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27 ottobre 2021 - 13:22 > Versione online

Moda, gli abiti hanno un genere? La


storica Sarti: “Da gabbie a forme di
espressione”
Se finora lo stile – e non solo – è stato costruito attorno a dicotomie come “uomo –
donna” e “femmine – maschi”, che dividono in sezioni negozi e oggetti di vario tipo, oggi
vi è l’esigenza, soprattutto tra le nuove generazioni, di smarcarsi da questa
interpretazione binaria della società esprimendo la propria soggettività, qualunque essa
sia.
È il gender neutral o genderless, un trend in crescita. Lo sanno bene le aziende, che
rispondono alle esigenze di un mercato sempre più inclusivo con nuovi packaging e
strategie di comunicazione – di recente persino una nota multinazionale di giochi ha
eliminato le etichette indicanti il genere sui loro prodotti. Le case di moda, in questo
senso, sono state le apripista di questa tendenza: nonostante la suddivisione di genere
sia ancora molto presente nel settore, sono sempre di più le firme che scelgono di
rendere indefinibili i confini tra il maschile e il femminile invocando la libertà di
espressione e dimostrando che i vestiti non hanno genere. Ma è davvero così? La moda
genderless è solo una fase o un vero cambio di paradigma? Lo abbiamo chiesto a
Raffaella Sarti, docente di Storia Moderna e Storia dei Generi all’Università di Urbino.
Nel suo Vita di casa, abitare, mangiare, vestire nell’Europa moderna scrive che dal
Tre-Quattrocento “gli abiti maschili e femminili vengono fortemente differenziati”: perché
nasce questa distinzione?
A partire dal basso Medioevo i maschi iniziano a utilizzare un abbigliamento che scopre
e separa le gambe. Tali trasformazioni non riguardano i vestiti di tutti gli uomini: bambini
maschi, clero, magistrati e anziani continuano a portare abiti ampi che coprono le
gambe. Questa trasformazione è influenzata dal diffondersi delle armature a piastre (al
posto delle cotte di maglia) e accelerata dalla diffusione delle armi da fuoco a partire dal
XV secolo. Sotto le armature, infatti, si potevano indossare solo vestiti attillati: questo
spiega perché tali trasformazioni hanno riguardato solo l’abbigliamento di maschi adulti.
I pantaloni, da esclusivo appannaggio degli uomini, sono poi stati utilizzati anche dalle
donne, senza distinzioni. Questo cambiamento può suggerire che i vestiti, come molti
sostengono, non abbiano genere?
Per noi storici questo tipo di domanda è un po’ metafisica. Oltre a proteggere dal freddo,
da sempre i vestiti classificano o cercano di classificare: nobili, religiosi, borghesi,
militari. Dal Rinascimento fino al Seicento il trucco delle donne era così pesante che
faticavano a girare la testa, le dame dell’élite erano letteralmente ingabbiate in abiti poco
pratici, che sottolineavano la non necessità di lavorare. Oggi vi è l’esigenza di maggiore
libertà nel vestire e si possono utilizzare più stili nella stessa giornata: una donna, ad
esempio, può optare per un abbigliamento genderless la mattina e poi la sera indossare
i tacchi alti e un abito femminile. Mi pare una libertà rilevante, che smonta in parte il
ruolo dei vestiti come identificatori delle identità di genere. Anche l’“appropriazione” di
abiti maschili è stata una esigenza, come l’invenzione di nuovi capi poi non ripresi dal
guardaroba degli uomini: le gonne corte e le minigonne.
Esiste un altro elemento che ha vissuto una trasformazione simile?
Le tasche. Oggi non vengono utilizzate da un genere in particolare, ma agli inizi del
Novecento un abito maschile aveva molte tasche per contenere soldi, chiavi, orologio,
etc. Gli abiti da donna non ne avevano, era più elegante usare la borsetta, anche se

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27 ottobre 2021 - 13:22 > Versione online

poco pratica. Il crescente desiderio, da parte delle donne di classe media e medio-alta,
di abiti più funzionali per una vita più dinamica, ha portato alla diffusione di vestiti dotati
di tasche e di borse da portare a tracolla.
Da un lato il mondo della moda sembra abbracciare sempre più la concezione
genderless, dall’altro continua a proporre nette distinzioni. Secondo lei si tratta solo di
una fase o è possibile sia iniziato un vero cambio di paradigma?
La risposta richiederebbe un’analisi articolata. Siamo in una fase storica di affermazione
delle libertà individuali e i vestiti, in quanto elementi importanti del modo in cui ci
presentiamo, permettono l’espressione di soggettività diverse. L’abbigliamento a-gender
che si sta diffondendo convive con vestiti che invece enfatizzano le identità. Questo offre
una notevole varietà di scelta: non solo per persone diverse, ma anche per marcare vari
momenti come dicevo prima. Che i capi di abbigliamento da gabbie siano sempre più
elementi che permettono di esprimere, se e quando lo vogliamo, le soggettività
individuali, mi pare una trasformazione importante.

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