolgo senza opporre alcuna resistenza. Ne sono
consapevole, ma di esse non posso fare a meno, mi appartengono,
sono mie, sono me, sono il mio pane quotidiano. A volte avverto
quasi un desiderio di autodistruzione, talvolta esse sono sul punto
di prendere il controllo su di me ma, nel momento in cui me ne
rendo conto, il mio inconscio si sforza fino a quando riesco a
riafferrare le redini delle situazioni ed a modulare la loro
andatura. Ne sono diventato schiavo, le voglio, le coltivo, le
alimento di incontri stanchi ma inevitabili, di legami precari, di
fili tesi in un equilibrio traballante ed instabile, corde tese tra
verità e finzione ma fatalmente oscillanti, che percorro come un
funambolo, poste tra l’eros e la morte, due tòpoi accomunati da un
unico denominatore. Sono il motore della mia vita che alimento
col dolore, che vivo, che lenisco, che decido di infierire con
ostinazione irragionevole, sono il mio desiderio, la sinossi della
mia diversità, il mio marchio, il mio stemma, il mio scudo, il mio
blasone.
Lo specchio rimanda la mia immagine divisa ma congiunta, due
persone separate, diametralmente opposte ma unite da queste
verità inconfessabili, che sono la mia realtà. Ed ecco che mi
appare il mio io travestito, vestito di contraddizioni, di ambiguità,
di inganni, di disordine. Verità inconfessabili dure come acciaio,
sbarre di una gabbia in cui mi sono rinchiuso, entro cui la ragione
eccede e supera se stessa, dove il corpo si flagella. Verità

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inconfessabili tinte di un solo colore, il nero, colore-non colore,
che mi riassume, che tutto copre, che tutto assorbe, che nulla
riflette, che è la mancanza di tutto. Verità inconfessabili
collezionate come feticci. Verità inconfessabili che sono la mia
droga. Verità inconfessabili e segreti inconfessati.
Ci sono verità inconfessabili e verità negate.
Sono le mie bugie.

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PER IL RESTO DEL CORPO
di Miriam Carnimeo

Lo spio in lontananza, per non corrergli incontro con le solite


scuse. Sono dispiaciuta per averlo lasciato un po’ da solo anche
ieri notte, tra le lenzuola del suo letto a fissare il soffitto e le sue
umide facce. Non mi manca il corpo, le sue solitudini da
appagare,le compagnie ossessive, gli specchi, i costumi e le sue
apparizioni. Il corpo mi chiama il resto. Io sono solo l’anima,
forse.
Ogni giorno me ne vado via, e lo aspetto mentre lo fisso durante
la notte. Adesso per esempio, dà le spalle a un uomo che ha
appena finito di mangiare, senza avere avuto mai fame. Il corpo si
alzerà all’alba per incontrare me, senza bere quel caffè miracoloso
fatto a piedi scalzi e con una nudità che vive innocentemente. Ė la
libertà ritrovata: senza la schiavitù di mani che hanno già deciso
quale sarà il suo destino o per chi lo preferisce, la sorte nel suo
gioco di dadi. Piacere particolare quello del corpo, che sceglie la
compagnia di anime morte per sentirsi vivo. Anime che sono
sepolte sotto abitudini mentali, eppure riescono a generare figli
smemorati; hanno dimenticato il reale valore di un luogo come il
letto dove il sogno è benedetto, come la notte dismessa di abiti e
costumi. Sei quello che vorresti essere, in un qualunque mondo
dove puoi scegliere ancora. Io come resto e parte che non dorme,
lo guardo nel buio sforzarsi per non chiudere le palpebre,
masticando una gomma mentre gli uccelli se la spassano in cielo e
quell’uomo dorme. Insonnia.

La musica di una fisarmonica penetra dolcemente nella pace del

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suo letto pizzicandogli il cuore, è ora. Il nostro ennesimo
appuntamento. Ma l’alba oggi mi ha inseguito e ho chiesto al
corpo di aspettarmi, seduto in un bar con le tende gialle e tavolini
brulicanti di fiori. Sono andata al mare, muovendo le braccia
come un uccello che si sporge nel vuoto, ho osservato le luci
brillanti delle case in lontananza e i loro odori speziati diventare
un idea riposante impressa in un sonno ad occhi aperti. Il corpo è
lontano, fuma sigarette e gioca con i bicchieri che si avvicendano
sul tavolo. Le macchine lo sfiorano ad alta velocità suonando il
clackson e accecandolo con i fari. Ma qui, dove sono io, il mare
brilla tranquillo. Il buio. Dentro le luci che lo movimentano a
tratti.
L’aria calda ha cambiato l’atmosfera, l’acqua alleggerisce le ossa
di altri dalle coperte polverose, le lenzuola di cotone stese sui letti
si spostano e si gonfiano libere tra sospiri e scirocco. Se ci fosse
stato lui avrebbe ispirato; avrebbe visto il sole aprire le case come
scatole dai balconi fioriti e le donne svegliarsi cantando,
incontrandosi dopo sui balconi tra fragole e caffè.
Oggi poi il giorno sembra che abbia una sensibilità attenta, si
avventura nell’impressione di un domani, con mani intelligenti
capaci di far crescere il pane e i bambini: i bambini sono quelli
che corrono per strada indossando per gioco maschere con i buchi
per guardare e respirare. Respirano odori sottili, come scale verso
piacevoli ricordi: familiari, allegri e coraggiosi. Loro sanno
leggere i volti, riconoscere il vento in piena faccia che nel tempo
scaverà buche da accarezzare con le dita, ma senza solitudini
lagnose né oscuri mal di vivere. In questo quadrato di terra, gli
oggetti non si possiedono, le anime non si vendono e i corpi non
si sprecano. I suoi stessi contorni si dichiarano intensi, cercando
salvezza nella luce che si diffonde ma non invade. Anche i
pensieri si fanno passi, attimi che sfiorano istanti, che invece
seguirebbero la linea della sua mano fino a stenderla come lo

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schiudersi delle labbra.
Il vento cala , il corpo a quest’ora sarà andato via. Si sarà sentito
solo senza di me che oggi sono durata un attimo. Senza il resto e
le sue profonde compagnie non c’è più nessuna danza macabra da
applaudire svogliatamente. Rimango qui dove vorrei che fosse
anche lui. Cerco compagnia ed il mare in questo è uno stregone,
se riesci a toccargli il fondo poi mentre risali ti fa vedere la luce in
superficie. Allora poi, non hai paura di annegare, vivi e rivivi,
ogni volta; e toccata terra porti di lui la serietà del nero profondo,
dove non si vede nulla eppure esisti.
Il suo cuore nascosto, inavvicinabile, è tutta anima che si rinnova
e nella sua grandezza nessuna idea. Nessuno che conosco che
saprebbe dargli un nome. Perdiamo il suo senso: il mare conosce
la morte così bene da non aver bisogno di dirti niente per tenerti
vicino; può darti tutto perché o con te o senza di te rimane
inesauribile. Il mare si autorigenera e il suo sguardo ti chiede solo
una cosa in cambio: l’attenzione.
Penso al corpo. Lui, per allungarsi la vita come una molla sarebbe
già pronto all’ennesima mia contrattazione. Venduta a pezzi in un
gioco di equilibri. Prendere senza svuotare. Dolcemente sola,
durando un’ attimo. Sono sua, sono ciò che resta dell’anima.
L’aria calda ha cambiato l’atmosfera, lui adesso avrebbe espirato,
lontano, aprendo gli occhi nella città sveglia. La luce è emersa tra
le ombre, che fuggono lungo i muri dissolvendosi nelle vetrine
dei negozi.
Io non torno.

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IMMOBILE, SENZA ALCUN DESIDERIO
di Bruno Magnolfi

Resto sdraiato sull’erba di questo giardino senza preoccuparmi di


niente. Le mie braccia sono inerti, le mie gambe pare non abbiano
peso. Sono sicuro che qualcuno mi abbia notato, forse si è chiesto
che cosa stia facendo, fermo così sopra quest’erba un po’ umida.
Ma a me non importa ciò che pensano gli altri, guardo il cielo,
ascolto la terra, penso alle parti del mio corpo che restano ferme,
senza alcun compito se non quello biologico. Se mi concentro
riesco a sentire i rumori di una città dall’altra parte del mondo.
Tutti stanno correndo verso qualcosa o verso qualcuno, qualcuno
sta sfruttando il desiderio di altri di correre verso qualcosa o verso
qualcuno, alcuni immaginano di innalzarsi al di sopra di altri solo
perché hanno capito quali siano i meccanismi che regolano quei
desideri, quel correre continuo, e così tutto si mostra come un
groviglio di elementi da cui sembra impossibile uscire. Ma al
contrario io resto qui, senza interessi, immobile, come se niente
riuscisse a scalfirmi. Non mi sento superiore, sono soltanto uno
qualsiasi, eppure ritengo che non valga la pena di correre e
industriarmi per riuscire ad essere alla fine così, come siamo tutti:
uno qualsiasi, sdraiato sull’erba, senza possibilità di cambiare le
cose.
Infine mi alzo, raggiungo la mia macchina, percorro i viali
alberati e rientro nella mia casa. Continuo a pensare, sono ancora
convinto che niente valga la pena di cercare qualcosa che è già
definito, potrei continuare per tempi lunghissimi a pensarci,
eppure qualcosa mi percorre la mente e mi lascia perplesso. Forse
ho perso la mia identità, dico davanti a uno specchio, forse con il

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mio atteggiamento passivo non faccio altro che rendere forte chi
si diverte con la mia apparente perplessità. Accendo la
televisione, mi sdraio sopra al divano e ritrovo quel senso di
niente che avevo avvertito poco fa. Probabilmente è proprio così
che devo essere, sprofondato in poche cose senza grandi
significati, insulso, pronto a respingere gli altri solo perché mi
assomigliano.

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IL FARO
di GM Willo

Quel sabato pomeriggio presi la macchina e andai al faro. Non


sapevo che mi ero diretto laggiù fino a quando non lo vidi
spuntare da dietro la collina. Gli eventi più recenti avevano
innescato il pilota automatico, un sistema difensivo notevole se si
pensa a quanta gente distratta circola per le strade oggigiorno. Ma
col pilota automatico inserito puoi fare chilometri ad andatura
lenta, con la radio in sottofondo che ti sputa addosso i vecchi
pezzi di Sanremo, e star sicuro che non ti succederà niente.
Parcheggiai, spensi il motore e rimasi fermo dentro l’abitacolo ad
osservare il faro. Era la volta dei Matia Bazar, così lasciai finire la
canzone per prendere tempo. Non avevo la minima idea di quello
che avrei fatto.
Era finita? Non era finita? Chi poteva dirlo. Claudia mi aveva
detto che non mi voleva più vedere, ma chissà che cosa voleva
dire in realtà. Le donne parlano con la pancia, un linguaggio
adatto a chi ascolta con il cuore, ed io per troppo tempo ho
ascoltato solo con le mie orecchie. È più facile imparare che
disimparare, cantava Paul Simon…
Al faro ci andammo la scorsa primavera. Fu bello perché c’era un
vento terribile e sulla spiaggia eravamo solo noi e due ragazzi che
cercavano inutilmente di far volare un’aquilone, ma con quel
maestrale non c’era proprio verso. Lei si stringeva nel giacchetto
di pelle mentre io mi facevo spettinare la chioma e annusavo il
sale. Parlammo poco, ascoltammo il vento, poi andammo a
prendere un caffè al bar del paese. “C’è un albergo nei dintorni?”
domandai al barista. Lui m’indicò la strada per la statale e disse

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che ad appena dieci minuti c’era l’Hotel Faro, ovviamente.
Passammo la notte laggiù, e il vento si trasformò in tempesta, e la
tempesta ci fece amare più del solito.
I Matia Bazar lasciarono il posto a Ron. Mi decisi a spegnere la
radio e fare due passi. Anche quel giorno c’era poca gente sulla
spiaggia, benché si stesse bene al sole, ma era ormai novembre e
la bella stagione era solo un ricordo. C’era anche il vento, ma era
diverso, non come quello di qualche mese prima. Era un vento più
freddo, più cattivo, il promemoria dell’inverno alle porte.
Mi accesi una sigaretta. Era la prima in un mese. Non che avessi
smesso di fumare, è che io fumo così, quando mi va. A volte mi
finisco un pacchetto in una sera e poi faccio passare una settimana
prima di riaccenderne una. Non ho mai sofferto la dipendenza da
nicotina. Non mi piace essere dipendente da qualcosa o da
qualcuno. Forse era proprio per questo motivo che Claudia non
voleva più vedermi.
Mi avvicinai al faro fino a una staccionata di legno che ne
delimitava la proprietà. Mi ci appoggiai e finii la sigaretta.
All’orizzonte un peschereccio seguiva lentamente una barca a
vela. I gabbiani volteggiavano nel cielo in disegni random.
Perché sentiamo il bisogno di dare un significato ai luoghi? Forse
perché li infestiamo con i nostri spettri… Il fantasma del mio
amore per Claudia fluttuava dietro una feritoia del faro. Non mi
girai a guardarlo, ma sapevo che era lì. Il cellulare vibrò nella
tasca dei miei jeans avvertendomi di un sms. “Ti odio!” c’era
scritto. Fu allora che capii. Poi le lacrime iniziarono a rigarmi le
guance ed il vento non riuscì ad asciugarmele.

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LA MECCANICA DI UN GESTO QUALSIASI
di Bruno Magnolfi

Generalmente indossava la camicia bianca col bottone del collo


slacciato, con sopra una delle sue cravatte sottili, leggermente
allentata, dalle sfumature scure, un po’ demodé. Prima di uscire si
radeva con calma davanti allo specchio del bagno, concentrato su
un’operazione da svolgere con la massima cura, fin nei dettagli,
poi indossava uno dei tanti vestiti di cui era pieno il suo armadio.
Usciva da casa tra le dieci e le undici, passava all’edicola dei
giornali, salutava con un sorriso tutti coloro che lo conoscevano,
poi passeggiava sul largo marciapiede del viale alberato,
fermandosi a leggere per pochi minuti su qualche panchina. La
prima sigaretta del giorno la fumava esattamente in quel
momento, sotto al fresco degli alberi, aspirandone poche boccate.
I suoi capelli erano corti, ben pettinati con la riga a sinistra ed un
ciuffetto sopra la fronte, la sua faccia era affilata, la carnagione
del viso quasi scura, le piccole grinze d’espressione lasciavano
immaginare una persona gioviale, simpatica, quasi leggera.
Arrivava al caffè quando erano circa le dodici, dava sempre
l’impressione di essere uscito da poco dall’ufficio o da una
riunione importante, e di permettersi un aperitivo di fretta in quel
locale dove conosceva quasi tutti. Scambiava qualche parola
scherzosa, si faceva preparare un cocktail leggero, si sedeva ad un
tavolino da solo, giusto per rileggere qualche titolo del suo
giornale, e commentarlo qualche volta a voce alta, con gli altri
presenti. Normalmente quando usciva da lì andava direttamente in
un ristorante che rimaneva vicino casa sua, e senza fretta si faceva
servire un solo piatto, un primo o un secondo. Poi rientrava,

180
giusto per farsi un caffè in solitudine nel suo appartamento,
mentre si metteva tranquillo su una poltrona dopo aver tolto
cravatta e camicia ed avere indossato un abbigliamento più
comodo. Il resto della giornata seguiva più o meno lo stesso
percorso, e la sua solitudine risultava comunque sempre piena di
socialità. Difficile si lasciasse andare a qualcosa di diverso, si
comportava così ormai da qualche anno, da quando era morto suo
padre, e lui aveva lasciato il lavoro, ereditando alcuni
appartamenti affittati che gli permettevano di vivere senza far
niente di produttivo. A volte si era posto il problema di come
utilizzare tutto quel tempo libero, ma alla fine le cose più consone
alla sua personalità erano quelle, aggiungendo qualche tiro al
biliardo in tarda serata, o l’andare alle corse dei cavalli al
pomeriggio della domenica. Non amava trattenersi a lungo in un
posto o con qualche persona, stava bene solo spostandosi per
raggiungere un locale o facendo un semplice gesto di saluto verso
uno dei tanti conoscenti, il resto era qualcosa che restava al di
fuori di sé, come se lui fosse pienamente cosciente di non riuscire
veramente a far parte del mondo, ma soltanto di una piccola parte,
quella scelta una volta per tutte, chiamandola vita, ma solo per
una astrazione.

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MONDIALI
di GM Willo

Quest’anno i mondiali li vedo da solo. Lo faccio per rabbia,


sperando che i vecchi amici si sentano in colpa.
Nicco mi ha appena chiamato, ma ho lasciato squillare. Sono tutti
a casa di France, con le pizze e le birre, come sempre. Eppure
sono cambiate tante cose…
Italia – Brasile del novantaquattro fu tutta un’altra storia. Si
giocava di pomeriggio e faceva un caldo bestiale, ma nel salottino
di Giampiè si stava d’incanto. Lui non si fece pregare e stappò la
bottiglia di grappa austriaca, quella da centomila. La teneva per le
occasioni speciali… credeva in Sacchi più di noi.
Ricordo che pianse dopo il rigore di Baggio, ma dette la colpa
all’allergia. Dopo la batosta andammo a comprare le moretti al bar
per finire la giornata in giardino, all’ombra del fico. Fu uno dei
quei momenti in cui avvertii la grandezza dell’amicizia, quella
vera, quella che ti spacca dentro, che ti fa credere di essere in
capo al mondo. Ma col tempo scopri che è solo la comica
conseguenza di una bevuta smodata, di una battuta ridicola e di un
inconfessabile e reciproco desiderio di non rimanere solo. Per
questo motivo non voglio vedere nessuno stasera. Argentina –
Italia me la guardo insieme ad un boccale di birra importante, una
La Chouffe belga ad esempio.
Ecco che entrano in campo. La faccia giuliva del CT Maradona
mi mette un po’ di nostalgia, ma so che dopo il calcio di inizio
passerà. Il tempo scolpisce solchi sotto gli occhi e atrofizza i cuori
degli amici. Invecchiare fa male, altro che saggezza. Non potete
chiedermi di ricordare. Io non ho voglia di ricordare, ho voglia di

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fare cose nuove. Ma loro sono sempre gli stessi, uguali eppure
diversi. Ecco che squilla di nuovo. Non hanno capito che non ci
vado da loro. Mi perderei l’inizio. La semifinale. Poi c’è il
Brasile. Perché alla fine c’è sempre il Brasile…

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NEI COLORI DEL TRAMONTO
di Bruno Magnolfi

I braccianti di colore si erano riuniti tutti tra loro alla fine


dell’orario di lavoro, ed erano rimasti lì, in silenzio, come non
avessero nessun posto dove recarsi. Infine si erano incamminati
lungo la strada sterrata, costeggiando la stalla delle vacche, e
svogliatamente erano andati ad infilarsi nelle loro baracche di
legno, oltre il rimessaggio degli attrezzi. Sul fianco della collina
la vigna pareva scolpita, tanto appariva simmetrica e regolare, e
adesso che il sole si era avvicinato alla terra, le tonalità di verde
apparivano più morbide e più intense. Davanti alla sua casa il
signor Giovanni, come lo chiamavano tutti, si era seduto sui
gradini di pietra per togliersi la terra dalle suole dei suoi stivali, e
aveva lasciato che il cane gli girasse attorno scodinzolando per
giocare. Quello sarebbe stato l’ultimo anno, pensava; le ultime
volte di quelle giornate intere passate ad andare avanti e indietro
col trattore per inseguire qualcosa che non aveva dato i frutti
sperati. Non importava neppure ripensarci adesso, alla fine della
stagione sarebbero arrivati i nuovi proprietari, una società che
avrebbe avuto meno scrupoli a sfruttare quella terra, lui sarebbe
stato già lontano, a godersi il riposo, quei pochi soldi e gli ultimi
anni della sua vita. Un’auto vecchia e scarburata era arrivata
arrancando per la strada interpoderale, nessuno che il signor
Giovanni ricordava di conoscere. L’uomo era sceso guardandosi
attorno, si era avvicinato di qualche passo senza fretta, poi aveva
guardato a terra prima di parlargli: “Cerco un lavoro”, aveva
detto, “uno qualsiasi”. Poteva avere quarant’anni, ma era difficile
giudicare. “Qua sono tutti neri”, aveva risposto con ruvidezza il

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signor Giovanni, tanto per trovare una scusa per togliergli
qualsiasi idea falsa. “Per me va bene”, aveva detto semplicemente
l’uomo, e quella risposta, forse inaspettata, era piaciuta al signor
Giovanni. La mattina seguente quell’uomo aveva iniziato a
lavorare insieme agli altri, dopo aver dormito nella notte dentro la
sua macchina. Il signor Giovanni l’aveva osservato, non ricordava
di aver mai conosciuto una persona del genere, ed era incuriosito.
A sera lo invitò nella sua casa per regolarizzare il rapporto di
lavoro, aprì qualche carta sopra al tavolo restando in piedi, e lo
invitò a dirgli il nome e ad apporre la sua firma in fondo ai fogli.
L’odore di terra e di sudore ristagnava intorno, i braccianti
avevano intonato una nenia che si sentiva arrivare da lontano,
quasi una vibrazione, come una mosca nella stanza. L’uomo fece
quanto era richiesto, poi si volse per raggiungere la porta, ma si
fermò, e senza che nessuno gli avesse chiesto niente, disse che la
vita era strana, certe volte ti sbatteva nell’aria come una bandiera,
ma non c’era da prendersela, le cose a volte andavano bene, a
volte male. Il signor Giovanni non lo interruppe, ma dopo una
pausa, a bassa voce, disse: “Vendo tutto, tra poco, anche a me non
è andata benissimo; o almeno non come speravo…”. “Lo so”,
disse l’uomo; “però bisogna anche imparare ad osservare i colori
del tramonto, come quelli di stasera, e qualche volta lasciarsi
affascinare, senza porsi troppe domande. Se si cerca sempre il
meglio saremo sempre e soltanto dei perdenti”.

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REALTÀ PER ANNUSKA
di Giulia Riccò

Era dannatamente bella. I capelli neri, lucidi, le scendevano


morbidamente sulle spalle infrangendosi su di esse come una
cascata sulle rocce. Era avvolta da un vestito nero attillato che
lasciava intendere le sue forme sinuose. Le labbra rosse e piccole
come un bocciolo di rosa erano tirate in un sorriso perfido mentre
mi guardava e gli occhi erano due pozzi neri, profondi, che
portavano direttamente all’inferno.
- Sei veramente tu? - le domandai confusa. Rise. Una risata
sguaiata che strideva tremendamente col suo aspetto dolce e
sensuale.
- Come puoi chiederlo? È un assurdità… - Rise di nuovo gettando
la testa all’indietro. Poi improvvisamente si fece seria e mi fissò
così intensamente che mi sentii bruciare fin dentro le viscere.
- Si sono io, la Realtà, la nuda e cruda Realtà, quella che tutti
cercano di annientare con la fantasia, quella che pochi accettano e
anche quando l’accettano lo fanno con riluttanza … - Mentre
diceva questo si inginocchiò accanto a me accarezzandomi i
capelli. Ero terrorizzata e incredibilmente attratta da quella donna
così dolce e malefica allo stesso tempo.
- Perché sei qui? Cioè cosa vuoi da me? Perché sei venuta qui da
me? - le chiesi senza riuscire a staccare i miei occhi da
quell’abisso nero che erano i suoi.
Sorrise dolcemente e mi baciò. Un bacio carico di tutti i
sentimenti del mondo, caldo e gelido, dolce e amaro, pieno
d’amore e d’altrettanto odio. La cosa mi stordì. Non riuscivo a
reagire. Quando parlò la sua voce era profonda e roca come quella

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di un uomo. Mi prese il viso tra le mani e mi guardò dolcemente.
- Sono venuta da te perché non credevi che fossi così! Hai tanto
desiderato vedermi, mi hai chiamato con così tanta insistenza che
non potevo assolutamente non venire da te. Sai mi hai sempre
incuriosito Assassina di Cuori . Volevo vedere in faccia la donna
che tanto mi chiamava col suo insistente pensiero. - Si alzò di
scatto e riapparve quel sorriso demoniaco sul suo viso.
- Tu sei crudele. Non può essere questo e basta la realtà.
Si sedette sul divano di fronte a me. Accavallò le gambe e il
vestito si spostò lasciando apparire due gambe di porcellana
finissima. Aveva piccoli piedi affusolati scalzi.
- Mi offendi se dici che sono crudele. Io non sono crudele - disse
improvvisamente con una voce da bambina. Mi sbalordivano
questi cambiamenti repentini.
- Io sono tante cose tutte assieme io sono quello che vedi tutti i
giorni e che rielabori per continuare a vivere. Io sono crudele,
dolce, grande, piccola, maschio, femmina io sono infinite
possibilità basta saperle scegliere. - Il suo sguardo ora era dolce
come quello di una madre che cerca di spiegare le cose alla figlia.
- Vedi io sono tutto quello che vuoi che io sia. Muto al mutare del
tuo pensiero. Cresco e cambio al cambiare della tua vita. Le
strade che scegli mi cambiano e mi modellano. Questo vale per te
come per tutti gli altri. - Scivolò giù dal divano, come un serpente
sinuoso, trasformandosi in pantera mentre veniva accanto a me,
ancora accucciata a terra.
- Non tremare bambina mia. Non aver paura perché ad ogni morte
c’è sempre una nuova rinascita e una nuova verità che ti attende.
Tu mi hai creato così io sono tutta la tua Realtà, la tua sola Realtà.
E io ora voglio regalarti un nuovo mondo e una nuova me stessa. -
La guardavo senza capire. Continuavo a tremare e mi sentivo
angosciata. Vidi quell’angoscia riflessa nel viso di Realtà e allora
capii.

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- Tu mi ucciderai perché io voglio così, ma una nuova me stessa
mi attende. Tu sei quello che io credo essere la realtà, tu sei me. -
Realtà sorrise ed estrasse una lama da sotto la gonna del vestito. Il
coltello scintillava di una luce blu intensa, accecante.
- Ritorna e vivi - la sentii sussurrare. Poi fu l’oblio.
Mi svegliai nel mio letto. L’angoscia e il dolore che mi avevano
portato ad incontrare Realtà erano scomparsi. Mi sentivo rinata a
nuova vita. Non sapevo se era reale o se mi ero sognata tutto.
Andai in bagno e mi lavai il viso. Guardai il mio riflesso allo
specchio. Alle mie spalle una bambina piccola e pallida mi
sorrideva dolcemente.
Ricambiai il sorriso guardando soddisfatta la mia nuova piccola
Realtà.

188
PESCAIA SULL'ARNO
di GM Willo

A volte vengo quaggiù, quando le cose non vanno per il verso


giusto. Ci arrivo per una stradina che passa sotto la ferrovia, poi
attraverso il tennis club, un cancellino di legno e un sentiero che
scende giù dall’argine. In estate è molto bello qui, ma dopo le
dieci incomincia a fare troppo caldo. Di solito sono qui alle nove,
dopo il caffè. Mi fumo una sigaretta, mi siedo sulle rocce e mi
perdo nei baluginii del fiume. I riflessi accecanti del sole mi
distraggono dai miei guai.
Non volevo dimostrare niente a nessuno, mi sono detto, ma
mentivo. Ho lavorato quindici anni sottoposto dando sempre il
meglio di me, ma se ne sono accorti in pochi. Con la scusa del
destino si fanno le scelte più strampalate. Sono i film americani
che ci fanno sognare, che ci fanno sentire monchi senza i sogni,
ma per ogni sogno realizzato ve ne sono mille che vanno in fumo.
Un gioco d’azzardo, ecco che cos’è questa vita…
L’azienda è stata il buco nell’acqua più grosso, ma ormai il peggio
è passato, sono rimasti solo gli strascichi del fallimento. Anche i
creditori se ne stanno facendo una ragione. Mi hanno preso tutto,
che non era molto, ma era comunque tutto quello che avevo. Il
problema è solo uno: ripartire. Gli amici mi dicono che sono
ancora giovane, ma non è facile a quarantacinque anni e con la
crisi in corso. Preferisco venire giù in pescaia che prendere
l’autobus per andare all’ufficio di collocamento. Quando sono qui
spengo anche il telefonino. Di colpo mi sento irraggiungibile,
come un palloncino nel vento. Libero? Si, forse è proprio così che
mi sento.

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L’impatto con la natura ti richiama alla realtà, quella vera, non
quella fatta di strade e di palazzi. Non le bollette da pagare,
l’assicurazione dell’auto o l’affitto. Quelli sono solo specchietti
per le allodole. La realtà è qui, nel gorgoglio di un rigagnolo che
si getta nel grande fiume, nello scintillio del dorso di una nutria
che appare d’improvviso sulla superficie dell’acqua, nei frinii
delle cicale sugli alberi. L’asfalto della città ci nasconde la verità.
Ecco perché vengo quaggiù quando le cose non vanno per il verso
giusto, ma appena la sigaretta finisce mi prende sempre una strana
inquietudine. Così mi metto a cercare delle pietre piatte da far
rimbalzare sull’acqua. Vado avanti finché ne trovo, poi mi decido
a risalire verso casa.
L’inganno ha molti veli. Scostare il primo è roba da ragazzi,
rimuoverli tutti è il segreto di una vita.

190
SALA GIOCHI LAS VEGAS
di Bruno Magnolfi

La ragazza, seduta con le amiche vicino ai bowling elettronici


della sala giochi, lo aveva guardato diverse volte. Inizialmente lui
non ci aveva neppure fatto caso, o meglio, aveva subito pensato di
essere probabilmente spettinato, o di avere qualcosa sulla faccia o
nell’abbigliamento che avesse incuriosito quella ragazza che a
dire la verità non aveva neppure mai visto, ma in seguito si era
sentito al centro di una attenzione che pur stimolandolo lo aveva
messo fortemente a disagio. Per dissimulare la sua sensazione si
era messo a parlare con i suoi amici delle prime cose che gli erano
passate per la testa, spostandosi, gesticolando, declamando per
scherzo qualcosa a voce più alta del necessario, guardandosi
attorno ed osservando a sua volta da quella parte. I loro sguardi si
erano incontrati più volte, non c’era niente dettato dal caso, era
evidente. Gli era venuto diverse volte da ridere in modo nervoso,
per un attimo si era sentito il centro del mondo, ma aveva
immaginato la sua faccia con le guance arrossate, così si era
gettato per pochi minuti tra le pagine di un giornalino dimenticato
su un tavolo; quando era tornato a sollevare lo sguardo aveva
visto con terrore che lei e le sue amiche se ne stavano andando.
Allora si era alzato anche lui dalla sedia, mentre i suoi amici lo
osservavano come aspettandosi qualche altra stranezza, ma era
soltanto rimasto lì, in piedi, senza parole, ad osservare quel
gruppo di amiche che andavano via, senza riuscire a distoglierne
gli occhi. La ragazza di prima era arrivata quasi in fondo alla sala,
aveva calcolato il momento migliore restando leggermente più
indietro rispetto alle altre, poi si era voltata, e lo aveva guardato di

191
nuovo, questa volta senza lasciare alcun dubbio. Lui aveva chiuso
la bocca per deglutire, poi si era sentito improvvisamente perduto.
Aveva aspettato ancora un momento, che tutte fossero uscite dalla
sala giochi, ed era stato in quel momento che si era precipitato
dietro di loro, immaginandosi di trovarle sul marciapiede, di poter
ancora salvare qualcosa di quella situazione. Gli altri non gli
avevano chiesto niente, restando con le gambe sopra ai braccioli
delle sedie di plastica a mostrare indolenza e a dirsi qualcosa di
strascicato, senza interesse.
Nella sala giochi ci saranno state venti o trenta persone, tutte a
gruppetti, nella ricerca difficile di divertirsi e di passare una
buona serata anche se assomigliava a tutte le altre. Qualche
ragazza là dentro si lasciava abbracciare, tanto non c’erano occhi
indiscreti, e qualcuna faceva la stupida in modo molto superiore a
ciò che sarebbe stato normale. Le luci rosse e blu delle
macchinette elettroniche lampeggiavano dando un aspetto irreale
alle cose, i suoni sintetici parevano uscire da un film vecchio
passato di nuovo in televisione, visto già troppe volte. Fuori il
paese lasciava che quella sottile immoralità che provavano certe
volte i ragazzi, fosse quasi tutta racchiusa là dentro, in quella
noiosa sala giochi, e tutti si sentivano in qualche modo tranquilli.
Lui era arrivato sul marciapiede di corsa, senza avere pensato a
qualcosa da chiedere o da dire; si era slanciato fuori dalla porta
dipinta di nero sperando di nuovo semplicemente di incontrare i
suoi occhi, di provare ancora quella sensazione fortissima di cui
era stato preda fino ad allora. Lei era lì, da sola, lo stava
aspettando, adesso aveva un’espressione meno sfacciata, e anche
le sue braccia, i suoi gesti, si notavano come maggiormente
composti, più attenti a spiccare di meno. Gli dette un’occhiata
furtiva mentre lui si accostava quasi senza più fiato, attese ancora
un momento, poi disse: “Scusami, ti avevo scambiato per un’altra
persona…”.

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IL PROFUMO DEL SANGUE
di Massimo Mangani

Guardo fuori dalla finestra, è una splendida giornata estiva, di


quelle da passare sdraiati sulla spiaggia senza pensieri che
inquinano la mente. Le sbarre di ferro creano uno spiacevole
contrasto con il cielo azzurro, le voci delle altre detenute non
permettono alla fantasia di poter spiccare il volo, la sezione
femminile del carcere di massima sicurezza viaggia imperterrita
con il suo tran- tran. L’unico pensiero che continua a pervadermi
è la ragione per cui sono finita qua dentro, come è potuto
accadere?
Eppure il piano era perfetto e tutto sarebbe filato liscio come
l’olio se non si fosse messo di traverso quell’enigma
imprevedibile che risponde al nome di istinto umano e che, come
nel mio caso può giocare davvero brutti scherzi. L’idea di
eliminare mio marito non era del tutto nuova, l’avevo accarezzata
varie volte, se non altro per accaparrarmi la cospicua eredità che
mi avrebbe permesso di vivere più che dignitosamente per il resto
dei mie giorni. Non che mi mancasse la bella vita, il fatto è che
non sopportavo più di essere controllata e soprattutto ero
esasperata dalle sue scenate di gelosia ogni volta che lo tradivo
con qualche aitante giovanotto. In fondo cosa si aspettava, che
rimanessi fedele ad un uomo di vent’anni più vecchio, sposato
soltanto per interesse?
Nella mia mente avevo spesso pensato di ammazzarlo, magari
manomettendogli i freni della Jaguar ma, non avesse fatto l’errore
di ventilare l’ipotesi di un divorzio, probabilmente sarebbe ancora
vivo ed io avrei continuato a concedergli qualche misera scopata

193
di tanto in tanto. Purtroppo il caso ha voluto che un bel giorno,
tornando in anticipo da un consiglio d’amministrazione, mi abbia
sorpresa a succhiare il cazzo a Dragos, il nostro giardiniere, uno
splendido ragazzo dell’Est, biondo e muscoloso oltreché appena
ventenne. La sua reazione è stata furibonda, dopo aver licenziato
in tronco Dragos (della cui assunzione mi ero occupata
personalmente), ha iniziato ad inveire contro di me ed alla fine ha
promesso che sarebbe andato dall’avvocato.
Quella sera ho pianto tutte le mie lacrime, il pensiero di rinunciare
ad una vita agiata, di ritrovarmi a quasi trent’anni a dover cercare
uno straccio di lavoro, a non poter più usufruire di carte di credito
colme di soldi mi ha fatto letteralmente perdere la testa. Davanti a
me si prospettava un’unica soluzione ma era sottinteso che non
avrei agito da sola, avevo bisogno di qualcuno su cui far ricadere
la colpa. Convincere Dragos non era stato affatto difficile, era
bastata una serata al Savoy: cenetta romantica a lume di candela
nella suite e poi subito a letto. Per l’occasione mi ero vestita da
vera troia, con tanto di giarrettiera e calze di seta nere.
Dopo una scopata memorabile, intervallata da sniffate di coca
della miglior qualità, il ragazzo aveva acconsentito ad uccidere
mio marito, complice la promessa di una vita agiata insieme ed il
consenso a ficcarmi il suo enorme membro nel culo, mossa che
avevo conservato per l'occupazione.
Il poveretto non sospettava minimamente che in realtà, secondo il
mio piano, per lui ci sarebbero stati come minimo trent’anni, o
forse venti con le attenuanti generiche. Il piano fu messo in atto
nei minimi dettagli, Dragos avrebbe ucciso mio marito e si
sarebbe sbarazzato del corpo… al resto avrei pensato io.
Ora si trattava soltanto di aspettare l’occasione propizia, che si
presentò pochi giorni dopo quando il morituro mi annunciò che
sarebbe partito per concludere un affare ed al suo ritorno
avremmo definito le clausole della separazione. Dragos si era

194
presentato in perfetto orario, aveva portato con sé il mazzuolo da
carpentiere e diverse taniche di acido cloridrico, oltre al
necessario per ripulire le tracce biologiche. Mentre sistemavamo
il materiale e ripassavamo il piano, vuoi per la tensione, vuoi per
la coca sniffata la mia eccitazione era giunta alle stelle, inoltre
Dragos era vestito con un paio di Jeans attillati che mettevano in
risalto un culo perfetto. In quattro e quattr’otto avevo già il suo
cazzo fra le labbra, duro e nerboruto ed ero talmente bagnata che
dalla mia fica uscivano suoni estremamente imbarazzanti. Rimasi
un attimo inibita nel constatare che il ragazzo si era portato dietro
anche una 75, ma appena la sua lingua si appoggiò al mio
clitoride l’inibizione cedette il passo al godimento.
L’amplesso non durò molto, appena Dragos iniziò a scoparmi
udimmo il motore della Jaguar di mio marito sul vialetto
d’ingresso; il pensiero di ciò che stava per accadere mi eccitava in
maniera anormale. Rimasi seduta sul letto in una posizione
volutamente provocante, le gambe larghe rivestite da costose
calze nere, il resto del corpo completamente nudo. Sentii la chiave
infilarsi nella porta d’ingresso, passi per le scale, la maniglia della
camera da letto ruotò.
L’espressione di mio marito mutò repentinamente da accigliata in
eccitata, davvero patetico per un omuncolo di cinquant’anni, i
suoi occhi dietro le spesse lenti parevano quelli di un maialino.
Posò la borsa di pelle, si tolse la giacca ed iniziò ad abbassarsi i
calzoni… le sue gambette rinsecchite non reggevano davvero il
confronto con quelle muscolose e ben tornite del suo assassino,
per non parlare delle dimensioni del rigonfiamento delle mutande.
Fece appena in tempo a fare due passi, poi la mazza da
carpentiere si abbatté sul suo cranio fracassandoglielo; sangue,
pezzi di cervello e frammenti ossei schizzarono dappertutto, il suo
corpo iniziò a vagare per la stanza facendomi tornare alla mente
quando da bambina decapitavo i piccioni con la fionda.

195
Dragos, completamente nudo alzò nuovamente il martello per
assestare il colpo di grazia; i muscoli del suo corpo in tensione, la
chioma bionda, gli occhi azzurri lo facevano apparire come un
guerriero nordico intento ad uccidere un nemico in battaglia.
Quell’immagine smosse qualcosa dentro di me, iniziai a
masturbarmi a più non posso e quando il giovane mi si parò
davanti, ansimante e sporco di sangue, lo attirai a me e lo feci
entrare. Dovevo essere talmente assatanata che il suo accenno di
protesta si placò immediatamente. Le sue spinte si fecero così
vigorose che dovetti sollevare un po' le gambe per poterle
sopportare; ogni tanto lanciavo un’occhiata al cadavere di mio
marito disteso in una pozza di sangue e mi eccitavo ancora di più.
Mentre venivo in un’esplosione di godimento, sentii urlare anche
Dragos e percepii il suo sperma eruttare nella mia fica. Si stese
accanto a me: il premio del guerriero!
Dopo pochi minuti Dragos si riprese, si alzò dal letto e si diresse
verso il corpo; lo seguii, l’idea era dargli una mano a buttarlo
nella vasca da bagno piena di acido. Purtroppo la molla era
scattata, non appena il ragazzo si chinò per afferrare i piedi di mio
marito, presi il mazzuolo e glielo calai sulla testa con tutta la mia
forza, staccandogli di netto un pezzo di cranio. Cercò di rialzarsi
nonostante la ferita ma io calai nuovamente il mazzuolo
devastandogli il resto della testa… in quel momento ero eccitata
come non mai, il profumo del sangue mi faceva bagnare in
maniera vergognosa!
Mi buttai nuovamente sul letto masturbandomi come una
forsennata, sentivo il bisogno di trasgredire ancora di più… notai
la 75 sul comodino, la presi, tolsi la sicura e mi infilai la canna
nella fica… Non so come sarebbe finita se dalla porta della
camera non avesse fatto capolino il nostro vicino di casa… il
proiettile centrò in pieno l’occhio destro e dentro di me pensai :
“bel colpo!”

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Udii un urlo disperato e qualcuno correre per le scale, con uno
scatto fulmineo mi precipitai a ruota, riuscii a raggiungere sua
moglie in fondo alle scale e con uno sgambetto la feci rovinare a
terra! Non avendo armi a portata di mano le sbattei due volte la
testa per terra tramortendola, poi mi sfilai una calza e gliela passai
intorno alla gola stringendo a più non posso. La mancanza di
respiro la fece rinvenire, cercava di dimenarsi ma io le stavo a
cavalcioni sulla schiena… la spina dorsale si contorceva
solleticandomi il clitoride, i rantoli della donna mi facevano
impazzire… la sua morte coincise con il mio orgasmo!
La polizia mi trovò completamente nuda fuori dalla camera da
letto dei vicini che avevo appena massacrato, con la 75 infilata fra
le cosce ed il loro figlio dodicenne barricato dentro…
piangente… non ricordo esattamente cosa stavo dicendo ma nel
verbale di fermo, oltre all’omicidio plurimo mi sono stati
contestati gli atti osceni in presenza di minore.
Adesso eccomi qui, nella sezione femminile del carcere di
massima sicurezza, in attesa di una visita psichiatrica che
probabilmente attesterà la mia infermità mentale… guardo il cielo
azzurro attraverso le sbarre… nella mia tasca stringo una
forchetta sottratta alla mensa, sono riuscita a renderla
affilatissima… aspetto la guardia che verrà a prelevarmi… mi sto
bagnando, oh se mi sto bagnando!

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CASTAGNETO
di GM Willo

Per andare a casa di Paola facevo la strada del castagneto, uno


sterrato dissestato che era diventato col tempo il terrore di tutti gli
automobilisti del paese. Tre diverse amministrazioni comunali
avevano promesso di asfaltare quella strada, ma in dieci anni
nessuno ha mai fatto niente. In Italia cose come queste sono la
normalità. Io preferivo così. Meno asfalto c’è meglio è, però
avevo anche il vantaggio della jeep.
Da Paola ci ritrovavamo ogni due settimane per fare un po’ di
musica insieme. Veniva Ermanno insieme al suo set di
percussioni, Michele col Fender, Gianluca con la Roland e il Mac
e poi c’ero io con una vecchia Gibson semi acustica che mi aveva
regalato mio padre. Paola ci offriva un po’ di tè verde che
sorseggiavamo piano in cucina (lei se ne faceva tre per scaldarsi
la voce), poi montavamo gli strumenti nell’ampio salotto di casa.
In inverno, ma spesso anche d’autunno, il camino era sempre
acceso.
Suonavamo un repertorio misto, selezionato insieme. Ognuno
sceglieva due pezzi attingendo ai propri gusti, così succedeva di
alternare canzoni di Sanremo anni ottanta, per i quali Michele
andava matto, con le litanie di Tim Buckley, uno dei miei idoli di
ragazzo, per passare poi ai classici di Bacharach. Cercavamo
comunque di amalgamare il tutto con un nostro sound, grazie
soprattutto ai colori percussivi di Ermanno. Dopo la scaletta ci
buttavamo a capofitto su un lunga jam nella quale Paola
improvvisava delle splendide linee vocali sulle parole delle sue
poesie. Andavamo avanti fino a mezzanotte, tanto la casa era

198
isolata e nessuno veniva a darci noia. Spesso c’erano altri amici
insieme a noi. Si mettevano sul divano ad ascoltare, con un
bicchiere di vino in mano oppure una birra, un pubblico
selezionato con cura, perché nel processo creativo di un gruppo di
musicisti l’atto di esibirsi è un qualcosa di secondario. Per questo
motivo non ci è mai interessato suonare nei locali.
Dopo il concerto accendevamo la radio. A quell’ora c’era una
stazione jazz che passava vecchi pezzi di Coltrane e Monk.
Aprivamo un paio di bottiglie di vino buono e parlavamo, non
solo di musica. Andavamo avanti fino a quando ci reggevano le
palpebre. Di solito quando tornavo a casa il cielo dietro i castagni
stava già rischiarandosi. Fu così per diversi anni, non ricordo
neanche quanti, poi a Paola le trovarono il cancro. Andai a
trovarla più volte nei mesi della malattia, ma prendevo l’altra
strada evitando di proposito lo sterrato. Perché quella era la via
del castagneto, delle serate insieme, della musica fatta in casa,
senza pretese. Era la strada di quelle notti piene di note e di risate,
ed io volevo ricordamela così.

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AUTOCELEBRAZIONE DI UN GESTO QUALSIASI
di Bruno Magnolfi

La sequenza indica un uomo che esce di casa, gira per strada


senza una meta precisa, si ferma dentro a un caffè e incontra uno
sconosciuto. Quando l’uomo torna a casa scopre di essere una
persona diversa.
In un secondo tempo, l’uomo uscito da casa, non avendo
incontrato nessuno, rientra nervoso e irritato. Inoltre lo stesso,
avendo dato appuntamento al caffè ad una persona che non
conosceva, riesce a sentirsi diverso anche solo per quella
possibilità a cui non ha adempiuto.
Sia l’uomo che lo sconosciuto, sapendo ambedue di riuscire a
sentirsi diversi solo uscendo da casa e una volta raggiunto il caffè,
spesso riescono a girare per strada anche senza una meta precisa.
Di fatto la casa dell’uomo e dello sconosciuto è ritenuta diversa
anche senza che né l’uno né l’altro abbiano girato per strada o si
siano recati al caffè. In ogni caso la loro meta è precisa anche se
non si fermano quasi mai proprio lì.
Spesso, dentro al caffè, allo sconosciuto è richiesto il motivo per
cui l’uomo, visto girare per strada senza una meta precisa, si possa
essere sentito diverso pur senza essere uscito di casa per spingersi
addirittura fin lì.
In alcuni casi, girando per strada nei pressi del caffè senza
apparenza di una meta precisa, lo sconosciuto ha incontrato un
uomo che si è fermato dentro al locale, ed ha dichiarato di sentirsi
diverso senza sapere per quale motivo.
L’uomo, il caffè e certe volte anche lo sconosciuto, si sono
dimostrati diversi solo per essere usciti di casa e aver girato per

200
strada senza trovare una meta. Una volta rientrati ognuno nel
proprio ruolo, le cose si sono rivelate concrete anche se loro non
si sono incontrati.
Infine, sia la casa, sia lo stesso caffè, risultano diversi per il solo
fatto che l’uomo assieme allo sconosciuto hanno girato per strada
senza trovare una meta, capitando in quei pressi prima di pensare
a qualsiasi altra cosa. Il locale naturalmente, almeno quel giorno,
è risultato deserto.

(Soluzioni dettate da elaboratore elettronico)

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LA MANTIDE RELIGIOSA
di Gano

All’anagrafe risultava col nome di Romolo Bertani, ma al bar tutti


lo chiamavano Romoletto per via dei suoi dignitosissimi 161
centimetri di statura. Dopo vent’anni le battute si erano esaurite,
ma c’era ancora chi ci provava. A Romoletto non dispiaceva, anzi,
prendersi poco sul serio era la sua forza. Ma il suo cruccio non era
la statura, erano le donne, problema non da poco e decisamente
molto comune… Ogni mese lo vedevi entrare dalla porta a vetri
insieme ad una nuova, che a prima vista ti facevi subito tutto il
film in testa. Romolo non se la passava male, lavorava nel settore
edile e tirava su un bello stipendio. Le cialtrone lo sapevano e gli
ronzavano attorno come le api, ma lui, per quanto ingenuo,
c’aveva la moglie che gli salvava il culo. Di sicuro quella santa
donna gli voleva sempre bene, per questo gli rifiutava il divorzio.
Sapeva che il minuto dopo la firma lui si sarebbe andato ad
impegnare con la prima poco di buona, la quale lo avrebbe in
pochi mesi prosciugato fino all’osso. Ogni tanto al bar potevi
imbatterti nella Simona, un donnone fiero, un tempo sicuramente
discreto. Ti prendeva per un braccio e a volte ti strizzava, poi ti
guardava negli occhi dicendo: – Dov’è quel cretino di mio
marito?
Te provavi a difenderlo, ma lei t’inchiodava, e c’aveva anche le
sue ragioni. – Se non fosse per me, che gli faccio ancora la
contabilità e mi occupo delle banche, il tuo amico sarebbe a
dormire sotto un ponte… – Perché la Simona non era solo la
moglie di Romoletto ma anche la sua socia in affari.
Comunque, tutti gli equilibri, specialmente quelli meno stabili,

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son destinati a rompersi. Basta qualcosa di inaspettato, un
‘incognita, un vento freddo dal nord, un portento della natura.
Ecco, proprio quello arrivò sulla strada di Romolo. Un portento.
Si chiamava Gigliola, trentadue anni, lo superava di tutta testa,
ma ci voleva poco. Bella si, ma non l’avrei toccata neanche con
una canna da pesca. Per quanto mi ritenga un grande amatore e
non faccia distinzione tra belle, brutte, grasse e magre, ci sono
delle donne alle quali non mi avvicinerei neanche se me
l’ordinasse il dottore. È una questione di pelle, non so come
dire… o forse è una questione di aurea, come dicono quelli della
new age. Gigliola, bionda platinata con la zazzera sbarazzina, gli
occhioni verdi e la bocca piena di rossetto, un culo da brividi e
due gambe che non finivano più… ma le vibrazioni cosmiche che
emanava riuscivano a rattrappirti l’uccello. Tant’è che appena la
vidi glielo dissi al Cossu, che leggeva la Gazzetta appoggiato al
frigo dei gelati Algida: – Questa non è una donna… è una
mantide religiosa!
Ma il povero Romoletto le andava dietro come un cagnolino in
calore, un bassotto s’intende. La prima settimana la collana di
perle, la seconda la pelliccina, poi l’anello col diamante… Ma a
lei non bastava, voleva di più. Voleva il trono.
C’erano tutti al bar la sera in cui Romoletto alzò la voce contro la
Simona. – Basta, non ne posso più. O firmi quelle carte, o ti giuro
che prendo l’avvocato più tosto della città e ti faccio levare ogni
cosa, anche la casa!
- Povero Romoletto, e pensare che ti ho voluto bene… – rispose
lei con un mezzo sorriso. Gli strappò le carte del divorzio dalle
mani e gliele firmò davanti a tutti. – Addio nanetto! – e uscì di
scena insieme a sui novantacinque chili abbondanti.
Due mesi dopo ci ritrovammo tutti al matrimonio dei due
piccioncini, la festa più kitsch che abbia mai visto. Chissà perché
le donne senza stile son sempre quelle delle brutte vibrazioni. C’è

203
un senso che accomuna il tutto, fili invisibili che uniscono le
strade di certe persone allontanandole da certe altre. Persone
come la Gigliola è bene si tengano alla larga da me…
Passò un anno e di Romoletto non si seppe più nulla. Al bar non
ci veniva più e per noi habitué se non venivi al bar era come se tu
non esistessi. Le voci però arrivarono, perché quelle arrivano
sempre…
- Hai sentito che è successo al Bertani? – La domanda retorica era
dell’ingegner Franceschini, che veniva tutte le mattine a prendersi
il caffè col budino di riso.
- No, è da una vita che non si vede… – risposi io, col mio
cicchetto delle nove meno un quarto.
- Quella lurida della sua moglie… non le bastava tutto quello che
aveva…
- In che senso? – chiesi io, sempre più curioso.
- Per accontentarla s’era messo a lavorare anche nel weekend,
tutte le sere fino alle dieci. Lo vidi un mese fa, sembrava un
fantasma. Ci credo che gli è venuto l’infarto, pace all’anima sua!
- Ma cosa mi dice ingegnere? Romoletto… – ma non riuscii a
terminare la frase.
- I funerali sono domani, alle cappelle…
Finì il suo caffè e se ne andò.

204
IL PROFUMO DELLA MAGNOLIA
di GM Willo

Il profumo della magnolia è tutto ciò che ricordo di quell’estate,


tutto quello che mi sono permessa di ricordare. Conosco il suo
significato, il vento caldo pieno delle sue bugie, le notti sopra le
lenzuola a sorseggiare un bicchiere di prosecco con la mente
confusa, inebriata. Un calore all’altezza dello stomaco, e poi più
giù, nel pensiero di lui. Arriverà stanotte? Quante volte me lo
sono chiesta…
Mi ero promessa di non ricascarci. Gli uomini sposati sono i più
pericolosi. Non ti amano per scordarsi delle loro mogli, ma per
ricordarsi di come erano quando le incontrarono la prima volta. A
volte li senti sussurrare i loro nomi mentre sono su di te, e
l’affondo di un coltello farebbe meno male. Puoi giocare con
l’inganno, compiacerti nel sentirti abusata, provare sensazioni
nuove, spesso malsane, come lo stucchevole odore della magnolia
in fiore. Ma questa non è una storia di lacrime e rimorsi, è la
storia di un profumo che rievoca il dolore e l’amore, che s’insinua
sotto le nostre pelli sudate e appiccicate, mentre le mani cercano
disperatamente qualcosa. Un’altra mano, un fianco, un gluteo. Il
profumo è più intenso, adesso che che il movimento è quello
giusto. Lo sento arrivare dalla finestra. No, lui non è venuto più a
bussare a questa porta, ma puntualmente ogni primavera la
magnolia del giardino sotto casa fiorisce, e il ricordo torna a
consolarmi nelle mie notti solitarie.
Chiudo gli occhi. So che adesso sei tra le braccia della tua donna,
ma io e te condividiamo questo profumo. E se i miei occhi
rimangono chiusi e le mie mani tornano a cercare ciò che tu
cercavi così avidamente, è come se tu fossi qui.

205
LA REALTÀ FUORI DA QUI
di Bruno Magnolfi

Solo, tra queste stanze che conosco a menadito, mi intrattengo


con i pensieri di sempre mentre cerco di trovare una forma
diversa alle mie giornate. Viene una donna ogni giorno per un
paio d’ore, mi porta qualcosa per pranzo, si occupa della mia casa.
Il resto del tempo per me è composto da luci basse, silenzio,
piccoli spostamenti dentro l’appartamento. Una volta alla
settimana viene un’assistente del servizio sanitario, generalmente
il giovedì, a volte arrivano in due, si piazzano seduti, mi
guardano, riempiono i loro questionari, fanno delle domande e
spesso ripetono le medesime. L’altro giorno, mentre ero andato a
prendere qualcosa in un’altra stanza, ho sentito che dicevano tra
loro che non era più il caso di tenermi da solo, e secondo uno dei
due era opportuno chiudermi dentro una clinica, anche se l’altro
sembrava più cauto. Così ho deciso di fuggire. Il mio problema è
che da anni non esco di casa, probabilmente da quando è morta la
mamma: quella volta mi chiusi nel più profondo silenzio, e per
mesi non detti retta a nessuno. In seguito riuscirono a farmi
riprendere a parlare e a mangiare, ma non ho più voluto
abbandonare le stanze del mio appartamento.
Solo a pensare alle strade, alla città, a tutta le persone che
camminano come tante formiche lungo quei marciapiedi, mi
prende un tremore profondo, una repulsione che non so
controllare. Sento il mio corpo muoversi goffamente, percepisco
il mio essere inadatto alle cose degli altri. La mia testa non riesce
a pensare la fretta, prendere decisioni, avere iniziative. Eppure
adesso sa cosa deve affrontare. Voglio andar via, non so dove,

206
perché così resto prigioniero della mia inadeguatezza, lascio che
altri decidano tutto per me, della mia vita, delle mie giornate
composte esclusivamente di pensieri.
L’ultimo questionario degli assistenti era diverso, trattava anche
di cose intime, mi ha messo fortemente a disagio e così ho
rifiutato di collaborare. Allora mi hanno osservato, fermi seduti
davanti a me come stavano; hanno parlato tra loro sottovoce senza
farmi capire, sono tornati a guardarmi tante e tante volte. Hanno
scritto qualcosa sopra i loro fogli, d’altronde come hanno sempre
fatto, poi hanno alzato gli occhi e hanno ripreso di nuovo ad
osservarmi. Voglio fuggire da queste persone, pensavo, devo
proprio farlo. Ho atteso che la donna che si occupa della mia casa
avesse finito con le sue attività, ho risposto al saluto quando si è
messa il soprabito per andarsene via, ho lasciato che chiudesse la
porta del mio appartamento alle sue spalle. Per un attimo ho
immaginato di essere lei. Poi ho preso l’impermeabile dentro
l’armadio, l’ho indossato e ben chiuso di tutti i bottoni, infine ho
aperto la porta, ho lasciato un saluto alla mamma e sono uscito.
Era pomeriggio, mi sono subito reso conto di questo, per le scale
non ho incontrato nessuno, quindi ho preso a camminare lungo la
strada.
Ho girato senza badare a niente, se non al mio camminare e basta,
ma poi alla fine mi sono sentito stanco e vuoto. Non so dove mi
trovassi, ma quando ho visto una persona in uniforme ho detto il
mio nome ed ho chiesto di aiutarmi. Non posso decidere da solo,
ho pensato. Devo parlarne con la mamma, forse devo portarla
assieme a me. Perché senza di lei non ho mai fatto niente, non
posso iniziare proprio adesso.

207
CICCHE
di GM Willo

Stretti in una morsa di apatia, i due rimasero a bordo piscina a


fumare ed a inventarsi la giornata. Nonostante il caldo e l’acqua
brillantissima che prometteva refrigerio, restarono immobili sotto
l’ombrellone, perché anche l’idea di un tuffo sembrava un
qualcosa di troppo faticoso. Riuscivano a tollerare soltanto quel
meccanico movimento delle braccia, per afferrare il pacchetto sul
tavolo, estrarre lentamente una sigaretta dal filtro arancione ed
accenderla con profonde boccate. Parlarono di progetti, di intenti,
di recenti trascorsi, enfatizzando il tutto con espressioni estive,
tipo “caramellarsi al sole” oppure “rovinarsi di tequila bum”. La
conversazione s’interrompeva di colpo ogni volta che una ragazza
in bikini passava davanti al loro ombrellone. Dopo averla scrutata
da capo a piedi, se ne venivano fuori con alcuni commenti poco
garbati sulla cellulite o su altri piccoli difetti, vantandosi
reciprocamente dei propri gusti raffinati. Ogni tanto, con enorme
sforzo, uno dei due si alzava per andare al bar a prendere una
birretta o un campari soda. La bevuta accompagnava
sistematicamente una nuova cicca.
Fu un ragazzino di dieci anni di nome Francesco, che a scuola
tutti chiamavano “Bomba” per la sua massiccia corporatura
dovuta a una poco salutare dieta di patatine e gelati confezionati,
a movimentare la giornata dei due accaniti fumatori. Gettandosi
dal trampolino con l’intento di esibirsi in una capriola, si schiantò
di schiena sulla superficie dell’acqua provocando un’onda
anomala che ricadde sui due. Le sigarette si spensero, il
portacenere si colmò d’acqua e dal bancone del bar si alzarono

208
alcune risate femminili. Ai due non rimase altro da fare che
raccattare i loro asciugamani bagnati e defilarsi verso le docce.

209
COME FAI A DIRE NO
di Hermes

“Svegliati…”
Aprii gli occhi e vidi tutto bianco, li chiusi per aprirli ancora una
volta. Ancora bianco. Cercai qualche forma familiare e non la
trovai, notai con disappunto l’assenza di ogni forma conosciuta
intorno a me, piano la mia vista compose forme e il mio cervello
diede loro un senso. Aprii la bocca sorpreso, un luogo
decisamente meraviglioso.
“Noto che ti piace, in effetti fa questo effetto.”
Con una sorta di curioso disappunto mi accigliai voltandomi
verso il mio interlocutore, lui mi guardava con un sorriso
benevolo. Chiesi dove mi trovavo.
“Domanda prevedibile, ma ahimè suppongo di non poterti
rispondere.” Avrei voluto esprimere a parole i miei pensieri, ma
l’uomo sembrava leggermi nella mente e rispondermi con
adeguata cura.
L’anziano signore si levò il cappello e si sistemo con cura i
candidi capelli bianchi. In modo piuttosto brusco gli chiesi chi
era, o sarebbe più corretto dire che lo pensai.
“La tua seconda domanda è senza dubbio ancor più prevedibile
della prima, non ti offendere, temo di non poter rispondere
neppure a questo tua domanda.”
Mi alzai in piedi prendendo confidenza con il luogo e facendomi
un’idea di dove fossi, a parte avere la netta consapevolezza di non
conoscere quel luogo, la prima indagine non mi diede molto altro.
Trovai un po’ di controllo e riconobbi di essere stato scortese con
il signore seduto vicino a me.

210
“Non ti preoccupare, è educato da parte tua scusarti, ma non c’è
motivo.” Sospirai concedendomi qualche istante per pensare,
esposi la mia idea come pensiero. Ero convinto di stare in un
sogno. L’anziano uomo annuì.
“Un ragionamento razionale e non privo di una certa logica. Pare
che per quanto duri il sogno saremo ospiti di questo luogo, ti
andrebbe di passare del tempo scambiando qualche chiacchiera?”
I modi garbati dell’uomo mi misero a mio agio, ciò nonostante gli
esposi qualche quesito che parve divertilo.
“No, decisamente non sono Dio, trovo alquanto strana questa tua
domanda” disse con ironia guardandomi attentamente prima di
continuare. “Immagino che definirmi il frutto del tuo subconscio
sia per te una rassicurante domanda, quindi permettermi di
lasciarti in un rassicurante dubbio.” Il modo del vecchio mi lasciò
più perplesso che rassicurato.
“Mi hai fatto tante domande, me ne concederesti qualcuna anche
a me?” Chiese bonario il mio interlocutore. Annuì senza pensare.
“Beh, la mia domanda è molto semplice, come fai a dire no?” Lo
guardai senza capire mentre aspettavo che formulasse meglio la
domanda che appariva senza significato.
“So che può sembrare strano, ma il negare una scelta consapevole
per un essere senziente. Cosa ti fa dire di no?” Non capii e cercai
di trovare una risposta. La breve risposta che diedi non lo
soddisfece, l’uomo si fece pensieroso.
“Immaginiamolo come un gioco per passare il tempo. Immagina
per un attimo che io sappia ogni cosa della tua vita, ogni segreto
da quello piccolo e sciocco al più grande e inconfessabile. Cosa ti
porta a dire no, e per No intendendo un No consapevole. Perché?”
Mi feci anche io riflessivo, l’uomo sembrava chiedermi una
risposta complessa e argomentata che non sapevo ancora se
volevo o meno concedergli, pensai a lungo e infine mi decisi a
rispondere.

211
Esposi al mio strano interlocutore il mio concetto, attingendo dal
bagaglio culturale e inconscio che ognuno di noi porta con se
nell’esperienza della propria vita.
“Sai la tua è una bella risposta, tra le più belle che mi sono state
date, ma c’è ancora una cosa che non capisco. Perché sei disposto
a dire no, anche se questo comporterebbe per te la certezza di una
sofferenza. Non hai già abbastanza sofferto nella tua esistenza?
C’è un limite al carico che la tua coscienza può sopportare. Oltre
quel no, c’è un si, un po’ come allungare la mano e prendere una
cosa alla tua portata, cosa ti ferma?” Risposi in modo brusco
dicendo che odiavo fare scelte sbagliate in modo consapevole.
“La consapevolezza è uno stato della nostra coscienza che spesso
ignoriamo volutamente, vuoi forse dirmi che non lo hai mai
fatto?” L’uomo sorrise e con quello sguardo che fanno gli adulti
quando sorprendono un bambino a mentire, mi trovai a disagio.
“Continuiamo il nostro gioco, mi hai detto che pur di fare una
scelta giusta, saresti disposto a soffrire per una giusta causa. In
effetti questo è molto incline a quel pensiero stoico che sino ad
ora hai affermato.” L’uomo schioccò le dita e mi capitò qualcosa.
Provai una sensazione di beatitudine che non avevo mai provato
in vita mia, lo osservai, lui mi sorrise.
“Questo è un sogno, qui vigono regole strane, quello schiocco di
dita ha cancellato tutti i tuoi sensi di colpa, non ti senti forse
meglio?” Annuì e gli chiesi come aveva fatto, lui sorrise sornione.
“Posso fare di meglio, guarda ora, via le tue paure.” Avvertii le
mie spalle alzarsi, come se un peso invisibile avesse lasciato la
mia schiena, respirai sollevato a pieni polmoni.
“Cerca di essere sincero e dimmi se ricordi nella tua vita una
sensazione migliore di questa.” Trovai sciocco mentirgli, in effetti
aveva ragione.
“Beh, sembra che ti piaccia questo gioco. Bene, pensa come ti
sentiresti meglio ti potessi liberare della coscienza, saresti un

212
uomo nuovo.” Scossi il capo e gli chiesi cosa volesse in cambio.
“Molto intelligente da parte tua. Ti faccio una proposta, dopo
tutto è molto semplice e affatto onerosa. Saresti disposto a
barattare un solo dei tuoi No per tutto questo? Un solo No in tutta
un’esistenza è ben poca cosa, chissà quanti ne hai sprecati.
Dammene uno!”
Scossi il capo. L’uomo si accigliò
“Non capisco, spiegami.”
L’uomo fu quasi infantile nel porre la domanda, gli chiesi
perentorio di restituirmi le mie paure e sensi di colpa, arrivarono
tutti insieme e piansi, fu terribile riaverli indietro.
“Sei sicuro che abbia senso questa tua sofferenza? Non pensi
forse di caricarti sulle spalle un giogo che non ha senso di
esistere?”
Osservai l’uomo e lo vidi per la prima volta, Il mio interlocutore
capì subito ed ebbe paura di me, timore che crebbe quando sentì
per la prima volta la mia vera voce.
”Tu non sei umano vero? Già diversamente potresti capire, le mie
scelte per te avrebbero un senso Non mi guardare cosi, anche altri
uomini non le capiscono, ma immagino che tu li abbia già visitati.
Attraverso il fuoco, il dolore e la sofferenza, o si perisce, o si
diventa qualcosa di nuovo. Tu non accetti facilmente un’anomalia
come me? Soffro e non rinuncio ad un attimo del mio tormento, e
ognuna delle mie esperienze sono un dolore, una piaga, eppure
ognuna di loro mi rappresenta e fa di me ciò che io sono, non vi
rinuncerei per nulla al mondo. Il dolore mi ha fatto conoscere la
compassione, il vero amore, il senso della giustizia e lo spirito di
sacrificio. È un misero prezzo da pagare che chi non si
accontenta, altri lo troverebbero insostenibile. Invidia, odio e
risentimento mi hanno camminato accanto sussurrandomi con
lussuria le loro tentazioni. Non sono un uomo perfetto, la mia vita
è uno schifo, ma io sopravvivo grazie a quei No. I No, mi hanno

213
permesso di non perdere la mia coscienza. Li vorresti, ora ho
capito cosa sei, non li avrai, ne ora ne mai. Immagino per te sia un
bene prezioso. Sono pochi a fabbricare questi no. Tieniti la tua
esistenza senza coscienza, mi accontento di pochi attimi di vera
felicità, piuttosto che un indotto senso di appagamento privo di
colpe. Non fare quella espressione di disprezzo, mi fai quasi
ridere, tua è la quasi totalità degli uomini, fattene una ragione,
non mi avrai neppure per questa volta. Io mi sono svegliato anche
questa volta e conto di svegliarne molti altri.”
Suonò la sveglia, aprii gli occhi, una nuova giornata era
cominciata.

214
IL VECCHIO ULIVO
di GM Willo

I ragazzi saltarono giù dal motorino e procedettero a piedi sullo


sterrato che in quel punto diventava più insidioso, con rocce
aguzze che spuntavano dappertutto minacciando di bucare
qualche ruota. In mano tenevano i caschi e uno di loro c’aveva
infilato dentro un sacchetto di plastica contenente un paio di
bottiglie di Moretti da 66. La stradina divenne un sentiero e si aprì
sulla vallata. Il posto ideale era all’ombra di un vecchio ulivo che
s’alzava vigile sul paesaggio, così i due si sedettero sull’erba
secca di quel caldo pomeriggio di luglio e aiutandosi con un
portachiavi stapparono le due birre. Per un minuto abbondante
non parlarono. Bevvero, guardarono e ascoltarono. Ci venivano
spesso lassù, specialmente d’estate, perché dopo le cinque si
alzava un buon vento e il mondo preparava il teatrino quotidiano
del tramonto, che era sempre un grande spettacolo. Di cose ne
avevano da parlare, ma chissà perché tutte le volte che si
trovavano da soli sotto quel vecchio ulivo, al cospetto della
vallata, le parole venivano meno. Allora uscivano fuori discorsi
frammentati, mezze frasi colmate da sguardi e lunghi sorsi di
birra.
- Stasera chi viene?
- I soliti, credo…
- Ma siamo a casa tua?
- Si, basta non facciate il casino dell’ultima volta…
- Non ti preoccupare, ti aiutiamo a rimettere a posto…
- Si, dite sempre così.
I pensieri volarono via, e qualcuno rimase appeso alle fronde del

215
vecchio ulivo. Poi la solita ombra si posò sui due, come una
nuvola improvvisa che oscura il sole.
- È quasi un anno ormai…
- Si…
- Facciamo qualcosa il dodici?
- Che hai in mente?
- Un ritrovo… così per ricordarlo insieme…
- Non lo so… se ci penso sto malissimo…
- Anch’io…
Perché la morte inaspettata di un amico non è un qualcosa che ci
si lascia alle spalle così facilmente. Non è la ferita adulta, che col
tempo si rimargina lasciando solo una brutta cicatrice. I ragazzi ci
stavano convivendo con quella ferita, cercavano di capirla,
accettarla, ma giorno dopo giorno, senza che loro lo sapessero, lei
li stava cambiando.
- Hai già finito?
- Si… avevo una sete terribile.
- Che facciamo adesso?
- Aspettiamo il tramonto…
A valle un uomo vestito di scuro che non assomigliava per niente
a un contadino continuò a falciare con veemenza il grano dorato,
ma nessuno dei due ragazzi lo notò.

216
LO SPESSORE DEL SILENZIO
di Dario de Giacomo

– Rammenti il silenzio?
– Sì.
Mio padre fumava sul balcone. All’una del sole di luglio,
scintillante tra i ferri anneriti della ringhiera. Di pomeriggio. Gli
amanti all’ombra dei portoni erano ancora ignari. Dagli organetti
a mano suonavano malinconiche le melodie ferrose degli zingari.
Zio Bernardo prese tra le grosse dita il quaderno, fitto della mia
scrittura. Le pagine giallastre sotto la copertina lucida erano
spesse e io dovevo calcare le parole sulle righe con la matita dalla
punta doppia. Allora dall’orizzonte sul mare salirono scure masse
nuvolose, roboanti veloci verso terra. Si riversarono in schegge
nell’aria d’estate, dilatandosi fino alle finestre spalancate. Prima
un tintinnare lieve di cristalli, poi scuotendo le mura di casa che
deflagrarono calcinacci sull’impiantito. Nella caligine polverosa
tutte le bombe piovvero tra le onde, risparmiando la città.
Dall’inizio del conflitto era il primo bombardamento a
raggiungere quell’angolo di costa. Gli allievi ufficiali della
caserma erano strisciati per strada allo sbando, nella tenuta
mimetica delle esercitazioni. I proiettili della mitraglia aerea si
infilarono nei vicoli, raggiunsero le colonne di soldati e li
fissarono al suolo o contro gli alti muraglioni del centro storico.
Un’ondata di polvere marcia si sollevò verso il cielo. Ricadde
ovunque sulla città, coprendo il chiasso. Noi rimanemmo
prigionieri sotto il tavolo di cucina, sospesi senza aspettare niente.
Là sotto rimanemmo così fino al segnale del pianto. Il pianto
caldo di una bambina tra le parole smozzicate: – Ė morta mamma.

217
Ė morta mamma.
La cantilena colpiva chiunque si muovesse, come prima i
proiettili sparati in strada. Al centro della devastazione sua madre
sedeva immobile e sorridente, solo un po’ intontita dai crolli,
intorno agli occhi. Una granata esplodendo si era sfrangiata in un
turbine di frammenti. Il più piccolo e solitario si era appuntato nel
cuore della donna. Quando le sirene suonarono, le mani robuste di
mio zio ci trassero fuori da quel nascondiglio improvvisato. Mio
padre radunava in mucchi l’oro e gli oggetti sottratti alla guerra,
da portare con noi.
– Dobbiamo muoverci subito – diceva. – Raggiungere la
campagna prima di notte.
Temeva una nuova incursione che avrebbe devastato la città.
Quella notte dal mare veramente ritornarono gli aerei nemici, ma
noi eravamo già lontani.
Camminammo per tutto il pomeriggio e buona parte della notte,
lungo i sentieri di montagna che conducevano all’interno; a piedi
per quasi tutto il tempo, oppure sulle stanghe dei carretti trainati
dai muli. Ora nel buio della masseria di zio Bernardo guardavamo
il cielo lontano di città, rosso di esplosioni, illuminato come a
mezzogiorno. Gli scoppi delle granate attutiti dalla distanza
sembravano soffici come quelli nel grande camino al centro della
casa. Faceva freddo di notte in montagna, ma non si poteva
accendere il fuoco, per la paura che il chiarore attirasse gli altri
lampi nel cielo. Avevo nelle orecchie il fragore del giorno e non
riuscivo a prendere sonno, nonostante la stanchezza. Allora mio
zio Bernardo uscì dal buio e si avvicinò a me. Tirò fuori dalla
tasca il mio quaderno, lo aprì e me lo mostrò. Se l’era messo in
tasca quando eravamo scappati. Stringeva ancora in mano una
gomma-pane e rideva. Quando sollevò la copertina nera del
quaderno, notai che lo zio aveva cancellato tutte le frasi scritte a
matita.

218
– Ecco il tuo quaderno – mi disse – ora è nuovo. Poi mi guardò
fisso con i suoi occhi nerissimi sotto le sopracciglia folte. Stette
così per un po’.
– Rammenti il silenzio?
– Sì, zio!

219
IL DISCO VOLANTE
di GM Willo

- Tu l’hai visto?
- No, cosa?
- Ma come, era proprio sopra di noi…
- Ma di che parli?
- Il disco volante…
Pilu guardò il Cinne con le palpebre quasi completamente
abbassate, piegato in quella posizione arcuata tipica dei tossici. La
cenere della sua Marlboro, lunga almeno mezzo dito, imitava la
sua postura. Entrambi, uomo e sigaretta, rimanevano ancora
integri per una misteriosa forza opposta alla gravità di cui non ci è
data sapere l’origine.
- Ma che cazzo dici?
- Ma no, ti giuro, è passato velocissimo…
- Ma te sei andato di brutto…
- Stronzo!
Sopra i due la volta stellata nascondeva un miliardo di misteri, e
forse c’erano davvero gli omini verdi che facevano l’occhiolino e
giocavano a nascondino. Che importava se un paio di tossici li
sbirciavano. Nessuno avrebbe mai creduto a due fattoni. Il Cinne
era sempre più convinto, e grattandosi violentemente una coscia
rincominciò a parlare.
- C’era una luce arancione che veniva da sotto, cioè da sotto
l’astronave, hai capito… e poi le finestrelle sulla parte superiore
del… come cazzo si chiama… dello scafo, cioè hai presente una
scodella rovesciata?
- Cazzo, ma allora non stai scherzando. Lo hai visto per

220
davvero… – replicò Pilu perdendo lo sguardo già perso nella
perdizione dello spazio infinito.
Ai giardini erano soli, le luci erano poche perché tre dei quattro
lumi addetti ad illuminare il luogo erano rotti. La condizione era
ideale per osservare il cielo se non fosse stato per i lampioni gialli
del vicino vialone, quello che collegava la periferia estrema della
città con quella meno estrema. E poi c’erano i fari delle Mercedes
e delle Bmw che si fermavano ad intermittenza alla ricerca di un
po’ di compagnia. Insomma la notte era piena del solito via vai, e
i nostri due eroi la facevano da spettatori, tanto per cambiare…
- Certo è proprio un mistero l’universo… – continuò Pilu,
cambiando posizione. Il Cinne invece teneva entrambe le
palpebre abbassate mentre un rivolo di bava gli pendeva dalla
bocca. Sembrò rianimarsi quando udì l’amico, si riaddrizzò un po’
e cercò di rispondere, ma emise solo dei rantoli incomprensibili.
Nel frattempo la sigaretta si era spenta, anche se rimaneva
saldamente stretta tra l’indice e il medio con i soliti due centimetri
abbondanti di cenere.
- Mmmm?
- No, cazzo… dicevo dei misteri…
- Boia! È proprio un mistero…
Ma il vero mistero del Cinne erano le sue scarpe, che continuava
a fissare estasiato. Pilu invece era di nuovo in piega, ma trovò lo
stesso la forza per accendersi un cicchino.
A cento metri dai due una ragazza appena diciannovenne saliva
sul coupè di un vecchio imprenditore della città-bene. A mezzo
chilometro Mustafà rifilava una dose tagliata male a un vecchio
cliente rompicoglioni. In alto invece, non molto distanti, due
omini verdi assistevano alle scene di vita umana che sfilavano
sotto di loro schermando l’astronave con un ricavato tecnico
tipicamente alieno; il raggio dell’invisibilità.
- Che cazzo ci facciamo qui?

221
- Ci vediamo gli umani… sono uno sballo, non trovi?
- Guarda che se l’astronave madre ci scopre siamo nei guai…
- Rilassati e passami la roba, dai…
Perché ovunque tu vada, rimarrà sempre un po’ di spazio per
viaggiare più lontano.

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UN GIORNO DI LOTTA
di Bruno Magnolfi

L’uomo da solo, uscendo dall’ufficio dove lavora fino alle cinque


del pomeriggio, percorre come ogni giorno il tratto di strada che
lo separa da casa. Il suoi passi hanno un ritmo regolare e non
troppo lento, il suo sguardo è orientato sulla porzione di
marciapiede che lo precede. I suoi pensieri si accavallano tra le
attività che ha lasciato in ufficio e l’immagine identica e
rassicurante della sua casa che lo sta aspettando. Poi una ragazza
lo avvicina, gli chiede qualcosa che lui non comprende, lei insiste,
lui fa il gesto di scartarla per riprendere il cammino di prima, ma
lei ha una pistola, un piccolo revolver da borsetta che gli fa
intravedere per un attimo sotto al giornale. Lui si ferma, pallido,
lei dice con calma di entrare dentro al portone lì accanto. Entrano
assieme e lui le porge subito il suo portafogli. Lei lo ringrazia, gli
dice che quei soldi servono per una giusta causa. Se ne va in
fretta, gli lascia un volantino nelle mani che lui stenta a
comprendere. Esce, riprende il cammino, barcolla: della ragazza
non c’è più alcuna traccia; poi si ferma, si appoggia ad un muro,
legge quel volantino mentre le mani gli tremano. C’è scritto che
tutti dobbiamo impegnarci nel finanziare un’alternativa, dobbiamo
credere che esista una realtà differente per cui lottare, un terreno
da conquistare con lo sforzo di ognuno. L’uomo si sente solo,
vorrebbe parlare con quella ragazza, chiederle qualcosa di più sui
suoi ideali, sui veri motivi che la spingono ad essere così, e per un
attimo si sente dalla sua parte, dalla parte di quella lotta di cui non
comprende il significato, ma che all’improvviso gli appare reale,
vera, assolutamente giustificata. Torna indietro, lungo il

223
marciapiede che ha già percorso, ripassa davanti al portone che è
rimasto socchiuso, cerca una traccia, un elemento che lo renda
partecipe. L’uomo si sente un estraneo a ciò che sta succedendo,
per tutta la vita ha pensato delle cose che si dimostrano false, ma
adesso ha impiegato i suoi soldi, ha messo il suo impegno per
quella causa, e vuole fare anche di più, anche lui vuol convincere
altri che cambiare è possibile; che stupido, pensa, bastava che
qualcuno mi avesse fatto presente tutto quanto per tempo, lo
capisco che il mondo non può essere quello che ho sempre
vissuto: c’è una speranza, adesso lo so, è chiaro, è evidente, ed è
meraviglioso saperlo.

224
IMPRONTE
di GM Willo

Ho lasciato impronte dappertutto, come un ladro maldestro, un


bambino goloso con le mani sporche di marmellata. Le ho lasciate
in salotto con le riviste di fotografia appoggiate distrattamente sul
divano, in cucina con le mie salsine piccanti in frigorifero e la
mini collezione di bottiglie di birra artigianali, ovviamente vuote,
messe in bella vista sulla mensola più alta. In bagno c’è ancora la
schiuma da barba e le lamette usa e getta, oltre alla mia
inseparabile crema contro le dermatiti. In camera da letto, sotto il
cuscino, ho lasciato la canottiera bianca, e sul comodino il libro di
Buzzati che non sono mai riuscito a finire. Nell’armadio due
pantaloni di ricambio, magliette, calzini, mutande e un paio di
camice. Tracce di una vita di coppia, che non toglierò. Forse ci
penserà lei, appena si sarà convinta che la nostra storia è finita.
Ma l’impronta più indelebile gliel’ho lasciata sul cuore. Succede
sempre così. Vorrei sentirmi un po’ in colpa, ma non ci riesco.
Esco di casa, accendo il cellulare; tre messaggi e quattro chiamate
mancate nella notte. Domani saranno di meno, penso, mentre mi
m’infilo il casco e mi faccio risucchiare dal traffico cittadino. Io,
da solo come tutti gli altri.

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SIAMO TUTTI PERDENTI
di Bruno Magnolfi

Avevano trascorso la serata in un bar, uno di quelli dove


l’aperitivo si fonde assieme alla cena, poi avevano salutato i
ragazzi a voce alta con i modi di fare di chi ha qualche impegno
impellente, ed erano saliti sopra la moto di uno dei due, a caccia
di qualcos’altro da fare. Lungo i viali avevano discusso più a gesti
che a parole per definire la direzione verso cui dirigersi; infine,
dopo numerosi giri e per trovare un’intesa, si erano fermati ad un
chiosco a bere un paio di birrette. Quando erano tornati a
percorrere i viali c’era già meno traffico in giro, e ripartendo da
qualche semaforo si erano potuti permettere di tirare le marce alla
moto, tanto per farsi notare da tutti. Poi si erano fermati ad un
incrocio che immetteva in una piazza piena di alberi, giusto per
decidere ormai di andarsene a casa, che tanto non valeva la pena
di stare ancora a girare a vuoto in quella maniera, ed era stato
esattamente in quel momento, mentre sulle strade non c’era più
quasi nessuno, che avevano scorto nel verde l’extracomunitario
claudicante scegliere una panchina e sistemare le sue cose
probabilmente per passarvi la notte. Erano andati più avanti, come
rispondendo ad un segnale preciso, avevano spento la moto, poi
erano tornati indietro a piedi fino a ritrovarsi vicini a quella
panchina. C’erano dei giornali per terra, ed uno dei due, con
l’accendino, in perfetto silenzio, aveva dato fuoco alla carta. Le
fiamme si erano alzate alla svelta, loro due si erano nascosti dietro
ai cespugli, e in pochi minuti un lato vicino alla panchina dov’era
sdraiato l’extracomunitario già crepitava. Erano passati pochi
secondi, e il fuoco, privo di alimentazione, si era spento quasi del

226
tutto. I due rimanevano indecisi su cosa fare, visto anche che
l’uomo sdraiato sembrava non essersi accorto di niente, poi
avevano deciso di rovesciare la panchina tanto per rovinargli
almeno quel sonno pesante. Ma nel farlo, l’uomo si era svegliato,
si era immediatamente reso conto di quanto stava accadendo, e
ancor prima di alzarsi aveva assestato un pugno in piena faccia ad
uno dei due. L’altro, nella poca luce che arrivava sotto quegli
alberi, era rimasto come stordito, tanto imprevista gli sembrava
quella reazione, e poi aveva cercato di aiutare l’amico che intanto
era rovinato per terra. Ma l’uomo, resosi conto di tutto, pur
claudicante com’era, si era scagliato verso di loro pestandoli a
mani nude e senza concedergli alcuna possibilità di reagire, e in
un attimo li aveva costretti a darsi alla fuga verso la strada. Poi,
alla svelta, aveva raccolto la sua poca roba, era andato ancora
verso di loro e li aveva intravisti vicini alla moto parcheggiata al
margine di quel giardino. Così li aveva guardati con attenzione
mentre i due, doloranti, erano saliti di nuovo sopra la sella ed
erano ripartiti, e solo a quel punto aveva sentito dentro di sé un
dolore sicuramente più forte di quello che aveva loro inflitto. Si
era accasciato sopra ai talloni, aveva coperto il viso con le palme
delle sue mani, e aveva iniziato a piangere lentamente e in
silenzio. Piangeva di sé, della sua solitudine, della sua vita
disgraziata, del suo essere niente; ma anche degli altri, dei più
fortunati, quelli che non riuscivano proprio a rendersi conto, e di
quella guerra sotterranea che si svolgeva sotto agli occhi di tutti
tra una parte del mondo e quell’altra, quasi come se si dovesse
manifestare un vincitore finale, e non, com’era evidente,
terminando per lasciare tutti perdenti. Poi raccolse le sue povere
cose per andarsene in cerca di un posto diverso dove passare la
notte, e scomparve zoppicando nel buio.

227
FEMMINELLA
di Miriam Carnimeo

Nelle giornate in cui mio padre non lavorava, potevo girare per i
mercati della città vecchia. Prima però passavamo dal molo a
salutare Franchino e i suoi nipoti, tre ragazzini dall’aspetto sottile
e d’animo forte e allegro. Vivevano in una casa dai tetti di lamiera
ossidata e un piccolo orto con magre piante di pomodoro. Il più
piccolo ci correva sempre incontro con i suoi animaletti fatti di
carta stagnola, gelosamente conservati in una scatola di
cioccolatini, li mostrava orgoglioso e con la testa si faceva vicino
allo stomaco di mio padre per ricevere una carezza. Mio padre
ammirava quel vecchio. Lui viveva nello stesso posto da quasi
quarant’anni, a dispetto di tutto; malgrado i cieli grigi e le cucine
componibili, quel vecchio aveva sempre scelto la sua cucina
gialla ricolma di mensole, barattoli di erbe, utensili e pentole che
gli aveva lasciato la moglie. I tre nipoti erano arrivati in casa due
anni prima. Suo figlio era morto di sifilide perché non aveva mai
voluto curarsi, per la vergogna di rivelare alla moglie il dramma
della sua distrazione.
- Oggi c’è vento. È meglio Franchino che non esci in mare. Noi
andiamo al mercato, vuoi che portiamo con noi anche Davide? –
Il vecchio si mise una mano in tasca e con l’altra si sistemò il
cappello dalla visiera imbiancata di sale.
- Già. Oggi Vento Maestrale, e mo’ so’ cazzi da cacare! – Io
sapevo bene cosa voleva dire.
- Sì. Portatevelo. Oggi non si pesca, non si mangia. Io farò finta di
non avere fame, romperò tra i denti dei pomodori e poi me ne
andrò a dormire. – Anche questo è un linguaggio: le parole che si

228
capiscono da un espressione, che si leggono sui volti.
I fratelli di Davide non c’erano quasi mai la mattina, erano a
scuola o a giocare a pallone, e suo nonno se ne prendeva cura
come poteva. Franchino di notte non dormiva mai. Se si svegliava
all’alba, sedeva fuori sugli scalini e con la carta stagnola creava
piccoli animali, molto simili tra loro, tutti con le orecchie lunghe
tranne il serpente, che giocando spesso diventava un anello
nuziale. Li nascondeva tutti tra il pane fresco, il latte e la carta. Al
mattino per Davide c’era sempre una nuova presenza a cui fare
spazio nel suo piccolo letto.
La domenica, la piazza principale del paese si popolava
improvvisamente di voci e colori affascinanti. Immergevamo le
mani tra le cose, dai morbidi tessuti agli oggetti che sembravano
inutili solo in apparenza, ma nei nostri giochi di bambini
diventavano contenitori di segreti o personaggi senza volto, che
nelle storie che inventavamo, se morivano nessuno li piangeva.
Ogni tanto capitava anche che qualcuno ci regalasse qualcosa, e
mio padre severamente ci costringeva a restituire o rifiutare,
tanto, diceva lui, c’era la magia dell’invenzione. Una pratica che
valeva per molti di noi, consisteva nell’imparare a guardare
talmente bene le cose, le atmosfere, le persone, da poterle
materializzare attraverso l’evocazione di un solo pensiero: bello,
piacevole e gratificante. Se c’erano le urla di chi si sentiva stanco
e aveva bisogno di urlare, ad esempio, oppure di chi piangeva
perché non sapeva più come si facesse a gridare, uno poteva
immaginare un luogo dove voleva essere e se quello era
abbastanza dettagliato magari ti salvava la vita, portandoti dalla
paura alla libertà dei colori, in un campo sterminato di grassi
papaveri rossi. Eravamo quello che riuscivamo a vedere, perché le
parole, di noi confondevano il senso.
- Ma allora babbo, quando pensi di tornare?
- Giusto il tempo di una canzone. – Per quanto fosse lunga o

229
breve quella canzone, a noi rimaneva spesso solo il ritornello
dell’attesa nel dondolio continuo delle ginocchia. Le parole non
sono poi così chiare e oneste. Ci guardavamo intorno e le
condividevamo, catturando di loro le verità e le sue prime forme
di bugie. Il tempo! Se avessi imparato da subito a leggere il suo
spostamento attraverso le lancette che ticchettando te lo fanno
anche sentire, oggi forse avrei qualche segno in meno e l’abile
slancio di un felino. Ma lo scandire delle nostre vite rimaneva
confinato giusto al tempo d una canzone: quando finiva qualcuno
tornava o partiva o non rientrava più. Al nonno di Davide accade
questo.
Una mattina si svegliò alle undici del mattino, non gli capitava da
quando era morta sua moglie Vincenza, decise di uscire e
approfittando della bella giornata di sole, prese dei bottiglioni di
vetro e si avviò verso la fontana del paese. Aveva lasciato Davide
in casa a giocare con i suoi luccicanti animali e una canzone in
sottofondo.
- Vengo subito, giusto il tempo della canzone – gli disse.
Franchino morì, accasciandosi nell’acqua fresca; ancora
sorridendo. Gli coprirono il volto con il cappello e Davide quella
notte dovette dormire con noi per molti giorni, molti di più di una
canzone. Con la diffusione della radio qualcosa cambiò,
continuavamo ad aspettare ma imparammo a farlo ballando. Se
qualcuno non riusciva a dormire di notte, allora poteva
abbracciarsi qualcun’ altro che come lui, in casa, aveva perso il
senso del tempo e ballare. La testa appesantita su una spalla
ammorbidiva la pelle e la notte si mostrava benigna. Io vivevo in
una camera con fratelli, sorelle, la nonna e da qualche tempo
anche Davide. Un grande dipinto sul muro, accanto ai nostri letti,
Biancaneve e i sette nani con il suo seguito di animali sperduti e
castello in lontananza. Mio padre l’aveva dipinto ad olio: con un
occhio un po’ storto che guardava fisso il tronco scuro di un

230
albero, nella sua grandezza, rappresentava una presenza in più
nella piccola scatola che ci conteneva. Le notti erano interminabili
e l’odore di fumo o l’urlo improvviso di un brutto sogno, si
ripetevano come sfogliate da un copione. Poi arrivava il tempo
dello strisciare delle pantofole di mia nonna verso il bagno, un
tempo lungo, ritmico, lento ma tenace. C’era un tempo per tutto,
anche quello dell’amore che se ne stava discretamente nascosto
dietro un tendone nero. Era una parte della notte traboccante di
sospiri lasciati liberi e poi improvvisamente soffocati, fatta di
lievi risate tra il fumo di sigarette che a piccole nuvole si
sollevava fino a raggiungere lo stesso soffitto dei nostri letti.
Li Vidi. Lui le chiudeva la bocca sorridendo con una mano e con
l’altra, le accarezzava la testa. Non le stava dicendo niente eppure
si capiva: voleva che mia madre non gridasse, che non facesse
rumore. Ridevo da sola mentre li guardavo, tutti i grilli delle notti
d’estate non sarebbero mai bastati a velare i loro urletti e i loro
baci. Noi fuori dal tendone fissavamo solo la finestra, sperando
nei piccoli respiri di vento che asciugavano il sudore diventato
fastidioso collante per lenzuola e capelli. Marco, il più piccolo dei
miei fratelli, era uno che parlava spesso di notte, e per questo, chi
gli dormiva affianco lo reggeva poco, dopo un po’ gli si metteva
di spalle e lo lasciava solo. Nelle sue ore insonni cercava di
attirare la mia attenzione lanciandomi delle molliche di pane, e
incrociato il mio sguardo, esordiva dicendo, – Buonanotte,
mettimi in una bella storia! – Sapeva che la musica aiuta a
sognare, mentre con lo sfumarsi delle voci alzava il volume di una
canzone, per segnare la fine della notte. Si dorme.
L’alba entrava senza permesso, illuminando i nostri volti con la
leggerezza di un angelo dai colori pastello, e ci suggeriva un
sonno profondo che sarebbe scoppiato come una bolla di sapone
alle otto del mattino. Io l’alba non ero mai riuscita a vederla nella
sua dirompente esplosione, e la prima volta che accadde seppi

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finalmente che cosa volevo e come lo volevo, peccato solo, che
per quella stessa ragione persi l’unico amico con cui condividevo
ogni domanda e risposta: Davide.
Andammo al molo, visitammo la casa di Franchino, ormai rimasta
vuota e spoglia. I fratelli più grandi di Davide erano partiti,
avevano lasciato la porta di casa aperta che sbattendo aveva
creato un grosso buco da cui gli uccelli andavano e venivano
indisturbati. – C’è vento ! – Esclamò mio padre.
- Maestrale! – Davide si fece in avanti con la testa per ricevere la
sua abituale carezza. Ci sedemmo su uno scoglio scavato
dall’acqua come un trono, masticavamo delle gomme mentre in
silenzio mio padre ascoltava la direzione del vento e si mangiava
le unghie. Quello era il bello di stare con la gente che ti
conosceva, pensavo, potevi stare in silenzio ed ascoltare anche il
vento.
Poi all’improvviso un immagine grandiosa: due giganti si stavano
incontrando, il cielo, stanco di lottare con la solitudine notturna,
dolcemente si lasciava sostenere da una lastra d’acqua che sotto di
lui si muoveva senza fretta, noi che guardavamo diventammo
memoria e testimoni di un figlio bello come il giorno. Mi alzai,
mi avvicinai il più possibile al confine tra me e loro, aprii le
gambe per stabilizzare l’equilibrio, cercando di non indietreggiare
di fronte al vento che mi respingeva indietro e qualcosa di diverso
avvenne, rivoluzionario quanto sorprendente. Il vento
intimamente mi passò tra le gambe, gonfiò la gonna come un
pallone pronto a fuggire e una sensazione intensa si aggrappò allo
stomaco portandomi un improvviso piacere e poi l’abbandono. Mi
coprii un sorriso con una mano per timore che gli altri lo
notassero. Mio padre se ne accorse. Non disse nulla come al
solito, ma si alzò frettoloso, prese Davide per mano e senza
guardarmi mi invitò a lavarmi la faccia e a seguirli.
Il giorno dopo alle 8 lo portò via, disse solo che era giunto il

232
momento che anche lui stesse con i bambini della sua età e che io
ero diventata come mia madre, dovevo imparare a diventare una
“femmina”. Perché disse: – Avevo ormai il mare dentro.
Da noi, quando arriva il sole, guardando il mare, si raccontano
grandi storie e la mente smette di essere prigioniera di uomini o di
donne, di case o città ed anche il tempo scorre. Nella sua fretta
dimentica sempre un emozione: la vita con il suo presente,
passato e futuro diventano proiezioni lontane di cose ormai perse
o di cose, non ancora accadute. Lo specchio di questo pensiero si
stendeva nel mio sguardo, attraversato solo da qualche barca e
dalle sue scie. Guardavo le imbarcazioni sostare al molo, le vele
ravvivate dal vento che prendevano il largo, silenziosamente. –
Babbo alimentiamo sogni ambiziosi! Compriamoci una barca e
viviamo così, con quello che l’acqua e la terra possono offrirci.
Com’era bello quando rideva di me! Riusciva a farlo con la
sigaretta poggiata sull’estremità delle labbra e ne veniva fuori una
maschera di carne segnata da una memoria che sembrava davvero
di vedere: era una valigia di abiti un po’ sgualciti ma dai colori
ancora brillanti. Non era certamente una barca ad essere sogno
ambizioso ma lo era il denaro: poteva comprare una barca, una
casa, una spiaggia ma anche l’amore ed il corpo di chi lo
generava. Per coloro che lo possiedono niente è troppo ambizioso,
ogni sogno desiderato viene realizzato e al raggiungimento di
quest’ultimo ne consegue un altro e un altro ancora. – Roba da
non credersi! – pensavo.
Guardando i loro visi non ho mai avuto la sensazione che fossero
per questo davvero felici. I ricchi turisti. Li vedevo camminare
con semplice curiosità, lo sguardo coperto da occhiali scuri che
coprivano qualsiasi loro storia, legata e circoscritta ad un orologio
rumoroso, continuamente consultato, come se non avessero
abbastanza tempo, come se la loro curiosità si esaurisse
nell’acquisto di costosi souvenir e pasti veloci, incuranti dei

233
sorrisi a loro regalati dalla gente del posto, desiderosi di
raccontarsi attraverso umili azioni e frasi semplici. Avevano
l’atteggiamento tipico di chi pur non conoscendo la strada è
capace di intuirne i passi, l’abbigliamento leggero di chi non ha
bisogno di nulla, tasche da cui si intravedono sottili banconote, un
orologio scintillante al polso e gambe lisce e senza peli. Ricordo
di aver provato una grande curiosità soprattutto per quest’ultimo
aspetto, constatando dopo vari appostamenti, che anche i maschi
come le donne non avevano peli! Mi sforzavo di pensare e
ricordare tutti gli uomini della mia vita, mio padre, i miei fratelli,
i miei amici, loro i peli li avevano ed io ne ero sicura!.
Un giorno decisi di fermarmi da un ambulante, vendeva oggetti
dei più disparati, persino bambole senza testa, campioni di saponi
con nomi di hotel sconosciuti e fotografie erotiche degli anni ’30.
Nessuno si avvicinava mai a lui e alla sua merce, era vecchio, con
un occhio di vetro e un odore nauseabondo. Non capivo niente
quando parlava, ma il mio continuo asserire con il capo sembrava
gli bastasse, per nulla interessato alle risposte.
Quel giorno una coppia di turisti scendeva da una lussuosa
imbarcazione, attraversando la strada con passo sicuro. Con gli
occhi attenti li esaminai, da una gamba all’altra, da persona a
persona, infine scoprii ancora una volta che l’uomo così come la
donna non avevamo peli. La coppia stranamente virò verso di noi
e in poco tempo ci fu di fronte, guardavano meravigliati le varie
forme dell’inutilità risplendere al sole, cominciarono a sorridere
tra loro, un riso tenero a mio avviso, ma che al vecchio non
piacque, soprattutto quando la donna estrasse dalla borsa una
macchina fotografica e ci immortalò all’istante. Il vecchio
incominciò ad urlare parole incomprensibili come al solito,
quando ad un tratto guardò le gambe dell’uomo in pantaloncini e
spavaldo sputò a terra pronunciando la parola ‘femminella’. Per la
prima volta avevo capito una sua parola, pronunciata chiara e con

234
timbro autorevole. Aveva guardato quelle strane gambe ed aveva
pronunciato la parola ‘femminella’. I due si allontanarono
frettolosamente, con il solito passo di chi sa già dove andare. Il
vecchio mi guardò e sorridendo disse: – L’uomo nasce con i peli e
toglierli come fa una donna lo rende come una donna!
- Perché un uomo può voler diventare una donna? – chiesi
sorpresa.
Il vecchio rise fragorosamente, battendosi le mani contro le
ginocchia, lasciando intravedere la gengiva senza denti e la lingua
nera. – Tieni – mi disse – fuma femminella.
Ridendo mi lanciò una sigaretta.

235
CITTADELLA
di Dario de Giacomo

C’è una cittadella fatta di maldicenza che non potrò espugnare.


L’albergo nei discorsi quotidiani. La fortifico ogni giorno, ma è
un lavoro inutile ormai, perché è così solida che non cadrebbe
comunque. Le sue mura mi hanno nutrito da bambino, difeso
dagli sconosciuti rapaci. Hanno protetto i miei giochi di ragazzo.
Vegliato, perennemente illuminate, sulle mie notti d’adulto. Ora,
da vecchio, proteggono le mie ossa, perché la durezza del passato
non cozzi con le mie membra fragili. Sono altissime e non ho
avuto nemmeno la tentazione di scalarle. Se mi affacciassi non
vedrei nulla: energie sprecate per un lavoro senza scopo. Ė inutile
vedere quello che conosco già.
Nella mia vecchiaia non è la luce a declinare, gli occhi diventano
acquosi, vacui, ma conservano il sospetto. Ascolto ancora il
chiacchiericcio delle donne, sedute in un circolo nero al centro
della piazza. Queste ciarle in antico furono di mia madre e
appartennero alle mie donne.Ora leccano il palato di bocche
nuove, ma sono vecchie come la terra dura che regge la cittadella.
Se c’è vita fuori di queste mura, è straniera. Se c’è!
I radi viaggiatori introdotti dentro le mura in questi anni, hanno
raccontato di altre rocche fortificate sparse sulla terra. Hanno
incantato i bambini con quelle storie, sussurrato nelle loro tenere
orecchie innocenti. Ma i fanciulli dimenticano in un giorno i
racconti degli stranieri. I vecchi, invece, ricordano giorni, parole
ma li confondono coi sogni. Io, Pietro il vecchio, maniscalco
d’anni in circa ottanta, non credo alle cittadelle fuori da queste
mura. Ho visto il falco volare in alto oltre le mura, è ritornato qui

236
a beccare il miglio delle nostre scorte. Il cane fulvo è andato
randagio, quando abbiamo aperto le porte, anche quello è tornato
a mangiare il pane dal palmo della mia mano.
Ricordo che quand’ero ancora un ragazzo, in città arrivarono
odori stranieri, portati sulle giubbe di panno pesante da una
soldataglia venuta da fuori. Ma le donne, mia madre prima tra
tutte, mi raccomandarono di guardarmi da loro perché non erano
come noi. Me le rammento le mani spaccate del capobanda che
mi afferrarono le spalle – Vieni con noi ragazzo – disse –
abbiamo sempre bisogno di due braccia buone e tu sei robusto.
Fuori da queste mura vedrai il mondo. Vieni con noi.
Così disse, per ingannarmi. Mi parlò come se fossi un fanciullo a
cui raccontare le storie. Ma non cedetti alle sue lusinghe. Io sono
diventato un uomo proprio qui, ora sono un vecchio e il vento lo
sento passare negli interstizi delle porte. Anche il vento ritorna
alla cittadella, perché fuori se c’è vita, è straniera. Se c’è!
Prego che la cittadella protegga i suoi figli nuovi, che nessuno
abbia il desiderio di guardare al di là delle mura, perché il tempo è
prezioso, non va sprecato a guardare quello che non c’è. Intanto è
di nuovo notte, ma dalle mura le torce illuminano la piazza con
chiarore di giorno. I miei occhi si assopiscono alla luce dei nostri
astri. I vecchi dicevano che fuori dalle mura, straniero, strisciasse
il buio. C’è una panca di marmo bianco nel mio giardino, spesso
mi assopisco là, per riposare al vento tremulo di maggio, che è
carico di odori. Stanotte sono tornati gli odori nel mio giardino,
mentre io mi preparo a partire.
Un viandante capitò per caso in città molti anni fa e mi raccontò
di un giardino dove si recano i vecchi come me, dopo la partenza.
Forse il viaggiatore non mentiva ma la sua mente era sconvolta
sicuramente dai lunghi itinerari sconnessi nel vuoto che c’è là
fuori. Ė strano che questa notte di maggio me l’abbia ricordato.
Lui e le sue storie di posti al di là della cittadella e di tutte le terre

237
che la circondano, fin dove è possibile giungere con lo sguardo e
ancora oltre. Altrove lo chiamò lui.
Un luogo così non può esistere. Quando partirò, rimarrò
esattamente qui, dove sono ora. Qui dove sono da sempre. Perché
fuori da queste mura non c’è vita.

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OLTRE LA POLITICA PIÙ ABITUALE
di Bruno Magnolfi

La riunione era per le sedici. Lei si era portata la cartella con gli
appunti e alcuni documenti in merito all’intervento che si era
preparata. Le sue parole avrebbero dovuto essere soffici,
accarezzare i temi importanti senza dare l’impressione di
aggredire nessuno. Non era affatto semplice mettere tutti
d’accordo, o meglio, far stare dalla propria parte almeno la
maggioranza dei rappresentanti: ognuno di loro aveva più di un
motivo per rivendicare qualcosa, ed uno di questi doveva rientrare
all’interno delle possibilità prospettate dal suo discorso. Che poi
niente fosse vero questa era tutt’altra storia. Tutti sapevano che
spesso si costruiva nel niente, dando l’impressione di avere delle
forze alle spalle che di fatto non c’erano, oppure mostrando delle
opportunità che di fatto erano frutto solo di fantasia. Ma questa
era la politica, si sapeva, e lei ne era cosciente anche di più, pur
sentendosi da un po’ di tempo nauseata da quelle parole, quei
comportamenti, quei modi di essere. Era entrata dentro la sede
salutando tutti come suo solito, qualcuno le aveva fatto i
complimenti per il suo abito, o per i capelli, o per chissà cosa; lei
aveva appoggiato la sua cartella sopra una scrivania, poi era
andata nel bagno. Si era guardata allo specchio, poi aveva cercato
di darsi una rinfrescata a quel trucco sul viso che adesso le pareva
troppo vistoso. Aveva sbiadito il colore sugli occhi e sulle labbra,
aveva calcato di meno con la matita, aveva reso più morbido il
suo fondo tinta, di fatto impiegandoci, in tutte queste operazioni,
un tempo a dir poco esagerato, curando meticolosamente ogni
dettaglio ed usando tutti i possibili strumenti che aveva nella sua

239
borsetta. Poi era tornata a guardarsi di nuovo dopo aver girato su
se stessa lentamente in modo da dimenticarsi per un momento
della sua immagine. Non si era piaciuta, ma aveva guardato il suo
orologio da polso e si era accorta quasi con piacere che la
riunione era già cominciata da almeno venti minuti. Per
discrezione nessuno era venuto a cercarla, ma di fatto in molti
probabilmente si erano chiesti dove fosse finita. Lei si era
guardata ancora allo specchio, si era data una ravviata finale
anche ai capelli, infine aveva ripreso la borsa e con modo deciso
aveva spalancato la porta. Nel corridoio non c’era nessuno,
neppure i soliti che dovevano fumarsi la sigaretta, e sopra la
scrivania c’era ancora la sua cartella a segnalare, a chi fosse
passato di lì, la sua presenza impellente in sala riunioni.
Tentennò, prese la cartella, poi, con tutta la calma necessaria,
visto che non c’era nessuno, raggiunse la porta che dava sul
marciapiede. Fu allora che un ritardatario arrivò trafelato, la vide,
le chiese tra il serio e l’ironico: non avranno mica iniziato? E lei,
senza scomporsi: no, no, senza di noi non inizieranno di certo.

240
RITORNO SENZA RICORDARE
di Miriamo Carnimeo

Ritorno senza ricordare, se riesci ad amarmi ora, fino a domani.


Mi sono fatta a pezzi in una guerra dove per il dolore più non si
grida, e la vista del sangue non piega le ginocchia.
Il caos può fare impazzire l’intero mondo, senza mai conoscere il
suo perdono: un silenzio che si lascia ascoltare, lasciando il resto
a tacere.
Ma è passato solo Ieri dal passo fatto male di una tentazione o del
vizio, dal lento cadere senza mai arrivare, evitando lo schianto nel
pensiero sbagliato di un altro, senza destinazione.
Oggi niente da vendere né da comprare, nessun arte tanto bella da
decidere la sorte ed esporla.
Non una luce solitaria, fradicia e rumorosa da cui allontanarsi con
il baccano dei tacchi sull’asfalto, a sottolineare le distanze.
Le parole non sono sassi lanciati in una buia scarpata ma braccia
in cui riposare senza armi né maschere,.
Si muore di finzione, iniziando con la verità e sparendo dal
copione.
Le radici coraggiose non provano timore sulla scena del tempo,
che si lascia rubare un attimo.
Di notte scoprono un giaciglio che vive dentro il corpo,
spezzettato nel blu mentre il tempo crepa.
Verità o menzogna?
Se questo è amore allora io vivo e più non ricordo.

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DIARIO DI CASA
di Dario de Giacomo

Quando aziono lo scarico del bagno uno stridore rugginoso


percorre i muri, sottocutaneo, ingoiando in un urlo il buio della
stanza. Scivolo appena pochi passi sul pavimento verso la cucina,
apro lo sportello del frigo che rimane tutto scuro, lo sento solo
vibrare meccanicamente mentre afferro una bottiglia d’acqua. Da
qualche giorno il telefono è fuori uso, la suoneria squilla, anche di
notte, ma non mi arriva nessuna voce attraverso i fili. Me ne torno
a letto. Le ombre sul muro che vedo, illuminate dal lumino che
mia madre offre ai santi ogni mercoledì sera, per rendere grazie di
un voto remoto, quelle ombre sono distese di macchie d’umido. Si
sono infiltrate per anni, a nostra insaputa, sotto il tessuto sano
dell’intonaco, seguendo itinerari precisi nella pietra.
Ora si gonfiano sulle pareti come tumori, le screpolano e si
sbriciolano. Al mattino negli angoli di casa si annidano residui di
muro e tracce d’acqua.
Di notte ai rumori consueti se ne mescolano altri, nuovi: soffi
rapidissimi, colpi legnosi e sussurri di imposte. Queste presenze
artificiali nel legno e nel metallo sovrastano il rumoroso respiro
dei vecchi che abitano le stanze di questo edificio. Ho scoperto
anche zone di unto nero tra le cuciture delle poltrone, che
macchiano gli abiti, e polvere, uno strato cinerino di pulviscolo
che ricopre le suppellettili.
La senescenza è un’attitudine delle cose, è lo sfibrarsi graduale
della volontà di mantenere unito il mosaico tra gli elementi che
compongono la casa. L’abitudine alla vecchiaia estenua quel po’
di energia muscolare, residua, necessaria a tenere in piedi la

242
struttura, fino al giorno, oppure alla notte della coscienza: quando
in tutta la loro sconcertante nudità i tendini appaiono esausti, le
pareti minate dalla rovina di squarci pericolanti.
In questo buio che odora di caramelle stantie ricordo le primavere
dei balconi spalancati sui colori brillanti della prima mano di
vernice rosa. La luce vibrava intensamente nelle stanze, portando
gli odori della stagione nuova. C’era la stoffa immacolata delle
tende, allora, a proteggere lo smalto lucido delle imposte. Ma
proprio in quel tempo d’estate si annidava l’ansia dell’oscurità di
stanotte, e la casa esisteva solidamente, senza tradire, per noi, i
cenni del suo malessere. Nelle mie veglie, ora, da quando annuso
il suo odore ammuffito, c’è l’illusione di stabilire il momento
esatto in cui la volontà ha allentato la presa solida sulla malta che
lega l’edificio.
Seguo con l’immaginazione i tragitti delle crepe, fino all’incrocio
tra i muri: tra qualche decennio gli angoli si indeboliranno,
cedendo alle fessure tutto il loro spazio pieno. I miei sogni si
riempiono di ricordi, della casa di un tempo, splendida nel sole di
luglio. Spesso mi chiedo se la casa conosca la stanchezza dei suoi
lunghi anni di veglia, perennemente sveglia durante le ore del
nostro sonno, di quelle dei nostri giochi, dei funerali di chi l’ha
lasciata dopo un breve soggiorno.
Rimaniamo svegli stanotte la casa ed io. Una prova di resistenza
da quando abbiamo capito il valore della stanchezza. Io tengo gli
occhi aperti, forzatamente, lei le sue luci che filtrano dai vetri sul
cortile. Ci facciamo compagnia, raccontandoci di ieri, per non
pensare a domani.
Mi invade un senso bianco di pace mentre l’abbraccio con lo
sguardo. Le sue mura si rasserenano, splendendo nell’oscurità. Le
nostre volontà sono stanche ma non cedono all’impulso di lasciare
andare il legame dei muscoli.
Ė una notte serena di settembre che mi filtra nelle ossa.

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L’incantesimo del sonno spira dalla pareti nelle stanze con il
vento secco delle tre.
Ho sonno. Me ne torno a letto a dormire, anche stanotte la casa mi
veglierà. Oppure aspetterà che io dorma, perché ora so!
Aspetterà che io dorma, per addormentarsi con me.

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IN FONDO AD UN BICCHIERE
di Bruno Magnolfi

Niente è cambiato, lo so, me ne rendo conto. Avevo cercato mille


volte di concentrarmi, di far forza su me stesso, di tenermi a
distanza da quei soliti bar dove trovi sempre qualcuno che sorride
e ti fa compagnia. Per mesi non avevo più comprato neppure una
bottiglia di vino, e tutto questo è durato per un sacco di tempo, ma
è bastato solo ritrovare per strada un vecchio amico di tanti anni
fa che io ho sentito subito vacillare ogni promessa.
Ci siamo fatti un bel brindisi quel giorno, è chiaro, e da lì non
sono più riuscito a fermarmi. Ci ho pensato su tante volte e ho
capito che forse c’è proprio qualcosa nel mio DNA che mi fa
essere proprio così. Giro per strada, incontro la gente, magari
saluto anche qualcuno che conosco, ma sembrano tutte persone
insignificanti, ed io mi sento proprio come uno di loro. Se invece
lascio andar giù almeno un bicchierino, ecco che il mondo mi
appare diverso, più colorato, più divertente, e le persone tutte
carine, qualcuno di loro persino simpatico.
Io dico di no, che non lo ricordo, ma a lui non fa alcuna
differenza, così decidiamo di farci una birra in un pub proprio lì
accanto. Ci sediamo e lui dice: che roba, tutto quel tempo buttato,
a me non è proprio servito a un bel niente, mi fa; io annuisco, non
c’è neppure bisogno che te lo dica, penso.
Poi fa: tutto il trucco sta nel tenere le cose sotto controllo, non
devi mai superare il tuo limite, è solo questa la cosa importante.
Lo lascio dire quello che vuole, poi dico: tu come te la passi in
questo momento? E lui fa: amico, io me la passo benone, cosa
credi, ho capito quale sia il mio limite, l’ho studiato, messo a

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punto, e adesso sono a posto, tranquillo, mi fa. Io me lo guardo
con un sorrisetto perché non ci credo per niente a quello che dice,
ma lui monta su tutte le furie, sbatte il bicchiere sul tavolo e poi
se ne va, lasciando persino da pagare la sua birra.
Così penso che il mondo sia proprio pieno di gente svitata, però
mi ha colpito il suo punto di vista, la faccenda del limite è più
seria di quello che sembra, penso. Torno a casa e mi fo un
bicchierino tanto per ragionare un po’ meglio su quello che ha
detto quel tizio. Quando torno ad uscire penso che la sua teoria sia
perfetta, ci devo soltanto lavorare per metterla a punto, la devo
solo sistemare apposta per me, ma è proprio la cosa migliore che
io possa fare, penso.
Puoi farti un bicchierino, mi dico, puoi fartene due, se proprio ti
va, ma devi imparare subito dopo a dire di no, che basta così,
perché è quello il tuo limite e tu non lo puoi superare. Ecco quello
che penso. Se qualcuno degli amici giù al solito bar ti chiede cos’è
che stai facendo e magari ti batte una mano sopra la spalla, tu non
devi avere problemi, basta dire con serietà che non puoi superare
il tuo limite, è questa la disciplina che segui, per te è più
importante di qualsiasi altra cosa, ecco cosa puoi dirgli. Sono
contento di aver trovato quel tizio, penso, mi ha aperto gli occhi,
potrei addirittura sfidarlo a mostrarmi il suo limite prima di fargli
capire del mio. Potremmo anche farci su delle belle risate se non
fosse svitato com’è, penso. Però meglio uno così, che tutti gli
altri.

246
SULLA CASSIA
di GM Willo

Paolo non era un motociclista, cioè non di quelli fissati che non si
perdono neanche un motorshow. Gli piaceva andare in moto,
questo si, ma non cercava né l’ebbrezza della velocità, né
l’appartenenza ad un circolo di amatori. Aveva una vecchia Moto
Guzzi e ne andava fiero. A chi gli diceva “perché non lo cambi
quel catorcio!” lui rispondeva perentorio “perché mi piace”, ed
erano tre parole semplici ma che spiegavano tutto. Giacchetto di
pelle, casco aperto, occhiali da sole e il vento in faccia, così i suoi
amici continuano a ricordarlo.
Quando le giornate iniziavano storte prendeva la Cassia e la
seguiva fino al lago Bolsena. C’è un pezzo di quella strada che ha
un qualcosa di surreale. Si trova proprio sul confine tra la Toscana
e il Lazio. Te ne accorgi quando lo percorri d’estate, con la natura
che soffre le pene del solleone, i girasoli che svettano fieri sopra i
campi e i letti dei fiumiciattoli secchi che si screpolano come le
superfici di remoti pianeti. Sono una ventina di chilometri in cui
non c’è praticamente nulla, a parte una galleria, un distributore di
benzina e qualche isolata fabbrichetta. Su quel tratto Paolo osava
un po’ di più, dava gas e arrivava a centoventi, centoquaranta
all’ora, ma mai di più. Gli piaceva sentire il vento sulla faccia,
quello caldo di agosto che profuma quasi sempre di mare.
A Bolsena si faceva un panino, guardava il lago e di solito le cose
andavano già un po’ meglio. Poi il caffè, la sigaretta, e via di
nuovo verso nord, verso quella Firenze che non gli era mai
piaciuta e che forse gli sarebbe sempre calzata stretta.
Quel camionista entrò in carreggiata senza guardare. Una

247
sbadataggine, forse un riflesso accecante del sole di mezzogiorno,
oppure fu il caldo, la fretta, o chissà. L’ultimo pensiero di Paolo
fu d’incredulità; “che diavolo sta facendo quello!”. Poi fu buio.

248
A DIFESA DEL GENERE UMANO
di Bruno Magnolfi

Il numeroso gruppo degli uomini di forza si era radunato in


mezzo allo spiazzo, mentre gli altri, gli anziani, le donne, i
bambini di tutto il villaggio si erano posizionati ad una certa
distanza. La giornata era grigia, le nuvole giocavano a rincorrersi
spinte da un vento freddo e continuo, quasi fastidioso. Le enormi
corde intrecciate in modo approssimativo erano già state
posizionate a terra e sistemate nel modo più razionale. Ci era
voluto un tempo lunghissimo per staccare la pietra più adatta dalla
roccia lavica, scolpirla e trasportarla fin lì, sopra quella collina
che dominava tutta la valle. Adesso posizionare in verticale quel
monolite era l’atto finale.
L’enorme buca praticata sotto al piede era stata realizzata nella
maniera migliore: quando il megalite lentamente sollevato dalle
corde avesse cominciato ad entrarvi, questa azione avrebbe
favorito il posizionamento finale della pietra. Tutto era pronto. Si
aspettava soltanto che l’artefice di tutta l’operazione desse il
segnale.
Era difficile per i bambini comprendere appieno il significato
dell’erezione di un monumento del genere, però anche loro, o
almeno i più grandicelli, avevano riscontrato in tutto quel periodo
quanto il villaggio si fosse dimostrato solidale, unito nel
perseguimento di quello scopo comune. Le corde ad un tratto
andarono in trazione, i muscoli di tutti si tesero, l’enorme pietra si
mosse entrando con la base dentro alla buca praticata nella terra.
Poi l’apice con lentezza estenuante si sollevò dalla terra ed il cielo
in quell’attimo stesso parve scurirsi anche di più, lasciando cadere

249
una passata di pioggia fredda e sottile.
Il silenzio dominava lo sforzo degli uomini nel vincere il peso
smisurato della pietra nel suo lento innalzarsi nel cielo, tutti
restavano con gli occhi puntati sul megalite, che quasi come
un’entità viva conquistava poco per volta la giusta posizione
eretta. Gli dei malvagi della valle avrebbero dovuto fare i conti da
quel momento in avanti con quel protettore del villaggio, e la vita
per uomini e donne si sarebbe dimostrata meno dura, alleviata e
protetta dal simbolo stesso del loro ingegno e delle loro capacità.
Superato il punto di sforzo maggiore il monolite adesso andava
solo posizionato nella maniera più verticale possibile. Il momento
era delicato, non era più una prova di forza quella degli uomini,
adesso era la stessa base piatta di pietra che lasciava svettare il
monumento nell’aria, le corde potevano essere mollate, la
posizione finale era stata raggiunta. Qualcuno gridò in senso di
giubilo, e tutti gli altri gridarono anch’essi, in un’orgia di voci che
contrastava con il silenzio della collina, dello spiazzo erboso,
della valle ai piedi dell’idolo.
Poi qualcosa si mosse, la base di terra smottò forse per la pioggia
che continuava a cadere, il megalite si inclinò lievemente, poi
sempre di più, infine cadde di lato, in un frastuono di urla di
dolore quasi insopportabili, spezzandosi in due. Il silenzio
sgomento conquistò la collina per una frazione di tempo, poi tutti
iniziarono a correre, lontano da lì, via da quel loro disastro: la
pioggia, il vento, le nuvole, proseguivano il loro lavoro, nel folto
degli alberi laggiù qualcosa si era già mosso, persisteva l’angoscia
di un futuro nefasto e la valle stava già rigurgitando i suoi demoni
contro la gente dello sventurato villaggio.

250
LA GIACCA SOPRA LE SPALLE
di Bruno Magnolfi

Sto bene in questi ultimi tempi. Al medico ho detto che mi sento


in grado di riprendere con il mio lavoro, la depressione ormai è
alle spalle, soltanto una brutta fase della mia vita. Adesso
frequentemente indosso una giacca, una bella giacca che ho
comperato per caso, dopo averla vista in una vetrina mentre
passavo davanti al negozio. E’ di colore rosso, un rosso un po’
scuro, per niente vistoso: i miei parenti vengono spesso a trovarmi
e tutti mi fanno i complimenti per quella mia giacca. Ne sono
fiero, dico la verità, indosso quella e mi sento subito meglio, giro
per le strade con più sicurezza, maggiore indipendenza di prima.
Certe volte la tengo sopra le spalle anche quando resto in casa.
Non lo so, non so spiegarmi perché, ma so che è così, lo sento,
per questo forse vorrei tornare al lavoro, per farmi vedere guarito
da tutti i colleghi e con indosso la giacca.
Oggi sono uscito di casa, non mi piace più stare lì fermo seduto a
guardare il solito muro. Ho girato un po’ avanti e indietro nel mio
quartiere, poi sono entrato dentro al caffè dove andavo fino a
qualche anno fa. Un uomo mi ha riconosciuto e mi ha fatto un
saluto, ma io non mi ricordavo per nulla di lui, così ho fatto finta
di niente. Bella la tua giacca, dice quello, forse già mezzo
sbronzo. Già, faccio io. Devi averla comperata da poco, fa lui, un
nuovo modello, roba fine, che non si vede tanto spesso qua in
giro. Annuisco, intanto metto i bottoni dentro alle asole tanto per
fargli vedere come mi calza, ma quello butta giù un bicchierino e
poi fa: potresti venderla a me, dice di un fiato, più o meno siamo
uguali di taglia, sono sicuro che con una giacca così mi sentirei

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un’altra persona.
Lo guardo come se non avesse detto un bel niente, cerco qualcosa
dentro alle tasche con modi nervosi; quest’uomo mi sta facendo
arrabbiare, penso tra me, dice soltanto delle sciocchezze, la giacca
è la mia, non c’è alcun motivo per cui dovrei toglierla. Ma quello
insiste, dice: dai, fammela provare, non ci vuole niente, fa lui,
così vediamo a chi calza meglio. Io non me lo filo neanche, e
assesto un pugno sopra al bancone, tanto per fargli vedere di cosa
sono capace.
Ma quello cambia sistema, diventa più appiccicoso, adesso dice
che non gli importa più niente della mia giacca, che diceva tanto
per dire, e che anzi, è proprio di un colore impossibile, lui non la
indosserebbe per nessuna ragione, se non per fare un piacere a un
amico. Mi volto, nel locale non c’è nessuno, il barista fa le sue
cose, mi sento di non sopportare ancora quell’uomo. Così dico a
voce sempre più alta: basta, lei non deve dire più niente, né sulla
giacca, né su altre cose, così quello si fa servire un altro
bicchierino e lo offre anche a me, tanto per fare la pace. Io dico
che mi fa male, ma quello insiste, infine mi porge il suo, e forse
senza intenzione mi versa il liquore sopra la giacca.
Sul momento non dico niente, ma la macchia è proprio davanti ed
è appiccicosa. Quello si scusa, dice qualcosa con la sua voce per
me insopportabile, io resto fermo, senza niente da dire, il barista
mi fa: forse è meglio se adesso vai a casa. Io mi sento sempre più
male, ognuno mi dice cosa è meglio e cosa è peggio per me,
intanto la mia giacca ormai è rovinata, non potrò più indossarla, è
un grosso guaio, penso, un guaio senza rimedio. Vorrei gettarmi
addosso a quell’uomo, riempirlo di botte, ma mi sento sempre più
debole, sono sicuro che non riuscirò neppure ad arrivare fino a
casa. Barcollo fino all’uscita del caffè senza dire niente a nessuno,
poi cado lungo disteso sopra al marciapiede di fronte: voglio
morire qui, penso, non mi importa più niente se i miei colleghi di

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lavoro non riusciranno a vedere la mia giacca, incaricherò
qualcuno per andare a spiegarglielo che mi stava bene, che era
tagliata proprio su misura per me, che era una giacca davvero
speciale.

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GIUSTO IL TEMPO DI UNA CANZONE
di Dario de Giacomo

- A quarant’anni sono un uomo sano! – Mimì stese in avanti i


palmi delle mani.
- Ma talmente sano – continuò – che delle vostre pippe su che-
cos’é-normale? francamente me ne fotto. – Fece una pausa e si
guardò in giro: la massa scura degli amici era accalcata intorno al
tavolino, l’unica zona d’ombra fuori dal bar.Si facevano vento con
le ultime notizie ridotte a brandelli.
Però c’è una cosa che tutti sanno fare, e io non riesco a impararla.
– disse. Mormorio di risatine sommesse. Chissà quella testa-matta
di Mimì che si sarebbe inventato oggi tra le tre e le cinque. –
Mimì, forza e coraggio. Cos’è? Dillo! – Don Pasquale il barista
fece da portavoce per tutti, spuntando all’improvviso col suo
vocione da piazzista.
- Per carità – riprese Mimì – non dico di conoscere tutto. Non
sono onnisciente. – però gli piaceva che gli amici lo credessero
tale: perciò si sforzava sempre di recuperare dalla memoria
qualche termine fiorito, magari piazzandolo a sproposito; ma così
solo per elevare il tono della conversazione.
- Voglio dire che c’è un’esperienza comune che non riesco a fare.
Ecco tutto. Mi sento spiazzato. – Era come avere la parola giusta
sulla lingua, ma non riuscire a ricordarsi il verbo appropriato per
tirarla fuori.
- Dura ancora a lungo la pantomima? Facciamo notte. –
Implacabile. Quello scocciatore dell’avvocato Colarienzo. Faceva
sempre così: con un’uscita seccata rovinava l’atmosfera. Un altro
di quelli che la sanno lunga, mentre per gli altri è sempre corta.

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Scocciatore e pure occhio-secco: in paese raccontavano belle
storie sulla potenza dei suoi sguardi. Chi poteva se ne teneva
lontano, per evitare di essere seccato dallo sguardo invidioso
dell’avvocato. Mimì lo ignorò, come pure il resto della compagnia
– Don Pasquale una granita di caffè per tutti – disse – paga
l’avvocato. – In quell’attimo fu come se il cielo si spaccasse in
due. Ferito a morte nei sentimenti, l’avvocato Colarienzo barcollò
per un instante facendo una smorfia – Mimì tieni sempre la stessa
testa. Hai sempre voglia di scherzare.
- E si vede che ci serviamo da barbieri diversi – lo incalzò Mimì,
che non voleva abbandonare la presa – il mio mi fa lo stesso
taglio da trent’anni. – Un punto a favore della squadra di casa,
palla a centro e l’avvocato Colarienzo che si allontanava scornato,
le mani in tasca per controllare la consistenza degli spiccioli e
ringraziando Dio per lo scampato pericolo.
- Be Mimì allora? – Di nuovo il vocione accaldato del barista.
- Don Pasquale, granita per tutti, pago io.
- Che ora si è fatta? chiese il barbiere – Devo aprire il negozio.
- L’ora che trovi pace e ti stai zitto – rispose in coro la compagnia
– così sentiamo la fine della storia di Mimì. – I rasoi del barbiere,
insomma, avrebbero aspettato che il sole calasse prima di brillare
ancora.
- Il punto è proprio questo – disse Mimì, rianimato
dall’acclamazione popolare, – che ora si è fatta! Qui sta il
bandolo. – Don Pasquale servì le granite – Mimì il bandolo e la
matassa di tua madre, io non ci sto capendo più niente.
- Pazienza Don Pasquale, vi servirò. Ma prima, senza fretta,
assaggiamo un poco di questo caffè. Il tempo passa e la
processione non cammina. Ci aspetterà! Il tempo di un caffè.- La
processione di uomini, cose e minuti si fermò, effettivamente,
aspettando in silenzio che i grani dolciastri si sciogliessero sotto il
palato. Stettero così, ognuno per sé, lontani dal centro per il

255
tempo di una granita. Lo scricchiolio inopportuno del tavolino li
ripiombò al centro della conversazione.
- Troppo buona – esordì il barbiere, seguito a ruota dagli altri e fu
tutto uno schioccare di lingue nell’aria afosa del primo
pomeriggio.
- Mimì bello, ci vuoi fare la grazia di finire la storia o no? – Don
Pasquale era impaziente.
- Allora. – Mimì stese cinque dita, poi le richiuse una a una nel
pugno di una mano, come tirando le fila della storia – Il bandolo
della matassa è proprio il tempo. Don Pasquale che ora è? – Il
barista ruotò il polso di scatto, alla ricerca dell’orologio di metallo
legato da una striminzita cinghietta di pelle nera.
- Sono le tre passate. Ma perché? – rispose.
- Grazie! – Mimì sorrise sornione – Ecco qua! Per voi è facile, il
tempo è solo un gesto. Voi leggete l’orologio e lo contate. Ma
io… – la frase rimase sospesa al centro di una risata fragorosa.
- Mimì che vai dicendo? – il barbiere si era quasi piegato in due,
trattenendo a stento il pantalone che minacciava di strapparsi in
quella posizione, a causa dello strabordare equivoco della sua
pancia – Perché tu l’orologio non lo tieni? Andiamo su!
- Io non ho l’orologio – proseguì Mimì serio serio – perché non so
leggere l’ora. Questo. Non sono mai riuscito ad impararlo. Ci
hanno provato quando ero piccolo a insegnarmi. Però, io, non ci
riesco. – A volte era difficile capire quando scherzava e quando
diceva sul serio. La compagnia intorno al tavolino del bar
studiava le espressioni facciali di Mimì per capirci qualcosa. Però
era inutile. Lui intanto assaporava il gusto di quell’attesa. Incrociò
le braccia dietro la testa e puntellandosi al suolo, tenne la sedia in
equilibrio su una gamba sola. Quel gesto gli ricordava suo padre,
morto da tempo. Nel ’75 era venuto a mancare. Rise, perché
quando la madre ripeteva quella frase, pensava sempre che il
padre si fosse perduto da qualche parte, non che fosse morto.

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Comunque papà mancava dal ’75. Ora era lui che ripeteva i gesti
di suo padre. Papà gli aveva lasciato in eredità la grande casa al
centro del paese dove abitava, qualche ettaro di terra in montagna,
e una bella serie di gesti e abitudini. Come quella del pranzo di
famiglia ogni domenica. Mimì sedeva a capo tavola,
amministrava le porzioni, regolava l’andamento della discussione,
dava la parola anche ai più piccoli, ma con moderazione. Poi alla
fine del pasto, mantenendo la sedia in equilibrio, diceva – E mò
vac’ a cacà! – Ora vado al bagno. Quella era ufficialmente la fine
del pranzo di famiglia. Un diritto di primogenitura che lo
inorgogliva.
Oltre che l’orgoglio, però, solleticava anche le esigenze della sua
natura: da sempre infatti, fumatore accanitissimo, andava soggetto
ad una fastidiosa colite spastica subito dopo mangiato. Quindi
pure quel tempo del bagno aveva i suoi perché.
- Va bene Mimì. Tu l’ora non la sai leggere, ma qua il tempo
passa. Uguale per me, per te, per Don Alfonso il barbiere, preciso
pure per tua madre. – Il barbiere aveva quella pessima abitudine
di condire tutte le frasi invocando il nome delle mamme.
- Come lo volti e come lo giri – continuò – il bandolo rimane
aggrovigliato. – A Mimì sembrava che effettivamente Don
Pasquale avesse ragione, eppure c’era qualcosa che né lui né il
barista riuscivano a misurare nello stesso modo. Doveva esserci
una stranezza da qualche parte. Gli sarebbe bastato trovarla. A
volte d’inverno capita, per esempio, che il maglione si sfrangi e
alcuni fili di lana facciano capolino. Ė fastidioso. Molto. Perché
inevitabilmente quel filo capita tra le dita e senza rendercene
conto ci troviamo un pezzo lunghissimo di lana in mano e il
maglione completamente sfilato. Ecco! Don Pasquale era proprio
quel filo di lana e ora gli stava rovinando il maglione, continuava
a dire – Guagliò è semplice. Si fa sera, accendo le luci fuori dal
bar, diventa tutta scuro di notte e vado a letto. Tu, io e pure.. – Si

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la mamma ovviamente, Mimì già lo sapeva, ma a quel punto
aveva già smesso di ascoltare. Perché aveva trovato il bandolo, e
la matassa si era sgrovigliata. Almeno così gli sembrava.
Il fatto è che le notti non erano davvero uguali per tutti. Il bar di
paese e Don Pasquale erano bravi a corteggiarlo, ma lui alla fine
non si era lasciato sedurre. Qualcuno mise in funzione la radio.
Dovevano essere già le tre e mezzo passate. Perché allora arrivava
Genna, quella gran culona di cameriera tutta truccata, male per
giunta, a dare una mano per le consumazioni. Quella si che aveva
tempo da vendere. Dovevano essere interminabili le sue notti,
pensò Mimì. Incominciò di nuovo a raggomitolare la sua matassa,
partendo dalle notti. Si è vero, sono buie. È vero pure che le luci
si spengono e tutti se ne vanno a dormire. Ma poi. Ecco. La zia
suora si svegliava molto presto, la sentiva inginocchiarsi
pesantemente, il legno del leggio scricchiolava e il buio si
animava di parole biascicate sommessamente. E c’era il tempo di
notte della nonna. Interminabile come quello di Genna. Nonna
Maria dormiva poco, russando molto però. I primi accenni della
sua veglia li conosceva dai rumori. La nonna iniziava a muoversi
a scatti nel letto, dopo un po’ si svegliava e strascicava le
pantofole dal letto al bagno. Era un tragitto breve coperto in un
tempo lunghissimo. A volte si addormentava con quella scia di
piedi vecchi nelle orecchie. E una notte ancora diversa la passava
Mariella, la sorella che dormiva nella stanza affianco alla sua. Un
rapido scatto, la scintilla dell’accendino, Mariella si svegliava e
fumava.
- Don Mimì, e che? ti sei incantato? – il barbiere voleva prenderlo
in giro. Mimì sorrise, no non si era incantato, stava solo pensando
a quanto fossero diversi i tempi della notte. Soprattutto quando
non sai leggere l’orologio. All’improvviso però notò che tutti
sembravano avere una gran fretta. Si erano ricordati del tempo
all’improvviso? Chi doveva aprire il negozio, chi ritornare a casa.

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Tutti conoscevano il momento esatto in cui diventa tardi. E si
agitavano se si faceva ancora più tardi, o troppo tardi.
- Mimì muoviti! – gli disse Don Pasquale. Riportò la sedia sui
quattro piedi e si alzò. Genna lo occhieggiava dal bancone del
bar. La guardò, era bella piena, di carne e di tutto il resto. Entrò
nel bar, la musica suonava forte. Lei intuì, arrotolò il grembiule
sulla gonna e gli si avvicinò. La strinse così forte che la cintura
verde di raso crespo gli graffiò l’avambraccio. Da fuori qualcuno
urlò – Mimì è tardi, che fai? Muoviti!
Mimì non gli badò, asciugato negli occhi neri di Genna dalle notti
interminabili.
- Un momento!- disse – Giusto il tempo di una canzone.

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THOMAS ORROW
di GM Willo

Vincent Kalling gettò distrattamente l’occhio sul trafiletto di un


quotidiano locale, lasciato sulla panca del tavolino che era intento
a pulire. Vincent non leggeva i quotidiani e non gli interessava
minimamente quello che potevano raccontare. Di sicuro non era
ciò che succedeva là fuori. Al massimo poteva essere un
concentrato di notizie appetibili per gli abitudinari dell’edicola,
che nell’era di internet erano tutti over-cinquanta. No, Vincent
aveva imparato a non fidarsi dei giornali il giorno in cui aveva
lasciato il suo paese. Tuttavia qualcosa in quel trafiletto colse la
sua attenzione, e non fu il titolo ma la foto che l’accompagnava.
Mise da parte lo straccio e guardò in direzione del banco per
assicurarsi che il suo capo non gli prestasse attenzione. Non gli
dispiaceva lavorare come cameriere. Con un quoziente di
intelligenza come il suo avrebbe potuto cercarsi qualsiasi lavoro,
ma anche quella, come i giornali, era una trappola del primo
mondo, e Vincent era diventato esperto ad evitare le insidie del
sistema. Per dieci anni aveva viaggiato in lungo e in largo; Sud
America, Europa, Africa, India, il più delle volte arrangiandosi,
imparando dalla strada, respirando un concetto di libertà che né i
film che aveva visto né i libri che aveva letto erano mai riusciti a
mostrargli. Tre mesi prima era tornato a casa e l’aveva trovata
esattamente come l’aveva lasciata. Non che si aspettasse qualcosa
di diverso, però un po’ ci aveva sperato. Trentatré anni, una laurea
in ingegneria e zero esperienza nel campo lavorativo, al di fuori
ovviamente dei fast-food e dei caffè. Afferrò il giornale e guardò
meglio quella foto per assicurarsi di non essersi sbagliato. Jordan

260
Ross, era assolutamente lui. Eppure il trafiletto diceva che
quell’uomo si chiamava Thomas Orrow. Strano, pensò, e si mise a
leggere avidamente l’articolo, stando sempre attento a non farsi
sorprendere dal capo.
Si parlava di un duplice omicidio, un uomo e una donna, e del
fatto che il signor Orrow, il quale doveva essere un uomo di una
certa importanza, era stato scagionato da tutte le accuse. La
donna, a quanto sembrava, era stata la moglie di Orrow, mentre
l’altra vittima, un certo Nicolas Levin, era stato l’amante di lei.
Fin dall’inizio gli inquirenti avevano dato per scontato il movente
passionale, ma Thomas Orrow aveva un alibi di ferro; entrambe le
sere degli omicidi si trovava fuori città, e centinaia di testimoni
erano pronti a confermarlo. Dopo aver seguito per oltre due mesi
la pista del killer, con Orrow nel ruolo di mandante, le indagini si
erano arenate e il principale indiziato per il duplice delitto era
stato scagionato da tutte le accuse. L’articolo non diceva altro, ma
Vincent moriva dalla curiosità di sapere come era andata per filo
e per segno quella storia. C’era qualcosa di molto strano in tutto
ciò. Prima di tutto il nome. Perché Jordan lo aveva cambiato? E
com’è che era diventato così importante. In fondo aveva più o
meno la sua età. Si era laureato lo stesso anno in cui lui era partito
per il Brasile. Che cosa aveva fatto dopo?
S’infilò il giornale sotto il grembiule e lo nascose nel suo
armadietto, dopo di che riprese a lavorare cercando di non
pensarci più. Quando terminò il turno, Vincent corse al Caffè
Internet più vicino e incominciò ad indagare più a fondo sulla
faccenda. Per prima cosa scoprì che Orrow era forse la persona
più ricca della città. Il suo successo in qualità di broker non aveva
precedenti. In meno di due anni di attività, un ragazzo appena
uscito dall’università era diventato miliardario. Poi aveva fondato
la sua agenzia e collezionato un successo dopo l’altro. A poco più
di trent’anni, Thomas Orrow era diventato uno degli uomini più

261
ricchi del paese. Vincent stentava a crederci. Lo ricordava come
un ragazzo relativamente normale, intelligente ed ambizioso,
come lo erano la maggior parte degli studenti della sua classe.
Sicuramente aveva un certo spirito creativo. Se ne veniva sempre
fuori con un’idea bizzarra. Una volta lo aveva convinto a
partecipare ad un esperimento che aveva a che fare con la fisica
quantistica e i viaggi nel tempo. Jordan era convinto che si
potesse lavorare sulla “dimensione-tempo” solo se la si trattava
non come un qualcosa di lineare, ma come una serie infinita di
scatole, rappresentanti infinite sequenze di eventi, parentesi,
giorni, secoli o ere geologiche. Fantasticava di un dispositivo, una
sorta di porta, per viaggiare dall’oggi al domani. Attingendo
liberamente alle teorie quantistiche, Jordan pensava che
vivessimo l’oggi in una determinata scatola, e che questa fosse
legata ad un numero infinito di scatole di possibili domani. Dalla
maggior parte di queste non ci si poteva aspettare delle sorprese.
In fondo il domani di ogni persona, anche se non è prevedibile al
cento per cento, lo è almeno in buona parte. Ma, secondo la teoria
di Jordan, se qualcuno avesse alterato anche una sola scatola di
questi “probabili domani”, sarebbe riuscito a stravolgere l’intera
previsione. Vincent ricordava di averlo aiutato a formulare alcune
equazioni, più per sfida personale che per reale interessamento al
progetto. Lo aveva frequentato per un paio di mesi, ed era anche
stato nel garage dei suoi genitori, adibito per metà a laboratorio.
Poi, dopo la laurea, se ne era andato e non ci aveva più pensato.
Dopo aver letto un paio di articoli sulla vita ed il successo di
Thomas Orrow, Vincent cercò gli eventi più recenti della sua
storia; il duplice omicidio della moglie Linda e del suo amante.
Entrambi erano stati uccisi con la medesima arma da fuoco,
un’arma di piccolo calibro, con proietti sparati da una distanza
ravvicinata. Nicolas Levin, impiegato dell’azienda di Orrow,
aveva iniziato una relazione con la moglie del suo capo circa un

262
mese prima della sua scomparsa. Probabilmente era stato freddato
nel soggiorno del suo appartamento da qualcuno di sua
conoscenza, dato che la porta non aveva subito alcuno scasso.
Stessa sorte era toccata a Linda un paio di giorni dopo. Anche in
questo caso la porta non era stata forzata. Il corpo era stato
trovato riverso sul sofà dell’appartamento dei coniugi Orrow, in
uno dei più moderni e lussuosi grattacieli della città. Ovviamente
tutti gli indizi puntavano al delitto passionale, ma la sera del
primo omicidio, Thomas si trovava dall’altra parte del paese per
una conferenza, mentre la notte in cui la moglie fu uccisa, era
impegnato in un altro viaggio d’affari. Mentre leggeva e rileggeva
quegli articoli di cronaca nera, Vincent non poté fare a meno di
pensare a una teoria tutta sua, anche se del tutto campata in aria.
Uscì dal caffè e camminò su e giù per il marciapiede, mentre le
luci della città incominciavano ad accendersi. Una parte di sé
voleva disfarsi di quella storia. Che cosa c’entrava lui con Orrow,
dopotutto. Erano passati così tanti anni che di sicuro non si
sarebbe neanche ricordato di lui. Tuttavia qualcosa si era
insinuato nella mente di Vincent, un piccolo tarlo che rosicchiava
silenzioso, il seme di un mistero troppo affascinante per potersene
disfare senza almeno aver tentato qualcosa.
Ci dormì sopra ma non riuscì veramente a dormire. Il giorno dopo
si recò presso gli uffici dell’azienda di Orrow e chiese di farsi
ricevere. Rimase impressionato dall’eleganza ed il prestigio
dell’edificio. Disse di essere un vecchio compagno di scuola del
proprietario e di essere in cerca di lavoro. Non si aspettava che le
porte gli si sarebbero spalancate, e rimase sorpreso quando la
segretaria gli disse sorridendo che il signor Orrow lo avrebbe
ricevuto nel suo ufficio il giorno dopo.
Vincent si recò a lavoro e passò la giornata a rimuginare sulle
cose che aveva letto sul conto dell’uomo più ricco della città, e a
quello che riusciva a ricordare del giovane Jordan Ross. Pensò a

263
cosa gli avrebbe detto, a come avrebbe girato intorno
all’argomento per cercare negli occhi del vecchio compagno di
scuola una risposta alle sue più indicibili domande. Forse era tutto
tempo sprecato, ma che importanza poteva avere. Al limite ci
guadagnava una piacevole chiacchierata insieme ad un amico che
non vedeva da tempo.
Il giorno dell’appuntamento si alzò presto e se la prese comoda.
Vincent viveva in un monolocale nella città vecchia, piccolo ma
pulito. S’infilò in bagno e ringraziò mentalmente l’inventore della
doccia. Amava farsi scivolare addosso quella sensazione di calore
liquido. Si rasò completamente una barbetta incolta che teneva
ormai da diversi anni, pensando di acquistare così un po’ più di
autorevolezza. Si guardò allo specchio, fece qualche boccaccia,
ripassò velocemente le frasi che si era preparato e infine uscì dal
bagno. Thomas Orrow era davanti a lui.
- Ciao Vincent. Quanto tempo…
- Come sei entrato? – chiese stupito il ragazzo, fermandosi
l’asciugamano bianco alla vita. Thomas si trovava in piedi
accanto al letto, in completo blu scuro, con una vistosa cravatta
scarlatta. Con movimenti lenti e precisi si portava alla bocca una
sigaretta, tenendo l’altra mano infilata nella tasca della giacca.
Aveva i capelli lunghi e tirati all’indietro col gel. Aspirò
avidamente dal filtro della sigaretta con le sue labbra carnose, lo
sguardo perso oltre la finestra sulla strada più sotto.
- Ti dispiace su fumo? – non era una vera e propria domanda.
Vincent ebbe una strana sensazione di disagio.
- Cosa ci fai qui?
- Beh, avevamo un appuntamento, no?
- Si, tra due ore circa, nel tuo ufficio… – puntualizzò Vincent,
avvertendo un lieve brivido, forse causato dal freddo della stanza
sulla sua pelle bagnata.
- Ho dovuto ripianificare i miei impegni, e la mia segretaria non

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ha fatto in tempo ad avvertirti. Mi dispiace. – Ma nella sua voce
non traspariva alcun rammarico.
- Capisco… Non mi aspettavo però che ci tenessi così tanto a
vedermi…
- Oh, invece ci tengo molto. Quanto tempo è passato? Dieci anni?
Undici? Un’eternità…
- Beh, si… E vedo che di strada ne hai fatta…
- Già… Proprio così. – Nel parlare, Thomas continuava a fissare
la strada. La luce che proveniva dalla finestra gli illuminava in
pieno il volto. Quando terminò la sigaretta finalmente guardò
negli occhi il suo interlocutore.
- Stai cercando lavoro?
- Beh, si, anche se la finanza non è proprio il mio campo…
- Non lo era neanche il mio, per questo… – precisò sorridendo
Orrow, e di quel sorriso Vincent ne avrebbe fatto volentieri a
meno.
- Già, ricordo che avevi altri interessi…
- È vero…
Ogni frase, ogni parola, ogni sillaba di quel dialogo nascondeva
mille significati. Vincent non aveva più freddo. Un paio di gocce
gli scivolarono da un lato del volto, e non a causa dei capelli
bagnati. Stava sudando.
- Tu sai perché volevo vederti, vero?
Thomas Orrow ritirò la mano dalla tasca ed estrasse una pistola di
piccolo calibro, metallica e lucente. L’arma sembrava scomparire
nella sua mano tanto era minuta, ma il foro d’uscita in fondo alla
piccola canna era largo e profondo, come un occhio sulle tenebre
più buie. Vincent guardò dentro quel foro e si sentì mancare il
fiato.
- Li hai uccisi tu, non è vero?
- E come avrei potuto? Ero dall’altra parte del paese…
- La porta… La porta che stavi progettando dieci anni fa. Ce l’hai

265
fatta…
- La porta sul domani… – Thomas Orrow pronunciò quelle parole
con arrogante soddisfazione.
- È così che hai potuto prevedere gli andamenti finanziari e
diventare miliardario in meno di due anni, vero? Ti è bastato dare
una sbirciatina ai giornali del giorno dopo e puntare sul sicuro…
- La più grande invenzione di tutti i tempi… – Orrow sembrava
non ascoltare, perso in un delirio di auto glorificazione. Era
tornato a guardare fuori dalla finestra, la pistola sempre puntata
sull’uomo che gli stava davanti.
- E poi gli omicidi… Sei andato da loro e li hai fatti fuori, mentre
l’altro “te” era a centinaia di chilometri di distanza. L’alibi
perfetto… – Vincent parlava veloce e non riusciva a staccare lo
sguardo dal foro della pistola. – E poi c’è il nome, Thomas Orrow.
Lo hai cambiato dopo il tuo primo viaggio nel domani, non è
vero?
Orrow annuì impercettibilmente. – Tutto giusto, caro Vincent. Il
problema sarà provarlo, non credi? Almeno che tu non voglia
rischiare di finire in una casa di cura…
- Esattamente. Per questo motivo non riesco a capire perchè sei
venuto.
- Beh, forse non potrai provare nulla, ma il fatto che tu conosca la
verità mi dà più di una ragione per non dormire tranquillo la
notte. Ed io, mio caro Vincent, adoro dormire tranquillo…
Gli occhi di Orrow tornarono a guardare davanti. Il dito sul
grilletto incominciò a tendersi.
- Aspetta. Te la sei cavata in due occasioni, ma questa volta è
diverso. Non hai alcun alibi al quale aggrapparti. Ti
scopriranno… – Vincent sentiva il cuore rimbombargli nelle
tempie. Orrow inclinò la testa e sorrise.
- Vedi, c’è una cosa che non sai…
Vincent strinse gli occhi e fece un passo indietro, mentre il cuore

266
pareva sul punto di balzargli fuori dal petto – Cosa? – chiese
tremando.
Thomas Orrow, allungò il braccio e gli puntò la pistola in faccia.
– Oggi, per te, è già domani.

267
DOPO LE ESEQUIE
di Dario de Giacomo

Lo stanzone della chiesa era affollato di troppe mani, che per


l’imbarazzo non sapevano come toccarmi.
Parallelo ad uno dei muri di cinta correva il binario della ferrovia.
Un fischio e l’ingranaggio della sbarra che chiudeva il passaggio a
livello ci avvertirono del transito di un treno. Alcuni mi dissero
che quel fischio era l’ultima saluto per me della morta. Ma lo
dissero senza convinzione, per consolarmi. Lo vedevo che
fingevano, volevano soltanto affrettarsi fuori, per godere il resto
della giornata, con la mente in pace dal turbamento di qui.
Dopo le esequie rincasai subito, per seppellire tra i filari verdastri
degli olivi la vergogna della morte. Dentro la nostra casa
aleggiava il dolore di cose spoglie della sua forma, ridotte solo a
impronte sulla pelle lucida del divano. Il malessere, spesso come
mura, iniziava a radicarsi nella profondità delle viscere,
impossibile da scalfire. All’esterno il sole fumigava sulla pietraia,
riflettendosi nelle crepe nerofumo degli olivi. C’era un odore di
sangue nell’aria e sterco di gallina, il limare basso delle cicale che
alleggeriva il tempo di una sosta e c’era ancora il dolore, ma
diverso, che aveva un sapore dolciastro e gentile. Disteso
immobile lo ascoltavo disegnare brividi cadenzati sulla mia pelle
e pensavo che questa striscia di terra, coltivata a olivi, sarebbe
diventata il mio ultimo attaccamento terreno, dopo le esequie.
Una finestra scavata nel fianco della collina, come la cella di un
monaco, dove quando arrivavano di quei momenti in cui la
fragilità umana mi costringeva a voltare la faccia, in pochi
avrebbero sostato qui e solo di rado: qualcuno sarebbe salito fin

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quassù per offrirmi uno spicchio di mondo, come si porta un
pezzo di formaggio al convento per carità?
Il vento intanto oscillando sui profumi delle erbe colorate,
continuava a sfregiarmi la faccia. Ora, dopo la sua morte, benché
qui non arrivasse più nulla e nessuno venisse, mi afflosciavo sotto
gli alberi, conservando sempre, anche nel sonno, la sveltezza dei
muscoli tesi. Ascoltavo gli odori diversi e guardavo verso la linea
dell’orizzonte per cercare qualcosa di cui ignoravo l’esistenza e
che non riuscivo più a trovare. Fu solo alla fine che mi arresi alla
consapevolezza di quel piacevole dolore che il tempo non sarebbe
scivolato mai più nel grembo di mia madre, tra le sue braccia.
Dopo la morte di mia madre nessuna donna avrebbe accolto in
grembo le soste del mio tempo. Era quella una sensazione di
totale abbandono al sonno, nel silenzio di una finestra socchiusa
tra il mio sguardo e il suo. Il luccichio della marina, appena
agitata dal sole, penetrava dentro le finestre, schermate da sottili
tende bianche, ricamate di motivi geometrici nuovi e sconosciuti,
rimbalzava sulla pietra rossa del pavimento rinvigorendo i suoi
colori. Mi svegliavo ascoltando i rumori di un’ora conosciuta,
alleggerito di ogni passato e con una sterminata capacità di creare
qualunque futuro. Conoscevo bene il posto dove trovare lo
sguardo della madre.
Ma ora la speranza intatta di tutti i futuri possibili era stata
violata. E il pensiero della mia unicità, tradito, mi incalzava in
cerca di una soluzione all’impotenza nel lanciare il richiamo di
quel nome, che era il suo. A mano a mano che la luce sfioccava, il
ricordo cresceva, si accresceva, come le nubi settembrine dopo la
prima acqua d’agosto, di madri a scolare piatti nell’ora del riposo.
Di giovani vite che invecchiano solo quando pronunciano quel
nome di madre, a cui nessuna risponde più. Il dolore continuava
la sua lotta con l’incoscienza, oscillavo tra il riposo sotto gli alberi
e la tentazione di entrare in casa. Dal basso salivano i fumi

269
d’incenso della processione di San Rocco che sostenevano il
suono delle campane e il cielo ingrigiva, inzaccherava di sprazzi
freddi le stanze della nostra casa. Decisi di rientrare. Nell’ingresso
provai a chiamare un nome.
- Mamma – accennai timidamente. Le luci erano accese e le
finestre chiuse.
Chiamai di nuovo – Mamma.
Il mio tempo si raffreddava nell’attesa inutile del richiamo.
- Mamma.
- Che c’è? – da lontano mi rispose una voce chioccia di donna
vecchia.
- Svegliati! – Allora mi sentii scuotere debolmente da due mani
calde. E mi svegliai. Con un cielo grigio di nuvole sopra la testa e
un tempo leggero dietro la nuca.
- Ciao mamma – sorrisi leggero.

270
IL SORRISO DELLE BAMBINE
di Bruno Magnolfi

Adesso stiamo tutti in silenzio mentre il motore della macchina di


papà sembra il lamento monotono di un animale domato. Guardo
dal finestrino le case, la campagna, gli alberi, mentre fuori
continua a piovere e le gocce d’acqua scivolano giù lungo il vetro,
a pochi centimetri dal mio naso. Io e mia sorella come sempre
stiamo sistemate sui sedili di dietro, i nostri genitori davanti. Ci
siamo divertite un sacco a prendere in giro papà che non riusciva
a vedere la segnaletica giusta lungo la strada, anche perché lui con
noi è costantemente in minoranza. Ma dopo un po’ la mamma ci
ha detto: via bambine, ora basta, lasciate guidare papà in santa
pace, e io e mia sorella ci siamo raggomitolate qua dietro, ognuna
per conto suo, dando corso ai nostri pensieri.
Non so neppure verso dove stiamo andando, e neppure perché, in
fondo che importa, a me piace star qui a sonnecchiare, a lasciare
che tutto scivoli intorno, come questo paesaggio troppo veloce per
poter essere racchiuso dentro a un pensiero, troppo rapido per
definire un’immagine che possa restare dentro la mente. Così tutto
corre, e per me è come se questa giornata fosse infinita, e questa
automobile riuscisse ad attraversare tutto il possibile, senza
tornare mai indietro, lasciando alle spalle la scuola, i giocattoli, la
cameretta che divido con mia sorella, tutti i pianti e gli scherzi in
cui abbiamo ecceduto in questi ultimi tempi.
Papà dice qualcosa alla mamma, io non ascolto, mi lascio cullare
dalla presenza rassicurante dei miei genitori, e questo mi basta.
Adesso piove di meno, ma le ruote ogni tanto fanno schizzare
l’acqua da dentro le pozze. Non so cosa sia voler bene, so che

271
vorrei tanto che questo viaggio non avesse uno scopo, che non ci
fosse niente che definisse il bisogno di aver affrontato questa
giornata piovosa, vorrei che mio padre dicesse che stiamo facendo
soltanto una gita, un giro qualsiasi per vedere se in un’altra città
riesce a piovere alla stessa maniera come in quella dove abitiamo.
Forse i miei genitori hanno accennato qualcosa di questa giornata,
forse ci hanno spiegato, a me e a mia sorella, il motivo per cui
oggi non c’è stato bisogno di andarcene a scuola. Magari è
qualcosa di particolarmente importante, ma io non ho ascoltato le
loro parole, mi sono rifugiata nel gusto di questo viaggio, senza
preoccuparmi di altro. Penso tra me che forse ho sbagliato, avrei
dovuto stare più attenta a quanto dicevano, ma in fondo che
importa, rifletto, a me basta star qui, aver piena fiducia nel loro
essere perfettamente consapevoli di cosa sia meglio per noi.
L’auto va avanti, adesso è smesso di piovere, mia sorella mi ha
dato una spinta col piede, forse solo per stuzzicarmi, ma io l’ho
ignorata, ho voglia solo di starmene qui, per conto mio, in mezzo
ai pensieri. Forse lei ha capito dove si va, e questo un po’ mi
dispiace, però poi rifletto che non è niente di particolarmente
importante, che lei ne sappia un po’ più di me non cambia
assolutamente le cose. Infine la nostra automobile rallenta, entra
dentro un enorme parcheggio, riconosco i simboli di un ospedale,
guardo mia sorella con un’espressione interrogativa.
Andiamo a trovare lo zio ammalato, dice lei sottovoce, coprendo
perfettamente in un attimo ogni vuoto che all’improvviso mi si era
aperto dentro la testa. Giusto, penso tra me, la nostra famiglia è
più larga di noi quattro che stiamo qua dentro, dobbiamo avere un
pensiero per tutti, anche per chi vediamo di rado, portare il
conforto a chi non può muoversi. Infine la macchina è ferma, gli
sportelli si aprono, mi sento restia a scendere da qui, ma poi esco
fuori, guardo il grande edificio di fronte e tiro un respiro nell’aria
lavata; adesso credo di sapere cosa sia voler bene: guardo i miei

272
genitori e so che stiamo portando un sorriso allo zio, forse perché
è proprio di questo che lui ha un gran bisogno.

273
È COSÌ CHE LA PIOGGIA NON STANCA
di Miriam Carnimeo

Tra le crepe di una terra fantasma un fiore si apre al giorno. Poca,


così poca luce da non riconoscere più i confini del suo cammino,
indurito dal buio aspetta.
- Chi deciderà il suo destino?
La risposta in un passante che si lascia distrarre da una macchina
rossa e il mio passo sbagliato a sporcarlo di terra. Oggi , mi
muovo nel mondo con l’ingombranza di un gigante affetto da
vertigini in un mondo alla rovescia. Qualcosa di fondamentale
sembra rimasto al momento prima di ogni cosa, non oso
dichiarare il tempo che ho impresso negli occhi, è isterico,
barcolla ad ogni distanza.
Già alle prime ore del mattino il grigiore con il suo cielo piagnone
ha aperto la finestra, la tenda ha sbuffato un respiro freddo sui
piedi ed è salito nell’anima, fino alle ossa. L’odore del caffè mi ha
sollevato fiera scoprendomi i denti e dopo pochi passi un tappeto,
un angolo sollevato, uno slancio, ed ho preso in pieno la
caffettiera, il suo desiderio in faccia, nell’esplosione di incredulità
finale congelata tra le macchie sparse.
Oggi qualcosa di fondamentale non va. Avevo bisogno di un
caffè, uno buono ma anonimo, che avrebbe convinto il corpo ad
un imprevisto, facendolo sfuggire all’attesa delle parole giuste da
dire a chi avrei incontrato, stringendo forte le sue mani, cercando
di non ridere del mio naturale imbarazzo e del suo spiazzante
compiacimento. Lo abbraccerei come al solito troppo forte,
affondando il viso nell’odore di memorie ancora fresche di
lenzuola, o forse troppo piano? Leggermente, per non far sentire

274
di me la presenza, scomoda e impacciata.
Ho un desiderio a bloccarmi per la strada. La voglia di un gesto
leale che con coraggio fermi questo mondo che sembra mi stia
rubando il finale, il suo semplice sviluppo imbrogliando l’inizio.
Questa giornata si sfama senza far rumore di uno strano tempo,
come deciso a tavolino da qualcuno che non conosco e non voglio
neanche vedere, come la scena che mi accade accanto, una donna
che cade dai tacchi piangendo e un vecchio che per aiutarla gli
allunga il bastone tra i bambini che applaudono.
Anche il cielo pare rassegnato. Si lascia trafiggere dal cemento
con tutti i suoi rumori, nel movimento veloce delle cose, della
loro utilità che si fa meccanica e lucente tra le trasparenze dei
vetri. L’ombra della sua gente è spezzettata tra i muri bianchi.
Profili e sagome si raccontano del freddo, del suo sterile sapore
che continua a gocciolare lento dai nasi, dei soffi di calore nei
pugni che si mettono a fumare al posto loro. Il mio tempo è fisso
su un semaforo rosso, allora aspetto mentre gli altri passano.
Nell’ immobilità che assumo ho un sospetto, e se non sapessi più
correre né urlare? Se guardo i miei piedi traballanti sui tacchi e
ascolto il silenzio che ne consegue, comprendo. Ecco perché lo
sguardo così spesso rifugge e tralascia la mia compagnia,
aggrappandosi ostinato ai balconi paffuti di gerani con i petali che
si riflettono ma senza entusiasmo, nei sottovasi ricolmi di acqua.
Lo sguardo tradisce ogni volontà, se ne va a spasso sui tetti tra il
profumo pungente della resina e i fumi dei camini. I fari delle
auto mi colgono nella penombra come fossero ceffoni che non mi
aspetto, mi illuminano in un luogo che di me inghiotte ogni
possibile ritorno verso casa.
In mezzo alla folla il cammino si fa discontinuo, inciampo nei
passanti incontrandomi nei loro occhiali scuri, incespico tra gli
ombrelli, quasi sempre rotti, con un’asticciola piegata o un lembo
sfibrato, il meccanismo per aprirli inceppato o il manico di legno

275
usurato. Così, la pioggia stanca! I battiti del cuore urtano le ossa
ribellandosi ai piccoli respiri che mi sono abituata ad
economizzare, senza sprechi. I vecchi del mio paese avrebbero
riso di questa strana pioggia, ti bagna succhiandoti ogni energia.
Come fossi di cartone ogni goccia ti piega, ed anche un saluto
appare un inchino forzato e la tua eventuale assenza, una
premonizione.
Entro in un bar fingendo di essere asciutta. La cameriera è una
ragazza minuta, le gambe sottili e i piedi piccoli confezionati in
voluminose scarpe da ginnastica, ha gli occhi stanchi sotto la
visiera azzurrina, anche lei inciampa, tra i tavoli affollati di gente
e i cappotti caduti dalle spalliere delle sedie. Mi siedo, aspetto un
treno, tutti gli altri sono già partiti, ho camminato forse troppo
lentamente e sono arrivata in ritardo, adesso invece sono in
anticipo e devo aspettare. Non imparerò mai a capire come
funziona, devo imparare a muovere il culo con l’eleganza di una
donna in vacanza riuscendo ad arrivare anche puntuale, e poi
aprire una porta se la trovo chiusa, togliermi il cappotto che
nasconde quasi sempre degli abiti troppi leggeri o troppo colorati
per l’occasione, ed attendere. Se riuscissi per una volta a ridere di
me stessa forse mi accorgerei che sono ancora capace di urlare.
Infatti, il caffè ancora non arriva ed il portacenere è pieno.
La cameriera sta fumando una sigaretta sull’uscio della porta, si
massaggia una caviglia senza mai guardarsi intorno. Come piove!
Paesaggi come questi si fanno respirare senza ingordigia ed i
sensi evocano la nostalgia di un ritmo lento, senza fretta, che
invita passo dopo passo, goccia a goccia a tornare per strada
accogliendo la pioggia come un bacio benedetto.
La sedia su cui sono seduta si anima improvvisamente sotto il
corpo che si emoziona. Un uomo dopo aver nascosto l’orologio
nella tasca avanza verso il mio tavolo, si alza le brache, le mani
nelle tasche che dall’interno sollevano lo scroto fino a

276
comprimerlo.
- Sai l’ora?
- No, ma se continui così sarà troppo tardi!
La cameriera arriva con il caffè ma ogni voglia è già dissolta.
Meglio incamminarsi facendo del lento camminare, un vanto. La
luce brillante di casa appare finalmente vicina. Mentre apro la
porta penso alla goccia che leccherò sul vetro scoprendo della
lacrima un sapore diverso, al respiro che aliterò asciugando
quell’assurda parola, il pianto. E’ così che la pioggia non stanca!
E la porta si apre. Una vampata di calore accoglie la testa
snodando lo stomaco su una tavola apparecchiata, due bicchieri
che giocano con del vino caldo ed un fiore accanto.
- Chi deciderà il mio destino?
Sono a casa e lui, mi aspetta.

277
EROE PER SCOMMESSA
di GM Willo

L’urlo di battaglia della salamandra gigante squarciò il silenzio


opprimente di quella notte senza luna. Il fuoco si era ridotto ad un
letto di tiepida brace e non c’era tempo per raccogliere nuova
legna. D’altronde mancava poco all’alba e con la nascita del sole
le infernali creature della notte si sarebbero ritirate nelle loro tane.
Ma la belva era vicina, troppo vicina…
Numeon aveva dato la sua parola, ovvero tutto quello che gli era
rimasto. Non si aspettava il perdono, ma non era quello che
voleva. La regina lo odiava, i templari lo cercavano perché era
risaputo che praticasse la magia nera, più c’erano una decina di
vecchi amici o nemici che avrebbero pagato diverse corone d’oro
per vedere la sua testa infilzata al palo più alto della città. L’uomo
sorrise ripesando a uno di questi, un certo Viggo. Gli doveva un
mucchio di soldi per colpa di una scommessa andata male. Anche
a lui aveva dato la sua parola, quando un coltello gli aveva per
poco mozzato il lobo di un orecchio, ma le promesse di gioco
d’azzardo lasciano il tempo che trovano, si sa. Quella che
Numeon aveva fatto alla regina Aliana era una promessa vera,
fatta col cuore e con le viscere, per quello che potevano valere le
sue viscere. Meglio annaffiarle, pensò, ed afferrò la borraccia di
Yoka, il liquore di erbe dei nani, bevendone un lungo sorso. La
salamandra urlò di nuovo e questa volta poteva benissimo trovarsi
dietro il boschetto di faggi oltre il quale si trovava la via maestra,
quella che portava alla capitale. Numeon guardò il ragazzo che
dormiva accanto al fuoco. L’ultimo urlo lo aveva fatto agitare.
Cosa c’era di così importante in quel ragazzo, si chiese per

278
l’ennesima volta, ma scacciò il pensiero e bevve un altro sorso.
Trovarlo era stato più difficile di quanto avesse creduto. Gli
uomini di Gudran il Cieco erano penetrati nel castello il primo
giorno di luna nuova, si erano fatti strada attraverso i corridoi
silenziosi della magione di Aliana uccidendo otto guardie. La
missione era stata armoniosa, pulita. Quando le cameriere
avevano dato l’allarme i rapitori erano ormai lontani. Aliana era
montata su tutte le furie. Un’intera guarnigione di guardie a
protezione del castello e del prezioso ospite era stata ingannata da
un pugno di briganti. Numeon conosceva molto bene gli sgherri
di Gudran. In fondo, fino a due anni prima, era stato uno di loro…
Ma aveva chiuso con quella storia. Gudran conosceva molti
segreti e questo era l’unico motivo per cui si era avvicinato alla
gilda. Gli erano bastati tre mesi per mettersi in mostra e
guadagnare la fiducia dello stregone orbo. Alla prima occasione si
era poi intrufolato nella sua biblioteca segreta e aveva
velocemente copiato gli incantesimi più potenti della sua
collezione. Il mattino dopo era già lontano, e la gilda di Gudran
faceva ormai parte del suo passato.
Due ore dopo il rapimento del giovane straniero venuto dal nord,
la voce già circolava nelle buie celle del castello dove Numeon
attendeva pazientemente la sua sentenza. Riconobbe l’occasione e
non se la fece scappare. Prima riuscì a convincere una sentinella a
far recapitare un messaggio al capitano della guarnigione, che
aveva appena ricevuto una sgridata dalla regina per via del
rapimento. Vedendo un’opportunità per farsi perdonare, il
capitano aveva poi passato il messaggio direttamente ad Aliana.
“Abbiamo un prigioniero che potrebbe conoscere il luogo in cui è
stato portato il ragazzo. Il suo nome è Numeon e vorrebbe parlare
con voi, vostra altezza”. Che faccia deve aver fatto la regina
quando il capitano aveva pronunciato il suo nome, pensò Numeon
alzandosi in piedi. Il ragazzo aveva aperto gli occhi e lo stava

279
osservando.
- Non parlare – disse lui sottovoce. Poi si mosse rapidamente in
direzione del bosco di faggi, un’ombra ammantata di nero con un
ampio cappello a tesa larga. Numeon era un mago ma sapeva che
a volte, contro certe creature, la magia poteva non bastare. Allora
si affidava al suo moschetto, un’arma costosa, figlia del
progresso, che molti guerrieri snobbavano per questioni etiche. A
lui invece piaceva. Premere il grilletto, sprigionare il fuoco, era
una specie di magia. Si sentiva al sicuro con il suo fucile in mano.
La salamandra dava loro la caccia da almeno tre giorni. Numeon
ne aveva sentito l’odore quando erano scesi dalle montagne in cui
si trovava il rifugio degli uomini di Gudran. Aveva sperato di
riuscire ad evitare lo scontro, ma quella era una creatura ostinata e
di sicuro molto affamata. Il giorno seguente avrebbero avvistato
la città e sarebbero stati in salvo, ma ormai si era avvicinata
troppo. Sul terreno aperto dove si trovavano, alla salamandra
sarebbero bastati due balzi per agguantarli e trasformarli in una
prelibata cena. Numeon sapeva che con esseri come le salamandre
giganti la migliore difesa era l’attacco. Doveva sorprenderla prima
che lei sorprendesse loro.
La belva gridò nuovamente, poi si udirono dei rami spezzarsi. La
salamandra si stava aprendo la strada attraverso il bosco. Numeon
si appressò al limitare di questo, piantò saldamente i piedi per
terra e puntò il moschetto in direzione della selva oscura. Non
poté trattenersi dal sorridere, ripensando alla breve ma intensa
conversazione che aveva avuto con la regina. Il tempo non era
stato suo nemico. Era ancora molto bella. Ricordava bene l’ultima
volta che si erano incontrati, quindici anni prima. Entrambi
frequentavano la scuola di magia della capitale. Lei aveva appena
sedici anni, lui era all’ultimo anno e ne avrebbe compiuti presto
venti. Iniziò per una scommessa, come tante altre volte. La
principessa Aliana frequentava i corsi di divinazione, ma a sera

280
tornava al castello, mentre di giorno era seguita a vista da due
guardie del corpo. Numeon distrasse le guardie con un semplice
incantesimo e riuscì ad incontrarla da sola sulla terrazza più alta
della scuola. Gli bastarono dieci minuti per irretirla con parole
mielate e convincerla a dargli un bacio. Il giorno dopo fu lei a
cercarlo, ma lui era già perduto dietro le sottane di Nina, una
ragazza appena arrivata dal sud del paese. Eppure negli anni a
seguire si scoprì più volte a pensare alla principessa.
“Il capitano mi ha riferito che sai dove si trova il covo di
Gudran”. Gli occhi della donna lampeggiavano d’ira.
“Beh, non proprio…”
“Mettiamo subito in chiaro una cosa. Se sei qui per farci perdere
del tempo, allora risolverò immediatamente la tua questione. Mi
hanno detto che sei colpevole di furto ed uso improprio della
magia all’interno della città. C’è poi l’aggravante della falsa
testimonianza, quindi io credo che dieci anni di prigione
potrebbero andare. Guardie…”
“Ma no, sua maestà… io volevo dire… certo che so dove si
trovano gli uomini di Gudran…” la ragazza era cresciuta, su
questo non c’erano dubbi, pensò Numeon. E così aveva promesso,
e questa volta la promessa valeva molto di più di quelle che era
solito fare alle altre donne. Avrebbe riportato al castello il ragazzo
rapito, a qualunque costo. E il costo poteva essere la sua vita,
pensò mentre due occhi lampeggianti di fuoco si accendevano tra
le ombre della selva. Pazienza, si disse, e richiamò la magia del
mimetismo. La belva l’avrebbe visto solo all’ultimo momento,
quando lui l’avrebbe finalmente avuta a tiro.
Un alberello al limitare del bosco venne tranciato di netto dai
letali artigli della creatura. Ricoperta di squame ramate, lunga
quasi dieci braccia, la bestia si mosse guizzante nonostante la
mole. Gli occhi cremisi fissavano l’oscurità, ma Numeon, pur
sapendo che la magia lo nascondeva alla sua vista, si sentì quello

281
sguardo addosso. Il dito sul grilletto del moschetto s’irrigidì. La
salamandra era a venti metri, poi con un guizzo dimezzò la
distanza. Una sola possibilità. Un solo colpo. Avvertì l’alito fetido
delle sue fauci, udì il sibilo della sua lingua biforcuta. Cinque
metri. Tre metri. Poi un’esplosione…
La carica di piombo centrò in pieno il lungo muso della bestia che
urlando balzò all’indietro. Ancora viva ma in preda ad atroci
sofferenze, la salamandra strisciò in maniera convulsa verso
l’invisibile nemico. Numeon si era già ritirato di molti metri e
preparava l’incantesimo che avrebbe liberato la bestia da quel
vortice di dolore. E mentre sbatteva ripetutamente il corpo
gibboso e la coda gommosa per terra, la creatura urlava di
disperazione, e qualcuno da lontano la udì e la notte successiva
non riuscì a chiudere occhio. Il mago rimase calmo, consapevole
del fatto che anche se cieca, la salamandra poteva ancora scovarlo
grazie al suo fiuto. Questa volta richiamò il fuoco magico, lo
manipolò tra le mani come un pezzo d’argilla, ne fece una sfera di
luce rossa e poi la liberò nell’aria. La palla di fuoco descrisse un
arco preciso e ricadde sul corpo della belva che avvampò, si
dimenò ancora per qualche istante e poi si accasciò sull’erba
continuando a bruciare.
Numeon tornò indietro e vide il ragazzo a pochi metri, gli occhi
che riflettevano il rogo vicino.
- Raccatta le tue cose. É meglio allontanarsi da tutto questo fumo.
Potrebbe essere velenoso… – Il ragazzo annuì e in silenzio seguì
il mago. Insieme aggirarono il luogo dello scontro e ripresero la
via maestra proprio nel momento in cui il sole incominciava a
rischiarare il cielo ad oriente.
Procedettero speditamente per quasi un’ora e nessuno proferì
parola. Dietro di loro, nella distanza, il rigolo di fumo velenoso
che si alzava dalla creatura era ormai indistinguibile. Numeon,
che decideva il passo di marcia, rallentò l’andatura, poi rassicurò

282
il ragazzo. – Nessuno ci insegue, possiamo procedere a passo
regolare… – e aggiunse, – Vedrai che arriveremo in tempo per il
banchetto della regina. – ma dubitava che Aliana, nonostante la
promessa mantenuta, lo avrebbe invitato alla sua tavola.

II

Un messaggero a cavallo avvistò Numeon e il ragazzo a un paio


di leghe dalla città e andò loro incontro. Il mago spiegò all’uomo
le ragioni della sua missione e questi fece subito dietrofront,
dirigendosi verso il palazzo della regina Aliana, per annunciare il
loro imminente arrivo. Quando i due scavalcarono l’ultima
collina, videro in lontananza gli stendardi sopra le mura della
capitale, e una folla che li attendeva nei pressi della porta
principale.
Numeon aveva provato nuovamente a scoprire qualcosa di più sul
giovane, ma non era riuscito ad apprendere più di quello che già
sapeva. Il ragazzo ignorava il motivo per cui la regina era così
interessata a lui. Era solo il figlio di un contadino del nord, con un
unico nome, Symion, e con una storia di pecore, campi coltivati a
grano e feste mondane. La regina e il suo seguito erano giunti
all’inizio dell’estate al villaggio in cui abitava. Aliana aveva
parlato ai suoi genitori in privato e il giorno dopo tutto era stato
deciso; Symion l’avrebbe seguita al castello. Davanti ad una
richiesta tale il ragazzo non avrebbe mai potuto tirarsi indietro,
così, senza fare domande, aveva lasciato il villaggio. Ma anche a
lui sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sulle ragioni che
avevano spinto la regina a visitare la sua casa. Gli era stato
semplicemente detto che era un ragazzo speciale, e che al castello
avrebbe imparato le maniere della gente nobile e l’arte della
spada. Il suo apprendistato era appena incominciato quando gli

283
uomini di Gudran lo avevano rapito. L’unico particolare che
distingueva Symion era un segno sulla pelle, all’altezza della
scapola, una specie di voglia a forma di ancora, ma talmente scura
da assomigliare a un tatuaggio. Numeon l’aveva intravisto il
giorno prima, quando si erano fermati presso un ruscello per
rinfrescarsi. Il ragazzo si era tolto la veste polverosa e al mago
non era sfuggito il piccolo disegno scuro sulla cute.
- Hai chiesto alla regina se il suo interesse per te aveva qualcosa a
che fare con la macchia che porti sulla schiena? – chiese Numeon,
sapendo di avere ormai poco tempo per risolvere quell’enigma.
- Si, l’ho fatto, – rispose il ragazzo – ma lei mi ha assicurato che
non c’entra.
- Qualcosa però deve averti pur detto… – incalzò il mago.
Symion scosse lentamente la testa e non rispose. C’era qualcosa di
strano in quel ragazzo, Numeon l’aveva intuito subito. Di solito i
giovani sono sempre avventati, curiosi, parlano di continuo
oppure si chiudono in un silenzio ribelle. Sono vivaci, testardi,
sfuggenti. Anche lui era stato così. Symeon invece non era niente
di tutto ciò. I suoi sguardi, i suoi gesti, le sue poche parole,
trasmettevano una sensazione di distacco. Non diceva mai più di
quello che era necessario, e poi la paura sembrava essergli aliena.
La vista della salamandra non l’aveva minimamente turbato, e
quando Numeon lo aveva trovato nella cella del covo di Gudran,
era rimasto impassibile. Il mago era ormai certo di una cosa;
nonostante Symeon ignorasse il motivo per cui la regina lo aveva
adottato, quella macchia che portava sulla schiena doveva essere
per forza la chiave. Se fosse riuscito a scoprire il suo significato,
il mistero dietro la presenza di quel ragazzo al castello sarebbe
stato svelato. Ormai era diventata una sfida, come una delle tante
scommesse da taverna che era solito fare con gli avventori.
Una schiera di cavalieri cinturava la folla che attendeva alle porte
della città. Tra i riflessi delle lance e delle armature, Numeon

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riuscì a distinguere la portantina reale, ma non la regina che
sicuramente vi sedeva all’interno, dietro le spesse tende di velluto
cremisi. Un’accoglienza del genere non se l’era aspettata. La parte
più vanitosa di sé si crogiolò all’idea di un’entrata trionfale, ma il
sospetto s’insinuò improvvisamente nella sua mente, richiamato
da un sesto senso nascosto, un amico che più di una volta gli
aveva salvato la pelle. C’era qualcosa di strano in quella
messinscena. Di colpo un formicolio alla nuca, proprio sotto il
cappello, lo avvertì che non poteva fidarsi della regina.
Dalla prima linea di cavalieri si staccarono quattro elementi che
vennero loro incontro. Era un rituale di benvenuto, sicuramente,
eppure qualcosa non tornava. In meno di cinque minuti li
avrebbero raggiunti. Numeon doveva decidere in fretta. Si guardò
intorno. Gli uomini stavano già risalendo la collina. Su entrambi i
lati della via maestra i campi erano coltivati a vitigni, ma a destra
questi si interrompevano laddove incominciava un boschetto di
tigli. Poteva raggiungerlo in meno di un minuto di corsa, e poi
sparire tra la vegetazione, con l’aiuto di un buon incantesimo.
- Caro Symion, mi ha fatto molto piacere conoscerti. Credo che
sia meglio che me ne vada. Non amo molto le manifestazioni di
gratitudine. Sai com’è, mi mettono a disagio… – Il ragazzo lo
guardò perplesso, ma lo stupore gli passò in fretta, come se avesse
capito tutto.
- Beh, grazie mille. Spero di poterla rivedere, un giorno.
- Certo ragazzo. Porta i miei saluti alla regina, e fai attenzione.
Potrei non esserci la prossima volta che ti cacci nei guai. – Poi si
calzò meglio il cappello in testa e prese a correre per il campo di
viti. Non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che i quattro
cavalieri erano scattati al galoppo. Raggiunse il boschetto e si
fermò un attimo per riprendere fiato. Riuscì nella distanza ad
intravedere una certa agitazione intorno alla portantina della
regina. Numeon sorrise, poi guardò in direzione dei cavalieri.

285
Stavano per raggiungere il ragazzo. Troppo lenti…
Il mago iniziò a risalire la collina attraverso un sentiero.
Pronunciò un incantesimo che lo nascose anche alla vista degli
animali del bosco. La promessa era stata mantenuta, ma lui e la
regina non erano pari. Lei gli doveva ancora molte spiegazioni.

III

Oltrepassare di nascosto le porte della capitale durante la notte era


sempre stato un gioco da ragazzi. Numeon ne aveva avuti in
passato di motivi per non farsi sorprendere dalle guardie reali, ma
con l’aiuto delle tenebre e di un buon incantesimo, nessuna
sentinella avrebbe mai potuto scorgerlo, almeno fino a quella
notte. La regina aveva ordinato di triplicare gli uomini alle porte e
il consiglio cittadino aveva subito avallato la procedura. Erano
diventate rare le occasioni in cui i venti consiglieri si opponevano
alle richieste di Aliana. Quella sera, neanche un calabrone sarebbe
potuto entrare in città senza essere notato, un bel problema per il
mago che non vedeva l’ora di trovarsi faccia a faccia con donna
che lo aveva ingannato.
Era rimasto nascosto per tutto il giorno sulla chioma di un albero,
ad osservare tranquillamente i cavalieri sguinzagliati dalla regina,
che si aggiravano confusi nei pressi del boschetto in cui il mago
era svanito. L’incantesimo lo aveva nascosto alla loro vista, ma i
soldati avevano continuato a cercarlo per tutto il pomeriggio,
imprecando sagacemente contro di lui ma anche contro la prima
cittadina. Numeon si era dovuto più volte trattenere dal ridere. Se
Aliana avesse saputo che cosa pensavano i suoi fedeli cavalieri
del suo bel didietro, sarebbe corsa ad infilare la testa dentro la
serra del castello, proprio come uno struzzo.
Prima del tramonto un uomo a cavallo aveva raggiunto il

286
boschetto e richiamato la pattuglia in esplorazione, menzionando
anche le ultime disposizioni ordinate dal consiglio cittadino sul
controllo delle porte della città. Gli uomini avevano fatto ritorno
alla capitale e Numeon era finalmente sceso dal suo nascondiglio
per raggiungere i margini del bosco. Gli era bastato un sguardo
per rendersi conto della situazione; se voleva entrare in città,
doveva trovare un’altra via. E quella via esisteva, anche se dal
punto di vista economico non era certo la strada più conveniente.
Si mosse veloce attraverso la collina, un’ombra tra le ombre sotto
il cielo limpido, sul quale splendeva una falce sottilissima di luna.
In fondo alla valle riuscì a scorgere le luci di una fattoria. Vi era
un recinto con dei cavalli ed una stalla, e mentre vi passava vicino
fece attenzione a non disturbare gli animali. Un nitrito avrebbe
attirato l’attenzione, e le porte della città non erano molto distanti
da lì. Conquistò il portico della casa del fattore, l’unico edificio
illuminato della zona, si sistemò meglio il cappello in testa, bussò
piano e attese. La notte era tiepida, ma il calore del fuoco e
magari un buon bicchiere di vino non avrebbero certo guastato.
- Chi diavolo è a quest’ora? – domandò una voce grossa, con un
forte accento del sud.
- Mastro Jarod? Apri, sono io…
- Che mi venga un colpo – disse il fattore, armeggiando con il
catenaccio. La porta si aprì e la luce di una lanterna si accese in
faccia al mago. – Numeon, lo stregone pistolero! Dammi un buon
motivo per il quale non dovrei subito andare a chiamare le
guardie? – chiese l’uomo, scostandosi dall’uscio per fare entrare il
suo ospite. La casa di Jarod era composta da una grande stanza
centrale nella quale ardeva un allegro fuoco. Una porticina su un
angolo dava sulla dispensa, mentre al piano di sopra c’erano le
camere da letto. Sotto invece c’era la cantina.
- Ho bisogno del tuo aiuto. – Numeon andò subito al sodo. Si
sedette al tavolo di quercia in mezzo alla stanza e indicò la brocca

287
che stava al centro. – Posso? – chiese.
- Certo, ti porto una tazza… – rispose Jarod, muovendosi verso
una madia piena di stoviglie. – Ecco qua – e gli porse la coppa. Il
mago la riempì di vino fino all’orlo e la svuotò in due grandi
sorsi, poi se ne riempì un’altra.
- Il tuo vino è il migliore del paese, lo sai vero?
- Si, me lo hai detto più di una volta, ma non ti servirà a tirare sul
prezzo. Hai bisogno di un passaggio, non è vero? – il contadino
aveva intuito fin da subito il motivo di quella visita inattesa.
- Jarod, non posso pagarti adesso. Devi fidarti di me e farmi
entrare nella città.
- Fidarmi di te? Questa è buona!
- È una questione importante!
- Non ne dubito, pistolero, ma gli affari sono affari…
- Domani mattina sono qua a saldare il debito, a costo di
vendermi il cappello!
Era un cappello magico, anche se nessuno sapeva come
funzionasse, e in effetti poteva valere molte corone d’oro.
Numeon lo aveva vinto a dadi da un viaggiatore ubriaco, che poi
gli si era rivoltato contro con degli incantesimi che nessuno aveva
mai visto da quelle parti. La taverna era letteralmente esplosa, ma
Numeon era stato abile ad estrarre il suo moschetto, mirarlo alla
testa dell’uomo e fare fuoco. Era successo tre anni prima, e da
quel giorno Numeon non si era mai separato da quel cappello.
Neanche lui sapeva come farlo funzionare, però diceva che gli
portava fortuna, e a lui questo bastava.
- Mi hai dato un’idea – propose il contadino. – Perché non mi
lasci il cappello in pegno. Domattina torni a riprenderlo, che ne
dici?
- No, mai! – replicò secco il mago, scattando in piedi.
- Abbassa la voce. Mia moglie e i bimbi dormono al piano di
sopra… – spiegò Jarod, indicando con un dito il soffitto.

288
- Scusami, ma no, non posso lasciarti il cappello. È il mio
portafortuna…
- Allora mi dispiace, niente passaggio. – E detto ciò, ripose la
brocca di vino su uno scaffale e si avviò verso la porta. – Dovrai
trovare un altro modo per entrare in città.
- Va bene – disse Numeon accigliato. – Maledetto te…
- Ottimo allora… vogliamo andare? – chiese mastro Jarod,
aprendo la porta di casa e facendo strada. Numeon si alzò dal
tavolo e lo seguì sul retro dell’abitazione. Non era la prima volta
che usava il tunnel di Jarod. Il contadino se ne serviva per
contrabbandare in città i suoi distillati. Il consiglio, pressato dalla
regina, aveva infatti proibito qualsiasi bevanda più forte della
birra e del vino, per evitare risse ed incidenti nelle taverne e per le
strade della capitale. Ma il mercato del brandy di contrabbando
era un affare molto redditizio e Jarod vi ci si era buttato a
capofitto, investendo nella costruzione di un tunnel che dalla sua
cantina raggiungeva quella di una vecchia bettola di periferia, il
Corvo Stridulo, passando naturalmente sotto le mura della città.
Le casse di brandy venivano messe in una carriola appesa ad una
corda, e grazie ad un sistema di cuscinetti e carrucole, veniva
tirata da una parte e dall’altra.
- Attento a dove metti i piedi – avvertì il fattore che precedeva
Numeon attraverso una stretta rampa di scalini che scendevano
verso una massiccia porta di legno. Jarod chiese al suo ospite di
tenere la lanterna ed estrasse una grossa chiave da sotto il
grembiule che aveva indosso. Girò tre mandate ed entrarono in un
ampio locale tappezzato di piastrelle di terracotta. Era un
ambiente decisamente ben tenuto, che stonava con il resto della
fattoria. Quello era il luogo in cui Jarod preparava i suoi distillati
e portava avanti i suoi affari. La stanza era occupata da botti e da
strumenti sconosciuti a Numeon. D’altra parte al mago interessava
più il prodotto finito che il processo di estrazione del liquore.

289
- Com’è venuto quest’anno? – chiese, indicando una botte di
rovere.
- Assaggia tu stesso – rispose Jarod, aprendo il piccolo rubinetto
in fondo al contenitore. Versò appena un dito di liquore dorato
dentro un piccolo bicchiere di cristallo, e lo porse al suo ospite.
Numeon lo bevve d’un fiato e strizzò gli occhi.
- Meraviglioso! – esclamò
- Non ne trovi migliori di questo, neanche nelle terre di confine –
puntualizzò il contadino.
- Ci credo… – Poi entrambi si diressero dalla parte opposta della
cantina, laddove si apriva uno stretto passaggio ad arco che
sprofondava nelle tenebre. Oltre quello la luce della lanterna
illuminò un locale più piccolo, di appena tre metri di lato. Alle
pareti non c’erano piastrelle ma solo terra battuta, ed un cunicolo
di appena un metro di diametro si perdeva nel buio più fitto.
- Devo richiamare la carriola, – spiegò Jarod. Avvicinò un
bastoncino allo stoppino della lanterna e lo inserì nel pertugio di
una specie di scatola di metallo, poi azionò la leva di quello
strano marchingegno. Si udì una vampata e un cigolio. La fune
che si perdeva dentro al tunnel e alla quale era attaccata la carriola
incominciò a scorrere da sola.
- Cos’è quello? – domandò il mago.
- Beh, tirare avanti e indietro questo arnese mi stava spezzando la
schiena, così ho fatto progettare da un amico questa macchina.
Funziona ad olio, proprio come le lanterne. Sono secoli che i nani
usano questa tecnologia, ma sono molto gelosi delle loro cose,
almeno che tu non li sappia convincere… – spiegò Jarod
sorridendo. Numeon immaginò che quell’aggeggio dovesse essere
costato un occhio della testa, ma Jarod non badava a spese per la
sua piccola impresa.
Dopo una decina di minuti la carriola apparve. Il viaggio non era
certo dei più comodi, ma Numeon non aveva alternative. S’infilò

290
dentro e attese di essere trascinato nelle viscere della terra, fin
sotto le mura della capitale.
- Cosa aspetti allora? – chiese il mago con noncuranza. Jarod
sorrise ed indicò il cappello che stava ancora sulla testa del mago.
- Oh, già… scusami, – esclamò Numeon, sfilandosi il suo
portafortuna e porgendolo al contadino. Si sentì improvvisamente
denudato di qualcosa. Forse era proprio quello il potere nascosto
dell’oggetto. Era davvero un potente amuleto portafortuna. Una
strana sensazione lo afferrò all’altezza dello stomaco. Non doveva
andare, non senza il cappello.
Combattuto da un terribile senso di indecisione, Numeon non si
accorse che Jarod aveva azionato nuovamente la leva. – Buon
viaggio allora, – si sentì dire.
- Aspetta… – provò a replicare il mago, ma era troppo tardi. La
carriola si stava già muovendo dentro le viscere della terra.

IV

Dall’altra parte del tunnel Numeon trovò il garzone dell’osteria,


per niente sorpreso della sua apparizione. Era poco più di un
bambino, vestito di stracci e decisamente poco pulito. Il suo
compito era quella di stare di guardia al cunicolo sotterraneo e
alla porta dalla quale si accedeva alla cantina del Corvo Stridulo.
Il mago udì distintamente il vocio degli avventori al piano di
sopra, che a quell’ora dovevano aver abbondantemente occupato
tutti i tavoli della taverna.
- Buonasera signore, Lion è qui per servirla – dichiarò il ragazzo,
mettendo mano al mazzo di chiavi che aveva legato alla cintura.
Mentre armeggiava col chiavistello della porta, continuò – Se al
signore serve qualche cosa di particolare; un posto per la notte,
una bottiglia di Yoka, o magari un po’ di compagnia…

291
- Grazie, sono a posto – tagliò corto Numeon, ed infilò la porta
appena questa si aprì, raggiunse la scala che portava al piano di
sopra e si confuse con la gente che ordinava da bere. L’aria
pesante da taverna gli riempì i polmoni e lo fece sentire subito più
tranquillo, anche senza il suo cappello. Quell’aria l’aveva respirata
fin dal giorno in cui aveva smesso di farsi la pipì addosso. Suo
padre era stato un cercatore d’oro, aveva viaggiato molto ma non
aveva avuto fortuna. Con le poche pepite racimolate in anni di
ricerca, aveva deciso di fermarsi e mettere su famiglia. Aveva
comprato una taverna e aveva fatto l’oste fino alla fine dei suoi
giorni, che non furono neanche tanti. Pace all’anima sua, pensò
Numeon. Comunque lui c’era nato dentro quella taverna, e ogni
volta che si sentiva circondato dal profumo dello stufato che
veniva dalle cucine, mischiato all’odore delle botti di birra e del
tabacco da pipa, gli pareva di essere a casa. Una voce nella testa
gli disse di restare, di ordinare una birra, di mettersi comodo, di
non immischiarsi negli affari di palazzo. In fondo che cosa
c’aveva da guadagnare lui. Il mistero del ragazzo aveva
probabilmente a che vedere con le questioni di sangue della
famiglia reale. Forse era un figlio bastardo del vecchio re, e di
conseguenza fratellastro della regina. Ci aveva già pensato a
questa eventualità, però qualcosa gli diceva che c’era di più. Ma
non era stata questa la scintilla che lo aveva spinto ad entrare
nella capitale di soppiatto, la notte in cui l’intera guardia reale gli
stava dando la caccia. La questione del ragazzo era qualcosa di
secondario ormai. Numeon non sopportava l’affronto di Aliana.
Lo aveva usato per recuperare il ragazzo, ben sapendo che non
esistevano in città maghi più esperti di lui, e poi aveva
sguinzagliato i suoi cavalieri per riportarlo nelle celle del castello.
Lui aveva rispettato i patti mentre lei lo aveva ingannato, e questo
a Numeon non andava giù. Chi si credeva di essere quella
ragazzina, pensava mentre si faceva largo tra i commensali. No,

292
avrebbe chiuso la questione quella notte, era ormai diventata una
scommessa con se stesso.
A malincuore si lasciò la taverna alle spalle. Cercò di calzarsi il
cappello per evitare che il vento che si era alzato glielo portasse
via, ma si accorse a malincuore di non avercelo più. Guardò in
alto e annusò il vento che nel frattempo aveva portato le nubi del
nord. Quella notte una tempesta si sarebbe abbattuta sulla
capitale, la poteva sentire nell’aria. Si diresse deciso verso la
biblioteca, che a quell’ora era già chiusa, ma quello sarebbe stato
l’ultimo dei suoi problemi. Entrare e uscire dai luoghi chiusi era
una delle sue specialità. Facendo attenzione a non essere notato,
scavalcò il cancello del giardino della scuola di magia, la stessa
dove sia lui che Aliana avevano ricevuto i diplomi di divinatori, e
attraversò con ampie falcate il viale alberato che divideva in due
la struttura; da una parte vi era la scuola, un largo edificio con una
torre centrale, dall’altra la grande biblioteca cittadina, una
massiccia struttura in pietra edificata almeno un secolo prima
della scuola. Le sue finestre erano basse e prive di inferriate.
Grazie a un semplice incantesimo fece girare la maniglia di una
vetrata e con un salto penetrò all’interno dell’edifico. Adesso però
veniva la parte più difficile. Non erano i libri che occupavano gli
scaffali del piano terra e di quelli superiori che destavano il suo
interesse. Si trattava perlopiù di testi di scuola, scienze
divinatorie, storia delle pratiche occulte e così via. I tomi antichi,
quelli in cui dormivano i segreti dell’antico impero, erano nascosti
al piano inferiore, nei sotterranei della biblioteca. C’era stato
soltanto una volta, per concessione di un vecchio professore che
lo aveva preso in simpatia. La porta per accedervi era una larga
pietra circolare che per traslare di lato aveva bisogno delle giuste
parole. Non un semplice incantesimo che probabilmente Numeon
avrebbe saputo aggirare, ma un codice segreto decretato dalla
regina. Il mago credeva di sapere quale erano le parole. Tutta la

293
missione che si era prefissato dipendeva da quell’intuizione. Se
esisteva una risposta al mistero del ragazzo, doveva per forza
trovarsi nei sotterranei della biblioteca.
Trovò facilmente le scale che scendevano al livello inferiore.
L’ultima volta che era entrato in quell’edifico era poco più di un
ragazzo, ma poteva contare su una memoria visiva eccezionale.
Fino alla rampa era riuscito a vedere grazie alla luce dei lampioni
della strada che entravano dalle finestre dell’edificio, ma oltre i
primi gradini le tenebre diventavano quasi solide. Numeon
accarezzò delicatamente la canna del suo moschetto, sussurrando
qualche parola. Il nero ferro dell’arma incominciò ad emanare un
lieve chiarore che dissipò le ombre. Velocemente il mago scese la
rampa e procedette deciso lungo un ampio corridoio alla fine del
quale si trovava l’accesso alle biblioteca segreta.
L’ora della verità, pensò sorridendo. Con la mano cercò la falda
del cappello, un gesto portafortuna, ma rimase nuovamente
ingannato. “O tutto o niente” si disse a bassa voce, poi enunciò le
parole segrete che aveva pensato: “Ailes Ihao Tairnan”. La
Lingua Morta, quella che di solito veniva usata per codici e
formule segrete, non era mai stata il suo forte. Sperava che la
pronuncia fosse quella giusta. Il significato di quelle parole era
invece fin troppo chiaro “L’antico sangue scorre”.
Non successe nulla. Numeon provò alcune varianti della frase,
invertendo l’ordine delle parole, ma niente fece muovere la grossa
pietra. La frase apparteneva alla famiglia di Aliana da secoli.
Discendeva direttamente da una delle due grandi dinastie
dell’Impero, la famiglia Senyan. Ai nobili piaceva ricordare i
vecchi tempi, i fasti dei grandi palazzi reali e i costosi ornamenti
dei templi dedicati agli dei, mentre la memoria della sofferenza
inferta ai più deboli andava col tempo svanendo. La parola di
quelle generazioni che avevano vissuto di persona le violenze dei
vecchi governanti, si era indebolita nei cuori dei loro discendenti.

294
Il popolo rincominciava a cantare le gesta dei grandi eroi del
passato, Eonosse dall’elmo dorato, che usava cavalcare in testa al
grande esercito che con la forza sottomise tutte le province,
l’altissima sacerdotessa Cleati, vestita di perle e lamine argentate,
chiamata anche la “Bocca degli Dei”, il principe Audar, bello
come il sole e forte come un cavallo. Ma la verità era ben diversa
da come la presentavano i menestrelli di taverna. Per secoli le due
famiglie reali avevano schiacciato il popolo con le tasse e con la
forza, solo per soddisfare i loro meschini bisogni. Certo, si
cantavano anche le gesta di Sanildor il rivoluzionario, colui che
iniziò la rivolta contro le due famiglie, grazie soprattutto a quella
parte dei Senyan che stava col popolo e voleva cambiare le cose.
Senza l’aiuto del trisnonno di Aliana, Womil Assarris, Sanildor ed
i suoi non sarebbero mai riusciti a dare scacco alle due famiglie
reali. Fu così che la famiglia di Aliana andò al potere, un ruolo
più di facciata che altro. Il sistema si confece alle necessità del
popolo. Fu istituito un governo composto da venti consiglieri
eletti dalle gente, e il ruolo della famiglia regnante divenne
marginale. Le province riunite sotto l’impero tornarono ad
autogestirsi come avevano fatto per secoli prima che le due
famiglie reali le conquistassero. Ci furono delle scaramucce, ma il
popolo incominciò a vivere molto più dignitosamente. Malgrado
ciò, già dopo un paio di generazioni, il potere della famiglia
Assarris crebbe. I consiglieri del mandato di re Ilfor, padre di
Aliana, pendevano tutti dalle sue labbra. Ilfor era un uomo fiero,
ma non cattivo. La gente lo amava e gli avrebbe concesso tutto,
ma lui non si fece corrompere da tali adulazioni. Però le cose
potevano sempre degenerare, e la giovane Aliana non sembrava
avere la stessa forza del padre. Prima o poi il popolo, lo stesso che
aveva sofferto sotto il piede dei nobili dell’impero, avrebbe
riconsegnato il potere sovrano nelle mani di un’unica persona.
Numeon pensò a tutte queste cose, nella disperata ricerca di una

295
formula che potesse aprire quella porta. Provò svariati codici ma
niente sembrò funzionare. Era stato avventato e anche un poco
ingenuo. Aveva rischiato la libertà per nulla, e adesso doveva
anche un monte di soldi a mastro Jarod. E tutto a causa di un
ragazzo che nascondeva qualche mistero… il ragazzo, ma certo…
“Itarcya Winae”, disse sottovoce; “Il Segno dell’Ancora”. La
pietra si mosse senza produrre alcun rumore. L’aria viziata della
biblioteca segreta investì il mago che arricciò il naso. Numeon si
mosse veloce alla ricerca di ciò che voleva, i simboli delle due
grandi casate. La stanza era un semplice allargamento del
corridoio, le cui pareti erano ricoperte di libri, protetti dentro
scaffalature in noce munite di ante a vetri. Aiutandosi con la luce
magica che brillava freddamente sulla canna del suo fucile,
Numeon scorse velocemente i titoli dei tomi, fino a fermarsi poco
oltre la metà del loculo. “Eccolo”, sibilò. Poi aprì lo sportello
della libreria ed afferrò un grosso volume con una copertina
chiara. Lesse con avidità le prime pagine, poi andò avanti,
cercando con destrezza, come solo un mago sapeva fare. Metà
della sua vita l’aveva passata nelle taverne, ma l’altra metà era
rimasto piegato sui libri. Un sorriso gli si aprì come un taglio
sulla faccia. “Allora è questo che cerchi, bambina…” sussurrò,
riferendosi ovviamente alla regina.
Poi udì dei rumori distinti che venivano da sopra e con un gesto
spense la luce, sprofondando in un’oscurità solida.

- Chi va là? – chiese una voce da oltre la porta. Numeon


intravedeva la luce di una lanterna e l’ombra indistinta che la
reggeva. La sua mente lavorava alla massima velocità, ma le sue
membra rimanevano immobili, il libro tra le mani, il respiro

296
sospeso.
- Chiunque vi sia, dovrà fare i conti con la guardia reale… – disse
la voce, e subito dopo pronunciò al contrario le parole segrete che
avevano aperto l’accesso alla biblioteca sotterranea. La pietra si
mosse nascondendo lentamente l’ombra con la lanterna in mano.
Numeon lasciò cadere il libro e si precipitò verso l’uscita,
infilandosi con un salto disperato tra la pietra rotante e lo stipite
della porta. Con una spallata fece perdere l’equilibrio al guardiano
che cadde imprecando sul duro pavimento. La lanterna andò in
frantumi ma fortunatamente lo stoppino si spense prima di
incendiare l’olio che si era sparso per terra. Nelle tenebre del
corridoio, Numeon allungò la mano sul volto del guardiano,
mosse impercettibilmente le labbra e compose un incantesimo.
L’uomo provò a reclamare, ma l’effetto della magia lo fece
crollare da una parte e sprofondare in un sonno incantato.
Numeon adesso aveva i minuti contati. In meno di un’ora l’uomo
si sarebbe svegliato e avrebbe dato l’allarme, ma un’ora forse
sarebbe bastata a fare quello che si era prefissato. Uscì dalla
biblioteca e oltrepassò il vialone alberato dal quale era
sopraggiunto. Agile come un felino, scavalcò il cancello e
imboccò la strada per il palazzo reale. Non si mise a correre per
non attirare l’attenzione, usò vie secondarie tenendo sempre la
testa e le mani basse. Il moschetto era ben nascosto sotto il
mantello. Quindici minuti più tardi aveva raggiunto l’entrata del
parco che circondava il castello della regina. Un altro cancello,
ancora più alto di quello della biblioteca. Il mago dovette
attingere alle sue conoscenze magiche per oltrepassarlo senza fare
rumore, ed evitare di rimanere infilzato sulle sue punte. Il parco
era un giardino botanico che vantava almeno duecento specie di
piante. Era il vanto della famiglia reale e dei cittadini della
capitale. Numeon sgusciò sotto le fronde di un albero dalle
enormi foglie, per poi retrocedere tempestivamente davanti ad

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una Lindoria, una pianta carnivora capace di divorare un uomo in
meno di dieci minuti. Non si fece prendere dal panico e continuò
nella direzione in cui pensava si trovasse il castello. La
vegetazione occultava la vista, e le tenebre erano quasi solide, ma
Numeon aveva sempre avuto un ottimo senso dell’orientamento.
Finalmente scorse le luci delle torce che bruciavano appese ai lati
del ponte levatoio. La notte il ponte rimaneva sempre chiuso ed
era così che si trovava anche in quell’occasione. Un altro
problema da risolvere, pensò Numeon, ma non si lasciò
scoraggiare. Il palazzo era circondato da un profondo fossato e
non sembrava avere altri accessi, ma Numeon sospettava che ci
fossero delle grate per ventilare i sotterranei, o almeno lo sperava.
Vi erano due guardie che facevano la ronda attorno al castello. Il
mago raggiunse il bordo del fossato nel momento in cui una delle
due uscì dalla sua visuale, mentre l’altra doveva ancora svoltare
l’angolo. Una manciata di secondi appena gli furono sufficienti a
conquistare la posizione che voleva. Scivolò silenziosamente
nell’acqua, che gli arrivava poco sopra il petto, ed iniziò a guadare
il canale. L’odore nauseabondo dell’acqua stagnante mischiata
agli scarichi dei pitali era a dir poco insopportabile, ma Numoen
si era trovato in situazioni peggiori di quella. Per evitare che
l’acqua inceppasse il moschetto, teneva la sua arma sopra la testa.
Le guardie non potevano vederlo perché il fossato era ammantato
di ombre. Dall’altro lato vi era una banchina larga meno di un
metro che girava intorno all’edificio. Numeon iniziò a percorrerla
facendo attenzione a non farsi scoprire.
Trovò subito ciò che cercava, un cancello di ferro chiuso da un
pesante lucchetto. Afferrò con entrambe le mani il catenaccio
arrotolato intorno all’inferriata, chiuse gli occhi e sussurrò
qualche parola. Nei suoi palmi sentì il metallo cedere con uno
schiocco. Rapidamente, ma sempre senza far rumore, oltrepassò il
cancello imboccando l’oscuro corridoio dei sotterranei del

298
palazzo. Preferì avanzare al buio che rischiare di accendere una
luce incantata. Intuì dall’intenso odore di formaggi stagionati, che
doveva trovarsi vicino alle dispense del castello. Il corridoio
terminava davanti ad una porta di legno da sotto la quale
proveniva un filo di luce. Numeon accostò l’orecchio alla porta
ma non percepì alcun suono. Con cautela girò la maniglia ed entrò
in un ampia stanza, illuminata fiocamente da una torcia appesa a
una parete. Era in effetti la dispensa del castello. Sacchi di iuta
ricolmi di noci e castagne, botti di vino e di birra, salumi e
prosciutti appesi al soffitto e un’ampia scaffalatura occupata da
svariate forme di formaggi. A Numeon venne l’acquolina in
bocca.
Nella tenue luminescenza il mago riuscì a muoversi più
velocemente. Imboccò una rampa di scale che saliva al piano di
sopra, percorrendo gli scalini con la delicatezza di un gatto.
Conosceva solo una parte del palazzo, quella riserbata alle
prigioni, e il percorso che aveva fatto in compagnia delle guardie
quando lo avevano portato al cospetto della regina. Il castello era
una costruzione massiccia, la più grande di tutta la città. Al tempo
dell’impero l-intero edificio era di proprietà della famiglia reale,
ma adesso i primi due piani erano al servizio degli enti cittadini.
Solo il terzo ed ultimo piano era riserbato alla famiglia reggente,
ed era lassù che si trovavano gli appartamenti di Aliana e dove,
presumibilmente, si trovava la camera da letto del ragazzo.
Raggiunse le cucine e proseguì sicuro oltre un corridoio che
immetteva nella mensa delle guardie. La trovò vuota, ma sentì dei
rumori provenire da oltre una porta. Intuiva che durante la notte
almeno una decina di guardie rimanessero regolarmente dentro al
castello, ma dopo l’incursione dei briganti, la regina doveva aver
come minimo raddoppiato quel numero.
Aveva un piano, e come tutti i piani non era esente da rischi.
Volutamente ribaltò una delle sedie della mensa, che cadendo sul

299
pavimento piastrellato provocò un tonfo secco che rimbombò
nella stanza. Numeon si appiattì dietro un armadio pieno di
stoviglie, mentre il chiacchierio delle guardie si interrompeva. La
porta venne aperta e due figure fecero il loro ingresso nella
mensa.
- Chi va là? – chiese una di queste. Numeon attese paziente che i
due si chiudessero la porta alle spalle.
- Forse era un gatto… – suggerì l’altra guardia.
- Meglio andare a vedere nelle cucine… – Poi i due chiusero la
porta e attraversarono la sala. Numeon, appena li ebbe entrambi
nella sua visuale, lanciò loro un incantesimo di sonno, l’ultimo
che gli era rimasto. I suoi poteri, come quelli di ogni mago, erano
limitati.
I corpi dei due uomini si afflosciarono al suolo come delle vesti
vuote. Subito il mago li trascinò fuori dalla mensa, oltre il
corridoio fino alle cucine. Qui si sfilò gli indumenti ancora
bagnati ed indossò quelli della guardia che calzavano meglio. Poi,
concentrandosi sul volto dormiente dell’uomo, prese le sue
sembianze. Era un incantesimo complesso che poteva avere anche
alcune fastidiose ripercussioni. Una volta si era slogato
malamente la mascella e ci era voluto un mese perché il dolore se
ne andasse.
Grazie a quel travestimento, uscì dalla mensa e si trovò nell’atrio
del castello, quello dove si trovava la rampa di scale che portava
ai piani superiori. Due guardie gli andarono incontro.
- Ehi Audar, dove è andato Uilair?
- Doveva svuotare la vescica – rispose prontamente il mago,
intuendo che Uilair doveva essere il nome di una delle due
guardie che adesso dormivano beatamente nelle cucine.
Numeon attese che i due si dileguassero in un corridoio laterale
ed imboccò la scalinata che portava al piano di sopra. Anche se
travestito da guardia, salì lentamente ed in silenzio per evitare di

300
dare nell’occhio. Due soldati di ronda al piano superiore
passarono vicino alla rampa ma non lo scorsero. Il mago
conquistò la seconda scalinata e si avviò verso gli appartamenti
della regina. Un piccolo manipolo di uomini sostava sul
pianerottolo del secondo piano, di guardia agli appartamenti reali.
Cinque uomini in totale, tre dei quali giocavano a carte attorno a
un tavolino, mentre gli altri due montavano rigorosamente la
guardia ai lati della porta che immetteva nel salone delle udienze.
Un soldato con i gradi di capitano si girò verso l’uomo che saliva
le scale.
- Audar, c’è qualcosa che non va? – chiese, lasciando le sue carte
coperte sul tavolo.
- Sto cercando Uilair, il mio compagno di ronda. Mi ha detto che
andava alle latrine ma non riesco più a trovarlo. Pensavo fosse
qui… – Rispose Numeon, coprendo con passi lenti e precisi la
distanza tra lui e il tavolino.
- No, qui non si è visto – disse il capitano con un’alzata di spalle.
Poi riafferrò le carte e tornò a giocare, o almeno quella fu la sua
intenzione. Le sue membra si tesero appena sentì il freddo metallo
del moschetto di Numeon toccargli la nuca. Il mago lo aveva
estratto da sotto la divisa così rapidamente che nessuna delle
guardie ebbe il tempo di reagire.
- Dite solo una parola e faccio esplodere la testa del vostro
capitano – sibilò tra i denti il mago. Un silenzio carico di tensione
nelle sale del castello. Numeon sentì una goccia di sudore colargli
da una tempia. “In che guaio mi sono cacciato”, si sorprese a
pensare, poi tornò a concentrarsi sui volti delle guardie, sulla
porta che dava accesso alle stanze di Aliana e sul grilletto del
moschetto su cui era appoggiato il suo indice. Queste furono le
ultime tre cose che riuscì a ricordare al suo risveglio, perché il
colpo alla testa che lo sorprese da dietro e lo fece stramazzare al
suolo non riuscì proprio a sentirlo.

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Fuori intanto un tuono annunciò l’arrivo della tempesta.

VI

Numeon si svegliò il giorno dopo nella sua cella, quella adatta ai


maghi, con le pietre venate d’argento magico per impedire ai
prigionieri di usare incantesimi. Era la stessa che aveva lasciato
qualche giorno prima e che sperava vivamente di non rivedere
più. Nel momento in cui aveva perso i sensi, l’incantesimo di
metamorfosi aveva smesso di fare effetto e il mago aveva ripreso
le sue vere sembianze. La testa di Numeon pulsava di un dolore
acuto. Si toccò la nuca e sentì sulle dita il rilievo del sangue
raggrumato. Che stupido che era stato, pensò mentre i ricordi
della sera prima gli tornavano in mente. Era tornato al punto di
partenza, ma questa volta poteva benissimo passarci il resto della
vita in quel buco, o chissà, forse la regina aveva qualcos’altro in
mente per lui. La pena di morte era stata abolita con la caduta
dell’impero, ma visto come andavano le cose potevano sempre
ripristinarla. Cercò di non pensarci, anche perché non giovava
certo al suo mal di testa. Si rannicchiò nell’angolo dove un
mucchio di paglia gli faceva da giaciglio e attese in silenzio che
qualcuno lo venisse a trovare.
Il clangore del metallo sul metallo lo ridestò da un sogno inquieto.
Non volente, si era riaddormentato, e una guardia era venuta a
svegliarlo battendo con fragore l’elsa della sua spada sulle sbarre
della prigione.
- Prigioniero, alzati e sii pronto ad eseguire l’inchino. La regina è
qui per vederti – annunciò l’uomo. Il mago alzò la testa ma rimase
immobile. Un attimo dopo Aliana apparve, piccola ma fiera, nella
sua veste regale color cremisi. Erano il portamento e lo sguardo
che la identificavano indubbiamente come una regina, e Numeon

302
quando la vide non poté fare a meno di riconoscerlo. Alcune
persone nascono per ripiegare ruoli importanti, ma il potere
bisogna saperlo controllare, che tu sia un guerriero dai muscoli
d’acciaio, un pericoloso divinatore o un discendente di una
famiglia importante. In quel momento Numeon non lesse negli
occhi di Aliana il desiderio di saper controllare la grande
influenza che aveva sugli uomini. Lesse invece una cosa che non
gli piacque per nulla; bramosia di potere.
La regina chiese alla guarda di lasciarla da sola con il prigioniero
e rapida ubbidì. Numeon rimaneva a sedere sul pagliericcio, la
schiena poggiata alla parete della cella e il volto rivolto verso il
muro di fronte. Aliana poteva notare un leggero sorriso
dipingergli la faccia.
- Hai poco da sorridere, mago – disse lei con voce asciutta.
- Sei sempre stata una bambina viziata… – rispose lui, e non ebbe
bisogno di guardarla per sapere che la sua faccia si era colorata di
rosso.
- Sei fortunato che non ci sia più un boia in città, ma non illuderti.
Potrebbe sempre tornare…
- Il ragazzo… è un discendente dei Lanred, vero?
La famiglia Lanred era stata la prima dinastia dell’Impero, mentre
la famiglia Senyan, dalla quale discendeva anche Aliana, era stata
la seconda in ordine di importanza. Insieme avevano per secoli
governato sul continente, con la forza della spada, della magia e
del sangue. Era stato soprattutto questo terzo elemento il segreto
del loro incontrastato predominio. Attraverso i secoli la gente
aveva incominciato a credere che nelle due famiglie scorresse il
sangue degli dei. Questa credenza persisteva ancora, ed era
proprio grazie a questa che Aliana avrebbe, insieme al
discendente dei Lanred, riunito tutte le province del continente in
un nuovo grande impero. Questa era la ragione del suo interesse
per il giovane Symion.

303
- Il ragazzo è solo un ragazzo – rispose cripticamente Aliana.
- Ha il simbolo dell’ancora sulla scapola, il segno di
riconoscimento della dinastia, come voi Senyan avete il cerchio
all’altezza del cuore. Io non so se siano stati davvero gli dei a
farvi quei segni, ma so che grazie a questa leggenda le vostre due
famiglie hanno ridotto in schiavitù intere popolazioni. Forse quei
segni ve li siete fatti da soli, o forse gli dei hanno gusti strani. A
me non importa sapere l’origine del vostro sangue, a me preme
soltanto la libertà del popolo.
- Ah, il mago dal cuore nobile – lo schernì di rimando la regina. –
Da quando in qua Numeon il pistolero ha a cuore gli interessi del
popolo? Ti sei trasformato in un rivoluzionario da un giorno a un
altro? Aspiri forse a diventare un secondo Sanildor? Beh, mi
dispiace deludere le tue aspirazioni, ma credo che per i prossimi
vent’anni te ne starai buono in questa cella. E poi che cosa credi
di sapere tu del popolo. Il popolo vive solo per sentirsi raccontare
le gesta dei grandi eroi. È questo quello che vuole il popolo; idoli
da venerare, una nobiltà nella quale potersi immedesimare, parate,
tornei, feste. Il popolo vuole essere intrattenuto, non gli interessa
altro. Non ti sei accorto che il malcontento affligge ormai ogni
comare della città, che gli uomini trovano sollievo solo nei
boccali di birra e nelle caraffe di vino? La gente esige nuove
leggende, nuove conquiste e grandi uomini nei quali riporre la
loro fede…
Aliana andò avanti nel suo monologo per un tempo che Numeon
non riuscì a definire. Lui aveva smesso di ascoltarla. Rimase
immobile nella sua cella con un sorriso di scherno stampato sul
volto. Pensava a come uscire, al suo cappello che adesso si
trovava nella fattoria di mastro Jarod, al cavallo che avrebbe
rubato per raggiungere le coste orientali del continente, e al
vascello che lo averebbe portato lontano, su un’isola tropicale che
un vecchio pirata gli aveva descritto. “Laggiù le donne non

304
indossano praticamente nulla, e stanno dalla mattina alla sera a
danzare sulla spiaggia, e gli uomini arrostiscono grossi pesci e
cantano alle stelle”. Si, era laggiù che sarebbe andato, una volta
fuggito dal quel buco.

EPILOGO

Elien, la figlia di Jarod, sentì bussare alla porta. Chi sarà mai a
quest’ora, pensò. Era quasi il tramonto e con il buio arrivava
anche il coprifuoco, secondo le ultime disposizioni di re Symion e
della regina Aliana. Per evitare spiacevoli incidenti, la famiglia
reale aveva ordinato che tutte le persone prive di autorizzazione
rimanessero chiuse nelle loro case fino all’alba. Un bel guaio per
le taverne, che erano costrette a chiudere molto prima del
previsto, ma per il bene di tutta la comunità Elien pensava che
fosse giusto così. Almeno adesso suo marito evitava di andarsi a
ubriacare insieme ai suoi amici al Corvo Stridulo.
Le cose erano cambiate da quando le due grandi famiglie reali si
erano ritrovate, e di sicuro erano cambiate in meglio. Certo, le
tasse erano più alte, ma almeno si poteva andare al mercato senza
la paura di essere derubati. C’erano sempre un mucchio di guardie
alle porte della città e sulle strade principali, e lei si sentiva molto
più tranquilla di quando da bambina suo padre la portava con il
carretto a fare le consegne alle taverne. Ma suo padre era un tipo
avventato e poco giudizioso. Sua madre glielo diceva che quella
distilleria alla quale ci teneva tanto lo avrebbe messo nei guai, e
infatti un giorno le guardie erano venute a portarlo via, lui e suo
fratello maggiore Cran, che lo aiutava nelle consegne.
Ma dopotutto era meglio così. Adesso era lei che tirava avanti la
fattoria, insieme al marito che si occupava del vigneto. Sua madre
ormai era vecchia e non poteva più occuparsi degli animali, ma

305
presto lei le avrebbe dato un nipotino e con l’imminente nascita
tutto sarebbe stato perfetto. Elien non vedeva l’ora di portare la
sua piccola, perché era sicurissima che sarebbe stata una
femmina, a vedere la parata della regina, quella per il solstizio
d’estate. Venivano i migliori cavalieri delle province. Sarebbe
stato magnifico…
Mentre riordinava tutti questi pensieri, la donna si avviò alla porta
per aprire. La madre era di sopra a riposare mentre il marito
sarebbe rientrato dai campi da un momento all’altro.
- Chi è? – domandò la donna.
- Salve signora, mi scusi se la disturbo, – disse una voce dall’altro
lato della porta. – Immagino che lei sia la figlia di mastro Jarod.
Sono un vecchio amico di suo padre, il mio nome è Numeon,
forse ve ne ha parlato.
Quel nome le mise una strana sensazione addosso. Rammentava
qualcosa, ma era passato tanto di quel tempo… Comunque fece
finta di non ricordare e aprì l’uscio. Davanti a lei vi era un uomo
non giovane, con un accenno di barba grigia e un’ampia piazza
sulla testa. Aveva occhi profondi e sofferenti, ma la sua bocca era
disegnata in un sorriso carico di tepore. Lo fece accomodare al
tavolo del soggiorno. Numeon notò che nonostante gli anni, la
casa non era cambiata di molto. La donna gli offrì del vino e lui lo
bevve con avidità, sempre sorridendo educatamente. Non era
buono come ai vecchi tempi, ma a lui sembrò nettare degli dei.
Erano venti anni che non lo toccava. Non lo passavano nelle
prigioni della regina.
- Scusi ancora l’intrusione, ma vado di fretta e col coprifuoco è
bene che mi allontani in fretta dalla città. Cercavo suo padre. Mi
sa dire dove lo posso trovare? – chiese l’uomo, appoggiando la
tazza vuota sul tavolo.
- Mi spiace ma mio padre non vive più qui. È stato arrestato. Sa,
per via della distilleria…

306
- Capisco… – disse Numeon, abbassando la testa. – Ma forse può
aiutarmi anche lei. Sto cercando un oggetto che lasciai qui una
ventina di anni fa, un oggetto molto importante che di sicuro suo
padre avrà tenuto di conto. Si tratta di un cappello nero, a tesa
larga, come non se ne vedono da queste parti.
La donna ci pensò su un attimo, poi scosse la testa. – Non ricordo
niente di un cappello. Se era importante me lo avrebbe detto,
credo…
- Beh, forse gli è passato di mente. Vede, me lo ha tenuto in
pegno per un favore che gli chiesi. Qui ci sono quindici monete.
Dovrebbero bastare a coprire il favore, insieme a un po’ di
interessi. – Il vecchio mago appoggiò sul tavolo un sacchetto di
cuoio dentro il quale tintinnarono delle monete. L’atteggiamento
della donna cambiò improvvisamente.
- Oh, ma sono sicura che se era un cappello importante mio padre
lo avrà tenuto di conto. Mi faccia andare subito a vedere su nella
vecchia cassapanca. Forse è lì da qualche parte. – Elien sparì
veloce al piano di sopra e si mise a rovistare. Numeon si alzò
dalla sedia e si versò un altra tazza di vino. Guardò fuori da una
finestra, in direzione del vecchio vigneto di Jarod. Gli tornarono a
mente dei ricordi dolorosi di un tempo che non era più. La
prigione alla fine l’aveva avuta vinta ed era riuscita a piegarlo.
Conservava ancora il sorriso, ma i suoi occhi sarebbero rimasti
coperti da un velo di tristezza per il resto dei suoi giorni.
Aliana era riuscita nel suo intento. Aveva trasformato Symion in
un cavaliere, lo aveva presentato al popolo come l’ultimo
discendente della stirpe reale legata agli dei. Aveva scelto il
momento opportuno per attuare il suo piano. Il popolo era piegato
da una tremenda carestia dovuta ad un rigido inverno. Metà delle
coltivazioni erano andate perdute e molti animali erano periti. La
gente moriva di fame ed il consiglio dei venti non sapeva più che
pesci prendere. Ci voleva un segno forte, qualcuno che prendesse

307
in mano la situazione, oppure un miracolo, o solo una piccola ed
insignificante parola di speranza. Aliana offrì al popolo tutto
questo con il discendente della famiglia Lanred, il ragazzo
divenuto uomo con il segno dell’ancora sulla scapola. Un
matrimonio suggellò il tempo della rinascita. Il consiglio venne
sciolto. Aliana rimase incinta ed ebbe due gemelli. Una nuova
grande dinastia era nata, ed avrebbe regnato indisturbata su tutto
il continente, nei secoli dei secoli.
Numeon sentì i passi della donna scendere i gradini della scala
che portava al piano di sopra. Elien teneva in mano il suo
cappello. – È questo? – chiese sorridendo.
Il mago si avvicinò alla donna e guardò meglio. – Si, è proprio
lui.
- Ecco qua. È un po’ polveroso. Chissà quanto tempo è rimasto
lassù.
- Venti anni, signora. Venti anni… – rispose Numeon, calzandosi
come era solito fare da giovane quel suo bizzarro indumento.
Subito un senso di tranquillità gli calò sul cuore, una sensazione
di cui si era completamente dimenticato.
- Venti anni? Allora deve tenerci molto se è tornato a
riprenderselo dopo così tanto tempo.
- È il mio cappello portafortuna – ammise lui, sorridendo. – La
ringrazio molto, signora. Adesso devo scappare. Porti i miei saluti
a mastro Jarod. Spero lo liberino presto…
- Non ci conti. E poi al vecchio gli fa bene rimuginare sui suoi
errori – rispose acida lei. Numeon pensò bene di non aggiungere
altro. Aprì la porta e con un cenno salutò la donna.
Il sole era ormai nascosto dietro la collina. C’era profumo di legna
bruciata nell’aria, un odore che gli era sempre piaciuto. Gli
ricordava la taverna di suo padre. Numeon risalì il rilievo e prese
la via maestra nella direzione opposta alla città. Avrebbe
camminato tutta la notte fino al secondo bivio, quello che lo

308
avrebbe condotto sulla via est. Dieci giorni di viaggio fino al
mare, poi si sarebbe imbarcato per le isole tropicali e avrebbe
detto addio alla sua terra.
Perché esiste un tempo per fare gli eroi e un tempo per lasciare il
mondo al suo destino, e Numeon, il mago pistolero, sapeva che
era giunto il momento di lasciar perdere. “Laggiù le donne non
indossano praticamente nulla, e stanno dalla mattina alla sera a
danzare sulla spiaggia…”
- Isola mia, arrivo! – disse. Poi, calzandosi meglio il cappello, si
rimise in cammino.

309
ALICE
di Gert Dal Pozzo

Alice aveva freddo. Alice aveva un freddo fottuto. Le mani di


Alice si stavano congelando, le dita si irrigidivano, non le sentiva
più. Chiudere il pugno era una sofferenza atroce. Chiudere e
aprire il pugno era come stringere lame affilate, ancora e ancora.
Alice stava facendo amicizia con il dolore. Il dolore saliva lungo
le braccia di Alice. Ghiaccio liquido scorreva nelle vene. Cristalli
acuminati martoriavano la carne da dentro. Alice voleva fare
amicizia con il dolore.
- Non scappare, Alice, dal dolore… non scappare.
La bocca di Alice si muoveva a scatti. Le labbra di Alice erano
roventi. Qualcosa di caldo e liquido bagnava la pelle secca del
volto di Alice. Non erano lacrime, Alice lo sapeva, troppo dense,
troppo lente nel rotolare giù lungo le guance, intorno alla bocca di
Alice. Alice alzava gli occhi al muro. Uno specchio sporco e rotto
mostrava Alice ad Alice.
Alice, la piccola Alice, la povera Alice. Alice aveva la faccia
scavata, gli occhi infossati dal contorno livido. Alice aveva gli
zigomi sporgenti e la bocca screpolata. Alice aveva la pelle
bianca ricoperta di sporcizia e i capelli castani, pieni di polvere.
Alice, la piccola Alice, piangeva sangue, denso, scuro, lento.
Il dolore era lo scialle gelido sulle spalle di Alice. Alice sapeva,
come sapeva che il rosso è diverso dal nero, che quando il dolore
fosse entrato nel petto, quando il dolore, gelido, avesse raggiunto
il cuore, Alice sarebbe morta. Il dolore non era più amico di
Alice. Alice aveva paura.
- Scappa Alice, corri via dal dolore. Caccia il dolore Alice!

310
Alice sudava, il cuore di Alice batteva scomposto contro il petto.
Alice si alzava in piedi di colpo. Polvere e calcinacci cadevano
dal corpo di Alice. Fuori dalla porta. Fuori dalla porta correva
Alice, lungo il corridoio buio. Lungo le scale strette. Lungo il
vialetto in mezzo al fango. Nel vicolo deserto, sotto una pioggia
fetida. Alice si fermava, alzando la testa a fissare il cielo plumbeo
tra i palazzi. Nel cielo una faccia smisurata, la faccia di un titano.
Nel cielo la faccia del titano parlava parole enormi e
pesantissime. Le parole enormi del titano stridevano l’universo.
Alice si portava le mani rigide alle orecchie e urlava per quel
rumore insopportabile. Le mille lame di ghiaccio affondavano nei
palmi di Alice. Alice soffriva e cadeva, cadeva sull’asfalto.
Lentamente, il terribile suono lasciava il cranio di Alice,
rimbalzandovi sempre più sommesso. Alice si rialzava e
riprendeva la corsa. Le parole del titano erano sagge, Alice sapeva
cosa fare. Alice correva lungo il vicolo, fino in strada. Attendeva,
Alice, in agguato nell’ombra del palazzo. Un omino piccolo, un
omino insignificante avanzava nervosamente verso Alice. Nella
sua camicia gialla, nella sua giacca marrone, nei suoi pantaloni
grigi, l’omino avanzava verso Alice. La mano di Alice saettava
dall’ombra. Si chiudeva la mano di Alice intorno alla cravatta
marrone dell’omino. Le mille lame di ghiaccio affondavano nella
mano di alice. L’omino spariva nell’ombra.
L’omino era piccolo, insignificante. L’omino era basso e calvo. Il
grosso naso coperto di punti neri. L’omino aveva le labbra grosse
e la bocca piccola. L’omino tremava davanti ad Alice. Alice era
alta, più alta di lui. Alice era bianca e livida. Alice aveva la morte
negli occhi. La paura era nello sguardo di Alice e con la paura la
follia.
- Dammi i tuoi soldi bastardo d’un nano! Dammi i tuoi soldi e
pure l’orologio! Dammeli o, giuro, sei morto, stronzo di un nano!
Alice era furiosa. Sbavava e schiumava come un cane. Alice non

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voleva morire. Il nano bastardo non l’avrebbe fermata. Il nano
fottuto non l’avrebbe finita. L’omino frugava le tasche tremando.
L’omino, la gola strozzata dalla cravatta marrone, orinava nei
pantaloni con leggero scrosciare.
- Prendili! – diceva porgendo il portafoglio – Prendili, ti prego,
ma lasciami andare!
Gracchiava l’omino sospeso dal suolo. In punta di piedi pregava e
piangeva.
Il braccio di Alice sembrava spezzarsi in mille cristalli di
ghiaccio.
- Dammi bastardo! – Urlava Alice lasciandolo al suolo – Stai
zitto! Che cazzo ti preghi! Che cazzo ti urli, nano di merda! AH!
La testa! La testa mi scoppia!
L’anfibio di Alice si abbatteva feroce sull’inguine basso. L’omino
cadeva in ginocchio, la virilità solo un ricordo in poltiglia. Un
urlo muto fermo sulla “O” della bocca. Il dolore era nel petto di
Alice. Il dolore le stringeva i seni, amante violento. Il dolore
voleva prenderle il cuore. Alice stava per morire.
- Dammi il cazzo di orologio nano di merda! Dammelo!
Ma l’omino, le mani all’inguine, restava immobile. Gli occhi persi
nel vuoto, l’omino non si muoveva.
La mano di ghiaccio di Alice, la mano destra di Alice, scompariva
dietro la schiena. Compariva un lungo coltello lucente. Gelide
lame le trafiggevano il palmo e le dita. Il coltello di Jak, un
coltello da caccia. Balle. Un coltello militare. Trenta centimetri,
trenta centimetri e la sezione a triangolo. Le ferite non si
chiudono. Trenta centimetri ed il retro seghettato. Jak era morto.
Quello era il coltello di Alice.
Il coltello spariva nel ventre dell’omino. Il coltello spariva in un
baleno, ma la penetrazione di Alice durava all’infinito. Tempo
lento. Alice sentiva la resistenza fibrosa dei vestiti, la resistenza
gommosa della pelle, la resistenza collosa del grasso e dei

312
muscoli. Alice penetrava nel ventre dell’omino trenta centimetri
di acciaio.
Alice sentiva caldo allo stomaco e guardava gli occhi di vetro
dell’omino. L’omino non era più insignificante. L’omino era la
morte e la morte Alice aveva evocato. L’omino era l’opera d’arte
di Alice. Alice sentiva caldo allo stomaco, caldo languido, caldo
liquido e denso che scendeva all’inguine. Il caldo bagnava Alice a
spasmi, a contrazioni lente e violente. Il caldo era nel naso di
Alice, la dove sta il freddo crampo se mangi troppo veloce un
gelato. Il caldo era negli occhi di Alice, umidi, usciva lungo la
strada del sangue, ormai secco. Alice gemeva sotto voce, una
singola volta, la bocca aperta, contratta. Un rivolo di saliva sottile
colava dal labbro di Alice. Gli occhi di Alice persi nell’estasi.
Ma il dolore tornava feroce, in vortici, spirali, scendeva in
profondità. Il dolore puntava al cuore. Un’altra morte Alice aveva
evocato, non la sua. Alice guardava la morte continuando a
morire.
Riscossasi, Alice tornava a temere. Alice tirava il coltello col
rigido braccio. Lame di ghiaccio trafiggevano il palmo. Era come
un sacco di plastica pieno di immondizia. La lama seghettata
usciva a fatica. Alice tirava con forza rinnovata. Il sacco si apriva
versando budella, icore e fetore. Le mani di Alice erano piene di
sangue. Il calore fugace le dava sollievo, le lame di ghiaccio
parevano uscire. Il falso sollievo rimaneva di stucco, riprendeva
Alice a fuggire.
Di nuovo per vicoli oscuri e vuoti. Alice correva forsennata. Alice
sapeva dove andare: il titano nel cielo era saggio, troppo saggio
da ascoltare. Ma si doveva obbedirgli per fuggire alla morte.
Alice sentiva ansimare. Rumore di artigli sull’asfalto del vicolo,
dietro le spalle Alice sentiva la morte. Sopra la spalla si era girata
a guardare. Cerbero tricefalo, vomitando fuoco, le puntava le
natiche. La bestia enorme sbatteva contro i muri dei vicoli stretti.

313
Terremoti e piccoli crolli. Ogni cosa sul suo cammino veniva
schiantata.
- Alice la morte ti segue! La morte ti prende! La morte è la fine!
Scappa Alice!
Alice piangeva ancora una volta. Iniziava a zoppicare. Il freddo
maledetto le mordeva le gambe. La bestia feroce guadagnava
terreno. Per tempi infiniti, tra mura infinite correva Alice,
dimentica anche di respirare. Una porta nera le si parava di fronte.
Sulla porta un cuore rosso a spray colato. Alice sapeva che la
doveva attraversare. Allungò sulla maniglia la mano. Lame di
ghiaccio la trafissero tutta. Sentiva dietro guaire. Cerbero tricefalo
non si arrischiava ad avanzare. Tremava come un cucciolo ed
Alice rideva, ma non c’era tempo: della morte non era l’unico
messaggero. Alice apriva la porta e scendeva le scale.

314
LA BICI DI GINO
di GM Willo

Gino non va più in bicicletta. Adesso ha la familiare con i


seggiolini per i bimbi, e lo scooter per muoversi in città. Però io
continuo a ricordarmelo sui pedali, magro come un fuscello, con
la chioma paglierina al vento. Arrivava sempre tardi, ma era
impossibile fargliela pesare. D’altra parte lui veniva in bicicletta,
mentre noi eravamo tutti motorizzati. Scendeva di sella con
l’agilità di un furetto, il sorriso stampato sul volto e la battuta
pronta. Noi sedevamo sulle panchine con le lattine di birra e i
cicchini, a ragionare di quello che avremmo combinato. Il più
delle volte rimanevamo lì, a rovellarci il cardine, come diceva
quel famoso libro. Questo ovviamente d’estate, con la città vuota
e tutta la notte a nostra disposizione per dimenticarci chi eravamo.
Gino indossava il giacchetto di jeans su una maglietta degli Iron
Maiden. Cerco di ricordarmelo vestito diversamente ma non ci
riesco. Per almeno tre anni, il tempo delle serate sulla panchina o
al bar in pazza, non credo abbia mai indossato altro. Il ricordo di
com’era mi torna in mente così vivido che faccio una fatica
tremenda a riconoscerlo adesso, mentre esce di casa con la
bambina in braccio. Io rimango dall’altra parte della strada,
nascosto dietro a un furgoncino della Iveco, ed osservo. La
chioma se n’è andata, una pancina gli deforma la camicia celeste
sotto la giacca, e del vecchio sorriso non è rimasta che l’ombra.
Apre la portiera della station wagon, allaccia la cintura del
seggiolino della piccola, poi prende posto sul sedile del guidatore.
Un attimo dopo viene risucchiato dal traffico cittadino ed io posso
finalmente uscire dal mio nascondiglio.

315
In quel momento la vedo, nel giardino del condominio,
seminascosta da un vaso di fiori. Mi avvicino per assicurarmi che
sia proprio lei. Legata con un catenaccio all’inferriata dello
scantinato, le gomme a terra e la catena rugginosa, il campanello
divelto e il telaio storto, là giace quel che resta della vecchia
Bianchi. È lei, non ci sono dubbi. Chissà perché non se ne libera,
mi chiedo. Forse per lo stesso motivo per cui conservo ancora il
mio zaino di pelle, quello che riempivamo di lattine di birra prima
di entrare ai concerti. Preso dalla nostalgia agguanto il telefonino
e scatto una foto al relitto a due ruote, poi ritorno sul marciapiede
e proseguo per la mia strada.
Dovrei chiamarlo uno di questi giorni, o magari mandargli una
email. Si, bisognerebbe riorganizzare qualcosa, magari al vecchio
bar. Penso a queste cose, ma ad ogni passo la mia iniziativa perde
di slancio. Quando arrivo a lavoro non mi ricordo già più nulla
dei miei bei propositi. Ci ripenso la sera, prima di addormentarmi.
Mi sento un po’ in colpa per non essermi fatto vedere, né sentire,
ma in fondo succede a tutti. Basterebbe poco, certo, ma forse quel
poco è molto più di quello che si pensa. Però il senso di colpa
rimane. Si, lo chiamo domani, mi convinco.
E finalmente mi addormento tranquillo.

316
UN NATALE COI FIOCCHI
di Gano

Io al calendario non ci bado, almeno che non ci si avvicini al


Natale, perché quello è un periodo molto delicato, non solo per
via delle bollette del gas, che casomai a qualche poco di buono gli
venisse in mente di tagliarti la fornitura prima del 25 ti tocca a
fare tutte le feste all’addiaccio. Mi ricordo l’inverno di due anni
fa… una tragedia. Vi dicevo, a parte il problema del gas, il
periodo è delicato per via delle emozioni.
Le emozioni degli uomini come il Gano son nascoste sotto uno
spesso strato di sofferte esperienze, ed affiorano solamente in
occasioni particolari. Insomma, a dirla breve, per far piangere il
Gano ce ne vuole, ma se lo prendi sotto le feste natalizie, magari
fuori dal bar, in quei pomeriggi bui in cui tutti si apprestano a
tornare a casa dalle loro famiglie, ti può capitare di vedergli
luccicare gli occhi. Così ti prende la voglia di avvicinarti, di
mettergli una mano sulla spalla, di chiedergli cosa c’è, e lui farà
finta di nulla e incolperà sistematicamente una congiuntivite
allergica di qualche tipo. Perché i cani randagi tengono poco al
pelo, ma sono orgogliosi del loro cuoricino.
Perciò, quando si arriva a dicembre, incomincio a fare attenzione
al passare dei giorni. Mi metto anche a contarli, per non sbagliare.
A Natale bisogna che inventi qualcosa, altrimenti mi viene
un’ansia tremenda, e l’ansia nasconde il timore di lasciarmi
irretire dalla passeggiata in riva il fiume, fino al ponte più alto.
Oh, la vista laggiù è magnifica. Basterebbe un piccolo salto… ma
no, basta pensare a queste cose.
Il ventiquattro mi organizzo. Al bar c’è ancora il telefono

317
pubblico, sia benedetto, così tiro fuori l’agendina e faccio il giro
degli amici. Già, gli amici… Ma chi saranno poi mai questi
amici? Molti sono ammogliati, parecchi divorziati ma con i figli,
c’è chi ancora vive con la mamma o chi invece se n’è andato a
vivere lontano. Qualcuno non c’è più, pace all’anima sua, ed io mi
sono dimenticato di cancellargli il nome. Carlino, ecco, forse
lui… compongo il numero ma non risponde. Chissà che fine avrà
fatto! Nicola, divorziato senza figli. Forse lo becco… Occupato,
buon segno. “Ciao Nicola, son Gano. Come te la passi. È tanto
che non ti vedo al bar… No, pensavo di fare qualcosa per il 25, un
pranzo dal Freddy o che ne so… Ah, sei da tuo fratello, a
Perugia… ho capito. Vabbé, sarà per un’altra volta… Ciao,
ciao…”
L’agendina è quasi alla fine. Rimane lo Zenone, vecchio tossico
irriducibile. A lui le feste non hanno mai detto niente. Forse è per
questo che son rimasto sempre lontano da quella robaccia. Per
farti sentire un po’ meglio ti appiattisce tutto il resto. Ah no,
lasciatemi il mio vino, con tutti gli sbalzi d’umore annessi e il
fegato ingrossato. Preferisco centomilavolte così!
E allora cosa si combina domani? Gli amici son tutti andati… e le
amiche? Chissà perché non si pensa mai alle amiche in queste
occasioni. Le amiche servono per ricordare, mentre gli amici son
fatti per dimenticare, e il Natale è un qualcosa di cui è meglio
dimenticarsi. Le donne ti ricordano la tua umanità, mentre gli
uomini hanno un indole autodistruttiva, indispensabile quando le
emozioni più forti affiorano. Ti siedi attorno al tavolo, ordini da
mangiare e da bere e inizi a parlare delle cose più irrilevanti, ma
con il cuore leggero e la battuta pronta. La serata di solito finisce
sul materasso, col ventre pesante e il cervello offuscato dalle
troppe grappe. È così che mi piace passare il Natale, cioè è così
che l’ho sempre passato…
Torno a capo dell’agendina e inizio a chiamare le ragazze. Le

318
ragazze hanno la mia età, ovvero vanno per gli “anta”, ma per me
rimangano sempre ragazze. La Debora, ad esempio; due
matrimoni andati male, un figlio all’università, un negozietto di
biancheria intima in centro che con la crisi che c’è non va proprio
a gonfie vele. Oppure la Cinzia, vecchia compagna di scuola,
poco più più di un metro e cinquanta ma con un corpicino
delizioso e due occhi neri come l’Africa. Uscivamo insieme
nel’88, o forse era l’87… Poi ci sarebbe la Giulia, perché c’è
sempre una Giulia. Non so com’è, ma questo nome torna sempre a
tormentarmi. La Giulia delle medie, quella del mare, la moglie
dell’amico che fa l’occhiolino, la commessa del negozio con la
scollatura impertinente, la maestra di scuola e l’impiegata
comunale. Insomma, di Giulie ce ne sono un po’ troppe… La
Carla invece… Ah, la Carla, ma certo. Speriamo che non abbia
cambiato numero.
- Pronto Carlina, ciao… Sono il Gano, come stai?…
Incominciò così quel Natale. Lei era un po’ giù perché si era
appena lasciata col suo uomo, così le proposi un pranzo al
Quercione a base di tortelli ripieni alla cernia con prataioli e
caviale, bocconcini di pescatrice al cartoccio con punte di
asparagi, insalatina mista di radicchi e panettone fatto in casa, il
tutto annaffiato da un vino bianco di campagna appena
vendemmiato. Le grappe seguirono, insieme alle risate e a un
vecchio stornellista animato dal momento. Il locale era pieno di
gente allegra, i camerieri andavano e venivano con gli amari, il
fuoco della brace ardeva contento in mezzo alla sala, e poi c’era
Vinicio, ottantatré anni e un’ugola d’oro. Cantò fino alle cinque
improvvisando i versetti più sconci e le rime più vere.
Uscimmo in strada che era già buio, così chiesi alla bimba: – Ti
va di passare a casa mia?
Lei annuì e si accese una sigaretta. Fu così che per un attimo il
Natale mi sembrò per davvero una festa.

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SCENA NUMERO 13:
UN DISEGNO DI FAMIGLIA
di Bruno Magnolfi

La donna seduta guarda avanti a sé, come cercando, in ciò che ha


di fronte, in un segno sul muro, forse in un soprammobile di quel
soggiorno, il senso dei propri pensieri. L’uomo, muovendosi in
silenzio, con il bambino per mano, entra nella stanza con lentezza,
cercando quasi di non apparire, con l’impermeabile addosso e
l’espressione di chi sta subendo qualcosa.
Il bambino senza fretta si stacca dalla mano dell’uomo, va verso
la donna, e senza che lei faccia alcun gesto oltre abbracciarlo, le
dà un bacio sopra la guancia. Ciao piccolo, dice la donna
abbozzando un sorriso. Come è andata oggi la scuola? Lui toglie
velocemente il giubbotto e va a sedersi sopra una sedia,
appoggiando la sua cartella scolastica sopra a quel tavolo; poi tira
fuori il quaderno. Tutto bene, dice alla fine, indaffarato a tirar
fuori la matite e a trovare la pagina che gli interessa.
L’uomo immobile guarda la donna, poi dice: va bene, se non c’è
niente, io vado. La donna lo guarda, pensa che si sentirà più a suo
agio appena lui sarà uscito, però qualcosa dentro di lei vorrebbe
forse trattenerlo. Dice: Vai a riprenderlo a scuola anche domani?
L’uomo che è già voltato di fianco, pronto per dare un ultimo
abbraccio a suo figlio prima di uscire, risponde soltanto: no,
domani non posso, ti telefonerò per avvertirti quando potrò essere
libero.
Il bambino ha ripreso il disegno iniziato all’asilo, sembra preso
soltanto da ciò che sta colorando, ma poi dice: vieni tu mamma,
domani? Suo padre si avvicina, si china sul tavolo a guardare da

320
vicino il disegno, gli appoggia una mano sopra la testa, con voce
bassa, dice: quando torno a riprenderti mi fai vedere tutti gli
ultimi disegni che hai fatto, vero? Se sono come questo saranno
bellissimi. La mamma come a intromettersi dice: si, vengo io. Poi
si alza dalla sua sedia e va nella stanza vicina, quasi a mostrare
che il tempo delle visite è ormai finito.
L’uomo dà un bacio al bambino, si muove nella stanza per
raggiungere velocemente l’uscita, ma lei, improvvisamente
ritorna, si ferma per un attimo proprio davanti ai suoi piedi, gli
dice: grazie, non riuscendo a dire nient’altro. Lui la guarda, forse
vorrebbe abbracciarla, come ha fatto un attimo fa con suo figlio,
ma si trattiene, poi dice: non c’è niente di cui ringraziarmi. Lei gli
sfiora la manica dell’impermeabile, dice: ciao allora, con un
leggero sorriso che le esce quasi senza volere.
Il bambino, che non è rimasto per niente indifferente a quel gesto,
dice come tra sé: forse vi potrei disegnare, se vi metteste vicini.
L’uomo si volta, lo guarda, dice: va bene, uno di questi giorni ci
metteremo in posa per te. Poi torna a guardare sua moglie. Lei
non ha tolto gli occhi da sopra il suo viso, assapora quelle parole,
infine gli dice, a voce bassa: certo, almeno per un disegno, è
qualcosa che a lui dobbiamo senz’altro.

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PROVE TECNICHE DI PRIMAVERA
di GM Willo

Non ho motivo di rimanermene in casa, non oggi che è una


giornata di sole. Per decidermi ad uscire devo vincere una guerra
interiore, la stessa che da oltre un mese mi tiene prigioniero
dentro queste quattro mura. Ho dato la colpa all’inverno, ma oggi
è il primo giorno di primavera, anche se il calendario non lo dice.
Niente torna come è stato. Non posso cristallizzare la mia
angoscia nei ricordi di lei. Devo uscire…
Fuori è sabato, il mio primo sabato dopo un’infinità di domeniche.
La corrente cittadina mi risucchia senza che neanche me ne
accorga. La prima sensazione è di serenità, il sentirsi finalmente
parte di qualcosa; un fiume inarrestabile di cervelli concentrati al
consumo. Almeno non sono solo, penso. Ma chi sono questi qui?
Abbagliato da una patina di sole, muovo piccoli passi in direzione
del centro commerciale. La calca si fa ancora più fitta, ma tutti si
muovono con ordine, al tempo di una musica. Mi pare quasi di
udirne il battito, una bossa nova che fa muovere le anche,
sensuale e decadente, ipnotica a suo modo. Sono pronto per stare
di nuovo al gioco? Mi chiedo. Allora indago, solo per vedere che
effetto fa. C’è una ragazza coi capelli biondi che compra cartoline
in un negozio di souvenir. Avrà venticinque o ventisei anni, non
molto alta, poco trucco e un sorriso genuino. Potrei
innamorarmene? No, non ancora, ma forse se la conoscessi
meglio…
Mi viene incontro una mora attillata, giacchetto di pelle, occhiali
scuri e tutte le forme al posto giusto. La valchiria di una notte
d’amore… forse, ma col retrogusto amaro. No, è un esercizio

322
stupido, e poi non sono qui per pensare ad altre. Cammino col
sole in faccia per continuare a pensare a lei, ma in maniera
diversa. Rimorsi? No, nessun rimorso. Le cose sono andate come
sono andate, e la colpa non è di nessuno, o forse è di tutti e due.
Anzi no; la colpa è irrilevante.
Arrivo al centro commerciale, passo davanti alle vetrine dei
negozi ma non entro in nessuno di questi. Torna a farsi visita
sorella Malinconia, che ho usato come arma difensiva nelle ultime
settimane della mia vita. Strano sentirsi solo in mezzo alla
fiumana di gente del sabato pomeriggio. Strano ma fin troppo
reale.
So che la giara è rimasta vuota, ed ho un bisogno tremendo di
riempirla. Uso il sole per scaldarla e renderla più accogliente.
Verrà il momento di metterci un nuovo fiore; una margherita
oppure un narciso. C’è tempo…
La primavera è appena iniziata.

323
DYING LIZARD
di Gert Dal Pozzo

Il sole rosso, enorme, deforma l’aria limpida lungo l’orizzonte. Le


macchine sfrecciavano veloci verso e dalla circonvallazione. Una
folata fresca rimesta l’aria tiepida strappando qualche brivido.
Il ragazzino se ne sta fermo, accovacciato sui talloni, lo sguardo
fisso a terra.
La lucertola si contorce, il ventre esposto, la testa che si agita
freneticamente, con i piccoli occhi neri che proprio non riescono
ad esprimere la sofferenza che prova, una sofferenza che ti devi
interamente immaginare. Ai lati del collo, proprio dietro
l’attaccatura della mandibola, due porzioni tonde di pelle
squamosa pulsano rapide, sincroniche con il piccolo ventre che,
ritmicamente, si infossa oltre le costole.
Poco sotto l’attaccatura delle zampe posteriori un sorriso rosso
interrompe la pelle giallo-verdina, va da lato a lato. Sembra
superficiale, non c’è sangue che stilla, sembra solo un graffio. Ma
le zampe posteriori sono immobili, la coda è rigida come fosse
congelata, mentre la parte superiore del corpo è in preda a scatti
convulsi, a parodie di deambulazione.
Il ragazzino la guarda incuriosito, inebetito agitarsi nella terra
polverosa, tra i fili troppo verdi di erba estiva, l’odore di polvere,
il sudore quasi asciutto che con l’aria della sera che incombe dà
qualche brivido. Ha in mano il tubo di plastica bianca, chiuso ad
un estremità, con cui voleva catturarla. Ha in mano il tubo di
plastica bianca dal bordo sottile con cui ha imparato quanto è
facile infliggere sofferenza, anche senza volerlo.
Dimenandosi forsennata la bestiola si è spostata di qualche

324
centimetro verso un sasso grigio come a volersi nascondere,
terrorizzata all’idea di poter essere nuovamente ferita. Ma quegli
occhi non la odiano, non desiderano per lei altra violenza, la
osservano curiosi, curiosi perché la morte è solo una parola fino a
che non la vedi.
Rapidamente quei minuti occhi lucidi si fanno opachi. Le unghie
aguzze artigliano l’aria in archi sempre più lenti delle zampe
esauste. L’impossibilità per quel muso di essere espressivo se non
nella mente di chi ha una faccia e lo guarda potrebbe essere un
alibi, ma non basta. Il ragazzino con la punta di un rametto cerca
di spingere la lucertola a pancia in giù.
Al tocco quella apre la bocca in un urlo che non può emettere, per
un attimo le zampe tornano frenetiche e il corpo si arcua intorno
alla punta di legno. Dovrebbe prenderla con le mani e girarla…
ma fa troppa impressione, fa senso, fa schifo. Esitante allunga un
dito, la tocca appena, è fredda e non è viscida come sembra. E’
rigida e tesa, si gira e scivola sulla polvere come fosse una cosa
inanimata. La sabbia si impasta con il sangue denso, rappreso
della ferita sull’addome. Ormai la rigidità ha invaso tutto il corpo.
Sembra impagliata, come se non fosse mai stata viva. Due colpetti
al fianco non sortiscono alcun effetto.
Dalla casa, oltre i cespugli di pitosfero, la voce della madre
chiama per la cena. Il ragazzino indugia ancora qualche minuto.
Si sente male, non sa esattamente perché. Stava solo giocando e
quella era solo una lucertola, ma non voleva che morisse, non
voleva farle del male. Il richiamo si ripete con note alterate. Il
ragazzino corre via, lasciandosi dietro solo un cumuletto di terra
smossa.

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IL NATALE RITROVATO
di GM Willo

Quel natale Stefano non l’avrebbe passato a casa con i suoi, non
dopo gli ultimi litigi con suo fratello, e le urla di sua madre che
ancora facevano vibrare i bicchieri della tavola imbandita per la
cena della vigilia. Il pandoro era rimasto intatto nel suo involucro
di plastica, con lo zucchero a velo che penetrava lentamente
dentro la sua superficie oleosa. Suo padre se n’era andato appena
suo fratello Giacomo era uscito dal bagno, con i segni dell’ultimo
sballo chimico dipinti sul volto. Non sopportava di vederlo in
quelle condizioni, così se la svignava, convinto di averne il
diritto. Sua madre invece faceva finta di nulla. Non riusciva ad
accettare il fatto che il suo primogenito si facesse di eroina e non
tollerava che il figlio più piccolo le ricordasse puntualmente quel
dramma. Ma come poteva Stefano rimanere impassibile davanti
alle ridicoli posizioni che suo fratello assumeva a tavola, il volto
sporto in avanti con le palpebre abbassate, la sigaretta piena di
cenere stretta tra le dita e un rivolo di bava che gli colava dalla
bocca semiaperta… “È solo stanco…” spiegava la mamma,
sforzandosi di sorridere. “No, sono io stanco….” pensava Stefano.
“Stanco di fare parte di questa commedia! Ma questo natale non
mi avrete…”
Doveva uscire, scappare, trovare un buco in cui rifugiarsi per non
pensare. Ma dove, e soprattutto con chi? Era la sera della vigilia,
con un tempo da lupi e neanche uno scampolo di programma.
Eppure era sicuro di una cosa: non era il solo a pensarla così di
quel natale.
Agguantò la cornetta e digitò il primo numero che gli venne in

326
mente. I genitori di Gabriele avevano un piccolo appartamento
sull’appennino. Due ore di macchina e sarebbero stati lontani da
tutto, città, famiglie e messe di mezzanotte. “Pronto Gabri, ciao…
senti, io non ce la faccio stasera. Ho bisogno di andar via…. Pensi
di poterti far dare le chiavi di Gaggio?”
“Vai tranquillo, ne ho fatta una copia. Non si accorgeranno di
nulla. Sono troppo presi dai loro affari… Passa quando vuoi, sono
pronto.”
A loro si unirono Cesare e Mimmo, ognuno con i suoi problemi e
un minimo bagaglio nello zaino. “Ho fregato una bottiglia di
grappa dalle scorte del vecchio” affermò entusiasta Cesare,
prendendo posto sul sedile posteriore della uno bianca. “Io invece
ho un paio di bottiglie di birra..? replicò Mimmo. “Ma domani
come facciamo? I negozi sono chiusi…”
“Qualcosa ci inventiamo, vai tranquillo. L’importante è andar via
da questo casino…” disse Stefano ingranando la marcia.
A distanza di venti anni da quel natale, ognuno di quei quattro
amici continua a ricordare quell’episodio come un momento di
grande festa, questo perché lontano dalle loro famiglie erano
riusciti ad afferrare il vero significato della tradizione natalizia,
ovvero lo stare insieme alle persone care. I quattro amici, nel
fuggire il natale, lo avevano ritrovato.

327
2011
di GM Willo

L’Anno Nuovo incontrò il vecchio a margini della mezzanotte.


Giovane, dinoccolato, vestito alla moda e con gli occhiali da sole,
si avvicinò al tipo anziano che arrancava col bastone.
- Immagino che non vedevi l’ora di andare in pensione?
- Beh, in effetti non ne potevo più – ammise l’Anno Vecchio,
fermandosi davanti al ragazzo.
- Vai libero, fratello. Qui penso a tutto io…
- Eh si, lo dissi anch’io a quello prima di me…
- Che vorresti insinuare? – chiese l’anno sgambettante, togliendosi
gli occhiali e guardando l’altro con fare serioso.
- All’inizio c’abbiamo tutti dei bei propositi, ma col passare delle
settimane e dei mesi, ti accorgi che è poco o nulla quello che sei
in grado di cambiare…
- È perché ti è mancato lo slancio, e un po’ di palle, senza
offesa… – affermò sicuro l’Anno Nuovo.
- Ah, sicuramente se avessi avuto un po’ più di palle avrei fatto di
più, lo ammetto. Eppure credevo di averne, esattamente come lo
credi tu adesso…
Il ragazzo ci pensò su un attimo, poi cambiò posizione e tirò fuori
dalla tasca posteriore dei jeans un pacchetto di Marlboro. Con
noncuranza, come se fosse la cosa più normale del mondo, si
accese una cicca e ne offrì una al vecchio.
- No grazie, ho smesso…
- Ma dai?
- Si, verso maggio ho dato un taglio…
- Beh, anch’io ho intenzione di smettere uno di questi giorni…

328
La mezzanotte era passata da un paio di minuti ma i due
continuavano a rimanere lì, in quello scorcio del tempo.
- Beh, mi sa che devo andare adesso. Mi stanno aspettando… –
disse il ragazzo, inalando avidamente dalla sua sigaretta.
- Guarda che è mezzanotte solo in Nuova Zelanda… ne hai di
tempo per entrare in gioco…
- Ah, non lo sapevo… – ammise l’Anno Nuovo, schiacciando la
cicca sotto le Nike nuove di pacca.
- Sono tante le cose che non sai…
- Dai, adesso non farmi la paternale…
- Scusami, hai ragione… Ci siamo passati tutti…
- Appunto…
In lontananza si udivano distintamente i botti dei festeggiamenti.
Qualcuno, preso dall’eccitazione, si dimenticò di lasciare andare il
petardo. Un altro, ridendo euforicamente per il troppo spumante
bevuto, scivolò e batté la testa. Una ragazzina, pensando fosse il
suo momento, accettò le avance di un amico molto più grande di
lei. Un giovane, con la scusa dell’anno nuovo, buttò giù tre
pasticche colorate… E fu così, in ogni parte del globo, per le
ventiquattr’ore successive.
- Beh, adesso vado, ok? – affermò l’Anno Nuovo, col pacchetto di
Marlboro ormai ammezzato.
- Ok… – rispose l’Anno Vecchio.
- Riguardati, va bene?
- Sei tu quello con la gatta da pelare, adesso…
- Si, ma vedrai che me la caverò…
- Ne sono sicuro…
- Ciao…
- Ciao…

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SOCIAL NETWORK
di Massimo Mangani

In mezzo ad un cumulo di macerie radioattive, ormai alla fine


della mia breve esistenza, cerco di capacitarmi su come ciò sia
potuto accadere. In fondo tutto era iniziato come un gioco,
un’idea originale, un “Sistema” per passare il tempo,
all’apparenza una cosa davvero innocua. Credo che perfino il suo
inventore, se avesse potuto prevederne le conseguenze avrebbe
lasciato perdere, dato che in fondo si trattava di qualcosa di cui
poter fare tranquillamente a meno. Il problema è che il risvolto
peggiore non lo ha determinato l’uomo, se non marginalmente,
ma il Sistema stesso che improvvisamente si è reso autonomo, ha
deciso di iniziare ad operare in barba a tutte le regole sociali ed a
tutte le leggi. Anche se qualche avvisaglia si era subito avuta, per
lo più era stata ignorata dalla maggior parte degli utenti che si
erano limitati a ritoccare le impostazioni della privacy, pensando
in tal modo di evitare quella che a breve si sarebbe rivelata una
vera e propria catastrofe.
Inizialmente l’idea di poter condividere un pezzetto della propria
vita con migliaia di persone, sconosciute e non, di poter
comunicare con loro idee, sentimenti, sensazioni, di poter
rintracciare vecchi amici d’infanzia, era parsa originale e
divertente ed aveva coinvolto milioni di utenti della rete in
pochissimo tempo. C’erano stati ovviamente i soliti eccessi,
monitorati e subito repressi dalle forze di cyber-polizia del
Pianeta, ma per il resto tutto pareva filare liscio. Personalmente
ero riuscito a costruirmi un profilo simpatico, a rintracciare tanti

330
amici ormai perduti ed a trovarne di nuovi con idee affini alle
mie. Trovavo inoltre molto carini i vari “gruppi” ai quali mi ero
iscritto, spesso ironici, dove venivano postati foto e commenti
divertenti, anche su personaggi politici insopportabili.
Ovunque, nelle città, nelle campagne più sperdute, nei luoghi di
lavoro non si parlava più d’altro: -”Oh che giornata faticosa, la
commenterò sicuramente stasera!”.
-”Hai visto la figlia di Carlotta? No? Ma se ha già pubblicato tutte
le foto del parto… dopo guardale, è bellissima!”
In pratica ogni individuo aveva strutturato una vita parallela a
quella reale, unicamente vissuta nel Cyberspazio.
Alcuni sociologi avevano tentato di mettere in guardia la gente sui
possibili rischi di tale situazione, ma erano stati liquidati come
cassandre e messi a tacere in malo modo. Il “Network” era quindi
divenuto l’isola felice nella quale rifugiarsi e mettersi al riparo
dallo stress e dalle fatiche della vita reale, oltre che una vetrina
nella quale far sfoggio delle proprie qualità (ovviamente anche gli
adolescenti ne avevano capito le potenzialità e lo sfruttavano in
maniera incontrollata).
Che qualcosa si fosse guastato lo si è iniziato a percepire quando
ormai era troppo tardi; bastava essere stati un po’ più
lungimiranti, aver capito che quando ragazzine ancora prepuberi
decidono di vendersi ai quarantenni per far soldi e potersi
permettere computer più potenti, o giovani studenti iniziano ad
assumere amfetamine per star sù di notte in “connessione”, forse
è il momento di fermarsi a riflettere un poco. Ma a quel punto lo
stato di “ipnosi” aveva raggiunto livelli difficilmente gestibili
tanto che si erano avuti i primi drammatici episodi un po’ in tutto
il Globo: mogli avevano sgozzato mariti e viceversa nel
contendersi l’unico portatile di casa; figli undicenni, beccati a
pubblicare foto osé a pagamento per i loro amici “grandi”,
avevano sterminato i genitori a colpi di machete, preoccupati che

331
la minaccia della rescissione dell’abbonamento ADSL si
concretizzasse veramente; datori di lavoro avevano massacrato a
sprangate i propri dipendenti ormai resi improduttivi dall’assidua
frequentazione del Network.
Ovviamente ciò che aveva davvero turbato i pochi che erano
riusciti a rimanere lucidi, era il fatto che tutto ciò stava sfuggendo
di mano ai gestori i quali non sapevano come poter agire per
arginare l’alienazione impellente di buona parte del genere
umano. Insomma, il Sistema si stava rendendo autonomo e stava
fagocitando i propri utenti.
Ma la vera e propria catastrofe iniziò il giorno che il Sistema
decise di rendere trasparenti le vite dei propri adepti. Nessuno
riuscì a salvarsi ed il primo a cadere fu proprio il suo inventore
che vide resa pubblica, visibile a tutti, la truffa che anni prima
aveva fruttato la somma che gli aveva permesso di licenziarsi dal
precedente lavoro e dedicarsi esclusivamente alla creazione del
Sistema. Il “poveretto”, reo di aver truffato una casa farmaceutica
produttrice di vaccini riuscendo a diffondere la falsa notizia che
un’epidemia di influenza mortale stava per abbattersi
sull’umanità, fu esposto al pubblico ludibrio, infamato, torturato
telematicamente tanto che il giorno che gli agenti dell’FBI
andarono ad arrestarlo lo trovarono già morto, impiccato ad una
trave della sua lussuosa villa a Malibù (un vero e proprio
“parricidio!”)
Poi il Network fece il resto rendendo tutte le informazioni di
milioni di utenti visibili a “TUTTI” ed eliminando le altre opzioni
(SOLO AMICI, AMICI DI AMICI, PERSONALIZZA). Già a
quel punto molte persone iniziarono ad uscire di senno, anche
perché non veniva neanche data più la possibilità di cancellare il
profilo con tutto quello che vi era stato pubblicato in anni di
attività. Matrimoni finirono, relazioni interfamiliari si
deteriorarono, affari importanti sfumarono e rapporti decennali di

332
lavoro svanirono in un “puf!”
Ma il colpo di genio doveva ancora manifestarsi, terribile e
devastante in tutta la sua banalità: un bel giorno il Sistema decise
che era arrivato il momento di rendere pubblica la cronologia,
nascosta e non, di ogni pc esistente sulla faccia della terra, con
relativo motore di ricerca (Cronoogle): bastava digitare il nome e
cognome di un “amico” per ottenere tutto ciò che aveva fatto con
il suo pc. La portata dell’evento fu terrificante, anche se
inizialmente parve mantenersi circoscritta ai singoli individui.
Molti “gusti sessuali particolari” furono smascherati e tanti furono
i suicidi, non solo degli insospettabili padri di famiglia o dei preti
con il vizietto del “pedoporno” ma anche di uomini considerati
“machi” e fissi su siti Gay o donne sposate e felicemente madri,
con l’unica colpa di essere profondamente Lesbo. Per non parlare
di mariti che intercettarono i piani di fuga delle proprie mogli o
donne che si accorsero che l’onest’uomo che avevano sposato altri
non era che un Cybertruffatore.
Tuttavia la fine del Mondo, per come lo abbiamo conosciuto,
iniziò a profilarsi nel momento in cui divenne facile consultare i
piani strategici ed economici dei vari Paesi. Nonostante le polizie
e gli eserciti di tutto il Globo cercassero di arginare il fenomeno,
con metodi più o meno repressivi (in alcuni Stati si era arrivati a
sparare alla nuca a chiunque detenesse un pc, bambini compresi),
non ci fu nulla da fare: gli schermi dei computer rimanevano
sempre accesi, i comandi di spegnimento non rispondevano più e
chiunque provasse a prendere a martellate il proprio computer
veniva colto da tali rimorsi che potevano essere alleviati soltanto
con la morte. I Governi cercarono di sdrammatizzare facendo
buon viso a cattivo gioco, i vari Presidenti, nonostante avessero
letto le offese dei colleghi o le trame tessute contro di loro da altri
Presidenti, fingevano di restare amici. Poi un bel giorno, non si sa
bene perché (ma sarebbe bastato un “click” per saperlo), missili

333
nucleari cinesi iniziarono a bombardare Washington!
Ecco, adesso me ne sto seduto su queste rovine fumanti, siamo
rimasti in pochi ed il cancro ci sta consumando lentamente tutti.
Le ultime notizie che siamo riusciti ad avere, prima che il Sistema
decidesse di autoterminarsi, riportavano sterminio e distruzione in
ogni parte del Mondo… migliaia di anni per costruire civiltà e
pochi giorni per devastarla.
Ma forse è meglio così, forse questo sarà un nuovo inizio, forse
da quest’acqua contaminata nascerà una nuova vita, dalla quale
scaturirà finalmente un uomo nuovo… tanto ci vorranno secoli e
secoli prima che qualcuno inventi di nuovo il “Sistema”, e fino ad
allora, forse, tutto filerà liscio!

334
LA SCELTA MOTIVATA
di Bruno Magnolfi

Che importa, in fondo, pensa Gabriele, non comprendere qualcosa


di tutto ciò che è stato detto, magari soltanto perché qualcosa
nell’insieme è stato espresso male, confusamente, con furbizia,
proprio per non lasciare la possibilità di capire, almeno non del
tutto. Non ha alcuna importanza, è sufficiente aver udito le parole,
aver finto soddisfazione di quanto è stato riferito, come non ci
fosse stata alcuna curiosità di andare a fondo in un argomento di
quel genere. E il fatto poi che si trattasse di una materia così
legata ai miei interessi, pensa ancora Gabriele, è un elemento di
pura coincidenza, che alla fine importa ancora meno, visto che
proseguo nel conservare le mie opinioni, non mi lascio certo
confondere da queste argomentazioni quasi inutili.
Certo, capire le ragioni degli altri può essere importante, ma in
fondo è facile modellare ogni pensiero a proprio piacimento, in
modo da riuscire a far brillare sopra a tutti il punto di vista
personale, le ragioni che si attagliano meglio ai propri tornaconti,
i motivi principali sui quali si è imbastita l’esistenza propria. A
chi importa cercare una logica più alta, un’obiettività che non ha
senso, proprio perché persino troppo astratta, slegata da questa
nostra vita?
La conferenza procede, Gabriele si alza, lentamente raggiunge il
fondo della sala, esce dalla porta socchiusa. Ci sono alcuni in
quell’ingresso che fumano qualche sigaretta, e intanto dicono
qualcosa, ridono degli ultimi interventi, ma comprendono i motivi
che hanno fatto dire con forza ai relatori soprattutto certe cose,
evitando di metterne in luce certe altre. Così si deve fare, tutti

335
pensano questo, non c’è altra possibilità. Lui osserva gli altri,
consulta qualcosa su un suo taccuino, pensa che quella riunione
sarà di nuovo inutile, o almeno servirà soltanto a stabilire che c’è
accordo, che i punti vista sono chiari, la posizione di tutti è ormai
stabilita.
Gabriele rientra nella sala, scorre lungo il corridoio, raggiunge la
sua postazione. Tra poco si procederà alla votazione, dovrà
premere il pulsante di destra o quello di sinistra, e lui sente di
avere le idee ancora meno chiare dal momento in cui è arrivato.
Ascolta gli ultimi intereventi, gli sembra che tutti proclamino
ormai le stesse cose, usando quasi le medesime parole, il suo
disagio è forte, sa che deve uscire da questa situazione, deve
prendere una posizione chiara, anche se gli sembra sempre più
lontana. Infine guarda il suo vicino: è serio, concentrato, scrive
qualche appunto con tratti decisi, con gesti definiti. Va bene, non
ci sono problemi, pensa Gabriele, e ormai ha deciso: voterà alla
stessa maniera del suo vicino di postazione; torna ad osservarlo,
gli pare retto, definito, e se è così convinto del proprio
comportamento, pensa con forza, certamente può esserlo anche
lui, proprio per le medesime ragioni.

336
CUORE FREDDO
di GM Willo

Un cuore freddo, insensibile a tutto. È cresciuto nei giorni apatici


dell’ultimo autunno, durante quelle notti passate a fissare il
soffitto buio, nei silenzi rotti soltanto dal ronzare inarrestabile
della TV della vicina di casa. Non avrebbe mai potuto
immaginare che una cosa così gelida potesse crescere dentro di
lui, e che arrivasse al punto di non riuscire più a sentirla. Il cuore
freddo attutisce ogni appendice percettiva. Rimane soltanto una
sensazione di vuoto, comunque inafferrabile, alla quale è
preferibile tutto, anche il vortice abissale della disperazione. No,
il cuore freddo ti rende robotico, meccanico, funzionante ma
alienato. È una pila atomica che brucia a temperature vicine allo
zero assoluto. I muscoli della sua faccia rispondono al gioco di
conseguenze logiche, in ogni relazione in cui viene coinvolto.
Saluta, domanda, risponde, partecipa, ma ogni gesto, ogni parola,
sono mere risultanti di complesse espressioni algebriche. È il
cuore freddo che lavora senza riposo. Si autoalimenta. Sopravvive
della sopravvivenza del suo uovo.
Quante persone come lui coltivano nel petto un cuore freddo, in
questo occidente sferzato dal vento e dalla neve, nell’inverno più
gelido che l’uomo ricordi? Quante?

337
LA FOTO
di Jonathan Macini

Non riesco a stare fermo, non più. Anche mentre tutto tace, e il
respiro del mondo si fa sottile, attutito dallo spessore di queste
porte-finestre dai doppi vetri, odo il rintoccare dell’orologio in
cucina, lo scorrere inesorabile della giornata. Prigioniero di
quattro mura e di un accesso alla rete, mi trascino davanti allo
schermo e allungo lentamente la mano verso il comando di
accensione. Mi fermo, non proprio indeciso ma infastidito dalla
sensazione di “non-scelta” che mi pervade. Vorrei resistere solo
per dimostrare a me stesso di non aver bisogno di questi stupidi
giochi tecnologici. Potrei farmi un caffè d’orzo e continuare a
guardare la mia immagine riflessa nel vetro della finestra, soffiare
sulla superficie scura della bevanda e godere del tepore che
rimbalzando ti accarezza le labbra e la punta del naso. Potrei fare
finta di essere da solo, di non avere accesso a un miliardo di vite e
a dieci miliardi di storie, sedermi sul divano ad aspettare il
volgere delle ore. Ma spingo il pulsante e la ventola incomincia a
girare, odo un bip familiare e lo schermo si illumina. Presto verrò
risucchiato nel turbine della rete, con tutte le sue faccine buffe e i
suoi intenti vuoti. Solo un momento, un minuto appena… Mi alzo
mentre una musichina mi avverte che la macchina è pronta. La
ignoro e raggiungo le scale. Chissà come mi è venuto in mente…
Al piano di sopra c’è la vecchia libreria. Quante volte mi sono
chiesto il motivo per cui continuo a tenermi una montagna di
carta, in un’epoca in cui una manciata di click ci dividono da tutto
ciò che vogliamo sapere. Nostalgia o semplice pigrizia? No, non
sono mai riuscito a trovare una risposta…

338
Estraggo un libro di illustrazioni natalizie di Norman Rockwell
che avrà come minimo trent’anni. Ricordo ancora il giorno in cui
lo comprai in un negozietto tutto a sconti del centro di Londra. Ci
trovai anche un portfolio di Gustav Dorè… Devo averlo messo
qui, mi dico, e non mi domando neanche perché mi sovvenga
proprio adesso. Scorro velocemente le pagine sulla punta del
pollice e noto con piacere che ancora conserva il suo odore,
probabilmente dovuto all’inchiostro o alla qualità della carta. Le
sue centotrentaquattro pagine mi passano davanti agli occhi nel
tempo di pochi secondi. Non c’è nulla. Di nuovo, con il pollice
della mano sinistra, faccio scorrere il libro. Deve essere qui, ne
sono sicuro… Eccola!
Nella foto ci sono io, trent’anni più giovane. L’immagine è una
semplice stampina dieci-quindici. Si vede chiaramente sullo
sfondo la Royal Pavillion di Brighton. Accanto a me c’è una
ragazza, capelli neri, lunghi, lisci e un sorriso radiante. Non so
quanto tempo rimango a fissare quella foto. Due minuti, forse
dieci, in ogni caso, ci metto tutto il tempo necessario per ricordare
quei giorni, e per tappare i buchi della memoria con un po’ di sana
immaginazione.
Tiziana, chissà che fine hai fatto? Potrei precipitarmi davanti alla
macchina e fare una piccola ricerca in rete… ma certe storie è
meglio che rimangano storie, e Tiziana è meglio che rimanga
semplicemente la ragazza di quella foto.

339
FEAR
di Gert Dal Pozzo

Pum…
Pum…
Pumm…
Buio. Le palpebre si aprono di scatto. Altro buio
Pumm…
Si tira a sedere sul letto. Ansima.
Pumm…
La mano corre nervosamente a cercare l’interruttore della
lampadina sul comodino.
Pumm…
La luce stupida e assonnata si staglia sui profili alieni di cose
familiari.
Pumm…
L’aria vibra così intensamente ad ogni battito che sembra essere
liquida. Le pareti sembrano non poter contenere la vibrazione. Le
pareti sembrano voler esplodere.
Pumm…Pumm…
“Cazzo!”
L’imprecazione scivola fuori sibilata dalle labbra secche, dalla
bocca ancora impastoiata per il sonno.
Pumm… Pumm…
“Cazzo!”
Ora lo dice a voce piena.
Pumm… Pumm…
“Cazzo! CAZZO!”
Ora l’imprecazione è un urlo, mentre la paura gli dilata le pupille

340
e gli stringe le viscere.
Pumm…Pumm…
La coperta, calda del suo calore, gettata da parte. Si alza in piedi, i
piedi nudi sul parquet. Ansima come se quello fosse l’ultimo
ossigeno della sua vita. Non fa nulla. Sta solo in piedi. Lo sguardo
inchiodato su un punto che non ha alcuna importanza, che
potrebbe essere qualsiasi altro punto.
Pumm… Pumm… Pumm…
Il viso si contrae in una smorfia di paura, smorfia della bestia che
lo ha reso l’incapacità di capire. Non c’è nulla da capire. Non c’è
tempo o modo per capire. È solo troppo… grande?
Pumm… Pumm… Pumm…
Ora le sue imprecazioni sono isteriche, piange e sbava. si scava le
guance con le dita. Si sente mancare.
PUMM… PUMM… PUMM…
Stavolta è tanto forte che il suo cranio, il suo petto sembrano non
poter contenere la vibrazione. Il suo cranio, il suo petto
desiderano esplodere. Ma lui non vuole, lui non può! Urla, urla
disperato e mentre urla cerca di infilarsi in fretta sul pigiama i
vestiti del giorno prima.
PUMM… PUMM… PUMM…
I jeans troppo larghi.
PUMM… PUMM… PUMM…
La felpa troppo larga.
PUMM… PUMM… PUMM…
Le fottute scarpe che non entrano, che ha lasciato allacciate, la
fottuta soletta che si piega.
PUMM… PUMM… PUMM…
“Cazzocazzocazzocazzocazzo…”
Afferra, scaraventandosi fuori dalla stanza come se ossa e muscoli
fossero messi insieme a caso entro l’involucro della sua persona,
afferra la giacca lisa e la sciarpa di lana colorata.

341
PUMM… PUMM… PUMM…
La discesa dalle scale, al buio è fatta di angoli, contusioni,
mancati equilibri, di un labbro spaccato e di altre imprecazioni
sputate tra sangue e saliva.
PUMM… PUMM… PUMM…
La porta non si apre. La porta non si apre! L’idea della chiave che
deve girare nella toppa arriva in ritardo.
PUMM… PUMM… PUMM…
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah! Cazzo! Devo uscire!
CAZZO!”
Piange. Capillari e pupille dilatate. Piange. Gira la fottuta chiave
nella fottuta toppa. Non si apre! Non si apre! Gira, gira ancora. Si
apre!
PUMM… PUMM… PUMM…
Il gelo della notte, che si era solo fatto intuire dallo spiffero sotto
la porta, gli impatta contro come fosse solido, come potesse
spingerlo indietro. Quasi cade. Resta in piedi. Una falcata ampia
quanto le sue gambe corte gli possono concedere, quanto gli può
concedere il cavallo basso dei suoi pantaloni troppo larghi.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
È nel vialetto. La luce della luna è incredibile. La luna deve essere
piena. La luce della luna è troppa. La luna deve essere piena. Non
ha ancora girato la testa verso l’alto, verso il cielo, verso la luna,
ma la luce è… terribile, la luce è terribile. Sa già cosa vedrà, lo sa
senza saperlo, sa già cosa vedrà. Alza la testa.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
Non è la luna. Non è la luna. Non è la luna è un occhio. Nel cielo
non c’è la luna, non c’è la luna ma un occhio. Non c’è la luna ma
un occhio enorme, spalancato, fisso.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
L’occhio lo guarda. L’occhio lo guarda e lo sguardo, quello
sguardo, è terribile. Quello sguardo lo penetra lo fruga, come

342
mille piccole mani che si muovono dentro di lui, tra organi
pulsanti, in ogni viscido anfratto del suo corpo, internamente.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
PUMM…
Quello sguardo è pesante, lo schiaccia. Quello sguardo è
bruciante, lo incenerisce.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
PUMM… PUMM…
Ora corre. Corre lungo il vialetto. Corre perché deve correre…
lungo il vialetto. Si volta. lo sguardo non lo perde mai. Lo
sguardo sarebbe su di lui anche sprofondasse al centro della terra.
Lo sguardo non lo abbandona.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
PUMM… PUMM…
Ha ancora la testa girata all’indietro quando colpisce il cancello e
finisce a terra seduto. Quel battito terribile, mostruoso, quel
battito è di un cuore abnorme, quel battito squassa ogni cosa.
Quel battito è il cuore crudele del mondo. Quell’occhio è l’occhio
crudele del mondo. Si rialza.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
PUMM… PUMM… PUMM…
Urla ancora, urla e piange. Salta sul muretto di cemento alla base
dell’inferriata. Si afferra al bordo metallico e scavalca di slancio.
Urla e piange. L’orlo strappato dei fottuti pantaloni si incastra da
qualche parte. Lo slancio lo sbilancia. Cade girando su se stesso.
La testa contro le mattonelle arancioni. Piange e urla.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
Sangue. Sangue e sabbia. La testa ronza come i vecchi lampioni
che fanno troppa resistenza. L’occhio lo guarda. Piange e non
urla. Si rialza. Biascica imprecazioni. Si rialza ed il sangue
copioso cola sul collo, appiccicoso. si alza e corre su per la

343
rampa. Corre e non vede che contorni sfocati. Corre e non sente
che ronzio. Ma l’occhio, ma lo sguardo lo sente, lo sguardo
crudele dell’universo gelido. Il battito di quel cuore orrendo,
immane, di quel cuore, del cuore crudele dell’universo gelido, lo
sente.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
Corre sull’asfalto del parcheggio. Corre ed impreca sputacchiando
sangue e sabbia e saliva e lacrime. Corre e piange. Corre e cade
ed i pantaloni si lacerano al ginocchio. La pelle sul ginocchio è
sangue e ghiaia mentre si rialza ancora e corre. Ora il cielo non è
coperto da nulla. Ora l’occhio crudele lo scruta terribile. Ora i
battere di quel cuore imponderabile fa vibrare l’orizzonte ed ogni
fibra della sua carne martoriata, ed ogni lembo della sua mente
martoriata.
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM… PUMM…
Fissa ancora quell’occhio terribile. Ancora le orecchie piene di
quel battito terribile, quando mette piede sulla strada. L’impatto è
tremendo. La velocità è quella di uno bolide delle quattro di notte,
della città deserta. Il volo è tremendo, la parabola lo scaraventa
sul marciapiede davanti al cancelletto marrone di una villetta. In
quel momento, l’angosciante intensità di quello sguardo si fa
ancor più forte. Il battito è un vibrare di ogni piano d’esistenza
mentre la vita con il sangue abbandona il suo corpo, parodia
grottesca e scomposta del corpo che era.
PUMM… PUMM… PUMM…
Le palpebre incrostate di sporcizia tremano appena. Il gelo lo
assale ed è un gelo che non potrà trovare mai più calore.
PUMM… PUMM…
Gli occhi si chiudono sigillati dall’ultima lacrima.
PUMM…

344
L’occhio terribile nel cielo piange sangue nero e chiude palpebre
stellate sulla penetrante crudeltà del suo sguardo.

345
IL PROFUMO DI CIPOLLETTA
di GM Willo

Quando sento il profumo di cipolletta mi sembra di entrare in casa


di Lina.
Lina era una vecchietta che abitava al piano di sotto, classe
millenovecentodieci, sempre pimpante fino al suo ultimo giorno,
un torrido pomeriggio di due estati fa in cui il suo cuore, dopo
quasi un secolo di incessante lavoro, aveva deciso di non battere
più. A volte mi invitava a pranzo, in quelle domeniche in cui tutto
sembra succedere sui campi di calcio, e il mondo pare fermarsi
sugli spalti. Ignorando i messaggi degli amici che mi invitavano
ad andare a vedere la partita insieme a loro, scendevo le scale del
condominio e bussavo delicatamente alla porta della mia vicina. Il
profumo dei suoi sughi si sentiva distintamente dal pianerottolo.
Lei era raggiante quando mi vedeva. Mi faceva accomodare al
tavolo, apparecchiato con un’impeccabile tovaglia di merletti, la
brocca di vino rosso e il cestino di pane fresco. Mi sembrava di
essere in trattoria.
Io le parlavo del più e del meno, del mio noiosissimo lavoro, di
mia madre che aveva un problema alla schiena, mentre lei si
muoveva placida e precisa, rimescolando nei suoi tegami e
commentando quello che io dicevo con teneri sorrisi. Durante
tutto il tempo la televisione rimaneva accesa su un canale che
dava solo telenovela brasiliane. L’immagine fotografica che mi è
rimasta di lei è ferma in mezzo al salotto con un tegamino in
mano e lo sguardo rivolto verso la TV.
Faceva la pasta corta in mille sughi, e non saprei proprio dire
quale fosse il più buono. “La cipolletta…”, mi spiegava. “È lei il

346
segreto di tutto…”
Ma amavo anche quelle fette spesse di carne che faceva
ammorbidire nel sugo, e le sue insalatine piene di aceto, che mi
facevano strizzare gli occhi.
Per tutto il tempo quasi non si metteva a sedere. Io le offrivo
puntualmente di aiutarla, ma lei non voleva. Col tempo conclusi
che quelle mie visite erano tra i pochi momenti speciali ai quali
Lina si aggrappava, perché arrivati a una certa età, quando ormai
tutti quelli più cari ti aspettano dall’altra parte, è difficile trovare
dei pretesti per continuare questa buffa operetta che noi
chiamiamo vita.
Poi veniva il caffè, fatto con la moka ovviamente. Io non riesco
ancora a capacitarmi come fosse possibile che un caffè fatto in
casa potesse avere un simile aroma. Me lo sarei giocato
tranquillamente con quello del bar più esclusivo della città.
Lina ci ha lasciati un giorno di agosto, mentre io ero a in Grecia
con gli amici. Quando tornai a casa e un vicino mi disse che era
morta fu come un sasso scagliato con forza all’altezza dello
stomaco. Mi sentii in colpa, e ci vollero alcuni mesi per
riprendermi.
Oggi, quando soffriggo la cipolla, penso sempre a lei.

347
POMERIGGIO SOSPESO N.2
di Bruno Magnolfi

Si era vestita, togliendosi la sua vestaglia da camera e scegliendo


con calma gli abiti adatti per una passeggiata nel suo quartiere,
senza neppure una meta precisa. Si era osservata più volte davanti
allo specchio che teneva in un angolo, infine si era spazzolata i
capelli, poi era tornata nel salottino. Non aveva una gran voglia di
uscire di casa, questa era la verità, però sentiva suo preciso dovere
smuovere quell’aria magica che lui, quando era uscito, si era
lasciato alle spalle. I loro incontri clandestini erano così, spesso
nascevano all’improvviso, e molte volte si consumavano in fretta,
come un’idea, un pensiero, una supposizione. Mise via i due calici
in cui avevano bevuto, sistemò qualche cosa senza importanza,
poi cercò le chiavi di casa.
Fu sufficiente non riuscire a trovarle al solito posto, per farle
tornare a mente i suoi modi, quel suo sorrisetto quando saliva le
scale dietro di lei e attendeva che aprisse la porta
dell’appartamento, oppure quando arrivava e restava lì fermo, sul
pianerottolo, prima di decidersi a entrare. Avrebbe dovuto farne
una copia di quelle chiavi, pensò con un sottile senso di auto
rimprovero, come se avesse dovuto già averci pensato, poi
immaginò se stessa rincasare e trovarselo lì, come un regalo
portato da una bella giornata. Lei avrebbe sorriso, senza parole,
forse le sarebbero spuntati due lucciconi negli occhi per quella
gioia improvvisa, e senza far altro lo avrebbe abbracciato, come a
trattenerlo per sempre, o a stringere a sé tutta quella emozione. Si
avvicinò alla finestra e tornò ad osservare i tetti delle case vicine,
e quel campanile poco più là, svettante sul resto. Si accostò al

348
tavolino e aprì il suo diario. “Fantastico averti con me…”, scrisse
quasi senza pensare, come se già quelle parole, quelle semplici
lettere sopra la carta fossero sufficienti a non farla sentire da sola.
Poi chiuse le pagine e tornò nella sua camera: doveva cambiarsi,
pensava, vestirsi in una maniera migliore, perché quello non era
un pomeriggio qualsiasi, lui era stato lì poco prima, assieme a lei,
e soltanto questo era già qualcosa sicuramente da festeggiare.
Indossò un camicetta spiritosa, un colore sgargiante, allegro,
proprio come lei aveva voglia di essere, infine chiuse l’armadio
per tornare nell’altra stanza.
Forse le avrebbe telefonato quella sera, pensò; forse non avrebbe
dovuto neppure pensare di uscire, avrebbe dovuto star lì, aspettare
che la sua fisionomia si materializzasse di nuovo, come per una
magia. Prese il soprabito con dentro le chiavi e chiuse il portone
dietro di sé. Lungo le scale continuava a pensare ai passi di lui
che avevano solcato i gradini soltanto poco prima. Non avrebbe
mai accettato una copia delle sue chiavi di casa, pensò: troppo
concreto, troppo realistico un oggetto del genere; lui era diverso
da tutti, incontrarlo aveva il fascino di una prima e di un’unica
volta, come se il tempo stesso annullasse qualsiasi altra
possibilità. Quell’appartamentino era suo, non c’era niente da
dividere là dentro se non quei momenti, quando la presenza di lui
rendeva improvvisamente vere tutte le cose. Raggiunse il
marciapiede davanti al portone del condominio, e rimase lì,
immobile, quasi perplessa. Dette soltanto uno sguardo fuggevole
a tutta la strada percorsa dalla solita gente, dalle auto veloci, dalle
persone ordinarie. Tornò in fretta a salire le scale, e quando
chiuse la porta alle sue spalle fu come ritrovare lui di nuovo tra
quelle sue stanze, e questo in fondo era tutto ciò che contava.

349
OSSERVARE
di Chiara Barbagli

La vidi per la prima volta ad un mercatino nella piazzetta delle


Erbe in una bella giornata di autunno. Era bellissima. Portava i
capelli raccolti in una coda di cavallo e una maglietta azzurra, e il
sole tingeva i suoi capelli di rosso. Stava camminando a passo
veloce con uno zainetto in spalla scambiando qualche parola con
una sua amica. Aveva grandi occhi gentili. Me ne innamorai
subito, non potevo farci niente, a volte è così. La sua amica si
avvicinò a me e mi sorrise, ma io riuscivo a guardare solo lei.
Feci finta di non averla notata abbassando poi lo sguardo e
chiudendomi in me, sperando che non mi notassero.
La rividi solo qualche settimana dopo a lavoro. Faceva la
commessa in un negozio di abbigliamento maschile ed era molto
brava. Avevo notato che di tanto in tanto perdeva la pazienza con
i clienti, le si arrossavano le guance, ma cercava di rimanere
professionale. Poi andava nel magazzino e saltellava per scaricare
il nervosismo. Mi piaceva sempre di più. E avevo anche scoperto
il suo nome. Un tesoro prezioso: Elena.
Dopo qualche settimana avevo ormai capito il ritmo della sua
giornata. Arrivava alle otto e trenta con una copia di un
quotidiano e un cappuccino dentro una tazza di cartone della
Starbucks. Apriva e si metteva al bancone per qualche minuto,
finendo di sorseggiare il cappuccino e sfogliare le notizie. Poi
arrivava la sua collega e lei andava a cambiarsi. Pranzava poi con
la collega ed era lei a chiudere il negozio per tre giorni alla
settimana. Una sera prese a parlarmi, credo di essere arrossito.
- Questa sera il mio gatto mi ucciderà – disse guardandomi. –

350
Arriverò tardissimo per fare l’inventario. Come minimo troverò il
divano completamente distrutto.
Io ero così emozionato che non riuscii a trovare le parole per
rispondere, ma lei continuò a parlarmi del più e del meno. Rimasi
beato ad ascoltarla, cullato dalla sua voce fino a quando non entrò
la sua amica.
- Cosa fai Elena, parli con i manichini? – le disse. Sentì il mio
cuore sprofondare. E così sono solo un manichino, fatto di
plastica e di metallo. I miei occhi sono colorati e il mio cuore non
batte come il suo. Eppure la amo ugualmente.
- Ciao Anna, parli di lui? È un buon amico, – disse Elena – mi fa
compagnia quando rimango fino a tardi. Pensavo di dargli un
nome.
- Sì? E come lo vorresti chiamare? – domandò Anna,
appoggiando la borsa dietro il bancone. Si avvicinò anche a lei e
cominciò a guardarmi con aria scettica. Elena mi fissò
mordicchiandosi il labbro.
- Mika! – esclamò. Avrei alzato il sopracciglio se avessi potuto.
- Mika?
- Certo, hai presente quel cantante? Secondo me si assomigliano –
disse ridacchiando Elena. Bene se la facevo ridere andava bene
anche un nome tipo Fido.
A quel punto entrò un cliente, così Elena mi sorrise e tornò a
lavoro. Per alcuni giorni rimasi silenzioso. Non sapevo perché ero
come ero. Gli altri manichini non sembravano rendersi conto di
quello che avveniva intorno a loro, fissavano semplicemente la
gente e si facevano montare e rimontare. Io non ricordo quando
ho cominciato ad osservare, ma di certo è molto tempo. Forse
dormono tutti ed io mi sono solo svegliato prima degli altri. Mi
sono svegliato vedendo Elena. Purtroppo però so di non essere
umano, e che posso solo essere una specie di collega di lavoro che
le tiene compagnia.

351
- Sei triste Mika? – mi disse una sera d’inverno. Era un periodo
faticoso per lei, era il 24 dicembre e alle dieci di sera era ancora
in negozio. Aveva gli occhi cerchiati e una ciocca di capelli
sfuggiva alla coda di cavallo.
- In effetti è quasi Natale e dovrai rimanere solo per qualche
giorno. Però ti ho portato un regalo. – Prese da sotto il bancone un
cappellino rosso e me lo mise in testa. Era un cappellino da babbo
natale. Non mi avevano mai regalato nulla, non sapevo proprio
che fare. La guardai cercando di esprimere il mio sentimento
almeno con i miei occhi dipinti.
- Sono un po’ triste anche io, Mika – si sedette sul bancone
dondolando le gambe come una bambina. – Sono stanca e domani
la mia famiglia festeggerà senza di me. È una noia perché loro
non abitano in questa città e non ce la faccio a raggiungerli.
Magari potrei venire a festeggiare con te – disse, poi rise.
- Cosa dico? Non è possibile, tu sei un manichino – mormorò.
In quel momento esplose qualcosa. La porta di vetro si spalancò
ed entrarono due persone urlando.
- Merda c’è ancora la commessa! – gridò uno mentre Elena
cercava di nascondersi.
- Dacci subito l’incasso! – gridò l’altro uomo. Entrambi avevano il
viso coperto e impugnavano una pistola. Elena corse alla cassa
per prendere i soldi e li passò con mano tremante a quello più
vicino a lei. L’altro stava prendendo tutto quello che trovava
interessante: cinture e golf di marca. Quando qualcosa non gli
piaceva lo buttava a terra e lo rompeva o lo calpestava.
- Sei carina sai? – stava dicendo l’altro a Elena, pietrificata vicino
al bancone.
- Smettila, non abbiamo tempo per questo – grugnì l’altro ladro
afferrando la borsa di Elena e prendendole i soldi, il verme.
- Lo dici tu, è carina questa – e con un dito guantato le accarezzò
il collo con aria possessiva.

352
- E poi cosa t’importa? Stasera non verrà nessuno.
- Io me ne vado, te la vedi tu con questa. Ti aspetto, ma solo dieci
minuti – disse l’altro verme uscendo dal negozio devastato.
- Per favore… no… – disse con voce tremante Elena.
- Ora ci divertiamo un po’, tu fai quello che ti dico e torni a casa
per Natale tutta intera. – Elena annuì e aspettò. Vidi lo scintillio
nei suoi occhi. Pregai che non facesse niente, perché quell’uomo
puzzava di muffa, come se fosse marcio. Lui le disse di togliersi il
maglione e si avvicinò mentre lo faceva. Elena fece finta che non
si aprisse uno dei bottoni e lui le si avvicinò bruscamente. Forse
per strappare il maglione. A quel punto Elena gli diede un calcio
al ginocchio e cercò di scappare. Lui si piegò, ma la prese
nuovamente per il braccio. Non vidi nemmeno io cosa successe,
ma partì un colpo della pistola. Se avessi avuto un cuore si
sarebbe fermato in quell’istante.
Il ladro indietreggiò con le mani sporche di sangue e poi si dette
alla fuga, mentre Elena rimaneva a fissare una macchia rossa sul
suo golf bianco. Fece alcuni passi e prese il telefono, ma scivolò.
- O Dio… o Dio… – sussurrò, guardando il soffitto – non voglio
morire… non voglio… aiuto… – teneva in mano la cornetta del
cordless, ma sembrava averlo dimenticato. Mi guardò con gli
occhi pieni di lacrime, già pallida.
Piano piano chiuse gli occhi e la mano le scivolò di lato
macchiandosi del suo stesso sangue.

- Come ti senti oggi Elena? – Anna portava un gran mazzo di fiori


che la nascondevano quasi completamente. Lo posò sul tavolino
della stanza d’ospedale di Elena.
- Meglio, in un paio di giorni mi lasciano tornare a casa – disse
con un debole sorriso Elena. – Come vanno le cose al negozio?
- Era un mezzo disastro, dovremo tenere chiuso per un po’, ma
non preoccuparti, non è niente di irreparabile. – Anna sorrise

353
nervosamente. Quando l’aveva chiamata la polizia era quasi
svenuta, stava preparando il cenone e per quello aveva lasciato
Elena in negozio a chiudere i conti. Si sedette accanto a lei e le
prese la mano.
- Elena… perdonami, io … se avessi saputo… – aveva gli occhi
pieni di lacrime.
- Sono stata stupida io, quando si è avvicinato quel maiale ho
voluto reagire, probabilmente non sarebbe successo niente se
fossi rimasta tranquilla.
Bussarono discretamente. Un poliziotto entrò chiedendo se poteva
fare qualche domanda.
- Vado a prendere un succo di frutta, torno tra poco – disse Anna
allontanandosi.
- Vorrei solo ricostruire l’ultima parte dell’aggressione – disse il
poliziotto. – Erano le dieci e quindici.
- Sì, stavo per uscire ormai. Sono entrati in due.
- Segni particolari?
- No, purtroppo no. Avevano il viso coperto e non avevano
accenti. Ero troppo spaventata per capire altro…
La ricostruzione andò avanti per qualche minuto, alla fine il
poliziotto si grattò il collo.
- Qualcosa non va? – domandò Elena.
- Sì. No, voglio dire… ci sono delle cose che non coincidono
secondo i nostri dati. Potrei chiederle per esempio se è davvero
certa di essere stata sola quella sera?
- Certo… ero sola, la mia collega era uscita prima per preparare la
cena. Perché questa domanda?
- Si tratta della chiamata al pronto soccorso. Lei non aveva
composto il numero.
- Io… no avevo preso il telefono, ma non ho composto il numero.
Credo di essere svenuta. io… credevo che i vicini avessero
chiamato i soccorsi sentendo il rumore… – disse Elena

354
cominciando a sentirsi decisamente confusa.
- A volte è difficile ricordare esattamente cosa succede in questi
casi. Forse può servirle risentire la registrazione del pronto
soccorso… – propose il poliziotto.
Il poliziotto prese dalla tasca un piccolo registratore e dopo un
paio di tentativi lo attivò. Dopo un lungo gracchiare si sentì la
voce di una operatrice del 118.
- Pronto, 118.
Prima si sentì un fruscio. Elena capì dopo che si trattava del suo
respiro affannato.
- Oh… Dio…
Era la sua voce sommessa, un sussurro.
- Non riesco a sentirla. Parli più forte. Cosa sta succedendo?
Un altro fruscio. Forse qualcuno aveva raccolto la cornetta.
- Una donna è ferita – era una voce maschile.
- Cosa è successo? – chiese l’operatrice – mi descriva le
condizioni della persona che ha bisogno di aiuto… -
- Le hanno sparato, ha una ferita al torace. Perde molto sangue –
rispose l’uomo.
- Mi dica dove si trova le invio una ambulanza.
L’uomo dette l’indirizzo.
- Cosa posso fare? – disse lui con aria spaventata.
- Non attacchi e continui a parlare con lei. – L’operatrice dette
qualche istruzione per fermare l’emorragia.
- Elena… sono qui non preoccuparti… non ti lascio sola.
Silenzio.
- Arriveranno presto. Non ti lascio.
Ancora silenzio.
- L’ambulanza è vicina ormai, continui a parlare.
Il telefono registrò la sirena dell’ambulanza.
- Signore… non mi ha ancora detto il suo nome. Come si chiama?
– domandò l’operatrice.

355
- Si chiama Elena – disse l’uomo.
- No, voglio sapere il suo nome – insistette l’operatrice.
La sirena si fece ancora più forte, quasi non si sentiva la voce di
chi parlava
- Mika, mi chiamo Mika…

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IL NUOVO MONDO
di GM Willo

Diario di Ruben Paloma

ANNO PRIMO DEL NUOVO MONDO


GIORNO NUMERO 15 DALL’ATTRAVERSAMENTO DEL
CANCELLO (AC)

Locazione: Nuova Frontiera


Condizioni atmosferiche: Discrete
Popolazione: 42

Sono passate già due settimane dalla fondazione della prima città.
Nuova Frontiera sorgerà su questa verde collina piena di
margherite e papaveri. È difficile credere che su questo stesso
promontorio, in una piega del tempo e dello spazio, si erga un
cimitero. Eppure è così. I miei nonni furono seppelliti proprio qui,
o lì… a questo punto non saprei.
Caspian è appena tornato dal fiume con due taniche piene d’acqua
fresca. Il fuoco è stato acceso, i bambini giocano a rincorrersi sul
prato e mia moglie Priscilla è dentro la tenda a rammentare uno
dei miei jeans. Jaime e Roberto lavoreranno fino al tramonto al
muro ovest della casa che stiamo costruendo. Sta venendo
davvero bene, considerando i pochi mezzi a nostra disposizione.
Non abbiamo ancora avvistato animali pericolosi, ma questo non
vuol dire che non ce ne siano. È molto probabile che branchi si
lupi ed orsi si aggirino per le montagne che si stagliano a qualche
chilometro dalla nostra postazione. Simon è andato a caccia ed è
tornato con due fagiani e un coniglio. Era un po’ deluso per via di

357
un cinghiale che gli era sfuggito per un pelo, ma forse è meglio
così. Due giorni fa Rosi si è ferita una mano per scuoiarne uno.
Per fortuna la cassetta del pronto soccorso che abbiamo portato
con noi abbonda di disinfettante. La domanda che ci poniamo tutti
è però sempre la stessa: che faremo quando sarà finito? Faber ha
studiato le proprietà delle erbe per un anno, preparandosi al
passaggio. Dice che non ci sono problemi, che tutto quello di cui
abbiamo bisogno si trova in natura, però anch’io ho i miei dubbi.
Il morale del gruppo è abbastanza alto, tutto sommato. Qualcuno
porta ancora i segni della tempesta di una settimana fa. Le tende
sono state riparate, ma nessuno nasconde il desiderio di avere
presto un tetto sopra la testa. Jaime crede che già tra una decina di
giorni potremo avere una sezione della casa pronta. Il problema
sono i materiali. Di legno ve n’è in abbondanza, anche se non è
facile lavorarlo. Manu ci sa fare con l’ascia, ma abbattere le
querce ed i castagni del boschetto vicino è il meno.
Comunque, tra un’imprecazione e una risata, si va avanti. È
curioso vedere le nostre donne prendere naturalmente quei ruoli
che usavano disprezzare nel vecchio mondo. Non tutte però…
Elisa preferisce andare a raccogliere le pietre con la carriola che
preparare le focacce insieme alle altre.
Altro problemino: la farina… Quella finirà presto. E poi? Faber è
l’esperto agronomo. Sta lavorando all’orto insieme a Tullia, ma ci
vorranno dei mesi prima di raccogliere qualcosa. Fino ad allora
tutti si chiedono se le nostre provviste basteranno. Per fortuna il
fiume abbonda di pesce.
I bimbi si stanno divertendo, e noi adulti dovremo sempre
prenderli come esempio. In fondo è per questo che siamo venuti
di qua; acqua limpida, aria pulita, il suono degli uccelli e un intero
mondo da ridisegnare alla nostra maniera. Quelli più piccoli
inventano ogni giorno un gioco nuovo. Misha e Noa, che sono un
po’ più grandi, ci aiutano come possono. È bello vedere come la

358
loro percezione del mondo non sia stata contaminata come la
nostra. Chissà se riusciremo prima o poi a disintossicarci
dall’influenza che il vecchio mondo ha avuto per anni su di noi.
L’unico a dare qualche problema è Julian. Sono ormai tre giorni
che si è ritirato in un silenzio preoccupante. Passa la maggior
parte del tempo nella sua tenda ed esce solo per mangiare o fare i
suoi bisogni. Ho chiesto a sua moglie Rita se stava male, ma lei
non mi ha saputo rispondere. Ha detto semplicemente che “è un
po’ giù”, così stamattina mi sono deciso a stanarlo. Mentre usciva
per andare a lavarsi al fiume, mi sono messo davanti all’entrata
della sua tenda e ho aspettato. Quando ha fatto ritorno ne è nata
un’interessante discussione che proverò a riportare per intero.
Credo che potrebbe rivelarsi addirittura profetica…

R: Tutto bene Julian?


J: Si… sono solo un po’ stanco.
R: C’è qualcosa che ti preoccupa? Il passaggio è andato bene, no?
Nessuno ha avuto il rigetto di cui parlavi…
J: No, nessun rigetto, te l’ho detto. È solo stanchezza.
R: Dai Julian, ci conosciamo da una vita… Te lo posso leggere in
faccia che c’è qualcosa che ti turba…
J: Beh, se me lo leggi in faccia è inutile che continui a
nasconderlo… Facciamo due passi?
R: Certo. Scendiamo al fiume, ti va?
J: Ci sono appena andato ma va bene…
R: Dimmi tutto.
J: Prima voglio chiederti una cosa. Stai avendo anche tu dei
sogni?
R: Che tipo di sogni?
J: Beh, sogni diversi… diversi da quelli che usi fare.
R: No. In effetti sogno molto poco da quando siamo qua.
Dev’essere la stanchezza per il lavoro fisico che facciamo. La

359
notte dormo come un sasso.
J: A me sono iniziati qualche giorno fa. All’inizio non davo loro
peso. Erano sogni vaghi, di cui ricordavo molto poco. Due giorni
fa invece sono diventati più lucidi.
R: Che cosa sono?
J: Non è facile descriverteli. Si tratta di sogni perlopiù astratti, ma
devono avere un potere innescante.
R: Che vuoi dire?
J: Che al risveglio un pensiero tremendo viene puntualmente a
farmi visita. Sono i sogni, capisci? Sono loro che lo innescano…
R: Quale pensiero?
J: Che non siamo stati i primi.
R: Cosa?
J: È successo di già, forse migliaia di volte, forse un’infinità di
volte…
R: Che vuoi dire “è successo di già”? Il passaggio…
J: Esattamente, è già accaduto molte altre volte. È possibile
addirittura che i nostri primi antenati ne abbiano fatto uso…
R: E quindi credi che anche il mondo da dove proveniamo sia
nato così, come sta nascendo questo?
J: Proprio così…
R: Ma come?
J: L’idea del cancello è relativamente semplice, se ci pensi. Il fatto
che nessuno, nel nostro mondo, ci sia arrivato prima di me, non
vuol dire che in molti altri mondi qualcuno non sia arrivato alla
mie stesse conclusioni. Oltre i cancelli esistono un’infinità di
mondi vuoti come questo, uno per ogni diramazione accaduta in
tempi ancestrali che non ha portato all’evoluzione dell’uomo.
R: Però potrebbero esserci un’infinità di soluzioni felici. Stai
dando per scontato il fatto che tutti i mondi possibili abitati
dall’uomo siano destinati a perire.
J: Si, è vero… Ma è il sogno che mi sta dicendo questo…

360
R: Davvero, Julian? O sono forse le tue paure?

Julian non ha risposto a quest’ultima domanda. Mi ha solamente


sorriso, anche se non sembrava del tutto convinto.
Questa sera l’ho visto comunque un po’ più sollevato. Ha anche
riso alle battute di Bastian, mentre mangiavamo un stufato di
coniglio davvero ottimo. Abbiamo anche aperto del vino, e la
nostra riserva è scesa a ventisei bottiglie. Per fortuna la prossima
settimana pianteremo i semi per il vitigno. Ci vorranno almeno
cinque o sei anni per avere la prima spremitura… Non sarà facile
aspettare.
Adesso spengo la candela. Priscilla sta già dormendo e la bimba
pure. Fuori ascolto il silenzio di questo mondo nuovo, e il
sussurro del vento che mi racconta di una vecchia chimera
chiamata speranza. Quindici giorni fa abbiamo superato un
cancello tra i mondi per iniziarne uno nostro, migliore. Julian
pensa che forse è stato tutto vano, che questo è solo l’inizio: il
sasso che diventa slavina. Ma io non ci voglio credere.
Lui ascolta i sogni, io invece preferisco ascoltare il vento.

361
CALOR BIANCO
di Gert Dal Pozzo

Le foglie verdissime stormiscono al vento, in alto, sopra le loro


teste. Avanzano vicini sul vialetto di ghiaia bianca che scricchiola
sotto i loro piedi. Lui gesticola, appassionato dal suo discorso. Lei
lo ascolta attenta, concedendogli, di quando in quando, lunghi,
profondi sguardi castani. Sorride impercettibilmente mentre lui,
per vie intricatissime raggiunge le sfere celesti argomentando dei
massimi sistemi.
Un cigno incede, bianco, nel piccolo laghetto recintato da una
staccionata di legno grezzo. Alberi dai tronchi scuri e umidi
sporgono le loro chiome sopra di esso, evocando una frescura
rilassata.
Il sentiero li ha condotti entro una piccola grotta di pietra,
ammorbidita da sbuffi muschiosi.
- Che bello questo posto… ci sono sempre passata vicina, ma non
ci sono mai entrata.
Lui smette di parlare, si guarda intorno. Il vecchio custode
armeggia con un grosso paio di cesoie nella serra addossata al
muro perimetrale. Una giovane donna viene loro incontro
spingendo una carrozzina. Il bambino che vi dorme è
incredibilmente ricciolo. Lontano, dall’altra parte del parco, il
suono ritmico di bonghi ed un chiacchiericcio allegro. Il verde è
talmente acceso che sembra avere vita a se, sembra liquido,
sembra che possa gocciolare dalle foglie ad ogni refolo. La
pioggia, le gocce calde e rade, cessata da poco, ha riempito l’aria
di odori: l’erba, la terra, la polvere, l’asfalto appena oltre il muro,
il cemento del muro stesso.

362
Raggiungono una panchina, si siedono, in silenzio. Lei guarda il
cigno sulla riva sassosa del laghetto. Con l’ala alzata si liscia il
piumaggio. Con una mano si sposta una ciocca di capelli dietro
l’orecchio. Restano in silenzio. Lui è nervoso, lascia che lo
sguardo vaghi intorno senza posarsi su nulla per più di qualche
istante. Il silenzio lo spaventa, lo atterrisce. Lei sente il suo
nervosismo, la diverte. Si volta ad incontrare il suo sguardo,
ancora quel sorriso appena accennato sulla labbra. A lui quel
sorriso pare ad un tempo dolcissimo e terribile, quelle labbra
morbide, si piegano in una curva tanto delicata quanto tagliente. Il
viso è caldo, più di quanto la temperatura dell’aria non giustifichi.
Il cuore risale fastidiosamente l’esofago.
- Cosa dicevo…?
Disingaggia il suo dallo sguardo di lei.
- Non resisti per molto tempo.
Perplesso torna a guardarla.
- Non resisto a cosa?
- Non resisti per molto al silenzio. Credi di dover dire sempre
qualcosa di intelligente? Credi davvero di poterci riuscire?
- Io…
Lo sguardo torna a fuggirla, l’espressione si rabbuia.
- Pensi che qualcuno possa riuscirci davvero, ma soprattutto, credi
sia così importante, che sia necessario, che abbia un senso?
Lui rimaneva in silenzio e fissava la ghiaia. Lei ancora manteneva
il sorriso appena accennato e l’aria tranquilla, ma cominciava a
preoccuparsi, a temere di essere stata troppo brusca. Le era venuto
spontaneo rispondere così. Per qualche motivo che non riusciva a
spiegarsi, era convinta che anche lui si aspettasse, addirittura che
desiderasse essere fronteggiato in quel modo.

Da quando lo aveva conosciuto, appena tre settimane prima, per


caso in un locale, ne era rimasta subito affascinata. Lui aveva

363
bevuto qualche birra di troppo e probabilmente questo gli aveva
dato una mano a trovare il coraggio per lasciare i suoi amici e
andarsi a sedere al tavolo dove lei sorseggiava un cuba.
Era sola quella sera, ogni tanto le piaceva uscire a fare quattro
passi, ma la pioggia improvvisa l’aveva costretta a riparare nel
bar. Lui si era seduto, l’aveva guardata per qualche minuto con
sbilenca intensità, poi, a bruciapelo, tutto serio le aveva chiesto:
- Che ne pensi della solitudine?
Da quella inusuale domanda era iniziata una lunga chiacchierata
che, partendo dal tema originario, aveva poi toccato praticamente
qualsiasi ambito.
Inizialmente stranita e anche un po’ preoccupata, non aveva
potuto evitare di farsi prendere dal discorso. Parlando lui usava
spesso termini eccessivamente ricercati e sembrava che lo
preoccupasse parecchio l’idea di non sembrare abbastanza
intelligente ed interessante. Ciononostante i suoi intricati
ragionamenti erano molto lucidi, stimolanti, originali, ma
soprattutto le sembrava di poter percepire la passione con la quale
li aveva elaborati, passione con la quale argomentava e riusciva a
rendere chiare anche le affermazioni più astruse.
Avevano parlato per oltre due ore, senza che lei se ne accorgesse.
Lo salutò, lui le chiese se volesse essere accompagnata, ma lei
declinò, aveva smesso di piovere. Negli occhi di lui, sotto
l’euforica umidità dell’ebbrezza, per un attimo passò un lampo di
delusione.
- Senti, ti va se domani pomeriggio prendiamo un caffè?

I loro incontri a seguire non avevano fatto altro che confermarle


l’impressione che aveva avuto. Le piaceva stare con lui, passava
da momenti di umorismo paradossale a momenti di profondità a
volte gratuita. Poteva sembrare saccente, e forse un po’ lo era, ma
tutte quelle improbabili, singolari nozioni, riguardanti gli

364
argomenti più disparati parevano connesse tra loro, in un unico
flusso di pensiero che riusciva ad essere in qualche modo
coerente… armonioso.
Lui la faceva sentire bene, la stimolava, la intrigava, la divertiva
e, in un modo che non riusciva a spiegarsi, riusciva a anche a
tranquillizzarla… eppure… eppure anche quella sua ossessione di
non apparire all’altezza, quella sua insicurezza, la paura che il
contatto con lei sembrava provocargli e che si scontrava con
l’evidente attrazione, anche tutto questo si confermava. Lei non
riusciva a capire il motivo di tutto questo, la incuriosiva e a volte
la innervosiva pure. Si divertiva di quando in quando a
stuzzicarlo, rispondendo in modo opposto a quello atteso alle
domande retoriche che ogni tanto infilava, a caccia di conferme,
nei suoi torrenziali discorsi o mettendolo in imbarazzo con quesiti
impertinenti che lo coglievano alla sprovvista. Il fastidio, per quel
poco che ne aveva manifestato, era stato solo iniziale. A lui quel
gioco sembrava piacere molto, tanto che a volte era come se le
fornisse le occasioni per portarlo avanti. Dal canto suo lei si era
lasciata prendere la mano sempre di più, senza preoccuparsi di
stare esagerando… fino a quel momento.

Mentre lui le nega i suoi occhi, persi nel vuoto tra i sassolini
bianchi del sentiero, il sorriso impertinente di lei va sfumando.
Una punta di rimorso comincia a gravarle nel petto: “e se avessi
esagerato?”. Ha voglia di chiedere scusa, di abbracciarlo, di dirgli
che non voleva ferirlo.
Non sorride più, lo guarda e allunga una mano verso di lui.
Improvvisamente lui si gira, la fissa intensamente negli occhi
profondissimi, scuri nella fresca ombra di quell’antro. Lo sguardo
sembra durare un tempo infinito. Il cuore di lui batte forsennato,
tanto forte da sbilanciarlo. La decisione l’ha già presa, oramai è
irreversibile, ma il tempo che si dilata lascia spazio ad una paura

365
infinita.
Lei lo fissa, non capisce, accade tutto troppo velocemente perché
possa pensare, solo… nei suoi occhi vede una luce strana, una
determinazione, una… chiarezza, simile a quella della prima sera,
ma molto più intensa. Lui si sente cadere verso di lei, verso le sue
labbra così morbidamente dolorose, verso i suoi occhi, stelle di
luce scura. Con una mano le cinge il fianco, con l’altra le
accarezza la guancia… e la bacia, con delicatezza. Per un istante
per lei c’è solo il calore, il calore e come tensione elettrica a fior
di pelle. Sotto le labbra di lui, così delicate, sente una passione, un
desiderio che contiene a stento, aspettando d’essere ricambiato.
L’istante dopo anche le braccia di lei cingono lui e la sua bocca si
fa vorace nel cercare quella passione e quella passione scatena.
Ora entrambi bruciano e in quella fiamma tutto il resto scompare,
resta solo la fisicità unica e inequivoca dei loro corpi, congiunta
nel punto perfetto e cangiante del desiderio reciproco.

366
IL POTERE NELLE MANI
di Dario de Giacomo

A Miriam per le sue mani che strizzano panni.

Fu una volta che il potere tentò di sedurre anche l’uomo di


Nazareth, usando la forza di petti salubri e fortissimi, che si
fletterebbero elastici in battaglia, sbaragliando gli animi esangui
di tutti i nemici, con le mani nude. Nel pugno teso del seduttore
dai lunghi capelli di seta nera, la tensione si smorzò nelle nocche,
che si distesero in dita molli, disegnando una carezza. E la furia
del potere si addolcì, in docili tocchi di membra, che scivolarono
sul suo petto, fino all’ombelico tastando l’inguine bagnato.
Poi, si aprirono le mani, entrambe in volo come farfalle, per
mostrare tutto quello che c’era intorno e negli occhi dell’uomo di
Nazareth. E si richiusero, formando una coppa o un sacco, ma
capiente, da contenerci l’universo intero per quell’uomo solo.
Infine quelle dita da seduttore svettarono alte sulle guglie delle
chiese, come segnali di comando: l’ordine dell’unico re al suo
gregge, di fermarsi. Abbassare il capo e piegare il ginocchio.
Allora. L’attimo terribile dell’agonia, prima del respiro che varca
la soglia, soffiò potente nello stomaco dell’uomo di Nazareth, e
appesantì le sue gambe. In quel luogo il potere lottava con
l’assenza, davanti a tutti gli uomini, e prendeva a testimone il re
dei cieli, che il seduttore combatteva. L’uomo di Nazareth fu
scosso da brividi disperati, contando tutte le sue assenze, tutti i
buchi sul tessuto della veste.
Di lì passava una donna, ignara proprio del momento della lotta, e
si recava alla fonte a lavare i panni. L’uomo di Nazareth si

367
dondolava nell’incertezza, desiderando tutto ciò che l’assenza gli
sottraeva, nell’esercizio della lotta. Entrambi, lui e il seduttore,
rivolsero l’attenzione alle amorevoli cure che la donna prestava
alle vesti di lino. Le ceste di panni erano numerose, e la donna
una lavandaia. Il sole tramontò sul lavoro di braccia della donna,
uno sforzo di muscoli e schiena sulla pietra grigia di acqua gelata.
La lotta sembrava sospesa tra loro, i pensieri stessi svaniti nel
gioco di spruzzi e sapone schiumante. Sebbene la donna non si
risparmiasse per un istante nel lavoro di braccia sulle vesti, pure,
le sue mani scheggiate diventavano esili e timorose quando le dita
sfioravano una veste di lino bianchissimo. A quella sola veste di
lino bianco quella donna, ogni giorno, dedicava una cura
amorevole, e lo avrebbe fatto fino a imbiancare i capelli, timida e
sfuggente, lavando il tessuto pulito.
Il seduttore lanciò uno sguardo d’intesa all’uomo di Nazareth, che
gli sorrise. Quelle erano le vesti dell’uomo che da sempre aveva
scavato il suo nome nel cuore della lavandaia, suo marito. E le
dita della donna sapevano fare l’amore anche con la presenza di
quell’umile veste, che profumava del suo uomo e del loro amore.
Loro lo capirono. Il seduttore riprese il combattimento, con le
spalle alla donna, che continuava a sfregare il tessuto. L’uomo di
Nazareth si lasciò crollare nella sabbia, finalmente estenuato dalla
lotta, con un’immagine sola negli occhi e nella carne. Un muro
giallo, da bambino, nell’ora d’estate quando si dorme, e un
rettangolo di sole disegnato sui mattoni rossi. Nella quieta
presenza di tutto.
L’assenza allora scivolò in polvere nella sabbia, strisciando tra i
suoi piedi e gli spruzzi d’acqua dolce della donna, il seduttore si
fermò, gettando uno sguardo assente indietro. C’era una paura
terribile sospesa tra loro, la paura del potere. Fu un lampo e il
seduttore si insinuò nelle arterie delle sue paure, veloce come il
sangue. L’uomo di Nazareth sentì la malattia nel suo sangue,

368
rapida e impalpabile, diffusa ovunque. L’assenza riemergeva dalla
paura del potere. Il potere era forte, lascivo. Lui si guardava le
mani, bianche, leggerissime, attraversate da sottili venature di
assenze, perché era sempre stato troppo timido per trattenere
qualcosa. Sempre, fino a questo giorno di lotta, a quest’ora che lo
vedeva perdere tutto.
Inginocchiato nella polvere, ora, si batteva i pugni contro le gote,
forte, per sanguinare fuori il suo sangue freddo e appiccicoso.
Quella donna svelava la paura, nei suoi lini. Lui aveva rinunciato
da bambino ad occupare spazio con la sua ombra, ma ora quella
paura gli sembrava una vigliaccheria. Anche rinunciare a tutto gli
sembrava un inganno. Lo aveva voluto. Per paura? Sì! Aveva
voluto inesorabilmente rinunciare alle assenze.
Rideva guardando le facce diverse vestite dal potere, che
combatteva al fianco del seduttore. Rise così forte anche delle sue
paure, giocando con l’acqua saponata che gli bagnava i piedi.
Rialzando la testa la rivide, era di nuovo giorno, e il sole cuoceva
la pelle della lavandaia, facendola fumare. Di nuovo quel suo
gesto, totale come un rito, dita di nebbia che asciugano la veste,
portandola al petto e al seno, e di nuovo la sfiorano.
Sorrise, mentre il tempo si schiantava tra lui e quella donna. Si
rialzò sulle gambe, e pensò che non si sentiva né forte, né debole.
Ma le gambe le sentiva e anche l’aria, e il freddo dell’acqua.
Sorrise di nuovo e fece cenno al seduttore di avvicinarsi.
Non mi tentare – gli disse delicatamente, mentre teneva con un
gesto nervoso le mani dietro la schiena.

369
(Profilo n. 8) ESTRANEO AL MONDO
di Bruno Magnolfi

Sto da solo in questa mia cuccia calda, e penso a tutto il mondo


che lentamente continua a muoversi, a girare indifferente per
conto suo, senza che questo abbia minimamente qualcosa a che
fare con le mie idee, i miei propositi, la mia maniera di essere.
Certe volte, senza che ne sia preoccupato, sento che qualcuno
cerca di tenermi d’occhio, aspetta solo che io faccia qualcosa di
strano, che mi comporti in maniera inadatta, lo sanno tutti che non
ci si può aspettare molto da me, ho già avuto dei piccoli problemi
in passato, ma proprio per questo io lascio perdere tutte le loro
congetture, e resto qui, come se il loro osservarmi non mi
riguardasse minimamente.
Non credo che qualcuno si preoccupi di venire davvero a
cercarmi, e per me il solo sapere che tutti mi passano quasi vicino,
proprio davanti, senza che nessuno di loro riesca a vedermi, ad
immaginare minimamente che io sia qui, rintanato in questo
posticino perfetto, dove mi sento a mio agio, capace di stare al di
fuori del mondo e di poter osservare ogni dettaglio di ciò che
succede, ecco, questa per me è la sensazione migliore che potessi
provare. Non mi importa di nulla, di nient’altro, se non di
starmene qui, senza che nessuno se lo immagini. Sorrido mentre
guardo la gente sui marciapiedi da dietro queste inferriate.
Esco, certe volte, da questa cantina buia e abbandonata, ma solo
la sera, quando nessuno può riconoscermi, e allora vado a
rivedere quei luoghi che più mi piacciono, quelli a cui mi sento
più affezionato. Qualcuno mi guarda, per via dei vestiti malconci,
a qualcun altro chiedo uno spicciolo, senza insistenza, quasi per

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non perdere quella abitudine. Compro qualcosa da mangiare,
nient’altro, perché di niente sento di avere bisogno. Poi torno
svelto a sistemarmi all’interno della mia cuccia.
Da dietro la grata osservo la sera scorrere come sempre, ascolto i
passi di chi transita sul marciapiede, immagino la fretta, o
l’indolenza, oppure la serenità. Mi sento tranquillo, qui non
potranno trovarmi, e questa per me è la cosa più importante di
tutte. Certe volte riesco a comprendere frasi e parole che le
persone si scambiano passando proprio qui accanto: parlano delle
loro attività, dei loro modi di pensare, a volte di quello che
faranno domani, o chissà quando. Mi stupisco delle loro apparenti
certezze, e a volte rido della loro incapacità di rendersi conto:
sono come dei bambini, innocenti, non adatti a proseguire ciò che
credono di fare; si ingannano tra loro inconsapevolmente, e c’è
senz’altro chi approfitta della loro inadeguatezza.
Mi sento felice del poter starmene fuori da tutta questa bolgia,
solo io riesco ad avere un’opinione obiettiva sulle cose, di questo
sono sicuro, e quando certe volte mi addormento tra i cartoni e le
coperte vecchie, mi sento a posto, come mai mi sono sentito
durante la mia vita. Su questo muro, sotto la grata, scriverò uno di
questi giorni il mio testamento, il mio pensiero su tutti coloro che
mi sono passati accanto senza neanche saperlo: sarà per loro una
sorpresa, un rendersi conto che c’era qualcos’altro che non
avevano minimamente immaginato.

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ALIEN/IDEM
di Gert Dal Pozzo

“Veramente strano...” disse l'alieno.


“Occasionalmente mi faccio di beat, occasionalmente però, mai
con troppa assiduità o regolarità: l'estraniazione è il mio pane,
l'estraniazione è il mio pene.”
Rosso l'alieno... rosso, il colore della passione, della rabbia, della
vita. “Rosso è il sangue. Il sangue scorre sotto la pelle. La vita
scorre sotto la pelle.”
“La certezza non è mai più che un istante, ma gli istanti possono
dilatarsi... si dilatano si, ma mai all'infinito”
“La vita è ordine, la vita è caos. Il cambiamento e la stasi
copulano allegri, fottendosene della limitatezza nel concepire di
chi li guarda, copulano e figliano vita, esistenza. Stremati sognano
il possibile dopo aver generato il reale.”
Ancora si interroga l'alieno mentre avanza per vicoli brulicanti,
scuri e bui, illuminati da infiniti mozziconi ardenti, da infiniti
occhi lucenti.
"E' umido..." Nota l'alieno... e avanza. I corpi sono avviluppati e
sporchi, unti mentre scivolano l'uno sull'altro.
"C'è dolore e sofferenza..." Dice, "C'è godimento e desiderio..."
Scende scale larghe e tortuose, un budello nel ventre di palazzi
altissimi, grigi, fatiscenti e gravi di muschi. La luce è molto più
alta, nebulosa. In quelle profondità i corpi sono molteplici, in ogni
angolo e anfratto, abbandonati su ogni gradino, adagiati contro
muri di mattoni sbrecciati. Si muovono i corpi, ora sincopati, ora
sinuosi, l'uno sull'altro e tra loro. Cala l'alieno in quei visceri
urbani. Distinto si sente il suono… il beat… le pareti vibrano...

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ogni cavità di quei corpi è cassa di risonanza per quella
vibrazione profonda.
Ora batte anche dentro l’alieno. Un’alta arcata, appuntita e stretta
alla fine di quella scala. Oltre la soglia il buio e totale, ma si sente
frescura, un fluire liquido, uno sgorgare, un odore penetrante che
gli sommuove i visceri, ma è profumo, solo molto più interno e
carnale. Varca la soglia l’alieno e sparisce nel suono, sparisce
nell’odore, sparisce nel contatto e nel calore, nell’oscurità
umida… e non è più alieno.

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Finito di pubblicare nel febbraio 2011

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