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Introduzione: tre tappe di un’ideologia tutta americana

La fede incrollabile nell’individuo, nella sua capacità di autorealizzarsi, accompagnata da una


generalizzata indifferenza nei confronti di ogni organismo collettivo che si occupi di pianificare e
gestire la vita sociale a spesa della libertà individuale, sono considerate caratteristiche dello stile
di vita e di pensiero americano, tanto da assurgere ad un vero e proprio stereotipo. E’ innegabile,
però, che dalla loro fondazione, gli Stati Uniti d’America siano stati teatro di idee profondamente
antistataliste e individualiste, talvolta frutto di pensatori isolati, ma in altri momenti,
storicamente più cruciali, espressioni di movimenti più o meno organizzati.
Il seguente lavoro rappresenta un tentativo di tracciare, secondo una linea diacronica,
l’evoluzione di una dottrina politica sviluppatasi negli Usa nel corso del ventesimo secolo.
Trovare un’etichetta unica per definirla è già di per sé un’impresa. I due principali autori
analizzati, Murray Newton Rothbard e Hans Hermann Hoppe si definiscono, senza mezzi termini
anarco-capitalisti, cioè favorevoli ad un assetto politico in cui l’entità definita genericamente
Stato non ricopre nessun ruolo, dominato, però, da un sistema economico che riconosca la
proprietà privata e un diritto anch’esso “privato” come mezzo per risolvere le controversie tra i
singoli.
Anche se di certo Rothbard e Hoppe sono tra i pensatori più influenti, all’interno di questa teoria
politica, essi però non sono gli unici. È stato scelto di approfondire il loro pensiero perché
entrambi (il primo nell’ultimo periodo della sua vita, il secondo fin dai suoi primi scritti) hanno
fornito una lettura “conservatrice” dell’assetto politico da loro proposto. In altri termini, lo
sbocco “anarchico” della loro teoria, ben lungi dall’essere un inno agli stili di vita alternativi, alla
distruzione, assieme a quella dello Stato, di istituzione sociali come quella familiare e delle
gerarchie tradizionali, rappresenta per loro l’applicazione più coerente dei principii conservatori
in senso americano: quelli che relegano l’agire dello Stato, in particolare nell’ambito economico,
ad una minima iniziativa e che esaltano il ruolo della responsabilità individuale, gli stessi che
hanno animato, specie in passato, almeno una parte del partito repubblicano.
Sebbene entrambi possano essere considerati dei radicali innovatori (a cui peraltro non manca il
coraggio e la passione nell’esporre il loro punto di vista) nel campo della teoria politica, la
visione da loro proposta non può essere considerata del tutto inedita esclusiva. Per quanto
riguarda Hoppe, egli ha debito immenso nel confronto di Rothbard, suo vero e proprio
“mentore”. Rothbard, invece, ha dichiarato in più di una circostanza di essere stato un sostenitore
di quella che negli Usa viene definita Old Right, la “destra” politica che si oppose vigorosamente
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alle azioni di riforma portate avanti dall’amministrazione di Franklin Delano Roosevelt,


un’eredità intellettuale, quest’ultima che di rado è stata ricordata negli studi relativi all’anarco-
capitalismo americano.
Il primo capitolo è dedicato proprio al caso dell’Old Right, che contiene in nuce molti degli
aspetti che verranno rielaborati in seguito da Rothbard e Hoppe. Nel secondo e il terzo capitolo
verrà esaminato l’apporto rothbardiano. Il merito principale di questo autore consiste nell’aver
racchiuso all’interno di un sistema teorico coerente molti dei contributi ad egli precedenti,
inclusa la teoria dei diritti naturali propri del tomismo e della Scolastica medievale e l’analisi
economica della scuola “austriaca”, quella più radicalmente orientata verso un sistema di libero
mercato e le politiche “laissez-faire”. Rothbard, però, è stato anche un grande attivista politico,
“l’inventore” del moderno movimento libertario: nel capitolo terzo verrà analizzata questa
dimensione, mostrando lo spostamento da una posizione inizialmente “indifferente” nei confronti
degli aspetti culturali, e che ammiccava a quel movimento di rinnovamento che è stato, in
America, la New Left, la nuova sinistra, ad una maggior attenzione nei confronti delle issues
tipiche del movimento conservatore: come sostegno famiglia, ruolo della religione nella società
civile, diffidenza verso nei confronti del welfare e dell’immigrazione e, non ultima, anti-
interventismo in politica estera. Il movimento di intellettuali da lui guidato, sviluppatosi negli
anni ’90 è noto come paleolibertario, ossia dei libertari “all’antica”.
Hans Hoppe, tedesco naturalizzato americano, appartiene alla terza generazione della storia di
questa dottrina. Per quanto riguarda l’impianto teorico, egli segue Rothbard, integrandolo con
osservazioni sia riguardanti la giustificazione ultima della dottrina, sia politiche reali. Con una
differenza, Hoppe presuppone un modello politico che, seppur anarchico è decisamente più
conservatore di quello rothbardiano. Come a dire, una giustificazione teorica di quel
paleolibertarismo che con Rothbard era rimasto al livello di movimento politico. Grazie alla
radicalità delle sue proposte, Hoppe si è distinto, nel bene e nel male, come autore libertario -
anarco-capitalista in grado di portare maggior stimolo all’interno di una scuola politica che, negli
ultimi due decenni appariva incagliata tra il rigore logico della sua dottrina e l’impossibilità
pressoché totale di portarla a termine.
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I. Per una genealogia del movimento: il caso dell’Old Right

Alcuni movimenti o compagini politiche sono note più per e idee a cui si oppongono che per le
loro proposte. È certamente questo il caso di quella che è stata battezzata come Old Right, la
“Vecchia Destra”, una composita alleanza di tendenza conservatrice e liberale radicale che trovò
la sua ragione d’essere nel rappresentaere l’opposizione (di cui si dimostrò essere il fronte più
agguerrito) a uno dei capi di Stato più popolari della storia recente: Franklin Delano Roosevelt.
Sotto la presidenza Roosevelt, l’America fu coinvolta in uno dei più radicali cambiamenti della
sua storia: il New Deal, il nuovo patto di politiche economiche e gestionali, rivoluzionava il
ruolo delle istituzioni pubbliche in quello che era stato il paese con il mercato più libero da
interferenze statali. Fu una scelta accolta con speranza e entusiasmo da gran parte della
popolazione, che vide in essa una via d’uscita dalla spaventosa crisi economica in cui era
precipitato il paese. Sempre Roosevelt condusse gli Stati Uniti a combattere la seconda guerra
mondiale, in un momento in cui l’opinione pubblica era scossa dall’episodio di Pearl Harbour,
l’attacco a sorpresa sferrato dall’esercito giapponese.
Proprio la guerra e la nuova svolta economico - politica furono i principali bersagli polemici
dell’Old Right. La prima fu avversata in nome della tradizionale politica estera isolazionista,
soprattutto nei mesi precedenti a Pearl Harbour, quando si ventilavano ipotesi di un intervento
bellico per salvare l’Europa dall’aggressione nazifascista. La seconda fu vista nientemeno come
una deriva autoritaria delle istituzioni democratiche per antonomasia, mediante una critica spinta
al punto tale da arrivare a paragonare quanto stava facendo il governo americano
all’accentramento dei poteri compiuto, dall’altra parte dell’oceano, da Hitler, Mussolini e Stalin,
benché operata sul suolo americano con l’aumento della burocrazia, l’istituzione di nuove tasse e
interventi volti alla pianificazione del mercato.
Le radici di questo movimento d’opposizione si rintracciano ben prima nella storia americana:
questo movimento “conservatore” possedeva un’anima liberale radicale che discende
direttamente dalla tradizione democratico-repubblicana di Thomas Jefferson e di Benjamin
Franklin, che nel XIX secolo si estremizzerà nell’anarchismo individualista che vide come
capofila Lysander Spooner e Benjamin Tucker: una dottrina politica quasi sconosciuta1
nell’Europa degli stessi anni, ma destinata ad avere seguito in America.

1Unʼeccezione in Europa è rappresentata da Max Stirner. Cfr, Max Stirner, (1844) Lʼunico e le sue proprietà,
Adelphi, Milano, 1999
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L’anarchismo individualista del XIX secolo

Sebbene alcuni studiosi2 riconoscano in alcune comunità religiose e puritane le prime


organizzazioni “anarchiche” nel Nuovo Continente, l’elaborazione di una dottrina che arriva a
negare la necessità di uno Stato risale al 1800. Un tentativo di realizzare una comunità priva di
un potere centralizzato e tendenzialmente socialista fu quello di New Harmony, nata per
iniziativa dell’inglese Robert Owen. L’esperimento fallì e i suoi membri si dispersero in meno di
due anni. Un seguace owenita, Josiah Warren, attribuì tale esito all’abolizione, stabilita
all’interno della comunità, della proprietà privata, che avrebbe deresponsabilizzato i membri
della comunità e inficiato la sovranità dell’individuo su se stesso. Warren può essere così
considerato il primo anarchico individualista americano, ma spetta a Lysander Spooner il primato
dell’elaborazione teorica di tale filosofia. Di professione avvocato, noto per la sua battaglie
abolizioniste, Spooner fu anche il primo a ricorrere alla tradizione giusnaturalista per fondare la
sua proposta politica; definire i diritti umani era il compito che spettava alla scienza giuridica, da
lui professata:
La scienza della giustizia è la scienza del mio e del tuo, la scienza di tutti i diritti umani; del diritto di
uomo alla persona e alla proprietà; del suo diritto alla vita, alla libertà ed al proseguimento della
felicità. E’ la scienza che sola può dire all’uomo cosa può e cosa non può fare; cosa può e cosa non
può avere. E’ la scienza della pace; dal momento che è l’unica scienza che può dettarci le condizioni
affinché il genere umano possa vivere in pace. 3

Se gli uomini in quanto tali hanno dei diritti inviolabili, allora l’anarchia è l’unico assetto
politico desiderabile, dato che risulta il solo capace di non violarli.

Spooner va oltre le diffidenze che i padri fondatori nutrivano nei confronti del governo: mentre

Jefferson e Franklin consideravano, con opportuni limiti, il governo al massimo come un male, ma

un male necessario, Spooner arriva invece a paragonarlo, con un esempio che farà scuola, ad un

bandito di strada. Tra i due c’è una sola differenza: al contrario del governo, il malvivente, mentre

compie le sue azioni criminose, ha il buon gusto di non dire che lo fa per il bene del derubato4 .

2cfr W. O. Reichert, Partisans of Freedom, Bowling Green University Popular Press, Bowling Green, Ohio,
1976, cit. in Roberta A. Modugno, Murray N. Rothbard e lʼanarco-capitalismo americano, Rubbettino, Soveria
Mannelli,1998.
3Lysander Spooner, Natural Law, 1882, in The Lysander Spooner Reader, a cura di G. H. Smith, Fox and
Wilks, San Francisco, 1992, pag. 9. Cit. in Roberta Modugno, op. cit., pag. 20.
4 Lysander Spooner, No Treason no. 1, (1867), http://lysanderspooner.org/node/44
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Parimenti nociva risulta la legislazione positiva, descritta come “falsa, superflua e assurda”5 ,

quando è sufficiente la legge naturale (la quale assume qui un carattere prettamente laico, venendo

presentata come il risultato dell’interazione tra uomini che devono reciprocamente limitare le loro

pretese). Allo Stato come istituzione Spooner contrappone un libero, spontaneo e volontario

associazionismo tra uomini, confortato anche dalla sua ottimistica concezione dell’essere umano

come persona disposta all’onestà e alla giustizia. Figlio di una simile visione del mondo è Henry

David Thoreau, attivista per i diritti civili ante - litteram, icona della disobbedienza civile e anti-

abolizionista, che corresse il motto Jeffersoniano “il miglior governo è quello che governa meno” in

“il miglior governo è quello che non governa affatto”.6

Diverso è il caso di Benjamin Tucker, considerato il ponte tra gli anarchici europei e quelli

americani. Influenzato da Proudhon e Bakunin, oltre che da Spooner, Tucker fu molto attivo tra i

movimenti radicali statunitensi facendosi promotore di alcune iniziative come l’organizzazione del

Congresso Anarchico che si tenne a Pittsburgh nel 1883. Si trattò di un tentativo di trovare una base

e strategie comuni tra i gruppi di anarchici collettivisti europei e i più individualisti americani.

Tucker dovette però constatare che una simile alleanza era irrealizzabile.

Tucker si poneva in modo diverso, dai suoi connazionali anarchici, riguardo al concetto di

proprietà, spezzando l’ossequioso rispetto americano nei confronti di uno dei diritti naturali previsto

dalla dichiarazione d’indipendenza e dalla costituzione. In quanto traduttore americano del classico

di Pierre Proudhon, Che cos’è la proprietà? si era imbattuto nella critica dell’anarchico francese

alla visione giusnaturalistica della stessa: la proprietà era un furto, nel senso che il possesso da parte

di ciascuno impediva agli altri di goderne allo stesso modo. Come d’altronde quella dello stesso

Proudhon, la posizione di Tucker era tuttavia ambivalente: da una parte era desiderabile che gli

uomini condividessero il più possibile le risorse, dall’altra ogni mezzo autoritario o coercitivo che

spingesse una comunità in questo senso era visto come una cura peggiore del male. Proudhon arrivò

a definire la proprietà come necessaria, perché una sua completa privazione avrebbe comportato la

perdita della libertà per ogni individuo, presupponendo un’entità coercitiva altamente invasiva.

Sulla stessa lunghezza d’onda il suo discepolo americano, che centra parte della sua riflessione

5 Spooner attacca anche la Costituzione, di norma elogiata (specie a partire dal ʻ900) dai sostenitori di uno
Stato più leggero. Dal punto di vista giuridico, scrive: “[Essa è] vincolante solo per coloro che lʼhanno scritta”.
In No Treason No. 1, op. cit., pag. 51
6 H. D. Thoreau, (1849) La disobbedienza civile, Bollati Boringhieri, Miilano, 1999, pag.3
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sull’origine della povertà delle classi più povere. Il divario della ricchezza viene individuato nei

monopoli, ossia, nella concentrazione di proprietà in pochi o singoli individui. Ma dietro questi

ultimi c’è spesso l’agire dello Stato, che lo crea o lo legalizza, come nel caso del monopolio dei

terreni: è lo Stato a garantire la proprietà delle porzioni di terra non utilizzate e ad appropriarsi dei

territori liberi. Quanto al monopolio dell’emissione della moneta, Tucker lo paragona senza mezzi

termini all’usura, a causa del tasso d’interesse richiesto.

Dall’altro lato, sebbene considerasse come suo fine una sorta di socialismo volontario, Tucker

rifiutava ogni strategia imperniata dalla violenza, tattica allora sostenuta dalla maggior parte degli

anarchici europei. Un’altra punto di rottura con i collettivisti emerge nell’eventualità di costituire

uno Stato socialista che provveda alla ridistribuzione delle risorse. Una possibilità radicalmente

esclusa da Tucker, che considerava uno Stato socialista una cura peggiore del male: “tutte le

faccende umane - scrive - sarebbero dirette dallo Stato, senza riguardo per le scelte individuali”.

Nella sua posizione di mediatore non riuscito, Tucker sancisce dunque definitivamente la rottura tra

la tradizione anarchica americana - individualista e tendenzialmente antisocialista e quella

collettivista europea che nel tardo ottocento e nel corso del novecento continuerà ancor più

radicalmente per la sua strada.

L’opposizione a Roosevelt

L’individualismo militante e forme radicali di liberalismo tornano a proporsi veementemente in

America, con l’Old Right, la vecchia destra, come venne chiamata a partire dagli anni ’50, per

distinguerla dalla nuova destra emersa nel frattempo, neoconservatrice e accomunata da un

viscerale anticomunismo che si esprimeva anche attraverso una politica estera tesa a calmierare

l’attività dell’Unione Sovietica.

Sotto questa etichetta, in realtà, si riunivano intellettuali e attivisti di diversa provenienza

ideologica, accomunati quasi esclusivamente per l’opposizione alle politiche progressiste che

caratterizzarono i tre mandati presidenziali di Franklin Delano Roosevelt.

Molti tra gli appartenenti all’Old Right erano conservatori nel senso tradizionale, burkeano, del

termine come Richard Weaver, Robert Nisbet (sociologo) e Russel Kirk (autore del fortunato

Conservative Mind), rappresentanti di una destra molto attenta alla dimensione spirituale, intrisa di
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valori cristiani ed espressione di quello spirito agrario tipico degli Stati meridionali dell’Unione.

Altri erano attivi nella politica istituzionale: vengono considerati “old righter” il presidente

americano Herbert Hoover, il senatore Robert Taft, che tentò di ottenere la candidatura repubblicana

alla presidenza nel 1940, ma anche alcuni politici democratici, in seguito in rotta con il partito,

come Al Smith, governatore dello Stato di New York e il senatore del Missouri James Reed. Alcuni,

infine ebbero un ruolo importante nella vita culturale e mediatica del paese: l’editore William

Randolph Hearst, signore della penny press e il fotografo Henry Luce, fondatore di Life ne sono due

esempi.

Una parte consistente ed influente del movimento, tuttavia, era formata da liberali classici e radicali

che per gran parte della loro vita rifiutarono l’etichetta di “conservatori”: essi attaccavano le

politiche rooseveltiane da posizioni individualiste e antistataliste. Furono loro i veri precursori del

moderno movimento libertario, i cui esponenti rielaborarono molti dei loro spunti. Tra di loro vanno

segnalati soprattutto Albert Jay Nock, Garet Garrett, John Flynn, Henry Louis Mencken e Franck

Chodorov.

La critica al New Deal

Gli attivisti dell’Old Right, da qualunque estrazione provengano, ritengono che il New Deal, il

vasto piano portato avanti dall’amministrazione Roosevelt e da quelle che le succedettero per il

rilancio dell’economia americana in seguito alla grave crisi del ’29, sia un tradimento degli ideali di

libertà (economica ma non solo) insita nella tradizione americana.

La critica di Garet Garrett, pubblicista conservatore, “columnist” finanziario sul Wall Street Journal

proprio negli anni del New Deal, ebbe a definirlo come un piano “non implicito agli schemi

americani”, ma piuttosto “dal disegno europeo”. Una definizione che mal cela la diffidenza degli

intellettuali americani più conservatori nei confronti dei modelli politici d’oltreoceano, considerati

arretrati (e ancora raffrontati alle monarchie assolutiste e al papato) e indegni per uomini veramente

liberi.

Proprio l’accentramento del potere (sempre più a disposizione di poche persone, anziché equamente

spartito tra le istituzioni repubblicane) è quanto preoccupa Garrett che denuncia come la figura del

presidente sia stata rafforzata attraverso leggi “scritte dallo stesso pugno”, da Franklin Delano

Roosevelt in persona. Il disegno del New Deal, è dunque assolutamente eversivo, “rivoluzionario”,
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in quanto in grado di sovvertire le istituzioni politiche democratiche. Da giornalista esperto di

finanza, Garrett si concentra soprattutto sull’intervento del governo americano in ambito

economico, quasi un tabù nella tradizione liberoscambista americana. I primi atti in questo senso

emersero già a partire dal primo anno di presidenza, il 1933: tra quelli denunciati da Garrett emerge

il ricorso alla fiat money, con la messa in circolazione di tre miliardi di dollari che fece calare il

valore della valuta e l’eliminazione del gold standard, ossia la clausola che prevedeva la possibilità

di convertire la moneta corrente in oro, abolita con un decreto del Congresso il 5 giugno 1933. Lo

stesso decreto vietava, inoltre, il pagamento in oro tra privati. L’oro inoltre venne completamente

dirottato nelle riserve federali, dopo aver obbligato i privati a cederlo pena sanzioni pecuniarie o

addirittura l’imprigionamento. Tutto questo, secondo Garrett, avviene con un Congresso pressoché

impotente, ridotto al ruolo di firmatario di leggi, e privo di un vero potere di contrattazione con

l’esecutivo. Interventi che stendevano la mano del governo sulla ricchezza dei cittadini, sostituendo

a una valuta ancorata ad un bene stabile come l’oro una moneta a più alto rischi di inflazione.

John T. Flynn, un altro membro dell’Old Right, di idee più liberali (tanto da annoverarlo, durante

anni ’20, tra le fila della sinistra americana), si focalizzò contro gli aspetti più corporativi del New

Deal, paragonandolo per primo, con una formula che verrà usata in seguito anche da Ronald Reagan

alla politica economica fascista. 7 La critica di Flynn va a colpire soprattutto la National Recovery

Administration (NRA), l’ente creato per garantire “un’equa concorrenza tra le grandi imprese”

mediante la creazione di code di “giusta competizione” e l’imposizione, alle aziende partecipanti di

livelli minimi salariali e di orari massimi per i lavoratori. Per Flynn l’NRA “rappresenta

probabilmente l’attacco più grave nei confronti del principio di società democratica nella nostra

storia politica”. La regolamentazione di tutti gli aspetti delle attività commerciali avrebbe portato

alla fine della competizione e alla rovina del mondo degli affari. Parallelamente la critica di Flynn si

sposta sul vasto programma di spesa pubblica portato avanti dall’amministrazione Roosevelt. Già

alla fine degli anni ’30 Flynn scrisse che questa politica era destinata ad avere vita breve, in quanto i

conti della nazione erano ormai in rosso. Ma poiché alzare le tasse sarebbe stato una scelta

impopolare, che avrebbe alienato totalmente il consenso che gran parte del mondo conservatore

tributava a Roosevelt. La conseguenza sarebbe stata quella di fare cassa invocando quello che lo

7Per la precisione lo definisce: “uno Stato corporativo preso a prestito dal modello italiano” cfr. John T.
Flynn, Country Squire in the White House, citato in J. Raimondo, Reclaiming the American Right, Isi Books,
Wilmington, 2008
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stesso movimento conservatore riteneva la priorità: la sicurezza nazionale e continuare così il

progetto di “un’economia militarizzata”, ancora una volta sull’esempio dei regimi totalitari europei.

Nel suo scritto maggiore, As We Go Marching (1943), fosca previsione politica per i tempi che

avrebbero dovuto seguire, Flynn ritorna sul controllo dell’economia individuando i principi della

nuova politica che a suo parere si sta affermando (dopo Germania, Italia e Unione Sovietica) in

America e nel resto del mondo. Oltre l’istituzione di un programma di spese e consumi statali, la

successiva pianificazione dell’economia, rientra tra le caratteristiche del nuovo ordine politico il

militarismo assurto a istituzione economica. Il riferimento è al piano dell’amministrazione

americana di creare posti di lavoro attraverso l’industria bellica, oltre al pericolo che grandi

imprenditori cercassero di trarre vantaggio da un possibile conflitto (prospettiva indagata da Flynn

con un reportage). Ultima colonna è l’imperialismo, naturale conseguenza di un crescente

militarismo. Gli Stati Uniti, avverte Flynn, citando l’occupazione delle Filippine all’inizio del

ventesimo secolo, non sarebbero nuovi a questo genere di iniziativa che appare inevitabile qualora

l’America desideri imitare i totalitarismi europei sulla strada dello sforzo bellico.

Pianificazione contro libertà

Le critiche d Flynn introducono un tema che venne affrontato molto più approfonditamente al

termine della seconda guerra mondiale, ancora una volta da personalità legate al movimento della

vecchia destra.

E’ il caso dell’economista Friedrich Von Hayek, esponente di quella “Scuola Austriaca” che

influenzerà molto il libertarismo del dopoguerra. Suo è un pamphlet destinato al largo pubblico, La

Via della Schiavitù, uscito nel 1945. Il volume, che avrà un buon successo sia a livello accademico

che nelle vendite, spezza quel clima di ottimismo nei confronti del “trionfo della democrazia” che

era seguito al termine del conflitto, con la vittoria degli alleati. Lo scopo di Hayek è duplice: sia

studiare le dinamiche che dal processo di pianificazione economica hanno portato al totalitarismo

nella Germania nazista e nella Russia sovietica, sia demolire la mitologia della pianificazione come

strumento necessario per far fronte alla complessità del mondo moderno, pena forti conseguenze

economiche. Le tesi per cui il testo di Hayek si distingue consta nel fatto che la pianificazione,

anche se solo sul piano economico, avrebbe portato inevitabilmente all’annientamento della libertà

individuale, spianando la strada al totalitarismo: tale tendenza avrebbe potuto essere perseguita
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anche tramite mezzi (almeno inizialmente) democratici. L’America dunque non era al sicuro da una

deriva totalitaria, anzi lo spirito del tempo, così favorevole a pianificazioni dall’alto, indirizzava

anche gli Usa sulla cattiva strada.

Le conclusioni di Hayek arrivano in realtà all’interno di un percorso già battuto dagli autori della

Vecchia Destra negli anni precedenti. Le posizioni che alcuni membri dell’Old Right avevano nei

confronti degli intenti pianificatori sono già in parte state esaminate; è da sottolineare però che tale

avversione non era puramente un’accessoria conseguenza di politiche che avrebbero finito per

limitare la libertà, bensì un’espressione di una posizione di principio. A inquietare gli esponenti

dell’Old Right era l’idea stessa che ad un assetto risultante dalla libera interazione tra individui si

dovesse preferire il “piano” proposto dal politico o dalla cerchia di intellettuali di turno. Che il

problema della pianificazione fosse centrale nel dibattito politico del tempo lo dimostra la stesura di

un testo fondamentale sul tema, che ebbe un ruolo importante nella storia della destra americana, in

particolare con la sua influenza sulla corrente poi nota come neoconservatrice: si tratta de La

Rivoluzione Manageriale (1941) di James Burnham. Sebbene l’autore sia d’estrazione marxista e

abbia militato in movimenti d’orientamento trotzkista, il testo è presentato come lo studio

scientifico di una trasformazione all’epoca già in atto. La tesi di fondo è che il mondo occidentale

siaal centro di un processo politico che conferirà sempre maggiore potere ad una classe di tecnici e

burocrati (“manager”, secondo la definizione del volume) quelli impegnati, nel momento storico

contingente, in operazioni di gestione (al loro interno si trovano siano i “pianificatori” delle imprese

private, sia amministratori ed esperti di propaganda). Nel nuovo tipo di società, i tecnici saranno

impiegati a gestire ogni strato del sociale, a cominciare dall’economia, che verrà strappata dalla

sfera privata. Burnham ricorre al linguaggio della lotta di classe: la nuova élite si sostituirà alla

borghesia capitalista nel dominio di mezzi economici. All’epoca della stesura, l’autore avverte che i

paesi noti come totalitari (per Burnham: Germania, Unione Sovietica e Italia) sono già “società

manageriali”. Tuttavia, occorre evitare l’errore di associare forme politiche di dittatura al concetto

sviluppato da Burnham: quella totalitaria non sarebbe stata che una fase, peraltro non obbligatoria,

della società dei tecnici, mentre anche la democrazia sarebbe compatibile con una società

manageriale, una volta che fossero garantiti spazi per le opposizioni, nonché la possibilità, per

queste ultime, di diventare a loro volta maggioranza. In ogni caso, prima della fase democratica,

un’altra, se non totalitaria, almeno autoritaria è secondo Burnham, assai probabile, se non altro per
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analogia rispetto ad altri periodi storici che hanno visto cambiamenti nella gerarchia del potere.

Distinguendo tra la via “russa” e “tedesca” alla società dei tecnici, Burnham individua anche una

strada americana verso questo nuovo tipo di società: una via che passa tutta per il New Deal:

“[esso] sorse dall’intima tendenza strutturale della società moderna, cioè dalle forze che

operano nel senso di porre fine al capitalismo e di iniziare un nuovo tipo di organizzazione

sociale, [...] le stesse che produssero le rivoluzioni di Russia e di Germania. I [suoi] più decisi

rappresentanti non sono uomini politici ma si trovano piuttosto nel gruppo dei più giovani

amministratori esperti, tecnici, burocrati, che hanno trovato posti in tutto il nuovo apparato

statale: non soltanto in coloro che si specializzano per la tecnica politica [...] ma anche in coloro

che si occupano del compito effettivo di far funzionare l’impresa governativa in continuo

sviluppo: insomma nei tecnici.”8

Il New Deal - sostiene Burnham - è in realtà indipendente dall’uomo con cui è stato più spesso

identificato, Franklin Delano Roosevelt e la sua cerchia politica; piuttosto si tratta di un prodotto

collettivo - della classe dei futuri manager - che hanno trovato nel presidente americano un

battistrada per i loro interessi. Ma fatte le debite differenze, rappresenta la fase embrionale dei

sistemi già avviati in Russia e Germania:

“Il New Deal non è stalinismo e non è nazismo. Esso non rappresenta nemmeno un fenomeno

americano che corrisponda in modo diretto a quei due sistemi, perché il New Deal è assai più

primitivo [...] e il capitalismo non è ancora finito negli Stati Uniti. Ma nessun osservatore onesto

[...] può negare che, in termini di cambiamenti economici, sociali, politici e ideologici [...] il

New Deal sia un movimento che va nella stessa direzione dello stalinismo e del nazismo.”9

Secondo quanto prevedeva Burnham, l’America farà a breve il passo verso il totalitarismo, una

necessità richiesta anche dall’impegno in guerra che l’autore considerava (correttamente, nel 1941)

imminente. Dopodiché gli Stati Uniti avrebbero potuto sperimentare una fase di democrazia sempre

nel nuovo regime “tecnocratico”. Il contributo di Burnham è significativo, proprio perché, a

8 James Burnham, La rivoluzione dei tecnici, Mondadori, Milano, 1946 pagg. 289-290.
9 Ivi, pag. 292.
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differenza degli autori qui analizzati, non solo non appartiene all’opposizione a Roosevelt (a cui, al

contrario, riserva stima in qualità di statista) ma è anche ostile, da intellettuale trotzkista, alla

visione del mondo dell’Old Right.

Tuttavia, la sua analisi della situazione americana alla vigilia della seconda guerra mondiale non si

distacca molto da quella presentata da questi autori Occorre segnalare che Burnham, un socialista

che aveva perso la fiducia nella possibilità di realizzare una società priva di una classe “dominante”

non offre giudizi di valore sulle trasformazioni in atto, semplicemente le ritiene necessarie, nel

senso di inevitabili, anche se mantiene almeno la speranza che la società dei manager, una volta

“democratizzata”, possa assumere forme più vicine alla sua idea di giustizia sociale. Il suo

contributo è comunque la dimostrazione di come negli Usa all’epoca delle due guerre fosse diffusa

l’impressione di assistere a un rilevante cambiamento che coinvolgeva la società e le istituzioni. La

novità era rappresentata non solo dall’espansione dei ruoli e dei poteri dello Stato, ma anche dal

paradigma della pianificazione: ambiti che una volta lasciati alla libera iterazione dei singoli

individui dovevano ora essere organizzati dall’alto. Una tendenza che mostra delle affinità, fatte le

debite distinzioni, con gli autoritarismi che si affermavano nel Vecchio Continente. La via della

schiavitù di Hayek, è il libro (peraltro molto influenzato da La rivoluzione manageriale) che chiude

l’era del New Deal riproponendo le stesse accuse mosse dagli intellettuali dell’Old Right.

Un punto di vista conservatore

Critiche alla nuova politica americana giunsero anche dai conservatori più tradizionalisti, interessati

più al mantenimento dello stile di vita americano e delle antiche istituzioni repubblicane che alla

libertà individuale e degli scambi economici. Certamente le due issues non si escludono a vicenda,

anzi, è proprio il desiderio di conservare la vecchia America a spingere i conservatori su posizioni

di libero mercato; tuttavia i due gruppi (liberali radicali e conservatori) si distinguono in quello che

considerano prioritario. Per intellettuali come Russel Kirk (che nel secondo dopo guerra scriverà il

fortunato A Conservative Mind), Richard Weaver e John Hallowell, il liberalismo andava bene solo

in piccole dosi. Ad una sovranità illimitata dell’individuo, alla sua libertà da tutelarsi, bene politico

fondamentale, i conservatori opponevano l’argomento secondo il quale l’individuo era parte

integrante di una comunità e che da quest’ultima discendevano regole e valori morali

imprescindibili. La vera opposizione - preciserà Kirk qualche anno più tardi - è tra coloro “che
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pensano che l’ordine temporale si l’unico ordine, che le necessità materiali siano le uniche necessità

[...] Dall’altra parte [ci sono coloro] che riconoscono l’esistenza di un ordine morale permanente

nell’universo, di una natura umana costante e di altri doveri sia verso l’ordine spirituale che verso

quello temporale”10. Parte di questa legge (e la società americana se ne era fatta testimone nella

storia) era costituita dalla libertà individuale e dalll'uguaglianza giuridica che in virtù di ciò

andavano difese. Da questa posizione etica - e non dalle considerazioni prevalentemente

utilitaristiche dei liberali - discende la posizione conservatrice contro Roosevelt e il New Deal.

Documentando il declino del “liberalismo integrale”, durante gli anni ’30 e ‘40 John Hallowell

specifica: “[esso] sostiene che certi diritti appartengono agli uomini in virtù della loro umanità. Tali

diritti sono antecedenti allo Stato”11 ; questi diritti, però sono soggetti ad una più alta autorità: “vi

sono certe sfere della vita individuale, specialmente quella religiosa ed etica che sono soggette a

limitazione da parte di Dio e mai dello Stato”12 . Si assiste così’ ad un tentativo di ri-appropriarsi

dell’analisi economica e politica degli esponenti del liberalismo classico e, allo stesso tempo, di

arginare il loro radicalismo individualista. Un’operazione legittima, in quanto il liberalismo, scrive

Kirk, è sorto in un’epoca fortemente influenzata dalla religione, concepito da uomini che ritenevano

evidente l’uguaglianza degli uomini davanti a Dio. E’ stato proprio il trionfo delle idee positiviste e

materialiste nell’800 a distruggere la carica etica dell’ideologia liberale e a far sì che parte di esso

venisse attratto nella spirale statalista che ha dominato l’Occidente nel ventesimo secolo.

L’opposizione alla guerra

Il secondo punto su cui l’Old Right imperniò la propria opposizione a Roosevelt fu la contrarietà a

ogni intervento armato al di fuori dei confini americani. Occorre però chiarire fin da subito che,

seppur con molti condizionali, il fronte anti-interventista si disgregò con l’attacco di Pearl Harbour,

in seguito al quale quasi nessuno ebbe più il coraggio di negare la necessità della discesa in guerra a

fianco degli alleati. Ciò a cui la Vecchia Destra si era tenacemente opposta non era nient’altro che il

lungo preparativo militare portato avanti, tra molte perplessità, già prima che in Europa scoppiasse

il conflitto. I contrari all’ingresso in guerra si organizzarono in diversi gruppi, del quale il più

10Russel Kirk, The Politics of Prudence, cit. in. Antonio Donno, Nel nome della libertà: conservatorismo
americano e guerra fredda, Firenze, Le Lettere, 2004, pag. 126
11 John H. Hallowell, The decline of Liberalism as an Ideology, cit in A. Donno, op. cit., pag.128
12 Ibidem
14

celebre e influente fu senza dubbio l’America First Committee, formatosi a partire dal 1940 su

iniziativa di un gruppo di studenti e particolarmente attivo nell’area di Chicago. Il comitato,

politicamente, era composito: all’interno di esso trovavano spazio liberal comprovati, addirittura

socialisti e tra i suoi simpatizzanti si annoverano anche lo scrittore progressista Gore Vidal e il

futuro presidente John Fitzgerald Kennedy. Tuttavia ben presto nella lobby prevalse uno zoccolo

duro conservatore, tanto che la storiografia successiva accuserà a più riprese il comitato di dare

spazio al suo interno a personalità filofasciste. Tale reputazione è in parte dovuta a uno dei membri

più popolare di American First: l’aviatore Charles Lindbergh. Lindbergh passò alle cronache dopo il

discorso di Des Moines (dal nome della località dell’Iowa dove lo tenne) in cui affermò che, dietro i

tentativi di coinvolgere gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, c’erano intrighi di potenze

straniere, tra cui l’Inghilterra nonché anche di gruppi di pressione ebraici (Lindbergh usò la parola

“jews” indicando gli ebrei come insieme). Questo screditò l’American First agli occhi di altri

intellettuali, e dell’opinione pubblica americana, (compreso una buona parte di coloro che non

vedevano di buon occhio un impegno nella guerra) in quanto l’antisemitismo era, per gli americani,

intrinsecamente connaturato ai regimi dittatoriali europei. Il discorso di Des Moines infastidì anche

quei membri dell’American First che, genuinamente liberali (in senso classico), criticavano

l’avvicinamento del governo americano alle potenze alleate. Tra questi molti membri dell’Old

Right, incluso il già citato John Flynn, che dell’America First fu membro del comitato nazionale,

nonché capo della sezione newyorkese. Il timore di Flynn, la principale ragione per cui si opponeva

all’ingresso in guerra, era che l’assetto politico degli Stati Uniti, che già dava segni di

corporativismo, si trasformasse in uno stato dittatoriale, una volta preso parte alla Guerra. Flynn

interpretava lo sviluppo della situazione europea in termini di centralizzazione del potere e i

autoritarismo, assunti come un’inevitabile conseguenza della corsa alle armi. Quando a partire

dall’estate del 1941, l’amministrazione Roosevelt impegnò gli Stati Uniti in brevi operazioni

belliche, come quelle di polizia marina, cacciando dall’oceano atlantico le imbarcazioni dell’Asse,

Flynn alzò ulteriormente il tono, sostenendo che tanto la Germania Nazista quanto la Russia

Sovietica, erano nemiche del sistema americano e non avrebbe avuto perciò senso schierarsi al

fianco di nessuna delle due.

Una posizione analoga venne espressa dal Colonnello Frank McCormick, editore di quel Chicago

Tribune che, durante gli anni ’30, espresse la più severa opposizione a Roosevelt. In qualità di
15

columinst, McCormick si schierò più volte a fianco degli anti-interventisti. Secondo il colonnello, la

guerra incombente non era “dell’America”. Non erano stati gli Usa a determinare le cause della

tensione tra gli Stati europei: la Seconda guerra mondiale si poteva già scorgere all’interno del

trattato di Versailles, delle condizioni umilianti imposte alla Germania, dalla volontà di espansione

degli Stati europei (nessuno escluso). Francia e Inghilterra, inoltre, nell’analisi di McCormick erano

nazioni potenti e ben disposte sul piano bellico: non avrebbero avuto bisogno d’aiuto da parte

americana. Il colonnello si poneva in contrasto con i circoli filo-inglesi, che allora erano molto

influenti nelle aeree cittadine e spingevano, al pari di altre lobby, per l’ingresso in guerra al fianco

degli alleati. La sua tendenza era piuttosto vicina a quello spirito rurale americano che guardava con

la tradizionale diffidenza al mondo “continentale” europeo e all’imperialismo inglese (nel senso di

colonialismo) nelle aree extraeuropee. In seguito a Pearl Harbour, il colonnello si spostò su

posizioni moderatamente interventiste, in quanto il conflitto, a quel punto, sarebbe divenuto “una

guerra per la libertà individuale e per la sopravvivenza nazionale”. Ma l’appoggio di McCormick

non fu mai incondizionato e già nel ’42 il Chicago Tribune del colonnello poteva dare ampio

spazio alle tesi “revisioniste” che volevano i vertici della marina americana già informati

dell’imminente attacco giapponese: scelta che costò condanne da parte di altri media che giunsero

ad additare McCormick come un collaborazionista dell’Asse. In realtà McCormick, come Flynn e il

precedentemente citato Garrett, sono i prototipi dell’anti-interventismo dell’Old Right: la loro

avversità alla guerra era di matrice non ideologica (e non pacifista), il che li distingueva dagli anti-

interventisti di matrice marxista. La loro posizione era orientata alla difesa della nazione

(ritenevano che, nel caso gli Stati Uniti fossero stati attaccati, sarebbe stato moralmente giustificato

e obbligatorio scendere in guerra) ed era di matrice isolazionista. Soprattutto su quest’ultimo punto,

era evidente l’intento della destra anti-interventista di rimanere fedele alle disposizioni dei Padri

Fondatori degli Stati Uniti, in particolare alla politica estera tracciata (ma non sempre rispettata) da

Thomas Jefferson, figura che occupa un posto importante nel pantheon della destra americana del

primo dopoguerra.

Un contributo teorico: Nock e Mencken e Chodorov

Il movimento georgista
16

La frangia dell’Old Right che risultò più influente sul movimento libertario fu quella composta dai

liberali radicali, solitamente annoverati, prima degli anni ’30, tra le fila della Sinistra americana

(quel tipo di sinistra di cui può considerarsi un esponente moderato il presidente Andrew Jackson).

Sono sostanzialmente tre gli autori da citare, tutti coinvolti in attività pubblicistiche e intellettuali

anziché schiettamente politiche. Si tratta di Albert Jay Nock, ministro episcopale e critico letterario,

Henry Louis Mencken e Frank Chodorov (nato Fishel Chodorowski), libero professionista poi

prestato al giornalismo e all’insegnamento. I tre furono profondamente influenzati da un pensatore

le cui idee ebbero molta fortuna in America a cavallo tra i due secoli: Henry George (1839 - 1897).

La principale proposta di George consistette nella “tassa singola”: ovvero nell’abolizione di tutte le

imposte con l’eccezione di una, che sarebbe stata applicata sui terreni non sfruttati (unimproved

value land).

L’obiettivo di George era di “rendere [progressivamente] la terra una proprietà comune”,

penalizzando il meno possibile quanti la lavoravano. Questa tassa, infatti, andava a colpire i

proprietari di terreni ma allo stesso tempo ne avrebbe incentivato l’utilizzo per la produzione. E’

interessante notare la radice lockiana alla base della proposta di George: ovvero il principio secondo

il quale la proprietà si acquisisce quando un agente vi “mischia” il proprio lavoro, purché, come

viene chiarito nel Secondo trattato sul governo, “ve ne sia lasciata in sufficienza per altri”.13 Un tale

provvedimento, dunque, prevedendo l’abrogazione delle imposte sugli scambi, (e sul reddito, anche

se allora non era prevista in America) avrebbe esteso la libertà di godere dei frutti delle proprie

opere. Tuttavia, George, si sentiva vicino agli anarchici e ai socialisti della sua epoca e dunque

manifestava una sensibilità “di sinistra”, molto vicina ai movimenti sindacali (si candidò sindaco di

New York, arrivando secondo dietro Theodore Roosevelt, con l’Union Labour Party)e alla causa dei

diritti dei lavoratori, anche se venne sconfessato dal socialismo ortodosso: lo stesso Marx affermò

13 Cfr. John Locke, Second Treatise on Civil Government, http://www.gutenberg.org/dirs/etext05/trgov10.txt


V, 27:

“Whatsoever then he removes out of the state that nature hath provided, and left it in, he hath mixed his
labour with, and joined to it something that is his own, and thereby makes it his property. It being by him
removed from the common state nature hath placed it in, it hath by this labour something annexed to it, that
excludes the common right of other men: for this labour being the unquestionable property of the labourer,
no man but he can have a right to what that is once joined to, at least where there is enough, and as good,
left in common for others.”
17

che le sue proposte economiche costituivano un passo indietro rispetto all’affermazione della

società socialista14.

I “discepoli” di George attenuarono le istanze più vicine al socialismo, mettendo in risalto, al

contempo, gli aspetti più “individualisti” della dottrina. Erano i tempi ad essere cambiati: all’epoca

di Henry George - scrive Chodorov “[l]o Stato non era ancora divenuto la mostruosa istituzione

che oggi è [...] Il problema di quel tempo non era la crescita dell’establishment politico, ma lo

sviluppo e l’importanza delle corporations allora emergenti”15. Da dei nemici privati, dunque, si

passa ad un unico bersaglio “pubblico”: lo Stato nella sua interezza.

Nock: lo Stato come la lotta di classe

Ben conscio sembra esserne Albert Jay Nock, il più anziano dei tre autori. Il suo contributo

principale è un pamphlet uscito nel 1935, all’apice dei programmi Rooseveltiani, intitolato Our

enemy: the State.

Il volume è una singolare unione di teoria (il debito è soprattutto nei confronti dell’anarchico

europeo Frank Oppenheimer) e di critica politica, supportato da una personale lettura della storia

americana. Nock parte dal porre una distinzione, per lui fondamentale, che ritiene nella sua epoca

essere smarrita (responsabile dell’equivoco originario sarebbe addirittura Aristotele, con la sua

teoria dello Stato che emerge spontaneamente da un gruppo di famiglie) quella tra governo e Stato.

Se il primo è un’entità che, come vuole la Costituzione americana (e, tra i suoi ispiratori, in

particolare Thomas Paine), è “istituita tra gli uomini” per garantire libertà e sicurezza esaurendosi

nella sua funzione teleologica, il secondo rappresenta una vera e propria perversione del governo,

pretendendo di sconvolgere i naturali rapporti che si instaurano all’interno della società.

Nock recupera da Oppenheimer la teoria dell’origine dello Stato e con essa la distinzione tra mezzi

economici e mezzi politici. I primi sono derivati dalla produzione e dallo scambio di risorse, i

secondi dall’appropriazione da parte di altri di quanto prodotto. Lo Stato altro non è, in tutte le

14 Cfr
Karl Marx, Letter to Friedrich Adolph Sorge In Hoboken, http://www.marxists.org/archive/marx/works/
1881/letters/81_06_20.htm:

“The whole thing [La tassa singola proposta da George] is therefore simply an attempt, decked out with
socialism, to save capitalist domination and indeed to establish it afresh on an even wider basis than its
present one”.
15Frank Chodorov, Out of Step: The Autobiography of an Individualist, New York, The Devin-Adair Co., 1967,
pag. 59. Cit. in Antonio Donno: In nome della libertà: Conservatorismo americano e guerra fredda, Firenze,
Le Lettere, 2004.
18

forme in cui si è presentato durante la storia, che l’organizzazione dei mezzi politici attraverso i

quali un gruppo di persone, che di volta in volta detiene il potere, sfrutta gli altri. Si tratta di una

dinamica che richiama la lotta di classe di marxiana memoria. A differenza dei marxisti, Nock

ritiene che lo sfruttamento di una classe sull’altra avvenga esclusivamente mediante la conquista

dei mezzi politici, di fatto è lo Stato a creare le classi; in un contesto astatuale il rapporto tra

imprenditori e operai (per citare due classi in conflitto secondo la teoria marxiana) è armonico e

complementare, senza che vi siano sfruttamenti da alcuna delle parti16 . Il processo si esprime però

attraverso un’espropriazione del “potere sociale” da parte del “potere statale”. Il primo è

espressione degli atti volontari degli uomini che si sviluppano attraverso le loro relazioni, alla base

dei principali progressi, civili e tecnologici. Il secondo, invece, è il suo controllo da parte della

classe alla guida dello Stato, utilizzato per i propri fini.

Nock individua tre fasi storiche di questo processo: quella primitiva, basata sulla conquista militare

di un gruppo a spese di uno estraneo e sull’espropriazione delle risorse di quest’ultimo, quella

feudale, basata sullo sfruttamento economico del monarca sui sudditi secondo una contrapposizione

di classe e giustificato dalla teoria del diritto divino, e quella mercantile, che si affermò nelle

colonie americane nel corso del diciassettesimo secolo, quand,o con un apparato coercitivo

relativamente snello, mercanti e finanzieri legiferarono a loro favore estromettendo piccoli

proprietari agricoli e il proletariato industriale dall’ottenimento di nuovi possedimenti. Ma la fase

più acuta, secondo Nock, non è altro che quella a lui contemporanea.

Durante il ‘900, infatti, si sarebbe assistito ad un espansione dello Stato senza precedenti,

raggiungendo l’apice sotto il governo Roosevelt. Un accrescimento in cui sono concorsi tre fattori:

In primo luogo, l’esecutivo avrebbe accentrato i suoi poteri a spese delle altre istituzioni

repubblicane. In modo analogo rispetto a Italia e Germania, il governo Roosevelt è un “governo

personale”17, cioè a disposizione del presidente e dei suoi stretti collaboratori. In seconda battuta si

16 Cfr Murray N. Rothbard, The Betrayal of American Right, Mises Institute, Auburn,1973, pag. 20
17 Cfr A. Nock , Our Enemy, the State, http://mises.org/story/3602, cap.1, sez.2:

Personal government is not exercised here in the same ways as in Italy, Russia or Germany, for there is as
yet no State interest to be served by so doing, but rather the contrary; while in those countries there is. But
personal government is always personal government; the mode of its exercise is a matter of immediate
political expediency, and is determined entirely by circumstances.
19

è espanso anche l’apparato burocratico18. Il terzo fattore è consistito nella “trasformazione della

povertà e indigenza in un dato politico permanente”19, utilizzando la condizione di miseria occorsa

come cavallo di Troia per ottenere consenso attorno a misure populistiche. Anche per questo, nota

Nock, mentre in Europa le autocrazie si sono affermate con la violenza, utilizzando una retorica

esplicita, in America si è mantenuta una facciata democratica, solo ed esclusivamente perché

c’erano condizioni per cui si poteva affermare.

Jeffersonianesimo radicale

La storia degli Stati uniti d’America non sfugge, nell’analisi di Nock, alla logica del conflitto di

classe originato dall’uso dei mezzi politici da parte di un determinato gruppo. Nello specifico fino

dall’epoca dei coloni, all’apice dello Stato mercantile, in America sarebbero stati privilegiati ristretti

gruppi di imprenditori. Se il processo d’indipendenza è stato in grado di sospendere

temporaneamente il sistema di sfruttamento, di cui beneficiavano soprattutto le grandi compagnie

commerciali britanniche, per Nock il processo ricomincia poco dopo la costituzione del nuovo

Stato. Sfidando la vulgata conservatrice, che vede nella costituzione la base di uno stato ridotto al

minimo, Nock individua proprio nella stesura della carta il primo passo verso la riemersione dello

statalismo dato che essa prevede, per la prima volta nella storia delle ex-colonie, un governo

centrale con un potere di tassare e di soverchiare giuridicamente gli Stati dell’unione. Intorno a

questa diatriba si verificò la prima frattura politica nella storia dell’America, che vede opporsi, da

un lato, i Federalisti (di cui Alexander Hamilton è il loro esponente di punta) e, dall’altro, il partito

loro avverso, in seguito denominato democratico-repubblicano, capitanato da Thomas Jefferson. I

due padri fondatori dell’America avevano una differente opinione su quale sarebbe stata la

vocazione del paese. Jefferson aveva in mente una grande repubblica agraria, basata sul possesso

della terra, con un governo fortemente decentralizzato (e limitato, secondo l’interpretazione letterale

18Ibidem:
“The pressure of centralization has tended powerfully to convert every official and every political aspirant in
the smaller units into a venal and complaisant agent of the federal bureaucracy”

19Ibidem:
“A third index is seen in the erection of poverty and mendicancy into a permanent political asset [...] The
State, always instinctively “turning every contingency into a resource” for accelerating the conversion of
social power into State power, was quick to take advantage of this state of mind. All that was needed to
organize these unfortunates into an invaluable political property was to declare the doctrine that the State
owes all its citizens a living; and this was accordingly done”.
20

della costituzione); mentre il suo avversario, espressione della borghesia affaristica della costa

occidentale, prendeva a modello l’aristocrazia inglese e favoriva un’interpretazione ampia della

costituzione, che prevedeva un aumento considerevole del ruolo del governo centrale ed

un’espansione della burocrazia. Alla base di queste scelte ci sono due diverse visioni del mondo:

Jefferson sosteneva negli stessi anni la rivoluzione francese, era il democratico, fiducioso nelle

capacità di autogoverno del popolo e temeva il sacrificio della libertà per la sicurezza. Al contrario

Hamilton pensava fosse maggiormente desiderabile una classe dirigente in grado di guidare il

paese, mentre confidava molto poco nella capacità del popolo di autogovernarsi. Di qui la sua

diffidenza verso l’ampia libertà di stampa, caratteristica che distingueva l’America di quegli anni

dal resto del mondo occidentale, che Hamilton considerava pericolosa per gli effetti turbativi che

poteva avere sul popolo.

La storiografia ortodossa, dunque, presenta Hamilton come il campione del conservatorismo, e fa

Jefferson il baluardo di un progressismo genuinamente democratico. Eppure è proprio Jefferson a

rappresentare uno dei punti di riferimento per i libertari dell’Old Right. Tra di loro, in particolare lo

stesso Nock, ammiratore del presidente virginiano tanto da esserne autore di una parzialissima

biografia. Il Jefferson di Nock viene naturalmente dipinto come uno dei più grandi (se non forse il

più in assoluto) politici che gli Stati Uniti abbiano mai avuto: la sua visione della repubblica è la

migliore che sia mai arrivata ai vertici di palazzo. Tuttavi il biografo rimprovera al presidente

americano una certa miopia nel non aver capito a fondo la realtà del suo periodo e di essere stato

troppo moderato nelle sue proposte. In sostanza, Nock si fa portavoce di un jeffersonianesimo che

superi Jefferson in radicalismo: accusa ad esempio il presidente di non aver capito che la

Costituzione, poiché garantiva pieno potere al governo centrale in fatto di tasse, commercio, guerra

ed espansione verso la frontiera, rappresentava già una vittoria dei principi degli Hamiltoniani.

Inoltre Jefferson non avrebbe compreso bene anche la vera natura dei suoi avversari, i quali ben

lungi da esprimere un mero giudizio politico, erano spinti - secondo Nock - da veri e propri istinti

predatori e classisti, secondo la sua personale teoria della lotta di classe attraverso i mezzi statali;

d’altronde lo stesso appoggio dato da Jefferson agli agrari non avrebbe fatto altro che fare degli

sfruttati i nuovi sfruttatori. Anche per quanto concerne le battaglie a favore dei diritti dei singoli

Stati opposti al governo federale, Nock critica la condotta meramente legalistica di Jefferson, che lo
21

fa sembrare un “dottrinario avvocato”20, quando secondo, il militante dell’Old Right, avrebbe

dovuto essere parte integrante di una visione politica più ampia, volta a proporre un ordinamento

più liberale e meno centralizzato.

In ultima battuta, di Jefferson viene presa a modello l’attitudine verso la politica estera, che si può

riassumere in isolazionismo (evitando anche alleanze) e libero commercio. Ma anche in questo

campo il Jefferson presidente fallì, cadendo in contraddizione con se stesso, in particolar modo con

la proclamazione dell’embargo durante gli scontri navali tra Inghilterra ed Europa. Una decisione

che si rivelò un boomerang dal punto di vista politico: tre Stati divennero saldamente federalisti e il

New England minacciò la secessione.

Henry Mencken e la disillusione della democrazia


Leader del gruppo, Mencken fu anch’egli un letterato, giornalista e critico sociale, di rilievo
tale da essere ricordato per i suoi contributi in questi campi. Anche nel suo caso il suo
percorso politico fu peculiare, pur rimanendo intellettualmente coerente. Considerato (e
autodichiaratesi) di sinistra agli inizi del ’900, (l’epoca del proibizionismo) che denunciò e
attaccò nei suoi scritti) finì per essere accostato ai conservatori dopo la seconda guerra
mondiale. Il critico letterario Samuel Putnam coniò proprio per lui (nel 1948, quando uscì
l’antologia A Mencken Chrestomathy) l’etichetta “Tory Anarchist”, che ben presto si estese
anche a Nock e Chodorov21. Mencken si distinse, oltre che per il suo tono provocatorio, per
un radicale individualismo dagli echi nietzscheani (fu curatore di alcune opere del filosofo
tedesco). Tale posizione si coniugava ad un elitismo teso ad esaltare le virtù dei singoli
capaci di emergere: personalità che si rinvenivano in ogni gruppo sociale e che costituivano
una sorta di “aristocrazia naturale”, distintasi per le proprie virtù. Nemico di questi uomini
“superiori” è, naturalmente, il governo:

All government, in its essence, is a conspiracy against the superior man: its one permanent object
is to oppress him and cripple him. If it be aristocratic in organization, then it seeks to protect the
man who is superior only in law against the man who is superior in fact; if it be democratic, then it
seeks to protect the man who is inferior in every way against both. One of its primary functions is
to regiment men by force, to make them as much alike as possible . . . to search out and combat
originality among them. All it can see in an original idea is potential change, and hence an invasion
of its prerogatives. The most dangerous man, to any government, is the man who is able to think
things out for himself, without regard to the prevailing superstitions and taboos. Almost inevitably

20 Cfr. A. Nock [1956], Mr Jefferson, Hallberg, Delavan, 1983.


21 Cfr. M. N. Rothbard, The Betrayal of American Right, op. cit., pag. 10
22

he comes to the conclusion that the government he lives under is dishonest, insane and intolerable,
and so, if he is romantic, he tries to change it. And even if he is not romantic personally he is very
apt to spread discontent among those who are. . . . 22

Tra le varie forme di governo (comunque avversate, come denota il passaggio precedente,
eccetto quella che “lascia l’uomo da solo”) non sorprende che Mencken nutrisse una
particolare avversione per la democrazia (intesa, tout court, come il governo della
maggioranza), ritenuta un pericoloso abbaglio di massa. Un ordinamento che farebbe
emergere e governare i peggiori:

[D]emocracy gives [ai mediocri] a certain appearance of objective and demonstrable truth. The
mob man, functioning as citizen, gets a feeling that he is really important to the world - that he is
genuinely running things. Out of his maudlin herding after rogues and mountebanks there comes to
him a sense of vast and mysterious power—which is what makes archbishops, police sergeants,
the grand goblins of the Ku Klux and other such magnificoes happy. And out of it there comes,
too, a conviction that he is somehow wise, that his views are taken seriously by his betters - which
is what makes United States Senators, fortune tellers and Young Intellectuals happy. Finally, there
comes out of it a glowing consciousness of a high duty triumphantly done which is what makes
hangmen and husbands happy. 23

Sebbene stravagante e politicamente scorretto, Mencken rigettava ogni forma di violenza e


condannava come assurdo ogni tipo di razzismo. Il bene politico supremo, sottolinea, è la
libertà che va garantita e da beneficio a tutti:

I believe in only one thing and that thing is human liberty. If ever a man is to achieve anything like
dignity, it can happen only if superior men are given absolute freedom to think what they want to
think and say what they want to say . . . [and] the superior man can be sure of freedom only if it is
given to all men. 24

Frank Chodorov: contro la tassa sul reddito.

Frank Chodorov, il più giovane del gruppo “libertario” dell’Old Right, si distingue per un attacco ad

un altra bestia nera della coalizione di conservatori e liberali: la tassa sul reddito. Ma, almeno per

quanto riguardava questa tassa, non c’era nulla da imputare a Roosevelt. L’introduzione dell’income

22 H.L. Mencken, A Mencken Chrestomathy (New York: Knopf, 1949), pp. 145–46, cit in M.N. Rothbard, (op.
cit.) pag. 10.
23 H. L. Mencken, Last Words, 1926, http://www.bigeye.com/mencken.htm
24 Ibidem
23

tax risale al 1913, quando venne ratificato il sedicesimo emendamento della costituzione americana,

passato al vaglio del congresso già nel 1909. In entrambi i casi, presidente era William Taft,

curiosamente padre di quel Robert che l’Old Right cercherà di candidare nel 1940 per il partito

repubblicano25. Una tassa che colpiva il reddito di un singolo individuo era una novità per gli Stati

Uniti, e non trovava un fondamento costituzionale. C’era comunque un precedente: nel 1862 fu

introdotta supporto economico per la Guerra Civile, ma venne ritirata solo 10 anni dopo. Negli anni

che vanno dal 1909 al 1913 si risolve una lunga impasse, dovuta anche a scontri interni al partito

Repubblicano, con un emendamento che sancisce la possibilità, da parte del Congresso, di porre

una tassa purché uniforme, sui cittadini; precedentemente tale compito spettava esclusivamente ai

singoli Stati che dovevano trasferire una percentuale, in base al censo e alla popolazione al governo

federale.

Per Chodorov, questa rivoluzione sta alla base del declino della libertà individuale negli Usa: lo

sostiene in un pamphlet del 1959 dal titolo (nonché dagli ammiccamenti) vagamente biblico: The

income tax: the root of all evil.

Il male, politicamente parlando, è per Chodorov “all [...] that violates the doctrine of natural rights,

as set down in the Declaration of Independence”.26 Sebbene la Dichiarazione d’Indipendenza, come

la Costituzione, siano prodotti umani di un determinato contesto, Chodorov ritiene che la grande
considerazione che il popolo americano ripone in esse derivi dalla considerazione che esso nutriva
per la dottrina dei diritti naturali. In questa prospettiva, la tassa sul reddito (ovvero il sedicesimo
emendamento) diventa la radice di ogni male, la breccia che può aprire al disconoscimento dei
principi giusnaturalistici. Il principale fattore per cui l’income tax si distingue dalle altre tasse
previste dallo Stato americano risiede nel fatto che non si tratta di una tassa indiretta, cioè applicata
sul prezzo di un bene o di un servizio, bensì di una tassa che va a colpire la proprietà privata dei
possidenti. Così facendo, spiega Chodorov, si contravviene ancora di più al principio che vede il
diritto al godimento dei frutti del proprio lavoro. E’ da notare che la posizione espressa è puramente
di principio: l’autore non sta polemizzando contro il livello delle imposte, anzi nulla vieta, in linea
teorica, che il gettito delle tasse indirette superino quello della tassazione sul reddito. Dopo aver
analizzato le circostanze in cui il sedicesimo emendamento è stato approvato (per Chodorov, da

25 In quelloʼoccasione Taft perse le primarie contro Wendell Willkie, candidato su posizioni più tiepide rispetto
al New Deal.
26 Frank Chodorov, The Income Tax: Root of all Evil, pag. 3
http://mises.org/etexts/rootofevil.pdf
24

buon nockiano, gli interessi dell’establishment di allora prevalgono sulle ragioni “ideologiche”, le
pur influenti teorie egualitarie di provenienza socialista), vengono presi in considerazione gli
argomenti con cui la tassa sul reddito è stata “venduta” all’opinione pubblica, in particolare quello
della sicurezza sociale:

“It was necessary to devise some means for making the taxation of their incomes palatable. They had to be

lulled into acceptance of “soak the poor.” The drug that was concocted for this purpose was “social security.”

The worker was told that he was not paying an income tax when his pay envelope was opened and robbed; he

was simply making a “contribution” to “insurance” against the inevitable disabilities of old age. He would

get it all back, when he could no longer work, and with a profit. 27

Ma in realtà la sicurezza sociale si rivela essere “la mera frode” di un meccanismo che in realtà
mette le risorse dei cittadini nelle mani di una classe politica che le userà esclusivamente per i
propri scopi. Inoltre, un sistema di sicurezza sociale statale mina la responsabilità di un individuo,
rendendolo dipendente di un sistema di assistenza obbligatoria, alienandolo dai mutui legami con il
suo prossimo. E’ una prima denuncia delle conseguenze di matrice psicologiche del welfare state:

There is no such thing as social security; only the individual grows old and is in need. Society is never in

want and never grows old, simply because society is not a person. Security against the exigencies of old

age has always been a problem of life, and each person in his own way has tried to solve it [...] These

methods of taking care of oneself through thrift, however, call for self-reliance, and that is exactly what

the advocates of social security would destroy. It is contrary to the whole philosophy of socialism. If the

individual is allowed to shift for himself, there is no need for the services of the self-anointed do-gooders.

Hence it is necessary to develop a slave psychology, a feeling of helpless dependence on the group. 28

Per quanto riguarda il rapporto con il New Deal, Chodorov sostiene che “la via americana al
socialismo” non avrebbe mai potuto realizzarsi senza l’introduzione della tassa sul reddito. Le
politiche rooseveltiane avrebbero perciò portato alle estreme conseguenze il sistema di sicurezza
sociale basato sulle tasse grazie al ricorso all’inflazione. Infine, sostiene Chodorov, l’introduzione

27 Chodorov, op. cit., pag. 37


28 Ibidem
25

della tassa del reddito ha avuto tra le sue conseguenze l’aumento della corruzione tra le cariche
pubbliche e la creazione di spazi “grigi” tra i soggetti sottoposti alla tassazione e gli agenti della
stessa, a partire dai legislatori. I produttori cercano di sfruttare i vari incentivi e servizi che vengono
loro offerti mediante la tassazione, ma, allo stesso tempo, tendono a ritenere ingiusta la somma che
lo Stato richiede loro, spesso tentando di non pagarla. La dinamica viene così descritta:

The ingenious entrepreneur, trying to "beat the rap," will take advantage of the clauses in the law which

were intended only to permit him to stay in business, after taxes. With the help of expert accountants, he

finds ways of squeezing an extra dollar through the "loopholes," or discovers a "loophole" not intended by

the lawmakers. But here he may come into conflict with the government’s agent, whose opinion on what

are legitimate expenses of business may differ from his. Was too much deducted for depreciation? Was

the inventory taken at true value, and what is true value? How about those large expense accounts, that

costly public-relations program? Are they necessary to the conduct of the business? The agent says this,

the taxpayer says that, and thus we have the makings of a costly lawsuit. The natural inclination of the

taxpayer is to seek some other way out, and sometimes the agent is quite amenable to "reason." The

corruption is written into the law.29

Come se non bastasse, le norme sulla tassazione, soggette alla burocrazia, diventano
eccessivamente ostiche: secondo Chodorov rispettarle è così difficile che tutti possono incorrere nel
rischio di essere perseguiti per averle evase30.
Quindici anni dopo la seconda guerra mondiale, un esponente di spicco dell’Old Right porta dunque
avanti la sua battaglia su un aspetto rilevante, ma che cominciava a sembrare impossibile da mettere
in discussione. Ancora una volta due sono i principi da difendere: da un lato la libertà dell’individuo
di godere i frutti del proprio lavoro, dall’altra l’integrità della società americana, la cui virtù civica
era minacciata dall’espansione dell’istituzione statale, dal suo supposto potere di
deresponsabilizzare gli individui attraverso misure di welfare. Una preoccupazione, d’orientamento
tutto conservatore, che ritornerà in pensatori successivi.

La diaspora del movimento

29 F. Chodorov, op cit., pagg. 46 - 47


30 Ivi, pag. 46
26

L’esperienza dell’Old Right venne a scemare con l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra

mondiale. Sul movimento gravò particolarmente la ferrea opposizione all’intervento bellico, che

venne screditata, agli occhi dell’opinione pubblica, con l’episodio di Pearl Harbour che mise in crisi

la credenza nell’inviolabilità della nazione americana.

Ma ancora di più fu letale, per la vecchia destra, l’orientamento che il movimento conservatore (e il

partito repubblicano) prese a partire dal dopoguerra, che preferì sacrificare la tutela senza

compromessi delle libertà individuali e attuare politiche che ponessero al primo posto la lotta al

comunismo, divenuto nel frattempo la nuova minaccia per gli Stati Uniti e per il mondo. Tale

posizione influì anche sulla politica estera, segnando la fine (che avvenne definitivamente con la

sconfitta del senatore Taft e la vittoria di Eisenhower alle primarie del 1952), almeno negli spazi

rappresentativi, della destra isolazionista. Lo storico dell’Old Right e attivista libertario, Justin

Raimondo situa nella battaglia per l’emendamento Bricker (discusso al congresso fra il 1950 e 1il

1953) il “canto del cigno” della vecchia destra. Il Bricker fu l’ultima battaglia isolazionista

condotta proprio quando erano già nell’aria l’impegno militare che caratterizzerà la guerra fredda.

L’atto consisteva nell’affidare al congresso ogni potere in merito a trattati internazionali e sanciva

che ogni legge interna agli Stati Uniti, derivata da questi, dovesse passare attraverso una

legislazione valida in assenza del trattato per diventare effettiva. Anche dal lato radicale dell’Old

Right, l’iniziativa venne salutata come un antidoto all’ingerenza straniera negli affari interni.

Scrisse Frank Chodorov: “Una nazione è minacciata da un’invasione, non da un esercito straniero

ma dai suoi stessi grovigli legali. Non soldati, ma teorici e visionari attaccano la sua indipendenza e

mirano di portare il suo popolo sotto il controllo di un agglomerato di governi stranieri [...]

Abbiamo la più ricca nazione al mondo, e apparentemente la più forte, che flirta con chi vuole

liquidare la sua indipendenza. Nulla del genere è accaduto prima”.31

L’emendamento Bricker venne sconfitto per un solo voto, grazie anche all’opposizione che gli fece

il presidente Eisenhower, cosa che difatto causò la rottura definitiva dell’Old Right con la

leadership repubblicana. Negli anni che seguirono le persone vicine agli ideali della della vecchia

destra, continuarono a farsi sentire sulle colonne dei giornali, a cominciare dalla guerra in Corea,

contro la quale si opposero. Ma anche a livello intellettuale, il loro ruolo fu offuscato dalle nuove

31 Cit. in Justin Raimondo, Reclaiming the American Right, op. cit. pag. 54
27

personalità che emersero negli ambienti vicini al partito repubblicano, impegnate soprattutto nella

lotta culturale al comunismo e alle nuove sinistre. Anche chi, tra i nuovi intellettuali emergenti della

destra, come William Buckley, tentò, in nome di un fusionismo conservatore, di dare loro spazio su

riviste come la National Review finì per emarginarli progressivamente con l’inasprirsi della guerra

fredda. Rimase anche nel partito repubblicano una corrente antistatalista e anti interventista, però

sempre minoritaria, che rispuntò saltuariamente in occasioni come la campagna di Barry Goldwater.

Tuttavia è nel moderno movimento libertario, costituitosi a partire dal dopoguerra - attivo più in

ambito culturale che non in quello strettamente politico - che vanno cercati gli eredi dell’Old Right,

in particolare degli autori qui sopra presentati. Gli stessi libertari inoltre, acuendo i tratti più radicali

degli anti statalisti del primo dopoguerra, renderanno onore alla loro dimensione politica.

Dimensione che venne considerata “destrorsa” solo per precise circostanze storiche, come ebbe a

dire Albert Jay Nock quando si sentì definire un tory, un conservatore: “Sono stato chiamato con

una serie di brutti nomignoli, ma questo li batte tutti”.


28

II. Dalla Scuola Austriaca al giusnaturalismo di Murray Rothbard

Profilo biobibliografico

Autore centrale per la riflessione libertaria nel novecento, nonché primario artefice del dibattito (pur
con momenti alterni) con la destra conservatrice, fu Murray Newton Rothbard, che, da molti punti
di vista può essere considerato l’inventore del “libertarianism” americano. Scopo di questo capitolo
è esaminare dal punto di vista teorico quello che è stato il suo contributo, partendo dal suo
background di economista.
Oltre a questa disciplina e alla matematica (materia che insegnò, al politecnico di New York e, a
partire dal 1986 all’Università del Nevada), il suo interesse, accademico e non, coprì un vasto
campo di discipline, a partire dalla filosofia politica, per arrivare alla storia e alla storia economica,
forse il campo dove si distinse di più. Ma Rothbard fu anche un attivista che si spense moltissimo
per la diffusione della sua visione politica: sono innumerevoli le riviste con cui collaborò o
addirittura di cui fu fondatore o responsabile: da Left and Right (fondata nel 1965 e dedicato
all’attualità politica in generale e improntato al dialogo con le forze della New Left) a The
Libertarian Forum (spazio per discussioni relative al costituendo partito libertario) fino a The
Rockwell - Rothbard Report, fondata nel 1990: in particolare, questo periodico diede voce al
cosiddetto movimento paleo libertario, di cui si tratterà in seguito, fino al più specialistico Journal
of Libertarian Studies.
Murray Rothbard nacque a New York nel 1926. Figlio di immigrati ebrei dell’Europa Orientale,
crebbe in un ambiente che non esitò a definire “comunista”, considerate le convinzioni politiche dei
suoi parenti ed amici più stretti. Sempre allergico a queste simpatie collettiviste, in gioventù si
accostò all’Old Right, su posizioni integralmente anti-interventiste in economia e in politica estera,
parteggiando per il senatore Taft. Dopo la laurea in matematica, si specializzò in economia,
affrontando, come primario interesse, le depressioni economiche: dalla tesi di laurea, dedicata al
panico del 1819 (la prima recessione nella storia americana) al saggio “revisionista” sulla Grande
Depressione. Seguono la sua opus magna Man, Economy and State (1962), continuazione del
trattato L’Azione Umana del suo maestro Ludwig von Mises, Power and Market (1970) che affronta
di petto il tema delle conseguenze dell’intervento governativo in economia e Conceived in Liberty,
(1975-79) quattro volumi dedicati alla storia dell’America coloniale e della sua rivoluzione. Le due
opere strettamente di pensiero politico sono For a new liberty: the Libertarian Manifesto (del 1973)
già qualcosa di più che un’esposizione del programma del partito allora appena fondato (ma che poi
sconfesserò) e The Ethics of Liberty (1982), risistemazione più “accademica” della sua posizione
29

anarco-capitalista. Rothbard morì nel 1995, ancora pienamente impegnato nella sua attività di
militante e polemista.

Le radici (I): Il movimento oggettivista

Rothbard si inserisce in pieno nella tradizione anarchica e dell’area “liberale-radicale” dell’Old


Right ma, allo stesso tempo ne è un grande innovatore. La sua novità principale consiste nell’aver
innestato, creando un sistema coerente, la scuola economica austriaca (come suggerisce il nome,
un’accademia di origine europea devota alla causa del libero mercato) e nell’ aver recuperato, sotto
il profilo della filosofia del diritto, la tradizione giusnaturalistica. Prima di approfondire queste
dimensioni, però, occorre citare un movimento che ebbe una certa influenza sul giovane Rothbard e
che fu decisivo, tra il 1955 e il 1960, nel delineare il contesto libertario.
Ideato dalla romanziera Ayn Rand, russa di nascita, l’oggettivismo si presenta coma una filosofia
sui generis anche se finisce per prestare particolare attenzione ai problemi posti dalla politica. Il
sistema randiano parte dalla metafisica e dalla gnoseologia per affermare che la realtà è costituita da
un’essenza intrinseca alla natura delle cose e che, di conseguenza, essa risulta interamente
conoscibile in maniera oggettiva. Da questa visione, che cozza in pieno con le tradizioni filosofiche
più recenti almeno da Kant in poi (il filosofo di Könisberg è uno dei bersagli principali della Rand)
derivano le prescrizioni etiche: essendo anche l’uomo una realtà interamente conoscibile è possibile
stabilire “oggettivamente” ciò che è bene.
Ne consegue un’etica radicalmente anti-relativista che ha come fine ultimo la preservazione della
vita da parte di ogni singolo individuo, secondo la regola: “ciò che promuove la sua vita è un bene,
ciò che la minaccia una male” 32 . E’ questo il fine che per gli oggettivisti determina la moralità di
ogni comportamento, affermazione che implica il rifiuto di ogni appiglio trascendentale. La Rand
ricorre al termine “egoismo razionale” per descrivere questa sua posizione: ogni individuo infatti
persegue (deve farlo, è una posizione deontologica) il suo interesse personale, le azioni morale
vanno a beneficio dell’attore che le compie. Non è, però, una posizione che sfocia nel nichilismo:
l’egoismo è tale in quanto ogni soggetto ha diritto di coltivare se stesso senza essere oggetto di
interferenze esterne e quindi rispettando la medesima libertà altrui. Tale concezione, tuttavia, non è
priva di un contorno moralistico: dato che la sopravvivenza è il bene da perseguire, ogni atto, anche
liberamente scelto che va contro di esso è considerato immorale, dalla droga ai comportamenti
sessuali più disinibiti.

32A. Rand, The Virtue of Selfishness: a New Concept of Egoism, New York, 1964. Trad. it. Le virtù
dellʼegoismo, Liberilibri, Macerata, 1999, pag.14.)
30

Sul piano politico la filosofia oggettivista assume i connotati del liberalismo sociale ed economico
più estremo e risulta pesantemente influenzato - sebbene la Rand rivendicherà sempre una sua
esclusiva maternità anche sulle idee politiche - dai radicali dell’Old Right. Dall’etica dell’egoismo
discende la regola basilare, ciò che in seguito, negli ambienti libertari, sarà chiamato il principio di
non aggressione; “nessun uomo ha il diritto di usare per primo la forza fisica su qualcun altro”. La
stessa regola si applica alla proprietà personale: per vivere gli esseri umani hanno bisogno di godere
interamente i frutti del proprio lavoro. L’identità tra quelli che sono stati considerati nella storia
delle dottrine politiche come due diritti separati (diritto alla vita e alla proprietà)33 è, nella chiarezza
della sua esposizione, un inedito randiano che avrà molta fortuna nella dottrina libertaria e che verrà
riproposto da Rothbard.
Sul piano delle politiche concrete, il movimento oggettivista sostiene di conseguenza un intervento
minimo del governo, che diventa nullo nell’ambito dell’economia. Anche la sottrazione della
proprietà legittimamente acquisita (cioè ottenuta - Nock insegna - attraverso lo scambio o la
produzione) costituisce un’aggressione. Viene contestata, dunque ogni politica redistributiva: lo
scopo caritatevole non cancella la coercizione nel trasferimento delle risorse.
L’oggettivismo è ben lungi dall’essere un movimento anarchico: allo Stato viene dato il compito,
non delegabile, di mantenimento dell’ordine e della pace sociale, attraverso la difesa dei diritti
individuali. Il monopolio legale della forza deve dunque limitarsi a prevenire e punire le
aggressioni, sia dall’esterno come quelle provenienti da altri Stati, sia all’interno del proprio
territorio. Si arriva dunque ad una posizione “miniarchica” ovvero che sostiene uno Stato “minimo”
nei suoi ruoli e nelle sue funzioni, ma che viene ritenuto assolutamente indispensabile, pena la
degenerazione della società in uno stato di natura hobbesiano, dominato dalla guerra di tutti contro
tutti - espressione di un’antropologia, sicuramente condivisa dalla Rand, ben distante dall’ottimismo
degli anarchici americani ottocenteschi. Da un certo punto di vista l’atteggiamento oggettivista
verso lo Stato è addirittura più benevolo di quello dell’ala radicale dell’Old Right: un’entità statuale
che rispetti i criteri randiani è desiderabile e morale, ed è ben lungi da essere considerata un “male
necessario”. Tale atteggiamento permette alla Rand e ai suoi seguaci di prendere posizione sulla
politica militare degli Usa durante la Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, considerati sempre e
comunque come “la società più morale della Storia”, perseguono il bene dei loro cittadini agendo,
anche preventivamente, contro i loro possibili nemici, in primo luogo contro l’Unione Sovietica,
che l’esule Rand, fuggita dalla terra natìa in seguito alla rivoluzione bolscevica, considera il male
assoluto. Anche l’intervento contro il nazifascismo viene visto, a posteriori, come positivo nel suo
contesto storico.

33Su questo tema confronta, Stefania Mazzone, Stato e Anarchia. Il pensiero politico del libertarismo
americano, 2000, Giuffré, Milano.
31

Un’altra caratteristica rilevante dell’oggettivismo, data la sua caratteristica di filosofia “totale” che
non risparmia nessun settore delle scienze umane, è la critica alle religioni, viste come un risposta
irrazionale alle domande fondamentali e - in maniera non molto dissimile dal marxismo - uno
strumento di inganno di massa. Da questo punto di vista il movimento della Rand si distanzia dalle
posizioni più tradizionaliste dell’Old Right, i cui membri erano spesso religiosi militanti. Proprio
per queste sue caratteristiche pervasive il movimento oggettivista - attivo anche oggi negli Usa -
verrà accusato di essere un “culto”.

Le radici (II): La Scuola Austriaca e Ludwig Von Mises

Sebbene il libertarismo di Rothbard parta innanzitutto da presupposti etici e filosofici, il suo


mestiere fu essenzialmente quello dello studioso d’economia, disciplina che ha un ruolo
fondamentale nella teoria politica del newyorkese. Il percorso accademico di Rothbard si inserisce
nel solco della scuola austriaca di economia, tradizione accademica che da lui fu radicalmente
innovata.
La Scuola Austriaca, così chiamata perché i suoi principali esponenti provenivano dall’impero
austro-ungarico (alcuni di essi erano in contatto con il prolifico circolo di Vienna di inizio ’900) è
un’accademia di pensiero economico eterodossa (anche se ha delle strette affinità con l’economia
neoclassica34 ), che si è trovata spesso ad essere emarginata dalle università e dai circoli politici.
Dagli anni ’30 in poi la Scuola Austriaca è “emigrata” negli Stati Uniti d’America, a causa della
professione di fede di alcuni dei suoi autori, ebrei, e dalle idee da essa propagandate, invise al
nazionalsocialismo. Proprio negli Usa, nel secondo dopoguerra, la Scuola Austriaca fu al centro di
una rinascita, grazie al lavoro di autori come Ludwig von Mises e Israel Kirzner.

L’individualismo metodologico
Carattere distintivo della Scuola Austriaca è la stretta adesione all’individualismo metodologico,
ovvero al presupposto che solo il singolo individuo, e l’azione da esso compiuta è analizzabile
scientificamente, che ogni fenomeno sociale è riconducibile ad un’azione individuale e che le entità
collettive sono astrazioni prive di senso e quindi non in grado di essere soggetti agenti. Per dirla con
Ludwig von Mises: “Solo l’individuo pensa, solo l’individuo ragiona, solo l’individuo agisce” 35.

34Per Sergio Ricossa la Scuola Austriaca è “un ramo dellʼeconomia neoclassica [...] sorta con lʼintento di
correggere la teoria del valore di Marx”. cfr. La Scuola Austriaca contro Keynes e Cambridge, S. Ricossa (a
cura di), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2000, pag. 14.
35 L. v. Mises,. Socialismo (1922), Rusconi, Milano, 1990, pag. 92
32

In questo gli austriaci si inseriscono in una tradizione che Friedrich Hayek36 fa discendere
dall’illuminismo scozzese (David Hume, Adam Ferguson) e da Bernard Mandeville. Tra i primi a
seguire integralmente l’approccio individualistico in economia, sempre secondo Hayek, c’è Adam
Smith, mentre nella sociologia si ha l’esempio di Max Weber.
Dietro gli approcci olistici (quelli che considerano la società un tutto indivisibile), in economia
come nelle altre scienze sociali, avverte Hayek, si cela l’ambizione di poter plasmare a propria
immagine e somiglianza la società e le sue istituzioni “L’uomo, dato che [le] [...] ha create egli
stesso, deve anche poterle alterare a suo piacimento in modo che soddisfino i suoi desideri e le sue
aspirazioni” 37. Al contrario l’individualismo metodologico permette di capire come le forme e le
istituzioni della società nascano come risultato, spesso imprevisto e non coscientemente voluto
(secondo la modalità della mano invisibile), delle azioni compiute dalle singole persone.
Hayek fornisce anche una difesa dell’individualismo metodologico dai suoi critici, che l’accusano
di sconfinare nella celebrazione dell’egoismo e nella postulazione dell’individuo atomico. Come
teoria della società, l’individualismo mira a determinare le forze che determinano e compongono la
vita sociale nella sua complessità, e come tale prende in esame le interazioni tra di esse.
L’individuo, lungi dall’essere isolato, appare come un essere che vive e coopera nel mondo. Anche
l’accusa secondo cui questo tipo di approccio di ridurre l’essere umano a homo oeconomicus non
ha fondamento: l’individualismo metodologico non posa su una psicologia razionalista, bensì
realista: sono le circostanze, l’ambiente e la scarsità che costringono la persona, anche la più
indolente e pigra ad adottare comportamenti economici per realizzare i suoi fini. 38
Questo tipo di individualismo, di cui forse primo teorico fu Edmund Burke già all’epoca delle
grandi rivoluzioni borghesi, si distingue da un altro individualismo, quello che Hayek bolla come
falso, che altro non è che l’erede della tradizione razionalista cartesiana. La differenza tra i due
approcci è che quello anglo-austriaco considera abbastanza contenuto il ruolo della ragione negli
avvenimenti umani e ritiene che i suoi attori, gli individui appunto, raggiungano obiettivi ben oltre
la portata dei loro fini non essendone pienamente coscienti. Al contrario i razionalisti mostrano una
smisurata (ed eccessiva) fiducia nella ragione: ritiene che grazie ad essa l’uomo possa formare
società e istituzioni volte a legare gli individui per il perseguimento di uno scopo superiore. Questo
tipo di individualismo risulta costruttivista come gli approcci olistici e degenera nell’ingegneria
sociale.

36F. v. Hayek, Lʼindividualismo, quello vero e quello falso, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997, pagg. 42 e
seguenti.
37 F. v. Hayek, Lʼabuso della ragione, Vallecchi, Firenze, 1967, pag. 43
38 F. v. Hayek, ivi. pag. 53
33

L’abuso delle capacità razionali comporta un grave rischio per la libertà umana e finanche una
diminuzione dell’efficienza delle azioni individuali. Conclude Hayek: “la società è più grande
dell’individuo, solo sino a che è libera. Quando è controllata e diretta [secondo i piani dei
costruttivisti “razionalisti” e “olisti”, ndr] è limitata ai poteri individuali che la controllano e la
dirigono” 39.

La prasseologia
Nella concezione austriaca l’economia viene considerata come un sottoinsieme della prasseologia,
termine introdotto da Ludwig von Mises per designare un generico studio dell’azione umana. La
prasseologia viene definita come una scienza “a priori” (ovvero non falsicabile dall’esperienza) che
parte da degli assiomi autoevidenti:
- l’uomo esiste ed agisce
- l’azione umana è cosciente e responsabile40
- l’uomo agisce perché, insoddisfatto, vuole migliorare la sua attuale situazione
- facendo ciò presuppone l’esistenza di un nesso tra le cause e gli effetti.
- presupposto del dualismo metodologico: il mondo fenomenico non ha intrecci con quello
psicologico. pensiero, sentimenti, giudizi dell’agente non derivano da cause fisiche.
Questa fondamenti vengono considerati validi in ogni situazione; sono pertanto astorici,
caratteristica che contrappone la Scuola Austriaca allo storicismo tedesco. La conoscenza teorica
precede ed è indipendente dall’interpretazione dei fatti storici, ma la sua funzione è quella di
aiutarla a comprenderli.
Un ruolo particolare, nell’approccio prasseologico all’economia, viene giocato dal fattore
temporale: l’azione umana (che comprende anche l’inazione) è sempre rivolta al futuro e, di
conseguenza contempla sempre un determinato tipo di rischio. Viene dunque introdotto il concetto
di preferenza temporale: l’agente tende a realizzare il suo obiettivo il prima possibile. Ciò lo pone
davanti ad una serie di scelte, come il preferire un bene minore immediatamente ad uno maggiore in
seguito o viceversa. Nel primo caso si parla di un elevato tasso di preferenza temporale nel seconda
di uno inferiore.

39 F. v. Hayek, ivi. pag. 80


40 Un termine spesso usato è “razionale”, che tuttavia non intende esprimere valutazioni. Scrive Mises:
“Lʼazione umana è necessariamente sempre razionale. Il termine “azione razionale” è dunque pleonastico e
deve essere, in quanto tale, rifiutato. Quando applicato ai fini ultimi dellʼazione, i termini razionale e
irrazionale sono inappropiati e privi di senso. Il fine ultimo dellʼazione è sempre soddisfare i desideri
dellʼagente" Dunque qualsiasi azione è inevitabilmente “razionale” perché ad essere rilevante non è la
qualità degli scopi che un individuo persegue ma il fatto che essi esistono. Mises porta lʼesempio del
contadino che compie riti magici per migliorare il raccolto piuttosto che fertilizzare il terreno in entrambi i casi
lʼazione è “razionale” perché tesa ad un miglioramento dello stato in cui il soggetto si trovava.
34

Il campo della prasseologia si estende dalla teoria dell’uomo isolato (l’economia di Robinson
Crusoe) che spiega le scelte di un singolo posto in un contesto di scarsità dei beni, alla catallattica,
ovvero allo studio del libero scambio. Una terza categoria è rappresentata dall’intervento violento
nel libero mercato, come quello rappresentato da politiche socialiste.
I fondamenti della prasseologia negano che in economia la conoscenza possa essere prodotta
dall’esperienza. In questo approccio la scuola austriaca si pone in modo nettamente opposto rispetto
alle scuole economiche neo-classiche. Mentre l’economia mainstream tende ad elaborare modelli di
comportamento (presupponendo un homo oeconomicus perfettamente razionale) per poi tentare di
leggere la realtà per induzione, gli austriaci ritengono che questo non sia possibile a meno di
postulare teorie errate. Persino la matematica, (abusata secondo gli “austriaci” contemporanei, da
alcune branche dell’economia come la finanza) non può produrre risultati certi. Come gli altri
modelli, quelli matematici si limitano ad inglobare dati sperimentali, ma non possono tenere conto
di variabili indipendenti e complesse, come situazioni storiche o la dimensione psicologica degli
individui.

Valore soggettivo e marginalismo


Principale artefice della rivoluzione “marginalista” che permise all’economia classica di affrontare
di petto le teorie economiche marxiane, la Scuola Austriaca nasce proponendo una teoria del valore
che si distingue sia da quella dei teorici “classici” antecedenti, che da quella illustrata in un’opera di
radicale rottura come Il Capitale. In linea con i presupposti individualisti e soggettivisti, gli
austriaci sostengono che ogni valore dato ad un oggetto e ad una prestazione dipende dalla
valutazione del soggetto. In uno scambio, l’atto compiuto dal soggetto è quello di preferire
l’oggetto ottenuto per quello appena ceduto, cosa che vale per entrambi i soggetti coinvolti. Viene
così negata la teoria, tipica del mercantilismo - ma sostenuta a lungo anche tra gli economisti
classici - che in uno scambio c’è sempre qualcuno che guadagna e qualcun altro che ci perde. Allo
stesso modo si nega che gli oggetti abbiano un valore intrinseco - derivato o meno dal lavoro -,
come sottolinea al contrario la tradizione marxista. Da questa concezione segue la legge dell’utilità
marginale, che viene associata con la scuola da tanto da farle valere l’epiteto di marginalista. La
legge, che Mises riconduce a Ricardo, sostiene che il valore che un individuo dà ad un oggetto,
tende a decrescere con la disponibilità che egli ha dell’oggetto in questione. Ciò permette di
rispondere alla domanda che si chiede perché alcuni beni vengano preferiti in determinate situazioni
e rifiutate in altre (come il paradosso dei diamanti nel deserto, che varrebbero meno dell’acqua),
salvaguardando il ruolo attivo e personale del soggetto e della situazione in cui si trova.
35

La critica misesiana a socialismo e marxismo


La teoria marginalista aggredisce una parte dell’edificio marxiano41, ribaltando la dicotomia
produzione - consumo, che giustificava il conflitto tra cassi (a causa dello sfruttamento perpetrato
sui lavoratori da parte dei proprietari dei mezzi di produzione). Ad esso viene sostituito un
meccanismo domanda - offerta, che postula l’iterazione di individui liberi anche nel processo
lavorativo, dato che la retribuzione degli operai viene considerata equa in quanto viene compensato
il contributo alla produzione (marginale) senza alcuna espropriazione di plusvalore.
La critica al sistema economico socialista si spinge però oltre. Altro punto chiave della teoria
austriaca, questa volta elaborato da Mises, è l’impossibilità del calcolo economico in un sistema
socialista. Per gli austriaci il calcolo economico, ovvero il conteggio di quanto costa un determinato
bene o servizio in termini monetari, è uno strumento fondamentale per permettere ogni azione nella
sfera economica. In un’economia socialista, però, l’assenza della proprietà dei mezzi di produzione
incide sul sistema dei prezzi (teoricamente stabiliti dall’alto): mancando il meccanismo della
domanda e dell’offerta questi ultimi non sono in grado di dare quell’informazione di cui si facevano
precedentemente veicolo. Pertanto qualsiasi attività imprenditoriale (sia essa più o meno autonoma)
viene impedita sul nascere, in quanto manca la valutazione del rischio. Come scrive Mises: “il
paradosso è che in un’economia pianificata non si può pianificare” 42.
Anche nell’opera di Mises, che pur si focalizza su critiche avalutative di stampo utilitarista (che si
limitano dunque al campo della stretta economia), sono presenti obiezioni al marxismo come
sistema filosofico. Nel terzo capitolo del suo trattato generale di economia, L’Azione Umana,
intitolato, “L’economia e la rivolta contro la ragione”, Mises rintraccia in Hegel e Comte gli
antenati del marxismo, almeno nell’attitudine a voler realizzare “il paradiso in terra”, nella pretesa
di possedere piani infallibili in grado di realizzare la felicità di tutti gli esseri umani e di prevedere
allo stesso tempo, “la repressione dei dissidenti” 43. Per reagire alle critiche che gli economisti44 di
fine novecento rivolsero all’utopismo socialista, Mises insinua che Hegel e successori non ebbero
altra via che attaccare la logica e la ragione. Il filosofo di Stoccarda sostenne di predire il futuro,
grazie alla conoscenza del Geist, lo Spirito della storia. Marx andrò oltre e ricorse all’espediente del

41Fu Eugen von Böhm-Bawerk il primo a sottoporre la teoria della valore marxiana al teoria soggettiva
austriaca, rilevando anche una contraddizione tra il terzo capitolo del capitale, che tratta della formazione del
prezzo e del profitto e il primo, dove viene annunciata la teoria del valore. Cfr E. v. Böhm-Bawer, Karl Marx
and the Close of His System, http://www.marxists.org/subject/economy/authors/bohm/ch04.htm
42 L. v. Mises, Lʼazione umana (1949), trad. it. Tullio Biagiotti, Utet, Torino, 1959, pag. 672.
43
L. v. Mises, ivi. pag. 69. Cfr anche, sullo stesso tema, L. v. Mises, Teoria e Storia, Rubbettino, Soveria
Mannelli, 2008 (prima edizione 1964)
44 Con questo termine Mises si riferisce, oltre agli economisti austriaci e marginalisti alla tradizione
dellʼeconomia politica sviluppata da Hume e portata in auge tra gli altri, dai “circoli degli economisti” francesi,
tra i cui membri va ricordato Friederich Bastiat.
36

polilogismo con cui Mises designa il ritenere che esistano diverse strutture mentali per altrettanti
tipi umani. Pertanto, Marx aveva gioco facile nel classificare le idee degli economisti classici come
“borghesi”, atte a difendere gli interessi della classe dominante. Questo tipo di argomento viene
associato al razzismo, secondo cui, appunto, gli esseri umani ragionano diversamente in base alla
razza (o alla nazione) di appartenenza. Sulla scorta dell’epistemologia austriaca Mises nega che
l’appartenenza ad una classe (o ad una razza) possa determinare nell’individuo la causa di un certo
modo di pensare, anche se risulta innegabile che simili condizioni conducano le persone ad
analoghe valutazioni e ad agire di conseguenza. Nonostante non venga portata nessuna prova da
parte dei sostenitori di entrambi i polilogismi, essi però - scrive Mises - vengono ritenuti infallibili.

La teoria del ciclo economico e l’anti-keynesianismo


Un contributo rilevante della Scuola Austriaca, prodotto da Ludwig von Mises, riguarda la teoria
del ciclo economico, pietra angolare del dibattito sviluppatosi nel novecento sul ruolo dello Stato in
economia. Il concetto di ciclo è molto radicato nella storia del pensiero economico e riveste un
ruolo importante nella critica marxiana al capitalismo. A detta dei marxisti, il sistema capitalista
avrebbe introdotto un periodo ciclico che alterna momenti di grossa espansione a crisi economiche
di larga scala, destinate via via ad aggravarsi causando una situazione di permanente incertezza.
Mises, riprendendo una tesi già elaborata in parte da David Ricardo, individua la causa di questo
movimento ciclico in un’istituzione sorta parallelamente al radicamento del capitalismo in
occidente: la banca. Da quando è stata concessa agli istituti bancari la capacità di estendere il
credito e l’offerta di moneta, essi hanno denotato la tendenza a consentire prestiti non del tutto
coperti in oro, com’era prassi fino al XIX secolo. I certificati bancari che non corrispondono ad un
reale deposito aureo tendono ad inflazionare la moneta, e se prima il guadagno era sia delle banche
sia di coloro che, ottenuti i certificati, potevano compiere ulteriori investimenti, in un secondo
momento (a riserve più vuote rispetto al credito emesso) le banche tendono a convertire la loro
passività in moneta, riducendo prestiti e causando timori tra i propri clienti, che nel frattempo
corrono a ritirare i loro risparmi in banca. La causa ultima di questo ciclo - sottolineano gli austriaci
- è l’intervento della Banca Centrale, che permette, con il suo monopolio dell’emissione di moneta,
alle banche di espandere il credito tutte insieme, quando in un libero mercato bancario i clienti
premierebbero le banche che meno hanno emesso credito rispetto ai loro effettivi depositi
La novità introdotta da Mises a questo modello,consiste nel notare che l’espansione creditizia
comporta un aumento generale di cattivi investimenti (malinvestment) da parte degli imprenditori.
Con l’aumento della disponibilità di fondi, infatti, viene abbassato artificialmente il tasso di
interesse (altrimenti determinato dalla preferenza temporale degli individui), provocando come
reazione una corsa agli investimenti in beni capitali. Il benessere così accumulato, che passa di
37

mano dagli imprenditori agli operai, viene speso in beni di consumo, provocando il boom
economico. I nodi però, vengono presto al pettine nel momento in cui emerge che gli imprenditori
hanno investito nei beni di produzione al di là delle loro possibilità, e troppo poco nei beni
consumo: a questo seguono dei fallimenti a catena, con la conseguente depressione e aumento della
disoccupazione. Questi periodi depressivi, però, avrebbero il pregio di ristabilire l’equilibrio di
mercato.
Questa teoria, con la quale Rothbard spiegherà la depressione del 1929, si oppone, nella descrizione
delle cause e dei rimedi, ad un’altra che ha avuto grande fortuna nel ventesimo secolo: quella
keynesiana, che propone un sistematico intervento governativo per porre rimedio agli squilibri di
mercato, causata a sua volta da eccessiva domanda da parte del pubblico (in caso di inflazione) o da
scarsità di spesa privata (in caso di depressione). Secondo l’accusa degli austriaci (in particolar
modo di Mises), Keynes si sarebbe limitato ad aggirare (se non ad ignorare) i principi
dell’economia classica (da Smith a Say, passando per Ricardo), che vedevano nell’aumento della
massa monetaria un ulteriore male, anziché la cura per ristabilire i mercati; le sue teorie altro non
sarebbero state che una giustificazione ideologica a posteriori delle politiche economiche già portate
avanti nei decenni prima dell’uscita della principale opera (la Teoria generale dell’occupazione,
dell’interesse e della moneta, 1936) da gran parte dei governi occidentali (con particolare
riferimento al New Deal di Roosevelt). Quella che è tuttora considerata come una delle più grandi
rivoluzioni nella storia dell’economia, viene letta come un espediente per giustificare un
rafforzamento di potere degli apparati statuali, e di concepire gli studi economici come un ricettario
di interventi statali; da qui l’accusa, rivolta a Keynes e in seguito ai suoi seguaci di aver ridotto la
professione di economista a quella di “consulente del principe”.

Mises e il programma politico del liberalismo


Con queste premesse risulta chiaro che un libro come L’azione umana non si risolve in un trattato di
economia. Da un lato, è vero che le teorie esposte sono neutre e avalutative, cioè esenti da giudizi di
valore; dall’altro, è vero che la loro applicazione si risolve in un preciso programma politico.
Operata questa distinzione, Mises scrive: “Come dottrina politica il liberalismo non è neutrale
rispetto ai valori e agli scopi ultimi dell’azione. Esso assume che tutti gli uomini o almeno la
maggioranza della gente tenda all’ottenimento di certi fini, e li informa sui mezzi adatti alla
realizzazione dei suoi piani [...] Esso presuppone che la gente preferisca la vita alla morte, la salute
alla malattia, il nutrimento all’inedia, l’abbondanza alla povertà, e insegna all’uomo come agire in
base a queste valutazioni” 45.

45 L. von Mises, LʼAzione Umana, op. cit., pag. 149.


38

Se le leggi della prasseologia descrivono quella che è la realtà della azione economica e degli
scambi che da essa conseguono, l’osservanza di queste non può portare sul piano politico che ad
una radicale politica di laissez-faire, ovvero “lascia[re] che ogni individuo cooperi come vuole alla
divisione sociale del lavoro [...] e che i consumatori determinino ciò che gli imprenditori
dovrebbero produrre” mentre il suo contrario, la pianificazione “significa: lascia[re] che il governo
solo scelga e costringa i suoi sudditi coll’apparato coercitivo” 46. Emerge chiaramente che quella di
Mises è una posizione essenzialmente utilitaristica: tesa cioè a massimizzare le condizioni della
maggioranza, senza che ciò determini una perdita per alcuna persona, sebbene vi sia una particolare
attenzione per la libertà della persona come valore. Una concezione che viene estesa anche ai diritti
di proprietà: “il liberalismo non difende la proprietà privata per l’interesse dei proprietari [...] non
vuole conservar[la] per il motivo che non potrebbe abolirla senza abolire i diritti dei proprietari. Se
esso ritenesse che l’abolizione della proprietà privata è utile nell’interesse della collettività, si
batterebbe per la sua abolizione, senza alcun riguardo per l’eventuale danno che ne deriverebbe ai
proprietari” 47.
Sebbene Mises si considerasse un liberale classico, non un radicale di nessun genere, non ha
problemi a far notare che un siffatto programma è sempre stato ben lontano da essere applicato
integralmente nel corso della storia. Secondo il pensatore austriaco, l’Occidente sarebbe passato
dall’ancient regime, in cui i sovrani, i nobili e le classi oligarchiche hanno utilizzato i mezzi
coercitivi dello Stato per arricchirsi e mantenere privilegi (tramite l’imposizione di dazi e il
mantenimento dei privilegi feudali) ad una situazione (quella tra le due guerre mondiali e del
secondo dopoguerra) dove la scena politica è monopolizzata da partiti e idee anti-liberali. Gli stessi
liberali - scrive Mises - anche nei paesi dove tali idee hanno avuto più successo (tra cui
l’Inghilterra) sono divenuti con il tempo socialisti moderati.48
Il programma del liberalismo consiste per l’austriaco in una parola49 : proprietà, nel senso di
proprietà privata dei mezzi di produzione, come espediente che garantisce la maggiore prosperità
per le persone. Da questo concetto discende anche quello di libertà, nel senso di libertà di azione e
scelta, soprattutto per quanto riguarda il mercato del lavoro in quanto “il lavoro libero rende di più
di quello pianificato”, e in ultima battuta il valore della pace tra le nazioni, secondo Mises il terzo

46 L. v. Mises, ivi. pagg. 700-701.


47L. v, Mises, Liberalismo (1922), trad. it., Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997, pagg 62-63. Questo testo è
un documento interessante, in quanto rappresenta una sorta di apologia del liberalismo misesiano in un
periodo di estrema frustrazione per le idee liberali. La prima edizione risale al 1927, al crepuscolo della
Germania di Weimar, mentre nel resto dʼEuropa si stavano affermando i regimi nazionalisti e la componente
socialista massimalista guadagnava consenso tra le masse.
48 L. von Mises, ivi., pag. 27
49 cfr L. von Mises, ivi, pagg 49 e seguenti.
39

pilastro del liberalismo. Pace è il programma liberale sia per quanto riguarda i rapporti sociali, in
netta contrapposizione con la dottrina marxista della lotta di classe, sia, soprattutto, per quanto
riguardo le relazioni tra Stati. Una situazione di pace e libero commercio giova maggiormente al
benessere complessivo. Il liberalismo misesiano, dunque, denuncia ogni guerra che non sia
strettamente difensiva, l’imperialismo, le ideologie nazionalistiche e il colonialismo (posizione non
scontata negli anni ’20).
Dato che ogni intervento di natura economica, compreso quelli volti a redistribuire il benessere e a
provvedere servizi di qualsiasi genere (compreso il welfare), sono esclusi dal compito dello Stato,
quali sono le funzioni che il programma misesiano affida ed esso? Essenzialmente, il mantenimento
dello pace sociale e dell’ordine. Ricorrendo alla definizione (ironica) di Ferdinand Lassalle, Mises
ritiene che lo Stato, secondo i principii, liberali deve ridursi ad un “guardiano notturno”, a
“costringere i soggetti antisociali ad attenersi alle regole della convivenza sociali” mediante “regole
procedurali [che] si chiamano Diritto” e ad “organi che provvedono a far funzionare l’apparato
coercitivo” che prendono nome di Governo50. La coercizione deve essere limitata ai comportamenti
antisociali che mettano in pericolo l’ordinamento sociale. Viene dunque escluso ogni tipo di misura
punitiva volta a correggere e ad educare comportamenti ritenuti sconvenienti se non sono aggressivi
nei confronti di altri soggetti.
La volontà di limitare il più possibile il raggio d’azione dello Stato non deve far confondere le idee
liberali con quelle anarchiche. Al contrario di queste ultime, infatti, i liberali ritengono necessario
l’uso della coercizione per mantenere l’ordine. Risulta interessante che Mises si senta in dovere di
mettere in chiaro questa posizione, in un momento in cui l’anarchismo radicale e collettivista ben si
distingueva, per propaganda come per metodi, dal liberalismo classico. Come si vedrà in seguito,
alcuni suoi discepoli, Rothbard in primo luogo, giunsero a posizioni anarchiche muovendo proprio
dalle teorie economiche misesiane.
La forma che le istituzioni volte al mantenimento dell’ordine devono assumere, secondo il
liberalismo misesiano, è quella democratica. Pregio della democrazia sarebbe quello di far sì che gli
organi governativi si adattino al meglio alla volontà popolare, evitando quindi malcontento ed
esasperazioni che possano portare a rivolte e a guerre civili. Naturalmente, il fatto che sia la
maggioranza a scegliere le persone alla guida del paese non fa sì che che queste ultime siano le
“migliori” o le più qualificate per tale compito.
In ogni caso, questo rischio appare preferibile a quello che si correrebbe se ogni minoranza si
sentisse autorizzata ad imporre con la violenza gli individui ritenuti dai vari gruppi più adatti alla
gestione del potere. Di questa mentalità antidemocratica si sono fatti portavoce, nel passato,

50 L. von Mises, ivi., pag. 69 e segg.


40

monarchici e aristocratici e nel periodo in cui Mises scriveva, alcune correnti delle dottrine di
matrice socialista e sindacalista51.

Il giusnaturalismo come pietra angolare

Una legge per la natura umana


La più significativa novità introdotta da Rothbard nel corpus teoretico liberale/libertario riguarda il
ricorso alla dottrina dei diritti naturali come fondamento della propria teoria politica. Sebbene
questo non costituisca un inedito nella storia del movimento (basti pensare a Spooner, cfr pag.
2XX) ,è un’eccezione nel panorama della scuola economica austriaca i cui esponenti avevano
elaborato dottrine politiche di stampo utilitarista, del tutto avalutative in materia di morale. Proprio
da presupposti austriaci, in particolare dal lavoro di Menger e Mises, partono le considerazioni di
Rothbard che lo condurranno a rilanciare l’approccio giusnaturalista. Il primo documento che va in
questa direzione proviene dalla recensione di un convegno avente come oggetto il relativismo, a cui
presero parte, oltre a Ludwig von Mises, l’italiano Bruno Leoni e il filosofo Leo Strauss. Nel corso
del convegno Mises aveva presentato il suo saggio Epistemological Relativism in the Science of
Human Action, nel quale venivano criticati vari approcci relativisti alle scienze sociali da quello
degli storicisti fino ai positivisti. Rothbard ancora una volta apprezza il lavoro di Mises ma pone
due rilevanti obiezioni. La prima è rivolta alla tesi del valore soggettivo, che impedisce di giudicare
“irrazionale” ogni tipo di azione umana in quanto, secondo le basi della prasseologia
precedentemente indagate, è volontariamente perseguita dal soggetto. La seconda è rivolta al
relativismo etico, che Mises professa nonostante il suo antirelativismo epistemiologico. I due aspetti
sono correlati: Mises confina ogni valutazione dell’agire umano nel campo dell’etica e, allo stesso
tempo, dichiara che tutte le proposizioni etiche si equivalgono in quanto espressioni di punti di
vista personali. Rothbard non lo accetta: secondo lui è lecito stabilire che alcune azioni umane sono
irrazionali in termini oggettivo, in quanto la valutazione viene svolta a partire dall’esplorazione
della conoscibile natura degli uomini52. Una persona che utilizza pratiche magiche per conseguire
un fine, dunque, compie un’azione irrazionale, a prescindere da quanto essa creda, in quanto la

51cfr L. Mises, ivi. pag. 78. Nellʼelenco non si trova alcuna allusione ai regimi autoritari e ai fascismi che si
stavano imponendo in Europa nel periodo in cui il testo è stato scritto. In realtà Liberalismo contiene una
posizione bonaria e ottimista nei confronti del fascismo italiano, rappresentato come male minore che ha
permesso di allontanare dal suo paese la minaccia comunista. Tale posizione verrà rigettata da Mises già dal
1929. In The Planned Chaos (1947, più tardi edito con il titolo di Socialism) lʼautore scriverà che il
programma dei fascismo era già agli inizi violentemente anticapitalistico, e la politica attuata quasi per nulla
diversificata dal modello nazista di socialismo. Cfr L. von Mise, Socialismo, Rusconi, Milano, 1990, pag. 670.
52Cfr. M. N. Rothbard, Diritto, ragione, natura, a cura di Roberta A. Modugno, Rubbettino, Soveria Mannelli,
2005, pag 131.
41

scienza dimostra incontrovertibilmente che il mezzo è vano per il fine proposto. Rothbard definisce
la posizione misesiana “estensione della prasseologia nel campo dell’etica”. Un errore in quanto:
“L’irrazionalità o la razionalità dei fini implicano un giudizio etico [...] Per Mises [...] L’uomo,
attraverso l’uso della ragione non può scoprire un’etica vera, scientifica, esplorando ciò che è
meglio per la natura dell’uomo” 53 . Ecco perché Mises, pur elaborando una proposta politica, quella
del laissez faire, altamente condivisibile fallisce, nel proporla. Non c’è nessun motivo, infatti, per
ritenere il suo liberalismo più “giusto” di qualsiasi altra ideologia politica:

Mises [...] vacilla quando cerca di confutare le dispute etiche degli statalisti. Infatti egli afferma [...] che i nemici
dell’economia e del capitalismo biasimano l’impresa privata in quanto immorale e materialista e apprezzano la
Russia sovietica considerando l’uguaglianza dei redditi moralmente più elevata. Che cosa può replicare? Solo

che si tratta di emozioni e chiacchiere, che la prasseologia e l’economia sono neutrali nei confronti dell’etica” 54.

Da questi passaggi si possono evincere le caratteristiche del giusnaturalismo rothbardiano: in primo


luogo il suo fine argomentativo: per Rothbard la possibilità di appellarsi ad una legge di natura
consente di individuare un fondamento etico assoluto, valido in ogni situazione e indiscutibile e,
quindi, di elaborare una proposta politica altamente persuasiva. In seconda battuta la convinzione
che esiste una natura umana, conoscibile, immutabile e valida per tutti che può essere scoperta e che
da questa condizione discende la legge naturale, cioè quella che rispetta di più questa condizione,
una caratteristica che denota una forte reazione polemica contro il positivismo e il relativismo che la
filosofia politica ha assunto nel corso della modernità. Prima che da Locke e dai padri del
liberalismo anglosassone, l’approccio di Rothbard discende una tradizione filosofica che da
Aristotele giunge fino a San Tommaso d’Aquino, che individua in ogni essere una specifica natura
intrinseca.
Questo debito viene palesato nell’opera in cui l’economista “mette in ordine” i presupposti teorici
della sua proposta politica: L’Etica della Libertà. La prima parte del libro è orientata a difendere il
concetto di legge naturale dall’opera di demolizione condotta durante il XIX e XX secolo: un
attacco spesso condotto sotto il presunto egida della ragione, come nel caso del positivismo. Il
riscatto che tenta Rothbard nei confronti della Natural Law passa proprio attraverso un approccio
“razionale”. Come aveva già denotato la critica a Mises, secondo la concezione “aristotelica”
rothbardiana, è compito della ragione scoprire la natura dell’essere umano. Questa posizione, oltre
ad essere osteggiata da chi come Hannah Arendt (che in questo caso rappresenta la posizione

53 Ivi, pag 133.


54 Ibidem
42

maggiormente condivisa nella modernità), ritiene che concetti come quello di “natura umana”
debbano essere banditi dal dibattito scientifico in quanto oggetto della teologia (di cui si teme
un’invasione di campo), è vista con sospetto anche dalla tradizione augustiniana, secondo cui la
natura e i fini degli uomini vanno indagati dalla fede anziché dalla religione. Alle due obiezioni,
Rothbard oppone il principio tomistico che sostiene l’assoluta indipendenza tra fede e filosofia e a
quest’ultima riserva il compito di scoprire le cause ultime intorno alla natura dell’uomo, una ricerca
che prescinde dalle problematiche che sorgono intorno al concetto di Dio, a cominciare dalla sua
stessa esistenza55 . Una ricerca non arbitraria, perché condotta dalla ragione, considerata oggettiva56 .
Attraverso essa è possibile individuare i comportamenti che meglio si adattano alla natura degli
esseri umani: lo studio della natura umana assurge così ad una vera e propria scienza, la “scienza
della felicità”, ovvero l’etica: spetta ad essa il compito di stabilire in ultima istanza ciò che è giusto
e sbagliato per la società di uomini.
Sul piano della filosofia del diritto, la posizione di Rothbard si traduce dunque in un attacco frontale
al positivismo giuridico, ovvero a quanti ritengono, con diverse sfumature, che il fondamento del
diritto è artificiale, che esso è inseparabile dal concetto di sovranità. Una dottrina che nel corso del
ventesimo secolo si è imposta come vincente, soprattutto con l’impostazione che diede ad essa il
giurista tedesco Hans Kelsen, secondo cui, nelle moderne società politiche, il fondamento del diritto
deve dipendere da una norma base, in grado di giustificare tutte le altre (come nel caso delle
Costituzioni). Il moderno giusnaturalismo “senza compromessi” rothbardiano arriva a collimare
anche con il principio della sovranità, caratteristica distintiva degli Stati nazione dalla modernità in
avanti. Non è più il re o, nel caso delle democrazie contemporanee (come sostenuto ad esempio, dal
liberale “austriaco” Henry Hazlitt), la maggioranza ad essere ultima giustificazione della legge.
È proprio in questa avversione, al pari di quella nei confronti del relativismo etico, che l’approccio
rothbardiano trova la sua ragione d’essere, in quanto arma per demolire quel presupposto, tutto
moderno, secondo cui la scienza politica non è altro che quella disciplina che ha il proprio fine
nella creazione di modelli “scientifici” di “gestione della società”: modelli variabili a seconda dei
gusti del proponente e che rifiutano il confronto con giudizi di tipo etico. A questa scienza della
politica viene contrapposta una ricerca filosofica, che non si vergogni di porsi la domanda : che
cos’è bene per l’uomo? È, questa, una dichiarazione programmatica, annunciata nell’Etica della
libertà:

55 Tra i teorici classici del giusnaturalismo, si è distinto per una posizione analoga Ugo Grozio.
56“Una critica, tanto comune quanto incosistente, degli oppositori al giusnaturalismo è: chi stabilisce le
presunte verità sullʼuomo? La risposta è non chi, ma cosa: la ragione. La ragione umana è obiettiva, ossia
può essere usata da chiunque per produrre verità riguardo al mondo. Chiedersi che cosa sia la ragione
umana offre pertano lʼoccasione ad una facile risposta: va, studia e scoprilo! M. N. Rothbard,The Ethics of
Liberty (1982), trad. it. Lʼetica delle libertà (Luigi Marco Bassani), Liberilibri, Macerata, 1996 pag. 24
43

“Ignorando le imperiose richieste di uno status quo arbitrario, elaboriamo, per quanto l’immagine sia stantia, una
norma giusnaturalistica e di diritti naturali che ossa attrarre i saggi e gli onesti. Più specificatamente, cerchiamo
di stabilire la filosofia politica della libertà e del giusto ruolo della legge, dei diritti di proprietà e dello Stato” 57.

Vita, proprietà e libertà


Da questo diritto di natura quali leggi derivano? Quali sono i diritti che l’uomo possiede in quanto
partecipante di quella natura umana che li fonderebbe? Per rispondere a queste domande, Rothbard
sceglie di seguire un modello argomentativo che presenta molti punti in comune con il metodo
prasseologico della scuola austriaca. La finzione a cui l’autore ricorre (non dissimile da quella dello
“stato di natura” cara ad Hobbes e Locke) è quella di “Crusoe”: un uomo che si trova solo su di
un’isola. Dovendo soddisfare i suoi bisogni (confrontandosi con il problema della scarsità di
risorse) e proteggersi dalle minacce esterne, Crusoe dovrà apprendere in fretta, una volta scelti i
suoi obiettivi, come raggiungerli mediante le risorse - scarse58 - che la natura mette a disposizione
trasformando queste ultimi in beni capitali e di consumo attraverso il proprio lavoro. Dato che
queste azioni sono il frutto dell’uso della ragione umana e del libero impiego che l’uomo ne fa, la
mente, il sé dell’individuo, risulta essere il primo bene in suo possesso; e poiché la mente governa
un corpo, la sua sovranità si estende anche su questo. Ad un terzo livello si trovano i beni che
l’uomo ha utilizzato, trasformandoli: dalla pietra divenutata utensile, al semplice frutto colto, che la
ragione è stata in grado di concepire come risorsa alimentare. Viene così stabilito un primo
principio di proprietà come estensione del corpo su risorse inutilizzate, quelle intaccate dal lavoro
della singola persona.
Con l’introduzione di un’altra persona sull’isola, “Venerdì”, Rothbard passa a indagare dinamiche
più complesse forme di interazione tra i due individui: il baratto, la cooperazione, la divisione del
lavoro, l’emergere di un bene particolare, la moneta, per semplificare le operazione di acquisto o di
cessione. La più rilevante è lo scambio volontario di beni - scambio che, sottolinea l’autore,
corrisponde alla cessione dei rispettivi titoli di proprietà - e la cui concezione si estende al lavoro
dipendente, il cui caso specifico corrisponde alla vendita di lavoro in cambio di moneta59 .

57 Ivi, pag. 26.


58 Secondo la definizione degli studiosi austriaci, il concetto di “scarsità” non denota una valutazione
quantitativa (non serve, cioè, a classificare la disponibilità di una risorsa) quanto ad esprimere la loro
finitezza, ovvero il loro non essere infinite.
59 Emerge chiaramente, in linea con la Scuola Austriaca, lʼassimilazione del lavoro a merce. Una concezione
palesata, nonostante, lʼaccezione negativa che aveva assunto in seguito alla critica marxista:
“[N]ella realtà dei fatti, in natura il lavoro è una merce giacché, come avviene per le proprietà tangibili, il
proprio lavoro può essere alienato e scambiato per altri beni e servizi. [...] Se questo non fosse possibile,
non si potrebbe sviluppare la struttura del capitale necessaria alla civiltà e non potrebbe essere acquistato
lʼidispensabile lavoro del prossimo.” M. N. Rothbard, op. cit., pag. 76 - 77.
44

Questa è, riassunta brevemente, la rappresentazione rothbardiana di una società libera che si


sviluppa naturalmente: il suo cardine è rappresentato dal diritto di proprietà. Per rafforzare la sua
tesi Rothbard presenta una reductio ad absurdum. Se l’uomo non ha diritto ad una proprietà
completa su di sé (e sui beni acquisiti con il proprio lavoro), si aprono due prospettive: la prima è
quella del comunismo integrale, in cui ogni essere umano è proprietario in parti uguale di tutto
quanto è presente in natura (compresi gli stessi corpi), la seconda prevede la proprietà parziale di un
gruppo da parte di un altro. Nel primo caso si perverrebbe ad un assetto sociale non funzionante, in
quanto è impossibile che tutte le persone riescano a godere di quella parte di proprietà “altrui” che
spetta loro (si pensi solo, che volendo rimanere fedeli a questo modello, occorrerebbe, per ogni
azione che il singolo si appresta a compiere, il consenso di tutta l’umanità).
Nella seconda opzione si affermerebbe una disparità sostanziale: il gruppo a cui è intitolata la
proprietà dovrebbe essere investito di diritti negati al gruppo che ne è privo. Ciò risulta contrario al
presupposto dell’isonomia, il principio giuridico secondo cui una data norma deve essere valida per
tutti gli uomini indispensabile nelle premesse di una società libera e giusta. Dunque il diritto
“naturale”, fondante, quello che giustifica tutti gli altri, è il diritto alla proprietà che include il diritto
alla vita (proprietà del proprio corpo) e alla libertà, intesa come non schiavitù (proprietà del proprio
lavoro).
Rothbard giunge a rileggere i diritti umani, così come sono stati comunemente intesi dalla scienza
politica moderna, come diritti - o titoli - di proprietà. Ad esempio il classico diritto liberale, quello
della libertà di parola e di stampa, viene riformulato in questi termini: una persona ha diritto di
esprimere i propri pensieri o parole, anche tramite scritti, solamente attraverso mezzi in suo
possesso; come “libertà di stampa” significa poter liberamente commerciare e condividere con
spese proprie, quella di parola consiste solamente nel parlare liberamente in un luogo in cui si ha il
permesso del proprietario.
Questa distinzione richiama espressamente il concetto introdotto da Isaiah Berlin tra libertà positive
e negative60. Si potrebbe dire che il concetto di libertà rothbardiano rappresenti l’estremizzazione
della libertà “negativa”, consistente nell’assenza di coercizione che, secondo Berlin, ha
caratterizzato il pensiero liberale classico, e contrapposta alla libertà “positiva” intesa come
affermazione di sé nel mondo, di cui invece è stata interprete la tradizione filosofica che trova in
Hegel il suo autore più influente. Sempre la concezione di libertà positiva, che include anche la

60Isaiah Berlin Due concetti di libertà in Berlin Libertà, a cura di Henry Hardy, 2007,Feltrinelli, Milano, pagg.
129 e segg.
45

nozione riassumibile nell’ “essere liberi dalla schiavitù della natura” 61 risulta influente sul modo in
cui affrontano i diritti umani le dottrine socialdemocratiche. 62
Così concepito, il codice giuridico libertario, dedotto dal diritto naturale, si riduce ad un
comandamento chiamato “assioma di non aggressione” (non aggression principle), da cui
discendono tutte le altre norme di una società libera. Riassume Rothbard:

No one may threaten or commit violence ('aggress') against another man's person or property. Violence may be

employed only against the man who commits such violence; that is, only defensively against the aggressive
violence of another. In short, no violence may be employed against a nonaggressor. Here is the fundamental rule

from which can be deduced the entire corpus of libertarian theory63

Si noti come il concetto di aggressione corrisponda al dare inizio a violenza, cosa che apre la
strada alla legittimità dell’uso della forza in forma difensiva.
La teoria giusnaturalistica di Rothbard appare dunque così in tutta la sua originalità sistematica,
nonostante gli evidenti debiti con la tradizione - espressamente richiamata - dell’individualismo
possessivo, per usare un’espressione di C.B. Macpherson, tipico del liberalismo inglese fino alla
svolta “socialdemocratica” operata da John Stuart Mill e poi ripreso nell’ottocento da teorici del
calibro di Herbert Spencer e Richard Cobden. Genuinamente lockeano è il principio
dell’homesteading, secondo cui la proprietà si acquisisce “mischiando” alle risorse naturali il
proprio lavoro. Dal punto di vista teorico, l’appellarsi alle leggi naturali vuole richiamarsi ad una
tradizione ben più ampia, che dall’epoca classica giunge a quella delle rivoluzioni liberali
passando per la Scolastica medievale. Eppure, come ha sottolineato uno dei principali studiosi
della dottrina del diritto naturale, Alessandro Passerin d’Entreves, questi approcci filosofici
hanno ben poco in comune tra di loro: si va dalla concezione, tipica del diritto romano, della
legge naturale intesa come insieme di norme derivanti dalla consuetudine, ad un fondamento
dell’etica (Scolastica); mentre il terzo momento, quello della modernità, che inizia con Pufendorf
e Ugo Grozio, vede la concezione del diritto naturale come impiegata come fabbrica di diritti
universali. Come dimostra lo svolgersi della sua argomentazione, il giusnaturalismo di Rothbard
si pone a metà strada tra queste due ultime interpretazioni. Ma il suo significato più importante

61 Ivi, pag.181
62Rothbard critica Berlin per non aver saputo definire chiaramente il concetto di libertà negativa “come
assenza di interferenza fisica con la persona e la proprietà di un individuo”. “Non riuscendo a cogliere quest
nozione - aggiunge Rothbard - Berlin si confonde finendo a ricadere nel campo della libertà positiva”.
Cfr M. N, Rothbart, Lʼetica della libertà, op. cit., pagg. 344 -345.
63M. N. Rothbard (1974), War, Peace and the State in Egalitarianism: a revolt against nature, 2000, Mises
Institute, Auburn. pag. 116.
46

appare quello che Passerin D’Entreves considera caratteristica precipua dell’intera dottrina, cioè
il fatto di “essere più importante nella sua funzione che nella dottrina stessa” 64. La legge
naturale della non aggressione, dunque, non potrà avere quel fondamento scientifico che
Rothbard sognava, ma risulta efficace nel porre nuovamente una domanda fondamentale,
trascurata dalla modernità: se ci siano o meno delle regole a cui tutti devono essere soggetti.

Anarchismo di mercato
I diritti naturali sviluppati dai liberali classici conducono sul piano politico ad uno Stato
democratico, in cui la divisione dei poteri ha il compito di salvaguardare il cittadino dall’abuso
dell’autorità. Il giusnaturalismo di Rothbard, seguendo il radicalismo che fu di Lysander
Spooner, va oltre e non permette l’esistenza stessa dello Stato. Secondo Rothbard, lo Stato, per
essere definito tale, deve avere due caratteristiche: possedere, come insegna Max Weber, il
monopolio territoriale 65 dell’uso della forza e il ricorso alla tassazione per finanziare le proprie
entrate. Questi due elementi distintivi si qualificano innanzitutto come un’aggressione alla
proprietà: la tassazione, essendo una richiesta coercitiva di denaro (a prescindere dai servizi che
si possano ricevere in cambio) è un furto, mentre il monopolio della forza risulta essere
illegittimo: esso proibisce la libera concorrenza in un settore, seppur particolare, come quello
della sicurezza. Anche nella migliore delle ipotesi, dunque, lo Stato viola quella legge morale che
si era postulato tutti dovessero rispettare. In altri casi, secondo Rothbard, lo Stato non si
accontenta di aggredire la proprietà di chi vive all’interno dei suoi confini, ma anche la vita,
attraverso le repressioni interne66, e le guerre (con vittime sia interne che esterne) ; mentre la leva
obbligatoria altro non è che la riduzione in schiavitù. Il fatto che gli Stati moderni si siano dotati
di un ordinamento democratico non annulla l’ingiustizia che caratterizza queste azioni:

The fact that a majority might support or condone an act of theft does not diminish the criminal essence of the

act or its grave in justice. Otherwise, we would have to say, for example, that any Jews murdered by the

64Alessandro Passerin DʼEntreves, La dottrina del diritto naturale, Edizioni di Comunità, Milano, 1972, pag.
69.
65 Cfr. M. Weber, Economia e Società, Einaudi, Torino, 1999.

66 cfr M.N. Rothbard, op. cit., pag. 188 “when the State kills it is not murder but an exalted act known as
"war" or "repression of internal subversion””. Eʼ da sottolineare che qui non lʼautore non include negli omicidi
di Stato la pena di morte, così come la detenzione non costituisce una riduzione in schiavitù, questi due
esempi sono piuttosto una forma di giustizia, di cui lo Stato detiene il monopolio, caratteristica in cui consiste
lʼabuso.
47

democratically elected Nazi government were not murdered, but only "voluntarily committed suiciden--surely,
the grotesque but logical implication of the "democracy as voluntary" doctrine67 .

L’unica assetto politico giusto, rispettoso della legge naturale, appare quello anarchico, cioè
caratterizzato dall’assenza di un’entità che possieda quelle caratteristiche tipiche di uno Stato68 .
Rothbard è il primo teorico a sviluppare una teoria costruttiva di un’anarchia che non rigetta
assieme al monopolio della forza, anche il principio di proprietà: un sistema dove la libera facoltà di
scelta degli individui è rappresentato perfettamente dal mercato. Cardini di un diritto che “sgorga”
liberamente, attraverso accordi sottoscritti da individui diventano dunque istituzioni privatistiche
come il contratto, che, oltre a regolare le prestazioni, risulta l’unica modalità valida per il
trasferimento del titolo di proprietà, mentre il diritto penale appare sovrastato dalla sanzione,
espediente in grado di assicurare il criterio di proporzionalità69 .
Si tratta di una prospettiva - qui presentata solo nei suoi punti essenziali, ma approfonditamente
argomentata da Rothbard - che presenta problematiche di difficile risoluzione: come la rinuncia
totale ai beni comuni, la conseguente privatizzazione di ogni tipo di servizio, incluso sanità,
istruzione, difesa e amministrazione della giustizia, che rimangono affidate all’iniziativa privata.
Tuttavia in questo luogo si è preferito presentare e ragionare sul problema posto da Rothbard - la
pars destruens - anziché affrontare una pars costruens, indubbiamente affascinante, ma che rischia
di concludersi solo in aride speculazioni, date le difficoltà di poter predirre la sostanziale
funzionalità di un ordine politico del genere

Approcci alternativi al libertarismo

L’impianto teoretico sviluppato da Rothbard risulterà il più seguito, all’interno del libertarismo,
sia per quantità di autori che si sono ispirati ad esso, sia come impatto nella cultura politica.
Tuttavia l’economista newyorkese non è stato l’unico a proporre un argomento filosofico per un
assetto politico libertario, nel corso del secondo novecento. Per importanza ne vanno ricordati
altre due, che Rothbard ebbe modo di criticare. La peculiarità di queste teorie è che sono in
contrasto con l’anarco-capitalismo giusnaturalista sopra presentato per due aspetti opposti. La

67 Ivi, pag. 164


68 Scrive Rothbard: “Definisco la società anarchica come una società dove non c'è possibilità legale per
l'aggressione coercitiva contro la persona o la proprietà di un individuo” M.N. Rothbard, La società senza
Stato in La libertà dei libertari (a cura di Nicola Iannello), Liberilibri, Macerata, 19XX, pag.
69Come nota Piero Vernaglione (Libertarismo, 2003, Rubbettino, Soveria Mannelli), questa concezione della
giustizia, basato si un risarcimento che possa essere fruttuoso per la vittima si oppone a quello
comunemente accettato dal diritto moderno, dove prevale, spesso a fine riabilitativo “una condanna che
unʼastratta “società” infligge al criminale” (op. cit, pag. 233).
48

prima, presentata dal filosofo, docente ad Harvard, Robert Nozick, che ebbe molta fortuna (ben
più di Rothbard) nell’ambiente accademico americano ed europeo, parte anch’essa da una
dottrina dei diritti naturali, ma perviene ad un “giusto ordine” caratterizzato dallo Stato minimo,
o miniarchico, anziché dall’assenza di Stato. La seconda è invece riferibile a coloro che, come
David Friedman, economista della Scuola di Chicago, proseguono nel più classico filone
dell’utilitarismo per giungere a conclusioni anarco-capitaliste, rifiutando, però ogni appello al
diritto naturale.

Lo “Stato minimo” di Nozick


“Gli individui hanno diritti: ci sono cose che nessuno, persona o gruppo, può fare a loro senza
violarne i diritti. Tale è la forza e la portata di questi diritti da sollevare il problema di che cosa
possano fare, lo Stato e i suoi funzionari, se qualcosa possono fare” 70. La formula iniziale di
Anarchia, Stato e Utopia, testo in cui Robert Nozick espone la sua teoria politica dello stato
minimo, contiene un’asserzione che potrebbe essere condivisa dall’anarchico Rothbard. Ma in
realtà quest’ultimo è il primo dei due obiettivi polemici del filosofo di Harvard, che nella prima
parte descrive, secondo i canoni della filosofia analitica, perché uno Stato, per quanto contenuto,
si irrinunciabile. Nozick espone un processo della formazione del monopolio della forza a “mano
invisibile”, ossia come risultante di un processo non voluto da un soggetto in particolare, ma
dalle azioni indipendenti di diversi individui. Un fenomeno tale, in quanto spontaneo, da non
violare i diritti di nessun individuo. In un supposto contesto anarchico di mercato, alcune agenzie
di protezione - incaricate di difendere l’incolumità dei loro assistiti e di amministrare la giustizia
- competono tra di loro per assicurarsi più clienti. Ipotizzando un comportamento rispettoso
dell’assioma di non aggressione da parte delle agenzie, può però accadere che sorga un conflitto
tra clienti di compagnie differenti. In questo caso entrambe le alternative prospettate (“guerra”
tra agenzie con una risultante perdente oppure risoluzione della controversia davanti ad un
giudice terzo) portano, come tendenza, alla costituzione di un sistema giudiziario comune per
una data area geografica. Sorge così un monopolio territoriale della forza, l’adesione al quale è
però volontaria e i cui compiti si estendono solo ai clienti paganti (condizione chiamata da
Nozick “Stato ultraminimo”). A questo punto però si pone il problema di estendere i diritti
processuali (come la garanzia di un giusto processo) a tutti gli individui che vivono nell’area
sotto il controllo di questa agenzia di protezione dominante: una soluzione che porta dunque allo
Stato minimo, il cui compito si esaurisce nella difesa e nell’amministrazione della giustizia.

70 R. Nozick, Anarchia, Stato e Utopia, Il Saggiatore, Milano, 2000. pag. 14.


49

Superato così le il presupposto anarchico-individualista, Nozick si concentra in una ferrea difesa,


che passa attraverso il concetto di autoproprietà della persona e del proprio lavoro, dello Stato
minimo contro la teoria “liberal” di grande successo avanzata dal suo collega, John Rawls, per il
quale compito dello Stato deve essere quello di garantire “l’uguaglianza delle opportunità”
comportando una serie di politiche redistributive. La conclusione, suggestiva, è che uno Stato
minimo possa essere un laboratorio di diverse esperienze sociali, di comunità volontarie la cui
adesione sia libera da parte degli individui: “una struttura per utopie”, come lo definisce Nozick.
Quando uscì nel 1974 Anarchia, Stato e Utopia scatenò violente reazioni da parte di Rothbard e
del suo circolo di libertari. L’economista newyorkese ironizzò sulla posizione di Nozick,
ribattezzata “l’immacolata concezione dello Stato” 71, sostenendo che, anche accettando la bontà
della teoria, quanto descritto da Nozick non è mai avvenuto storicamente (e non c’è ragione di
supporre che avverrà,a meno di ipotizzare un ordine anarco-capitalista di partenza). In ogni caso,
stabilitosi lo Stato minimo, deve rimanere per l’individuo il diritto di recesso: in caso contrario la
teoria di Nozick cadrebbe anch’essa nella fallacia “del contratto sociale” presupponendo che una
volta insediatosi un monopolio della forza su base volontaria questa decisione pesi come
definitiva anche sulle successive generazioni. In breve, non ci sarebbe differenza di qualità, ma
solo di quantità tra gli argomenti di Anarchia, Stato e Utopia e quelli del Leviatano di Hobbes.
Dalla critica serrata, effettuata da Rothbard ad ogni passaggio della procedura “a mano
invisibile”, emerge che il difetto della teoria di Nozick (e più ampiamente del miniarchismo) è la
mancanza di coerenza: accettare uno Stato significa accettare la violazione dei diritti individuali.
Il giusto quesito da porsi diventa quindi: “fino a che punto?”, fino a quando la tassazione - se
considerata furto può essere accettata. Nozick tratta la sicurezza come l’unico bene pubblico, ma
a chi spetta il compito di stabilire quanta ne serve e il giusto prezzo? Sebbene meno “utopica”, la
soluzione prospettata dai miniarchici è destinata a perdere il confronto con la logica ferrea di chi
sostiene l’anarchismo di mercato.

Utilitarismo anarco-capitalista
Sull’altro versante si trovano invece i libertari che rifiutano la teoria dei diritti naturali sulla
scorta di posizioni di stampo utilitarista, secondo le quali un ordine anarco-capitalista è
preferibile perché massimizza la felicità della maggioranza (in questo caso la loro condizione
economica) senza essere di danno a nessuno. Ci possono essere diverse ragioni intorno a queste
scelta, ma l’esponente di maggior spicco dell’anarco-capitalismo utilitarista, David Friedman
(figlio del più noto Milton) non si scomoda ad addurne alcuna: probabilmente perché giudica un

71M. N. Rothbard: Robert Nozick and the Immaculate Conception of the State, in Journal of Libertarian
Studies, vol.1, n. 1, pagg. 45 - 57, Pergamon Press, 1977.
50

discorso su presunti diritti naturali inconsistente. Meglio dunque, secondo questo autore,
ragionare in termini materiali, numerici, come si propone di fare la sua “analisi economica del
diritto”, una metodologia che promette di valutare norme e leggi in base all’efficacia che hanno
nell’abbassare i “costi di transazione” tra due soggetti in conflitto.
Non sono questi argomenti a favore di un libero mercato radicale e di una società senza Stato, o
con Stato ridotto (come quello presentato dal liberale James Buchanan) a finire nel mirino di
Rothbard; anzi, essi dimostrano come un ordine politico di tal fatta comporti anche una più
efficiente distribuzione delle risorse. Tuttavia, come era emerso dal dibattito Rothbard - Mises,
ciò che viene rigettato è il metodo. Un principio come quello di unanimità (secondo cui una
politica Pareto-ottimale, cioè che migliora le condizione di una o più persone senza peggiorare
quelle di nessun altro), base del liberalismo di Buchanan72, non può dire nulla sulla bontà di una
determinata politica, perché parte da un punto zero (la situazione esistente) senza affrontare il
problema se la realtà data sia di per sé giusta.
Il libertarismo Rothbardiano pretende dunque di essere qualcosa di più di un sistema di
valutazione del benessere, ovvero una teoria della giustizia che osa mettere in discussione
l’esistente. La giusta redistribuzione della proprietà non è quella che migliora le condizioni di
tutti, bensì quella che segue i criteri esposti nella dottrina della giusta acquisizione, ottenuta con
il lavoro oppure attraverso lo scambio volontario. In questa forma il libertarismo giusnaturalista
assume i connotati di una teoria estremista, rivoluzionaria e senza compromessi che nel
panorama della storia delle dottrine politiche non si vedeva dai tempi del marxismo.

72cfr. J. Buchanan, W. J. Samuels, On Some Fundamental Issues in Political Economy: An Exchange of


Correspondance, in Journal of Economy Issues 9, n. 1 (March 1975), pagg. 15 - 38.
51

III. L’attivismo libertario: dalla New Left al Paleolibertarismo

Già a livello teorico il pensiero elaborato da Murray Rothbard sfugge alle più classiche “etichette”
politiche e risulta ancora più difficile da incastrare nelle tradizionali categorie Destra - Sinistra. Il
Rothbard attivista politico, lo stesso che si impegnò ad architettare strategie per portare al successo
il movimento libertario, che dialogò con molti esponenti di tutte le principali correnti politiche
americane, che scrisse instancabilmente di attualità attraversando tre decenni di storia del suo paese,
rappresenta forse una sfida ulteriore, a causa dei diversi tentativi (in varia misura fallimentari) che
lo spinsero ad individuare potenziali alleati in altri movimenti politici e rappresentanti istituzionali.
Va detto che, pur rivolgendosi a vari interlocutori, Rothbard mantenne una coerenza di fondo: senza
rinunciare a niente in cui credesse profondamente, egli volle evidenziare di volta in volta gli aspetti
che potevano interessare il soggetto che veniva da lui coinvolto nel dialogo.

Dall’Old Right alla New Left

Uno dei primi endorsement di Rothbard risale al 1958 quando, recensendo l’opera di Friedrich Von
Hayek The Constitution of Liberty per il Volker Fund73 , la criticò in quanto non degna di
rappresentare a pieno titolo “la destra” americana. Il motivo: Hayek era troppo “moderato”,
tollerava l’intervento statale in settori come la sanità e la gestione delle strade e non si diceva
contrario alla coscrizione obbligatoria. Evidentemente, Rothbard, divenuto supporter dell’Old Right
quando il movimento era ormai noto con questo nome e si era polarizzato nella sua funzione anti -
Roosevelt, non solo considerava il libertarismo “di destra”, bensì “la destra” per eccellenza.
Pochi anni dopo, nel 1965, Rothbard (nel frattempo estromesso, per le sue posizioni anarchiche, dal
movimento oggettivista) con un piccolo gruppo di libertari (tra cui occorre citare Roy A. Childs e
Karl Hesse) fonda la newsletter, con cadenza quadrimestrale, Left & Right, dando vita all’alleanza
con la cosidetta New Left, la “nuova sinistra” controculturale e pacifista che stava conoscendo in
quel periodo una grande diffusione, specialmente nel mondo accademico e giovanile.
Nel frattempo l’assetto politico americano era cambiato. Dopo la presidenza Truman (1945- 1952),
era tornato al governo, con Dwight Eisenhower, il partito repubblicano, che aveva però mantenuto
intatto l’apparato del New Deal, ignorando le istanze dei conservatori favorevoli ad uno stato

73 M. N. Rothbard, Diritto, natura, ragione, op. cit. pag. 77 - 88; 103 - 112.
52

ridotto. La destra si era dunque rivelata una delusione, l’opposizione ai democratici sui temi
economici era ormai stata del tutto abbandonata: i due partiti maggiori preferivano sfidarsi nel
campo della politica estera, divenuta la principale materia di divisione con il sopraggiungere della
guerra fredda.
Quando scoppiò la guerra del Vietnam il gruppo libertario di Rothbard, ancora una volta contrario
alla risoluzione bellica, pose in cima alla lista delle priorità politiche il ritiro delle truppe: l’alleanza
con la New Left, il movimento pacifista più radicato e meglio organizzato, era a questo punto
inevitabile.
Rothbard, però, si preoccupò anche di dare un fondamento “teorico” a questa svolta, vergando un
manifesto (pubblicato sul primo numero di Left & Right) in cui tentò una lettura storica delle sorti
del movimento libertario. Il lungo editorale, dal titolo Left and Right: the Prospects of Liberty, è un
invito ad abbandonare quel pessimismo, dovuto alla certezza di costituire una minoranza incapace
di contare, tipico dell’Old Right ma condiviso ampiamente dalle forze conservatrici:

Il Conservatore è stato a lungo segnato, che ne sia consapevole o meno, da un pessimismo di lungo
periodo: dalla convinzione che la tendenza del lungo periodo, e perciò il tempo stesso, sia contro di lui.
Perciò, che ci sia una tendenza inevitabile verso lo statalismo di sinistra in politica interna e verso il
comunismo all’estero. [...] In politica estera, questo punto di vista porta il Conservatore ad esigere una
disperata resa dei conti con il comunismo, poiché sente che più a lungo aspetterà e peggio andranno le
cose; in politica interna, è condotto a concentrarsi totalmente sulla prossima elezione, dove spera sempre
in una vittoria senza mai raggiungerla. Quintessenza dell’uomo pratico e preda di una disperazione di
lungo periodo, il Conservatore rifiuta di pensare o di fare progetti al di là dell’elezione del momento. 74

Questo pessimismo, che ricorda la profezia di Schumpeter sul trionfo del socialismo75, risulta però
ben motivato: il conservatorismo è “il residuo morente dell’ancien régime dell’era preindustriale e,
come tale, non ha futuro”. Al contrario del conservatore che vede il vecchio ordine a cui è
affezionato sgretolarsi senza rimedio, il libertario deve mantenere, scrive Rothbard, un ottimismo di
lungo periodo, dovuto proprio al fatto che l’ordine statuale, il principale nemico della libertà, è
destinato a venire meno. Una certezza tipica anche del liberalismo classico che, specie
nell’Ottocento, non nascondeva le sue caratteristiche radicali e “antisistema”. Per dirla con Lord
Acton, i tratti un’ideologia che vive “nel mondo delle idee”, proponendo “ciò che dovrebbe essere”,

74 M. N. Rothbard, Sinistra e Destra: prospettive per la libertà, trad. it. Roberta Modugno
http://www.cattolici-liberali.com/tocquevilleacton/politica.htm#2, apparso per la prima volta in Left and Right.
A Journal of Libertarian Thought, n.1, marzo 1965.
75 Cfr. Joseph Schumpeter, Capitalismo, socialismo, democrazia [1942], Milano, Etas, 2001.
53

senza curarsi di “ciò che è”76. Questo moto quasi rivoluzionario si smorzò, nota Rothbard, con il
passare del tempo. Il programma “massimalista” venne però con il tempo abbandonato e i liberali si
limitarono alla difesa di “uno status quo arbitrario”, una svolta moderata dovuta alla
contaminazione della dottrina liberale con l’utilitarismo (che, mirando a migliorare la condizione
presente per un più ampio raggio di persone, dimentica gli obiettivi a lungo periodo) e con il
darwinismo sociale77, la credenza cioè che la società fosse destinata a migliorare in modo lento e
graduale, senza che fosse necessario che qualcuno si desse da fare per combattere contro le
ingiustizie.
Proprio questo generale appiattimento del liberalismo creò, secondo Rothbard, un vuoto politico
destinato ad essere occupato dal socialismo, dottrina che trionfò e si diffuse tra le masse in virtù
dell’importanza che attribuiva alla propria teoria della giustizia e alla sua messa in atto. Il
socialismo rimpiazzò il liberalismo nella lotta all’ordine costituito, ma con qualche differenza:

Il socialismo, come il liberalismo e contro il conservatorismo, accettò il sistema industriale e gli


obiettivi liberali di libertà, ragione, mobilità, progresso, più alti livelli di vita per le masse, la fine della
teocrazia e della guerra; ma cercò di raggiungere questi fini attraverso l’uso di incompatibili mezzi
conservatori: statalismo, pianificazione centralizzata, comunitarismo, ecc. 78

Tra i socialisti, però, sono presenti due tendenze differenti:

[U]na era la corrente autoritaria di destra che da Saint Simon in avanti glorificava lo statalismo, la
gerarchia e il collettivismo e che era perciò una proiezione del tentativo del conservatorismo di
accettare e dominare la nuova civiltà industriale. L’altra era la tendenza di sinistra, relativamente
libertaria, esemplificata in modo diverso da Marx e da Bakunin, rivoluzionaria e molto più interessata
a raggiungere le finalità libertarie del liberalismo e del socialismo; ma, specialmente, a realizzare lo
sgretolamento dell’apparato statale per la “cancellazione dello Stato” e la “fine dello sfruttamento
dell’uomo da parte dell’uomo”. 79

Intendere il libertarismo (o liberalismo classico) come alleato o, peggio ancora, come sottoinsieme
del conservatorismo è dunque un grave errore; da un punto di vista storico si tratta piuttosto di un
movimento di rottura e in questo ha affinità con i movimenti di sinistra. Al contrario il “socialismo

76 Citato in M. N. Rothbard, art. cit.


77 Uno dei ponti tra liberalismo e darwinismo sociale è rappresentato dal filosofo inglese Herbert Spencer, tra
i più strenui difensori, nellʼOttocento, dello Stato ridotto.
78 Ibidem.
79 Ibidem.
54

di governo”, perpetrandosi attraverso mezzi statali, è semplicemente un modo diverso di intendere il


conservatorismo: una commistione pericolosa che, in Europa, ha portato al potere i regimi totalitari.
Applicando questo ragionamento alla situazione americana degli anni ’60, il risultato che ne
consegue è un clamoroso fraintendimento:

[...]Il libertario del giorno d’oggi che adotta questa, o una simile visione, dell’esperienza americana
tende[rebbe] a vedere se stesso come appartenente ad una “estrema destra”; leggermente alla sua
sinistra sta il conservatore, alla cui sinistra stanno i centristi, e quindi ancora più verso sinistra si
trovano il socialismo e il comunismo. Di qui l’enorme tentazione per i libertari di farsi attrarre
dall’esca rossa; poiché, vedendo l’America scivolare inesorabilmente a sinistra, prima verso il
socialismo e in seguito verso il comunismo, sono tentati di saltare gli stadi intermedi e imbrattare tutta
la loro opposizione con l’odiato pennello rosso. 80

L’azione politica del libertario è delineata: la consapevolezza di essere alternativo alle correnti
politiche istituzionalizzate si accompagna ad un rinnovato radicalismo conscio che Rothbard così
definisce, ricorrendo ad un altro concetto marxiano:

le “condizioni oggettive” per il trionfo della libertà esistono quindi ovunque nel mondo e più che in
passato; perché dovunque le masse hanno scelto migliori condizioni di vita e la promessa della libertà
e dovunque i vari regimi di statalismo e collettivismo non sono in grado di realizzare questi obiettivi.
Quel che è necessario, quindi, sono semplicemente le “condizioni soggettive” per la vittoria; cioè a
dire, un numero crescente di libertari informati che diffonderà tra i popoli del mondo il messaggio che
la libertà e il libero mercato sono la via d’uscita dai loro problemi e crisi. La libertà non potrà essere
pienamente raggiunta finché i libertari non esisteranno in numero tale da guidare i popoli sul giusto
sentiero. 81

Con questa premessa, la New Left appariva l’alleato più ovvio. Libertaria per quanto riguarda i
diritti sociali e civili (tolleranza degli stili di vita altrui, abolizione della legislazione in materia di
morale, rispetto della dignità delle persone e uguaglianza, a prescindere da razza e religione sul
piano giuridico), la nuova sinistra era la forza che nutriva maggiore ostilità nei confronti
dell’establishment ed era assai critica nei confronti dell’ordinamento politico americano, giudicato
autoritario e centralizzato. In un numero successivo di Left & Right, Rothbard analizza le
caratteristiche del movimento che meglio avrebbero potuto essere condivise dai libertari: in primo
luogo il preferire una democrazia più diretta e partecipativa a quella rappresentativa del modello
occidentale. La sinistra “di governo”, sia negli Usa che in Europa, aveva finito per accettare il fatto
che delle elezioni ricorrenti siano sufficienti a garantire l’effettiva rappresentanza dei cittadini in

80 Ibidem.
81 Ibidem.
55

politica: in tal modo, per i socialdemocratici: “The State is transformed from the evil instrument
exploitation abhorred by classical Marxism and anarchism, into a friendly and beneficent institution
responsive to the will of the majority” 82.
La New Left, invece, rigetta questa equazione e si fa portavoce di una democrazia che, oltre ad
essere “diretta” è anche “partecipatoria”. Un ideale che - scrive Rothbard - “is profoundly
individualist and libertarian: for it means that each individual, even the poorest and the most
humble, should have the right to full control over the decisions that affect his own life” 83. Questa
propensione al confronto tra idee e al coinvolgimento dei singoli si concretizza nella strategia
portata avanti dai movimenti che hanno formato la New Left, come Student for a Democratic
Society (SDS), che privilegiavano azioni di disobbedienza civile, provocazioni culturali volte ad
ottenere, come nel loro motto “la libertà ora”.84
Infine le due battaglie principali della New Left erano altamente condivisibili da parte dei libertari:
da un lato l’invocazione per la fine delle ostilità in Vietnam, che presentava toni decisamente più
pacifisti rispetto a quelli dell’anti interventismo dell’Old Right nella seconda guerra mondiale,
(anche se una soluzione di continuità tra il classico isolazionismo libertario e l’anti-imperialismo
militante degli studenti di sinistra non è difficile da rinvenire). La seconda questione riguardava la
lotta per i diritti civili e per la dignità delle minoranze, con particolare attenzione alla popolazione
nera degli Stati del Sud. Una battaglia che in futuro la sinistra democratica porterà avanti a colpi di
legislazione positiva, come nel caso dell’affirmative action, e che verrà aspramente criticata per
questo dai libertari ma che, agli inizi degli anni ’60, consisteva principalmente nel denunciare le
violenze e le repressioni a cui erano sottoposti gli afro-americani, spesso effettuate da forze di
polizia e che quindi si configuravano innanzitutto come difesa degli individui dall’abuso delle
istituzioni statali.

Il ritorno a destra e il Libertarian Party

La New Left e la sua principale associazione, Students for a Democratic Society, si dissolsero nel
1969 con un congresso nel corso del quale la frattura tra le principali fazioni (tra le quali rivestiva
un ruolo importante l’ala estrema marxista) divenne insanabile. Con essa finiva anche l’alleanza con
il movimento libertario che, in ogni caso, pareva non essere mai decollata davvero.

82 Rothbard, Liberty and New Left, in Left & Right, Vol. 1, n. 2; Autunno 1965 pag. 35
83 ibidem, pag. 38
84 Ibidem, pag. 50
56

Più fruttuoso si rivelò il “ritorno” dei libertari nello spettro politico di destra, avvenuto nella
seconda metà degli anni ‘60. Non si trattò di qualcosa programmato a tavolino, ma di una spontanea
adesione, da parte di alcuni singoli, ad un’associazione vicina al Partito Repubblicano. Il gruppo in
questione fu il Young American for Freedom (YAF), un’organizzazione giovanile fondata da
William Buckley e alcune personalità a lui vicine, nel 1960. Nel corso del decennio si erano uniti
alla YAF ex oggettivisti e altre persone con convinzioni vicine agli ideali libertari, tanto da formare
un piccolo “caucus” all’interno dell’associazione. Seppur costantemente una minoranza, i libertari
divennero via via sempre più influenti all’interno della YAF, continuando a rendersi portavoce delle
istanze contro l’intervento militare all’estero e a favore delle libertà personali. Ma, ancora una volta,
la disparità di vedute per quanto riguarda la politica estera doveva portare ad una rottura insanabile:
un meeting della YAF rischiò di degenerare in rissa quando un attivista libertario diede fuoco ad una
cartolina di chiamata alle armi85. Risultò allora evidente a molti che il movimento libertario dovesse
dotarsi di una struttura politica autonoma.
Proprio il gruppo libertario della YAF risultò fondamentale nella fondazione del Partito Libertario
(Libertarian Party), avvenuta nel 1971, alla quale partecipò anche Murray Rothbard. Dagli alterni
successi, il LP, che già agli esordi si doveva confrontare con la contraddizione interna propria di un
partito “antipolitico”, non arriverà mai a rappresentare in pienezza il radicalismo del più ampio
movimento libertario (anzi, fin da subito finì per ridursi ad una sua variante più moderata) ma riuscì
comunque nella sfida, non indifferente, di diventare il più radicato della molteplice galassia dei
third parties (i partiti minori) della politica americana, senza tuttavia scalfire la supremazia dei
“giganti” democratici e repubblicani.

La piattaforma libertaria classica (anni ’70 - ’80)

Con la fondazione di un partito istituzionale emersero i primi tentativi di realizzare un vero e


proprio programma politico, che coinvolse anche e soprattutto il gruppo di Rothbard, attivi questa
volta sul Libertarian Forum, quindicinale erede di Left and Right. Nel 1973 sempre Rothbard è
l’autore di For a New Liberty: un “manifesto libertario” che propone alcune posizioni da tenere su
issues economiche, etiche e politiche in senso lato, non rinunciando ad un orientamento anarchico.
Tipico di questo periodo, da parte di tutto il movimento libertario (dei minarchici “moderati” in
primis) è l’enfasi posta sulle libertà individuali senza compromessi: il libertarismo si distingue dalle
altre dottrine politiche per la difesa di questo principio in modo “totale”. Mentre conservatori e
“liberal” difendono solo determinati aspetti della libertà individuale (tradizionalmente, la libertà

85 Cfr. Carlo Lottieri, Il pensiero libertario contemporaneo, Liberilibri, Macerata, 2001, pag. 14
57

economica i primi, e quelle personali i secondi) i libertari


vogliono tutelare entrambi questi aspetti: la difesa della libertà
economica si accompagna alla social tolerance, ovvero
all’accettazione di tutti quei comportamenti che, anche se
riprovevoli per qualcuno, non danneggiano i terzi. Un attivista
libertario dell’epoca, David Nolan86 , esemplificò questo
orientamento con una mappa che divenne uno dei simboli della
propaganda libertaria: in un diagramma cartesiano che pone
l’attenzione alla libertà economica nell’asse delle ascisse e
Mappa di Nolan quella alle libertà civili (o personali) nell’asse delle ordinate, i
libertari occupano l’angolo esterno mentre la destra e la sinistra
politica si appiattiscono ciascuno sul proprio asse; il grado zero delle libertà è rappresentato dai
totalitarismi di ogni colore.

Servitù involontaria, Stato etico, welfare state


Le libertà economiche e civili propugnate dai libertari si rifanno in maniera coerente a quella
“libertà dallo Stato” invocata in passato dalla Vecchia destra e nelle opere teoriche di Murray
Rothbard. La riduzione (o persino l’abolizione, come recitava il primo programma elettorale del
Libertarian Party) delle tasse e l’eliminazione della coscrizione obbligatoria erano due facce della
stessa medaglia: la lotta contro la “servitù involontaria”, per usare un’espressione coniata dal
francese Etienne de La Boétie e riproposta da Rothbard. Una posizione che si differenzia
nettamente da quella dei conservatori e dalla linea mainstream del partito repubblicano, secondo la
quale la libertà economica è, utilitaristicamente, un mezzo per aumentare il benessere complessivo;
questa visione d’insieme giustifica attività coercitive da parte delle Stato come il servizio militare
obbligatorio, leggi straordinarie antisciopero, l’obbligo di testimonianza presso i tribunali.
Assieme alla servitù involontaria, l’altro nemico dei libertari è lo Stato etico, cioè quello che
vorrebbe imporre, attraverso una legislazione repressiva, un modello di comportamento sano e
adeguato ai propri cittadini. Esempio celebre, nella storia americana è il periodo del proibizionismo,
quando in molti stati venne vietato l’utilizzo di bevande alcoliche allo scopo di ridurre episodi di
ubriachezza molesta tra la popolazione. Un esperimento rivelatosi fallimentare, eppure gli anni
successivi hanno visto droghe di vario tipo ma anche certe pubblicazioni (soprattutto quelle a
carattere pornografico) sostituirsi ai liquori per quanto riguarda la proibizione di Stato.

86 Cfr. David Nolan, The Case for a Libertarian Political Party, in The Individualist, August 1971.
58

I libertari si ribellano a queste forme di controllo della coscienza individuale che, dal punto di vista
economico, si rivela anche una limitazione al libero scambio; in ogni caso il fondamento di ogni
lotta al proibizionismo risiede nel diritto dell’individuo di gestire in piena libertà il proprio corpo e
di portare a termine le proprie scelte. Più recentemente i libertari hanno dichiarato guerra al
salutismo di Stato: “non deve esistere una legge che obblighi i cittadini ad assumere vitamine”,
scriveva Rothbard già nel 197387, e alle conseguenti leggi volte a disincentivare il fumo o diete
ipercaloriche che portano come conseguenza al sovrappeso.
La ratio di questi provvedimenti che puniscono abitudini in nessun caso pericolose per il prossimo è
che l’obesità, così come il fumo, hanno “costi sociali” rilevanti: è altamente probabile che il
fumatore, come la persona in sovrappeso, necessiti di più di assistenza sanitaria. Ma anche la
necessità di quest’ultima è rigettata dai libertari, come si è visto precedentemente, perché è
finanziata con le tasse; d’altra parte vi è la convinzione che se lo Stato non può essere “padre”,
ovvero severo censore dei comportamenti sconvenienti, anche una “mamma” statale, ovvero quel
welfare che dovrebbe proteggere i cittadini dalla culla alla tomba, rappresenta una forma di Stato
etico.

Crimini senza vittime


La teoria della giustizia libertaria chiede l’abolizione di ogni tipo di pena per i victimless crime,
definizione giuridica anglosassone per indicare infrazioni delle leggi a cui non corrispondono
visibili danni per gli altri. Un “classico” della letteratura libertaria è rappresentato, in questo ambito,
da Defending the Undefendable, di Walter Block, economista austriaco amico e collega di
Rothbard. Il libro fornisce provocatorie difese per “figure considerate infami”, spesso oggetto di
biasimo da parte della società oltre che punite a norma di legge. Questi “criminali” hanno però delle
caratteristiche che li scagionano dal punto di vista libertario: non sono colpevoli di trasgressioni di
natura violenta (ovvero non violano la libertà altrui) e le loro azioni finiscono addirittura per offrire
dei benefici alla società, che vi rimetterebbe qualora li proibisse. E’ il caso di chi spaccia sostanze
proibite come droghe: egli non fa altro che rispondere ad una domanda che persiste nonostante la
proibizione; e proprio la proibizione è la principale causa degli alti prezzi delle sostanze in oggetto
che spesso inducono i tossicodipendenti a compiere furti per avere le risorse necessarie88.
Lo stesso ragionamento si applica alla prostituzione. Anche in questo caso siamo in presenza di
quello che Block (e con lui tutti i libertari) definisce un libero scambio, che in quanto tale non
dovrebbe essere vietato. Oltre ad essere considerata un comportamento riprovevole per tutti coloro

87 M.N Rothbard, Per una nuova libertà, Liberilibri, Macerata, 1996, pag. 158
88 Cfr. Walter Block, Difendere lʼindifendibile (1976), Liberilibri, Macerata, 1991, pag.23
59

che vorrebbero ricorrere a questo servizio, la prostituzione è anche accusata di degradare la


condizione femminile. Ma, sottolinea Block, questa è una valutazione che deve compiere il soggetto
che si presta all’attività, una volta soppesati pro e contro 89.
La lista delle personalità “da salvare” è lunga: tra esse vi si trova ad esempio il ricattatore, che altri
non è se non un soggetto che intende rinunciare, dietro un compenso di denaro, alla propria libertà
di opinione e in questo risulta “meno pericoloso di un semplice pettegolo” 90, ma anche il prestatore
di denaro ad interesse (anche oltre i limiti dell’usura) sembra non essere condannabile da un punto
di vista libertario. Così come chi elude le norme in materia di diritto del lavoro, cadendo nell’accusa
di essere uno sfruttatore: un contratto di lavoro è sempre una scelta libera di due parti e, anche se le
condizioni che pone possono essere considerate (soggettivamente) inique, porre delle misure
restrittive (come può essere l’introduzione di un salario minimo) significa almeno togliere
un’opportunità a chi cerca lavoro.
Provocazioni a parte, il testo di Block coglie un aspetto essenziale della weltanschauung libertaria:
la tolleranza verso i comportamenti altrui si accompagna alla richiesta che i singoli individui
sappiano accollarsi le proprie responsabilità. Il semplice “vivi e lascia vivere” non è di per sé
morale e non va difeso per questo. L’unica istituzione completamente morale è, ancora una volta, il
mercato, in quanto luogo degli scambi volontari in grado di recare il massimo beneficio alle singole
parti.
Nel 1993, Block sentì il dovere di ritornare su quanto aveva scritto chiarendo una sua
“inquietudine”: chiarì che gli esempi da lui prospettati in Difendere l’indifendibile erano validi in
linea teorica, capaci di spiegare solamente quale sia il corretto uso della forza ovvero “come la
legge dovrebbe essere” 91. Ma la semplice teoria non è sufficiente per evitare il declino della civiltà:
comportamenti come quelli precedentemente difesi sul piano della filosofia del diritto, devono
essere condannati non attraverso la coercizione ma mediante una strenua battaglia di persuasione.
E’ una sfida culturale: da questo punto di vista Block non esita a definirsi un conservatore, un
libertario “all’antica”. Una posizione che sarà sempre più condivisa da altri libertari, i quali, proprio
nelle tematiche, quelle etiche, che più li avevano contraddistinti dai conservatori politici,
troveranno, nel corso dell’ultimo decennio del Novecento, una nuova unità di vedute con una destra
che decise di richiamarsi ai valori di una vecchia America: la destra dei “paleoconservatori”.

89 Ivi, pag. 6
90 Ivi, pag. 34
91 Ivi, pag. 232
60

Problemi etici: aborto e diritti dei bambini


Uno dei temi più discussi, tra i libertari, è quello dell’aborto. Durante gli anni ’60 e ‘70 la
legalizzazione dell’interruzione di gravidanza è stata una delle battaglie principali del movimento e
punto irrinunciabile nella piattaforma del Libertarian party. Ad una prima impressione, una
posizione scontata, rispettosa dei “diritti di proprietà” delle donne sul proprio corpo. Eppure già
nelle argomentazioni a favore della legittimità dell’aborto che Rothbard conduceva in quegli anni,
si scorge la contraddizione interna destinata a generare il dibattito futuro. Per l’autore, l’aborto deve
essere considerato legale in quanto la donna ha il diritto di espellere quello che, da un punto di vista
giuridico, è definito senza mezzi termini un occupante illegittimo, un parassita.

Se la madre dovesse decidere di non volere più il feto nel proprio grembo, allora esso diverrebbe un “violatore”
parassitario dela sua persona, e la madre avrebbe pienamente diritto di espellere questo invasire dal proprio
territorio. L’aborto dovrebbbe allora essre considerato non come “l’omicidio” di una persona vivente , bensì
come l’espulsione dal corpo della madre di un’ospite indesiderato92

Ne consegue che risultano irrilevanti gli argomenti che cercano un limite entro il quale un ovulo
fecondato oppure un feto possa essere considerato vita. Che le obiezioni provengano dalla biologia
o dalla teologia, il problema non cambia. Ma a questo proposito Rothbard sottolinea che la
posizione religiosa che tende a considerare il feto, oppure l’ovulo fecondato, vita ha un suo
fondamento e può essere presa in considerazione per un discorso di carattere morale; tuttavia è
irrilevante93 . La naturale conseguenza di questo legalismo libertario è che i figli, anche una volta
nati, non hanno alcun diritto a essere nutriti o a venire soddisfatti nelle loro esigenze. Anche in
questo caso l’oggetto della discussione diviene di natura più morale che etica: il fatto che dei
genitori non si curino della loro prole può essere socialmente riprovevole, ma di fatto le loro
attenzioni devono considerarsi come un gesto di carità che non si può imporre tramite la legge.
Ciò considerato, persino un comportamento di norma aborrito, come la cessione dei propri figli,
anche tramite denaro, non ha gli estremi per essere considerato reato; al contrario può migliorare
addirittura le condizioni di entrambe le parti in causa, qualora gli acquirenti, magari una coppia
senza figli, siano veramente intenzionati ad occuparsene94 .
Anche in questo delicatissimo campo uno scambio volontario è preferibile a quanto messo in piedi
dall’apparato legislativo statale: nelle stesse pagine Rothbard critica la facilità con cui giudici e
servizi sociali ricorrono alla revoca della patria potestà e all’affidamento dei figli presso altre

92 M. N. Rothbard, Lʼetica della libertà, op. cit. pag. 154


93 Ivi, pag. 153
94 Ivi, pag. 154
61

famiglie95. Inoltre occorre vigilare da altre intrusioni che possono essere effettuate dalla politica
nell’ambito della famiglia, spesso benvenute dall’opinione pubblica, come l’obbligo scolastico, che
imporrebbe la frequentazione di scuole pubbliche o private approvate dallo Stato96.
Strettamente correlato al tema dell’aborto, quello dei diritti dei minori è uno dei punti che generano
maggior dibattiti tra i libertari. In seguito i più conservatori, in termini etici e culturali,
condanneranno la posizione dell’aborto (in particolare quella motivata con l’argomento di
Rothbard, considerata agghiacciante), lo stesso faranno i libertari più tendenti a sinistra con quella
relativa alle tutele legale. Una prova del fatto che le argomentazioni, desunte da una supposta
“legge naturale” possono talvolta rivelarsi proprio le meno persuasive .

La svolta Paleo

Con la strategia della terza via il movimento libertario riuscì a plasmare la sua identità e a proporsi
negli Stati Uniti come dottrina politica accettata. Il libertarismo in senso lato acquisì spazi e seguaci
all’interno dell’opinione pubblica e venne accettato come fenomeno politico, anche se destinato a
rimanere minoritario. Sul piano della politica istituzionale il Libertarian party si confermò il terzo
partito, superando stabilmente la soglia dei duecentomila voti.97
Ma, nel complesso, la tendenza, a partire dagli anni ’80, fu di stagnazione. Così come il partito
stentava a “decollare”, gli intellettuali libertari (e con essi gli attivisti del movimento) si trovarono
divisi da un evento che proprio loro (in particolare i più pratici con le nozioni dell’economia
“austriaca”) avevano previsto: il collasso del comunismo.98
Il crollo dell’Unione Sovietica aveva infatti scompigliato le carte a destra: i conservatori, dopo
decenni di unione granitica dinanzi alla minaccia rossa, videro scomparire la ragione prima della
loro presenza in politica e si fece spazio, prima all’interno del partito repubblicano, un nuovo
gruppo, ben presto definito paleoconservatore, ovvero conservatore “all’antica”. Il motivo

95 Ivi, pag. 165


96 Riguardo a questo punto è nota la presa di posizione dei libertari a favore dellʼhomeschooling
(lʼeducazione scolastica primaria espletata in famiglia), pratica ancora piuttosto comune negli Usa.
97Il miglior risultato venne ottenuti dal candidato alle presidenziali del 1980, Ed Clark, che ottenne più di
900.000 voti. In seguito il partito non superò mai i 500.000. Cfr, J. Raimondo, Reclaiming the American
Right, op. cit., pag. 257
98La certezza su un collasso imminente dei paesi sovietici era dovuta alla teoria misesiana dellʼimpossibilità
del calcolo economico in un contesto dominato dallʼeconomia pianificata. Questo argomento venne usato a
più riprese, nel corso degli anni ʼ70 e ʼ80 per contrastare una linea dura, sul piano militare, contro lʼUnione
Sovietica. Il ragionamento si basava sullʼasserzione secondo la quale, proprio in virtù della debolezza della
sua economia, la Russia era un gigante dai piedi di argilla, ben meno minaccioso di quanto si poteva
supporre.
62

scatenante fu, ancora una volta, l’anti-interventismo: dato che il grande nemico era scomparso,
l’America doveva rinunciare al ruolo di poliziotto mondiale e di protettore dell’Occidente e pensare
semplicemente a se stessa.
Da parte del gruppo paleoconservatore, all’interno del quali spicca l’analista politico, già
collaboratore di Nixon e Reagan, Pat Buchanan, si invocava un ritorno all’America di una volta: il
noto mix di tassazione contenuta e libero mercato e di difesa dei singoli stati contro lo strapotere di
Washington; ossia i temi classici dell’Old Right. Allo stesso tempo però il movimento si fece la
portavoce di una retorica tradizionalista ben più marcata di quella che contraddistinse gli
oldrighters degli anni ’20, aggiornata alle problematiche messe in campo dalla globalizzazione.
L’immigrazione, tollerata anche se senza entusiasmi dalla maggior parte dei repubblicani, viene
denunciata in quanto “importerebbe” sul suolo americano persone di cultura e tradizione diversa da
quella occidentale.99 Omosessualità e libertinaggio vengono messi all’indice in quanto
comportamenti che mettono a rischio la famiglia tradizionale, pilastro della società americana. Ma
anche il capitalismo, per i paleoconservatori, è anti-americano: troppo commercio con l’esterno
finisce per sfavorire i lavoratori americani e per rendere i mercati nazionali vulnerabili all’invasione
dei prodotti esteri.
Proprio con un soggetto politico dalla piattaforma così tradizionalmente “rightwing”, un gruppo di
libertari, dopo aver rotto con il partito libertario e la sua linea, instaurò una lunga e proficua
collaborazione che si risolse anche in una contaminazione di vedute, tanto che il nuovo ibrido
politico che ne uscì, ribattezzato, per l’occasione, paleolibertarismo, ebbe anche un autore che ne
tentò una sorta di fondamento teorico, Hans Hermann Hoppe, che lo rese un’ideologia a tutti gli
effetti, cosa che non accadrà mai sul versante più schiettamente conservatore.
Artefice dello strappo fu, ancora una volta, Murray Rothbard, ancora influente su un ristretto gruppo
di libertari americani: tra di loro Llewellyn Rockwell, cofondatore del centro studi per l’economia
austriaca, il Ludwig von Mises Institute, con cui scrisse e pubblicò la newsletter The Rothbard –
Rockwell Report, che iniziò le sue pubblicazioni nel 1990. Da quelle pagine verranno lanciate le
principali battaglie della sua ultima fase di attività (Rothbard morirà nel 1995) che appunto
guarderanno al conservatorismo “paleo” come principale alleato.

Una questione di strategia


Questo successivo passaggio impone una questione: perché un libertario con un curriculum come
quello di Rothbard è stato attratto da un movimento dichiaratamente tradizionalista e, come

J. Buchanan,, The Death of the West: How Dying Populations and Immigrant Invasions Imperil
99Cfr.Patrick

Our Country and Civilization, 2001 e Patrick J. Buchanan, State of Emergency: How Illegal Immigration Is
Destroying America, 2006
63

denunciavano i suoi colleghi con una maggiore sensibilità “di sinistra”, vagamente intollerante, dei
paleoconservatori? Un peso non indifferente, come già per le scelte effettuate in passato, hanno
avuto le ragioni più prettamente strategiche, intento com’era sempre Rothbard a cercare un canale
quanto più efficace per diffondere le sue idee.
Tale strategia viene indicata nero su bianco in un editoriale del Rothbard-Rockwell Report, uscito
nel marzo del ’92, che si apre con parole di compiacimento per il ritorno della “Vecchia Destra”, la
stessa che aveva affascinato l’accademico da giovane. La caratteristica vincente dei
paleoconservatori, scrive Rothbard, è innanzitutto l’analisi della realtà politica: pochi come loro si
dimostrano capaci di distinguere, allo stato attuale, i “cattivi” e i “buoni” 100. I primi sono
rappresentati dall’élite al governo, dai politici ai burocrati di ogni specie, passando per le potenti
lobby che agiscono a Washington; i secondi non sono altro che i cittadini americani, vittime di
questo sistema. Un manicheismo populista che la maggior parte dei libertari ha abbandonato,
allontanandosi da quello che era il vero spirito “arruffapopolo” del movimento.101
Lo scopo degli intellettuali “paleo” deve essere dunque quello di rendere il popolo cosciente di
questa “lotta di classe” (già enunciata peraltro da Nock) in modo tale che questo sistema possa
essere rovesciato tramite la delegittimazione popolare.
Per avere successo e incidere veramente sull’opinione pubblica e (magari sulle scelte di governo)
occorre però un “piano d’azione”. Sono tre, nota Rothbard, le strade che potrebbero essere battute.
La prima è quella proposta in passato da Hayek: gli intellettuali sono al vertice di una piramide in
grado di influenzare la classe dirigente di un paese, prima il mondo accademico, poi quello
dell’impresa, in seguito le grandi masse attraverso i media. Un modello che però, in passato, ha
dimostrato inefficacia e lentezza, sia per le “interruzioni” in questa catena cognitiva, sia per
l’effettiva distanza che permaneva comunque tra gli intellettuali e la società di massa.
La seconda strada è quella di sfidare i lobbisti sul loro stesso terreno attraverso think-tank e
fondazioni in grado di influenzare la politica. È la strada storicamente preferita dai libertari: a
partire dagli anni ’60 non si contano i “centri di studio” o gli “istituti” devoti a smaltire il peso dello
stato (il caso più eccellente è quello del Cato Institute, fondato nel 1977 da Edward H. Crane, nome
rilevante nella storia del libertarismo americano). Ma anche queste strutture – è la critica di
Rothbard – nonostante le buone intenzioni, hanno conseguito ben scarsi risultati. Fare pressioni
sulla politica e accontentarsi di miglioramenti graduali (come piccole riforme) è un sistema che

100M.N. Rothbard, A Strategy for the Right, in The Irrepressible Rothbard, The Center for the Libertarian
Studie, Burlingame, 2000, pag. 7
Originalmente pubblicato nella Rothbard – Rockwell Report, Gennaio 1992
101Ibidem, pag. 100 - 115. Lʼarticolo originale, Big Government Libertarians, apparve nella Rothbard -
Rockwell Report del Novembre 1994
64

funziona solo qualora lo scopo sia di aumentare l’influenza dello Stato: è quanto prova l’esempio
storico della Società Fabiana, gruppo socialista che ha goduto di una crescente influenza nel Regno
Unito, specialmente durante i governi laburisti. Ridurre il potere statale, però, risulta
drammaticamente più difficile: chiedere l’abolizione dei privilegi di una minoranza organizzata a
favore del mercato, come ad esempio la liberalizzazione di un settore, è molto più difficile che non
crearli; nel secondo caso, inoltre, il politico di turno può contare sul voto di scambio da parte del
gruppo che verrà privilegiato.
Non rimane che una terza via: il “populismo”, la denuncia aggressiva delle malefatte del potere a
costo di cadute di stile e di venire etichettati come destrorsi se non con epiteti peggiori. È questa
l’arma migliore in mano ai paleoconservatori, che anche i libertari dovrebbero fare propria, la
genuinità con cui esternano i loro argomenti, espressione della rabbia della middle class americana.
Con questi conservatori senza compromessi i libertari si trovavano nelle possibilità di proporre un
programma anti-statalista che potesse avere un’ampia eco nel paese che Rothbard riassume nei
seguenti punti102 :
1)
Riduzione delle tasse: con particolare riferimento all’IRS, l’imposta sulle persone fisiche,
invisa anche ai conservatori
2)
Riduzione del welfare state.
3)
Abolizione dei privilegi di gruppo, come le quote razziali nelle aziende o l’affirmactive
action
4)
Tolleranza zero contro i criminali e i senzatetto, in modo da restituire le strade ai
contribuenti
5)
Abolizione della Federal Riserve e attacco ai privilegi delle grandi banche.
6)
“America First”, ovvero isolazionismo politico e militare, ponendo fine agli aiuti ai paesi
esteri e alla globalizzazione politica
7)
Difesa dei valori familiari: che per Rothbard significa soprattutto “separazione tra Stato e
famiglia e ritorno del controllo dei genitori al posto del controllo statale” 103.
Tutte posizione che possono aiutare a far comprendere come mai Rothbard e il gruppo dei
paleolibertari fossero giunti a preferire il dialogo con i conservatori “ribelli” rispetto con i libertari
moderati.

Una battaglia culturale

102Ibidem, pag. 40-41. Lʼarticolo originale, “Rightwing populism”, apparve nella Rothbard Rockwell Report
del Gennaio 1992
103 M. N. Rothbard, The Irrepressible Rothbard, op. cit., pag. 41
65

I paleolibertari sottolinearono in più occasioni l’aspetto “culturale” del movimento, che intese le sue
battaglie mai come meramente politiche - tese cioè a realizzare i punti della loro piattaforma - ma di
rinnovamento in seno alle tradizione conservatrice e libertaria americana. Da un lato, i paleo
insistettero soprattutto sull’abbandono degli strumenti statali per difendere i temi cari ai
conservatori; per quanto concerne i libertari, la battaglia paleo fu tutta indirizzata a portarli entro i
binari di un approccio culturalmente più “conservatore”, inducendoli ad abbandonare
quell’impronta controculturale e “leftish” (sinistrorsa) che derivava da alcune delle più classiche
battaglie libertarie, come la lotta al proibizionismo e il diritto all’autodeterminazione individuale.
Non ci fu mai un disconoscimento vero e proprio di questi punti; tuttavia i paleo invitavano a
scegliere altre priorità, in modo che il libertarismo venisse maggiormente incontro alle reali
necessità di quel ceto medio in cui i paleo avevano individuato il loro principale interlocutore. Ma
c’è anche un altro aspetto: i paleo, Rothbard per primo, ritenevano che solo un richiamo ai valori
della “Vecchia Cultura”, la cultura classica americana, tradizionale, borghese e conservatrice fosse
in gradi di contrastare il “degenerato statalismo” liberal.
“Come altri paleolibertari – scrive a riguardo Rothbard – mi sono convinto che la Vecchia Cultura,
la cultura che pervadeva l’America dagli anni Venti agli anni Cinquanta, era in sintonia non solo
con lo spirito americano, ma anche con la legge naturale. E che la cultura nichilista, edonista,
ultrafemminista, egualitaria e “alternativa” che ci è stata imposta dai liberal di sinistra non solo non
è in sintonia, ma viola profondamente la concezione della natura umana che si è sviluppata in
America e in tutta la civiltà occidentale prima degli anni Sessanta del XX secolo” 104.
L’autentica libertà non è insomma quella perseguita da libertari più a sinistra (o i “modal
libertarians”, libertari “di maniera”, come li hanno definiti sprezzantemente i paleo), non si risolve
nella liberalizzazione dei costumi, spesso invocata con un atteggiamento che invita ad una rinuncia
militante dei modelli familiari tradizionale, della religione e dello stile di vita “borghese”.
La battaglia culturale dei paleo si rivolge anche contro un grande “nemico” esterno: i liberal,
ovvero i socialdemocratici americani. In particolare, al centro dell'obiettivo c’è l’amministrazione
Clinton (1992 - 2000) che forse si è distinta più delle precedenti per aver portato temi culturali alla
Casa Bianca, in particolare ambientalismo, diritti delle fasce più deboli (sono ben note le battaglie
di Hillary Clinton a favore dei più piccoli, che comportavano però una mobilitazione di assistenti
sociali che non poteva essere ben vista dai libertari105) e sostegno alla scuola pubblica (al contrario
della tradizione americana di homeschooling, la scuola a casa, così cara a conservatori e a libertari

104Cfr. Guglielmo Piombini, Murray N. Rothbard e il movimento paleolibertario, Etica & Politica 2003,2,
Università di Trieste: http://www.units.it/etica/2003_2/PIOMBINI.htm, pag. 11
105 Ibidem
66

paleo). A questo atteggiamento, Rothbard, prendendo spunto da un discorso tenuto da Pat Buchanan
alla convention repubblicana del 2000, risponde con una discesa in campo:

Sì, sì, ipocriti liberal, questa è una guerra culturale! Ed è iniziata da parecchio tempo! Il vostro
atteggiamento è tipico dei nostri intellettuali e media liberal: dopo aver realizzato praticamente
indisturbati, da vent’anni a questa parte (come minimo!), la conquista culturale dell’America; e dopo
aver completato con successo la lunga marcia gramsciana attraverso le istituzioni, i liberal volevano
sedersi e trattarci come province conquistate. Ma improvvisamente tra di noi alcuni provinciali
assediati riprendono le armi 106

E all’eventuale obiezione degli “ipocriti liberal”: “Come potete voi conservatori trattare la cultura
come una questione politica, se siete contro l’intervento statale?”, l’autore risponde: “Semplice. Il
motivo è che voi liberal avete usato massicciamente il potere dello Stato per distruggere la nostra
cultura. Noi dobbiamo intervenire nello Stato affinché tutto questo finisca”. 107

Antiegalitarismo.
Diretta conseguenza della guerra culturale annunciata dai libertari, il punto della piattaforma paleo
che denuncia la tutela delle minoranze come “statalista” è sicuramente tra i più politicamente
scorretti e si discosta da una politica inclusiva e benigna nei confronti dei non Wasp, compresi i
rappresentanti delle cultura alternativa.
Eppure questo tema, su cui si spenderanno particolarmente paleoconservatori e libertari negli anni
’90, era già stato trattato da Rothbard in un saggio del 1973, uscito sulla rivista Modern Age, dal
titolo che non lascia adito a dubbi sulla posizione tenuta dal maître à penser del libertarismo:
Egalitarianism as a revolt against nature.
Come di consueto Rothbard parte da premesse che riguardano l’economia. Nell’ambito della
disciplina il concetto di egalitarismo è stato spesso adoperato come giustificazione per la tassazione
progressiva, espediente che avrebbe aiutato a ripartire la ricchezza tra la società, in modo da
giungere ad un mondo più economicamente più “uguale” . Rothbard non si fa sfuggire la base etica
di questo assunto, che diviene quindi estensibile, dal territorio prettamente economico, al più ampio
spettro della politica: non solo è desiderabile che le persone abbiano le stesse risorse o lo stesso
benessere, ma a tutti devono essere garantite le stesse opportunità in ambito lavorativo, delle
interazioni sociali, della partecipazione politica. Non si tratta di un’uguaglianza formale sulla base
dei diritti (“negativi”), ma di qualcosa che dev’essere affermato attraverso l’intervento “positivo”
dello Stato, dalle quote rosa a quelle razziali, in azienda così come in parlamento.

106 Ivi, pagg. 9 - 10


107 Ibidem
67

La critica di Rothbard (poi divenuta un classico nel movimento paleo) a questo tipo di politiche è
duplice: innanzitutto l’economista sostiene che il convincimento che l’uguaglianza sia un fine
positivo altro non è che un giudizio di valore, quindi soggettivo e personale, e che ciò non è
sufficiente a farlo diventare un argomento che possa essere difeso razionalmente. In secondo luogo,
l’ideale dell’egalitarismo non è mai stato messo in discussione da parte dei suoi alfieri, fossero essi
economisti o scienziati sociali: questi ultimi hanno sovente discusso dell’impossibilità pratica di
portare il loro programma fino in fondo, sia per le ripercussioni negative sul mercato sia perché
troppo difficile da applicare, senza mai argomentare perché la loro meta finale dell’uguaglianza
fosse desiderabile108 .
L’ “uguaglianza” in realtà è un concetto labile, difficile da definire e, soprattutto, ampio. Se
qualcuno può essere considerato uguale a qualcun altro per qualche caratteristica particolare,
l’uguaglianza totale è un ideale che spaventa, che non può essere raggiunto se non attraverso mezzi
totalitari:

What, in fact, is "equality"? The term has been much invoked but little analyzed. A and B are "equal"
if they are identical to each other with respect to a given attribute. Thus, if Smith and Jones are both
exactly six feet in height, then they may be said to be "equal" in height. If two sticks are identical in
length, then their lengths are "equal," etc. There is one and only one way, then, in which any two
people can really be "equal" in the fullest sense: they must be identical in all of their attributes. This
means, of course, that equality of all men – the egalitarian ideal – can only be achieved if all men are
precisely uniform, precisely identical with respect to all of their attributes. The egalitarian world
would necessarily be a world of horror fiction – a world of faceless and identical creatures, devoid of
all individuality, variety, or special creativity.109

Sul piano prettamente politico gli assunti egualitari si traducono in una serie di norme volte a
prevenire l’oppressione e la discriminazione di particolari gruppi richiamandosi all’uguaglianza di
fondo degli esseri umani. Negli Stati Uniti un fautore di questo tipo di proposte fu sicuramente il
senatore George McGovern, il primo a denunciare, tra le altre, la sottorappresentanza nelle
istituzioni dei più giovani e delle donne. Per Rothbard, si tratta di una rivolta “contro la natura

108Cfr. M.N. Rothbard, Egalitarism as a revolt against nature, The Ludwig von Mises Institute, Auburn, 2000.
Prima edizione 1974.
109ibidem, pag. 6. Rothbard porta come esempi due racconti distopici: Facial Justice di L.P. Hurtey, che
narra di una società in cui lo Stato si premura di livellare le differenze estetiche attraverso interventi chirurgici
e Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut, dove invece vittima dellʼegalitarismo è lʼintelligenza delle persone: i
più dotati vengono disturbati da un apposito apparecchio posto tra le orecchie, in modo da non trarre
vantaggio dalla propria abilità.
68

biologica” 110 dell’essere umano, in quanto tende ad appiattire le differenze sessuali e d’età
sull’altare di un principio non dimostrato, chiudendo gli occhi sul fatto che, in quasi tutte le società
umane ad emergere sono più spesso gli uomini che le donne111 .
Per quanto riguarda l’aspetto razziale della diversità umana, la posizione libertaria, seppur nella sua
versione paleo, condanna il razzismo come superstizione stupida ed infondata; viene salvaguardato
però “il diritto di discriminare”, che fa parte del più ampio diritto di proprietà: le quote razziali
stabilite per legge nelle aziende, dunque, violano il diritto del proprietario di assumere chi vuole,
così come il padrone di un negozio potrà decidere chi ammettere all’interno del suo esercizio. Una
posizione ancora una volta in conflitto con il paradigma liberal che è prevalso negli Stati Uniti e in
Europa, che condanna la discriminazione, anche in contesti di proprietà privata, come un torto
morale, irrispettoso nei confronti della dignità umana.

L’alleanza con la destra religiosa


Il movimento conservatore americano ha visto negli ultimi anni la presenza crescente (e molto
spesso ingombrante) di una destra che vuole rendersi portavoce dei valori cristiani in una società
sempre più a rischio secolarizzazione. Che questa destra religiosa fosse profondamente radicata in
America e fosse capace di contare sul piano elettorale lo ha dimostrato il ruolo che essa ha ricoperto
nel doppio mandato di George W. Bush alla Casa Bianca 112 .
Radicata nel mondo evangelico, la destra cristiana si è distinta per portare tematiche di natura etica
e teologica nel dibattito politico, con particolare attenzione nei confronti di aborto, eutanasia, e
ruolo della religione nel dibattito pubblico. Il tutto con una linea intransigente e con tono tali da
indispettire qualsiasi libertario “pro-choice” che si rispetti. Il fatto che Murray Rothbard e Lew
Rockwell vadano oltre il semplice flirt con con la destra paleo e dichiarino di voler stabilire
un’alleanza anche con quella religiosa (a sua volta trasversale all’interno del conservatorismo, che

110“The egalitarian revolt against biological reality, as significant as it is, is only a subset of a deeper revolt:
against the ontological structure of reality itself, against the “very organization of nature”; against the
universe as such. At the heart of the egalitarian left is the pathological belief that there is no structure of
reality; that all the world is a tabula rasa that can be changed at any moment in any desired direction by the
mere exercise of human will”. Ivi, pag. 17
111Ibidem, pag. 13. Affermazione sicuramente discutibile anche se dal testo si evince che lʼautore è molto
più preoccupato da un possibile sovvertimento “artificioso” della società e per niente dallʼemancipazione
delle donne (e dei più giovani) che ha caratterizzato la modernità nel mondo occidentale. A sostegno
dellʼargomento Rothbard cita studiosi come Eleanor Maccoby che negli anni ʼ70 hanno confutato gli assunti
egualitari accettati da molti scienziati sociali, in particolare alcuni antropologi (ad esempio Margaret Mead e
Bronisław Malinowski). Recentemente il tema della diversità come componente essenziale della biologia
umana è stato affrontato dal neuropsicologo Steven Pinker. Nel suo saggio Tabula Rasa, Pinker, da liberal
moderato, affronta anche le conseguenze che l’abbandono dell’approccio egualitario nello studio della
natura umana (appunto quello che considerava la psiche dell’uomo una tabula rasa) possono avere
nell’agone politico.
112 Cfr. Giovanni Borgognone, La destra americana, 2004, Laterza, Roma Bari, pag. 179
69

incontrava seguaci, dunque, sia tra gli isolazionisti che tra i neocon interventisti) può sorprendere
dunque ulteriormente.
Le ragioni della destra cristiana contemporanea - spiega però Rothbard - sono ben diverse da quelle
che distinguevano i puritani e i fondamentalisti del passato. Uno stato teocratico, governato secondo
i dettami della Bibbia, non è più negli auspici di nessuno; anche i conservatori più moralisti hanno
rinunciato ad “entrare nelle camere da letto altrui”113 e a promuovere o difendere leggi che violano
pesantemente la libertà di gestire la propria vita privata, come nel caso dei provvedimenti contro
l’adulterio e la sodomia che pur gli Stati Uniti avevano visto in forza nel passato. Sono pertanto
infondate le preoccupazioni che nutrono i libertari più diffidenti nei confronti dei cristiani militanti.

La maggior parte dei libertari pensa ai conservatori cristiani negli stessi termini infami usati dai media
di sinistra, se non peggio: crede che il loro obiettivo sia quello di imporre una teocrazia cristiana, di
mettere fuori legge i liquori e altri mezzi di godimento edonistico, di far entrare la polizia nelle camere
da letto. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità [...] Se alcuni conservatori cristiani sono
favorevoli a mantenere sulla carta delle leggi sulla moralità sessuale per ragioni simboliche, non
conosco nessun gruppo cristiano che voglia imbarcarsi in una crociata per far applicare queste leggi, o
che voglia che gli agenti vadano a guardare sotto le lenzuola. In queste materie vi sono ben pochi
gruppi conservatori proibizionisti; se il proibizionismo si affermerà in America, sarà dovuto
sicuramente a una misura voluta dai left-liberal, allo scopo di migliorare la nostra “salute” e ridurre gli
incidenti sulle strade. Non c’è alcun gruppo cristiano che voglia perseguitare l’omosessualità o
l’adulterio 114

La lotta dei conservatori religiosi organizzati assume nel presente ben altro significato: quello di
sopravvivere di fronte all’attacco a tutto campo che la politica mette in atto in nome dei principi
della laicità dello Stato (o, per usare una locuzione più angloamericana, della “separazione fra
Chiesa e Stato”). Quest’ultimo principio, cardine del liberalismo classico, è stato per i paleolibertari
alla lunga male interpretato. Ne è un esempio il primo emendamento alla costituzione americana,
che vieta il riconoscimento da parte dello Stato di qualsiasi confessione religiosa; clausola, questa,
che una certa giurisprudenza ha inteso in senso largo, ritenendo fondata una difesa del secolarismo
nei luoghi pubblici, giustificando ad esempio la proibizione di pregare all’interno di una scuola
pubblica o restrizioni all’insegnamento di una religione. In questo modo viene rovesciato proprio lo
spirito dell’emendamento (il quale garantisce anche la libertà di espressione e quindi anche di

113Cfr. M.N. Rothbard, The Religious Right, Toward a Coalition, in The Irrepressible Rothbard, op. cit., pag.
26 - 32. Lʼarticolo originale apparve su The Rothbard - Rockwell Report del Febbraio 1993
114 Ivi, pag. 26. Trad. it. di Guglielmo Piombini
70

pratica religiosa) che nell’intenzione originaria voleva solamente assicurarsi che “non venissero
pagate le tasse a chiese e a ministri del culto”115 .
Gravemente minacciata dallo Stato, che dai tempi dei giacobini è impegnato a sostituire la sua
religione civile ai culti tradizionali, la destra religiosa si rivela quindi una valida alleata del fronte
antistatalista in quanto forza che vuole ritagliarsi i suoi spazi in particolare nel mondo
dell’educazione, anche in America nel mirino del monopolio statale. Inoltre, i conservatori religiosi
sono in grado come pochi di contrastare, sullo stesso piano teologico, la sinistra cristiana, negli Usa
vicina al partito democratico e attenta al sociale, colpevole - secondo i paleolibertari - di reclamare
anch’essa interventi a favore delle fasce più deboli.
Instaurato il dialogo con i conservatori cristiani rimane però da sciogliere il nodo dell’aborto, la cui
legalizzazione e depenalizzazione è stata un cavallo di battaglia del movimento libertario. Eppure
anche riguardo a questa issue delicata, è possibile - scrive Rothbard - una collaborazione. I
militanti antiabortisti hanno ragione innanzitutto a pretendere che nessuna interruzione di
gravidanza venga praticata con i soldi pubblici. Una posizione ovvia per dei libertari, coerente con
un’impostazione davvero “pro-choice”: quanti vogliono la libertà di scelta per le donne non
possono infatti prescindere da assicurare la medesima libertà ai taxpayers (non obbligandoli a
finanziare qualcosa che ritengono sgradevole) e ai ginecologi (salvaguardando il loro diritto
all’obiezione di coscienza). Passando alle azioni politiche concrete, la legislazione dell’aborto può
essere un terreno dove testare l’altra grande battaglia dei paleolibertari: la decentralizzazione
radicale. Dato che la proibizione dell’aborto a livello nazionale è una richiesta senza speranze,
l’unica alternativa è battersi affinché ogni singolo Stato si veda riconoscere il diritto di poter
liberamente legiferare a riguardo. Occorre pertanto rovesciare le storica sentenza della Corte
Suprema (la Roe vs Wade del 1973) che rese l’aborto legale in tutta l’Unione in quanto le leggi
locali, che lo limitavano o lo proibivano, violavano il diritto alla privacy di cui si fa garante il
quattordicesimo emendamento. “Lasciare che Oklahoma e Missouri vietino l’aborto e che lo Stato
di New York e la California lo consentano” per Rothbard è il preludio alla “speranza che un giorno
siano le singole località all’interno di uno stesso Stato a compiere questo genere di decisioni”116.
Una logica non dissimile viene applicata all’eutanasia: il diritto di un paziente di rifiutare le cure o
anche solo di optare per una morte indolore non viene messo in discussione ma ciò non può
giustificare che siano sottoposti all’eutanasia individui che non hanno dato esplicitamente il loro

115“Establishing a religion [ossia quanto vietato dal primo emendamento] has a specific meaning: paying for
ministers and churches out of taxpayer funds”, ivi, pag. 31.
116 ivi, pag. 30.
71

consenso solo in quanto i loro casi sono senza rimedio. La decisione finale spetta dunque al
soggetto e, qualora non sia capace di intendere, alla famiglia; in nessun caso il personale medico
può arrogarsi la facoltà di stabilire cosa sia meglio per il malato, neppure in virtù di speculazioni
sulla qualità della vita, valutazione che risulta essere assolutamente soggettiva117.
L’ebreo “agnostico” Rothbard non era comunque nuovo ad esaltare l’importanza della religione
cristiana che, secondo lui, aveva rivestito un ruolo fondamentale e positivo nello sviluppo della
civiltà occidentale e, in particolare, del paradigma del libero mercato. In particolare, sfidando una
tradizione saldamente ancorata nella cultura accademica, incluso quella filo-capitalista, dai tempi di
Max Weber, Rothbard ebbe a sostenere che fu il cattolicesimo, ben prima del protestantesimo
calvinista, a fondare, con il rispetto della proprietà privata e la decentralizzazione politica, le basi
per il capitalismo. Le maggiori innovazioni dal punto di vista economico, infatti, si svilupparono
durante il basso Medioevo nei liberi Comuni dell’Italia settentrionale (interessati dalla lotta tra
papato e Impero) e in altre realtà periferiche che sfuggivano al diretto controllo di uno Stato, come i
paesi della Lega Anseatica. 118
Secondo il giudizio di alcuni esponenti paleolibertari119 il cattolicesimo risulta più coerente con una
visione integralmente liberale anche sul piano dei principi, nonostante la “cattiva stampa” di cui ha
goduto tra i classici del pensiero liberale (basti pensare a John Locke, che esclude che i cattolici
possano essere parte leale e costruttiva di una società politica, in quanto soggetti in ultima istanza
alla sovranità del papa120 ): la storia americana dimostrerebbe che sono proprio le ali più
intransigenti del puritanesimo ad essere incapaci di distinguere tra indirizzo morale (le norme che
ogni credente dovrebbe rispettare in quanto tale) e diritto (le leggi che una società dà a se stessa per
proteggersi). Furono gruppi protestanti, in passato, a volere leggi che invadessero la vita privata dei
cittadini in quanto per accelerare “la venuta del regno di Dio era necessario ripulire la terra dal
peccato” 121.

117
Cfr. M. N. Rothbard, The Right to Kill, with dignity?, in The Irrepressible Rothbard, op. cit., pagg. 301 -
303. Lʼarticolo è comparso per la prima volta su The Rothbard - Rockwell Report di luglio 1992.
118Cfr. Guglielmo Piombini, Il medioevo delle libertà, 2004, Leonardo Facco Editore, Treviglio, pag. 388
e M. N. Rothbard, Economic thought before Adam Smith, pag. 59
119 Tra di essi, oltre a Rothbard, spicca Lew Rockwell.
120 John Locke, Lettera sulla tolleranza, Laterza, Roma - Bari, 2005, pag. 36
121M. N. Rothbard, Just war, articolo tratto da una conferenza tenutasi ad Atlanta nel 1994 e pubblicato
online su http://www.lewrockwell.com/rothbard/rothbard20.html
72

Al contrario, il cattolicesimo, dopo la rinuncia, da parte della Chiesa, ad ogni sorta di potere
temporale, si è dimostrato capace di una visione più mondana della vita sociale, puntando di più
sulla persuasione che non sulla legislazione positiva.
La svolta filocristiana e filocattolica di alcuni libertari (ma occorre ricordare che cattolici erano
anche gli esponenti della Scolastica spagnola e San Tommaso d’Aquino, pensatori che hanno
influito molto sul sistema etico sviluppato da Rothbard) fece molto scandalo all’interno di un
movimento abituato a considerare i religiosi osservanti come naturali nemici (secondo un
sondaggio citato da Rockwell solo il 27% dei libertari è credente, a fronte del 94% degli americani
nel loro complesso) . Essa era dovuta soprattutto dovuta all’ammirazione per qualcosa che veniva
considerata come distintiva della civiltà occidentale, come ricorda Rockwell nel suo “Manifesto del
Paleolibertarismo:

I Paleolibertari preferiscono le visione di due altri non credenti: Rothbard, secondo cui “tutto quello
che c’è di buono nella civiltà occidentale, dalla libertà individuale alle arti, è dovuto al Cristianesimo”,
e von Hayek, il quale aggiunse che dalla religione provengono “gli insegnamenti morali e le tradizioni
che ci hanno dato non solo la nostra civiltà, ma anche le nostre stesse vite”. 122

La questione nazionalista
I libertari hanno sempre tentato di evitare concetti come quello di “patria” e “nazione”. Si tratta, al
pari di altri, di finzioni olistiche, false in quanto l’unica realtà esistente è quella dell’individuo. Esse
rappresentano inoltre un pericolo, essendo usate dalle élite di governo per instillare
disapprovazione, quando non odio, verso gli elementi estranei, allo scopo di rafforzare nella
popolazione la credenza della necessità di un governo nazionale, che possa proteggere da un nemico
esterno. Se questa è la posizione libertaria classica, l’agenda “realistica” dei paleolibertarian
prevede invece sostegno indifferenziato alle singole lotte di liberazione nazionale.
Si tratta di un’issue che ha caratterizzato profondamente il contesto storico - culturale in cui i paleo
esprimevano la loro proposta politica: con il crollo dell’Unione Sovietica, infatti, erano riemerse in
tutta l’Europa dell’Est antiche questioni etnico-nazionali: da quella baltica alla moldava, passando
per i più sanguinosi Balcani e il “divorzio di velluto” che separò la Repubblica Ceca dalla
Slovacchia. Analizzando tali sconvolgimenti politici, Rothbard ebbe a difendere le richieste dei
popoli che chiedevano a gran voce indipendenza e autodeterminazione. Una posizione che ancora

122 Llewellyn Rockell, Manifesto del Paleolibertarismo, trad. it. di Guglielmo Piombini.
http://web2.venet.net/libridelponte/det-articolo.asp?ID=39
73

una volta contrastava con l’ortodossia del politicamente corretto: la classe dirigente così come i
principali media americani guardavano con sospetto a questo emergere di “piccoli nazionalismi”123.
Secondo Rothbard occorre però superare le principali obiezioni a questi fenomeni in quanto basati
su false premesse. Una di esse è la critica che può venire dall’Americano medio, cresciuto con il
modello, del tutto non-europeo, del melting pot, ossia di quella commistione tra differenti
nazionalità che ha contribuito, in particolar modo nel ventesimo secolo, a forgiare l’originalità dello
spirito degli Stati Uniti. Negli Usa, federazione nata da terra libera successivamente colonizzata, la
convivenza tra diverse etnie (seppur non del tutto scontata) è un fatto ovvio in un contesto di
relativo rispetto e parità di diritti, ma in Europa bisogna scontrarsi con un’altra logica prevalente,
quella dell’imperialismo da parte di alcuni popoli a danno di alcuni altri. Un fenomeno dalle
caratteristiche antiche nel Vecchio Continente e che la modernità ha addirittura rafforzato:
l’esempio più classico è quello irlandese, con l’Isola assoggettata dall’Inghilterra a partire
dall’epoca di Cromwell.
In questo caso - scrive Rothbard - risulta evidente come, persino dopo il primo referendum che
sancì la separazione delle sei contee del Nord - dal resto dell’isola, dichiarata repubblica
indipendente: una larga parte del territorio cattolico fu incorporato con la forza nella parte
protestante continuandone di fatto la sottomissione ad una minoranza124 .
La soluzione più corretta, sarebbe quella di effettuare un’ulteriore partizione in modo tale da
ottenere confini più coerenti con la volontà della popolazione, salvaguardando comunque i territori
in maggioranza protestanti. Una soluzione utilitaristica, di certo non ideale (rimarrebbe ad esempio
il problema della minoranza cattolica a Belfast, città in maggioranza protestante), ma rispettosa
della volontà e del senso identitario degli abitanti. Questo principio permette di aggirare la classica
critica libertaria, quella che considera “artificiale” il concetto di nazione e quindi privo di senso
quando si parla di diritti individuali. Un equivoco, secondo Rothbard, dato che:

While the State is a pernicious and coercive collectivist concept, “nation” may be and generally is
voluntary. The nation properly refers, not to the State, but to the entire web of culture, values,
traditions, religion and language which the individuals of a society is raised. 125

123M. N. Rothbard, The Nationalities Question in The Irrepressible Rothbard, op. cit. pag 233.
Lʼarticolo originale comparve su The Rothbard - Rockwell Report dellʼAgosto 1990
124 “[A] large amount of Catholic territory was forcibly incorporated into the Protestants State”, Ivi, pag. 233
125 Ivi ,pag. 234.
74

Più recentemente, a reclamare la propria sovranità sono state realtà confluite all’interno di Stati sorti
in tempi recenti, come i contenitori “socialisti” dell’Unione Sovietica e della Iugoslavia, senza
dimenticare il caso del “divorzio di velluto” che coinvolse la Cecoslovacchia. In questo caso, la
lotta di autodeterminazione dei popoli assume addirittura una funzione ideologica, che si potrebbe
definire, nell’ottica dei paleolibertari, una risposta “sana” alla spinta centralista tipica dei paesi del
blocco sovietico. Un modello che, in una versione meno autoritaria, viene ricalcato anche dall’ala
più “mondialista” dei democratici americani e da movimenti politici europei che guardano con
favore a modelli di governance sovranazionale, come nel caso di Nafta, Unione Europea e Nazione
unite. Per i paleo, pericolosi esperimenti di “socialismo mondiale”126 .
Questi localismi sono da appoggiare in quanto giocano un ruolo nella dialettica amico / nemico che
orienta il paleolibertarismo e appaiono ben diversi da quelli imposti, artificiosamente e attraverso la
propaganda, dai partiti nazionalisti e fascisti.

Democrazia esportata e neo - imperialismo


Conclusasi la guerra fredda, non era finita la stagione dell’impegno militare americano all’estero:
venuta meno la logica dei due blocchi contrapposti e dell’equilibrio tra le superpotenze, agli Usa
sembrava delegato il compito di fare da “poliziotto” del mondo, vigilando sull’assetto politico
esistente. Una nuova sfida per il fronte isolazionista, di cui i libertari, in particolar modo i paleo,
assunsero ancora una volta la leadership ideologica fin dal primo, rilevante, episodio di questa
nuova politica bellica: l’operazione Desert Storm del 1991, quando le truppe americane
intervennero per fermare l’invasione irachena nel Kuwait.
Ancora più che nel caso della guerra del Vietnam, risultava evidente che le implicazioni, per quanto
riguardava la sicurezza nazionale (ovvero quella dei cittadini americani), erano labili. L’intera
operazione agli occhi degli isolazionisti risultava come un tentativo velleitario di aggiustare le sorti
del mondo, facendosi carico di un compito troppo arduo, e con almeno due ricadute “immorali”:
quella di mettere a repentaglio la vita dei soldati americani e quella di gravare, ancora una volta,
sulle tasche del contribuente per obiettivi completamente estranei a tale soggetto.
Il primo intervento in Iraq venne definito da Rothbard “la guerra personale di Bush”,
arbitrariamente voluta dall’amministrazione repubblicana, priva di un qualsiasi beneficio per

126 “Nafta, like the European Monetary System [...] is worse than open socialism; for itʼs international
socialism camouflaged in the fair clothing of freedom and free market”
in Stop Nafta, uscito originalmente nel “The Rothbard - Rockwell Report” dellʼottobre 1993, in The
Irrepressible Rothbard, op. cit., pag.145.
75

l’americano medio127. Una guerra condotta agitando lo spettro di un regime dittatoriale, quello
baatista di Saddam Hussein, che minacciava il Kuwait e più indirettamente l’Arabia Saudita (“Non
proprio un modello di civiltà occidentale” scrive Rothbard). Accostata da alcuni contestatori alla
Guerra del Vietnam, e dall’amministrazione Bush alla seconda guerra mondiale (in quanto un
mancato intervento sarebbe stato analogo all’appeasement che favorì Hitler negli anni ‘30),
Rothbard paragona lo spirito di Desert Storm a quello che animò l’Europa nel corso del primo
conflitto mondiale, quando le nazioni si fecero prendere dall’isteria della mobilitazione, causando
l’ “escalation”128 bellica più sanguinosa della storia umana.
Allo stesso modo, Rothbard e i paleolibertari attaccarono le altre operazioni belliche americane che
segnarono gli anni ’90: quello nei Balcani e l’operazione coinvolta sotto l’egida dell’Onu in
Somalia. Se l’operazione bellica fu in qualche modo tollerata dagli ambienti democratici e di
sinistra moderata a causa dei dichiarati intenti “democratici” e “umanitari”, i paleo risultò una scelta
coerente denunciarla come un inutile atto di matrice imperialista. Anche in questo caso, non solo
vale l’argomento populista secondo il quale non vale la pena che vite o soldi americani vadano
sprecati per realtà distanti, ma viene ancora posto l’accento su chi sia il reale beneficiario: se il
popolo (somalo, croato o serbo) o se ristretti circoli politici.
Il nuovo modello di warfare che contraddistinse le amministrazioni di George H. Bush e Clinton,
venne criticato anche per le conseguenze in politica interna e nella vita quotidiana americana. In
primo luogo la mediatizzazione e la spettacolarizzazione delle operazioni belliche: se è vero che la
guerra del Vietnam ebbe nella stampa uno dei principali nemici, ben diversa risultò la copertura
della guerra in Iraq, caratterizzata da inviati “embedded”, al seguito delle truppe, un vigile controllo
governativo e l’utilizzo di eufemismi politicamente corretti (noto il “collateral damage” per indicare
le vittime civili). I libertari denunciarono inoltre il ruolo decisivo che la presidenza ebbe nel
dichiarare guerra quando la Costituzione delega questo compito al Congresso 129.
Tutti temi destinati a ritornare dopo il 2001, quando, in seguito agli attacchi terroristici al World
Trade Center, gli Usa si impegnarono in due distinte campagne in Afganistan e in Iraq, ben più
sanguinose delle operazioni precedenti. In entrambi i casi, i libertari, in particolare il gruppo dei
paleo (oltre al già citato Lew Rockwell. il più attivo risulta tuttora Justin Raimondo, curatore del
sito www.antiwar.com), si contraddistinsero per la convinzione con cui portarono avanti fin dalla

127 Cfr. M.N. Rothbard, Bushʼs war, in The Irrepressible Rothbard, op. cit., pagg 196 - 198
128In World War I, no one “appeased” anyone else, everyone was ultra - hawkish, mobilized [...] and the
result was a momentous, totally disastrous [...] war(pag. 170)

129 Cfr. M.N. Rothbard, Lessons of the Gulf War, April 1991 in The Irrepressible Rothbard, pag. 181 - 185.
76

prima ora (in un contesto non dei più facili visto l’onda emotiva causata dagli avvenimenti dell’11
settembre) le istanze anti-interventisti, divenendo, dal punto di vista intellettuale, il gruppo guida
dell’opposizione alla guerra, complice la debolezza di un movimentismo di sinistra venuto meno
rispetto ai decenni precedenti.

Contro i Neocon

Alla luce della severa contrarietà con cui i paleolibertari si sono opposti (e si oppongono tuttora)
agli interventi militari, non stupisce che un gruppo di intellettuali particolarmente influente nella
politica americana degli ultimi decenni che fornì le principali giustificazioni teoriche per le guerre
intraprese dagli Usa, i neoconservatori, fosse destinato a finire nella rubrica dei “nemici” del gruppo
di Rothbard.
Nemici insidiosi, innanzi tutto perché interno a quella stessa destra che i paleo volevano riportare ai
trascorsi schiettamente antistatalisti, oltre che per la divergenza su alcuni temi fondamentale, i
neocon sono considerati dai libertari un vero e proprio virus che ha minato il movimento
conservatore americano. Tenta di dimostrare ciò una ricostruzione storica, documentata benché
militante, di Justin Raimondo. Nel suo libro sulla storia del movimento conservatore (indagata da
un’ottica prettamente libertaria e old-righter) Reclaiming the American Right, Raimondo sceglie di
iniziare la sua disamina proprio da due “conservatori atipici”, il James Burnham autore della
Rivoluzione Manageriale e Max Shachtaman, considerati i padri del neoconservatorismo. Due
personaggi vicini, negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, all’estrema sinistra di
stampo trotzkista, che negli Usa si riuniva attorno alla Communistic League of America. Un
movimento comunista che possedeva una caratteristica precipua: l’antibolscevismo, sentimento che
più tardi evolverà nell’antisovietismo tout court e infine nell’anticomunismo. La prima tappa fu il
supporto da parte dei trotzkisti all’entrata in guerra degli Usa: per il movimento la priorità era la
difesa dei paesi democratici (l’unico sistema politico in cui fosse possibile lavorare per costruire un
avvenire più giusto per la classe lavoratrice e la sconfitta dei regimi totalitari). La stessa posizione
sta alla base della scelta che ruppe l’unità con la sinistra americana: negli anni ’60 aumentò
gradualmente l’appoggio del gruppo alla guerra in Vietnam. La motivazione restava di stampo
progressista (addirittura marxista, per alcuni) : secondo il gruppo di Shachtaman il modello liberale
- democratico, che gli Stati Uniti incarnavano per antonomasia era preferibile alla degenerazione
77

del socialismo che era avvenuta in Russia130, e compito dell’Occidente era quello di sconfiggerlo. Il
vero e proprio approdo a destra giunse con l’appoggio alla candidatura di Nixon, l’occasione in cui
alcuni intellettuali ex trotzkisti iniziano a contribuire in maniera attiva alla campagna repubblicana.
Particolarmente inseriti nel mondo dei media, i neocon seppero ritagliarsi uno spazio particolare nel
dibattito pubblico americano: Irving Kristol (di gran lunga l’intellettuale più influente del gruppo,
trotzkista nel gruppo di Philip Selznick - quello più filosovietico - negli anni ’40), Norman
Podhoretz, Richard Pipes, Jeane Kirkpatrick, finirono spesso sulle colonne dei più diffusi e
prestigiosi quotidiani americani, dal New York Times al Washington Post. Ciò diede alle loro idee
un peso rilevante, che aumentò progressivamente con la considerazione presso la quale erano tenuti
nel partito repubblicano, a partire dall’amministrazione Reagan che riprese una politica estera ferma
nei confronti dell’Unione Sovietica, molto apprezzata dai neoconservatives. Snobbati da George
Bush padre, i neocon tornarono a contare a partire dal 1994, quando orchestrarono la vittoria sui
democratici nelle elezioni di midterm, per poi giungere ai massimi livelli dirigenziali nel partito
repubblicano con l’elezione a presidente di George Walker Bush, nel novembre del 2000. Un ruolo
che ricoprirono forse all’insaputa dell’elettore medio repubblicano, come denunciarono i
paleolibertari: in un articolo sul Rothbard, - Rockwell Report, Murray Rothbard scriveva che gli
elettori, nella loro volontà di punire Clinton e il suo “Big Government”, non si rendevano conto di
aver “incoronato re” un altro campione della spesa pubblica, William Kristol (figlio di Irvin ed
eminente intellettuale neocon), il vero e autentico ideologo - capo del partito del partito
repubblicano131 (mentre di facciata era Newt Gingrich, noto per le sue battaglie fiscali).
Negli anni che videro il dominio neocon del Gop, fu la politica estera ad essere al centro delle
attenzioni del partito. Per capire quanto. da un punto di vista dei principi, la visione dei
neoconservatori si distinguessero da quella dei paleolibertari è sufficiente questo passaggio:

Il nemico giurato dei neoconservatori [...] è l’isolazionismo. [...] Dopo la vittoria nella Guerra Fredda,
ottenuta pagando un costo di vite umane relativamente basso se comparato a quello della Prima e
Seconda Guerra Mondiale -, per i neoconservatori bisognava evitare in ogni modo che si ricadesse nel
medesimo errore [...]. 132

130 Una convinzione, questa, che il capofila Shachtman possedeva già dal 1940, anno in cui scrisse, per la
rivista The International, il saggio: “Is Russia a Socialist Community?” Secondo la tesi avanzata, nellʼUnione
Sovietica si era instaurato una dittatura di stampo burocratico che aveva finito per peggiorare le condizioni
del proletariato.
131 Cfr. M. N. Rothbard, op. cit., pag. 315.
132 Flavio Felice, Prospettiva “neocon”, Rubettino, Soveria Mannelli, 2005, pag. 291.
78

Dato chela guerra fredda è stata anche uno “scontro culturale” da cui “è risultata vittoriosa la
democrazia”, per i neocon si rende ora necessaria una difesa senza quartiere di questo modello,
l’unico in grado di salvaguardare, all’interno, le libertà e i diritti dei cittadini e di garantire un
pacifico assetto mondiale all’esterno. Di qui il concetto di “Nuovo Ordine Mondiale”, (New World
Order), che ha indotto a molte speculazioni: per neocon è l’auspicio di un mondo dove la
democrazia non è più esclusiva del mondo occidentale. A questo compito sono chiamati a
contribuire gli Stati Uniti, in primo luogo come garanti di pace tra le nazioni, ma anche come
“esportatore di democrazia” nei paesi in mano a regimi totalitari. Sbagliano quindi quei
conservatori che si scagliano tout court contro l’interventismo: occorre opporsi
all’internazionalismo sbagliato, quello “inefficace” dei liberal, senza rinunciare ad uno strumento
che può garantire sicurezza agli Usa e contribuire a implementare la prosperità nel mondo.133
Se la politica estera è il territorio principale dove si gioca lo scontro ideologico tra libertari e
neoconservatori, apparentemente possono essere rinvenuti dei punti d’incontro sul piano delle
libertà economiche: i neocon si sono detti in più occasioni difensori del libero mercato e a favore
del contenimento delle tasse. Sul piano dei principi è possibile però notare delle differenze rilevanti.
Si prenda ad esempio la visione del capitalismo prevalente tra i neocon: non si tratta più di
quell’istituzione di libertà da difendere a prescindere (spesso su posizione “etiche”), ma di uno
strumento per diffondere il benessere economico che, come tale, può (e deve) essere limitato nei
suoi aspetti deteriori. In particolare preoccupano le conseguenze che può avere sulla “moralità”
delle persone un capitalismo esasperato. Lo stesso Michael Novak (che pur condivide con Rothbard
la critica alle radici protestanti del capitalismo), la cui credenza nel libero mercato come sistema
irrinunciabile non può essere messa in discussione134, scrive sui rischi di una società interessata solo
al “consumo”:

[T]he system’s hyronical momentum heads toward hedonism, decadence, and narcissism. Instead of
saving, individual borrow or spend. Instead of committing themeselves to hard work, citizens lives for
weekend. 135

Anche per Irving Kristol, autore di un testo dal significativo titolo Two cheers for capitalism (due
applausi per il capitalismo, in luogo dei classici tre), il problema del libero mercato è

133 Cfr. Robert Kagan, A Twilight Struggle, citato in Prospettiva “neocon”, op. cit., pag. 285
134 Cfr. Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism, Lanham, MD, Madison Books. 1991
135 Ivi, pag. 32.
79

essenzialmente quello di creare false aspettative predisponendo a delusioni per le promesse non
mantenute. Un sistema economico capitalista non può dunque prescindere da un sistema di valori
che si ispirino alla tradizione che al capitalismo ha dato i natali: quella morigerata e cristiana
dell’Occidente precontemporaneo.
Questa indissolubilità tra morale e sistema economico sembrerebbe andare d’accordo con quella dei
paleolibertari, ma in realtà è ad essa speculare e conduce a risultati opposti sul piano delle politiche
concrete. Per i libertari è il capitalismo che premia i comportamenti virtuosi e penalizza quelli
edonistici, compresa la scarsa attitudine al risparmio. Quello di cui si lamentano Novak e Kristol è
viceversa la conseguenza dell’intervento statale (“è l’inflazione originata dalle politiche
governative, non il libero mercato a invogliare i cittadini a spendere subito quanto hanno
guadagnato”, è la replica di Raimondo a Novak 136). Nemmeno il paleolibertario più tradizionalista
dunque sentirebbe il bisogno di quel controllo sociale nei confronti del consumismo che i neocon
sembrano voler demandare allo Stato. Come ultima battuta va sottolineato che il tema delle libertà
economiche ha progressivamente abbandonato la lista delle priorità dei neocon, che ne hanno
dibattuto sempre meno con il passare degli anni. (Un’eredità, forse anche quest’ultima di
Burnham ,e Schachtman, i quali si distinsero, nel percorso che li portò tra le fila anticomuniste, per
un atteggiamento benigno, ma tutto sommato neutrale, verso il laissez - faire).
Il pragmatismo neocon, che si contrappone all’assolutismo etico dei libertari, è figlio di un
machiavellismo dichiarato che sottende la loro intera filosofia politica: una filosofia politica dove lo
studio delle virtù del buon governante prevale su quegli “apriori” irrinunciabili che per i libertari
erano i diritti individuali. Proprio questo era stata alla base della critica che, negli anni ’60
Rothbard mosse a Leo Strauss (di cui pur apprezzava il continuo ricorso al concetto di legge
naturale), filosofo conservatore tra gli ispiratori dei neocon.137 Un approccio alla filosofia politica
che ha come conseguenza proprio quel relativismo che anche Strauss, sulla carta condannava: non è
possibile porre dei limiti certi al potere (quello dei diritti), e il filosofo si deve limitare a dire quali
sono le sue “degenerazioni” e a stilare il manuale del buon principe.
Trent’anni dopo saranno i neoconservatori a battersi per un maggior decisionismo nelle istituzioni
politiche e a dichiarare il presidente unico rappresentante dell’interesse nazionale, in quanto figura
eletta dal popolo: un neo machiavellismo coerente con la loro fiducia nel modello democratico.138

136 J.
Raimondo, Reclaiming The American Right, op. cit., pag. 43. “In fact, the inflaction Novak blames on
American Workers is caused by government debasing of currency“
137 M. N. Rothard, Diritto, natura, ragione, op. cit., pag. 117 -122
138
Cfr anche David Gordon, Rothbard on Strauss, http://www.lewrockwell.com/gordon/gordon7.html, 8
maggio 2008
80

Il primato del gruppo neocon all’interno del partito repubblicano e la sua influenza sull’agenda
mediatica e politica contribuì, secondo i paleo, a quello che Raimondo definisce “La grande
svendita (the great sellout) della destra americana”. I neocon avrebbero tradito la tradizione
conservatrice americana (oltre a non avere rispettato le poche promesse del programma elettorale di
Bush realmente a tutela della classe media, come il proposito di non aumentare le tasse139 ) ma
soprattutto avrebbero portato avanti la loro piattaforma senza l’esplicito consenso della base.
Eppure l’attuale amministrazione repubblicana va accettata perché - scrive Kristol - : “[Bush] is
now the current leader of the conservative movement within the Republican. He is not their leader
of choice, but is their leader”.140

A ciò risponde Raimondo:

[This] idea was patently absurd. [...] Kristol was essentially telling conservatives that the best thing they
could do was to commit suicide - that is to abolish their movement and dissolve into the Bushian Popular
Front.

A questo disegno però si sono opposti i paleo, legittimi rappresentanti della destra americana:

The Nockian “Remnant” kept alive the legacy of laissez-faire [...] They preserved that heritage
against the time when a revived Old Right should gather the strenght to challenge the usurpers. Now
the movementt, whose very memory had been nearly wiped out and forgotten is making a
resurgence. 141

I neoconservatori si distinguono per un’altra caratteristica, rispetto al nucleo del movimento


conservative americano, si tratta di pochi accademici, distanti dalla gente reale.

Kristol [said that] the paleos represent “by far the smallest faction”, in fact the neocons are the
smallest - and, what’s more, are likely to remain so. They have never really been interested in building
a mass movement. It ins’t their style. Instead. they have concentrated on recruiting the elite [...]142

La soluzione per ridare vitalità al conservatorismo e indirizzarlo su percorso libertario delle origini
non può essere altro che “riprendersi il movimento” (taking it back):

139 J. Raimondo, Reclaiming the American Right, op. cit., pag. 290
140
Testo cit. in M. N. Rothbard, A New Nationalism, From the Right, in The Irrepressible Rothbard, op. cit.
234
141 J. Raimondo, Reclaiming the American Right, op. cit., pag. 292
142 Ivi, pag. 293
81

To take it back from the empire-builders and international do gooders [...] who milk the american
taxpaye for billions in foreign aid each year [...] To take it back from the bureaucrats, the special
interests, and the politicians who are feeding at the public trough and draining the country dry. To take
it back from the corporate, professional, and managerial elites who have seized the reins of power, in
the cuture as well in the government and who threaten what remains of the old republic. 143

143 Ivi, pag,294


82

IV. Per un’anarchia conservatrice: la teoria politica di Hans


Hermann Hoppe

Con Hans Hermann Hoppe la rassegna di libertari a “tendenza conservatrice” si arricchisce del
primo non - americano, almeno al cento per cento. Nato in Germania nel 1949 (a Paine,
Saarbrücken) si laurea in sociologia e discute la tesi di dottorato con un Jürgen Habermas. La sua
visione epistemologica ed etica viene influenzata da quest’ultimo ma, allo stesso tempo, rappresenta
la sua chiave d’accesso all’interno del libertarismo. Marxista prima (in seguito socialdemocratico)
furono proprio gli studi da lui seguiti a segnarne l’approdo al pensiero liberale austriaco, una volta
approfondito il pensiero epistemologico di Mises. Dopo avere insegnato in Germania e in Italia (alla
sede bolognese della John Hopkins University) arriva sul finire degli anni ’80 all’Università di Las
Vegas come assistente di Murray Rothbard che nell’ateneo occupava la cattedra di economi politica.
Da quel momento in poi, Hoppe rivestì un ruolo crescente nel panorama libertario americano, quasi
sempre come teorico puro piuttosto che come attivista anche se a lui si debbono molte delle
intuizioni che stanno alla base del movimento paleolibertario.
Dalla sua produzione, che consta di due opere principali, A Theory of Capitalism and Socialism del
1989 e il provocatorio Democracy: The God That Failed, del 2001 (trad. it. Democrazia: il dio che
ha fallito) e di una raccolta di saggi (The Economics and Ethics of Privat Property, 1993) sembra
emergere chiaramente l’ambizione di creare un sistema a tutto tondo, interdisciplinare che segni un
aggiornamento di quello rothbardiano per quanto riguarda le premesse (il suo fondamento etico) e,
in parte le conclusioni. Il risultato è un’interessante (ed estremista) rilettura delle categorie politiche
e la proposta di un modello politico che, pur qualificandosi ancora come “anarco-capitalista” si
distingue per l’accentuata patina conservatrice.

Teoria e Metodo

Razionalismo estremo
Le tesi estreme e provocatorie a cui giunge Hans Hermann Hoppe sono in parte dovute alla
metodologia da lui adottata e alla riflessione epistemologica che ne consegue. Ciò non deve
sorprendere perché, in un approccio dichiarato come “multidisciplinare”, Hoppe si pone come
obiettivo quello di espandere la riflessione “austriaca” in materia di economia agli altri ambiti delle
scienze umane, come la sociologia, la teoria politica e l’etica.
83

Trattando del fondatore del metodo prasseologico (cfr. cap. 2) - Ludwig von Mises -è stato
sottolineato come quest’ultimo considerasse l’economia parte di una più generale scienza
“dell’azione umana” che comprendeva, sostanzialmente, tutte quelle discipline comunemente
denominate “scienze sociali”. Hoppe va oltre, ed estende questa metodologia anche all’etica,
rifiutando il neutralismo “utilitarista” di von Mises, ma anche il discorso “persuasivo” di un’etica
fondata sul diritti naturali di Rothbard.
La tesi di Hoppe è che non si può rinunciare, in qualsiasi campo, a perseguire una verità assoluta,
che possa aiutare a distinguere, in ogni situazione, le proposizioni giuste da quelle sbagliate e, a un
livello più generale, il “bene” dal “male”. La prasseologia risponde a questo requisito in quanto
considera proposizioni dotate di senso soltanto quelle vere a priori, che non necessitano della
conferma dell’esperienza per essere confermate. Per Hoppe, questa posizione (denominata
dall’autore) “razionalismo estremo”144 , oltre ad essere un metodo che permette l’autentica
conoscenza145 (conoscenza come categoria dell’assioma principale), è anche un baluardo contro il
relativismo. Il positivismo della scuola di Vienna, il relativismo di Kuhn, l’anarchismo
metodologico di Feyerabend, lo strutturalismo, lo storicismo, sono viceversa tendenze perniciose in
quanto anziché cercare la “natura autentica” degli oggetti che indagano, fondano la loro ricerca su
presupposti contraddittori tra di loro (come la “storia” oppure “l’esperienza”) e pur sempre
mutevoli.
Fuori dal campo delle scienze esatte o naturali (dove l’eventuale errore ricade sul tempo investito
dallo scienziato nella ricerca) ovvero nell’ambito delle scienze sociali - avverte - Hoppe, questi
approcci possono rivelarsi, oltre che insensati, estremamente dannosi, a causa delle esternalità che
ricadono su più soggetti. Un “esperimento” sociale (come quelli, ad esempio, proposti dalle scuole
economiche moderni) infatti ha ripercussioni sullo stile di vita delle persone. Ad esempio146:
l’economia austriaca insegna che l’imposizione di un salario minimo porterà come conseguenza un
aumento della disoccupazione non volontaria. Una proposizione a priori, vera in ogni circostanza.
Se però si assume che non possano esistere verità di questo tipo e che, come vuole il positivismo di
matrice popperiana, ogni ipotesi possa essere considerata vera prima di essere falsata, allora una

144 cfr Hans Hermann Hoppe, In Defense of Extreme Rationalism: Thoughts on Donald McCloskey ”The
Rhetoric of Economics
145Cfr. Hans Hermann Hoppe, On Praxeology and the Praxeology Foundation of Epistemology, in Hoppe,
op. cit. 2006, pagg. 286 e seguenti
146 Cfr. Hans Hermann Hoppe, Austrian Rationalism in the Age of the Decline of Positivism, in Hoppe, op.
cit., pagg. 347 e seguenti
84

legge come quella sul salario minimo può essere messa in cantiere da parte di un parlamento
“sperimentatore”.
Se queste sono le conseguenze nel reame dell’economia, anche l’etica, d’altra parte, risente
dell’analogo problema postole da un’epistemologia relativista. Se non esistono proposizioni vere a
priori, allora ogni proposizione normativa ha la stessa validità delle altre e “poiché esse non sono né
empiriche né analitiche - scrive Hoppe -, non possono legittimamente contenere nessuna pretesa di
verità, ma devono essere considerate come mere espressioni di emozioni, non diversamente da
esclamazioni come «wow» o «grr»”147. Ogni tentativo, dunque, di esprimere un indirizzo morale è
quindi un mero giudizio di valore, un’opinione, che non si distingue in nulla da un’emozione,
l’espressione di una sensazione. È la posizione emotivista, già denunciata dal filosofo Alasdair
MacIntyre, che sostiene la dimensione esclusivamente soggettiva delle norme etiche.148 Ma come
aveva già intuito Rothbard, un’economia che difenda i principii della proprietà privata, come quella
avanzata dalla scuola austriaca, è inscindibile da un’etica che condanni ogni comportamento
aggressivo nei confronti della stessa. Rothbard però aveva rigidamente separato i due campi e, nelle
sue argomentazioni etiche e politiche, ricorse ad una tradizione completamente indipendente da
quella tracciata dai suoi predecessori: la teoria dei diritti naturali. Hoppe ritiene insoddisfacente
questa approccio, perché privo di quella “verità ultima” fornito dal metodo prasseologico. Le
proposizioni etiche fornite dal giusnaturalismo rothbardiano, infatti, oltre a presupporre un concetto
di natura umana che lascia troppo adito a interpretazioni personali, presentano una forma
deontologica e non descrittiva: cioé dicono quanto si “deve” fare, invece che presentarlo come una
conseguenza di ciò che “è”.149

Argomentazione e proprietà
La soluzione di Hoppe è la seguente. Accanto all’assioma principale della prasseologia, quello
dell’azione umana (ogni attività umana è un’azione e ogni azione è determinata da un fine), ne
affianca uno analogo e paritetico, che si può definire apriori dell’argomentazione. Il riferimento
esplicito è a quell’etica dell’argomentazione elaborata in Germania da Karl Otto Apel e ripresa dal
sociologo Jürgen Habermas. L’assioma sostiene che è impossibile concepire ogni questione relativa
all’etica (e più generalmente ogni questione tout court) senza che essa venga affermata in una

147 H. Hoppe, op. cit., pag. 357


148 Cfr, Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù (1981), Feltrinelli, Milano, 1988.
149 Nel linguaggio originale, i due concetti sono definiti “ought sentence” e “is - sentenc”. Cfr. H. Hoppe, op.
cit., pag. 360
85

discussione150 . La validità di questo espediente può essere confermato per assurdo: anche
negandolo, non si potrebbe evitare di farlo tramite un’affermazione.
Partecipare ad un dibattito implica però l’accettazione di alcune regole, come già sottolineato da
Habermas e Apel: essi posero soprattutto l’accento sull’apertura al dialogo e sulla buona fede che
ogni partecipante deve mantenere151. Per Hoppe dialogare significa innanzitutto riconoscere
reciprocamente la proprietà, da parte dei soggetti che partecipano ai dibattiti, di quello stesso
“medium” che usano per discutere: il corpo umano. Proprietà che implica anche il divieto di
aggressione da parte di terzi. Non è possibile negare questo fatto senza usare la propria voce,
ovvero il proprio corpo, quindi cadendo in contraddizione.
L’estensione del diritto di possesso dal corpo ai beni materiali avviene seguendo questa deduzione:
dato che l’integrità del corpo passa attraverso l’utilizzo delle risorse umane, negando la possibilità
di appropsi cadrebbe in contraddizione, poiché, occorre trovare un principio che ne regoli
l’acquisizione. Questo principio viene individuato ancora una volta nel lavoro. L’argomento ad
absurdum è così sintetizzato Piero Vernaglione, autore di una monografia dedicata a Hans Hermann
Hoppe:

Se gli individui potessero avanzare pretese sui beni sui quali non hanno applicato nessuna energia psicofisica (i
beni altrui), ciò significherebbe che ciascuno potrebbe acquisire i titoli di proprietà [...] attraverso una semplice
dichiarazione verbale, per decreti. Se una persona potesse appropriarsi della proprietà per decreto, potrebbe fare
la stessa cosa con il corpo di un’altra persona. Ma ciò comporta una contraddizione: chi pronunciasse la
dichiarazione sta già presupponendo il diritto all’uso del proprio corpo per il solo fatto di aver utilizzato per
primo il proprio corpo come mezzo per pronunciare la dichiarazione. Le distinzioni fra corpi (e le attribuzioni di
titoli di proprietà), come quelle fra gli oggetti fisici possono essere compiute in maniera chiara perché la
separazione fra “mio” e “tuo” non è basata su dichiarazioni verbali, ma sull’azione152

Il classico principio dell’homestead (cfr. pag. 45) è qui riproposto con un’argomentazione che ha
pretese di essere valido universalmente. Come esso prevede, ha diritto di sfruttare la risorsa colui
che impiega la sua forza lavoro per primo. Per togliere ogni dubbio riguardo alla bontà di questa
norma, Hoppe argomenta che, se si prendesse in seria considerazione il fatto che gli ultimi arrivati
(i late - comers) possano vantare dei diritti sull’uso di una risorsa già occupata dai primi arrivati,

150
Cfr H. H. Hoppe, op. cit. pag. 317 e P. Vernaglione, Paleolibertarismo, Rubbettino, Soveria Mannelli,
2007, pag. 33
151 Cfr J. Habermas, Lʼetica del discorso, Laterza, Roma-Bari, 2009
152
Cfr P. Vernaglione, op. cit.,pag. 41e Hoppe, From Economic Laissez Faire to Ethics of Libertarianism, in
2006, Hoppe, pag. 320 - 321
86

non ci sarebbe nessuna risorsa che potrebbe essere acquisita, in quanto si renderebbe indispensabile
anche il consenso dei posteri153.
Quella che ne consegue, è un’etica (o una teoria della giustizia) in tutto e per tutto simile a quella
rothbardiana (il principio di non aggressione, norma fondante, può quasi essere considerato un
apriori del diritto154) ma senza ricorrere alla “finzione” di un diritto naturale che possa essere
condiviso dagli uomini. Inoltre, per Hoppe, l’operazione prasseologica - deduttiva, permette di
fornire una giustificazione più credibile della pretesa dei liberali classici, tra cui lo stesso Mises, di
conciliare una politica di laissez-faire radicale (logica derivazione di un’etica fondata sulla non
aggressione della proprietà) e la posizione utilitarista (cioè del massimo bene per la maggior parte
delle persone), che per Hoppe si riduce ad un mero atto di fede.
Da una siffatta logica stringente, però, consegue anche l’esclusione senza appello di ogni teoria
alternativa, al prezzo di un estremismo teorico che rifiuta ogni possibilità di di confronto.

La ridefinizione dei sistemi politici

Capitalismo e Socialismo
Individuati nella proprietà la pietra angolare dell’etica e il “ponte” tra economia ed etica, Hoppe
procede ad illustrare la sua teoria politica rivisitando il libertarismo di Rothbard. L’originalità
dell’operazione consiste in una ri-denominazione di una serie di concetti che la tradizione politica
tende a dare per scontati; ciò consente di vedere termini come “capitalismo”, “socialismo”,
“conservatorismo”, in una prospettiva totalmente diversa da quella prevalente.
Il problema politico sorge, per Hoppe, con la scarsità delle risorse, condizione che implica
l’assegnazione dei titoli di proprietà.155 Non è raro, con risorse scarse, che sorgano conflitti tra
individui, che possono venire risolti tramite il riconoscimento reciproco delle proprietà, la
cooperazione, la divisione del lavoro, lo scambio volontario e la stipulazione di contratti. Ma non è

153Hoppe fa notare che questa concezione è “naturale” ovvero presente anche tra i bambini e le tribù
primitive.
154A tentare unʼestensione della teoria di Hoppe nel campo del diritto è il giurista Stephan Kinsella. Il
principio di non aggressione, secondo Kinsella, è paragonabile allʼestoppel, istituto della common law che
proibisce ad una parte in causa di prendere vantaggio da dichiarazioni contraddittorie in grado di creare false
aspettative in altri soggetti, come nel caso del creditore che condona un debito salvo poi esigerlo
nuovamente. Cfr. Kinsella, Stephan, “Punishment and Proportionality. The Estoppel Approach”, in "Journal of
Libertarian Studies". Vo.12, n.1, estate 1996
155 Anche in una finzione dove cʼè sovrabbondanza di risorse, nota Hoppe, il “Giardino dellʼEden”
esisterebbero titoli di proprietà, quelli relativi al proprio corpo, di cui il solo individuo può disporre e il tempo,
in quanto non sarebbe comunque possibile compiere innumerevoli azioni contemporaneamente. Cfr. Hoppe,
1989, pag. 87
87

da escludere la possibilità che qualcuno possa preferire a questo atteggiamento pacifico


l’aggressione: “entrambi i metodi - scrive Hoppe - sono comuni agli esseri umani”156. Così come
esistono queste due opzioni, aggressione e contratto (dove per contratto s’intende ogni scambio
volontario) sotto le quali possono essere rubricate tutte le interazioni umane, anche a livello politico
ogni sistema può essere classificato in base all’atteggiamento che osserva nei confronti dei titoli di
proprietà (è chiaro che, per Hoppe, che riguardi il proprio corpo o le risorse acquisite è
indifferente): un sistema basato sul rispetto della proprietà e che quindi consideri validi gli assiomi
precedentemente esposti è definito da Hoppe sistema capitalista puro, mentre la violazione
istituzionalizzata di essi, a qualsiasi livello, socialismo.
Si tratta di due definizione che contrastano nettamente con quelle normalmente accettate e
sicuramente arbitrarie. Va notato che questa nozione di capitalismo (termine a cui, forse, sarebbe
preferibile libero mercato) non richiede il continuo investimento delle risorse, il lavoro salariato e la
formazione di imprese, bensì tende a considerare capitalismo anche il semplice baratto. Allo stesso
modo, il socialismo è un fenomeno complesso (anche solo considerando i diversi contesti storici
che l’hanno visto adoperato) e sembra quasi irrispettoso voler ridurre a “regola dell’aggressione”;
ma allo stesso modo è vero che, anche volendo privare la definizione hoppeana della sua evidente
accezione negativa, essa riesce a contenere tutti quei fenomeni a cui è stato associato il nome di
socialismo. Semmai, quello che colpisce di questa definizione è la sua ampiezza: essa si riferisce
non solo al socialismo massimalista (comunista o sovietico) e a quello riformista (affermatosi,
speicie in Europa con le varie forme di socialdemocrazia. A queste due incarnazioni di siffatta
ideologia, Hoppe affianca anche il socialismo conservatore (di norma considerato un ossimoro!) e il
socialismo dell’ingegneria sociale. Nel dettaglio:

Socialismo sovietico (“Russian” - style): Il tipo di socialismo più coerente ai dettami marxiani è
stato quello sperimentato nell’Unione Sovietica e nei paesi del Comintern. Caratteristiche di questo
regime politico sono l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione che vengono
socializzati o nazionalizzati e l’economia pianificata, con l’obiettivo di conseguire l’uguaglianza
integrale dal punto di vista della disponibilità economica. La critica economica ripresa da Hoppe è
quella della scuola austriaca: il socialismo integrale conduce ad una riduzione degli investimenti
(non essendoci imprenditori le spese sono orientate al consumo), ad una sbagliata allocazione delle
risorse (dovuta alla separazione tra domanda e produzione, quest’ultima centralizzata) e una
generale diminuzione della prosperità.

156 H. Hoppe, op. cit., pag. 36


88

Le considerazioni più originali sono di stampo socio-politico: Hoppe nota come, in realtà, il
processo decisionale nel sistema produttivo (in un sistema capitalistico a discrezione dei proprietari
vincolati però dalla domanda) non viene strappato, come pretendono i socialisti, all’anarchia di
mercato, e affidato al “corpo sociale”, ma passa nelle mani di specifiche figure, gli amministratori -
burocrati (caretaker) che, a differenza dei produttori, non hanno l’onere degli investimenti dei
capitali. La conseguenza è la creazione di una classe privilegiata (Hoppe sottoscrive la teoria della
lotta di classe di Oppenheimer e Nock) che, mentre non ha interessi a piazzare i prodotti sul
mercato, gode di gran parte dei proventi delle aziende supervisionate157 .
Un esempio comparativo portato da Hoppe a sostegno delle sue tesi è quello della Germania
dell’Ovest e dell’Est 158: la prima, fu lo Stato più mercatista d’Europa, nel corso del primo
dopoguerra, mentre la seconda si affidò all’economia pianificata. A parità di cultura, storia e etica
lavorativa - conclude Hoppe, la Germania Occidentale fu di gran lunga più prospera.

Socialdemocrazia: Nel modello socialdemocratico, le cui origini ideologiche risalgono all’ala


riformista del movimento marxista, la proprietà privata dei mezzi di produzione è tollerata. Ciò che
viene ridistribuito è il reddito ottenuto attraverso il proprio lavoro. Dato che anche in questo caso il
soggetto è solo in parte proprietario della ricchezza che produce, per Hoppe la differenza è solo di
grado, non di qualità159 . Sono tre le politiche classiche della socialdemocrazioa: livellare le
differenze di reddito (condizione desiderabile in base alla teoria della giustizia socialdemocratica
ma anche al fine di mantenere la pace sociale) e provvedere all’uguaglianza delle opportunità,
secondo la riuscita definizione rawlsiana160.
Le prime due sono già stata abbondantemente criticate dagli autori alla cui tradizione Hoppe si
richiama. La terza, secondo lo studioso tedesco, oltre ad essere impossibile per definizione (ci sono
troppi parametri da considerare, ad esempio: come si fa ad assicurare le stesse opportunità a colui

157 Hoppe op. cit., pagg - 28-30: [A]s long as the caretaker works and produces at all, his interest in gaining
an income evidently exists, even if it cannot be used for purposes of private capital formation, but only for
private consumption and/or the creation of private, nonproductively used wealth. The caretaker’s inability to
sell the means of production, then, implies that the incentive to increase his private income at the expense of
capital value is raised [...][S]ince the owners of labor factors in a socialized economy own at best only part of
the proceeds from their labor while the remainder belongs to the community of caretakers, there will be an
increased incentive for these caretakers to supplement their private income at the expense of losses in the
capital value embodied in the laborers, so that an overutilization of labor will result”.
158 Ibidem
159 Ibidem
160 Cfr J .Rawls, Una teoria della giustizia (1971), Feltrinelli, 2008.
89

che vive in montagna rispetto a chi vive in pianura?) 161 conduce a due risultati a livello sociologico:
l’abbassarsi del livello qualitativo del dibattito politico e l’aumento dell’influenza degli intellettuali
all’interno dello Stato. Sono, come vedremo, due classici temi hoppeani: dato che questo sistema
tende a privilegiare i membri delle classi meno abbienti, solitamente meno istruiti, che la politica
diventa il megafono di un populismo sempliciotto, mentre i più istruiti, al contrario sono incentivati
ad entrare nel sistema partito.
A differenza del precedentemente trattato socialismo sovietico, manca in questo caso la prova
storica ben fondata, ma Hoppe la rintraccia comunque nel calo generale di prosperità che avrebbe
caratterizzato la Germania occidentale a partire dagli anni ’70, quando, sotto la guida di governi
targati Spd, vennero adottate politiche più marcatamente socialdemocratiche162.

Socialismo conservatore: il conservatorismo è forse una delle ideologie politiche più difficili da
definire e assume spesso diversi significati a seconda dei contesti. Hoppe definisce anche il
conservatorismo alla luce della sua teoria sui diritti di proprietà. Seguendo l’etimologia, Hoppe
definisce il conservatorismo come quell’ideologia che sostiene la conservazione dell’assetto sociale
attuale a scapito di cambiamenti. Ciò si traduce in uso del potere statale per garantire determinati
privilegi agli attuali possessori di titoli di proprietà. Per quanto riguarda il passato, un esempio di
regime conservatore si può rinvenire nel feudalesimo e nell’assolutismo monarchico: entrambi
proteggevano dei supposti diritti di proprietà (dei signori feudali come del re) senza chiedersi se
fossero stati giustamente conseguiti o meno. Venendo a tempi più recenti, la mentalità conservatrice
è quella che sta alla base della tutela delle posizioni privilegiate conseguite da persone e imprese, ad
esempio limitando la concorrenza. Una forma di socialismo, secondo Hoppe, in quanto consiste
ancora in una redistribuzione della proprietà di un gruppo di produttori ai non produttori: mentre la
socialdemocrazia preferisce la classe dei meno abbienti, il conservatorismo premia quelli che hanno
già in possesso determinate risorse.
Oltre a forme di tassazioni (contenuto, perché collimano con l’assunto conservatore che sia
desiderabile che gli assetti proprietari rimangano invariati) politiche tipiche del socialismo
conservatore sono il controllo dei prezzi (ad hoc, naturalmente, per favorire le aziende già sul
mercato), le regolazioni, per cui vale lo stesso discorso, e perfino le norme che puniscono un certo
tipo di comportamento (negando quindi la possibilità al consumatore di rivolgersi ad un determinato
mercato). Tra i paesi dove maggiore è l’impronta di queste politiche conservatrici, Hoppe individua

161 Ivi, pag. 36


162 Ivi, pag. 37
90

la Francia, l’Italia e la Germania contemporanee: gli ultimi due paesi, tra l’altro, interessati sia dal
fenomeno del feudalesimo nell’epoca premoderna sia, più recentemente, dall’avvento dei regimi
fascisti, che hanno portato proprio un forma di socialismo conservatore all’estrema conseguenza.

Socialismo dell’ingegneria sociale: Non è solo il conservatorismo la “vittima” della severa


classificazione di Hoppe, ma anche una delle forme più accettate e diffuse di liberalismo, quello che
ha il suo pensatore di riferimento in Karl Popper. Si è già visto (pag. 83) quali siano i divari
epistemologici tra la proposta di Hoppe e il positivismo del circolo di Vienna. Ebbene proprio
quest’ultimo può, per il tedesco, “salvare” il socialismo su un terreno non ideologico, ma empirico.
Accettata da molti leader politici (e in misura crescente dopo il tramonto delle grandi narrazioni) la
vision popperiana conduce ad una continua sperimentazione al fine di risolvere dei problemi sentiti
dalla collettività. Lo spirito pragmatico di questa “ingegneria sociale” ha fatto sì che esso si
diffondesse in contesti tradizionalmente diffidenti nei confronti del socialismo, come nei paesi
Anglosassoni. Ma, mutatis mutandis, quelle che sono state elencate come le debolezze del
socialismo non cambiano: la blanda pianificazione (“temperata”, in linea teorica, dall’apporto
dell’esperienza e dall’apertura a correzioni) finirà sempre per portare ad una situazione meno
desiderabile di quella a cui avrebbe provveduto da solo l’ordine spontaneo del mercato.
Destinata forse a non convincere i più, la classificazione radicale di Hoppe ha un chiaro intento
politico: separare il “bene” dal “male” nel modo più distinto possibile. Lo spettro politico diviene in
questo modello una linea orizzontale: ai due poli opposti ci sono il “Socialismo” e il “Capitalismo”.
Le due realtà possono sussistere, in proporzione: nei sistemi più socialisti ci sarà via via meno
spazio per il socialismo e viceversa. I diversi tipi di socialismo elencati da Hoppe, inoltre non si
autoescludono a vicenda, ma possono essere presenti simultaneamente, come difatti accade per tutti
(escluso il socialismo marxista) nelle moderne democrazie.
L’operazione “rivoluzionaria”, che non era riuscita se non in minima parte ai libertari prima di
Hoppe (con qualche eccezione tra i libertari “di sinistra”)163 consiste nello scalzare il
conservatorismo da antagonista per definizione del socialismo: la scelta, dice “tra le righe” Hoppe,
è tra il socialismo e l’autentico liberalismo, liberalismo che non può essere concepito, però, se non
come rifiuto totale dello Stato e accettazione di una forma di anarchia orientata al libero mercato.

163 Ci si riferisce al movimento iniziato da Samuel Edward Konkin, “la sinistra libertaria” a cui spesso ci si
riferisce con il nome di agorismo. Essi individuavano nel conservatorismo lʼalleanza tra lo Stato e la grande
impresa, a discapito delle forze innovatrici dei nuovi imprenditori. cfr Wally Conger “Agorist class theory”
www.agorism.info/AgoristClassTheory.pdf .
91

Sociologia dello Stato e lotta di classe

Per Hans Hoppe, dunque, il socialismo risulta fallimentare su due piani: innanzitutto su quello
morale, come dimostra la sua etica dell’argomentazione, in secondo luogo sul piano economico.
Rimane da rispondere ad una domanda: com’è possibile, con tutti questi deficit, che il socialismo,
specie nell’accezione hoppeana, sia di gran lunga il sistema più adottato?
In primo luogo, spiega Hoppe, bisogna considerare gli effetti che ha la continua minaccia dell’uso
della forza :

[A]ny such institution threatens people who are unwilling to accept its noncontractual appropriations of their

natural property with physical assault, imprisonment, enslavement, or even death, and it must carry out such

threats if necessary, in order to stay ‘trust-worthy” as the kind of institution that it is)164.

In secondo luogo, un ruolo fondamentale viene svolto dai servizi che lo Stato decide di
monopolizzare. Hoppe ne elenca i seguenti: la gestione delle vie di comunicazione (strade, ferrovie)
e della posta, che consente un migliore controllo del territorio, l’emissione di titoli monetari che
permette una maggiore espansione nelle dinamiche economiche165 , l’educazione, che per Hoppe
non è altro che un mezzo di propaganda di massa166 e infine, naturalmente, la sicurezza e
l’amministrazione della giustizia. Tutti servizi che, secondo le convinzioni dell’autore, possono
essere normalmente forniti dal mercato167 ma che risultano essere utili allo Stato, oltre che per i

164 Ivi, pag. 146 - 147


165Quella della libertà monetaria è una delle principali battaglie combattute dagli economisti austriaci, che
Hoppe (ma non esclusivamente) carica di toni politici. Lo Stato (in effetti, tutti) che ha in mano la politica
monetaria ha anche il potere di introdurre una “tassa occulta” che è quella che deriva dallʼinflazione, ovvero
dellʼaumento dellʼemissione di moneta su questo tema vedi. Hoppe: “How is fiat money possible? - or, The
Devolution of Money and Credit” in Hoppe, 2006, pagg. 175 - 204. Un “classico” di questa polemica libertaria
è anche M. N. Rothbard, The Case Againste the Fed, 1994, Auburn, Ludwig von Mises Institute.
166”“[The State] either directly operates the educational institutions, or indirectly controls such institutions by
making their private operation dependent on the granting of a state license, thus insuring that they operate
within a predefined framework of guidelines provided by the state. Together with a steadily extended period
of compulsory schooling, this gives the state a tremendous head start in the competition among different
ideologies for the minds of the people. Ideological competition which might pose a serious threat to state rule
can thereby be eliminated or its im pact considerably reduced, especially if the state as the incorporation of
socialism succeeds in monopolizing the job market for intellectuals by making a state license the prerequisite
for any sort of systematic teaching activity”. Hoppe, A Theory of Socialism and Capitalism, op. cit., pag. 154

167 “Regarding the kinds of services preferably offered by the state: clearly, the state cannot produce
everything, or at least not everything to the same extent for if it tried to do so its income would actually fall—
as the state can only appropriate what has in fact been produced earlier by natural owners, and the incentive
to produce anything in the future would be almost completely gone in a system of all-around socialization.,
Ivi, pag. 154.
92

vantaggi che derivano dal loro controllo anche per giustificare l’attività statale, accreditando
l’istituzione monopolistica come unica realtà in grado di provvedere ad essi.
Ma la sola forza non basta: una politica socialista (in termini hoppeani anche la mera esistenza di
uno Stato) necessita anche e soprattutto di un sistema ideologico che sia in grado di giustificarla. In
passato utile a questa causa si è rivelata essere la dottrina del diritto divino (il sovrano è tale per
decisione di Dio) che rendeva la figura del re quasi sovrannaturale. Nelle versioni più moderne del
“socialismo” le ideologie utilizzate per giustificare lo Stato si fanno più raffinate e coinvolgono
direttamente la gran parte della popolazione. Una di esse è, ad esempio il nazionalismo, ovvero
l’insieme delle idee che giustificano l’espansione di un determinato Stato a spese di un
concorrente168 .
Ma più rilevante, secondo Hoppe, appare il ruolo che le masse rivestono nella ridistribuzione delle
risorse operato dal sistema. In breve: il socialismo è tanto più efficace quanto più riesce a
“convincere” il pubblico più ampio che potrà beneficiare della proprietà espropriate. Prima di
entrare nel dettaglio di questo concetto, che comporta una critica spietata al sistema democratico,
occorre rilevare che questo conflitto tra espropriati e beneficiari permette a Hoppe di riesumare la
dottrina “liberale della lotta di classe”. Tra gli autori precedentemente ricordati è stato Albert Nock,
a sua volta riprendendo Frank Oppenheimer, a proporla. Hoppe, non riconoscendone il debito, la
deduce direttamente da presupposti “austriaci”.
Hoppe considera il “nocciolo duro” della teoria classica della lotta di classe di derivazione marxista
ovvero: 1) la storia è storia di lotta di classe tra gli sfruttatori e gli sfruttati, 2) la classe degli
sfruttatori tende alla conservazione della sua posizione privilegiata, 3) la dominazione fra classe si
esprime attraverso la regolazione di titoli di proprietà (in termini marxisti delle “relazioni di
produzione”, 4) la competizione tra sfruttatori genera un aumento dello sfruttamento. Accettati
questi punti, l’autore “corregge” la teoria marxista. In primo luogo egli rifiuta l’assunto secondo il
quale questi elementi (presenti nella schiavitù e nel feudalisimo) appaiano nel capitalismo (dove il
rapporto tra imprenditore e dipendente è liberamente contratto), allo stesso tempo, però concorda
sul fatto che siano tutti presenti in un assetto statalista 169. Accanto questa posizione, condivisa dal
marxismo, Hoppe rinviene altri punti di contatto: innanzitutto è corretto dire che l’élite capitalista
sia alleata con lo Stato (per accordarsi con il potere anziché essere sfruttata da esso), e che anche la
guerra e l’espansione militare sia fondamentale per esso. Non solo, per Hoppe anche la’assunto
secondo cui “l’imperialismo [sarebbe] la fase suprema del capitalismo” ha un fondamento corretto
infatti:

168 H. Hoppe, The Economy and Sociology of Taxation in Hoppe, op. cit., pag. 69
93

[...] [C]'è una tendenza bella e buona all'imperialismo nel corso della storia; e le più grandi potenze imperialiste

sono chiaramente i paesi capitalisti più avanzati. Però, la spiegazione [del marxismo, ndr] è una volta di più

sbagliata. È lo Stato, in quanto esente da regole capitaliste di acquisizione di proprietà ad essere per natura
aggressivo. E l'evidenza storica di una stretta correlazione tra capitalismo e imperialismo contraddice questa
affermazione solo apparentemente. [P]er uscire con successo da una guerra tra Stati, un governo deve poter

disporre (in termini relativi) di sufficienti risorse. [...] Così, per quanto possa apparire paradossale a prima vista,

più uno stato è debole o liberale e più il capitalismo vi si sviluppa; un'economia capitalista da rapinare rende lo
Stato più ricco; e uno Stato più ricco ha sempre più possibilità di successo in guerre espansioniste. È questa
relazione che spiega perché in primis gli Stati dell'Europa occidentale, e in particolare la Gran Bretagna, furono i

paesi imperialisti dominanti, e perché nel XX sec. questo ruolo è stato preso dagli Stati Uniti170

La comparazione tra le due teorie (austriaca e marxista) è molto più di una provocazione. Come
altri libertari radicali, Hoppe riconosce al marxismo il merito di un approccio “realista” (cioè il
tentativo di guardare in faccia alla realtà senza ricorrere a finzioni per celare gli abusi del potere) e
che il suo metodo deduttivo, mutuato dall’economia ricardiana, sia più corretto, come si notava
precedentemente di quello empirista - induttivo.
La dinamica delle lotta di classe istituita dallo Stato, però, è destinata a fallire se viene meno la
capacità di costruire quel consenso ideologico. Per Hoppe una forma in particolare di governo ha
innalzato questa capacità allo stato dell’arte: si tratta della democrazia.

Contro la democrazia

L’aspetto del pensiero di Hoppe che ha originato un ampio dibattito all’interno del movimento
libertario (e non esclusivamente) consiste nella sua radicale critica alla democrazia, con la quale
prende le distanze anche dagli autori della sua tradizione, inclusi Rothbard e Mises171. Un
argomento quasi tabù nel pensiero politico odierno, nel cui linguaggio la parola democrazia ha
assunto un significato polisemico che va ben oltre quello originario di “governo del popolo”, ma
che spesso viene direttamente affiancato a quello che deriva dal modello liberaldemocratico
costituzionale e quindi al rispetto di determinati diritti e finanche al controllo reciproco dei poteri,

170
Hans Hermann Hoppe Marxist e Austrian Class Analyisis in Hoppe, op. cit., pagg. 117- 138 , trad. it.
Fabio Lazzarin.
171 In particolare nella teoria politica di Mises la democrazia rivolge un ruolo fondamentale: pur conscio del
fatto che “la maggioranza può incorrere negli stessi errori dei tirannni”, la democrazia rappresentativa per
egli risulta importante per realizzare la pace interna allo Stato, orientando gli organi di governo nella
direzione desiderata dalla maggioranza e limitando così lʼinsorgere di conflitti sociali in grado di generare
violenze. Cfr. Ludwig von Mises, Socialismo, 1989, Milano, Rusconi (prima edizione originale 1920), pag. 95.
94

come vuole la tradizione liberale classica che discende da Montesquieu. Sebbene la critica
hoppeiana si articoli su vari piani, e non escluda assolutamente le moderne “democrazie liberali”
occorre fare un distinguo: la tradizione liberale classica non è benevola nei confronti del potere
illimitato alla maggioranza che la democrazia consentirebbe ed ha tentato di elaborare strategie per
arginarlo. Si prenda come esempio il noto motto di Benjamin Franklin, uno di quei padri fondatori a
cui i libertari hanno sempre guardato come figura di riferimento: “La democrazia consiste in due
lupi e un agnello che decidono cosa mangiare a pranzo”. È evidente che a suscitare diffidenza è
soprattutto la regola della maggioranza, che della democrazia è caratteristica necessaria e
sufficiente.
Anche la critica di Hoppe parte da quest’aspetto. Per valutare la validità del metodo della
maggioranza l’autore propone due “esperimenti mentali”:

Immaginate un governo mondiale, democraticamente eletto secondo il principio “un uomo - un voto”. Quale
sarebbe il risultato probabile di una tale votazione? Il più verosimile è che ci troveremmo con un governo di
coalizione sino - indiana. E che cosa questo governo sarebbe più incline a fare per compiacere i propri elettori e

farsi rieleggere? Scoprirebbe probabilmente che l’Occidente ha troppe ricchezze e il resto del mondo,

particolarmente l’India e la Cina, troppo poche e dunque che è necessaria una sistematica redistribuzione del
reddito e della ricchezza. Oppure, immaginate che nel vostro paese si estenda il diritto di voto anche ai bambini
di sette anni. Il governo forse non sarebbe composto da bambini, ma le sue politiche, con ogni probabilità,

rifletterebbero le legittime preoccupazioni” dei bambini di disporre di un accesso “adeguato” ed “equo” a

patatine fritte, limonate e videocassette “gratuite.172

Si tratta di due casi-limite, ma non troppo. La tendenza delle democrazie a fondersi in “superstati” è
comprovata dai fatti negli ultimi decenni; basti pensare al ruolo sempre più predominante di
un’istituzione come l’Unione Europea. Tipico del ‘900 invece, è l’abbassamento dell’età a cui si
ottiene il diritto di voto. Da questi due esempi si può ben dedurre quelli che per Hoppe sono il limiti
della democrazia: l’essere la giustificazione di un sistema di sfruttamento173 (cosa che la accomuna
alle altre ideologie politiche o, in termini hoppeani, socialisti) e il coinvolgere individui
incompetenti (o, banalmente, senza considerare quelle che sono le loro reali capacità).
Per quanto riguarda il primo punto, Hoppe sottolinea come la democrazia corrisponda all’apertura
universale alla competizione politica. Tutti potenzialmente possono ambire a ricoprire cariche di
Stato. Come primo effetto, questa caratteristica si rivela particolarmente efficace nel giustificare la

172 H. Hoppe, Democrazia, il dio che ha fallito, Liberillibri, Macerata, 2004, pag. 151.
173 O, come lʼautore spiega in un altro passaggio dello stesso testo: “Non cʼè niente di morale in un sistema
in cui A e B si mettono in combutta per derubare C; e allo stesso modo, che C e A si mettano dʼaccordo per
derubare B; e ancora che B e C complottino contro A. Questa non è “giustizia, ma unʼinfamia”. Ivi, pag. 158
95

presenza dello Stato e di politiche redistributive in quanto un amplissimo numero di soggetti (per
l’appunto la maggioranza) ne ha in linea teorica diritto: si tratta del fondamento ideologico di cui si
discorreva precedentemente.
Secondariamente, questo sistema assicura che i governanti siano degli inetti. In un regime
democratico il discorso politico è dominato dagli insaziabili appetiti delle masse; di conseguenza, il
politico che riuscirà a “promettere di più” (tramite l’aggressione all’altrui proprietà) risulterà
vincente. La competizione democratica rende dunque l’espropriazione un “circolo vizioso”,
mettendo in concorrenza una serie di soggetti. Come accade nel capitalismo, questo processo genera
efficienza, ma con una differenza fondamentale: non tutte le concorrenze sono positive - è il
commento sarcastico di Hoppe - “la libera concorrenza nella produzione dei beni utili è una cosa
buona, ma la concorrenza in attività deleterie è un male”. 174
Per vincere le elezioni, un candidato politico ha bisogno di ricorrere alle abilità che aumentano il
suo appeal davanti all’elettorato. “Doti” che, secondo Hoppe, consistono nel mentire abitualmente,
oltre che nel rubare ed eventualmente anche nell’uccidere tramite azioni di guerra.

Primi ministri e presidenti vengono scelti in base alla loro dimostrata capacità di demagoghi privi di inibizioni

morali. Pertanto la democrazia garantisce in pratica che le leve del governo cadano nelle mani solo di individui

incapaci e pericolosi, anzi, l’effetto della libera concorrenza politica e della libera scelta dei governanti fa sì che
coloro i quali raggiungono i più alti livelli del potere diventino sempre più incompetenti e pericolosi.175

“Decivilizzazione” e preferenza temporale


Se il sospetto, tipico del liberalismo classico, verso il principio di maggioranza diventa in Hoppe
antipolitica radicale, l’autore tedesco aggiunge anche un argomento inedito contro la forma di
governo democratico, mutuato anch’esso dall’economia austriaca.
Hoppe sostiene che la democrazia sia direttamente coinvolta (nonché principale responsabile) di un
processo di “decivilizzazione” che avrebbe colpito l’Occidente. Già Rothbard e Mises avevano
criticato la concezione “whig” della storia176 , secondo la quale la linea temporale su cui si muove
l’umanità è una retta indirizzata verso il progresso, ma un’inversione ad “U” così marcata nella
concezione figlia del liberalismo classico non si era mai vista. Piuttosto, il riferimento di Hoppe per

174 Ivi, pag.136


175 Ivi, pag. 137
176Il termine è stato coniato da uno storico inglese, Herbert Butterfield, nel 1931 e si riferisce a quella scuola
storiografica, di ispirazione liberale (per lʼappunto Whig, nella terminologia parlamentare inglese), che
dominò il Regno Unito nel corso del XIX secolo. Il concetto è poi stato esteso a tutte quelle storiografie che
presuppongono un fine nella storia degli eventi umani. Per la critica “austriaca” vedi Ludwig von Mises,
Teoria e storia (1956), 2009, Soveria Mannelli, Rubbettino.
96

quanto riguarda la teoria della storia è Bertrand de Jouvenel, in particolare quanto è esposto nel suo
classico Del Potere. Nella teoria di Hoppe sono riscontrabili due grandi argomenti dejouveleniani:
che il potere tende ad accrescere inesorabilmente e che la libertà, quella autentica, è inscindibile da
una dimensione “aristocratica”: ovvero è per pochi.

L’argomento di Hoppe parte da una considerazione esclusivamente economica, anzi, prasseologica


e ricorre al concetto di preferenza temporale. Il tempo è una variabile fondamentale all’interno
dell’analisi economica austriaca: nello specifico viene considerata una risorsa scarsa. Con la
locuzione “preferenza temporale” questa variabile viene valutata all’interno di uno scambio: in
determinate situazioni un agente preferisce non solo un bene ad un altro, ma anche un determinato
bene “ora” rispetto ad un altro in futuro, o viceversa. L’assunto è che, generalmente, i beni presenti
vengano preferiti a quelli futuri. Nei processi che presuppongono un investimento, accade però che
ad un limitato bene presente venga preferita la possibilità di possederne in futuro uno di gran lunga
maggiore (la classica scelta tra l’uovo oggi e la gallina domani). L’effetto che questa “bassa”
preferenza temporale genera (al contrario quella “alta” consiste nel preferire il bene subito) è
altamente positivo nell’economia di un sistema. Grazie ad attori che agiscono in questo modo,
infatti, si rende possibile il sorgere di imprese, l’accumulo di capitali che a loro volta consentono
ulteriori investimenti, un aumento medio dei salari177 : in breve un circolo virtuoso che porta
all’aumento della prosperità e della ricchezza.
Il tasso di preferenza temporale è influenzato da fattori esterni, ad esempio l’incertezza verso il
futuro comporta un accumulo di risorse (bassa preferenza temporale) e biologici: bambini e
adolescenti tendono a volere “tutto subito”, un adulto più consapevole invece preferisce disporre
coscienziosamente delle sue risorse. Durante le ultime stagioni della vita, la preferenza temporale si
alza nuovamente, perché cala la speranza di vita che il soggetto ha davanti. Più che per se stessi, gli
anziani sono indotti a risparmiare per i propri figli.
Analizzando il tasso di preferenza temporale in questa prospettiva, Hoppe lo carica di una valenza
moraleggiante, abbandonando la patina “avalutativa” tipica dell’economista. I soggetti con alto
tasso di preferenza temporale corrispondono ai “vagabondi, beoni, perdigiorno”, insomma, mentre
quelli con basso tasso sono più saggi e previdenti.
Per Hoppe anche lo Stato, in particolare se a regime democratico, ha un effetto sulla preferenza
temporale, un effetto negativo. In primo luogo, la tassazione, trattandosi di furto
istituzionalizzato178, rende più frustranti le attività volte al guadagno: un soggetto è meno motivato

177 Cfr, H. Hoppe, op. cit., pag. 36


178
Il crimine ordinario, in quanto saltuario, non ha effetti particolari sulla preferenza temporale ma si limita ad
aumentare la domanda di sicurezza, cfr. ivi, pag. 359
97

a lavorare se sa che parte di quello che otterrà andrà a terzi. Secondariamente la macchina del
welfare - state agisce in direzione contraria: chi non ha è più incentivato a non fare nulla per
migliorare il suo stato se ha comunque la certezza che i suoi bisogni primari vengono comunque
soddisfatti179. Intervengono inoltre altri fattori: tra questi, va ricordata l’inflazione della valuta, ad
esempio rende poco conveniente il risparmio, perché il denaro liquido non speso tende a perdere di
valore.180
Il risultato di queste politiche è un enorme incentivo all’imprevidenza e all’edonismo, a “cogliere
l’attimo”, mentre le persone più inclini al risparmio e al contenimento si vedono scoraggiati nel loro
comportamento. L’azione dello Stato e più precisamente del welfare state comporta un inevitabile
processo di decivilizzazione.

Monarchia versus democrazia


Per considerare la democrazia un sistema peggiore degli altri, stando alle premesse enunciate,
occorre però una pietra di paragone. La seconda grande provocazione di Hoppe sta nel rintracciarla
nella monarchia, abbandonando, come veniva ricordato sopra, la tradizione tipicamente liberale che
vede nel passaggio dalla monarchia (intesa come il vecchio ordine, l’ancient regime) alla
democrazia, un fatto positivo, un significativo passo verso l’emancipazione e la libertà.
Fedele al suo metodo, definire i sistemi politici attraverso un rapporto di proprietà Hoppe considera
la monarchia come il possesso da parte di un singolo individuo di un’unità territoriale: in pratica il
re è il proprietario privato dell’intera sua nazione. È questo che lo distingue da un governante eletto
democraticamente: da proprietario intitolato a vita il monarca ha un raggio d’azione temporale più
ampio, tenderà a conservare il suo regno vita natural durante, incrementandone la prosperità quanto
più potrà fino al termine del suo governo e, potenzialmente, anche oltre, dato che la proprietà
rimarrà “in famiglia”, ceduta in eredità ai suoi eredi.181
I risultati positivi di questi orientamento al futuro implicano conseguenze in due temi cari ad
Hoppe: il livello di tassazione è relativamente più basso: i proventi delle imposte finiscono tutte
nelle tasche del re, il quale però sa benissimo (e nella misura in cui non lo sa reca danno a se stesso)
che se esagera troppo con le imposte deprimerà l’economia del paese. Per la stessa ragione è
nell’interesse dell’unico governante mantenere una politica filo - proprietarista e quindi tribunali e

179 Questa critica spietata viene formulata utilizzando una logica ferrea: se “si riduce lʼincentivo ad essere un
have, e si aumenta lʼincentivo ad essere un have-not” si otterranno meno possidenti e più non possidenti.
Allo stesso modo un sussidio di disoccupazione aumenterà il numero di disoccupati. Ivi, pag. 276.
180I libertari “austriaci” tendono a rifiutare che un sistema capitalista comporti un aumento del consumo. Ad
incentivare il consumismo, viceversa, sono le politiche portate avanti da quei governi che accettano le teorie
keynesiane di stimolo allʼeconomia.
181 Ivi, pag. 49
98

polizie saranno maggiormente incentivati a tutelare le proprietà dei sudditi, bloccando sul nascere
ogni speranza delle ideologie redistributive.
Inoltre, le guerre condotte dalle antiche monarchie si distinguono da quelle “totali” dell’epoca
moderna182:

Generalmente, le guerre tra monarchie nascono da dispute sull’eredità dovute a una rete complessa di matrimoni

tra dinastie e all’estinzione di alcune famiglie. In quanto dispute patrimoniali, le guerre fra monarchie sono

caratterizzate da obiettivi territoriali. Non si tratta di conflitti per obiettivi ideologici, ma di controversie su
proprietà concrete. In più, poiché riguardano le proprietà di diverse dinastie, il popolo considera la guerra un
affare privato del re, che dev’essere finanziato e realizzato a spese e con le forze militari del re. Ancora, in

quanto conflitti privati tra diverse famiglie regnanti , il popolo si aspetta e i re sentono l’obbligo di riconoscere

una netta distinzione tra belligeranti e non belligeranti, e di dirigere i loro sforzi verso obiettivi precisi: le
rispettive proprietà private di essi monarchi.183

Hoppe considera quanto sia diversa la posizione dell’uomo di governo di una democrazia, sia esso
un presidente o un primo ministro, da quello di un proprietario di ciò che amministra. È piuttosto un
amministratore fiduciario (un caretaker) con due caratteristiche principali: avere un mandato
temporaneo (spesso limitato per legge ad un massimo) e dover rendere conto agli elettori (la
maggioranza) che lo elegge.
Sono due fenomeni che incidono pesantemente sulla preferenza temporale del soggetto che
governa: con un breve mandato egli “[non] cercherà di massimizzare la ricchezza totale dello Stato
(valore capitale e reddito corrente) ma solo il reddito corrente (senza riguardo al, e a spese del,
valore capitale184). Anche se mosso dalle più oneste intenzioni il governante democratico non può
fare agire diversamente da così, perché “la proprietà pubblica non può essere venduta, e in assenza
di prezzi di mercato il calcolo economico è impossibile” 185 (ovvero non è possibile conoscerne il
reale valore). Viceversa al politico conviene usare e consumare quante più risorse pubbliche nel
corso della sua carica perché sarà una delle poche, se non l’unica, occasione a propria disposizione.

182 Hoppe attacca direttamente il mito secondo cui una democrazia tende a partecipare meno a guerre:
lʼattuale situazione di relativa pace tra le democrazie occidentali è una conseguenza dellʼimperialismo
americano in Europa (“Nemmeno tra due potenze del Patto di Varsavia non ci sono mai state guerre” nota),
e considera le prima guerra mondiale (al centro del revisionismo storico libertario) un prodotto della
democrazia di matrice wilsoniana: nel corso di quel conflitto bellico, si scontrarono infatti gli ultimi imperi
eredi dellʼancient regime e i regni costituzionali, nonché i primi Stati ad aver assunto una forma
repubblicana. Cfr, H. Hoppe, op. cit., pagg. 5 - 12 e Hoppe, Democracy the God That Failed, saggio
riassuntivo apparso sul sito: http://www.lewrockwell.com/hoppe/hoppe4.html.
183 H. Hoppe, op. cit., pag 60
184 Ivi, pag 80
185 Ivi, pag 81
99

I risultati dell’ampliamento della competizione pubblica sono già stati considerati: il caso di un
governo monarchico è all’esatto opposto. Un re “accentratore” tende a diminuire il più possibile “il
ventaglio” dei suoi possibili successori, che vengono ristretti alla famiglia reale. Ciò significa, nel
linguaggio hoppeano, che meno soggetti possono condurre una “vita parassitaria”, vivendo alle
spalle dei produttori.186 Inoltre, l’opinione pubblica sarà molto più diffidente contro un potere dal
quale si sente esclusa: questo restringe ulteriormente il campo d’azione di un governo monarchico
che dovrà sempre confrontarsi con una “coscienza di classe” sempre più ostile.

Decadenza della società


Hoppe trova conferma della sua analisi in una serie di indicatori sociali che vengono misurati a
partire dalla diffusione dei regimi repubblicani e democratici, cioè dalla fine della prima guerra
mondiale. Accanto all’ovvio aumento, indicativo delle dimensioni dello Stato, della quota pubblica
sul prodotto nazionale (da circa il 5% a inizio ‘900 fino a oltre il 50% a partire dagli anni ’30)187, la
diffusione in tutto il mondo occidentale della tassa sul reddito, prima forma quasi sconosciuta di
esazione, e l’aumento dell’inflazione, l’autore constata anche l’aumento medio del tasso d’interesse.
Un indicatore rilevante, quest’ultmo, per calcolare l’orientamento temporale della popolazione. Nel
corso della storia esso è diminuito con l’aumentare del livello di benessere generale della
popolazione, come conseguenza della perdita dell’utilità marginale del denaro da avere “subito”, a
cui si preferisce un’entrata futura. Durante il ‘900, tuttavia, questa tendenza si è invertita; per
Hoppe, la prova che ad essere cambiata è la mentalità: gli individui, pur non avendo bisogno di
liquidità, preferiscono consumare piuttosto che risparmiare.
Più interessante, specie per l’ambiente paleo, risulta essere un altro fenomeno che Hoppe ascrive al
cambiamento politico del ‘900: la disintegrazione della famiglia. Questa volta il diretto responsabile
sembrano essere le politiche del welfare, che nel bilancio dello Stato moderno è diventata la prima
voce di uscita, sostituendosi alle spese militari. Hoppe raffina una teoria che era già stata espressa
da Chodorov (cfr cap. I, pag. X), anche se più di un debito, da europeo, sembra averlo nei confronti
di José Ortega y Gasset, nella concezione secondo cui la massificazione implica il deteriorarsi dei
rapporti sociali188 . Similmente, per Hoppe, la conseguenza della spesa sociale (“ossia della

186 Ivi, pag. 50


187
Ivi, pag. 99. Cfr anche Carlo M. Cipolla, Storia economica dell'europa pre-industriale, Il Mulino, Bologma,
2002
188 Cfr José Ortega y Gasset, La ribellione delle masse (1929), SE, Milano, 2001
100

previdenza [...] obbligatoria contro le malattie, gli infortuni sul lavoro, la vecchiaia, la
disoccupazione” 189) è la collettivizzazione della responsabilità individuale.

Sollevando progressivamente gli individui dalla responsabilità di dover provvedere alla propria salute, sicurezza

e vecchiaia, [si riduce la loro] sfera dell’azione di previdenza privata. In particolare, il valore del matrimonio,

della famiglia e dei figli è diminuito, perché di tutto questo vi è meno bisogno quando si può far affidamento
sulla “pubblica” assistenza. 190

Ciò è all’origine del calo della natalità nei paesi del mondo occidentale

Il numero dei figli è diminuito e la popolazione endogena è stagnante o addirittura in calo. Per secoli, fino alla
fine del XIX secolo, il tasso di natalità è stato quasi costante: più o meno tra il 30 e il 40 per mille [...]. In forte
contrasto, nel corso del XX secolo in tutta Europa e negli Stati Uniti ha subìto un declino preoccupante,

scendendo al 15 - 20 per mille. Nello stesso tempo, i tassi riguardanti i divorzi, i figli illegittimi, i genitori non

sposati, i singles e l’aborto sono cresciuti rapidamente. 191

Infine l’ultimo collegamento (forse più arbitrario, almeno per quanto riguarda il reperimento dei
dati) riguarda l’aumento dei fenomeni criminali, che sarebbero aumentati a parità di ambiente e di
composizione della popolazione (culturale, di genere, razziale, urbana o non). Anche se - come
scrive Hoppe - “alto tasso di preferenza temporale” non è affatto sinonimo di crimine, esso “può
anche essere espressioni di comportamenti del tutto legali” ma indesiderabili come “avventatezza,
inaffidabilità, stupidità ed edonismo” e poiché “per guadagnarsi un reddito sul mercato è necessario
un minimo di pianificazione, pazienza e sacrificio192” è chiaro che una correlazione esiste, in quanto
i soggetti con queste caratteristiche preferiranno attività criminali e illegali.

La giusta filosofia politica: liberalismo classico, conservatorismo, anarchia proprietarista

L’analisi storico - sociologica di Hoppe impone una riconsiderazione delle dottrine politiche che, in
linea teorica, difendono quella concezione di libertà cara allo studioso tedesco. Tale concezione è in
bilico tra il liberalismo classico e il conservatorismo, in particolare nella sua accezione americana.
Lo sbocco di Hoppe, in linea con la strada già battuta da Rothbard, è rigorosamente anarchico,

189 Ivi, pag. 107


190 Ivi, pag. 108
191 Ivi, pag. 109
192 Ivi, pag. 110
101

anche se più accentuato, a livello culturale ma anche politico, da elementi conservatori. Inserendosi
nel dibattito sollevato dalla corrente paleo (e ponendo ad esso termine, in un certo modo) l’autore
argomenta perché la sua soluzione sia preferibile rispetto alle altre “strategie di libertà” prese in
considerazione dai suoi predecessori

Gli errori del liberalismo classico


Murray Rothbard fece il salto dal liberalismo classico all’anarco capitalismo in base ad un
argomento di carattere etico, supportato, come si è visto, anche da Hoppe. Ma il pessimismo
storiografico di Hoppe fa sì che vengano evidenziati anche altri limiti alla strategia messa in campo
dai liberali classici. Limiti che hanno compromesso un’intera tradizione politica, tanto che più del
socialismo, il liberalismo sembra essere il grande sconfitto del ‘900, totalmente abbandonato in
quello che era il suo significato originale, come dimostra, da ultimo passo, il trionfo
neoconservatore negli Stati Uniti:

[L]a sostitutizione del socialismo al liberalismo è stata completa. Anzi, la vittoria socialista è stata così completa
che oggi, alla fine del XX secolo, alcuni neoconservatori sono caduti nel trionfalismo della “fine della storia” e
dell’avvento dell’ “Ultimo uomo”, cioè dell’ultimo millennio della socialdemocrazia globale, sorvegliata dagli

Stati Uniti e di un nuovo Homo Socialdemocraticus.193

Per Hoppe, l’errore del liberalismo della tradizione lockeana non è solamente teorico, ma
soprattutto pratico, e risiede nella sua teoria di governo194; l’accettazione di un monopolio della
forza che provvedesse alla produzione di sicurezza e all’arbitrato imparziale. Dando via libera al
governo, seppure in spazi limitati, il liberalismo è venuto meno alle sue premesse, quelle di mettere
sopra a tutto (da un punto di vista logico e temporale) i diritti di proprietà.
La lezione della storia, come è stato evidenziato, è che lo Stato tende ad espandersi: ma ciò non è
soltanto una nozione che può essere ricavata dall’esperienza, ma l’applicazione di una legge
economica. Un servizio monopolistico e coercito non si limita ad essere semplicemente inefficiente;
esso tenderà anche ad espandersi, essendo assicurato dall’uso legittimo della forza. Inoltre, secondo
Hoppe e i libertari della sua generazione195 , l’economia austriaca avrebbe dimostrato non solo
l’impossibilità del socialismo ma, più genericamente dello “statalismo” tout court, asserendo che
ogni attività statale e funzionerebbe peggio di una fornita dal mercato. Agli occhi di Hoppe il

193 Ivi, pag. 314


194Ivi, pag. 315
195 Su questo tema confronta anche Jesùs Huerta de Soto, Classical Liberalism versus Anarcho Capitalism
in Property, Freedom & Society, Mises Institute, Auburn, 2008.
102

liberalismo è colpevole di aver dotato il governo di uno status morale, di istituzione indispensabile
e “buona”, anziché perseguire un’opera di smascheramento della sua attività illecita; ovvero è stato
esso stesso causa della distruzione di quanto avrebbe dovuto salvaguardare sopra ogni cosa.
L’evento storico “liberale” per eccellenza, la rivoluzione americana, viene riconsiderata in questa
ottica. Accanto alla dichiarazione d’Indipendenza, sintesi dell’idea liberale nella sua radicalità, essa
ha prodotto anche la Costituzione, che nel revisionismo di Hoppe non è un atto che difende le
libertà individuali (come lo considera, ad esempio, la tradizione libertaria americana, cfr pag. 19)
ma quello che ratifica l’alienazione dei diritti dei proprietari nelle mani del Congresso e l’apertura
della competizione politica a tutti, con le conseguenze evidenziate precedentemente.
Nella proposta politica di Hoppe, c’è spazio solo per un’altra costituzione: “quella che dichiari
illegali tutte le forme di tassazione e legislazione fin qui sperimentate” 196.

L’incoerenza del conservatorismo


Il liberalismo classico non è l’unica dottrina politica ad aver fallito nel suo scopo, per quanto
positivo. Accanto ad esso c’è anche il conservatorismo. Non si tratta, però, del conservatorismo già
definito da Hoppe come l’ideologia che mira alla conservazione dell’assetto proprietaristico, o dello
status quo (cfr pag. 84) esistente, quanto del conservatorismo culturale, caro a Rothbard e ai paleo
libertari: conservatore è colui “che crede nell’esistenza di un ordine naturale, di uno stato delle cose
che sia naturale e corrisponda alla natura stessa delle cose, alla natura dell’uomo”. Impegnandosi a
far sì che questo “stato naturale” rimanga scalfito il meno possibile, il conservatore “riconosce che
le più indispensabili, antiche, essenziali, fondamentali e naturali unità sociali sono le famiglie e le
comunità basate sulla cooperazione tra famiglie, in un contesto basato sul mutuo riconoscimento
della proprietà privata” 197.
Se le cose stanno come Hoppe le ha descritte e la famiglia è davvero un’istituzione in pericolo, i
conservatori sono legittimati a preoccuparsi, ma quale strategia devono adottare per salvaguardare
le istituzioni naturali? Hoppe prende come esempio quella suggerita da Pat Buchanan (o meglio,
con Samuel Francis, teorico del movimento America First) con cui Rothbard aveva tentato di
stringere un’alleanza (cfr. pag. 61 e segg.). L’esempio, data la piattaforma di American First, può
essere esteso anche ai principali movimenti di destra europei, dai conservatori popolari - moderati a,
in parte, la destra radicale ed estrema. Quel tipo di destra che, come l’American First, si propone
cioè di porre un freno alla “degenerazione morale” e di proteggere le radici dell’occidente di
tradizione cristiana.

196 Ivi, pag. 402


197 Ivi, pag. 270
103

Hoppe però nota subito che, al pari di quell’establishment repubblicano aspramente criticato dai
populisti, il movimento di Buchanan non si è liberato da una connotazione marcatamente statalista.
Anzi, nei movimenti del genere c’è una propensione a conseguire gli scopi del “conservatorismo
culturale” con gli strumenti stessi dello statalismo, nota ad esempio Hoppe: “Non c’è traccia negli
scritti di Francis di una radicale opposizione all’intrusione dello Stato nel settore della formazione”
e “[G]li apparati del Leviatano federale responsabili della proliferazione dell’inquinamento morale
e culturale, quali il Dipartimento dell’Istruzione e il Dipartimento dell’Istruzione” 198 potrebbero
essere tranquillamente mantenuti.
Venendo alla politica più strettamente economica, Buchanan e soci hanno spesso invocato politiche
come l’imposizione di dazi, tutela del mercato interno e dei salari dei lavoratori americani, in una
parola “abbandonare le vecchie formule economiche borghesi” e “creare una nuova identità che
riconcili gli interessi economici e la lealtà nazionale della classe media in un unico, nuovo
movimento politico” 199. Ad un proposito del genere, l’unione di politiche economiche di sinistra e
di nazionalismo, Hoppe ribatte sardonicamente: “Per ovvie ragioni chi se ne fa promotore non lo
chiama così, ma c’è un nome per questo tipo di conservatorismo: nazional - socialismo” 200.
Non si tratta di una “battuta” fine a sé stessa: il problema, per Hoppe, è che welfarismo e
conservatorismo culturale sono antitetici, non possono coesistere. La sicurezza sociale fornita dallo
Stato è la stessa causa sociologica del disgregamento delle famiglie, per lo stesso motivo per cui
fare figli (investire in una famiglia) non è più economicamente conveniente, se le pensioni arrivano
indistintamente a tutti, compreso a coloro che non hanno saputo risparmiare nel corso della loro vita
lavorativa201. La morale, per Hoppe, è la seguente:

I veri conservatori devono essere libertari senza compromessi (anti - statalisti) . Il conservatorismo à la
Buchanan è, semplicemente falso: esso immagina un ritorno alla morale tradizionale, ma al contempo sostiene

che si possano mantenere in vita quelle stesse istituzioni che hanno causato la sua perversione e distruzione.202

La riflessione politica di Hoppe, pertanto, ha un aspetto significativo anche sul piano della strategia
politica, l’abbandono dell’alleanza con quella destra populista che aveva tentato i paleolibertari, ma
senza rinunciare ad una concezione schiettamente conservatrice del libertarismo.

198 Ivi, pag. 272 - 273


199
Samulel T. Francis, Revolution from the Middle, 1997, Middle American Press, Raleigh, cit. in Hoppe,
2001, pag. 273 - 274
200 H. Hoppe, op. cit., pag. 274
201 Ivi, pag. 277
202 Ivi, pag. 280
104

Anarchia conservatrice
Se i conservatori devono essere libertari, anche i libertari devono essere conservatori. Scrive Hoppe
che tra le due dottrine vi sono relazioni di “compatibilità prasseologica, complementarietà
sociologica e reciproco rafforzamento” 203, in altre parole ciò significa che una comunità che agisca
in base a dei principi libertari per alcuni versi sarà facilitata se i suoi membri adotteranno anche stili
di vita conservatori, mentre per altri versi questa tendenza sarà addirittura necessaria.
L’esito inconcludente che ha avuto l’esperienza del Libertarian Party e dell’alleanza tra libertari e la
New Left (cfr. capitolo III) è una dimostrazione di questo assunto. Hoppe segue i paleolibertari
ricordando che l’errore fatto dai libertari “di sinistra”, è consistito nello promuovere, accanto alla
libertà economica, uno stile di vita alternativo che implicava anche l’accettazione delle diverse
culture, opinioni, modi di vivere altrui. Una contraddizione in termini: in quanto significa non
comprendere ciò che, per Hoppe, è un’ovvia conseguenza dell’accettazione della proprietà privata,
ovvero il diritto di esclusione o, detto più brutalmente, di discriminazione. Si tratta dunque di un
“cocktail intellettuale” che non promette bene:

Capitalismo e multiculturalismo egualitario sono una combinazione improbabile almeno quanto socialismo e
conservatorismo culturale. E nel tentativo di unire ciò che non poteva essere unito, gran parte del moderno
movimento libertario ha finito per contribuire in realtà ad una ulteriore erosione dei diritti di proprietà. [...]

A dispetto dei libertari di sinistra assemblati attorno ad istituzioni quali il Cato Institute e l’Institute for Justice,

ad esempio, che chiedono l’aiuto del controllo sociale per mettere in atto varie politiche di non-discriminazione
[...] i libertari autentici dovrebbero esserne a favore. Proprietà privata significa discriminazione. Io, e non tu,
possiedo questo o quello [...]. Sono io che posso dettare le condizioni alle quali ti permetto di fare uso della mia

proprietà204

In una supposta società anarchica rispettosa dei diritti di proprietà, quindi, il diritto di esclusione è
un elemento base. Anche per questo l’accettazione di stili di vita alternativi potrebbe essere
altamente compromessa e, in linea di massima, sconsigliata. L’alto valore che avrebbe la
responsabilità individuale avrebbe come conseguenza l’emarginazione di chi propone il socialismo,
di chi non mostra rispetto per l’altrui proprietà, di chi, in modo recidivo, si dimostra incapace di
procurarsi da vivere in modo onesto.
Liberarsi dal potere illegittimo dello Stato significa infatti (ri)stabilire un ordine gerarchico in cui
istituzioni naturali (su tutte la famiglia) torneranno ad esercitare un ruolo fondamentale nella

203 Ibidem
204 Ivi, pag.288
105

società: “La gerarchia sociale”, infatti “[è] la concretizzazione empirico-sociologica di categorie


astratte e concetti filosofici quali proprietà, produzione, scambio”. Ecco perché anziché a termini
come “anarco-capitalismo” (o free-market anarchy), Hoppe preferisce ricorrere alla locuzione
“ordine naturale” per descrivere l’ideale assetto politico e l’ambiguo termine di élites naturali,
definite come soggetti che conseguirebbero un alto grado di stima da parte della comunità per
saggezza dimostrata, a cui potrebbe competere, ad esempio, le funzioni giudiziarie.
La proposta anarco-proprietarista di Hoppe prevede inoltre un ruolo importante per le agenzie di
assicurazione, i soggetti deputati a provvedere a servizi simili al welfare in un contesto di libero
mercato, mentre anche la difesa verrebbe gestita da apposite “agenzie di protezione”.
Su quest’ultimo tema, la protezione fornita da privati, Hoppe ha prodotto molti contributi205. In sede
di analisi della dottrina, però, forse questo può risultare l’aspetto meno interessante, in quanto
ricade tutto nel campo della speculazione.

Secessione, una strategia

Se la militanza nei partiti politici tradizionali, anche nei casi più radicali, è destinata ad avere
insuccesso perché “immanente” al sistema - Stato, c’è dunque una strategia che i libertari, anarco -
capitalisti possano utilizzare per migliorare, dal loro punto di vista, la situazione politica? Hoppe
intende una “militanza” del genere innanzitutto come un mezzo per spargere “awareness”,
consapevolezza, sull’ingiustizia su cui si basa il sistema - Stato. Il principale compito del gruppo,
ristretto di libertari, che egli chiama, non senza un po’ di autocompiacenza, “élite”, è quello di
smascherare le falsità che coprono l’agire del Leviatano, delegittimandolo. Si tratta di fare come
auspicava Étienne de la Boetie: “non scacciare il tiranno, buttarlo giù dal trono, ma soltanto
smettere di sostenerlo” 206.
Oltre a questa strategia, che può apparire quasi desolante nella sua passività, Hoppe individua un
altro metodo che, al contrario, invita a “riformare lo Stato dal suo interno”: si tratta della secessione,
intesa banalmente, come separazione volontaria di un’area parte di uno Stato. All’interno dei circoli
liberal - libertari, tra tutti lo stesso Mises Institute fondato da Rothbard e Lew Rockwell, era andata
maturandosi una sorta di simpatia revisionistica per il ruolo dei processi di secessioni nella storia
mondiale. Nella sua valutazione positiva circa l’emergere di nuove realtà politiche (cfr pag.XXX),
Murray Rothbard vedeva nel processo della formazione di nuovi Stati più piccoli da entità grandi e

205 Si veda ad esempio, H. Hoppe (a cura di), The Myth of National Defense, Mises, Auburn, 2003
206 Etienne de La Boetie, Discorso sulla servitù volontaria, Liberilibri, Macerata, 2004, pag. 19
106

multiculturali il sorgere di nazioni “consensuali”, che quindi risultavano più vicine a quelle che può
essere il sentimento di chi vi abitava di far parte di una data comunità. 207
Va ricordato, inoltre, che sempre in ambito libertario si è diffusa un’interpretazione revisionista
della guerra di Secessione americana. Una volta separata la questione della schiavitù dalle cause
della guerra, l’argomento, presentato tra gli altri da Thomas DiLorenzo, libertario vicino al gruppo
“paleo”, sostiene che il presidente Abraham Lincoln fu il vero responsabile della guerra, intendendo
a tutti i costi preservare l’Unione208 . Certo è che la guerra di secessione fu un precedente che pose
fine una volta per tutte alla concezione che voleva gli Stati Uniti come entità formata
“volontariamente” dagli Stati aderenti, che potevano dunque avvalersi di una sorta di “diritto di
recesso”. A partire dal 1861, invece, divenne chiaro che gli Stati Uniti erano “indivisibili” e chi
avesse tentato di minare l’Unione ne avrebbe pagato lo scotto.
Hans Hoppe rielabora questa visione revisionista in chiave strategica: la secessione, sostiene,
rappresenta l’unico modo immediato di ridurre in tempi brevi il peso dello Stato. In primo luogo il
processo appare più fattibile di altre improbabile “rivoluzioni” contro il potere, come nota Piero
Vernaglione in uno studio dedicato ad Hoppe:

Tutte le rivoluzioni [...] vengono avviate da minoranze (attive). Le secessioni rientrerebbero in questa più

realistica dinamica sociale, in quanto consistono necessariamente nella separazione di un numero ridotto di
persone da un numero maggiore.

Un processo “libertario” dunque, perché aggirerebbe il principio della maggioranza e consentirebbe


di invertire quel processo di concentrazione del potere che ha caratterizzato il Ventesimo secolo e,
negli ultimi tempi quelle entità sovranazionali così poco amate dai “paleo”, come la Nafta e
l’Unione Europea. La secessione avrebbe però soprattutto dei risvolti pratici in linea con la
piattaforma libertaria. Il primo motivo per preferire un ordine mondiale policentrico, formato da
molti Stati in seguito ad un processo di “secessioni a catena” è che degli stati più piccoli, dovendo
rinunciare ad utopie autarchiche per ovvie ragioni fisiologiche (mancanza di quantità e varietà di
materie prime), saranno necessariamente più inclini ad accettare politiche di libero mercato, inclusa,
molto probabilmente, una moneta comune (basata sull’oro e non su un credito gestito da una banca
centrale).209 Inoltre, uno Stato più piccolo possiede, per forza di cose un minore potere di controllo

207 cfr M. N. Rothbard, “Nation by consent”, in “Journal of Libertarian Studies”, vol. 11, Autunno 1984.
208cfr T. DiLorenzo, The Real Lincoln, Three Rivers Press, 2003. Da un punto di vista meno partigiano, in
unʼanalisi dei fenomeni secessionistici, anche Allen Buchanan riconosce che lʼobiettivo di Lincoln, al di là
della problematica legata allo schiavismo, era quello di preservare, al di sopra di tutto, lʼintegrità dellʼUnione.
Cfr, A. Buchanan, Seccessione, Milano, Mondadori, 1994.
209 Cfr, H. Hoppe, op. cit., pag. 174 - 175
107

sul singolo cittadino, in particolare se quest’ultimo può decidere di “votare con i piedi”, cioè di
abbandonare un contesto ritenuto troppo opprimente (anche burocraticamente e fiscalmente) per
trasferirsi altrove. Fenomeni migratori che risulterebbero ben diversi, però, da quel “cartello
internazionale di immigrazione” creato dagli Stati centralizzati210. Infine, un’entità statuale ristretta
contribuirebbe anche a creare un maggior senso di comunità, riducendo fenomeni che Hoppe
considera essere epidemici negli Stati moderni, tra cui l’incuria degli amministratori e l’abbondare
di “parassiti” e free rider: se tutti (o quasi) si conoscono, come avviene in una città di piccole
dimensioni, la responsabilità individuale ne risulta incentivata.
Torna, quindi, ad essere “fonte d’ispirazione” quel modello che ha dominato l’Europa durante il
Medioevo e che ha preceduto l’avvento degli Stati - nazione moderni. Scrive Hoppe:

Non è per caso che il capitalismo sia nato [in quel periodo] in condizioni di estrema decentralizzazione politica:

nelle città-stato del nord Italia, nella Germania meridionale, e nei Paesi Bassi. [...] Un mondo composto da

decine di migliaia di libere città indipendenti come le “stranezze” rappresentate oggi da Monaco, Andorra, San
Marino, Lichtenstein, Honk Kong [quest’ultima almeno fino al 2001, ndr] e Singapore [...] sarebbe un mondo di
governi liberali economicamente integrati 211

Come accade per quasi tutte le altre issues affrontate, anche quella della secessione è portata alle
estreme conseguenze. Il sostenere movimenti secessionisti (che sembravano macinare consensi in
tutta l’Europa occidentale e orientale e, in minor misura negli Stati Uniti d’America212 alla fine
degli anni ’90, all’epoca in cui Hoppe scriveva, ma che subirono un rallentamento nel corso del
decennio sucessivo) non dev’essere un atto fine a se stesso, motivato da sentimenti nazionalisti,
seppur a sostegno di stati “più piccoli”, bensì un passo verso un ordine politico in grado di accettare
anche l’ipotesi di una “secessione individuale”, ovvero che sia possibile anche solo per un singolo
soggetto rinunciare a fare parte di uno Stato.

Il dibattito sull’immigrazione

Tradizionalmente le dottrine liberiste sono moderatamente favorevoli alla libertà di immigrazione.


Il libertarismo “classico” non fa eccezione: gli autori che si richiamano ad esso sono forti di almeno

210 Ivi, pag. 177


211
Hoppe, 2001,pagg. 173;177. Per una rilettura libertaria della storia e della società Medioevo vedi anche
Guglielmo Piombini, Prima dello Stato. Il Medioevo delle Libertà, 2004, Treviglio, Leonardo Facco.
212 Oltre ai «classici» movimenti scissionisti di ispirazioni sudista, si rinvengono negli Usa movimenti di
ispirazione secessionista, benché estremamente esigui, negli stati dellʼOvest e nel New Hampshire.
108

due argomenti a favore della libera circolazione di persone. Il primo è di natura economica: dato
che la forza lavoro tende a spostarsi dove i salari sono più alti e le aziende a trasferirsi dove i salari
sono più bassi, una politica a favore della libera immigrazione non solo porterà ad un equilibrio dei
salari ma anche ad un allocazione ottimale del capitale e, nei casi vi sia spazio per un’ulteriore
crescita, anche ad un aumento della produzione, quindi dei salari stessi e del livello generale di
benessere. È una posizione tradizionalmente legata al concetto di libero scambio nel commercio, se,
per i liberali, non ci devono essere barriere economiche in nessun settore, a maggior ragione non
devono essere previste nel mercato del lavoro.
Un libertario, inoltre, considerando come condizione ottimale lo Stato minimo o la totale assenza di
Stato, non può che vedere con sfavore un’istituzione prettamente statale come quella dei confini,
spesso quando se difesi “a denti stretti” con lo spiegamento di esercito o forze di polizia per
evitarne l’attraversamento esterno213.
Questa convinzione è però messa in discussione dai paleolibertari. Già Rothbard, precedentemente
a favore di una libera immigrazione, ne prese più tardi le distanze, quando notò la politica russa di
“incoraggiare” l’emigrazione verso l’Estonia e la Lettonia, allo scopo di mettere in minoranza le
popolazioni baltiche214 .
È stato però Hans Hoppe a proporre un argomento libertario contro l’immigrazione che non nega le
premesse sopra riportate ma che, al contrario, parte da esse. Per il sociologo tedesco, la premessa
economica è valida ma viene falsata dall’esistenza dello Stato e del welfare state. È grazie al primo
che gran parte del territorio di una determinata nazione viene considerato “pubblico” ossia a
disposizione di tutti e di proprietà di nessuno. Aprire le porte all’immigrazione significa pertanto
consentire che un maggior numero di individui, precedentemente estranei alla comunità, possa
usufruire degli spazi pubblici (già i paleolibertari avevano inivitato i contribuenti, nel loro
manifesto, a “riprendersi le strade”, cfr pag. 64). Nel modello ottimale per i libertari, nota Hoppe,
quello anarco - capitalista, il concetto di “pubblico”, anche applicato a strade e a territori, verrebbe
completamente eliminato: di conseguenza il fenomeno di “immigrazione”, così come è
comunemente inteso non sussisterebbe. Vi sarebbero, invece,

[N]umerosi gruppi di proprietari indipendenti, liberi di ammettere nei propri terreni o d escludere gli estranei in
virtù del titolo di proprietà [...] di cui godono. [In ogni caso] l’ammissione su terreno di un determinato individuo

213 Ad esempio, David Friedman, Lʼingranaggio della libertà, Macerata, Liberilibri, pag. 190
214 “I began to rethink my views on immigration when, as the Soviet Union collapsed, it became clear that
ethnic Russians had been encouraged to flood into Estonia and Latvia in order to destroy the cultures and
languages of these people”. Rothbard, 1994, “Nations by Consent: Decomposing the Nation-State.” Journal
of Libertarian Studies, 11 (1): 1–10.
109

non comporta la libertà di movimento, a meno che gli altri proprietari non acconsentano ad essa. Il grado di
immigrazione, di apertura e di discriminazione sulla base di criteri razziali, etnici, linguistici, religiosi e culturali
[...] sarà quello stabilito di volta in volta dai singoli proprietari o dalle vari associazioni di proprietari 215

Insomma, la libertà di immigrazione così come è concepita si rivela in realtà irrispettosa, in un


contesto statuale, della libertà dei proprietari, del loro “diritto di escludere” precedentemente citato.
Al contrario di quanto afferma il liberalismo classico, essa non ha nulla a che vedere con il libero
scambio perché, sottolinea Hoppe, le persone differiscono dalle merci, le seconde circolano
esclusivamente perché c’è qualcuno che le ordina, mentre le prime si muovono da un territorio
all’altro esclusivamente per propria volontà216 . La libertà di immigrazione, in un contesto dominato
dalla proprietà pubblica, si rivela dunque essere piuttosto integrazione forzata.
L’esistenza di un welfare state non fa che peggiorare ulteriormente la situazione: servizi “di base”
gratuiti rischiano infatti di attirare nei paesi più benestanti soggetti che intendono sfruttarli il più
possibile. Un’idea di immigrazione che si contrappone a quella antica (ancora una volta
“monarchica”) che prevedeva che “i migranti” fossero tali perché ricercati per doti intellettuali o
altre abilità, e ulteriormente deteriorata dal fatto che i nuovi cittadini immigrati, se corrispondono
all’identikit hoppeano, si prestano facilmente, in un regime democratico, alla pratica del voto di
scambio, favorendo una crescita del welfare scegliendo quel politico che darà loro “più diritti”.
L’analisi di Hoppe sull’immigrazione suggerisce dunque implicitamente (è un’eccezione nella
teoria politica dell’autore) una politica statale preferenziale, una “best second choice” rispetto
all’optimum “anarchico”: quella di limitare o bloccare l’immigrazione (a meno che non possa
esserci un privato che si fa garante del migrante) e comunque di escludere i migranti dai servizi
forniti dal welfare. Tra gli esiti più conservatori e reazionari dell’intera teoria hoppeana, questa
argomentazione ha causato più di un malcontento all’interno sia dello sfaccettato mondo libertario
(sinistra inclusa), sia negli autori di rigida osservanza rothbardiana, privi di pregiudizi nei confronti
movimento “paleo”. Tra questi c’è il già citato Walter Block217, da sempre tenace sostenitore della
libera immigrazione.
Per i critici libertari appare inaccettabile il fatto che, analisi del fenomeno a parte, si possa giungere
ad una giustificazione dell’intervento statale per fermare l’immigrazione. Un impegno tutt’altro che
leggero, che finirebbe (e di fatto finisce) per gravare ancora di più sulle tasche (e sulla libertà?) del

215 H. Hoppe, op. cit., pag. 208


216 Ivi, pag. 223
217Cfr. Walter Block, “A libertarian case for free immigration”, in “Journal of Libertarian Studies”, vol. 13, n.2
(Estate 1998), pagg. 167–186 e Walter Block, Anthony Grogory, “On Immigration: a reply to Hoppe”, in
“Journal of Libertarian Studies”, vol. 21, n. 3 (Autunno 2007), pagg. 25–42
110

contribuente, Il ragionamento di Hoppe sarebbe inoltre fallace in un altro aspetto: se si suppone che
limitare la libera circolazione sia “generalmente preferibile” per i privati proprietari, allora la stessa
cosa potrebbe valere (a maggior ragione in seguito all’argomento presentato da Hoppe sul legame
tra conservatorismo e società libertaria) per le sostanze proibite e gli altri comportamenti
“irresponsabili”. Insomma, ce n’è abbastanza da far cadere l’intero edificio libertario.
Ci sono altri problemi collegati alla proposta di Hoppe, ad esempio: sarebbe consentita
l’immigrazione interna agli Stati Uniti? Che prospettive si aprono per i figli degli immigrati non
accettati? Se è corretto attribuire ai cittadini americani il suolo pubblico, tra cui le strade, è anche
vero che ci sono porzioni di terreno di proprietà di nessuno, né pubblico. Da un punto di vista
libertario, secondo il principio dell’homesteading, non ci dovrebbe essere nessuna restrizione
all’accesso in queste zone.
Forse l’argomento di Hoppe nei confronti dell’immigrazione si rivela efficace nel descrivere come
la politica riesce a manipolare anche un fenomeno del genere per ingrandire ulteriormente le
dimensioni dello Stato tramite il welfare. Tuttavia nulla esclude che lo stesso processo possa
avvenire anche tramite una politica diametralmente opposta: quella che prevede il blocco totale
dell’immigrazione. Quest’ultima giustificherebbe un’alta regolamentazione, decisioni arbitrarie,
propaganda (presentando lo Stato come l’entità necessaria a vigilare sulla “sicurezza” dei cittadini)
unita ad un servizio non richiesto. Anche per quanto riguarda quest’issue, il paleolibertarismo di
Hoppe si regge sul presupposto che lo statalismo vada solo in una direzione, quella del welfare e del
multiculturalismo tipici dei moderni movimenti socialdemocratici. La storia218 , e forse anche
l’attualità dimostrano che è possibile, se non addirittura più frequente anche la tendenza opposta.

218Ludwig von Mises, uno dei principali punti di riferimenti di Hoppe, ha collegato lʼaumento dellʼinvadenza
dello Stato alle politiche nazionaliste, incluso quella di preservazione delle risorse e dellʼintegrità “razziale” e
sociale. Cfr, Ludwig von Mises, Lo Stato onnipotente (1944), Milano, Rusconi, 1995.
111

Conclusione - Il caso Ron Paul e il futuro del libertarismo

Durante la campagna presidenziale per il 2008, un terzo incomodo è sembrato porsi tra le
formazioni dei democratici e dei conservatori. Correva per le primarie del partito repubblicano, ma i
suoi avversari più accerrimi, anziché i liberal sono i suoi colleghi di partito più in vista: Rudolph
Giuliani, John McCain, Mike Huckabee.
La ragione è semplice: il candidato in questione. Ron Paul, medico del Texas, proponeva un
programma che si distingueva in tutto e per tutto dalla linea politica tenuta dal Gop nel corso degli
ultimi anni. Punto fondamentale: il ritiro delle truppe dall’Iraq, ma anche di tutti quei contingenti
americani impegnati all’estero in nome di un ritorno alla “politica estera dei padri fondatori” 219, ma
anche della riduzione delle spese militari. Segueno l’abolizione immediata dell’imposta del reddito
e politiche improntate alla deregulation nell’ambito delle attività produttive. E ancora: applicazione
alla lettera dei dettami costituzionali, ripristino dei diritti dei singoli Stati federali (con tanto di
revisione della sentenza Roe vs Wade sull’aborto, cfr pag. 70), disimpegno degli Stati Uniti dalle
istituzioni sovranazionali come la Nafta e la WTO, ritorno ad un dollaro “aureo”, non più
inflazionabile dalla Federal Reserve.
Il programma è incredibilmente simile a quello dei due movimenti intellettuali - politici
precedentemente presentati: quello dell’Old Right e quello paleolibertario. Non si tratta di una
casualità: Paul era già ben noto da diversi decenni all’interno dei circoli libertari. Studioso di
economia austriaca, entrò in politica negli anni ’70, periodo in cui si distinse per l’opposizione
all’intervento in Vietnam220 ; nel 1984 appoggiò Ronald Reagan alla presidenza, salvo dissociarsi
quattro anni dopo a causa della war on drugs portata avanti dall’amministrazione repubblicana. Nel
1988 diventa addirittura avversario di Reagan candidandosi per il Libertarian Party, raccoglierà
430mila voti (circa lo 0,5%). Ritornato nel partito repubblicano si vedrà, nel corso degli anni,
sempre più isolato, da convinto sostenitore dei tagli alla spesa pubblica, del contenimento del potere
statuale proprio mentre in cui il partito assume sempre di più un orientamento neo-con. “D’altronde,
- ha ammesso in un’intervista - questo era il partito di chi la pensava come me, sono gli altri che
hanno cambiato idea”.
Le affinità tra Paul e i paleolibertari non finiscono qui: anche Paul, che conosceva e stimava
Rothbard, si definisce un “conservatore culturale” e come tale esprime dei dubbi su aborto, droghe,

219 R. Paul, The Revolution. A Manifesto, Grand Central Publishing, New York - Boston, 2008, pagg. 9- 39.
220Caldwell, Christopher (June 22, 2007) "TheAntiwar, Anti-Abortion, Anti-Drug-Enforcement-Administration,
Anti-Medicare Candidacy of Dr. Ron Paul", New York Times
112

costumi alternativi (anche se resta schiettamente antiproibizionista) e si schiera a favore del ruolo
della famiglia nella società (ad esempio appoggiando le realtà di homeschooling, di scuola a casa).
Nella sua piattaforma spicca, inoltre, la posizione anti-immigrazione: Paul sostiene che il controllo
dei confini (con il Messico) sia una priorità e che il welfare state sia un incentivo ad attrarre gente
improduttiva221.
Nonostante questi punti radicali, la campagna di Paul del 2008 è stata senza dubbi la più fortunata,
almeno in termini di visibilità e di seguito, della storia del movimento libertario con raccolte fondi
da record, realizzate spesso in date simbolo (il 5 novembre, il giorno della congiura delle polveri; il
16 dicembre, ricorrenza del Boston Tea Party). Paul inoltre fece discutere di sé i grandi media
americani e persino europei, diventò il candidato più cliccato su internet, tuttavia la campagna fu
seguita da un prevedibile insuccesso durante le primarie vere e proprie che videro trionfare
l’organizzazione sul campo dei candidati repubblicani mainstream.
La risposta, in ogni caso molto positiva, di numerosi supporter sembra fosse dovuta soprattutto alla
determinazione con cui Paul si oppose all’intervento in Iraq, scavalcando, su quel fronte, anche i
democratici più a sinistra come Denis Kucinich. Ma anche le issues più esclusivamente libertarie
soprattutto le proposte legate al gold standard e al taglio delle tasse ebbero successo e circolarono
tra un pubblico ampio e non libertario in senso stretto.
Il caso di Ron Paul (tuttora impegnato con una “Campaign of Liberty”) dimostra come il
libertarismo, oltre che un esercizio intellettuale, possa essere popolare. Parallelamente alla sua
campagna per le presidenziale, un altro fatto di cronaca attraversò l’oceano e raggiunse l’Europa
creando più di un interrogativo. Una coppia (Edward ed Elain Brown) si barricò per quasi otto mesi
in casa, resistendo all’Fbi e agli esattori dell’Irs: erano “tax protester” e si rifiutavano di finanziare
in qualsiasi modo il governo. Una protesta di principio, la loro, più che di necessità: la coppia, poi
arrestata, risultava infatti benestante, e l’evasione risultava dichiarata. La coppia non nascondeva le
sue convinzioni politiche: “Questa non è più l’America - dichiaravano i coniugi ai giornalisti - ma
un sistema al cento per cento comunista”. Durante “l’assedio”, i Brown ricevettero diversi aiuti da
parte di sostenitori arrivati in zona.

Tuttavia, se il libertarismo può avere un seguito popolare, anche se non propriamente “di massa”, si
impone comunque questa domanda: potrà mai esso avere successo tramite la politica?
La risposta pare essere negativa. Nel capitolo III sono stati esaminati i diversi “sbocchi” politici che
il movimento libertario ha tentato, prima la Nuova Sinistra, poi la destra populista. Infine, il
tentativo più moderato, anche se autentico di Ron Paul, che del libertarismo più radicale rifiuta però

221 Ivi, pagg. 76 - 78.


113

gli esiti anarchici. Si sono rivelate tutte strategie più o meno fallimentari, paradossalmente, nella
stessa misura in cui si rivelavano efficaci le previsioni dei teorici libertari riguardo l’inesorabile
crescita dello Stato nell’attuale contesto welfaristico e “post-moderno”. Il più conservatore dei
libertari, Hans Hermann Hoppe, si è dimostrato anche il più anarchico, anche nel senso di essere il
meno incline ad accettare compromessi con la politica. Per un libertario, dunque, la pretesa di
cambiare il sistema “dall’interno” si rivela essere pretestuosa. È solo l’ultima conseguenza di una
delle poche dottrine politiche che mantengono nell’era del “pensiero debole”, succeduta al crollo
delle grandi narrazioni un fine etico da perseguire come meta ultima. Anche per questo, e per le
intrinseche problematiche che ne derivano, l’ala più estrema del libertarismo è stata definita “il
marxismo del 2000” da alcuni liberali222 . Un’etichetta addirittura accettata da alcuni libertari
radicali come Jeffrey Tucker (di stretta osservanza rothbardiana) che, riferendosi ad Hans Hoppe, ha
parlato di “marxismo senza polilogismo”, sottolineando come la teoria politica di quest’ultimo offra
una spiegazione del conflitto sociale analoga (cfr pagg. 91 - 93) a quella marxista, senza cadere
nella fallacia del polilogismo, ossia senza assumere che gli esseri umani siano irrimediabilmente
condizionati dall’afferenza ad una data classe economica.223
Un altro spunto interessante può venire dalla riflessione sul rapporto tra conservatorismo e
libertarismo. Il pensiero degli autori che si è voluto riportare in queste pagine iritiene che tra le due
dottrine ci sia un legame indissolubile. Tuttavia, benché questo orientamento appare maggioritario
in seno al movimento libertario americano, non è esclusivo. Quella dei left-libertarian (libertari
culturalmente progressisti) è una realtà tuttora viva e vegeta benché gli siano mancati, soprattutto in
passato, esponenti di punta. Anzi, il trend attuale, parla in loro favore. A partire dal 2001, i
provvedimenti del governo americano si sono distinti per un aumento dell’autoritarismo e dei poteri
ai corpi di polizia; il Patrioct Act siglato da Bush ne è un esempio indicativo. È un ritorno dello
Stato “padre e padrone”, che controlla i propri cittadini, che limita la libertà d’espressione, non più
quello bonario, del welfare state, denunciato dai paleo come ugualmente ingiusto e disonesto.
Il movimento libertario sembra aver reagito a questo cambiamento di clima spostandosi più a
sinistra, recuperando (se le aveva perse) quelle componenti attente ai diritti civili e al rispetto dei
singoli individui. Parallelamente, sembra di assistere ad un ulteriore “radicalizzazione” del
movimento, a livello di teoria politica. La quasi totalità degli accademici libertari è ormai
inesorabilmente approdata su posizione anarchiche e antipolitiche e lo stesso sembrano aver fatto
gli attivisti. Ron Paul sembrerebbe essere uno degli ultimi “miniarchici” ancora in circolazione.

222Cfr. D. Cofrancesco, Salviamo il liberalismo dal libertarismo, http://www.loccidentale.it/autore/carlo


+lottieri/salviamo+il+libertarismo+dall%E2%80%99azionismo.001446, 12 aprile 2007.
223 Cfr. J. Tucker, Marxism without polylogism, in Property, Freedom Society,op. cit., pagg. 37 - 44.
114

L’abbandono delle issue più conservatrici è una naturale conseguenza del libertarismo come
movimento “antistato”, destinato a rincorrere, al negativo, il suo nemico: di fronte alle politiche di
tolleranza e di sostegno, anche economico dell’emigrazione, si eleva la reazione estremista di
Hoppe (non a caso europeo e quindi proveniente da un ambiente più filo-socialdemocratico), mentre
il clima di discriminazione e di emarginazione dei diversi fomentato da ambienti politici, le torture
di Guantanamo Bay e di Abu Graib, scatenano la reazione del nuovo fronte libertario.
“Agorismo” 224 , ovvero la protesta antipolitica operata attraverso atti “controeconomici” come
mercato nero ed evasione e “volontarismo” ovvero sostituire al sistema welfare istituzioni
volontarie, che possano però fornire una forma di mutuo soccorso, sembrano essere due parole
chiave del libertarismo del futuro, radicale ed estremo, ma meno individualista e reazionario della
sua versione paleo.
Un’ultima nota va dedicata al principale veicolo di diffusione del libertarismo nel corso dell’ultimo
decennio: internet. Sebbene le posizione libertarie siano condivise (soprattutto in Europa, in misura
minore in America) da una minoranza risibile, non è difficile imbattersi in siti e blog libertari. Forse
perché internet è un po’ come la realtà sognata dai libertari, astatuale, policentrica, individualista,
priva di un pianificatore centrale e dominata dal privato ma allo stesso modo in grado di rendere
servizi efficienti. Forse è questa l’ennesima dimostrazione di come la realtà mediatica si faccia
influenzare e influenzi la società, di come - secondo il celebre motto di Marshall McLuhan - “il
media [sia] il messaggio”.

224
Sul movimento agorista, vedi S.E. Konkin, The New Libertarian Manifesto, www.agorism.info/
NewLibertarianManifesto.pdf
115

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Indice

Introduzione: tre tappe di un’ideologia tutta americana 1


I. Per una genealogia del movimento: il caso dell’Old Right 3
II. Dalla Scuola Austriaca al giusnaturalismo di Murray Rothbard 28
III. L’attivismo libertario: dalla New Left al Paleolibertarismo 51
IV. Per un’anarchia conservatrice: la teoria politica di Hans Hermann Hoppe 81
Conclusione 111
Bibliografia 115

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