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JOHN & JACK


Jonathan Macini e Jack Lombroso

edizioni willoworld

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Edizioni Willoworld

www.edizioniwilloworld.co.nr

www.willoworld.net

www.rivoluzionecreativa.co.nr

John & Jack

di Jonathan Macini e Jack Lombroso

Prima edizione: 2010

Copertina di Charles Huxley

Tutto il materiale di questo libro è sotto


“Creative Commons Attribution 2.5 Italy License.”

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INTRO

Questo libro raccoglie gli ultimi lavori di Jonathan Macini e Jack


Lombroso, due autori crudi e sofferenti che riversano nelle loro
storie tutta la loro rabbia per la società bugiarda nella quale
viviamo. Il loro descrivere situazioni morbose è un modo per
esorcizzare i mali del mondo.
Il libro si apre con un racconto a quattro mani iniziato alla fine
del 2009 e rimasto incompiuto a causa della scomparsa di Jack.
Non si hanno infatti sue notizie da svariati mesi. Lombroso è
sempre stato un personaggio sfuggente. È riapparso qualche
anno fa dopo più di una decade di vita borderline, ma tutti
sapevano che non sarebbe durata. L'alcol, la droga, la
depressione, e chissà quale altro mostro, hanno reclamato la sua
anima. Jonathan non se l'è sentita di chiudere il racconto da solo
e ha deciso di lasciarlo così, come la vita di Jack Lombroso,
senza un inizio e senza una fine.

GM Willo – 26 Agosto 2010

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INDICE

1. Il Prete 7
2. Veldule Miste e Liso 12
3. Susanna che Danza 14
4. L'Ultimo Lavoro della Mia Vita 16
5. Jim lo Sventrapapere 26
6. Rosso Natale 30
7. La Bestia al Confessionale 33
8. Lo Spettacolo di Spyra per il Caos 37
9. L'Anticamera 40
10. Clarissa 45
11. Fanculo il Messico 49
12. Il Seme dell'Odio 58
13. Il Lungo Inverno 89
14. La Numero 103 91
15. Chinese Takeaway 93
16. Spegni la Luce 94
17. La Ricerca 96
18. Rec 98
19. Ipocondria 100
20. Una Terribile Estate 102
21. Le 101 Parole di Jonathan Macini 118
22. Designazione Dannata 128

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IL PRETE (inedito incompiuto)
di Jonathan Macini & Jack Lombroso

Quanto tempo mi rimane? Quanto tempo ci è rimasto?


La porta del tempio resta chiusa, mentre la luce pomeridiana
penetra attraverso i mosaici sacri. Neanche un fedele bisognoso
del caldo abbraccio di nostro signore, della vergine Maria che ci
osserva da sopra il tabernacolo di marmo. Anche loro si sono
accorti che non ci è rimasto più tempo?
Ma no, è che sono troppo impegnati, o troppo alla deriva. Sono
mesi ormai che le effigi degli angeli e dei santi non trovano la via
verso un'anima in pena, non riscaldano gli inginocchiatoi sempre
più freddi, non versano lacrime di luce per rallegrare il cuore di
un povero cristo.
Oltre la dura pietra delle pareti del tempio si odono le violenze di
una città perduta. Sirene, spari, urla... se mai è esistito un dio
degli uomini, deve essersene andato in vacanza da tempo. Ha
lasciato sulla terra gli ingenui e gli sciocchi a continuare un
lavoro inutile, ed io sono uno di questi.
La porta si apre. È la vecchia signora che vive dall'altro lato della
strada, quella col barboncino grasso e la borsa a carrello per fare
la spesa. Viene qui tra le due e le due e mezzo, perché nel suo
abituale programma televisivo c'è un buco di quarantacinque
minuti in cui vendono pentole e impianti stereo di sottomarca, e a
lei tutto questo non interessa. Da brava cristiana fa un salto qui,
fingendo di pregare e convincendosi di essere nelle grazie
dell’onnipotente. A volte mi chiede una confessione. Vedova da
quasi quarant'anni, si è scoperta più volte a desiderare altri
uomini, convinta che fosse stato il diavolo a farle dimenticare il
suo santissimo marito, che manco a dirlo la riempiva di botte. Ma
questo lo sanno solo i dottori e i preti come il sottoscritto.
Questo è il diario di un folle. Lo voglio scrivere nella prima
pagina, così chi avrà la sfortuna di imbattersi in queste pagine
potrà subito prendere le adeguate precauzioni. La follia aiuta colui

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che crede di essere normale. Ma chi può davvero dirsi “normale”,
oggi?
Sono giorni che avverto l’impulso, come un rumore sordo al
centro del corpo, nei miei intestini, un ronzio malato che cresce
d’intensità con il calare delle tenebre. Una parte di me vorrebbe
ascoltarlo, abbandonarsi al suo richiamo. Ora so che esiste quella
parte di me, repressa per tutti questi anni. È finalmente pronta a
vedere la luce, e a mostrare l’oscurità al prossimo. La lama che
taglia l’arazzo della mia vita di uomo, di amico, di figlio e di
messaggero del signore, è ormai a pochi centimetri dalla tela.
Stanotte aprirò la porta e lascerò entrare il nero passeggero che mi
abita. Stanotte qualcosa di brutto succederà. Adesso lo so.

Li libererò dal peso del corpo.


Se quello che davvero vogliono è raggiungere il loro
stramaledetto dio allora io li aiuterò. D'altro canto io il mio l'ho
già trovato; o meglio, è stato lui a trovare me. Quell'inutile
vecchia adesso non desidererà più niente. Mi ha chiesto
l'assoluzione ed io gliel'ho data, con il barboncino per contorno.
Chissà se la televisione è ancora accesa sulla pubblicità. Rileggo
le parole di ieri, su questo diario dalle pagine sgualcite e
macchiate, e mi sembra uno stupido chi ha scritto quelle frasi. Il
caldo abbraccio di Dio? Ma di quale dio parliamo? Eppure le ho
scritte io. Stringo i pugni e mi pare di poter stritolare quella pietra
così antica che tiene su questo tempio. La vecchia ha strillato
come un maiale mentre le spingevo i pollici dentro le cavità
oculari. Il sangue è schizzato purpureo, macchiando le pareti del
confessionale quando la testa del barboncino è letteralmente
esplosa, schiacciata sotto il tacco della mia scarpa.
Ho nascosto i corpi in una vecchia fossa nel piccolo cimitero
dietro la chiesa. Nessuno li cercherà mai là dietro. Domani è
domenica, e dovrò amministrare la messa. Chissà quale magnifico
massacrò verrà fuori… qualcuno sorriderà compiaciuto. Lo so.
Quando guardo quella massa di pecore idiote, da sopra il mio
pulpito, mi pare di non essere me stesso. Li intontisco con tutte le
stronzate che mi hanno insegnato, illudendoli di una futura

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salvezza. Ma io so che nessuno sarà salvo. Santi e peccatori si
riuniranno insieme in un gorgo infinito, tutti subiranno l'eterna
tortura. Solo ai servi più devoti sarà risparmiato il castigo. Cerco
di spiegarglielo, celando la verità dietro centinaia di cristiane
bugie. Ma non capiscono... Non capiscono mai.
Mi chiedono il perdono. Ed io, sistematicamente, mi diverto a
darglielo. Il mio perdono.

La messa è finita e i fedeli sono andati in pace. Diciassette in


totale, meno del solito. Non c’era neanche la signora col
barboncino, che strano…
Ho ancora un forte mal di testa. Ieri sera l’oscurità era più
opprimente del solito. Mi è difficile spiegarlo… è come se le
ombre acquistassero una loro identità, non esattamente vive ma
coscienti, allerta, come lupi che girano famelici a debita distanza
dal fuoco. So chi si nasconde dentro quelle ombre, e nonostante
abbia deciso di spalancare le porte all’oblio, non mi è facile girare
il chiavistello della mia anima.
Lui se ne è andato e ha fatto quel che doveva fare. Lo ha scritto
anche su questo diario, ma non ho avuto il coraggio di leggere.
Ho notato alcune macchie di sangue sulla copertina e sul bordo
delle pagine, il cuore ha cominciato a correre, ho sentito un rivolo
di sudore freddo colarmi dalla fronte e ho afferrato la bottiglia di
bourbon che stava sul tavolo. Adesso va meglio, ma le ombre
continuano a muoversi. Vuole entrare anche stasera, ma io sono
stanco. Voglio solo dormire.
Mondi che cozzano distanti nell’universo, laddove la notte è
oscurata da qualcosa di ancora più buio, e la tenebra solida si
mischia allo zero assoluto, il freddo che ferma il tempo. Lassù
qualcosa si muove, incosciente e divorante, insinua il male, alita
sulle nostre anime che attendono di scendere in questo mondo.
Qual’è lo scopo di tutto ciò? Dei perversi e stupidi, chi vi ha
creato? Fate parte di un disegno superiore che neanche noi,
uomini di fede, riusciamo a scorgere? Oppure siete soltanto la
dissennata risultanza di un universo fortuito, in cui tutto è
destinato a morire, e morire all’infinito nella morte…?

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Il male, il male, il male... cosa vado a rimuginare, quando l'onda
si dissolve ed il tepore del sangue che scorre tra le mie mani è
solo un ricordo... Male e bene sono solo due stati mentali. Stati
mentali. Già, fatico a credere che le pecore del mio gregge
abbiano un qualche stato mentale. Come il povero impiegato delle
poste, quello dal volto gentile che vive ancora con sua madre...
ma che dico “vive”... viveva...
Per anni mi sono domandato che cosa ci facesse in mezzo a quelle
anime in pena a cui faccio il sermone. Un verginello di
quarantacinque anni, vestito anche sotto il solleone estivo con un
completo beige e con una valigetta di pelle marrone stretta tra le
braccia. Poteva aspirare a una carriera ecclesiastica, ma forse
covava qualche segreto... non che i preti siano mondi dai segreti,
ci mancherebbe...
Quando due ore fa l'ombra è calata sul mio cuore ho sentito
l'irrefrenabile impulso di andare a fargli visita. Sapevo dove
abitava, perciò sono andato a colpo sicuro, perché erano le otto di
sera e di sicuro era già rientrato da lavoro. Il martedì sua madre va
a giocare al bingo, perciò non ci ha disturbati nessuno...
- Padre, che ci fa qui? - mi ha chiesto con fare gentile. Io gli ho
risposto che avevo bisogno di un consiglio per la parrocchia e lui,
sentendosi in qualche modo importante, mi ha fatto accomodare.
Mi ha dato le spalle ed io non ho perso tempo... un colpo secco
alla nuca gli ha fatto perdere i sensi. L'ho trascinato, non senza
qualche difficoltà, in camera sua. Laggiù ho scoperto i suoi
segreti: una strana mania per i bambini. Lo dicevo che avrebbe
avuto successo nel mio campo...
L'ho legato al letto a pancia in giù, gli ho sfilato i calzoni e lui si è
svegliato, ma non poteva urlare perché gli avevo stretto un
fazzoletto in bocca. Sono andato in cucina a cercare uno
strumento appropriato. L'idea era molto chiara nella mia testa. In
cucina ho afferrato la ramazza, poi sono passato davanti ad una
piccola porta, il ripostiglio. L'ho aperto e ho trovato un ferro da
stiro, ideale per l'improvvisazione. Ci vuole sempre un po'
d'improvvisazione.

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Il povero impiegato delle poste ci ha messo una ventina di minuti
a morire. L'ho lasciato nel suo letto, con il ferro rovente piantato
nella schiena. Mezz'ora più tardi, mentre rientravo in sagrestia, ho
sentito in lontananza la sirena dell'autopompa. Perché il fuoco
purifica, lo sapete vero?

Oh mio dio... che cosa ho fatto! Che cosa ho fatto!


Mi ha lasciato solamente per farmi prendere coscienza delle mie
azioni. Ho letto il diario, le parti che non ho scritto io ma che
hanno la mia stessa calligrafia. Le ombre sono di nuovo alla
porta. S'insinuano sotto lo stipite, strisciano verso i miei piedi
come vipere. Succederà di nuovo. Oh mio dio...

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VELDULE MISTE E LISO
di Jonathan Macini

La città è una maschera grigia di nebbia. Copre ogni cosa col suo
silenzio. Sembra dormire la città, sotto una soffice coltre. Ma la
città non dorme mai, nemmeno alle quattro del mattino, in quelle
nottate invernali lunghe e gelide. Neanche i gatti per i vicoli, i
semafori lampeggiano d’arancio, un neon rotto e una sirena in
lontananza. La città è immobile, ma respira ancora, come un
vecchio randagio che chiede l’elemosina alla stazione, una serpe
in agguato, un felino pronto a scattare. La città diventa pericolosa
quando dorme. La abitano strane creature, animali della notte,
girano nascosti nelle ombre, vergognandosi delle proprie
deturpazioni, quelle dell’anima s’intende.
Poi ci sono quelli come me, che osservano, che aspettano, che
fumano. Un’altra sigaretta, mentre l’orologio segna le quattro e
diciannove. Il posacenere dell’auto ne è ricolmo. Guardo oltre la
carreggiata, il vicolo buio, quello sul retro del ristorante cinese.
Distinguo appena le sagome di Chon e del suo scagnozzo…
grembiuli e cappelli da cuochi. Aspettano le provviste.
Il ragazzo è appena stato assunto alla pasticceria all’angolo della
strada. Ha solamente diciassette anni e dovrebbe andare a scuola,
ma sono tempi difficili, e poi il padre è disoccupato da quasi due
anni. Passeggia ad ampie falcate sul marciapiede opposto. Lo
vedo approssimarsi al vicolo, quello di Chon. Che sia lui il piatto
giorno? Meglio non farsi sorprendere…
Scendo dall’auto e divento un’ombra sgusciante che attraversa la
strada, raggiungo il lato opposto e mi fermo dietro una vettura
parcheggiata a ridosso del vicolo. Nessuno mi nota, e ringrazio la
nebbia, sempre lei, sorella e puttana di questa assurda città. La
città dormiente. La città sognate. La città in balia del suo
prossimo incubo.
Il ragazzo è risucchiato dentro al vicolo con una rapidità
impressionante. Faccio fatica a distinguere i movimenti, ma

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risaltano all’occhio le lame dei coltelli da cucina. Un urlo
strozzato e tutto è finito. A questo punto entro in gioco io.
«Quanti involtini pensi di farci, Chon?»
L’automatica è ben in vista e punta direttamente alla faccia gialla
del cuoco.
Il chinaman sbraita nella sua lingua, lo scagnozzo mi guarda con
il terrore negli occhi, poi afferra la vittima e la trascina dentro le
oscurità del vicolo.
«Quanto vuoi, sbillo meldoso?»
«Beh, per te farò un buon prezzo. Tre testoni e tengo la bocca
chiusa.»
«Bastaldo!» impreca il cuoco. Poi estrae dalla tasca un mazzetto
di banconote e me ne allunga sei di quelle grandi.
«É un piacere fare affari con te, chinaman!»
«Non posso dile attlettanto…» sbuffa lui.
Sto quasi per andarmene quando mi viene in mente di chiedergli
una cosa.
«Com’è che lo cucini?»
«Con veldule miste e liso…»
«Buono… lasciamene da parte un piatto, mi raccomando!»
Ve lo dicevo che erano tempi difficili.

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SUSANNA CHE DANZA
di Jack Lombroso

Susanna ballava tra i tavoli del bar. Io da lontano la osservavo


assorto e mormoravo Susanna… Susanna.
Non l’avevo mai vista prima eppure sapevo il suo nome; ma non
ricordavo assolutamente come o dove lo avessi sentito.
Bevevo rum bianco e soda, con lime strizzato dentro; piccole
gocce di profumo in un mare alcolico. Era il sesto della serata e
cominciavo a sentirlo.
Susanna continua a ballare, tiene gli occhi chiusi eppure non urta
niente attorno a se. Decine di uomini la guardano, dimenticandosi
di mogli e fidanzate. Susanna che balla, una meravigliosa
creatura.
Il barista mi guarda già sa quello che voglio. Voglio il settimo; il
settimo della serata.
Susanna che balla. Si avvicina al banco e mi sfiora una mano, non
apre gli occhi e pure son certo che mi stia guardando. Poi, con
una giravolta si allontana e torna a danzare tra i tavoli. Mi ha
scelto, ne sono sicuro. Ha scelto me in mezzo a tutti.
Susanna che balla e non si cura di niente.
Il locale alza le luci, sta chiudendo. Ordino al volo l’ultimo della
sera e lo butto giù in tre sorsi. Mi avvio stanco e barcollante
all’auto, salgo e accendo la radio. Rimango assorto ad ascoltare la
musica. Waits biascica qualcosa a proposito di cani randagi,
mentre spengo la terza sigaretta.
Non so perché ma qualcosa mi trattiene lì. Forse è solo che non
ho voglia di rientrare in un appartamento vuoto e in disordine.
Nessuno mi aspetta a casa.
Lei esce dal bar, più bella che mai. La lunga gonna struscia quasi
per terra e con i capelli sciolti ricorda una gitana.
Si avvicina, Susanna, mentre accendo l’ennesima sigaretta. Le
labbra lucide e rosse si avvicinano al mio viso.
La luna piena illumina l’erba. Da questa collina si riesce a vedere

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gran parte della città, che adesso di sicuro dorme sotto le coperte.
Mi ha scelto Susanna, mi ha scelto tra tutti. Danza, adesso, solo
per me. Con i piedi scalzi è ancora più bella.
Tiene gli occhi chiusi, come prima giù al bar, e non calpesta un
solo fiore. Susanna danza felice. Danza solo per me.
Si trasforma tra le lenzuola. I modi dolci adesso sono diventate
mosse esperte. Non è più la dolce Susanna che balla, ma una dea
che esplode di colore rosso. La magia del sesso.
Non è più la docile preda che pareva poco prima, ma una spietata
cacciatrice, affamata di quello che il partner gli concede.
Susanna danza di nuovo. Adesso danza sopra di me. I capelli
disegnano fasci di luce mentre la luna continua a illuminare la
nostra notte.
L’appartamento non sembra poi così triste, mentre Susanna
continua a ballare.
Il rito sembra non avere mai fine, Susanna conduce le danze,
domina la scena.
Mi sento rapire, trasportare da lei, dimostra una forza che non
sembrava avere. È lei che detta le regole del gioco e io la lascio
fare, sono sicuro di non avere alternativa.
Mi accorgo; ormai son certo, di essere la preda di un’instancabile
compagna, che puo trasformarsi assassina, alla fine della danza.
Come una mantide che divora il compagno, sono certo di averla,
adesso, che balla sopra di me.
La luna cede il posto, come ogni notte, ad un sole che rivela ciò
che sta intorno.
Ie lenzuola sembrano tinte di porpora.
Susanna ha ancora forza per danzare mentre la lama scintilla tra le
sue mani. Si è tolta la maschera adesso è tutto reale.
La mantide religiosa, pasteggia danzando.

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L'ULTIMO LAVORO DELLA MIA VITA
di Jack Lombroso

Ormai André è morto da tempo, sdraiato sul letto con la camicia


piena di sangue. Attendo l’alba qua in questo schifoso motel. Una
bottiglia a farmi compagnia e due sacchi di banconote che non
spenderò mai. Le luci delle auto della polizia continuano a filtrare
attraverso le tende, illuminando a intermittenza questa squallida
stanza.
Rassicuravo André dicendogli che sarebbe andato tutto bene.
Dicevo di essere al sicuro ormai, ma Jimmy deve aver parlato. Lo
sapevo. Eppure lo sapevo; me lo sentivo che sarebbe andata male
stavolta. Quanti coglioni sono stati fregati, pensando che fosse
l’ultimo colpo della loro vita. Un bel colpo, un lavoro in grande.
Quanto basta per scappare in un paesino nel buco di culo del
Messico e rimanerci ,vivendo da milionario. E invece eccomi qua.
Aspettavo Jimmy, ma al suo posto è arrivata la polizia. Ma
facciamo un po’ di chiarezza in questa storia. Lasciate che ve la
racconti dall’inizio.
André venne a trovarmi nei primi di agosto. Io vivevo insieme a
Donna, in una casetta sulle rive del lago nella contea di Salt lake.
Me ne stavo sulla veranda a mandar via dalla bocca quel sapore di
pesce e alghe marce, che impestava l’aria, con una birra gelata,
quando una moto di grossa cilindrata si ferma davanti a me. Era
André. Maledetto lui e il momento che accettai. Non lo vedevo da
tre anni e solo Dio sa come era riuscito a trovarmi.
- Duke, vecchio bastardo - biascicò, con quell’accento del sud che
pareva avesse sempre una patata mezza masticata in bocca.
- André, gran figlio di puttana - Risposi al saluto - Cosa cazzo ci
fai quaggiù?
- Sono venuto trovare un vecchio amico, perché non si può? -
Non credetti mai a quella evidente scusa, e nei successivi trenta
minuti ebbi la conferma di aver ragione. Scambiati altri inutili
saluti lo presentai a Donna e ci stappammo due birre. Scendemmo

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fino alla riva del lago, mettendo i piedi a mollo per combattere
l’afa estiva. - Cristo santo se puzza questo lago - disse André
prima di dare una lunga sorsata dalla bottiglia.
- Ascolta André… Tu non sei il tipo di fare visita ai vecchi amici,
così, per cortesia. Cosa cazzo ti porta quaggiù? - Staccò la bocca
dalla bottiglia e si passò il dorso della mano per asciugarsela.
- Beh! Sai com’è!? Non ci vediamo dai tempi del Country club.
Diciamo che il lavoro ci fruttò abbastanza, ma ormai saranno
finiti anche a te quei verdoni. O sbaglio? - Non sbagliava. Il colpo
al Country club mi permise di vivere da signore per un bel po’,
ma quei soldi erano ormai finiti da un pezzo. Per uno come me, a
cui un impiego durava circa tre mesi non era facile metter via
qualcosa. Ma che ci posso fare. Non sono il tipo da sopportare
quei lavoretti del cazzo da impiegatuccio medio di provincia. Io
voglio vivere da signore. Che non significa pieno di soldi come
molti pensano, ma libero. Libero di stare una giornata con i piedi
nel lago, una confezione da sei nella borsa frigo e la mia Donna
accanto. Aspettando che il sole si spenga nell’acqua.
- Diciamo che qualche spicciolo mi farebbe comodo, non sono
tempi facili questi - risposi alla fine, dopo averci pensato su.
- Appunto. Vedi che siamo sempre in sintonia!? Ho per le mani
una cosa grossa, di quelle che ti sistemi una volta per tutte.
- Andrè non ci ho mai creduto al colpo della vita. Lo sai sono solo
cazzate e finisce che gran parte del resto della vita lo passi in
galera. Non ho più trent’anni amico. Non me lo posso permettere
un soggiorno prolungato nella prigione di stato.
- Ma guarda che è una cosa semplice. Un lavoretto da tre. Tre
persone giuste e ci becchiamo mezzo testone per uno. -
Cinquecentomila dollari. Cazzo. Risolverebbero tutti i miei casini
e potrei assicurare un futuro a me e a Donna, che anche lei sfiora
la cinquantina. Un futuro come piace a noi.
- Ascolta Duke. Ascolta il piano prima di dire di no. È un gioco da
ragazzi.
- Tutti quelli che hanno organizzato qualcosa, pensando che fosse
un gioco da ragazzi sono stati sempre fottuti. Non lo so André…
- Ascolta almeno il piano prima. Cazzo Duke, prima di rifiutare

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mezzo testone facile…-
- Va bene André. Dimmi il piano. - Errore madornale. È quasi
scontato che chi ascolta il piano lo ha già accettato per metà.
Maledizione, era la cifra del bottino che mi faceva girare la testa.
- Allora, ascolta. Il 15 agosto a Las Vegas, chiuderanno due
banche dello stesso gruppo. Una per essere ristrutturata e l’altra
per le ferie estive, solo una terza rimarrà aperta. Ci sei?! Un
furgone passerà dalla prima per ritirare i soldi. Poi proseguirà
verso l’altra banca per fare il carico e portarlo alla centrale a Los
Angeles. La strada che dovrà compiere il furgone della sicurezza,
dovrà però deviare ber un breve tratto in una strada secondaria
che passa attraverso il deserto, perché nella principale stanno
ristrutturando il manto stradale. Ed ecco che noi saremo lì ad
aspettarli. Per aumentare la sicurezza del viaggio, hanno
anticipato il prelievo di un giorno rispetto a quello standard. Ma
noi questa informazione confidenziale l’abbiamo dalla nostra.
- Se è confidenziale come fai a saperlo? - dissi dubbioso.
- È qui che entra in scena il nostro terzo uomo. Jimmy Carter.
Assunto da sei mesi allo sportello di una delle filiali minori. Ha
sentito la conversazione al telefono, mentre lo comunicavano al
direttore.
- E possiamo fidarci di questo Jimmy? Chi cazzo è, chi lo
conosce? - Mi accorgevo solo ora che già pensavo ai dettagli.
Nella mia mente già si evidenziavano le possibili varianti, anche
se André non aveva ancora accennato a come rapinare il furgone.
Cazzo, era come se avessi già accettato.
- Ti ricordi di Jenna?
- Si... - Jenna era la sorella di Andrè. Era più giovane di qualche
anno, ma quando noi ancora provavamo a farci qualche
cheerleader del college lei aveva già assaggiato mezzo campus.
Jenna. La conobbi meglio qualche anno dopo. Capite cosa
intendo, vero?
- Beh! Jenna si è sposata. E prova a dire con chi?
- Fammi indovinare… con Jimmy Carter? - risposi sorridendo.
Andrè annuì ridendo, battendosi la mano sulla coscia per
sottolineare la sua felicità.

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- E come pensi di fermare un furgone blindato? - Ormai mi stava
sempre più convincendo ma cercavo di mettere più dubbi
possibili tra me e il piano. Solo ora rimpiango di non aver seguito
quella linea di pensiero. Se l’avessi fatto, non mi troverei in
questo casino.
- Al furgone ci pensa Jimmy. È un ex marine e ci sa fare con gli
esplosivi. Ma aspetta ora ti racconto tutto.
Fummo interrotti da Donna che ci chiamò per la cena. Dovemmo
interrompere il discorso. Sarebbe stato un casino se si fosse
accorta cosa stava proponendomi André. Sapeva dei miei
trascorsi, ma gli avevo assicurato di non farlo mai più. E ci
credevo fermamente a quella promessa. Prima di oggi.
A tavola parlammo del più e del meno, come se niente fosse. In
fondo eravamo amici dal tempo del college io e Andrè e non ci fu
difficile discorrere senza entrare in particolari, poco piacevoli,
diciamo così. Sembrava andare tutto per il meglio, quando a fine
cena mi alzai per stappare altre due birre.
- Insomma è tanto che non vi sentivate più te e Duke - disse
Donna
- Sì - rispose André, - Dai tempi del Country cl… - le parole
morirono in bocca di André. Ma ormai era troppo tardi. Donna mi
guardò con un aria strana e André se ne andò velocemente con
una scusa. Lo accompagnai alla moto.
- Scusa amico. Accidenti alla mia boccaccia.
- Va bene André, non preoccuparti. Dopo ci parlerò, vedrai che
capirà. - Lo salutai e tornai in casa. Con un appuntamento per
l’indomani. Avevo quindi già accettato? Allora non lo sapevo ma
oggi posso rispondere di sì. Purtroppo lo avevo già accettato.
Rientrai in casa.
- Senti Donna…
- Non una parola di più, Duke. Non so cosa a spinto il tuo amico a
venire qua. Spero sia solo una visita di piacere, perché lo sai bene
come la penso su certe cose. - Era sulla porta di cucina. Ancora
bella come quando la incontrai. Un grembiule rosso stretto in vita
e i guanti per i piatti alle mani. Donna era l’unica cosa che avevo
e sarei stato finito se l’avessi persa.

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- Senti… Ascoltami amore. Non abbiamo più un soldo e lo sai, io
per i lavoretti giù in paese non sono portato… -
- Allora era come immaginavo. Duke, non scherzare nemmeno.
Mi avevi promesso che il Country Club era l’ultimo, che
saremmo stati qua in riva al lago. Noi due e il sole, dicevi. Avresti
trovato un lavoretto che bastasse per noi due, dicevi. Allora erano
tutte bugie! - Aveva le lacrime agli occhi e la voce rotta. Mi sentii
un verme nel vederla così, ma io a fare il meccanico o il postino
della strafottuta provincia non ci sarei mai finito.
- Sarà l’ultimo. Lo giuro. Ci sono in palio un sacco di soldi,
amore. Ci sistemeremo per il resto della vita e potrai smettere di
fare le pulizie a casa di quella vecchiaccia della Brown. Ascoltami
tesoro. È una cosa semplicissima… Nessun rischio, lo giuro.
- Lo giuro. Avevi giurato tante cose Duke. Avevi giurato che
sarebbe stato l’ultimo. Hai cinquantacinque anni Duke.
Dannazione se ti mettono dentro io cosa faccio. Con i tuoi
precedenti ti buttano fuori quando sarai già vecchio. Ed io dovrò
stare qui ad aspettarti tutti quegli anni, qui da sola. Ma non ci
pensi a me… eh!? - Adesso le lacrime gli scendevano lungo le
guance. Ma ormai, inconsapevolmente la mia decisione era già
presa.
- Senti. Domani vado a parlare con André. Ti prometto che se non
è una cosa facile come dice ci rinuncio. Va bene? - Donna non
rispose. Mi guardò con l’espressione più triste che avevo visto in
vita mia, poi si girò e cominciò a lavare i piatti. La sentii piangere
mentre uscivo dalla porta. Tornai in casa solo quando vidi le luci
spente. Aspettai ancora un po’ per essere sicuro che dormisse. Per
non dover incontrare il suo sguardo. Mi spogliai e infilai nel letto
più silenziosamente che potei per non svegliarla.
- Ripensaci Duke. Non farlo. Per favore... - sussurrò nel buio.
Non dormii quella notte, rimasi a guardare il soffitto ascoltando i
singhiozzi di Donna. Prima dell’alba si addormentò. Mi alzai dal
letto ed andai all’appuntamento. Arrivai alla tavola calda con
circa quaranta minuti di anticipo. Bevvi diversi caffè prima che
André arrivasse con il tipo che poi si presentò come Jimmy.
André si accorse della faccia scura che avevo e fece sparire subito

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il sorriso che lo accompagnava sempre.
Era un sognatore, André. Fin da ragazzi, quando scendevamo al
fiume per fumare un po’ d’erba. Lui parlava e parlava con lo
sguardo all’orizzonte come potesse già vedere il futuro. Io invece
lo ascoltavo in silenzio. Allora lui smetteva di parlare di punto in
bianco e mi guardava. - Hai perso la lingua? - diceva sorridendo.
Duke il silenzioso, mi chiamava, con quel sorriso sempre
stampato in faccia. - Duke il silenzioso e André il sognatore -
rispondevo io, interrompendo il silenzio. - Sempre insieme -
chiudeva il cerchio André.
- Allora? - disse Jimmy - Tutti d’accordo?
- Si. Tutti d’accordo - risposi io.
Ci salutammo ed ognuno andò per la sua strada. André fece per
chiedermi qualcosa, probabilmente su Donna, ma io feci finta di
niente e ingranai la marcia.
Il piano era semplice. Verso le 13.00 del 15 agosto il furgone
avrebbe prelevato dalla prima banca. Quando passava davanti alla
seconda io lo avrei seguito a distanza. La deviazione era
obbligatoria quindi non avrei destato sospetti anche se mi
avessero visto. Jimmy e André avrebbero aspettato al decimo
chilometro della strada secondaria, dopo aver inscenato il finto
incidente. Pistole in pugno avremmo bloccato le guardie mentre
Jimmy faceva saltare il portellone posteriore del furgone. Preso il
bottino saremmo scappati in tre direzioni diverse, cambiando le
auto lungo la strada, per poi ritrovarci al motel in cui sono adesso.
Semplice, anche troppo.
Alla mia incertezza su come avrebbero reagito le guardie, André
rispose che, solo tre mesi prima, c’era stata una rapina in una
banca. La guardia era intervenuta ed era stata ferita. C’era stata
diversa polemica al riguardo, perché gli onorari pagati dalle
banche non permettevano alle agenzie di vigilanza di mettere le
guardie in coppia, certamente più avvantaggiati che posizionati
singolarmente come erano. Diversi di loro si lamentavano di
dover rischiare la vita per uno stipendio minimo, per fare la
guardia a dei soldi, per di più assicurati. André era certo della
poca reattività delle guardie: scontente e prese di sprovvista.

21
Preparai mentalmente il mio ruolo. Pensai e ripensai se ci fosse
sfuggito qualcosa. Immaginai la scena in tutte le sue possibilità.
In quasi tutte
Era il 15 mattina. Salutai Donna che mi guardava vestirmi dal
letto. Mi avvicinai per baciarla ma lei si scansò.
- Duke… - disse, quando ero sulla porta.
- Comunque vada, io non ti aspetterò. - Piangeva.
La guardai e me ne andai senza risponderle. Ero sicuro che la
felicità di vedermi tornare sano e salvo ci avrebbe fatto superare
tutto questo. E poi avrei avuto con me mezzo milione di dollari.
Arrivai a Los Angeles leggermente in anticipo e mi sedetti su una
panchina, con un giornale e una birra, vicino alla seconda banca.
Alle 13 in punto il furgone si fermò davanti a me. Io mi alzai, finii
lentamente la mia birra e montai nell’auto che avevo parcheggiato
dall’altro lato della strada. Partimmo. Tutto sembrava andare
bene. Alla deviazione il furgoncino svoltò verso la strada poco
trafficata. Io lo seguivo a distanza. Quando arrivammo sul posto,
le auto di Jimmy ed André bloccavano la strada. Dal cofano di
una delle auto usciva un fumo bianco e denso. Ghiaccio secco,
piccolo trucco. Andrè era in terra sporco di sangue finto. Jimmy si
avvicinò velocemente al furgone fingendo di chiedere aiuto,
mentre l’autista alla radio stava già chiamando i soccorsi. Dieci
minuti da ora. Jimmy puntò la pistola attraverso la portiera aperta.
Io aggirai il furgone da dietro e feci scendere l’autista. Mentre
André gli dava il cambio, Jimmy, preparò l’esplosivo per far
saltare il portellone posteriore. Non volevamo perdere tempo a
convincere i due ad aprirci. Un bel botto sarebbe stato
sicuramente più veloce. Jimmy posizionò il detonatore sul piccolo
quantitativo di c4 appiccicato al furgone. Sembrava andare tutto
per il meglio. Invece.
Aspettavamo il rumore dell’esplosione mentre legavamo le mani
delle guardie con le fascette di plastica.
Niente. Nessun rumore. Nessuna esplosione.
- Cosa succede? - urlò André.
- Non lo so, non esplode - rispose Jimmy, che tornò ad armeggiare
col detonatore. In lontananza si udirono le sirene dell’ambulanza.

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André si voltò verso una guardia. - La combinazione del
portellone, avanti!
La guardia rimase in silenzio. - Dammi la combinazione o ti sparo
in testa, bastardo!
Silenzio. Fottutissimo eroe.
- Muoviti cazzo! - urlò André. Io intanto maledicevo in silenzio
l’ex marine, esperto di esplosivi. Quella testa di cazzo stava
mandando tutto a puttane e per mantenere la calma immaginavo
nella mia testa le serate con Donna, in riva al fiume. Immaginavo
che faccia avrebbe fatto quando l’avrei fatta venire in Messico.
Preparavo mentalmente le frasi che le avrei detto per convincerla,
sicuro che l’avrei convinta.
- Muoviti cazzo, muoviti. Quanto ti ci vuole, stronzo - urlava
Andrè.
Davanti ad una nuvola di polvere si vedeva correre veloce
l’ambulanza. Ma ci accorgemmo che era accompagnata da una
pattuglia di polizia. Probabilmente il conducente del furgoncino
della sicurezza aveva mangiato la foglia. La volante della polizia
era sempre più vicina, quando udimmo l’esplosione. Alla fine
Jimmy ce l’aveva fatta, ma ora avremmo dovuto scappare dalla
polizia. Buttammo le mazzette nei sacchi, mentre André aveva già
girato le auto per scappare. Tornò al furgone con noi ci dette
mano a finire il lavoro.
Corremmo veloci verso le auto ma i due poliziotti erano già scesi.
Il rumore degli spari mi gelò il sangue nelle vene, quando André
urlò. Lo vidi rallentare fino ad appoggiare un ginocchio a terra.
Sparai due colpi verso i poliziotti e ne vidi uno cadere a terra.
Buttai i sacchi in macchina e mi avvicinai ad André e con la mano
libera lo presi per la cintura facendolo alzare. Jimmy intanto era
arrivato alla sua macchina e sparava contro lo sbirro rimasto.
Infilai André al posto del passeggero e partii come un razzo,
lasciando quello stronzo di Jimmy dietro di noi, mentre sentivo
arrivare altre sirene in lontananza. Ma io ero sempre più lontano.
Parlavo ad André che si teneva il fianco e singhiozzava per la
paura e per il dolore, mentre il sangue gli inzuppava la camicia.
- Avanti amico, sta calmo. Andrà tutto bene - ed altre puttanate

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simili. In realtà nulla era andato bene. Jimmy aveva trasformato
un piano perfettamente riuscito in una stronzata mondiale. Aveva
impiegato otto minuti, dei dieci che avevamo, per fare una cosa
che avrebbe dovuto provare e riprovare nei giorni precedenti
Cambiai l’auto, trascinando André da una a l’altra. Era sempre più
pallido e tremava come una foglia.
- Avanti amico, ci siamo quasi - sussurravo, ma lui mi guardava
triste e spaventato. Stava morendo.
Arrivammo al motel sicuro che nessuno ci avesse visti. Entrai
nella stanza già prenotata con la chiave che ci aveva dato Jimmy
alla tavola calda. Gettai il sacco di banconote sporco di sangue
sulla moquette e stesi André sul letto. Tirai la tenda alla finestra e
accesi la piccola luce da comodino. Aprii la camicia di André e
cominciai a pulire la ferita con un asciugamano che avevo
bagnato. Tutto questo in meno di venti secondi. L’adrenalina
scorreva a fiumi e aumentò ancora di più quando vidi la ferita di
André. Forse lui si accorse della mia espressione - Sono fottuto,
vero? - La pallottola lo aveva preso sul fianco destro e non c’era
foro di uscita. Era ancora dentro e se gli aveva preso il fegato per
il mio amico ci sarebbe stato poco da fare. - Ma no, vedrai che
andrà tutto bene. È una cosa da poco.
- Ex marine del cazzo - disse André, guardandomi.
- Mi spiace amico. Morire in un cazzo di motel, che fine di merda.
- Non dire cazzate bello. È tutto ok. Appena arriva Jimmy ti
portiamo da un dottore, ok? - Non so se almeno io credevo in
quello che stavo dicendo, di sicuro non ci credeva André.
- Jimmy è stato beccato, gli ho visto alzare le mani mentre
scappavamo in auto. Ma sta tranquillo, Duke. Scappa ora, va via e
forse ce la fai. Io ormai sono morto. - La voce gli si affievoliva
sempre di più, era sempre più pallido e freddo.
- Ma che dici? Ora ti metto in auto e andiamo, non ti lascio solo
ok? - Andrè mi guardò, consapevole della sua fine. Sorrise, come
faceva giù al fiume da ragazzi.
- Duke il silenzioso e André il sognatore… Sempre insieme eh? -
Poi chiuse gli occhi, girò la testa e morì.
Passarono attimi, minuti, forse ore. Ero rimasto come catatonico a

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guardare il sorriso di Andrè che ancora aveva sulla bocca. A
ripensare a quando eravamo al fiume. A Donna. Furono le sirene a
risvegliarmi.
Arrenditi sei circondato, esci con le mani alzate ed altre stronzate
da telefilm. Jimmy era stato preso e aveva cantato
immediatamente come un uccellino. Solo lui sapeva che eravamo
qua e non aveva perso tempo a dirglielo.
Ormai André è morto da tempo, sdraiato sul letto con la camicia
piena di sangue. Attendo l’alba qua in questo schifoso motel. Una
bottiglia a farmi compagnia e due sacchi di banconote che non
spenderò mai. Le luci delle auto della polizia continuano a filtrare
attraverso le tende, illuminando a intermittenza questa squallida
stanza. Lo so, lo so che l’ho già detto. Ma ora che ho concluso di
raccontarvi la mia storia, torno a pensare che sono un uomo finito.
Il mio amore, Donna, non la vedrò mai più se non attraverso delle
sbarre. Ma lei non verrà mai a trovarmi, lo so, lo ha detto.
Probabilmente ho ucciso un poliziotto e ho visto dentro come
trattano gli ammazzasbirri. Se invece non è morto e se riesco a
sopravvivere al carcere, uscirò giusto in tempo per vedermi
vecchio e solo, a rimpiangere ancora di più la libertà che ho
perduto. In ogni caso non avrei un buon futuro.
Ora capisco i credenti: Quando non hai più forza per combattere,
o ti rivolgi a Cristo o ti ficchi una pistola in bocca.
Ma io non sono credente.

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JIM LO SVENTRAPAPERE
di Jack Lombroso

- Ti giuro che è tutto vero amico! - Continuava a raccontarmi la


stessa storia tutte le volte che ci incontravamo. Alla quarta pinta
partiva con il solito ritornello. - Ti ho mai parlato di Jim. Jim lo
sventrapapere?
- Si - rispondevo io. - Almeno duecento volte.
Lui rimaneva zitto per un’altra mezza pinta e poi attaccava. - Ti
giuro che che è tutto vero. C’era questo tipo, quando lavoravo giù
al sud, che si inculava le papere fino a sventrarle. Era uno degli
operai che lavoravano con me alla costruzione della ferrovia,
posavamo a terra le rotaie. Si chiamava Jim, sarà stato alto
almeno due metri e portava sempre dei vecchi jeans tutti logori
che teneva su con due pezzi di spago, come fossero bretelle.
Intanto io ordinavo un’altra pinta, giusto per affogare il cervello e
permettergli di sopravvivere. Al banco di un pub trovi sempre
quelli che hanno bisogno di raccontarsi. Di raccontare e
raccontare ancora, senza mai dire niente. Parlano e parlano; per
ore e di tutto, come se parlando purificassero la loro vita. Io odio i
banconi dei pub, ma non sopporto di sedermi al tavolino come le
coppiette del cazzo o come gli ubriachi che non riescono più a
stare in piedi. Odio anche i pub. A dire il vero odio anche i bar,
ma sono gli unici posti dove ti stappano la bottiglia senza fare
troppe domande.
- Faceva un caldo bestiale amico. È così te lo giuro, faceva così
caldo che la birra che pisciavamo era più fresca di quella che
buttavamo giù dalle bottiglie e ne pisciavamo così tanta da
ubriacare la terra intera. Comunque… La sera finito il lavoro ci
portavano da mangiare con un furgoncino. Aveva la marmitta così
piena di buchi che lo sentivamo a due chilometri di distanza. Ci
scaricava la sbobba e ripartiva come se gli corresse dietro il
diavolo, alzando un polverone tremendo. Col tempo imparammo
ad allontanarci in fretta, ma i primi tempi ne mangiammo di

26
quella polvere… Accidenti. Dopo aver finito la sbobba il vecchio
Bob preparava il caffè facendo bollire l’acqua in un vecchio
pentolino poggiato direttamente sul pezzo di legno che ardeva.
Proprio come i vecchi pionieri. Era il caffè più schifoso che abbia
mai bevuto in vita mia. Ad ogni sorso la polvere di caffè ti
scendeva lungo la gola raschiandotela come fosse sabbia. Ma
nessuno osava dire niente al vecchio Bob. Sembra che qualche
anno prima avesse fatto bere a forza tutto il pentolino di caffè
bollente ad un pivello che ne aveva parlato male. Ci teneva al suo
caffè, cazzo… Ci teneva un sacco. Dopo il caffè di Bob ci
giravamo a turno una bottiglia di whisky fatta in casa. Ce la
portava il contadino che abitava vicino al cantiere. Distillava
quella roba in un capanno accanto al fienile e ce ne dava una
bottiglia al giorno in cambio di una ventina di sigarette, che
racimolavamo mettendone due o tre a testa. Quando tutti si
addormentavano sotto la luna, Jim, si alzava piano piano e spariva
verso la fattoria. Nessuno se ne accorgeva tranne me, perché io
dormo poco amico. Puoi crederci è tutto vero, dormirò cinque ore
al massimo per notte. - Io ogni tanto annuivo stanco. Avevo
sentito quella storia tante di quelle volte che sapevo ormai dove
annuire e dove fare la faccia stupefatta. Ordinai un whisky, a
sentirne parlare mi viene sempre voglia di un whisky, e ci misi
dietro un’altra pinta. Tanto per sopravvivere, sapete com’è?!
- La prima sera che Jim si allontanò pensai che fosse andato a
pisciare e continuai a pensare ai fatti miei. Il mattino seguente il
contadino ci disse che una delle sue papere era morta, ma non
aveva nessun segno addosso. Nessun animale predatore l’avrebbe
lasciata li dopo averla uccisa. Sembrava morta di causa naturale.
Noi continuammo a lavorare schivando la nube di polvere del
camioncino porta-sbobba e stordendoci col whisky. Quella notte
Jim sparì di nuovo verso la fattoria, così lo seguii. Mi nascosi
dietro un cespuglio non troppo lontano, riuscivo comunque a
vederlo alla perfezione perché la luna era piena e rischiarava
tutto. È tutto vero amico, Jim era lì coi pantaloni abbassati e
un’anatra in mano che starnazzava impazzita. Gli teneva il becco
chiuso con la sinistra, mentre usava la mano destra per non fargli

27
aprire le ali. È tutto vero amico mio. Jim tirò fuori l’uccello più
grosso che abbia mai visto e d’un colpo cominciò a fottersi
l’anatra. Jim aveva un affare tanto mostruoso che quasi impalò il
pennuto. Che ti devo dire amico, dopo questa scena tornai indietro
e finsi di dormire. Povera bestia. - Mi dava col gomito nel fianco,
appena si accorgeva che mi distraevo un attimo. Non sopportavo
più quel suo modo di parlare così serrato e quel suo gesticolare
agitato. Non ti lasciava tregua. Dovevi per forza essere partecipe
del suo cazzo di racconto. Mi balenò l’idea di colpirlo con la pinta
proprio sul naso, ma avevo già abbastanza casini con gli sbirri,
così l’unica soluzione fu quella di ordinare un altro giro. Doppio.
Ne avevo proprio bisogno. Non avevo neanche finito di parlare
che lui riprese.
- Il giorno dopo il contadino tornò e ci raccontò di nuovo la storia
dell’anatra morta. Io guardai Jim che se ne stava all’ombra del
grosso albero e sorrideva soddisfatto con una sigaretta che gli
pendeva all’angolo della bocca. Il contadino non riusciva proprio
a spiegarsi cosa diavolo stava succedendo, ma disse che anche
oggi avrebbero mangiato anatra a pranzo, fortuna che piaceva un
sacco a sua moglie. Jim quasi si soffocò in quel momento. Dette
la colpa al fumo che gli era andato di traverso e si allontanò. La
notte, appena tutti si furono addormentati, Jim si alzò di nuovo.
Jim. Gli dissi io. Guarda che lo so che sei tu che fai fuori le anatre
fottendotele. Dovresti smetterla o alla fine il contadino si
insospettirà.
- Che ci posso fare vecchio, mi disse, hanno un culetto così stretto
e caldo… E poi alla moglie del fattore piacciono da morire. Lo
hai sentito anche tu.
- Ti giuro che è tutto vero, amico mio. Dopo poco sentii un urlo
così forte che si svegliarono anche gli altri. Corremmo verso la
fattoria che aveva le luci accese e trovammo Jim steso a terra con
i pantaloni ai ginocchi e la testa rotta . Il fattore si era nascosto
dentro il fienile e lo aveva visto mentre cercava di scoparsi una
papera. Era uscito fuori dal buio e prima che Jim se ne accorgesse
gli aveva dato in testa con la pala che usava per spargere il
letame. Si era rotto di farsi sventrare tutte le papere. Il giorno

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dopo Jim fu spostato di cantiere dalla ditta appaltatrice e non lo
rividi più. Credimi amico, ti giuro che è tutto vero. - Mi guardava
come se aspettasse qualcosa.
- Allora amico, cosa ne pensi?
- Penso che è proprio un peccato che non lo hai incontrato te, quel
fattore. - Le parole mi uscirono di bocca senza che me ne
accorgessi. Lui mi guardò duro, come se gli avessi offeso
qualcuno di caro.
- Cosa vuoi dire amico?
- Voglio dire che tutte le volte che vengo qui mi racconti di Jim
del fattore e della moglie che amava il ripieno. Non ce la faccio
più capisci? Non mi interessa di tutta questa storia, che ha forza di
sentire ho imparato a memoria.
Avevo anche addolcito la voce, perché in fondo un po’ mi
dispiaceva trattarlo male. Era un buon diavolo anche se rompi
cazzo. Lui rimase un attimo in silenzio, non disse niente e si girò.
Se ne ebbe tanto a male che non mi parlò mai più. Lo avessi
immaginato prima.
Sono tornato in quel bar qualche giorno fa dopo un’assenza di un
anno almeno. Non era cambiato niente anche le facce erano le
solite. Vidi il vecchio che se ne stava seduto al banco sul solito
sgabello, dava le spalle alla porta e non mi vide entrare. Accanto a
lui c’era un ragazzo con i capelli rossi che buttava giù grossi sorsi
di liquore scuro, da un bicchiere squadrato. Mi sedetti due
sgabelli alla destra del vecchio. Lui si sporse un po’ verso il
ragazzo dai capelli rossi e lo sentii dire
- Ehi ragazzo, ti ho mai raccontato la storia di Jim lo
sventrapapere? - Così ordinai e scalai di uno sgabello
avvicinandomi al vecchio, per sentire quella storia una volta
ancora.

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ROSSO NATALE
di Jonathan Macini

La vigilia di natale mi vesto di rosso, per via delle macchie…


Mi metto il cappello con le campanelle, la barba finta, con quei
fastidiosi pilucchi che mi entrano in bocca e mi fanno sputare, gli
stivali alti foderati di pelliccia e alle otto di mattina incomincio il
giro della città. La stazione dei treni, quella degli autobus, la via
dei negozi con tutte le lucine accese, il centro commerciale, la
piazza della chiesa, dove mi metto a disposizione di chi vuole
scattare qualche foto, e poi di nuovo a camminare per il centro
storico, perché col freddo che fa non ci si può permettere di
rimanere fermi.
A metà mattinata mi faccio un panino grazie agli spiccioli
rimediati dai turisti. Mi siedo su una panchina un po’ riparata dal
vento, facendo attenzione agli strumenti che tengo legati sotto il
costume, e addento una prelibata rosetta col prosciutto, o se mi va
bene con il salame ungherese, che ci vado matto. Quando mi
rimetto in cammino sono già le undici e anche le volte che c’è il
sole la temperatura rimane sempre poco sopra lo zero. Mi muovo
in direzione del fiume, attraverso il ponte pedonale, gremito di
sgambettanti ragazzini, e getto uno sguardo sotto l’argine dove
nutrie e talponi hanno i loro affari. Più tardi andrò a far loro
visita, quando le ombre avranno reclamato le strade della città ed
il rituale avrà santificato questo inutile giorno di festa.
Dalla parte opposta del fiume la situazione è più tranquilla. Entro
nella piazza dei giochi nella quale si aggirano piumini rossi e
celesti. Si arrampicano sulle strutture di metallo, cavalcano le
altalene e giocano a rincorrersi. Le loro piccole grida sono una
musichina speciale per il mio cuore. Appena mi vedono arrivare i
più piccoli mi vengono incontro. Io mi metto a suonare il
campanello che mi porto appresso e auguro a tutti “Buon Natale”,
fino a quando i genitori si fanno vicini per scattare qualche
fotografia. C’è anche chi mi mette in braccio un bimbetto per

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portarsi a casa il ricordo perfetto della vigilia. Qualcuno mi
allunga due euro. I più generosi mettono mano anche alla
banconota da cinque. D’altra parte è natale…
Io sorrido, anche se con tutta quella barba finta nessuno se ne
accorge, e ringrazio. Non che ne abbia davvero bisogno,
figuriamoci. Nella vita reale mi bastano poche ore davanti al
computer per tirare su 8-10 mila euro, basta conoscere bene il
mercato, l’andamento dei titoli quotati in borsa e naturalmente,
specie in questi ultimi tempi, è essenziale attingere alle
informazioni giuste.
Ma la vigilia non è un giorno come gli altri. Non è nemmeno la
realtà come la penso io. Fare il giro della città vestito da Babbo
Natale è una sorta di liturgia, un’esperienza trascendentale,
totalmente al di fuori della normalità. Sono ormai quindici anni
che celebro così il natale, e mi piace sempre di più. Peccato che
venga solo una volta all’anno…
Dopo la piazzetta me ne vado al bar a prendere un cappuccino
caldo e un cornetto. Di solito il barista me li offre, perché è natale
ovviamente, ed io, vestito in quella maniera, rappresento
l’essenza della festa. Mi accomodo a un tavolino a leggere il
giornale anche se non leggo veramente. Ho solo bisogno di
riscaldarmi un po’ prima di riprendere il mio giro.
Da una strada poco frequentata ritorno verso il fiume, passo il
secondo ponte (quello con le macchine) e ritorno sulla strada dei
negozi. Alle due il via vai è diventato a dir poco caotico. La gente
si affretta fuori e dentro le botteghe per afferrare il regalo
dell’ultimo minuto. Facce tese, mamme stressate, bimbi stanchi e
spesso piangenti. Vogliono di più. Vogliono sempre di più. Un
regalo più grande, più bello, più importante. Genitori impotenti
chinano il capo per soddisfare celermente le richieste dei loro
piccoli tiranni. Ed ogni anno è sempre peggio…
Il caos è mio amico. È nel caos che l’occasione si presenta,
immancabilmente. Non devo far altro che appostarmi vicino
all’entrata di un negozio di giocattoli. Sono loro, i piccini, che
vengono da me. Mi guardano, mi sorridono, la loro mamma sta
cercando la carta di credito davanti alla cassa, con la fila dietro

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che le respira sul collo. Le scivola il portafoglio, le monetine
rimbalzano, una donna anziana alle sue spalle sbuffa scocciata. È
il momento in cui afferro la manina del piccino e lo trascino
dentro la fiumana di gente in preda alla febbre del natale. A
migliaia deambulano con pacchi e pacchettini, sciarpe e cappelli,
i-pod negli orecchi e cosí tanti problemi in testa che diventa
proprio impossibile accorgersi di un bambino che chiama la sua
mamma.
Conquisto indisturbato il vicolo. Dovrebbero notarmi ma nessuno
mi vede. Succede sempre così. A volte me lo auguro pure. Mi
dispiace per quell’esserino, ma non è colpa mia se non interessa a
nessuno, non vi pare?
Il vicolo è già buio perché è uno dei giorni più corti dell’anno e
sono le quattro e mezza del pomeriggio. Dietro il cassonetto
nessuno ci può disturbare. Lo guardo negli occhi, gli dico di stare
calmo che tutto andrà bene, ma lui di solito continua a piangere,
poverino. Allora decido di affrettarmi, estraggo da sotto il
costume i miei strumenti e il sacco di plastica rivestito di iuta,
essenziale per il mio travestimento. Lavoro coi guanti per evitare
di macchiarmi. La giacca rossa, come ho già detto, mi è d’aiuto.
Un quarto d’ora dopo sono di nuovo sulla via dei negozi, un
Babbo Natale provetto con tanto di sacco pieno di regali. Da
qualche parte una madre urla disperata il nome di suo figlio. Io mi
avvio verso il fiume. Il rituale non è ancora finito…
Devo dare da mangiare ai topi…

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LA BESTIA AL CONFESSIONALE
di Jack Lombroso

Sabato. Ore 01.00. L’uomo esce dalla doccia, si versa un


abbondante doppio gin e lo butta giù d’un fiato.
Jack Burton. Quaranta anni circa, si masturba lentamente
guardando un porno col volume della TV azzerato. Pulisce
velocemente il lenzuolo con un clinex, poi, osserva allo specchio
il fisico asciutto da atleta.
Jack Burton. Principio di calvizie. Indossa un paio di vecchi jeans
e una maglietta rossa, si allaccia le scarpe da ginnastica nere e
stende una riga di coca. L’ennesima della sera. Tira la bianca e
spezza l’amaro con un altro bicchiere di gin. Si accende una
sigaretta ed esce di casa.
L’aria è piuttosto calda e le puttane, sul lato opposto della strada,
mettono in mostra la mercanzia. Ci pensa un po’ su, poi tira dritto
per la sua strada. Il quartiere è uno dei più sporchi e malfamati
della città. In un angolo un gruppo di neri parlano gesticolando tra
loro. Pantaloni attillati e camice sfarzose. Ogni tanto gettano un
occhio sulle puttane; per vedere come vanno gli affari. Ricky, da
tutti conosciuto come il Topo, ultima risorsa dei tossici disperati,
attende lontano dalla luce, davanti a quella che una volta era una
biblioteca. Attende i clienti, pronto a vendergli ogni tipo di merda
tagliata con medicinali scaduti, che compra ad un quinto del
prezzo da Bud, il farmacista.
Da una delle tante stradine laterali si sentono urla e rumori di vetri
rotti. Dopo qualche istante ne esce un ragazzino sui 13 anni con in
mano quello che sembra un portafoglio. Sparisce veloce correndo
nell’oscurità. Un minuto appena ed un uomo sulla sessantina
spunta fuori dallo stesso vicolo: pantaloni alle caviglie e camicia
bianca zuppa di sangue. Si regge l’addome, vittima di una lama.
Stasera il servizietto lo hanno fatto a lui.
Jack Burton. Ex marinaio, imbarcato come mozzo all’età di sedici
anni, su un mercantile inglese. Ne era sceso dopo dieci anni, dopo

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aver dovuto più volte soddisfare le voglie del resto
dell’equipaggio. Arriva davanti al pornoshop di Rodney, suo
abituale fornitore. Riconsegna la videocassetta, ma non ne preleva
altre, sa che domani non avrà tempo. In cambio di una banconota
verde, Rodney gli passa una bustina sul banco. Fatta la spesa esce
di nuovo in strada, non prima però di aver assaggiato l’acquisto. Il
cuore pompa il sangue con la forza di un fiume in piena, la
mascella si serra più forte mentre digrigna i denti.
Il Buco, come viene chiamato questo quartiere, vanta il record di
omicidi, rapine e stupri della città. Abitato dalla gente più povera
un mix di razze e di culture che non si incontreranno mai. Un
melting pot criminale, malato e violento si mischia e cresce
nell’indifferenza collettiva.
Una vecchia Oldsmobile procede a passo d’uomo. Dentro, quattro
ispanici, con i colori dei Creepers, si guardano intorno. Avanzano
verso due tipi che stanno fumando erba davanti ad un negozio di
liquori. Il proprietario, un pakistano sui trent’anni sta spazzando
la soglia del negozio. I due Creep sul lato destro dell’auto si
sporgono dai finestrini, S&W calibro 40 in mano. Fanno fuoco sui
due che, prima di rendersene conto, crollano a terra riempiti di
piombo. Regolamento di conti tra bande. Roba normale, roba di
tutti i giorni nel Buco. Kashar, che ha lasciato moglie e sei figli in
Pakistan, sperando di fare fortuna quaggiù, giace a terra in una
pozza di sangue. Aveva deciso di spazzare nel momento sbagliato.
Nessuno si affaccia. Tutti sanno come funziona quaggiù nel Buco.
La macchina parte sgommando. Il neon rosso del negozio di
liquori, illumina la scena a intermittenza.
Jack Burton. Rimasto nei pressi del mare per altri cinque anni,
come scaricatore giù al porto, scaldato nei mesi freddi dal rum
rubato da qualche cassa e dalle prostitute da poco della taverna
vicina. Arriva finalmente al Back Door. Entra nel bar di pessima
qualità e fila veloce in bagno. Prepara un mucchietto di bamba
sulla seggetta sporca del water, ormai la mano trema troppo per
regolarla in strisce. Tira su d’un colpo. Ancora gin per spezzare
l’amaro. Ancora gin per ammorbidirsi un po’.
Pamela gli si avvicina al banco, lo seduce con un prezzo

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conveniente e i due escono nel vicolo accanto. Pamela si
inginocchia e si mette in bocca qualcosa che fatica a diventare
duro, per colpa dell’alcool e della droga. Succhia con vigore per
molto più tempo di quanto pensasse. La cocaina e il gin ormai si
sono impossessati di lui. Fa alzare la puttana, sbattendola al muro
e gli infila la lingua in gola. Gli alza la minigonna sopra ai fianchi
e quasi gli strappa le mutandine ormai in preda dell’unico
desiderio di trovare un caldo posto per sfogarsi. Sputa sulle dita
per inumidire ciò che cerca, ma trova solo il pene flaccido di
Pamela, che ricambia con un sorriso lo sguardo d’odio di lui.
Strattonandola per i capelli lo costringe nuovamente in ginocchio,
penetrandole la bocca più ferocemente che può. Pamela cerca di
liberarsi da cosa la sta soffocando, ma lui la tiene stretta per i
capelli mentre le lacrime rigano di nero le guance del trans.
Pamela pensa allora di mordere, ma sa che sarebbe la fine per lei,
decide quindi di assecondare i violenti colpi che le scuotono la
testa, sperando così di ridurre i tempi di quella tortura. Lo fa
cercando di trattenere i conati di vomito.
Jack Burton. Cocainomane in stadio avanzato, animale sudato che
ansima. Riesce finalmente a venire e spinge di lato il trans che
riprende fiato con grosse boccate d’aria. Sulla bocca un misto di
sperma e bava. L’uomo la guarda con disprezzo e si allontana.
Sono ormai le quattro mentre si mette alla ricerca di un altro bar
dove bere ancora, quando si accorge del calo imminente. Le
gambe cominciano a tremare e lo assale una violenta nausea.
Dopo qualche passo, che a lui sembrano chilometri, si trova
davanti, come un oasi nel deserto, il Rex. Altro bar di infima
categoria. Entra in preda al panico e chiede sbavando dove è il
bagno. Dieci minuti dopo esce e si siede al banco. Sembra essersi
ripreso e il barista sembra invece avvezzo alla scena, perché senza
scomporsi domanda l’ordinazione e la prepara.
L’animale sudato e ansimante è già lontano quando Pamela si
riprende. Rientra nel bar, corre veloce da Joseph, il suo protettore
e gli spiega cosa è successo. Joseph, un tunisino di cinquanta
anni, un metro e novanta per novanta chili di cattiveria; mani
grosse come pale, osserva Pamela con tenerezza, poi un sonoro

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schiaffo per non aver preso i soldi. Esce rabbioso in cerca
dell’uomo, trascinandosi dietro il trans.
Passa il tempo di un paio di gin e la porta si apre di schianto.
Joseph ha cercato per ogni bar fino a quando ha trovato quello
giusto, adesso si avventa ringhiando sull’uomo indicatogli da
Pamela, che resta sulla porta.
Jack Burton. Quattro anni di incontri da pugile
semiprofessionista. Nessuna sconfitta. Capisce in un attimo cosa
sta succedendo. Rinvigorito dalla striscia che ha fatto da pausa tra
i bicchieri di gin, afferra il bicchiere e lo scaglia verso la
direzione del gigante, che si avvicina sempre di più urlando e
imprecandogli contro. Joseph accoglie il fondo spesso e pesante
del bicchiere proprio sulla fronte. Barcolla indietro mentre una
fontanella di sangue comincia a zampillare dal grosso taglio. L’ex
pugile è già su di lui e ne basta uno per metterlo ko.
Ancora la bianca lo guida; comincia a pestare sulla bocca e su
tutta la faccia del tunisino, che ormai è privo di sensi a terra.
Un’occhiata al barista che sta telefonando basta a farlo uscire di
corsa dal bar. Joseph è steso a terra a braccia larghe, come
crocifisso. Dalla fronte continua a zampillare copioso il sangue,
imitato dal naso di cui è rimasto ben poco, mentre la mascella ha
assunto una strana postura segno di una frattura certo non
solitaria. Di Pamela neanche l’ombra.
Jack Burton. Amante del vizio e consapevole di questo. Rientra in
casa, ormai sono quasi le sei. Si sciacqua il viso e risistema i
capelli. Una riga più piccola delle altre lo previene un nuovo calo.
È domenica, e tolti gli abiti sporchi di sangue indossa quelli che
lui chiama “da lavoro”, poi si avvia alla sua occupazione. Il
quartiere, con le prime luci dell’alba, sembra aver riassorbito gli
incubi notturni, stipandoli negli angoli più bui. I primi negozi e
caffetterie cominciano ad aprire. L’uomo arriva davanti una
piccola e squallida chiesetta, si ferma davanti alle scale e osserva
l’andamento claudicante di una vecchia signora, fino a che questa
non gli si ferma davanti.
- Buongiorno padre - dice la vecchia
- Buongiorno Anna - risponde, padre Jack Burton.

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LO SPETTACOLO DI SPYRA PER IL CAOS
(di Jonathan Macini)

Un demone l’aveva ribattezzata Spyra, e quello era adesso il suo


nome. La via oscura parrebbe la più facile, ma sono molti i
sacrifici che attendono colui che desidera entrare nella cerchia dei
prescelti, e guardare oltre il velo dell’oblio, là dove la morte
muore e qualcosa di orribile ed eterno incomincia.
La donna attraversava i corridoi del tempio con una torcia in
mano. Portava i capelli sciolti, neri e lunghi fino alla vita, e aveva
indosso soltanto una veste leggera, blu scura, che le ricadeva sulle
forme prosperose, grossi seni dai turgidi capezzoli e fianchi
sensuali. Conosceva tutti gli aspetti di quel rituale. Le prime volte
che se n’era servita era stata male, ma il ricordo dell’umiliazione
e del dolore era ormai stato riposto in quei cassetti della mente
che un mago deve sapere tenere ben chiusi.
Spyra avanzava con passo deciso, i nudi piedi sulla fredda roccia
del pavimento, il profumo di muschio e acqua stagnante nelle
narici, il rumore smorzato delle cascate sopra il tempio. Lei era la
sacerdotessa suprema, divinatrice e negromante, conoscitrice dei
subdoli giochi dei signori della morte. Aveva bisogno del loro
aiuto, aveva bisogno di altre risposte, e sapeva bene qual’era il
prezzo che doveva pagare…
A volte, anche nella quotidianità degli eventi più terribili, ai quali
ci si abitua perché la mente di un uomo non ha confini, affiorano
dei ricordi inaspettati, non voluti. Spyra ricordò la canzone che
cantava insieme a suo fratello, nel cortile della fattoria in cui era
cresciuta, in tempi antecedenti la grande guerra. Afferrò una serie
di cinque note, che ripeté nella sua testa per cercare di ricordare il
resto del ritornello, ma per quanto si sforzasse non ci riusciva. Si
sentì sciocca a pensare a Demion, ucciso durante una delle tante
scorribande degli orchi. Neanche un graffio sulla corteccia del suo
cuore. Neanche l’accenno di una lacrima. Era solo la canzone che
la turbava, perché non riusciva a venirne a capo.

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Era quasi giunta in fondo al corridoio. Oltre una porta scura di
legno e ferro vi era la sala delle invocazioni. Laggiù non ci
sarebbe stato posto per degli insulsi giochi di musica. Cancellò
dalla mente il ritornello e appoggiò la mano sulla maniglia,
avvertendo il freddo contatto col ferro umido. Spalancò la porta
ed entrò in una sala circolare, rischiarata lievemente da due
bracieri posti ai lati di un altare di pietra. La temperatura della
stanza era più temperata, grazie ai due fuochi, e l’aria
leggermente fumosa. Spyra inalò le essenze sparse sopra il fuoco
dai suoi assistenti, che avevano preparato la sala, assaporando i
primi effetti stordenti che aiutavano il rituale evocativo. Sul
pavimento sette cerchi tracciati con della polvere d’argento si
intersecavano nel punto in cui si trovava l’altare. Spyra prese
posto davanti al tavolo di roccia, calcato da strani disegni. Gettò
la torcia in un angolo della stanza e appoggiò le mani sulla fredda
pietra che le stava davanti. Controllò il respiro, chiuse gli occhi,
alzò la testa e poi incominciò a toccarsi…
L’incantesimo le salì alla bocca come un‘entità distinta dal suo
volere. Con gli occhi chiusi salmodiò la litania scandendo
perfettamente ogni sillaba, attenta ad ogni cambio di tonalità. Un
errore poteva costarle molto più della vita.
E mentre le parole, graffianti e indecifrabili, gremivano le ombre
della stanza, la mano dell’evocatrice scendeva verso il basso,
sotto la veste turchina, tra le insenature del piacere. Adeguò il
movimento al ritmo del salmodiare, lasciandosi trasportare dalle
onde calde che dal basso ventre le salivano fino alle guance. Il
canto salì di tonalità e di volume, la bocca carnosa della
negromante intrecciava articolati vocaboli di un linguaggio
sicuramente non umano, la luce dei bracieri divenne più intensa,
tremolò e si offuscò alla cadenza del movimento del suo bacino.
Spyra, ormai preda e predatrice del suo organo del piacere,
appoggiò un piede sull’altare, divaricando al massimo le cosce.
Accostò la sua vulva, piena e rossa, al bordo della pietra rituale,
continuando a sfregarla avidamente con le sue dita. L’evocazione
era giunta al culmine. Dai bracieri una luce gialla ed abbagliante
si riversò nella stanza. La temperatura era diventata quasi

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insopportabile. Rivoli di sudore le scendevano copiosi dal volto,
deturpato dagli spasimi di piacere, ma lei non accennava a
fermare la sua ascesa. Si adagiò con la schiena sulla fredda pietra
dell’altare e continuò a urlare l’incantesimo, cavalcando onde di
piacere inarrestabili.
La porta era stata aperta e qualcuno la stava guardando. Demoni e
anime corrotte, nefandezze dell’oscurità, esseri dimoranti nel
caos, frattaglie di esistenze un tempo appartenute all’umanità. Lo
spettacolo era per loro, per invitarle al suo cospetto, e in tal modo
poterle corrompere per un ennesimo bagliore di conoscenza.
Il finale le montò in gola, insieme all’orgasmo. L’ultima parola
della canzone si perse in un urlo di piacere, infrangendosi sui
bracieri e spegnendoli definitivamente. L’oscurità l’avvolse, ma
non aveva bisogno di vedere chi era entrato nella stanza. Spyra
rimase dov’era, distesa sull’altare a riprendere fiato, conscia del
drappo scostato.
«Ti è piaciuto lo spettacolo, demone?»
«Come sempre, Spyra» rispose una voce grave come la notte
delle notti.
«Allora adesso mi dirai ciò che ho desiderio di conoscere…»
«Certo, tesoro» disse il demone. «Poi ci divertiremo un po’…»

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L'ANTICAMERA
di Jack Lombroso

Alex e Charles entrarono nel pub alla ricerca di una buona stout e
di un bagno.
–Tu ordina, io torno subito- disse Charles.
Poi, senza guardasi intorno, infilò la porta col cartello che
indicava la toilette.
Alex si sedette al banco, su uno sgabello impagliato. Subito ebbe
l’impressione di aver interrotto qualcosa, come di essere entrato
sul più bello: ospiti inaspettati giunti nel momento meno
opportuno. L’aria sembrava immobile. L’assenza di ogni tipo di
rumore, un silenzio quasi innaturale, faceva risaltare ogni
scricchiolio del vecchio sgabello.
Si guardò intorno come disorientato. Il vecchio al lato destro del
banco, sollevò lo sguardo dalla pinta e glielo piantò in faccia.
-Salve- disse Alex, e solo allora si accorse della cicatrice che
correva sulla parte sinistra del volto dell’uomo, interrotta soltanto
dall’occhio completamente bianco e opaco. Il vecchio non rispose
e tornò a bere la sua stout.
Charles non si trovò in bagno appena passata la porta, ma in un
lungo corridoio pieno zeppo di fusti e casse di bottiglie di birra
vuote, impilate fino alle travi del soffitto basso e scuro.
Un cartello vecchio di anni indicava ancora la strada per la
toilette. Affrettò i passi, sollecitato dal bisogno impellente,
sognando una intima stanzetta dove potersi liberare dalle quattro
pinte che aveva già bevuto.
Il corridoio pareva non finire mai, sembrava diventare sempre più
scuro man mano che si allungava. Raffiche di vento freddo
entravano dalle finestre, quadrate e senza vetri, che correvano
regolari sul muro destro. Charles rabbrividì per l’ennesima folata
gelida e guardandosi intorno si chiese in quale singolare posto si
trovasse. D’un tratto davanti a lui un ombra scura si staccò veloce
dalle travi e due ali nere si aprirono davanti ai suoi occhi.

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Il cuore sembrò fermarsi, ogni singolo muscolo si pietrificò,
bloccando Charles sul posto come una statua di marmo.
Poi il piccolo uccello volò via da una delle finestre senza vetri.
Charles riprese fiato e guardò verso il punto da dove era sbucato
l’uccello. Un nido era nascosto tra la trave e il soffitto, sembrava
che l’uccellino avesse trovato confortevole il corridoio di quello
sgangherato pub, invogliato dalla facile possibilità di entrata e
uscita fornitagli dall’assenza dei vetri.
-Irlandesi- sospirò Charles scuotendo la testa.
Dopo qualche passo ancora, sembrava finalmente essere giunto
alla fine di quel maledetto corridoio, sempre più freddo e buio.
Una luce gialla usciva da una piccola porta sulla destra. Charles
entrò.
Da una porta, sul retro del banco, uscì un anziana signora
camminando in modo alquanto singolare.
Alex salutò gentilmente e ordinò due pinte. La vecchia sorrise
appena e si girò per prendere i bicchieri con fare lentissimo,
mostrando la gobba che la costringeva in quella strana postura.
Sempre più a disagio, Alex sperò che l’amico, ormai sparito da
più di dieci minuti, tornasse al più presto e confidando nelle doti
di bevitori quale erano, finire in fretta la pinta e uscire
velocemente da lì. Non riusciva a spiegarsi perché, ma era ormai
convinto che tutto intorno qualcosa si fosse fermato per causa
loro. Solo non immaginava cosa.
I suoi pensieri furono interrotti da un pianto, così improvviso che
Alex saltò sullo sgabello, girandosi si accorse che oltre al vecchio
orbo, nel pub, c’era anche una bambina, subito redarguita dalla
donna accanto a lei dai lunghi capelli scuri e unti e dal viso
scavato e smunto. Nell’angolo più lontano del locale un uomo
robusto e palesemente ubriaco stava discutendo con una ragazza
dall’aria sconvolta. Alex non sentiva bene cosa diceva il ragazzo
ma gli sembrò di capire che si stesse scusando di qualcosa,
incolpando alcool e gelosia. La ragazza continuava a fissarlo negli
occhi sempre più sconvolta e sull’orlo di un pianto.
Ma da dove era sbucata tutta quella gente? Si domandava Alex.
Erano sicuramente già lì quando lui e Charles erano entrati,

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eppure fino a quel momento non li aveva minimamente notati.
Subito dopo, un forte odore di incenso, come quello che viene
utilizzato nelle chiese, invase la stanza.
Charles rimase a bocca aperta. Il bagno, se così si poteva
chiamare, era un piccolissimo ambiente maleodorante, dal forte
odore di urina. Al posto della porcellana bianca c’era una grata
rugginosa che sgocciolava chissà dove, addossata ad un muro
ricoperto per circa un metro di mattonelle giallognole coperte di
chiazze scure. La vescica che continuava a dolergli prevalse sul
senso di nausea che lo assaliva, così si distanziò dal muro e mirò
la grata.
Charles tornò velocemente indietro, ansioso di descrivere
all’amico la situazione grottesca in cui si era ritrovato.
Sorridendo si sedette accanto ad Alex.
-Non hai idea di che situazione, Alex- disse
-È stata un’avventura arrivare in bagno, ora ti racconto, ma…
Hey, perché non hai ordinato anche due whiskey?- Poi fece per
chiamare la vecchia.
-Zitto- disse a bassa voce Alex bloccandogli il braccio,
-Bevi veloce e andiamocene-
-Perché? Ma che c’è? Hai una faccia…-
-Guarda che posto allucinante, è da quando siamo entrati che ho
una strana sensazione. Senti che silenzio, tutto sembra muoversi a
rallentatore- ormai Alex sussurrava a tal punto che Charles
faticava a sentire.
-E poi annusa. Annusa l’aria-
-Ma che roba è. Incenso. Incenso da chiesa- anche Charles
adesso, guardandosi intorno, perse il sorriso.
-Forse hai ragione te, beviamo e andiamocene-
Entrambi, perfettamente sincronici si voltarono verso l’orbo, che
riabbassò lo sguardo.
-E quello? Hai visto come ci fissava? Con quell’occhio… la
barista con la gobba, ma dove diavolo siamo?- Charles rabbrividì
Un chiarore alle loro spalle li fece voltare sugli sgabelli.
Nell’angolo vicino al tizio ubriaco c’era un piccolo camino in
pietra, al suo interno decine di lumini rossi rischiaravano

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l’ambiente.
-Guarda che roba- Alex indicò con la testa la parete sopra al
caminetto. Quasi del tutto spoglia, gli unici pezzi d’arredamento
erano una maschera in legno dalla forma allungata e una foto, che
ritraeva un caprone sulla cima di una scogliera con l’oceano in
tempesta sotto di se.
-Io me ne vado-disse Charles, -Lascio la pinta a mezzo e schizzo
fuori-
-Aspetta, finiamo prima. Cerchiamo di sembrare naturali e
tranquilli-
Impossibile, erano come farfalle multicolore in un quadro in
bianco e nero.
Improvvisamente un raggio di sole entrò dalla finestra,
illuminando il pavimento scuro, quasi nero, di piastrelle
ottagonali. Alex e Charles adesso si accorsero anche della strana
architettura del posto, che sembrava formare un triangolo
irregolare.
Questa luce naturale e inaspettata sembrò comunque rincuorare i
due, che dettero una lunga sorsata di birra, come se stessero
riprendendo ossigeno.
Subito la vecchia uscì dal banco e claudicante arrivò alla finestra,
che tappò tirandone la tenda, poi lentamente ritornò dietro al
banco sparendo dalla porticina che dava sul retro. Il locale
ripiombò nella penombra, illuminato solo da un piccolissimo
lampadario in stile barocco al centro del soffitto, e i volti dei due
amici tornarono scuri quasi come il pub.
-Proprio adesso che abbiamo finito di bere e ce ne possiamo
andare, la vecchia è sparita- disse Charles
-Ascolta- disse Alex tendendo l’orecchio.
Adesso da dietro la porta, si sentiva flebile una musica. La musica
si sentì più forte quando la porta si riaprì dando nuovamente
l’accesso alla barista gobba. Lenta e ripetitiva questa
nenia sembrava accompagnare qualcosa, aveva un che di rituale,
di magico.
Subito Alex colse l’occasione al volo e pagò le due pinte ad un
prezzo davvero basso, mentre l’orbo annuendo alla vecchia si

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faceva passare una bottiglia da mezza pinta di whiskey. Sembrava
che non servissero più le parole tra loro.
I due salutarono e velocemente si diressero verso la porta.
Alex afferrò la maniglia e tirò per uscire. Chiusa, la porta non ne
voleva sapere di aprirsi, allora Alex spinse. Niente. Cominciò a
tirare e spingere la porta, che tintinnava sui cardini, sempre con
più foga. L’avrebbe completamente divelta se Charles non lo
avesse fermato.
-Schiaccia la levetta sopra la maniglia- gli disse.
Alex seguì il consiglio e furono finalmente fuori all’aria, inondati
dalla luce del sole. Senza parlare cominciarono a camminare
velocemente verso la piazza del paese, mettendo più strada
possibile tra loro e il locale.
Dentro il pub l’attività riprese.
La madre suicida con la figlia soffocata nel sonno sarebbero state
le prossime a varcare la porta dietro il banco, seguite dall’ubriaco
e dalla compagna accoltellata a morte per gelosia.
L’orbo rimase fermo al suo posto, attendendo ignavo il suo turno
come aveva fatto per tutta la vita, cominciava a pensare che la sua
punizione fosse proprio quella.
La vecchia prese per mano la bambina, seguita dalla madre le
accompagnò verso la porta, attraversando la stanza.
D’un tratto Alex e Charles ebbero la certezza che prima o poi
sarebbero tornati in quel pub. Non riuscivano a spiegarsi perché
ma quella era la certezza più grande che avessero avuto in vita
loro.
Dentro l’anticamera la vecchia gobba sorrise tra sé e sé.

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CLARISSA
di Jonathan Macini

La notte che uccisi Clarissa scoprii l’irresistibile fascino della


morte. Ma prima di raccontarti questa storia, mia cara lettrice,
desidero che tu conosca una grande verità: più ti è vicina la
persona reclamata dalla nera signora, più meravigliosamente
profondo è l’abisso in cui la tua anima vorrebbe abbandonarsi.
L’omicidio di Clarissa incominciò per gioco. Glielo dissi pure,
mentre possedevo il suo corpo minuto e spigoloso sul tavolo della
cucina. Nella luce morbida degli spot, ricordo i suoi seni appena
accennati, come quelli di una tredicenne, la sua bocca vorace, i
suoi occhi con quel taglio vagamente orientale, sopra un nugolo
di deliziose lentiggini.
“Vienimi dentro!” mi urlò. Ed io, trascinato dall’onda
irrefrenabile dell’orgasmo, le risposi “Prima o poi ti uccido,
Clarissa!”
Il giorno dopo mi portò il caffè a letto, ed era più dolce del solito.
A me basta una puntina di zucchero per ammazzare l’amaro,
invece ne aveva messo un intero cucchiaino. Appena lo assaggiai
mi venne la bizzarra idea che avesse paura e che inconsciamente
avesse zuccherato il caffè, pensando così di potere addolcire
anche me.
“Davvero mi vuoi uccidere?” sghignazzò lei, arruffandomi con la
mano i capelli.
“Difesa personale” gli risposi. “Ti ucciderò prima che tu uccida
me…” Poi risi, e quella fu la mia prima risata macabra. Col tempo
sono riuscito a perfezionarla, e adesso ne vado quasi fiero. Lei
rise di rimando, ma non riuscì a nascondere lo sforzo che faceva a
rimanere allegra.
Il gioco continuò per una settimana, poi lei cedette. Una sera mi
chiese di smetterla con gli scherzi sulla morte perché la mettevano
a disagio. Io le dissi “va bene” e non ne parlammo più. Ma intanto
nella mia testa l’idea aveva già assunto proporzioni ben più

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realistiche di un semplice gioco.
Il pensiero più affascinante fu la scelta dell’arma. Come avrei
rubato la vita della piccola Clarissa, gracile come un fuscello, una
bambola di pelle candida profumata di fiori di pesco? Il coltello lo
trovai subito troppo scontato, l’arma da fuoco troppo volgare e il
veleno assolutamente borghese. Mi ci volle un mese per prendere
una decisione, ma posso dire adesso di aver fatto bene i miei
calcoli. Quando chiudo gli occhi posso ancora avvertire sui palmi
delle miei mani il viscido calore dei suoi liquami, rievocare il
profumo dei suoi organi, rimirare il cremisi delle sue interiora,
un’esperienza davvero straordinaria.
L’altro dettaglio che mi premeva era il momento, perché
richiamare la morte è una specie di atto liturgico. Il movente in
realtà è assolutamente irrilevante, ma il modo e il tempo, così
come il luogo, sono elementi essenziali per portare a termine il
rituale in modo soddisfacente. Il luogo lo conoscevo da tempo; il
letto in cui ci eravamo amati per più di un anno. Mancava solo il
tempo…
Fu lei a porgermi la data su un piatto d’argento.
“Amore, cosa facciamo venerdì?”
“Venerdì? Cosa succede venerdì?”
“Ma come che succede? È il tuo compleanno!”
“Ah, già… lo dimentico sempre…”
Ma quella volta non me lo dimenticai…

Cena a base di pesce, antipasto freddo servito su un letto di


ghiaccio tritato, risotto all’astice e lime, spiedi di calamari e
gamberoni alla brace con radicchi ed erbe aromatiche. Un pinot
grigio per annaffiare ed una bottiglia di Berlucchi per festeggiare.
Lei vestita di classe, col nero che le dona sempre, io in jeans e
camicia, nonostante il ristorante di livello. Non ho mai sopportato
i completi e le cravatte…
Usciamo sazi e lievemente ubriachi. Fumo la mia cicca prima di
entrare in auto, lei manda due messaggi col cellulare, poi mi
chiede se voglio che guidi lei. Le rispondo di no e le apro la
portiera, come un vero gentleman. È davvero bella…

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Le chiedo del mio regalo e lei mi guarda con un sorriso malizioso
negli occhi. Mi dice che ce l’ha indosso e che me lo mostrerà tra
poco. Al provocante invito rispondo con fare lento, lasciandomi
scorrere addosso il momento. Non ho fretta di arrivare a casa. Ho
tutta la notte a mia disposizione e non voglio commettere errori.
Ai semafori gialli rallento e mi fermo, evitando scrupolosamente
di superare i limiti di velocità. Lei intanto gioca di nuovo con il
telefonino.
«A chi scrivi?» le chiedo.
«A Linda. Domani andiamo a fare shopping…»
«In centro?»
«Si…»
No, Clarissa, domani sarai alla corte della nera signora, penso io,
stringendo più forte il volante in similpelle della C3.
Saliamo nel suo appartamento, che è stato anche il mio per quasi
quattro mesi. Convivere è meraviglioso. Solo vivendo sotto lo
stesso tetto riesci veramente a conoscere qualcuno, o comunque
una parte sostanziale di questo qualcuno. Vedere Clarissa lavarsi i
denti, sentirla imprecare per una macchia sul pavimento, annusare
i suoi vestiti sporchi, trovare i suoi capelli dalla vasca da bagno,
sono state emozioni molto più intense delle scopate che facevamo
nei primi tempi, quelle di puro abbandono. Il sesso non mi è mai
veramente interessato, anche se non gliel’ho mai dato a vedere.
Lei s’infila in bagno mentre io mi verso un goccio di J&B. Mi
trovo in uno stato quieto, fluido. Sento che i movimenti usciranno
fuori da soli, basterà lasciar fare al demone che ho coltivato negli
ultimi mesi, come una bestia affamata prigioniera dentro la mia
anima. Credo che alla fine ce l’abbiamo tutti. La differenza tra me
e te, carissima lettrice, è che io non ho più paura di aprire la sua
gabbia.
Metto su un po’ di lounge e mi distendo sul letto, vestito e con il
bicchiere in mano. Per adesso faccio fare a lei. Devo conservare
le energie per ripulire la stanza, quando tutto sarà finito. Lei esce
dal bagno con indosso un completino blu che riesce appena a
mostrare le sue forme, tanto è minuta. Si avvicina, mi leva il
bicchiere di mano e incomincia a baciarmi. Le sue mani

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armeggiano abilmente i bottoni della camicia, ma quando si
spingono più giù le blocco. Continuiamo per un po’ così, poi le
sussurro: “ti va di fare un giochino?” Mi guarda sorpresa, è una
cosa nuova per noi, ma oggi è il mio compleanno e pare si senta
quasi in obbligo di dirmi di si. Scendo dal letto e frugo
nell’armadio sotto i miei vestiti. So bene cosa cerco; due paia di
manette. Ce le ho messe la sera prima, insieme a qualcos’altro…
Torno da lei e le leggo un velo di paura negli occhi, ma io la
tranquillizzo con un bacio e la promessa di un piacere nuovo. Con
movimenti dolci e lenti l’aiuto a posizionarsi nel mezzo al letto, le
passo attorno ai polsi il freddo metallo dei ceppi, e infine la fermo
alla testiera di ferro battuto. Inizio a baciarla, scendo giù con
esperienza, sosto per un po’ attorno all’ombelico, poi le sfilo
delicatamente le mutandine. Dopo averla provocata abbastanza, le
affondo la bocca nella vagina, iniziando a muovere dolcemente la
lingua. La sento gemere, dimenarsi, salire fino alle alte vette
dell’orgasmo. Il suo urlo di piacere precede di un attimo le
contrazioni muscolari del corpo e delle sue gambe, strette attorno
alla mia testa. Adesso tocca a me, penso.
«Lo voglio in bocca…» mi dice.
«No aspetta, ho un’altra idea…» le rispondo. Poi vado a prendere
la corda, il nastro adesivo e le cesoie…

La notte che uccisi Clarissa scoprii l’irresistibile fascino della


morte. Fu lei la prima, e come in amore, la prima non si scorda
mai. Adesso hai capito, mia piccola lettrice, perché nel mio
guardaroba conservo ancora la sua pelle, liscia, candida,
profumata di fiori di pesco.
Su tesoro, smettila di tremare. È arrivata l’ora del rituale…

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FANCULO IL MESSICO
di Jack Lombroso

Fisher chiama Colombo alle tre del pomeriggio. Fa sempre così. È


l’unico modo per contattarlo. Niente indirizzo, niente
informazioni, solo un numero di cellulare. Il sudore appiccica la
camicia sulla schiena dell’inglese. Non si è mai abituato al clima
anche se sono anni ormai che lavora in Messico. Potremmo
definire l’attività di Fisher come un'agenzia di collocamento
criminale. Conosce tutto e tutti e dà lavoro ad almeno una trentina
di delinquenti vari, passando loro i lavori che gli vengono
richiesti e prendendoci sopra una percentuale; chiaramente.
Rapinatori, Killer, rapitori e tutta la crema della criminalità
messicana è nel libro paga dell’inglese.
Si massaggia distrattamente il cavallo dei pantaloni mentre
compone il numero. Un grosso bicchiere di whiskey annega tre
cubetti di ghiaccio sulla scrivania, da ottocento dollari almeno.
Colombo recupera Enrique da casa. Un bel posto, villette a
schiera in un complesso residenziale. Nessuno immagina il lavoro
che fa il proprio vicino di casa. Quel giovanotto così gentile dai
modi educati e dall’aspetto curato. Ferma il Mercedes grigio
scuro e suona tre colpi di clacson. Braccio fuori dal finestrino. La
camicia hawaiana semiaperta lascia intravedere il tradizionale
giapponese sul petto, dai colori sgargianti. Colombo sbuffa e
accende una cicca d’erba. Erba messicana.
Enrique esce cinque minuti dopo. Completo scuro di lino su
scarpe lucide leggermente a punta. Camicia verde smeraldo stirata
con cura. Profuma di dopobarba. Monta in macchina e infila il cd.
Johnny Cash canta di omicidio e cocaina. La cenere cade sui
bermuda di Colombo. Parcheggiano davanti al residence. Salgono
le scale e suonano una sola volta. Marlene viene ad aprire la
porta. Sorriso bianco, vestaglia di seta azzurra con ricami floreali
color pastello che mette in risalto i grossi seni dai capezzoli
turgidi. Ha i capelli leggermente spettinati. Fisher deve averci

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giocato da poco.
Saluta e li fa accomodare sul divano in pelle bordeaux. Uno
schermo a quaranta pollici rimane spento sulla parete. Marlene
versa da bere. Whiskey, molto ghiaccio. Liscio per Enrique.
Sparisce, dietro una porta che chiude piano. Il legno delle scale a
chiocciola scricchiola appena sotto i piedi nudi di Fisher. Anche
lui in vestaglia. Oro arrogante e arabeschi neri. Beve con loro e
vomita parole banali. I due si chiedono quando parlerà del lavoro.
L’inglese sembra capire i loro sguardi e attacca.
- Beh, ragazzi. Le cose stanno così: tre tipi, spacciatori di poco
conto, si sono messi sul mercato espandendo il giro molto
velocemente. I tre stronzi hanno sconfinato nella zona di Don
Carlos, senza saperlo. Ma questo non interessa al Don.
Stranamente, invece di farli fuori, gli ha affidato un compito.
Come risarcimento diciamo. I tre devono fare uno scambio per
lui, dollari americani per diamanti grezzi. Tutto questo per non
ritrovarsi una pallottola dentro la loro testolina. Un lavoretto
semplice semplice.
- Perché mai Don Carlos si fida dei tre stronzi? È cosa c’entriamo
noi? - Colombo si accende una seconda cicca d’erba mentre
interroga l’inglese con lo sguardo.
- Beh, perché si fida non lo so. Sono cazzi suoi. Probabilmente
perché nessuno che ha un minimo di cervello cercherebbe di
fottere Don Carlos. Metà del Messico è sotto il controllo dei suoi
uomini e nell’altra metà chiunque gli deve un favore… E dove
scappi? Comunque… Quando i tre hanno saputo che lo scambio
dovevano farlo con gli uomini di Mauricio Brama se la sono fatta
sotto. Hanno quindi deciso di venire a chiedere aiuto a zio Fisher,
affinché gli trovassi dei validi sostituti. Ed ecco cosa c’entrate
voi. Andate all’incontro, recuperate i diamanti e li portate ai tre
messicani. Tornate da me e intascate la ricompensa. Tutto qua.
Fisher finisce i dettagli, Enrique il terzo whiskey, Colombo la
seconda cicca. Si alzano lenti, affaticati dal caldo e raggiungono
l’uscita. Ultima occhiata alla stanza: dalla porta a vetri che da sul
giardino con piscina, entrano cinquanta chili di curve abbronzate
dal sole. Bikini rosa che lascia poco all’immaginazione. Dal

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triangolo di destra, leggermente spostato, spunta fuori l’aureola
scura del seno. Susy. La seconda amica di Fisher. Uomo
fortunato.
Le pale del ventilatore girano lente muovendo l’aria calda.
Tequila e pezzi di lime sul tavolo scheggiato dall’uso. Ricardo
sembra un fagotto flaccido e vuoto così accasciato ad un angolo
della stanza. La pancia aperta ha smesso già da tempo di
sanguinare. L’impugnatura in madreperla della 44 ancora stretta
in mano. Quarantatré gradi. Sembra di stare dentro un forno.
Colombo versa un altro shot. La tequila gli brucia la gola. Morde
un pezzo di lime e sorride sputandone la buccia. Trenta
centimetri; lama rossa di sangue, dormono accanto alla bottiglia.
Trenta centimetri che sono entrati tutti nella pancia di Ricardo.
La porta si apre lentamente. Enrique entra nella stanza in
penombra, unico vano della capanna che funziona da bar, non
lontana dalla città. Lo sguardo va veloce da Ricardo a Colombo,
che a stento riesce a rimanere sulla sedia. Buco di 44 in pancia.
Poche speranze. Al massimo altri due shot. Enrique si avvicina al
tavolo. I tacchi di cuoio duro risuonano sul pavimento di assi di
legno. Con movimenti lenti versa due tequila, ne passa una a
Colombo e butta giù l’altra tutta d’un fiato. Niente lime per lui.
Il ventilatore muove invano l’aria, appiccicosa come caramello.
Colombo solleva gli occhi e fissa la canna della pistola che
Enrique gli ha puntato in faccia. Sorriso amaro. - Sarebbe solo
questione di tempo, amigo. Quel buco in pancia non mi lascia
scelta. È solo per avere la certezza che nessuno ti trovi prima del
tempo che ti ci vuole per tirare le cuoia, e ti costringa a parlargli
di me. Lo sai anche tu come vanno certe cose, vero? - Colombo
annuisce. Ultimo shot. Boom. Non che provi così dispiacere per
Colombo, in fondo stavano insieme solo per lavoro, e poi, da
queste parti, la vita vale sempre poco.
Il barista è steso come uno straccio bagnato, a cavallo del
bancone. Era d’accordo anche lui o cosa? Mentre Colombo
affondava la lama nella pancia di Ricardo, e si prendeva la sua
brava pallottola, il bastardo ha tirato fuori da sotto il banco un
fucile a pompa, di quelli con le canne segate. Enrique già pronto,

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appena fuori della porta del bar. Due pallottole per il tipo sulla
porta e due per il barista. Ma che cazzo c’entrava il barista?
Uscendo scavalca il cadavere toccandolo appena con la punta
della scarpa. Distanza ravvicinata. Buchi grossi come lime. Tre
contro due. Ne è uscito uno soltanto. Chiude la porta e se ne va.
Enrique guida veloce già da un’ora buona lungo la strada
polverosa. Johnny Cash canta la sua ultima storia dalle casse delle
stereo. Prima di mezzanotte deve essere a Guadalajara e davanti a
sé ha almeno tre ore di viaggio. Lì, lo aspettano i mandanti dello
scambio, tre coglioni messicani che non saprebbero distinguere i
diamanti da pezzi di vetro.
Adesso Enrique conta di arrivare sul posto più presto possibile,
rifilare i diamanti ai tre messicani, tenersi i soldi dello scambio
che non è andato a buon fine e passare da Fisher per il compenso.
Poi, sparire veloce dal Messico. La bomba ormai è innescata e lui
vuole essere più lontano possibile quando scoppierà. Il cellulare
squilla tre volte prima che Enrique risponda.
- Enrique?
- Si, dimmi? - È uno dei tre messicani a parlare.
- Abbiamo un problema, dobbiamo spostare l’incontro a domani
mattina… se per lei va bene. - La voce tremante del tipo lo irrita.
Voce insicura, piena di paura di chi non sa cosa sta facendo. Di
chi sa che la faccenda è più grande di lui.
- Va bene. - Risposta secca e riattacca. Altri cinque chilometri
lungo la solita strada polverosa. Il paesaggio che lo circonda ha
un che di irreale. Sabbia e cactus. Rallenta la macchina e svolta a
destra. Entra nel parcheggio del motel. Scende dall’auto e viene
investito da un caldo infernale. Quarantacinque gradi. Sono le
nove di sera… che cazzo di posto.
Spinge la porta che cigola sui cardini come lamentandosi di essere
stata disturbata. Il cicalino fa il suo dovere. L’ingresso del motel è
ancora più fetido della facciata esterna. Due poltrone e un
divanetto stanno in piedi per miracolo sul lato destro della stanza,
illuminata a stento da un lampadario mezzo scassato. Odore di
sigaro e tacos nell’aria. Di fronte a lui c’è un piccolo banco, con
dietro un ciccione a due centimetri da un ventilatore portatile. Il

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ciccione biascica qualcosa che pare un saluto, passandosi, da un
lato all’altro della bocca, il mozzicone di sigaro che spunta da
sotto i folti baffi grigi. Canottiera chiazzata di unto. È lui che
puzza di tacos. Tacos e formaggio rancido.
Enrique legge il cartello delle tariffe. Lascia una banconota per la
stanza e una ancora per la bottiglia di tequila. Il ciccione gli passa
una chiave, biascica ancora qualcosa e torna a puntare lo sguardo
sul minuscolo schermo accanto al ventilatore. Dal quale escono
pessime battute e risate registrate. Sembra che il ciccione abbia
detto che la bottiglia gli sarebbe stata portata in camera, quindi
Enrique prende la chiave e sale le scale.
La camera rispecchia pienamente l’infima qualità del posto. La
vernice sulle pareti è ingiallita dal tempo e in alcuni punti si
stacca, lasciando scoperto l’intonaco bianco. Il letto sembra aver
vissuto molto più di Enrique. Il copriletto di cotone grezzo pare
essere uscito direttamente dagli anni ’50 e odora di vecchio e
stantio. Insomma, un bel letto di merda. Almeno è a due piazze.
Enrique si toglie giacca e camicia con l’idea di una doccia gelata.
Bussano alla porta. Un toc-toc lieve, quasi sussurrato dal legno.
Apre e si ritrova davanti una ragazza dai capelli corvini. Il vestito
beige, che le scende fino a sopra le ginocchia, è stretto sul petto. Il
sudore ha formato due piccole chiazze a mezzaluna sotto il seno.
Gli occhi verdi della ragazza si incollano sulla faccia di Enrique.
Occhi strani, quasi cattivi che contrastano con la corporatura
minuta e indifesa. Particolare importante… La ragazza ha una
bottiglia in mano.
- La sua tequila signore - la voce è dolce come il miele. Quattro
parole sussurrate come una ninna nanna.
- Grazie. Ma tu chi sei? - Enrique afferra la bottiglia e si scosta un
poco dalla porta. Come a volerla fare entrare.
- Pita, la figlia del padrone del motel - risponde. La voce sembra,
se possibile, ancora più dolce. Ha un che di sensuale. Lei non
accenna a fare un passo. Continua invece a guardare dritto negli
occhi Enrique. Come se lo odiasse. Uno sguardo così intenso,
duro e freddo che infastidisce un poco l’uomo. Eppure per
qualche motivo ne è attratto. Quel corpo esile. Quella voce

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mielosa. Quegli occhi da killer.
- Vuoi entrare a bere qualcosa? - Lei non risponde, muove un
passo dentro la stanza. Abbassa lo sguardo e si ferma. Poi entra
con uno scatto improvviso. Enrique sente arrivare l’erezione,
stretta nei pantaloni. Apre la bottiglia e lei allunga il braccio
porgendogli due bicchierini da shot. Neanche se ne era accorto
che li aveva in mano. Due bicchierini da shot. Due. Lei si siede
sul bordo del letto sempre col braccio teso. Tiene i bicchieri in
modo che lui possa direttamente versarci la tequila dentro. Tiene
la testa bassa ma gli occhi, rivolti verso l’alto, non smettono mai
di fissarlo. Sorride. L’espressione del volto, in quella strana
posizione, assume un’aria sinistra ed eccitante allo stesso tempo.
Enrique versa. Poggia la bottiglia sul piccolo comodino e prende
uno dei due bicchieri. Adesso anche lui la sta guardando fissa
negli occhi. Alza appena il bicchiere a mo’ di brindisi e butta giù
d’un fiato. Lei fa lo stesso. Sedendosi il vestito le si è alzato un
po’, lasciando vedere le cosce brunite dal sole. Enrique le fissa.
Lei se ne accorge e lo lascia fare. Si alza di scatto, si avvicina alla
bottiglia e dà un sorso. Righe di tequila le colano dai lati della
bocca. Non si pulisce.
Enrique le si avvicina e senza dire nulla bacia una di quelle righe
saggiandone il sapore con la punta della lingua. Stacca la testa dal
viso e passa all’altra riga. Appena le appoggia le labbra vicino alla
bocca, lei si gira di scatto per morderlo, poi scappa via veloce.
Enrique si è scostato appena in tempo, prima che il morso si
serrasse sulla guancia. Si tocca il viso nel punto dove la pelle è
stata graffiata dai denti. Una piccola ferita comincia a sanguinare.
L’erezione aumenta.
Il letto cigola ogni volta che Enrique si rigira tra le lenzuola
appiccicose. La notte è rischiarata da una luna candida mentre le
cicale friniscono tra gli spini dei cespugli. Il sonno è stato
interrotto più volte dai pensieri che non gli abbandonano la testa.
Ancora non capisce cosa diavolo stia succedendo. Perché questa
guerra intestina tra chi ha il mercato in mano. Non avrebbe senso
dar vita ad una di quelle lotte che durano fino alla fine di ogni
uomo, per espandere il proprio mercato. Le perdite sarebbero

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sicuramente maggiori dei ricavi.
Enrique si alza dal letto che sembra un forno. Si avvicina lento
alla bottiglia che ormai ha raggiunto la sua metà. Mentre beve un
lungo sorso, con l’intenzione di stordirsi e riuscire a dormire,
bussano alla porta. Va ad aprire ritrovandosi davanti la figlia del
padrone. Pita non parla ed entra in stanza senza far rumore.
Quegli occhi di ghiaccio nel corpo abbronzato. Senza dire una
parola si avvicina ad Enrique e fa per baciarlo.
- Non avrai ancora intenzione di mordermi? - Dice mentre
istintivamente fa un passo indietro. La ragazza lo guarda,
inclinando leggermente la testa. Poi abbassa gli spallini del vestito
e lo lascia scivolare fino alle caviglie. Enrique osserva il corpo
nudo della ragazza, poi le si avvicina spingendola verso il letto.
La pelle sudata di Pita gli ricorda il sapore aspro del lime, mentre
si lascia accarezzare il volto dai seni pesanti. Adesso la piccola
messicana danza sul ventre di Enrique che asseconda i movimenti
con ritmo regolare. I due corpi sono diventati uno solo.
Enrique si addormenta, stancato dalla passione. Finalmente i
pensieri sono stati allontanati dalla magia della ragazza che stesa
accanto a lui, fissa il soffitto senza mai chiudere gli occhi. Quegli
occhi da killer… Sorride nella stanza buia. Un rumore metallico
risveglia Enrique. Un rumore che gli è familiare, che ha già
sentito più volte. Apre gli occhi, mentre la ragazza fa scorrere il
carrello di una pistola. Colpo in canna… Canna vicina alla fronte
di Enrique. Merda!
Prova d’istinto a muoversi accorgendosi di avere le mani legate
alla spalliera del letto. - Che diavolo stai facendo? - Pita è ancora
nuda. Sopra di lui si muove piano sfregando il bacino contro
quello di Enrique. Lo fissa negli occhi, sorridendo con la testa di
lato. Enrique si stupisce di quanto in fretta arriva una nuova
erezione, mentre la canna della pistola gli si appoggia alla fronte
sudata. La ragazza si muove ancora. Si sistema meglio. Adesso dà
colpi secchi mentre Enrique non capisce se sta morendo o
scopando.
Pita si muove sempre più forte. Mentre il letto cigola, Enrique si
accorge che lentamente il laccio che stringe il polso destro si sta

55
allentando. Comincia allora a muoversi freneticamente per coprire
gli strattoni della mano. Il laccio sembra cedere ad ogni colpo.
Dai cazzo… Dai! La canna della pistola batte ritmicamente sulla
sua fronte. Lei chiude gli occhi e geme. Poi torna a fissarlo, la
testa sempre di lato. Adesso è vicinissima a lui tanto da poter
sentire il suo alito caldo sulla faccia, mentre lei lecca il cane della
pistola. Enrique è frastornato. Non riesce a capire se questa pazzia
è una perversione della ragazzina o davvero alla fine si ritroverà
un buco in testa. Il laccio cede abbastanza da permettergli di far
scivolare fuori la mano. Ancora pochi colpi e il rito sarà finito. La
piccola messicana dalla pelle color del bronzo adesso gode e non
lo nasconde. Non regge agli spasmi e chiude gli occhi contraendo
il viso in una smorfia di soddisfazione. Un gesto fulmineo e la
pistola non è più nella sua mano. Lei riapre gli occhi, lo sguardo
sconcertato di chi ha perso una partita già vinta. Urla… Un urlo
secco… Uno solo. Non un urlo isterico, da ragazzina impaurita,
ma di richiamo… Di avvertimento. Questo Enrique lo capisce
subito e gli dà col calcio della pistola sulla bocca. Un fiotto di
sangue gli investe la faccia. Adesso la ragazza zampilla sangue
come una fontana. Enrique ha ripreso il gioco in mano. È lui il
killer. È lui il cacciatore, gli altri solo deboli prede. Per questo
continua a darle dei colpetti col bacino, attendendo impaziente il
coito, mentre la pistola si macchia di rosso, appoggiata sulla
bocca di lei.
“Andiamo Pita, muoviti adesso… Muoviti ragazza!”
- Slegami l’altra mano adesso - lei non parla, continua a guardarlo
negli occhi come se fosse lei ad avere il controllo, mentre dalla
bocca esce ancora un rivolo di sangue. Sembra non voler neanche
prendere in considerazione l’ordine di Enrique e comincia a
muovere di nuovo il bacino lentamente passandosi la lingua sul
labbro rotto. - Ti ho detto di slegarmi la mano. Subito! - Preme
più forte la canna contro la bocca di Pita che inaspettatamente la
apre e comincia a succhiarla.
“Sei completamente pazza, ragazzina!”
Nonostante la situazione surreale, Enrique, non riesce a non stare
al gioco della ragazza che sembra averlo stregato. Mentre

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continua a muoversi, sulla porta appare il ventre flaccido del
padrone del locale. Come se fosse una cosa del tutto normale,
trovare sua figlia nuda che succhia una pistola sopra un uomo, il
ciccione entra nella stanza alzando il braccio che tiene la pistola.
Esce dalla doccia. Indossa il suo completo di lino e tira fuori da
sotto il letto la valigetta con i pezzi di vetro. Pita è legata al letto
come lo era lui fino a poco fa. Non si è scomposta neanche un po’
mentre Enrique sparava al ciccione ed ha atteso paziente che lui
arrivasse all’orgasmo. Un ultimo sguardo alla ragazza. A quegli
occhi malati, folli, ed esce dalla stanza. Monta in macchina e
parte. Chissà, forse non era suo padre.
Enrique ripensa al lavoro che deve finire, in quale cazzo di
situazione si è ritrovato. Qui qualcuno sta creando un grande
casino e lui non ha nessuna voglia di finirci dentro. La macchina
inchioda a tre chilometri dal motel e fa inversione. Enrique apre la
porta della stanza. Pita è ancora legata al letto. Lei lo guarda
senza dire niente, i suoi occhi sembrano bruciare sempre di più di
un’insana febbre. Non si chiede perché volessero fargli la festa,
non gli interessa più ormai.
- Cosa farai Pita? Cosa farai se non ti slego e ti lascio qui da sola?
- Non lo so - risponde la ragazza.
- E cosa farai se ti libero?
- Verrò con te.
Il sole sta per calare e tutto si è tinto di arancione scuro. La
macchina sfreccia veloce verso il confine del Messico con la
valigetta piena di soldi e diamanti, ben nascosta sotto il seggiolino
del passeggero. Enrique stringe il volante con una mano sola e
butta giù un bel sorso di tequila. Pita lo guarda appena, mentre gli
occhi gli si chiudono dal sonno.
‘Fanculo Fisher, ‘fanculo Don Carlos e ‘fanculo Mauricio
Brama…
‘Fanculo anche il Messico.

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IL SEME DELL'ODIO
di Jonathan Macini e Jack Lombroso

PRELUDIO
- Soldato David Norton -

Non vi hanno mai parlato del macello di Falluja? No, certo che
non l’hanno fatto. Maledetti loro! Una festa di sangue di
proporzioni inaudite, un evento spregevole superbamente coperto
dalle televisioni. Coperto nel senso di sotterrato. Capite, vero?
Ma di macelli laggiù ce ne sono stati tanti, e ce ne saranno
ancora. Alcuni di questi non vengono neanche riportati dai
giornalisti freelance, mentre altri rimangono segreti. Sono i
segreti che migliaia di reclute si portano a casa. Incapaci di
credere ai loro stessi gesti, si convincono di non aver mai fatto
niente del genere. Sono i semi dell’odio, quelli raccolti
oltreoceano e piantati in terra natia. Crescono e mettono i frutti,
migliaia di bombe pronte ad esplodere.
Vi parlerò della mattanza alle grotte del deserto, poco fuori
Falluja. Quello è un segreto che conosciamo solo io e i miei
amici… Tre mesi dopo ho lasciato una volta per tutte quel
dannato paese. Coltiverò il mio germoglio a casa mia.
Il mio nome è David Norton, e ho un incarico importante da
portare a termine, lentamente, un pezzo alla volta. Volete
seguirmi? Volete sbirciare oltre il lenzuolo, quello che ricadendo
fa risaltare la sagoma del cadavere? Siete pronti?
Il sipario di sta alzando.
Lo spettacolo ha inizio.

58
CAPITOLO I
- A casa -

Il ronzio del bimotore mi avverte che siamo pronti ad atterrare.


Benissimo. Non ce la facevo più. Sono quasi trentasei ore che
vengo sballottato da una parte all’altra del mondo. Tre continenti,
cinque stati, due aeroporti internazionali e mille dannatissimi
controlli. Dal finestrino riesco a scorgere il lago. Il velivolo
incomincia la discesa. Eccola lì; un buco di culo in riva all’acqua.
Eire, Pensilvanya, Stati Uniti. Ci sono nato, ci sono cresciuto, e
fino a pochi mesi fa avrei giurato che ci sarei anche schiattato in
quella fogna. Ma adesso non so più…
L’aria è quella di casa mia. Mi rigenera il fisico, ma non riesce
neanche ad avvicinarsi all’intimo. L’intimo è perduto per sempre.
Si è dissolto quel pomeriggio di tre mesi fa, tra la sabbia del
deserto e l’odore della cordite.
Mia madre mi viene incontro. L’abbraccio, o almeno ci provo. È
ancora più grassa, forse ha superato i centottanta chili. Mio padre,
una manciata di libbre in meno, sorride dietro di lei. Indossa la
solita giacca verde con la bandierina in bella mostra. Si, la
bandierina del cazzo, che sventoliamo sotto il naso di tutti,
spacciando dosi mortali di libertà. Vi liberiamo noi. Certo, Bang!
Sei libero fratello…
Abbraccio anche il vecchio. Mi stringe come per farmi capire che
adesso sa che sono diventato un uomo. Mi viene la bizzarra idea
di dargli un calcio nelle palle e spappolarli il cranio con un
mattone.
Mentre ci dirigiamo verso il suv, la grassona mi dice che ha
preparato del pollo fitto, come piace a me. Mio padre mi informa
che stasera c’è la partita. Assolutamente imperdibile. Sprofondato
nel sedile posteriore, guardo fuori dal vetro e vedo scorrere
l’asfalto. Attraversiamo la città, duecentomila anime davanti al
televisore. Un cane che abbaia da dietro il recinto. Un ragazzino
in bici. Tutto così tranquillo…
Quando arriviamo mio padre mi sveglia. Dormivo come un
bambino, con la testa appoggiata al finestrino dell’auto. Si, da

59
qualche giorno mi addormento così, senza accorgermene. Non
sogno. Cado. Tocco l’abisso. C’è tanta serenità laggiù.
La cena, il pollo, la partita di baseball, papà che mi confessa di
quanto sia fiero di me, mamma che piange perché è così felice di
avermi di nuovo a casa. Le nove, le dieci, le undici. Finalmente
sono a letto. Le ultime ore sono state ancora più orribili del volo.
Voglio dormire. Tornare nell’abisso, dove non esiste niente.

Uova col bacon davanti alla TV. Un bicchiere di latte scremato.


Gli usignoli di papà che cantano nella loro gabbia appesa al
porticato. Sono a casa.
Non ho programmi o, per essere più precisi, non ho programmi
condivisibili. Lavoro, progetti, interessi. Niente. Riscuoterò
l’assegno dell’esercito per i prossimi sei mesi, ma non credo che
mi servirà così a lungo. Qualcosa mi dice che non ne avrò
bisogno.
La mattinata la passo alla stazione degli autobus a guardare dei
vecchi che vanno a trovare i parenti defunti al cimitero. Un
pretesto come un altro per continuare a vivere. Potrei fare un salto
al Dell’s, prendermi un caffè e fare due chiacchiere con quel
cacasotto di Bernie, il barista. Chissà come mi è venuta in mente
una cosa del genere. No, quello l’avrei potuto fare prima di
Falluja. Era una cosa che faceva l’altro David.
Vorrei allungare le notti vuote, dilatarle il più possibile. Ma per
farlo ho bisogna di nuove celebrazioni, annientare l’intimo per
toccare l’abisso. E dormire.
Siete confusi? Non preoccupatevi. Tra poco vi sarà tutto chiaro.
Tra poco arrivano le sei, l’ora giusta per fare del male. Come quel
giorno nel deserto…

CAPITOLO II
- I want you! –

Sembrano passati anni da quel giorno nel deserto, ed invece sono


solo tre mesi che condivido il segreto. Cazzo, sarà stato il caldo, o

60
forse l’alcool. Sarà stato il fatto che eravamo dentro l’inferno… E
non è una cazzo di metafora. I want you!. Bello sorridente George
ti invita nel glorioso esercito. La solita foto stronza che usano
ogni volta, per raccattare carne… Carne senza cervello. Ti dicono
che lo fai per la patria, che lo fai perché la libertà si veste di rosso
bianco e blu. E tu ci credi. Non ti sforzi nemmeno, dopotutto che
altro avrei potuto fare dopo il college. Lavorare nella ditta edile di
mio padre?. E allora in marcia, insieme ad altre uniformi uguali
alla tua. Sei un soldato adesso amico, non più un individuo.
E poi di colpo ti ritrovi laggiù. Un caldo soffocante, rovine di
edifici e rovine di persone. Quei negri del deserto si nascondono
ovunque. Si nasconderebbero anche in culo ad un cammello se
potessero. A loro basta farti fuori. Perché non capiscono che noi
siamo là per portare la libertà, la democrazia.

Passano i giorni e non succede niente. Te ne stai rinchiuso nelle


tende, sdraiato sulla branda accanto ad altre divise uguali alla tua.
Centinaia di divise, tutte uguali alla tua. E le idee, i principi che
avevi? Ti accorgi di aver lasciato tutto a casa, insieme al
fottutissimo pollo fritto di tua madre. E poi le guardie alla
polveriera, i check point da tenere sotto controllo. Ore e ore sotto
quel caldo d’inferno. E se non si fermano all’alt gli devi sparare ai
beduini. Eppure c’è anche scritto che si devono fermare all’alt,
c’è scritto anche in quella loro maledetta lingua. Poi mi collego ad
internet e scopro che la maggior parte di loro non sa leggere. Che
cazzo di gente… I negri del deserto.
Nelle tende circola alcool e anfe. Nessuno sa da dove arriva
eppure ce n’è quanta ne vuoi. Ogni tanto trovi anche un po’
d’erba, ma quella è roba da comunisti fricchettoni. Io non voglio
che mi si addormenti il cervello, devo rimanere sveglio. Attivo.
Sono un cazzo di marine. IO.
Nelle tende circolano anche giornali pornografici. Non ricordo
nemmeno più l’odore della pelle di Jenny da quanto non la vedo.
Confondo la sua faccia con quella della bionda sul paginone
centrale, e allora chiudo gli occhi e non so più su chi mi sto
eccitando.

61
Jeremy mi sveglia dal tiepido sogno. Mi sveglia con un calcio alla
branda. Accanto a lui c’è Bud, il texano. A lui piace stare qua. A
lui piace da morire tirare il grilletto. Ha ucciso tre negri del
deserto da quando è qui. Lo avrà ripetuto mille volte, vantandosi
di come li aveva stecchiti. Qualcuno dice che due dei tre che Bud
ha fatto fuori erano una donna che scappava con un fagotto in
mano. Bud era alla mitragliatrice del checkpoint sud. La donna
non si è fermata a l’alt e Bud ha sparato. Pensava che fosse una
kamikaze e il fagotto una bomba. Correva per raggiungere il
medico che abitava al di la del checkpoint, perché il figlio che
stringeva al petto aveva la febbre alta. Questo sembra aver
raccontato il marito. Neanche lui, come la moglie, sapeva leggere.
- Allora David, ti vuoi muovere? Alzati dalla branda che usciamo.
Tutti e tre… – Bud sorride mentre Jeremy continua a dondolarmi
con l’anfibio. – Usciamo? Dove? Oggi non siamo di pattuglia –
Ho gli occhi ancora appiccicati dal sonno. Mentre mi tiro su sento
che la maglia dietro la schiena è completamente fradicia di
sudore.
- Niente pattuglia amico. Dobbiamo unirci al convoglio che è già
giù in città. Sembra che hanno trovato un covo di ribelli e
vogliono entrare -.
E allora ti tocca a muovere il culo, marine. Ti alzi, ti prepari
veloce, come ti hanno insegnato, e nemmeno due minuti dopo sei
in assetto da battaglia. Ritiri il fucile all’armeria e monti sulla jeep
che guida Burt. Sgomma alzando un polverone ed esce dalla base.
Passa rasente ad un gruppo di bambini che saltano di lato appena
in tempo. Ti volti giusto un attimo per guardarli e sei già sulla
strada principale.
Il blitz si rivela un buco nell’acqua. Dentro la casa non ci sono
altro che due vecchi. Vengono presi in consegna dal convoglio e
noi veniamo rispediti alla base. Ci hanno fatto vestire per niente,
quelli stronzi.

62
CAPITOLO III
- Il Notiziario della Fox -

I ricordi si mescolano alla realtà. Sulla strada di casa mi sembra


quasi di sentire di nuovo la polvere. La dannata polvere del
deserto, quella che non smetti mai di masticare.
A casa c’è anche mio padre. Si è preso tre giorni di permesso per
stare un po’ col figlioletto in congedo. Mia madre ci prepara due
sandwich con pollo e mostarda, e noi ci sediamo in salotto a
vedere le notizie della Fox, quelle campate in aria per intenderci.
Mio padre è un repubblicano convinto, ma anche a lui non va
troppo a genio la scimmia. Eppure l’ha votata due volte!
Seguo il movimento delle labbra della giornalista davanti alla
telecamera. Non ricordo come si chiama, non mi interessano le
parole. Mi perdo nella sua bocca e in altri dettagli. Il rossetto da
trenta dollari. La giacca da trecento. Le infilerei il mio M15 nel
retto. La farei ballare un po’, proprio come con quella stronza col
velo in testa, laggiù nel deserto…

…e quel negro disperato che in lacrime mi urlava di lasciarla


andare. Ma io non la capisco quella lingua di merda. Non so
neanche che cazzo è, arabo, sunnita, cazzita. Comunque…
Lei si dimena con la canna nel culo. Secondo me le piaceva.
Jeremy tiene al guinzaglio il marito, legato come un salame. Bud
si avvicina alla troia e le infila il cazzo in bocca. La polvere è
dappertutto. Io butto giù un sorso di vodka dalla fiaschetta mentre
continuo a stantuffare con l’M15. Jeremy ride come un matto e
scatta foto col cellulare. Il culo dell’araba incomincia a
sanguinare. Deve proprio piacerle, penso. Ecco che quello stronzo
di Bud le viene in bocca. Le tiene la testa, sento i rantoli della
troia. Vuoi vedere che riesce ad affogarla. Attento, gli urlo, che te
lo mozza. Non riesco a finire la frase che la troia gli da un morso
e per poco non glielo stacca. Stronza. Che faccio ragazzi, chiedo.
Bud mi urla di ammazzarla, Jeremy invece, che ancora non gli
basta, mi trattiene. Forza, gli dico. Divertiti e facciamola finita.
Allora Bud prende il marito e comincia a picchiarlo, ma non lo

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uccide. Non ancora. Gli attende un ultimo grande spettacolo
prima di chiudere per sempre quei due fottuti occhi da negro.
Jeremy tira la troia per il velo e la butta per terra. Io mi piego in
modo da non perdere la posizione. Continuo il vecchio su e giù
col fucile. Lui le monta sopra e comincia a scoparla. La sabbia si
alza, un polverone del cazzo. Ho paura mi si inceppi il pezzo.
Andiamo avanti così per due o tre minuti. Finalmente sento il
gemito del mio compagno. Fammi una foto, fammi una foto, urla
a Bud. Ma lo stronzo sta maciullando la testa del marito. Non lo
uccidere ancora, gli dico. Stai tranquillo, risponde lo stronzo, ma
ho paura che sia troppo tardi.
Siamo all’epilogo, Jeremy si rialza in piedi soddisfatto. La troia è
distesa e non si muove. Ma è viva, lo sento. Tutti si girano verso
di me, in attesa del colpo. Io continuo ancora un po’ a stantuffare,
su e giù, su e giù. Voglio sorprenderli. Voglio farli divertire,
persino il marito che con la faccia coperta dal sangue rotea
un’orbita verso la moglie. Li guardo uno ad uno, mi soffermo
alcuni istanti sul volto stravolto di Bud. Inaspettatamente, bang!
Tutto qui, mi urla Jeremy. Il colpo non lascia traccia. Una mezza
convulsione delle flaccide membra della troia, e poi è tutto finito.
E che ti aspettavi, gli dico io, sfilando dal culo l’M15 e pulendolo
al velo del cazzo. L’altro colpo è per il marito. Bang!
Andiamo ragazzi…

“David, vuoi un altro sandwich?” mi chiede mia madre dalla


cucina. Il ricordo mi ha messo appetito. “Si, mettici più
mostarda!” rispondo. In TV danno lo sport. Mio padre è sempre
contento quando danno lo sport. Il mondo diventa più semplice,
più lineare. Risultati, classifiche, vincitori, vinti. Tutto quadra.
Non è come la politica o la finanza. Lui non ci capisce mai un
cazzo di quella roba. È repubblicano perché lo era il suo vecchio,
semplice. Per il resto, potrebbero morire tutti. Ma lo sport è
un’altra cosa. Mi alzo, saluto il vecchio e me ne vado in camera.
Guardo l’orologio. Le tre meno venti. C’è ancora tempo, ma ho
voglia lo stesso di dormire. Scendo giù, dove le tenebre si fanno
tiepide, e il silenzio è musica.

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CAPITOLO IV
- Pulizia -

Il sogno si dirada lentamente. Effetto sfumatura, come solo un


bravo regista riuscirebbe a fare. Mia madre mi sta chiamando dal
fondo delle scale. - Tesoro, è pronto in tavola... - È pronto in
tavola… Si certo. Arrivo.
Ancora notiziario, quello delle otto stavolta. Adesso c’è un uomo
che parla composto. Parla dei ragazzi che sono ancora laggiù, in
mezzo alla polvere e alla merda di cammello. Mi accorgo che non
riesco a mantenere l’attenzione sulla tv. Il pensiero corre veloce e
si mischia ai ricordi. Mi sembra quasi di poter sentire ancora
l’odore della carne bruciata, e l’arabo che grida mentre sparo nel
culo di sua moglie. Basta. Scuoto la testa come servisse a
dimenticare. Mio padre tiene gli occhi puntati sul televisore, mia
madre invece se ne accorge.
- Cosa c’è tesoro? Non ti senti bene?
- Niente, è tutto apposto. Senti ma', io non ho fame. Vado a fare
due passi. Ci vediamo più tardi. - Sento le voci che si
confondono, mentre esco di casa.
- Povero piccolo, chissà cosa gli hanno fatto passare laggiù. - È
mia madre che mugola per il suo piccolo. Sarei contento se avesse
visto cosa è successo alla coppia di beduini. Sarei contento di
smerdargli gli occhi di pura realtà. La realtà che puzza di cordite.
Rispondo al cellulare che squilla, mentre continuo a guidare verso
il bar. È Jeremy; che ha voglia di vedermi per una bevuta insieme.
Jeremy abita a pochi chilometri da casa mia. Ci conosciamo
dall’asilo; siamo cresciuti insieme. Ci siamo fatti la prima birra
insieme, mentre sbirciavamo dalla finestra che dava nello
spogliatoio femminile della scuola. La prima canna d’erba ce la
fumammo insieme nascosti sotto le gradinate del campo da
football. Ci siamo anche arruolati insieme, Jeremy ed io.
Arrivo al bar e parcheggio sul retro. Ho scelto un posto che non è
frequentato da amici e compagni di scuola. Non ho voglia di
vederli, di dover subire le pacche sulle spalle e dover raccontare
come me la passavo nel deserto. Teste di cazzo, tutti quanti. Solo

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a pensare a quelle facce belle distese nell’annuario scolastico, mi
sale una rabbia incontrollabile. Non so perché, ma sono certo che
potrei sparare in fronte ad ognuno di loro senza la minima
esitazione. Non chiedetemi perché ce l’abbia tanto con loro, è
solo che certe cose le capiscono solo quelli che ci sono stati.
Quelli che hanno visto. E poi c’è dell’altro. Ve ne parlerò
presto…
Mentre scendo dalla macchina la rabbia continua a salire. Sbatto
forte lo sportello e calcio lontano la lattina vuota che mi ritrovo
tra i piedi. Questa va a finire in mezzo ad un gruppetto di tre
negri. Loro si girano e cominciano a fissarmi. Portano vistose
catene al collo. Marche famose stampate sulle magliette di due
taglie più grandi. Uno di loro fa un passo avanti e stringe il
cavallo de pantaloni tra le mani. Continuano a fissarmi… Le tre
scimmie. Mi chiedo che cazzo ci stiamo a fare laggiù nella merda,
se per le strade di casa nostra devo ancora vedere questi residui di
ghetto. Queste bestie randagie, più adatte ad uno zoo che a questa
società. Spiegatemi un po’ perché dovrei permetterlo. Perché, noi
cittadini liberi, dovremmo permettere a questa feccia di infestare
le strade. Non me ne accorgo ma lo dico ad alta voce,
avvicinandomi lentamente. Il più alto di loro continua a venirmi
incontro. Gli altri due lo seguono dappresso.
- No, bastardi… Non vi permetto di fare i cazzi vostri nelle strade
in cui sono cresciuto. Tornate nelle fogne! - Calcio forte
all’altezza della rotula, come mi hanno insegnato. Il negro si
inginocchia urlando di dolore. Con un balzo sono su quello di
destra. Faccio scivolare la mano in tasca e il contatto con il
manico d’osso mi riporta all’infanzia. Il coltello da scuoiatura che
mio padre mi regalò da ragazzo, quello che usavo per andare a
caccia di cervi insieme a lui, adesso è saldo nella mia destra. Un
gesto rapido, la lama sembra disegnare una scia nell’aria. La
seconda scimmia cade all’indietro tenendosi la faccia. Il terzo
tenta di scappare, lo inseguo e in poche falcate lo raggiungo.
Sento i muscoli delle gambe rispondere al mio ordine. Li sento
reagire istintivi, pronti a compiere il loro dovere. Pianto il coltello
con forza sotto la base del cranio, mentre gli tiro indietro la testa.

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La bestia cade e una macchia scura si allarga sotto di lui. Torno
dagli altri due. Quello alto è ancora in terra e si tiene la gamba.
- Sei una bestia schifosa. Lo sai vero? La tua razza si espande
come bubboni infetti. Luridi parassiti vi attaccate a questa società
succhiandone la linfa. Quella troia di tua madre non ha fatto altro
che aggiungere germi e allargare l’infezione quando ti ha cagato
fuori. Lo sai… EH?! - Gli monto con tutto il peso sul ginocchio
spezzato tirandolo a me per i capelli.
- Lo sai vero? Eh stronzo?! Dillo… Dillo che tua madre è soltanto
una vacca infetta… Lurido bastardo - Lui annuisce, comincia a
singhiozzare.
- Allora? Dov’è finito il gangster del ghetto… eh pezzo di merda!
Avanti dillo… Cosa cazzo è quella negra di tua madre? - Lo
stronzo piange ancora di più e io per risposta carico altro peso sul
suo ginocchio. Lui urla un po’, poi stringe i denti e comincia a
mugolare.
- È una vacca – dice piano.
- Cosa? Che cazzo hai detto, negro? Non ho sentito… Cosa cazzo
è tua madre?
- È una vacca - ripete più forte. - È una vacca infetta. -
- Esatto cioccolatino… È una vacca negra infetta… Beduina del
cazzo. - Il taglio netto alla gola comincia a zampillare sangue,
sempre più abbondante, fino a somigliare ad una cascata scura.
Gli lascio i capelli e lui cade all’indietro come una marionetta
senza fili. Mi avvicino all’ultimo. La prima coltellata è passata di
traverso sull’occhio. Lui geme ruotando la testa come se fosse
stordito dalla droga. Un breve sguardo. Lo fisso nell’unico
occhio, che sta ruotando freneticamente dentro l’orbita. Sento i
suoi denti rompersi sulla punta dell’anfibio. Il secondo e il terzo
calcio sembrano incassarlo nell’asfalto. Il quarto… Il quinto… Il
sesto… Continuo e continuo ancora. Il settimo calcio sulla bocca
sembra finalmente ucciderlo. Pezzetti bianchi galleggiano in una
pozza rosso scuro. Le note di Walk dei Pantera suonano forti
anche all’esterno del locale. La musica ha coperto le urla della
mia pulizia. Faccio il giro ed entro dalla porta principale. Il locale
è pieno e Jeremy mi saluta dal tavolo più lontano.

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CAPITOLO V
- Un paio di birre -

Due Budweiser schiumanti e la faccia di un vecchio amico. La


serata perfetta. - Quando sei rientrato? - gli chiedo, buttando giù
un sorso di birra. Ne avevo proprio bisogno. La scaramuccia coi
negri mi ha fatto venir sete.
- Oggi, direttamente dalla base. E te?
- Ieri. Sai nulla di Bud?
- È sempre laggiù. E chi lo muove quello! - Per un minuto ci
lasciamo percuotere dalla musica. Non che non ci sia niente da
dire, ma sono contento di trovarmi insieme a lui, e voglio godermi
il momento prima di parlare di quella cosa. Ci guardiamo un po’
intorno. Sappiamo di essere diversi dagli altri. Dall’abisso non si
torna indietro…
- È successo niente? - domando. Si, perché qualcosa deve essere
per forza successo. No, non i negri. I negri sono stati solo un
incidente di percorso. Parlo del rituale, quello delle sei, il segreto
che ci siamo portati quaggiù, in questa fogna di città.
- La spiaggia… - Jeremy mi risponde con lo sguardo abbassato.
Non gli piace questa storia. Non lo biasimo, ma l’unica soluzione
è lasciarsi andare.
- Dormivi?
- Si ho dormito tutto il pomeriggio.
- Anch’io, o almeno è quello che ricordo… Perché la spiaggia?
- C’era della sabbia attaccata alle mie scarpe. - Cerco di ricordare.
Si, forse ha ragione. Sabbia sul tappetino d’ingresso. La
spiaggia…
Uno stronzo si siede accanto a noi. Si chiama Matt Qualcosa. Mi
conosce da un paio di anni, cioè conosceva il vecchio Norton.
Giocavamo a football insieme nella squadra del liceo. Cazzo, che
palle! - Allora sei rientrato da quell’inferno! Dai che ti offro un
giro… - Matt Qualcosa ordina tre birre e incomincia a scassarci il
cazzo. Lo sopportiamo. Non so come ci riusciamo ma rimaniamo
ad ascoltarlo, fino a quando si accorge che le sue chiacchiere non
sortiscono alcun effetto. Avverto il suo disagio. La nostra

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presenza gli diventa intollerabile. Un attimo dopo trova un preteso
per lasciarci. Menomale…
- Comunque domani sapremo cos’è accaduto - dichiaro io,
scolandomi l’ultimo sorso.
- Già. Per poco non mi hanno beccato all’aeroporto, ieri, in
Germania. Maledette telecamere! - Jeremy continua ad osservare
la schiuma nel bicchiere. Mi domando se ce la farà ad andare
avanti, se in futuro potrò fidarmi di lui.
- Non è stato facile neanche per me. Ho usato una toilette.
Azzardato, comunque nessuno ci ha disturbati - gli confesso,
cercando di rassicurarlo.
- Sai chi era?
- Un vecchio tedesco.
- Come lo hai saputo?
- Ne parlavano alla base, il giorno in cui ho fatto rientro. Nessuno
mi ha visto. Ricordo solo di essermi svegliato con la testa
appoggiata al finestrino dell’aeroplano. Comunque da oggi sarà
più facile, vedrai… - Si, confidavo nel fatto che la città offrisse
carne in abbondanza, nonché una vasta selezione di scenari
necessari per soddisfare i nostri bisogni. Luoghi appartati,
magazzini vuoti, vecchi container, e naturalmente la spiaggia.
Chilometri e chilometri di costa, splendore e vanto della nostra
solare cittadina. Eire, un buco di culo accanto all’acqua.
- Che ti è successo? - Solo adesso si accorge del sangue che mi
inzuppa la manica della giacca.
- Niente, dei fottuti negri… - poi ordino un’altra birra. È una bella
serata, dopotutto.

Eravamo furibondi. La storia del convoglio, della casa con quei


due vecchi del cazzo, la missione a puttane… Insomma, neanche
un negro da massacrare. Bud ci era rimasto proprio male. Non si
poteva tornare al campo così, non senza un po’ di sano strapazzo,
tanto per ammazzare la noia.
Lo sento nell’aria, è uno di quei giorni. Jeremy ride come un
matto. Io siedo davanti, accanto al sergente Burt. Non è uno dei
nostri e Bud, che gli sta proprio dietro, lo sa. Ma la jeep la deve

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portare lui ed è sempre lui quello più alto di grado. Signorsì,
signornò, e stronzate del genere. Ma come si fa, penso. Intanto
guardo negli occhi Bud, che è su di giri come non mai. Sono le
pasticche, quelle che rimedia dal messicano, drogato del cazzo.
Chissà con cosa la taglia quella roba. Chissà dove la prende. Poco
importa, l’essenziale è che facciano il loro dovere. Ne ho prese
due anche io prima di partire. Perché è sempre bene prenderle
prima di iniziare le danze.
- Brutto stronzo! – urla Bud indicando il marciapiede. Stiamo
attraversando la periferia di Falluja. Catapecchie e polvere. Una
merda.
- Che succede? – domanda Burt, tirando il freno.
- Quel ragazzino. Quello è il bastardo che mi ha mostrato il dito,
due giorni fa. Io lo faccio secco…
- Calmati Bud, dai. Torniamo al campo… - Burt reinserisce la
marcia.
- Calmati un cazzo! - Neanche io riesco ad anticipare quella follia.
Un colpo alla nuca e Bud fa saltare le cervella al sergente. Jeremy
rimane di sasso, poi incomincia a ridere come un cretino. Io mi
scaravento fuori, seguito dagli altri due. Le danze hanno inizio.

CAPITOLO VI
- Casbah -

Il piccolo scatta veloce mentre noi gli arranchiamo dietro. Gli


zaini e la tenuta da battaglia non favoriscono i nostri movimenti.
Ad ogni passo la sabbia si alza densa in nuvole opache. Bud
arranca e sbuffa; è quasi senza fiato. La pancia prominente, tenuta
stretta dalla mimetica, sobbalza di continuo. Jeremy ed io lo
sorpassiamo, siamo più svelti e per un momento credo quasi di
averlo raggiunto, il bastardino. Quel piccolo topo riesce a
sfuggirmi per un soffio. Gli ho sfiorato i capelli con la punta delle
dita, ma lui corre più veloce del vento, scarta rapido i rottami
delle macchine bruciate, che tempestano lo sfondo di questo
grottesco paesaggio.

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- Corri… Corri cazzo! Corri! - Jeremy continua ad urlare a
squarciagola, non capisco dove trovi il fiato. Il petto mi brucia
come se stessi respirando fuoco, mentre l’aria caldissima sfasa la
vista, trasformando tutto in un miraggio. Il bambino sembra
invece correre sempre più veloce. Si infila in un portone. La
parete dell’edificio è nera e sventrata in parte da una bomba;
riesco a intravederne l’ interno. Senza pensare ci buttiamo a
capofitto dentro il portone. Abbiamo riguadagnato qualche metro
di distanza. Mi chiedo chi me lo fa fare. Chi mi costringe a
correre a questo modo per prendere un dannato ragazzino che ha
mandato a fare in culo Bud. In fondo il testa di cazzo meriterebbe
di essere mandato a fare in culo ogni singolo istante.
Poi un demone assale la mia logica, sbranando la sua carne fresca,
e mi ricordo COSA sto inseguendo. Non un essere umano, non un
individuo, non un bambino. Ma un figlio di troia arabo che non
capisce la verità. Che si ostina a non capire che noi siamo qui per
fare del bene. Poi smetto di prendermi per il culo e sento l’odore
del sangue dentro il mio naso. Sento il suo sapore nella bocca. Nel
cervello… Nel cervello… Nel cervello.
Il palazzo è quasi totalmente crollato. Solo un piccolo corridoio
sulla mia destra è ancora intatto; la parete che dovrebbe starmi
davanti, invece, non esiste più. I residui del muro sono sparsi
ovunque. Calpesto i calcinacci che si sgretolano sotto gli anfibi.
Varco una soglia inesistente. Appena attraverso quello che rimane
di un arco con arabeschi scolpiti in bassorilievo, mi arresto di
colpo. Jeremy non riesce a fermarsi prima di avermi spinto
leggermente, facendomi entrare in un altro mondo.
Aromi dolci e pungenti mi assalgono il naso, ma la musica, che
pare quasi stonata, cessa all’istante. Realizzo di essere appena
entrato nella tana del lupo. Siamo dentro una casbah araba. Sento
Jeremy alle mie spalle che sussurra “cazzo cazzo cazzo”, mentre
uno scalpiccio precede l’arrivo di Bud.
Davanti a noi decine e decine di uomini. Ci sono bancarelle di
ogni tipo sparse per tutto lo stretto cortile. Il tempo sembra
fermarsi e ogni rumore cessa di esistere. Rimango immobile ad
esaminare la scena, come se fossi un osservatore disinteressato.

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Dal silenzio e stasi totale ci ritroviamo in un caos primordiale.
Donne e bambini cominciano a correre verso ogni anfratto
presente, mentre la gente, destata come da un sogno, comincia a
urlare in quella cazzo di lingua. L’atteggiamento è minaccioso,
ma nessuno si avvicina a noi. Adesso siamo in fila, Bud alla mia
sinistra e Jeremy sulla destra.
- Che cazzo facciamo? - A Jeremy trema la voce ed io stringo più
forte il fucile. Giro appena lo sguardo verso Bud per accertarmi
che non faccia cazzate, e glielo dico piano, appena un sussurro.
Non so neanche se riesco a finire la frase, quando il braccio destro
di Bud comincia a zampillare sangue.
- Merda! Merda! - Dagli angoli più bui escono fuori uomini
armati. Cominciano a spararci contro. Jeremy è il primo a
rimbucare la porta, mentre io mi tiro dietro Bud che sta
sventagliando con l’M 15. Ho appena sorpassato il portone
annerito, quando un mattone all’altezza della mia tempia esplode.
I frammenti mi schizzano in faccia graffiandomi. Pochi centimetri
più a destra e la mia testa sarebbe esplosa. Sparo a casaccio senza
guardare né voltarmi.
Due passi e il sole ci abbaglia come una torcia puntata sugli
occhi. Sento ancora qualche sparo in lontananza, mentre mi metto
alla guida della Jeep. Il tragitto di ritorno sono sicuro di averlo
fatto nella metà del tempo dell’andata, e solo quando arriviamo al
mezzo mi accorgo che sto ancora tenendo Bud per la mimetica.
Lui preme sul braccio che continua a sanguinare, ma sta bene;
impreca tra i denti. Ingrano la prima e schiaccio il pedale, come a
volerlo spezzare.

Saluto Jeremy. Tutto d’un colpo mi è preso un sonno incredibile.


Non faccio altro che dormire da quando sono tornato. Dormirei
tutto il giorno… Dormirei per sempre se potessi.
Riesco a fare tre passi fuori dal locale prima che una pattuglia
della polizia mi pianti i fari addosso. Merda, non ci voleva!

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CAPITOLO VII
- Deja-vu -

L’agente esce dall’auto intimandomi di alzare le mani. Le cose


sono cambiate negli ultimi anni. Prima della menata del 9/11 gli
sbirri non facevano tutto questo chiasso. Oggi invece hanno
sempre la mano sul ferro, pronti a farti saltare le cervella per un
infrazione stradale. Obbedisco allo stronzo. Rimango quieto come
un lama tibetano. È un semplice controllo. C’è stato un po’ di
movimento in città nelle ultime ore, e non solo a causa dei negri.
Sono stati ritrovati due cadaveri sulla spiaggia, un uomo e sua
figlia. La polizia è costretta a muovere un po’ il culo, il che è
davvero strano per Eire.
- Sergente Norton, può andare. Grazie per la collaborazione. -
Stronzo. Non ti sei neanche accorto che ho i polsini della giacca
intinsi di sangue e le nocche dei pugni sbucciate. Mi viene in
mente quella storia di quel Jeffrey Dahmer, il pazzo di
Milwaukee. Quelli stronzi di piedipiatti gli riportarono in casa una
delle sue vittime, un ragazzino di quattordici anni che era riuscito
a scappare. Lo avevano trovato mezzo nudo in strada, stravolto
per le torture subite. Il perfido Jeffrey trapanava la fronte delle
sue vittime e poi ci spruzzava dell’acido. Così le trasformava in
zombi, per giocarci un po’, prima di cucinarli ovviamente.
Passiamo intere vite davanti alle novelle di Hollywood, che ci
raccontano di come sono perspicaci i nostri poliziotti. Un piccolo
indizio e ti risolvono l’omicidio perfetto. Ma la verità è un’altra.
La verità è sempre un’altra. La polizia non ci capisce un cazzo di
quello che succede per le strade. Se riesce a beccarti è perché
hanno avuto culo, o perché eri così fatto che hai lasciato il tuo
nome scritto sul cadavere,
Saluto l’agente con un sorriso e mezz’ora dopo sono sotto le
coperte. Mi godo il sonno, la discesa, l’oblio. Buonanotte…

Il ronzio del bimotore mi avverte che siamo pronti ad atterrare.


Benissimo. Non ce la facevo più…
…sono appena passate le sei. Non è successo nulla. A volte

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accade anche questo. Quando riconosco di non avere alternative
mi costringo a rimanere sveglio, e allora il rituale è rimandato al
giorno dopo. Sicuro. Non possono passare più di quarantotto ore
tra un rituale e l’altro, altrimenti lui si arrabbia, e si ripiglia le
nostre notti, le cadute nell’abisso, i bagni di tenebra. La sera del
mio arrivo non potevo fare altrimenti. Per questo ero sicuro che il
giorno dopo sarebbe successo qualcosa. L’incidente alla spiaggia,
come lo hanno chiamato; i gabbiani affamati, la bambina con il
padre, e tutte le cose che sono state scritte in terza pagina nel
giornale locale. Brutto affare…
Nessuno sospetta ancora che si tratti di un omicidio, ma la
vicenda è senz’altro bizzarra. In autunno inoltrato un uomo
insieme alla figlia di cinque anni decide di farsi un bagno nel
lago, che di questi tempi è davvero gelido. Poi il rinvenimento dei
cadaveri, con quella caratteristica che è una vera e propria manna
per i giornalisti. “…il signor Redford e la piccola Katie sono stati
trovati da un turista che camminava sulla spiaggia, verso le ore
venti. Nella penombra non si era accorto che a entrambi erano
stati asportati i bulbi oculari, una pratica adottata a volte dai
gabbiani, presenti in grandi stormi attorno alla zona…” Gabbiani
un cazzo, dico io!
Ecco che cosa succede quando vengono mandati degli idioti a
portare piombo e democrazia dall’altra parte dell’oceano. Quelli
sono mondi insidiosi, troppo antichi per noi, che siamo le pulci
della storia. Abbiamo si e no cinquecento anni. Abbiamo messo a
ferro e fuoco le vecchie culture e ci siamo inventati il fottutissimo
sogno americano. Poi ci corazziamo bene e bene e crediamo di
farla franca. Non puoi farla franca con quella gente. Quella gente
è antica. Esistono cose che dormono sotto la sabbia, dormono da
secoli, millenni. Non sono morte. Attendono…
Ilu Limnu, il dio del male, signore supremo delle tenebre quiete,
un bagno caldo che neanche la droga del messicano riesce a farti
assaporare. Legato a Taiwaith, il mare primordiale che diede vita
alla creazione, Ilu Limnu esercita il suo incontrastato dominio
sull’ombra. Puoi riverirlo con un semplice gesto. Non devi fare
niente. Basta che tu ti addormenti. Sarà lui che entrerà in te per

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prendersi il suo dono. Poi, a conti fatti, ti regalerà l’abisso…
Sono le quattro e ventidue. Mia madre è in giardino a dare da
mangiare ai gatti. Mio padre lucida il suv. Me ne vado di sopra a
dormire. A sognare. A farmi rapire. Succederà di nuovo, ancora,
ed ancora, ed ancora.

CAPITOLO VIII
- La valle del tempio -

Ci metto un secondo ad addormentarmi. All’inizio i sogni si


mischiano tra loro. Tra amici, ragazze, ricordi di infanzia e ricordi
dell’inferno di sabbia. Poi arriva Lui. Si fa largo tra i ricordi
sbranandoli senza pietà, e lentamente riporta la mia memoria
all’inizio. All’inizio del tutto… La valle del tempio.

- Allora Jeremy. Cosa dobbiamo fare qua?


- Non ne ho la più pallida idea. Dobbiamo sorvegliare questa
merda di posto. Punto e basta. Domani mattina il convoglio
tornerà a riprenderci. - Ci hanno scaricati in questa vallata del
cazzo tre ore fa, con il compito di sorvegliare… Sorvegliare cosa,
mi chiedo. Ovunque volgo lo sguardo vedo solo dune di sabbia e
nient’altro. Le tende, una borsa termica coi viveri e quella del
primo soccorso è il solo equipaggiamento che abbiamo in
dotazione, oltre logicamente a quella di base: corpetto e fucile.
Bud sbuffa scocciato. Tira fuori dallo zaino una bottiglia di
whiskey e ci dà una lunga sorsata.
- Cazzo di posto… Beduini di merda. - Non dice altro, si siede su
una roccia che sbuca dalla sabbia e comincia a sfogliare una
vecchia copia di Playboy. Il tempo passa e il sole continua a
incenerirci il cervello. Le immagini in lontananza vengono sfasate
del calore che sale dalla sabbia. Tutto assomiglia ad un miraggio
confuso. Dopo il decimo giro di poker con Jeremy mi stufo di
quella situazione e decido di allontanarmi un po’. Voglio salire
sopra una delle dune che formano la valle e vedere cosa diavolo ci
circonda. Così mi allontano, seguito dai sommessi borbottii dei

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due, a cui non do la minima attenzione.
- Torno subito, mammole… ecchecazzo! - Mi accorgo di quanto
sia lunga questa onda di sabbia solo quando ci arrivo sotto. Le
dune in questa parte del deserto sono stranissime. Ad una prima
occhiata non appaiono ripide, ma quando cerchi di scavalcarle
sembrano infinite. La pendenza è dolce, ma non finiscono mai! A
metà del tragitto decido di abbandonare lo zaino e portarmi dietro
solo il fucile. Quello non lo mollo neanche quando dormo. Arrivo
finalmente in cima e quello che vedo ha un che di surreale. In
ogni direzione si susseguono vallate di sabbia, alcune così
profonde che non riesco a vederne la fine. Sembra un enorme
onda continua, con al centro enormi crateri dalle curve morbide e
lucenti. Il sole mi acceca quando cerco di alzare lo sguardo
all’orizzonte, cosicché devo rimanere alcuni secondi con la mano
sugli occhi, prima di poter guardare meglio.
Poi riesco a vederli vedo… E sono tanti. - Cazzo, siamo fottuti!

Sento che mi sto per svegliare. I miei occhi sono quasi aperti. La
luce della lampada che ho scordato accesa sul comodino filtra
attraverso le palpebre. Poi una voce profonda che sembra
gorgogliare sott’acqua invade la mia mente. - Non ancora
David… Torna qua… - Come se una mano invisibile mi
trascinasse via, ripiombo nel nero.

La colonna dei cammelli è formata da almeno venti animali. I


beduini sono completamente ricoperti da abiti scuri, che lasciano
scoperti solo gli occhi. Ad ognuno di essi, da sopra la spalla,
spunta la lunga canna di un fucile. Non riesco a distinguerli, ma ci
scommetterei che sono di fabbricazione russa. Ai loro fianchi
penzolano delle lunghe sciabole ricurve. La carovana punta dritto
verso la mia direzione. Abbiamo davvero poco tempo per
nasconderci, se vogliamo evitare il massacro. Corro a più non
posso verso i miei compagni. Cado molte volte mentre ripercorro
il tragitto al contrario. Mi ritrovo la sabbia perfino in bocca, così
asciutta che non riesco nemmeno a sputare. Scollino la duna e li
vedo, Jeremy che cazzeggia col coltello, Bud è sdraiato con la

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testa sullo zaino, sembra addirittura dormire. Vorrei urlare per
avvertirli, ma siamo sotto vento e peggiorerei soltanto la
situazione. Un silenzio agghiacciante satura la valle. Sento solo il
mio respiro affannato, mentre cerco di ingoiare grosse boccate
d’aria. Gli ultimi metri sembrano non finire mai, mentre affondo
il passo fino a metà anfibio. Jeremy mi guarda spalancando gli
occhi. Mi chiede cosa è successo, mentre con un calcio sveglia
Bud che russa beato. Cerco di riprendere fiato e gli spiego quello
che ho visto. - Dobbiamo nasconderci. Subito! Cazzo!
- E dove… Dove cazzo vuoi nasconderti qua? Non c’è niente per
chi sa quanto - Bud intanto arma il fucile. Probabilmente non ha
capito il numero di beduini che compongono la carovana armata.
Non rispondo neanche alla domanda di Jeremy e comincio a
correre verso la sponda opposta a quella da cui sono
sopraggiunto. Mi auguro che la morfologia del territorio sia
uguale sull’altro versante. In tal caso avremmo qualche possibilità
di nasconderci, magari in un’altra valle, ad aspettare il passaggio
dei beduini. Sento gli altri che raccolgono in fretta le cose e
iniziano a seguirmi. Bud impreca, ma con la coda dell’occhio
vedo che si mette a correre anche lui. La cima più alta
dell’enorme duna sembra lontanissima e noi siamo ancora a metà.
I cammelli non hanno i nostri stessi problemi di movimento. Li
sento avvicinarsi sempre di più. I beduini parlano tra loro, in
quella maledetta lingua che non sopporto più! Quando finalmente
arriviamo in cima, mi sembra di avere ingoiato metà della sabbia
del deserto, ma non me ne curo. Davanti a me si stende un’altra
valle, più piccola di quella che abbiamo appena lasciato.
Sull’estremità destra intravedo delle grotte e mi ci butto a
capofitto. Bud ansima come un pazzo e per un attimo credo che
gli stia per venire un infarto, mentre arranca dietro a Jeremy.
Arrivo davanti alle grotte e mi ci infilo, senza neanche guardarmi
indietro. Mi fermo, appoggiato al muro, e cerco di riprendere
fiato. Arrivano anche gli altri due, che senza dire una parola si
stendono a terra. Bud sta vomitando in un angolo; Jeremy lo ha
trascinarlo a forza per gli ultimi metri. Non so quanto tempo è
passato, non credo molto, ma adesso riesco a respirare

77
normalmente. Con una lunga sorsata d’acqua dalla borraccia
riesco finalmente a pulirmi la bocca. Mi accendo una sigaretta e
tendo l’orecchio verso l’interno della grotta. Il rumore non si fa
attendere, sembrano delle voci, ma non riesco a capire bene. La
corsa mi ha frastornato. - Merda!
Mi volto a guardare Jeremy e ne seguo lo sguardo. I rumori non
vengono dalla caverna ma dalla cima della duna. I beduini
l’hanno appena sorpassata. Indietreggiamo all’interno della
caverna, fino ad uscire dalla portata dei raggi del sole che
illuminano l’ingresso. Trattengo il fiato sperando che la carovana
cambi direzione. Spero proprio che non abbiano intenzione di
entrare nella caverna…
La buona notizia è che non lo fanno, la cattiva è che si stanno
accampando proprio davanti a noi. - Dobbiamo chiamare il
convoglio - dice Jeremy. - Dobbiamo dirgli che siamo nella merda
e che devono venire a prenderci. Se arrivano con i mezzi per quei
negri del deserto non c’è più storia.
Mi pare un’ ottima idea. Faccio per allungare la mano verso il mio
zaino che contiene la radio, quando mi accorgo di averlo lasciato
sulla duna. - Sei una testa di cazzo! - Bud mi si avventa contro.
Jeremy riesce a placcarlo a mezz’aria e, anche se è la meta di
Bud, riesce ad immobilizzarlo.
- Sta zitto! Vuoi farti sentire dai beduini? Zitto! - Bud si calma,
ma gli leggo negl'occhi la voglia di uccidermi. Io rimango
immobile, in silenzio, finché il tizzone della sigaretta non mi
brucia le dita.
- Dobbiamo addentrarci nella caverna e vedere se c’è una via di
uscita. È l’unico modo.
- È l’unico modo perché qualche stronzo ha lasciato lo zaino in
culo al mondo - Bud schiuma di rabbia e Jeremy non lo
contraddice. Anche il suo sguardo è furibondo. Nonostante tutto i
due mi seguono, non che abbiano molta altra scelta. Accendiamo
le torce elettriche e iniziamo a camminare. Man mano che ci
spingiamo avanti, la grotta si fa sempre più bassa, fino a
costringerci a camminare curvi. Le pareti di roccia rossa sono
adornati da strani disegni, tracciati probabilmente con del

78
carbone, ma non riesco a capire cosa vogliono rappresentare. Si
intravedono delle figure antropomorfe, alcune in piedi e altre in
ginocchio.
Continuiamo a camminare. Bud sputa sui disegni, imprecando
sottovoce. Poi tira fuori la bottiglia e ci si attacca come una
sanguisuga. Sembra che non voglia più smetterla di bere.
Finalmente, dopo una mezz’ora buona di cammino, il cunicolo
termina e ci ritroviamo in una saletta rotonda scavata nella roccia.
Torniamo in posizione eretta. Posso finalmente stirarmi la
schiena. Non ne potevo più…
Faccio ancora un passo verso l’interno della saletta, rischiarando
le pareti con la torcia. Giro su me stesso e cerco di capire dove ci
troviamo. La roccia rossa dà una luce strana all’ambiente, che
deve per forza essere opera dell’uomo. Continuo a girare su me
stesso, fino a distinguere una piccola porta in un angolo. Un uomo
è costretto a chinarsi per passarci attraverso. Incisi nella roccia
sopra lo stipite campeggiano, come a formare una frase, dei
caratteri mai visti prima.

CAPITOLO IX
- La cena del demone -

Il ricordo del rituale sopraggiunge solo dopo qualche giorno. Ha


bisogno di risalire l’abisso, scavalcare le barriere della coscienza,
insinuarsi nell’intimo (o in quello che mi è rimasto dentro), per
poi infine essere decodificato dal cervello. Arrivano brevi
immagini, flashback, suoni, urla. Lentamente il puzzle si
ricompone nella mia testa. A volte i rituali si mischiano tra loro,
un’accozzaglia divertente di macchie sanguigne. Come gli ultimi
due, ad esempio. Il vecchio tedesco nella toilette dell’aeroporto e
la bambina sulla spiaggia. Gli ultimi due prima di quello di oggi,
ovviamente.
Sono davanti al televisore. Non so cosa sia successo tre ore fa. Tre
ore fa erano le sei, ed io dormivo, ma qualcosa ha abitato il mio
corpo e ha fatto un salto in città. Aveva fame. Forse la TV locale

79
ne parlerà tra poco. Forse…
Ecco che mi arrivano altre immagini. Fotogrammi che si
sovrappongono alla pellicola di un vecchio film in bianco e nero.
Mio padre è andato a giocare a biliardo coi suoi amici. Mi chiedo
come riesca a tirare di stecca con quella pancia. Mia madre
sonnecchia sulla poltrona accanto a me. Mi piacerebbe farle del
male, solo per sapere cosa si prova. Lei che mi ha generato, che
ha sofferto per fare uscire dal suo corpo questo frutto malsano,
infilarli il coltellaccio nel gargarozzo, vederle sprizzare tutto quel
dannato sangue che deve averci in corpo, e ce ne deve avere
parecchio visto quanto è grassa. Poi però dovrei pulire il salotto
prima che rientri mio padre, e questo davvero non mi va. Lascio
perdere e torno ai miei ricordi.
Jeremy spinge la testa dell’uomo sotto l’acqua. Il lago è freddo,
ma non ci badiamo. La bambina urla, poi si volta ed incomincia a
scappare lungo la spiaggia. Le lascio un po’ di vantaggio prima di
mettermi a correre. La osservo (anzi, è Lui che la guarda
attraverso i miei occhi, ed è sempre Lui che mi omaggia di questi
gustosi ricordi), la coda bionda che sfarfalla, il vestitino rosso a
righe, i piedini nudi sul bagnasciuga. Davvero deliziosa…
La caccia dura meno di un minuto. L’immagine della piccola che
si dimena diventa quella del vecchio tedesco, seduto sul cesso
immacolato di quel maledetto aeroporto. Profumo di cloro e
deodorante. Piastrelle antracite e luci al neon. La mano destra
premuta sulla sua gola, un sacco di pelle flaccida ripiena di vene e
nervi del cazzo. Lui mi guarda con mille interrogativi negli occhi.
Due occhi chiarissimi ed umidi, due orribili occhi da vecchio. A
Lui non importa se sono vecchi oppure giovani. A Lui
piacciono…
Torna il vestitino rosso a righe. L’acqua fredda del lago, lo
sciaguattio e le urla. Piccolina… L’afferro per la coda e le spingo
la testa sotto l’acqua. Ha solo cinque anni ma si dimena come un
torello. La gambine nude che sbattono inutilmente sulla superficie
dell’acqua. Le mani che afferrano i miei anfibi cercando una
presa per riemergere. Tutto inutile. Sorrido compiaciuto sul
divano. No, non è per via di quel vecchio film che stanno

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passando alla televisione. Sorrido per il tramonto che ci ha
investiti proprio in quell’attimo, un globo rossissimo appeso sopra
la superficie del lago, e l’acqua che esplode in mille riverberi.
“Oggi il sole tramonta alle 6:03 PM.” Aveva detto quella vocina
stridula alla radio. E mi ricordo di aver pensato “Ne sarà felice,
Lui.” Si perché, il rituale è legato al tramonto. Il declino del
giorno, l’apertura del mondo delle tenebre, il momento del
passaggio.
Avvicino la bocca alla testa del vecchio tedesco. Lui non fiata.
Sembra quasi intuire quello che gli sta per succedere. Nessuno ci
disturba, ed è un bene. A Lui non piace essere disturbato.
Avvinghiato a quel corpo grinzoso seduto sulla tazza del cesso,
appoggio le labbra sulle palpebre dell’occhio destro. È sempre
l’occhio destro il primo, l’antipasto. È Lui che mi comanda di
chiudere gli occhi, di attendere il momento. Le sei puntuali. Il
risucchio non proviene dai miei polmoni. Quello è il cibo di Ilu
Limnu. Il bulbo quando esce dall’orbita fa un curioso “PLOP”. La
vittima rimane viva, si dimena, e spesso diventa difficile
continuare il rituale. Ma è sempre Lui che comanda il corpo, e
quando la mia forza non basta, ci aggiunge un po’ della sua. La
sento arrivare attraverso i muscoli, una vibrazione leggermente
dolorosa, un flusso d’energia oscura proveniente dall’abisso.
Straordinario…
È la volta dell’occhio sinistro. Adesso il flashback mi riporta sulla
spiaggia. La bambina è svenuta tra le mie braccia. Con la coda
dell’occhio vedo Jeremy che viene verso di me, il volto imbrattato
di sangue e materia grigia. Lui ha già finito il suo pasto…
Il risucchio questa volta è più forte. Dannatamente più forte. Non
è solo il bulbo oculare a rifluire attraverso la mia bocca, ma
l’intero cervello della piccola. La cena del demone.
Il film in bianco e nero è terminato. Mamma è in cucina a
prepararsi l’ennesimo sandwich con la mostarda. Se ne mangia tre
prima di andare a dormire. Grassona del cazzo! Prima o poi le
mangio gli occhi, penso. Ma purtroppo non sono io che decido.
Ecco, c’è il notiziario. Chissà cosa è successo oggi pomeriggio…

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CAPITOLO X
- Interruzione -

Scosto la piccola porta, che si apre senza fatica. Dall’interno


arriva una debole luce, forse candele. Mi chino e oltrepasso la
soglia. All’interno centinaia di ceri rischiarano l’ambiente,
un’ampia caverna che assomiglia ad un anfiteatro. Mi accorgo
troppo tardi delle tre figure ammantate di scuro al centro
dell’arena. Si voltano verso di me. Mi vedono.
Lingua araba urlata con forza, con disprezzo. Non capisco quello
che stanno dicendo, ma la mia mano va automaticamente alla
sicura del fucile. Sposto appena il dito. CLICK. Il ferro è armato.
Rimango tuttavia immobile, perché qualcosa di allucinante attira
la mia attenzione. Un quarto uomo, che non avevo notato prima, è
chino sul cadavere di un ragazzino. Mormora una litania continua,
incomprensibile. Quando smette di salmodiare si volta anche lui
verso di me. La sua faccia è stravolta in una maschera contorta e
maligna. Un rivolo di sangue gli cola dalla bocca. Sembra
guardare verso di me, ma i suoi occhi sono persi nel vuoto.
- Che cazzo facciamo? - Jeremy alle mie spalle mi batte sulla
schiena con la canna del fucile.
- Non lo so… Indietro non possiamo certo tornare - Ancora una
volta Bud ci da una dimostrazione di quanto poco cervello abbia.
- Siamo marines dell’esercito degli Stati Uniti d’America.
Inginocchiatevi immediatamente e mettete le mani sopra la testa -
urla. L’inferno si scatena. Non riesco a capire quanti ce ne siano.
So solo che ne escono a decine da dietro le colonne che
circondano il centro dell’anfiteatro. Il primo sparo parte dalla mia
sinistra. Sono sicuro che ci sia Bud. Il resto sono solo grida e
deflagrazioni.
Ne cade uno dietro l’altro, mentre cercano di salire gli alti gradini
che ci separano da loro. Non sono armati e sulle facce
l’espressione è quella di uomini terrorizzati. Eppure continuano
inesorabilmente a correre verso di noi, e noi continuiamo
inesorabilmente a scaricare i nostri caricatori su di loro. Schizza il
sangue che impregna la sabbia ormai rossa, mentre gli uomini

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sembrano marionette sventrare che crollano come se li avessero
tagliato i fili. La signora morte cala prepotentemente il suo
scettro. Tutti stanno urlando, ma uno in particolare attira la mia
attenzione. Sta parlando in inglese. - Non fatelo, non sparate…
Dobbiamo finire o Lui uscirà… - Non capisco molto bene il resto
della frase, a cui presto poca attenzione; poi un proiettile gli
perfora la gola ed altri quattro o cinque gli si piantano nel petto.
Amen.
Tutto lentamente si calma e finalmente torna il silenzio. Si odono
solo i nostri anfibi sulla roccia ricoperta di finissima sabbia.
Scendo qualche gradino, nessuno sembra essere rimasto in vita.
Appena raggiungo la base della scalinata, mi accorgo del pozzo al
centro dell’arena. La luce sembra improvvisamente più bassa,
forse qualche candela si è spenta nella confusione. Invece no; mi
guardo attorno e sono ancora tutte accese, eppure l’ambiente
appare più scuro, come se le ombre avessero divorato la luce.
L’aria sta diventando stranamente fredda e sono convinto di
sentire il tipico odore salmastro del mare. Impossibile, qui c’è
solo un mare di maledetta sabbia! Mi avvicino ancora di più al
pozzo. Un brivido percorre il le mie membra. Adesso fa
chiaramente freddo.
Poi un gorgoglio attira la mia attenzione…

CAPITOLO XI
- Il caffè -

- Hai sentito? Hanno beccato Bud - Mastico lentamente la


ciambella. Pregusto la tazza di caffè fumante. Incollo lo sguardo
allo specchio dietro il bancone del Dell’s che riflette quella testa
di cazzo di Jeremy.
- L’ho saputo ieri sera. Ti ricordi TJ, quel negro che si fumava di
tutto? Mi ha mandato una e-mail. Come cazzo avrà fatto, mi
chiedo. Tipi così non sanno nemmeno scrivere. Comunque, mi
parlava del reggimento, dei vecchi compagni, e del fattaccio.
Nessuno ha sparso la voce ovviamente. Se lo venissero a sapere

83
sarebbe un brutto affare… - La voce di Jeremy mi irrita più del
solito. Stacco un altro bel pezzo di pasta fritta zuccherosa e
continuo a guardare davanti. C’è un mucchio di gente nel locale.
Cazzo di gente…
- Comunque, mi ha detto che di punto in bianco, senza motivo, si
è avventato sul sergente Morrison. Lo ha buttato a terra e gli ha
strappato un occhio coi denti, prima di essere interrotto da un
proiettile che lo ha colpito alla spalla. - Finalmente si beve il suo
cazzo di caffè macchiato. Ci mette il latte come un poppante.
Oggi proprio non lo sopporto. La ciambella è finita. Adesso il
momento è topico. La sbobba che servono in questo bar è la
migliore di tutta la Pennsylvania. Una miscela robusta che però ti
lascia qualcosa di esotico in bocca. Si, è proprio perfetto…
- Ma un colpo non è stato sufficiente a fermarlo. Quattro soldati si
sono avventati su di lui, e Bud se li è scrollati di dosso come
moscerini. Poi si è tuffato di nuovo sul sergente. A quel punto
però Morrison, anche con un occhio solo, ha avuto il tempo di
recuperare il suo M 15. Glielo ha scaricato addosso, pace
all’anima di quel bastardo.
- Amen – dico io. E mi finisco il caffè. Una meraviglia.
- Hai saputo nulla di ieri? - Ma non se ne sta zitto un minuto
questo qui. Spero tanto che si cacci in un bel guaio. Che lo
prendano, e lo sbattano su quel dannato lettino, a fargli la
punturina fatale. Non m’importa più…
- Due turisti europei. Sul lago. Adesso è pieno di polizia laggiù.
Pensano che il pazzo si aggiri sulla spiaggia. Speriamo non Gli
venga voglia di rifarlo laggiù, altrimenti facciamo la fine di Bud. -
Stronzo! Non riesci a capire la sinfonia… È un movimento
intestinale, un flusso continuo che viene dall’abisso e risale,
t’invade la testa come mille pompini. Jeremy, sei proprio sterco di
vacca. Ecco cosa sei. Non sei degno di Lui. E Lui ti farà fuori.
- Cazzo David, io ho paura! - Questo non lo dovevi dire Jeremy.
No, non lo dovevi dire…
- Paura di cosa? – domando.
- Ho paura che ci prendano. A Lui non gliene frega un cazzo se ci
prendano o no. Come con Bud. Faremo la sua fine.

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- No che non facciamo la sua fine. Bud era spacciato fin
dall’inizio. Era uno stronzo, e lo sai bene anche tu! -
Finalmente si è zittito. Finisce il suo brodo di caffellatte e paga il
conto. È l’unica cosa buona di oggi.

CAPITOLO XII
- Mare color del sangue -

Il freddo mi penetra le ossa mentre il gorgoglio che proviene dal


pozzo aumenta sempre più di intensità. D’un tratto una colonna
d’acqua si alza dal centro del pozzo. Sarà alta almeno tre metri ed
erutta con una forza incredibile. Il getto colpisce il soffitto e
ricade giù, scaraventandomi a terra. Mi ritrovo a sedere, zuppo
come una spugna. Le gocce che mi scivolano sulla pelle e mi
entrano in bocca sono salate. È acqua di mare. Acqua di mare in
pieno deserto. La colonna continua a fuoriuscire dal pozzo e
lentamente si colora di rosso. L’acqua è diventata sangue, mi
tinge di porpora, si mischia con la sabbia, creando una fanghiglia
nauseabonda. L’odore toglie il respiro, un misto di dolce e salato
che satura l’aria del tempio. Non ho più fiato, la mia testa inizia a
girare e la vista mi si annebbia. Sono ormai certo di morire…

Devo aver perso i sensi. Sono disteso a terra, solo. C’è molta
umidità nell’aria e avverto ancora quell’odore dolce e salato.
Riesco finalmente ad aprire gli occhi e mi accorgo di non essere
più nel tempio. Sono invece su una duna di sabbia, simile a quella
che nascondeva la vallata con la caverna. Ora che ci faccio caso il
paesaggio è esattamente uguale a quello. Mi alzo in piedi, non ho
più la divisa addosso. Sono completamente nudo. Un nuovo
gorgoglio coglie la mia attenzione. Mi avvio a piccoli passi verso
la cima della duna. Non riesco a capire perché, ma mi sento molto
stanco. Faccio una fatica tremenda a muovere un passo dietro
l’altro. Finalmente arrivo in cima alla duna. Non credo ai miei
occhi…
Davanti a me si stende un mare rosso. Un mare sanguigno nel

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mezzo al deserto. La vastità dell’acqua è tale da non poterne
vedere la fine. Improvvisamente mi giunge una voce. Viene dal
fondo di quel mare rosso. La lingua è sconosciuta ma comprendo
ugualmente il significato di ogni singola parola. La voce
gorgoglia come se parlasse attraverso lo sciabordio delle onde.
Come se fossero le onde stesse a parlare.
“Ti ciberai dei bulbi affinché io possa vedere tramite te il terrore
che mi genera. Affinché da quel terrore io possa crescere ancora.
Alimenterai le mie acque con le gocce di vita che strapperai ai
predestinati, quando io te lo ordinerò. Da adesso prenderai il
posto dei sacerdoti che hai sterminato. Lo farai perché io te lo
ordino. Lo farai perché altrimenti ogni tuo sogno sarà abitato
dalle mie onde. Perché altrimenti la tua anima vagherà per sempre
tra le mie acque.”
Un’onda mi travolge. Vengo risucchiato dai flutti di quel mare.
Cerco di prendere ossigeno, ma alla prima boccata ingoio soltanto
acqua rossa. Ha il sapore del sale e del sangue marcio. Vengo
trascinato verso il largo. Accanto a me sfilano centinaia di corpi.
Galleggiano nell’acqua, mi danzano attorno, sembrano osservarmi
ma sono tutti privi di occhi. Alcuni si aggrappano alle mie gambe,
tirandomi giù, ed io non ho la forza ti liberarmi. Uno di questi
afferra la mia testa e mi fissa con le orbite vuote.
“Io sono Ilu Limnu. Io sono il mare primordiale, la creazione
prima, la forza distruttrice. Io risiedo in ogni goccia dei mari della
terra, in ogni granello di sabbia, in ogni sogno. Io sono Ilu Limnu,
padrone tuo.”
Quando riapro gli occhi sono nuovamente nel tempio. Respiro
affannosamente, come se fossi stato per molto tempo senza aria.
Indosso la mia divisa e sono completamente fradicio. Mi guardo
intorno. Cerco i miei compagni e li trovo accasciati sui gradini.
Tossiscono e riprendono anche loro fiato. Cosa diavolo è
successo? Anche Bud e Jeremy hanno vissuto lo stesso mio
incubo? Vorrei poterglielo chiedere, ma un conato mi assale.
Piegato in due, vomito acqua mischiata a sangue.

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CAPITOLO XIII
- Jeremy -

La voce è tornata a parlare. Sono passati cento giorni dalla visione


nella grotta, dall’incontro con il padrone. Si è manifestato
puntualmente dentro di me, alle sei di ogni giorno, o quasi, ma
non mi aveva più omaggiato della sua presenza. Ieri notte mi ha
convocato davanti a quell’assurdo brodo di sangue, il mare rosso
del deserto. Ma questa volta è stato bellissimo. Sono io il
prescelto. Adesso lo so. Jeremy e Bud erano lì per puro caso. Ci
ha giocato per un po’, ma era normale che prima o poi si stufasse
di loro. Eliminare Bud è stato facile. Lo ha lasciato al suo destino,
il destino di un pazzo. Jeremy invece lo ha dato in pasto al suo
nuovo discepolo. Come gliene sono grato…
Le immagini mi tornano nitide come non mai. È lui che mi
omaggia di tutto ciò, anche se il rituale è stato appena compiuto.
Ci ha convocati insieme, come ogni volta. Non la spiaggia.
Sarebbe stato troppo pericoloso, con tutta la polizia che gira a
vanvera sul litorale. Siamo andati un po’ fuori. Ci ha trovato un
posticino grazioso, sulla statale per Pittsburg. Una stazione di
servizio chiusa. Eravamo indisturbati, quieti, rilassati. Si, è così
che lo ricordo.
Jeremy si sveglia improvvisamente. Non si capacita. Perché è
sveglio proprio adesso, che mancano solo cinque minuti alle sei…
Che diavolo ci fa in una stazione di servizio deserta, col buio alle
porte, insieme al suo migliore amico? Ma il suo migliore amico
non è sveglio come lui. Dorme il sonno del demone. Negli occhi
nasconde il desiderio di un pasto. Si avvicina al povero Jeremy.
Si, povero Jeremy. Che pena mi fai… No, adesso non me ne fai
più. Perché forse hai smesso di soffrire. Forse…
Mi sveglio alla guida del pick-up di Jeremy. Sono sulla strada per
Pittsburg. Mi ci ha messo Lui. Deve avere dei grandi progetti per
il suo figliol prodigo. Una scorrazzata in città, e poi magari ci
spingiamo ancora un po’ verso est, magari fino a New York.
Laggiù c’è tanta bella gente…
Il seme dell’odio è germogliato. Crescerà, darà i suoi frutti, forse

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metterà altri germogli. Saranno piante ancora più velenose di me.
Perché ricordatevi: l’odio genera sempre un odio peggiore.
Questa è la sua prima legge. Guardatevi intorno. Potrei passare
dalle vostre parti. Potrei accostare il pick up, scendere, fumarmi
una sigaretta, pretendere si essere me. Ma se siamo vicino alle sei,
potrei non esserlo. E allora vi consiglio di chiudere a chiave la
porta, e di portare in casa i bambini.
È arrivata l’ora di cena, per il mio signore.

EPILOGO

Vi è piaciuto sbirciare sotto il velo? Avete goduto delle efferatezze


perpetuate a colpi di penna? Magari è tutta finzione, perché non
si dovrebbe credere ai demoni. I demoni vanno lasciati alle favole
della zia, per divertire i bambini, spaventarli un po’, e poi dare
loro il bacio della buonanotte.
La storia di David Norton è una storia di fantasia, pregna però di
una macabra realtà. È un esorcismo contro le follie del nostro
tempo, perché si conosce il veleno solo se lo si assaggia sulla
lingua. Quanti potenziali David Norton ci sono, nelle tranquille
cittadine della sorridente America, ai tempi del declino
dell’impero? Quante bombe a orologeria stanno per esplodere?
Quanta altra violenza verrà seminata? Pensateci, mentre
riabbassate il lenzuolo, degustando le ultime gocce di brutalità in
confezione spray…

Jonathan Macini e Jack Lombroso 2008

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IL LUNGO INVERNO
di Jonathan Macini

Sorseggio distrattamente un tè al gelsomino addolcito con una


punta di miele d’acacia, per ammazzare il freddo che mi si è
infilato nelle ossa. Sono rientrato in casa da poco. È mattina
presto ed in veranda ho dato di sfuggita un’occhiata al
termometro, che anche oggi se ne rimarrà abbondantemente sotto
lo zero. L’inverno non ne vuole sapere di finire. L’inverno al nord
è troppo lungo, e se non ci sei abituato ti può prendere uno sbalzo
di liquidi, come dice il dottore. Gli sbalzi di liquidi, facile dare la
colpa a loro. Chissà come se la riderebbe Nynke, se fosse qui. Ma
lei non c’è… non c’è più.
È la luce che ti frega. Sei, sette ore al giorno massimo, e poi il
buio. La lunga notte del nord che ti divora dentro, mentre il vento
incalza sulle imposte e la neve ottunde i rumori della valle. La TV
ti riversa addosso le solite stupidaggini ma tu continui a guadarla
speranzoso. Forse succederà qualcosa… forse il vento calerà e la
neve incomincerà a sciogliersi. Lei ti chiede se ti va un caffè, la
guardi sparire in cucina, bella ma distante per via del freddo. Non
ti tira più l’uccello e non sai perché, se per via dell’inverno e degli
sbalzi di liquidi, oppure per gli anni di stasi che si sono
accumulati come la polvere sulla cornice della nostra prima foto
insieme.
Osservo il rivolo di fumo che s’innalza dalla tazza del tè e guardo
fuori, dove ancora uno strato intatto di una decina di centimetri di
neve ricopre il tetto del garage. Anche per oggi è prevista una
nevicata, tanto per cambiare. Il pick-up l’ho parcheggiato fuori,
perché non avevo voglia di tirar su la porta-serranda, che ogni
volta che ci provo mi si gelano le mani. Mi sarebbe piaciuto
metterne uno elettrico. Gliel’ho confessato più volte alla piccola
Nynke, e lei mi guardava con quei suoi occhi da cerbiatta e mi
rispondeva “certo, perché no!”. Ma poi, tramortito da un nuovo
attacco di apatia, lasciavo perdere. La scusa era quella di non

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spendere i soldi per la vacanza, e proprio di una vacanza avevo
bisogno, Spagna, Grecia, un posto con il sole vero, non come
questo qui che pare disegnato dietro un drappo di grigiore.
Non riesco a ricordarmi il motivo del litigio di ieri sera. La cosa
mi mette agitazione, e pensare che finalmente ero riuscito a
calmarmi. Che diavolo è successo? Si, certo, lo sbalzo di liquidi,
ma quello è venuto dopo. La scintilla l’ha innescata lei, ne sono
sicuro. Ma cos’era? Gli stivali pieni di neve sporca sul tappeto?
La tazza del cesso alzata? No, forse era il tappo del succo di
mango, che mi dimentico sempre di richiudere. Certo, è stato
quello l’inizio di tutto. Dannato mango! Vabbè, ormai è andata…
Il gelo delle ossa si è dissolto nella carne, grazie al tè al
gelsomino. Scaccio via dalla testa un pensiero irritante, la paura di
non aver scavato una buca abbastanza profonda, poi mi metto a
lavoro. C’è da pulire il sofà, le tende e il tappeto che piaceva tanto
a Nynke, e rimettere nella cassetta degli utensili il cacciavite che
le ho infilzato nella gola.

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LA NUMERO 103
di Jack Lombroso

Poche mosse e il lavoro è finito. Torna a casa guidando piano.


Entra e si toglie le scarpe. Gira lento per la stanza guardando con
attenzione i libri che tiene sugli scaffali. Sfoglia le pagine di una
raccolta di poesie di Garcia Lorca. Piega l’angolo della pagina
quando ne incontra una che gli piace. Sa che difficilmente riaprirà
quel libro, eppure segna ogni poesia che trova bella. Sulla pianta
grassa che tiene vicino alla finestra è spuntato un piccolo fiore.
Viola. Legge distrattamente la posta, mentre sorseggia la birra che
ha tirato fuori dal frigo una decina di minuti prima. Non l’ama
troppo fredda. Mentre la vasca si riempie finisce la birra e ne
stappa un’altra. Un grammo chiuso tutto dentro una cartina
allevierà i suoi pensieri. Acqua calda, quasi bollente. Una soffice
schiuma bianca lo avvolge. La birra rimane appoggiata sul bordo
della vasca mentre lui scivola lento in un magnifico torpore.
Accappatoio legato lente. La musica è bassa: un notturno di
Chopin. La candela brucia solitaria schiarendo appena la stanza,
mentre un aroma di rosa si sparge nell’aria dal bastoncino
d’incenso. Relax. Non serve altro adesso. Fino a domani mattina
nessuno scoprirà il corpo di Teresa. Nessuno troverà la bionda
chioma imbrattata di rosso, la gola aperta come un secondo
sorriso. Il corpo bianco dalle forme sensuali, steso sul letto
ricoperto di seta.
Fuori la pioggia accompagna Chopin. Terza birra, Secondo
grammo. Relax. Non serve altro dopo un lavoro ben fatto. Le
suole di gomma non hanno fatto rumore. La serratura ha ceduto
dopo il primo tentativo. Teresa neanche si è accorta di cosa le ha
tolto la vita. La lama affilata è corsa veloce tagliando la pelle,
arrivando alla carne, superandola, mentre tranciava le vene.
Subito il sangue ha zampillato veloce, caldo aroma che buca il
cervello, che riscalda i pensieri. Le strade erano deserte a
quell’ora, mentre la città dorme sotto i lenzuoli caldi, al sicuro

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nelle tane di cemento. La luna si rifletteva sull’asfalto bagnato,
intanto un cane ululava lontano.
Teresa ora dorme, dormirà per sempre. Vittima numero centotré
del repertorio di un professionista. Domani qualcuno piangerà ma
a lui non interessa. Domani sarà il suo giorno di riposo. La
pioggia continua a battere sul vetro. Il rumore lo rilassa,
accompagna lento il chiudersi degli occhi. Scivola in un sonno
dolce mentre si allunga sul divano. Chopin continua a suonare.

92
CHINESE TAKEAWAY
di Jack Lombroso

I resti del cinese sono lì sul tavolino, sparsi tra bicchieri e


bottiglie vuote. Fuori la pioggia continua a battere incessante. Mi
sa che anche stanotte sarà una di quelle notti lunghe e uggiose,
una di quelle notti che hai voglia di fare qualcosa; ma ti sta fatica
fare qualsiasi cosa. Dovrei uscire a buttare via l’immondizia.
Pulire questo schifo e rassettare un po’ la stanza. Metto su un po’
di musica e aspetto che il tempo passi. La giornata è stata
piuttosto dura, questo lavoro non è più quello di un tempo. Mi
ricordo che qualche anno fa i soldi si facevano davvero
facilmente, ma adesso per due spicci, devi farti un culo così. La
gente è talmente ridotta all’osso che piuttosto che renderti quello
che ti devono, preferiscono farsi massacrare. Ancora non ho
trovato la voglia di pulire questo letamaio e il cd è appena finito.
Il silenzio attraversa la stanza. Anche Chan ha smesso di
lamentarsi. Sta lì immobile in silenzio.
I resti del cinese sono lì… Sparsi sul tavolino.

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SPEGNI LA LUCE
di Jonathan Macini

«Spengi la luce.»
«Ma dici sempre che ti piace guardarmi…»
«Si, ma stanotte c’è la luna, vedi?»
Il disco argentato si affaccia dalla finestra in tutto il suo
splendore, grande e luminoso, a guardarlo ci si può perdere nel
mare della tranquillità… La luce è presa in prestito dal sole, è il
riflesso di un bacio, si deposita sui due corpi nudi, abbracciati,
ricoprendoli di una patina di candore.
L’overture dell’amore sono i baci e le carezze. Le labbra dei due
amanti si adagiano sulle rispettive pelli, fremano le epidermidi,
richiamano i sughi del piacere. E allora sono le lingue che
introducono il tema principale, leggere, appena umide, scivolano
sugli avambracci e dietro al collo. Si soffermano sui lobi, ci
giocano un po’ e poi s’incontrano, toccandosi e ritraendosi.
Intanto le mani cercano, perché loro cercano sempre, non stanno
mai ferme. Gli incavi, le curve, i muscoli, le parti nascoste, fino
alle pelurie che nascondono gli interruttori del piacere. La luce
della luna gioca con le ombre e regala il mistero.
La musica si arricchisce dei primi ansimi, i movimenti si fanno
più veloci e cadenzati, gli arti degli amanti si attorcigliano come
se volessero fondersi. Lui la sente strusciarsi, lei avverte
l’estensione di lui. È arrivato il tempo dell’esplorazione.
La canzone si avvicina al ritornello. Lui scende giù, lei sente i
brividi, chiude gli occhi, inarca la schiena, poi li riapre e guarda la
luna, sorride, geme, avverte il bisogno di far fluire il calore che le
alberga dentro. Spinge delicatamente la testa di lui e gli va sopra,
accogliendo il suo dono. Conscia delle carezze d’argento sui suoi
seni, inizia a muoversi al ritmo della canzone. Lui è sotto, la
guarda, ed è come se guardasse dio, o l’infinito, il significato del
tutto, l’amore e il piacere.
La melodia diventa un bolero che si ripete per molte battute, e

94
sale, sale, sale, ma non fino all’apice. C’è ancora molta strada da
fare, prima di abbandonarsi alla pace dei sensi.
La canzone cambia il tempo, è una suite, una lunga sinfonia
divisa in movimenti. Lui si alza, la bacia, la guarda negli occhi,
sono sempre uno dentro l’altra, una cosa sola, insieme alla luce
della luna. Poi è lei che inizia a giocare con l’interruttore di lui. Il
fuoco divampa all’altezza dell’inguine, sente il bisogno di
refluirlo, si adagia accanto a lei e sprofonda la lingua nella dolce
peluria, cercando e trovando con esperienza. La degustazione va
avanti, tra spasimi e contrazioni, un’altalena di sensazioni al
limite della sopportazione.
Tamburi e corni entrano prepotentemente nella melodia. I due
corpi adesso cercano i limiti del piacere, avvalendosi di qualsiasi
espediente. Lei ha la faccia sprofondata nel cuscino e da le spalle
a lui, che le è sopra. Alterna il gioco dei suoi pistilli d’amore,
approfittando del duplice invito. Le afferra i capelli, lei geme, lui
muove un riff prepotente ma in qualche modo dolce. La vetta è
vicina, ormai mancano pochi passi…
Lei asseconda il ritmo, si muove insieme, lo trascina, lo prega di
continuare, di non smettere mai! Allora lui sa che il momento è
quello giusto, perché capisce che non può più tornare indietro.
Così aumenta il tempo, sempre più veloce, sempre di più…
Il finale è il trionfo e il trapasso, il gemito e il flusso, la nascita e
l’abbandono.
La luce lunare bagna adesso i loro corpi sazi. I respiri si
acquietano, le mani si cercano ancora, si trovano, si stringono. La
notte e l’oscurità sua complice sono state celebrate nel modo
migliore.
I due amanti si guardano. Sorridono…
«Accendi adesso?»
«No… aspettiamo ancora un po’.»

95
LA RICERCA
di Jonathan Macini

Dentro me, alla ricerca di qualcosa che ho perduto molto tempo


fa, un’immagine, una verità, oppure solamente una parola. Nelle
prigioni del denaro e della voluttà, fino a ieri ero incapace di
vedere le cose che succedevano al di là delle sbarre, forse gli
schermi di tanti televisori, dispensatori di realtà a basso costo.
Ogni sbarra un canale diverso, un programma diverso, una nuova
bugia. Ma adesso, dentro queste dannate prigioni, mi tornano alla
mente sequenze di vite passate, esistenze diverse di mondi
lontani.
Al cospetto di pietre gigantesche, custodi di strani segreti, io udii,
io vidi, io sentii. I totem s’innalzavano sulle verdi colline, in
luoghi abitati solo dal vento e dalle stelle, nelle lunghe notti.
Erano le pietre di un mondo senza più tempo, senza più memorie,
oggi rilegato alle favole, all’impossibile. Le pietre insegnavano
agli eremiti, ed io fui anche uno di loro. Vagai per anni alla
ricerca della conoscenza, spinto da qualcosa di innato, una comica
verità alla quale ero legato.
Descrissi cammini già tracciati, presi decisioni già scritte, per
giungere infine alla presenza di quei giganti di pietra, sulle colline
sempre verdi… E fu così che conobbi la verità, ma alla fine di
quell’esistenza mi sfuggì, e la ruota descrisse il suo giro.
Vissi anche nel tempo dei sacri alberi, in un mondo dal cielo
purpureo. Possedevo il dono del volo, planavo leggero sulle grigie
lande di quel mondo fatto di ferro, alla disperata ricerca dell’unica
isola verde del pianeta. Nel mezzo di un oceano di petrolio, scorsi
un lago azzurro ed un’isola al centro di esso. Era l’unica bellezza
di quel mondo. Era lì che si trovavano i sacri alberi, anch’essi
custodi dell’unica verità. La verità alla quale ero stato legato per
tutte le mie esistenze, passate, presenti e future.
I sacri alberi mi parlarono colmandomi di conoscenza, saturando
il mio essere di vibrazioni cosmiche. Ed infine io seppi, e piansi, e

96
volai via…
Mi tornò il ricordo di un universo d’acqua. Nuotavo da un pianeta
all’altro, ignaro delle ragioni che mi spingevano ad andare avanti
senza mai fermarmi. Continuai così, per innumerevoli segmenti di
quel tempo così diverso da questo, finché non giunsi al pianeta
più lontano, una sfera cava che conteneva un altro universo.
Furono le stelle di quel nuovo universo a parlarmi della verità che
andavo cercando. La loro musica mi rivelò ciò che già avevo
saputo e dimenticato più volte. Diventai una stella in mezzo a loro
e continuai ad emanare luce e suoni per tutta l’esistenza di quel
cosmo. Ma finì anche quel tempo.
Molte altre vite ricordai, e molte altre morti. Fu questa la mia
nuova ricerca, in questo assurdo mondo pieno di prigioni dalle
sbarre televisive.
Quando riuscirò a ritrovare la mia verità, le porte di queste
prigioni si dischiuderanno, permettendomi di oltrepassare la
soglia della conoscenza. Mi basterà un solo passo per arrivare
laggiù, dove non è importate sapere, possedere, dire o fare, ma
quel che conta è essere.
Presto arriverà una nuova fine. Presto incomincerà qualcosa di
nuovo. Perché? Beh, è così che cospiriamo insieme all’infinito,
sin dall’inizio del tutto.
E la ruota continua a girare…

1996

97
REC
di Jack Lombroso

Lei era pazza. Semplicemente pazza. Ed era proprio questo a


rendermi follemente innamorato di lei.
Le legava dopo averle spogliate completamente e le filmava.
Adorava filmarle. Quei piccoli tagli con la lametta del mio rasoio.
Piccoli tagli ben fatti, profondi e dolorosi. Il suo completo di pelle
bianca si tingeva sempre di sangue, lo raccoglieva con le dita
dalle ferite delle sue vittime e se lo spargeva addosso lasciando
sui vestiti delle lunghe scie rosse. L’ultimo taglio correva lungo la
gola, il primo non era mai quello mortale. La lametta era troppo
stretta per poter essere spinta in profondità, quindi ci ripassava e
ripassava ancora. Fino al silenzio.
L’ultimo video è stato il suo. Me lo ha chiesto lei. Diceva che solo
così sarebbe stata pienamente artefice del proprio gioco. Io
l’amavo troppo per deluderla, così l’ho fatto. Sono entrato nella
sua casa di notte. Lei dormiva beatamente, il cloroformio ha fatto
il resto. Quando si è risvegliata era già legata alla sedia. Il suo
corpo nudo era bellissimo, quella pelle, così bianca anche senza il
vestito. Senza la lente a contatto bianca, il suo viso era quasi
dolce. Così l’ho presa tra le dita e l’ho appoggiata alla sua pupilla,
spingendo un po’, tanto per fargli capire che ero io a condurre la
partita. Lei ha fatto una smorfia di dolore, poi ha sorriso mentre
una lacrima le scorreva lungo la guancia.
Accesi la videocamera; non rimaneva che iniziare lo show.

98
STANZA NUMERO 69
Jack Lombroso in 101 Parole

Da questo lavoro dipende tutto.


Le suole di gomma sono silenziose sulla moquette dell’albergo. I
guanti ce li ho, il silenziatore è avvitato. Bene. La tipa non doveva
fare il doppio gioco. Alla fine se lo merita. Peccato però, è
davvero bella con quei capelli biondi e lisci. Curve perfette. Ma il
Boss ha deciso così.
Apro la porta. Diventerò il migliore lo so. Mi avvicino al letto,
illuminato dalla piccola torcia. Ci sono. Ecco. Il silenziatore
attenua il colpo. Ce l’ho fatta. Il boss sarà contento. Accendo la
luce. Cazzo! È una vecchia. Camera N° 99. Merda, ho sbagliato
stanza.

99
IPOCONDRIA
di Jonathan Macini

Qualcuno mi crederà pazzo, e forse lo sono per davvero. Ma non


lo siete forse anche voi?
In questa mia virginale attesa di oltrepassare quel confine da me
segnato, io mi rivolgo agli ascoltatori che vedranno di me
solamente una carcassa, un guscio vuoto, ovvero ciò che rimarrà
di me tra brevi istanti. Dopo avervi rivelato quello che ho da dirvi,
la penna mi cadrà da questa mano, la mano di un uomo sul bordo
dell’abisso più bello.
È difficile incominciare, quando ti senti come se una pressa stesse
sul punto di schiacciarti, e man mano che si abbassa ti toglie
l’aria. Qualcosa d’irreale ma tangibile, una forza interna che
vuole annientarti, prima che tu possa proferire le tue ultime verità.
Ma quale verità avrà mai da rivelare un condannato a morte come
me?
Una in particolare, che mi ha accompagnato per tutta la vita, ed è
qui anche in questo istante, sempre insieme a me. Se adesso si
realizzasse io mi salverei. Ma già lo so che non si avvererà,
perché per quanto la possa rincorrere, riuscirà sempre ad
eludermi, ingannandomi o più semplicemente respingendomi.
E questa folle rincorsa mi ha infine condotto quaggiù, in questa
squallida camera d’albergo, dove il sole mai nasce e mai muore.
Ma sarà poi così importante?
No, non me ne frega niente del sole, ma della luna si, che si
nasconde alla mia vista, perché l’unica finestra che si apre su
questa stanza mi concede solo uno scampolo di cielo. L’astro
notturno se ne vede ben dal mostrarsi in quel fazzoletto di
firmamento…
La verità, l’unica possibile verità, ha fatto breccia nelle mie paure.
Non è possibile continuare a vivere così! Per quale motivo dovrei
allungare questa condanna a morte, quando ho l’occasione di farla
finita subito?

100
Ho letto da qualche parte che bastano pochi istanti…
…e il sangue sgorga già come una fontana dai polsi appena rasi.

1996

101
UNA TERRIBILE ESTATE
di Jack Lombroso & Jonathan Macini

New Orleans, 1922


Domenica 13 Agosto

Caro Teodor,

sono già passati quattro mesi dalla mia partenza da Chicago e


trovo finalmente tempo per scriverti. New Orleans è calda e
appiccicosa e questa condizione sembra riversarsi anche
sull’ambiente che mi circonda. Ogni cosa, case, strade e persone
hanno le sfumature dell’ambra, come se tutto fosse ricoperto di
miele; mi pare ormai di sentirne perfino l’odore nell’aria. Siamo
ancora in America ma il grigiore di Chicago ha lasciato posto a
colori e suoni quasi caraibici.
Ho preso residenza in una casa in periferia della città, vicino alle
abitazioni della comunità nera. È un grande edificio a due piani,
completamente in legno e davanti all’ingresso corre una veranda
con le scalette. Ci ho sistemato un vecchio tavolino a tre zampe
che ho trovato in una stanza semivuota e una poltrona a dondolo
scricchiolante che accompagna i miei drink al tramonto.
Ti confesso che pensavo fosse più facile spingere queste persone
a fornirmi materiale per la mia ricerca.
Ho subito assunto anche una domestica, una donnona nera che
gira per casa tre volte la settimana canticchiando e mantiene in
ordine tutto il caos che riesco a creare. Si chiama Zye e viene da
Haiti. Anche con lei ho provato ad entrare nella discussione ma
con scarsissimo successo. Le risposte alle mie domande sono
sempre un misto di divagazioni e ironiche smentite. A volte
asserisce la completa assenza, almeno qui a New Orleans, della
cultura che cerco, mentre a volte pare come spaventata dal
doverne parlare.
Tutto sembra voler cercare di convincermi a lasciar perdere. Ogni
mio tentativo di acquisire informazioni sull’argomento finisce

102
sempre in un grosso buco nell’acqua.
Ho di recente contattato il dottor Felix Leroy, un vecchio amico
antropologo che ha già eseguito una ricerca sull’argomento. Spero
che il suo arrivo, nelle prossime settimane, porti una nuova ondata
di entusiasmo e informazioni.
Adesso ti lascio, spero di sentirti presto.

Il tuo amico

Edward

Chicago, 1922
Lunedì 21 Agosto

Caro Edward,

ancora non riesco a trovare le parole giuste per ringraziarti di


quello che stai facendo. Anche se in un primo momento ti sarò
sembrato scettico, adesso so che quello che abbiamo passato, io,
te, ma soprattutto Laura, non è stato un semplice scherzo del
destino. Sai bene che sarei partito insieme a te se non fosse stato
per la salute di Laura. Lei sta molto meglio adesso, ma ci sono
notti in cui gli incubi tornano a tormentarla, e la sento urlare
accanto a me. Nel tenue bagliore lunare che penetra dalla grande
vetrata della nostra camera da letto, riesco a malapena a scorgere i
suoi occhi infossati, e laggiù, dentro abissi sconfinati, dimora un
terrore sconosciuto. Non sai come mi si stringe il cuore vederla
soffrire così. A volte non riesce neanche a piangere. Rimane
immobile, con la bocca spalancata e i capelli madidi di sudore, a
sedere sul letto. Io cerco di scuoterla ma lei è come se fosse
lontana, in un altro mondo.
Fortunatamente queste crisi sono diventate ormai rare, ma è bene
non abbassare la guardia. Continuo a darle quell’infuso che mi hai
consigliato, e poi insieme facciamo lunghe passeggiate vicino al
lago. Il tempo non è male, ma settembre si avvicina, le giornate si
allungano e temo che questa storia sia solo all’inizio.

103
La bambola che abbiamo recuperato nell’appartamento di Tassel,
quell’invasato che la pedinava, giace sempre nello scrigno di
legno in cui tu la riponesti prima di partire. Di lui non si è più
sentito niente. Immagino se ne sia andato quando si è accorto che
sapevamo di lui.
Che diavolo nasconde quella bambola?
Ci sono giorni in cui vorrei distruggerla, darle fuoco, eppure so
bene che i sogni che tormentano Laura hanno qualcosa a che fare
con quell’oggetto. Lo scrigno l’ho messo nel seminterrato,
lontano da occhi indiscreti. Lei ovviamente non sa niente di tutta
questa faccenda, ed è meglio così. Spero che tu riesca ad avere
presto le risposte che cerchi, anzi, che cerchiamo. Attenderò fino
ad allora impazientemente una tua nuova.

Con amicizia,

Teodor Bullbow.

New Orleans, 1922


Mercoledì 30 Agosto

Caro Teodor,

mi spiace moltissimo per quello che sta passando Laura e l’unica


cosa che mi sento di dirti è che devi tener duro. Senza il tuo aiuto
Laura non potrebbe mai sopportare una di quelle notti che ben
conosciamo. Mi raccomando caldamente di non toccare per
nessun motivo quella bambola. È sempre più forte la sensazione
che fare del male a quell’oggetto sarebbe come farlo a lei. Ricordi
che il dolore al ventre le passò nel momento in cui sfilammo
quello strano spillo dalla bambola?
Sono fiducioso nella tua forza. Vedrai che supereremo tutto
questo. Non voglio addossarti altri pensieri ma sei l’unica persona
con cui posso confidarmi senza problemi. Ti devo proprio dire
che sto cominciando a preoccuparmi. La gente del posto sembra
essere sempre più ostile. Ieri ho girato un po’ per il mercato che

104
fanno in una sorta di piazzetta quaggiù in periferia. Mi aggiravo
per le bancarelle cariche di frutti, spezie e boccette dagli strani
colori, quando in mezzo alla gente ho riconosciuto Zye, la mia
domestica. Mentre mi avvicinavo a lei ho visto che comprava
delle strane polveri che un vecchio aveva tirato fuori da sotto il
banco.
Quando l’ho salutata e gli ho chiesto cosa aveva comprato lei si è
irrigidita, ma la reazione più strana è stata quella del vecchio che
mi ha urlato delle frasi in una lingua che non conosco,
puntandomi il dito contro in modo molto minaccioso. Poi mi ha
soffiato addosso una polvere grigia che mi ha irritato gli occhi e il
naso; sembrava pepe nero ma molto più forte ed acre.
Zye mi ha strattonato via e siamo usciti da quel dedalo di banchi.
Non mi ha rivolto parola per tutto il tragitto, mentre lacrimavo e
starnutivo copiosamente, e quando siamo arrivati a casa ha detto
solo di lavarmi la faccia con acqua e rum e che sarebbe passata il
giorno dopo, poi se ne è andata via.
La cosa è strana visto che il giovedì non viene mai a fare pulizie.
Comunque ho fatto come lei ha detto. Ho versato acqua e rum
dentro una bacinella e mi sono sciacquato il viso. Adesso che ti
scrivo mi è rimasto solo un leggero prurito attorno alle narici ma
gli occhi sono ancora molto rossi e bruciano un po’.
Caro Teodor ti confesso che spero in un rapido arrivo del mio
amico Felix, perché una pesante inquietudine si è impadronita di
me. Sarà che sono solo quaggiù. Forse è solo questo.
Spero di risentirti presto.

Edward

Chicago, 1922
Venerdì 8 Settembre

Caro Edward,
volevo scriverti il prima possibile, ma la tua missiva è arrivata
solamente questa mattina, e desideravo conoscere le ultime novità
prima di mettere mano alla penna.

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Laura ha avuto una ricaduta, circa una settimana fa. Stava facendo
due passi in giardino dietro casa. Io la guardavo dal porticato, era
l’ora del tè. L’ho chiamata più volte ma era come se non riuscisse
a sentirmi. Stava davanti al roseto, quello vicino alla rimessa, hai
presente? Quest’anno ci ha dato dei boccioli rossi come non se
n’era mai visti.
Ho sentito subito che qualcosa non andava. Rimaneva immobile
ad osservare le rose, ed io riuscivo a scorgerle solo il profilo. Non
potevo vedere cosa stesse facendo con le mani perché erano
nascoste dal suo corpo, da quel vestitino delizioso che le comprai
la scorsa estate quando andammo a New York. Gesù, quanto
lontano mi sembra quel giorno…
Nell’istante in cui mi sono mosso verso di lei per andare a vedere
che cosa la trattenesse, lei si è lasciata cadere. Un secondo dopo
ho visto il sangue, più rosso dei boccioli del roseto, che dalle
maniche del vestitino si riversava sulle pieghe della gonna, stoffa
morbida e pregiata sparsa sul prato. L’ho raggiunta con un balzo e
subito ho capito cosa era successo. La povera Laura aveva tentato
di tagliarsi i polsi con le spine del roseto. Ci era riuscita solo in
parte. Verosimilmente lo svenimento non è stato causato dalla
perdita di sangue, ma dal risveglio improvviso dallo stato ipnotico
in cui era caduta e dal successivo choc per la visione. L’ho subito
caricata in auto e l’ho portata dal dottor McNully che le ha
medicato le ferite e le ha somministrato un calmante. Mentre
guidavo mi sono ricordato della bambola. Avrei dovuto vedere se
era ancora al suo posto, ma d’altronde, a parte la donna delle
pulizie e Lee, il maggiordomo, nessuno ha accesso al
seminterrato. Quando siamo tornati a casa sono andato a
controllare. Lo scrigno si trovava esattamente dove lo avevo
lasciato l’ultima volta, chiuso a chiave. Dentro la bambola era al
suo posto, ma quando l’ho estratta per vedere se c’erano dei
segni, per poco non sono svenuto io. Sul fondo dello scrigno ho
trovato uno strato di petali di rosa, rossi come quelli del nostro
roseto.
Mio Dio, Edward, che cosa significa? Come è possibile che
qualcuno sia riuscito a entrare di nascosto in casa e a forzare lo

106
scrigno senza lasciare la benché minima traccia? E poi, ancora
non mi spiego perché Laura… che cosa vogliono da lei? Chi
sono?
Da quel triste giorno non la perdo d’occhio neanche un secondo, e
giro armato anche in casa. La bambola è sempre con me, dentro
un sacco che mi porto dietro ovunque. Ormai ci dormo anche
insieme.
Ho parlato con Susan, la donna delle pulizie, e con Lee, ma sono
entrambi insospettabili. Sono anni che lavorano per me, lo sai.
Oggi io e Laura partiamo per il Wisconsin. Ho uno baita vicino al
lago e credo che cambiare aria sia la soluzione migliore. Staremo
via una settimana. Purtroppo, a causa del lavoro, non posso
permettermi di stare via più a lungo. Mi auguro di ricevere tue
nuove quando faremo ritorno.
Stai attento Edward. Temo che ci sia qualcosa di grosso dietro.

Con affetto sincero,

Teodor.

New Orleans, 1922


Sabato 16 Settembre

Caro Teodor,

spero che questa mia non preceda di molto il tuo rientro a casa,
perché ho delle novità. Dio mio, Teodor, la notte dopo l’incontro
col vecchio al mercato è stata d’inferno. Verso sera, dopo una
generosa porzione di rum caldo, me ne sono andato a letto.
Dormivo piuttosto bene quando ad un tratto il sonno è stato
invaso da uno strano ritmo di tamburi. Figure bluastre sono
apparse davanti a me e parlavano una lingua strana come quella
usata dal vecchio. Non capivo cosa dicessero ma so che volevano
allontanarmi da qua. Poi mi sono svegliato. Era tutto un sogno,
ma gli occhi hanno ricominciato a bruciare fortemente, e dalla
finestra aperta mi è parso di sentire gli ultimi colpi di quel ritmo

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ossessivo di tamburi e sonagli.
Inutile dirti che non ho più ripreso sonno. Sono rimasto alzato a
bere aspettando che Zye arrivasse. Quando è entrata in casa,
piuttosto presto la mattina, mi ha trovato in uno stato pietoso. Ha
spalmato uno strano unguento sui miei occhi, ma prima ha chiuso
tutte le persiane come se nessuno dovesse vederci. Mi ha ripetuto
più volte di lasciare il paese, e lo ha fatto con un velo di terrore
negli occhi.
Ti chiedo scusa, Teodor, ma non ho potuto fare a meno di
raccontargli cosa mi ha portato quaggiù e alla fine del mio
racconto, Zye, é impallidita.
Ed ecco che arrivo alle novità accennate all’inizio di questa mia.
Zye finalmente ha parlato di ciò che cerco. Ti assicuro che, come
uomo di scienza, se non avessi vissuto la nostra storia direi che
quello che segue non sono altro che sciocchezze. Ma purtroppo
non posso più esserne così sicuro.
Il Vodun, di cui la tua amica Emilia ti aveva parlato, esiste
realmente e qua a New Orleans, come indicatoci, è radicata una
grossa comunità che segue il culto. Il Vodun o Vudù si regge sulle
fondamenta di contatti tra esseri materiali e spirituali. Tutto ciò
che esiste è parte e manifestazione di un’entità ancestrale,
ineffabile ed eterna, ovvero Dio che qua chiamano Mawu.
Contempla anche la presenza di una schiera di varie divinità che
chiamano Loa. Esse possono essere sia benevole che malvagie. Si
manifestano possedendo i partecipanti in un rito atto ad evocarli,
alcuni sono violenti e fanno stare male i loro i posseduti, altri
invece si limitano a manifestare la propria personalità. Alcuni di
questi possono addirittura far compiere loro le più disparate
azioni. Possono inoltre manifestarsi come sogni durante un sonno
indotto da una magia rituale. Zye asserisce che quello che mi ha
fatto il vecchio al mercato sia l’incantesimo per aprire la strada
nel sonno ai Loa e che le forme bluastre che ho visto siano i Loa
stessi. Zye non mi ha poi voluto dire altro ma cercherà, visto il
perché del mio interesse, di farmi incontrare un Oungan, ovvero
un sacerdote di questa loro assurda religione.
Spero che tutto questo porti nuova luce sulla vicenda. Anche

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perché Felix comincia ad essere in ritardo. Ho mandato un
telegramma al suo studio di New York e mi hanno risposto che
era già in viaggio. Spero che il suo ritardo sia dovuto ad un banale
contrattempo. La sua presenza sarebbe ora utile più che mai.
Porta il mio saluto a Laura e non lasciarla mai sola.

Edward.

Chicago, 1922
Venerdì 22 Settembre

Edward, non so più cosa fare…


Sono rientrato stamattina e ho visto la tua lettera. Si, hai capito
bene, sono rientrato solo io. Laura è scomparsa.
Riesco a malapena a tenere in mano la penna. Se mi vedessi
adesso non riusciresti a riconoscermi! Ho la barba lunga e ho
perso almeno cinque chili. Mio Dio, che cosa ci sta succedendo!
Siamo stati alla baita ed è stato bellissimo. Il tempo era una
meraviglia, il lago un paradiso. Siamo usciti quasi tutti i giorni in
barca. Abbiamo camminato, letto, e ci siamo riposati. Una vera
vacanza, insomma. Almeno per i primi tre giorni. Poi sono tornati
gli incubi…
La notte del quarto giorno non siamo riusciti a chiudere occhio.
Lei rimaneva immobile a sedere sul letto e io le tenevo le mani.
Ogni tanto lanciava un urlo e si aggrappava a me. È stato
straziante vederla così, credimi!
Poi la notte dopo è andata meglio. Abbiamo recuperato le forze
che ci aveva sottratto la notte insonne e abbiamo deciso di fare
una passeggiata sulle colline. C’era il sole, ma dopo pochi passi a
lei è venuto un po’ di freddo e io sono tornato in casa a prenderle
un maglione. Quando sono riuscito, due minuti più tardi, lei non
c’era più. Ho pensato che si fosse avviata verso il sentiero che
avevamo deciso di percorrere. Sapeva dove si trovava perché
glielo avevo mostrato il giorno prima.
Ho iniziato a chiamarla, cercando di rimanere calmo, ma un
minuto dopo stavo già correndo ed urlando come un matto. L’ho

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cercata per tre giorni, Edward! Tre maledettissimi giorni! Niente!
Ho avvertito anche le autorità locali. Sono rimasto alla baita per
un’altra settimana, nella speranza che ci fossero delle novità. Ma
niente. Come se si fosse dissolta nell’aria. Ma la cosa più
terrificante credo che te stia già immaginando. Ti giuro che non
ho mai perso di vista il mio zaino. L’ho portato sempre dietro.
Ovunque! Quando l’ho aperto, meno di un’ora dopo la sua
scomparsa, con le mani tremanti e un sudore freddo appiccicato ai
vestiti, il cuore mi si è fermato. La bambola non c’era più!
Edward, non posso più stare qui. Sto impazzendo. Devo prendimi
cura di alcune cose al lavoro e poi ti raggiungerò col primo treno.
Forse questa lettera mi precederà di poco. Signore, fai che non sia
morta. Forse è tornato quel tipo… Forse è stato lui a rapirla. Ti
prego Edward, dimmi che non è morta!

Ci vediamo presto.

Teodor.

ESTRATTO DAL: WISCONSIN STATE JOURNAL


Lunedì 25 Settembre, 1922.

Ieri mattina Jeremy F., un giovane pescatore di Kholer, ha


rinvenuto il corpo della donna scomparsa il 13 settembre scorso,
tale Laura Maddalen Timmons. Il cadavere giaceva riverso in un
fossato poco fuori Sheboygan, nei pressi del fiume. Le autorità
locali sono convinte che si tratti di un suicidio, ma è stata aperta
anche un inchiesta per omicidio.
La donna era originaria di Chicago ed era in vacanza insieme al
suo fidanzato, il signor T. Bullbow, il quale aveva richiesto
l’intervento delle autorità a causa della sua misteriosa scomparsa.

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Dal diario del Dr. Edward Laffayette

New Orleans, 1922


Sabato 30 Settembre

Sono ancora sconvolto. Ho ripreso le forze solo adesso dopo quel


maledetto articolo dello State Journal. Aver appreso la notizia
della scomparsa di Laura mi fa star veramente male. Se penso che
tutta questa storia è iniziata solo per la follia di un ammiratore di
Laura…
Era davvero bella durante i suoi spettacoli. Il teatro sembrava
essere una cornice alla sua figura. Leggera ed elegante nei
movimenti, rapiva i sensi di tutti gli spettatori. Che tempi felici
erano quelli, anche se dovevo portarmi dentro il mio segreto,
quell’amore nascosto per la compagna del mio migliore amico. E
pensare che adesso Laura è morta. Dio mio, neanche riesco a
spiegare il dolore che provo dentro.
Ieri, quando sono andato a prendere Teodor alla stazione, a
malapena sono riuscito a nascondere la sensazione di odio verso
di lui, per averla lasciata sola anche dopo tutte le mie
raccomandazioni. In un primo momento ero felicissimo del suo
arrivo, ma appena l’ho visto scendere dal treno un odio profondo
mi ha invaso. Teodor, maledetto Teodor, se tu gli fossi stato più
vicino Laura sarebbe ancora qua.
Comunque l’ho fatto sistemare in una delle stanze della casa.
Sembra davvero ridotto male. La perdita di Laura lo sta
consumando lentamente.
Adesso non so quanta voglia mi resti di andare avanti in questa
ricerca. Alla fine ho intrapreso quest’avventura solo per lei, per
Laura. Adesso che lei non c’è più mi sento svuotato di tutto.
A complicare le cose ci si mette anche altro. Il dr. Felix ancora
non si è visto, ed è già in ritardo di una settimana. Sembra
scomparso nel nulla. Ho avuto uno scambio di telegrammi con il
suo studio di New York, l’ultimo mi avvertiva dell’inizio delle
sue ricerche. Adesso come minimo entrerà nel mezzo anche la
polizia e di sicuro non farà che complicare le cose. Dove diavolo

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sarai Felix?.
Nel frattempo Zye, la mia domestica haitiana, sta cercando di
mettermi in contatto con Malaussè Dalayan, un Oungan, uno
stregone Vudù. Sono quasi due settimane che seguo una dieta
prescrittami da Zye. Mangio e bevo intrugli che dovrebbero
purificarmi, come dice lei, per l’incontro con lo stregone, ma mi
sento sempre più debole e stordito e il mio sonno è popolato da
incubi indicibili. Ma cosa sto facendo, in cosa diavolo mi sono
infilato? Io, che fino a poco tempo fa consideravo la scienza
l’unico vero dio. Spero fermamente che tutto questo finisca
presto. In un modo o in un altro.

Rapporto sugli eventi avuti luogo la mattina di mercoledì 4


Ottobre 1922 presso la residenza del dottor Laffayette, come da
testimonianza degli agenti Frobisher e Newman.

Allarmati per delle urla e dei rumori sospetti segnalati da dei


vicini, i due agenti hanno fermato l’auto davanti all’abitazione del
dottore. Al momento del loro arrivo ogni schiamazzo era cessato,
ma i due, proseguendo la loro indagine, hanno bussato più volte
alla porta senza però ricevere alcuna risposta.
A questo punto l’agente Frobisher e l’agente Newman hanno
avvicinato la porta sul retro dell’abitazione e, trovandola aperta, si
sono introdotti nella residenza del dottor Laffayette. Percorrendo
un piccolo corridoio che dalla cucina introduce all’ingresso
principale, Frobisher, che precedeva Newman, ha estratto la sua
pistola d’ordinanza, udendo distintamente quelli che poi ha
descritto come dei rantoli, e oltre a questi, una specie di bisbiglio
incomprensibile.
Giunti nei pressi della porta del soggiorno, entrambi gli agenti
hanno puntato le loro armi verso il signor Bullbow, che in quel
momento si trovava seduto sulla poltrona davanti al corpo
morente del dottor Laffayette. Il signor Bullbow, con la pistola del
delitto stretta nella sua mano, delirava frasi senza senso. Gli
agenti gli hanno intimato di gettare subito l’arma a terra, ma in

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risposta al loro ordine lui si è portato la pistola alla tempia e ha
premuto il grilletto. Gli agenti hanno accertato immediatamente i
due decessi.

Dal diario del Dr. Edward Laffayette

New Orleans, 1922


Domenica 1 Ottobre

Ogni nuova notizia è un colpo al cuore. Ho ricevuto solo ieri un


telegramma dall’ufficio di Felix. Hanno ritrovato il suo corpo in
un canale di recupero vicino la
stazione. Accanto a lui la sua valigia, intatta.
Mi sento svuotato solo e sconvolto. Prima Laura e poi Felix. Due
gravissime perdite in poco tempo. Faccio fatica a tenere in mano
la penna per scrivere questo diario, ma sono convinto che farlo sia
l’unica cosa che mi allontani dal crollo psicologico.
Teodor era il solo a sapere di Felix. Ho provato a cercarlo ma
stamattina non era nella sua stanza ed il letto era rifatto.
Temo per la sua incolumità. O forse, è l’ora di essere sinceri,
temo per la mia. Ho paura che Teodor c’entri in prima persona
con la scomparsa di Laura e di Felix . Spero che Zye mi aiuti in
questo incubo, ormai posso contare solo su di lei.

Dal diario del Dr. Edward Laffayette

New Orleans, 1922


Martedì 3 Ottobre

Ieri notte sono stato svegliato da strani rumori. Mi sono alzato e


senza neanche accorgermene ho afferrato il mio bastone da
passeggio, quello con in cima la pesante sfera di metallo. Le scale
scricchiolavano ad ogni passo, per quanto cercassi di evitarlo.
Con il cuore che mi rimbombava nelle orecchie mi sono diretto
verso la cucina, da dove i rumori arrivavano più forti. Il suono

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sembrava quello di un biascichio selvaggio, rotto da alcuni
singolari grugniti, come se una bestia stesse divorando qualcosa.
La scena che mi sono trovato davanti era a dir poco
raccapricciante. Dio mio, solo a ripensare a quello che ho visto
vengo scosso dai brividi.
Zye era distesa sul pavimento e una grossa pozza di sangue si
stava allargando da sotto la sua testa. Parte del cranio non esisteva
più e il pavimento era ricoperto da schizzi e grumi di materia
grigia mista al sangue. Ma la cosa più terribile devo ancora
trovare il coraggio di scriverla. Teodor, il mio amico Teodor,
compagno di scuola fin dal liceo, uomo colto e raffinato, vero
caro e intimo amico, si era trasformato in una bestia. I capelli
arruffati e sporchi incorniciavano una faccia stravolta e pallida,
occhi circondati di nero mi fissavano cattivi. Teodor si portava
alla bocca i pezzi di cervello di Zye sputandone pezzi di cranio tra
boccone e boccone.
Non ho potuto trattenere un forte conato, mi sono piegato su me
stesso e ho vomitato sul pavimento. Quando mi sono ripreso ho
appena fatto in tempo a vedere Teodor che correva via uscendo
dalla porta sul retro.
Istintivamente gli sono andato dietro. Dopo una corsa che mi ha
lasciato senza fiato, l’ho perso di vista e mi sono ritrovato al
limitare della palude. La luna, che era piena e luccicante in cielo,
illuminava quelle che dovevano essere le abitazioni dei lavoratori
negri. Catapecchie di legno e lamiera mi circondavano. Da una di
esse una voce chiamò il mio nome.
Mi sono avviato verso la voce mentre una luce illuminava la porta
di una baracca. Un vecchio a torso nudo sostava sulla porta e mi
fece cenno di entrare.
Si presentò come con Malaussè Dalayan, lo stregone di cui mi
aveva parlato Zye.
Aveva capito subito che ero io. Diceva che i Loa gli avevano
annunciato il mio arrivo. Disse anche che Zye gli aveva
raccontato tutto e che lui aveva interrogato gli spiriti. Questi gli
avevano detto che il mio amico Teodor era anch’esso in contatto
con i Loa, e che si stava spingendo verso una strada da cui non

114
avrebbe avuto ritorno.
Mi disse che il mio amico praticava una magia malvagia che il
Vudù respingeva con forza, ma che purtroppo veniva comunque
praticata da alcuni individui.
Ero sempre più sconvolto, tanto che mi dimenticai di raccontargli
l’accaduto. Ora che ci rifletto meglio, ero come stordito quando
uscii dalla baracca. Mi rendo conto solo adesso che non ero
riuscito a proferire una sola parola dal momento in cui lo stregone
mi aveva chiamato.
Tornai a casa stanco e tremante. Sprangai le porte e mi
abbandonai al whiskey.

Dal diario del Dr. Edward Laffayette

New Orleans, 1922


Mercoledì 4 Ottobre

Torno adesso a casa dopo una giornata passata al commissariato


di polizia. Hanno portato via il corpo di Zye ma la segatura è
ancora in cucina, rossa di sangue.
Mi hanno interrogato per cinque ore, ma non ho detto niente sul
Vudù, certo che sarei stato preso per pazzo.
Stanno cercando Teodor, ma ancora non l’hanno trovato. Io tremo
ad ogni rumore, ho il terrore di trovarmelo davanti. Di vedere di
nuovo quegli occhi malvagi.
Il mondo mi è crollato addosso. Ho perduto tutto quello in cui
credevo. Ricordo gli anni felici con Laura e Teodor, le serate
passate al teatro, le lunghe chiacchierate davant… … …

IL DIARIO S’INTERROMPE QUI

115
Resocontazione stenografica dell’interrogatorio della signora
Janice Dalayan, figlia di Malaussè Dalayan, da parte del
detective Carson, in data 6 Ottobre 1922, presso la centrale di
polizia di New Orleans (IL)

C. Lei conosceva la signora Zye?


J.D. Si.
C. Quando è stata l’ultima volta che l’ha vista?
J.D. Il giorno prima di essere uccisa. È venuta da mio padre.
C. E conosceva il signor Laffayette?
J.D. No, però so che era interessato a mio padre per una ricerca
sulle credenze haitiane.
C. Non è mai stato a casa vostra?
J.D. Non che io sappia.
C. E il signor Bullbow, lo ha mai visto? Questa è la sua foto.
J.D. Si, ma non di recente.
C. Che significa? Quando?
J.D. All’inizio dell’estate, insieme a Anissi Tassel…
C. Cosa c’entra Anissi? È un caso di tre mesi fa e già archiviato.
J.D. Ricordo. Lo trovò mio padre nella sua baracca. Lui diceva
che Annissi praticava la magia nera, ed era in contatto con i Loa
malvagi.
C. E cosa ci faceva Bullbow con uno dei vostri stregoni?
J.D. Era interessato al vudù. Partirono insieme per Chicago. Lo
ricordo bene perché Annissi e mio padre litigarono il giorno prima
che Bullbow lo venisse a prendere.
C. Questo non risulta dalle testimonianze di suo padre sul caso
Tassel.
J.D. Mio padre non conosce bene l’inglese e non ama parlare di
queste cose. A quel tempo la polizia non pensò di interrogare me.
Io volevo venire a testimoniare ma mio padre mi convinse a non
farlo.
C. Lei mi sembra una ragazza sveglia. Lo sa bene che non credo a
nessuna delle diavolerie della vostra gente, ma faccia finta che ci
credi e mi dica, in tutta sincerità, che cosa pensa sia successo?
J.D. Signor Carson, ho appena vinto una borsa di studio e il

116
prossimo mese me ne andrò da questo buco. Mi dispiace per mio
padre, ma lui è contento così.
Nelle vostre scuole ho imparato ad essere razionale, ma la scienza
troppo spesso etichetta le cose inspiegabili con lo sbrigativo
appellativo di “fandonie”. Ci sono cose che la scienza
semplicemente non può spiegare.
Cosa penso che sia successo? Io glielo dico, ma faccia subito
interrompere la registrazione…

117
LE 101 PAROLE DI JONATHAN MACINI

LA BALLERINA

Girava, saltava, si contorceva soltanto per me. In sogno veniva a


trovarmi ogni volta che che lasciavo le porte della mente
spalancate. Questo succedeva di solito quando non ne potevo più
dell’ufficio e me ne andavo in campagna, a casa di Guglielmo.
Lui mischiava fiori esotici a radici campestri. La tisana faceva
rilassare ed apriva la mente, a quanto diceva il mio amico, ed
allora arrivava la ballerina.
Potevo distinguere un arco dietro di lei, e più oltre una scura
foresta. Sapevo che la foresta significava qualcosa di definitivo,
ma non specificatamente qualcosa di brutto.
“Intratteniamoci insieme, fino a quando durerà…”

GIOCHI DI GUERRA

“Ehi ragazzino, avvicinati un po’…”


Il vento del deserto, incanalatosi tra lo rovine della città, fece
alzare una nube di polvere attorno alla jeep. Il marine si tolse gli
occhiali scuri per pulirseli alla giacca della mimetica, il bambino
invece non ci fece caso e timidamente si fece avanti.
“Ti va di giocare?” sorrise l’uomo, porgendogli una palla ovale, di
quelle da football americano. Poi la scaraventò con forza oltre
un’alta siepe. “Valla a prendere, dai!”
Due minuti più tardi una forte esplosione squassò l’aria attorno al
soldato.
“Il campo è minato, sergente. Meglio prendere un’altra strada.”

POENA (dedicata a Bill Hicks)

L’amministratore delegato della multinazionale farmaceutica si

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stupì di trovarsi ancora prigioniero del suo corpo flaccido.
Sperava che col trapasso le cose cambiassero, invece… Faticava a
trascinare le sue membra lungo quel corridoio odoroso di
fuliggine. Avanzava verso un chiarore, un riverbero, ma non
riusciva a mettere a fuoco le immagini. Qualcuno lo stava
aspettando.
Si ritrovò davanti ad una figura massiccia, cornuta, avvolta dalle
fiamme. L’essere stringeva tra le mani unghiate un enorme fallo
nerboruto.
- Succhia il cazzo di Satana, mio devoto… – disse una voce
ombrosa.
- Ma… – balbettò lui.
- Ma cosa? Apri la bocca, dai…

RIGENERATORE DI SANITÀ

Arrancai verso il deck, le gambe gelatinose e la bava alla bocca.


Non ricordavo l’orrore che mi si era presentato, trasformandomi
in una sottospecie di ameba paglierina. Solo l’odore di cordite
sulle mie dita giustificava le ricariche vuote dello shotgun. Quella
cosa, la cui immagine aveva scavato nella mia mente estirpando
ogni radice della ragione, doveva aver assaggiato un bel po’ di
piombo.
Accesi il processore e afferrai lo spinotto. Indeciso se cercare il
plug-in dietro l’orecchio o infilzarmelo nell’occhio destro, scelsi
la prima opzione. Il programma iniziò subito a ripristinare i
collegamenti tranciati.
Sentii rifluirmi dentro la sanità mentale perduta.

PAMELA

Dovevo assolutamente trovare l’assassino di Pamela, non per


vendicarla ma per riuscire finalmente a dormire la notte. Appena
chiudevo gli occhi lei arrivava, con quel vestitino bianco a fiori

119
tanto grazioso, lo stesso che indossava quando la trovammo
riversa nel vicolo dietro il Saturnia, il locale dove lavorava.
Dopo aver interrogato ogni inserviente di quel postaccio, mi
convinsi che l’assassino non poteva nascondersi lì. Nel frattempo
riuscivo a tollerare i mal di testa causati dall’insonnia solo grazie
alle pillole che mi allungava un informatore.
Alla fine gli indizi mi condussero ad un seminterrato a tre isolati
dal bar. Era il mio.

IL PICCOLO TOBIAS

La mamma del piccolo Tobias era diversa quella sera. Se n’era


rimasta tutto il pomeriggio a fissare la TV sintonizzata su un
canale morto, due vacui occhi ancorati al tremolante nevischio
grigio.
Tobias giocava tranquillo con i treni sul tappeto rosso del
soggiorno. Quando sua madre gli disse di mettersi il pigiama gli
sembrò la cosa più naturale del mondo. Lei gli avrebbe
rimboccato le coperte e, prima di spengere la luce, dato un bacio
sulla fronte.
La sua testolina non ebbe il tempo di spiegarsi perché quella sera
sua madre, invece di augurargli la buonanotte, gli infilò le forbici
negl’occhi.

DOTTOR JACOB

Con Layla giocavamo a fare i dottori…


Tutto incominciò per sbaglio, perché spesso succede così, la vita
intendo, è tutta un dannatissimo errore! L’attrazione, il sesso, la
complicità, l’amore (o quello che è) e poi le prime litigate, gli
umori, le noie… Arriva il tempo in cui servono distrazioni, nuovi
stimoli, accelerazioni cardiache e sballi di testa. Ti prende una
fantasia che poi proponi al partner… e una cosa tira l’altra.
Quello stupido gioco risvegliò qualcosa in me che doveva

120
rimanere per sempre sopito.
“Chiamami dottor Jacob” le dissi, avvicinandomi con il bisturi in
mano.
Poi fu una pioggia di sangue.

L'ANNUNCIO

Quando la mente dell’uomo è in balia della quotidianità e delle


sue false promesse, la chiamata della nera signora diventa la più
potente delle calamite.
Giulia sognò ancora il parco alle prime luci dell’alba, il giornale
del vecchio sulla panchina datato 14/9/2009, il gatto rosso che le
passava davanti sulla pista da jogging, la mano che le afferrava i
capelli, la lama del coltello che le abbagliava gli occhi.
Ciononostante anche quel lunedì 14, come al solito, decise di
uscire per andare a correre al parco.
Fu così che la morte sorprese Giulia, pur avendole annunciato più
volte la sua venuta.

L'ASCIA COLEMAN

Gli spaccai il cranio con un’ascia Coleman, in acciaio inox e


carbonio. L’impatto fu preciso, quasi inatteso. Lui cercò di evitare
il colpo ed invece andò incontro alla lama. Seguì un rumore
freddo ma rotondo, una sorta di “TOC” con rimasugli liquidi, tipo
“Flascch”. Sentii uno schizzo tiepido sulla guancia, ma non chiusi
gli occhi. Il modo in cui l’arma si faceva strada tra la molliccia
materia cerebrale era a dir poco affascinante. Tra il “Toc” e il
“Flascch” avvertii un simpatico rantolo, l’urlo morente della mia
vittima.
“Così impari a scoparti le donne degli altri”, dissi. Poi mi venne
fame.

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IL CASO LESTER ROBERTS

Lester Roberts, il caso più assurdo che mi sia mai capitato!


C’era qualcosa di strano nel rapporto dell’autopsia. Lo dissi al
tenente, ma lui mi guardò sbieco. “Vai a farti fottere, Morgan!”
Ma insistetti su quella strada, perché sentivo che era quella giusta.
Dopo quattro giorni di menate burocratiche riesumarono il corpo.
Quando aprirono la bara ero lì, come un bimbo davanti a un uovo
di cioccolato.
“Che diavolo ti aspetti di trovare?” domandò il sergente.
“Questo!” risposi io, indicando alcuni graffi sotto il coperchio.
Lester Roberts, sepolto vivo per l’errore di un dottore, aveva
inciso il nome del suo assassino.

LUCY

Non avevo mai creduto al diavolo, almeno fino al giorno in cui la


lasciai. Lucy si chiamava. Come le altre incominciò a
tormentarmi con gli sms.
“Usciamo domani?”
“Dove sei?”
“Chiamami!”
A me ne bastò uno per chiudere il discorso. “È stato bello,
piccina…”
Ma ero io l’illuso.
Venne a trovarmi in sogno, accompagnata dal demonio. Mi disse
che se non tornavo da lei potevo dire addio alla mia anima. Anche
se non frequento le chiese alla mia anima ci tengo…
Come è finita? Splendidamente!
Ci siamo sposati, abbiamo due bellissimi figli e un mutuo da
saldare in vent’anni.
Maledetto demonio!!!

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RAGAZZA REVOLVER

«Quanto mi rimane?»
«Dipende…»
«Dipende da cosa?»
«Da quanto ci sai fare…»
Il suo corpo asciutto, perfetto, si mosse sopra il mio come quello
di un insetto. Il revolver, enorme e stretto con forza nella mano
destra, sembrava un appendice del suo braccio. Ogni movimento
faceva si che le corde che mi tenevano legato al letto mi
tagliassero ulteriormente i polsi e le caviglie.
«Riesci a rimanere duro?» sussurrò lei, infilandomi la canna in
bocca.
Chiusi gli occhi. La sentivo dimenarsi come una mantide
religiosa.
Attesi il bang, ma arrivò il suo urlo di piacere.
Se ne andò regalandomi un bacio.

L'ARMATA DEGLI INFERI

Il bimbo guardò il padre che, protendendosi tra i merli del


castello, scrutava inorridito l’orizzonte. Lui era il Re. Lui avrebbe
saputo come affrontare l’Ombra.
«Papà, ho paura» sussurrò il ragazzino.
Nel cielo d’oriente, un’orda di draghi e cavalieri spettrali puntava
irreparabilmente verso di loro. Volti di teschio rapiti da risate
folli, orbite vuote in cui perdere il senno, lame affilate pronte a
recidere carne umana.
Il padre continuava a guardare, ammutolito, immobile, rapito da
quella visione infernale. La speranza risiedeva nel Re.
«Papà…» Ma la speranza morì, quando il padre girò lo sguardo e
riconobbe il terrore nei suoi occhi.

123
VAMPIRA

La fece entrare, e lei affondò i suoi canini affilati nel suo


avambraccio.
Sentì i muscoli irrigidirsi, le palpebre spalancarsi, come se i suoi
occhi volessero schizzare fuori dalle orbite, i denti digrignare, le
orecchie fischiare, avvertì un crampo all’altezza del polpaccio e
una sensazione di bagnato sulla punta del pene. Percepì tutto
questo nel tempo di un respiro, poi arrivò l’onda, il mare,
l’oceano, il calore, il torpore, la carezza, il profumo, la melodia,
l’abisso, il buio, la quiete.
Sciolse il laccio emostatico e rimase a sognare i cerchi di sabbia.
Quel sogno fu l’ultimo dono della sua amica Vampira.

LA CHIAMATA DI CTHULHU

“O Tu che giaci morto ma eternamente sogni, odi il Tuo servo Ti


chiama. Odimi, o possente Cthulhu! Odimi, Signore dei Sogni!
Nella Tua Torre a R’lyeh ti hanno imprigionato, ma Dagon
infrangerà le Tue maledette catene, e il Tuo Regno risorgerà…”
Li spari interruppero il canto. Una figura sottile era apparsa sotto
la volta del santuario, mirando alla testa del sacerdote. Pezzi di
cervello e schegge di cranio adornavano adesso l’altare. Si
udirono zampettii e strascichi, e l’uomo seppe che non aveva
tempo da perdere.
La benzina si rovesciò nei cunicoli del tempio. E il fuoco purificò
la notte dagl’incubi.

LA GIOSTRA

«Salta sulla giostra» mi disse il diavolo, sorridendo. «C’è il


cavallo bianco, l’auto della polizia, la motocicletta. Vieni, che ci
divertiamo!»
Io guardai il diavolo che vendeva i biglietti, nel vecchio luna park

124
di periferia, e pensavo che forse ne poteva anche valere la pena.
«Quanto costa un giro?»
Il suo sorriso divenne una risata.
«Ma niente caro. La mia giostra è gratis. Gratis! Ah, ah, ah!»
Nonostante la motocicletta fosse davvero una bomba, gli voltai le
spalle e me ne andai.
Nella vita a volte puoi anche permetterti di giocare insieme al
diavolo, ma ricordati di non farlo mai gratuitamente.

LA MIA VERA NATURA

Le urla sono la parte migliore.


Mi credete pazzo? Eppure i dottori continuano a dire che non ho
nulla. Certo, loro mica lo sanno quello che faccio alle ragazze
come Sara.
“Ciao Sara, come ti trovi nella tua nuova gabbia?”
Mia madre mi portò dallo strizzacervelli che avevo appena dieci
anni. Diceva che avevo dei problemi a socializzare. La verità è
che lei aveva paura di me. Chissà dov’è adesso…
“Sara, stai tranquilla. Tra poco sarà tutto finito.”
Alla gente piace credere che si guarisce rimovendo il male. Per
anni ho fregato i dottori…
È stato l’unico modo per mantenermi vivo.

IL TRENO

Quando il treno corre non mi preoccupo. Il tempo rimane sospeso,


e niente può succedermi. Per questo motivo amo viaggiare,
specialmente di notte, quando tutto sembra dormire. Mi perdo
nelle luci lontane; case, lampioni, auto…
42 chilometri separano le mie due vite, una tratta che l’intercity
copre in meno di mezz’ora. Ed io, due volte al giorno, 14 volte la
settimana, seduto nello scompartimento di seconda classe, con la
testa poggiata al finestrino, con gli alberi e le case che mi

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sfrecciano davanti, mi sento finalmente sereno.
Potrei chiedere di più?
E perché mai? Io sono un tipo che si accontenta.

L'EVOCAZIONE FATALE

Krisha, evocatrice dell’Ombra, rimase dentro i confini dei


disegni; cerchi e simboli tracciati col gesso sotto la navata del
tempio. Domandava i servigi di Ukrodrolhak, Ombrato del
settimo cerchio.
E lui venne e la stette ad ascoltare, annuì obbediente scrutando le
sue forme sotto l’abito del rituale.
Scattò un tentacolo nero come l’oblio. Afferrandola prese le
sembianze di una creatura ispida e bavosa. Le spinse la faccia sul
freddo pavimento, le montò sopra infilzandola col suo enorme
membro, le tirò i capelli fino a romperle il collo.
Inorriditi?
E che cosa ci aspettavate da una storia di demoni?
Ah, ah, ah!!!

SIBILLA

Secondo voi potevo lasciarla vivere, dopo quello che mi ha fatto?


Non sarei riuscito a dormire un’altra notte sapendola nel letto di
quel bastardo.
Mia cara Sibilla, ricorderò sempre le tue borsette alla moda, le
sigarette sottili che fumavi, ed i rossetti accesi che ti davano
quell’aria un po’ aristocratica. E poi naturalmente i pizzi…
Ma che ti è saltato in mente? Davvero pensavi di potermela fare
sotto il naso?
Aspetta che ti rimetto a posto i capelli. Ecco, così… Guarda che
casino!
Addio tesoro, adesso vado da lui. Vedrai, non sarò altrettanto
caritatevole. Ho davanti tutta la notte per divertirmi….

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RITA

Rita danzava col vento, e fu lui a rapirla.


Pic-nic in riva al lago, farfalle impazzite di un aprile assolato.
Una bottiglia di bianco frizzante, grissini al sesamo e datteri. Le
dissi: “Sei fantastica!”. Lei rise e incominciò a ballare.
A luglio successe di notte, sulla spiaggia. Le stelle potrebbero
raccontarvelo. La luna invece no. Se la faceva con il mare…
Poi venne quel giorno d’ottobre, sopra un letto di foglie di
platano. Piroette. Baci. Le sussurrai: “Ti amo!” Mi rispose
ridendo…
Fu il vento di febbraio a portarmela via, quello che ti gela le ossa,
quello che ti spezza dentro.

LA FETTINA

Il coltello penetra facile. È una buona lama; Made in Germany. A


lavoro lo uso per disossare polli e conigli.
La noce di burro si scioglie rapidamente nella padella
antiaderente. Alla radio passano un motivo di Tom Jones, e allora
divento preciso, armonioso.
La carnetta è di quella giovane, appena diciott’anni, rosea e
profumata. Il pezzo è quello del fianco destro, accanto alla natica;
boccone da buongustaio.
Le urla le muoiono nel tovagliolo stretto tra i denti, ormai intriso
di saliva e lacrime.
Il burro è pronto; inizio a cucinare. La fettina sfrigola solleticando
l’olfatto.
Mi verso un bicchiere di Ornellaia.

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DESIGNAZIONE DANNATA
(Un tautogramma di Jonathan Macini)

Destato dal demonio


Dominerò da dentro
Desideri di dei deformi

Designazione dannata
Destituitami dal diavolo
Dono dolente
Debosciato
Deleterio
Degradante

Dispenserò deprecabili diatribe


Discorrendo di dei disillusi
Disfacendo domini di duttilità

Donerò dottrine dannate


Discutendo
Dividendo
Depredando

Destino dissacrante

Disegno diffamatorio
Disincanterò diplomaticamente
Deriderò duramente
Disarmerò devotamente

Destinazione deforme…

Defluiranno dazi…

Debellerò Dio, defecandolo.

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Finito di pubblicare nell'agosto 2010

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Tutto il materiale di questo libro è sotto


“Creative Commons Attribution 2.5 Italy License.”

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