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Storia, linguaggio

e prospettive del vestire


in Sardegna
COSTUMI
Storia, linguaggio
e prospettive del vestire
in Sardegna
Collana di
Indice
ETNOGRAFIA E CULTURA MATERIALE

Coordinamento
Paolo Piquereddu

Progetto grafico e impaginazione 7 VESTIRE FRA TRADIZIONE E MODERNITÀ


Ilisso edizioni Maria Teresa Binaghi Olivari
Grafica copertina
Aurelio Candido 15 NOTE DI STORIA DELL’ABBIGLIAMENTO IN SARDEGNA
Paolo Piquereddu
Stampa
Lito Terrazzi, Firenze 61 IL SISTEMA VESTIMENTARIO
Referenze fotografiche Franca Rosa Contu
La campagna fotografica è stata realizzata da Pietro Paolo Pinna; le immagi-
ni, quando non diversamente indicato in didascalia, appartengono all’Archi- 68 L’abbigliamento femminile
vio Ilisso. Le fotografie nn. 69, 206, 326, 387-391, 401, 465, 480, 691, 693,
fanno parte invece dell’Archivio ISRE, foto Virgilio Piras. 228 L’abbigliamento maschile
Si ringraziano i fotografi e gli archivi pubblici e privati che hanno genero-
samente collaborato rendendo disponibili alcune immagini. 298 L’abbigliamento infantile

Tutte le opere pubblicate quando prive di ulteriore indicazione apparten- 317 TRADIZIONE E QUOTIDIANITÀ. L’ABBIGLIAMENTO FEMMINILE A ITTIRI
gono a collezioni private. Giovanni Maria Demartis

331 I COSTUMI FEMMINILI DI GALA DI OSILO E PLOAGHE


Ringraziamenti Giovanni Maria Demartis
Si ringraziano il Direttore del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Po-
polari di Roma, Stefania Massari e il Direttore dell’ISRE, Paolo Piquereddu 339 L’INVENZIONEDEL CORPO ARCAICO. L’ABITO TRADIZIONALE SARDO
per aver consentito l’accesso alle collezioni e agli archivi degli Istituti da NELLA CULTURA VISIVA TRA OTTO E NOVECENTO
loro diretti.
Un ringraziamento particolare al personale del Museo della Vita e delle Giuliana Altea
Tradizioni Popolari Sarde di Nuoro; del Museo Nazionale delle Arti e Tra-
dizioni Popolari di Roma; della Collezione Piloni dell’Università di Cagliari 371 UN TIPICO COSTUME SARDO: EDITARE I COSTUMI IN CARTOLINA
per la sensibile e generosa disponibilità prestata durante il lavoro. Enrico Sturani
La nostra gratitudine va a quanti hanno collaborato, a vario titolo, alla rea-
lizzazione di quest’opera, in particolare: Stefano Gizzi, Soprintendente ai
BAAAS per le province di Sassari e Nuoro; Francesco Nicosia, Soprinten- 387 “SA VESTE”
dente ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro; Mario Serio, Bachisio Bandinu
Direttore Generale per il Patrimonio Storico Artistico e Demo-Etnoantropo-
logico di Roma; Anna Maria Montaldo, Direttrice della Galleria Comunale 395 LE MODE DEL VESTIRE SARDO
d’Arte di Cagliari; Giovanni Antonio Sulas; Luciano Bonino; Rosalba Floris;
Stefano e Annapia Demontis; AT LARGE; Maria Angelina Paffi; Angela Pug- Michela De Giorgio
gioni; Monica Sale; Michele Pira; Santina Accaputo; Peppinetta Mulas; Pa-
squalina Guiso; Nicoletta Alberti; Angela Cocco; Costanza Congeddu; Mar- 409 MODA E TRADIZIONE. SARDEGNA: UNA REALTÀ DA CUI ATTINGERE
gherita Braina; Ugo Mele; Carla Marras, Cristina Murroni Charles e Silvia Bonizza Giordani Aragno
Sotgiu per la collaborazione nella raccolta ed elaborazione dati relativi al
saggio “Profili economici del settore abbigliamento in Sardegna”.
423 SUL CONCETTO “SISTEMA DI VESTIARIO”. DUE ETNOGRAFIE A CONFRONTO
Marinella Carosso

429 ROMA 1911. L’AVVIO DI UNA RACCOLTA MUSEALE NAZIONALE


Stefania Massari

435 MUSEI E COSTUMI


Paolo Piquereddu
© Copyright 2003
ILISSO EDIZIONI - Nuoro
449 PROFILI ECONOMICI DEL SETTORE ABBIGLIAMENTO IN SARDEGNA
Marco Vannini
www.ilisso.it
ISBN 88- 87825-84-X 457 BIBLIOGRAFIA
Vestire fra tradizione e modernità
Maria Teresa Binaghi Olivari

Gli abiti tradizionali, come tutti i vestiti, sono sensazioni battendo con la propria storia, propongo il seguente mo-
della pelle e meccanica dei gesti, a cui si aggiungono la desto ragionamento.
coscienza di appartenenza e lo spessore di una storia Il “costume popolare”, quale è definito dagli studi nei
che tocca un’identità profonda. Di una forma tanto radi- suoi significati sociali e nelle sue componenti formali,
cata nel vivere quotidiano, gli studi elaborati per questo appare totalmente differente dall’abbigliamento usuale
volume definiscono uno stabile patrimonio di dati certi. nella moderna civiltà occidentale. Nell’abito tradizionale
Risulta assodato in primis che l’abito tradizionale sardo i segni forniscono informazioni sulla regione di apparte-
rende riconoscibile la regione di appartenenza, il sesso, nenza, sul ceto e sui diversi ruoli all’interno del ceto, le
l’età, lo stato anagrafico e il ruolo di ciascun membro cui varianti sono determinate dal sesso, dalla professio-
della comunità. Altrettanto rigido e inequivoco è il re- ne e dalla condizione di legittimo coniuge. È del tutto
pertorio delle forme a cui è affidata la trasmissione dei estranea alle funzioni di un abito moderno la necessità,
significati: i pantaloni o la gonna, la camicia, il corpetto, imprescindibile per un abito tradizionale, di indicare se
il grembiule e gli indumenti più esterni, le acconciature, la persona è residente a Cagliari o a Nuoro. Anzi, deve
i colori, i nastri e pochi altri componenti. essere del tutto irriconoscibile dall’abito se la persona
Tutti gli elementi formali si articolano secondo schemi che vediamo transitare a Olbia risiede a Tokio o a Parigi.
modulari, a cui solo la qualità dei materiali e della con- Non diversamente, sarebbe una sbalorditiva stravaganza
fezione conferisce un segno individuale, poiché sono ri- se l’abbigliamento informasse tutta la comunità sullo sta-
strettissimi i margini di scelta personale concessi dall’ap- to civile di chi lo indossa. Per una donna (come per un
parato di informazioni e di moduli, che rappresentano uomo) essere vergine, fidanzata, sposata o vedova è
la collocazione di un membro della comunità nella scala un’informazione che si trasmette con strumenti diversi
delle funzioni. dall’abito. Allo stesso modo non è l’abbigliamento ad
Le fogge, articolate in moduli per un esiguo gruppo di informare sulla professione. Un elegante commesso di
significati, sono radicate in realtà territoriali molto ri- salumeria può vestire esattamente come un principe del
strette, che comprendono numerose varianti e formano foro e veste certamente meglio della generalità dei pro-
una specifica identità culturale. fessori. Dall’abbigliamento oggi in uso spesso risulta dif-
Si è infine situata nella seconda metà del Settecento l’ori- ficile distinguere persino un maschio da una femmina,
gine della struttura. benché si tratti di due tipologie con qualche differenza
Con la medesima configurazione e nel medesimo pun- evidente nell’architettura del corpo.
to della storia si delineano gran parte dei “costumi po- Il distacco tra gli abiti tradizionali e quelli “borghesi” è
polari” europei. confermato e ribadito dalla forma delle fogge e dall’ac-
Il valore speciale dell’abito tradizionale sardo risiede, costamento dei colori. Nell’abito femminile, la lunghez-
oltre che nella ricchezza del suo repertorio formale, an- za e l’ampiezza delle gonne, la sequenza camicia-gon-
che nella sua lunga vitalità e soprattutto nel suo con- na-corpetto-giubbetto con le varianti delle forme ornate
fronto con la modernità, ora. dal frequente accostamento del colore rosso con l’azzur-
La Sardegna, come ben si dimostra negli studi qui rac- ro; nell’abbigliamento maschile, la sequenza calzoni-
colti, di quella modalità di rappresentazione offre an- gonnellino-camicia-corpetto-giubbetto compongono un
cora oggi un dizionario ricchissimo e di svariatissima repertorio incomunicabile all’abito moderno. Quest’ulti-
vitalità. mo impiega forme e sequenze molto varie, e soprattutto
Presumendo di porgere qualche argomento a chi sta di- costruite sulla dimensione individuale di un corpo.
Nell’abito “borghese” la rappresentazione preminente è
quella dell’individualità fisica, espressa principalmente
1. Giuseppe Sciuti, Ingresso trionfale di Giommaria Angioy a Sassari,
1879, decorazione del Salone del Consiglio, nell’aderenza dell’abito al corpo. Per ottenere la com-
1 Sassari, Palazzo della Provincia (particolare). piuta perfezione della forma “borghese”, fu necessario

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abbandonare gradualmente tutte le forme artificiate di dici della Curia arcivescovile», e anche mercanti.2 Insom-
imbottiture e corsetti, a ciò aggiungendo l’elaborazione ma tutti i gradi della nobiltà e le più alte professioni.
della nozione di taglia e una tecnica sartoriale assai A Bologna, la Provisio emanata il 24 marzo 1453 dal car-
complessa, riproducibile meccanicamente. dinale Bessarione, legato apostolico, ampliando e chia-
Al contrario, gli elementi dell’abito tradizionale sono rendo le disposizioni precedentemente vigenti in città,
costruiti con notevole approssimazione dimensionale, restituisce alla percezione storica odierna un’immagine
quasi moduli intercambiabili da persona a persona e da ben definita della scala sociale tra la fine del Trecento e
generazione a generazione. la seconda metà del Quattrocento. Al vertice stavano i
Dopo la rappresentazione dell’individualità, il censo è la nobili (Milites), seguivano i Dottori in Legge e in Medici-
successiva informazione trasmessa dall’abito “borghese”. na, poi i membri delle Arti Maggiori (notai e banchieri, e
E la quotidiana esperienza consente di omettere le prove. inoltre Draperii e membri Artis Sirici, «dummodo … non
Nonostante le radicali differenze, le due tipologie convi- faciant artem manibus propriis, campsores [banchieri]
vono da oltre due secoli e, assai probabilmente, da pa- vero sint, patroni et magistri»), i membri delle Arti Infe-
recchi decenni in più. riori (beccariorum, spetiariorum, lanarolorum, straza-
Tuttavia è necessario completare il quadro con un’ulte- rolorum, mercariorum, bambasariorum, et aurificum),
riore rilevazione di diversità. Merita conto ricordare che gli artigiani (magistri lignaminis, calzolariorum, salaro-
l’abito “borghese”, nella sua complessiva configurazio- lorum, muratorum, fabrorum, pellipariorum, sartorum,
ne, si è composto in confronto e in contrasto con l’abito barberiorum, cartolariorum, pellacanorum, piscatorum,
nobiliare, e rappresenta uno dei segni formali della fine cimatorum, rechamatorum et tinctorum), e infine, sul
della società per ceti e dell’inizio della società per classi. gradino più basso della società, i contadini (comitati-
Non serve hic et nunc una dettagliata argomentazione ni).3 L’oggetto delle prescrizioni era in massima preva-
dei tempi e dei modi che hanno scandito l’affermazione lenza l’abito delle donne (sponsa, uxor vel filia; donne,
dell’abito “borghese” su quello nobiliare. Basti ricordare figliole et spose), in cui si rappresentavano compiuta-
che i significati, le forme e le tecniche dell’abito “bor- mente il ceto di appartenenza e il ruolo dei mariti e pa-
ghese” sono il frutto di una vicenda specifica, nata nel- dri. Anche tra le donne la legislazione suntuaria preve-
l’area industrializzata dell’Europa alla fine del Settecen- deva una scala di valori. Un provvedimento riminese
to, e da lì diffusa in rapido ed esteso sviluppo. È stato del 1573 divideva le donne in quattro categorie con de-
l’abito della borghesia della rivoluzione industriale, ed è crescenti diritti: le donne sposate da oltre quattro anni,
ora adottato da tutta la civiltà occidentale e occidentaliz- le spose maritate da meno di quattro anni, le vedove e 2
zata fino all’Estremo Oriente. infine le donzelle.4 La Provvisione bolognese del 6 apri-
Con qualche sorpresa si deve ammettere che l’apparato le 1514 individuava anche la categoria delle spose che verso una immediata riconoscibilità dei ceti all’interno di danti per la cultura classica dell’Europa occidentale nel
di informazioni trasmesso dall’abito dell’Ancien Régime non avevano portato dote.5 una comunità, definendo i segni dell’appartenenza e san- periodo rinascimentale e barocco, ossia l’Utopia di Tom-
è simile a quello conservato nell’abito tradizionale. An- Nell’apparato delle leggi suntuarie finora note, costante- zionando l’evasione verso i ceti superiori. maso Moro e il Cortegiano di Baldassarre Castiglione.
che le fogge dell’abito nobiliare, composte su moduli mente si segnano le differenze degli obblighi tra i citta- Le leggi suntuarie si possono considerare un raffinatis- Nell’Utopia immaginata da Tommaso Moro «gli abiti so-
generali per forme e dimensioni, informavano sulla re- dini, gli abitanti del contado e i forestieri, ponendo la simo apparato costruito a tutela della struttura sociale no uguali per tutta l’isola e per ogni età, salvo differen-
gione e il ceto di appartenenza, sui ruoli e le funzioni prima distinzione nell’appartenenza territoriale e asse- per ceti. ze inerenti il sesso, oppure lo stato di celibe o di ammo-
della persona. gnando agli abitanti della città il livello più alto dei diritti Benché l’iterazione dei testi legislativi induca a dubitare gliato … Lo stesso principe veste come tutti, recando
Molti sono i documenti di vario genere che, distribuiti e dei doveri. Al grado inferiore erano additati gli ebrei e della loro efficacia, e anzi si registri costantemente l’eva- come unico segno distintivo un mazzo di spighe in ma-
in Europa su un lungo arco di tempo dal XIII al XVIII le prostitute, a cui erano prescritti dei segni esteriori ap- sione e l’opposizione ai controlli e alle pene, l’azione no. Il pontefice a sua volta ha come insegna un cero,
secolo, consolidano il sospetto della connessione. plicati alla persona, affinché non potessero sottrarsi alle normativa sull’abbigliamento continuò per secoli. portato da chi lo precede … La gente indossa in chiesa
Al primo posto, per la precisione delle definizioni e per proibizioni a cui erano soggetti. Entro i limiti così defini- La storia delle leggi suntuarie si esaurì con la Dichiara- bianche clamidi. I sacerdoti ne sfoggiano di vari colori,
il gran numero di testi, si collocano le leggi suntuarie. ti, le norme non obbligavano i singoli ceti a fogge spe- zione del 29 ottobre 1793 (8 brumaio dell’anno secondo finemente lavorate, di taglio splendido ma di stoffa co-
Esse furono emanate dal XIII al XVIII secolo, con lo sco- ciali: l’abito nobiliare, trasferendosi dal ceto dei Milites a della Rivoluzione Francese): «Nessuno potrà costringere mune. Non sono infatti ricamate in oro né tempestate di
po di fissare gli usi concessi a ciascun ceto e a ciascun quelli inferiori, si limitava a ridurre progressivamente la un cittadino o una cittadina a vestirsi in maniera partico- pietre preziose, ma intessute di piume multicolori d’uc-
ruolo all’interno dei ceti; i burocratici dettagli della nor- dovizia dei materiali e degli ornati. Non si rileva una lare … ognuno è libero di portare il vestito o la guarni- cello, disposte con tale gusto e abilità da figurare di
ma solitamente rappresentavano la struttura della società. struttura vestimentaria alternativa all’abito nobiliare. zione che gli pare».6 L’atto ratificava nell’abbigliamento gran lunga più preziose di qualsiasi altra decorazione».7
Per segnalare qualche saliente esempio tra quelli noti, si Molto spesso i legislatori giustificavano l’intervento nor- la fine della società articolata in ceti e l’inizio della strut- Dalla seconda metà del XX secolo gli studiosi evitano
ricordano gli Statuti milanesi del 1396, nella Rubrica ge- mativo con un argomento di natura economica: il dena- tura per classi. Concordemente gli studi rilevano la con- con imbarazzo il sogno di Tommaso Moro sugli abiti
neralis de infrixaturis et diversis vanitatibus, in cui si con- ro speso per il lusso era “denaro morto” ed era spesso temporanea stabilizzazione dei “costumi popolari”, un uguali per tutti. Abbiamo visto troppi sogni d’uguaglian-
cedevano ai cavalieri (militibus), ai dottori in legge e in causa di rovina per importanti patrimoni. Alla condan- sistema di abbigliamento radicalmente diverso dall’abito za generare mostri.
medicina, e ai “reggitori della città” le esenzioni dalle nor- na del lusso per ragioni economiche si aggiungeva la “borghese”. Ma l’uguaglianza degli abiti di Utopia, fondata sull’aboli-
me, in quanto membri dei ceti superiori.1 La successiva riprovazione morale, diffusissima e autorevole, come Singolari congruenze col sistema dell’abbigliamento tra- zione della ricchezza dei tessuti e dei gioielli, in verità
norma suntuaria milanese, risalente al 1498, più detta- gli interventi più noti di Bernardino da Siena e Bernar- dizionale si possono riscontrare non solo nella normativa conservava alcuni segni di distinzione. Il principe esibi-
gliatamente elencava le categorie privilegiate dall’esen- dino da Feltre. dell’Antico Regime, ma anche in due testi letterari fon- va un mazzo di spighe in mano, il pontefice era prece-
zione: senatori, conti, marchesi, baroni, militi, giurecon- Eppure le ragioni economiche e morali richiamate dalle duto da un cero e i sacerdoti nel tempio indossavano
sulti, fisici, licenziati dallo studio generale, «appartenenti leggi sembrano argomenti marginali rispetto al nucleo dei vesti liturgiche ornate da simboli religiosi realizzati con
all’ufficio degli Abbati del collegio dei notai e dei causi- significati primari. Questi sono compattamente orientati 2. Atzara, fine anni Venti, foto d’epoca. piume. Altre non precisate differenze individuavano il

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sesso e il ruolo nella famiglia. Nonostante la vis polemi- Quanto ai criteri generali di scelta, Federico Fregoso sag- francesi, spagnoli, ungheresi, svizzeri, e qualche curioso del modo di comporre le fogge. I mercanti e le loro
ca e il dono profetico di Tommaso Moro, egli non riuscì giamente proponeva: «Io in vero non saprei dare regola esotismo, quali i Babilonesi.13 Il gruppo dei “Rustici e mogli, i plebei e gli artigiani di poco si discostano dai
a delineare una società dalla struttura completamente determinata circa il vestire, se non che l’uomo si accomo- delle Rusticae”, prevalentemente spagnoli, già presenta- nobili. Tra i “rustici” e i servi, che rappresentano i livelli
sovvertita rispetto a quella in cui viveva. Al principe e ai dasse alla consuetudine dei più», specificando poco dopo to da Vico e ampliato da Ferdinando Bertelli, apre un te- inferiori della società, le donne talvolta non hanno ma-
sacerdoti conservò una riconoscibilità esteriore, che tu- come gli abiti, «purché non siano fuori della consuetudi- ma di ricerca che non so quanto esplorato, ossia il rap- niche e rimboccano quelle della camicia, spesso indos-
telava i vertici anche nell’immaginaria società di uguali. ne, né contrari alla professione, possano per il resto tutti porto tra l’abbigliamento tradizionale attualmente vigente sano il grembiule, le loro gonne sono corte al polpaccio
Allo stesso modo, la differenza dei sessi e la discrimi- stare bene, purché satisfacciano a chi li porta. Vero è che e quello contadino documentato nelle immagini dei se- o rimboccate e non sempre sono imbottite ai fianchi.
nante del matrimonio nelle relazioni della comunità fu- io per me amerei che non fossero estremi in alcuna par- coli XVI e XVII. Ma non mancano mai il corsetto teso e scollato, unito
rono affidate alle differenze dell’abito, che pure era sta- te, come talora suole essere il francese in troppa grandez- Il libro di De Bruyne, bellissimo e assai ricco, riproduce ad una gonna larga. Se poi sono contadine delle campa-
to immaginato come un cardine dell’ugualitarismo di za, e il tedesco in troppa piccolezza». un grande numero di abiti, tra cui molti italiani di vari gne veneziane, quando «si vedono in Venetia il giorno
Utopia. Il Principe, i Sacerdoti e il terzo stato, i ruoli al- I valori degli abiti, nella scala fissata dal Castiglione, ri- ceti.14 Con molti “rustici” dell’Europa settentrionale, so- dell’Ascensione di Nostro Signore, il loro abito è rutilan-
l’interno della famiglia, e la loro riconoscibilità affidata siedevano principalmente nell’adeguamento all’uso loca- no raffigurati anche i Piemontesi e la Bresciana. Qual- te di sboffi di camicia, maniche abbottonate, corsetti,
al vestito, compongono lo stesso schema sociale e cul- le («si accomodasse alla consuetudine dei più – e ancora che dubbio sul rigore metodologico dell’autore suggeri- nastri, bottoni, doppie gonne, quasi come un abito no-
turale delle leggi suntuarie. – purché non siano fuori della consuetudine»); a questo sce cautela nel suo uso come fonte. biliare».20 Gli uomini portano giubbetti, corsetti e calze
Nel Cortegiano è dedicato all’abbigliamento il capitolo seguiva l’identificazione del ceto (la “professione”) e in- Il testo più importante e attendibile, sia pure con qualche aderenti di complessa confezione.
quinto del secondo libro. Qui Giuliano de Medici chiede fine la “soddisfazione”. Quest’ultima, insieme con l’as- riserva, è quello di Vecellio, notissimo anche agli studiosi E soprattutto rappresentano sempre l’appartenenza ad
a Federico Fregoso «di quale maniera si debba vestire il senza di estremismi che immediatamente seguiva, erano di storia dell’abbigliamento tradizionale.15 una terra specifica.
cortigiano … Perché in questo vediamo infinite varietà: e ragioni di stile individuale, in cui si radica la legittimità Il Gynaecaeum di Jost Amman pre- Nessuno dei volumi appena ri-
chi si veste alla francese, chi alla spagnola, chi vuole pa- della presenza della moda nella storia dell’arte. senta, in 120 fogli, gli abiti femmi- cordati riproduce abiti di genti
rere tedesco, né ci mancano ancora di quelli che si vesto- Appare ben curiosa l’insistenza sui caratteri regionali in nili di tutte le regioni europee, sarde.
no alla foggia dei turchi; chi porta la barba, chi no. Saria un testo nato in una cultura cosmopolita e destinato ad catalogati secondo l’apparte- Sembra dunque che l’abbi-
adunque ben fatto sapere in questa confusione eleggere una strepitosa fortuna internazionale. La prevalenza del- nenza geografica e secondo gliamento tradizionale espri-
il meglio».8 Con il termine sprezzante di “confusione” si la rappresentazione territoriale è tanto profondamente i ceti e i ruoli (Gallica virgo ma una catena di valori e uno
riprovava l’uso di fogge estranee al centro radicata nella coscienza di Baldassarre Castiglione da es- nobilis, Regina hispanica, Ve- schema di rappresentazione
di appartenenza, sia corte o sia re- sere rappresentata nel suo testo anche nella modalità di neta plebeia).16 pertinenti al “Classicismo di
gione o sia nazione. L’area geo- un cenno d’ironia. Federico Fregoso afferma: «Quale è Le didascalie identificano la na- Antico Regime” (un’espres-
grafica di residenza, quale signifi- di noi che vedendo passeggiare un gentiluomo con una zionalità e il ruolo anche nel ric- sione rubata all’introduzione
cato preminente dell’abito, fu roba addosso quartata di diversi colori, ovvero con tante co repertorio di Pietro Bertelli, di Amedeo Quondam al Cor-
ribadita nella risposta di Frego- stringhette e fettucce annodate e fregi traversati, non lo che contiene ampi e poco scru- tegiano) e là ampiamente docu-
so, che lamentava l’estinzione di tenesse per pazzo o per buffone? – Né pazzo, disse polosi riferimenti alle tavole di mentati. Si può affermare che nel-
un abbigliamento riconoscibil- Messer Pietro Bembo, né buffone sarebbe costui tenuto Vecellio. 17 l’abbigliamento tradizionale sopravvive
mente italiano («Ma io non so da chi fosse qualche tempo vivuto nella Lombardia, per- Segue il testo di Alessandro Fabri.18 l’abito nobiliare?
per quale fato intervenga che ché così vanno tutti».10 Infine le tavole di Giacomo Franco ap- La conclusione, invero assai curiosa, scatta
l’Italia non abbia, come sole- Lo schema d’interpretazione secondo l’appartenenza geo- paiono ormai percettibilmente orienta- a chiusura di un sillogismo. Ma il ragiona-
va avere, abito che sia co- grafica, il ceto e la funzione all’interno di esso si ribadi- te a riferire eventi di cronaca più che mento, percorso con un meccanismo lo-
nosciuto per italiano»).9 sce in una serie di importanti testi illustrati, raffiguranti fi- repertori di fogge.19 Ma intatto per- gico, sembra trovare riscontri e prove.
gurini di abiti di tutto il mondo.11 mane lo schema dell’esposizione dei Nella società tra Umanesimo e Illumini-
I libri più documentati e diffusi si riducono ad un elen- costumi femminili veneziani, che ini- smo i ruoli istituzionali erano affidati a
co relativamente breve che, per buona memoria, qui si zia con la Dogaressa, prosegue con tre ceti, o stati: i nobili, il clero e le co-
dispone in ordine cronologico. la gentildonna, la novizza e la mo- munità (borghesi, artigiane, agro-pasto-
Enea Vico, nelle sue 32 incisioni, definì ogni soggetto in glie del mercante, e si conclude con rali). La riconoscibilità dei membri degli
una piccola epigrafe, in cui la regione di appartenenza la Cortegiana. stati era vitale al funzionamento della
era il primo termine, seguito dal sesso e dalla funzione Tutti le immagini dei libri di model- società, ed era tutelata con la forza
sociale.12 Nel testo sono raffigurate solamente genti assai li suggeriscono che il passaggio dal delle leggi, della persuasione, della
lontane: molte donne spagnole “rusticae”, una dama di ceto superiore a quello inferiore è consuetudine e con ogni altro mezzo
Francia e una di Fiandra, con una Galla serva seu flan- segnato da una riduzione dell’am- di contrasto ad una mobilità sociale,
drensis, soldati tedeschi con le loro donne, poi Tartari, piezza dei modelli e della ricchezza in realtà difficilmente contenibile.
Turchi, Epiroti, Etiopi. Molti degli abiti riprodotti sono tu- dell’ornato, ma non da un’“alterità” Si sono qui proposti gli esempi del-
niche sciolte e variamente drappeggiate o sovrapposte le leggi suntuarie, di due testi lette-
l’una all’altra, non riscontrabili in altre testimonianze, rari di rilevantissima influenza in
quasi fossero composti secondo canoni convenzionali. 3. Emma Calderini, Costume Europa tra il Cinquecento e il Sei-
Le immagini di Vico offrivano un repertorio di abiti esoti- festivo di Bitti, in E. Calderini, cento e di un impegno editoriale
ci, che forse fu di qualche utilità agli artisti, fossero essi Il costume popolare in Italia, specifico sul tema degli abiti, con
Milano 1934.
pittori, scultori o allestitori di spettacoli. Ferdinando Ber- larghissima diffusione euro-
telli, per il suo testo di 64 tavole, riconfermò la sequenza 4. Emma Calderini, Popolana pea negli stessi secoli. Il
di Dorgali, in E. Calderini,
3 identificativa già proposta da Vico e ne prelevò alcune Il costume popolare in Italia, lungo processo di af-
incisioni, che integrò con altre, relative ad abiti italiani, Milano 1934. 4 fioramento dell’abito

10 11
“borghese” è sovrapponibile per cronologia a quello La locuzione “modello basico”, non impropriamente adot- Note
della nascita dell’abito tradizionale. Nel momento in cui tata anche per l’analisi delle arti contemporanee, nella
definitivamente cessò la società per ceti (1789, data del- moda è abitualmente impiegata e spesso si adotta per si-
la Rivoluzione Francese), si estinsero le leggi suntuarie gnificare il complesso composto da blue-jeans e T-shirt.
(1793, data della dichiarazione della libertà d’abbiglia- Con un paio di jeans e una T-shirt tutte le persone sono
mento). Nel medesimo momento nacquero contempora- uguali: il figlio dell’imperatore del Giappone e la ragaz-
neamente l’abito “borghese” e l’abito tradizionale. È ac- za di una periferia metropolitana appaiono ugualmente
certato e ampiamente dimostrato che prima della metà moderni e ugualmente semplici nella struttura di un cor-
del Settecento la dicotomia non esisteva. Quando la ri- po che si differenzia solamente per l’individualità di chi
voluzione industriale ebbe sostituito i ceti con le classi, lo indossa.
l’unico segno di appartenenza sociale fu la rappresenta- È la compiuta realizzazione dell’antico sogno di Tom-
zione della ricchezza individuale. maso Moro, che è entrato nei nostri armadi con quasi
La simultaneità dell’origine dell’abito “borghese” e di mezzo millennio di ritardo. Nei primi anni Sessanta del
quello tradizionale si aggiunge alla dimostrazione di una Novecento, il Minimalismo e i blue-jeans nacquero con-
sostanziale identità di forme e significati tra l’abbiglia- temporaneamente dalla medesima necessità di riportare
mento dell’Ancien Régime e quello tradizionale. il linguaggio formale alle strutture minime della comuni- 1. E. Verga, “Le leggi suntuarie milanesi”, in Ar-
Non sembra dunque del tutto fantasiosa l’ipotesi che cazione. Contrariamente all’Arte Minimale, i blue-jeans chivio Storico Lombardo, XXV, 1898, pp. 17, 47.
l’abito tradizionale abbia conservato la struttura dell’abi- hanno ottenuto un reale risultato di globalizzazione del 2. E. Verga, “Le leggi suntuarie” cit., pp. 49-51.
to nobiliare, arroccandosi nel terzo stato per quasi due linguaggio, applicando una struttura ridotta all’ultima 3. La legislazione suntuaria. Secoli XIII-XV, Emilia-
Romagna, a cura di M.G. Muzzarelli, Ed. Archivi di
secoli. semplificazione, che azzera persino la differenza di sesso. Stato e Ministero per i Beni e le Attività Culturali,
Flavio Orlando aveva rilevato che non si rintraccia alcu- Lo straordinario evento dovrebbe rivelare nei popoli la Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Fonti, XLI, pp.
na testimonianza di un abbigliamento specifico delle felicità per il raggiungimento dell’assoluta uguaglianza. 148-151.
classi subalterne fino ai decenni centrali del Settecento, a E invece no. Non si può evitare di sentire le richieste, 4. La legislazione suntuaria cit., pp. 671-675.
cui giunge unicamente la documentazione dell’abito no- sempre più massicce e talvolta violente, di tutelare le 5. La legislazione suntuaria cit.
biliare.21 D’altra parte nel 1550 Sigismondo Arquer riferi- identità storiche locali e peculiari. 6. La legislazione suntuaria cit., p. XXV.
va sui sardi e i loro vestiti: «vivunt in diem vilissimoque Contro l’azzeramento delle differenze, uno dei fortini di 7. T. Moro, Utopia, Roma 1994, pp. 49, 74, 91.
vestuntur panno»; e nel 1559 Giovanni Francesco Fara resistenza dell’identità storica si colloca nella difesa del- 8. B. Castiglione, Il Cortegiano, a cura di A. Quon-
annotava l’uso dell’orbace, insieme con un carattere mol- l’abbigliamento tradizionale. dam, vol. I, Milano 2002, p. 133.
to sobrio e privo di lussi.22 Forse la modernità ha bisogno di qualche tempo ancora 9. B. Castiglione, Il Cortegiano cit., p. 133.
Lo stesso Orlando ha suggerito non pochi riferimenti al- per comprendere le parole di Baldassarre Castiglione 10. B. Castiglione, Il Cortegiano cit., p. 135.
l’abito nobiliare nell’abbigliamento tradizionale sardo: il sugli abiti forestieri: «Né pazzo, disse Messer Pietro Bem- 11. Per i libri con incisioni di modelli di abiti vede-
re: H.M. Hiler, Bibliography of costume, New York
cosso col gilet, la camicia maschile sassarese dal colletto a bo – e Messer Pietro Bembo ancora oggi è tenuto per 1939; J.L. Nevinson, “L’origine de la gravure de
punte insaldate con la golilla, i cartzones con i pantalon, uomo sapiente ed elegante –, né buffone sarebbe costui mode”, in Actes du I Congrès International d’Hi-
le ragas con i “calzoni alla rhingrave”, le uose d’orbace e tenuto da chi fosse qualche tempo vivuto in Lombardia, stoire du Costume, Centro Internazionale delle Arti
e del Costume, Venezia 1952; M. Ginsborg, An in-
il collettu con l’abbigliamento militare del XVII secolo, il perché così vanno tutti». Ma il primo suggerimento è troduction to fashion illustration, Pitman Publ.,
corsetto femminile con i busti seicenteschi, l’uso delle che la persona «si accomodasse alla consuetudine dei London 1980.
imbottiture.23 più», per rispetto e a tutela della dignità di tutti. 12. E. Vico, Diversarum gentium nostrae aetatis
habitus, Venezia 1558.
Semplicemente.
Riflettere sul vestire tradizionale potrebbe contribuire a 13. F. Bertelli, Omnium fere gentium habitus, Ve-
nezia 1569 (I ed. 1563).
formare la risposta per una domanda cruciale dei nostri 14. A. De Bruyne, Omnium pene Europae, Asiae,
giorni. Possono saldarsi armonicamente l’appartenenza Africae et Americae gentium habitus, Antwerpie
ad una specificità storica e la condivisione di una cultura 1581.
globale? 15. C. Vecellio, Habiti antichi et moderni di tutto
il mondo, Venezia 1590 (I ed. 1585).
La domanda solleva problemi dolorosi, a cui non pare
siano state finora trovate risposte praticabili. E non si sta 16. J. Amman, Gynaecaeum, Francoforte 1586.
parlando solamente di vestiti, ovviamente. Se si pronun- 17. P. Bertelli, Diversarum nationum habitus, Pa-
dova 1589.
cia la parola chador, la tensione si fa palpabile.
18. A. Fabri, Diversarum nationum ornatus, Pa-
In questo groppo della storia contemporanea, la Sarde- dova 1593.
gna potrebbe offrire un esempio di armonia fra la tradi- 19. G. Franco, Habiti delle donne venetiane, Vene-
zione e la modernità. L’abbigliamento tradizionale sardo, zia 1610.
di cui sono fissati in questo testo i caratteri di varietà, 20. C. Vecellio, Habiti cit., pp. 141v.-142r.
longevità e attuale vitalità, può suggerire qualche rifles- 21. F. Orlando 1998, p. 44.
sione per alleviare la fatica della convivenza di storie di- 22. S. Arquer, Sardinae brevis historia et descriptio,
verse. Basilea 1550 (Cagliari 1922); G.F. Fara, De choro-
graphia Sardinae libri duo; trad. in G.F. Fara, Ope-
Uno dei caratteri preminenti della modernità è ricono- re, a cura di E. Cadoni, Sassari 1992; cfr. F. Orlan-
sciuto nel globalismo, di cui è segno inequivoco il mo- 5. Emma Calderini, Contadina di Aritzo in costume di gala, do 1998, p. 44.
dello basico dell’abbigliamento. in E. Calderini, Il costume popolare in Italia, Milano 1934. 23. F. Orlando 1998, pp. 56-95.
5

12 13
Note di storia dell’abbigliamento in Sardegna
Paolo Piquereddu

Il complesso vestimentario oggi riconosciuto come co- – corpetto e gilet (corìttu, còsso, groppètte) senza mani-
stume popolare della Sardegna rappresenta l’esito di un che, con abbottonatura a uno o a doppio petto, in pan-
lungo processo di trasformazione e rifunzionalizzazione no di lana o in velluto liscio o operato, di diversi colori;
indumentaria che prende avvio nel XVI e si conclude al- diffusi in tutta l’isola si indossano sulla camicia;
la fine del XIX secolo. – giubbetto (zippòne, corìttu), generalmente confeziona-
L’Ottocento produce una documentazione testuale e to mediante tessuti di importazione (panno, velluto, seta
iconografica di straordinaria ampiezza e varietà da cui, broccata) e con chiusura a doppio petto sul davanti; po-
insieme alla configurazione del territorio, alle vicende teva essere guarnito sul petto e sulle maniche con bot-
storiche, ai dati economici e climatici emergono i modi toni d’argento;
di vivere dei Sardi: del lavorare e far festa, del mangia- – calzoni bianchi (carzònes), molto ampi e di lunghez-
re, dell’abitare e, ciò che qui interessa, del vestire. za variabile, di lino o cotone o anche di orbace; veniva-
Questa letteratura formalizza e rende finalmente visibile no indossati sia con le estremità inferiori libere che infi-
il catalogo delle articolazioni dell’abbigliamento utilizza- late dentro le uose di panno o di orbace;
to dalla gran parte della popolazione dell’isola e, nel – gonnellino nero (ràgas, carzònes de furési), di orbace
contempo, ne sancisce la fine come vestiture d’uso; sic- o panno, di varia lunghezza ma prevalentemente corto,
ché è una sorta d’inventario prae morte che viene fuori increspato in vita, con fitta pieghettatura e con i lembi
dal mare magnum di studi ponderosi, relazioni, diari, anteriore e posteriore collegati da una sottile striscia; ve-
reportages, memorie, che inviati governativi, letterati, niva indossato sopra i calzoni bianchi;
militari, o viaggiatori un po’ fuori rotta dal Grand Tour, – brache (carzònis) larghe, nere, d’orbace o di panno,
al termine del loro soggiorno, danno alle stampe a Tori- lunghe grosso modo al ginocchio, diffuse soprattutto
no, Milano, Parigi, Londra, Lipsia e altre città europee.1 nelle regioni sud-occidentali dell’isola; si portavano so-
Per quanto attiene al versante maschile il sistema di cui pra i calzoni di tela bianchi.
si parla comprende sommariamente: Soprattutto in area centro-settentrionale l’insieme formato
– copricapo a sacco, con bordi arrotondati (berrìtta), lun- da gonnellino, calzoni e uose appariva talvolta sostituito
go circa cm 50, nero o rosso, di orbace, panno o velluto; da calzoni a tubo di orbace nero, di panno o fustagno.
– camicia bianca di lino o cotone (bentòne, camìsa), Sopra quelli descritti potevano essere indossati, a secon-
molto ampia, con o senza colletto talvolta ricamato o da del mestiere e delle circostanze, altri indumenti:
fornito di asole per gemelli d’oro o d’argento; – giacca di orbace nero (cappottìnu) con cappuccio e
bordi interni guarniti di velluto nero;
– cappotto lungo di orbace nero (gabbànu), completo
6. Raffaele Aruj (attr.), Ballo in fila con suonatore di launeddas, di cappuccio, con lungo spacco posteriore;
1850-55 ca., olio su tela, Cagliari, coll. Piloni (particolare).
– mantello di orbace nero (sàccu de cobèrri), indumento
7. Uomo di Nuoro, 1914, fotografia di Vittorio Alinari. da lavoro particolarmente diffuso, costituito da due teli
La foto ritrae un rappresentante del ceto agiato in abbigliamento
canonico, cui si aggiunge un raffinato gilet d’astrakan. Questa e le rettangolari cuciti fra loro su due lati consecutivi; si chiu-
altre fotografie di Alinari riprodotte più avanti, tutte di straordinaria deva sul petto mediante fermagli a catenella (gancèra);
qualità, hanno avuto una grandissima diffusione in Italia e all’estero – soprabito di panno grosso e morbido, color marrone,
attraverso pubblicazioni, riviste, album, cartoline postali in
bianconero o colorate. Il loro ininterrotto successo ha fatto sí che con cappuccio (cappóttu serenìcu), con ampie profilatu-
finissero per rappresentare un corpus dei tipi umani e delle fogge re di velluto e ricami, diffuso principalmente in area ca-
vestimentarie della regione, prevalentemente di donne attraenti e gliaritana, dove sostituiva il gabbànu;
di uomini prestanti, attenti alla cura del corpo e degli abiti: un volto
della Sardegna a un tempo esotico e raffinato. – soprabito, senza maniche, di pelle conciata (colléttu),
aderente al corpo, generalmente lungo fino alle ginoc-
8. Ragazza di Osilo in abito nuziale, 1913, fotografia di Vittorio Alinari.
Negli anni di realizzazione di questo scatto fotografico il costume di chia, allacciato a lembi sovrapposti sul davanti e fermato
6 Osilo era oramai divenuto uno dei più noti e rappresentativi dell’isola. in vita mediante una larga cintura;

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7 8
– veste senza maniche di pelli intonse, di agnello o di all’esterno, e, invece, tanto diverso e articolato nell’ambi-
pecora, e di lunghezza variabile, usata soprattutto dal pa- to del territorio isolano, suscitò l’interesse dei visitatori
store; indicata in vario modo da zona a zona (sas pèddes, extrainsulari per due ragioni principali: da un lato l’arcai-
bèst’e pèddi, zamàrra, ervechìna), corrisponde alla ma- cità delle vesti maschili, nelle quali, inevitabilmente, ve-
struca più volte nominata dagli scrittori classici come ca- niva riconosciuta l’eredità del mondo mediterraneo anti-
ratteristica dell’abbigliamento dei Sardi; co; dall’altro la varietà e la ricchezza di quelle femminili.
– scarponi (cosìnzos, iscarpònes) con spesso fondo di Le considerazioni sul vestiario maschile si inscrivono in
cuoio imbullettato, tacco abbastanza alto, lunga stringa- una lettura complessiva, perdurata fino alla metà del XX
tura, punta piuttosto stretta. secolo, di una Sardegna fuori dalla storia, refrattaria ad
Passando all’ambito femminile, gli elementi essenziali assorbire influenze esterne, segnata da una “insularità
comprendono: isolata”.
– copricapo: semplice, consistente in un fazzoletto, o La produzione storiografica dell’ultimo quarantennio ha
composito, costituito dalla sovrapposizione di due o più definitivamente superato quest’impostazione ricollocan-
indumenti (cuffia, benda, velo, pannetti, fazzoletti, do la Sardegna nel bel mezzo delle vicende che nel cor-
manto, mantiglia, scialle, gonna, ecc.); so dei secoli hanno attraversato il Mar Mediterraneo ed
– camicia: bianca, di lino o di cotone (camìsa, ca- evidenziandone una posizione di centralità, ancorché
mìja, lìnza), era generalmente molto ampia e lunga, nella dipendenza.2
con increspature al collo, chiuso con gemelli d’ar- Questo vale pienamente anche per l’ambito indumenta-
gento o d’oro, e ai polsi; la parte più importante, rio: le ricerche negli archivi dell’isola, di Pisa, Genova,
sempre decorata con accurati ricami, era quella Torino, Barcellona, Madrid e di altre città che storicamen-
anteriore, destinata a rimanere in vista; te hanno avuto relazioni non sporadiche con la Sardegna
– corpetto (pàla, imbùstu, còsso): era realizzato hanno rivelato una partecipazione spesso neppure signi-
con tessuti di vario tipo e qualità e nelle fogge ficativamente ritardata alle trasformazioni dell’abbiglia-
più disparate; presentava struttura rigida in area mento in Europa e, a partire dal Seicento, perfino alle vi-
settentrionale, dove consisteva in un vero e pro- cende della moda.
prio busto; in area nuorese aveva struttura mor- Certo le suggestioni derivanti dall’esame della statuaria
bida e dimensioni ridotte, in taluni casi, ad una nuragica, specie se guidato dalle parole di Giovanni Lil-
stretta striscia, sostenuta da sottili spalline, pas- liu, sono forti ed emozionanti; non si può non rimanere
sante sotto il seno e terminante con due appen- coinvolti in un gioco di riconoscimento e di scoperta, nei
dici triangolari; veniva allacciato sotto il seno segni di indumenti talvolta appena delineati, di un com-
con nastri o ganci; plesso di vesti a noi familiari e berrìtte, mastruche, manti,
– giubbetto (zippòne o corìttu): era realizzato sem- pastrani e giacche con cappuccio, giubboni, gonnellini
pre con tessuti pregiati (panno, velluto di cotone e di se- maschili, brachette, gambali, sandali. Talvolta caratterizza-
ta liscia o operata, sete damascate e broccate); la lun- te da stupefacenti pettinature maschili e femminili a trec-
ghezza era variabile e le maniche potevano essere strette cia, sono immagini di capo tribù, di guerrieri, di sacerdo-
e sagomate o aperte sino al polso; spesso erano fornite ti, sacerdotesse e soprattutto di pastori e contadini e delle
di asole sulle quali veniva sospesa una serie di bottoni loro donne che agli occhi dei Sardi offrono la rappresen-
d’argento (buttonèra); tazione di un antico e impossibile album di famiglia.3
– gonna (tùnica, fardètta, munnèdda, saùcciu): sempre Tra le tante statuine, che a questo proposito si possono
lunga ed ampia, veniva confezionata sia con orbace che menzionare, particolarmente significative risultano il Ca-
con tessuti di produzione industriale e di varia qualità po con stocchi e scudo alle spalle e L’offerta della gruc-
quali panno di lana e cotonina; presentava quasi sem- cia per la ricchezza e i particolari dell’abbigliamento.
pre una piegatura sulla parte posteriore e, raramente, su Giovanni Lilliu vi legge nel primo una tunica cui è so-
quella anteriore, che in genere veniva coperta dal grem- vrapposto un giubbone, verosimilmente una sorta di co-
biule. L’indumento poteva essere impreziosito sul bordo razza di cuoio, delle alte uose che proteggono «le gam-
inferiore da una balza e da nastri policromi; be dal ginocchio al collo del piede e, accessorio non
– grembiule (frànda, pannéllu, antalèna, fàrda): di pan- molto frequente in queste figurine, la calzatura che è
no, orbace, seta, tulle e tessuti meno pregiati, poteva
avere forma e dimensioni variabili;
– calzature: le tipologie più diffuse sono basse (iscàrpas), 9. Abito maschile festivo, Quartu S. Elena, anni Cinquanta
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
di pelle marron o nera, talvolta di vernice o rivestite di Realizzato nei primi anni Cinquanta del Novecento, sulla base del
tessuti broccati o ricamati, con grande fibbia metallica o modello in uso tra Ottocento e Novecento, fu donato dal Comune
fiocchi; o stivaletti (bottìnos) con spessa suola bombata di di Quartu S. Elena al costituendo Museo del Costume di Nuoro.
cuoio imbullettata, punta affusolata, tomaia di vitello nero 10. Abito femminile festivo e di gala,
o vernice, tacco generalmente di altezza modesta. Quartu S. Elena/Monserrato, prima metà sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
Il vestiario sopra descritto, che, al pari della lingua, ap- È probabilmente l’abito più prestigioso del museo nuorese per l’alta
pariva unitario e riconoscibile come sardo se rapportato qualità dei materiali e dell’esecuzione delle singole parti.

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costituita da una specie di sandalo di cuoio con la suo- ma anche di vesti per l’esercito che stanziava nell’Isola e
la allacciata al dorso del piede da larghe fascette che la- che rapidamente fu provveduto a tal richiesta. È anche
sciano nude le punte delle dita accuratamente segnate detto che Caio Gracco, essendo questore del proconsole
nei particolari»; nel secondo personaggio si sofferma, L. Aurelio Oreste, conseguì che i Sardi concedessero be-
tra l’altro, sul berretto, notando che «la calotta bombata nevolmente le vesti necessarie alle milizie Romane.
e il lembo ripiegato sulla fronte ben marcato, rivelano Il beneficio recato dagli isolani all’erario romano procu-
la consistenza effettiva della materia del copricapo – la rando vesti all’esercito era più notevole di quello che
stoffa di lana caprina (l’orbace) – ed il tipo dello stesso: possa apparire ai tempi nostri nei quali la produzione
cioè l’archetipo dell’attuale “berritta sarda”, un berretto meccanica dei tessuti si è a mano a mano estesa ed ha
maschile, tipicamente mediterraneo, di larga diffusione reso men cari che nei secoli passati i vestiti. Per gli an-
(v. anche la “berrettina” catalana)».4 tichi le vesti di lana, frutto di lungo lavoro manuale,
Al di là di queste straordinarie “coincidenze” è inconte- erano merce preziosa. Nel caso nostro basti ricordare
stabile che gli indumenti sui quali storicamente si è fon- che nel 190 a.C. la richiesta fatta dai Romani di cin-
data la specificità e la riconoscibilità dei Sardi, vale a di- quecento toghe e di altrettante tuniche ai cittadini di
re la mastruca, la berrìtta e le ràgas unite ai calzoni Focea contribuì a determinare una sollevazione».7
bianchi di tela sono tutti afferenti a una koinè vestimen- Il singolare episodio è entrato a far parte di una sor-
taria mediterranea. ta di mitologia positiva della letteratura storica sarda;
L’indumento che più di qualsiasi altro, nel corso dei se- in questo senso può essere letta la rappresentazione
coli, è stato associato ai Sardi, la mastruca, rimanda a nazional-popolare che viene offerta dall’opera di
una tradizione d’uso estesa ben oltre i confini dell’isola, Giovanni Marghinotti, I sardi offrono vesti e viveri ai
se non altro per la semplice ragione che le pelli costitui- legionari di Caio Gracco (1850 ca.), attualmente con-
scono i primi, insostituibili abiti dei popoli pastorali. servata nel Palazzo Civico di Cagliari (fig. 15).
E tuttavia i celebri, sprezzanti epiteti ciceroniani di Sar- Lo studio di Giulio Paulis sul termine cèrga, tsèrga, tsrè-
di Pelliti e mastrucati latrones, i testi di Quintiliano, San ga, col quale ancora negli anni Cinquanta del Novecento
Girolamo, Isidoro, di Strabone e Nindoforo e di tanti al- si indicava nell’isola il vestiario che il padrone forniva ai
tri ancora hanno accompagnato attraverso i secoli la ma- contadini o pastori suoi dipendenti quale parte della re-
struca, connotandola come indumento proprio della Sar- munerazione, ha reinserito il vocabolo in un quadro sto-
degna.5 rico assai utile anche per la storia della produzione indu-
Certo, questa semplice veste senza maniche, formata mentaria sarda: «Significante in origine ‘veste’, il vocabolo
dall’unione di quattro pelli intonse di pecora o di capra, fu inizialmente impiegato, con riferimento alla vestis col-
è tra quelle che nell’isola è rimasta in uso per più lungo latio, per designare i capi di vestiario per le truppe che
tempo: ancora negli anni Sessanta del secolo scorso non gli abitanti dell’impero erano tenuti a fornire alle sacrae
era infrequente incontrare nelle campagne della Marmil- largitiones in ragione dei possedimenti fondiari e del nu-
la, Trexenta, Sarrabus pastori “mastrucati”. Oggi la ma- mero di lavoratori agricoli insistenti su un determinato
struca è indossata dalle maschere dei mamuthones di territorio. Siccome i maggiori contribuenti erano, ovvia-
Mamoiada e dei merdules di Ottana: a queste maschere mente, le persone più facoltose e i grandi proprietari
come ad altre simili di tanti paesi pastorali dell’Europa e terrieri, in Sardegna continua a chiamarsi Qèrga, attèrga,
del Mediterraneo (Spagna, Slovenia, Croazia, Bulgaria) tsèrga il vestiario che il padrone dà ai servi in occasio-
si affida il compito di trasformare chi le indossa in esseri ne delle feste o a fine anno come parte della remune-
alieni, propiziatori di beni per la comunità.6 razione pattuita. Sul finire del IV secolo, tuttavia, il
Che i Sardi non fossero i barbari incolti e primitivi de- contributo per la vestis fu commutato in oro (la co-
scritti da Cicerone e invece disponessero di capacità siddetta adaeratio vestis militaris), sicché il lessema
produttiva in grado di risolvere le difficoltà vestimenta- continuato nel srd. med. come cerga, zerga, ther-
rie nelle quali si trovò l’esercito di Roma nel corso della ga andò progressivamente ampliando il suo signi-
seconda guerra punica è ricordato da Ettore Pais, che, ficato sino a designare qualsiasi tributo di natura
riprendendo la testimonianza di Plutarco, scrive: «La ma- reale che i sudditi erano obbligati a versare de
struca derisa da Cicerone non era però l’unica veste de- causa issoro al fisco regio o ad altra autorità da
gli Isolani. Abbiamo veduto che, durante la seconda cui dipendevano».8
guerra punica, Roma fece richiesta non solo di grano, La presenza del termine in numerosi docu-
menti medievali sardi, spesso associato al
ginithu che indicava «originariamente il la-
11. Abito maschile festivo, Orgosolo, 1970 voro obbligatorio compiuto presso gli stabi-
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. limenti tessili di proprietà statale»,9 e l’analisi
12. Abito femminile festivo e di gala, Orgosolo, 1970 che ne fa Paulis consentono di affermare che la cor-
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. responsione del tributo reale costituito dalla fornitura
Questo costume, oltre che dai gruppi folcloristici, viene ancora
oggi indossato come veste nuziale da un buon numero di ragazze tessile e indumentaria presupponeva nell’isola un siste-
di Orgosolo. ma produttivo fondato su una notevole organizzazione

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di mezzi, di persone e di risorse tecnologiche; si aggiun- per gli indumenti pontificali: nei giorni di festa solenne
ge così un altro tassello di supporto al ragionamento che noi e i dignitari della nostra corte portiamo vesti di tale
supera l’idea di una Sardegna subcantonale frammentata colore e di tale lana».10
in monadi produttive libere e autonome. Laura Balletto dà conto degli intensi traffici commerciali
La partecipazione dell’isola all’articolata organizzazione intercorsi nei secoli XII-XIV tra Genova e Savona con la
produttiva statale d’epoca bizantina è peraltro indiretta- Sardegna, pubblicando 39 documenti inediti dell’Archi-
mente confermata da un documento talvolta addotto vio di Stato di Genova, dei quali si segnalano in partico-
come prova della produzione di un tessile di altissima lare due atti. Il primo è una dichiarazione resa al notaio
qualità: il bisso. Ricavato dalla lanugine di una conchi- Lantelmo di Genova il 28 settembre 1234: due fratelli di
glia, la pinna nobilis (nacchera), detto anche lana mari- Arenzano ricevono in accomendatione la somma di 8 li-
na, il bisso costitutiva uno dei tessuti più preziosi e ri- re di genovini per la vendita da effettuare a Bosa di due
cercati fin dall’età imperiale romana. In età bizantina pezze di stanforti lombardi (petiis duabus stanfortum
era utilizzato per la confezione degli abiti papali e dei lombardorum).11
dignitari; l’isola era assai probabilmente uno dei luoghi
di produzione della materia prima se non del tessuto fi-
nito, peraltro presente a Cagliari e a La Maddalena nel 13. Uomini di Sant’Antioco, 1926, fotografia di Max Leopold Wagner,
Berna, Istituto di Filologia Romanza “Karl Jaberg”.
primo Ottocento, secondo la testimonianza dell’Angius, Il grande studioso utilizzò il mezzo fotografico quale ausilio
e a Sant’Antioco ancora nel XX secolo. Nella lettera che ai suoi rilevamenti dialettologici per l’Atlante Linguistico Italiano.
papa Leone VI invia nell’851 allo judex di Sardegna si Le immagini sono perciò caratterizzate da immediatezza
documentativa piuttosto che da accuratezza tecnica e compositiva.
legge: «Se da voi o in uno dei vostri domini trovate del- I personaggi raffigurati indossano i larghi calzoni d’orbace in uso
la lana marina, quella che nella nostra lingua chiamia- nel Sulcis Iglesiente, e, salvo uno, la mastruca; tutti portano sopra
mo “pinnino”, non dimenticatevi di comprarla, a qua- la berrìtta un fazzoletto legato a soggolo.
lunque prezzo e di mandarcela perché ci è necessaria 14. Uomo di Sant’Antioco, 1914, fotografia di Vittorio Alinari. 14

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Nel secondo, redatto l’11 marzo del 1236: «Marchisio del Tra l’altro il testo conferma un dato raramente tenuto nei villaggi della Catalogna. La varietà è enorme: si va dai allacciato spesso con cordelle che, se allentate lasciano
Prione dichiara di avere ricevuto in accomendacione da presente nei lavori sulla storia dell’abbigliamento in Sar- drappi di Puigcerdà, di Saint Joan de les Abadesses, di vedere una stoffa più ricca».24
Ottobuono Tornello la somma di soldi 34 e denari 7, degna, vale a dire l’uso dei capi di vestiario quali mezzi Perpinyà, di Banyoles, frisons, brurells d’Olot, bristò, ai Un documento pubblicato da Maria Teresa Ponti nel 1959
impiegata in due bende sardesche di seta (duabus bin- di pagamento e di scambio, e indirettamente pone an- lini di Vich e alle estopes di Girona, fino alle tele d’Olan- informa dell’immediata diffusione della nuova moda; si
dis sardeschis de seta) da commerciare in Sardegna».12 che qualche interrogativo sulla possibilità di un mercato da, di Germania, di Carcassona e alle robes di Maiorca; tratta dello statuto del gremio dei sarti e calzettai, compi-
La presenza dei mercanti catalani in tutti i principali ap- di abiti usati, la cui presenza, per l’epoca di cui si tratta, ed ancora lino, cotone bianco e blu, ricami, raso, veli di lato nel 1532 e contenuto in un codice del XVI secolo
prodi del Mediterraneo era attestata ampiamente nei se- comincia ad essere oggetto di numerosi recenti studi ri- seta, berretti (bonets) e cappelli di feltro, barretes d’agul- dell’Archivio Comunale di Sassari.25
coli XII e XIII. Carmen Batlle ha posto in evidenza che feriti all’area settentrionale italiana.16 la: Cagliari ed Alghero si vestono alla catalana. Ma sol- Lo statuto riporta le tariffe che i sarti e i calzettai doveva-
«tra questi predominavano gli imprenditori barcellonesi Il condaghe, nel riportare il testo di una transazione tanto Cagliari ed Alghero? Verosimilmente anche i villaggi no rigidamente applicare, pena sanzioni pecuniarie, per
che si erano stabiliti sulle coste francesi, nel nord Africa, commerciale, riferisce di un cunduri de rocca: l’espres- – e non solo di pianura – subiscono la “contaminazione” la confezione di ciascuno dei manufatti. Ne viene fuori
a Cagliari e a Oristano, a Reggio e in altre città del sud sione, di difficile comprensione, è stata oggetto di anali- dei modi di vestire imposti dall’industria tessile catalana. perciò un elenco degli abiti maschili e femminili allora in
dell’Italia, così come naturalmente nella Sicilia recente- si storico-linguistica da parte di Giulio Paulis, che è riu- Componenti essenziali dell’abbigliamento dei contadini e uso e un quadro preciso della presenza di fogge di in-
mente conquistata». scito a svelarne il mistero. Per Paulis il termine sardo dei pastori sardi divengono la diffusissima berritta (negli fluenza catalana. Secondo le parole della Ponti: «I Sassa-
La Batlle ha ricostruito in particolare le vicende del mer- cunduri, di origine bizantina, è da ricollegare al vocabo- anni Cinquanta, l’etnografo Violant i Simorra di questo ti- resi più abbienti indossavano lunghe tonache di brocca-
cante barcellonese Guillem Lloret, che aveva aperto bot- lo usato in Terra d’Otranto (Soleto): kundùri, ‘sottoveste pico copricapo studiò con puntigliosa scientificità misure, to, guarnite di seta o di raso, corpetti aderenti pure di
tega a Oristano, attraverso l’analisi del testamento scritto delle donne nell’antico costume’. Il cunduri andava in- modi d’indossarla, colori e analogie con la barretina cata- broccato, ampie giacche, eleganti e comode mantelle;
il 6 novembre del 1301, poco tempo prima della morte, dossato sotto il rocca una ‘veste di sopra’. Lo studioso lana, siciliana e napoletana: “Desdè Nàpols a Marsella / erano in voga anche i cappotti col cappuccio increspato,
avvenuta nella città sarda. Il testamento informa che Llo- mette in evidenza, tra l’altro, che rocchetto «designava no floria un port sense ella”, cantava il poeta Verdaguer) larghi cappelli, guarniti di “rivet”; le donne indossavano
ret lasciava in eredità, tra le cose che qui interessano, dei un vestimento di cerimonia, proprio di alcune dignità e i barracani tessuti con burell, quella stoffa nera e ruvi- le “faldettes” (gonne) con bluse, corsetti con maniche o
panni di lana catalani e francesi, cipelles catalane, ovvero ecclesiastiche, simile alla cotta».17 da, ma impermeabile e resistentissima».20 senza, giubbe ampie. La classe media faceva confeziona-
«calzature molto primitive formate da una suola di legno Proseguendo nel suo ragionamento, Paulis affaccia l’ipo- L’importazione di berrìtte non ha mai avuto probabil- re gli stessi modelli con stoffe meno costose: il “contray”,
e da alcune cinghie di cuoio che le fermavano al piede», tesi che il cunduri potesse essere di bisso, a causa del mente periodi di interruzione anche nei secoli successivi, il cotone, lo “stamet”, il “fustagno”, la “saya” ed il cam-
e barracani barbareschi, che la Batlle indica come indu- valore che gli si attribuisce nel condaghe (7 sollos, corri- come documentato da diverse fonti. Flavio Orlando ha mellotto. Gli abiti da lutto, di qualunque tessuto fossero,
menti di lana impermeabile provenienti dal Nord Africa.13 spondente grosso modo a quello di due o tre buoi). avanzato l’ipotesi che le berrette di lana importate in Sar- avevano un’unica tariffa: un abito veniva a costare venti
Dati significativi coerenti con quelli emersi negli ultimi Dunque sembra probabile che la Sardegna producesse degna da Livorno alla metà del secolo XVIII, di cui dà soldi, un cappello “de dol” dieci soldi. Le gonne delle in-
decenni riguardanti l’attestazione nell’isola di un merca- tessili di scarsa qualità a mero uso interno e che invece notizia l’Anonimo Piemontese, potessero essere prodotte servienti, i cappelli dei paggi, fatti di “contray” o di coto-
to di abiti pronti, fin da epoca medievale; ciò a confer- importasse una grande quantità di tessuti e abiti pronti dalla manifattura pratese di Vincenzo Mazzoni.21 ne, costavano dagli otto ai dieci soldi».
ma dell’inconsistenza della teoria, diffusa soprattutto in di qualità sia dal continente italiano (Liguria, Lombardia, Un esempio dell’influenza della moda esterna a Cagliari Dalla lettura dello statuto del gremio emerge un altro
ambito etnoantropologico, che vedeva la produzione Toscana), sia naturalmente dalla penisola iberica. viene offerto da Gabriella Olla Repetto che riporta un dato di grande interesse: la proibizione alle donne di
del vestiario delle classi popolari tutta domestica, affida- Si può pertanto ragionevolmente ipotizzare che, a fronte documento quattrocentesco del notaio A. Barbens, con- qualsivoglia stato e condizione, di città o straniere, di ta-
ta alle donne, cui si attribuiva la responsabilità dell’inte- di un’attività commerciale caratterizzata da un mercato di servato nell’Archivio di Stato di Cagliari, relativo all’in- gliare abiti nuovi di seta, o calze, o altri capi di vestiario
ro ciclo lavorativo, filatura, tessitura, tintura, taglio, cuci- importazione di panni e tessili vari di alta, media e bassa troduzione di una foggia ritenuta tanto sconveniente da senza la licenza rilasciata dal gremio, pena una multa, il
tura, ricamo. qualità rigidamente controllata a fini fiscali, e comunque essere sottoposta a «una severa ammonizione ecclesia- che documenta l’insussistenza di un’altra diffusa convin-
Sempre Sassari, attraverso l’ordinanza di Ugone d’Arbo- riservata a una clientela abbiente e cittadina, la Sardegna stica, preludio alla scomunica … Nel 1480, imponendo zione sulla storia della produzione degli abiti nella so-
rea, aggiunta nel 1381 agli Statuti della Repubblica di dei piccoli centri continuasse a produrre lana e lino per la moda fianchi opulenti ed andature sinuose e sculet- cietà sarda, che cioè essa fosse parte dell’ordinario lavo-
Sassari e relativa ai sarti (mastros de pannu), fornisce ul- uso domestico e per un mercato ambulante che attraver- tanti, le donne cagliaritane, per rimediare alle carenze ro domestico.26
teriori preziose notizie sul vestiario in uso nelle ultime sava tutta l’isola. naturali, avevano fatto ricorso a ogni sorta di ingegnosi Si può pensare dunque a un mercato di tessuti e a una
decadi del Trecento: guneda de homine fodorata, gune- Ancora gli Statuti Sassaresi informano dei tessuti prodotti rinforzi. Pezzi di coltri, imbottiture di basti, giri di volan- produzione sartoriale di abiti di pregio riservati alle classi
da de femina incrispada, guneda a sa francesa; palan- in città nella seconda metà del Trecento: tela sottile, fu- ti attorcigliati più volte attorno ai fianchi, ogni marchin- abbienti; a un mercato di prodotti tessili e indumenti di
dra de homine o zerachu; mantedu assa castelana; fro- stianu rigadu o pilosu, guardanapu, tiazolu de manu, gegno sotto le gonne era buono per realizzare le volut- media e bassa qualità, e a una parallela produzione loca-
nimentu de fresos over de arguentu, o perlas.14 furesi (tela fine, fustagno rigato o “peloso”, tela per tuose rotondità».22 le, anzi domestica, portata avanti dai ceti più poveri, im-
Per guneda è senz’altro da intendere la gonnella, ovvero asciugamani e per fazzoletti da mano, orbace); danno, Anche a Cagliari, evidentemente, era già stata adottata la possibilitati ad accedere anche ai manufatti più modesti
la veste maschile e femminile tipica del medioevo euro- inoltre, notizia dei costi da riconoscere ai gualchierai spagnola faldia, una sottogonna a campana resa rigida e, talvolta, impegnati in attività di vendita ambulante.
peo, detta anche cotta e sinonimo di tunica. Il fatto che la (calcatores) per la follatura dell’orbace.18 da una struttura di materiali diversi, che aveva la funzio- Per il discorso che qui si sta facendo, lo statuto in esa-
guneda maschile fosse foderata (fodorata) indica che si L’orbace era dunque oggetto di un mercato isolano di ne di mantenere l’abito scostato dai fianchi. L’indumento, me assume particolare interesse per il vestiario femmini-
trattava di un indumento importante e di qualità, coeren- produzione, vendita e follatura. In ordine a quest’ultima introdotto in Spagna già nel Quattrocento, ebbe diffusio- le che, oltre a una serie di cappe, giacchette, manti, sai,
temente alle caratteristiche che questo capo cominciò ad operazione si cita il documento del 13 aprile 1338, attra- ne in tutta l’Europa nel secolo successivo. Rosita Levi Pi- cappelli di vari materiali (panni, sete, velluti), abiti da
assumere a partire dal secolo XII; vengono inoltre segna- verso il quale Pietro il Cerimonioso autorizza tale Pietro setzky informa che questa foggia «dal carattere nettamen- lutto, comprende gonne e giubbetti.27
lati una guneda a sa francesa e un mantedu (manto) alla Egidio di Sassari a costruire una gualchiera in quella te spagnolesco per la sua pomposità» viene proibita già Nell’elenco non si ritrovano più le gunedas maschili e
castelana; anche questi sono elementi molto significativi città.19 nel 1498 a Milano e nel 1508 a Perugia; provvedimenti femminili del tariffario trecentesco sopra ricordato, ad
in quanto informano dell’esistenza di fogge indumentarie Francesco Manconi ha messo in evidenza l’importanza analoghi a quelli registrati a Cagliari vent’anni prima.23 eccezione delle gonnelle de serventes o de pagesses: for-
di importazione, nettamente distinte da quelle locali. Infi- del traffico di prodotti tessili e indumentari dalla Catalo- Il Cinquecento, come è noto, vede l’affermarsi di un’im- se questo dato sta a indicare che la gonnella è divenuta
ne il testo dà conto della presenza di ornamentazioni gna e la loro influenza sull’abbigliamento dell’isola: «Ver- portante trasformazione dell’abito femminile, la sua divi- veste residuale, utilizzata ormai solo dai ceti più bassi, a
d’argento o di perle sugli indumenti d’orbace. so la metà del Quattrocento la più grande parte del traffi- sione in due parti all’altezza della vita: «La parte superio- fronte dell’affermazione della veste femminile divisa in
Un altro documento significativo inerente alle fogge fem- co da Barcellona e dai porti della costa catalana verso la re staccata sembra si possa riconoscere nel vocabolo vita e formata sostanzialmente da un indumento capo-
minili dell’abbigliamento sardo di epoca medievale viene Sardegna riguarda i panni, i famosi draps de la terra, di investitura o vestura, e più sicuramente in quelli di giup- spalla di varia foggia e da una gonna, vale a dire un ele-
offerto dal Condaghe di San Pietro di Silki.15 modesta qualità ma di buon prezzo, prodotti nelle città e pone, corpetto, corsetto, diploide, busto o cosso. Il busto è mento che copre il corpo dalla vita in giù.

24 25
sia il bronzetto con copricapo piumato della collezione
del Museo Nazionale Archeologico di Cagliari.29
Così come l’eredità linguistica di Roma, alla fine, è risul-
tata più duratura e profonda nella Sardegna interna, così
è lecito pensare che anche nel campo dell’abbigliamen-
to sia stata acquisita e fatta propria, fino ad assumere
carattere identificativo dei Sardi, la balza che il soldato
romano indossava sotto la lorica. La statuaria romana
ma anche tanta produzione scultorea e pittorica sarda
del Quattrocento e del Cinquecento, in particolare le
raffigurazioni dell’arcangelo Michele, offrono in questa
direzione non poche indicazioni.30
Le ràgas trovano una parentela con la gonna maschile
detta fustanella, usata in tutta l’area balcanica, dagli Al-
banesi al popolo nomade dei Saracatsans, e divenuta,
dopo il 1821, indumento dell’uniforme delle guardie
reali greche, nonché con il sottanino maschile detto ro-
mana portato dai mercanti alla fine del Cinquecento,
come documentato dal Vecellio.
E, ancora, non pare inutile ricordare che larghi calzoni
detti vraka (come ràga, di evidente derivazione da “bra-
ga”), lunghi fino al ginocchio, bianchi e di tela per il
periodo caldo e più pesanti, di lana anche scura, per
l’inverno, fossero adottati in diverse località della Tracia
15
e nelle isole di Creta, Skyros, Hydra, Cipro e diverse al-
15. Giovanni Marghinotti, I sardi offrono vesti e viveri ai legionari Un analogo processo può aver interessato la gonnella tre ancora.31
di Caio Gracco, 1850 ca., olio su tela, Cagliari, Palazzo Civico.
L’opera celebra un episodio riferito da Plutarco, relativo
maschile che dividendosi a sua volta in due parti dà luo- Né può essere senza significato, a proposito di scambi e
all’operazione di raccolta delle vesti per i soldati, svolta in Sardegna go a un giubbetto o corsetto e a una gonnellina pieghet- parentele con le regioni levantine, la presenza nell’abbi-
da Caio Gracco nell’inverno 125-124 a.C. tata, più o meno lunga, tenuta da una cintura di cuoio. gliamento maschile sardo del cappotto serenìcu prove-
Si tratterebbe insomma delle ràgas, o carzònes de furési, niente da Salonicco, adottato a Cagliari e nel Campidano;
che per ragioni di decenza vengono associate ai calzoni l’indumento nel secolo XVII veniva confezionato a Ca-
bianchi di lino, cotone e più raramente d’orbace. gliari da una colonia di “cappottari greci”. Il La Marmora
Che comunque questa combinazione già nel secolo XVI sottolinea giustamente che a differenza degli altri sopra-
17
fosse stata assunta nel vestiario popolare maschile del- biti sardi con cappuccio, confezionati con l’orbace, il se-
l’isola risulta dall’esame delle tre figurine di suonatori in renìcu utilizza un panno di grosso spessore e che «la Pur conservando un suo specifico percorso di riconfigu-
bassorilievo della chiesa di San Bachisio di Bolotana (fi- stoffa è importata dal Levante e dal Regno di Napoli e i razione estetica e funzionale, la storia dell’abbigliamento
ne del Cinquecento). Le formelle lapidee mostrano tre lavoranti che li eseguono sono tutti greci stabiliti nell’iso- della Sardegna va allora a riconnettersi a quella com-
suonatori: di corno; di piffero e tamburino (fig. 16); e di la dove non fanno altro. È assolutamente un indumento plessiva europea e mediterranea condividendone i prin-
uno strumento bicalamo. Gli ultimi due in particolare, levantino molto conosciuto in Italia e in molti paesi del cipali eventi sociali ed economici.
per la loro posizione frontale, mostrano un gonnellino Mediterraneo, dove è usato dai marinai e dai pescatori».32 Ferma restando l’ininterrotta importazione di tessili e abiti
con ampie pieghe, rappresentate da scanalature verticali, Questo particolare cappotto, ampiamente documentato di lusso destinati ai ceti nobiliari e alle famiglie più facol-
e il secondo un’alta cintura; tutti e tre recano un cappel- nei testi e nelle raccolte iconografiche del primo Otto- tose dei centri maggiori dell’isola, documentata da nume-
lo con piume. Su quest’ultimo e apparentemente singo- cento, ha subito un rapido abbandono. Risultano per- rosissime osservazioni di opere storiche e di viaggio del
lare elemento pare utile ricordare sia il passo del Gala- tanto di particolare interesse storico ed etnografico la Settecento, e dunque il persistere di un ambito vestimen-
teo di Monsignor della Casa, ripreso da Levi Pisetzky, fotografia (fig. 21) che ne mostra un esemplare indossa- tario privilegiato ed elitario non dissimile al resto d’Italia
quale moda diffusa nel Cinquecento («Le penne, che i to da un ricco cagliaritano, realizzata negli anni Settanta e dell’Europa spagnola, anche in Sardegna viene a confi-
napoletani, e gli spagnoli usano di portare in capo»),28 dell’Ottocento dal fotografo Giuseppe Luigi Cocco, e lo gurarsi uno standard nell’abbigliamento dei ceti popolari
splendido esemplare conservato nel Museo Nazionale femminili che rimarrà sostanzialmente immutato per circa
delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, unito a un abi- due secoli: esso si compone di copricapo di varie fogge
16. Suonatore di piffero e tamburino, calco da un rilievo della fine to completo di pescatore (figg. 430-431).33 e materiali, camicia, corpetto, gonna, grembiule, calze di
del sec. XVI situato nella chiesa di San Bachisio a Bolotana, Gli indumenti riportati nello statuto del gremio dei sarti e maglia, scarpe.
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. calzettai e i bassorilievi della chiesa di San Bachisio dan-
La formella è di straordinario interesse non solo per la storia della
musica nell’isola. Il suonatore, infatti, indossa le ràgas, elemento no dunque notizia dell’introduzione in Sardegna di capi 17. Anonimo, Ritratto di Maria Piras, ante 1725, olio su tela,
caratterizzante l’abito maschile dei Sardi e un cappello piumato, di vestiario adottati da pochi anni nei territori sotto do- Quartu S. Elena, Museo Parrocchiale di Sant’Elena.
copricapo non proprio isolano ma assai diffuso nell’Europa del minio aragonese e informa che l’isola partecipa, dunque, È uno dei primi documenti iconografici sull’abbigliamento femminile
Cinquecento: il primo elemento dunque è di timbro locale e della Sardegna: esempio di una forma vestimentaria che, seppure
regionale, il secondo connette la Sardegna alle vicende della moda all’evoluzione complessiva della moda europea del Cin- non definibile popolare, esprime già una connotazione stilistica e
16 colta del Continente. quecento. ornamentale meglio esplicitata nel secolo successivo.

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18 19

In Sardegna su tale struttura di base andranno a inne- troncoconico dell’area cagliaritana, noto in ambito ma- il colletto, una “casacca di cuoio che veste il petto e la sempre lo stesso in ogni regione, varia solo con diffe-
starsi, in riferimento ai materiali, i tradizionali tessuti ghrebino come fez o shishia. schiena usata in particolare dai soldati che vestono ar- renze sottili ma sempre tra il giallo e il giallo rossastro.
d’orbace e di lino. Esempi di berrìtta sono stati più volte individuati in do- mature”; tra XVI e XVII un indumento non così lontano Questo collettu, che è l’abito ordinario e giornaliero del-
Un passo della Sardiniae Chorographiam, scritta da cumenti di diversa natura, dalle citate statuine bronzee dall’abbigliamento civile, in un certo senso intermedio. la maggior parte dei coltivatori, soprattutto di quelli del-
Giovanni Francesco Fara tra il 1580 e il 1595, riprenden- nuragiche, alle figurine danzanti scolpite in bassorilievo Dalla ritrattistica si evince che il colletto si indossava an- le pianure e delle regioni meridionali, è, per i Sardi, la
do quasi alla lettera il testo della Sardiniae brevis histo- nella chiesa duecentesca di San Pietro di Zuri.35 che al disopra del giubbone, quasi una sopravveste … cosa più utile che sia loro rimasta a ricordare gli antena-
ria et descriptio di Sigismondo Arquer, oltre a conferma- L’affinità di un altro indumento maschile pansardo, su si può considerare un elemento residuale che andava ti. Quale veste infatti potrebbe come questa riunire tanti
re l’orbace quale tessuto diffuso nel mondo rurale, colléttu, con le vesti di alcune statuine nuragiche è stata oltre l’armatura, liberandosi quasi integralmente della vantaggi, soprattutto in luoghi ritenuti malsani? Esso di-
evidenzia anche una netta differenza qualitativa tra il evidenziata da un gran numero d’autori: La Marmora, Bre- funzione originaria».36 fende il corpo dall’influenza spesso funesta di un im-
vestiario delle popolazioni rurali e dei piccoli centri ri- sciani, Angius, Wagner. Il termine “cojetto”, “colletto”, Assai ben documentato nell’iconografia dell’Ottocento, il provviso cambiamento di temperatura e delle intemperie
spetto a quello dei ceti abbienti delle città: «Gran parte “cuoietto” è documentato in area europea associato all’ab- collette viene descritto alla fine del Settecento dal Cetti e dell’atmosfera; esso offre ai brucianti raggi del sole di
dei servi e di coloro che vivono in villaggi e fattorie si bigliamento militare, in particolare alle armature: «Le ar- dal Madao che ne sottolinea l’origine antica. Ma è so- queste contrade, come all’umidità del mattino e alla piog-
vestono con un tessuto assai ordinario che la gente mature richiedevano la presenza di altri capi. Ad esempio prattutto il La Marmora a illustrarne con grande precisio- gia, una superficie impermeabile; esso conserva un ugua-
chiama “fureso”: anche le donne hanno un abbiglia- ne foggia, materiali e funzioni. le calore in ogni tempo e stagione; preserva lo stomaco e
mento molto sobrio e si astengono da qualsivoglia lus- 18-19. Ciclo del martirio di San Lussorio, prima metà sec. XVIII,
«È una specie di giustacuore senza maniche, molto ade- le cosce dalle spine e dai rovi tanto comuni nei terreni
so, mentre al contrario i cittadini che, come le loro don- olio su tela, Borore, chiesa parrocchiale. rente soprattutto verso le anche, che forma, incrociando- poco coltivati; si presta facilmente ad ogni movimento;
ne dispongono di enormi ricchezze, fanno sfoggio di I dipinti offrono una varietà di informazioni sull’abbigliamento sardo si nel basso, una specie di doppio grembiule che scende resiste ad ogni tipo di strapazzo, è di lunga durata; ecco-
abiti per ostentare la loro condizione».34 del primo Settecento. I personaggi rappresentati indossano, per
quanto concerne gli indumenti maschili, colléttu, ràgas, calzoni larghi
sino ai ginocchi. Fatta di cuoio conciato e raso, questa vi, credo, ciò che riscatta ampiamente l’unico difetto che
Anche per quanto attiene alla berrìtta, altro simbolo e neri lunghi fino al ginocchio, calzoni bianchi di tela, gabbani e veste si indossa come i nostri panciotti, ma non deve si può trovare al collettu, la sua forma completamente
dell’abbigliamento della Sardegna, non si può non rile- gabbanelle; tra quelli femminili bende e corsetti, grembiuli, giubbetti, mancare di una cintura che è necessaria per tenere a po- sprovvista d’eleganza.
varne l’ampia diffusione in area mediterranea e la sua gonne che rimandano inequivocabilmente alle tipologie vestimentarie sto le falde. La parte che poggia sul petto è più o meno Del resto, benché esso sia destinato ad essere solo un
della Sardegna. Nello stesso tempo alcuni accessori e ornamenti quali
presenza, come prima notato, nei mercati dei porti più il ventaglio pieghevole, gli orecchini di perle, le scarpe bianche a scollata, a seconda delle zone: per il resto, la forma del abito da lavoro, il lusso ha tuttavia trovato il modo di far-
importanti del Mediterraneo, così come il copricapo punta rimandano alla moda europea del Settecento. collettu è uguale dovunque. Quanto al colore, è quasi ne talvolta un oggetto di valore considerevole. Ci sono

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Anche la seconda donna, di corporatura più robusta, è
vista di spalle e col viso di profilo; dà la mano sinistra a
un bambino che indossa una tunichetta bianca, attraver-
sata da rigoni orizzontali alternativamente color verde e
arancione, e scarpe chiare; sopra una cuffia celestina,
con bordino rosso e merletto ricadente sulla fronte, la
donna reca un fazzoletto bianco con i bordi di pizzo che
scende a triangolo sulle spalle; un corsetto azzurrognolo
con spalle tenute e regolate da nastri rossi, ma più rav-
vicinate rispetto al corsetto prima descritto, è indossato
su un giubbetto con maniche strette ornate da cinque
bottoni, presumibilmente d’argento; una gonna copre in
vita il corsetto: di color ruggine, essa ha forma a campa-
na con pieghe a gheroni, simile alla precedente, e con
20
bordo inferiore segnato da una trina bianca ad archetto;

dei colletti di prezzo molto alto, sia per il tipo di pelle, un corpetto probabilmente di velluto di seta verde scuro,
sia per il modo con il quale sono cuciti, sia, infine per i con strette spalline, completamente ricamato d’oro a par-
fermagli e i bottoni preziosi che vi si applicano».37 te i pannelli centrali di forma triangolare; un’alta fascia di
Riprendendo le considerazioni del La Marmora, Vittorio seta dorata stretta attorno alla vita copre la parte inferio-
Angius, nel Dizionario, conferma le caratteristiche di re del corpetto; un’ampia gonna scampanata, a pieghe,
abito nazionale dei Sardi e, apprezzandone vivamente le forse in seta blu broccata, con un’alta bordatura fittamen-
proprietà, ne depreca l’abbandono sempre più diffuso. te ricamata con racemi dorati; grembiule color marron-
Che, peraltro, ben prima degli anni Venti e Trenta del- rossastro, pieghettato, di forma trapezoidale, che copre
l’Ottocento, il colléttu fosse considerato un indumento tutta la lunghezza della gonna.
antiquato si deduce da un passo di Pasquale Tola, il qua- Quest’abbigliamento, caratterizzato da una tipologia di
le per mettere in evidenza il carattere conservatore di tessuti e dall’ornamentazione certamente non qualifica-
Andrea Manca dell’Arca, l’autore di Agricoltura di Sarde- bili come popolari, potrebbe comunque essere visto
gna, morto nel 1795, scrive: «Egli fu tenacissimo delle co- come un prototipo delle forme vestimentarie adottate,
stumanze antiche, non solamente nelle pratiche più co- con varianti anche molto significative rispetto alla qua-
muni della vita, ma perfino nella foggia patriarcale delle lità dei materiali e dei colori, in tutta l’isola, come par-
sue vesti; perlocché, disdegnando gli usi novelli, non ri- rebbe confermare la presenza nel Nuorese di giubbetti
trasse mai il piede dalle mura cittadine senza indossare il settecenteschi di analoga foggia, poi rapidamente supe-
collette di pelle di daino, sul quale non pertanto cinse rati nel secolo successivo (figg. 222-223).
costantemente la spada e lo stocco di forme spagnuole: Il secondo documento è rappresentato da alcuni quadri 21
bizzarria invero molto strana, per cui una stessa persona conservati nella Parrocchiale di Borore e dedicati, come
vedeasi rappresentare ad un tempo nel secolo XVIII gli la chiesa, al martire sardo Lussorio.
antichi sardi mastrucati di Cicerone e l’armadura caval- Le opere furono presentate per la prima volta nel 1962
leresca del paladino della Mancia così festivamente de- da Giuseppe Della Maria39 come «la più importante docu-
scritto dall’arguto Çervantes».38 mentazione pittorica sull’antico costume isolano». In ef-
Al di là di questi elementi, le attestazioni iconografiche fetti in due dei sei quadri complessivi, alcune figure fem-
nelle quali sono inequivocabilmente riconoscibili alcune minili e maschili, fedeli che attorniano il Santo, assieme a 20. Vittorio Emanuele, Duca d’Aosta, Ingresso a Cagliari di Carlo
Emanuele IV e della Corte, 1779, acquerello su carta, Cagliari,
fogge del vestiario “sardo” risalgono ai primi decenni del varie altre in abiti tout cour settecenteschi, indossano in- Galleria Comunale d’Arte.
Settecento. Si tratta di documenti ben noti agli studiosi dumenti “sardi”. 21. Ritratto di pescatore cagliaritano, ante 1880, foto d’epoca.
dell’abbigliamento dell’isola: il primo è il Ritratto di Ma- In particolare il dipinto (fig. 19), che reca alla base la di- L’immagine risale agli anni Settanta dell’Ottocento ed è opera del
ria Piras, agiata quartese, conservato attualmente nel dascalia Luxorio predicador …, mostra da sinistra verso professor Giuseppe Luigi Cocco, fotografo dilettante con studio a
Museo Parrocchiale di S. Elena di Quartu (fig. 17). La Pi- destra due donne rivolte verso il martire: la prima, pre- Cagliari, tra i primi a partecipare alle Esposizioni internazionali con
fotografie di costumi sardi. Questa ebbe particolare fortuna e
ras indossa un abito di grande interesse per una serie di sentata di spalle e col viso di profilo che guarda Lusso- diffusione; fu riprodotta in svariate cartoline e tra l’altro costituì il
elementi strutturali, cromatici, ornamentali, a un tempo rio, ha il capo e il collo stretti da una benda bianca con modello per la litografia del Dalsani, denominata Pescatore di
di carattere aulico e popolare: una benda bianco-giallo- un lungo lembo ricadente sul dorso; un corsetto giallo Cagliari. L’elegante personaggio indossa il classico fez, copricapo
troncoconico attestato in tutti i paesi del Mediterraneo; il cappotto
gnola cui è sovrapposto un manticello scuro; un giub- oro, le cui spalle, piuttosto distanziate, sono tenute da serenìcu, capo di particolare pregio che veniva realizzato a Cagliari
betto rosso di panno o più probabilmente di velluto di nastri, è sovrapposto a un indumento manicato color da una colonia di sarti greci originari di Salonicco, da cui il nome;
seta, a girocollo, apertura centrale con bottoni e ricami mattone; una cintura alta, a tre fasce, in tessuto rossastro, giacchetta in raso di seta e gilet in tessuto operato a minuta fantasia,
probabilmente anch’esso di seta; in vita fusciacca di seta operata;
dorati, maniche strette e chiuse accompagnate per tutta stringe in vita il corsetto e una gonna azzurra, scampana- calzoni a tubo; scarpe a punta quadra sormontate da una grande
la lunghezza da ricami d’oro, sovrapposto a una camicia ta con piegoni, ornata trasversalmente a circa un terzo fibbia d’argento.
bianca della quale si intravede solo un basso colletto e i della sua altezza da una linea scura e al bordo da una 22. Emma Calderini, Pescatore cagliaritano nel costume antico,
polsini di pizzo pure bianchi; sul giubbetto è indossato stretta profilatura color grigio argento. 1934 ca., in E. Calderini, Il costume popolare in Italia, Milano 1934.

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altra trina bianca, ma in forma di nastro liscio e stretto,


percorre orizzontalmente l’indumento all’altezza del ter-
zo inferiore; la gonna lascia intravedere delle scarpine
nere con tacco sottile color cuoio.
La parte destra del dipinto mostra in primo piano delle
figure maschili: ai piedi di Lussorio, che campeggia al
23. Uomo di Sant’Antioco, 1914, fotografia di Vittorio Alinari. centro della scena, un ragazzo, inginocchiato, indossa
L’anziano signore soggetto di questa celebre foto rende bene un indumento che potrebbe essere di cuoio, senza ma-
il senso di raffinata eleganza che, nei piccoli centri, spesso
caratterizza i ceti benestanti. niche, stretto in vita da una cintura nera, lungo tanto da
coprire i fianchi; le braccia sono ricoperte da maniche
24. Atzara, anni Venti, fotografia di Alfredo Ferri.
rossastre, parte visibile dell’indumento indossato sotto la
25. Atzara, anni Venti, foto d’epoca.
veste predetta; larghe brache nere, calzoni bianchi infila-
26. Desulo, anni Venti, foto d’epoca. ti dentro uose pure nere, scarpe nere. Procedendo verso
27. Brancaleone Cugusi, La cucitrice, 1937, olio su tela. destra, un uomo messo di spalle veste uno stretto giub-
28. Donne di Cabras al lavoro, 1927, fotografia di Max Leopold bino o farsetto azzurro, forse di velluto; un basso collet-
Wagner, Berna, Istituto di Filologia Romanza “Karl Jaberg”. to di pizzo fa intuire la presenza di una sottostante cami-
Entrambe le donne, sia la prima, impegnata nella cucitura o ricamo di cia; sulla spalla sinistra è adagiata una veste nera tenuta
una camicia, sia la seconda, occupata nella realizzazione di un cestino,
portano fazzoletti, gonne e grembiuli di cotonine di provenienza a bandoliera, con bordure rossastre e nappine nere sulla
27 industriale. protuberanza sinistra della stessa che potrebbe essere o

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il cappuccio dell’indumento o un oggetto a parte, per stretta attorno al collo e al capo cui è sovrapposto un
esempio un borsone; calzoni neri, lunghi al polpaccio, manticello, pure bianco; camicia chiusa all’altezza della
con bordino color mattone alle estremità, caratterizzate clavicola con bottoncini e profilino di pizzo; farsetto
da due piccole aperture triangolari; dei merletti a trian- bluastro, con leggera scollatura, apertura centrale a bot-
golo fuoriescono dal bordo delle lunghe brache indican- toncini e profilatura rossa, maniche strette di color ocra,
do che queste sono portate sopra calzoni bianchi di tela; con cinque bottoncini argentati; grembiule grigiastro, a
calzature color cuoio, forse corti stivali. Queste brache ri- piegoni, forse fatto confezionare con un tessuto molto
cordano quelle diffuse nel Sulcis Iglesiente e attestate in fine, come un velo, che assume il colore dell’indumen-
molte zone della Spagna. Un’altra figura maschile, sem- to sottostante, una gonna di color blu scuro, quasi ne-
pre presentata di spalle, indossa una corta giacchetta nera ro, con balza marroncina; scarpe nere a polacchina con
svasata con spacco posteriore centrale piuttosto profon- tacco medio.
do, alla cui estremità superiore pare poggiarsi la punta di Accanto alla figura appena descritta è ritratto un altro
un cappuccio; brache nere che arrivano all’altezza del gi- personaggio femminile che indossa una lunga giacca ros-
nocchio; calzoni di tela bianchi, infilati in uose nere; que- so scarlatto, assai scollata, accostata in vita, con manica a
ste, che parrebbero recare un risvolto di pelle naturale ai tre quarti a frate, da cui fuoriesce ampiamente il pizzo
bordi superiori, coprono la tomaia delle scarpe, appena molto ricco della camicia a manica larga; pizzo anche
delineate, in pelle chiara. sulla scollatura della camicia, fodera e maniche con ri-
Procedendo ancora verso destra, un altro personaggio si svolto color oro; veste intera color giallo oro con gonna
distingue per un pastrano nero con breve spacco poste- molto ampia a piegoni cui è sovrapposto un corto grem-
riore, uose analoghe a quelle appena descritte ma termi- biule bianco; calze azzurrine, scarpe bianche a punta con
nanti al collo del piede, scarpe di pelle chiara, con falda tacco medio leggermente rientrato; la figura è caratteriz-
apribile laterale. zata, inoltre, da una cuffia a sacco rossa, orecchini bian-
Un altro dipinto (fig. 18), recante la didascalia Luchan- chi, forse di perle, girocollo a grani dorati cui è sospeso
do Luxorio …, raffigura una donna con benda bianca un cordoncino nero che regge un pendente di corallo; in

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mano un ventaglio chiuso, ma che lascia intravedere le


stecche chiare, tipo madreperla, e le pagine rosse.
Dunque indumenti maschili quali colléttu, ràgas, brache
larghe e nere lunghe fino al ginocchio, calzoni bianchi
di tela, gabbani e gabbanelle, e femminili quali bende e
corsetti, grembiuli, giubbetti, gonne che rimandano ine-
29. Uomo di Bortigali, ante 1882, foto d’epoca, quivocabilmente alle tipologie vestimentarie sarde, so-
Roma, Fondo Enrico Hyllier Giglioli, Museo Nazionale
Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”. pra definite.40 Nello stesso tempo alcuni accessori e or-
30. Uomo di Sassari, ante 1882, foto d’epoca,
namenti, quali il ventaglio pieghevole, gli orecchini di
Roma, Fondo Enrico Hyllier Giglioli, Museo Nazionale perle, le scarpe bianche a punta della figura femminile
Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”. descritta, sono elementi che rimandano alla moda euro-
Le immagini sono di straordinario interesse per la storia pea del Settecento.
dell’abbigliamento maschile sardo, in quanto fermano il momento di
passaggio dalle ràgas, il gonnellino tradizionale, ai pantaloni a tubo. Sia in queste raffigurazioni di Borore sia nel dipinto di
I due indumenti, di fatto alternativi, in queste immagini appaiono Quartu è presente la benda; se si considera che nel cita-
singolarmente insieme; ma il gonnellino, ridotto praticamente a una to atto notarile del 1236 si fa riferimento a due bende
cintura con balza pieghettata, più che un indumento vero è ormai
solo una citazione, un segno della tradizione vestimentaria in corso sardesche di seta si ha la conferma del plurisecolare uso
d’abbandono. di questo copricapo da parte delle donne della Sarde-
31. Contadine, Alghero, località I Piani, 1899, gna. I tre documenti afferiscono, peraltro, a zone diver-
fotografia di Vittorio Sella, Biella, Fondazione Sella. se dell’isola significandone la diffusione pansarda.
L’immagine offre un campionario delle camicie, delle gonne e dei Un altro elemento significativo di questi quadri è che
fazzoletti di cotone largamente adottati nell’isola dai primi anni
del Novecento. Le tre donne in piedi sul lato destro sono scalze, tutti i dati che provengono dalle rappresentazioni del ci-
29 30 come presumibilmente tutte le altre. clo pittorico di San Lussorio di Borore e dal Ritratto di

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di vellutto nero, giupone di panno scarlato con buttonie- notizie dell’abate Vittorio Angius relative all’organizza-
ra d’argento, capotino corto di saurà finissimo, calze e zione economica e sociale dei diversi centri isolani. Esa-
calzoni d’orbaci, tutto vestito all’uso della Trexenta».42 minando le pagine dedicate a Cagliari si apprende che
Per quanto attiene al versante femminile le affinità del vi operano, tra i “Sartori”, «Mastri 53. Garzoni 40, discen-
sistema-base camicia, corpetto/giubbetto, gonna e grem- ti 25, 30 Sartrici e 6 Modiste»; tra i “Sartori alla sardesca”
biule con il costume europeo così come è andato confi- «mastri 45, garzoni 20, discenti 12». Viene inoltre segna-
gurandosi ai primi decenni del Cinquecento appaiono lata l’attività di 13 “Officine di cappottari greci”, per
ancora più evidenti. complessivi 50 uomini – nonché dei seguenti scarpari:
Desta sorpresa, in questi quadri, che tutti i personaggi «di lavoro gentile 80, garzoni 60, dis. 70, di lavoro gros-
femminili portino le scarpe; ciò potrebbe indicare la loro solano mastri 20, garzoni 22».
appartenenza ai ceti agiati, oppure che l’uso delle scarpe L’abate Angius segnala anche la presenza di 15 botteghe
non fosse poi così raro come comunemente si crede. di stoffa e due importanti manifatture attinenti al vestia-
Appare comunque più realistica la prima ipotesi, soprat- rio, la fabbrica di cotoni e quella delle berrette; la pri-
tutto se si tiene conto di quanto al riguardo viene ripor- ma «consta di più di 170 telai distribuiti per la città. La
tato dalla letteratura dell’Ottocento e del Novecento. filatura fu ridotta a sette da 25 macchine, che in addie-
In questa direzione si colloca anche quanto riferisce l’An- tro erano impiegate: la tintoria a poche persone. I tes-
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gius riguardo alle scarpe delle donne di Dorgali, «le quali suti sono bordati, bordatini di diversi colori all’uso di
32. Tre donne di Ochagavia, Navarra, Spagna, con la gonna esterna aggiungono alla loro statura non meno di quattro centi- Genova, tele crude, fanfare all’uso di Malta e altre varie
posata sul capo per protezione contro la pioggia (traje de agua), metri. Tanto sono spesse le suole. Le scarpe, che portò stoffe. Per le quali robe erano già solite estrarsi non
fotografia di Josè Ortiz Echagüe da España, Tipos y Trajes,
Barcellona 1933.
nuove la madre quando fu sposata, le porta di poi la fi- piccole somme. I depositi sono in Cagliari, Sassari e Al-
glia sino a che il suo sposo ne le offra un pajo di nuove, ghero: il prezzo batte con quello delle consimili di Ge-
33. Osilo, 1934 ca., fotografia di Renzo Larco.
che serviranno anch’esse all’altra generazione».43 nova. Dal marzo 1834 al febbrajo 1835 sono state lavo-
34. Giovane di Alija del Infantado, Leon, Spagna, fotografia Un altro dato della particolare connotazione delle scar- rate pezze di cotone 1423 della distesa di palmi sardi
di C. Casado Lobato, in La indumentaria tradicional en las
Comarcas Leonesas, Leon, s.d. pe quale elemento dell’abbigliamento popolare di parti- 216 caduna con l’opera di 277 persone. Indi crebbe il
Di particolare interesse per un confronto con il vestiario sardo colare pregio proviene da Nuoro: «Risulta che ancora numero dei lavoranti sino ai 400».47
il gilet con scollo squadrato, denominato armador. negli anni Trenta un bel numero di ragazze del rione di Di estremo interesse risultano i dati sulla seconda mani-
35. Ragazza con mantiglia di Santa Elena de Jamuz, Leon, Spagna, S. Pietro le quali, per un motivo o per l’altro, avessero fattura, quella delle berrette: «Sono riuniti i soli cardatori:
fotografia di C. Casado Lobato, in La indumentaria tradicional dovuto recarsi al “centro” della città, fossero solite pro- le filatrici e altre operaie lavorano a casa. I manofatti reg-
en las Comarcas Leonesas, Leon, s.d.
cedere scalze e con le scarpe in mano fino al confine gono alla concorrenza con l’estero, e n’è grande lo smer- 36

rionale, rappresentato dalla Piazza S. Giovanni; qui le cio in tutta l’isola, dove se ne vestono circa 190,000 teste,
Maria Piras di Quartu,41 mentre segnalano l’esistenza di calzavano per poi riprenderle in mano al ritorno».44 e se ne comprano annualmente non meno di 150,000.
una clientela agiata, attenta alle variazioni e novità della Questi dati, peraltro, sono perfettamente in linea con Non bastando ancora al bisogno i suoi prodotti possono
moda, nel contempo confermano che il sistema vesti- quelli del resto dell’Europa che confermano come «la alcuni piccoli fabbricanti impiegarsi nella stessa manifat-
mentario sardo, maschile e femminile, che troverà forma scarpa chiusa, fatta con cuoio e pelle per coprire e pro- tura, e devono alla sufficienza importarsene dall’estero.
compiuta nel proseguo del secolo e in particolare in teggere l’intero piede, era, in ogni caso, un lusso citta- Da queste due fabbriche venne a circa un migliajo di
quello successivo, è ormai chiaramente definito. Esso è dino».45 persone un mezzo di sussistenza».
più che mai distintivo delle classi popolari delle città e Lo sviluppo delle industrie tessili garantirà un’accessibi- Dunque, nelle prime decadi dell’Ottocento, a Cagliari tra
dei ceti rurali, ancorché benestanti. lità fino ad allora preclusa a una serie di prodotti quali il sarti per una clientela borghese e abbiente, sarti per le
Un documento di prima mano, in questa direzione, offre panno, velluti di seta, damaschi, rasi, ecc. fogge tradizionali e cappottari greci si supera il numero
un passo dell’autobiografia di Vincenzo Sulis, che descri- Numerosi testi di fine Settecento sottolineano la forte di- di 100 unità; si producono vari tessuti di cotone e ber-
ve se stesso ventenne, e dunque nel 1778: «Vestito alla pendenza dell’isola per quanto attiene alla produzione rette; l’Angius calcola che nell’isola le berrette vestono
sarda con ganceria d’argento nel collette di pelli, berretta di tessili di qualità accettabile dalle classi medio-alte e
l’attenzione di queste ai dettami della moda europea.
36. Anziani di Avila, Castiglia, Spagna, fotografia di Josè Ortiz Echagüe
Ben noto è il passo de Il Rifiorimento della Sardegna di da España, Tipos y Trajes, Barcellona 1933.
padre Francesco Gemelli: «Vestono dunque i Sardi, abi-
37. Donne di Ibiza, Isole Baleari, Spagna, fotografia di Josè Ortiz 37
tano, vivono, nelle città almeno, sul fare delle colte na- Echagüe da España, Tipos y Trajes, Barcellona 1933.
zioni d’Europa, ma pressoché tutto accattano dall’estero 190.000 teste e che essendo insufficiente la produzione
38. Donne di Nuoro, 1914, fotografia di Vittorio Alinari.
… Consideriamo l’abbigliamento dei Sardi di condizione Gli abiti delle due donne sono propri delle nubili benestanti del isolana si provvede ad importarle.
tanto civile che rustica, e rileveremo che nel regno non primo Novecento. Una delle due porta la gonna di orbace sollevata Altrettanto preziose risultano le notizie dell’Angius su
havvi alcuna fabbrica che provveda da vestirsi, se si ec- e posata sulla spalla sinistra; ciò consente di mostrare la gonna Sassari: esse forniscono un quadro assai simile a quello
sottostante in cotone. L’abitudine di portare la gonna d’orbace, tùnica,
cettua l’informe manifattura che dà il sajo ai religiosi sulle spalle per proteggere la balza di seta dell’indumento assieme al di Cagliari circa la distinzione tra sarti d’arte grossa e di
Cappuccini … volere d’altronde impedire la introduzio- corpetto e al giubbetto in caso di pioggia, nonché l’uso di sovrapporre arte gentile. I primi producono «vesti sardesche, bracche,
ne delle merci e manifatture straniere di comodo e di più gonne, è documentato da vari autori fra cui Grazia Deledda, calze, borzacchini, giubbette, e principalmente gabbani
giovane “folclorista” di Tradizioni popolari di Nuoro.
lusso, sarebbe lo stesso che obbligare i Sardi all’uso del- e gabbanelle»; sono ormai pochissimi in quanto sostituiti
le pelli e delle mastrucche».46 39. Giovane coppia di Iglesias, 1914, fotografia di Vittorio Alinari. da «donne de’ paesi vicini, principalmente d’Osilo, che
Da segnalare il grande manto di chiara impronta iberica e
Una situazione che circa cinquant’anni dopo risulta note- mediterranea, la raffinatezza della bordatura in velluto e dei ricami del presero domicilio nella città», mentre i secondi, numero-
34 35 volmente diversa se si considerano le sempre attendibili soprabito a cappuccio del giovane. sissimi, lavorano «vesti da uomo nelle fogge francesi»

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avendo tra l’altro alcuni di essi appreso l’arte «nelle più dal continente italiano e non, ceti in grado di seguire
celebri botteghe di Francia e d’Italia». L’Angius segnala tutte le novità della moda italiana ed estera.
anche l’esistenza in città di alcuni depositi di vesti sar- Un quadro destinato a subire un rapido mutamento per
de destinate a clienti di Genova e Torino, essendosi l’immissione sul mercato d’una inusitata varietà di pro-
diffusa in molti luoghi della terraferma «la moda del dotti dell’industria tessile europea accessibili perfino alle
panno sardo forese»; nel contempo sottolinea che «in classi popolari, che per la prima volta fruiscono anche
altro tempo erano in Sassari non pochi che cucivano e di un catalogo di colori tradizionalmente precluso. Co-
ricamavano i bei coietti, che vestivano i contadini e al- me mette in evidenza Roberta Orsi Landini, storicamen-
tri uomini della plebe». Alcuni “sarti gentili” inoltre ven- te «i toni intensi, brillanti, saturi, propri dei drappi più
dono anche «robe di uso comune, che si fanno venire belli, non significavano solo bellezza, ma erano un se-
dalla Francia, e hanno magazzini di tutte sorte di ve- gno ulteriore di status. I colori ricchi, cioè ottenuti da
stiario civile. Si numerano 40 botteghe in circa con più coloranti pregiati, come la porpora o il kermes, erano
di 100 lavoranti, 60 garzoni e 40 donne. Le maestre di stati sempre riservati alla maestà, quella umana rappre-
vestiario civile e signorile non sono meno forse di 50. sentata dalla figura dell’imperatore o del re, quella divi-
Di modiste di prima classe, che lavorano per le elegan- na impersonata dalle più alte gerarchie ecclesiastiche,
ti, secondo i figurini della moda francese, se ne conta- che nel rosso vedevano il colore del sangue di Cristo. Ai
40
no non meno di sei».48 poveri era riservata la vasta gamma dei bruni e dei mez-
Giovanni Maria Seche, poeta di Ittiri, morto nei primi an- 40. Donne di Roncal, Navarra, Spagna, fotografia di Josè Ortiz zi toni, l’opacità della ruvida lana, il colore sporco delle
ni del secolo XIX, nel componimento No hamus fradeli- Echagüe da España, Tipos y Trajes, Barcellona 1933. fibre grezze. Sarà l’Ottocento, con la scoperta dei colo-
dade, risalente alla fine del Settecento, lamenta l’assenza ranti chimici, con la produzione meccanizzata di tessuti
di comprensione e rispetto da parte dei ceti benestanti a buon mercato, a regalare alle classi meno fortunate,
del paese nei confronti della povera gente rea di aver con la possibilità di abiti colorati e diversi a seconda
nominato priore della festa il contadino Antonio Virdis. Il 41. Lanusei, ante 1882, foto d’epoca, Roma, Fondo Enrico Hyllier della stagione, la gioia di avere infranto un rigido sche-
testo, mentre informa che i maggiorenti hanno preso in Giglioli, Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”. ma nella secolare gerarchia delle apparenze».51
odio l’orbace e chi lo indossa perché appartenente al po- 42. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume di Iglesias, 1878, Se non l’adozione di «abiti colorati e diversi a seconda
polo “minuto”, mette in evidenza come i termini “orba- litografia a colori, in Il Buonumore, Cagliari 1878; Cagliari, coll. Piloni. della stagione», certamente l’immissione dei tessuti indu-
ce” e “popolo” fossero di fatto sinonimi: «… e i sos cava- striali determina in ambito popolare la possibilità di sce-
glieris e gosinos / de su nostru paesi / a dispressiu tenene gliere combinazioni cromatiche e materiche nuove e di
su fresi / e i sos furesados, / essende ch’issos si che sunt in- effettuare interventi innovativi soprattutto nella direzio-
trados / in cussa estimenta, / e a nois lu dana pro affren- ne di un forte, vistoso arricchimento ornamentale che fi-
ta / ca furesi jughimus, / e in issos de fresi nde idimus, / e nirà per caratterizzare il vestiario popolare femminile, e
fatt’a longarinas / calzettas e calzones, casacchinas / giu- per taluni aspetti anche quello maschile, degli ultimi de-
bittas e cabbanos, / non si distinghent dai passamanos / cenni dell’Ottocento.
in cant’e a sos pannos …».49 E infatti i testi degli autori dell’ultimo trentennio del se-
Si può ben capire quindi come l’abbandono dell’orbace, colo (von Maltzan, Mantegazza, Corbetta, Vuillier, ecc.)
quale materiale tessile proprio dei ceti popolari dell’iso- registrano lo splendore e la ricchezza degli abiti delle
la, finisca per simboleggiare un momento di trasforma- classi popolari, ammirandone enfaticamente l’origina-
zione epocale, che viene efficacemente testimoniata dai lità, l’armonia cromatica e la bellezza “antica e fiera”
componimenti dei poeti popolari e dai proverbi. Tra delle donne che li indossano, e individuando le ragioni
questi si ricorda il ben noto Mezus andare dai su fresi a di queste qualità non tanto nelle innovazioni recenti ma
su pannu, qui non dai su pannu a su fresi, cui, oltre al- nella immodificata persistenza delle loro caratteristiche
42
l’ovvio significato “meglio partire da una bassa condizio- antiche dovuta al «poco progresso e alle poche comuni-
ne per raggiungerne una più alta” può attribuirsi quello cazioni». gorio, tutta una tavolozza, la più ricca, la più abbagliante
secondo il quale è “meglio andare verso il futuro piutto- E, in realtà, doveva essere uno spettacolo notevole quel- che vedere si possa».
sto che ritornare verso il passato”.50 lo che a fine Ottocento poteva pararsi davanti al viaggia- Ma anche un osservatore interno alla Sardegna e in qual-
Il quadro che si delinea chiaramente agli inizi dell’Otto- tore che, dopo un faticoso trasferimento, fosse capitato che modo portatore del punto di vista popolare, quale il
cento è dunque quello d’una forte dipendenza esterna nel bel mezzo di un corteo nuziale o di una processione poeta Giuseppe Zicconi di Tissi, dà testimonianza di
per quanto attiene ai tessuti e alle fogge di moda, cui si religiosa di un qualsiasi paese della Sardegna, come, per un’offerta di tessuti, indumenti e accessori particolarmen-
associa una sempre più netta distinzione tra abbiglia- esempio, la Nuoro descritta dal Corbetta: «Bisogna ve- te variegata. Nella poesia Chie cheret comporare elenca
mento delle classi borghesi e urbane rispetto a quelle derle, le donne, in giorno di festa recarsi alla chiesa, o la ricca mercanzia di un merciaiuolo (zanfarajólu) mali-
popolari e rurali. starsene accoccolate per terra oziose davanti alla porta zioso, attraverso l’invito all’acquisto rivolto principalmen-
Esso vede da un lato un mercato interno di produzione delle loro case. I broccati, gli sciamiti, i velluti, i panno- te a clienti femminili, siano esse da marito, vedove o nu-
domestica e di vendita per i paesi di orbace e lino, tes- lani scarlati, azzurri, verdi, i ricami in oro ed argento, i bili; se ne può estrapolare un dettagliato campionario di
suti di base per la confezione del vestiario “alla sarda” bottoni pendenti a catenelle, o lucidi o a filigrana pure tessuti e indumenti: «… panni nuovi, di diverse qualità,
dei ceti popolari, in parte affidata a sarti in parte ese- d’oro o d’argento, gli sparati delle camicie candidissime portati da fuori …, panni di seta e di lana, coltri di bam-
guita in casa; dall’altro un mercato elitario, prevalente- a minutissime pieghe, le fettuccie, i fronzoli svolazzanti bagia e di tela indiana, … pelli di camoscio e di volpe
mente attivo nelle città, di tessuti di qualità provenienti 41 d’ogni colore, costituiscono delle vesti muliebri uno sfol- conciate e col pelo, e cordoncini di seta e di filo, stoffe

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per far fodere, aghi, spilli, Questi manufatti, eseguiti su migliaia di telai rudimenta-
pettini in corno, … catenelle, li operanti in tutta l’isola (4134 nella sola Barbagia), già
bambagia, pizzo, nastro e ber- da tempo non rispondevano più alle esigenze dei ceti
rette di buon taglio … / Perché le sociali più elevati, specie di ambito cittadino; che, infat-
acquistino le ragazze da marito, ti, seguivano pienamente le vicende della moda conti-
… seta e lane di vari colori; per nentale italiana e straniera. Al riguardo così scriveva,
tutte quelle che sono al pri- nei suoi Souvenir d’un séjour en Sardaigne (1827), il
mo amore raso, stoffa, seta, Marchese di Saint-Severin: «Quant aux autres habitants,
gorgorano, panno scarlatto, hommes et femmes, qui ne portent pas le costume natio-
stoffa di Torino, broccatello nal, ils sont habillés a la française: tels sont les habitants
dorato, grisetta azzurra alla des villes, excepté le petit peuple; encore une portion de
moda loro, la saietta e il celui-ci fait des innovations dans son habillement en fa-
tessuto di lana, panni di la- veur du costume européen; par exemple, ils adoptent nos
na di poco costo a seconda gilets. Les Sardes aiment l’élégance dans les divers costu-
della richiesta, ermisino, saia mes. On en trouve dans l’accoutrement national moder-
stampata, sempiterna verde, nisé, si l’on peut ainsi s’exprimer; mais dans les condi-
cremisi e rossa, poi collane da tions plus élevées, il y a du luxe même. Des marchands
portare al collo, sei soldi al fi- partent annuellement pour Lyon et Beaucaire, et vont
lo, nastri e pizzo per il seno e choisir les étoffes et draps à la mode de tous les genres; et
le spalle … scarpe con i lacci, outre cela, tous les articles de mode déjà ouvrés. Les
e calze di Savona e di lanetta, hommes aisés des villes sont aussi élégants qu’on l’est
di cambrich e mussolina, seta dans les villes d’Italie. Les dames et les artistes recoivent
rossa, bianca e color arancio, d’ailleurs à Cagliari le Journal des modes parisiennes. 44

… camicie di pregio … / Di Parfois, des petits maîtres qui vont au continent, rappor-
panni per le vedove … c’è tent le suprême bon ton de Milan à Cagliari; de sorte Analoghe considerazioni svolgeva, in uno scrit-
lana color del gelso e nera, qu’en fait d’élégance, on n’a presque rien à désirer dans to del 1913, il canonico Francesco Tolu Liperi,
tessuto per copricapi … / cette dernière ville, et par suite dans les autres villes de relativamente al caso di Osilo: «Smessa quasi
… alcune vedove e nu- Sardaigne».53 del tutto la filatura del lino, posto che con molta
bili trovano tutto quel A Ciriaco Antonio Tola, poeta bittese, si deve la com- facilità si può avere preparato con filatura a mac-
che vogliono, panni posizione A su butecariu e a su giuighe mandamentale china, e pronto per la tessitura, tutta l’attività si è ri-
43
fini di lana … panno nella quale viene sbeffeggiata la mania di tessuti d’im- volta alla lana, che si fila e si tesse a casa. Vi sono le
scuro di Russia».52 portazione e di abiti di foggia straniera, in particolare tessitrici professioniste, e vi sono quelle che tessono
Fino agli anni Settanta dell’Ottocento le note – ancorché parigina.54 esclusivamente per conto della propria famiglia. Ma an-
generiche quale quella sopra riportata – sulla presenza Quando la domanda di tessuti di produzione industriale, che qui abbiamo un notevole ribasso; mentre ai tempi
di pizzi e di ricami nel vestiario isolano sono assai scar- certamente superiore a quella sarda per finezza e va- in cui scriveva il Casalis, si avevano in Osilo novecento
se: neppure le voci compilate dall’abate Vittorio Angius rietà, non restò più limitata ai signori delle città, come telai dei quali cinquecento in attività, oggi i telai non rag-
per il Dizionario del Casalis, che rappresentano un rife- descritto dal Saint-Severin e stigmatizzato dal poeta To- giungono i trecento cinquanta di questi men che cento
rimento insostituibile per ogni ricerca sulle condizioni la, ma divenne generale, il sistema produttivo della tes- cinquanta lavorano per metà d’anno, i restanti si agitano
economiche e sociali della Sardegna della prima metà situra tradizionale domestica entrò in crisi e a partire da- all’occorrenza, secondo le necessità domestiche. Que-
dell’Ottocento, contengono notizie di una qualche con- gli anni Sessanta si verificò un abbandono generalizzato st’abbandono della tessitura viene spiegato col difficile
sistenza. dei telai, inizialmente nei centri più importanti, quindi in
Eppure l’Angius, relativamente ad un altro settore del la- quelli minori.
voro femminile, la tessitura, aveva dimostrato una rara Pare allora naturale ritenere che, non più impegnate in 43. Abito antico di gala, Ibiza, Isole Baleari, Spagna, anni Venti
precisione documentativa arrivando a elencare pratica- quella che per secoli aveva rappresentato la forma più Madrid, Museo del Pueblo Español.
mente paese per paese il numero dei telai in attività, la importante di industria domestica femminile, con non Il traje de gala di Ibiza, abbandonato alla fine del secolo XIX, è
rientrato nell’uso alla fine degli anni Venti del Novecento, sull’onda
quantità e il tipo dei tessuti prodotti e le loro finalità trascurabili risvolti economici, le donne sarde abbiano ri- di un fenomeno di revival che all’epoca interessò molti aspetti della
d’uso. Ciò considerato, la generale, ancorché non asso- volto le proprie potenzialità lavorative verso la produzio- cultura popolare spagnola. Si tratta di un abito caratterizzato da una
luta, assenza di dati sui pizzi e ricami potrebbe sempli- ne di pizzi e ricami per l’abbigliamento e le telerie do- larga gonna plissettata, con bordo in seta bianca, unita in vita a un
corpetto di velluto di seta operata: una foggia assai poco diffusa in
cemente significare che fino alla prima metà del XIX se- mestiche. Spagna che trova una parentela con le basquiñas di Ansò,
colo la loro produzione fosse molto modesta e il loro Un tipo di lavoro fino ad allora tradizionalmente riserva- nell’Alta Aragona e, in Sardegna, con lo scarramàgnu di Orani.
uso prerogativa del ceto urbano medio-alto. Probabil- to ai ceti elitari venne pertanto ad assumere connotazio- 44. Donne di Orani, 1939 ca., in Le Vie d’Italia 1939.
mente si potranno individuare le ragioni che nei decenni ne popolare; un fenomeno simile è stato registrato da
45. Costume di gala, scarramàgnu, Orani, fine sec. XIX
successivi avrebbero determinato il generale diffondersi Jane Schneider in un saggio relativo alla Sicilia della fine Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
della produzione e dell’uso di pizzi e ricami a livello po- dell’Ottocento: «Il rapidissimo declino della filatura e del- Quest’abito si distingue per il corpetto cucito alla gonna, non presente
polare, esaminando le ulteriori vicende della produzione la tessitura domestica liberò da questi lavori quel nume- in nessun’altra veste tradizionale dell’isola, ad eccezione di quella
di Fonni, e per il particolare tessuto della gonna formato da ordito
domestica delle tele di lino e dell’orbace precedente- ro di ore che rese poi possibile a delle contadine e a in canapa e trama a vista in lana bruno-nera. Questi elementi la
mente tanto ben documentate dall’Angius. delle artigiane l’emulazione delle élites».55 associano al traje de gala di Ibiza.

44
45
collocamento dell’orbace, che per quanto rinomato per di tessuti d’importazione particolarmente morbidi e fini,
la sua finezza ed accuratissima confezione, tale da ga- quali i gros, i damaschi e i velluti di seta, adatti dunque a
reggiare col casimiro non si sa dove collocarlo vantag- ricevere i sontuosi ricami in filato di seta, d’oro e d’ar-
giosamente, ed anche col mutar dei costumi donneschi gento; dall’altro all’influenza delle scuole di ricamo e di
che si sono oltremodo ingentiliti, molte donne credereb- cucito che fanno proprie alcune figurazioni ornamentali
bero umiliarsi esercitando la professione di tessitrice; il diffuse dalle riviste dedicate alle “arti femminili”.
ricamo ed il cucito hanno preso il sopravvento; l’ago ha Al riguardo l’Angius segnala l’attività delle orfanelle del
ammazzato la spola. Mancata la tessitura e la filatura che conservatorio della Provvidenza di Cagliari che com-
dava risorse non indifferenti le donne osilesi si gioche- prendeva lavori di ago e di spola (bordati, bindelli di
relleranno coi ricami e coi pizzi, e finiranno per poltrire, seta, calzette), la filatura della seta tratta da bozzoli sar-
non potendo, per il disuso, sostituire con altri lavori pe- di e la filatura delle gnacchere, per la produzione del
santi quello già smesso. Dapprima la donna osilese ba- bisso: «Nel 1834 erano in esercizio telai 24 per li bordati
stava per se, ora sarà un parassita dell’uomo».56 Ricami dello stabilimento della fabbrica sopra descritta dei co-
con filati policromi – generalmente di seta, ma anche di toni, altri per la seta, fazzoletti, coperte, nastri, calze,
cotone e, più raramente, di lana – vengono eseguiti sui due macchine quasi alla jaquard, e gran copia di altri
più diversi tipi di tessuti utilizzati per la confezione del minori istromenti». Analogamente, a Sassari, in un orfa-
vestiario tradizionale: dall’orbace (gonne, giacche, grem- notrofio «si insegna da una maestra la filatura e tessitura
biuli, uose, cappotti) ai panni di lana (giubbetti, gonne, in lino, lana e seta, con telai migliori de’ sardi, la cuci-
cappe, grembiuli, ecc.), ai damaschi, gros, velluti e taf- tura, la maglia, il ricamo, la composizione de’ fiori».58
fettà di seta (giubbetti, corpetti, fazzoletti, scialli, gonne, Nell’ambito dei ricami a motivi figurati rientrano anche
ecc.), ai velluti di cotone (giubbetti, corpetti, ecc.). Il ri- le decorazioni accurate ed eleganti delle larghe cinture
camo policromo, inoltre, orna le larghe cinture di cuoio maschili di cuoio diffuse nell’area della Sardegna centra-
particolarmente diffuse nella Sardegna centrale, nonché le e delle Barbagie (Desulo, Ollolai), e i fastosi orna-
le scarpe femminili di gala di svariate località, talvolta ri- menti in fili d’oro e d’argento dei capi di un gran nume-
vestite di velluto, di damasco o di seta. ro di località dell’isola (giubbetti di Ploaghe, Sennori,
Ricami e pizzi in bianco con filati di lino e cotone sono corpetti di Ploaghe, Nuoro, Ittiri), frequentemente uniti
presenti su camicie, grembiuli, veli in tela di lino e di a motivi ottenuti con canutiglie, lustrini o perline; come
cotone e in tulle. pure alcune trine in filo d’oro e d’argento, realizzate a
Le decorazioni possono essere grossolanamente distinte fuselli, di diversi indumenti usati nel meridione dell’iso-
in geometriche e figurate. la: a Cagliari decorano la mantìglia di panno rosso affe-
Le prime sono comunemente ritenute le più antiche e rente al costume di gala de sa panattèra.59
proprie dell’isola, in conformità ad una tendenza secolare Ma soprattutto sulle camicie, femminili e maschili, in tut-
dell’ornato sardo verso l’astratto e l’aniconico;57 e sebbene ta l’isola, anche se in misura e qualità differenti da zona
certamente preesistenti al periodo in esame esse vanno a zona, appaiono le forme più impegnative e raffinate
incontro a un arricchimento cromatico e delle tecniche dell’arte del merletto ad ago e del ricamo in bianco: pur
esecutive: comprendono i vari rombi, triangoli, greche, nella diversità di foggia – lunghissime fino ad intrave-
cerchi, linee presenti soprattutto nel vestiario delle Barba- dersi sotto il bordo inferiore della gonna o tanto corte
gie e del Nuorese; sono spesso collocate sui bordi e sulle da coprire appena la vita; divise verticalmente in due
giunture di un tessuto o di tessuti diversi, talvolta eviden- parti simmetriche o completamente chiuse fino alla scol-
ziando, talvolta ammorbidendo i passaggi tra diversi colo- latura; con colletto alto o praticamente inesistente – pre-
ri e materiali e, probabilmente, svolgendo, specie nel ca- sentano collo, petto e polsi ornati da pizzi o ricami in
so del supporto d’orbace, anche una pratica funzione di bianco che variano a seconda delle destinazioni d’uso e
rinforzo e di appiattimento delle cuciture. delle risorse economiche dei proprietari.
Tra gli indumenti cui le decorazioni geometriche conferi- Particolare pregio e raffinatezza caratterizzano la lavora-
scono una particolare caratterizzazione si possono ricor- zione delle camicie femminili delle Barbagie, delle Ba-
dare il grembiule da sposa nuorese, la gran parte di ronie e del Nuorese, tanto da risultare frequentemente il
quelli femminili di Desulo (cappuccio, grembiule, giub- capo più prezioso dell’intero costume. Sempre ampie,
betto) e di Orgosolo (giubbetto di panno rosso, grem- di tela di lino o di cotone, erano contraddistinte dal cò-
biule con grandi fiori – crochi – stilizzati, detti lìzos, che ro, descritto con precisione dalla Deledda “folklorista”:
spiccano sul fondo nero di raso di cotone o di lana fine). «Alle camicie femminili si fa il cuore (“su coro”) come si
Alla categoria dei motivi figurati vanno ascritti i disegni eseguisce anche in talune camicie maschili. Questo cuo-
riproducenti fiori, racemi, tralci di vite, grappoli d’uva, re è una specie di ricamo ad ago sulla larga increspatu-
cornucopie, uccelli, ecc., che ornano giubbetti, corpetti, ra (“sas ispunzas”) che raccoglie l’immenso volume del-
gonne, grembiuli, scialli, cappe, fazzoletti indossati in la tela sul collo e sui polsi».60 Nell’ambito maschile si
svariate località dell’isola (tra le tante si citano Osilo,
Sennori, Oliena, Nuoro, Dorgali, Ittiri, Atzara, Busachi). 46. Paesano sulla soglia di un portale gotico, Abbasanta, 1927,
La loro diffusione è da connettere da un lato all’adozione fotografia di August Sander, Archivio A. Sander. 46

46 47
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evidenzia l’introduzione a Teulada della camicia caratte- preferisce opaca, accollato con maniche lunghe … av- A questo proposito risulta illuminante un passo del Tolu
rizzata dal lavoro detto pùntu a bródu, piuttosto costosa, volto da un amplissimo velo di tulle o di trina»,62 trova Liperi tratto dalla già citata monografia su Osilo. L’autore,
componente indispensabile dell’abito di nozze degli uo- pronto accoglimento presso le famiglie borghesi delle riferendosi ai mutamenti intervenuti nel vestiario femmi- 47. Maria José e Umberto di Savoia presenziano alla Cavalcata sarda,
Sassari, 1939, foto d’epoca.
mini teuladini. città sarde; dai ceti popolari, che non possono permet- nile, scrive: «La terza foggia, l’attuale, che ha raggiunto le
Infine, questi anni vedono la grande diffusione di veli, tersi un abito da utilizzare una sola volta, riceve un cen- alte vette della gloria colla rinomanza, trionfando nelle 48. Cavalcata sarda, Sassari, seconda metà anni Cinquanta,
foto d’epoca.
grembiuli, pettorine e sciarpe di tulle ricamati in bianco no d’attenzione attraverso questi veli, sciarpe e grembiu- gare, nei concorsi, negli album e nelle esposizioni, è un
49. Coppia di Sennori a cavallo, Sassari, Cavalcata sarda, 1999,
su bianco con motivi riproducenti fiori, rami fioriti, frut- li di tulle, che vanno ad associarsi simbolicamente alle portato della evoluzione del secondo costume, svoltasi fotografia di Franco Ruju.
ti, grappoli d’uva. Questi indumenti si adottano soprat- già affermate bianche bende nuziali nuoresi. Continua da un trentennio a questa parte. Ormai il panno scarlatto
50. Tràcca di Quartu S. Elena, Cagliari, sfilata di S. Efisio,
tutto a Cagliari, Assemini, Monserrato, Fluminimaggiore, cioè a permanere la concezione dell’abito nuziale fem- comincia a rannicchiarsi negli angoli più poveri, smet- fine anni Novanta, fotografia di Franco Ruju.
Capoterra, Iglesias, Muravera, Oristano, Cabras, Busachi, minile come investimento da realizzare in tempi lunghi, tendo la sua audacia, e lasciando il campo al trionfante
51. Gruppo folk di Bauladu, Cagliari, sfilata di S. Efisio,
Milis, Meana, Paulilatino, Seneghe, Orosei, Silanus. diluendo la spesa onerosa nel corso di vari anni e riser- terziopelo, vale a dire velluto in seta, finissimo e costo- fine anni Novanta, fotografia di Franco Ruju.
Probabilmente una così ampia diffusione dei veli e dei vando tale impegno per un manufatto non troppo con- sissimo, che va dalle sei alle sette lire al palmo, cioè dal-
52. Gruppo folk di Desulo, Nuoro, sfilata del Redentore, 2001,
grembiuli di tulle, ma anche l’importanza assunta dalle dizionato dagli effimeri dettami della moda e soprattutto le 25 alle 30 lire al metro … La gallona è andata ogni an- fotografia di Franco Ruju.
candide camicie, conseguono all’affermazione dell’abito utilizzabile successivamente come abito di gala.63 no più aumentando larghezza e ricchezza. La gonnella è 53. Gruppo tenores di Oliena, Oliena, Cortes apertas, 1999,
bianco nuziale nelle principali città europee, quale ri- La fine dell’Ottocento vede l’affermarsi del fenomeno per metà tempestata di ricami in seta; ed anche questo fotografia di Franco Ruju.
mando simbolico al candore e alla purezza virginale dei concorsi (Sassari 1896, Cagliari 1899), volti a diffon- ricamo subisce la sorte della stoffa, assoggettandosi a mi- 54. Costume di Dorgali, Bitti, Su Meracolu, 2002,
che avrebbero dovuto caratterizzare la donna davanti al dere l’artigianato sardo in generale e, dunque, anche i nutissime pieguzze, eleganti e flessuose … Le camicie foto di Franco Ruju.
sacramento matrimoniale; connotazione simbolica pe- lavori femminili del cucito e del ricamo, associati a pre- portano al collo e al petto magnifici e finissimi ricami in 55. Costume di Ollolai, Sassari, Cavalcata sarda, 1999,
raltro già presente in diverse cerimonie religiose della mi per i costumi. Queste manifestazioni diventano effi- bianco, che ormai quasi tutte le fanciulle sanno eseguire, fotografia di Franco Ruju.
chiesa cattolica fin dal secolo XVI.61 caci veicoli di promozione delle novità e delle capacità perché hanno sostituito l’ago sottile, al rozzo fuso, ed al 56. Costumi di Bitti, Nuoro, sfilata del Redentore, 1999,
La moda dell’«abito di seta bianca, che per finezza si inventive di abili sarte e ricamatrici. rozzissimo telaio … I veli del capo alla tela han sostituito fotografia di Franco Ruju.

48 49
51 䊱 52 䊱 53 䊲 54 䊱 55 䊱 56 䊲
finissimi tessuti di battista e Giaconetta, tele traforate e del vestiario dei pastori di Villanueva de Aezcoa, in Na- fenomeno di revival che all’epoca interessò molti aspet- corpo e la mente delle donne, anche dalle costrizioni
tramezzate con un’infinità di variazioni, inventate dalla varra, si ritrova l’orbace della Sardegna; così come nelle ti della cultura popolare spagnola.66 fisiche e psicologiche dell’abbigliamento.
fantasia delle fanciulle … I busti hanno ricami d’oro fi- gonne nere e plissettate delle donne di Ochagavia (ma Anche in questo caso si tratta di un abito caratterizzato A Nuoro, per indicare una donna abbigliata correttamen-
nissimo, con delle pettiere di stoffe ideali; in sostituzione anche di Sepulveda, in Castiglia) che si usava sollevare da una larga gonna plissettata, con bordo in seta bianca, te, con una giusta sistemazione delle diverse parti del-
del noioso nastro, che per delle ore intiere teneva occu- fino a coprire le spalle e il capo a difesa dalla pioggia unita in vita a un corpetto di terziopelo: una foggia as- l’abito, con capi di proporzioni adeguate alla taglia, in
pate le fanciulle onde finire l’abbottonatura».64 (figg. 32, 36); consuetudine diffusa e ampiamente docu- sai poco diffusa in Spagna che trova un apparentamen- un insieme pertanto armonico, si usa ancora oggi dire:
In realtà anche la produzione di pizzi e ricami – perlome- mentata nel Nuorese e in tante altre parti della Sardegna. to con le basquiñas di Ansò, nell’Alta Aragona. Le altre est bène chìnta. Il verbo chìnghere significa stringere,
no di quelli destinati all’abbigliamento – andava incontro E, ancora, l’abito di gala delle donne di Roncal (fig. 40) parti dell’abito sono le maniche posticce, in lana bruna, chiudere e riassume molto bene il senso e l’architettura
a un rapido declino. A partire dal primo dopoguerra del appare tanto simile a quello delle donne di Iglesias. Le legate alle spalle mediante nastri di seta, la camicia di dell’abito nuziale e di gala femminile di fine Ottocento,
Novecento, si registra, infatti, non più un processo di camicie delle donne di Aliste, in Zamora, con i loro rica- lino, il sombrero di feltro nero che si pone sopra una specie delle aree centrali e settentrionali. Una serie di
adattamento di fogge, colori e materiali, ma un sistemati- mi variopinti richiamano quelle di Desulo e Ollolai, e benda di cotone con bordo di seta e lo scialletto di lana indumenti fasciano e coprono le braccia, i fianchi e le
co e generale abbandono dei diversi indumenti maschili quelle dell’Alta Aragona, per il sistema di pieghettatura, le con motivi floreali stampati. gambe, bendano il capo, vi si appendono e lo sovrasta-
e femminili che formavano la struttura fondamentale del camicie di Ploaghe e Settimo S. Pietro. I colli delle cami- La composizione del tessuto della gonna, così come no con impalcature, stringono la vita e il tronco, aumen-
vestiario tradizionale, a favore dei modelli comunemente cie maschili di lino, con ricami in bianco, dei territori del quella del grembiule che la accompagna, il delantal de tano il volume dei fianchi; nascondono il corpo delle
adottati in tutto il Continente. Bajo Orbigo e della Valderia appaiono identiche a quel- “mostra”, sulla base dell’analisi dell’esemplare conser- donne, lo rendono più corto e più largo; l’abito è pesan-
Sul versante maschile si registra l’abbandono sempre le del vestiario tradizionale di Teulada, Pula, Samugheo. vato nel Museo del Pueblo Español di Madrid, è la stes- te, occorre camminare con grazia e con attenzione altri-
più massiccio di alcuni elementi del vestiario tradiziona- I corpetti maschili di panno, ricamati con motivi floreali sa dello scarramàgnu di Orani.67 menti si squilibra e chi lo indossa sbanda.
le, quale il colléttu e, tra gli indumenti d’orbace, in parti- in seta policroma di Val San Lorenzo, nella regione della Oltre alla foggia, dunque, un altro elemento inconsueto In termini generali, con la rivoluzione che nel primo
colare le ràgas, sostituite da calzoni a tubo di panno e Maragatería, richiamano vivamente quelli del vestiario unisce lo scarramàgnu all’abito ibizense: la struttura del ventennio del Novecento interessa in particolare l’abbi-
di fustagno. In questo senso fa sorridere e insieme com- maschile di Samugheo, Atzara, Aritzo, ecc. (fig. 34). Il tessuto della gonna in canapa e lana. Così come per di- gliamento femminile, con il primato delle scelte e della
muovere l’immagine fotografica dell’uomo di Bortigali manto delle donne della Salamanca presenta la stessa for- versi tessuti e indumenti iberici, divenuti elementi impor- creatività dei grandi sarti rispetto alla qualità e ricchezza
(fig. 29), realizzata negli anni Settanta dell’Ottocento, ma di quelli di Osilo e dell’Ogliastra, di Ollolai e Gavoi. tanti del vestiario popolare della Sardegna, appare proba- dei tessuti, vero fondamentale discrimine nei secoli pas-
che sui calzoni a tubo indossa un gonnellino che è po- Le analogie riguardano anche i motivi ornamentali di bile che, nell’ambito dell’intenso commercio di manufatti sati tra ceti ricchi e ceti poveri, il corpo femminile acqui-
co più che una striscia di tessuto pieghettato: una me- tanti accessori: le cinture maschili della Maragatería mo- tessili dalla Spagna, soprattutto dalla Catalogna e dalle sta una sua riconoscibilità.
moria, una “citazione” delle ràgas. strano le decorazioni floreali di tante chintòrjas barbari- Baleari, in Sardegna si sia determinata la diffusione del Riprendendo un testo di alcuni anni fa sulla trasformazio-
Su queste forme, epilogo del frammentato processo di cine; i pizzi a fusello, con motivo a ventaglio, presenti particolare tessuto di cui s’è detto e il suo conseguente ne che in tal senso avvenne a Nuoro, «nell’abbigliamento
trasformazione fin qui delineato, si riversa l’infinita quan- nelle mantillas di alcuni abiti di gala maiorchini sono inserimento nel vestiario popolare dell’isola.68 femminile festivo un fazzoletto di lana tibet marrone ha
tità di testi, disegni, stampe, fotografie, cartoline di fine identici a quelli della cappa dell’abito detto de sa pa- La stessa produzione della canapa documentata a Ora- sostituito la benda bianca; il grembiule è del tutto smes-
Ottocento: documenti probatori, che fissano i modelli, nattèra di Cagliari e dei grembiuli e delle gonne di gala ni69 potrebbe aver avuto una delle ragioni di persistenza so; il giubbetto si porta sopra il corpetto, la gonna non è
gli stilemi delle vesti popolari della Sardegna, e conse- di Quartu e Monserrato. I fermagli d’argento a motivi flo- nella domanda che derivava dall’uso dello scarramà- più d’orbace ma è prevalentemente di panno marrone
gnano quasi un inventario alle istituzioni cui ben presto reali e a mascheroni usati nel vestiario femminile del ter- gnu fino alla prima metà del secolo scorso; così come il impreziosita da una balza di velluto blu; ha pieghe di cir-
esse afferiranno: i musei. ritorio montano de Los Argüellos, nel Leon, ci riportano miracoloso perdurare a Orgosolo dell’attività di sericol- ca 4 cm e arriva fino alla caviglia, dunque più corta. La
Un fenomeno questo che in misura maggiore o minore, alle catene che ornano tanti abiti femminili dell’Ogliastra tura è legata alla presenza, nell’abbigliamento tradizio- stratificazione di gonne (necessaria per l’insieme pala a
nelle ultime decadi dell’Ottocento e nelle prime del No- e del Mandrolisai. nale, della benda gialla di seta. supra, tunica, benda), fa posto ad una figura più snella;
vecento, vive tutta l’Europa borghese, come attraversata Ma interrompendo un’elencazione altrimenti destinata a anche la camicia, che nel passato veniva indossata in ma-
da un senso di rimorso: da un lato i giornali di moda, in continuare infinitamente, si passa a esaminare da vicino Dalle prime esposizioni del 1881 a Milano e del 1896 a niera tale che ricadesse sul petto provocando, grazie alla
tutte le più importanti città europee, promuovono gli sti- un abito particolare dell’abbigliamento femminile festivo Sassari alle manifestazioni in onore dei Reali a Sassari rigidità del tessuto inamidato, un rigonfiamento sempre
li e i prodotti delle moderne forme vestimentarie, dall’al- di Orani, lo scarramàgnu, formato da un corpetto di nel 1899, con la sfilata delle coppie a cavallo, gli abiti superiore a quello naturale, acquista dimensioni più mo-
tro una variegata produzione editoriale illustra il mondo panno rosso cucito a una gonna finemente plissettata, tradizionali, raggiunto il più alto valore economico e il deste. In generale, pare possa affermarsi che l’abito tradi-
popolare con immagini fotografiche e pittoriche; imma- che cade morbida fino a coprire i piedi con una bordura massimo splendore estetico e cromatico, perdono so- zionale modifica il suo rapporto col corpo femminile e, in
gini nelle quali i costumi si fermano definitivamente, co- di seta color rosso ciclamino (figg. 44-45). stanzialmente la funzione d’uso per abbracciare quella un rinnovamento delle proporzioni tra i vari capi, assume
sì come nella vita reale. Elemento caratteristico della gonna è la composizione di primario simbolo etnico. le caratteristiche del moderno tailleur, ancorché realizzato
In un contesto di ricchezza documentaria è possibile del tessuto: canapa per l’ordito e lana nera, dal filato sot- Essi si avviano decisamente a divenire materia museale e nei colori e, in parte, nei tessuti tradizionali».70
delineare il catalogo delle vesti delle classi popolari in tile e brillante, per la trama con faccia a vista; composi- scenografica, costumi, elementi connotati da atemporalità, Ma la svolta più radicale tutto sommato si registra sul
Europa e tracciare una rete di analisi comparative. Per zione che determina un particolare effetto cangiante. non modificabili, non partecipi della costante mutevolez- versante maschile; continuando con l’esempio di Nuoro,
la Sardegna, una simile analisi trova una direzione pri- A quanto è dato sapere – a parte alcuni esemplari di za della moda, entrando a pieno diritto nella grande che per la sua collocazione geografica e per le vicende
vilegiata, quella della penisola iberica. Fonni – non risultano, nell’abbigliamento tradizionale Esposizione Internazionale romana del 1911 all’interno storico-sociali può ben rappresentare un caso emblema-
Che la presenza spagnola abbia influito molto sulla cul- della Sardegna, altri esempi di gonna e corpetto uniti da della Mostra di Etnografia Italiana curata da Giovanni Lo- tico, questa città «vede un generale abbandono di zippo-
tura popolare della nostra isola, dai rituali religiosi alle una ancorché rudimentale cucitura; peraltro la camicia, il ria; ciò che costituì il primo grande nucleo repertuale del nes, carzones de furesi, carzones de tela e mesu carzas
rappresentazioni di Carnevale, dall’alimentazione al ve- fazzoletto e il giubbetto che accompagnano lo scarramà- Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma. in favore di giacche e calzoni a tubo di fustagno, di vel-
stiario, dall’architettura all’oreficeria, è d’altra parte qua- gnu rientrano per foggia, materiali e colori nei consueti Di fronte al complessivo mutamento sociale e ai nuovi luto e, per le occasioni importanti, di lana; la stessa ber-
si un dato di comune sentire. canoni dell’abbigliamento popolare del Nuorese. canoni estetici che informano l’immagine della donna ritta fa posto a berretti con corta visiera o a cappelli a
E, in realtà, le corrispondenze risultano straordinaria- Quest’abito, inconsueto in Sardegna, ha un’evidente ana- del primo Novecento, il complesso indumentario tradi- falde, di produzione continentale. Le ragioni di tale tra-
mente numerose e convincenti anche alla prova di in- logia con un tipo di vestiario tradizionale femminile di zionale dell’isola rivela quasi repentinamente la sua ina- sformazione vanno ricercate nell’influenza sempre mag-
dagini puntuali e approfondite.65 un’altra grande isola del Mediterraneo, il traje de gala deguatezza. In particolare la struttura delle vesti femmi- giore della moda esterna, nell’uso di tessuti che rendono
A parte gli abiti di Teulada, la cui corrispondenza col ve- di Ibiza (fig. 43), abbandonato alla fine dell’Ottocento e nili appare in contraddizione con l’assunto che sta alla più facile le confezioni dei capi, e nella contemporanea,
stiario popolare spagnolo è ben nota, nella ruvida lana rientrato nell’uso alla fine degli anni Venti, sull’onda di un base di tutto il processo di emancipazione: liberare il profonda modificazione dell’assetto sociale».71

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Trasformazione vestimentaria che riguarda anche i pic- si spandevano dolciumi o giocattoli o libri, si esponeva-
coli centri del Nuorese e della Barbagia, per lo meno no manichini senza testa vestiti di abiti fatti, tutti corrosi
per quanto attiene alle nuove generazioni; Salvatore magari o ammuffiti, ma che erano il segno di una cosa
Satta dedica al fenomeno un cenno sarcastico ne Il mai vista e neppure immaginata, la ricchezza del dana-
giorno del giudizio: «Quelli che facevano politica, i can- ro, tanto diversa da quella delle pecore e delle capre».72
didati, erano tutti dei paesi: di Orune, di Gavoi, di Ol- Nelle città più grandi dell’isola gli abiti sono quelli di
zai, di Orotelli, persino di Ovodda, quei minuscoli cen- tutta l’Italia: giacca e pantaloni a tubo, panciotto, cap-
tri (biddas, ville) lontani quanto le stelle l’uno dall’altro, pello o berretto, camicia bianca, con o senza colletto,
che guardavano a Nuoro come alla capitale; paesi di mentre l’uso di fogge tradizionali permane in un buon
pastori, di contadini, di gente occupata a contare le ore numero di località della Sardegna interna e centro-set-
della giornata, ma i cui figli avevano scoperto l’alfabe- tentrionale (Barbagia, Ogliastra, Mandrolisai, Logudoro)
to, questo mezzo prodigioso di conquista, se non altro per tutta la prima metà del Novecento e, ancora oggi, a
di redenzione dalla terra arida, avara. Gli zii, come si Desulo, Busachi, Oliena, Orgosolo e in pochi altri paesi,
chiamavano questi rustici anziani, dalle grandi barbe, per lo meno da parte delle donne più anziane.
entravano a Nuoro avvolti nei costumi nuovi, come in Non mancano, peraltro, negli anni Venti, alcune iniziati-
un salotto, e vi andavano per testimoniare o per parlare ve singolari – avviate probabilmente sull’onda del suc-
con l’avvocato o col notaio (quando non vi erano con- cesso che sembra arridere alla produzione dell’orbace
dotti ammanettati), una, due volte all’anno, traendosi adottato dal Governo italiano in un primo tempo per la
appresso i figli. Questi, vestiti da civili, ridicoli ai loro confezione dei cappotti degli ufficiali di Marina e suc-
stessi occhi, vergognosi a poco a poco dei padri, di cessivamente per quella delle divise fasciste – quale
fronte a quei signori non meno sfaccendati ma che se- quella che riguarda l’abito femminile di Desulo, ricorda-
devano ai tavolini del caffè come esercitando un loro ta in uno scritto del 1928 di Imeroni: «Il costume desule-
diritto di casta, vedevano le immense vetrine nelle quali se è sceso dal nido alpestre e si è modernizzato fino a

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costituire un elegante e festoso modello cittadino di viano alcune collaborazioni sperimentali: «I ricami e i
giacca o golf in panno, lana, seta, costume completo per merletti della Sardegna vengono utilizzati nel settore del-
bimbi, e, passato il mare, si diffonde come gli sportivi la “haute couture”. I motivi del costume sardo assumono
golfs di derivazione magiaria a geometriche e vivaci po- il ruolo di un utile suggerimento nelle loro infinite varia-
licromie – conferendo grazia e originalità alle figure che zioni».75 In particolare la bottega della signora Giuliana
lo sanno portare … La cuffietta desulese è scesa dalla Cambilargiu, dopo aver realizzato per anni i ricami più
testa alle mani, dando luogo ad una originale trasforma- apprezzati dell’abito femminile di gala di Osilo, collabora
zione da copricapo in borse grandi e piccole, portafogli, con l’atelier romano d’alta moda Foschini, eseguendo le
portabiglietti, borsellini, in panno scarlatto ricamato in decorazioni a ricamo dei sontuosi abiti destinati a una
seta, altrettanto pratici che decorativi».73 clientela medio-alta della capitale.
E, ancora, nella quarta edizione della Mostra Nazionale Dopo il periodo buio degli anni Sessanta, segnato da un
della Moda di Torino «spiccavano accanto a un telaio an- generale atteggiamento di rimozione nei confronti della
tico sardo, azionato da una donna isolana nel suo costu- cultura tradizionale dell’isola, in qualsiasi espressione es-
me caratteristico, i figurini di un valente artista del gene- sa si manifestasse, dalla lingua all’alimentazione, dalla
re, indossanti abiti e mantelli fatti d’orbace sardo, dei più musica alla poesia, rinasce un nuovo interesse nei con-
diversi colori e dei più artistici modelli e disegni».74 fronti dei costumi popolari; ad esso si accompagna una
Negli anni Cinquanta, promossi dall’ESVAM (Ente Sardo ripresa della confezione tradizionale, tuttora in corso, a
per la Valorizzazione dell’Artigianato nella Moda), si av- seguito delle richieste dei numerosi gruppi folcloristici
che per le loro esibizioni coreiche e musicali hanno
adottato gli abiti tradizionali ottocenteschi dei rispettivi
57. Foto di scena del film Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta, 1961.
Dell’abbigliamento del protagonista si distinguono berretto con corta paesi. Naturalmente la loro lavorazione ha poco a che
visiera, giacca e calzoni di velluto liscio, gambali di cuoio, scarponi vedere con quella che si eseguiva nel passato, sia per i
con fondo di gomma: tutti elementi del vestiario quotidiano. Anche materiali adoperati, sia per la qualità delle decorazioni.
per quanto attiene all’abbigliamento il film si distingue per la sua
attendibilità e segna il superamento del cinema imbellettato degli L’attività di recupero e riutilizzazione come abiti da scena,
anni Cinquanta e della rappresentazione di una Sardegna portata avanti da diversi gruppi, specie in alcuni paesi nei
improbabile nelle storie e nell’aspetto dei protagonisti. quali la scomparsa del vestiario tradizionale è stata preco-
57 58. Orgosolo, fine anni Cinquanta, fotografia di Henri Cartier-Bresson. ce e, apparentemente, assoluta, appare talvolta viziata

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dall’esigenza di ritrovare a tutti i costi “il vero costume” Così, in alcuni paesi, il colore del velluto sarà solo nero Note
del proprio paese, per riprodurlo in una sorta di divisa, o solo marrone, o verde oliva, color tortora, ocra; le
preferibilmente smagliante di colori e galloni. giacche potranno avere o meno la martingala o le pie-
Davanti al furore investigativo che pervade alcuni ap- ghe a soffietto, il velluto potrà essere liscio o rigato; i
passionati ricercatori locali viene addirittura da chiedersi calzoni lunghi a coprire gli scarponi o stretti dentro
se la grottesca operazione di recupero dell’abito di una gambali di cuoio, il berretto piccolissimo o ampio. Se-
vecchia signora dalla bara ove riposava da due anni sia gni minimali di riconoscimento, di confine, di connota-
solo frutto della fantasia letteraria di Giulio Angioni: zione propri di una società che deve o vuole avere
«Tutto è nato per questa faccenda delle fogge d’abito, strumenti per distinguere i componenti della propria
dei bei costumi antichi. L’idea di una riesumazione era comunità dagli estranei; segnali che ci ricordano come
venuta a Mario molto naturale, quando tre giorni prima la storia della produzione e dei commerci costituisca
stava spiegando alla fidanzata la difficoltà, l’impossibi- soltanto il sostrato materiale e organizzativo sul quale si
lità, di rintracciarne almeno uno, dei bei costumi antichi innesta il sistema di valori e di simboli che da sempre
frauensi, da indossare ed esporre nella mostra e la sfila- l’uomo associa alle vesti.
ta. Non ce n’erano più, neanche a cercarli nelle fosse … Solo tenendo presente questo lato invisibile degli abiti, è 1. Si veda la bibliografia di P. Piquereddu (Archivio de la Catedral de Barcelona, Pia Al- goni, disposizioni governative e comunali, giu-
1987; sulla letteratura di viaggio si veda A. Bo- moina, Pergaminos serie 9, n. 152)». ramenti e atti diversi”. I testi di quattro statuti
Però almeno uno lo dovevano trovare, anche senza co- possibile decifrare le ragioni di un fenomeno paradossa- scolo 1973. dei gremi contenuti nel codice (sarti-calzettai,
ralli e senza ori, autentico, non riconfezionato tutto nuo- le quale quello dell’esplosione cromatica e ornamentale 14. Codice degli Statuti della Repubblica di Sas-
2. Questa tematica è al centro del saggio di A. sari, edito e illustrato dal cav. D. Pasquale To- calzolai, pellicciai e falegnami) vennero pubbli-
vo, come qualcuno proponeva, disonesto».76 del vestiario popolare sardo di fine Ottocento, in un’Eu- cati da Maria Teresa Ponti (1959). A cura della
Mattone 1989, pp. 13-64; un’ulteriore stimo- la, Cagliari 1850; rist. anastatica, Sassari 1983,
stessa Ponti lo statuto dei calzolai e quello dei
È indubbio, comunque, che l’attività dei gruppi folclori- ropa già immersa nel bagno scuro della “grande rinun- lante analisi è contenuta nel testo di M. Briga- pp. 234-235.
sarti erano apparsi nel 1956 sul Bollettino Bi-
glia 1981, pp. 5-16.
stici, in termini generali, specialmente negli anni segna- cia”, o del solido successo che, cent’anni dopo, viene tri- 15. Condaghe di S. Pietro di Silki. Testo logu- bliografico Sardo.
ti da scarsa considerazione e rispetto, ha contribuito in butato all’abito maschile di velluto dai più diversi ceti 3. Si veda l’ancora insostituibile lavoro di G. dorese inedito dei secoli XI-XIII, a cura di G. 26. «Item que daci avant niguna de qualsevol
Lilliu 1966. Bonazzi, Sassari-Cagliari 1900; Il Condaghe di stat, grau y condició sia de la terra o strange-
misura determinante a conservare una gran parte delle sociali dell’isola: attraverso i tortuosi cammini della moda San Pietro di Silki, trad. e introd. a cura di I.
4. G. Lilliu 1966, pp. 126, 178-179. ra no gose, ni presumesca palesement o ama-
conoscenze tecniche, della terminologia sartoriale e del e del gusto quell’abito di velluto, che chiunque sia stato Delogu, Sassari 1997. gada tallar roba nova de vestir de seda, ni
5. Sulla mastruca e gli autori classici si veda
ricamo tradizionali, svolgendo dunque, di fatto, un’ope- bambino nella Sardegna degli anni Cinquanta non può E. Pais 1999 (riedizione dell’opera edita da 16. Un ampio quadro di queste problematiche calses, ni drap o altrament sens haver hagut
ra di tutela nei confronti di questo vasto settore della non associare a immagini di povertà e malessere, a un Nardecchia, Roma, nel 1923); P. Meloni, La si trova in: Per una storia della moda pronta primer licencia de dits obrers y revehedors, sots
Sardegna romana, Sassari 1991. 1991; si veda anche P. Allerston, “L’abito usa- pena de vujt sous per cada roba applicadora a
cultura popolare della Sardegna. odore inconfondibile e ineliminabile, agli informi indu- to”, in Annali 2003, pp. 561-581. dita contraria». M.T. Ponti 1959, p. 241.
Ma ritornando agli abiti veri, e al loro perdersi nella im- menti dei pastori di Banditi a Orgosolo, a giacche e cal- 6. Sulle maschere pastorali della Sardegna: P.
17. G. Paulis 1983, pp. 135-142. «Spingendo 27. Per il suo valore storico e documentale si
Piquereddu 1989.
mane trasformazione economica e sociale del secondo zoni vistosamente rattoppati – anche se sempre connotati oltre il semplice piano formale il parallelismo riporta di seguito l’elenco completo del tariffa-
7. E. Pais 1999, vol. II, pp. 269-270. tra la parola sarda antica cunduri e quella rio: «Et primerament per una capa de brocat,
dopoguerra, in paesi come Orgosolo, Desulo, Fonni, da valori estetici, perlomeno da quello della simmetria –, guarnida del matex brocat o de seda, dotze
8. G. Paulis 1997, p. 82. otrantina kundùri ‘sottoveste delle donne nel-
Dorgali, Oliena, Orosei le donne anziane di prevalente è diventato sorprendentemente il vessillo dell’attuale l’antico costume’, possiamo ammettere ragio- lliures; / Item una capa del matex brocat sens
ambiente pastorale li indossano come abiti di gala per le identità vestimentaria della Sardegna.77 9. G. Paulis 1997, p. 81. nevolmente che al pari del kundùri dell’Italia guarnició, tres ducats; / Item un sayo del ma-
10. A. Guillou 1988, p. 370. Sul bisso si veda meridionale anche il cunduri sardo medioe- tex brocat, guarnit del matex brocat o de seda,
grandi ricorrenze familiari e religiose; altri hanno adotta- vale, essendo usato dalle donne (si tratta, in- set lliures; / Item un sayo de dit brocat, sis lliu-
G. Carta Mantiglia 1997, pp. 89-99.
to alcuni indumenti riconducibili a uno stile tradizionale: fatti, di un cunduri muierile), fungesse pro- res; / Item un borriguo de brocat, guarnit, cinc
11. ASG, cart. n. 18, parte II. Archivio di Stato lliures; / Item un borriguo perlá de brocat, qua-
per le donne, gonna, finemente plissettata, a tinta unita di Genova, cart. n. 24 (notaio Buonvassallo de
priamente da sottoveste. Allora il rocca che
segue (cunduri de rocca) andrà insieme al tre lliures; / Item una capa lombarda de vellut
marron, blu, nera, grigia, in lana, cotone, misto lana, fi- Cassino), c. 79r. L. Balletto, “Documenti notarili
francone *(h)rokk, continuato nel basso latino o de ras, guarnida de rivet o selleta y folrada
bre sintetiche, lunga al polpaccio; blusa/camicia a pic- liguri relativi alla Sardegna (secc. XII-XIV)”, in de seda, quatre lliures; / Item una capa de vel-
ROCCUS, ricorrente nei capitolari carolingi e
La Sardegna nel mondo mediterraneo, vol. II, lut o de ras, guarnida de rivet o selleta, un du-
coli disegni, in armonia cromatica con la gonna; scialle significante – come si esprime il Du Cange –
Sassari 1981, pp. 212-260. cat; / Item una capa de vellut o de ras plana,
“suprema vestis”, cioè “veste di sopra”».
di lana tibet marron, nero, blu o grigio scuro; scarpe 12. Per quanto attiene al commercio dei panni quarantacinc sous; / Item un sayo de vellut o
18. Codice degli Statuti della Repubblica di de ras plana, quarantacinc sous; / Item un
scollate, o aperte dietro tipo chanel, con tacco medio- e delle berrette dalla Lombardia Gian Luigi
Sassari cit., p. 68.
Fontana scrive che: «I panni di Milano, di Mon- sayo de vellut o de ras, guarnit de rivet o selleta,
basso e tozzo; fazzoletto di tibet in tinta con lo scialle, 19. ASC, “Antico Archivio Regio. Prammatiche, un ducat; / Item un sayo de vellut o de ras
za, di Como, di Brescia e di Bergamo erano
legato a soggolo. Il tutto senza ricami, senza motivi or- diffusi in tutta la penisola e nell’area mediterra- istruzioni e carte reali”, vol. B6, cc. 146-147v, perlá, quarant sous; / Item un borriguo de vel-
namentali. nea almeno dalla metà del XII secolo … Alla orig. cart. in La Corona d’Aragona un patri- lut o de ras, guarnit de selleta o rivet, trenta
fine del Trecento Milano … non produceva so- monio comune per Italia e Spagna (secc. XIV- sous; / Item un borriguo de vellut o de ras perlá,
Per gli uomini, al di là della presunta democratizzazione XV), Deputazione di Storia patria, Cagliari 1989, vinticinc sous; / Item una casaca de vellut o de
lo panni di alta qualità, ma, data la forte e di-
dell’abito borghese, si riproducono alcune nette differen- versificata domanda del grande centro urbano, p. 348. ras, guarnida de rivet o selleta y folrada, tren-
ziazioni. Gli abiti dei ceti urbani, compresi gli artigiani, anche mezzelane, miste di cotone e di lino, tacinc sous; / Item una casaca de vellut o de
20. F. Manconi, “L’eredità culturale”, in I Cata- ras plana, mig ducat; / Item una saya de bro-
sono gli stessi delle grandi città del Continente: giacca e drappi bassi, drappi grossi e panni dei più di- lani in Sardegna, Cagliari 1986, p. 219.
versi livelli di prezzo, oltre a calze, cappucci, cat de dona, guarnida de rivet o selleta del ma-
pantaloni a tubo e panciotto di lana, generalmente scuri, mantelli, coperte, guanti, cappelli e berrette». 21. F. Orlando 1998, p. 54. tex y ab manegues, dotze lliures; / Item una
saya de brocat sens manegues, guarnida se-
berretto, camicia bianca, con o senza colletto. I pastori e G.L. Fontana, “La lana”, in Annali 2003, p. 334. 22. G. Olla Repetto 1986, p. 274. gons ses dit, deu lliures; / Item una saya de bro-
i contadini, specie delle zone interne, adottano un pro- 13. C. Batlle, “Noticias sobre los negocios de 23. R.L. Pisetzky 1978, p. 211. cat plana, très ducats; / Item una saya de vellut
prio modello di vestiario: l’abito di velluto e di fustagno, mercaderes de Barcelona en Cerdeña hacia o ras, guarnida de rivet o selleta ab manegues,
1300”, in La Sardegna nel mondo mediterra- 24. R.L. Pisetzky 1978, p. 210.
quatre lliures; / Item una saya de dit vellut sens
composto da giacca, pantaloni e gilet, mano a mano neo, vol. II, Sassari 1981, pp. 277-289. Il testa- 25. Il prezioso codice venne messo in luce manegues y guarnida, cinquanta sous; / Item
sempre più diffusamente associato al berretto di lana o mento è riportato in appendice al saggio e reca per la prima volta da Enrico Costa, il poligrafo una saya de vellut o ras plana, quaranta sous;
i seguenti dati: «1301, noviembre, 6, Oristano, sassarese, nel riordinare l’Archivio del Comune / Item una saya de dona de contray, guarnida
cotone con corta visiera, nonostante la pervicace resi- Le immagini del Fondo Enrico Hyllier Giglioli (Museo Nazionale Prei- testamento de Guillem Lloret, de Barcelona, presso il quale era impiegato. Costa ne diede de rivet o selleta, ab manegues, trenta sous; /
stenza della plurisecolare berrìtta. storico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma), di Vittorio Sella (Fondazio- habitante de Oristano en la isla de Cerdeña, notizia attraverso la pubblicazione nel 1902 del Item una saya de contray plana de dona, vinti
E, ancora, il mondo delle campagne trova, pur in una ne Sella, Biella) e di Max Leopold Wagner (Istituto di Filologia Romanza donde residía con una pequeña colonia de lavoro Archivio civico del Comune di Sassari sous; / Item unes faldetes de contray o de fi,
“Karl Jaberg”, Berna), sono state oggetto di studio da parte di Marina catalanes para comerciar con capital proce- evidenziandone l’importanza fondamentale per guarnida des séllelas o de rivet, seze sous; /
gamma di fogge molto limitata e di colori discreta, Miraglia nell’ambito di una ricerca finanziata dall’Istituto Superiore Re- dente de Barcelona mediante el sistema de las la storia della città e riassumendone il contenu- Item un jaquet de brocat, guarnit de rivet o sel-
smorzata, un suo linguaggio di differenziazione locale. gionale Etnografico della Sardegna. comandas vendiendo aceite, loza, telas etc. to “1520-1565 – Libro di ordinanze, grida, pre- leta, quatre lliures; / Item un sayet de brocat

56 57
perlá, un ducat; / Item un sayet de vellut o ras, 29. Per l’analisi dell’originale testina si veda Bollettino Bibliografico Sardo, chiude l’articolo 51. R. Orsi Landini, “La seta”, in Annali 2003, matrimonio, la cui scelta è fortemente connota- to e al primo trentennio del Novecento, prove-
guarnit de rivet o selleta, mig ducat; / Item un G. Lilliu 1966, p. 99. sui quadri di S. Lussorio augurando «una tem- p. 366. ta simbolicamente: Montaigne, nell’aprile 1581, nienti dalla gran parte delle regioni storiche
sayet de vellut o ras pla, vinti sous; / Item una 30. Sulla discendenza delle ràgas dalla balza: pestiva effettuazione di un loro completo re- 52. «… pannos friscos battidos dai fora / de di- descrive una cerimonia a Roma durante la della Spagna: una visita a questo straordinario
saya de xamellot de dona, guarnida, quaranta R. Corso 1929-81, p. 239. stauro ad opera della competente Sovrainten- versas calidades, / … / pannos de seda e lana, quale il Papa donava a più di cento fanciulle patrimonio, peraltro abbastanza sconosciuto,
sous; / Item una saya de xamellot de dona, pla- denza alle Gallerie e i Monumenti di Cagliari e / coccias d’ambaghe e de tela indiana, / … / e una borsa di damasco bianco nella quale vi era rappresenta per lo studioso di abbigliamento
na, vinti sous; / Item una de stamet de dona, 31. Le ràgas sono state recentemente assimila- una loro destinazione permanente nell’erigen- una cedola valida per una dote di 35 scudi per popolare della Sardegna un’esperienza emo-
te alla rhingrave, la sontuosa quanto bizzarra peddes de camusciu e de mazzone / conzadas
guarnida, quinze sous; / Item una de dona de do Museo del Costume di Nuoro». Un’idea, e in pilu, / e cordoneris de seda e de filu, / zi- maritarsi e un abito bianco del valore di 5 scu- zionante: colori, materiali, denominazioni, fun-
stamet, plana, deu sous; / Item un jaquet de gonna adottata da Luigi XIV e dalla sua corte a questa della destinazione al museo nuorese, di. La cerimonia descritta da Montaigne assu- zioni d’uso richiamano cose e contesti familiari
musa pro afforru, / agos, aguzas, pettenes de
contray, guarnit de rivet o selleta, deu sous; / metà del Seicento, da F. Orlando 1998, p. 58. nient’affatto male, considerato il valore docu- me un valore particolare in epoca post-tridenti- provocando una vivida sensazione di déjà vu.
corru, / … / … cadenittas, / bambaghe, randa,
Item un jaquet de contray perlá, vuyt sous; / Considerato che la rhingrave, dopo un effime- mentario delle opere per la storia dell’abbiglia- na quando il matrimonio accede a un posto Il termine scarramàgnu meriterebbe un’ap-
gallone e berrittas / fattas de bonu seju / … //
Item un gipo de brocat cotonat ab butons, tres ro successo, uscì ben presto anche dalla moda mento della Sardegna. Lo studioso si chiede definitivo tra i sacramenti. Inoltre, va sottoli- profondita analisi al fine di ricostruirne il si-
Pro leare bajanas … / … seda e lanas / de di-
Lliures; / Item un gipo de vellut o ras cotonat ab di corte, appare improbabile che un capo così anche per quali ragioni la Provincia di Nuoro neato il fatto che tale cerimonia avvenisse nella gnificato storico e linguistico; appare peraltro
versos colore’, / pro totu sas chi sunt in primu
butons, vinti sous; / Item un gipo de drap con- lussuoso potesse avere trovato nell’isola un in- non sia stata dotata di una sua Sovraintenden- domenica in Albis che precede la settimana di interessante ricordare che un vocabolo molto
amore / rasu, istoffa, ispolinu, / grana, iscral-
tray o fi cotonat ab butons, deu sous; teresse tale da diventare uno degli indumenti za. G. Della Maria, “Raffigurazioni settecente- Pasqua, durante la quale venivano celebrati i simile, scaramangum, in età bizantina indicas-
lattu, istoff’e Torinu, / broccadigliu de oro, /
Item un gipo de fustani cotonat ab butons, deu caratterizzanti l’abbigliamento della Sardegna. sche del costume sardo”, in Bollettino Biblio- grisette biaittu a modu insoro, / mesu saja e re- nuovi battezzati che restavano vestiti di bianco se un prezioso abito di corte, generalmente di
sous; / Item un gipo de saya cotonat ab butons, La romana e la fustanella ebbero invece una grafico Sardo cit., pp. 3-6. vessu, / robas de lana e de pagu interessu / se- fino al sabato: il Papa, scegliendo di donare la seta. Nelle ordinanze di Leone VI (911-912) che
deu sous; : Item un gipo de brocat sens coto y circolazione sicuramente più ampia rispetto al- gunda requella, / amis, saja istampada, perfet- dote e l’abito bianco alle fanciulle in quella do- dettavano le regole della produzione e del
butons, un ducat; / Item un gipo de vellut o ras l’ambito sociale e a quello geografico. 41. Alla prima metà del Settecento risalgono an- commercio a Costantinopoli, la produzione de-
tuella / birde, cremis e ruju / e granadiglios menica, legava il sacramento del battesimo a
sens coto o butons, treze sous; / Item un gipo de che due tele ad olio dell’artista piemontese gli skaramangia era riservata alle fabbriche im-
32. A. della Marmora 1826, Voyage, p. 220. pro portare in tuju / dogni filu ses soddos, / fet- quello del matrimonio, in una stessa promessa
drap contrary o fi sens coto y butons, vuyt sous; Giovanni Michele Graneri, conservate al Museo periali; l’invio di un centinaio di skaramangia
Sulle vicende dei cappottari greci e i loro rap- tas e randa de sinu e de coddos, / … / e muc- escatologica di salvezza e attraverso un preciso
/ Item un gipo de fustani perlá sens coto y bu- civico di Torino, attualmente riprodotte nell’o- in Bulgaria è inoltre oggetto di un trattato stipu-
porti con le organizzazioni dei sarti locali, si caloros de peri sa domo, / iscarpas a lignetta, / colore dell’abito, il bianco. Né va dimenticato
tons vuyt sous; / Item un gipo de saya sens coto pera di R.L. Pisetkzy 1964-69: vol. IV, 1967, p. lato tra Leone VI e Simeone di Bulgaria. Si veda
veda anche S. Pira 1993. e calzas de Saona e de lanetta, / cambrai e che anche la cerimonia della comunione ven-
y butons, vuyt sous; / Item una capa lombarda 303 “Festa al santuario sardo” (1747), p. 306 al riguardo The Book of the Eparch, introduction
mussolina, / seda ruja, bianca e aranzina, / ne caratterizzata, sempre nel corso del XIX se-
de contray, guarnida de rivet o selleta, qua- 33. «G. Luigi Cocco (di Cagliari?) esercitò l’arte “Festa nautica al porto di Cagliari” (1747). Delle by I. Dujcev, London 1970, nonché Aspetti e
… / camijas de rispettu, // … / pannos fines de colo, da un abito bianco mutuato in sedicesi-
ranta sous; / Item una capa lombarda, plana, fotografica in concomitanza con il Laj Rodri- opere dà notizia nel n. 19 del Bollettino Biblio- problemi degli studi sui tessili antichi, II Conve-
lana, et oro e pratta, / pindula e zicchi zacca, mo dall’abito da sposa». M. Canella, “Abiti per
trenta sous; / Item una cloxa de cappello, quin- guez, possedeva uno studio – sin dall’inizio grafico Sardo 1959, p. 16, G. Della Maria, che gno CISST, Firenze 1981, a cura di G. Chesne
/ … / pannu brunu ’e Russia». G. Spano, Can- matrimoni e funerali XVIII-XX secolo”, in An-
ze sous; / Item un capus de contray ab rivet e della sua attività – in via del Condotto dall’in- esprime le sue perplessità sul loro valore docu- Dauphiné Griffo, Firenze 1981 e G. Paulis 1983,
zoni cit. pp. 366-370. nali 2003, p. 277.
selleta, quinze sous; / Item un capus perlá, deu segna “Fotografia sarda” … la sua opera è par- mentario non risultando che l’autore avesse p. 134.
sous; / Item un gipo de drap contray o fi sens ticolarmente conosciuta per le 22 fotografie di mai messo piede nell’isola e dunque ritenendo 53. C. De Saint-Severin 1827, p. 161. 62. R.L. Pisetzsky 1978, p. 334.
che fossero raffigurazioni di seconda mano. 68. Si veda: R. Violant I Simorra 1949; Concha
coto y butons, vuyt sous; / Item una casaca pla- abbigliamenti isolani che costituirono la base 54. «Pro sestare unu flacone / A vostè, Segnor 63. Ancora oggi in diversi paesi dell’isola, uno Casado Lobato 1991.
na ab rivet de drap, deu sous; / Item una capa alla incisione su pietra a Giorgio Ansaldi (Dal- 42. In Vincenzo Sulis, Autobiografia, a cura di Vizente / App’attidu espressamente / Unu tagliu per tutti Orgosolo, tante ragazze optano per le
ab collar de contray o fi, guarnida, treize sous; sani) per le corrispondenti tavole della “Galle- G. Marci, Cagliari 1994, p. 76. Il saurà o surah de pilone / E corpetto e pantalone / Chi li servat nozze con l’abito tradizionale assemblato a po- 69. Si veda al riguardo: V. Angius, voce “Orani”,
Item una capa ab collar, guarnida de matex ria dei Costumi sardi” promossa dal periodico era una stoffa di seta spigata proveniente dal pro s’istade. / Cust’est … // No miret no pro s’i- co a poco, talvolta utilizzando parti degli abiti in G. Casalis 1833-56.
drap, deu sous; / Item una balandrana de con- Il Buonumore». G. Della Maria 1972, p. 15. centro omonimo indiano; si veda R.L. Pisetzky spesa / Chi finza a dona Antonina / Li sesto della propria madre o di altre parenti strette. Si 70. P. Piquereddu 1987, p. 93.
tray o fi, guarnida de seda, venticinc sous; / 34. Joannis Francisci Farae, Opera, In Sardiniae 1978, pp. 16, 98; C. Meano 1938, p. 438. una capuzzina / A sa Greca o a s’Inglesa / Pro registra invece l’assenza di tale pratica per lo
Item una balandrana del dit guarnit de drap, 71. P. Piquereddu 1987, p. 94.
Chorographiam, intr., ed. critica e apparato a sette liras e mesa / Camp’eo e tottu campade. / sposo, che, nella gran parte dei casi, indossa
vuyt sous; / Item un capot ab la capilla fronzi- 43. V. Angius, voce “Dorgali”, in G. Casalis un abito di confezione industriale rinvenibile a 72. S. Satta, Il giorno del giudizio, Nuoro 1999,
cura di E. Cadoni, trad. italiana di M.T. Laneri, Cust’est … // Si mi procurat faina / De lu servi-
da, guarnit de vellut, trenta sous; / Item un ca- 1833-56, p. 225. costi contenuti. p. 27.
Sassari 1992, pp. 150-153. Il testo del Fara con- re appo brama / E li cunserto a sa mama / Una
pot, guarnit de drap, vint sous; / Item una tinua riprendendo alcuni ben noti topoi della 44. P. Piquereddu 1987, p. 89. bella pellegrina / Culzita a sa Parigina / Borta- 73. A. Imeroni 1928, p. 26.
64. F. Tolu Liperi 1913, pp. 132-133.
manta de brocat del matex brocat e seda, qua- storia dell’abbigliamento nell’isola: «Un tempo i da a s’estremidade / Cust’est … // Si mi cheren
45. «Anche a Parigi il popolo conquista le scar- 65. España, Tipos y trajes por Jose Ortiz Echagüe 74. M. Vinelli 1935, p. 356.
tre llures e quatre sous; / Item una manta sens Sardi, come afferma lo stesso Alessandro Sardo, onorare / Dottor Porcu e dona Lia / In cosas de
pe solo alla fine del Settecento, con quella che 1933.
guarnir, tres llures y mig; / Item una manta vestivano pelli di capra secondo il costume de- s’arte mia / Los poto disimpignare / In cosire o 75. M. Foschini 1957, pp. 56-58.
sens guarnir girada en riquets, vuyt sous; / Item Daniel Roche definisce una vittoria sulla “vita
gli antichi greci (lo stesso Ercole, dal quale di- fragile”. Il povero, di solito, va a piedi scalzi o, ricamare / Den bider s’abilidade. / Cust’est … 66. Si vedano al riguardo: Moda en Sombras,
una manta de contray, guarnida, quinze sous; 76. G. Angioni, Il mare intorno, Palermo 2003,
scendono, si copriva infatti con una pelle): se può permetterselo, indossa ciabatte di pelle // Ecco tantos figurinos / Custos sun Venezia- Museo Nacional del Pueblo Español, Madrid,
/ Item sens guarnir, deu sous; / Item una manta pp. 144-147.
d’inverno la indossavano col vello rivolto dalla riciclata in città e zoccoli di legno in campa- nos / Cuddos sun Napolitanos / Tottu sun ultra- Ministerio de cultura. Dirección General de
de vellut, guarnida de seda, mig ducat; / Item parte interna, d’estate invece rovesciata, come marinos / Costan bonos quattrinos / Pro narrer Bellas Artes y Archivos, 1991; Conferencia in- 77. Per la storia dell’abito pastorale di velluto si
una manta de taffatta, guarnida, quinze sous; gna, i quali erano già indice di un certo agio. veda il bel libro di U. Cocco, G. Marras 2000.
attesta Ninfodoro al quale rifà il Volterrano. Ce- Nelle Marche, ancora fino agli anni quaranta sa veridade / Cust’est … // Disizan unu sortù / ternacional de colecciones y museos de indu-
/ Item una manta de taffatta sens guarnir, deu lio chiama questa veste “tunica sardonica” O cheren unu paxò / Unu guardatalò / Inforra- mentaria, coordinacion y maquetacion Pilar
sous; / Item una manta de saya, guarnida, deu del Novecento, tra contadini e artigiani di bas-
mentre Cicerone, così come san Gerolamo, la du a crudetù? / Tipu Saib in Perù / S’usat in Barraca de Ramos, Madrid, Ministerio de cul-
sous; / Item una manta de saya sens guarnir, so rango le scarpe buone venivano usate alter-
definisce “mastruca dei Sardi” ed ecco perché s’antichidade / Cust’est … // Ecco sedas, ecco tura. Dirección General de Bellas Artes y Ar-
vuyt sous; / Item un sayo guarnit y folrat, mig nativamente dai membri della famiglia che ne
essi sono detti “mastrucati” e “pelliti” da Sabelli- pannos / Indianettas, calmucos / Chi usan sos chivos. Museo Nacional del Pueblo Español,
ducat; / Item sens manigues, set sous; / Item go- avevano bisogno. La disponibilità o meno di
co che, rifacendosi a Tito Livio, riferisce altrove Malamucos / Sos Cosacos, Sos Normannos / Sos 1991; Anales del Museo del Pueblo Español, to-
nelles de serventes y de pagesses ab rivet del ma- calzature ed eventualmente il loro tipo era, in- Chinesos e Britannos / Los usan in cantidade /
che nell’anno 204 a.C. i Sardi furono in grado fatti, uno dei più chiari segni di status sociale». mo 1, cuadernos 1-2 (1935), tomo 2 (1988),
tex drap, deu sous; / Item sayet de drap mane- di consegnare all’esercito romano ben dodici- Cust’est …». C.A. Tola, Cantones e mutos, Ca- tomo 3 (1990).
gua streta, tres sous; / Item un borriguo guarnit A. Vianello, in Annali 2003, p. 633. gliari 1997, p. 312 sgg.
mila tuniche e milleduecento toghe».
de seda, quinze sous; / Item un borriguo guar- 46. F. Gemelli, Il Rifiorimento della Sardegna 67. Per quanto riguarda la basquiña o gonella
35. Peraltro G. Della Maria (Nuovo Bollettino 55. J. Schneider, “Il corredo come tesoro, mu- la scheda del Museo Nacional del Pueblo Espa-
nit del matex drap, deu sous; / Item un borri- proposto nel Miglioramento della sua Agricoltu-
Bibliografico Sardo, a. VIII, n. 47-48, 1963, p. tamenti e contraddizioni nella Sicilia di fine ñol riporta: «Lana, cañamo y algodon. Reps,
guo sens guarnir, vuyt sous; / Item sayos de pa- ra, riprodotto in compendio con molte osser-
10) contesta che nel copricapo dei personaggi Ottocento”, in Memoria, rivista di storia delle terciopelo, tafetan, sarga, confeccion manual.
ges de qualsevol drap, guarnit de seda, treize vazioni ed aggiunte del cav. Luigi Serra, Torino
del bassorilievo di Zuri possa riconoscersi la donne, serie 11-12, n. 2-3, Torino 1984. 143 x 100 cm. De tejidos diferentes de color
sous; / Item guarnit del drap matex, deu sous; / 1842.
Item sens guarnicio, sis sous; / Item una laba de berrìtta. 56. F. Tolu Liperi 1913, pp. 63-64. negro, cuerpo de terciopelo y falda de tejido
vellut, guaranta sous; / Item una laba sens 47. V. Angius, in G. Casalis 1833-56. mixto de lana unidos en la linea de bajo pe-
36. P. Ventura, “Cuoio e pellicce”, in Annali 57. Su questo tema si veda: S. Naitza 1987, “Ar-
guarnicio, trenta sous; / Item una laba de con- 2003, p. 453. 48. V. Angius, in G. Casalis 1833-56. te e Artigianato”; S. Naitza 1987, “L’Artigianato”, cho. Cuerpo corto y ajustado, con tirantes y
tray, guarnida, vuyt sous; / Item sens guarnir p. 236. abrochadero de cordon. Falda larga con leve
37. A. della Marmora 1826, Voyage, p. 208. 49. «I cavalieri e i signorini (gosinos) del no-
deu sous; / Item una cloxa de cappello, quinze cola»; il grembiule è invece così descritto: «De-
stro paese tengono in disprezzo l’orbace e la 58. V. Angius, voci “Cagliari” e “Sassari”, in G.
sous; / Item sens guarnir y folrar, quinze sous; / 38. P. Tola, Dizionario biografico degli uomini lantal de mostra, de tejido mixto de lana ne-
gente del popolo, ma ora si sono dati a que- Casalis 1833-56.
Item un sayo de xamellot folrat y guarnit, vint illustri di Sardegna, vol. II, Nuoro 2001, p. 336. gra, largo y rectangular. Barriga frungida y
sto modo di vestire, e guardano noi con di- bordado a la aguja geométrico de sedas poli-
sous; / Item sens guarnir, quinze sous; / Item un Il Tola evidentemente è tra quelli che identifi- 59. Si tratta dell’abito ricco delle panificatrici di
sprezzo perché portiamo l’orbace e intanto lo cromas» in Moda en Sombras cit., p. 180. Le
sayo de saya folrat y guarnit, vint sous; / Item cava il collette nella mastruca disprezzata da Cagliari che alla fine dell’Ottocento costituiro-
vediamo anche indosso a loro, fatto a tabarri, operazioni di restauro eseguite su quest’abito
una roba de dol, vint sous; / Item una gramal- Cicerone. Per quanto attiene a Don Chisciotte, no una categoria socialmente ben caratterizza-
calze e calzoni, casacchine, giubbetti e gabba- hanno consentito d’appurare che nel grembiule
la, dos sous; / Item una clox de dol, deu sous; / è comunemente accettato che la sua veste fos- ta, frequentemente oggetto di satira popolare.
ni, non si differenziano dai popolani in quan- «las tramas del tejido eran de lana y las urdim-
Item un sayo de dol, deu sous; / Item un berret se per l’appunto un coleto, indumento atto a to agli abiti». G. Spano, Canzoni popolari di 60. G. Deledda 1972, p. 120. bres de cañamo», in Conservacion y restaura-
de dol, quatre sous; / Item un cappel de pages proteggere il corpo, specie dei soldati, assai
de qualsevol drap, vuyt sous; / Item un cappel Sardegna, vol. III, Nuoro 1999, pp. 163-164. ción de tejidos antiguos, M.ª Pilar Baglietto Ro-
diffuso nella Mancia. 61. «La storiografia sulla moda è concorde nel
de qualsevol drap e la desobra guarnit, deu 50. G. Spano, Proverbi sardi, trasportati in lin- ritenere che l’abito nuziale bianco s’affermi sell, in Anales del Museo del Pueblo Español,
sous: / Item del matex drap sens guarnir, sis 39. Articolo pubblicato sul Bollettino Biblio- gua italiana e confrontati con quelli degli an- nella tradizione europea molto tardi, nel corso tomo 3 (1990), p. 235.
sous». M.T. Ponti 1959, pp. 242-244. grafico Sardo, n. 37-38, Cagliari 1962. tichi popoli, a cura di G. Angioni, Nuoro 1997, del XIX secolo. Tuttavia, fin dal XVI secolo si Il museo madrileno conserva circa 4000 reperti
28. R.L. Pisetzky 1978. 40. G. Della Maria, benemerito fondatore del pp. 160-161. ritrovano numerosi esempi di abiti bianchi da di abbigliamento popolare risalenti all’Ottocen-

58 59
Il sistema vestimentario
Franca Rosa Contu

Nell’arco di tempo compreso tra il XIX e la prima metà spazio, regolano la normale gestualità del vivere in for-
del XX secolo, al quale fa riferimento il presente studio, me contenute, quasi rituali, che segnano i momenti del
essere abbigliati secondo le regole del proprio luogo di non lavoro; vestiti destinati ad accompagnare i defunti o
origine, avendo coscienza piena dell’adesione formale a passare, preziosa eredità, alle generazioni successive.
a ciò che si usa, si costuma, sembra essere tra le mag- La festa è l’eccezione, il rito, la cerimonia, la cui impor-
giori preoccupazioni della gente sarda. La ricchezza tanza viene in qualche modo amplificata proprio dalle
delle fonti e la straordinaria varietà dei materiali che complesse regole che la comunità elabora per la sua ce-
ancora si rinvengono nelle raccolte private e pubbliche, lebrazione. A questo evento fuori dall’ordinario l’abito di
il rinnovato interesse dei singoli o di enti e istituzioni, gala è pienamente coerente: stringe e costringe i corpi, li
verso lo studio, la valorizzazione e la riscoperta di mo- ricopre di colori vivaci, comunica in un codice intelligi-
delli vestimentari, sembrano significare che le comunità bile; regola le posizioni sociali, consentendo varie grada-
locali, ieri come oggi, confidino nella capacità degli zioni del “lusso”, dichiara lo stato civile dell’individuo,
abiti tradizionali di riassumere e rappresentare il pro- distingue coloro che, per lutto, sono socialmente impos-
prio modello culturale. Senza questa motivazione, l’an- sibilitati a godere pienamente della festa. Il primo grado
siosa ricerca degli antichi modelli vestimentari potrebbe del “lusso” è dato dallo stato di usura e dalla pulizia dei
essere giudicata un romantico anacronismo o, più cini- capi che, variamente assemblati, costituiscono l’abbiglia-
camente, un modo per dotarsi di “figuranti in costume” mento festivo; il massimo livello è quello dell’abito nu-
da proporre a fini turistici. Anche se questi ultimi aspet- ziale, veste di gala per eccellenza, che dopo le nozze
ti possono costituire una diffusa giustificazione, non viene indossato solo in occasione delle principali solen-
può essere comunque sottovalutato il fatto che le diver- nità religiose, matrimoni, battesimi e cresime. Come si
se comunità locali, superata la precarietà alimentare dei vedrà più avanti, nella descrizione dei singoli capi, l’abi-
secoli precedenti, integrate più o meno felicemente to nuziale femminile presuppone l’uso di indumenti vie-
nelle logiche del mercato globale, si scoprono impove- tati alle nubili, i quali sanciscono un passaggio di condi-
rite e private di validi segni identitari: da qui il ricorso a zione che dal momento delle nozze in poi sarà sempre
ciò che, nel passato, ha costituito un forte elemento di segnalato da varianti appropriate.
differenziazione etnica. Un valore con radici profonde, Gli abiti divengono dunque forme di comunicazione
coltivato e valorizzato nell’arco di tempo che si vuole perfettamente decifrabili sia all’interno di un preciso
esaminare, ha contribuito a produrre la straordinaria va- gruppo sociale, quello del villaggio, sia all’interno delle
rietà di modelli vestimentari che sono oggetto di questo comunità vicine con le quali esistono spesso sostanziali
saggio. convergenze nelle regole vestimentarie, mentre possono
Le occasioni festive e di gala e, all’estremo opposto, la variare anche sostanzialmente i dettagli, i colori e le or-
condizione di lutto sono i momenti nei quali l’abito si namentazioni.
struttura secondo regole codificate più rigidamente; la Un abito nuziale che si rispetti non dovrebbe mai essere
quotidianità deroga necessariamente a tali norme. Quel- stato usato; tale condizione è comune all’abito femmini-
la consueta e celebrata è l’immagine di un popolo in fe- le e maschile, che non presenta differenze indicative di
sta negli abiti variopinti, da sempre ammirati, decantati un passaggio di condizione, ma è in genere realizzato
e maggiormente rappresentati. Abiti del “tempo sospe- con ornamentazioni più ricche e tessuti di qualità più
so” che coprono, riscaldano, ma soprattutto trasformano pregiata utilizzando, ad esempio, velluto di seta anziché
la fisicità di uomini e donne, espandono i corpi nello di cotone. La maggior parte della popolazione non può
permettersi un abbigliamento al livello più alto della ga-
la e in tutti i casi una sorta di censura interna al gruppo
59. Simone Manca di Mores, Costumi del Campidano, Ballo “sa danza ne vieta di fatto l’accesso a quanti non facciano parte
59 cun is launeddas”, 1878-80, acquerello su carta. della élite locale. Si creano pertanto insiemi nuziali e di

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gala che corrispondono ai modelli domenicali dei ceti lo possiedono, tutti vi aspirano e comunque lo ricono- e la composizione del cadavere, il compianto, la recita pala a supra”. La benda è essenziale segno di lutto, ma
più elevati. In entrambi i casi la realizzazione dell’abito scono come distintivo della comunità. di preghiere e tutto quanto si svolge nell’abitazione del si porta anche il fazzoletto nero. A misura che si allonta-
nuziale richiede un impegno economico notevole e lun- La sintesi temporanea di tutte queste regole è, di volta defunto prima che la salma venga trasportata in chiesa na il grado di parentela, si porta la benda di colore, o co-
ghi tempi di confezione; ciò che si indossa il giorno del- in volta, definita “il costume”.1 Il massimo livello del per la celebrazione della messa funebre. La presenza lor caffè, o giallo oscuro, e giallo chiaro (tinta di terra
le nozze è lo specchio di ciò che la famiglia di origine lusso festivo e di gala ha il suo corrispondente nella alla funzione, infatti, richiede l’uso di indumenti di di- gialla o in zafferano) o infine bianca. Bianca è special-
ha voluto e potuto fare per la propria figlia e rappresen- condizione di lutto vedovile che per le classi agiate verso tipo per le partecipanti non parenti, fino al livello mente per i bambini. Anche certe vedove, dopo moltissi-
ta anche lo stile di vita che la nuova coppia di sposi po- prevede insiemi complessi, simili a quelli nuziali, ma festivo, escluso quello di gala. mi anni, usano portare la benda caffè oscurissima o gial-
trà o vorrà permettersi. Quando una famiglia è “potente” realizzati con tessuti e ornamentazioni di colore nero. Trovarsi in questa o in quella condizione di lutto com- la e le gonne grigie orlate di nero. Il lutto varia da sette
fa realizzare per la propria figlia un abito da sposa defi- La condizione di lutto è talmente pregnante di significati porta, dunque, un mutamento di condizione di vita, una ed otto anni per il padre fino a due anni – il minimo –
nito in nuorese a primòre, vale a dire al massimo livello da modificare e ricomporre, anche stravolgendole, mol- mutazione “a tempo”, salvo per le vedove il cui status per lontani parenti. Certe persone indossano i segni di
di eccellenza per la scelta dei tessuti, per la confezione e te regole sociali. Si parlerà più spesso della condizione dura per tutta la vita a meno che non passino a nuove lutto anche per le amiche. Gli uomini che devono radersi
l’ornamentazione, operazioni affidate alle più esperte femminile piuttosto che di quella maschile perché alle nozze. Così Grazia Deledda descrive la condizione di lut- la barba quando sposano, la lasciano crescere per il lut-
maestre (màstras) della zona. donne spetta, più che agli uomini, l’elaborazione socia- to a Nuoro alla fine dell’Ottocento: «Finite le condoglian- to, e portano il cappotto vestito, col cappuccio tirato su-
Questa corsa all’eccellenza produrrà, soprattutto a partire le del lutto e i loro abiti mostrano, per questo, varianti ze, esaurite le pratiche funebri, si tingono le vesti … Pri- gli occhi. I vedovi vestono completamente di nero».2
dalla fine dell’Ottocento, una corsa alla diversificazione, più significative. È dunque necessario distinguere le ma la vedova usava portare la camicia sporca (a tal uopo L’abbigliamento tradizionale risponde alle esigenze sopra
all’originalità ed esclusività delle ornamentazioni, dinami- principali gradazioni del lutto: lutto stretto, mezzo lutto la esponeva persino al fumo…) e non la svestiva finché descritte in diversi modi, che tengono conto delle diffi-
ca che in pochi anni modificherà i capi tradizionali più e lutto leggero sulle quali vengono diversamente mo- non cadeva a brandelli. Le nipoti dei preti alla costoro coltà e dei costi di produzione dei capi necessari e del
antichi, esito di elaborazioni portate a compimento in un dulate le regole sociali e di conseguenza quelle vesti- morte venivano vestite da vedove e il lutto durava lun- fatto che trovarsi nella condizione di mezzo lutto o lutto
lungo arco di tempo. Chi non può farsi confezionare un mentarie. La parentela esistente tra il defunto e i membri ghissimi anni. Ora la vedova è bensì pulita, ma resta ve- leggero è assai ricorrente in società ristrette, nelle quali i
abito nuziale nuovo, né può riadattare capi ormai consi- della comunità determina l’adesione all’uno o all’altro stita di nero (deposto l’anello nuziale ed ogni altro orna- rapporti di parentela sono numerosi e sono intensi an-
derati “fuori moda”, deve chiederne in prestito uno ap- grado. Al lutto stretto sono tenute le vedove, i vedovi, mento) per tutta la vita, ovvero finché non si rimarita. Le che quelli di vicinato. A tal fine si rivela indispensabile la
partenente ad una parente o ad un’amica di pari grado gli orfani, i fratelli e le sorelle del defunto. Al mezzo case ricche per lo più usano distribuire le bende nere a flessibilità di utilizzazione di un certo tipo di capi conce-
sociale o solo di poco superiore. lutto tutti i parenti di primo grado o anche i vicini di quelle parenti che non possono spendere. Anche la ser- piti per un uso semifestivo e spesso caratterizzati da un
Un’analisi diacronica delle vesti festive e di gala usate casa o gli amici con i quali corrano stretti rapporti so- va o le serve indossano il lutto a spese dei padroni. utilizzo “a doppio diritto” come descritto dalla stessa
nelle varie località mostra dunque i mutamenti di foggia ciali. Al lutto leggero concorrono tutti coloro che abbia- Tranne la vedova nessun altro parente è costretto a ve- Grazia Deledda a proposito del lutto femminile: «Indos-
più o meno significativi che danno luogo a vere e pro- no parentela lontana e quanti si rechino a fare le visite stirsi di nero. Le più prossime portano la benda e il sare sempre il giubbone dalla parte dello scarlatto» vale a
prie mode tradizionali e consente anche di individuare le di condoglianze o debbano partecipare in qualche mo- grembiule; però devono indossare sempre il giubbone dire indossare il giubbetto al rovescio. A Desulo l’impie-
influenze, le assimilazioni o le rielaborazioni che avven- do alle pratiche successive al decesso quali il lavaggio dalla parte dello scarlatto, ed avere il corsetto agganciato. go degli indumenti al rovescio in relazione alla condizio-
gono negli scambi tra gruppi diversi. Le regole vestimen- Molte vanno scalze in segno di lutto e portano le gonne ne di lutto è stato osservato e studiato grazie anche alla
tarie che questo tipo di analisi evidenzia costituiscono 60-61. Agostino Verani, Costumi sardi, inizio sec. XIX, orlate di verde. Altre, specialmente la madre, le sorelle straordinaria vitalità dell’abito tradizionale il cui uso con-
dunque il modello di riferimento al grado più alto: pochi acquerello su cartoncino, Cagliari, coll. Piloni. maritate, le zie e le cugine idem, indossano sempre “sa tinua, in qualche caso, fino ad oggi.3

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Per non incorrere nel rischio di banalizzazioni o sempli- vedere direttamente almeno nel periodo di lutto stretto.
ficazioni di un argomento che si presenta invece assai Le più indigenti rompono con maggiore facilità la regola
complesso e sfaccettato, giova ribadire che norme di dell’inattività soprattutto con prestazioni d’opera in ambi-
comportamento e regole vestimentarie per il lutto posso- ti “protetti” come nel caso del lavoro notturno dedicato
no variare, anche in misura considerevole, da una comu- alla panificazione; la loro deroga alle norme trova in
nità all’altra ed anche all’interno della stessa in relazione questo caso una piena giustificazione sociale dato che
alla condizione sociale. In generale le classi agiate osser- l’alternativa sarebbe quella di vivere della carità di fami-
vano regole più rigide delle quali quelle vestimentarie liari e vicini. Quest’ultima condizione è anche quella nel-
rappresentano l’aspetto più evidente. Esentate dalla mag- la quale l’abbigliamento sarà estremamente semplificato
gioranza delle attività produttive, che richiedono scambi e manterrà la sola connotazione del nero dei capi ritinti
con l’esterno e che possono essere svolte da una nume- per l’occasione o prestati da parenti e amici.
rosa servitù, le donne appartenenti a tali classi trascorro- La quotidianità dei ricchi è paragonabile alla festa dei
no gran parte del loro tempo in casa con la sola eccezio- poveri, almeno nel vestiario e spesso anche nel cibo.
ne di quello necessario per seguire le funzioni religiose Tra gli uni e gli altri c’è il grande insieme dei non ricchi
alle quali si recano, in genere, di primo mattino. Le don- e dei non poveri cioè di quanti hanno qualcosa di pro-
ne di condizione media si avvalgono comunque dell’aiu- prio e non sono perciò costretti a servire in casa d’altri;
to servile, anche occasionale, soprattutto per il bucato ed ad essi non si addicono gli insiemi vestimentari più lus-
eventuali attività di raccolta, alle quali non possono prov- suosi, ma sono comunque tenuti ad un decoro che co-
stituisce un penoso onere quando non c’è certezza del-
le entrate e si è soggetti ai capricci delle annate.
Il lavoro, la fatica, le più normali attività quotidiane rime-
scolano le regole della festa e del lutto. Il candore di ca-
micie e veli, gli squillanti colori, il luccichio dei nastri si
velano presto nell’uso continuo. Lo stesso nero assoluto
del dolore vira alla luce in cupe e improbabili tonalità
verdastre o brune o ingrigisce nella polvere e nella cene-
re. Come un miraggio o un sogno perduto, le forme pro-
prie della gala sono comunque riconoscibili nelle linee
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degli abiti se anche i nastri cedono di schianto al lungo
uso e formano bordure intermittenti, se i corpetti, che la forme di scambio, quali il dono o la retribuzione, essi modesta condizione, anche per quelli festivi. Le famiglie
gala vuole rigidamente allacciati, si aprono per dare re- abbiano un ruolo di primo piano. Senza neppure tentare agiate ricorrono più spesso all’opera di maestranze, riser-
spiro a chi torna dai campi o si piega nell’immane fatica di dar conto dell’ampiezza e della complessità dei rap- vando per sé soltanto piccoli lavori di ornamentazione.
del panificare. E ancora la miseria, la malattia e l’emargi- porti che vengono a crearsi nel ciclo di produzione, tra- Come si è visto esistono anche vari livelli di specializza-
nazione sfrangiano gonne e giubbetti quasi fossero espo- sformazione e consumo, basterà qui ricordare che capi zione e quasi mai l’intero insieme vestimentario viene
sti ad una improvvisa tempesta. Così Vittorini descrive di abbigliamento, soprattutto fazzoletti e scialli, sono fre- confezionato da una sola persona. Alcune donne sono
un povero popolano che, negli anni Trenta del Novecen- quente dono dei fidanzati alle promesse spose le quali particolarmente dotate nella complessa realizzazione di
to, indossa l’abito tradizionale: «È vestito di stracci che gli ricambiano con camicie e fazzoletti ricamati. Cuffiette e giubbetti o gonne, altre ancora ricamano parti di indu-
svolazzano addosso come piume; sembra un pollo».4 camicine sono il regalo delle madrine ai figliocci. Nastri, menti che poi vengono assemblati da persone con un
Quanta verità nella descrizione di questi indumenti di- fazzoletti e tessuti sono il dono più frequente per le grado ancora diverso di specializzazione. Fin qui si è
ventati piume che non si tolgono neppure per dormire, donne di casa al ritorno dalle città e dalle fiere. Le serve, parlato di attività femminili, ma nelle città è altrettanto
in questi corpi che senza abiti sembrano non poter pro- come vengono definite le aiutanti domestiche, ricevono frequente l’opera di sarti esperti nella confezione di capi-
prio esistere. Abiti del vivere quotidiano che coprono, ri- per salario il vitto, l’alloggio e qualche capo di abbiglia- spalla da uomo. Di competenza maschile è spesso anche
scaldano, accompagnano il lavoro, la preparazione e la mento smesso o vengono eccezionalmente dotate di la produzione di sopravesti in pelle e pelliccia specie
conclusione della festa, che del vivere subiscono gli ol- qualcuno nuovo. Le balie sono provviste di camicie e nelle varianti di maggior pregio. Capi pronti, soprattutto
traggi e sono destinati a sparire dopo infiniti riutilizzi, grembiuli adatti a significare il loro ruolo e il rango della maschili e infantili, sono venduti nei negozi dei centri
adattamenti e rammendi. Abiti slacciati, sudati, macchiati famiglia presso la quale prestano servizio. Il mantello di più importanti insieme a scialli, fazzoletti, tessuti e filati
e consunti raccontano la vita quotidiana di quanti aspira- orbace viene concesso in dotazione ai lavoranti che so- necessari per la confezione di quelli femminili.
no alla regola vestimentaria della festa e della gala e allo no tenuti a renderlo quando il rapporto di lavoro si in- La moda, italiana e straniera, entra in gioco per gli inevi-
stesso tempo sono costretti a trasgredirla, portandone co- terrompe. Le calzature possono costituire una parte del tabili passaggi tra classi sociali e per il diffondersi delle
munque indosso almeno un segno, anche nella miseria salario annuale dei servi pastori in abbinamento con riviste di moda e di ricamo. Le novità giungono con gli
più oscura, per non sentirsi individui senza patria. derrate alimentari e un po’ di danaro. ambulanti e i loro carichi di nastri e tessuti variopinti ai
In una società nella quale gli abiti hanno una così preci- La confezione di capi di abbigliamento può avvenire in quali le donne si accostano con pari diffidenza e deside-
sa connotazione simbolica, è anche naturale che nelle ambito domestico e può essere compresa nell’insieme rio. Così, fin nelle più piccole località dell’interno, pene-
delle attività proprie della “buona massaia”. In relazione trano stimoli e suggestioni “moderne” e processi di assi-
alla varietà delle situazioni materiali si confezionano capi milazione, più o meno rapidi, si compiono per la ricerca
62. Vedova di Nuoro, 1895, foto d’epoca. per tutti i membri della famiglia, almeno per quanto ri- di novità delle giovani generazioni, favorita anche dal
62 63. Desulo, 1955, fotografia di Mario De Biasi. guarda gli indumenti d’uso giornaliero e, in quelle di commercio di tessuti di cotone a buon mercato, specie

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tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Nello ti a membri dello stesso ambito familiare o capi smessi ricadenti intorno al volto.5 Per quanto riguarda gli abiti diversi capi tra loro, leggendo in questo continuo fluire
stesso periodo si diffondono anche i cataloghi per la dalle “padrone”, donati alle donne di fatica, e poi ripro- femminili le fonti illustrano sia la versione giornaliera, di dati il formarsi di vere e proprie mode locali che, se
moda pronta che divengono fonte di ispirazione soprat- dotti in versioni via via meno lussuose dalle altre popo- completa di scialletto da spalle e zoccoli, sia quella festi- non sono soggette ai repentini mutamenti del gusto ari-
tutto per quanto riguarda la biancheria intima ed i dise- lane. Il fenomeno continua, di passaggio in passaggio, va caratterizzata da indumenti a vita alta, a scollo quadra- stocratico e borghese, mostrano comunque una conti-
gni per ricamo. fino al totale abbandono dell’abito tradizionale di foggia to, accompagnati da calze e scarpe leggere. In entrambi i nua evoluzione e ne interpretano, talvolta con sorpren-
Abiti ispirati alla moda francese e italiana, in voga tra il più antica sostituito da queste varianti che, per i noti at- casi il capo è comunque coperto da un fazzoletto chia- dente tempestività, le influenze e le suggestioni.
1870 e il 1880, entrano a pieno titolo nell’abbigliamento tardamenti, perdurano nell’uso fino al primo trentennio ro.6 Negli acquerelli del Tiole7 è anche descritto un corto L’analisi che segue, pertanto, propone le varie compo-
tradizionale di diverse località della Sardegna per opera del Novecento. In alcune aree questo processo di sosti- giacchino del tutto simile al caraco del primo Ottocento nenti dell’abito tradizionale, descrivendo ciascun indu-
di mogli e figlie di funzionari statali e di commercianti, tuzione non si compie e i modelli sopra descritti restano che completa l’abito di tessuto leggero. mento nella sua funzione, illustrandone quando possibi-
spesso forestiere e dunque portatrici di un diverso stile riservati ad una élite, mentre le classi più povere man- L’analisi classica dell’abbigliamento tradizionale sardo si le l’origine, la cessazione dell’uso o la continuità anche
vestimentario, o anche donne del luogo che, dopo il tengono lo stile vestimentario di tradizione cinque-sei- sofferma, di norma, sugli insiemi festivi e di gala delle in presenza di sostanziali trasformazioni. Le grandi cate-
matrimonio, assumono l’abito di tipo borghese ritenuto settecentesca che continua per tutto l’Ottocento e buona varie località, descritti troppo spesso come immutabili e gorie della festa, del lutto e della quotidianità vengono
più adatto a rappresentare lo stato sociale del capofami- parte del Novecento. resistenti alla modernizzazione, e dei quali si esaltano il trattate insieme nell’analisi delle varie tipologie di indu-
glia. Non potendo riconoscere in queste tipologie una Nell’arco di tempo esaminato nel presente studio vi sono cromatismo, il corredo di gioielli e l’antichità. Superando menti, assorbite in quelli che possono più estesamente
vera e propria caratteristica subregionale, dato che la alcune località, quali Carloforte e la Maddalena, per le l’analisi di tali insiemi, che ad uno studio appropriato ap- essere definiti i sistemi vestimentari maschile, femminile
diffusione interessa in misura più o meno evidente mol- quali non è possibile cogliere altro se non modelli esat- paiono tutt’altro che immutabili, si propone qui un’anali- e infantile.8
te località della Sardegna, vale comunque la pena di se- tamente equivalenti a quelli indossati nella penisola ita- si per quanto possibile approfondita dei vari capi costitu-
gnalare che se in alcune località la presenza dei modelli liana e un po’ in tutta Europa nel primo trentennio del- tivi del sistema vestimentario nel suo complesso.
suddetti influenza solo marginalmente l’abbigliamento l’Ottocento e dei quali, anche per la mancanza di reperti Ogni volta che le fonti e l’esame degli stessi capi lo con-
tradizionale, in altri luoghi finisce per uniformare grada- d’epoca, non si può dare alcuna descrizione sartoriale. sentono si evidenziano le caratteristiche sartoriali e de-
tamente il gusto generale fino a soppiantare totalmente Gli uomini usano completi formati da giacca e pantalo- corative e in particolare quegli elementi che possono
le fogge precedenti. ne abbinati, combinati a gilet e camicia di taglio moder- contraddistinguere, con una sorta di marchio etnico iso-
Sono abiti costituiti da gonna e giacchina realizzati in no, con fazzoletto annodato al collo che si preannuncia lano, indumenti altrimenti comuni e popolarmente con-
combinazione tra loro nei modelli festivi e di gala men- già come una cravatta e con cappello a tesa quale copri- notati sia nell’area europea sia nord africana. Un’osser-
tre negli altri casi, discendendo dalle fogge più ricche a capo. Perfino le pettinature mostrano un incredibile tem- vazione diacronica dei vari indumenti consente anche di
quelle da lavoro, la giacca e la gonna sono assortite in pismo nell’imitare i modelli in auge in Europa: i capelli cogliere i mutamenti più o meno rapidi delle forme sar-
modo più casuale. Possono essere indumenti appartenu- sono corti, acconciati con apparente disordine in ciuffetti toriali di ciascun tipo e la varietà delle combinazioni dei 64. Giuseppe Biasi, Corteo nuziale, 1923 ca., olio su tela (particolare).

66 67
L’abbigliamento
femminile

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COPRICAPO E ACCONCIATURE

I copricapo sono generalmente complessi, costituiti da almeno due elementi sovrapposti, uno dei quali a di-
retto contatto con i capelli, raccolti in varie acconciature, e almeno un secondo, sopra questo. L’uso di co-
prire la testa rende solo ipotizzabile quali acconciature si celino sotto i copricapo dato che anche quelli più
le più giovani, almeno il fazzoletto. In alcune località i copricapo di gala diven-
gono ancora più complessi e continuano a nascondere i capelli, che nel quoti-
diano vengono invece mostrati con più facilità. Fazzoletti, veli e scialli ini-
semplici, come i fazzoletti o le cuffie, nascondono la capigliatura.9 Le donne portano i capelli lunghi intrec- ziano ad essere indossati a diretto contatto con la capigliatura che sempre
ciati in diversi modi, partendo da una scriminatura centrale che divide la massa, viene spesso legata con più spesso viene acconciata e gonfiata all’attaccatura della fronte in
nastri (bìttas o vìttas), colorati per le ragazze e le giovani donne e scuri o neri per le anziane o le vedove. Le conformità con lo stile borghese. La pettinatura a trecce, considerata
trecce possono essere basse e ravvicinate alla scriminatura centrale, alla base del cranio, dove vengono attor- fuori moda dalle ragazze, viene progressivamente abbandonata in
cigliate tra loro a formare una crocchia. Le trecce impostate dietro l’orecchio danno luogo ad un’unica favore della pettinatura a crocchia (curcùddu, mògno) fermata
crocchia che avvolge la base del cranio. Quelle portate alte e legate strettamente sulla sommità del capo (cùc- sul capo o sulla nuca con spilloni d’osso o di metallo; i cam-
cos, cucchèdda, cuccurìnu), raccolte sotto la cuffia o avvolte con fazzoletti, costituiscono la struttura che biamenti di pettinatura sembrano essere più traumatici
consente di modellare i vari tipi di copricapo complessi. Nel primo Novecento, ai mutamenti descritti per gli rispetto alle modifiche dell’abbigliamento e lo scontro
abiti, si affianca anche un diverso modo di acconciare i capelli; fino a questo momento, specie per le donne generazionale si fa talvolta vivace; le giovani che
sposate ed anziane, è regola diffusa quella di ricoprire i capelli quale segno di pudore, di riservatezza, di adottano pettinature alla moda sono guardate
morigeratezza di costumi; tale regola, ferrea fuori dall’ambito domestico, viene per lo più osservata anche al con riprovazione. Si può dire a grandi linee
suo interno, dove è consuetudine che le donne più anziane portino cuffia, fazzoletto o benda sovrapposti e, che, dopo il 1920, le donne mostrano la capi-
gliatura con maggiore libertà e se questa re-
sta comunque celata non lo è più per una
sorta di tabù, ma per dare ancora più risal-
to alle complesse acconciature di gala. Dopo
il 1930 i capelli sono raccolti in una semplice
crocchia, più o meno aderenti al capo, con o
senza scriminatura centrale, e tale acconciatura
è rimasta, pressoché invariata, nelle pettinature
delle donne che continuano ad indossare il cosidetto
abbigliamento di “transizione”.

67

65. Abito femminile da sposa e di gala,


’estìre rùiu, Ittiri, 1950
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
66. Cuffia festiva e di gala, cugùddu,
Desulo, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
67. Cuffia festiva, carètta, Lodè, fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
68. Cuffia festiva, carètta, Bitti (?), fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
68 Popolari Sarde.

66
da indossare sempre sotto la benda, sono in panno o
tessuti di cotone dai colori sobri, fino ad arrivare al nero
per le donne molto anziane o in lutto; in tutti i casi ven-
gono legate su un lato del viso, con un semplice laccet-
to. L’antica cuffia di Oliena (camùsciu), irrigidita e sago-
mata con cartone, è realizzata con lampassi broccati
guarniti con larghi galloni d’argento; ad essa può essere
sovrapposto un velo o uno scialle di seta. A Bitti si co-
noscono esemplari di forma molto allungata, in panno,
velluto o tessuti di seta spesso ricamati a motivi geome-
trici e con inserimento di carta di stagnola colorata, ai
quali si sovrappone la benda bianca o lo scialle di seta;
altri esemplari sono ornati con trine in filati metallici
d’oro e d’argento realizzate a fuselli con prevalenza di
motivi a ventaglio di tradizione settecentesca. Non si
può non citare la cuffia di Desulo (cugùddu), certamen-
te la più nota anche fuori dell’isola, divenuta una sorta 72

di simbolo della Sardegna, caratterizzata dall’alternanza


del rosso del tessuto, dell’azzurro dei nastri e del giallo
dei ricami geometrici.
Le cuffie a sacco (cambùsciu, scòffia, trubànti) sono dif-
fuse in tutta la Sardegna, particolarmente in quella cen-
69. Cuffia festiva e di gala,
carètta, Nuoro, seconda
tro-meridionale. Possono essere confezionate in raso e
metà sec. XIX velluto di seta, in filati di lana, lino o cotone o seta lavo-
Nuoro, coll. privata. rati ai ferri o a uncinetto. Il modello è costituito da un
70. Orgosolo, foto d’epoca, rettangolo di tessuto o maglia chiuso sul lato lungo ed
anni Cinquanta. arricciato ad una estremità sulla quale viene talvolta ap-
71. Cuffia festiva e di gala, puntato un fiocco o una nappina. Il lato che rimane
camùsciu, Oliena, seconda aperto, bordato con un nastro di velluto o di taffettà di
metà sec. XIX
69
Oliena, coll. privata. seta, viene calzato all’altezza della fronte e il nastro lega-
70 to a fiocco sulla sommità del capo o annodato dietro la
nuca. Negli esemplari più sfarzosi il fiocco di velluto di
seta nero è guarnito con frange in canutiglia d’oro. Qua-
le che sia il materiale utilizzato, la parte a sacco, più o
Cuffie da giorno meno lunga, ricade morbida e sfiora la parte superiore
Se ne possono distinguere sostanzialmente due tipi: delle spalle, raccogliendo completamente al suo interno
modellate e a sacco. la massa dei capelli acconciati in vario modo. Gli esem-
Le cuffie modellate sono tagliate in tre o più elemen- plari confezionati in tessuto di seta sono quasi sempre
ti uniti tra loro per permettere una giusta aderenza foderati con tela di cotone o lino color crudo. Le cucitu-
al capo, adattandosi ad esso anatomicamente o al- re sono realizzate sia a mano che a macchina. In alcuni
terandone le proporzioni specialmente in lun- comuni del meridione dell’isola si è perso, nel tempo,
ghezza. Diffuse soprattutto nell’area centro-set- l’uso della cuffia della quale resta testimonianza in una
tentrionale, a Nuoro, Fonni, Ittiri, Desulo, Gavoi, fascia con fiocco di velluto più o meno decorato sulla
Oliena, Orgosolo, Bitti, per citare solo qualche quale viene appuntato il velo.
73
esempio, sono in genere confezionate con pan-
no scarlatto, velluto di seta liscio o operato a Cuffie da notte e da letto e il 1930, sono presenti cuffie da notte di foggia borghe-
motivi floreali, raso di seta. La fodera e le imbot- Le cuffie da notte vere e proprie sono assai rare perché, se, utilizzate soprattutto durante la degenza a letto, dopo
titure, che variano in relazione al modello, sono considerate alla stregua di capi intimi, non venivano con- il parto. Si tratta di preziosi esemplari confezionati in sot-
in genere in grossa tela di cotone o lino con ele- servate per lo scarso valore venale. Il loro uso è docu- tile taffettà e organza di seta o bisso di lino che presenta-
menti in tessuto, cuoio o cartone inseriti per au- mentato fino agli anni Quaranta del Novecento da parte no ricami su tela sfilata o inserimenti di falsature in pizzo
mentarne la rigidezza. Sulle cuffie così confezio- di donne anziane che prediligono tessuti morbidi di co- meccanico tipo Valenciennes; i modelli sono chiaramen-
nate compaiono vari tipi di ornamentazioni, tanto tone (tela o mollettone) e modelli semplici, sagomati sul te borghesi senza alcuna modifica d’impronta popolare.
più preziose per l’uso festivo e di gala. Le cuffie di capo, simili a quelli dei bambini, o modelli a sacco.10
gala nuoresi (carèttas), usate sotto la benda sino alla Le donne più giovani utilizzano semplici fazzoletti di co-
fine dell’Ottocento, sono confezionate in panno scar- tone in tinta unita o a fiorami, ma più spesso raccolgono 72. Cuffia festiva e di gala, capiàle, Ollolai, prima metà sec. XX
latto e talvolta ricamate con un motivo a stella in ca- i capelli in due trecce trattenute da nastri morbidi. In al- Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
nutiglia d’oro e d’argento; quelle per uso giornaliero, 71
cuni corredi particolarmente preziosi, databili tra il 1910 73. Ollolai, foto d’epoca, anni Venti.

72 73
78
77

75

74. Cuffia, iscòffia, Ittiri, prima metà sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
75. Cuffia festiva, scòffia, Iglesias, fine sec. XIX-inizio XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
76. Cuffia festiva, scòffia, Iglesias, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
77. Cuffia festiva, iscòffia, Atzara, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
78. Cuffia di gala, berrìtta, scùffia, Quartu S. Elena,
primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
79. Cuffia di gala, berrìtta, scùffia, Quartu S. Elena/Monserrato,
fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

74 76 79
Bende
Con il termine benda (Nuoro, Orani: bènda; Orgosolo:
liónzu; Bitti: vèla; Atzara, Benetutti e Bono: tiazòla;
Fonni: tivagèdda, a titolo d’esempio) si indicano i co-
pricapo aventi quale principale caratteristica quella di
essere più lunghi che larghi,11 di avere la sola dimen-
sione piana e di venire utilizzati avvolti attorno al vol-
to, passando sotto il mento e ricoprendo la gola del
tutto o in parte. Sotto le bende si indossano sempre al-
tri tipi di copricapo quali cuffie, fazzoletti o nastri che
integrano e sostengono l’acconciatura dei capelli per
ottenere i volumi desiderati. A loro volta le bende pos-
sono essere indossate sotto manti, manticelli ecc. Si trat-
ta di indumenti estremamente interessanti derivati da
fogge assai arcaiche ampiamente attestate nell’icono-
grafia colta italiana tardomedievale e rinascimentale
che in Sardegna hanno avuto particolare fortuna so-
pravvivendo, con piccole, continue modifiche, fino al
primo decennio del Novecento; dopo questa data solo
80 83 84
in alcuni paesi ne è perdurato l’impiego, riservato ad
insiemi vestimentari di gala e in alternativa a forme di 80. Bono, foto d’epoca, inizio sec. XX. precisamente circoscritti. A Nuoro, ad esempio, l’insie-
copricapo meno complesse e di gusto moderno. L’ico- me vestimentario da sposa di famiglia agiata, codificato
nografia più antica, le testimonianze e le fonti orali ci intorno alla metà dell’Ottocento ed utilizzato con qual-
permettono di affermare che l’uso della benda è, in Sar- che variante fino al primo decennio del Novecento,
degna, riservato alle donne maritate, o comunque adul- prevede l’uso della benda bianca, di tessuto di seta o
te, non diversamente da quanto accade anche in Italia di cotone. Tale copricapo è precluso alle donne non
per tutto il Trecento dove le bende sono il copricapo sposate con la sola eccezione delle giovani parenti nu-
proprio delle donne mature per poi diventare quello de- 81. Benda festiva, tiazòla, Benetutti, primo decennio sec. XX bili della sposa che in occasione delle nozze l’accom-
gli ordini monastici.12 Le fonti orali e, più raramente, Benetutti, coll. privata. pagnano durante il corteo indossando anch’esse l’insie-
quelle iconografiche informano dell’utilizzo della benda 82. Benda festiva, tiazòla, Bono, prima metà sec. XX me da sposa completo di benda. Al di fuori da questa
anche da parte delle donne nubili, in contesti cerimoniali Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. occasione l’utilizzo da parte delle nubili della benda e 85
dell’insieme dei gioielli propri delle spose è fortemente
censurato. Le fonti iconografiche dei primi decenni
dell’Ottocento attestano la presenza, in varie località
dell’isola, delle bende, nel tempo soppiantate da forme
di copricapo più “moderne”; solo in alcune località le
bende vengono utilizzate fino ai primi decenni del No-
vecento con modifiche, anche notevoli, nelle dimen-
sioni e nel modo di indossarle.
Per la confezione di questi capi è consueto l’uso di tela
di cotone o di lino di colore bianco, anche se qualche
fonte informa della presenza di bende di seta, bianche
o gialle. Il colore giallo o bruno, sia in lino sia in coto-
ne, o il giallo, velato con un sottile tessuto di garza ne-
ro, è ampiamente usato nella condizione di mezzo lut-
to; per il lutto stretto, riservato alle vedove, è previsto
81
l’uso del colore nero in capi di tela di cotone, lino o ti-
bet di lana. Fa eccezione a questa regola cromatica la

83. Orani, cartolina illustrata, inizio sec. XX.


84. Atzara, anni Venti, fotografia di A. Ferri.
85. Bono, cartolina illustrata, inizio sec. XX.
86. Benda festiva, tiazòla, Bono, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

82 86
benda di Orgosolo, detta liónzu, di colore giallo anche Fazzoletti
nell’abbigliamento festivo e nuziale.13 Si tratta di un ca- Un pezzo di tessuto indossato a protezione della testa e
po realizzato con un tessuto di seta prodotta in loco. del volto: così potrebbe essere banalmente descritto il
L’allevamento dei bachi, la trattura del filo, la filatura e fazzoletto, copricapo femminile popolare per eccellen-
tutte le operazioni necessarie fino alla tessitura avven- za. Quando questo tessuto abbia iniziato ad essere usa-
gono in ambito familiare. Il colore giallo è ottenuto con to stabilmente come copricapo, quando la sua forma sia
lo zafferano.14 Le bende sono quasi sempre prive di or- stata codificata in quella quadrangolare, allo stato attua-
namentazioni e presentano orli sottili cuciti a mano, a le degli studi non può essere detto con sicurezza per
punto Parigi, a giorno o a macchina. In qualche caso gli nessuna delle varianti presenti nei paesi del bacino del
orli a giorno sono più complessi e il capo ha una parte, Mediterraneo e non sarà il caso di tentare alcuna ipotesi
in genere ad angolo, ricamata su tela sfilata, a intaglio, neppure per quelle sarde. Questo studio si limiterà per-
o con inserti in filet. Gli orli sono orientati in direzione tanto a descrivere i modelli più diffusi, la loro specifica
diritto rovescio, in relazione al modo di avvolgere la funzione e l’evoluzione del gusto.
striscia attorno al capo o di ripiegarla per la stiratura. I fazzoletti di forma quadrata da piegare a triangolo o
Ad eccezione della benda di Orgosolo, che si conserva quelli triangolari, utilizzati nell’isola tra il XIX e il XX se-
semplicemente arrotolata, gli altri tipi di bende, con colo, sono per lo più prodotti industriali tessuti con fila-
ti di lana, cotone e seta quali il crespo di lana e di seta,
grandi differenze da luogo a luogo, richiedono com-
il damasco di cotone o seta, i taffettà uniti, cangianti o
plesse operazioni di apprettatura con amidi a freddo o
operati a motivi floreali sia in tinta unita sia policromi, i
87 a caldo se di colore chiaro, con cera se di colore scuro. 89
rasatelli in lana e cotone spesso stampati a motivi flo-
reali o geometrici.15 La confezione prevede un sottile
orlo realizzato a macchina o a mano. Questo tipo di 89. Sennori, foto d’epoca, anni Cinquanta.
87. Orgosolo, anni Venti,
fotografia di A. Ferri. fazzoletti viene stretto intorno al capo avvolgendo la 90. Fazzoletto e velo, muccalóru biàncu e ’élu, nell’insieme festivo
88. Benda, liónzu, nell’insieme festivo e
capigliatura con le cocche riportate sulla sommità op- e di gala, Sennori, prima metà sec. XX
pure annodate sotto la nuca. I fazzoletti indossati in Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
di gala, Orgosolo, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle questo modo sostituiscono di fatto le cuffie, proteggo-
Tradizioni Popolari Sarde. no il copricapo soprastante dal contatto diretto con la
capigliatura e danno sostegno e volume all’insieme del-
l’acconciatura. In alcuni casi è presente un ricamo im-
postato su uno dei lembi destinati a rimanere in vista
quando indossato in insiemi complessi con benda o al-
tri fazzoletti sovrapposti come avviene a Bono, Anela,
Sennori. Questo genere di fazzoletti può anche essere
indossato con le cocche morbidamente annodate sotto
il mento o su un lato del volto e può essere a vista o
associato ad un copricapo sovrapposto: velo o scialle di
seta (Settimo S. Pietro, Monserrato, Pirri, Quartu, Selar-
gius), manticello (Lanusei, Samugheo), benda (Atzara).
A Busachi si segnala l’uso di un fazzoletto di tela di co-
tone o lino, di forma quadrata, che, ripiegato a rettan-
golo, viene indossato con i lembi liberi o annodati
sotto il mento, posato su un fazzoletto stretto sul ca-
po; il colore è bianco candido per l’uso giornaliero
o giallo per il lutto.
Nell’area centro-meridionale sono particolarmente
diffusi ampi fazzoletti in tessuti di lana o cotone
stampati.16 Sono caratterizzati da tonalità croma-
tiche molto calde e cupe, con fondi uniti e cor-
nici a grandi motivi floreali ottenuti a stampa.
La grandissima diffusione di questi indumen-
ti, tra la fine dell’Ottocento e i primi del
Novecento, fa supporre che il loro costo
fosse divenuto accessibile ai più ed è da
porre in relazione con l’altrettanto vasta
presenza di tele di cotone stampato,
le cosiddette indiane, che ricopri-
ranno un ruolo molto importante

88 90
nella confezione di diversi indumenti tradizionali. I capi
destinati all’abbigliamento festivo delle ragazze o delle
donne più giovani sono spesso a vivaci colori eviden-
ziati con bordure e frange in tinta. Questi grandi fazzo-
letti vengono in genere ripiegati a triangolo e poi adat-
tati sul capo, fissandoli con una spilla al copricapo
sottostante e lasciando i lembi aperti o annodati morbi-
damente all’altezza del petto. In alcune località vengono
appuntati al copricapo sottostante e fatti ricadere senza
ulteriori piegature. Questo modo di utilizzarli può aver
indotto alcuni viaggiatori dell’Ottocento, ed anche qual-
che studioso locale, a ritenere diffusi nell’isola i mezzari
genovesi. In realtà, salvo usi sporadici dei preziosi mez-
zari in ambiti sociali particolarmente agiati, i fazzoletti
di cui si parla possono essere considerati delle imitazio-
ni a buon mercato.17
I fazzoletti in tibet di lana nei colori crema, tabacco, mar-
rone bruciato, nero, blu hanno forma quadrata e vengo-
no indossati ripiegati a triangolo. Attestati sin dalla fine
dell’Ottocento, si diffondono presto in quasi tutta l’isola,
in molte varianti locali, dapprima affiancandosi ai model-
li di copricapo più arcaici e poi finendo per sostituirli
quasi ovunque, con il variare dell’intero insieme vesti-
mentario. Le dimensioni cambiano sia in relazione al
luogo che ai momenti di utilizzazione. Con larga genera- 92

lizzazione possiamo ad esempio affermare che nella Sar- 92. Sant’Antioco, cartolina illustrata, inizio sec. XX.
degna centrale, tra la fine dell’Ottocento e i primi del
93. Fazzoletto festivo da nubile, muncalóru,
Novecento, le dimensioni medie sono piuttosto ampie Settimo S. Pietro, prima metà sec. XX
mentre si riducono fortemente avvicinandosi ai momenti Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
finali della loro utilizzazione (1950 ed oltre nell’abbiglia- 94. Fazzoletto giornaliero, macalóru, Macomer, prima metà sec. XX
mento di “transizione”).18 La confezione di questi capi Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

91. Fazzoletti festivi, muccadòres,


provenienza varia, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle
Tradizioni Popolari Sarde. 91 93 94
95 96 97 98

prevede un sottile orlo realizzato a macchina o a mano o 95. Fazzoletto giornaliero, muncalóru ispàrtu,
Ittiri, prima metà sec. XX
a piccoli smerli ricamati a punto festone con cordoncino Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
di seta in tinta o in contrasto cromatico. In alcune loca- Popolari Sarde.
lità come Nuoro, Orosei, Fonni, Mamoiada, il fazzoletto 96. Fazzoletto festivo, muccadòre,
viene ricamato in corrispondenza del triangolo posterio- Orani, inizio sec. XX
re, con la medesima tecnica decorativa usata per altre Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
parti dell’abito festivo, quali il corpetto, il grembiule o la
gonna. Possono pertanto essere presenti temi floreali a 97. Fazzoletto festivo e di gala, muccadòre,
Benetutti, 1948
ghirlanda, motivi geometrici a greca o triangoli, anche Benetutti, coll. privata.
in combinazioni tra loro, realizzati a punto raso, er- 98. Fazzoletto festivo e di gala, muccadòre,
ba, pittura, pieno, con fili di seta policromi e canu- Nuoro, inizio sec. XX
tiglia d’oro e d’argento; per completare il ricamo Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
sono talvolta inseriti lustrini, perline e vetri colo- Popolari Sarde.
rati. Nei luoghi in cui l’abito tradizionale viene 99. Fazzoletto giornaliero, muncadòre biàncu,
Busachi, primo decennio sec. XX
ancora oggi utilizzato in ambito festivo si in- Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
troducono ulteriori modifiche soprattutto nel- Popolari Sarde.
l’impostazione dell’ornato. Questo tipo di 100. Fazzoletto festivo, mucadòre,
fazzoletti, che costituiscono, sia nella ver- Mamoiada, prima metà sec. XX
sione inornata che in quella ricamata, la Mamoiada, coll. privata.
continuità tra il sistema vestimentario tra-
dizionale e l’abbigliamento di “transizio-
ne”, vengono indossati ripiegati a trian-
golo, riducendone l’ampiezza con una
o due pieghe in corrispondenza del
lato lungo che incornicia il viso. In
alcune località questa parte viene
fissata a punti nascosti ad un sup-
porto che ne irrigidisce il profilo
(Fonni). Le cocche vengono in ge-
nere raccolte incrociandole sotto il
mento e fissandole verso l’interno,
all’altezza dell’orecchio. In ambito
domestico i lembi possono essere
sollevati e riportati sulla sommità
del capo.

99 100
Manticelli ma quadrangolare piana (Ploaghe: mantéddu; Samu- sono così disposti da lasciare in evidenza, al centro, il
Si tratta di un genere di copricapo molto diffuso nella gheo: mantighéddu; Lanusei: colòri ) o presentano un panno rosso che forma un motivo a croce. Il ritratto di
Sardegna dell’Ottocento e del primo Novecento che tro- lato arrotondato (Villagrande Strisaili: colòre ; Tertenia: Anna Lucia Figone Spano, madre dell’archeologo Gio-
va oggi attestazioni limitate per i citati fenomeni di mo- màntu) oppure, come il cappùzzu di Gavoi, sono sago- vanni Spano, conservato presso la Facoltà di Lettere di
dernizzazione. Il copricapo definito manticello ha di- mati per adattarsi alla sommità del capo in una sorta di Cagliari e risalente all’inizio del XVIII sec., è di partico-
mensioni ridotte,19 ricopre il capo, i lati del volto e cappuccio i cui lembi inferiori scendono liberi sulle lare interesse per lo studio dell’evoluzione di questo co-
sfiora gli omeri. È confezionato per lo più con panno di spalle. A Ploaghe il manticello è confezionato con pan- pricapo perché mostra una versione più morbida di
lana ed è bordato con taffettà di seta o velluto, nastri e no di lana rosso o giallo di forma quadrangolare che quella in voga attualmente, nella quale il tessuto di seta
passamanerie in tinta contrastante. Le cuciture sono rea- viene ricoperto con quattro elementi di tessuto di seta in in colore contrastante è applicato nella sola parte ante-
lizzate a mano o a macchina. Alcuni modelli hanno for- tinta unita o velluto operato a fiorami; questi elementi riore; interessante è anche il fatto che venga chiaramente
103

103. Serri, foto d’epoca, primo decennio sec. XX.


101-102. Manticello festivo e di gala, colòri,
Lanusei, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.

101 102
indossato sovrapposto ad una benda a soggolo. Lo stes-
so modello è riprodotto in alcune tempere (1870-80) di
Simone Manca di Mores che raffigurano una donna di
Ploaghe in abito di gala con manticello giallo bordato
di celeste. In Ogliastra i bordi del manticello sono evi-
denziati con nastri di taffettà in colore contrastante ri-
spetto al tessuto, e il punto di unione è anche sottoli-
neato con un fine ricamo a dentelli realizzato con
cordoncini di seta; tipico di tutta l’area ogliastrina è il
modo di fissarlo sotto il mento con un soggolo a catena
(gancèra, càncios de frénu, cadenàtzas) in lamina e fi-
ligrana d’argento con ganci in lamina cuciti al tessuto.
Anche in questo caso l’indumento si indossa sopra un
fazzoletto o uno scialle. Il manticello in uso a Samu-
gheo, che è parte di una complessa acconciatura costi-
tuita da almeno tre fazzoletti di diverso tipo, ha forma
rettangolare ed è confezionato con panno o tessuto ti-
po loden di colore verde; la sola parte anteriore è rica-
mata a motivi floreali e geometrici ed è guarnita con
applicazioni di lustrini e passamanerie. A Fonni, di
panno bordato d’azzurro, viene indossato in mo-
do da ricoprire tutta la parte superiore del bu-
sto tenendolo chiuso completamente sul petto.
A Gavoi è bordato in taffettà di seta o pizzo
nero e, negli esemplari recenti, viene in-
104 105 dossato sovrapposto alla sola cuffia.
107

104. Ploaghe, foto d’epoca, fine sec. XIX.


105. Fonni, foto d’epoca, primo decennio sec. XX.
106. Manticello festivo e di gala, mantéddu,
Ploaghe, anni Cinquanta
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
107. Manticello, mantighéddu, nell’insieme festivo e di
gala, Samugheo, 1930
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
108. Manticello festivo, mantìgliu, Carloforte,
prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
109. Manto di gala, capìtta, Osilo, seconda metà sec. XIX
Sassari, Museo Nazionale G.A. Sanna.
110. Manto di gala, capìtta, Osilo, fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
111. Manto di gala, capìtta, Osilo, primo decennio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

106 108 109


110 111
Manti
L’iconografia più antica mostra con grande frequenza
immagini di donne abbigliate con manti da testa di am-
piezza maggiore rispetto ai manticelli descritti in prece-
denza. In qualche località questo tipo di copricapo è
ancora presente nell’abbigliamento tradizionale e nume-
rosi sono i reperti d’epoca che ne testimoniano una va-
sta diffusione tra tutti i ceti sociali sia negli abiti di gala
che in quelli giornalieri e da lutto. Si indossano sempre
sovrapposti ad insiemi di cuffia/benda, cuffia/velo o faz-
zoletto. L’ampiezza varia in relazione al modello mentre
la lunghezza è tale da coprire il capo e tutto il busto ar-
116. Iglesias, cartolina
rivando fino al bacino. I modelli più semplici sono quel- illustrata, inizio sec. XX.
li di forma quadrangolare, in piano, confezionati in pan- 118
117. Panattàra di Cagliari,
no o orbace e ornati con applicazioni di velluto, nastri e cartolina illustrata,
ricami. A Bitti un manto di questo tipo si indossa sopra di gala di Iglesias, Alghero e Tortolì (mantìglia) hanno fine sec. XIX.
l’insieme costituito da cuffia e benda o cuffia e fazzolet- 112 116 forma ad amigdala con lati lunghi asimmetrici. Sono 118. Manto festivo e di gala,
to. Ad Aritzo (cappùcciu), dove si sovrappone allo scialle confezionati in panno di lana rosso con bordi in trina mantìglia, Iglesias, seconda
d’argento lavorata a fuselli, oppure in raso di seta bian- metà sec. XIX
di seta o al velo di tulle, la forma è più complessa: ha la Roma, Museo Nazionale
parte superiore sagomata che permette di calzarlo sulla co con larga bordura in raso di seta az- delle Arti e delle Tradizioni
testa come un cappuccio mentre i lembi sciolti arrivano a zurro. Sono indumenti riservati a Popolari.
coprire i fianchi. A Desulo esiste un modello di forma donne benestanti e maritate che si 119. Manto festivo e di gala,
trapezoidale in orbace, identico al grembiule (saùcciu ’e indossano sempre sopra la cuf- mantéddu o mantìglia a
fia o in associazione al velo di arrànda ’e pràta, Cagliari,
liàre) per un uso quotidiano e festivo, e un modello fine sec. XIX
d’uso strettamente cerimoniale (cappùcciu) in panno tulle. Dal Nuorese provengo- Nuoro, Museo della
nero con pieghe che partono a raggiera dalla sommità no manti della stessa forma, Vita e delle Tradizioni
del capo e bordi in taffettà di seta, o in damasco di seta in panno bordato con na- Popolari Sarde.

nero nelle ultime lussuose varianti. Di forma rettangola- stri a motivi floreali, op-
pure confezionati con
re piana sono anche i manti di panno di lana verde o
preziosi lampassi broc-
azzurro di S. Antioco (pannìcciu de colòri ). I manti delle
cati a motivi floreali
ricche popolane di Cagliari (panattàre), detti mantéddu
policromi, orlati con
o mantìglia a arrànda ’e pràta, e quelli tipici degli abiti 113 117
trine d’argento a fu-
selli; questi capi, la cui datazione può essere
compresa tra il tardo Settecento e i primi de-
cenni dell’Ottocento, sembrano essere associa-
ti a sistemi vestimentari assai rari, di chiara
influenza spagnola, prerogativa delle classi
più elevate della società del tempo.20

112. Aritzo, anni Venti, fotografia di A. Ferri.


113. Desulo, foto d’epoca, anni Venti.
114. Manto festivo e di gala, cappùcciu,
Desulo, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle
Tradizioni Popolari Sarde.
115. Manto festivo e di gala,
cappùcciu, Aritzo, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle
Tradizioni Popolari Sarde.

114 115 119


120 121

Scialli
Si tratta di grandi fazzoletti quadrangolari con frange che
hanno incontrato larga fortuna nell’abbigliamento femmi-
nile a partire dalla fine dell’Ottocento, arrivando a sop-
piantare le altre fogge di copricapo. Se ne distinguono
due grandi tipologie di importazione nazionale ed estera.
Scialli di seta in tessuti leggeri operati su base damasco
o taffettà21 o più pesanti come i cannellati caratterizzati
da una bicromia o tricromia che valorizza i motivi flo-
reali stilizzati di grandi e medie dimensioni. Questo ge-
nere di scialli è usato in tutta l’isola negli insiemi vesti-
mentari di gala di moltissimi paesi quali Aggius, Bitti,
Dorgali, Irgoli, Lula, Oliena, Orosei, Orune, Settimo San
Pietro, Sinnai, Quartu, per fare solo qualche esempio.
Vengono sempre indossati ripiegati a triangolo, even-
tualmente riducendo l’ampiezza anteriore con ulteriori
piegature come stabilito dalle usanze locali. Tradizional- morbidamente sul petto. Solo nell’ultima fase di utilizza-
mente sono indossati sovrapposti a cuffie o fazzoletti, zione, dopo il 1920, in qualche località si è preso ad in-
lasciando ricadere i lembi lungo il busto o annodandoli dossarli a diretto contatto con la capigliatura raccolta a
crocchia: si tratta di momenti di grande trasformazione
che preludono ad una cessazione del loro utilizzo in
ambito tradizionale.
Grande fortuna hanno, in tutta l’isola, gli scialli in tibet
di lana di forma quadrata22 nei colori tabacco, marrone,
nero o, più raramente, blu scuro. Si acquistano già or-
nati con frangia in cordoncino di seta in tinta, annodato
con la tecnica del macramè, oppure vengono confezio-
nati in loco acquistando il tessuto e poi provvedendo a
realizzare la frangia con la forma di intreccio preferita.23
L’altezza della bordura, il tipo di annodatura e anche la
lunghezza delle frange, variando da zona a zona, costi-
tuiscono elemento di riconoscimento geografico e di
datazione. Di norma gli esemplari più antichi hanno,
infatti, dimensioni ridotte e frange più corte. L’in-
troduzione di questi scialli sembra aver inizio nel
primo Ottocento; si diffondono rapidamente e
non sempre, ma spesso, sostituiscono i copricapo
preesistenti o vengono indossati in alternativa

120. Dorgali, foto d’epoca, fine sec. XIX-inizio XX.


121. Dorgali, foto d’epoca, fine sec. XIX- inizio XX.
122. Scialle festivo e di gala, pannúzzu ’e sèda,
Dorgali, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
123. Scialle festivo, pannúzzu recamàu,
Dorgali, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
124. Scialle festivo e di gala,
muncadòre, Oliena, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
125. Scialle festivo e di gala,
muncadòre, Oliena, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.

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ad essi; ad Orgosolo, ad esempio, lo scialle non sop- al modello codificato intorno al 1930 e utilizzato nell’in-
pianta la benda nell’abito di gala, ma resta “confinato” sieme da sposa fino agli anni Cinquanta del Novecento.
ad un uso giornaliero o semifestivo indossato sopra la In tutta la Sardegna centro-meridionale gli scialli di
cuffia, con i lembi raccolti sotto il mento. Lo stesso tipo questo tipo presentano estesi ricami floreali a vivaci co-
di scialli viene anche ornato con ricami floreali realizza- lori o prediligono cromatismi più raffinati e sobri nei
ti con fili di seta policromi, secondo moduli decorativi toni spenti delle terre sul fondo tabacco o marrone del
di tradizione settecentesca prima, ottocentesca poi, con tessuto.
variazioni nella tipologia dei punti di ricamo e nei cro-
matismi che giungono alla massima enfasi nei primi de-
cenni del Novecento. I motivi ornamentali interessano 126. Scialle festivo e di gala, sciallètto o mucatòre de sèta,
Orune, inizio sec. XX
sempre la parte posteriore triangolare che ricopre il ca- Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
po e le spalle e sono costituiti da mazzi di fiori circon-
127. Scialle giornaliero, mucadòre,
dati da ghirlande di fiori e spighe; sporadicamente sono Ollolai, prima metà sec. XX
anche presenti elementi zoomorfi, uccelli esotici e far- Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
falle, chiaramente tratti dall’ornamentazione di nastri e 128. Scialle festivo e di gala, issàllu ’e sèta,
tessuti serici d’importazione. Anche la tipologia del ri- Orosei, fine sec. XIX
camo e la sua disposizione permettono l’attribuzione Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
geografica e temporale. A Dorgali lo scialle, detto 129. Scialle festivo e di gala, sciàllu,
pannùzzu recamàu, presenta delicati ricami floreali, Settimo S. Pietro, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
viene piegato a triangolo e indossato su una complessa
130. Oliena, foto d’epoca, inizio sec. XX.
acconciatura costituita dai capelli intrecciati con fazzo-
letti variopinti. Ad Oliena lo stesso tipo di scialle, mun- 131. Ollolai, foto d’epoca, anni Trenta.
cadòre, conosce nel tempo diversi stili di ricamo, fino 132. Benetutti, foto d’epoca, fine sec. XIX.
130 131 132

96 97
Veli
Benché si tratti, per forma e dimensioni, di grandi fazzo-
letti24 riservati ad un uso festivo, i veli vengono conside-
rati a parte perché caratterizzati dall’impiego di tessuti
trasparenti quali l’organza, la garza o il tulle meccanico
di cotone, lino o seta, a maglia per lo più esagonale. È
plausibile che i primi esemplari fossero già diffusi sul fi-
nire del Settecento, presso i ceti abbienti, e che poi sia-
no passati all’ambito popolare con sempre maggiore fre-
quenza tra l’Ottocento e il Novecento con la crescente
disponibilità sul mercato del tulle meccanico di cotone.

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137
133. Abito femminile festivo e di gala, Oristano, prima metà sec. XX Già in alcune tavole del Tiole e del La Marmora si os- coprendo la gola e il petto (Osilo, Sennori: ’élu).
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
servano diversi insiemi vestimentari di gala caratterizza- I motivi decorativi sono sempre di carattere floreale,
134-136. Velo festivo e di gala, tùllu, Ittiri, prima metà sec. XX ti dal copricapo di velo; l’iconografia successiva attesta più o meno raffinati, e sono realizzati con fili di cotone
Sassari, coll. privata.
un incremento dell’uso che diviene poi generalizzato. o seta in tinta messi in opera a punto catenella, filza,
137. Velo festivo e di gala, vélu, Oristano, prima metà sec. XX La diffusione sembra partire dalle coste via via raggiun- pieno, pieno imbottito, rammendo, tela, festone e cor-
Oristano, coll. Enrico Fiori.
gendo le aree più interne della Barbagia dove i veli di doncino con i quali si realizzano anche decorazioni a
questo tipo sostituiscono i manti e i manticelli degli traforo a fili tirati.
abiti tradizionali negli insiemi vestimentari definiti “co- Come le bende, anche i veli richiedono un’accurata sti-
stume da sposa” nei quali, seguendo la moda borghe- ratura che può prevedere l’apprettatura a caldo o a
138. Velo festivo e di gala, vélu,
se, il velo bianco diviene vero simbolo delle nozze sia freddo. Caratteristica dello “stile locale” è proprio il mo-
Monserrato/Quartu S. Elena, fine sec. XIX per il colore che per la leggerezza e la trasparenza del do di stirare e posare sul capo un tipo di velo che per il
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. tessuto. I modelli di forma quadrata vengono indossati resto potrebbe altrimenti risultare identico tra un paese
139. Velo festivo e di gala, muccadòre biàncu, ripiegati a triangolo, pertanto è frequente una ornamen- e l’altro e che invece, proprio con questi accorgimenti,
Teulada, prima metà sec. XX tazione ricamata simmetricamente negli angoli contrap- caratterizza fortemente lo stile vestimentario dell’una o
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
posti o riservata alla sola parte triangolare che ricade dell’altra località. I veli di tulle vengono perciò inamida-
140. Velo festivo e di gala, muncadòri biàncu, sulle spalle, destinando un ornato più semplice a quella ti in modi diversi a seconda dell’uso cui sono destinati.
Iglesias, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. sottostante. L’amido cotto o la colla di pesce danno consistenza qua-
I veli di forma quadrata o rettangolare vengono indossa- si vetrosa agli esemplari di Samugheo, Busachi, Iglesias,
141. Velo festivo e di gala, muncadòre ’e tùllu,
Busachi, seconda metà sec. XIX ti completamente aperti a ricadere sulle spalle; in questo S. Antioco, Teulada ecc.; Ollolai, Aritzo, Orosei e tutta
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. caso la parte anteriore corrispondente alla sommità del l’area del Campidano di Oristano e di Cagliari prediligo-
142. Osilo, cartolina illustrata, inizio sec. XX. capo viene rinforzata e ornata con l’applicazione di un no apprettature più leggere come anche Osilo, Sennori
143. Abito femminile festivo e di gala, ’estìre rùiu, Ittiri, 1950
pizzo meccanico o a mano. A Samugheo e Busachi il e Tempio; a Ittiri, Florinas e in tutta l’area anglonese,
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. velo (muncadòre ’e tùllu) viene ripiegato a metà, a for- dove il velo si porta sciolto a ricadere sulle spalle, viene
144. Abito femminile festivo e di gala, Ollolai, inizio sec. XX ma di rettangolo. Altri tipi di velo di forma rettangolare apprettata, e comunque rinforzata con un merletto di
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. vengono drappeggiati in vario modo attorno al capo, supporto, solo la parte anteriore. 142

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143 144
Grembiuli da testa
In alcune località della Sardegna centrale e meridio-
nale è attestato, fin dai primi decenni dell’Ottocento,
l’uso di un copricapo del tutto analogo ad un grem-
biule, di colore nero, che viene indossato ponen-
dolo trasversalmente sul capo, come attestato dal-
la tavola del Tiole raffigurante una popolana di
Milis. I grembiuli da testa, soprattutto negli in-
siemi giornalieri, sono in verità diffusi in tutta
l’isola con diverse denominazioni quali pan-
néllu ’e cugùddu o fàlda ’e coveccàre, defi-
nizione questa che può anche far riferi-
mento alle gonne da testa descritte più
avanti. In qualche caso sono anche pre-
senti i lacci che, privati della loro ini-
ziale funzione, vengono legati a fioc-
co e ricadono liberamente su una
spalla. A Desulo questo copricapo
è del tutto uguale al grembiule,
sia per forma che per ornamen-
tazione, e viene allacciato sot-
to il mento con una catenella
d’argento. I grembiuli da testa
145
vengono sempre sovrapposti
ad altri elementi (veli, fazzoletti, cuf-
fie) ed è possibile che la loro presenza an-
che in ambito festivo sia dovuta ad una iniziale necessità
di proteggere dalle intemperie il copricapo sottostante
quando questo sia realizzato in tessuto prezioso. Non è
comunque da trascurare il fatto che questo genere di in-
dumenti serve anche a mitigare l’aspetto festivo di un
copricapo troppo chiaro o lussuoso se indossato in par-
ticolari momenti della vita sociale quali le visite di con-
doglianze o la partecipazione a funzioni religiose in suf-
fragio di defunti. Un’ulteriore variante è costituita dai
grembiuli posteriori da rialzare sul capo. A Isili il caratte-
ristico indumento detto fàsca viene realizzato in tessuto
pesante di lana e indossato allacciandolo in vita e rial-
zandolo sulla testa a coprire la parte posteriore del bu-
sto e il capo. A Ozieri, riservato alle donne agiate, è det-
to màntu ed è confezionato in tessuto di seta di colore
nero (raso, taffettà).25 I grembiuli da testa, dei quali si
conservano solo pochi esemplari d’epoca, hanno cono-
sciuto una notevole diffusione fino a tutto l’Ottocento
analogamente a quanto è avvenuto nella penisola italia-
na dove l’uso, a livello popolare, è documentato dalla fi-
ne del Seicento ed è continuato per tutto l’Ottocento.

145. Grembiule da testa giornaliero, pannéllu ’e cugùddu,


Ittiri, inizio sec. XX, Sassari, coll. privata.
146. N.B. Tiole, Paysans de Milis, 1819-24, acquerello su carta.
147. Desulo, 1955, fotografia di Mario De Biasi. 148

148. Grembiule da testa festivo, saùcciu,


Desulo, primi decenni sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
146 147

104
Gonne da testa o gonne-copricapo tessuto contrastante è applicato sia all’esterno che al-
Sono tipi di copricapo diffusi soprattutto nella Sardegna l’interno. La parte corrispondente al punto vita viene
settentrionale (ad esempio a Sorso, Ittiri, Tempio), confe- posata sul capo, già coperto con un fazzoletto, così che
zionati come una vera gonna arricciata se non fosse per l’indumento ricade lungo la schiena e, nella differente
le ridotte dimensioni della lunghezza, dell’ampiezza to- lunghezza, mostra sia il bordo applicato sul diritto sia
tale e del giro vita. Sono noti come bunnèdda a cappìt- quello sul rovescio.
ta,26 munnèdda ’e cugùddu o suncurìnu o zuncurìnu.27
Per le loro dimensioni e per il modo di indossarle non
possono perciò essere confuse con le doppie gonne
che coprono il capo rialzando la parte posteriore28 e
delle quali si dirà più avanti. È del tutto naturale inter-
rogarsi su una così strana foggia che, a guardare la fun-
zione, potrebbe essere sostituita con vantaggio da un
semplice manto. È possibile che derivi dalla necessità
di coprire il capo uscendo di casa all’improvviso utiliz-
zando proprio una vera gonna che, anziché essere in-
dossata cingendola in vita, viene posata semplicemente
sul capo; nel tempo questa consuetudine può aver dato 149. Alessio Pittaluga, Femme d’Usini (Donna di Usini), 1928 ca.,
luogo alla confezione di un vero copricapo uguale ad litografia a colori, Cagliari, coll. Piloni.
una piccola gonna. La descrizione di questi indumenti è 150. Tempio, foto d’epoca, inizio sec. XX.
puntuale nell’iconografia del primo Novecento e nume- 151. Tempio, foto d’epoca, inizio sec. XX.
rose sono anche le immagini fotografiche. La confezio- 152-153. Abito femminile “da visita”, Osilo, prima metà sec. XX
ne prevede l’uso dei tessuti più vari sia in lana che in Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
cotone, in tinta unita e nelle diverse fantasie soprattutto 154-156. Abito femminile giornaliero, Ittiri, prima metà sec. XX
scozzesi, rigate, a fiori e a fiamma; un largo bordo in Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

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Cappelli a tesa CAMICIE Orune per definire la camicia da donna fatta di lino
Copricapo prettamente maschile, se ne conosce l’uso in e tessuta in casa e richiama i termini rumeni iie e al-
ambito femminile solo grazie a fonti iconografiche del
primo Ottocento. Si tratta di un cappello a cilindro, ro-
tondo, probabilmente di feltro nero, che viene indossa-
I ndumenti fondamentali del sistema vestimentario
popolare, sono attestate in numerose varianti; i
modelli destinati all’uso giornaliero sono realizzati
banese l’in}. A Nuoro, dove si usa la camicia corta, il
termine lìnza indicava la camicia femminile mentre
quella maschile veniva detta ghentòne; entrambi i
to sovrapposto all’insieme velo e cuffia, con l’aggiunta con tele piuttosto resistenti di cotone di produzione termini sono stati sostituiti nei primi decenni del No-
di fiori e nastri di decoro sulla tesa.
industriale o lino tessuto in casa, con ornati molto vecento dal più comune camìsa.34
Secondo quanto riportato dal La Marmora, «se il matri-
monio ha luogo in una stagione in cui si teme l’azione
semplici posti soprattutto in corrispondenza dello Caratteristica della gran parte delle camicie è l’am-
dannosa del sole, le donne, in qualche contrada, ag- scollo e dei polsi. I capi festivi e di gala, realizzati piezza del tessuto della parte superiore e delle mani-
giungono al loro costume un cappello rotondo di fel- con tele di maggior pregio, mostrano ricami ricerca- che che può essere raccolta con semplici increspature
tro, che mettono solo in questa occasione ed ornano di ti e preziosi, sempre più appariscenti a partire dai nascoste o con un ricamo geometrico realizzato su
piume, di galoni, di nastri e di fiori».29 Il Tiole, nelle ta- primi anni del Novecento. una apposita, fittissima increspatura. Tale ricamo è
vole n. 5, 55 e 77, rappresenta una figura femminile L’esame dei reperti permette di individuare tipologie tecnicamente definibile con il nome moderno di
che indossa questo particolare copricapo, confermando di camicie ascrivibili a due grandi gruppi: camicie “punto smock” del quale costituisce una raffinatissi-
le fonti iconografiche del periodo. Sembrerebbe dun- lunghe che coprono fino a metà gamba o alla cavi- ma variante locale. La modernità del termine non
que che si tratti di un capo prettamente maschile intro- glia e camicie corte che coprono fino alla vita o al significa affatto una modernità della tecnica che è
dotto solo sporadicamente nell’abbigliamento femminile bacino. È possibile che l’archetipo comune sia stato invece attestata in ambito colto, nazionale ed estero,
di gala,30 ma non è da escludere una sua utilizzazione in una camicia lunga, un originario capo con doppia almeno fin dal XV secolo e successivamente, in am-
ambito giornaliero. Nella tavola n. 33 della Collezione funzione intima e esterna, diffuso in tutta la Sarde- bito popolare, con attardamenti tipici dei passaggi e
Luzzietti31 del primo decennio dell’Ottocento, infatti, è gna, che si è poi differenziato con modifiche struttu- della diffusione dalle classi agiate a quelle popolari.
raffigurata una donna di Oristano in abbigliamento quo-
rali non significative ma con interventi decorativi as- Si tratta di un ricamo impostato sulle strette increspa-
tidiano che indossa, sopra un grande fazzoletto annoda-
sai diversi determinati dal modello vestimentario ture del tessuto in corrispondenza del collo, dei polsi
to sotto il mento, un cappello rigido, di forma bombata,
a testimoniare un uso probabilmente più esteso di quan- delle diverse località che può richiedere una maggio- e all’attaccatura delle maniche; su tali increspature,
157. Anonimo, Donna di Oristano, inizio sec. XIX, acquerello su carta, re o minore esposizione della camicia. La semplicità più o meno fitte in relazione al titolo del tessuto im-
to non sia possibile dedurre dalle sole immagini di La Collezione Luzzietti, Cagliari, Biblioteca Universitaria.
Marmora e Tiole che di fatto riproducono lo stesso sog- della struttura di questi indumenti li rende facilmen- piegato, si realizzano motivi geometrici o naturalisti-
158. N.B. Tiole, Nuoveaux Maries, 1819-24, acquerello su carta.
getto in tenuta di gala.32 Nelle raccolte pubbliche e pri- te adattabili a diverse corporature, le dimensioni so- ci stilizzati utilizzando più frequentemente la tecni-
159. Giuseppe Cominotti, Noce. Arrivée d’une jeune fille de Sinai ca del punto ondulato, punto erba, punto doppio o
vate, tuttavia, non risulta essere rimasta traccia di questo mariée à un riche cultivateur de Quartu, 1825, litografia a colori,
no pertanto piuttosto uniformi; l’ampiezza e la lun-
copricapo. in Atlas de Voyage en Sardaigne par De Lamarmora. ghezza delle maniche sono condizionate dall’uso o punto incrociato. Quanto più sottile è il tessuto im-
meno di un indumento a manica lunga (giubbetto, piegato, tanto più piccoli sono i punti di ricamo, tan-
giacca o bolero) da sovrapporre alla camicia e dalla to più l’indumento è pregiato e costoso, specialmente
tipologia della manica di questo stesso indumento. se ricamato con fili in tinta.
Le fonti iconografiche non permettono di stabilire Questo genere di ricamo è attestato nell’abbiglia-
con certezza se le camicie femminili rappresentate mento popolare in Albania, Grecia, Polonia, Roma-
fossero di tipo lungo o corto, né si può affermare con nia, Spagna, Ungheria, oltre che in alcune zone del
certezza che il lembo bianco che oltrepassa l’orlo nord Africa con varianti determinate dai motivi geo-
delle gonne raffigurate dal Martelli o dal Dalsani sia metrici ricamati e dal tipo di filato usato per realiz-
la parte inferiore della camicia e non un indumento zarlo (cotone in tinta con il tessuto o in contrasto
a sé stante. cromatico). Come in Sardegna anche in questi luo-
La denominazione locale non offre alcuno spunto per ghi si tratta di un tipo di ricamo presente soprattutto
una differenziazione tipologica. Il termine camìsa, nelle camicie, dunque su tele di lino o cotone, ma
con le varianti ’ammìsa, ’amìsa, camìgia, camìsia ed non mancano realizzazioni su tessuti più pesanti sia
altre, è presente in tutta l’isola riferito indifferente- di lana che di cotone. In Sardegna è conosciuto con
mente a modelli lunghi o corti. I diminutivi camisèd- diverse denominazioni: pùnt’ivànu (Samugheo), còro
da e ’amisèdda sono peraltro usati rispettivamente a (Nuoro, Oliena, Orgosolo), alchìttu, razzòni (Viddal-
Desulo e a Fonni anche per la gonnella di orbace33 e ba e area gallurese).
per la sottogonna di tela di lino o cotone pesante. Ter- Per questo tipo di ricamo delle camicie nuoresi Gra-
mine più antico ed attestato in tutta l’area mediterra- zia Deledda scrive: «Alle camicie trapuntate si fa il
nea è lìnza, ma anche in questo caso non si può dire cuore “su coro” come si eseguisce anche in talune
se i capi così denominati fossero lunghi o corti. Il Wa- camicie maschili. Questo cuore è una specie di rica-
gner scrive: «Anticamente la camicia delle donne si mo ad ago sulla larga increspatura (“sas ispunzas”)
chiamava líndza, parola che vive ancora nel Centro» che raccoglie l’immenso volume della tela sul collo e
(Wagner, DES, lemma kamípa). Lo stesso autore preci- sui polsi. Ci vuole un’arte di Aracne per eseguire
159 sa che è un termine diffuso a Bitti, Lula, Lollove e questi ricami variatissimi e belli. Occorrono molti

110 111
“punti” e il nome di “coro” proviene da ciò che la fi- e ricamando diversi ordini di minuscoli archetti a Camicie lunghe
gura del ricamo è composta di cuori più o meno fini- punto occhiello intercalati da pippiolini, ragnetti e La loro diffusione interessa tutta l’isola ad eccezio-
ti, più o meno fioriti e piccoli. C’è il “cuore di sette” il rosette. Anche qui è da precisare che le bordure più ne della zona del Nuorese e della Baronia.
“cuore di nove”, ecc.».35 antiche sono sottili, mentre nelle camicie di gala più Gli esemplari di struttura più arcaica nascono dall’unio-
La denominazione “punto smock”, benché tecnica- recenti raggiungono dimensioni considerevoli.36 Si ne di una parte superiore costituita da cinque o sei ele-
menti rettangolari, proporzionati alla taglia del com-
mente rispondente, non soddisfa pienamente le ca- tratta di un insieme di punti di tradizione antica
mittente, uniti a formare busto e maniche, ai quali
ratteristiche di questo magnifico ricamo che, data la utilizzati nella piena aderenza al gusto isolano o
vanno aggiunti gli elementi ornamentali, vale a dire
forte connotazione isolana sarà definito, d’ora in poi, suggeriti dalle riviste di ricamo che ripropongono i i polsi ed eventualmente i decori della scollatu-
“punto sardo su tela arricciata”. Le denominazioni temi della grande tradizione del merletto italiano ra anteriore e del petto che possono essere
degli altri punti rimangono quelle da tempo codifica- rielaborati nel gusto proprio delle correnti stilistiche preparati a parte e applicati successivamente
te nei manuali di ricamo. Analizzando nel loro in- del primo Novecento. insieme al bordo che rifinisce la parte poste-
sieme le camicie sarde nell’excursus cronologico in Alla diffusione del ricamo concorre anche l’attività riore della scollatura; a questo insieme viene
esame, si ha d’altro canto un campione completo di delle monache, presso le quali le giovani di famiglia unita una parte inferiore, in genere costituita
tutte le tecniche del ricamo in bianco utilizzate per agiata apprendono le più raffinate tecniche per la da due o quattro teli. La tela di cotone o lino
realizzare motivi geometrici e floreali. Si inizia con realizzazione dei corredi, e l’apertura di istituti reli- impiegata per la confezione della parte supe-
gli elementari punto erba, catenella, vapore, mosca, giosi che impegnano le giovani donne in attività di riore può essere molto sottile, quella utilizza-
spina, festone, strega, per arrivare al punto damasco, cucito e ricamo.37 ta per la parte inferiore, sempre in lino
lanciato, pieno, pieno imbottito, punto pisano, punto Le trine a fuselli in sottile filato di lino sono piuttosto o cotone, è in genere molto grossola-
inglese, ricamo a intaglio o Richelieu; notevoli i punti rare, soppiantate dal più comune pizzo ad uncinetto na e pesante tale da risultare più re-
sistente all’attrito con i tessuti delle
di ricamo su tela sfilata che comprendono le nume- o da merletti meccanici. Rarissimo è anche il chiac-
gonne. Talvolta la parte inferiore
rose varianti di punti a giorno realizzati a fascetti, a chierino talvolta utilizzato per interventi di riparazio- eccede, in larghezza, rispetto a
punto maglia, cordoncino e rammendo in una gran- ne in sostituzione del merletto a “punto in aria”. Da quella superiore e, in corrispon-
de quantità tipologica. tenere presente il ricamo che orna le camicie di Teu- denza dei lati, lungo il punto
Specialmente nei ricami del primo Novecento l’or- lada, sia maschili che femminili.38 Il pizzo San Gallo di unione, si osservano due
nato floreale è realizzato sfruttando la traspa- ed altri tipi di merletti meccanici entrano nell’ab- spacchi trasversali. La vesti-
renza ottenuta combinando insieme diversi bigliamento tradizionale dopo il primo venten- bilità è data da una lunga
tipi di fondi a giorno (retini su tela sfilata) nio del Novecento e si diffondono solo laddove apertura longitudinale
contornati a punto festone o cordoncino, per la tradizione del ricamo a mano non ha mai
ottenere decori di grande effetto. Assai dif- trovato uno sviluppo compiuto o sono impiega-
fuso, dalla fine dell’Ottocento in poi, è ti in esemplari da riparare o da utilizzare
anche il ricamo su tela sfilata, erro- in ambito giornaliero.
neamente definito filet, caratteriz- L’unione delle varie parti dell’indu-
zato da un reticolo di fondo lavo- mento è realizzata a mano o a mac-
rato a punto cordoncino sul quale, china a costura piatta o doppia, tec-
a punto rammendo, si eseguono i niche che danno consistenza anche
motivi ornamentali costituiti so- ai tessuti più leggeri e rifiniscono sen-
prattutto da rose, grappoli d’uva ed za sfilacciature quelli più pesanti, ga-
altri motivi fitomorfi stilizzati. Il filet rantendo anche una maggiore resistenza
vero e proprio o modano, vale a dire ai lavaggi e al logorio dovuto all’uso. Solo
la rete annodata, ricamata a punto raramente, in esemplari rimaneggiati e
rammendo, oppure utilizzata come comunque utilizzati al di fuori dall’am-
sfondo per l’applicazione di ricami bito tradizionale, si osservano cuciture
a punto festone, è presente in rari e di qualità inferiore. Il lutto impone la
raffinati esemplari successivi agli riduzione delle scollature, la rinuncia
anni Venti del Novecento. Da se- ai ricami vistosi con la sola concessio- 160. Dalsani (Giorgio Ansaldi),
Costume di Bitti (circond. di
gnalare l’impiego del “punto in ne di quelli necessari per la struttura Nuoro), 1878, litografia a
aria” (punto occhiello) realizzato dell’indumento, ma in tutti i casi, an- colori, in “Galleria di costumi
ad ago, di tradizione cinquecen- che questi, semplificati. Per le vedove, sardi”, in Il Buonumore,
Cagliari 1878.
tesca, per rifinire i ricami sullo specie nei primi tempi, anche l’ecces-
161. Camicia festiva e di
scollo e sui polsi; è un punto di sivo candore della camicia fresca di gala, camìsa, Sinnai,
ricamo che richiede grande peri- bucato doveva essere smorzato espo- seconda metà sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e
zia: viene realizzato come un mer- nendola al fumo del focolare prima di delle Tradizioni Popolari
letto partendo da una sola linea di appoggio 160
indossarla. Sarde.

112
161
anteriore chiusa in corrispondenza del petto capi più modesti o di datazione
con asole trasversali che permettono l’inseri- più recente. Nella stessa area,
mento di bottoni gemelli d’oro, d’argento o per un uso giornaliero o per le
di filo di lino o cotone. Alcune camicie pre- ragazze più giovani lo scollo
sentano doppio davanti, vale a dire un’aper- può essere meno ampio e guar-
tura posteriore, rifinita in modo più sempli- nito con un collettino diritto e
ce rispetto a quella anteriore, da utilizzare semplici ricami di rifinitura. Le
comunque come davanti quando ve ne sia camicie lunghe di Desulo, mol-
necessità. L’ampiezza del tessuto in corri- to accollate, sono caratterizzate,
spondenza dello scollo, dell’attaccatura delle nei modelli di gala, da ricami
maniche e dei polsi viene raccolta come de- minuti e raffinatissimi realizza-
scritto nella parte generale. Da un’area all’al- ti in corrispondenza del col-
tra dell’isola cambiano in modo significativo lo, dei polsi e lungo l’apertura
la forma e le ornamentazioni dello scollo, anteriore; anche gli esemplari
del petto e dei polsi anche se si può affer- destinati ad un uso giornaliero
mare che comunemente gli esemplari di ga- mostrano spesso rifiniture di
la più antichi presentano ricami realizzati grande pregio. In qualche caso
162 con grande raffinatezza concentrati su scol- il ricamo può essere realizzato
lo, polsi e parte anteriore centrale, mentre con fili di cotone in colore con-
con l’avvicinarsi ai nostri giorni si abbando- trastante rosa o celeste (Ollolai,
na lo stile del ricamo antico a piccoli punti Sennori). Sulla parte anteriore,
in favore delle grandi forme naturalistiche simmetricamente all’apertura, in
ottocentesche. Ad Aritzo, Samugheo, Busa- senso longitudinale si realizzano, tal-
chi si può facilmente notare che il ricamo volta, semplici impunture. Il lavaggio, la
delle camicie di gala, dalla fine dell’Ottocen- stiratura e l’apprettatura più o meno
to ad oggi, si è esteso progressivamente a sostenuta, ottenuta con amido sem-
tutta la parte anteriore, con grandi ornati flo- plice o cotto, richiedono una
reali stilizzati realizzati su tela sfilata, con va- cura particolare specie
ri tipi di retini, ad intaglio, a punto pieno, per la parte anteriore;
erba e festone. A Tonara, dove le camicie le maniche delle ca-
antiche sono estremamente semplici e dav- micie che devono
vero rare quelle festive ricamate, la parte del essere indossate so-
petto e dei polsi vede spesso l’applicazione lo con il corpetto o
di pizzo San Gallo. con giubbetti a ma-
Scolli rotondeggianti guarniti con volant e nica aperta posso-
polsi lisci o a volant caratterizzano le belle no essere apprettate
camicie lunghe dell’area campidanese: Quar- e pieghettate a fisar-
163
tu S. Elena, Settimo S. Pietro, Sinnai, Maraca- monica in senso oriz-
lagonis, Selargius. Il volant, i polsi e l’attacca- zontale o verticale (Quar-
tura delle maniche presentano raffinati ricami tu S. Elena, Settimo S. Pietro,
con bordi a fuselli o ad ago negli esemplari Sinnai, Ploaghe). La trasforma-
di gala più antichi, profili ad uncinetto nei zione dell’abito tradizionale – avvenuta in alcune zone
dell’isola sin dalla fine dell’Ottocento sulla scia della
moda borghese, con il conseguente abbandono dell’in-
sieme camicia/corpetto/giubbetto – in favore di giacche
e bluse di foggia moderna ha comportato la sparizione
o la modifica sostanziale di questo tipo di camicie che
162. Camicia, camìsa, ritornano in qualche caso ad essere utilizzate come in-
Iglesias/Tratalias, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni dumento intimo.
Popolari Sarde.
163. Camicia festiva, camìja,
Torralba, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
164. Camicia festiva, camìja, 165. Camicia festiva e di gala, camìsa,
Thiesi, prima metà sec. XX Sinnai, seconda metà sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde. Popolari Sarde.

164
165
Camicie corte Alcuni modelli presentano apertura anteriore centrale e
Questo gruppo comprende le camicie che coprono il sono formati dall’unione di cinque o sei parti rettangola-
busto non oltre la linea dei fianchi. ri, proporzionate alla taglia del committente, alle quali
L’ampiezza, in particolare quella delle maniche, varia in vanno aggiunti gli elementi ornamentali, vale a dire i
funzione della utilizzazione con gli altri capi dell’abbiglia- polsi e i tre pezzi della scollatura anteriore e del petto,
mento tradizionale ad essa sovrapposti, senza che questa in genere preparati a parte e applicati successivamente
costituisca comunque un elemento di differenziazione ti- insieme alla finitura della parte posteriore della scollatu-
pologica. Sono confezionate in tela di cotone o di lino di ra. Questa può essere costituita da un unico pezzo qua-
colore bianco, di qualità varia, ma in genere piuttosto sot- drangolare o da due rettangoli uniti tra loro mediante un
tile, con varie denominazioni in lingua italiana (percalle, bottone o un nastro per regolare l’ampiezza dell’indu-
pelle ovo, madapolam, tela di Cambrai ecc.) mantenute, mento; in entrambi i casi il tessuto è arricciato in corri-
con qualche trasformazione, anche nella parlata locale spondenza della scollatura. Queste varianti sono spesso
(trambìcche, pèlle óvo, percàlle, madàpolam). Nella con- determinate dalla necessità di sostituire i pezzi deteriora-
fezione dello stesso capo possono essere utilizzate tele di ti o di adattare l’indumento ad una diversa corporatura.
varia qualità: cotone mediocre per la parte posteriore e La parte anteriore è sempre costituita da due elementi di
ottima tela, molto sottile, di lino o di cotone, per la parte tessuto di forma rettangolare arricciati nella parte supe-
anteriore; le maniche possono essere confezionate con riore corrispondente alla scollatura; tale arricciatura vie-
tessuto uguale a quello della parte anteriore se destinate ne eseguita tirando in più ordini i fili di trama del tessu-
a fuoriuscire dalle aperture delle maniche del giubbetto, to fino a ridurlo dell’ampiezza desiderata, ricamando
in caso contrario possono essere di qualità inferiore. Per l’insieme con la tecnica del “punto sardo su tela arriccia-
le stesse ragioni esposte sopra anche capi realizzati in te- ta” descritto in precedenza. Ciascuna manica è costituita
la di cotone e di lino sottilissimo privilegiano l’uso di da un rettangolo di tessuto arricciato su uno dei lati bre-
quest’ultimo per la confezione delle parti in vista. Il colo- vi nella parte centrale che viene fatta coincidere con la
re della tela è il bianco in varie tonalità. L’uso abbastanza spalla mentre sul lato opposto il tessuto viene ridotto fi-
diffuso dell’indaco in polvere o a scaglie per ottenere no ad ottenere l’ampiezza necessaria per il polso, con la
l’azzurraggio del tessuto, vale a dire una lieve ombra stessa tecnica descritta per la parte anteriore della scolla-
d’azzurro che dà più luce al bianco, ha portato, in alcuni tura. Un tassello sottoascellare di forma quadrangolare,
casi, ad eccedere nell’uso ottenendo una particolare tona- che funge da collegamento delle parti suddette, aumenta
lità di azzurro chiaro che è tipica delle camicie di Oliena l’ampiezza del giromanica; le dimensioni di questo inser-
tra gli anni Venti e Sessanta del Novecento. to sono proporzionate alle dimensioni complessive del

166. Camicia festiva, camìsa,


Mamoiada, inizio sec. XX
Mamoiada, coll. privata.
166

167-168. Camicia festiva e di gala,


’ammìsa, Oliena, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle 167
Tradizioni Popolari Sarde.
168
171

172

173

169 170

169-170. Camicia festiva e di gala, camìsa, Bono, prima metà sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
171. Camicia festiva e di gala, camìsa, Dorgali, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
172. Camicia festiva, camìsa, Orosei, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
173. Camicia festiva, camìsa, Busachi, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
174. Camicia festiva e di gala, camìsa, Samugheo, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

174

Quaranta del Novecento presentano invece apertura a
doppio petto, foderata e irrigidita con più strati di tessu-
to, da coprire con pettorine lavorate a parte eventual-
mente intercambiabili (Benetutti). Le camicie da indos-
sare con modelli di giacca di foggia borghese possono
essere tagliate con giromanica di tipo moderno, presen-
tano abbottonature centrali o laterali per tutta la lun-
ghezza dell’apertura e colli montanti alla coreana con
piccoli ricami o pizzi applicati.

Pettorine
L’uso delle pettorine permette di lavare con frequenza
le camicie senza rischiare il logorio delle parti anteriori,
di norma più ricamate. Questo tipo di indumenti non è
distinguibile, nelle fonti iconografiche, dalla parte ante-
riore delle camicie e non potrebbe essere diversamente
dato che gli esemplari esaminati riproducono di fatto
175
questa parte; sono dunque confezionati in due metà
con ricami particolarmente pregiati e asole per permet-
terne la chiusura. Si appuntano alla camicia inornata
con spille, bottoni o laccetti, oppure con lacci passanti
dietro le spalle, incrociati e riportati nella parte anteriore
dove vengono annodati. I tessuti usati per confezionarle 177
e le tecniche di ricamo sono le medesime descritte per
le camicie. Del tutto particolari le pettorine in uso a Be- 175. Camicia festiva e di gala, camìsa, Ussassai, prima metà sec. XX
netutti al principio degli anni Quaranta. Sono tagliate in Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
un unico pezzo e coprono completamente la parte ante- 176. Camicia, camìsa, Benetutti, 1948
Benetutti, coll. privata.
riore della camicia che ha doppio petto ed è priva di or-
namenti. Si fissano con asolette a piccoli bottoni cuciti 177. Camicia e pettorina, camìsa e pettorìna,
nell’insieme festivo e di gala, Benetutti, 1948
alla camicia in corrispondenza delle spalle. Sono rica- Benetutti, coll. privata.
mate su tela di lino semplice, tela di Fiandra operata, ra- 178-180. Pettorina, pettorìna, Benetutti, 1948
so di seta o filet con ricami applicati. Benetutti, coll. privata.
176

capo. La parte anteriore della scollatura e i polsi sono ri- sono essere sostituiti da un semplice nastrino colorato o
finiti in modi che variano sensibilmente in relazione alla da bottoncini di filo a forma di piccola bacca; quelle fe-
funzione d’uso del capo (festivo, giornaliero, da lutto) stive hanno asole lunghe fino a cm 4-5 visto il maggior
ed al luogo di provenienza dello stesso; in linea di mas- diametro dei bottoni d’oro; i polsi sono chiusi con pic-
sima si nota la presenza di elementi decorativi più o coli gemelli d’oro, bottoncini di filo o di madreperla. Le
meno elaborati realizzati su strisce rettangolari di lino o ornamentazioni sono realizzate rigorosamente a mano;
di cotone di lunghezza sufficiente a coprire completa- la sporadica comparsa di applicazioni di pizzo meccani-
mente la parte anteriore della scollatura e i polsi. Per co, realizzato con varie tecniche, è generalmente dovuta
quanto attiene al ricamo e alle ornamentazioni vale ad una fase ultima di utilizzazione in ambito domestico
quanto detto nella parte introduttiva sulle camicie. I capi o, ormai cessato l’uso abituale, a rimaneggiamenti re-
esaminati presentano in genere scollatura e polsi lisci, centi per utilizzazioni in ambito carnevalesco o folclori-
più rari gli esemplari con volant arricciato. Nelle camicie stico. La preparazione delle camicie festive, che rientra-
festive una porzione di tessuto ricamato in abbinamento no nella tipologia descritta, è piuttosto laboriosa perché
alla scollatura viene appuntata sulla parte anteriore al fi- richiede una accurata apprettatura dei ricami e del tes-
ne di mascherarne l’apertura. Questo tipo di camicie suto delle parti anteriori la cui ampiezza viene ridotta
viene sempre chiuso con bottoni gemelli d’oro o d’ar- stirando il tessuto a piccole pieghe parallele orientate
gento passanti attraverso asole longitudinali aperte nel dal centro dell’indumento verso i lati.39 Alcuni tipi di ca-
tessuto o a ponte. Le camicie giornaliere presentano micia corta presentano le parti anteriori lisce e cosparse 178
179
180

asole piccole, per bottoni di dimensioni ridotte che pos- di ricami. Altri modelli confezionati tra gli anni Trenta e

120 121
FAZZOLETTI, SCIALLETTI DA SPALLA E COPRISENO

F azzoletti (del tutto simili a quelli da testa) e


scialletti da spalla si distinguono tra loro solo per
la presenza o meno di frange; possono avere forma
di Cagliari. I copriseno sono di due tipi. Il più sempli-
ce è un fazzoletto (mucadòri ’e pitùrra, pannéddu,
pànn’’e pettùrra, pànnu de incordeddài) di medie di-
quadrata o triangolare (sciallìnu, pèrr’’e sèra, mu- mensioni che viene fissato alle bretelle del corpetto e
cadòre in trùgu), sono indossati ripiegati a triangolo lasciato ricadere sul petto o rimboccato all’altezza
e incrociati sul petto fissando gli angoli anteriori alla della vita coprendo tutta la parte anteriore. È un faz-
gonna, oppure piegati a sciarpa e indossati come sto- zoletto di produzione industriale, in tela di cotone
la fissando le estremità anteriori dentro il corpetto, stampata nelle più diverse fantasie o, per la gala, in
senza incrociarle. La diffusione di questi indumenti tessuti di seta operati; è presente anche nell’abbiglia-
interessa tutta l’isola sia negli insiemi festivi che in mento quotidiano per proteggere la camicia nello
quelli giornalieri, fatta eccezione per l’area centrale. svolgimento delle attività domestiche.40 Derivati dai
Gli scialletti frangiati di fichu settecenteschi sembra-
seta possono no essere i copriseno

181

essere in tessu- a sciarpa


ti leggeri operati su usati in area logudore-
base damasco o taffettà, o se (pettièra, iscèlpa), sono
più pesanti come i cannellati in tulle bianco ricamato a mo-
del tutto uguali a quelli usati tivi floreali o con leggeri tessuti
come copricapo, salvo le dimensio- di seta color crudo o in fantasie
ni ridotte, oppure in crespo di seta sia delicate. Una variante è quella in ra-
in tinta unita che fantasia. Analoghi ai so o gros di seta, con fodera di sostegno,
veli da testa sono anche i fazzoletti in tulle ricamata a motivi floreali in seta o canu-
che, ripiegati a triangolo, coprono i giacchi- tiglia d’oro o d’argento, spesso in abbina-
ni indossati nell’insieme festivo delle panattàre mento al corpetto.

181. Scialletto da spalle, pèrra,


Iglesias, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
182. Dalsani (Giorgio Ansaldi),
Costume di Iglesias, 1878,
litografia a colori, in “Galleria di
costumi sardi”, in Il Buonumore,
Cagliari 1878.
183. Dalsani (Giorgio Ansaldi),
Domestica del Campidano.
Cagliari, 1878, litografia a colori,
in “Galleria di costumi sardi”,
in Il Buonumore, Cagliari 1878.
184. Abito da sposa e di gala della
panattàra, Cagliari, fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle
Tradizioni Popolari Sarde.
182 183

122
184
CORPETTI

Q uesti indumenti, privi di maniche, aderenti al busto e tagliati per sostenere e dare risalto al
seno, possono essere considerati, in Sardegna, gli indumenti più conservativi. Per il loro va-
lore intrinseco, dovuto all’uso di tessuti pregiati, alla presenza di ricami elaborati e per la tipolo-
gia sartoriale, che non consente riutilizzi del tessuto, sono tra i capi più rappresentati nelle colle-
zioni pubbliche e private, specie nelle varianti festive e di gala. Come già altri studiosi hanno
osservato, i modelli di corpetti sardi possono essere distinti in due grandi classi che delimitano
due aree geografiche ben definite: corpetti o busti rigidi nella Sardegna settentrionale e nel Go-
ceano e corpetti morbidi nella Sardegna centro-meridionale e nel Nuorese.41 Tale suddivisione,
tuttavia, non tiene conto di alcune varianti proprie dell’area barbaricina che potrebbero rientra-
re nella classe dei corpetti morbidi ma che presentano particolarità tali da costituirne una a sé
stante che potrebbe definirsi “a fascia”. In tutti i casi i corpetti hanno dimensioni assai ridotte e
richiedono l’impiego di una esigua quantità di tessuto; ciò spiega l’utilizzo di materiali di grande
pregio, talvolta ritagli di capi di provenienza ecclesiastica o nobiliare rielaborati in ambito popo-
lare. I colori sono di norma squillanti e le policromie accese nei capi destinati all’uso festivo, più
smorzate in quelli d’uso feriale. Eccezione tra tutti il corpetto di Orgosolo (pàlas), tutto nero, con
la sola nota del rosso dei profili, anche per l’uso festivo e di gala. Gli indumenti destinati al lutto
prediligono i colori scuri, con nastri violacei; per il lutto vedovile è d’uso il nero assoluto, appena
stemperato da applicazioni di nastri o trine in tinta.

Corpetti rigidi o busti antichi, di metà Ottocento, sono realizzati con tessuti di
Diffusi come già detto nella Sardegna settentrionale e nel un certo pregio quali lampassi in seta e cotone laminati e
Goceano, i corpetti di questo tipo sono chiamati imbù- broccati, damaschi e rasi spolinati; sono frequenti le ap-
stu a Osilo, Ploaghe, Bono, Ittiri, Cossoìne, ostìgliu a plicazioni di galloni e trine metalliche disposte in senso
Sennori, per citare solo qualche caso; si tratta di termini verticale a sottolineare e dare maggior slancio alla linea.
che richiamano i modelli di fine Seicento e Settecento tal- Nell’uso di tessuti a grande o medio rapporto, in genere
volta citati nei lasciti testamentari. Questi indumenti sono a motivi floreali o fitomorfi, si coglie una notevole atten-
costituiti da due parti simmetriche collegate, nella parte zione nell’orientare il tessuto per ottenere motivi decora-
posteriore, da un intreccio di nastri passanti dentro sem- tivi simmetrici rispetto alla linea mediana dell’indumento.
plici fori del tessuto o appositi occhielli rotondi; le due Il ricamo è piuttosto raro negli esemplari antichi e, quan-
parti anteriori vengono allacciate sotto il seno con lacci do compare, su velluti o raso di seta, è schematico nella
infilati in forellini rotondi rinforzati con anelli metallici e composizione ed elementare nella realizzazione che vede
rifiniti a punto occhiello o cordoncino. In alcune aree la utilizzati il punto pieno imbottito, nodi, catenella, realiz-
parte posteriore è costituita da un unico elemento al zati con fili e cordoncini di seta a colori vivaci. Sul finire
quale se ne uniscono altri due laterali, sagomati, muniti dell’Ottocento i ricami si fanno sempre più presenti, cul-
di occhielli che sostengono l’allacciatura anteriore. In tut- minando, dopo il primo decennio del Novecento, negli
ti i casi la parte inferiore presenta una serie di alette for- ornati a grandi fiori a punto raso e pittura dalle delicate
manti una sorta di baschina che consente una migliore sfumature, su fondi chiari in gros, taffettà o raso di seta.
vestibilità. La fodera, in pesante tessuto di lino, cotone o
canapa, è doppia e impunturata per sostenere l’inseri-
mento degli elementi vegetali in palma nana, steli di
giunco e grano o stecche metalliche, che servono a so- 185. Corpetto festivo, imbùstu, Ittiri, primo decennio sec. XX
Sassari, coll. privata.
stenere il busto. Le parti anteriori eccedono in lunghezza
186. Corpetto festivo, imbùstu, Berchidda, prima metà sec. XX
rispetto alle altre e sono anch’esse irrigidite con stecche Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
metalliche o steli vegetali; queste appendici appiattisco-
187. Corpetto festivo, provenienza sconosciuta,
no il ventre oppure si affiancano o si incrociano tra loro primo decennio sec. XX
dando un caratteristico rilievo all’addome. Altro elemento Sassari, coll. privata.
caratterizzante sono le bretelle che per maggiore como- 188. Corpetto festivo, provenienza sconosciuta, prima metà sec. XX
dità, dove il giro manica sia molto stretto, possono essere Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
allacciate e regolate dopo aver indossato il busto, utiliz- 189. Corpetto festivo, imbùstu, Ittiri, prima metà sec. XX
185

zando gli appositi laccetti anteriori. I modelli di gala più Sassari, coll. privata.

124
186
187

188 189
Nello stesso periodo si diffonde l’applicazione di paillet-
tes, lustrini o perline e il ricamo con fili e canutiglie
d’argento con i quali si creano esemplari davvero spet-
tacolari. Altre innovazioni si devono al ricamo “a riccio”,
realizzato con una apposita macchinetta, e all’uso dei fili
in ciniglia di seta. In relazione all’uso festivo o giornalie-
ro variano anche le allacciature realizzate con nastri di
taffettà e raso di seta, talvolta in colori sfumati per la par-
te posteriore, soutache di lana o di seta per la parte ante-
riore. Questi tipi di corpetto sono bordati con nastrini
soutache, taffettà o velluto di seta in tinta vivace anche
in contrasto con il colore del tessuto. Negli esemplari
giornalieri tutto l’apparato decorativo è estremamente
semplificato e si ricorre frequentemente a nastri variopin-
ti, di cotone, per le allacciature e le bordure. In alcune
località come Ittiri, dove l’uso dell’abito tradizionale si è
protratto fino a tutti gli anni Cinquanta, e ad Uri, l’allac-
ciatura anteriore è stata sostituita da una sorta di pannel-
lo rigido sul quale i nastri sono accostati e cuciti; tale
pannello viene chiuso su un lato del busto con una serie
di ganci. Nel corpetto di Osilo, spariti i nastri, la parte
anteriore viene fermata con due elementi trapezoidali,
quasi sempre in raso di seta cremisi, agganciati nella par-
te centrale. I corpetti rigidi vengono indossati sotto corte
giacche a bolero che ne lasciano in vista tutta la parte
posteriore o sopra giacche e giubbetti più lunghi. L’affe-
zione a questi indumenti è tale che nel primo Novecen-
to, adottate gonne e giacche di foggia borghese, conti-
nuano ad essere usati sopra o sotto questi capi in una
assoluta dissonanza formale. Nel Goceano il modello so-
pra descritto è riservato alle élite. Quello tipico dell’area
(Anela, Bono, Benetutti, Bultei, Burgos, Illorai, Nule), in-
fatti, pur essendo di tipo rigido, si differenzia per la lun-
ghezza, che non arriva a coprire il punto vita, per la for-
ma, all’incirca rettangolare, e per il fatto d’essere sempre
confezionato per un impiego a doppio diritto. La parte
posteriore centrale presenta comunque una doppia serie
di nastri passanti in appositi forellini, che costituiscono la
memoria, ormai priva di funzionalità, delle allacciature
regolabili dei busti rigidi prima descritti. La parte esterna
del diritto buono, realizzata con velluto o raso di seta, ri-
camati o dipinti, è anche ornata da nastri multicolori a
motivi floreali e nappine formate con cordoncini di seta
policromi, particolare, questo, che collega quest’area al
gusto estetico delle vicine zone delle Barbagie e del
Mandrolisai. La parte interna, utilizzabile comunque co-
me diritto per occasioni meno formali o mezzo lutto,
mostra il modesto tessuto di fodera impunturato per trat-
tenere le stecche; in molti casi si tratta di tessuti di coto-
ne policromi a fiorami, oppure in tinta unita con motivi
ornamentali dipinti. Anche le bordure presentano, su
questo lato, ornamentazioni semplificate.

190. Corpetto festivo, provenienza sconosciuta, prima metà sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

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199

191. Corpetto festivo, provenienza sconosciuta, prima metà sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
192. Corpetto festivo e di gala, imbùstu, Torralba, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
193. Corpetto festivo, provenienza sconosciuta, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
194. Corpetto festivo, imbùstu, Thiesi, primo decennio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
195. Corpetto giornaliero, imbùstu,
Nughedu S. Nicolò, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
196. Corpetto giornaliero, imbùstu, Osilo, prima metà sec. XX
Sassari, coll. privata.
200. Corpetto festivo e di gala, pàla a sùpra
197. Corpetto giornaliero, imbùstu, Benetutti, fine sec. XIX
(particolare della parte posteriore centrale)
Benetutti, coll. privata.
Nuoro, primo decennio sec. XX
198. Corpetto festivo e di gala, imbústu, Bono, prima metà sec. XX Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
201. Corpetto festivo e di gala, pàla a sùpra,
199. Corpetto da mezzo lutto, imbùstu, Bono, prima metà sec. XX Nuoro, fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. Nuoro, coll. privata.

135
198
Corpetti morbidi cano corpetti morbidi in panno di lana giallo che copro-
Rientrano in questo gruppo i corpetti in uso nella Sarde- no completamente le spalle e si chiudono sul davanti
gna centro-meridionale e in Gallura, dove si segnala un nascondendo parzialmente la camicia. Sono indumenti a
modello (ciléccu) a struttura morbida con le due parti doppio diritto che sul lato più lussuoso presentano ap-
anteriori interne irrigidite con stecche metalliche o steli plicazioni in velluto di seta a fiorami e ricami geometrici,
vegetali. Anche per la confezione di questi corpetti si fa impostati lungo le linee di unione tra i diversi tipi di tes-
largo uso di tessuti pregiati e di ricami soprattutto per gli suto, realizzati con cordoncini di seta; sul lato interno le
indumenti festivi e di gala. I modelli sono assai vari e si applicazioni sono in velluto in tinta unita e i ricami linea-
cercherà di dar conto, per brevità, di alcuni tra quelli più ri e geometrici un po’ semplificati. I corpetti di Orosei,
particolari. Alcuni coprono le spalle ed hanno le parti Irgoli, Galtellì e Onifai, detti zustìllu, sono talmente ri-
anteriori alte e rigide, unite tra loro con un gancio che dotti da coprire solo la parte superiore delle spalle, men-
lascia comunque in vista il davanti della camicia (Nuoro, tre sul davanti consistono di due elementi rigidi che so-
Orgosolo, Oliena, Orani: pàlas; Siniscola: zustìllu). Ad stengono lateralmente il seno e sono collegati tra loro da
Orani è da segnalare un corpetto di tipo morbido assai un cordoncino colorato che attraversa trasversalmente il
interessante perché unito alla gonna detta iscarramà- busto. Nella Sardegna centrale sono piuttosto interessanti
gnu, descritta più avanti. A Bitti, Orune, Lula, Lodè, Lol- gli esemplari di Samugheo (corpìttu, cropìttu) che, nei
love, con i termini solopàttu, soropàttu e soropàu si indi- modelli da adulta, conservano traccia della baschina ad

200 201

136 137
202 203

alette; sono confezionati con tessuti broccati e laminati 202. Corpetto festivo e di gala, pàla a sùpra, Nuoro, fine sec. XIX
in seta e cotone guarniti con trine e passamanerie men- Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
tre gli esemplari ricamati perpetuano, anche in tempi a 203. Corpetto festivo e di gala, pàla a sùpra, Nuoro, fine sec. XIX
Nuoro, coll. privata.
noi vicini, uno stile di disegno, schematico, naturalistico
stilizzato, di antica tradizione. Anche a Busachi si trova- 204. Corpetto festivo e di gala, pàlas, Orgosolo, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
no corpetti (pàllas) interessanti per la qualità delle stoffe
impiegate, per le rifiniture realizzate con nastrini policro- 205. Abito festivo e di gala, Orgosolo, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
mi sapientemente pieghettati e per la cura con la quale
vengono confezionati anche gli indumenti giornalieri il
cui uso continua, tra le più anziane, anche attualmente.
In tutta l’area centrale, fino a Sorgono, i corpetti sono
bordati con nastri a colori vivaci. L’area centro-meridio-
nale mostra corpetti assai omogenei nel taglio,
coprono infatti le spalle quasi fino al pun-
to vita con grandi scollature quadrangolari
o rotondeggianti, mentre è assai varia la
scelta dei tessuti e l’ornamentazione. La
confezione di capi festivi predilige, come
nel resto dell’isola, tessuti di pregio sui
quali vengono applicati trine, nastri, lustrini
e perline a sottolineare le linee di cucitura
sulle spalle o ad ornare le piccole parti an-
teriori unite sotto il seno con una serie di
ganci o nastri allacciati. I capi più lussuosi
vengono anche ricamati con fili e canuti-
glia d’argento sul tessuto broccato.
Per i capi giornalieri la tipologia dei
tessuti impiegati comprende velluti
di cotone uniti o stampati, lampassi,
damaschi e tutta la gamma dei tessuti
di cotone operati e stampati. Questi
capi sono cuciti a mano o macchina,
tutti sono accuratamente foderati con te-
le di cotone o di lino pesanti di colore
chiaro, o con telette di cotone fantasia. 204

138
205
207

206 208
209

210

211
206. Corpetto festivo e di gala, pàla
(particolare della parte posteriore centrale),
Oliena, seconda metà XIX sec.
Oliena, coll. privata.
207-208. Corpetto festivo e di gala, pàla,
Oliena, 1954
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.
209. Corpetto festivo e di gala, corpéttu,
Ussassai, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.
210. Corpetto giornaliero, palèttas,
Tonara, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
211. Corpetto festivo,
provenienza sconosciuta,
seconda metà sec. XIX
Nuoro, coll. privata.

212

212. Corpetto festivo, cóssu,


Quartu S. Elena, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
213. Corpetto festivo,
provenienza sconosciuta, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.
214. Corpetto festivo e di gala,
provenienza sconosciuta, fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.
214
213
Corpetti a fascia pratico ed è anche difficile comprendere in quale tempo
L’area della loro utilizzazione è circoscritta ad alcuni co- questo dettaglio si sia formato e poi codificato. L’icono-
muni (Gavoi, Fonni, Mamoiada, Ovodda, Olzai, Ollolai) grafia e le fonti sono assai avare di documenti ed è, per-
dell’area barbaricina, cui si aggiunge Dorgali, unica ec- tanto, preziosa la tavola n. 62 del Tiole raffigurante una
cezione, in prossimità della costa orientale. Sono corpet- donna di Bitti42 che indossa, sopra l’insieme giubbetto
ti costituiti da una stretta fascia di stoffa, irrigidita me- e corpetto, un ulteriore indumento a fascia fornito di
diante l’inserimento di tessuti impunturati o di cartone, un’appendice a punta in corrispondenza della parte an-
che cinge il busto passando sotto il seno, chiusa nella teriore centrale.43 Bisogna attendere l’ultimo quarto del-
parte centrale e sostenuta da sottili bretelle. Tale fascia è l’Ottocento, con le tavole di Dalsani e Martelli, per tro-
sempre costituita da tre elementi: uno posteriore centra- vare immagini femminili dei comuni in questione. Nella
le di forma triangolare o trapezoidale, cui sono raccor- tavola del Martelli Donne di Bitti – Costume antico que-
dati i due elementi che cingono il busto fino alla parte sto tipo di corpetto è descritto con maggiori particolari,
anteriore. Il loro collegamento è dato da nastri passanti mentre è del tutto assente nell’opera di Dalsani che raf-
dentro forellini, particolare questo che riporta ad una figura soltanto l’insieme moderno.44 Entrambi gli autori
comune origine con i busti rigidi. Quanto la denomina- rappresentano invece con grande precisione i corpetti a
zione locale dei busti rigidi appariva coerente con il punta di Fonni, Mamoiada, Ollolai rimasti sostanzial-
modello e la funzione, tanto più la stessa denominazio- mente immutati fino ad oggi. Sul momento di formazio- 217
ne imbùstu di Fonni, Mamoiada ecc. e la variante pàlas ne di questo modello è necessario compiere studi più
di Ollolai e còsso di Dorgali, appare in evidente contra- approfonditi, confidando nel ritrovamento di qualche ca-
sto con questo modello che, ridotto appunto ad una po risalente almeno alla prima metà del XIX secolo. Può
striscia, ha perso totalmente la funzione di copertura e comunque avere senso attribuire alle punte anteriori una
sostegno delle spalle, del busto e dei fianchi. La parte funzione di protezione magica del seno, di origine forse

218

215. N.B. Tiole, Paysannes


de Bitti, 1819-24,
acquerello su carta.
216. U. Martelli, Donne di Bitti –
Costume antico, fine sec. XIX,
litografia a colori.
217. Corpetto festivo, còsso,
Mamoiada, prima metà sec. XX
Mamoiada, coll. privata.
218. Corpetto festivo, còsso,
Mamoiada, prima metà sec. XX
Mamoiada, coll. privata.
219. Corpetto festivo, pàlas, 219
Gavoi, prima metà sec. XX
215 216 Gavoi, coll. privata.

anteriore, assai singolare, presenta in corrispondenza del preistorica, della quale si è perso, nel tempo, il significa- (còsso) appare del tutto particolare perché costituito da loni d’oro e d’argento e trine metalliche ornano gli in-
seno due appendici triangolari più o meno appuntite, to. «Si può certamente affermare che le funzioni magi- una semplice striscia di tessuto prezioso che presenta, dumenti più antichi degli altri comuni, mentre i ricami
sfilate e rigide, poste in prossimità della chiusura centra- che e quelle decorative si svilupparono, fino ad un cer- nella parte anteriore, appena un accenno alle punte di floreali sulle punte e nella parte posteriore conoscono
le. Si tratta di una forma che ha destato e desta grande to momento, insieme, soddisfacendo gli stessi obiettivi. cui si è finora discusso. Tornando alla descrizione di discreta fortuna negli esemplari confezionati dai primi
curiosità e ha dato luogo a svariate interpretazioni sulla Si può anche affermare che il motivo della decorazione questi capi si conferma l’uso, specie in quelli festivi, dei decenni del Novecento in poi. Gli esemplari più antichi
sua origine e sulla sua funzione. In realtà non sembra acquistò sempre maggiore autonomia, mentre lo scopo tessuti di pregio descritti per le altre tipologie con l’ag- sono bordati con panno scarlatto tagliato al vivo; bor-
proprio possibile dire che la particolare foggia di questo magico restava indietro e tendeva a sparire … Ma non giunta di nastri di garza di seta, sovrapposti in più ordi- dure in velluto, taffettà o gros di seta sono segno di
indumento e soprattutto delle sue punte abbia un fine scomparve del tutto».45 Il modello di corpetto dorgalese ni, e canutiglia d’argento negli esemplari di Ollolai; gal- grande lusso e di tempi più recenti.

146 147
220

220. Corpetto festivo, pàlas,


Ollolai, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
221. Corpetto festivo, còsso,
Mamoiada, primo decennio sec. XX
Mamoiada, coll. privata.

221
CAPISPALLA

I capispalla, vale a dire gli indumenti strutturati, di linea sia geometrica sia sagomata, che hanno come
punto d’appoggio le spalle e coprono il tronco e le braccia, sono presenti nella sola variante corta, dota-
ta di maniche.
Tra la fine del XVIII e i primi decenni del XX secolo, la copertura di tronco e braccia è dunque assolta da
camicie, corpetti e vari modelli di capispalla corti descritti all’interno di tre grandi gruppi: giubbetti, boleri,
casacchini e giacchini. Giacconi, cappotti e mantelle sono invece del tutto sconosciuti anche nelle località
montane dell’interno dove probabilmente erano utilizzati, all’occasione, dei manti simili a quelli maschi-
li denominati sàccu. In generale sembrano essere sufficienti i copricapo di grandi dimensioni, descritti
nelle apposite sezioni, i quali svolgono egregiamente la funzione di protezione dal freddo e dalle intempe-
rie. Al di fuori delle fogge tradizionali, oggetto del presente studio, sono gli scialli di tibet di grandi dimen-
sioni, drappeggiati sulle spalle, che sono usati esclusivamente nell’abbigliamento di “transizione” ancora
vitale in alcune località dell’isola. Giubbetti
Il termine giubbetto viene proposto per
comprendere tutti gli indumenti a strut-
tura geometrica o sagomata confeziona-
ti con tessuti pesanti (orbace, panno,
velluto). La denominazione locale
più diffusa in tutta l’isola è zippòne,
gippòni, giuppòne, gippòne, varianti
derivate dall’italiano antico “giup-
pone” che definisce, fin dal Quat-
trocento, un indumento che copre
il busto ed è dotato di maniche.
Sono comunque diffuse altre deno- 224

minazioni quali camisgiòla e corìttu. La linea


di questi capi riecheggia i modelli cinquecenteschi e sei-
centeschi con la parte anteriore ridotta per lasciare in
evidenza la camicia e il corpetto. Gli esemplari più anti-
chi sono caratterizzati da maniche lunghe fino al polso
con grandi aperture in senso longitudinale dall’ascella

222-223. Giubbetto festivo, corìttu,


Nuoro, fine sec. XVIII-inizio XIX
222 Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.

224. Giubbetto festivo, zippòne, Tonara, inizio sec. XX


Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
225. Giubbetto festivo, zippòne, Nuoro, prima metà sec. XX
Nuoro, coll. privata.

223
225
226-227. Giubbetto festivo
e di gala, gippòne, Oliena, 1950
Nuoro, Museo della Vita
226 e delle Tradizioni Popolari Sarde.

227

228-229. Giubbetto giornaliero,


gippòne, Oliena, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita
228 e delle Tradizioni Popolari sarde.

229
230. Giubbetto festivo, zippòne,
Ollolai, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.
231. Giubbetto festivo, zippòne,
Ollolai, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti 230

e Tradizioni Popolari.

231
all’avambraccio (Nuoro, Oliena, Orgosolo, Tonara ed al-
tri) dalle quali fuoriescono le ampie maniche delle cami-
cie. Squarci o tagli nelle maniche rispondono all’esigen-
za di ottenere una più ampia mobilità degli arti superiori
che il taglio geometrico dell’attaccatura della manica non
permetterebbe, e sono anche coerenti col gusto del XVI
e XVII secolo che tende a valorizzare la camicia, trasfor-
mandola così da capo intimo a capo esterno. In altri
modelli lo stesso risultato è ottenuto con brevi aperture
collocate in corrispondenza dell’ascella o dell’incavo
del braccio. Sulla parte esterna della manica è pre-
sente, lungo l’avambraccio, un’apertura chiusa con
nastri o con appositi bottoni d’argento, muniti di ca-
tenella, passanti entro lunghe asole.
234

232-233. Giubbetto festivo, cippòne,


Fonni, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
234. Giubbetto giornaliero, zippòne,
Orgosolo, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.

232 233
235

236
237

239

È impossibile, in una trattazione di carattere generale, bile soprattutto nella parte posteriore. Si deve anche evi-
descrivere le varianti di giubbetto usate nelle diverse denziare che le parti anteriori dell’indumento sono di
aree dell’isola. I modelli rappresentati nell’iconografia del ampiezza maggiore rispetto agli esemplari d’epoca suc-
primo Ottocento si rassomigliano tra loro più di quanto cessiva e possono essere accostate lasciando in parziale
non appaia negli esemplari esaminati, datati tra la fine evidenza il busto oppure essere chiuse con lacci o bot-
del XIX secolo e la prima metà del XX. Le illustrazioni toni. In questo periodo gli indumenti appaiono inornati
risalenti al primo trentennio del secolo XIX, infatti, atte-
stano la grande diffusione del giubbetto di panno rosso
con maniche aperte o chiuse, mentre sembra più rara
l’utilizzazione dell’orbace. La lunghezza è tale da sfiora-
re i fianchi con una corta baschina ad alette, apprezza-

235-237. Giubbetto festivo e di gala, cippòne,


Desulo, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
238-239. Giubbetto, zippòne, Mamoiada, fine sec. XIX
Mamoiada, coll. privata.
240. Giubbetto, cippòne, Sorgono, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

238

240
241-243. Giubbetto, cippòne,
Atzara, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.

241

243
242
244. Giubbetto, corìttu, Benetutti, fine sec. XIX
Benetutti, coll. privata.
245. Giubbetto festivo, cippòne, Samugheo, prima metà sec. XX
Samugheo, Museo Unico Regionale dell’Arte Tessile Sarda.
246. Giubbetto festivo e di gala, cippòne, Samugheo, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

244

245

246

164
o presentano applicazioni di tessuto sovrapposte a sco- si assiste ad una riduzione delle ampiezze, dovuta all’in-
po decorativo e vengono per lo più indossati sopra il fluenza della moda di fine Ottocento: le spalle si restrin-
corpetto. La foggia così rappresentata si evolve in un gono e talvolta anche le maniche, le parti anteriori sono
primo tempo con applicazioni di stoffe in tinta unita appena abbozzate e la stessa lunghezza è talmente ri-
(velluto blu o azzurro) o nastri in colore contrastante. dotta che la baschina ad alette, priva ormai di una fun-
Lo stacco tra i tessuti viene sottolineato con linee di ri- zione pratica, risulta spesso posizionata al di sopra del
camo realizzato mediante cordoncini e fili di seta poli- punto vita, mantenendo una funzione esclusivamente or-
cromi a motivi lineari e geometrici. Nel tempo i capi namentale.
esaltano le differenze tra un paese e l’altro nel modulare La gran parte di questi capi, si è detto, è confezionata in
la posizione delle applicazioni, il colore delle stesse e panno di lana rosso di qualità e gradazione cromatica di-
nell’utilizzare, più o meno estesamente, i ricami. versa. In alcune località la predilezione per una tonalità
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ai velluti in di rosso vivo o tendente all’arancio si mantiene fino alle 247-248. Giubbetto festivo e di gala, corìttu,
tinta unita si sostituiscono quelli operati policromi acco- ultime fasi di produzione, in altre i cambiamenti cromati- Bono, prima metà sec. XX
stati a tessuti o nastri broccati; nel primo decennio del ci avvengono per il concorso di più fattori, quali la man- Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari.
Novecento la quantità di simili applicazioni e l’estensio- cata presenza sul mercato di un certo tipo di tessuti o la
ne delle parti ricamate è tale da occultare quasi comple- modifica del gusto che, avvicinandosi il primo Novecen- 249. Giubbetto da mezzo lutto, corìttu,
Bono, prima metà sec. XX
tamente la struttura del capo che continua ad essere rea- to, predilige tonalità più sobrie. Le pezze di panno rosso Nuoro, Museo della Vita
lizzata in panno rosso; nello stesso tempo in tutta l’isola sono importate dalla penisola italiana, dalla Francia e e delle Tradizioni Popolari.

247

248

249
ad essere indossati nelle sole varianti festive e di gala
hanno perso, nel tempo, questa particolarità che è rima-
sta soltanto in alcuni giubbetti usati nella Sardegna cen-
trale. La confezione di questi indumenti è di norma as-
sai accurata e presenta cuciture a macchina ribattute e
rifinite a mano. Nei capi più antichi i ricami, se presenti,
sono caratterizzati da motivi lineari, geometrici o natura-
listici stilizzati.
Tra la fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento si
diffondono i ricami naturalistici di medie e grandi dimen-
sioni realizzati con fili di seta policromi o con fili e ca-
nutiglie d’oro e d’argento. La decorazione invade
le parti più in vista dell’indumento sia nel caso
che il giubbetto venga indossato sopra il
corpetto, come a Desulo, sia che ven-
ga indossato sotto un corpetto o
busto rigido, come avviene

250. Giubbetto festivo, gruppìttu,


Osilo, primo decennio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.
251. Giubbetto festivo, coipìttu,
Sennori, prima metà sec. XX nell’insieme di gala di Sennori dove le maniche appaio-
250
Nuoro, Museo della Vita no come rigide ali ricoperte con un ricamo in canutiglia
e delle Tradizioni Popolari Sarde.
d’oro. Gli esemplari per lutto stretto sono confezionati in
panno bruno o nero e in genere non presentano varia-
zioni nel taglio, ma una estrema semplificazione delle
ornamentazioni e dei ricami sempre realizzati in tinta.
dalla Germania, ma non è infrequente anche l’impiego esclusivamente sotto il corpetto possono essere confe- Per il lutto vedovile di fine Ottocento, in alcune località
di tessuti derivati da vecchie divise militari. All’inizio del zionati con tessuto di minor pregio nelle parti destinate è prescritto l’uso di un indumento apposito che si diffe-
XX secolo si diffonde l’uso dei coloranti all’anilina che a rimanere nascoste. È caratteristica comune alla gran renzia sia per il taglio sia per la denominazione dagli al-
in alcuni paesi vengono usati proprio per rafforzare o parte dei giubbetti in panno quella di non presentare tri modelli.47 La stessa terminologia (zippòne, gippòni,
scurire le tonalità di rosso. A Nuoro, ad esempio, i giub- fodere, ma di avere un rovescio rifinito in modo da pre- giuppòne, gippòne) usata per i giubbetti appena descritti
betti femminili confezionati in questo periodo mostrano starsi anche ad un uso a doppio diritto. Ciò consente è anche frequente per modelli dalle caratteristiche di
già il ricorso a un panno di colore rosso cupo ottenuto una grande flessibilità nella combinazione dei vari capi maggiore “modernità” che hanno sostituito i capi più an-
infeltrendo il tessuto in un bagno di acqua e calce e sot- utilizzati sia al diritto sia al rovescio, giocando su una tichi mantenendone comunque il nome. Alcuni modelli
toponendolo a tintura con colori all’anilina per raggiun- dotazione minima di elementi base. Questa flessibilità è saranno descritti più avanti come boleri, altri ancora
gere una tonalità bordeaux propria degli antichi indu- tanto più apprezzabile nelle varie norme del lutto per le rientrano più propriamente tra i capi definiti come ca-
menti da mezzo lutto. I capi destinati ad essere usati quali si rimanda alla parte introduttiva.46 I capi destinati sacchini e giacchini.

168
251
Boleri equilibrate, lunghezze a metà spalla ed elementi anterio- in tinta unita sia operato a motivi policromi, nelle varie zati con cordoncini di seta messi in opera a motivi lineari
Indumenti caratterizzati da una limitatissima lunghezza, ri assai ridotti che lasciano in evidenza la camicia ed il gradazioni di qualità che la condizione della committen- e geometrici in forte contrasto cromatico col tessuto di
presentano sempre maniche lunghe e strette, in qualche busto. È possibile che la diffusione del bolero sia inizia- te consente. I colori sono i più vari anche se per la gala fondo. Sull’avambraccio sono presenti da un minimo di
caso con brevi spacchi. Sono specialmente presenti nel- ta alla fine dell’Ottocento sulla scia della moda borghese si prediligono varie tonalità di rosso, per la festa ordina- una sino a dieci asole, anch’esse finemente ricamate a
la Sardegna centro-settentrionale, dove sono detti corìt- che nell’ultimo trentennio ne aveva decretato fasi alter- ria il nero, mentre per gli indumenti quotidiani si utiliz- punto occhiello con cordoncini di seta; a queste corri-
tu, e nella Baronia di Orosei dove sono chiamati zippò- ne di successo. In Sardegna, la fortuna di questo capo zano tessuti più modesti in una vasta gamma cromatica. spondono un pari numero di bottoni in filigrana d’argen-
ne. A partire dalla prima metà dell’Ottocento è possibile prosegue fino al pieno Novecento. Il tessuto principe I ricami sono limitati a brevi fasce che percorrono, evi- to. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si assiste
seguire l’evoluzione di modelli caratterizzati da forme per la sua confezione è il velluto di cotone o di seta, sia denziandole, le linee di taglio e sono per lo più realiz- ad una notevole trasformazione di questo indumento.

252. Bolero festivo, corìttu,


Ittiri, prima metà sec. XX
Sassari, coll. privata.
253. Bolero festivo, corìttu,
Ittiri, prima metà sec. XX
Sassari, coll. privata.

252

253

170
254

255

254-255. Bolero festivo e di gala, corìttu,


Torralba, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.

172 173
256

257

256. Bolero festivo, corìttu, Ittiri, prima metà sec. XX


Sassari, coll. privata.
257. Bolero festivo, corìttu, Torralba, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
258. Bolero festivo, corìttu, Bosa, seconda metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

174 175

258
259

Le dimensioni diventano così ridotte che qualche bole-


ro è, di fatto, costituito dalle maniche collegate tra loro,
in corrispondenza delle spalle, con una striscia di tessu-
to. L’ornamentazione ricamata a motivi floreali, di chia-
ra impronta ottocentesca, prende il sopravvento e fre-
quentemente viene accompagnata dall’applicazione di
lustrini e perline. In questo periodo i boleri sono spes-
so profilati con passamanerie, guarnizioni in organza e
frangette di seta. Quale che sia la loro datazione gli
esemplari esaminati presentano tutti cuciture a macchi-
na con rifiniture interne di media o buona qualità e so-
no foderati con resistenti tessuti di cotone in tinta unita,
stampati o operati. Per capi destinati al lutto si utilizza-
no tessuti scuri o neri e le ornamentazioni sono note-
volmente ridotte.

260
259. Bolero festivo e di gala, corìttu,
Cossoine, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde.
260. Bolero festivo e di gala, zippòne,
Benetutti, 1948
Benetutti, coll. privata.

176
Casacchini e giacchini ghezza totale dell’indumento. L’unico dettaglio che costi- 263. Giacchino festivo, gippòni,
Iglesias, primo decennio sec. XX
Indumenti di diversa origine vengono compresi in que- tuisce una vera differenziazione è il disegno della manica Nuoro, Museo della Vita e delle
ste due definizioni, la prima delle quali è riservata ad che può avere un alto risvolto rigido con profilo “a scu- Tradizioni Popolari Sarde.
un modello ben preciso, il cui uso pare attestato soltan- re”, messo ulteriormente in risalto dai larghi galloni ap-
to nel circondario di Cagliari, mentre la seconda com- plicati, o terminare con un volant arricciato bordato con
prende varianti utilizzate in tutta l’isola. un gallone o una trina d’oro. Sia il Tiole sia il La Marmo-
I casacchini sono corte giacche che non oltrepassano i ra48 illustrano l’esemplare con volant sotto il quale sono
fianchi, hanno la parte posteriore piuttosto aderente al indossate lunghe maniche di tessuto variopinto, con aso-
busto e lasciano scoperto il petto. Le prime fonti icono- le e bottoni d’argento. La versione con manica “a scure”
grafiche che ne attestano l’uso risalgono al primo decen- sembra invece destinata ad essere indossata lasciando in
nio dell’Ottocento e la descrizione risponde appieno agli vista le maniche della camicia ornate di pizzi. I modelli a
esemplari d’epoca presenti nelle raccolte pubbliche e volant sono peraltro associati a gonne rosse (si conosce
private. Il casacchino è confezionato in velluto di seta un solo esemplare di colore azzurro) con alto bordo
nero o color caffè scurissimo ed è sempre caratterizzato in tessuto di seta broccato analogo anche
da maniche a tre quarti terminanti con volant arricciato o al grembiule, mentre l’esemplare “a
risvolto “a scure” e da un accenno di baschina posteriore scure” si abbina ad una gonna in
con piccolo gruppo di pieghe al centro. Le parti anterio- pesante tessuto broccato e lami-
ri, appena accennate, sono irrigidite con steli vegetali o nato.49 L’abito di gala delle col-
cordoncini inseriti all’interno della fodera. L’indumento è lezioni del Museo della Vita e
interamente profilato con galloni d’oro con i quali sono delle Tradizioni Popolari Sarde
anche bordate le aperture di due finte tasche. Due nastri di Nuoro rimanda a questa va-
in gallone d’oro con frangia partono dallo scollo poste- riante; quello conservato a Ro- delle Arti e Tradizioni Popolari, mostra invece
riore e ricadono sciolti, sopravanzando di poco la lun- ma, presso il Museo Nazionale il tipo a volant, con manica staccata, abbinato al-
la gonna di panno rosso. In tutti i casi si tratta di in-
siemi vestimentari di massima gala riservati al ceto dei
grandi possidenti del circondario di Cagliari.50 La foggia
di questi capi deriva da casacchini e carachi settecente-
schi nei quali è ugualmente possibile ritrovare sia la ma-
nica a volant sia “a scure”, quest’ultima è assai frequente
anche nelle marsine maschili della stessa epoca dette
anche velàda, proprio lo stesso termine usato in Sarde-
gna per questo tipo di casacchino distinto così, anche
nel nome, da tutti gli altri capispalla. Di foggia legger-
mente diversa è il casacchino che contraddistingue l’abi-
to da sposa di Teulada, anch’esso in velluto con manica
a tre quarti, caratterizzata da un alto risvolto in tessuto
broccato a grandi motivi floreali.51
263

261. Giacchino festivo, gippòni,


Iglesias, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari. 261

262. Giacchino festivo, gippòni, 264. Giacchino festivo, gippòni,


Ussassai, prima metà sec. XX Iglesias, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
178 delle Tradizioni Popolari Sarde. Popolari Sarde. 179
262
264
Giacchini delle più diverse fogge sono presenti in tutta molto diffusi i giacchini corti che sfiorano il punto vita
l’isola discendenti da capi aulici o borghesi, più rara- ed hanno maniche diritte o lievemente arricciate nella
mente di tradizione settecentesca, più spesso derivanti parte superiore. Sono anche frequenti modelli con ma-
dalle varianti della moda ottocentesca. Sono confeziona- nica a pagoda tipicamente ottocentesca confezionati con
ti con stoffe di varia qualità e peso: panno nero, raso, velluti di seta operati a motivi floreali in due o tre tona-
lampasso lanciato, damasco semplice, lanciato o brocca- lità. I giacchini a baschina più o meno accentuata sono
to, velluto liscio, stampato, operato e taffettà liscio o anch’essi presenti in molte località dove mantengono
operato. I tessuti di cotone di vario tipo sono destinati la denominazione di zippòne, gippòni, tipica, come
agli esemplari d’uso giornaliero. I giacchini possono es- si è visto, dell’antico giubbetto oppure, come a
sere raggruppati in relazione alla linea della parte infe- Quartu S. Elena, prendono il nome di baschì-
riore che può essere rettilinea, a punta, o presentare na, con ovvia derivazione dal dettaglio sar-
una corta baschina. La parte anteriore è chiusa con una toriale che le caratterizza.
serie di bottoni o ganci o rimane parzialmente accostata
sul petto. Negli esemplari a punta le parti anteriori sono
anche irrigidite con stecche metalliche o steli di giunco.
Le maniche dei giacchini a punta, confezionati in panno,
sono in genere percorse da nervature che raccolgono
l’ampiezza del tessuto nella parte superiore del braccio
per poi aprirsi a sbuffo nella parte inferiore, chiusa con
un polsino di varia altezza. Grande risalto hanno anche
le maniche dei modelli festivi e di gala propri delle clas-
si medie di Quartu S. Elena, Settimo S. Pietro, Sinnai,
detti spenséru o spénsu, nei quali il tessuto di seta viene
arricciato o pieghettato solo nella parte superiore e infe-
riore della manica in modo da formare uno sbuffo a
ruota in corrispondenza del gomito dove sono anche
applicati volant dai lobi arrotondati o triangolari. L’orna- 266

mentazione di questi capi, assai fantasiosa, è realizzata


con applicazioni di tessuti in colore contrastante, passa-
manerie, nastri, cordoncini e galloni d’oro; più raro il ri-
camo, caratterizzato da disegni piuttosto elementari,
geometrici o floreali, realizzati con filati e tecnica al-
quanto grossolani in evidente contrasto con la cura dei Questi giacchini sono di norma confezionati con tessuti
dettagli sartoriali che caratterizzano tali indumenti. Sono serici o di cotone di medio peso, nella più ampia gam-
ma dei colori e delle tipologie; le maniche, sempre lun-
ghe, sono diritte o appena rigonfie nella parte superio-
265. Giacchino festivo, corìttu, re. Il giacchino può essere indossato con la baschina in
Ozieri, prima metà sec. XX evidenza o nascosta sotto la gonna. Chiaramente ispirati
Ozieri, coll. privata. alla moda borghese del primo Novecento sono i giac-
266. Giacchino festivo, corìttu, chini con breve collo montante e allacciatura centrale o
Nughedu S. Nicolò, prima metà sec. XX laterale che, nella parte anteriore, imitano l’effetto otte-
Nuoro, Museo della Vita
e delle Tradizioni Popolari Sarde. nuto indossando insieme la camicetta e il giacchino; la
parte che simula la camicetta è perciò realizzata con tes-
suti piuttosto leggeri, pizzo o tulle ricamato, mentre il
giacchino è confezionato con tessuti di seta più pesanti
quali i damaschi, i taffettà, i gros uniti o marezzati. Si
prediligono colori molto scuri, in particolare il nero. Le
decorazioni sono realizzate con applicazioni di souta-
che, passamanerie, lustrini e perline.
Tutti i modelli descritti vengono indossati sopra i corpet-
ti tipici delle varie località, in evidente opposizione for-
male, dati i caratteri di arcaicità che questi ultimi man-
tengono; tale contrasto è tanto più accentuato laddove
non si vuole rinunziare al corpetto rigido pur avendo
smesso sia la camicia sia il giubbetto o il bolero e dun-
que si indossa il corpetto sopra giacchini della foggia
265 appena descritta.

181
267

267-268. Casacchino di gala, velàda,


Quartu S. Elena, prima metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.

268
MANICHE STACCATE, MANICOTTI, POLSINI CINTURE

M aniche staccate: Coprono l’avambraccio dal polso al gomito e vengono confe-


zionate con pregiati tessuti in seta. A quanto è dato sapere il loro uso è limi-
tato ad una ristretta area del Campidano di Cagliari. Le fonti iconografiche più
S ono accessori d’uso abbastanza limitato nell’iso-
la, completano l’abbigliamento femminile di ga-
la di poche località ed hanno un impiego pretta-
antiche, dal Tiole al La Marmora, ne documentano l’uso in insiemi vestimentari di mente ornamentale. Coprono l’area del punto vita
gala del Campidano di Cagliari, sempre abbinate a casacchini di velluto con ma- compresa tra l’orlo inferiore del corpetto e la gonna
niche a tre quarti con bordo a volant.52 Anche immagini fotografiche più recenti e si utilizzano sia quando il corpetto viene indossa-
ne attestano l’uso a Quartu S. Elena, Sinnai e altri paesi del circondario di Caglia- to sotto il giubbetto (Quartu S. Elena, Monserrato,
ri. Manica a tre quarti con profili “a scure” mostra invece il casacchino (velàda) di Bitti, Dorgali) sia quando viene indossato sopra
velluto nero, proveniente da Quartu S. Elena, al quale sono cucite le maniche, con- (Nuoro, Orani). I modelli sono sostanzialmente
fezionate a parte, in raso di seta rosso con polso guarnito con tessuto policromo e due: a nastro avvolto e a fascia. Gli esemplari del
bordato con passamaneria e pizzo.53 primo tipo sono confezionati con un nastro di gal-
Manicotti: Partendo dal polso coprono per metà l’avambraccio e nascondono le ma- lone in filato metallico dorato o argentato, largo cm
niche delle maglie di lana eventualmente indossate sotto la camicia giornaliera por- 5-10, lungo fino a cm 350, con le estremità in lam-
tata con le maniche rimboccate, oppure, negli insiemi di gala, si intravedono appena passo di seta o altri tessuti a righe o ricamati. La fo-
sotto il polso della camicia. Di norma sono lavorati a coste con giro di ferri da calza dera è in genere in tela di cotone o di lino di colore
utilizzando sottili filati di cotone o di lino di colore bianco; l’inserimento di filati di chiaro cucita al gallone con piccoli punti nascosti.
colore contrastante (rosso, azzurro, rosa) è limitato alla parte del bordo del polso ed è Le cinture di questo tipo (lazzàda o fàsc’’e cintróxu)
in genere lavorato a ventagli e traforo. L’iconografia più antica non ne attesta l’uso, si indossano avvolgendole almeno due volte attorno
potrebbe trattarsi di un’introduzione successiva ai primi anni del XX secolo del quale 269 al punto vita, falsando i giri per aumentare la parte
resta traccia in esemplari del centro Sardegna ed in particolare di Samugheo. coperta, il lembo in lampasso viene rimboccato per
Polsini: Confezionati in tela di cotone o di lino, sono presenti in quegli insiemi ve- tenere fermo l’indumento. A Bitti la cintura a na-
stimentari che prevedono l’uso di giacche con manica stretta al di sotto delle quali stro avvolto (intrìzza o àsca) è preparata con nastri
la camicia può essere molto semplice perché destinata a rimanere completamente gobelin a motivi floreali o geometrici.
coperta. In questi casi, per simulare il possesso di più camicie ricamate, si indossa- Le cinture a fascia sono confezionate con gallone
no alti polsini ornati per lo più a motivi floreali con le tecniche già descritte per il in filato metallico dorato o argentato o con nastri
ricamo in bianco delle camicie.54 I bordi possono essere completati da pizzo ad un- gobelin a motivi floreali o geometrici, in tutti i casi
cinetto, archetti a punto occhiello o semplici smerli a punto festone. I polsini sono sotto la fodera di cotone è presente un tessuto di
completi di occhiello, tagliato o a ponte, e bottone e vengono indossati sotto la ma- rinforzo. Le dimensioni in altezza variano tra cm 5
nica della giacca, tenendo in evidenza la sola parte ricamata. e 10, la larghezza corrisponde al giro vita. Vengono
chiuse con due o più coppie di ganci o con cordelle
passanti attraverso occhielli rotondi. Le cuciture so-
no eseguite a mano o a macchina e gli occhielli
possono essere rifiniti a punto festone, con cordon-
cini di seta. Alcuni esemplari in gallone d’argento
di fine XIX secolo, provenienti da Nuoro e Orani
(chintóriu), sono profilati con un sottile tessuto di
seta di colore celeste; a Dorgali le cinture (zimùs-
sas) sono fatte mediante nastri decorati con insegne
papali (zimùssa ’e cònca ’e pàpa), reali (zimùssa ’e
cònca ’e re) o a motivi floreali policromi su fondo
chiaro (zimùssa de sas rosichèddas).

269. Giuseppe Cominotti, Noce. Arrivée d’une jeune fille


de Sinai mariée à un riche cultivateur de Quartu, 1825,
litografia a colori, in Atlas de Voyage en Sardaigne
par De Lamarmora, Cagliari, coll. Piloni.
270. Manica staccata, manighìle, di casacchino (velàda)
Quartu S. Elena, prima metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
271. Manicotto, manighìle, Samugheo, 1930
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. 273

272-275. Cinture, chintòrias, 272


Nuoro e Orani, seconda metà sec. XIX-inizio XX
270 274 275
271 Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde (272-274)
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari (275).
davanti e dietro la figura, allacciandoli con legacci
che li adattano alla circonferenza della vita, i due te-
GONNE li si sovrappongono lasciando appena intravedere la
camicia o la sottogonna. Si tratta dell’attestazione di
una foggia di origine molto antica scomparsa per
I nfinite davvero sembrano essere le soluzioni sartoriali e decorative escogitate in tutto l’ambito
della Sardegna per produrre questo genere di indumenti che, per facilità di sintesi, vengono
descritti raggruppandoli in cinque grandi categorie. Esistono comunque alcune caratteristiche
far posto prima ad una gonna d’orbace a pieghe,
poi di orbace e panno con decorazioni applicate.
Su questa gonna di foggia più evoluta si indossa
comuni a tutte le gonne, il punto vita, ad esempio, è regolabile per poter accompagnare la pro-
un grembiule che mantiene, un po’ ridotta, la
prietaria dell’indumento nelle sue variazioni di taglia o durante la gravidanza. Dato l’utilizzo stessa forma trapezoidale del pannello anteriore
prevalente di tessuti pesanti, quali lana e soprattutto orbace, nella sua confezione, alla gonna appena mitigata da due pieghe in corrisponden-
viene frequentemente associato l’impiego di cuscinetti o imbottiture per migliorarne la vestibilità za del punto vita. A Tonara, nel primo Nove-
e sostenerla nella parte superiore, in corrispondenza della vita, evitando così che scivoli lascian- cento, l’uso di questa coppia di indumenti, det-
do scoperti parte della camicia o del corpetto. ti sas chìntas, era ormai limitato alle donne
molto anziane o a ragazzine in età prepubera-
le e del tutto eccezionale venne considerato il
Gonne a telo semplice o doppio Tonara, Meana e Belvì dovevano essere costituite da uno fatto che nel 1930, in occasione della cresima, si
I viaggiatori dell’Ottocento, pur nel generale apprezza- o due teli di orbace, drappeggiati intorno ai fianchi, trat- confezionassero per una ragazzina questi indumen-
mento per l’abito tradizionale sardo e in particolare per tenuti con legacci o ganci. Le figure delle tavole del La ti, anziché la gonna a pieghe.
quello femminile, descrivono con evidente disappunto Marmora e del Tiole testimoniano senz’altro l’uso di capi
l’abbigliamento dei paesi montani della Barbagia e del- aderenti, ma non è possibile stabilire se si tratti di uno o Gonne a sacco
l’Ogliastra, quali Aritzo, Tonara, Belvì e Baunei, dove le due teli o del modello di gonna “a sacco” descritta più È probabile che questo genere di gonne, presente
donne indossavano indumenti aderenti alla figura che avanti; fa eccezione l’indumento di Meana, riprodotto al- soltanto nei paesi montani del centro Sardegna, sia
sottolineavano le forme ad ogni movimento. Tanto più la tav. 28 della Collezione Luzzietti, che è inequivocabil- il risultato di una elaborazione del modello prece-
tali “aderenze” dovevano stupire e sconcertare se si tie- mente un unico telo allacciato su un fianco.55 Il Museo dente, a doppio pannello, avvenuta all’interno di
ne conto del fatto che la moda italiana ed europea del Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma con- un omogeneo gusto locale, dettato da esigenze
tempo prediligeva per gonne e sottane ampie rotondità serva un esemplare assai interessante di abito femminile pratiche e tradizioni culturali oggi difficilmente
e volumi esagerati. Le gonne delle barbaricine di Aritzo, completo proveniente da Tonara composto dai consueti comprensibili. Unendo semplicemente dei teli di 278
capi in uso tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi tessuto in senso longitudinale si ottiene un indumen-
decenni del Novecento, ad eccezione della gonna arric- to molto semplice, una sorta di sacco con doppia aper-
ciata sostituita da una coppia di teli confezionati in or- tura che nel punto vita non presenta tagli, riprese o ac-
bace di colore rosso scuro. Se si posizionano questi teli corgimenti sartoriali particolari, ma viene semplicemente inizialmente molto semplice e vede l’applicazione di na-
ripiegato, stringendolo con una coppia di lacci nella stri di taffettà uniti o operati, di velluto di seta e cotone;
parte anteriore e con un’altra in quella posteriore, fino a ad Aritzo sono anche presenti applicazioni di sottili stri-
raggiungere l’aderenza desiderata.56 Si tratta dunque di sce dentellate di panno scarlatto. In ambiente agiato e
un modello di struttura arcaica con un limitato costo di negli abiti di gala più recenti l’ornamentazione diviene
produzione ed oltretutto assai versatile e funzionale per preziosa ed è costituita da una fascia ricamata nella qua-
la sua adattabilità alle variazioni di taglia nel corso degli le si susseguono motivi a triangolo, roselline, puntini,
anni o durante la gravidanza. Questa tipologia è ancora alternati a linee colorate, e motivi a dentelle realizzati
presente in area barbaricina a Desulo, Aritzo e Belvì. con cordoncini di seta policromi nelle note dominanti
Qualche ritocco al modello – una lieve increspatura del del giallo e con punte di azzurro e rosso. Su questo tipo
tessuto nella parte posteriore, dalla quale partono due di gonna si usano esclusivamente grembiuli a pannello
pieghe che consentono una maggiore scioltezza nei mo- liscio, di forma trapezoidale o a striscia allungata. Le va-
vimenti – ha nel tempo ingentilito la sua struttura auste- rianti da mezzo lutto o quelle indossate da persone mol-
ra. Nei primi decenni del Novecento le gonne a sacco to anziane sono di colore rosso bruno e presentano po-
vengono confezionate in orbace in tutte le sfumature chi ricami. Per il lutto stretto si usa esclusivamente il
del rosso fino al bruno e al nero, con cuciture realizzate colore nero con una quasi totale assenza di ricami rea-
a mano o a macchina. L’unione dei diversi teli di tessuto lizzati mediante cordoncini di seta e nastri in tinta.
e le linee di applicazione dei nastri sono sempre sottoli-
neate con minuti ricami geometrici lineari realizzati con
cordoncini di seta e cotone a vivaci colori (punto cate-
276. Gonna a doppio pannello, chìntas,
nella, punto erba, punto mosca, punto pieno); tali rica- Tonara, primo decennio sec. XX
mi divengono via via più estesi fino a formare delle fa- Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
sce ornamentali larghe fino a cm 10. Negli esemplari 277. Anonimo, Donne di Meana, inizio sec. XIX, acquerello su carta,
desulesi più recenti il cromatismo dei rossi si fa più ac- Collezione Luzzietti, Cagliari, Biblioteca Universitaria.
ceso e la metà inferiore dell’indumento viene realizzata 278. Gonna a sacco, camisèdda, Desulo, prima metà sec. XX
276
277 con panno scarlatto. Come già detto l’ornamentazione è Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

186 187
Gonne arricciate, a pieghe e plissettate latto delle donne di Osilo e quelle in damasco di seta
Questo gruppo comprende la maggior parte delle gon- broccato e laminato, proprie dell’abbigliamento di gala
ne caratterizzate da una notevole ampiezza del tessuto delle ricche campidanesi di Monserrato e Quartu S. Ele-
che viene arricciato, pieghettato o plissettato con moda- na e ancora le gonne in pesante tessuto di cotone a ri-
lità descritte più avanti.57 Per la confezione si usano ghe blu e rosse, detto abordàu o bodràu, caratterizzan-
l’orbace, il panno di lana, il crespo di lana e di seta, il ti l’abbigliamento quotidiano e festivo delle popolane
gabardine di lana e di cotone, il raso e il damasco di della Sardegna meridionale.58
seta, il lampasso broccato, il velluto di seta e di cotone, La parte anteriore di queste gonne è costituita da un ele-
il rasatello di cotone stampato, e una gamma vastissima mento liscio o appena increspato sul punto vita, in alcu-
di indiane e tessuti misti in lana, seta e cotone. I colori ni casi è un vero e proprio pannello indipendente unito
variano in relazione al tipo di tessuto: negli esemplari per tutta la lunghezza da bottoni. L’apertura è in genere
in orbace e panno di lana sono prevalenti le tonalità anteriore, mono o bilaterale, di cm 30-50. Il modello sar-
del rosso per gli indumenti nuziali, festivi ed anche toriale è quasi sempre condizionato dalla scelta del tes-
giornalieri, con le varianti di rosso cupo e marrone bru- suto, primo fra tutti l’orbace, in genere unito in numerosi
ciato per le donne anziane e per il lutto, fino al nero teli fino a raggiungere l’ampiezza desiderata; regolazioni
per le vedove. Per gli altri tipi di tessuto, sia uniti sia di taglia sono comunque rese possibili adattando la chiu-
operati, la gamma cromatica è estremamente ampia; sura in vita mediante ganci o lacci. In qualche caso si
per brevità si segnalano le gonne di velluto di seta scar- utilizzano due tipi di tessuto, ad esempio orbace nella

280

parte superiore e panno in quella inferiore, uniti in sen-


so trasversale. Il tessuto così preparato può essere sem-
plicemente arricciato riducendo l’ampiezza in vita me-
diante punti filza nascosti o punto smock ricamato con
279. Gonna festiva e di gala, munnèdda, cordoncini robusti in tinta o formando una vera e pro-
Ittiri, prima metà sec. XX pria fascia di altezza variabile (da cm 10 a cm 40) costi-
Sassari, coll. privata.
279
tuita dalle pieghe raccolte strettamente a partire dal pun-
280. Gonna festiva e di gala, gunnèdda, to vita fino a fasciare tutta l’area dei fianchi. Il tessuto
Quartu S. Elena, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti può ricadere liberamente dando luogo a pieghe sciolte
e Tradizioni Popolari. (Nuoro: fardètta ’e pànnu o tùnica ’e pànnu; Fonni:

188 189
283
282

281

istàde) o essere “messo in piega” mediante cuciture o al- gli orli. In alcune località quest’uso, benché con le im- si coglie lo sforzo di rimodellare le gonne, raccogliendo
tre tecniche di modellazione per l’ottenimento di pieghe mancabili modifiche, si è mantenuto fino ai giorni nostri. la grande quantità del tessuto con fitte pieghettature cu-
più o meno ampie (da cm 0,8 a cm 5-6) a profilo arro- Ad Orgosolo la gonna di panno o saia di lana con bordo cite che dal giro vita scendono verso il basso, interessan-
tondato o spigoloso; le pieghettature finissime, a sagoma inferiore di seta verde, detta vèste o arràsa, si indossa do in qualche caso tutta la fascia del bacino e dei fian-
arrotondata o acuta, ottenuta con lavorazioni particolari sopra quella di orbace detta saìttu, anch’essa con bordo chi, oppure rendendo ancor più fitta la plissettatura o
del tessuto, vengono genericamente definite plissettature. verde; ancora nel primo Novecento è diffuso l’uso di in- riducendo la larghezza delle pieghe. Di pari passo dimi-
Gran parte delle gonne presentano due fessure longitudi- dossarle entrambe sopra una terza gonna di orbace bor- nuiscono le lunghezze – per mostrare calzature che se-
nali anteriori che, formando una sorta di patta, consento- data di rosso chiamata saìttu rùbiu; a Ollolai la gonna in guono anch’esse tipologie “alla moda” – mentre, quale
no di indossarle con facilità e di adattarne le dimensioni panno plissettato, detta fardellìnu, è sovrapposta a quel- segno di lusso, aumentano in altezza tutti i bordi inferiori 281. Gonna festiva e di gala, gunnèdda,
alla vita; essendo spesso coperta con un grembiule, la la di orbace detta uddìttu. Sotto le gonne di orbace o ornamentali delle gonne, siano essi in tinta unita, ricama- Quartu S. Elena, fine sec. XIX
parte anteriore può essere confezionata con tessuti di panno era comunque consuetudine diffusa, anche nel ti, o costituiti da più ordini di tessuto o nastri sovrappo- Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
qualità diversa, ad esempio cotonina a fiorellini, mollet- pieno Novecento, usare almeno una gonna arricciata sti. In tal modo solo le gonne che mantengono lunghez- 282. Gonna festiva e di gala, unnèdda, Bono, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
tone a quadri ecc. per la parte anteriore di una gonna di confezionata in tela di cotone in minute fantasie giocate ze al piede danno realmente slancio alla figura, tutte le
pesante panno di lana (Samugheo: chìnta ’e fàttu o su tonalità scure. Nella gran parte dei casi l’uso si è per- altre ottengono esattamente il risultato opposto. Le gon- 283. Gonna festiva e di gala, munnèdda,
Torralba, prima metà sec. XX
chìnta ’e pàllas; Busachi: unnèdda; Benetutti: munnèd- so progressivamente (Nuoro, Oliena, Gavoi ecc.) per un ne di orbace e panno non vengono mai foderate se non Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
da). Le varianti documentate dopo la seconda metà del- processo di semplificazione dell’abbigliamento tradizio- lungo il bordo inferiore, in corrispondenza dell’orlo de-
284. Gonna festiva, gunnèdda,
l’Ottocento raggiungono volumi importanti ottenuti sia nale influenzato dal gusto estetico del Novecento che ri- corato esterno; quelle realizzate con tessuti di seta e in Sinnai/Maracalagonis, inizio sec. XX
con grandi ampiezze di tessuto sia sovrapponendo più disegna una figura femminile affusolata, riducendo dap- particolare con quelli broccati e laminati sono foderate Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
gonne di orbace o altra stoffa con differenze di lunghez- prima i volumi e poi anche le lunghezze delle gonne. con tela apprettata o incerata di cotone, lino o canapa 285. Gonna festiva, fardètta, Iglesias, fine sec. XIX
za, talvolta studiate per evidenziare la stratificazione de- Negli esemplari datati dopo il 1930, in quasi tutta l’isola, nei colori avorio o celeste. Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

190 191
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285
286

286. Gonna festiva e di gala, munnèdda, Benetutti, 1948


Benetutti, coll. privata.
287
287. Gonna festiva, munnèdda, Benetutti, inizio sec. XX
Benetutti, coll. privata.

194 195
288. Gonna festiva, saigiòne, Atzara, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
289. Gonna festiva, saigiòne, Sorgono, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
290. Gonna festiva e di gala, tùnica, Oliena, 1950
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

288

290

289
291. Gonna festiva e di gala, uddìttu, Ollolai, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
292. Gonna festiva e di gala, fardètta, Mamoiada, fine sec. XIX
Mamoiada, coll. privata.
293. Gonna festiva e di gala, uddìttu,
Ollolai, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

291

293

292
Gonne a gheroni
Questa definizione comprende le gonne di orbace nelle 294. Gonne festive e di gala, saìttu e vèste,
quali ad ogni piega, o al massimo ad un gruppo di due, Orgosolo, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
corrisponde un gherone, vale a dire una striscia di tessu-
295. Gonna giornaliera, saìttu, Orgosolo, primo decennio sec. XX
to di forma trapezoidale, lungo quanto l’altezza totale Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
della gonna, unito ad un altro in corrispondenza della
296. Gonna festiva, ’amisèdda, Fonni, primo decennio sec. XX
parte interna della piega (Nuoro: ghirònes); l’intera am- Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
piezza della gonna (cm 380 e cm 480), ad eccezione del
297. Gonna festiva, tùnica, Nuoro, prima metà sec. XX
pannello anteriore,59 è perciò data dall’unione dei ghero- Nuoro, coll. privata.
ni; la parte inferiore della piega presenta una cucitura a
costura semplice, quella superiore, ma non sempre, una
lieve impuntura che ne sostiene la piega. In corrispon-
denza del punto vita, per circa cm 10, la parte superiore
dei gheroni viene raccolta in una fitta increspatura per
ridurre il tessuto e dare snellezza alla figura; il cinturino
in corrispondenza del punto vita viene fatto con diversi
tipi di tessuto di seta o cotone, unito o fantasia, e può
anche essere guarnito con un profilo di panno scarlatto
tagliato al vivo. La gonna a gheroni è usata a Nuoro,
Orani e Orotelli per le gonne di orbace festive, giorna-
liere e da lutto dette tùnicas, distinte anche nel nome da
quelle semplicemente arricciate fatte in panno o altri tes-
295 suti (fardèttas). La larghezza dei gheroni e, conseguente-
mente, quella delle pieghe consentono di datare questi
indumenti perché, come già detto per i modelli arriccia-
ti, le gonne realizzate dopo il primo ventennio del No-
vecento hanno pieghe molto più strette rispetto agli
esemplari ottocenteschi.
La parte anteriore, appena arricciata, presenta aperture
longitudinali (màsculas) bordate con raso, taffettà o vel-
luto di seta o di cotone, talvolta ricamati in abbinamento
al corpetto festivo, specie negli esemplari successivi agli
anni Trenta del Novecento. Il bordo inferiore è sempre
guarnito con un nastro di altezza variabile tra i cm 12
degli esemplari antichi fino ad arrivare ai cm 18-20 degli
esemplari più recenti. Nella seconda metà dell’Ottocen-
to per le gonne giornaliere si utilizzano nastri di taf-
fettà di seta a colori sfumati, rigati o Madras; per
quelle di gala si predilige il nastro in taffettà o raso
di seta rosso, in varie tonalità, o color ciclamino,
meno frequente il nastro in gros di seta marezza-
to che caratterizzerà invece questi capi a partire
dalla fine dell’Ottocento. L’orlo presenta profili
in panno scarlatto tagliati al vivo o un sottile
profilo di velluto rosso o blu scuro. A diffe-
renza delle gonne in orbace a semplici pie-
ghe, le cuciture sono realizzate a mano con
la sola eccezione della applicazione della
bordura inferiore e della corrispondente
fodera interna che possono essere ese-
guite a macchina.60

297

294 296
Gonne unite al corpetto 298. Gonna festiva unita al corpetto, vèste,
Fonni, primo decennio sec. XX
Si tratta di indumenti assai particolari il cui Roma, Museo Nazionale delle Arti
uso è attestato in poche località.61 Gli esem- e Tradizioni Popolari.
plari esaminati provengono da Fonni, nel- 299. Gonna festiva, vèste,
l’insieme costituito da imbùstu e vèste, e Fonni, prima metà sec. XX
da Orani nell’insieme di pàla e iscar- Fonni, coll. privata.
ramàgnu. Le fonti iconografiche non
evidenziano mai questi capi dei qua-
li non si colgono le peculiari carat-
teristiche quando vengono indos-
sati. I due casi citati differiscono
peraltro completamente tra lo-
ro dato che il tipo fonnese
presenta un corpetto a fa-
scia con punte anteriori,
unito alla classica gon-
na di orbace o panno

298

plissettato; in questo caso l’insieme busto-gonna viene fili chiari dell’ordito. L’indumento, ornato con un nastro
indossato sotto il giubbetto di panno. Del tutto partico- in gros di colore variante dal rosso geranio al ciclamino,
lare il caso di Orani, nell’insieme vestimentario detto è anche caratterizzato da una fittissima plissettatura serra-
iscarramàgnu, dove il corpetto in panno di lana di colo- ta in corrispondenza della vita. La parte anteriore, appe-
re rosso cupo, tendente al marrone, è di tipo morbido, na arricciata, presenta due aperture laterali piuttosto mal
copre completamente la parte posteriore del busto e vie- rifinite se si considera il tono e la qualità raffinata dell’in-
ne unito a grossi punti alla gonna che, allo stato attuale dumento. L’insieme descritto viene indossato sopra un
delle conoscenze, costituisce un unicum in Sardegna. Si corto giubbetto in panno.62
tratta infatti di una gonna con ordito in canapa o lino di Alle caratteristiche particolari del tessuto si aggiunge an-
colore naturale e trama in lana di colore marrone scuris- che quella della denominazione, iscarramàgnu, unica
simo/nero; tale tessuto ha una lucentezza particolare do- anch’essa in Sardegna, che richiama il termine scara-
vuta sia alla qualità del filato di lana, sia alla tecnica di manghion usato in epoca bizantina per indicare una ve-
tessitura con trame a vista che coprono completamente i ste cerimoniale.63 299

202
operato a motivi floreali e zoomorfi. Più rara l’ornamenta-
zione ricamata quale quella di Nuoro e Orani, caratteriz-
GREMBIULI zata dal susseguirsi di piccoli motivi floreali e geome-
trici disposti a cornici concentriche lungo il bordo
inferiore, e quella di Orgosolo che invade buona
I grembiuli caratterizzano l’abbiglia-
mento popolare di tutto l’ambito euro-
peo ed anche in Sardegna sono presenti
parte della superficie con i noti motivi a punta,
realizzati alternando organicamente filati di
seta dai colori vivacissimi. I due esempi,
in numerosissime varianti determinate del tutto diversi tra loro, sembrano co-
dall’insieme vestimentario al quale si ac- munque riportare ad un antico signi-
compagnano, dall’area geografica di ap- ficato simbolico dell’ornamentazio-
partenenza e dall’occasione per la qua- ne, fortemente caratterizzante il
le vengono indossati. sistema vestimentario di gala
Per necessità descrittiva le varie tipo- delle comunità citate. In
logie vengono ricondotte, in qual- particolare è da osserva-
che caso forzatamente, a grandi re che sia il complesso
gruppi, abbiamo quindi: grem-
biuli a pannello, arricciati o pie-
ghettati e a ventaglio.

Grembiuli a pannello
In questo insieme vengono descritti i grembiuli a
striscia allungata, quelli trapezoidali e quelli avvol-
genti. I cosiddetti grembiuli a striscia allungata, 300. Grembiule festivo e di gala, frànda,
denominati jìnta o chìnta, caratterizzano l’abbi- Nuoro, inizio sec. XX
gliamento di alcuni paesi montani del centro Nuoro, coll. privata.
Sardegna (Aritzo, Laconi, Belvì) per i quali le 301. Grembiule festivo e di gala, frànda,
fonti danno numerose descrizioni e illustrazioni. Orani, inizio sec. XX
Si tratta di grembiuli che poggiano sui fianchi Nuoro, Museo della Vita e delle
Tradizioni Popolari Sarde.
allungandosi in una lunga striscia centrale con
estremità inferiore arrotondata; sono sempre
associati a gonne strette e aderenti alla figura.
Paiono essere confezionati in tessuti pesanti,
certamente orbace o panno, e non presen-
tano alcuna ornamentazione. Gli esemplari
di fine Ottocento e dei primi del Novecen-
to hanno subito modifiche sia relative alla
forma, che si è ulteriormente assottigliata
e ingentilita, sia al tessuto, panno o vel-
luto di seta con nastri a motivi floreali e
zoomorfi applicati lungo il bordo.
Questo tipo di grembiuli sono fermati
in vita con semplici nastri o con ap-
posite catenelle d’argento e vengono
indossati con gonne a sacco.
I grembiuli di forma trapezoidale, li-
sci o appena arricciati, all’inizio del-
l’Ottocento sono piuttosto comuni
nella Sardegna centrale (a Desulo,
Fonni, Gavoi, Mamoiada, Nuoro,
Oliena, Ollolai, Orani, Orgosolo e
in molti altri luoghi). Il tessuto più
usato è il panno o il rasatello di
vario colore bordato con un na-
stro in tinta unita, ricamato o

204 300
301
303
302

302. Grembiule festivo, ’odàle,


Gavoi, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
303. Grembiule festivo, saùcciu,
Fonni, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
304. Grembiule festivo, saùcciu,
Fonni, seconda metà sec. XX
Fonni, coll. privata.
305. Grembiule festivo, antalèna,
Orgosolo, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.

304
305
Grembiuli arricciati
Sono i grembiuli più comuni sia perché hanno soppian-
tato nell’uso alcuni dei modelli di gala sopra descritti ed
accompagnano il vestiario tradizionale fino alle ultime
fasi della sua utilizzazione, sia perché sono quasi ovun-
que utilizzati negli insiemi giornalieri e da lavoro. Esa-
minando gli esemplari di gala si può dire che la gamma
dei tessuti impiegati è davvero sterminata. Si passa in-
fatti dai modelli in orbace, nei quali l’ampiezza è raccol-
ta con plissettature, a tutta la gamma dei tessuti in seta,
soprattutto taffettà liscio e operato, damasco, organza,
raso, crespo sia in tinta unita che in più colori; molto
ampia anche la gamma dei tessuti di cotone che com-
prende tutte le tele bianche e quelle a colori stampate
dette indiane, il rasatello stampato a piccoli motivi flo-
reali policromi o nei toni dell’oro e dell’argento; altret-
tanto vasta è la gamma dei grembiuli arricciati realizzati

308. Grembiule festivo, chìnta, Sorgono, primo decennio sec. XX


Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
309. Grembiule festivo, chìnta, Atzara, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
310. Grembiule giornaliero, chìnta, Atzara, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

308

306 307

decoro costituito dal susseguirsi di spirali dei grembiuli ha forma trapezoidale, il ricamo lineare che contorna i
di Nuoro e Orani, sia i citati elementi a punta di quelli nastri applicati e divide lo spazio in segmenti geometri-
orgolesi, richiamano i motivi a meandro, a spirale, a ci, diviene nel tempo sempre più esteso, costituito da
doppia protome propri di una simbologia preistorica più ordini decorativi, ma senza troppe concessioni al
paneuropea. Quale che sia stato il significato iniziale di gusto naturalistico. In molti altri casi le forme trapezoi-
questi simboli, è certo che la loro forza è stata tale da dali attestate nel primo Ottocento assumono dimensioni
farli riprodurre, di generazione in generazione, sugli più ridotte e talvolta danno luogo a nuovi modelli di
esemplari di gala, anche se nel tempo si è perso il si- forma quasi triangolare (Fonni: saùcciu) con bordi sem-
gnificato della rappresentazione. La perdita della memo- pre più alti, spesso ricamati in combinazione con alcu-
ria simbolica si conclude quando, dopo il primo tren- ne parti della gonna e del giubbetto. In altre località,
tennio del Novecento, ai simboli descritti si affiancano come Mamoiada e Oliena, il modello trapezoidale viene
con sempre maggiore invadenza i motivi floreali che fi- sostituito con varianti arricciate e ricamate di cui si trat-
niscono per soppiantarli completamente, come è avve- terà più avanti. Alcuni grembiuli a pannello hanno dop-
nuto in alcune varianti di grembiuli nuoresi, risalenti a pio diritto e il loro uso è dunque possibile anche in tut-
quegli anni, voluti dalle committenti per rinnovare lo te le occasioni prescritte per le varie gradazioni di lutto
stile dei grembiuli nuziali nell’ultima fase del loro utiliz- ad eccezione del lutto stretto per il quale è d’obbligo il
zo. Ad Orgosolo il motivo a punta continua ad essere colore nero.
presente ma, perso il magnifico risalto che caratterizza
gli esemplari più antichi, appare soffocato, mortificato
quasi, avviluppato com’è da fiori e mazzolini ricamati
introdotti negli esemplari di gala più recenti. Il processo
di modernizzazione e di trasformazione non si limita ai 306. Antonio Ortiz Echagüe, Comida en Mamoiada, 1907, olio su tela.
soli casi in questione, ma riguarda quasi tutti i tipi di 307. Grembiule festivo, ’odàle, Ollolai, primo decennio sec. XX
grembiule. A Desulo dove il grembiule, detto saùcciu, Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
309 310

208
312

con tulle di seta, lino o cotone, ricamato a motivi florea-


li con fili di cotone o di lino in tinta. Dopo il primo de-
cennio del Novecento gli esemplari di gala sono sempre
più spesso ornati con ricami naturalistici disposti su un
angolo o a formare una vera e propria cornice che inte-
ressa tutto il bordo inferiore; altrettanto frequenti sono le
bordure di pizzo meccanico o a uncinetto. La tela di co-
tone o di lino è utilizzata per tutti i grembiuli da lavoro
e in particolare per quelli destinati alla panificazione. Si 311-312. Grembiule festivo, chìnta ’e annànti,
tratta di capi molto semplici dei quali rimane traccia Samugheo, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
esclusivamente nei ricchi corredi dei primi del Novecen-
313. Grembiule festivo, fardìtta, Bono, prima metà sec. XX
to nei quali si ritrovano grembiuli bianchi ricamati, da Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
utilizzare in ambito esclusivamente domestico in occa-
314. Grembiule festivo, provenienza sconosciuta, prima metà sec. XX
sione di pranzi o altre circostanze eccezionali o destinati Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
alle balie che, pur indossando l’abito tradizionale del
315. Grembiule festivo, fàrda, Benetutti, 1948
proprio luogo d’origine, possono sovrapporre ad esso Benetutti, coll. privata.
un grembiule bianco particolarmente ornato che diviene
316. Grembiule festivo, provenienza sconosciuta, prima metà sec. XX
simbolo della loro stessa professione. Del tutto singolare Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
pare il caso di Orani nel quale il grembiule bianco di te- 317. Grembiule festivo e di gala, fàrda, Benetutti, 1948
la, con falsature in pizzo ad uncinetto, filet, buratti o ri- Benetutti, coll. privata.
cami su tela sfilata, è abbinato all’antico insieme di gala 318. Grembiule giornaliero, pannéllu, Ittiri, inizio sec. XX
detto iscarramàgnu. Nell’uso quotidiano sono comuni i Sassari, coll. privata.
grembiuli di cotone stampato a motivi minuti sia nei co- 319. Grembiule festivo, fàrda, Benetutti, seconda metà sec. XX
lori scuri che chiari. Tutte le varianti descritte trovano il Benetutti, coll. privata.
loro corrispondente in nero per il lutto stretto e colori 320. Grembiule festivo e di gala, frànda, Orani, inizio sec. XX
311 spenti per gli altri gradi del lutto. Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

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Grembiuli a ventaglio
Si tratta di una tipologia piuttosto omogenea ben rap-
presentata, dal primo Ottocento in poi, negli insiemi di
gala del Cagliaritano che, per l’indubbia valenza esteti-
ca, ha attratto i viaggiatori e gli illustratori. Insieme ai
casacchini già descritti e alle gonne di panno o velluto
di seta rosso o di damasco fondo verde broccato a moti-
vi floreali, caratterizzano l’abbigliamento nuziale e di ga-
la delle ricche possidenti del circondario di Cagliari e in
particolare di Quartu S. Elena, Sinnai, Monserrato e Se-
largius. La stessa foggia è anche presente negli insiemi
festivi e nuziali di Teulada e Pula in abbinamento sia a
gonne di panno rosso che a un tipo più modesto di co-
tone a righe rosse e blu (bordatino). Le denominazioni
sono ovunque assai simili: frascadròxa, vascatròxa e
deventàli. Si tratta di grembiuli che non oltrepassano la
metà della lunghezza complessiva della gonna e vengo-
no definiti a ventaglio perché caratterizzati da un grup-
po centrale di pieghe in cui si raccoglie l’ampiezza del
tessuto che si allarga verso il basso appunto come un
ventaglio. Gli esemplari esaminati, risalenti alla seconda
metà dell’Ottocento, sono confezionati con diversi tipi
di tessuto. La parte centrale è in velluto di seta o panno
321 322

323 324

214
in varie gradazioni di rosso, in qualche esemplare in
panno o velluto blu scuro, le parti laterali sono confe-
zionate in panno o altro tessuto di media qualità dato
che vengono ricoperte con un alto bordo in lampasso
broccato e laminato o broccatello a motivi floreali po-
licromi su fondo color avorio o giallo. A impreziosire
ulteriormente il capo contribuiscono le bordure in
gallone d’oro e le trine lavorate a fuselli con filati
d’oro caratterizzate dal motivo a ventaglietti. I model-
li raffigurati nelle illustrazioni del primo ventennio
dell’Ottocento presentano una forma a ventaglio me-
no accentuata e bordi molto sottili, ma già nel 1837 il
Valery testimonia la foggia compiuta, quale quella
degli esemplari giunti fino a noi, che da quella data
in poi sarà ampiamente documentata. Vale la pena di
osservare che tutta l’iconografia citata mostra con
chiarezza che i grembiuli di questo tipo non vengo-
no allacciati in corrispondenza del punto vita, ma
piuttosto sospesi con gli appositi lacci in modo da la-
sciare bene in vista la parte superiore della gonna. In
quasi tutte le raffigurazioni si notano, infatti, i nastri e
le cordelle che, sostenendoli, ricadono in posizione
perpendicolare e non inclinata come accadrebbe se i
lacci fossero stretti attorno alla vita. Questo modo cu-
rioso e per ora inspiegabile di indossare il grembiule
è comune anche a pochi altri modelli dell’area cam-
pidanese di cui gli stessi autori danno testimonian-
za.64 Non esistono grembiuli a ventaglio da utilizzare
in caso di lutto dato il carattere di grande lusso e ga-
la dell’insieme vestimentario al quale questi capi fan-
no riferimento.

321. N.B. Tiole, Paysanne de environ de Cagliari aux journe


de fête, 1819-24, acquerello su carta.
322. Quarto S. Elena (circondario di Cagliari). Costume di gala,
1898, litografia a colori, in E. Costa, Costumi sardi, Cagliari 1913.
325
323. Grembiule festivo e di gala, fascadròxa,
Quartu S. Elena, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
324. Grembiule festivo e di gala, fascadròxa,
Monserrato/Quartu S. Elena, fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
325. Grembiule festivo e di gala, fascadròxa,
Quartu S. Elena, seconda metà sec. XX
Oristano, coll. Enrico Fiori.

216
della parte posteriore e un alto volant sul fondo (Bitti)
o applicazioni di pizzo San Gallo sul bordo inferiore,
BIANCHERIA con passanastro e nastro in raso negli esemplari più re-
centi. Rarissimi i ricami: essi si osservano solo in indu-
menti provenienti da corredi di spose di condizione
G li indumenti indossati a diretto contatto con il corpo sono originariamente caratterizzati
dall’uso di tela di colore bianco dalla quale prendono la denominazione di biancheria. Le
camicie, che pure sono confezionate con questo tipo di tessuto e nascono come indumento inti-
agiata e sono realizzati a motivi floreali a punto inglese.
Le cuciture sono per lo più realizzate a macchina con
unione del tessuto a costura semplice o doppia.
mo, non vengono comprese nella biancheria poiché, nel periodo al quale fa riferimento il pre-
sente studio, sono ormai pienamente trasformate in capi esterni. Il termine biancheria si esten- Sottovesti
de e finisce per comprendere tutti gli indumenti di utilizzo intimo confezionati con vari tessuti: Indumenti intimi sostituenti nella funzione l’insieme co-
cotone, seta e lana, sia bianchi che colorati. pribusto-sottogonna derivano anche dall’estrema sem-
plificazione delle camicie che, nei primi decenni del
Novecento, vengono private delle maniche specialmen-
te dove si adottano giacchini di foggia borghese a ma-
Copribusto nica stretta. I modelli proposti dalle riviste di moda
Questi indumenti si diffondono in ambito popolare alla vengono adottati soprattutto nelle zone maggiormente
327
fine dell’Ottocento quando la camicia perde la caratteri- soggette alle influenze del gusto nazionale o nei paesi
stica di indumento intimo e diviene capo esterno per che protraggono l’uso dell’abito tradizionale di gala e
eccellenza. Si indossano a pelle, sotto la camicia, diver- da sposa, fino agli anni Cinquanta del Novecento, con
samente dai modelli ottocenteschi a cui si ispirano desti- continue modifiche e modernizzazioni che interessano
nati ad essere portati sopra i busti. È probabile che il lo- sia gli indumenti esterni sia quelli intimi; in questi casi
ro uso si diffonda prima tra i ceti abbienti per soddisfare la parte superiore della sottoveste, che si intravede sotto
un’esigenza di maggiore pudore e decoro, soprattutto in la camicia, viene guarnita con ricami a macchina su tul-
quelle aree nelle quali le ampie camicie corte, aperte sul le, a mano su tela sfilata, o ad intaglio. Gli esemplari
lato anteriore, richiedevano una maggiore protezione destinati ad essere indossati con abiti tradizionali d’uso
del seno. Col tempo, negli insiemi di gala, si fa strada giornaliero prima e di transizione poi (insiemi composti
l’uso di mostrarne la parte superiore della scollatura or- da camicetta o blusa e gonna) presentano, lungo i bor-
nata di pizzi e ricami. Gli esemplari esaminati sono sen- di, applicazioni di pizzo meccanico anche a colori, o ar-
za maniche, a spalla larga, sagomati in modo da aderire chetti a punto festone. Per la confezione di questi indu-
al corpo, dando risalto al seno, con scollature in genere menti si utilizzano tutte le varietà di tele di cotone e di
quadrate o rotondeggianti adatte allo stile della camicia, lino usate per le camicie ed anche mussola o bisso di li-
più rari quelli a scollo triangolare. L’apertura può essere no e cotone molto sottili. Il colore preferito è il bianco,
sia laterale sia anteriore, comunque chiusa con bottoni con modelli a spalla larga con scollo quadrato o arro-
di madreperla o lacci.65 tondato, il taglio è diritto o leggermente svasato e la
lunghezza al polpaccio; in qualche caso per ottenere
326 328
Sottogonne un’ampiezza maggiore vengono inseriti due gheroni ai
Indumenti intimi sono sempre presenti nel corredo per- passandoli tra le gambe e fissandoli in corrispondenza sia affermata nell’uso prima per motivi di tipo igienico, lati dell’indumento. La parte superiore viene sagomata
sonale delle donne sarde a partire dal primo Novecento. della vita. Il Wagner tra i significati del termine kamíṡa poi di tipo estetico, sulla scia delle mode che volevano con nervature verticali, pinces laterali o con piccolo
I reperti di datazione anteriore sono invece assai rari, scrive: «Lo Spano, s.v. kamísia indica che la voce signi- volumi rigonfi delle gonne, ottenuti con più strati so- carré sul quale è applicato il tessuto arricciato della par-
salvo non si tratti di indumenti facenti parte di insiemi fica in log. anche ‘mestruo’ o lo significava almeno. In vrapposti di sottogonne e gonne. In tutti i casi gli esem- te anteriore. Gli esemplari posteriori al 1930, provenien-
di gala. È stato già segnalato che in molte raffigurazioni questo senso si usava camisa in Spagna. Il Diz. Acc. plari esaminati, che non hanno mai datazioni anteriori ti da ricchi corredi, sono talvolta confezionati con bisso
del primo trentennio dell’Ottocento66 si intravede, sotto Spagn. lo registra come ‘p(oco) us(ado)’ nella lingua ai primi anni del Novecento, presentano modelli piutto- di lino rosa o celeste oltre che bianco e presentano di-
la gonna, l’orlo inferiore di un indumento di tela bian- moderna. Ma occorre in scrittori antichi».67 Nessun aiuto sto elementari, con ampiezze di cm 320 massimo. Sono mensioni più ridotte in larghezza ed in lunghezza, spal-
ca, che può essere sia l’orlo di una camicia lunga sia in questa direzione è dato dalla terminologia più antica in genere costituite da un rettangolo formato da due o line strette a nastro, bordi e falsature in pizzo meccani-
quello di una sottogonna. Le camicie lunghe potevano usata per indicare la sottogonna che riconduce sempre più tagli di tela di cotone o di lino, arricciato in vita co tipo Valenciennes, associati o meno a parti ricamate.
infatti assolvere anche alla funzione di sottogonna, a alla camicia: i termini camìsa, camisèdda e ’amisèdda con un semplice nastro passante in un orlo, o con una Quale che sia l’epoca le cuciture sono comunque realiz-
maggior ragione in tempi di grande scarsità di indu- indicano, infatti, sia la camicia sia la sottogonna di tela serie di increspature rifinite con un sottile cinturino di zate a mano o a macchina a costura semplice o doppia,
menti. Salva questa premessa è probabile l’utilizzo dif- di lino o cotone pesante e, a Desulo e a Fonni, anche tela chiuso con lacci, ganci o bottoni. Modelli più raffi- con orli e rifiniture frequentemente eseguite a mano.
fuso di una o più sottogonne di foggia semplicissima e una modesta gonnella di orbace; al contrario il termine nati presentano increspature più fitte in corrispondenza
di tela resistente, considerato che l’uso di mutande era càssiu, che nel Nuorese indica la sola sottogonna, in Camicie da notte
pressoché sconosciuto, anche nel primo Novecento, e area logudorese indica la parte inferiore della camicia o 326. Copribusto, copribùstu, Orosei, prima metà sec. XX
Sono poco presenti nelle raccolte sia per il carattere inti-
che, tra i ceti meno abbienti e meno esposti alle in- la stessa camicia.68 Altre denominazioni: tettèla a Dor- Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. mo sia per la natura assai modesta dei capi utilizzati in
fluenze delle mode esterne, compaiono soltanto dopo gali, istàde a Fonni, urési de tèla a Bitti, non portano al- 327. Sottogonna, cànsciu, Torralba, prima metà sec. XX ambito popolare. L’iconografia ignora questo genere di
il 1920. Le stesse fonti orali che confermano l’inesisten- cun chiarimento. Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. indumenti, così poco diffusi che non esiste una deno-
za di mutande, infatti, riferiscono la consuetudine delle È probabile che la sottogonna come capo a sé sia co- 328. Sottogonna, tùnica ’e tèla, Oliena, 1954 minazione specifica salvo quella di camìsa ’e nòtte: di
donne mestruate di sollevare i lembi della sottogonna munque successiva alla camicia di tipo lungo e che si Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. fatto la stessa camicia giornaliera lunga veniva indossata

218 219
Maglie intime Calze e uose
Di produzione industriale, in maglia di lana o di cotone, È necessario premettere che l’andare completamente
a manica lunga, bianche o colorate, le maglie intime ri- scalzi è condizione attestata dalle fonti iconografiche
sultano essere assai diffuse in Sardegna intorno al 1910. per la servitù, i più indigenti o per quanti siano impe-
Sono capi d’origine moderna denominati quasi ovun- gnati in attività domestiche, soprattutto donne e ragazzi.
que màllia, franèlla o flanèlla. Gli esemplari esaminati Fonti orali confermano che nel quotidiano i più poveri
sono, come è facile intuire, assai scarsi, e si riconduco- non indossano calzature e, anche se le possiedono, le
no sostanzialmente ad un unico modello in leggera ma- riservano alle occasioni festive per le quali il loro uso, e
glia di lana o cotone a costine sottili, a manica lunga, dunque anche quello delle calze, è d’obbligo. Si tratta
con scollo arrotondato e breve apertura anteriore dotata di capi di abbigliamento dei quali solo raramente è pos-
di piccoli bottoni. I colori classici sono il bianco, il rosa, sibile ritrovare esemplari d’epoca e in genere di foggia
il giallo o il celeste. La scelta dei colori è data dal gusto festiva, perché tutti quelli d’uso giornaliero sono utiliz-
personale, che può anche diventare gusto collettivo, zati fino alla loro consunzione. In tutti i casi sulla base
come accade ad Orgosolo dove si predilige il giallo co- dell’iconografia antica, dei reperti esaminati e delle fonti
sì che il nome dato a questo capo è frànella zallìna, 330
orali è possibile fare l’analisi che segue a partire dal
appunto “flanella gialla”. Non meno particolari alcuni primo Ottocento. Le calze (mìzas, crazìttas, carzìttas)
esemplari di Ollolai personalizzati con il riporto, lungo arrivano fin sotto il ginocchio, più raramente lo copro-
lo scollo, degli stessi ricami policromi presenti nelle ca- no salendo fino a metà della coscia e sono in tutti i casi
micie. In tutta l’isola il colore più usato resta comunque trattenute con laccetti. Le calze festive sono in genere
il bianco in tutte le tonalità. realizzate con filati di lino, lana e cotone di colore chia-
ro, lavorati con giro di ferri a maglia rasata, a coste o
Mutande con motivi a traforo. In alcune località anche le calze fe-
Le fonti scritte tacciono sulla presenza di questi indu- stive sono di colore scuro, specialmente dove vengono
menti e a maggior ragione quelle iconografiche; non è indossate con scarponcini pesanti allacciati. A Nuoro, nei
dunque difficile accettare la diffusa convinzione che fos- primi anni del Novecento, le calze erano realizzate con
sero indumenti assai poco o nulla utilizzati, a livello po- filo di cotone nero o marrone. A Busachi l’abbigliamento
polare, almeno fino alla seconda metà dell’Ottocento. quotidiano dello stesso periodo poteva essere completa-
Gli esemplari esaminati risalgono tutti al XX secolo, i to da calze in filo di lino blu e nero. Le fonti iconografi-
più vecchi ai primi anni del secolo, e provengono da che dei primi decenni dell’Ottocento mostrano una pre-
ricchi corredi o sono stati fortunosamente recuperati do- valenza di calze chiare indossate con scarpe piuttosto
329 po pressanti ricerche sul campo. scollate, il che potrebbe anche essere frutto di una rap-
Grazie a testimonianze orali è comunque possibile se- presentazione di maniera. La tav. 98 del Tiole mostra
anche come camicia da notte oppure si andava a dormi- guire un’evoluzione dei modelli partendo da quelli una improbabile mungitrice di Bono, in abito chiaramen-
re vestendo semplicemente il copribusto e la sottogon- usati intorno agli anni Novanta dell’Ottocento. Sono te festivo, con indosso calze di colore rosso e azzurro.
na. È assai probabile che per tutto l’Ottocento fossero modelli ampi e lunghi fino al ginocchio o oltre, con Lo stesso si osserva alla tav. 55 dove, di spalle, pare es-
indumenti già presenti nel guardaroba delle donne agia- volant guarnito da un piccolo pizzo. Si utilizza una tela sere raffigurata una donna dello stesso paese. Sempre
te, ma è soltanto nei corredi degli inizi del secolo suc- di cotone di medio peso e il taglio non presenta altre nel Tiole si osservano calze di colore rosso (Baunei)
cessivo che si ritrovano alcuni preziosi esemplari da usa- sagomature se non un semplice tassello quadrangolare
331
mentre le donne di Belvì, alla tav. 84, e quella di Aritzo,
re in occasione delle nozze o dopo il parto. Rarissimi gli inserito in corrispondenza del cavallo per rendere più alla tav. 85, indossano, sopra le calze bianche, delle pez-
esemplari giornalieri risalenti al primo decennio del No- agevoli i movimenti; l’ampiezza del tessuto è raccolta zuole o delle sopracalze colorate ricadenti sulle caviglie.
vecento. Con le informazioni derivate dalle fonti orali è in vita con piccole pieghe piatte oppure con un nastro L’uso di uose o sopracalze è attestato unicamente dalle
possibile comunque affermare che i modelli sono in ge- passante attraverso l’orlo. Una o due aperture sui fian- fonti iconografiche dato che nessun reperto è giunto fi-
nerale semplici, tagliati a sacco o svasati mediante l’inse- chi, chiuse con bottoni o lacci, consentono di indossa- no a noi. Nelle tavole della Raccolta Cominotti e della
rimento di gheroni laterali. Le maniche, sia corte che re l’indumento. Collezione Luzzietti e in quelle del Dalsani oltre alle cal-
lunghe, sono unite al busto con tassello sottoascellare di Come tutta la biancheria anche le mutande sono desti- ze chiare sono presenti sopracalze colorate per la verità
forma quadrangolare, hanno media larghezza e polso nate al lavaggio con la lisciva pertanto la scelta del tes- molto simili a uose. Valery scrive, a proposito delle don-
chiuso con bottoncino in filo o madreperla. Più rari gli suto, dei pizzi e l’esecuzione delle cuciture sono studia- ne di Aritzo, che le più eleganti d’inverno portano le
esemplari senza maniche a spallina larga. Il tessuto uti- ti per resistere a tale tipo di trattamento. Il modello calze di lana rossa, le altre si accontentano di un pezzo
lizzato è la tela di cotone o di lino, di vario peso, in re- descritto, e qualche sua variante, continua ad essere di lana dello stesso colore, attaccata sotto il polpaccio
lazione all’uso. La stessa distinzione vale per le guarni- usato fino al primo decennio del Novecento soprattutto che svolazza e spicca da lontano.70
zioni e i ricami. da donne anziane; le più giovani adottano modelli a
Dopo gli anni Venti del Novecento l’impiego della cami- gamba diritta, preferibilmente senza volant. I capi di
cia da notte diviene sempre più comune tra le giovani corredo per le nozze vengono anche realizzati con tes-
generazioni che le confezionano ispirandosi ai modelli suti di cotone molto sottili, con pizzi e ricami; talvolta 329. Camicia da notte, Capoterra, inizio sec. XX
illustrati nei cataloghi e nelle riviste di moda. Le cuciture gli indumenti sono anche cifrati. Dopo il 1930 questo Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
sono realizzate a macchina, a costura semplice o doppia indumento assume caratteristiche moderne ed i modelli 332
330-332. Mutande, Capoterra, inizio sec. XX
come è consuetudine per tutta la biancheria. si adeguano al variare della moda.69 Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

220 221
333 334 335

CALZATURE

P er le ragioni esposte anche le calzature antiche sono poco presenti nelle collezioni pubbliche e private
con l’eccezione del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma dove si conserva una
serie di calzature a corredo di quasi tutti gli abiti sardi presenti nelle sue raccolte. Scarpe basse, legger-
mente appuntite, scollate e in qualche caso guarnite di fibbie d’argento, sono le più raffigurate nel primo
Ottocento anche se non mancano i modelli più pesanti e accollati. Spesso sembra trattarsi di riproduzioni
derivate da un’osservazione affrettata e perciò un po’ semplificate e poco dettagliate. A partire dalla metà
dell’Ottocento le raffigurazioni, le immagini fotografiche e le raccolte pubbliche e private descrivono una
notevole varietà di calzature femminili. Ciabatte e pantofole (cattòlas) in pelle e tessuto sono in genere
ignorate perché destinate ad un uso familiare. Gli zoccoli con suola in legno, tacco basso e tomaia in tes-
suto a fascia chiusa o aperta in punta sono invece piuttosto importanti negli insiemi giornalieri di molte
località specialmente della Sardegna meridionale dove il loro uso è continuato fino alla metà del Nove-
cento. Le scarpe (iscarpìnas, iscàrpas) festive sono in qualche caso realizzate con tessuti broccati che ri-
mandano ad uno stile settecentesco, soprattutto in area campidanese e nell’Iglesiente. Sono piuttosto diffu-
se anche semplici decolleté con tacco basso e tomaia in pelle martellata o vernice, di colore nero, con
sottili profili laterali in pelle rossa. Sono assai frequenti anche scarpe allacciate guarnite di fiocchi, coc-
carde o fibbie d’argento ed anche stivaletti in rasatello di cotone nero ricamato con elastici inseriti ai lati
e con tacco basso. Altre calzature a tacco medio, con tomaia scollata e lacci, decorate di fiocchi o coccar-
de in tinta contrastante o in nero per le vedove o con cinturino abbottonato di lato, sono diffuse in tutta
la Sardegna nel primo decennio del Novecento insieme ad esemplari con tomaia a linguetta liscia o arric-
ciata, talvolta anche impunturata con fili di seta in tinta contrastante e impreziosita da grandi coccarde
di nastro variopinto. Piuttosto diffusi sono, nello stesso periodo, gli stivaletti in pelle o vernice forniti di
banda elastica ai lati, con curioso tacco medio alto molto sagomato e rientrante nella parte posteriore.
Tutti i tipi descritti hanno suola in cuoio liscio. Estremamente interessante è poi la gamma degli scarpon-
333. N.B. Tiole, Paysans du village de Belvì, 1819-24, cini e stivaletti allacciati (iscarponèddos, bòttes, bottìnos), in pelle scamosciata di colore naturale o in
acquerello su carta. pelle liscia o martellata di colore nero, tutti caratterizzati dalla suola di cuoio imbullettata. La forma è
334. Anonimo, Donne d’Ozieri, inizio sec. XIX, acquerello su carta, spesso molto sfilata con punta rialzata verso l’alto, il tacco è medio, molto sagomato e rientrante. Le bullet-
Collezione Luzzietti, Cagliari, Biblioteca Universitaria.
te metalliche hanno ampia capocchia scanalata a raggiera con convessità più o meno accentuata e sono
335. N.B. Tiole, Femme du village de Desulo, 1819-24,
acquerello su carta. battute con molta precisione seguendo la linea della suola. Manufatti realizzati da artigiani locali specia-
336. Calze, mìzas, Sorgono, primo decennio sec. XX
lizzati, dopo il 1920 questi tipi di calzatura su misura iniziano ad essere soppiantati
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari. dai modelli pronti, preferiti soprattutto per completare gli insiemi da sposa e di
gala mentre resistono ancora, specie nelle aree montane, calzature più ro-
337. Calze, calzìttas, Quartu S. Elena, primo decennio sec. XX buste, soprattutto scarponcini o stivaletti allacciati e
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari. abbottonati, in qualche caso anche chiodati,
338. Scarpa, iscarpìna, Osilo, inizio sec. XX da indossare quotidianamente.
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
339. Stivaletto, buttìnu, Quartu S. Elena, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
340. Zoccolo, zócculu, càppu, Iglesias, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
341. Scarpa, iscarpìtta, Iglesias, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
342. Stivaletto, buttìnu, Sorgono, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari. 338

343. Scarpa, crapìtta, Sinnai, inizio sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
344. Scarpa, iscàrpa, Mamoiada, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
345. Scarpa, crapìtta, Pula, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
346. Scarpa, crapìtta, Sinnai, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
347. Scarpa, is’àrpa, Oliena, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
336 337

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348 349
ACCESSORI DELL’ABBIGLIAMENTO

U na parte dei manufatti compresi nella gioielle-


ria tradizionale è costituita da accessori del-
l’abbigliamento che hanno acquisito, nel tempo, una
grande valenza simbolica e ornamentale.
Si escludono da questa trattazione, volutamente
semplificata, tutti gli ornamenti della persona senza
alcuna finalità pratica legata all’abito.71 I bottoni
gemelli (buttònes) in lamina e filigrana d’argento o
d’oro, da usare con le camicie, sono diffusi in tutta
l’isola come anche quelli, dotati di catenelle o bar-
rette di sospensione (buttònes, buttonèras), utilizza-
ti per chiudere l’apertura delle maniche di giubbetti
e boleri. Bottoni analoghi chiudono e ornano la par-
te anteriore di particolari tipi di giubbetto in uso tra
la fine del XVIII e i primi decenni del XIX secolo, dei
quali si hanno poche attestazioni iconografiche e ra-
rissimi reperti.72 co. Spille e spilloni sono piuttosto comuni nel vestia-
353
Ganci, fermagli e catene, in lamina e filigrana d’ar- rio tradizionale dopo la fine dell’Ottocento; in prece- 352

gento (gancèras, cancèras, càncios de frénu) con in- denza il loro uso è abbastanza limitato se si conside-
serimento di pietre e vetri policromi, sono poi utiliz- ra la sola funzione di accessorio e si esclude quella d’oro, vengono appuntati sulle bende più a scopo de- mato. Simili a questi ultimi sono i fazzoletti
zati per chiudere la parte anteriore di giubbetti e ornamentale. Gli spilloni e le spille usati per appun- corativo che funzionale. Dopo la seconda metà del- da mano realizzati con finissime tele di lino
giacchini o per allacciare copricapo e grembiuli. Ti- tare altri tipi di copricapo sul fazzoletto o la cuffia, l’Ottocento si diffonde anche la grande spilla d’oro a o cotone che vengono decorati e cifrati con
pologicamente affini ai precedenti, ma molto più ra- quali le bende e gli scialli, sono poco documentati fiore utilizzata per fissare scialli e veli. Le spille da ca- le tecniche del ricamo in bianco, già descrit-
ri, sono i portachiavi con più serie di catenelle com- dall’iconografia più antica, evidentemente così poco micia, funzionali e non semplicemente ornamentali, te per le camicie; altri esemplari di fazzoletti
plete di piccolo gancio fissati alla cintura mediante significativi da passare inosservati. In alcuni centri sono assai rare e di evidente gusto Liberty. A Carlofor- da mano sono in tela stampata a vivaci co-
l’apposita linguetta e lasciati ricadere lungo un fian- dell’interno la benda viene fissata da spilloni d’oro o te lo scialletto da spalla viene appuntato sul petto con lori e recano spesso le cifre trapuntate su
co. Sono evidentemente riservati alle ricche padrone d’argento con capocchia a forma di martello o con una spilla impreziosita da corallo. un angolo. In entrambi i casi si tengono
di casa che, anche con il possesso delle chiavi, osten- semplici spille d’oro a barretta; in altri luoghi, dopo il Accessori dell’abbigliamento poco rappresentati ma vezzosamente in mano per un angolo la-
tano la loro posizione di potere nell’ambito domesti- 1920, nuovi tipi di spilla, quelli a losanga in lamina assai usati, sono le tasche staccate (buzzàccas, bu- sciandoli ricadere aperti per mostrarne la
sciàccas, bucciàccas) da indossare sotto le gonne, in bellezza; il loro uso è testimoniato in tutta
corrispondenza delle apposite aperture, o sotto il l’isola tra l’Ottocento e il Novecento e evi-
grembiule, fissate in vita con un laccio. Sono diffuse dentemente costituiscono un raffinato ac-
in tutta l’isola ed hanno forma rettangolare o trape- cessorio, nella funzione, simile al venta-
zoidale, dotate di una fessura longitudinale suffi- glio, oggetto meno comune dei fazzoletti
cientemente ampia per introdurre agevolmente la da mano ma anch’esso presente nell’ico-
mano. Gli esemplari più comuni sono confezionati nografia d’epoca.73
in pesante tessuto di cotone nelle più diverse fantasie;
quelli da abbinare a indumenti festivi sono realizzati
con tessuti più pregiati e talvolta presentano ricami e
bordure in passamaneria. Poco comuni sono invece i
borsellini di tessuto ricamato chiaramente ispirati ai 348. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Ragazza di Turri, 1878,
litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”,
modelli in voga tra la fine dell’Ottocento e i primi del in Il Buonumore, Cagliari 1878; Cagliari, coll. Piloni.
Novecento e quelli in pelle. Le borsette, esclusivamente 349. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume di San Vito, 1878,
del tipo a busta, sono usate assai raramente, specie litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”,
nelle piccole città, e compaiono negli insiemi tradi- in Il Buonumore, Cagliari 1878; Cagliari, coll. Piloni.

zionali di gala indossati dalle ricche signore dopo il 350-351. Fazzoletti, muncadòres, Sinnai, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
1920. I fazzoletti da naso d’uso comune sono piutto-
352. Tasca, busciàcca, Settimo S. Pietro, prima metà sec. XX
350
sto rari e si trovano in congruo numero soltanto nei Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
351
ricchi corredi, mentre si conservano più numerosi 353. Tasca, busciàcca, Sinnai, inizio sec. XX
quelli d’uso festivo, in sottile tela di lino o cotone rica- Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

226 227
L’abbigliamento
maschile

354
COPRICAPO E ACCONCIATURE Cuffie dossata sotto il cappello a tesa specie negli insiemi festi-
Le cuffie a sacco (còffia, iscòffia, toccàu), diffuse in tutta vi. Per un uso giornaliero, o sotto il fazzoletto, è anche
l’isola, sono formate da un rettangolo di tessuto o ma- documentata la variante in tessuto.78 È una foggia evi-
A ndare a capo coperto non è prerogativa soltanto femminile. Tutta l’iconografia conferma la consue-
tudine degli uomini sardi di coprirsi accuratamente la testa, anche con più copricapo sovrapposti e,
ancora nel 1932, Elio Vittorini può osservare, nel corso di una visita a Nuoro, che «certi uomini, con que-
glia chiuso sul lato lungo ed arricciato ad una estremità
sulla quale viene talvolta appuntato un fiocco o una
dentemente in gran voga tra la fine del Settecento e la
prima metà dell’Ottocento, vista la frequenza nell’icono-
nappina. Il lato che rimane aperto, bordato con un na- grafia dell’epoca. Dopo la seconda metà dell’Ottocento
gli occhi da lupo e quella barba, si sono avvolta una sciarpa intorno al capo prima di calzare la berretta
stro sottile di tessuto di seta o cotone, viene calzato al- appare sempre meno documentata in favore della ber-
fenicia. Come avessero il mal di denti. O come sentissero uno strano bisogno di tenere la testa al caldo, l’altezza della fronte e il nastrino legato sulla sommità retta a sacco. Le cuffie modellate, simili nel taglio a
chiusa ed oscura, in una fisica intimità».74 Lo studio comparato dell’iconografia, delle fonti e dei materia- del capo a formare un piccolo fiocco. Le cuffie sono in quelle femminili e infantili, sono riservate ad un uso
li d’epoca, esaminati in un arco di tempo che va dalla seconda metà del Settecento alla prima metà del genere confezionate lavorando ai ferri o a uncinetto fila- giornaliero in un ambito prettamente familiare e per
Novecento, insieme ai dati preziosi derivati dalle fonti orali, mostra una straordinaria varietà di tipi di ti di lana, lino o cotone; l’effetto è di fatto quello di una questa ragione sono per lo più riservate ad ammalati e
copricapo, un succedersi di vere e proprie mode che vedono l’alterna utilizzazione dei modelli che di se- reticella più o meno ampia (nero, verde e azzurro sem- anziani, anche nella variante da notte.79
guito si descrivono, usati in occasioni festive e giornaliere, con le normali differenze di maggior pregio brano essere i colori più usati) che raccoglie la capiglia-
per quelle festive. Dopo la seconda metà dell’Ottocento la condizione di lutto vedovile impone anche per tura. Questo tipo di cuffia pare essere generalmente in- Berrette a sacco
gli uomini il colore nero negli abiti e dunque anche nei copricapo; diversamente da quanto avviene per le Quando si parla di questi copricapo il pensiero va a
donne non è dato di conoscere quali varianti cromatiche siano previste per la condizione di mezzo lutto e quello sardo per antonomasia, la berretta a sacco (ber-
lutto leggero, probabilmente simili a quelle cupe e sobrie indossate anche dagli anziani. rìtta, barrìtta), sopravvissuta a lungo anche in insiemi
Le acconciature dei capelli descritte dalle fonti iconografiche per il primo Ottocento trovano conferma nelle tradizionali per il resto fortemente contaminati dalla mo-
da ottocentesca. Diffuso in tutta l’isola e comune a tutta
fonti orali che testimoniano attardamenti di fogge e fedeltà alle acconciature tradizionali protratte fino alla
l’area mediterranea, viene genericamente descritto di
fine dell’Ottocento. Dopo questa data, con una progressione sempre più rapida, si passa al taglio di capelli
forma allungata, lungo circa cm 50, confezionato in or-
medio o corto che i copricapo finiscono per nascondere completamente. I capelli lunghi possono essere la- bace, panno o maglia di lana nei colori nero, rosso o
sciati sciolti sulle spalle con una o più treccine ai lati delle tempie come è esemplificato magnificamente dal- marrone, raramente di altri colori. La diffusione in una
la figura n. 7 della tavola III, Vestimenti Sardi in Serie, disegnata da Cominotti per La Marmora.75 Fonti ora- così vasta area e la durata di tale modello presuppongo-
li riferiscono che questa acconciatura è ancora usata a Nuoro alla fine dell’Ottocento da un vecchio no la presenza di importanti centri di produzione dislo-
possidente che usava rifarsi ogni mattina due trecce ai lati delle tempie. L’intera massa dei capelli può anche cati in ambiti nazionali diversi, seguendo anche l’alter-
essere raccolta in una o due trecce: «Gli uomini di Quartu intrecciano i lunghi i capelli in due code, cui narsi delle spartizioni territoriali che, nei vari periodi
escono all’estremità due nastri di seta nera che s’annodano insieme; e questi con tutta la treccia raccolgono storici, avvantaggiano ora l’uno ora l’altro centro produt-
a sommo del capo sotto la berretta. Quelli di Pirri invece fanno le due trecce per egual modo, ma invece di tivo. In Sardegna si ha segnalazione di manifatture locali
coprirle le aggirano sopra il berretto, cingendolo a guisa di guernimento, e se le annodano sulla fronte».76 soltanto a partire dal XIX secolo, ma non è escluso che
La treccia unica, avvolta a spirale intorno al copricapo, è raffigurata nella gran parte delle immagini risa- un qualche tipo di produzione, anche su scala ridotta,
lenti ai primi decenni dell’Ottocento e si direbbe diffusa uniformemente da Nord a Sud.77 I capelli lunghi fosse già presente in precedenza.80
L’iconografia del primo Ottocento testimonia la diffusio-
raccolti a treccia o a coda possono infine essere nascosti dentro vari tipi di cuffie che di seguito si descrivono.
ne, in tutta l’isola, di berrette in diversi colori soprattutto
nelle aree più esposte ai commerci e all’influenza citta-
356 357
dina, mentre il nero gode maggior favore nel Nuorese e
nelle Barbagie. Nella seconda metà dell’Ottocento le
berrette di colore rosso divengono più rare e tale ten-
denza continua fino ai momenti finali della sua utilizza-
zione, nella prima metà del Novecento, con la sola ec-
cezione dell’area campidanese.81 Data la mancanza di
reperti del primo Ottocento non si può dire se questi ca-
pi siano confezionati come quelli più tardi. La berretta
“classica” di fine Ottocento è infatti a forma di tubo, lun-
ga circa cm 120, chiusa alle estremità stondate; essa viene

354. Abito maschile festivo e di gala, Samugheo, 1930


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
355. Giuseppe Cominotti, Un jour de fête aux environs
de Quartu, 1825, litografia a colori, in Atlas de Voyage en Sardaigne
par De Lamarmora.
356. Alessio Pittaluga, Marchand d’oranges de Millis (venditore
d’aranci di Millis), 1828 ca., litografia a colori, Cagliari, coll. Piloni.
357. Anonimo, Uomo di Iglesias, inizio sec. XIX, acquerello
su carta, Collezione Luzzietti, Cagliari, Biblioteca Universitaria.
358. Anonimo, Uomini campidanesi, inizio sec. XIX, acquerello
355 358 su carta, Collezione Luzzietti, Cagliari, Biblioteca Universitaria.

230 231
359 360 361 364 365 366 367

indossata infilandone una metà dentro l’altra, ottenendo


così un “sacco” lungo circa cm 60, il cui diametro varia
in relazione alla circonferenza del cranio. Tra i numerosi
esemplari esaminati nessuno è risultato essere fatto di or-
bace ed eccezionale è anche l’utilizzo del panno di lana.
La maggior parte delle berrette, quale che sia il colore,
sono realizzate in filato di lana lavorato meccanicamen-
te a maglia tubolare; il “tessuto” viene poi chiuso alle
estremità, infeltrito in bagni di acqua calda e infine fol-
lato e/o cardato sulla superficie esterna, così trattato so-
miglia effettivamente ad un panno di lana morbido, il
359. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume maschile di Fonni, 1878,
litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”, in Il Buonumore, che può aver generato qualche confusione. La maglia
Cagliari 1878. di lana e il fatto che la circonferenza attorno al capo
362 360. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume di Desulo, 1878, non presenti cuciture né piegature rendono l’indumen-
litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”, to particolarmente confortevole ed adattabile, così da
in Il Buonumore, Cagliari 1878.
ipotizzarne una produzione su larga scala in due o tre
361. Costumes de Tresnuraghes, 1850-63, litografia a colori misure in grado di soddisfare tutte le richieste. Ad un
dal Journal Amusant, Parigi; Cagliari, coll. Piloni.
esame attento, i pochi capi d’epoca che non presentano
362. Berretta a sacco, berrìtta, Dorgali, primo decennio sec. XX il doppio tubolare risultano essere stati tagliati a metà
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
per eliminare la parte della circonferenza eventualmente
363. Berretta a sacco, berrìtta, Cagliari, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
logorata e poterne così continuare l’utilizzo, realizzando
un semplice orlo. Il modo di far ricadere la berretta sul-
364. Ovodda, 1903 ca., foto d’epoca.
la spalla o di disporla sul capo non è mai casuale ma
365. Sennori, 1903 ca., foto d’epoca. risponde a fogge tipiche delle varie località anche lega-
366. Oliena, fine sec. XIX-inizio XX, foto d’epoca. te all’esercizio di particolari mestieri. Gli studenti resi-
367. Gavoi, fine sec. XIX-inizio XX, foto d’epoca. denti a Cagliari la portano nera, rovesciata all’indietro.82
363

232 233
368 369 370 373 374 375

I rigattieri la indossano nera ripiegata in avanti o di la- Come quelle rosse anche le berrette nere sono portate troncoconica che troncocilindrica, quest’ultima spesso
to.83 Sopra la berretta può essere sovrapposto un fazzo- molto spesso ripiegate in tal modo che non è davvero confusa con una varietà di berretta a sacco. La variante
letto variopinto annodato sotto il mento. Fazzoletti co- possibile capire quale sia la vera lunghezza né delle rossa è usata in alternativa alla berretta a sacco ed è dif-
lorati possono anche cingere la circonferenza della une né delle altre.85 ficile trovare oggi una giustificazione per l’una o l’altra
berrìtta. La berretta rossa, particolarmente gradita alla Forse una variante di queste berrette è quella a punta scelta. A Cagliari i rigattieri e i conducenti di carri le
categoria dei macellai cagliaritani, si porta spesso ripie- guarnita di nappina, descritta nella Collezione Luzzietti usano entrambe, e così pure i pescatori, anche se tutto
gata in due o più cerchi concentrici sulla sommità del alla tav. 47, Tempiesi, accompagnata dalla consueta ac- l’insieme degli indumenti fa propendere per una condi-
capo oppure adattata con un’alta piega esterna attorno conciatura a treccia rialzata. Alla fine della seconda metà zione più agiata di quanti indossano il fez.86 La variante
alla quale viene avvolta la treccia di capelli, in tal caso dell’Ottocento le fogge schiacciate sembrano dimentica- in nero, in panno o orbace, è sopravvissuta nell’abbi-
viene detta a cécciu.84 te mentre rimangono in vigore quelle ripiegate in avanti gliamento di Sanluri, ma non è escluso che anche in
e poi indietro, oppure ricadenti su un lato o all’indietro. questo caso le berrette più antiche fossero analoghe a
In questo periodo, come già detto, la lunghezza è mag- quella descritta e che l’alto costo o una qualche interru-
giore che negli anni precedenti e il colore nero rimane zione del commercio abbia indotto alla sua riproduzio-
368. Anonimo, Macellari di Cagliari, inizio sec. XIX,
acquerello su carta, Collezione Luzzietti, Cagliari, in vigore fino alla scomparsa di tale copricapo che con- ne in panno o orbace.
Biblioteca Universitaria. tinuerà a lungo ad essere indossato anche in insiemi ve- I berretti a tamburello, cioè di forma troncocilindrica
369. N.B. Tiole, Paysan de la ville de Sassari, 1819, stimentari tradizionali, sostanzialmente modificati, ad bassa, sono conosciuti con il nome di ciccìa, zizzìa,
acquerello su cartoncino, Cagliari, coll. Piloni. esempio, dall’introduzione dei pantaloni a tubo. giggìa.87 Di fatto nelle collezioni pubbliche e private so-
370. Luciano Baldassarre, Pescatore di Cagliari, 1841 (in campo no presenti solo le varianti infantili di fine Ottocento che
firma: Pedrone), litografia a colori da Cenni sulla Sardegna, Fez e berretti a tamburello saranno descritte nell’apposita sezione. La ricerca sul
Torino 1841; Cagliari, coll. Piloni.
Entrambi sono copricapo rigidi, i primi ben raffigurati campo ha finora accertato la diffusione dello stesso co-
371. Sennori, inizio sec. XX, foto d’epoca. almeno nell’iconografia del primo Ottocento, i secondi pricapo per adulti nel Nuorese, nelle Barbagie, nelle Ba-
372. Sassari, 1898 ca., foto d’epoca. poco o nulla presenti probabilmente perché usati, in ronie, in Sarcidano e Trexenta. Ovunque viene descritto
373. Luciano Baldassarre, Beccajo di Cagliari, 1841 quel periodo, solo in ambito domestico. Il fez classico è come elemento comune ad uomini di varia condizione
(in campo firma: Pedrone), litografia a colori da Cenni sulla Sardegna, un copricapo rigido, piuttosto alto, di forma troncoconi- sociale, da utilizzare esclusivamente in ambito confiden-
Torino 1841; Cagliari, coll. Piloni.
ca che nell’isola viene chiamato berrètta, o berriuòla; di ziale e domestico, dunque in tutte quelle situazioni per
374. Luciano Baldassarre, Costume d’Iglesias, 1841
(in campo firma: Pedrone), litografia a colori da Cenni sulla Sardegna,
chiara influenza nordafricana o levantina, è diffuso in le quali non è prescritto l’uso della berrìtta. Il copricapo
Torino 1841; Cagliari, coll. Piloni. tutto il Mediterraneo. Nella Sardegna meridionale, area è realizzato in panno di lana, fustagno, velluto ed altri ti-
375. Boucher de Cagliari, 1850-63, litografia a colori dal Journal di vasta diffusione, si predilige la variante in lana rossa, pi di tessuti di cotone, sempre di colore scuro, trapuntati
Amusant, Parigi; Cagliari, coll. Piloni. ma è attestata anche quella di colore nero, sia di forma lungo la circonferenza per ottenere il profilo rigido della
371 372

234 235
sagoma a tamburello. Le informazioni raccolte fanno ri-
ferimento ad un periodo non anteriore agli ultimi de-
cenni dell’Ottocento, ma non si può escludere che tale
copricapo fosse diffuso anche in precedenza e che, nel-
l’iconografia, sia stato convenzionalmente descritto co-
me un fez o confuso con una berretta schiacciata.88
Come la berretta a sacco e il fez, infatti, anche il copri-
capo a tamburello è diffuso in tutta l’area mediterranea;
in Tunisia, dove vengono detti shishia, se ne produco-
no ancora esemplari soprattutto di colore rosso e nero
destinati al mercato nordafricano, realizzati in filato di
lana di colore naturale, lavorato a maglia. Dopo la tin-
tura, i manufatti vengono infeltriti e, a differenza delle
berrette, battuti su sagome di legno per ottenere la for-
ma desiderata e infine cardati a mano per raggiungere
la classica finitura esterna che rende la loro superficie
simile al panno.89
380 381
Fazzoletti
Diffuso soprattutto nel Cagliaritano e nell’Iglesiente, il
fazzoletto maschile può essere definito un copricapo ac-
cessorio della berrètta, sulla quale viene indossato pie-
gato a triangolo e poi annodato sotto il mento,90 o av-
volto attorno al capo lungo il bordo della stessa berretta.
Gli esemplari esaminati, di datazione non anteriore alla
fine dell’Ottocento, rientrano in questo secondo utilizzo.
376 I fazzoletti maschili non differiscono affatto da quelli
femminili dei quali mantengono anche la denominazio-
ne. In entrambi i casi la forma è quadrata, da ripiegare
lungo la diagonale, in tessuto di cotone o lana stampato
in vivaci fantasie a minuti disegni geometrici spesso in-
scritti in una o più cornici. Piegandolo più volte (muc-
cadòri a s’antòcca) lo si può avvolgere attorno alla ber-
retta come fosse un nastro, annodando le cocche sulla
fronte o dietro la nuca.91

Sombreri e cappelli a tesa


Il sombrero, tipico copricapo spagnolo a tesa ampia, è
piuttosto diffuso in ambito popolare nella Sardegna me- 382 383

ridionale e nel Sassarese mentre sembra non sia mai pe-


netrato nell’area centrale dell’isola dove è conosciuto sol- 376. Anonimo, Carratore di Cagliari, inizio sec. XIX,
tanto negli insiemi vestimentari dei “signori”; ovunque è acquerello su carta, Collezione Luzzietti, Cagliari, Biblioteca
denominato sombréri. Il periodo di maggiore diffusione Universitaria.
sembra concludersi nella prima metà dell’Ottocento, per 377. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume di San Vito, 1878,
litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”,
il quale abbiamo numerose immagini e notizie. Il som- in Il Buonumore, Cagliari 1878.
brero, con o senza soggolo, viene calzato sopra una cuf-
378. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume giornaliero di Pauli-Pirri,
fia, in insiemi che denotano una condizione agiata o di 1878, litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”,
potere.92 È in feltro nero o di colore comunque scurissi- in Il Buonumore, Cagliari 1878.
mo, guarnito con nastri rossi o gialli intorno alla calotta 379. Villamassargia, fine sec. XIX-inizio XX, foto d’epoca.
e con cordoni ricadenti oltre la tesa, ornati di nappine.
380. Habitant de Campidane, 1850-63, litografia a colori
È tipico dei comandanti di alcuni gruppi di miliziani a dal Journal Amusant, Parigi; Cagliari, coll. Piloni.
cavallo, ed è anche il copricapo festivo e nuziale in tutta 381. Alessio Pittaluga, Petit Baron ou Garde Nationale de Sassari
l’area dell’Iglesiente. Il La Marmora scrive: «D’estate, gli (Baroncello, ossia Guardia Civica di Sassari), 1828 ca.,
abitanti della Sardegna meridionale, mettono sul berretto litografia a colori, Cagliari, coll. Piloni.
un cappello di tela cerata, di cuoio, o anche di feltro; è 382. N.B. Tiole, Paysan de Cabras, 1819-24, acquerello su carta.
un cappello basso a larghe falde che dà a quelli che lo 383. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Proprietario di Milis, 1878, litografia
portano un aspetto singolarissimo».93 L’Angius descrive a colori, in “Galleria di costumi sardi”, in Il Buonumore, Cagliari 1878.
377 378 379

236 237
386

CAMICIE

Al pari di quella femminile anche la camicia maschile è


nata come indumento intimo, trasformandosi poi in in-
dumento esterno chiamato con l’antico termine ghentò-
ne, bentòne o ’entòne oppure con quello più moderno
camìsa, cammìsa ed altre varianti simili. I capi destinati
all’uso giornaliero sono realizzati con tele piuttosto resi-
stenti di cotone, di produzione industriale, o di lino tes-
suto in casa; per i capi festivi e di gala sono impiegate
invece tele di maggior pregio. Per l’uso giornaliero gli
ornati sono molto semplici mentre per quello festivo
sono presenti ricami ricercati e preziosi sempre più ap-
pariscenti a partire dai primi anni del Novecento; in tut-
ti i casi l’ornamentazione riguarda il collo, i polsi e le
parti di tessuto arricciate in corrispondenza dell’attacca-
tura della spalla.98 I capi esaminati sono per lo più festi-
vi, più rari quelli d’uso giornaliero, ma la differente uti-
lizzazione non comporta alcuna variante di modello,
solo, come si è detto, un diverso pregio del tessuto e
dell’ornamentazione. La semplicità della struttura di
questi indumenti li rende facilmente adattabili a diverse
corporature, le dimensioni sono pertanto piuttosto
uniformi; l’ampiezza e la lunghezza delle maniche va-
riano in relazione all’uso dei capi che si sovrappongo-
384
no direttamente alla camicia. Esistono essenzialmente
due tipi di camicia maschile, uno più arcaico, l’altro più
un cappello di foggia simile realizzato in paglia intreccia- evoluto, entrambi molto semplici dal punto di vista sar-
ta usato dai contadini di Samassi.94 Del cappello a tesa in toriale perché costituiti dall’unione di parti di tessuto di
cuoio, detto montèra, non è rimasto alcun esemplare; le forma rettangolare, proporzionati alla taglia del commit-
fonti informano della sua esistenza, ma senza darne de- tente, uniti a formare busto e maniche; a questi si ag-
scrizioni più precise.95 Nella seconda metà dell’Ottocento giungono i polsi, il colletto ed eventuali pettorine che
inizia la decadenza che si accompagna alla generale tra- sono preparati a parte e poi applicati successivamente.
sformazione del vestiario maschile così che, nella prima La camicia che mostra caratteri di maggiore arcaicità
metà del Novecento il cappello è ancora usato a Teulada ha grande ampiezza ed ha completa apertura lon-
(cappéddu), con tesa di minori dimensioni e varianti an- gitudinale anteriore. Il colletto e i polsi sono
che di colore chiaro, e, raramente, nel Cagliaritano. Nel bassi, diritti, con occhielli trasversali che con-
Sassarese sopravvive negli insiemi cerimoniali indossati sentono l’inserimento dei bottoni gemelli
dai gremi96 e in quelli tradizionali con pantaloni a tubo.97 d’argento, d’oro o di filo. I ricami a moti-
vi geometrici sulla tela arricciata e sul
Berrette da notte colletto sono realizzati con filati in
Usate soprattutto in ambienti agiati non differiscono dal- bianco o a colori. Questo modello
le cuffie e dai camauri già descritti se non per l’uso di di tipo arcaico è ancora diffuso nei
tessuti modesti di cotone. Così come per le cuffie da primi decenni del Novecento in
notte femminili il loro scarso valore economico ne ha
determinato la totale dispersione; a tutt’oggi, infatti, nes-
sun reperto d’epoca è stato da noi rinvenuto.

386-387. Camicia festiva, camìsa,


Pula, inizio sec. XX
384. Teulada, anni Venti, foto d’epoca.
Nuoro, Museo della Vita e delle
385. Teulada, anni Cinquanta, foto d’epoca. 385 Tradizioni Popolari Sarde.
387

238
388 390

388. Camicia festiva, camìsa, Atzara, prima metà sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
389-390. Camicia, camìsa, Orosei, inizio sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
391. Camicia festiva, camìsa, Samugheo, 1930
389 Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. 391

240 241
buona parte della Sardegna centrale ed è straordinaria- di insiemi festivi o propri della classe agiata residente
mente simile agli esemplari in uso in Italia tra la secon- nel Cagliaritano e nel Sassarese. Tra la fine dell’Ottocen-
CORPETTI E GILET
da metà del XV e la prima metà del XVI secolo, sia per to e il primo dopoguerra, nei centri in cui si utilizza an-
la struttura sia per i ricami a colori o in bianco, realiz- cora l’insieme tradizionale, le camicie, come gli altri ca-
zati in corrispondenza del collo e dei polsi.99
La camicia più moderna è influenzata dai modelli otto-
centeschi e presenta apertura anteriore completa o par-
pi, vengono arricchite di ricami e guarnite di pizzi ad
uncinetto del tutto sconosciuti per tutto l’Ottocento,
vengono inoltre notevolmente dilatate le parti sulle qua-
I due termini distinguono i gruppi che rac-
colgono le più importanti tipologie di indu-
menti smanicati dell’abbigliamento maschile.
ziale e dimensioni più contenute pur mantenendo nella li il ricamo può essere applicato, cioè il collo, i polsi e Corpetti e gilet sono presenti negli insiemi ve-
sostanza la struttura descritta. La parte anteriore può in qualche caso le pettorine. stimentari di tutta l’isola e vengono indossati
presentare una pettorina allungata, completamente rica- direttamente sulla camicia, sovrapponendo
mata negli esemplari festivi, o nervature verticali paral- ad essi giacche, giacconi o cappotti corti. Le
lele ai lati dell’abbottonatura, che in questo caso è del cuciture e le rifiniture sono realizzate più fre-
tipo moderno, con bottoncini in madreperla e occhielli. 392. N.B. Tiole, Tempiese, 1819, acquerello su cartoncino,
Cagliari, coll. Piloni. quentemente a mano che a macchina. Per le
I colletti diritti sono in genere piuttosto alti. Vengono
393. Anonimo, Majoli, inizio sec. XIX, acquerello su carta, occasioni di lutto, e comunque per le persone
spesso montati anche colletti ripiegati a punte diritte o Collezione Luzzietti, Cagliari, Biblioteca Universitaria.
arrotondate. La varietà delle rifiniture è assai notevole, anziane e le attività lavorative, i tessuti sono
specie negli esemplari festivi che sono, di consueto,
394. Anonimo, Isolano di Carloforte, inizio sec. XIX, di colore e qualità più modesti.
acquerello su carta, Collezione Luzzietti, Cagliari, Biblioteca
quelli più conservati. L’iconografia del primo Ottocento Universitaria.
mostra camicie maschili con colli così alti da essere 395. Corpetto festivo, còsso, Samugheo, 1930 Corpetti
chiusi da due coppie di bottoni gemelli, specie nel caso Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
Nel gruppo dei corpetti (còsso, cossètte, corpètte,
groppètte, corìttu, ’oroppàdu, solopàu, soropàtu,
zustìllu) vengono compresi i capi ad ab-
bottonatura anteriore a petto semplice
o doppio, privi di colletti o ri-
svolti, che mostrano uno sti-
le “tradizionale” molto

FAZZOLETTI DA COLLO

D el tutto identici a quelli da testa sono i fazzoletti da collo, che vengono indossati soprattut-
to in area campidanese dove rimangono comunque relegati ad un ruolo accessorio di se-
condo piano.100 I numerosi esempi riportati dalle fonti iconografiche testimoniano d’altra parte
un’ampia diffusione di questi elementi già dall’inizio dell’Ottocento.

395

392 393 394

242
397

398

396. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume di Tertenia, 1878,


litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”,
in Il Buonumore, Cagliari 1878.
397. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Benestante di Ozieri, 1878,
litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”,
in Il Buonumore, Cagliari 1878.
398. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume di Bitti, 1878,
litografia a colori, in “Galleria di costumi sardi”,
in Il Buonumore, Cagliari 1878.
399. Corpetto festivo, còsso, Atzara, prima metà sec. XX
396 Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. 399

244
esclusivamente ornamentale. Per il lutto vedovile tutti i
tessuti e i filati impiegati per la confezione sono di colo-
re nero. I corpetti confezionati in panno sono in genere
sfoderati, quelli in velluto sono foderati con pesanti tele
di cotone o di lino sia color crudo sia in colori fantasia.
Talvolta la parte inferiore dell’indumento, che deve es-
sere indossata dentro i calzoni a gonnellino, e quella
posteriore, nascosta dal capospalla, sono realizzate con
tessuti fantasia, rigati o a quadri, anche a colori vivaci.
Le rifiniture sono sempre realizzate con grande cura,
specie nell’applicazione dei nastri di seta usati per le
bordure sottolineate frequentemente da linee di ricamo.
Raramente i corpetti sono capi utilizzabili a doppio dirit-
to dato che sono per lo più destinati ad essere indossati
sotto altri capispalla. Riguardo al fatto che il corpetto de-
ve essere indossato preferibilmente sotto altri indumenti
quali giacche, cappotti ecc., si osserva che il nome solo-
pattu, soropattu e soropau, usato a Bitti, Orune, Lula,
Orgosolo, sembra derivare dallo spagnolo solopado che
significa nascosto.101

400

preciso, sia per la foggia, che può derivare da modelli


cinquecenteschi, che per le ornamentazioni del tutto coe-
renti con lo stile vestimentario proprio della località di
appartenenza, riconoscibile anche nell’abbigliamento
femminile e infantile. Il tessuto più usato per la loro
confezione è il panno di lana in varie tonalità di
rosso e di azzurro; il velluto, in tinte piuttosto
scure, viene usato sia da solo sia in combinazio-
ne con il panno, creando particolari effetti cro-
matici. In molti esemplari festivi, specie del pri-
mo Novecento, si osservano estese applicazioni
di velluto operato a motivi floreali in due o tre
tonalità di colore. La parte anteriore presenta in
qualche caso asole ricamate con fili di seta a viva-
ci colori, in coppia con altrettanti occhielli rotondi
attraverso i quali vengono sospesi i bottoni in fili-
grana o lamina d’argento, a scopo funzionale o

400. Corpetto festivo, imbùstu, Dorgali, fine sec. XIX


Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
401. Gilet, corpéttu, Pula, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
402. Gilet, corpéttu, Sinnai, primo decennio sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

246 401
402
403. Gilet giornaliero, grompètte, Orgosolo,
seconda metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
404. Gilet festivo, farséttu, Cagliari, seconda
metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.

404

Gilet
Il gruppo dei gilet comprende i modelli derivati da al colore del tessuto di fondo. Su capi con abbottonatu-
quelli in voga nella moda maschile a partire dal secolo ra centrale il ricamo viene realizzato simmetricamente
XVIII, abbottonati a petto semplice o doppio, con ri- sulle due parti anteriori e sui risvolti bassi e arrotondati.
svolti. Essi mantengono quasi tutti le denominazioni I bottoni sono rivestiti in tessuto o sono realizzati in la-
usate per i corpetti, probabile testimonianza del fatto mina e filigrana d’argento; frequente è anche l’utilizza-
che possono avere sostituito modelli più antichi conser- zione di monete antiche opportunamente dotate di ap-
vandone comunque il nome. I tessuti impiegati sono i piccagnolo ad anella o a catenella. La parte posteriore
più disparati: velluti di cotone o seta sia in tinta unita dei gilet è quasi sempre realizzata con tessuti di tipolo-
che operati a motivi floreali, lampassi broccati a motivi gia e colore diverso rispetto alla parte anteriore; per ot-
floreali policromi, damaschi rigati o a motivi floreali, tenere una maggiore aderenza può anche essere appli-
pekin, taffettà operati, e tutta la gamma dei tessuti di co- cata una piccola martingala regolabile in corrispondenza
tone sia monocromi che fantasia da usare in combina- del punto vita. I gilet di questo tipo possono anche es-
zione con insiemi giornalieri e festivi.102 Alcuni gilet fe- sere confezionati con pesante panno o orbace di lana di
stivi sono ricamati secondo il gusto della prima metà colore nero e mostrano un taglio del tutto uguale ai mo-
dell’Ottocento con fili di seta in tonalità sobrie abbinate delli “continentali”.
403

249
Giubbetti hanno struttura geometrica e presentano maniche lunghe
Per un lungo arco di tempo, tra l’Ottocento e i primi anni aperte dall’ascella all’avambraccio o con spacchi più pic-
GIUBBETTI E GIACCHETTE del Novecento, tutta l’iconografia mostra un gusto cro- coli dai quali fuoriescono comunque le maniche delle
matico comune che caratterizza i giubbetti maschili del- camicie. In altri casi le maniche sono chiuse, ma il taglio
l’isola. La gamma dei rossi e dei blu del panno, dell’or- è sempre di tipo arcaico senza sagomature allo scalfo.
I capispalla maschili, al contrario di quelli femminili, presentano modelli dalle più disparate
lunghezze e tipologie. I giubbetti e le giacchette, di seguito descritti, sono indumenti struttura-
ti, di linea geometrica o sagomata, la cui lunghezza non oltrepassa la linea dei fianchi. Per il pe-
bace e del velluto viene proposta in una miriade di
varianti che distingue, come una divisa, località di prove-
La lunghezza arriva, di norma, alla vita; alcuni modelli
vengono indossati ben chiusi, anche a doppio petto, in-
nienza o attività professionali. Il colore nero è quello filati dentro i calzoni a gonnellino, altri vengono lasciati
riodo compreso tra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo le fonti iconografiche e proprio del lutto vedovile. Come i giubbetti femminili, ricadere sopra quest’ultimo indumento, con le falde par-
le informazioni raccolte sul campo concordano nell’assegnare a questo tipo di indumento una anche gli omonimi maschili sembrano derivare da fogge zialmente aperte, anche se le parti anteriori sono tagliate
funzione intermedia tra l’uso domestico e quello esterno. Solo in ambito familiare e nel corso di del Cinquecento e del Seicento. I giubbetti più arcaici per poter essere chiuse all’occorrenza.
attività lavorative, vengono indossati da soli; al di là di queste occasioni, quanti possono permet-
terselo sovrappongono a giubbetti e giacchette altri tipi di capispalla
di diversa lunghezza, con o senza maniche.

405. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Contadino


di Nuoro, 1878, litografia a colori, in “Galleria
di costumi sardi”, in Il Buonumore, Cagliari 1878.
406. Dalsani (Giorgio Ansaldi), Costume di Oliena,
1878, litografia a colori, in “Galleria di costumi
sardi”, in Il Buonumore, Cagliari 1878.
407. Oliena, inizio sec. XX, foto d’epoca.
408. Giubbetto giornaliero, zippòne,
Tonara, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.

405 406 407

250
408
Questo modo di indossare il giubbetto, più adatto ad zioni anteriori alla fine dell’Ottocento, sono confezionati
un uso domestico e quotidiano, almeno nel primo Otto- in panno rosso, il cui uso, assai comune anche in periodi
cento, diventa comune anche nell’uso festivo e di gala precedenti, diviene generalizzato, sostituendo prima ne-
in molti paesi della Sardegna centrale dove l’abito tradi- gli esemplari festivi e poi anche in quelli giornalieri l’or-
zionale continua ad essere indossato fino ai primi de- bace rosso (Fonni, Tonara). Allo stesso tempo gli esem-
cenni del Novecento. I giubbetti vengono indossati so- plari festivi si arricchiscono di ricami ed
pra la camicia, raramente sopra un corpetto o un gilet e applicazioni estesi a larghe parti del-
di norma viene sovrapposto ad essi almeno un altro ca- l’indumento, bordato con
pospalla con o senza maniche, in molti casi anche altri
due o tre, come ampiamente documentato dall’iconogra-
fia antica prima e dalle fonti fotografiche poi. Gran parte
dei capi esaminati, che non hanno data-

409-410. Giubbetto festivo, gippòne,


Oliena, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
409
410

252
411. Giubbetto festivo, corìttu, gippòni, Cagliari, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
412. Giubbetto e corpetto, zippòne tancàu e soropàu,
Orgosolo, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
413. Giubbetto, zippòne, nell’abito festivo, Nuoro, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
414. Giubbetto, zippòne a mànicas apèrtas, nell’abito festivo,
Orgosolo, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
411

412
413
256 414
nastri in seta in sostituzione del più modesto soutache di ghese. Sono confezionati in panno di lana rosso o vellu-
lana. In alcune località sui giubbetti sono presenti, an- to di cotone sui quali vengono applicati, a scopo orna-
che se in forma minore, i pattern decorativi propri di mentale, tessuti di grande pregio quali lampassi o velluti
quelli femminili; in altre realtà si pensa di accentuare la di seta. Il ricamo è piuttosto raro, sottolinea lo stacco tra
mascolinità degli abiti, privandoli di qualunque civetteria diversi tipi di tessuto e orna le maniche in corrispon-
femminile in favore di una ricercata sobrietà di colori e denza dei polsi, chiusi con alcuni bottoni in lamina d’ar-
forme. Ornamento tipico del giubbetto sono i bottoni gento, passanti attraverso asole ricamate. Le denomina-
posti in serie a chiudere la manica in corrispondenza zioni sono identiche per le due fogge: zippòne, gippòni,
dell’avambraccio e lungo la zona anteriore; queste parti gippòne, corìttu, zamàrra sono termini ricorrenti in tutta
presentano pertanto occhielli rotondi e asole ricamate a l’isola, senza distinzione di modello.
punto occhiello con fili di seta policromi. Un tipo di
giubbetto molto particolare è quello usato ad Orgosolo, Giacchette
una sorta di coprispalle confezionato in orbace nero Il termine giacchetta è decisamente appropriato per de-
(zippòne tancàu) con maniche lunghe, che viene so- nominare il capospalla tipico del pescatore di Cagliari,
vrapposto ad un corpetto di taglio identico al zippò- confezionato in panno di lana blu tipo marina. Il taglio
ne tradizionale, ma meno ornato e privo di mani- di questo indumento è chiaramente derivato dalla corta
che al quale si dà il nome di soropàu, comune, giacchetta da marinaio, con piccoli risvolti e tasche oriz-
come si è visto, ad altri tipi di corpetti usati zontali nella parte anteriore chiusa con una serie di bot-
nella Sardegna centrale. toni metallici presenti anche sul polso. Il termine giac-
I giubbetti sagomati, con manica per chetta comprende anche le varianti in orbace o panno,
lo più chiusa o con piccoli spac- molto corte, a manica stretta, profilate con soutache di
chi, rappresentano una foggia lana e guarnite, nella parte anteriore, con alamari in cor-
più evoluta e sono diffusi doncino. I giubbetti di foggia più arcaica non presentano
soprattutto tra la fine del- fodere, ma sono accuratamente rifiniti per essere usati
l’Ottocento e i primi del anche a doppio diritto (Nuoro, Oliena, Orani, Orotelli,
Novecento in aree più Sarule); quelli di foggia più recente sono foderati con te-
esposte al gusto bor- le di cotone di medio peso sia in tinta unita che fantasia.

415. Giacchetta, gianchètta, Cagliari,


seconda metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari.
416. Giuseppe Cominotti, Costumes sardes
en serie, 1825, litografia a colori, in Atlas
de Voyage en Sardaigne par De Lamarmora. 416

415

259
CINTURE

L e cinture (chintòrias, chintòrzas, carrighèras, lazzàdas, vrentèras) sono accessorio indispensabile del-
l’abbigliamento maschile e le fonti iconografiche ne rappresentano un gran numero di modelli. Sem-
brano mancare solo in alcuni insiemi che prevedono l’uso di un panciotto con risvolti e abbottonatura
Di tono più sobrio e comunque d’uso festivo o giornaliero, sono le cinture di pelle
nera lavorata a sbalzo con sottili profili in pelle rossa. In pelle di colore naturale so-
no le cinture con sacca portapolvere o portamonete applicata sulla parte anteriore;
centrale, ma potrebbero essere indossate al di sotto di esso e perciò non visibili. I numerosi esemplari con- anche queste possono essere intarsiate e ricamate e vengono indossate da sole o in
servati presso raccolte pubbliche e private corrispondono pienamente alle illustrazioni e confermano la abbinamento ad un altro tipo di cintura. Lo stesso dicasi per le cartucciere, sempre
grande varietà di modelli, la loro qualità e valenza estetica. Gran parte delle cinture sono in cuoio di co- in pelle naturale o colorata, dotate delle apposite piccole tasche cilindriche per l’al-
lore naturale o tinto, hanno altezze varie, tali, in qualche caso, da farle sembrare dei busti.103 La lun- loggiamento delle cartucce protette da un apposito lembo di cuoio.104 Le cinture
ghezza è ovviamente proporzionata alla taglia del proprietario, e può anche essere regolata con lacci molto alte, spesso colorate in rosso o verde, possono avere due o più affibbiature an-
passanti attraverso appositi forellini, come avviene negli esemplari diffusi nel centro-Sardegna dove non teriori che presentano interessanti lavorazioni artigianali. D’uso festivo sono anche
godono di grande favore le cinture con fibbie. Queste sono invece presentissime in tutto il resto dell’isola e le cinture di cuoio rivestito con lampassi policromi operati e broccati nelle più varie
in particolare nel Cagliaritano dove le cinture che completano gli insiemi festivi e comunque quelli delle fantasie. Le cinture in tessuto, a fusciacca, sono tipiche dell’abbigliamento dei pe-
classi agiate sono impreziosite da grandi fibbie in lamina d’argento. Sono diffuse ovunque cinture festive scatori cagliaritani; l’uso festivo prevede l’uso di fusciacche in tessuti di seta operati,
impunturate e ricamate con fili di seta policromi a motivi geometrici, talvolta con le iniziali o l’intero no- di chiara importazione nordafricana e levantina, quello giornaliero ricorre a sem-
417
me del proprietario, oppure intarsiate su un fondo di raso di seta a colori vivaci o lampasso policromo. plici fusciacche in tessuti di qualità inferiore.

418

419

417. Cintura festiva, chintòria, Orani, seconda metà sec. XIX


Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
Dalla cintura pende un acciarino metallico da usare con pietra focaia.
418. Fusciacca festiva, lazzàda, Cagliari, seconda metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
260 419. Cintura festiva, cìntu, Cagliari, seconda metà sec. XIX 261
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
425. Alessio Pittaluga, Proprietaire d’Iglesias
(Possidente di Iglesias), 1828 ca.,
litografia a colori, Cagliari, coll. Piloni.
426. Alessio Pittaluga, Vendeur de lait de
420 Cagliari (Venditore di latte di Cagliari), 1828
ca., litografia a colori, Cagliari, coll. Piloni.
427. Dorgali, inizio sec. XX, foto d’epoca.
420. Cintura con tasca portapolvere, brentèra,
Tonara, seconda metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
421. Cintura con tasca portapolvere, intórriu, Meana, seconda metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
422. Cintura festiva, chintòrza, Dorgali, seconda metà sec. XIX
425 426 427
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
423. Cintura festiva, intórriu, Meana, seconda metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
421
424. Cintura, cìntu, Oristano, prima metà sec. XX
Oristano, coll. Enrico Fiori.

422

423

424
CAPPOTTI LUNGHI

I n questa definizione sono compresi quei modelli di capispalla che coprono la figura almeno
fino a metà polpaccio e che vengono sempre indossati sopra altri indumenti quali gilet, giub-
betti o giacche. Vengono divisi in due tipologie sulla base del tessuto e del modello impiegati; al-
l’interno di tali tipologie saranno tracciate ulteriori distinzioni.

Serenìccu
Cappotto di origine levantina detto serenìccu e pilùr-
zu. Il termine serenìccu viene nel tempo attribuito
anche a cappottini corti, di orbace, descritti più avan-
ti, ma dovrebbe essere più precisamente destinato
soltanto ad un modello di cappotto lungo, caratteriz-
zato dall’uso di un particolare tipo di tessuto di lana,
di produzione greca, piuttosto morbido, di colore
marrone cioccolato, caratterizzato da un diritto piano
e un rovescio a pelo corto di fili ritorti. Già il La Mar-
mora aveva chiarito: «Non è fatto, come gli altri, di fu-
resi nero, ma è di un panno grosso di color cioccola-
ta che viene dal levante e dal regno di Napoli».105
Giuseppe della Maria aveva già rilevato questa carat-
teristica avendo esaminato due esemplari di cappotto
serenìccu conservati al Museo delle Arti e Tradizioni

428. Luciano Baldassarre, Uomo vestito del capottu serenicu, 1841,


litografia a colori da Cenni sulla Sardegna, Torino 1841;
Cagliari, coll. Piloni.
429. U. Martelli, Pescatore cagliaritano, fine sec. XIX,
litografia a colori.
430-431. Cappotto lungo, serenìccu, Cagliari,
seconda metà sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
428 429

264
430
mezzo di scambi commerciali con i Maltesi, ben prima
che i cappottari greci iniziassero un’attività stabile e con-
tinueranno ad essere importati anche dopo questo mo-
mento. È pertanto naturale che siano capi assai ricercati,
costosi e dunque inizialmente riservati ai ceti più ricchi
della società campidanese. Gli esemplari di serenìccu
raccolti tra il 1905 e il 1911 per la Mostra di Etnografia
Italiana, inserita nell’Esposizione Internazionale di Roma
del 1911, costituiscono una fonte preziosa per la loro
descrizione e confermano le peculiarità e l’alta qualità
sartoriale di questi capi. Sono confezionati con il tessuto
di lana già descritto, lunghi fino al polpaccio, hanno ma-
niche lunghe e cappuccio. Un tono particolare è dato

dalle rifiniture e dalle guarnizioni in panno


rosso e bianco inserite lungo le linee di ta-
431 glio della parte anteriore, in corrisponden-
za degli angoli inferiori e delle tasche, do-
ve è anche applicata una frangia celeste.
Popolari di Roma: «Questo caratteristico indumento – di del Settecento, a rivolgere le loro energie nella produ- L’indumento non viene abbottonato, ma le
origine balcanica e lavorato a Cagliari da cappottari greci zione di altri tipi di cappotti di orbace e panno, modelli parti anteriori sono semplicemente acco-
– è presente in due preziosissimi capi, i soli sopravvissu- sardi, sollevando così le rimostranze del gremio dei sarti state, lasciando intravedere le falde interne
ti. Nella letteratura del costume sardo sono frequenti le cagliaritani. «La lunga causa che vide la comunità dei in panno rosso con fitta impuntura longi-
descrizioni del serenicu, spesso anche particolareggiate, greci difendersi contro le pretese del gremio dei sarti ca- tudinale. Davvero particolare è la minuta
ma non si riscontra in alcuna la indicazione della qualità gliaritani finì con la vittoria dei primi nella sentenza, ornamentazione inserita lungo il taglio
della stoffa – che qui si accerta corrispondere a rustica emessa nel novembre del 1826, che li assolveva dall’ac- delle maniche: minuscole spirali in panno
lana, che non è orbace – e in nessun testo si rileva la cusa di esercizio abusivo della professione, fino ad allo- rosso e bianco alternate tra loro a formare
presenza nell’interno del cappotto di una finta pelliccia ra esclusivo monopolio del gremio dei sarti di Cagliari. come un gioco di roselline. Il cappuccio
di lana scura, a filo ritorto, di lunghezza variabile da ca- La sentenza venne emessa dalla Reale udienza, la massi- presenta gli stessi motivi decorativi e la
po a capo, di cui sono dotati entrambi gli esemplari».106 ma magistratura dell’isola, e nasceva in un nuovo clima fodera in panno rosso. Cuciture e orna-
I cappotti prenderebbero il nome serenìccu dalla città di sociale e culturale, dopo un quindicennio di presenza mentazioni sono tutte realizzate a mano.108
Salonicco dalla quale venivano importati sia gli indu- continuativa della corte sabauda e di tutto il suo entura-
menti confezionati sia il particolare tessuto; il nome ge a Cagliari; quello fu il periodo di maggiore successo
pilùrzus, con cui sono anche conosciuti, sembra partico- dei maestri greci in città e nell’hinterland, al punto che i
larmente adatto a definire il tessuto peloso con il quale loro manufatti erano preferiti rispetto a quelli dei sarti
sono realizzati. Proprio la mancanza di questo tipo di del gremio cagliaritano».107
432. Cappotto lungo, piccinnàu o serenìccu,
tessuto a causa della guerra greco-ottomana costrinse i I cappotti del tipo serenìccu giungono a Cagliari già Quartu S. Elena, prima metà sec. XX
cappottari greci, attivi a Cagliari già nella seconda metà confezionati, attraverso i porti di Livorno e Napoli e per Oristano, coll. Enrico Fiori.

266 267
432
Gabbànu che termina appena sotto una martingala alta, chiusa da
Più fonti danno testimonianza di questo cappotto, confe- uno o due bottoni. Le persone agiate aggiungono spes-
zionato esclusivamente in orbace, certo il modello più so un colletto di pelliccia nera di agnellino (astrakan) o
antico tra quelli usati in Sardegna, che così viene descrit- di pelliccia finta o di tessuto in lana bouclé. Più raro è
to da La Marmora: «Quest’indumento è usato nella pro- il modello senza maniche, probabilmente derivato dal
vincia di Iglesias e in quasi tutta la parte settentrionale cappotto “da postiglione”, con mantella staccata, dotata
dell’isola. Il colore è sempre nero, non è foderato, né di cappuccio, abbastanza lunga da coprire le braccia.
guarnito di stoffa di altro colore, come il soprabito gre- Le raccolte pubbliche e private conservano ancora nu-
co». La descrizione, alla quale si deve aggiungere la pre- merosi capi di questo tipo provenienti per lo più dalla
senza del cappuccio, la mancanza di abbottonatura e Sardegna centrale dove sono stati utilizzati anche in as-
l’attaccatura della manica impostata ad angolo retto, cor- sociazione a completi di velluto o fustagno.
risponde perfettamente alle raffigurazioni dei primi de- Cappotti di orbace o panno, detti cappòtte de saiàle,
cenni dell’Ottocento109 nelle quali questo tipo di cappot- fiorètto, piccinnàu,110 sono stati a lungo oggetto di con-
to è ben distinto da quelli decorati. Molto interessante è tesa tra i cappottari greci e il gremio dei sarti di Cagliari
la tavola 27 della Collezione Luzzietti, Uomini del Mar- che accusavano i primi di non limitarsi a confezionare
ghine, che descrive un capospalla lungo, presumibilmen- solo i serenìccus, per i quali avevano apposita licen-
te di orbace, tutto nero, senza guarnizioni colorate, con za, ma di tagliare e cucire anche cappotti lunghi, di
lungo spacco posteriore. La figura mostra le due falde orbace o panno di lana di vario tipo. La contesa eb-
posteriori del cappotto rialzate simmetricamente: ciò fa be termine nel 1826 con la vittoria dei cappottari
supporre che questo sia dotato di fessure o di cordelle greci che così poterono confezionare tutti i mo-
433
mediante le quali è possibile, all’occasione, sollevare le delli di cappotto, anche quelli alla sarda, come
due parti laterali sia per cavalcare sia per evitare di in- nero, ma sono di concezione moderna, probabilmente evidentemente sono considerati questi ultimi.
fangarle. La funzione di questo capo, associato a insiemi derivati da modelli militari. Il taglio è a petto semplice o Possono essere ritenuti varianti dell’antica versio-
vestimentari di medio livello, non pare essere festiva co- doppio, con o senza risvolti, chiuso con bottoni moder- ne del gabbànu di cui sopra, un po’ più corti, e
sì come non lo è quella dei cappotti lunghi di orbace ni a due o a quattro fori. Il cappuccio, sagomato, è unito soprattutto caratterizzati da profili e guarnizioni
che li sostituiranno a partire dal primo Novecento. Tali con bottoni nascosti nella parte posteriore del colletto e in tessuto di colore contrastante e dotati di cap-
cappotti mantengono la stessa denominazione dei loro sagomate sono anche le maniche, tagliate a scalfo asim- puccio con nappina variopinta.111 Per alcuni
predecessori, vengono ancora confezionati con orbace metrico. La parte posteriore mantiene il lungo spacco aspetti sembrano essere un’imitazione a buon
mercato dei serenìccus, ma non si può esclu-
dere che forme di gabbànu ornate, destinate
ad un uso festivo o riservate ai ceti abbienti,
fossero già presenti in Sardegna e che l’in-
fluenza dei sarti greci abbia in qualche modo
alimentato il gusto per l’ornamentazione poli-
croma. Allo stato delle conoscenze non sem-
bra essersi conservato alcun cappotto di que-
sto tipo, né tra le collezioni pubbliche né
tra quelle private.

433. Anonimo, Uomini del Marghine, inizio sec. XIX,


acquerello su carta, Collezione Luzzietti,
Cagliari, Biblioteca Universitaria.
434. Giuseppe Cominotti, Costumes sardes en serie, 1825,
litografia a colori, in Atlas de Voyage en Sardaigne
par De Lamarmora.
435. Giuseppe Cominotti, Costumes sardes en serie, 1825,
litografia a colori, in Atlas de Voyage en Sardaigne
par De Lamarmora.
436. Anonimo, Majoli, inizio sec. XIX,
acquerello su carta, Collezione Luzzietti,
Cagliari, Biblioteca Universitaria.
437. Iglesias, foto d’epoca, inizio sec. XX.
438. Cappotto lungo, gabbànu, Bitti, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
434 435 436 437

268 438
CAPPOTTI CORTI, GIACCONI E GIACCHE

S e i cappotti lunghi sembrano essere destinati soprattutto ad un uso invernale, non può dirsi
ugualmente per i capispalla di lunghezza media. Cappotti corti, giacconi e giacche, che rien-
trano in questa categoria, infatti, si utilizzano, indipendentemente dalla stagione, in tutti i mo-
menti della vita sociale fuori dalla cerchia familiare, ma non è raro un impiego anche in ambito
privato. Le occasioni ufficiali, di rappresentanza e cerimoniali, prescrivono l’uso di simili capi-
spalla quasi per mitigare il tono eccessivamente informale e intimo dei corpetti, gilet, giubbetti e
giacchette indossati sotto.

440 441
Cappotti corti
Gabbannèlla, cappottìnu, cappottìnu ’e coidèra, evidenti
diminutivi dei termini che sono propri dei cappotti lun-
ghi, sono attribuiti ad un particolare capospalla corto
diffuso in tutta l’isola. In qualche località gli esemplari
realizzati in orbace o panno con applicazioni di tessuti,
nastri e cordelle ornamentali, vengono anche chiamati
serenìccu forse proprio per la presenza di questi ele-
menti. La parte superiore è tagliata come i cappotti lun-

ghi, mentre le falde, di lunghezza pari a quella delle rà-


gas, sono sagomate e svasate per accompagnare il taglio
dei calzoni a gonnellino: ciò è particolarmente evidente
negli esemplari di Bitti, Fonni, Oliena, Orosei, Nuoro,
per citare qualche esempio. Sono capi molto diffusi sia
nelle varianti festive sia in quelle giornaliere, tutti pre-
sentano ornamentazioni di tessuto, passamanerie, souta-
che. La parte anteriore non viene chiusa e proprio per
questo motivo è foderata, con un largo bordo di velluto
di cotone o seta nei colori nero, blu, rosso o granato fi-
no all’interno del cappuccio; la realizzazione di questa
parte è molto curata e presenta fitte impunture longitu-
dinali parallele che possono essere in tinta col tessuto, o

439. Zappatore sassarese, 1850-63, litografia a colori


dal Journal Amusant, Parigi; Cagliari, coll. Piloni.
440. N.B. Tiole, Paysans de Samassi, 1819, acquerello su cartoncino,
Cagliari, coll. Piloni.
441. Giuseppe Cominotti, Costumes sardes en serie, 1825,
litografia a colori, in Atlas de Voyage en Sardaigne par De Lamarmora.
442. Cappotto corto, gappòtte, Orosei, primo decennio sec. XIX
439 Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

270 442
in contrasto cromatico. Tali impunture posso-
no essere realizzate a mano o a macchina con
cordoncini di seta. L’indumento viene indos-
sato aperto, tutt’al più affibbiato in corri-
spondenza del collo con fermagli e catenelle
d’argento; in qualche caso sono comunque
presenti alamari e bottoni anche a solo scopo
ornamentale. In corrispondenza dell’avam-
braccio e intorno alle tasche sono anche appli-
cate guarnizioni in velluto bordate con passa-
manerie e cordoncini. Nella Sardegna centrale e
settentrionale i cappottini sono quasi sempre or-
nati con tessuti in tinta, dunque nero su nero, in
un raffinato gioco di chiaroscuri determinato dalla
lucentezza del velluto in contrasto con l’orbace. Si
tratta di modelli in gran parte risalenti ai primi de-
cenni del Novecento e non è da escludere che
esemplari più antichi potessero mostrare una
policromia maggiormente accentuata, abbando-
nata in favore delle tonalità cupe che caratte-
rizzano la moda maschile a partire dalla se-
conda metà del XIX secolo. Da non trascurare
il fatto che le norme per il lutto prevedevano
che i vedovi indossassero sempre, fuori di
casa, il cappottino nero col cappuccio cala-
to sul volto e che in molti casi, dato l’alto
costo di questi indumenti, la variante in
nero può avere alla fine prevalso su
quella policroma anche fuori dalla con-
dizione di lutto. Tutti i cappottini pre-
sentano rifiniture estremamente accura-
te con fodere in rasatello di cotone
stampato a grandi fiori, pekin, o altri ti-
pi di tessuto rigato; le cuciture sono
spesso realizzate a macchina mentre
passamanerie e cordelle sono appli-
cate a mano. Il ricamo è raro e limita-
to a più corsi a punto catenella, erba
o motivi a punto festone scalato
(dentelle).

443. Cappotto corto festivo, cappottìnu


o serenìccu, Dorgali, fine sec. XIX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
444. Cappotto corto giornaliero,
cappottìnu, Gavoi, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
443

444
272
446
Giacconi
I giacconi, simili per lunghezza ai cappottini, o le
giacche, più corte, sono confezionati sia in pan-
no sia in orbace e sono denominati gianchètta,
zanchètta. Hanno taglio simile a quello di una
giacca moderna, con linea diritta, risvolti e abbot-
tonatura anteriore. Le tasche sono ad apertura
trasversale, con bordo piatto o, in qualche caso,
a battente. Il ricamo con cordoncini di seta o le
applicazioni di alamari e passamanerie sono piut-
tosto rari, mentre è frequente l’applicazione di un
profilo di soutache di lana di colore nero o mar-
ron. Le fodere sono di tessuto di cotone o di lana
in tinta unita o in fantasia, comunque di colore
scuro.112 In molte località questi indumenti sosti- 445. Giacca festiva, gianchètta, Pula, inizio sec. XX
tuiscono il cappotto corto e vengono indossati Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
sia sopra i corpetti di foggia tradizionale che so- 446. Giacca festiva, gianchètta, Sinnai, primo decennio sec. XX
445 pra gilet e panciotti di taglio più moderno. Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

275
MANTI

L’ unico mantello tradizionale usato in Sardegna, cono-


sciuto come sàccu o sàccu ’e cobèrri, è formato da due
teli di orbace uniti tra loro in senso longitudinale, sovrapposti
ad altri due, e poi cuciti tra loro per tutto il perimetro così da
formare un grande rettangolo.113 Su uno dei lati lunghi so-
no cuciti due grossi ganci che consentono di fermare
l’indumento sul petto se lo si posa sulle spalle, o sotto la
gola se lo si posa sul capo; per il resto le fonti orali non
dicono molto di più rispetto a quanto scritto da La
Marmora: «Questa veste, fatta di solito con due teli di
furesi nero applicati l’uno sull’altro e cuciti nel sen-
so della lunghezza, è ancora molto comoda per
viaggiare a cavallo, quando è un po’ ampia e allo-
ra copre il corpo, dietro, fin sotto le reni e, davan-
ti, le cosce e anche le gambe. Non è che una veste
per la pioggia e per l’inverno, ma è tanto più utile
in quanto tiene poco posto e in viaggio può servi-
re da letto, da coperta e persino da tappeto per
mangiare in aperta campagna. Questi sono,
per lo meno, i servizi che io ne ho avuti e che il
saccu offre ogni giorno ai pastori sardi».114
I mantelli esaminati non hanno datazioni
anteriori alla fine dell’Ottocento e mantengo-
no inalterato questo modello. È opportuno
precisare che spesso il lato lungo anteriore
ha angoli arrotondati e che in qualche caso
è applicato un cappuccio. L’orbace nero,
pesante e ben follato, è senz’altro il più
usato, ma di grande bellezza sono anche i
mantelli in orbace screziato ottenuto con
lana di colore naturale abbinata nelle to-
nalità del marrone/nero o del grigio/ne-
ro. Tutte le fonti concordano sull’origine
di questo mantello risalente, se non al
nuragico, almeno al periodo romano.
La funzionalità e la semplicità di rea-
lizzazione, anche in ambito familiare
non specializzato, ne ha decretato, nel
tempo, la fortuna. Il modello è così “riu-
scito” che ancora negli anni Settanta del
Novecento è parte importante del corredo
dei pastori dell’interno che per il resto
hanno da tempo abbandonato l’abbi-
gliamento tradizionale.

447. Mantello, sàccu, Orroli, inizio sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
448-449. Mantello, sàccu, Nuoro, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.

448 449
276 447
450. Giuseppe Cominotti, Costumes sardes
en serie, 1825, litografia a colori, in Atlas
de Voyage en Sardaigne par De Lamarmora.
SOPRAVESTI IN PELLE E PELLICCIA 451. Giovanni Marghinotti (attrib.),
Vaccajo di Cagliari, prima metà sec. XIX,
Indumenti in pelle e pelliccia, senza maniche, hanno caratterizzato l’abbigliamento maschile in acquerello su cartoncino, Cagliari, coll. Piloni.
Sardegna fin dalla più remota antichità. Non si riportano gli innumerevoli studi che hanno trat- 452. Luciano Baldassarre, Capo dei cavallanti,
1841, litografia a colori da Cenni sulla
tato questo tipo di vesti realizzate in pelle e pelliccia di pecora, capra, agnello o capretto cui si ac- Sardegna, Torino 1841;
compagna, altrettanto numerosa, la documentazione iconografica, né sarà il caso di riafferma- Cagliari, coll. Piloni.
re quanto questi elementi siano comuni a tutte le società pastorali e agricole del bacino del 453. Bosa, ante 1905,
Mediterraneo. Questa tipologia vestimentaria continua ad essere largamente utilizzata, soprat- fotografia di Giovanni Nurchi.
tutto nelle attività agricole e pastorali, fino alla prima metà dell’Ottocento, nei modelli arcaici 454. Coietto festivo, colléttu,
Oristano, seconda metà sec. XX
più semplici, a pelo lungo. Per i capi destinati ad un uso più formale possono essere seguite delle (riproduzione del modello usato
linee di evoluzione e trasformazione, in relazione alle occasioni di utilizzazione, nell’arco di dal gremio dei falegnami)
Oristano, coll. Enrico Fiori.
tempo al quale fa riferimento il presente studio.

Colléttu li».115 Già nella seconda metà dell’Ottocento dunque, la


“Coietto” è il nome italiano rinascimentale della più diffu- diffusione del colléttu è ovunque in calo e anche nella
sa e ricercata sopraveste in pelle, priva di maniche, chia- Sardegna centrale, in genere più conservativa, questi ca-
mata colléttu. Non a caso è tra gli indumenti più citati dal- pi sono già scomparsi o indossati da persone anziane.
le fonti antiche che ne documentano la presenza in tutta I reperti d’epoca, rarissimi e in mediocre stato di conser-
l’isola con particolare frequenza nel Sassarese, nell’Orista- vazione, sono tutti relativi ad un ambito di utilizzazione
nese e nel Cagliaritano, zone nelle quali si realizzano cerimoniale. L’ausilio delle fonti iconografiche, per for-
esemplari di grande pregio e dove l’uso si protrae, alme- tuna assai numerose, permette di descrivere sostanzial-
no nelle occasioni festive e cerimoniali, fino al primo mente due modelli di colléttu: uno aperto nella parte
Novecento. «L’uso del cojetto (sos corios) è mancato e anteriore e l’altro con aperture laterali, da indossare infi-
credono bene di supplire col cappotto e col gabbano»: landolo attraverso il capo; costituisce elemento di diffe-
così scrive l’Angius descrivendo l’abbigliamento degli uo- renziazione anche la profondità della scollatura che
mini di Oliena e poi in riferimento ad Orani scrive: «Spia- sembra essere maggiore nei capi festivi per dare risalto
ce che anche i vecchi abbiano con grave danno della loro alla parte anteriore del corpetto o del giubbetto, mentre
sanità dimesso l’uso del cojetto e di altre vesti naziona- nei capi associati ad insiemi vestimentari più modesti la

454

450 451 452 453

278
scollatura, quadrangolare, è molto ridotta. Cordelle di
cuoio e una cintura, di varia altezza e modello, chiudono
questo capo, mantenendolo ben aderente al busto. I col-
léttus festivi possono essere confezionati con morbide
pelli di capretto o cervo, quelli d’uso giornaliero con pel-
li di minor pregio, sempre di colore chiaro. In tutti i casi
il modello è sempre accuratissimo con taglio in corri-
spondenza del punto vita dove le pelli sono disposte ad
ampi gheroni in modo che la parte inferiore risulti larga
e scampanata e consenta la più ampia libertà di movi-
menti. Vale anche la pena di precisare che questo tipo di
sopraveste deve essere indossato sopra l’insieme com-
pleto di camicia, corpetto o gilet, giubbetto, calzone di
tela e calzone a gonnellino oltre, naturalmente, alle uo-
se, dunque la qualità di un capo morbido e ben sagoma-
to è anche quella di ricoprire, senza appiattirli, tutti i ca-
pi sottostanti. Soltanto raramente il colléttu sembra essere
usato senza i calzoni a gonnellino, con i soli calzoni
chiari, molto aderenti, come attesta una tempera di Ago-
stino Verani che mostra un uomo di Tempio con colléttu
corto e aperto su un fianco così da mostrare tutta la lun-
ghezza del calzone.116 Pellami di prima scelta e tagli ac-
curati sono poi completati da ricami e applicazioni di
tessuto, anche in tinta contrastante, disposti attorno alla
scollatura anteriore, che come si è detto è particolarmen-
te profonda nei capi festivi. La presenza di bottoniere
d’argento, fermagli e catene in lamina d’argento, persa la
funzione originale, mantiene evidentemente solo quella
ornamentale che dichiara anche il rango e la posizione
sociale del proprietario. Sopra il colléttu possono essere
indossati tutti i tipi di capispalla in tessuto o in pelliccia
455
in relazione alla stagione e ai momenti di utilizzazione.

Gilet di pelle e pelliccia


Gilet di pelle e pelliccia corti o lunghi sono diffusi in tut-
ta l’isola dove vengono chiamati bìst’’e péddi, èst’’e pèd-
de, pèddes. Sono capi di taglio diritto, di fattura piuttosto
semplice ed anche relativamente economici soprattutto
nella versione lunga – più comune, fatta con pelli di pe-
cora o capra, preferibilmente di colore scuro – che si
adatta alle varie esigenze climatiche e lavorative. Si in-
dossano comunemente con il pelo all’esterno, ma posso-
no anche essere indossati al contrario. Una bella tempe-
ra del Verani mostra un gruppo di mercanti di bestiame
che indossano sia le pellicce con il pelo all’esterno sia
quelle con il pelo all’interno; queste ultime, di colore
chiaro, appaiono particolarmente eleganti e presentano

455. Gilet di pelle, pèddes, Orani, primo decennio sec. XX


Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
456. Nuoro, fine sec. XIX, fotografia di Antonio Ballero.
457. Giovanni Marghinotti (attrib.), Viandante di Bosa,
venditore d’olio, prima metà sec. XIX, acquerello su cartoncino,
Cagliari, coll. Piloni.
458. Gilet di pelle, pèddes, Nuoro, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
456 457

280
458
459. Villamar, 1906 ca., foto d’epoca.
460. Gilet di pelliccia, pèddes,
Tonara, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
461. Orgosolo, 1954, fotografia di Pablo Volta.

459 460 461

profili in tinta contrastante. Meno elegante, corto, ma niera e, grazie a dei successivi raffinamenti dovuti al pia- inferiore e un accorto impiego dei pellami. La parte in- bouclé ad imitazione della pelliccia; gli uni e gli altri
sempre di colore chiaro e con pelo all’interno, è il gilet cere degli ornamenti, la pelliccia ha perduto in questa terna mostra il cuoio accuratamente conciato o è fine- vengono denominati a Nuoro stracànnu con chiaro rife-
indossato da una figura maschile raffigurata nella Colle- zona il suo aspetto grossolano: essa costituisce ora un mente foderata in tessuto; spesso sono presenti tasche a rimento al termine “astrakan” che l’industria manifattu-
zione Luzzietti.117 Così scrive il La Marmora a proposito capo molto elegante nell’abbigliamento di questi contadi- battente impunturate con fili di seta policromi. Sul finire riera attribuisce, in quegli anni, anche ai tessuti che imi-
dei diversi modelli di pelliccia: «La forma di questa pel- ni».118 Le pellicce di questo genere rimangono a lungo in dell’Ottocento si producono anche capi in pelle ben tano la pelliccia. Nelle raccolte pubbliche e private gli
liccia è ovunque la stessa; benché abbia qualcosa di uso specie nelle zone dell’interno e in ambito pastorale, conciata con tasche esterne, del tipo a battente già de- esemplari di pellicce lunghe sono assai rari, sia per le
selvaggio e semibarbaro, essa è molto utile e comoda ma già nella seconda metà dell’Ottocento diviene più fre- scritto, e fodere in tessuto di cotone (fustagno, rasatello, oggettive difficoltà di conservazione, sia per la poca
perché, come il collettu, ripara dal sole, dal vento e dal- quente l’utilizzo di gilet di pelle di agnellino nero di for- tela spazzina), preferibilmente di colore scuro. Esemplari considerazione di cui godevano persino presso i colle-
la pioggia. Il modo comune di portarla è con il pelo al- ma sagomata e di tono più raffinato. Questi capi restano festivi o comunque di lusso in uso tra la fine dell’Otto- zionisti: capi di uso giornaliero e con scarsa valenza
l’esterno; tuttavia la si mette al contrario, secondo il tem- completamente aperti nella parte anteriore dove risulta in cento e i primi del Novecento vengono confezionati con estetica. Più numerosi sono i gilet del tipo corto e sago-
po e la stagione, soprattutto quando le pelli sono ben evidenza il giubbetto e coprono la parte posteriore della pellicce di agnellino persiano (astrakan). Nei primi de- mato, dei quali si conservano ancora diversi esemplari di
conciate e ben bianche. Gli abitanti del Campidano di figura fino alla lunghezza dei calzoni a gonnellino, così cenni del Novecento, capi di tono elegante e adatti alla datazione compresa tra la fine dell’Ottocento e i primi
Quartu sono quelli che più la usano in quest’ultima ma- da rendere necessaria una precisa sagomatura della parte stagione più calda vengono confezionati con tessuti decenni del Novecento.

282 283
CALZONI

I calzoni sono, per definizione classica, indumenti destinati a coprire il corpo dalla vita alle ca-
viglie, con funzione sia intima sia esterna. Essi, in Europa e nel bacino del Mediterraneo, pre-
sentano le forme e le origini più varie. Tra il XVIII e la prima metà del XX secolo, i calzoni esterni
usati in Sardegna corrispondono sostanzialmente a quattro gruppi: a gonnellino, a gamba diritta,
sagomati o a campana e quelli definiti come pantaloni a tubo, di foggia più moderna.

Calzoni a gonnellino 463


Possono essere considerati l’indumento più particolare
del sistema vestimentario maschile, quello che ha destato
il maggiore interesse tra gli studiosi di ogni tempo. La lo-
ro diffusione interessa tutta l’isola dove sono variamente
denominati (ràgas, fràcas, crazzònis de arròda, carzò-
nes de furési). Vengono definiti calzoni a gonnellino per-
ché tutte le varianti presenti nell’isola possono essere ri-
condotte al modello del corto gonnellino arricciato, in
orbace o panno di lana, i cui lembi inferiori sono uniti
da una striscia dello stesso tessuto. Da più parti si sono
fatte congetture sull’origine di tale indumento: alcuni lo
fanno rientrare nell’ampio gruppo dei calzoni corti a
gonnella che interessa tutta l’Europa, altri ne colgono la
diretta discendenza dall’abbigliamento dell’età nuragica o
romana, altri ancora li ritengono derivati dai calzoni co-
siddetti “alla Rhingrave” diffusi tra gli abiti di corte alla fi-
ne del XVII secolo. Va anche considerato che i calzoni a
gonnellino vengono sempre indossati in combinazione
con gli ampi e lunghi calzoni di tela, dei quali si dirà in
seguito, che sono una via di mezzo tra capo intimo ed
esterno: è dunque ipotizzabile che il gonnellino sardo
sia entrato in uso per soddisfare l’esigenza di coprire il
bacino in modo adeguato, necessità risolta altrove, in età
medievale e rinascimentale, con le falde lunghe, ampie e
arricciate delle casacche. Nella storia della moda euro-
pea, con l’abbandono delle vesti lunghe, si assiste infatti
a continue variazioni dell’insieme dei capi destinato a ri-
coprire la parte inferiore del tronco, con le più bizzarre
soluzioni che ora evidenziano, ora nascondono la zona
pubica e le natiche. È dunque possibile che in ambito
popolare sardo si sia consolidato l’uso di un gonnellino
– derivato dalla casacca di cui si è detto prima e che ha
assunto una propria fisionomia regionale – da indossare
in combinazione con i larghi calzoni, in una soluzione
flessibile e pertanto adattabile alle specifiche esigenze

462. U. Martelli, Rigattiere cagliaritano, fine sec. XIX,


litografia a colori.
463. Calzoni a gonnellino, carciòne de urési, Oliena,
primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
464. Calzoni a gonnellino, fràca, Dorgali, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari. 462

284
464
culturali e climatiche. In Sardegna questo indumento cordino di rinforzo in corrispondenza del bordo inferiore
mantiene evidentemente vivo un gusto tutto locale che, che può essere guarnito con un sottilissimo profilo di
come le acconciature a trecce, richiama pienamente quel- panno scarlatto. A Fonni questo dettaglio ha acquisito un
lo rappresentato dalla bronzistica nuragica.119 tale risalto che il gonnellino risulta fortemente scampana-
Quale che sia la loro vera origine, si possono comunque to. Cortissimi, quasi a fascia, sono i calzoni di Samugheo,
cogliere, anche se a grandi linee, dei veri mutamenti di Busachi, Laconi, Atzara, talmente succinti da arrivare ap-
moda dagli esemplari esaminati e dal confronto delle pena a coprire il bacino. L’orbace, accuratamente pie-
fonti iconografiche. I modelli anteriori alla seconda metà ghettato, forma, in questi esemplari, una banda compatta
dell’Ottocento si desumono solo sulla base dell’iconogra- intorno ai fianchi, ricamata a punto catenella a motivi
fia, non essendo giunto alla nostra conoscienza alcun re- curvilinei e rettilinei intersecati tra loro; la parte di tes-
465
perto d’epoca; essi sono presumibilmente di orbace, ge- suto risparmiata da tale lavoro si apre a volant, bordato
neralmente di colore nero, marrone o “foglia morta”, ma di velluto di cotone in tinta. Non esistono modelli spe-
anche giallo miele, fulvo o rosso.120 Non si può esclude- cifici per un uso festivo o giornaliero, o per fasce di età;
re che, in qualche parte dell’isola, già all’epoca, alcuni è la condizione del capo a segnare la differenza; si può
esemplari fossero confezionati in panno di lana, come è però notare che, laddove il calzone a gonnellino è di
accertato per il periodo successivo. È certo invece che in foggia molto corta, gli anziani ne indossano di più lun-
tutta la Sardegna centrale il panno non è mai utilizzato ghi: uno stile più modesto, dunque, paragonabile a
per la confezione dei calzoni e l’orbace mantiene il suo quanto accade anche per i pantaloni moderni. Alcuni
primato fino alla scomparsa dell’abito tradizionale. Venia- esemplari festivi campidanesi mostrano tasche bordate
mo dunque al periodo compreso tra la fine dell’Ottocen- con velluto in tinta contrastante e profili in cordoncino
to e il primo ventennio del Novecento quando, anche a o soutache, mentre quelli da lutto sono rigorosamente
seguito del primo conflitto mondiale, i giovani smettono neri. Le cuciture risultano realizzate a mano o a macchi-
completamente l’insieme tradizionale o sostituiscono i na, con ricami e rifiniture comunque realizzati a mano;
calzoni a gonnellino con quelli a tubo, di foggia moder- non sono presenti fodere, se non parziali, in corrispon-
na.121 In tutta l’isola il calzone a gonnellino è ampio e la denza dell’orlo inferiore.
lunghezza media arriva sino a mezza coscia. L’orbace o
il panno, vengono arricciati in minute pieghe all’altezza Calzoni
della vita, dove si applica un cinturino in tessuto di varia Confezionati in tela o diagonale di cotone o di lino, qual-
altezza, mentre l’ampiezza della falda ricade in pieghe che volta di sottile orbace o tela di lana, sempre di colore
466
sciolte o fitte plissettature. La parte anteriore presenta bianco, rappresentano, come si è visto, l’indispensabile
una brachetta longitudinale a fessura, con sottile orlo na-
scosto; talvolta la stessa apertura si ripete, perfettamente
simmetrica, anche nella parte posteriore. L’orlo inferiore
è spesso rinforzato con un profilo di tessuto (panno in
tinta o in colore contrastante) che lo tiene leggermente
rialzato; lo stesso profilo è anche applicato alla striscia di
tessuto che unisce al centro i lembi del gonnellino. In al-
cune località del Sassarese l’orbace viene accuratamente
plissettato e lo stesso accade nei capi di Dorgali dove al-
l’interno del bordo inferiore è applicata una striscia di
tessuto policromo. In alcune località dell’interno, a Nuo-
ro, Oliena, Fonni, Bitti, Orgosolo, per citare solo alcuni
esempi, la moda locale vuole gonnellini piuttosto corti e
ben svasati. Per ottenere ciò si inserisce un tessuto o un

465. Calzoni a gonnellino, crazzòni a ròda, Pula, inizio sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
466. Calzoni a gonnellino, ràgas, Tonara, primo decennio sec. XX
467
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
467. Calzoni a gonnellino, ràgas, Meana, primo decennio sec. XX
Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
468. U. Martelli, Costume festivo di Nuoro, fine sec. XIX,
litografia a colori.
469. Villagrande, fine sec. XIX, foto d’epoca.
470. Bosa, ante 1905, fotografia di Giovanni Nurchi.
469 470

468
287
471 472

complemento dei calzoni a gonnellino. Il modello ha in genere realizzate a macchina. Alcuni capi festivi in li-
tale diffusione in Europa, presso le classi popolari, che no mostrano semplici ricami in corrispondenza delle
è davvero arduo fare ipotesi sulla sua origine. Quello cuciture laterali lungo le gambe; più spesso la differen-
sardo è realizzato unendo tra loro elementi di tessuto za tra i modelli festivi e quelli giornalieri è data soltanto
di forma rettangolare non sagomati, e presenta varianti dalla scelta di tessuti più sottili per i primi, più pesanti
determinate unicamente dall’ampiezza dell’inserto qua- per i secondi. Non è attestata nessuna variante cromati-
drato cucito all’altezza del cavallo. Tale inserto ha di- ca e anche negli insiemi da lutto il colore chiaro resta
mensioni medie di cm 20 x 20, ma raggiunge anche cm invariato.
40 x 40 negli esemplari più antichi del centro Sardegna.
Per il resto la confezione è piuttosto semplice: tutti gli Calzoni a campana
elementi vengono uniti tra loro con cuciture a costura Spesso confusi con i calzoni a gonnellino molto lunghi,
doppia, la brachetta è formata da una lunga apertura i calzoni a campana (carzònis, crazzònis) costituiscono
longitudinale con piccolo orlo, l’ampiezza del tessuto un modello a sé stante diffuso in prevalenza nel Sulcis
viene raccolta in vita con semplici arricciature o piccole Iglesiente, ma attestato anche in alcune località della
pieghe; lacci o semplici bottoni chiudono in vita l’indu- costa orientale.122 L’influenza iberica è chiarissima, le
mento. La lunghezza è di norma a metà polpaccio sia differenze tra i capi spagnoli e quelli sardi sono deter-
per i calzoni da raccogliere dentro le uose sia per quelli minate solo da piccoli dettagli. Si tratta sempre di cal-
ricadenti sulla gamba. Gli esemplari provenienti dai zoni sagomati, confezionati in pesante orbace o panno
paesi più freddi dell’interno hanno la parte inferiore di lana nero, con la parte superiore piuttosto ampia e
confezionata in pesante tessuto diagonale di cotone, leggermente arricciata in corrispondenza del punto vita,
quella superiore, che rimane coperta dai calzoni a gon- rifinita con cinturino in tessuto di varia altezza. La bra-
nellino, è di tela di cotone più sottile. La cuciture sono chetta è longitudinale con orlo sottile. La lunghezza ol-
trepassa il ginocchio e l’orlo inferiore, negli esemplari
festivi e di gala più recenti, è spesso guarnito di pizzo,
471. Calzoni a gonnellino, crazzòni a ròda, Pula, inizio sec. XIX memoria del fatto che questi calzoni a campana si in-
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. dossassero sopra quelli di tela, descritti in precedenza,
472. Calzoni a gonnellino, frà’a, Orgosolo, prima metà sec. XX il cui orlo sporgeva al di sotto per alcuni centimetri. In
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. prossimità dell’orlo, sul lato esterno della gamba, sono
473. Teulada, 1926 ca., foto d’epoca. talvolta presenti piccoli spacchi. 473

288
476 477

Pantaloni a tubo il La Marmora: «L’abbigliamento dei Sardi


La descrizione che segue prende in considerazione sol- perde qualcosa del suo carattere quando
tanto i modelli di pantalone lungo, indossati con cami- si lascia la classe dei contadini: il primo
cie, gilet, capispalla e copricapo di tipo tradizionale. cambiamento riguarda i carzones. Le per-
Compaiono nell’iconografia del primo Ottocento relati- sone agiate e non titolate che abitano nei
vamente ad alcune località della Sardegna settentrionale paesi e che nell’isola sono chiamati mus-
e meridionale, che più facilmente hanno subito l’influen- sara (messire francese, “messere” italia-
za della moda cittadina. Così scrive a questo proposito no), indossano a volte sul collettu un abi-
to elegante, fatto che mi ricorda lo strano
miscuglio d’abiti che fanno ancora certi
re negri dell’Africa. I nobili del paese
(cavalieri dei villaggi ) si distinguono dai
contadini esclusivamente per i pantaloni
e per un maggior numero di ghiande e
di bottoni sul loro serenicu o cabanu; in
genere usano, come i campagnoli, il ber-
retto. Gli abitanti di città seguono in tut-
to la moda francese o meglio quella del
Continente».123 I pantaloni più antichi ri-
salgono alla seconda metà dell’Ottocento
e non sembrano differenziarsi dai mo-
delli raffigurati nelle tavole a colori del
primo Ottocento.124 La tipologia rimane
quasi inalterata con differenze nella for-
ma delle tasche o nella brachetta che
può essere diritta, con bottoni in vista,
più spesso nascosta in una piega del tes-
suto, oppure a patta anteriore chiusa sui
due lati o solo su uno. I tessuti usati,
conformemente alla moda alla quale si ispirano, sono di bottoni a vista, e tasche verticali con bordo nello stesso
colore piuttosto scuro, in fustagno, panno e altri tipi di tessuto. Le due gambe si restringono considerevolmente
tessuti di lana. In qualche caso lunghi pantaloni a tubo verso l’orlo che è tagliato al vivo. La confezione è accu-
di colore scuro sono utilizzati anche sotto un corto cal- rata nel taglio e nelle cuciture e, in particolare, nell’ap-
zone a gonnellino. Il loro uso, insieme ai capi tradizio- plicazione del cinturino in vita e delle tasche rinforzate
nali, dura fino al secondo dopoguerra, poi, fatte salve le con ponticelli a punto occhiello per evitare strappi.
eccezioni, vengono abbinati a gilet e giacca di foggia
moderna confezionati nello stesso tessuto. Influenze
esterne, ma di antica data, sono anche quelle che hanno
portato all’introduzione dei pantaloni a tubo di colore
rosso tra i pescatori del Cagliaritano, particolarità che già
il La Marmora segnala: «I pescatori dello stagno di Ca- GREMBIULI DA LAVORO
gliari e alcuni marinai dei paraggi, sono i soli, tra la gen-
te del popolo, a portare i calzoni lunghi. Questi sono
sempre color garanza».125 Tali pantaloni devono essere
ritenuti festivi e, nell’uso giornaliero, durante la pesca,
N on si differenziano da quelli usati
ancora oggi, con o senza pettorina. I
materiali variano per le differenti profes-
comunque alternativi ai calzoni bianchi di tela come sioni: sono in gran parte in tela pesante,
quelli indossati sotto i calzoni a gonnellino. Il Museo anche incerata, per mugnai, casari, pesci-
Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma con- vendoli, in cuoio per macellai, fabbri, ma-
serva un raro esemplare di pantaloni di panno rosso ri-
niscalchi. Le informazioni si traggono dal-
salenti alla fine dell’Ottocento. Sono piuttosto ampi nella
parte superiore caratterizzata dall’apertura centrale, con le fonti antiche e dalle testimonianze orali
perché non se ne conserva alcun esempla-
474. Pantaloni a tubo festivi, carzònis, re come accade per tutti gli indumenti da
Cagliari, seconda metà sec. XIX lavoro e di poco pregio che si utilizzano fi-
Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari. 476. Costume di Ploaghe, 1898, litografia a colori, in E. Costa, no alla loro completa distruzione.
Costumi sardi, Cagliari 1913.
475. U. Martelli, Pescatore cagliaritano,
fine sec. XIX, litografia a colori. 474 475 477. Ozieri, seconda metà sec. XIX, foto d’epoca.

290 291
GHETTE E UOSE sulle gambe nude».127 Dalle stesse fonti pare si
deduca la predilezione dei modelli in pelle sotti-

L e ghette o uose sono indispensabile indumento dell’abbi-


gliamento maschile nell’insieme costituito da calzoni a
gonnellino e calzoni di tela, ma possono anche essere indos-
le, anche di daino, per l’estate o comunque
quando si voglia vestire in modo più elegan-
te.128 Sia le càrzas che i burzighìnos sono gam-
sate con pantaloni a tubo. Se ne conoscono modelli a gamba baletti ben sagomati per seguire la linea della
chiusa, da infilare, detti càrzas, e modelli a gamba aperta, caviglia e del polpaccio, dotati di una parte al-
da allacciare o chiudere con bottoni, che vengono chia- lungata che copre parzialmente la tomaia del-
mati burzighìnos. Entrambi possono essere in cuoio o la calzatura e che può essere munita o meno
orbace; in panno sono confezionati solo gli esem- di sottopiede in cuoio. In entrambi i modelli
plari più recenti. L’iconografia relativa a questi sembra essere più comune la lunghezza al gi-
capi è davvero sterminata126 e numerosi sono nocchio o a metà ginocchio, ma non mancano
anche i tipi risalenti alla fine dell’Ottocento e ai esemplari che arrivano alla coscia. La parte
primi del Novecento, soprattutto del modello superiore viene sempre fermata con lacci, na-
in orbace sia a gamba chiusa sia con lacci. stri allacciati o affibbiati che possono essere in
Rarissimi invece gli esemplari in cuoio, vista, anche a scopo ornamentale, o nascosti
noti soprattutto grazie alle fonti: «I borze- sotto la piega superiore della stessa uosa. Qual-
ghinos sono aderenti alla gamba, che esemplare in orbace mostra minuti ricami
spesso aperti e allacciati sul polpaccio, in cordoncino di cotone o di seta lungo le
di cuoio in alcune parti, in altre in fure- cuciture, altri hanno applicazioni di tes-
si nero. Questa calzatura, più comune nel suto, anche in contrasto cromatico, sul
settentrione, si mette in genere sopra le mu- bordo superiore; in altri casi lungo la
tande di tela di cui si è parlato. parte che copre la scarpa è presente
Nel Campidano, al contrario, e nei dintorni della un sottile bordino di panno rosso, 480

capitale, si usano di frequente le carzas, che si pos- nero, o comunque abbinato al colore
sono considerare come delle grandi ghette larghe, del giubbetto o del corpetto. Tutti gli esem-
senza lacci o bottoni, che si infilano come calze, plari, anche quelli cuciti a macchina, pre-
sono fatte di furesi nero e talvolta di cuoio molto sentano molte parti accuratamente rifinite a
sottile finemente pieghettato. Sono allora di una mano. Le fodere, dove presenti, riguardano
notevole eleganza. Le carzas si infilano, di solito, solo la parte interna della soprascarpa e sono
in pesante tessuto di cotone di colore scuro
(rasatello, fustagno, tela spazzina).

478. Uose, borzeghìnos, Cagliari, fine sec. XIX


Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
479. U. Martelli, Costume attuale di Bitti, fine sec. XIX,
litografia a colori.
480. Uose, càrzas, Atzara, inizio sec. XX
481
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
481. Uose, càrzas, Tonara, primo decennio sec. XX
478 Roma, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

292 479
293
CALZATURE

C operte quasi totalmente dalle uose, le calzature sono rappresentate in modo approssimativo nell’icono-
grafia antica, ad eccezione di quelle dotate di grandi fibbie d’argento. Grazie alle fonti orali, alla con-
sultazione di fondi fotografici e all’esame delle raccolte pubbliche e private, prima fra tutte la raccolta del
Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, è possibile affermare che, tra la prima metà del-
l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, le calzature più utilizzate sono gli scarponcini allacciati (bottì-
nos, cosìnzos) sia per un uso giornaliero che festivo.
Solo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, ma di rado, compaiono scarpe allacciate (iscàrpas,
iscàrpas de cròmo), più eleganti, da indossare con insiemi festivi e nuziali. Gli scarponcini allacciati sono
quasi sempre in pelle naturale, scurita per l’uso e l’applicazione di grasso; non mancano anche esemplari
più raffinati in pelle nera con tomaia alta, quasi a stivaletto, dotati di elastici ai lati. La gran parte di que-
ste calzature ha la suola in cuoio chiodato con bullette lisce o scanalate, talune di dimensioni davvero rag-
guardevoli, applicate anche sul tacco. Tutti gli scarponcini hanno tacco medio-alto, spesso sagomato e rien-
trante; la tomaia è sempre a punta rialzata e con allacciatura impostata in corrispondenza del collo del
piede. Uno scarponcino proveniente da Fonni presenta tomaia a punta particolarmente affilata con allac-
ciatura profonda e la solita suola con grandi bullette metalliche.
Di estremo interesse sono le scarpe basse, di chiara origine settecentesca, con tacco ridotto, che presentano
lacci e fibbia in lamina d’argento applicata in prossimità della punta. Questa tipologia di scarpa è spesso
rappresentata nelle illustrazioni del primo Ottocento, raffiguranti gli abiti festivi dei macellai e dei pesca-
tori di Cagliari o insiemi vestimentari dei ceti agiati. Un bellissimo paio di scarpe di questo genere comple-
ta l’insieme festivo del pescatore di Cagliari conservato presso il Museo di Roma sopracitato, mentre le sole
fibbie d’argento sono più frequentemente presenti nelle raccolte pubbliche e private.

483

483. Orgosolo, 1956, fotografia di Pablo Volta.


482. Scarpe, buttìnus, Cagliari,
seconda metà sec. XIX 484. Scarpe, bòttes, Orgosolo, fine sec. XIX
Roma, Museo Nazionale delle Arti Roma, Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari. e Tradizioni Popolari.

482

484

294 295
BIANCHERIA ACCESSORI VARI

D alla trattazione sulla biancheria sono escluse le camicie che vengono descritte come capo
esterno; per il resto il corredo minimo è costituito da maglie e mutande, rarissime nelle
raccolte pubbliche e private, data anche la diffusione relativamente recente di questo tipo di in-
I gioielli maschili definiti come ornamenti della persona sono meno numerosi di quelli femminili
e restano comunque fuori dalla presente trattazione tesa a esaminare, anche se brevemente, so-
lo gli accessori propri dell’abbigliamento che hanno importanza pari, se non maggiore, a quelli
dumenti, entrati in uso diffusamente solo a partire dalla prima metà del Novecento. femminili come risulta dallo studio delle fonti.131 I bottoni gemelli (buttònes) in lamina e filigrana
d’argento o d’oro, da usare con le camicie, sono diffusi in tutta l’isola e spesso vengono utilizzati
in doppia coppia per fermare i colli delle camicie festive e nuziali. Bottoni simili, dotati di catenelle
Maglie intime prattutto in ambiti agiati tra la fine dell’Ottocento e i pri- o barrette di sospensione, sono anche impiegati per chiudere l’apertura delle maniche di giubbetti o
Non si conosce nessun tipo di maglia intima di produ- mi del Novecento o comunque usato più frequentemen- vengono posti in una o due file sulla
zione artigianale o domestica; nel passato, infatti, la te da persone anziane. I modelli descritti, lunghi fino ai parte anteriore di giubbetti e corpet-
consuetudine di sovrapporre più indumenti per proteg- piedi, sono confezionati in pesante tela di cotone, anche ti. Ganci, fermagli e catene in lami-
gere e isolare il corpo era tale da renderne superfluo felpato, con o senza carré con abbottonatura centrale, na e filigrana d’argento (gancèras,
l’utilizzo. In tutti i casi solo a partire dalla fine dell’Otto- manica ampia, lunga, completa di polsino. Per il perio- cancèras), talvolta con pietre e vetri
cento sembra venissero utilizzate maglie intime in fla- do precedente si può supporre che la sua diffusione policromi, sono poi utilizzate per
nella o maglia di lana o cotone a manica lunga. L’unico fosse ancor più ristretta o del tutto sconosciuta tra le
chiudere la parte anteriore di giac-
modello conosciuto (màllia, franèlla, flanèlla), ricorda- classi più povere.
to dalle numerose testimonianze raccolte durante le ri-
che, cappotti, sia lunghi sia corti, e
cerche sul campo, è di colore bianco o beige, a manica Calze e pezze da piedi per ornare il colléttu.
lunga, a girocollo aperto, nella parte anteriore, con tre Le fonti iconografiche più antiche non sono di grande La presenza di tasche, nei calzoni a
o quattro bottoncini. aiuto per quanto riguarda questi indumenti, per la de- gonnellino e nei capispalla, rende
scrizione dei quali si deve piuttosto ricorrere a fonti meno necessario l’uso delle tasche
Mutande scritte e alla memoria di quanti, nel corso delle ricerche staccate (buzzàccas, busciàccas, buc-
Indumenti poco descritti dalle fonti e rarissimi nelle rac- sul campo, hanno potuto darne testimonianza. Nessun ciàccas) tipiche del vestiario femmi-
colte museali e private, sono senz’altro diffusi sul finire dubbio, perciò, sulla loro diffusione, con le differenze nile. Scarselle in cuoio, sospese alla
dell’Ottocento. Gli unici esemplari di mutande risalenti già rilevate tra le varie classi sociali, anche se rarissimi cintura, con la funzione di portapol-
con certezza al primo Novecento che si siano potuti esa- sono i capi anteriori agli anni Trenta del Novecento vere o portamonete, sono descritte
minare, sono conservate al Museo Nazionale delle Arti e conservati nelle raccolte pubbliche e private. È possibile
con una certa frequenza nell’icono-
Tradizioni Popolari di Roma nell’insieme maschile di che le calze siano state precedute dalle pezze da piedi
Fonni. Sono mutande lunghe confezionate in pesante co- (pèzz’’e pèi) delle quali si è poi rinnovato l’uso dopo il
grafia del primo Ottocento.132 Poco si
tone felpato di colore bianco, sagomate sulla gamba, primo conflitto mondiale. Per quanto le fonti dicano che conosce dei borsellini o portamonete
chiuse alla caviglia con due lacci. Le cuciture sono realiz- «le carzas si infilano, di solito, sulle gambe nude»,129 da tasca dei quali si conserva qual-
zate a macchina a costura semplice. Incerta è invece la non significa che il piede non fosse comunque protetto che esemplare in tessuto ricamato,
definizione di un secondo indumento proveniente da con pezze da piedi o con calze basse, ipotesi non chia- risalente al 1920, e alcuni modelli in
Bitti e conservato nello stesso Museo. Si tratta infatti di rita neppure dalle denominazioni più diffuse, mìzas, pelle impressa.
calzoni in grosso orbace bianco, a gamba diritta e lun- mìggias, peùncus, piùncos, riferite sia a calze basse che I fazzoletti da naso entrano nell’uso
ghezza al ginocchio, che, probabilmente, venivano in- a calzettoni. La produzione artigianale di calze non sem- comune tra la fine dell’Ottocento e i
dossati nella stagione invernale sotto i calzoni di tela, co- bra avere caratteristiche particolari, infatti, salvo l’uso di primi del Novecento e sono rara-
munque sovrapposti ad una mutanda vera e propria in filati di cotone o lino per gli esemplari festivi e di lana mente documentati nelle raccolte
un tessuto più adatto a stare a contatto con la pelle. sarda non tinta per tutti gli altri, i modelli sono a mezza pubbliche perché oggetti piuttosto co-
Dopo la prima guerra mondiale, le mutande (mudàn- gamba, lavorati con giro di ferri a maglia rasata nel pie-
das) diventano d’uso comune e si diffondono in tutta
muni, in tela di cotone di vario pre-
de e a coste sulla gamba.130 È invece interessante la
l’isola i modelli in maglia di lana o di cotone, flanella o continuità della produzione fino a tutti gli anni Sessanta gio e colore, talvolta cifrati su un
tela di cotone, lunghi fino alla caviglia; le forme sono del Novecento, a cui contribuisce anche la ripresa forza- angolo.
sagomate, di tipo moderno, con chiusura anteriore a ta dovuta alle ristrettezze economiche durante il secon-
bottoni o a semplice fessura; in questo secondo caso do conflitto mondiale; ciò ha portato ad una vitalità nel-
vengono chiuse in vita con una coppia di lacci. la produzione e nell’uso di questo genere di calze,
485. Giovanni Marghinotti,
soprattutto all’interno delle comunità a forte vocazione Miliziano di Cagliari o Rigattiere, 1842 ca.,
Camicie da notte pastorale dove, anche in insiemi non tradizionali, si è Sassari, Museo Nazionale G.A. Sanna. 485

Solo le fonti orali danno testimonianza di questo capo continuato a utilizzare scarponi di pelle anch’essi di
di abbigliamento, chiamato camìsa ’e nòtte, diffuso so- confezione artigianale, eredi dei modelli ottocenteschi.

296 297
L’abbigliamento
infantile

486
«Custu pizzinneddu non porta manteddu, nemmancu 486. Abito infantile festivo e di gala, Nuoro, inizio sec. XX
curittu, in dies de frittu non narat titia» (“Questo bambi- Sassari, Museo Nazionale G.A. Sanna.
nello non indossa fasce, né camicina, non si lamenta nel- 487-488. Copertine da neonato, mantèddos, Ollolai, inizio sec. XX
le giornate più fredde”). Con questi versi di un canto na- Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
talizio, noto e diffuso mediante numerose varianti in tutta 489. Giuseppe Biasi, Battesimo a Nule, fine anni Dieci-inizio
la Sardegna, può avere inizio una breve analisi dell’abbi- anni Venti, tempera e pastello su carta.
gliamento infantile nella Sardegna tradizionale in un pe- 490-491. Completo da Battesimo, Capoterra, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
riodo di tempo compreso tra la prima metà dell’Ottocen-
to e gli anni Cinquanta del Novecento. Mantéddu e
corìttu dunque, corredo minimo necessario per vestire il
Bambino Gesù, al quale il canto fa riferimento, ma anche
corredo minimo di ogni altro neonato sardo. Mantéddu è
il termine con il quale si indica la copertina o piccolo
manto per il neonato, mantèddos sono anche dette le fa-
sce da cui è avvolto il corpo dei lattanti, altrimenti deno-
minate fàscas o zimùssas, termini che nel Sulcis indicano

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492. Abitino da passeggio e da visita, istiréddu ’ónu, Benetutti, 1926
Benetutti, coll. privata.
493. Abitino da passeggio e da visita, Capoterra, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
494-497. Cuffiette, Capoterra, prima metà sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
498. Abito da Battesimo, Berchidda, 1871 ca.
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
L’abitino, mai utilizzato, reca, lungo il bordo inferiore,
l’etichetta con la scritta: “Firenze, 1871”.
499. Nuoro, fine sec. XIX, foto d’epoca.

attività lavorativa. La fasciatura d’altra parte, modellando


artificialmente il corpo del bambino consente di omolo-
garne l’aspetto a determinati valori ideali ed estetici,
adornandolo secondo la tradizione e la classe sociale di
appartenenza. È indubbio che liberare il bambino dalla
stretta fasciatura consenta la possibilità di vivere i primi
momenti dell’infanzia in modo sicuramente più ricco se
si pensa soltanto agli stimoli derivanti dall’essere più fa-
cilmente accarezzato e coccolato, dall’entrare, insomma,
in un più stretto rapporto fisico con i genitori o con chi
lo accudisce. Bisognerà attendere il pieno Novecento
perché questo avvenga. Con tempi e modalità differenti
da zona a zona, alla fasciatura completa succede quella
parziale che riguarda il tronco, avvolgendo l’addome e
sostenendo la schiena. La parte superiore del corpo vie-
ne ricoperta con camiciole e coprifasce, quella inferiore
con panni stratificati e con sacchetti allacciati mediante
lunghi nastri. Si utilizzano anche vestine, la cui lunghez-
za supera di gran lunga l’altezza del bambino, confezio-
492 493 498 nate con materiali più o meno pregiati in relazione al
anche la fascia di tessuto, una sorta di marsupio, nella differenti, ed ha attraversato indenne i diversi momenti
quale le donne portavano i neonati.133 Corìttu, vocabolo storici per arrivare fino a tempi a noi prossimi. Proprio
anche questo ampiamente diffuso nell’isola per i capi la straordinaria diffusione di questa consuetudine ha at-
destinati agli adulti, indica, per l’abbigliamento infantile, tratto l’attenzione di numerosi studiosi che hanno pro-
una camicina, con o senza maniche, confezionata con posto le più varie spiegazioni. Motivazioni pratiche o
tessuti leggeri di cotone o di lana; lo stesso termine vale funzionali alla sopravvivenza dei bambini e simboliche
anche per definire un corpetto realizzato in panno di la- o magico-rituali sono state più volte messe in relazione
na variopinto, destinato a bambini un po’ più grandi, e tra loro, nel tentativo di dare una credibile spiegazione
per il quale sono note nell’isola diverse denominazioni di questa usanza. Per quanto riguarda le motivazioni
495 affini a quelle dei capi per adulti: cropéttu, cropìttu, còs- funzionali, queste erano determinate dalla necessità di
494
so e solopàttu. offrire protezione dal freddo, contenimento delle mem-
Tornando ai lattanti è corretto affermare che la pratica bra per permettere uno sviluppo armonico degli arti, un
della fasciatura doveva essere ampiamente diffusa. Va- controllo alle intemperanze del neonato, si badava a
lery, infatti, in un passo del Viaggio in Sardegna pubbli- non sollecitare il suo istinto, non permettendogli, ad
cato nel 1837, scrive: «Tra gli usi e i costumi del popolo esempio, la pratica del gattonare. Non trascurabile è an-
applicati ai neonati alcuni sembrano risalire agli antichi: i che la considerazione che la fasciatura protratta nel tem-
bambini vengono ancora cosparsi di vino, di sale, avvolti po sia stata anche un espediente per consentire alla ma-
nelle bende e non per questo sembrano poi stare tanto dre di dedicarsi con maggiore libertà ai lavori quotidiani
male». Lo stesso autore annota anche: «Un celebre ostetri- ai quali era richiamata dopo la breve pausa post partum
co parigino, Alphonse Leroy, ha anche lui raccomandato tanto più limitata quanto meno fortunate erano le sue
di incipriare i neonati con sale e di frizionarli con vi- condizioni economiche. Tale espediente si sarebbe poi
no».134 È noto che l’uso di fasciare i bambini non è natu- trasformato in una vera e propria pratica di puericultura
496 497
ralmente esclusivo dell’isola, ma è diffuso in tutto il mon- applicata anche in ambiti familiari agiati dove le madri
do, in paesi distanti geograficamente e culturalmente venivano comunque risparmiate da qualunque tipo di 499

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momento di utilizzazione. Per le occasioni che presup- nate in raso, taffettà e gros di seta che seguono i modelli
pongono una visibilità pubblica anche il neonato ed “alla moda” sia nel taglio con corpino corto e gonna lun-
eventualmente la sua balia devono confermare la posizio- ghissima, sia nelle applicazioni di pizzi a mano o mecca-
ne sociale della famiglia mediante una dotazione vesti- nici, di soutache o nei ricami realizzati soprattutto a pun-
mentaria adeguata. Le riviste di moda per signore, che fin to inglese, erba e pieno. Talvolta questi abitini sono
dalla seconda metà dell’Ottocento dedicano alcuni settori completati da copertina e cuscino coordinati. Superata
all’abbigliamento infantile, l’attività delle balie e l’uso di più o meno facilmente questa fase critica della loro esi-
passare gli abiti smessi alla servitù, contribuiscono alla stenza i bimbi vestono in modo più comodo in una
graduale diffusione di modelli che influiranno in maniera gamma di varianti coerenti con la foggia locale degli abi-
determinante sulla produzione vestimentaria infantile e fi- ti per adulti, adeguate al ceto sociale della famiglia. Dalla
niranno per sostituire del tutto le fogge tradizionali. fonti scritte e iconografiche si deduce che nel periodo
Fin dai primi giorni di vita la testa del piccolo viene co- compreso tra la prima metà dell’Ottocento e gli anni
perta con cuffie modellate di vario genere, in panno, tela Trenta del Novecento i bambini, dopo il primo anno di
di lino e cotone, raso o taffettà di seta, chiamate carètta, vita e fino all’età di tre o quattro anni, indossano abiti
cambùssu, iscòffia. Spesso consistono in esemplari mol- che possono essere ricondotti a due grandi gruppi.
to elaborati e dai cromatismi accesi, ornati di ricami poli- Abitini con breve carré e gonna a pieghe o arricciature,
cromi, passamanerie e frange in uno stile coerente con modello indifferenziato per entrambi i sessi e di lun-
quello dell’insieme vestimentario tradizionale degli adul- ghezza variabile, talvolta eccessiva; a ciò fa riferimento
ti, in altri casi si tratta di modelli più comuni e non di- il termine incoeddàdu, usato in area logudorese per in-
stinguibili rispetto a quanto comunemente usato a livello dicare il bambino che, così vestito, è impacciato nei mo-
popolare. Un capitolo a sé stante meritano gli abitini da vimenti proprio per l’eccessiva lunghezza dell’abito che
battesimo. Fin dalla seconda metà dell’Ottocento inizia a può formare una sorta di strascico (coèdda).135 Questi
scomparire l’uso degli insiemi tradizionali caratterizzati abitini hanno varie denominazioni, le più comuni sono:
da colori squillanti, soprattutto per le copertine in panno
rosso bordate con nastri colorati, e si attesta gradualmen- 500. Abitino, istiréddu, Bitti, inizio sec. XX
te l’impiego dei lunghi abiti bianchi comuni, anche fuori Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. 504
dall’isola, in area italiana ed europea. 501-502. Camicine, camisèddas, Capoterra, prima metà sec. XX
Gli insiemi tradizionali sono raramente conservati e si Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
deve ricorrere alle fonti iconografiche e alla ricerca sul 503. Giacchino coprifasce, corìttu, Bitti, seconda metà sec. XIX
campo per averne una migliore conoscenza. Nelle rac- Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
colte pubbliche e private è invece presente una grande 504. Gonnellina, mantéddu puzzonàdu, Bitti, fine sec. XIX
varietà di cuffiette e vestine battesimali lunghe, confezio- Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.

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istiréddu, èste, bèste, estèdda ecc.; più raro il termine Più interessanti sono gli insiemi vestimentari maggior- adulti. Si tratta ovviamente di schematizzazioni utili per
cavardìna usato nel Goceano e in una vasta parte del mente complessi di chiara impronta locale adatti a bimbi un approccio generale con l’argomento, ma che posso-
Logudoro, per definire un abito di tela per ragazzi ricon- molto piccoli, ma realizzati con tessuti, taglio e ornamen- no essere soggette a notevoli revisioni quando si analiz-
ducibile all’antico termine italiano “gavardina” che è un tazioni che sono rappresentativi e distintivi del gruppo zano in dettaglio gli usi propri delle diverse comunità.
tipo di veste da casa. Questi abiti sono confezionati con culturale che li ha prodotti. L’abito di una bambina di Tra i cinque e gli undici anni, dunque, maschietti e fem-
505. Camicia, camìsa, Bitti, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
i tessuti più disparati, anche in funzione della stagione, Ollolai di due anni è perciò assolutamente distinguibile minucce indossano abiti molto simili a quelli dei loro
e non presentano particolari segni distintivi che consen- da quello delle coetanee di Bitti o Desulo. genitori, con le gradualità di pregio che le condizioni
506. Camicia, provenienza sconosciuta, inizio sec. XX
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. tano di ricondurli ad un preciso luogo della Sardegna Questi abiti vengono indossati per un lasso di tempo sociali consentono, e con qualche differenza anche per
senza altri dati di contesto, e precorrono, in un certo abbastanza breve prima del passaggio alla fase successi- l’uso festivo o giornaliero non tanto nel modello quanto
507-508. Camicia e gonnellina, ’amìsa e vestèdda,
Ollolai, inizio sec. XX senso, l’omologazione dei modelli infantili usati dopo i va, compresa tra i cinque e gli undici anni, per la quale nell’ornamentazione e nelle condizioni di usura dell’abi-
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde. primi decenni del XX secolo. si ricorre a varianti semplificate dell’abbigliamento degli to stesso. La documentazione sull’abbigliamento infantile

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per questa fascia di età non è vasta, né lo sono i capi differiscono dai modelli giornalieri delle donne adulte;
d’epoca arrivati sino a noi, destinati, infatti, a passare dove le condizioni climatiche lo consentono si utilizzano
di fratello in fratello fino alla loro distruzione. Si rin- zoccoli di legno o si va del tutto scalze.
tracciano però notizie interessanti anche attraverso L’abbigliamento dei maschietti di pari età è anch’esso
fonti inaspettate: nel mese di maggio del 1911 morì una versione semplificata di quello degli adulti, compo-
improvvisamente ad Orosei una bimba di cinque sto da calzoni e camicia di tela di cotone o lino con o
anni; una lettera anonima accusò il patrigno di aver senza l’uso del calzone a gonnellino di orbace. L’insieme
causato la morte della piccola per avvelena- di base è ovunque costituito dai calzoni di tela bianca e
mento mentre la moglie, all’alba, lavava i dalla camicia di tela sulla quale può essere sovrapposto
panni al fiume. Ne derivò un procedimento un corpetto o un giubbetto; in questo caso le calzature
penale al termine del quale il patrigno ri- sono spesso assenti. I bambini più grandetti o i figli dei
sultò essere innocente. Lo studio degli atti possidenti completano l’insieme con gonnellino di orba-
processuali si è rivelato prezioso per la pre- ce, cintura e uose e, in questo caso, indossano sempre
cisa descrizione dell’abbigliamento della scarponcini di pelle con suola chiodata. I copricapo so-
piccola. Fu infatti ordinata l’esumazione della no simili a quelli degli adulti sia nei modelli a sacco sia
salma, ma essendo stato esumato per errore il nelle fogge basse rotondeggianti. Per qualità e originalità
cadavere di un’altra bimba, morta nello stesso spiccano i modelli detti zizzìa o giggìa con i relativi di-
periodo, fu chiesto alla madre della piccola di minutivi zizziéddu o cicciéddu; si tratta di berretti bassi,
riferire dettagliatamente sugli indumenti che sua rotondi, confezionati in panno di lana, velluti di cotone e
511
figlia indossava al momento del decesso e dell’inu- seta, decorati con ricami, applicazioni di vetrini e lustrini,
mazione, proprio per fugare ogni dubbio sul rico-
noscimento del corpo. Nella dolorosa deposizione
della madre troviamo pertanto sia la descrizione del-
l’abbigliamento giornaliero generalmente usato da
tutte le coetanee del paese, sia degli abiti che costitui-
scono l’insieme tipico dell’abbigliamento festivo. La
madre informa anche della qualità e dello stato di con-
servazione dei vari indumenti e precisa che alcuni capi
509
e i gioielli furono rimossi prima dell’inumazione.136

Si può dunque affermare che, nella gran parte dei


casi, l’abbigliamento delle bambine compren-
deva capi analoghi a quelli delle giovani
donne realizzati con tessuti più modesti e
con scarso ricorso a ricami e altre orna-
mentazioni. L’impiego dell’orbace per le
gonne infantili scompare rapidamente
sostituito dalle indiane, più a lungo però
resiste nelle zone montane. L’insieme
costituito da corpetto e camicia bianca è
comune ancora nel primo ventennio del
Novecento quando inizia ad essere sosti-
tuito dalla camicia o blusa di cotone a
piccoli decori, tagliata nei modelli alla mo-
da. Le calzature, che sono assai costose, non

509. Corpetto festivo, solopàttu, Bitti, inizio sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni
Popolari Sarde.
510. Corpetto festivo, provenienza sconosciuta,
prima metà sec. XX, Sassari, coll. privata.
511. Corpetto festivo e di gala, pàla a sùpra,
Nuoro, inizio sec. XX, Nuoro, coll. privata.
512. Gonna festiva e di gala, tùnica, 512
Nuoro, prima metà sec. XX, Nuoro, coll. privata.

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bambini più piccoli portano sulle vestine dei bottoni o femminucce. Molti sono i casi in cui lo stato di indigenza
dei nastri neri; quelli più grandi indossano abiti neri o di gran parte delle famiglie non permette di osservare
scuri per un periodo di tempo che varia dai sei mesi ad queste regole se non ricorrendo alla carità di vicini di ca-
alcuni anni; la prescrizione del nero riguarda soprattutto sa e parenti; in mancanza di questi aiuti i bimbi conti-
le bambine, mentre per i bambini è sufficiente l’uso di nuano ad indossare i loro abiti giornalieri, spesso mal-
abiti scuri. Seguire le prescrizioni vestimentarie per il lut- conci, che nello stato di usura, piuttosto che nel colore,
to costituisce un impegno economico rilevante: è pertan- mostrano il segno della loro dolorosa condizione di orfa-
to naturale che la pratica più diffusa sia quella di tingere ni. Lo stato di mezzo lutto o di lutto leggero interessa so-
di nero gli abiti solitamente usati, ottenendo spesso colo- prattutto le bambine che, in caso di morte di fratelli,
ri scuri, ma non il nero assoluto, o di riciclare indumenti nonni o zii, aggiungono all’abito giornaliero un fazzolet-
neri da adulto. Al lutto stretto segue almeno un anno di to scuro, mentre i maschietti portano una fascia di tessu-
lutto intermedio o mezzo lutto segnato da abiti dalle tin- to nero o bruno sul braccio o su uno degli indumenti
te sobrie e dall’uso di un fazzoletto giallo o nero per le che coprono il tronco.

513. Luciano Baldassarre, Ortolana sassarese, 1841, canutiglia, talvolta ornati anche con nappe e cordoncini
litografia a colori da Cenni sulla Sardegna, Torino 1841;
Cagliari, coll. Piloni.
o semplicemente percorsi da impunture policrome;
questa foggia è comune a tutta l’isola, ma gli esemplari
514. Ottana, inizio sec. XX, foto d’epoca.
conservati provengono soprattutto dalla Sardegna cen-
515. Bitti, inizio sec. XX, foto d’epoca. trale e da Bitti anche se le fonti iconografiche, fotografi-
516. Nuoro, fine sec. XIX, fotografia di Antonio Ballero. che e orali ne documentano un uso molto più esteso.
Le due ragazze indossano l’abito di Oliena. Anche per i maschietti, dopo gli anni Venti del Nove-
517. Desulo, 1955, fotografia di Mario De Biasi. cento si assiste alla graduale introduzione di calzoncini,
camicie e copricapo di foggia moderna, che finiranno
per soppiantare l’insieme appena descritto.
La quotidianità e la festa prevedono una qualità vesti-
mentaria differenziata anche per l’abbigliamento infanti-
le; è stato già detto che il primo requisito dell’abito festi-
vo è quello di essere in buono stato e non sembri cosa
da poco in una società nella quale procurare anche una
minima dotazione vestimentaria per tutta la famiglia ri-
chiede una attenta gestione delle risorse e frequentissi-
mo è l’adattamento di capi smessi. La biancheria intima è
generalmente inesistente o ridotta all’essenziale ad ecce-
zione delle sottogonne, dei copribusto, delle sottovestine
e delle maglie intime che non differiscono da quelle de-
gli adulti. Le sole fonti orali testimoniano l’uso diffuso
delle mutande, per le bambine, a partire dal primo No-
vecento, con le solite eccezioni per le classi disagiate o
per comunità particolarmente conservative; al contrario
nelle famiglie agiate, soprattutto cittadine e di estrazione
borghese, il corredo intimo deve ritenersi assai più con-
sistente. Per i maschietti vale la stessa osservazione, an-
che considerato che i calzoni di tela dell’insieme tradi-
zionale fungevano al contempo da capo intimo e che
solo con l’introduzione dei calzoni di foggia moderna si
diffonde l’uso delle mutande. La condizione di lutto inte-
516 ressa anche i bambini. In caso di morte dei genitori i 517

310 311
Note

519

1. Il dibattito sul termine “costume” è in atto lucchese, l’uso delle bende par che sia ricor- 22. Sono di dimensioni notevolmente più
518 da diversi anni sia in ambito regionale che na- dato soltanto per indicare il passaggio dall’in- grandi dei precedenti; le dimensioni del lato
zionale. Non è possibile rappresentare in nota fanzia all’età adulta, là dove è scritto … “femi- variano da cm 83 a cm 160, ma i più comuni
i contributi dei numerosi studiosi per i quali si na è nata, e non porta ancor benda” (Dante, sono quelli con misure medie di cm 120 circa,
518. Cuffia festiva, carètta, Bitti, inizio sec. XX rimanda, pertanto, alla bibliografia generale di Purgatorio, XXIV, 43)». per lato.
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni questo volume. 13. Il giallo è il colore riservato ai copricapo da 23. La gran parte degli scialli in tibet vengono
Popolari Sarde. 2. G. Deledda 1972, pp. 103-104. Vedi anche lutto il cui uso è attestato, almeno fino al primo importati dalla Toscana, dalla Lombardia e dal
E. Delitala 1964. decennio del Novecento, in gran parte della Veneto dove sono diffusi a livello popolare, so-
519. Copricapo festivo maschile, ciccìa, Bitti, 3. M. Carosso 1984. Sardegna e in particolare a Busachi, Nuoro, prattutto a Venezia, fin dalla seconda metà del-
inizio sec. XX Mamoiada, Sorgono e Meana, per citare solo l’Ottocento. La diffusione in Sardegna, dove si
4. E. Vittorini 1952. utilizzano come copricapo soprattutto nella ver-
Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni qualche esempio. Ciò conferma la regola, dif-
Popolari Sarde. 5. F. Alziator 1963, Luzzietti, tavv. 21, 39. fusa ampiamente in area europea, di riservare sione ricamata, aumenta sensibilmente dopo gli
6. F. Alziator 1963, Luzzietti, tavv. 21-22, 40. questo colore agli “esclusi”: musulmani, ebrei, anni Venti del Novecento quando se ne intensi-
520. Cappottino festivo, cappottéddu, prostitute, boia, vagabondi, segnalando la loro fica la produzione e il loro prezzo di mercato li
Nuoro, 1924 7. Nicola Tiole 1990, tavv. 87-88.
diversità con un nastro, un simbolo o un indu- rende evidentemente accessibili ad una larga
Nuoro, Museo della Vita e delle 8. Un vivo ringraziamento per la cortese colla- mento obbligatoriamente giallo. Il giallo viene utenza. La variante in tinta unita di tibet di
Tradizioni Popolari Sarde. borazione va al personale del Museo Naziona- caricato di significati negativi a partire dal Me- grandi dimensioni (cm 180x180) e quella di la-
le delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma e a dioevo e non è da escludere che, proprio da na bouclé con frange tubolari diventerà capo
quello del Museo della Vita e delle Tradizioni un passato così lontano, provenga l’uso di que- caratterizzante dell’abbigliamento popolare di
Popolari Sarde di Nuoro. Non potendo farlo sto colore per il copricapo femminile da lutto; “transizione” costituito da fazzoletto di tibet,
singolarmente si ringraziano tutti coloro che, la condizione di lutto comporta infatti un tale scialle, blusa, gonna lunga e grembiule.
nel corso delle ricerche sul campo, hanno ge- numero di restrizioni e proibizioni che, a ben
nerosamente offerto informazioni e suggeri- 24. Le dimensioni medie sono di cm 150x150
guardare, fanno della donna, e della vedova in nelle forme quadrate, cm 100x120 in quelle
menti; importanti momenti di approfondi- particolare, una sorta di reietta. Se si considera
mento e riflessione sono anche derivati rettangolari.
che la produzione serica è già affermata ad Or- 25. È costituito da un elemento trapezoidale
dall’incontro con appassionati e stu-
gosolo nella seconda metà del XVIII secolo e con lato maggiore di circa cm 185, minore di
diosi locali nell’ambito delle attività
che da sempre si allevano esclusivamente ba- cm 73 e lati obliqui di cm 137 ciascuno. Lungo
svolte dall’autrice presso l’Istituto
Superiore Regionale Etnografico chi a bozzolo giallo, è possibile ipotizzare che il lato breve è unito ad un altro elemento di
di Nuoro. il colore del copricapo femminile giornaliero e forma rettangolare di cm 73x96; questo ele-
di gala fosse in origine di colore giallo pallido mento è fatto in tessuto doppio. Lungo i lati
9. Cfr. la vasta iconografia relati- dovuto al colore naturale del filato. Nel tempo,
va alla prima metà dell’Otto- obliqui del trapezio e nel punto di unione con
ormai persa la memoria del simbolismo negati- il telo rettangolare sono applicate, a distanza
cento: A. della Marmora 1826; vo del giallo, al pari di altre modifiche introdot-
F. Alziator 1963, Cominotti; regolare, 44 anelline in metallo o asole a pon-
te nel vestiario, anche il copricapo può aver te. Attraverso tali anelle si infila un nastro che
F. Alziator 1963, Luzzietti; subito una sorta di restiling cromatico tramite
Nicola Tiole 1990. Nella arriccia l’indumento e lo fissa al punto vita. La
l’utilizzo dello zafferano col quale si tinge la parte rettangolare doppia ricade sulla parte po-
collezione Piloni di Ca- trama prima della tessitura per ottenere un gial-
gliari sono conservati im- steriore della gonna, quella trapezoidale viene
lo più intenso e dorato. Anche ad Orgosolo il rialzata sulla testa, per questa ragione, lungo il
portanti documenti ico- lutto vedovile prescrive l’uso di bende di seta
nografici del secolo XIX. lato maggiore è presente un alto bordo che dà
tinte di nero ben serrate attorno al volto. più consistenza all’indumento.
10. Il Casu riporta una 14. Per la produzione serica in Sardegna e in
notizia curiosa al lem- 26. P. Casu 2002, lemma cappìtta: Bunneddha
particolare ad Orgosolo vedi G. Carta Manti- a cappitta gonna che si metteva sul capo e
ma carètta, scrive glia, A. Tavera 1992.
infatti: «Siccome an- scendeva sulle spalle e la schiena come uno
ticamente i cadaveri 15. Le dimensioni del lato variano da cm 70 a scialle o un mantello.
si seppellivano col cm 90-100. 27. A. della Marmora 1826; vedi anche A. Usai
capo coperto da 16. I più grandi misurano cm 175x175, la mi- 1977 dove invece il termine suncurinu sta per
una cuffia, si dice sura media è di cm 100 per lato. “giustacuore”.
per ischerzo: ancu 17. “I Mezzari tra oriente e occidente” 1988. 28. Per i modelli tempiesi raffigurati dal Tiole
sias in carètta! possa vedi E. Delitala in Nicola Tiole 1990, pp. 33-34.
avere in testa la cuffia dei de- 18. Le dimensioni del lato arrivano ad un mas-
funti! Forse si vuole anche significare: simo di cm 90 per gli esemplari più antichi, 29. A. della Marmora 1826.
possa essere come i bimbi in cuffietta». P. Ca- mentre in quelli più recenti le dimensioni del 30. Copricapo ornati di fiori e piume, indossati
su 2002. lato si riducono fino a cm 50. in insiemi di gala con casacchini del tutto simili
11. Le bende hanno dimensioni assai variabi- 19. Le dimensioni medie sono di cm 50-60 a quelli sardi, sono usati in Spagna. Per l’uso di
li, comprese tra cm 160 di lunghezza e cm 40 per lato. copricapo piumati di tradizione cinquecente-
di larghezza. 20. È ancora in corso lo studio di copricapo di sca, in ambito popolare, vedi G. Butazzi 1981.
12. R.L. Pisetsky (1964-69, vol. II, p. 122) scri- questa foggia provenienti da Nuoro, Oliena, 31. F. Alziator 1963, Luzzietti.
ve, a proposito dell’uso di questo tipo di co- Fonni, Ollolai e da altre località della Sardegna 32. Così F. Alziator (1961) commenta: «Né la
pricapo: «Ma in Dante stesso, quando il poeta centrale. descrizione dell’Angius né quella del Della
si fa profetare dal rimatore Buonaggiunta de- 21. Le dimensioni di questo tipo di scialle va- Marmora fanno riferimento al copricapo raffi-
gli Orbicciani, il gentile amore di Gentucca riano da cm 83x85 a cm 98x98. gurato nella tavola. Il secondo Autore, tuttavia,

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rappresenta due donne di Sinnai nella tavola za, le vedove di condizione agiata indossano, finire una veste preziosa detta skaramaggivou si sia conservato in Sardegna, per indicare una 99. Le camicie sarde della fine dell’Ottocento 124. Cfr. nota 9.
VI della I e II edizione dell’“Atlante” con copri- alla fine dell’Ottocento, un giubbetto di panno crusoufavntou o scaramangum indossata dal- cuffia sagomata da utilizzarsi in ambito familia- presentano in molti casi ricami raffinatissimi 125. A. della Marmora 1826, Voyage.
capo duro, ma mentre quello di Oristano è a nero con la manica completamente chiusa, l’imperatore e dai dignitari in occasione della re. Dell’esistenza di un copricapo in disuso già anche se poco appariscenti e rifiniture ad ar-
cupola, questo è a cilindro». detto corìttu, che viene associato a tutti i capi nel primo ventennio dell’Ottocento, presumi- chetti a “punto in aria”. Per questo tipo di rifi- 126. Cfr. la bibliografia generale di questo vo-
Santa Pasqua e di altre solenni festività religio- lume.
33. M.L. Wagner 1960-64, lemma kamíṡa. prescritti per l’abito nuziale e di gala confezio- se. Tale indumento poteva essere una lunga bilmente proprio il camàulu, dà notizia il Del- nitura vedi R.L. Pisetzky 1964-69.
nati in nero e con ricami in tinta. Dopo il 1930 tunica di colore variabile a seconda del tipo di la Marmora 1826, Voyage, che così scrive: «Al- 100. Cfr. nota 9. 127. A. della Marmora 1826, Voyage.
34. Per il termine lìnza usato a Nuoro vedi il questo capo sembra completamente in disuso ricorrenza e con bordi ricamati e dorati ed era cuni abitanti del Campidano, vicino a Samassi, 128. «Usano i bonorvesi nel vestire maggior
confronto con il termine linja usato in Alba- e le vedove indossano il modello di giubbetto 101. Riguardo al fatto che il corpetto deve es-
riservato appunto all’imperatore e ai dignitari raccolgono i capelli in una borsa di tela sulla eleganza degli altri del dipartimento. Molti però
nia, Bosnia Erzegovina, Dalmazia e Montene- con la manica aperta, confezionato in nero. sere indossato preferibilmente sotto altri indu-
di corte. Per il clero era prescritto l’uso in oc- quale mettono una specie di calotta di panno; alle brache (sas ragas) sostituiscono i pantaloni
gro per indicare un elemento essenziale del- menti quali giacche, cappotti ecc., si segnala
l’abbigliamento femminile, cioè la camicia 48. A. della Marmora 1826. casione della morte dell’imperatore. Lo stesso ma è un uso che sta per finire e non lo si trova di panno ruvido. Nell’estate vestono gli usatti-
più che tra i vecchi». Vedi anche la descrizione che il nome solopàttu, soropàttu e soropàu,
lunga, munita di lunghe maniche. (“La chemi- 49. Valery 1996. nome veniva anche attribuito ad un abito d’u- ni, o borsacchini di pelle di daino, in vece del-
usato a Bitti, Orune, Lula, Orgosolo, sembra le calze di panno». V. Angius, in G. Casalis
se «Dalmatica» un élément paleochrétien”, in so militare. Vedi E. Manara, “Gli abiti di corte del copricapo di Armungia di V. Angius, in G.
50. Le fonti iconografiche più antiche e i re- derivare dallo spagnolo solopado che significa 1833-56.
Études et documents balkaniques et méditer- dal De Cerimonis di Costantino VII Porfiroge- Casalis 1833-56.
perti d’epoca ne attestano senz’altro l’uso a “nascosto”. Vedi M.L. Wagner 1960-64, lemma
ranéens, p. 31). Lo stesso termine linja è usato nito e i riferimenti ai costumi dei personaggi 80. Vedi F. Orlando 1998, p. 54. e F. Manconi solopáttu. 129. A. della Marmora 1826, Voyage.
Quartu Sant’Elena, Sinnai, Monserrato e Selar- raffigurati sui pannelli musivi del S. Vitale in
nei villaggi calabresi di origine albanese, Vena gius. La diffusione di questa foggia, riservata 1992. 130. L’abito festivo di Iglesias conservato al
Ravenna”, in Aspetti e problemi degli studi sui 102. F. Alziator 1963, Luzzietti, tav. 2 (Majuoli).
di Maida e Caraffa per indicare camicie lun- ad una ristretta cerchia di possidenti, sembra 81. Tra i pochi copricapo d’epoca ancora esi- Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popo-
ghe, vedi M. De Fontanés, “Les vêtements tra- tessili antichi (II Convegno C.I.S.S.T., Firenze 103. Le dimensioni variano dai 5 ai 25 cm. lari di Roma comprende anche un paio di cal-
essere documentata anche in altri centri vicini. 1981), a cura di G. Chesne Dauphinè Griffo, stenti si segnala quello conservato al Museo
ditionelles de deux villages de Calabre (prov. Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di 104. Questa tipologia è chiaramente descritta ze in filo di cotone lavorato a maglia rasata.
De Catanzaro) d’origine albanaise, Vena et Ca- 51. Altri elementi dell’insieme di gala teuladi- Edizioni C.I.S.S.T., Firenze 1981. Sulla deno- in Nicola Tiole 1990, tavv. 91, 93, 95.
no, quali la gonna di panno rosso e il grem- minazione di skaramangia data ad abiti di Roma, relativo all’insieme vestimentario del 131. Sulla gioielleria tradizionale in Sardegna
raffa: Essai d’approche historique”, in Per una pescatore di Cagliari. 105. A. della Marmora 1826, Voyage. vedi la bibliografia generale di questo volume.
biule a ventaglio, lo avvicinano al modello ve- corte vedi anche G. Paulis 1983, p. 134.
storia del costume mediterraneo 1994.
stimentario in questione. 64. Nicola Tiole 1990, tav. 5 (Nouveaux Mariés- 82. Cfr. F. Alziator 1963, Luzzietti, tav. 2 (Ma- 106. G. Della Maria, “Folklore sardo nel Mu- 132. Molto spesso, inoltre, alla cintura sono
35. G. Deledda 1972. juoli). seo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma”, appesi acciarini per pietra focaia.
52. Nicola Tiole 1990, tavv. 5, 18, 55, 77; Dalsa- Cap de Cagliari); tav. 8 (Paysanne des environs
36. Le dimensioni variano da cm 2 a cm 5. ni, in Il Buonumore 1878, tav. 6; cfr. anche la de Cagliari); tav. 18 figura a sinistra (Paysan des 83. La berretta rossa rigida usata dai rigattieri in L’Unione Sarda, a. LXIX, n. 285, 30 novem- 133. M.L. Wagner 1960-64, lemma čimússa.
37. Per la diffusione del ricamo vedi P. Pique- fig. 159 a p. 110 di questo volume. environs de Cagliari aux jours de fête); tav. 35 è probabilmente un fez. bre 1957.
134. Valery 1996, p. 149.
reddu 1990, p. 333 sgg. 53. Si tratta di un raro esemplare conservato (Habitans du Campidano de Cagliari); tav. 77 84. Tale foggia, che è assai comune in tutta 107. Per lo studio del cappotto serenìccu vedi
l’importante lavoro di S. Pira 1993. 135. M.L. Wagner 1960-64; P. Casu 2002.
38. Per le caratteristiche del ricamo teuladino presso il Museo Nazionale delle Arti e Tradizio- (sposa con due figure) senza didascalia. F. Al- l’isola e potrebbe risalire ad età rinascimentale,
vedi C. Rapallo 1983. ni Popolari di Roma. ziator 1963, Luzzietti, tavv. 18, 20. è attestata in numerose illustrazioni della prima 108. Queste decorazioni sono presenti anche 136. «Spogliata degli abiti che indossava, consi-
metà dell’Ottocento, vedi F. Alziator 1963, Luz- nel secondo esemplare di serenìccu, non pub- stenti in un grembiulino di filo a fondo grigio
39. Le dimensioni di queste pieghe sono in 54. L’altezza dei polsini varia da cm 7 a cm 10. 65. Si evita di usare ganci o bottoni metallici a piccoli quadrettini di colore scuro e di una
media di cm 1 negli esemplari di Bitti, Dorgali, 55. F. Alziator 1963, Luzzietti. Questo tipo di perché l’operazione di candeggio effettuato zietti, tav. 37 (Uomo di Sassari), tav. 44 (Villa- blicato, e conservato nelle raccolte del Museo
ni d’Osilo). La stessa definizione a cécciu pare Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di maglia di lana bianca orlata ai bordi e all’incol-
Nuoro, Oliena, Orani, Orgosolo; stirature parti- gonna è indossato anche da una figura fem- con la lisciva poteva corrodere il metallo mac- latura, fu rivestita col costumino di Orosei e
colarmente raffinate prevedono anche pieghe minile della tavola Costumi sardi di Agostino chiando il tessuto. derivare dal cencio che è un cappello floscio Roma.
di tessuto morbido simile alla berretta sarda. cioè, conservando la maglia già notata le fu
di cm 0,5, quali quelle in voga a Orosei, Gal- Verani, nella collezione Piloni di Cagliari. 66. Cfr. in Nicola Tiole 1990 le tavole: n. 52 (De- 109. Vedi tavole in Nicola Tiole 1990, F. Alzia- fatta indossare una camicia di lana cabrik, or-
tellì, Irgoli. 56. La larghezza del punto vita è, in media, di sulo); n. 73 (Desulo e Sorgono); n. 76 (Meana) 85. F. Alziator 1963, Luzzietti, tav. 15 (Uomini tor 1963, Luzzietti, e di Agostino Verani con- lata di pizzo con margini a linguette, l’orlo ri-
40. A. Bresciani (1850) spiega l’uso di questo cm 90 ed è compresa tra i cm 250 e 280 in e le tavole in A. della Marmora 1826, Atlas. di Bosa) la berretta nera, schiacciata, può es- servate alla collezione Piloni di Cagliari. camato a trapunta con dei ricami a forma di
fazzoletto copriseno con l’esigenza delle ra- corrispondenza dell’orlo inferiore. 67. M.L. Wagner 1960-64, lemma kamíṡa. sere una berretta corta o anche una specie di 110. M.L. Wagner 1960-64, lemma piččinnáu: cuoricini, abbottonata agli occhielli con due
gazze del circondario di Cagliari, che si reca- berretto a tamburello. «camp. “spezia de pannu po fai cappottus”, bottoncini … Inoltre un giustacuore o corpetto
57. Le ampiezze variano da cm 380 a cm 500. 68. M.L. Wagner 1960-64 e P. Casu 2002, lem-
vano in questa città, di nascondere agli occhi 86. Vedi di Raffaele Arui I macellai (metà sec. “fioretto di Spagna e di Napoli” (Porru, App.)». foderato all’interno di stoffa color limone e al-
dei forestieri le forme del seno troppo eviden- 58. A Quartu Sant’Elena e nei paesi vicini il ma cànsciu: In cànsciu in camicia. l’esterno con stoffe di due colori, uno bianca-
XIX), tavola conservata al Museo G.A. Sanna 111. Cfr. nota 9.
ziate dalle camicie senza dover rinunciare ai nome di questo tessuto ha dato il nome ad 69. Alcune fonti hanno riportato la consuetu- di Sassari. stro e l’altro che era giallastro. Il margine ante-
consueti corpetti. Il fazzoletto poteva tra l’altro uno degli insiemi vestimentari detto su bistìri dine della minzione in posizione accovacciata 112. F. Alziator 1963, Luzzietti, alla tav. 47 riore del lato foderato di stoffa color limone,
de abrodàu che sanciva il passaggio dalla fan- o eretta delle donne sarde, continuata, in casi 87. M.L. Wagner 1960-64, lemma čiččía. Il Ca- (Tempiesi).
essere tolto facilmente mentre si rientrava nel su (2002), che pure riporta il termine, lo tradu- cioè interno aveva una orlatura di colore rosso
proprio paese di origine dove l’insieme tradi- ciullezza alla giovinezza. sporadici, fino alla metà degli anni Cinquan- 113. Il mantello è lungo in media cm 300x140. a fiorami e dal lato esterno una orlatura di co-
ta; tali funzioni venivano svolte in pubblico, ce “copricapo, berretto”, senza alcuna descri-
zionale non creava né scalpore, né imbarazzo. 59. La larghezza del pannello anteriore corri- 114. A. della Marmora 1826, Voyage. lore celeste leggermente fiorata. L’orlatura infe-
senza spostare alcun capo di abbigliamento a zione. Il Wagner li descrive come berrettini riore del corpetto era di stoffa (di seta), di co-
Vera o no questa esigenza sembra comunque sponde all’altezza del telo d’orbace, vale a di-
conferma del fatto che le mutande non erano rotondi di panno, di fustagno o di orbace sen- 115. V. Angius, in G. Casalis 1833-56. lore rosa e pieghettata … Le due alette del
essere confermata dall’iconografia e l’inizio di re cm 50-60.
capi del tutto comuni neppure in quegli anni. za ala né visiera, senza dare alcuna informa- 116. Cfr. le tavole Costumi sardi e Tempio di corpetto erano tenute assieme da un nastro
questo uso non pare essere anteriore alla se- 60. «Un pittoresco uso delle donne nuoresi è il
conda metà dell’Ottocento. zione sul loro uso se non che il diminutivo in- Agostino Verani conservate alla collezione Pilo- pure di colore rosa … Inoltre una sottanina di
rigettarsi la tunica sulle spalle (“a tunica ghet- 70. Valery 1996, p. 204. dica il berrettino dei ragazzini.
41. Per lo studio dei busti rigidi vedi lo studio tada in coddos”). Ed ecco come: dopo averla ni di Cagliari. Simile a questa foggia anche tela bianca, liscia e allacciata in vita con un le-
71. Sulla gioielleria tradizionale in Sardegna 88. Vedi la tav. 27 (Uomini del Marghine) in quella raffigurata alla tav. 37 in F. Alziator 1963, gaccio di cotone, ed una gonnellina fondo blu
di G.M. Demartis 1998. indossata si piglia per i lembi del davanti e si vedi la bibliografia generale.
rigetta prima su una spalla e poi sull’altra in F. Alziator 1963, Luzzietti. Luzzietti. chiaro con delle righe parallele longitudinali
42. Così l’Angius descrive l’abito di Bitti: «Sopra 72. Vedi il ritratto di Maria Piras, e i giubbetti disposte a coppia, una scura e l’altra giallastra,
il giubboncino di scarlatto (su corìthu) hanno modo che la tunica copre tutto il davanti della 89. Ancora nel primo Novecento i laboratori 117. F. Alziator 1963, Luzzietti, tav. 10.
persona e ricade dietro descrivendo un V, col raffigurati nelle tavole n. 14, 31, 35 in F. Alzia- tunisini alimentavano il commercio di questi senza calze né scarpe. In testa le fu messo un
la pala che consta di spalliera, e di antipetto, e tor 1963, Luzzietti, e in quelle n. 9, 35, 40 in 118. A. della Marmora 1826, Voyage. fazzoletto a fondo di colore granato scuro con
questo in una forma non dissimile alla sum- suo orlo colorito lungo il dorso. Quando fa copricapo in tutto il Mediterraneo.
Nicola Tiole 1990; cfr. inoltre le figg. 222-223 a 119. Calzoni a gonnellino o a girello di vario leggera fioritura … e nuovo di bottega. Aveva
mentovata caretta copre bene il petto», e quel- freddo e piove si getta in testa. Le nuoresi 90. A. della Marmora (1826, Voyage), ritiene
p. 150 di questo volume. tipo sono presenti nell’abbigliamento popola- i capelli di colore castagno chiari, leggermente
lo di Orune e il suo corpetto che pare essere hanno la mania dei fianchi prominenti. Perciò che questo modo di indossarlo non sia molto
indossano quante più tuniche hanno. Le spo- 73. Per i fazzoletti da mano e i ventagli vedi in re europeo per tutto il XVIII e parte del XIX ricci, abitualmente aveva le trecciuole, ma non
proprio uguale a quello bittese: «Le donne usa- antico. secolo. ricordo se nel momento in cui fu deposta nella
no la benda, come esse dicono, o il velo di li- se devono averne almeno tre in modo che particolare le tavole n. 5, 35, 38, 53, 55, 58, 77,
sotto l’orlo di una si scorga quello dell’altra». 82, 87, 88 in Nicola Tiole 1990 e quelle del Dal- 91. Dalsani, in Il Buonumore 1878, attesta di- 120. F. Alziator 1963, Luzzietti, tav. 7 (Vendi- cassa le aveva ancora. Ricordo che io, prima
no gentile, il giubbetto (su corittu) tutto fodera- versi esempi di questa foggia di copricapo, di deporla nella cassa, le avevo messo una ro-
G. Deledda 1972, p. 122. sani, in Il Buonumore 1878, n. 10, 12, 14, 18. tor d’erba). Vedi anche G. Della Maria: «Il co-
to a velluto rosso o azzurro con vari ricami, oltre le tavole qui pubblicate vedi la tav. 40 sa infilata nello sparato della camicia … non
61. Per i modelli di gonne unite al corpetto co- 74. E. Vittorini 1952. lore nero delle ragas non era comune a tutti i
con maniche fesse in avanti, che vestesi sopra (Costume giornaliero di Pauli-Pirri). so se nella bara siano stati pure messi altri fio-
me lo scarramàgnu vedi gli esemplari pubbli- costumi sardi. Oltre la documentazione icono-
un busto (s’imbustu) il quale in avanti gonfiasi 75. A. della Marmora 1826, Atlas. ri. So che la stessa mia suocera nel deporla
cati in Il merletto nel folklore italiano 1990, pro- 92. F. Alziator 1963, Luzzietti, tav. 9, 17, 19. grafica suddetta, comprova ciò il della Marmo-
a somiglianza d’un petto di gallo con la testa 76. A. Bresciani 1850. nella bara le mise sotto la testa un capezzalino
venienti da Spezzano Albanese, si tratta di 93. A. della Marmora 1826, Voyage. ra e, particolarmente il Floris, il quale indica
senza collo, sotto il quale portasi un corpetto di foderato di stoffa a righe bianche e grigie …
panno giallo, guarnito a velluto o nastro rosso gonne molto sottili, con fitta plissettatura, unite 77. Vedi, ad esempio, le tavole in F. Alziator che – nella seconda metà del ’700 – i cagliari-
94. V. Angius, in G. Casalis 1833-56. tani, sassaresi e bosani usano le braghe anche Ripeto ancora che quando tornai dal fiume
o in broccato». V. Angius, in G. Casalis 1833-56. ad un sottile corpetto con bretelle (XIX sec.), e 1963, Luzzietti: n. 1 (Macellari di Cagliari), n.
95. M.L. Wagner 1960-64, lemma montèra d’un panno color miele, cioè fulvo, ossia gial- trovai che detta mia figlia aveva ai polsi e alle
da Frascineto, con gonne a pieghe unite al cor- 37 (Uomo di Sassari), n. 44 (Villani d’Osilo).
43. Vedi anche A. della Marmora 1826, Atlas. log. “berretto di pelle”. lo rosso», in N.B.B.S. 1956. caviglie allacciati dei fili bluastri che le furono
petto (pp. 313-316). Vedi anche gli esemplari 78. A. della Marmora 1826, Voyage. messi non so se da mia suocera o da altre per-
44. Dalsani, in Il Buonumore 1878, tav. 32. di gonne in pesante tessuto di lana, con breve 96. Per l’abbigliamento dei gremi vedi C.A. 121. P. Piquereddu 1987, p. 74.
79. Resta incerto il modello del copricapo de- sone accorse, contro sos pipios cioè rimedio
45. J.C. Flügel 1987, p. 85 sgg. corpetto a fascia e bretelle in España: tipos y Sanna, Sassari: storia dei gremi e dei cande- 122. V. Angius (in G. Casalis 1833-56) eviden- contro le convulsioni dei bambini secondo il
nominato camàuru o camàulu che il Wagner lieri, Sassari 1992 e la figura n. 8 della tav. III
46. Tali combinazioni meriterebbero uno studio trajes por Jose Ortiz Echagüe 1957. zia l’uso nell’insieme di Posada: «I posadini ve- costume locale. Fornisco a maggiore chiari-
(1960-64) traduce “lungo berretto” (lemma dell’Atlas di A. della Marmora.
approfondito che può essere condotto soltanto 62. Vedi l’articolo di T. Putzu, G. Manca, “Iscar- kamáuru) e il Casu (2002) “berrettone” (lem- stono un cappotto di panno forese nero, lun- mento la foto di detta mia figlia, facendo però
all’interno di trattazioni di carattere monografico ramàgnu, l’antico costume di Orani”, in Sarde- ma camàulu); dato che sia l’uno sia l’altro au- 97. Ancora nel primo Novecento nei Grandi go sino a’ femori, guarnito di velluto nero o notare che degli abiti sopra descritti, al mo-
data la quantità di significati che esse comuni- gna Antica, a. IV, n. 7, 1° semestre 1995. tore ne evidenziano l’uso da parte di sacerdoti Magazzini Angelo Tomè a Sassari sono venduti azzurro, brache a campana, come dicono per mento in cui fu deposta nella cassa, aveva la
cano all’interno delle diverse comunità. 63. Il termine iscarramagnu non risulta essere e che il termine “camauro” indica comunemen- i cappelli a larga tesa fabbricati dalla ditta Bor- l’apertura vasta de’ cosciali, sopra i calzoni di camicia che figura di indossare nella fotografia
47. A Nuoro ad esempio, dove il giubbetto usato in altri paesi dell’isola per definire un te la cuffia papale di velluto o raso di seta ros- salino proprio per soddisfare la richiesta locale. lino con gambiere o borsacchini dello stesso stessa, ma non la sottana e il grembiulino, la
chiamato zippòne è di colore rosso scarlatto e indumento popolare, mentre proprio lo stesso so sagomata che scende fin sotto le orecchie, è 98. Per le tecniche di ricamo si rimanda al te- panno, berretto nero o di colore rosso oscuro». collana, gli orecchini e i bottoni della camicia
presenta la manica aperta per tutta la lunghez- termine è presente alla corte bizantina per de- probabile che il termine di origine medievale sto delle camicie femminili. 123. A. della Marmora 1826, Voyage. che figurano nella fotografia».

314 315
Tradizione e quotidianità. L’abbigliamento femminile a Ittiri
Giovanni Maria Demartis

Ancor oggi chi percorre le vie di Ittiri incontra con faci- Fra le diverse gonne quotidiane si possono distinguere
lità donne che indossano gli ultimi esiti dell’antico abbi- quelle da lavoro, munnedduzzas, che hanno il retro lavo-
gliamento tradizionale, nonostante il paese disti appena rato a semplici pieghe sciolte o ribattute, a pijas bettadas,
una ventina di chilometri da Sassari.1 e quelle più pregiate, utilizzate per recarsi in rioni diversi
Essendo scomparsa da qualche anno l’ultima ittirese che dal proprio, fittamente plissettate nel settore posteriore ed
portava quotidianamente il busto e la camicia, le fogge ai fianchi con pieghette larghe meno di cm 1 che percor-
di vestiario popolare che ancora sopravvivono nell’uso rono verticalmente tutta la superficie del tessuto.
non folcloristico evidenziano un ibridismo che accosta In entrambe le tipologie le gonne sono lunghe sin quasi
lunghe gonne, scialli, grembiuli e fazzoletti-copricapo a alle caviglie e vengono confezionate con sostenute tele
bluse e maglioni di tipo commerciale, introdotti progres- di cotone, un tempo fornite da manifatture dell’Italia
sivamente dopo il 1950. L’attuale sistema di abbiglia- settentrionale, caratterizzate da motivi a rigato, a scac-
mento, utilizzato da gran parte delle donne che hanno chiera e scozzesi con fili tinti – e non stampati – nei vari
superato i sessanta-settant’anni e che appartengono a fa- toni del grigio, dell’azzurro, del rosa, su fondo general-
miglie dedite per lo più ad attività agropastorali o di mente bianco.
piccolo artigianato, mostra una spiccata differenziazione La nomenclatura locale delle stoffe definisce tipologie di
fra gli abiti feriali e quelli specifici delle cerimonie. gonne ormai canoniche: munnedda a rigadinu è detta la
Al contrario, non esistono appariscenti variazioni volte sottana a righe verticali grigie o blu su bianco, a costas de
a manifestare i dislivelli socio economici, come avveni- appiu (a coste di sedano) quella simile, ma a rigato irre-
va, invece, in passato nel caso dei costumi di gala.2 golare, a mattones biaittos (a mattoni blu) quella a minuti
Le donne che hanno rinunciato a “cambiarsi” con vesti quadretti turchini e bianchi, a mattones quella con vari
alla moda, rifiutando una tendenza in auge nel paese decori scozzesi rossi, rosa e blu su fondo color crudo, a
soprattutto dal 1960 al 1970, continuano a portare gli petta ’e sorighe (a carne di topo) quella a piccoli quadrati
abiti tradizionali, sia perché per loro sono divenuti co- bianchi e rosa intervallati da righine grigie o celesti, ecc.
me una seconda pelle, ma anche, come confessano in Tutte le munneddas de teletta hanno il pannello anterio-
molte, perché sarebbe dispendioso, con una ridotta re, su cameddu ’e nanti, semplicemente ridotto in vita
aspettativa di vita, acquistare un guardaroba “moderno” da quattro larghe pieghe, e chiudono su un lato, com-
mentre si ha a disposizione un corredo di indumenti ti- pletamente aperto verticalmente, con bottoni a pressio-
pici che deve essere necessariamente sfruttato. ne, in modo che è possibile riporle arrotolate a tubo al
Infatti ormai vengono cuciti rari capi, dato che non si rovescio per preservarne la pieghettatura. Presso il punto
ritiene più indispensabile affrontare confezioni spesso vita, sottolineato da una striscia di teletta che trattiene le
lunghe e costose. Una notevole cura conservativa inte- pieghe, sa trinza, alla congiunzione del settore plissetta-
ressa, diversamente, gli indumenti “buoni”, destinati a to con il pannello anteriore, sono risparmiate due fendi-
seguire le proprietarie nella tomba ed i vecchi costumi ture verticali, sas mesas portas, una per lato, affinché si
di gala che verranno ereditati da figlie e nipoti e sono possa accedere alla tasca sottostante, sa busciacca falza,
sfoggiati nelle parate del folclore.3 cinta alla vita con nastri – oggi non più d’uso generale.
L’elemento che caratterizza maggiormente l’abito popola- Tali aperture fanno sì, inoltre, che spostando i gancetti
re feriale attuale di Ittiri – e con poche varianti della vici- metallici cuciti alla trinza le gonne possano essere adat-
na Uri – è certamente la gonna di teletta, sa munnedda tate ai cambiamenti di taglia della proprietaria.
de teletta. Le mesas portas, per impedire la rapida usura degli indu-
menti, sono sempre rinforzate con un rettangolo di tes-
521. Giuseppe Biasi, Sera a Ittiri, 1914-18, suto in genere uguale a quello impiegato per la balza.
pastello e tempera su carta (particolare). Le due donne in primo
piano indossano la gonna-copricapo, mentre la bambina sulla sinistra Questa è di norma più scura della teletta prevalente, ha
521 è avvolta nel grembiule-copricapo. un’altezza di cm 20-30 ed è orlata in basso con uno

317
stretto nastro nero di “lana e seta”. Anche le balze han-
no una tipologia quasi fissa e, oltre che nelle telette più
cupe già descritte, venivano confezionate con felpe riga-
te, peffas, o con una sorta di tela scozzese bianca e blu
detta tramagatta.
Si deve notare che mentre la stoffa-base delle gonne,
quando è a righe, le presenta sempre in senso verticale,
per la balza si preferisce la disposizione orizzontale.
La predilezione per questo genere di tessuti, ampia-
mente usati nel vestiario giornaliero di svariate zone
dell’Isola e su una vasta area europea dalla seconda
metà del 1800, grazie all’enorme disponibilità di
cotone proveniente dalle Indie, è data certamente
dal loro costo moderato, dalla discreta resistenza
all’usura e da motivi estetici – l’effetto conferito
dalla pieghettatura è molto gradevole – ma an-
che dal fatto che la griglia regolare delle deco-
razioni facilitava l’esecuzione di pieghe picco-
le e perfettamente uguali. La pieghettatura era
ottenuta a mano, tramite fitte e strette imba-
stiture orizzontali, praticate alla distanza di
circa cm 2 l’una dall’altra, con resistenti fili di
cotone che fermavano le pieghe. La gonna
così lavorata (infilada) veniva successiva-
mente bagnata con acqua calda perché i tes-
suti infeltrissero leggermente fissando le pie-
ghe e sovente soltanto dopo diversi anni si
rimuovevano i fili, per indossarla.
Quando l’indumento, per il lungo uso, per-
deva il regolare assetto delle pieghe, s’iscor-
riolaìada, era necessario procedere ad una
nuova imbastitura, così si faceva dopo i rari
lavaggi o se si decideva di tingerlo di colori
più scuri.
Le sottane di teletta ritenute più pregiate sono
quelle più ampie, che richiedevano otto teli lar-
ghi cm 50-60, otto cameddos, congiunti fra loro.
Le giunture dei teli, coincidenti con le cimose,
sono sempre cucite nel verso con la balza, al rove-
scio, perché in tempi anteriori le gonne erano double
face e fungevano anche da copricapo, come si dirà avanti.
Alle sottane appena descritte è sempre associato un
grembiule, su pannellu ’e falare, lungo quanto la gonna
ed appena increspato in vita. Viene confezionato con le
stoffe commerciali più disparate, dalle stesse telette, al ra-
so di cotone alle tele stampate o operate, con vari colori
e fantasie, quasi sempre scuri. Nei grembiuli da lavoro
sono applicate una o due tasche.
Il copricapo, muncaloru a corru, del quale oggi si fa a
meno in diverse occasioni (ma non in chiesa ed ai fu-
nerali), è un fazzoletto commerciale con decorazioni
stampate, piegato a triangolo e modellato a soggolo

522-523. Abito femminile giornaliero, Ittiri, prima metà sec. XX


Nuoro, Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde.
Le due immagini evidenziano i principali indumenti del vestiario
femminile quotidiano di Ittiri, come si presentava attorno al 1950.
La gonna di teletta è del tipo detto a mattònes.

522 523
318
524

524-527. Grembiule da testa giornaliero,


pannéllu ’e cugùddu, Ittiri, prima metà sec. XX
Sassari, coll. privata.
Solo il grembiule alla fig. 527 ha dei decori
stampati “in fabbrica”, gli altri sono realizzati
in loco; il colore è dato con il pennello,
“a tampone”, utilizzando delle mascherine.
528. Grembiule da testa giornaliero,
pannéllu ’e cugùddu, Ittiri, inizio sec. XX
Sassari, coll. privata.
Il settore più stretto del grembiule cadeva
sulle reni, mentre la parte larga, ribaltata,
poggiava sulla testa, fasciando il busto.

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528

527

sotto il mento. Lo si porta di lanetta in inverno e di co-
tone nelle altre stagioni, scegliendo colori e disegni al-
legros o serios, a seconda delle occasioni.
Quando si esce di casa con la gonna di teletta è uso so-
vrapporre al fazzoletto un grembiule – copricapo –, che
oggi alcune donne poggiano sugli omeri, detto pannel-
lu de cuguddare per distinguerlo da quello normale.
A differenza di questo, quello copricapo ha sagoma
quasi triangolare ottenuta da un rettangolo di stoffa
strettamente plissettato alla base: quando viene indossa-
to, il settore pieghettato, trinza, cade sulle reni ed il lato
opposto poggia sul capo, incorniciando il viso ed avvol-
gendo busto e braccia. Il tessuto è lavorato a larghe pie-
ghe, ben visibili quando l’accessorio è nuovo, e la trin-
za, orlata di terziopelo violaceo, evidenzia cordoncini di
seta policroma applicati, sos cordones,4 che la decorano
e nel contempo fissano le pieghette. Per la confezione
di questo copricapo si sceglievano più spesso stoffe ne- 531

re variamente stampate, soprattutto raso di cotone, ma


non sono assenti altri tessuti e colori, sempre scuri.
Numerose decorazioni sono ormai codificate dall’uso: È dato di sapere che la carta, prima della stampa sul tes-
budrones de ua, fiores indeorados, listrones, rosigheddas, suto, veniva pazientemente ritagliata con forbicine e la-
fozas de nughe, ecc. (grappoli d’uva, fiori dorati, bande, mette da barba e che con un ago venivano praticati fo-
roselline, foglie di noce, ecc.). Le ornamentazioni erano rellini per dare effetti di punteggiato. Successivamente
così radicate che, a seguito della cessazione della produ- con pennelli usati “a tampone” era applicato il colore
zione delle stoffe divenute tradizionali da parte delle puro (eventuali diluenti avrebbero creato aloni e sbava-
fabbriche continentali che le fornivano, negli anni at- ture) evitando spessori eccessivi. L’occhio addestrato
torno al 1925-30, alcune artigiane ittiresi le riprodus- dell’artigiana, sfruttando abilmente la ripetitività dei pic-
sero stampando in loco raso di cotone nero. È que- coli moduli ornamentali e la guida di righe tracciate sul
sto l’unico caso finora noto di stampa di tessuti a raso con il gesso, faceva sì che si producessero piccoli
livello popolare in Sardegna. capolavori che soltanto il tatto permetteva di distinguere
La “maestra” più rinomata di quest’arte era Rai- da quelli di fabbrica. Risulta, peraltro, che taluni pannel-
monda Ganduffu, scomparsa quasi centenaria los sono decorati mediante un’unica mascherina mentre
pochi anni or sono, alla quale la maggior per altri ne occorrevano sino a cinque, corrispondenti
parte degli informatori ne attribuisce l’inven- ad altrettanti passaggi di colore. Non di rado, oltre ai
zione, sebbene qualcuno asserisca che fu pigmenti ad olio, veniva applicata vernice dorata, anche
un pittore locale il primo a dipingere di- da sola, conferendo particolare preziosità ai manufatti.
rettamente ad olio un pannéllu per fare Dopo il 1960 fu Giuannina Soro a continuare l’arte dei
un dono originale. pannellos con ottimi risultati, ma non era raro che altre
Tia Remunda, invece, utilizzava sì donne tentassero la stampa, per se stesse o per una ri-
colori ad olio, ma stampava le stof- dotta committenza, con risultati sovente imperfetti, ma
fe mediante mascherine di carta gradevoli.
opportunamente traforate.5 Si deve porre l’accento sul fatto che le due artigiane so-
È probabile che l’intelligente pramenzionate, a cui l’esecuzione dei grembiuli, per
artigiana abbia tratto ispira- quanto alternata alle faccende domestiche, permise di
zione dalle tecniche usate contribuire non poco all’economia familiare, non si limita-
dai decoratori che in varie rono a riprodurre le vecchie decorazioni, ma ne crearono
case ittiresi, almeno dal di nuove, assecondando l’ansia di novità e di esclusiva di
1920, ornavano soffitti molte clienti.
e pareti tramite stam- A dispetto del costo relativamente modesto, l’effetto de-
pi di cartone. corativo dei pannellos de cuguddare era infatti notevole

529. Gonna, munnèdda, Ittiri, anni Cinquanta, Sassari, coll. privata.


530. Gonna, munnèdda, Ittiri, inizio sec. XX, Sassari, coll. privata.
Il tessuto della gonna è detto a mattònes, la balza di felpa a rigadìnu.
531. Gonna, su furési o sa munnèdda de furési, Ittiri, inizio sec. XX, Sassari, coll. privata.
530 L’antica gonna in orbace, su furési, con la balza di robusta tela azzurra.

323
529
ed il possesso di svariati esemplari consentiva di variare ne lo portavano color avorio). Tipico dello scialle ittire-
di volta in volta l’insieme ripetitivo del costume. Essi se è su biccu, una punta che sporge sopra la fronte,
permettevano, inoltre, di celare completamente gli indu- prosecuzione della piega mediana, impressa con il ferro
menti che vestivano il busto quando non erano in ordi- da stiro, che lo segna verticalmente lungo la schiena.
ne e di nascondere fagotti, bottiglie o derrate alimentari, L’abbigliamento appena descritto è in genere anche
sottraendoli agli occhi dei curiosi. quello funebre. Nel lutto stretto, che coinvolge le donne
È bene rammentare, comunque, che l’uso del grembiu- che perdono il marito, i figli, i genitori o i fratelli, sono
le-copricapo non è esclusivo di Ittiri e che, fermando banditi tutti i colori a favore del nero: tutti gli indumenti
l’attenzione soltanto sul circondario, lo si ritrova simile debbono essere inornati, si deve portare sempre il faz-
ad Uri, con decorazioni più modeste a Thiesi e Romana zoletto e, fuori di casa, lo scialle ben calato sulla fronte;
e, monocromo, ad Ossi. si indossano calze nere, non trasparenti.
A Ittiri, come in quei paesi, la leggerezza di questi ac- In circostanze luttuose che non le investono direttamen-
cessori motiva l’utilizzazione invernale di uno scialle pe- te, come nel caso del decesso di vicini di casa o lontani
sante, s’isciallu russu, nero o marrone, solitamente orla- parenti, molte donne si avvolgono in pubblico con il
to con grosse frange. grembiule-copricapo alla rovescia, mostrando il lato non
Pare quasi inutile insistere sul fatto che i ridotti lavaggi decorato.
possibili per gran parte dei capi descritti ne impone una L’attuale sistema vestimentario tradizionale ittirese è l’esi-
rotazione; per questo essi sono posseduti in discreto nu- to di uno più articolato e complesso, che ha subìto nel
mero da ogni donna, alla quale sin dalla giovinezza la corso dell’800 e del ’900 lente modificazioni, sino all’in-
famiglia forniva un corredo (sei gonne, sei pannellos, troduzione, dopo gli anni Cinquanta del 1900, di bluse
ecc., in quelli più modesti) da utilizzare lungo tutto il cittadine, di borse e borsette signorili e di “permanenti”.
corso della vita. Di queste variazioni, segno di vitalità e di capacità di
Ciò avviene anche per il vestiario indossato attualmente adattarsi a nuove situazioni, possono essere seguite le
nelle ricorrenze festive, che non si discosta molto da principali scansioni sin dalla fine del 1800.
quello del lutto, visto che adotta cromatismi scuri, sino La documentazione che è stato possibile raccogliere fa
al nero. Si consideri che la condizione di femina in lut- emergere una foggia femminile che denuncia caratteri di
tu (donna in lutto), benché soggetta a minori restrizioni arcaicità e può essere ritenuta il “modello di base” di tut-
del passato, secondo la tradizione ittirese non consente to il vestiario popolare di Ittiri, compresi i costumi di ga-
di comparire in pubblico o di ricevere visite con vesti la. Se si prescinde da particolari accessori, da talune
sciatte o usurate, per cui il lutto spesso finisce per coin- scelte cromatiche e dalla qualità dei tessuti impiegati, la
cidere col lusso. struttura di tutti gli abiti femminili popolari ittiresi riman-
Le gonne festive sono strutturalmente identiche a quelle da, infatti, al costume con la gonna d’orbace.
di teletta. Sempre perfettamente pieghettate, possono Tale tipo d’abito era ancora indossato da anziane che
essere di consistente stoffa blu, munnedda calorina (dal vestivano “all’antica” negli anni a cavallo della prima
nome del tessuto: carolina) o grigio-scuro con quasi im- guerra mondiale.
percettibili righine orizzontali bianche o turchesi o, nelle Il copricapo di questa foggia era formato da tre elementi
forme più lussuose, di spesse stoffe di cotone nero, sa sovrapposti, su una pettinatura che prevedeva i capelli
munnedda niedda. In esse la balza ha poco risalto es- raccolti in due trecce, avvolte a crocchia sopra la nuca, e
sendo della medesima stoffa-base. Anche il tipo del fronte perfettamente libera. Prima si indossava s’iscoffia,
grembiule festivo non si discosta da quelli feriali nelle una cuffia a sacco, grosso modo a forma di tre quarti di
dimensioni e nella forma, però è confezionato con raso, sfera, che conteneva le chiome lasciandone in vista una
damasco, pizzo, sete con inserti laminati o stampate a stretta striscia sopra la fronte. La cuffia adottava tessuti di
fiorami, velluti operati, scelti in un’ampia gamma com- cotone scuro a fiorami stampati o calancà e talvolta lam-
merciale e di norma a fondo nero, viola, blu, marrone o passo di seta; sulla sommità recava una coccarda di na-
comunque scuro. stro o una corolla rigida tempestata di paillettes, s’istella
Anche il fazzoletto dell’abito cerimoniale, simile a quello lustrinata; un nastro legato a fiocco sotto la nuca faceva
feriale, è preferibilmente s