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RIASSUNTO POPULISMO

PRIMA PARTE: TEORIE


1. Germani: secolarizzazione, modernizzazione e nazional populismo
Alcune vicende biografiche di Gino Germani, come l’arresto per attività antifasciste e
l’emigrazione in Argentina, hanno segnato il suo percorso di studi. Le eccezionali
esperienze del fascismo e del peronismo vissute in prima persona condizioneranno
la sua riflessione, contribuendo alla formazione di uno sguardo sociologico
comparativo teso alla comprensione della natura degli autoritarismi e alle cause
della crisi della democrazia. La prospettiva di analisi di Germani è incentrata sulle
dinamiche di mobilitazione delle masse e sul loro straordinario impatto sulle società
e gli stati della prima metà del ‘900. Per lui la mobilitazione sociale deve essere
interpretata alla luce del concetto di modernizzazione che, a sua volta, va ricondotto
al più ampio fenomeno della secolarizzazione; quest’ultima è la principale causa
della modernità delle società del ‘900, caratterizzate dal fatto che l’individuo ha una
libertà di azione maggiore e non vincolata da un strutture tradizionali e religiose.
Questa libertà è la condizione base della mobilità sociale. Spiega che nella società
moderna all’istituzionalizzazione della tradizione si sostituisce l’istituzionalizzazione
del cambiamento. Germani inoltre rifiuta tanto l’interpretazione degli autoritarismi
come forme residuali dell’antico assolutismo, quanto l’interpretazione marxista che
vedeva gli autoritarismi come esclusivi prodotti del capitalismo avanzato. Individua
nelle dinamiche di mobilitazione sociale dovute alla modernizzazione anche la causa
del fenomeno del condizionamento ideologico. Queste sono quindi le caratteristiche
generali che Germani riconosce tanto nel fascismo quanto nel nazional populismo
argentino di Peron, con una sostanziale differenza: se nel fascismo è centrale una
classe media che promuove una mobilitazione dall’alto per il controllo delle classi
subalterne, nel nazional populismo peronista la dinamica è interpretata da un
blocco sociale populista formato dalla classe media latinoamericana integrata con le
classi subalterne. Il blocco populista non promuove un movimento gerarchicamente
strutturato, ma un movimento multi classista, progressista e democratico. Nello
specifico del caso argentino studiato da Germani, il secondo ciclo di mobilitazione,
alla base del nazional populismo, è caratterizzato dal fenomeno di urbanizzazione
delle masse. Il flusso di popolazione dalle zone rurali e la presenza di numerose
comunità di stranieri hanno creato una nuova soggettività politica e sociale che lui
stesso chiama “proletariato urbano”, cioè l’attore sociale di cui si avvarrà
principalmente Peron per la sua ascesa. In particolar modo, quest’ultimo articola
una rete governamentale per il controllo del consenso popolare basata soprattutto
su una diffusa rete di sindacati proprio per dare rappresentanza a tutte le tipologie
di lavoratori, ma anche per garantire un capillare controllo del territorio.
2. Shils: il populismo americano, tra opinione pubblica e complottiamo
Il sociologo americano Edward Shils elabora riflessioni sulla società dal punto di vista
strutturaL-funzionalistico, prendendo in esame il clima di controllo ossessivo da
parte delle autorità statunitensi nei confronti dei cittadini americani durante la
Guerra Fredda, fondato sulla prevenzione della minaccia comunista. Secondo lui, il
clima di paranoia sociale generalizzata non sarebbe solo l’effetto di quella fase
storica, ma dipenderebbe da alcune caratteristiche strutturali proprie della società
americana che in quel periodo emersero in modo particolarmente forte. Per Shils
nelle democrazie occidentali liberali ci dovrebbe essere un bilanciato rapporto tra
dimensione privata, segretezza e dimensione pubblica, cosa che invece non poteva
avvenire nei regimi sovietici. Il confronto che più fa emergere la problematica
populista è quello tra il modello sociale americano e quello britannico; quest’ultimo
infatti rappresenterebbe il modello più equilibrato, poiché in modo non conflittuale
coesistono un diffuso riguardo delle classi più basse per le istituzioni e le autorità e
un’accettazione delle gerarchie, insieme a un sano rispetto per la privacy. Una forte
cultura della privacy, e una meno dilagante dimensione della publicity,
attenuerebbe ogni eccesso di considerazione della segretezza, e quindi anche la
paura eccessiva nei suoi confronti. Al contrario la situazione nordamericana ha
mostrato una prevalenza della dimensione pubblica; sarebbe quindi una cultura
essenzialmente populistica. Si giunge quindi alla riflessione di Shils sul populismo,
che non guarda a questo fenomeno in maniera strettamente politica, ma come
problema sociale e culturale della dimensione pubblica in relazione a quella
istituzionale e alla mentalità diffusa. Il populismo identifica la volontà del popolo con
la giustizia e la moralità; pertanto sarebbe una tendenza delegittimante di ogni
ordine sociale stabilito, di ogni ordine gerarchico e soprattutto di ogni logica che
preveda una strutturazione piramidale della società, dei poteri e delle funzioni
statuali. Questo fa sì che il populismo produca un’attitudine avversa tanto nei
confronti delle élite quanto dei ceti intellettuali. È inoltre contrario alla separazione
dei poteri e alle manifestazioni pluralistiche della società. Nella considerazione di
Shils dunque il pluralismo è il risultato di quel sano bilanciamento tra dimensione
pubblica, privacy ed esigenza di una segretezza che non susciti paure, ma
corrisponda alle normali necessità dello stato.

3. Ionescu e Gellner: la fondazione degli studi sul populismo


Lo studio di Ghita Ionescu e Ernest Gellner raccoglie le teorie sul populismo di
diversi autori, contiene numerose intuizioni teoriche, cerca di affrontare il problema
in tutte le sue numerose sfaccettature e con differenti approcci, senza mai cedere a
una soluzione riduzionista; il volume di riferimento è Populism, its meanings and
National charateristics del 1969. Hofstadter, spiega il populismo degli imprenditori
agricoli nordamericani soffermandosi sulla logica di sopravvivenza che li portò a
contrastare le dinamiche finanziarie e monopoliste. Hennessy legge i populismi
latinoamericani alla luce della loro natura non classista e della resistenza della
mentalità contadina davanti all’emergere della dimensione urbana, rifacendosi
quindi a Germani, individuando alcuni fattori chiave come il mancato sviluppo della
classe media con una propria cultura e un proprio ruolo sociale, o l’egemonia dei
ceti latifondisti. Walicki studia il populismo russo e individua alcuni aspetti
caratterizzanti: fu una reazione al capitalismo non solo all’interno della Russia, ma
anche ne confronti dell’esterno. Decisiva infatti la contrapposizione polemica della
cultura russa contro quella occidentale, secondo la quale viene fornita per la prima
una prospettiva ideologica di risposta alle condizioni di arretratezza davanti alle
sfide della modernizzazione occidentale. Un altro fattore di attivazione della
dinamica populista è il processo di decolonizzazione che coinvolge queste società,
generando movimenti sociali nazionalistici, contrari alle élite dominanti interne ed
esterne al paese e determinando fenomeni di risentimento sociale. MacRae discute i
rapporti tra ideologia e populismo, sottolineando come quest’ultimo punti alla
realizzazione di una società principalmente consensuale e uniforme. Il contributo di
Wiles è invece riassumibile nella formula del populismo come sindrome politica, che
si caratterizza secondo alcuni tratti basilari, tra cui:
● Il populismo è più moralistico che programmatico;
● Aspetto, modi, stile di vita del leader sono fondamentali nel rapporto con i
seguaci;
● Il rapporto leader e massa è quasi di carattere mistico;
● Il populismo è indisciplinato e male organizzato;
● È anti-intellettuale;
● È contro la scienza e la tecnologia;
Stewart si sofferma sul problema dell’unitarietà del populismo spiegando che essa
non si trova tanto nei programmi o nei contenuti, quanto in un’unità di situazioni e
di relazioni sociali. In particolar modo approfondisce quello che lui definisce
“carattere coalizionale” delle formazioni populistiche e l’importante ruolo svolto
dalle crisi sociali per la loro genesi. Minogue insiste sull’analogia populismo come
movimento politico. Worsley si sofferma sulla natura del concetto di populismo,
continuamente minacciata dall’accusa di non avere sufficiente consistenza o di non
esistere affatto. Indica una dinamica di potere che per essere compresa dal punto di
vista sociologico deve essere analizzata non solo per la sua relazione diretta tra
popolo e leadership, ma soprattutto per il carattere popolare della partecipazione
politica nel contesto in cui si genera.
4. Canovan: il populismo e le forme della sovranità popolare
Margaret Canovan, interprete del pensiero di Hanna Arendt, riconosce la
complessità del concetto di populismo e rifiuta di ridurre a una sola categoria la
pluralità di fenomeni populistici apparsi nella storia. È una delle prime filosofe
politiche a suggerire un approccio molteplice alla comprensione dei populismi
contro una definizione unitaria e troppo generale sulla teoria. Per alcuni dei suoi
studi si basa sulla teoria della “somiglianza di famiglie” di Wittgenstein.
L’obbiettivo è studiarli nella loro specificità storica, ma soprattutto dal punto di
vista della dinamica sociale a essi correlata. Secondo lei vi è la necessità di uno
studio sistematico in chiave sociologica dei populismi. La Canovan individua due
macrocategorie: l’Agrarian Populism, nella quale rientrano il People’s Party
americano e il populismo sovietico, e il Political Populism, formato invece dalla
dittatura populista, dalla democrazia populista, dal populismo reazionario e dal
populismo dei politici.
Agrarian Populism:
● Il primo esempio è il Farmers’ Radicalism, rappresentato da quei movimenti di
protesta dei produttori agricoli che negli stati rurali degli USA avviarono delle
ripetute azioni di protesta finalizzate alla rivendicazione di un’autonomia
economica nel decidere i prezzi dei loro prodotti. Nel giro di qualche ano
arrivarono a fondare il People’s Party. Canovan sottolinea che non si trattò
soltanto di un fenomeno socioeconomico basato sulle rivendicazioni dei
produttori agrari, ma di un fenomeno sociopolitico di rivolta contro le élite
plutocratiche dominanti e i politici nazionali.
● Molto diverso è il secondo caso, quello del Narodnichestvo, del populismo
russo, che è invece frutto dell’elaborazione di una élite intellettuale. Si tratta
infatti di un populismo dell’intellighenzia proposto dalle classi sociali rurali, la
cui dottrina è tesa a glorificare lo stile di vita rurale in chiave antimoderna,
protosocialista e sulla base di un sentimento di riscoperta delle radici slave.
Nell’ambito di questo populismo si ebbe l’elaborazione di una ideologia che
contribuì non poco allo sviluppo della lotta politica contro l’autocrazia zarista,
traducendosi spesso in atti terroristici contro il regime autocratico. La fine di
questo movimento fu decretata dall’instaurazione del regime bolscevico.
Il Political Populism:
Nel populismo politico sono preminenti elementi come la dimensione urbana, la
presenza di leadership carismatiche e/o di partiti strutturati.
● Il primo tipo è la “Dittatura Populista” per la quale la Canovan presenta due
esempi: l’argentino Peròn e lo statunitense Long. Per il peronismo si rifà agli
studi di Germani, che individuava nel processo do modernizzazione e
inurbamento delle masse latinoamericane la principale causa di questa nuova
forma di potere politico. Per Long invece la chiave di lettura è la condizione di
crisi individuale e sfiducia dei contadini della Louisiana durante la Grande
Depressione. In entrambi i casi sottolinea la condizione diffusa di
sradicamento sociale dei cittadini come il fattore chiave del populismo,
disorientamento che fa da leva alla retorica di riscatto proposta dal leader e
che permette uno sfogo positivo al risentimento sociale. Proprio in virtù di
una dinamica di consenso di massa, sono i populismi che hanno più cose in
comune con il fascismo e il nazismo.
● Il secondo tipo è la “Democrazia Populista” che include tutte le forme di
populismo che puntano a un incremento considerevole della partecipazione
politica e a un governo del popolo. Sono pertanto democrazie radicali.
In questa categoria la Canovan fa rientrare il caso del maccartismo studiato da Shils
e il caso della Svizzera.
Questo tipo di populismo ha però anche dei limiti, come il rischio di una tirannia
della maggioranza, la tendenza dell’opinione pubblica a influire sulle scelte di
governo in modo non oggettivo e distorto o la perdita di autorevolezza e
prestigio delle competenze sulla base di un egualitarismo assoluto.
● Il terzo tipo è il “Populismo Reazionario”, che si caratterizza per un contenuto
ideologico antiprogressista, nazionalista, xenofobo e tradizionalista. Qui vi è la
contrapposizione tra la base popolare che si identifica nelle sue radici
retrograde contro le élite e la loro cultura progressista e cosmopolita. Il
politico a cui la Canovan fa riferimento è Wallace, governatore dell’Alabama,
famoso per le sue posizioni a favore della difesa della segregazione razziale
dei neri.
● Quarto ed ultimo tipo è il “Populismo dei Politici”, che è più che altro uno stile
politico espresso tramite le loro azioni e le loro pratiche politiche. Qui
rientrano i “catch all people’s parties”. Vi è qui riportato l’esempio di Carter
per gli USA che si definì egli stesso populista oppure del Partito della
Rivoluzione Messicana P.R.I. La caratteristica strutturale di questo tipo di
populismo è la sua natura tattica, che consiste nell’usare il richiamo al popolo
come possibilità di rinnovo del consenso e della legittimazione sociale per
riallineare di volta in volta l’azione politica con le esigenze del contesto.
Gli ultimi studi della Canovan si sono concentrati proprio sul popolo, in quanto
concetto politico astratto, ma anche come rappresentazione sociale diffusa e
condizionante l’azione dei cittadini.
Per concludere, attraverso un’analisi del concetto di Popolo, risale alle condizioni di
possibilità del populismo, mostrandolo come una caratteristica connaturata di ogni
democrazia perché intrinseca all’interpretazione sociale di uno dei suoi pilastri: la
sovranità popolare.
5. Laclau: il linguaggio originario della politica
Ernesto Laclau offre una nuova concezione generale che non relega il populismo a
un fenomeno necessariamente negativo. Le sue opere si contraddistinguono per un
originale stile epistemologico e di scrittura dovuti all’utilizzo di categorie e
argomentazioni che rimandano alla psicoanalisi, allo strutturalismo e al marxismo.
Egli dà un grande valore al ruolo del linguaggio melo studio dei fenomeni sociali. In
piena linea con la tradizione marxiana, concepisce l’antagonismo politico come un
principio fondamentale: ogni società è interpretabile e trasformabile in un’ottica di
progresso alla luce del conflitto tra popolo e classe dominante. D’altra pare Laclau
applica fedelmente anche il principio gramsciano del materialismo storicistico non
deterministico che concepisce ogni fenomeno politico nella sua contingenza e
secondo le categorie proprie del suo tempo. Occorre dunque prendere atto
dell’inadeguatezza di alcuni concetti del marxismo originario, come per esempio
proletariato e classe. Il pensiero progressista deve elaborare nuove categorie che
corrispondano alle nuove soggettività sociali proprie degli odierni contesti
economici. Proprio aggiornando il pensiero marxista, Laclau scopre la centralità del
concetto di populismo, concepito come una forma originaria del populismo. Per lui il
populismo è innanzitutto un concetto neutro: non è negativo né tantomeno
positivo. La negatività solitamente associata a questo termine è frutto di una
letteratura scientifica critica di stampo neoliberale che ha sempre screditato le
masse e le folle. Dopo di ché, lo storico esplora l’alto grado di ambiguità semantica
di questo concetto: questa apparente vaghezza epistemologica deve essere chiarita
riconoscendo il termine populismo come un “significante vuoto”, cioè un fenomeno,
linguistico e sociale, non privo di significato, ma una dimensione simbolica che
grazie alla sua vuotezza è capace di accogliere e dare unità e coerenza a una forte
eterogeneità di elementi che altrimenti avrebbero difficoltà a stare insieme. Tiene
insieme elementi vari e differenti, a volte persino contraddittori, in un’entità unica
che si chiama popolo. Ma che cos’è per Laclau il populismo? Secondo lui il
populismo è un modo di costruire “il politico”, nel senso che è una modalità di
plasmare le identità del potere politico. Non ha una connotazione ideologica
precisa, pertanto può essere sia di sinistra sia di destra, tanto progressista quanto
reazionario; non è importante questo aspetto di carattere valutativo, bensì la
fenomenologia del populismo. Per capire questa fenomenologia individua due
logiche sociali antagonistiche che si possono manifestare in qualsiasi società. La
prima la chiama equivalenziale, che produce mobilitazione sociale e porta alla
costruzione collettiva prima e a una identità popolare poi, fino ad arrivare nei casi di
successo alla mobilitazione di massa. La seconda e opposta la chiama logica della
differenza, che reagisce alla domanda sociale individuandola e consiste in una
penetrazione del potere politico nell’ambito dei richiedenti. La domanda sociale è la
condizione di partenza di ogni populismo. Se la domanda non trova risposte, allora
si ha l’esclusione politica di quei soggetti. In conclusione, riconoscendo una
neutralità analitica al concetto d populismo, Laclau ha allargato lo spettro di
indagine facilitando una comprensione meno pregiudiziale.

6. Mény e Surel: populismo e costituzionalismo


Secondo Mény e Surel, la sovranità popolare come fonte del potere democratico è
allo stesso tempo la forza che rinvigorisce e salda l’autorevolezza istituzionale e
l’ordine costituito, ma anche il fondamento sociale della critica sociale, del controllo
pubblico dei poteri e della limitazione degli stessi.
Su questo asse dicotomico si innesta la contrapposizione concettuale tra
costituzionalismo e populismo da loro proposta come orientamenti politici, tanto di
cultura quanto di azione, contrapposti e presenti in ogni democrazia. Il
costituzionalismo è la dimensione delle protezioni e della limitazione di ogni
discrezionalità del potere, ed è basato sulla logica della difesa dello stato di diritto.
Il populismo invece è caratterizzato dal richiamo al potere del popolo alla ricerca di
modalità di consenso e legittimazione dirette, verticistiche e leaderistiche.
Semplifica ed erode i sistemi di mediazione, delegittima lo stato di diritto. Trovando
nella sovranità popolare una fonte, il populismo disconosce la validità dei
meccanismi di rappresentanza istituzionali e attacca i politici eletti come traditori
della stessa sovranità. Riprendendo la distinzione della Pitkin tra forme di
rappresentanza acting for e standing for, i movimenti populisti secondo Mény e
Surel interpreterebbero lo standing for contro un sistema rappresentativo più
orientato verso l’acting for. Da questo punto di vista i due autori hanno già
evidenziato come il populismo produca inoltre delle forme di disintermediazione
interne alle logiche sociali stesse della partecipazione politica. L’azione populista
mira a un processo di disgregazione istituzionale; questo processo però è a sua volta
una risposta alla frammentazione sociale in cui il populismo nasce, dovuta da una
parte ai processi di globalizzazione, dall’altra alle crisi economiche prolungate.
Queste crisi accentuano nel cittadino la sfiducia nei confronti delle élite, che lo
induce a rifugiarsi in una comunità immaginaria che è la comunità-popolo. A
determinare il funzionamento del populismo due fattori dinamici: la valorizzazione
del popolo porta a una concezione unica della comunità immaginata; il populismo,
proprio perché difende il popolo, possiede carattere reattivo. Mény e Surel
individuano poi tre tipi ideali in senso weberiano di comunità immaginata: Il popolo-
sovrano su un piano strettamente politico; il popolo-classe nell’accezione
prettamente economica; il popolonazione in una prospettiva più culturale.
Analizzando infine i neopopulismi europei sottolineano la profonda relazione tra
logiche populiste e trasformazione dei partiti; nello specifico due elementi sono
intervenuti in modo decisivo e hanno favorito la nascita dei partiti populistici: l’alta
volatilità elettorale e l’affermazione di nuovi valori rispetto alle ideologie del ‘900.
SECONDA PARTE: PROBLEMI
1. Populismi vecchi e nuovi
Negli anni ’70 e ’80, ad eccezione di casi isolati come quello della Canovan, la
produzione scientifica relativa è molto diminuita. Al contrario, negli anni ’90 si è
avuta una significativa ripresa del dibattito scientifico sul populismo. Questo
accrescimento è dovuto all’oggettivo aumento dei casi d populismo; lo studioso per
questo motivo deve far fronte a numerose nuove tipologie di populismo.
Woods a riguardo a proposto di individuare tre ondate di populismi: la prima del
populismo agrario russo e dell’Est Europa; la seconda di quello latinoamericano
degli anni ’40 e ’50; la terza dei populismi europei degli anni ’90 di orientamento
conservatore. Questa distinzione però è stata giudicata incompleta, in quanto non
include i populismi di orientamento progressista latinoamericani. In questo capitolo
viene inoltre messa in luce la profonda relazione esistente tra populismi e sistemi
democratici: il populismo cambia con il cambiare delle democrazie restandone una
dimensione, più o meno sviluppata a seconda dei contesti, ma intrinsecamente
dipendente. I recenti casi del Venezuela, della Russia e della Turchia hanno invece
posto la questione della profonda relazione che può intercorrere tra populismo e
processi di degenerazione democratica, in favore di blande forme di autoritarismi. Il
populismo con la sua capacità di delegittimazione istituzionale e legittimazione
popolare di una forza politica con meccanismi diretti può rappresentare un fattore
di rischio per il funzionamento corretto della democrazia liberale.
Abbiamo infine visto come il populismo non sia una prerogativa di contesti politici
meno avanzati.

2. La difficile definizione del concetto


Una delle principali difficoltà epistemologiche del populismo è la sua definizione, in
quanto nozione polisemica e ambigua. Su questa inafferrabilità teorica si fonda la
critica di coloro che sostengono che il populismo in realtà non esista. La maggior
parte degli autori dell’attuale dibattito prendono le mosse proprio dalla vaghezza
del termine. Taggart ad esempio parla di un concetto “scivoloso”. Vi sono due
approcci sulla definizione concettuale del populismo: il primo che tende a concepirlo
come un concetto aperto; il secondo, di più ampio respiro, che è invece incline a
identificarlo a una categoria. Il termine populismo indica una rete di elementi teorici
le cui proprietà sono sovrapposte ma non coincidenti e altamente caratterizzate
dalla vaghezza. Stanley, pur discutendo la natura ideologica del populismo, ha
proposto un ragionamento basato su dei tratti analitici caratteristici, necessari al suo
riconoscimento:
● L’esistenza di due unità di analisi omogenee, cioè il popolo e l’élite;
● La relazione antagonista tra popolo ed élite;
● L’idea di sovranità popolare;
● La valorizzazione positiva del popolo e la denigrazione delle élite.
Questa lista non è rigida, bensì può variare in funzione della fase storica e della
contingenza, geografica e sociale.

3. Ideologia, strategia o discorso politico?


Un secondo approccio alla soluzione del problema della definizione concettuale del
populismo consiste nella sua identificazione con una categoria teorica sociale
precisa. Gidron e Bonikowski hanno avanzato un quadro classificatorio,
individuando tre differenti impostazioni dottrinarie:
● Il populismo come Ideologia: L’esponente maggiore di questa categoria è Mudde
che sostiene che il populismo “è una ideologia sottile e focalizzata che in definitiva
considera la società essere separata in due gruppi antagonisti e omogenei. Il puro
popolo contro l’élite corrotta […]”. Il populismo secondo lui rientra quindi in quel
particolare tipo di ideologie che Freeden definisce thin-centered, cioè hanno una
morfologia semplice consistente solo nella contrapposizione popolo e élite, dove
quest’ultima ha un’accezione negativa mentre il primo ha un valore positivo (il
fascismo, il comunismo e il socialismo invece sono ideologie thick-centered, cioè
dalla morfologia complessa). Per Van Dijk l’ideologia sottende sempre una precisa
strategia discorsiva volta a svalutare gli “altri” e a valorizzare tutto ciò che ha a che
fare con il “noi”. Applicato al caso della dinamica populista il noi coincide con il
popolo e il “loro” con l’élite. Se il popolo si caratterizza per un sentimento di
orgoglio e appartenenza, l’élite è invece oggetto di risentimento sociale. In questi
orizzonti il leader dovrà essere allo stesso tempo promotore, garante, difensore e
giustiziere di questa nuova comunità e di questo processo.
● Il populismo come stile discorsivo: Secondo questo approccio il populismo è un
macro-dispositivo retorico che funzione nel tentativo di rovesciare la subalternità
del popolo rispetto alla classe sociale dominante. Anche in questo orientamento
troviamo l’opposizione popolo-élite, solo che qui l’identità, la coscienza e la
funzione del popolo in chiave anti-istituzionale sono il risultato di una strategia
comunicativa precisa. Per Moffitt e Tormey più che di stile discorsivo si deve
parlare di un vero e proprio stile politico, che a partire dalla dimensione
comunicativa si estende all’azione concreta degli attori politici. Per la Cedroni il
populismo è una forma comunicativa complessa tipica dei periodi di transizione,
nei quali le élite perdono il loro primato. Per Aslanidis la natura comunicativa del
populismo deve essere affrontata alla luce della teoria dei frame di Goffman; gli
studi derivanti da questa impostazione si sono orientati a una rigida analisi dei
discorsi dei leader populisti, come quello condotto della Dematteo sullo stile
comunicativo di Umberto Bossi, funzionale a produrre consenso politico.
● Il populismo come strategia: Secondo questo approccio, ad avere priorità
analitica sono piuttosto le dimensioni socio-strutturali del populismo, come le crisi
sociali, le crisi economiche, le mobilitazioni sociali e i suoi cambiamenti,
l’organizzazione politica la partecipazione politica e i fattori geopolitici. Jansen ad
esempio insiste sulla mobilitazione sociale e sottolinea come il fenomeno populista
sia il risultato di una reazione sociale e delle classi più svantaggiate ed escluse,
finalizzata a una riappropriazione. Definire il populismo una strategia vuol dire
considerare l’insieme de fattori che lo compongono come una dinamica sociale di
potere unica che si impone per sostituire quella dominante di carattere elitario.
Definizione del Unità di analisi Autori
populismo
Ideologia Un insieme di idee Partiti e leader di partito Mudde
politica correlate sulla natura Kaltwasser and Mudde
della politica e della
società
Stile Un modo di fare Tesi, discorsi, discorsi pubblici Kazin
discorsivo proteste; Laclau
caratteristiche del Panizza
discorso
Strategia Una forma di Partiti (con un focus sulle Roberts
politica mobilizzazione e strutture), movimenti sociali e Weyland
organizzazione leader Jansen

Riassumendo: Queste tre categorie però sono soluzioni di tipo riduzionistico, sia sul
piano della scelta concettuale sia sul piano del fenomeno reale, perché affrontano la
sua complessità da una sola dimensione, che sia appunto quella delle idee, quella
comunicativa o quella della strategia sociale, tralasciando le altre dimensioni come
effetti della dimensione prescelta.

4. Il neopopulismo italiano
Dalla fase storica che ha segnato il passaggio dalla “Prima Repubblica” alla “Seconda
Repubblica”, cioè tra il 1992 e il 1993, si può dire che la società e la politica italiane
hanno preso una direzione marcatamente populistica. La fine di un sistema
marcatamente partitocratico ha comportato una profonda trasformazione delle
principali strutture sociopolitiche italiane, nonché della comunicazione e del
dibattito pubblici. In un tempo relativamente breve, coincidente con il periodo degli
scandali di Tangentopoli, il sistema politico italiano è passato da una condizione
caratterizzata dalla cosiddetta “società politica”, a una nuova concezione
contraddistinta dall’antipolitica, dalla sfiducia dei meccanismi di rappresentazione e
da una esaltazione della “società civile”. Gli scandali per corruzione nel 1992 hanno
catalizzato un processo di dissoluzione che era già in atto dalla fine degli anni ’60.
In questo contesto si colloca il fenomeno della Lega Nord, primo neopopulismo
apparso già nell’ultimo decennio della Prima Repubblica. Il leader di questo
movimento, Umberto Bossi, ha saputo sviluppare un messaggio politico innovativo
etno-regionalista, interclassista e post-ideologico, servendosi di un linguaggio
informale. Nel 1994 entra in scena Silvio Berlusconi, espandendo il passaggio alla
fase neopopulista all’intero territorio nazionale, e non solo nell’area Nord-Est
dell’Italia. La sua retorica neopopulista è innovativa e la sua strategia ha saputo
creare un’organizzazione partitica agile, di tipo quasi imprenditoriale, caratterizzata
da una spiccata immediatezza (12/11/2012 fine dell’ultimo governo Berlusconi).
Dal 2005 per iniziativa di Beppe Grillo prende le mosse un movimento civico, che
progressivamente diventerà il terzo polo della politica italiana e la seconda forza per
consenso elettorale. Il M5S rappresenta infatti il primo caso di webpopulismoi in
Italia e uno dei pochi su scala mondiale, a causa del suo costante ricorso alla
dimensione del web. Questo, sin dall’inizio, ha mostrato una strutturazione
interclassista e aideologica, capace di raccogliere nelle proprio fila tanto
simpatizzanti della sinistra radicale quanto simpatizzanti di destra. Può essere fatto
rientrare nella categoria di “Populismo Democratico” individuata dalla Canovan.
Tutta via il M5S non è esente da critiche simili a quelle rivolte al movimento di
Berlusconi: la gestione iperverticista del movimento; l’assenza di chiare regole di
democrazia interna; la promozione di azioni o posizioni spesso in contraddizione.
Intorno al 2010 sullo scenario politico italiano compare Matteo Renzi, che non può
essere considerato un vero e proprio populista; tuttavia è possibile riconoscere nel
suo stile politico e comunicativo molti elementi di tipo populistico. La sua
leadership, nascendo come alternativa ai movimenti di Berlusconi e Grillo, ha saputo
mettersi sullo stesso piano di creazione del consenso e soprattutto con mezzi e modi
molto simili. Renzi è piuttosto la risposta proposta populista istituzionale al
populismo dilagante.

5. Il neopopulismo latinoamericano
L’ondata populistica latinoamericana ha inizio con Juan Domingo Peron in Argentina,
attentamente analizzato da Germani. La seconda ondata riguarda le forze politiche
che si sono imposte in America Latina tra i primi anni ’90 e i primi anni del 2000. Ci
limiteremo ad analizzare però solo i casi venezuelano e boliviano. I movimenti
neopopulisti latinoamericani si sviluppano come reazione al fallimento delle
politiche economiche neoliberiste degli anni ’80 e ’90 che avevano causato povertà
ed esclusione sociale e politica; per questa ragione svilupperanno un potente
discorso di consenso basato sull’inclusione sociale e politica, e in generale sulla
mobilitazione delle classi sociali estromesse. Il caso del Venezuela di Hugo Chàvez è
il primo; lo sviluppo istituzionale, la crisi politica e sociale lo renderanno uno dei casi
più radicali tra tutti.
Questo però va considerato in relazione alla lunga fase critica che lo precede e che
minò alle fondamenta il sistema politico e sociale. A seguito della vittoria delle
elezioni presidenziali nel 1998, Chàvez promosse il cosiddetto “Socialismo del XXI
secolo”, basato su un’esaltazione della democrazia diretta, della partecipazione
cittadina, dei massicci investimenti sociali, tesi all’inclusione delle classi svantaggiate
e di un anticapitalismo radicale. Il chavismo ha rappresentato una forma di
populismo altamente istituzionalizzato, nonché uno dei primi casi di tele populismo
latinoamericano. Nonostante i successi sociali indiscussi, però, il sistema politico
venezuelano ha evidenziato una progressiva instabilità, dovuta in parte alla
crescente conflittualità con l’opposizione. Gli analisti di orientamento liberale hanno
criticato l’esperienza chavista, considerandola un processo di involuzione
democratica, definendo il Venezuela una forma di soft-authoritarianism. Altro caso
è quello del partito MAS di Evo Morales in Bolivia. La provenienza del leader dalle
fila del movimento degli indios produttori e la sistematica ostentazione simbolica di
questa identità lo rendono un vero e proprio caso di etnopopulismo. Il partito MAS
muove i suoi primi passi negli anni ’80; nel 1997 Morale entra in parlamento,
diviene presidente nel 2005 (elezioni anticipate causa proteste sociali contro il
governo), e poi ancora nel “009 e nel 2014, avviando una profonda trasformazione
della società boliviana. La Costituzione confermata con un referendum popolare
(2009) è l’esempio più esplicito dell’istituzionalizzazione del populismo indigenista
promosso dal MAS. A tutti gli effetti la Bolivia diventa una nazione plurinazionale,
realizzando politicamente un’azione di inclusione civica e sociale delle classi più
povere e portando a compimento un processo politico di de-decolonizzazione.

6. Dinamiche sociali del populismo


In questo capitolo verranno individuate le dinamiche che caratterizzano il
populismo, tanto nella fase di esordio quanto in quella dell’istituzionalizzazione.
Trattandosi di un fenomeno multifattoriale, è difficile analizzarlo in maniera
monocausale. Spesso, sia l’approccio discorsivo sia quello ideologico, tendono a non
considerare sufficientemente l’evoluzione sottostante al populismo, mentre invece
accade che i cambiamenti della struttura sociale di media e lunga durata sono le
condizioni determinanti degli aspetti formali.
 Polarizzazione sociale e polarizzazione politica
La dimensione manichea tipica di quasi tutti i populismi può essere spesso
l’espressione di una polarizzazione in atto nella società in cui il populismo si
manifesta. La struttura comunicativa è determinata dalla struttura sociale.
Emblematico è il caso venezuelano, dove la polarizzazione sociale ha per molti versi
preparato l’avvento del populismo di Chàvez (vedi pagina 72).

 Mobilitazione e inclusione sociale


Gli studi di Jansen e Laclau hanno messo in luce la correlazione dell’ascesa dei
populismo con mobilitazione sociale e l’inclusione sociale e politica delle classi
popolari. La partecipazione politica populista, per il cittadino che ha perso la fiducia
nella politica consueta e che da questa prende le distanze, può essere un’occasione
di ri-partecipazione alla vita politica, e quindi di risocializzazione politica, oppure di
una prima scelta estrema alternativa; in questo caso il populismo tramite un
processo di socializzazione politica forma l’identità politica del cittadino.
 Disintermediazione sociale
Un’analisi delle condizioni sociali del contesto in cui il populismo si realizza, può
mettere in luce il processo di disintermediazione sociale, cioè un profondo
mutamento degli equilibri esistenti tra governanti e governati, quindi la riduzione
quantitativa e qualitativa dei dispositivi sociali del potere, che mettono in relazione
la dimensione del governo con quella dei cittadini. In molti casi è la causa della
polarizzazione. Un caso particolarmente evidente è quello della svolta neopopulista
in Italia decisa dalla comparsa di Berlusconi (vedi pagina 74)
 Cultural Backlash
Norris e Inglehart hanno avanzato alcuni studi volti a chiarire se dal punto di vista
sociologico-politico i populismi fossero più imputabili alle diseguaglianze
economiche oppure al progredire della cultura politica e della cultura in generale. La
loro conclusione è che il populismo è appunto la reazione di quei settori sociali che
percepiscono l’avanzamento dei valori come una minaccia e propongono una
visione del mondo più semplificata e retrograda, dominata da in sentimento anti-
istituzionale contro le élite cosmopolite, la ricerca di un leader che sappia incarnare
la volontà popolare, ma con cui vengano espressi e tutelati i valori tradizionali e il
nazionalismo.

7. Il populismo penale
Il populismo penale riguarda la dimensione della giustizia e dello stato di diritto di
uno stato, la corretta applicazione della legge sui cittadini e i condizionamenti sociali
che intervengono nelle applicazioni sbagliate. I primi studi vengono effettuati da
Bottoms, il quale introdusse il problema delle modalità legislative e di attuazione
della punizione basate non tanto sul merito della questione giuridica, quanto
piuttosto sui condizionamenti di natura populistica riguardanti i politici e i giudizi.
Una particolare attenzione va all’uso strumentale degli argomenti relativi alla
giustizia da parte di alcuni candidati politici, individuando delle vere e proprie
strategie di manipolazione dell’informazione tese a presentare un quadro della
situazione criminale peggiore rispetto a quella oggettiva, per generare insicurezza
dilagante e consenso politico.
Per Pratt sono tre le forme di alterazione del funzionamento normale della giustizia:
● Glamourizzazione
Nell’attuale società dei media e dello spettacolo i fatti criminosi vengono
esageratamente spettacolarizzati, contribuendo alla diffusione di un’idea ”glamour”
della dimensione criminale in generale. Il crimine diventa il male fatale contro cui è
impossibile fare qualcosa, ma che genera anche ammirazione.
● Destatisticalizzazione
Questa espressione indica la tendenza a discutere di questioni criminali
prescindendo completamente dai dati statistici o reali. Si discute e si rilasciano
dichiarazioni basandosi su luoghi comuni e su convinzioni sociali diffuse allo scopo
di confermarle e lusingarle. La destatisticalizzazione comprova lo spostamento del
dibattito pubblico da un piano fattuale a un piano simbolico e retorico, tipico del
frame populista.
● La giustizia riparativa
Con il termine si intende quel modo di concepire le sentenze sulla base di
interpretazioni giuridiche più di carattere riparativo e non tese al reintegro e al
recupero del trasgressore. La violazione della norma viene concepita come una
lesione inferta alla comunità e la pena che ne consegue è intesa come riparazione
sociale nei confronti della parte offesa piuttosto che nella sua finalità rieducativa del
reo. Prevale dunque l’esigenza di un risarcimento della comunità-popolo, a
svantaggio del recupero del colpevole.

8. Democrazia e populismo
Il legame tra populismo e democrazia deve essere analizzato alla luce del concetto di
sovranità popolare che regge entrambi; infatti il populismo è un fenomeno
strettamente associato agli aspetti più profondi del funzionamento democratico.
Così come le democrazie possono un incremento qualitativo o un decremento,
anche il populismo gioca un ruolo duplice: o di decremento della qualità oppure di
diminuzione e indebolimento, ma anche può rappresentare un momento di grande
democratizzazione al suo esordio per poi costituire un fattore di limitazione
democratica nella fase istituzionalizzata. Non esiste un esito precostruito.
Una valutazione degli effetti del populismo sulla democrazia non può prescindere da
un chiarimento concettuale necessario: la democrazia a cui noi siamo soliti fare
riferimento nei discorsi sulla sua valutazione e sulla sua qualità è quella liberale; in
questo senso l’insorgenza populista viene spesso associata alla negatività della
democrazia e alla sua crisi, perché appare come alternativa alla configurazione
liberale della rappresentanza democratica. Come spiega Kornhauser, nella
democrazia liberale vige il pluralismo sociale, il conflitto ideologico e soprattutto un
forte stato di diritto che è allo stesso tempo causa ed effetto del pluralismo, perché
garantisce l’espressione delle differenze e si alimenta di quel conflitto.
Nella democrazia populista, basata sulla società di massa, dominano invece
polarizzazione, semplificazioni manichee e un elevato grado di uniformità che
neutralizzano il conflitto ideologico e depotenziano la funzione dello stato di diritto.
Vengono elencati alcuni punti utili per uno sviluppo di ricerca, che prendono spunto
dalle otto dimensioni della qualità della democrazia e per la sua valutazione,
formulate da Morlino:
a) Rule of law, cioè il rispetto della legge e dello stato di diritto;
b) Accountability elettorale, che consiste nel rispondere agli elettori per una
decisione presa da parte del politico, nell’informazione, nella giustificazione,
nella punizione e nella ricompensa;
c) Accountability inter-istituzionale, cioè la responsabilità nelle relazioni tra le
istituzioni;
d) Partecipazione, sulla quale l’effetto di polarizzazione, proprio di ogni
populismo, svolge un ruolo fondamentale.
e) Rispondenza, cioè la capacità di risposta dei governanti alle domande e ai
bisogni dei governati. Questa è in profonda correlazione con l’accountability
elettorale.
Le dimensioni indicate evidenziano aspetti dinamici del populismo perlopiù di
carattere delegittimante, nei confronti delle istituzioni e del loro funzionamento
ordinario. Più che per la fase movimentista esse permettono una valutazione dei
populismi istituzionalizzati e di governo. Un’ulteriore prospettiva del rapporto tra
populismo e democrazia ci viene fornita dalla riflessione di Weber sulla democrazia
plebiscitaria, dove la legittimazione plebiscitaria è una delle forme di legittimazione
del leader. Applicato nell’ambito democratico, il plebiscitarismo produce un
impoverimento e una delegittimazione delle forme democratiche, al punto da
costituirne un fattore di rischio. Bentham spiega che nella democrazia plebiscitaria
descritta da Weber la figura del leader trova legittimazione in una concezione della
democrazia tutt’altro che democratica. Sono dunque evidenti le similitudini che
intercorrono tra democrazia plebiscitaria e populismo di governo, in quanto il leader
carismatico della prima, che sia un premier o un presidente della repubblica, è
sovrapponibile al leader di un populismo istituzionalizzato.

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