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Aspetti de “Illuminismo” di Outram

Capitolo 1 Cos’è l’illuminismo

La definizione di Illuminismo risulta essere alquanto vaga e indefinita, pur nella possibilità di
definirne degli aspetti, nella divergenza di interpretazioni o prospettive filosofiche. Già un pastore
berlinese Johann Zollner si interrogava nel considerare l’essenza dell’Illuminismo. In breve si
seguiranno le impressioni di diversi autori autorevoli in tale definizione: Mesos Mendelssohn
riteneva che l’Illuminismo fosse un processo educativo che doveva allargarsi anche ai ceti più bassi
per la cosidetta “uscita dallo stato di minorità”; Schiller ne individuava un contenuto propriamente
estetico; a Kant dobbiamo una delle formulazione più famose nello scritto “Che cos’è
l’Illuminismo?” e da questo emerge la definizione di illuminismo ome uscita dallo stato di minorità
che però se applicato in maniera quanto mai ampia avrebbe sovvertito l’ordine socio-politico.
Questo è un aspetto importante che viene spesso dimenticato da chi legge Kant, unicamente come
esponente di un Illuminismo progressista. Inoltre Kant riferisce anche l’Illuminismo ad una sfera
pubblica e privata, in cui rispettivamente va esercitata la critica della ragione, mentre nella seconda
il suddito è sempre tenuto ad essere ligio al sovrano. Il dibattito storiografico sarebbe andato avanti
con storici come Cassirer (1932), Peter Gay (anni 60) e Franco Venturi (anni 70): 1) individua
l’illuminismo nel periodo compreso tra Leibniz e Kant; 2) L’illuminismo viene inteso ostile verso la
religione e teso verso un’idea di progresso portata avanti dalla ragione; 3) viene inteso come
cruciale all’interno di paesi periferici come i Paesi Bassi, l’Italia e la Polonia, sottolineando la forte
influenza dei giornali e dei libri nella definizione del contesto sociale e politico percepito. Anche
alcuni filosofi del Novecento diedero una propria interpretazione dell’Illuminismo: Horkheimer e
Adorno definirono l’Illuminismo come l’apice del governo dell’uomo sulla natura e sull’altro
attraverso la tecnica, e ad esso si deve lo spostamento del paradigma dal coglimento del significato
al controllo tecnico; la stessa idea di progresso storico in base alla razionalità era fortemente
criticata per il suo aspetto tecnico (Heidegger lo definirebbe come uno stadio in cui la metafisica si
potenzia ulteriormente). Habermas invece giudica positivmanete l’Illuminismo ritenendolo un
processo ancora da completare e attribuisce ad esso la nascita della sfera pubblica e dell’opinione
pubblica che acquista referenzialità rispetto al sovrano. L’illuminismo ebbe anche forte influenza
sul processo di modernità e, soprattutto, di globalizzazione nella definizione di nuovi canali di
trasmissione culturale. Una interpretazione recente di Jorge Canizares Esguerra sottolinea invece
come il nesso tra Illuminismo e globalizzazione concentrandosi sul contributo di scienziati,
accademici, operatori coloniali nella formazione di una cultura internazionale e non solo legata alla
potenza coloniale.

Capitolo 2 I caffè e i loro clienti

All’interno del periodo che viene definito Illuminismo, in cui sono rinvenibili numerosissimi
sconvolgimenti, bisogna rilevare che lungo tutto largo del Settecento si assite ad un’espanzione
economica accompagnata da un’urbanizzazione crescente e un aumento demografico. A ciò fa da
contraltare all’interno del mondo delle idee la formazione e diffusione di idee e indirizzi di pensieri
attraverso la proliferazione di libri (di tutti i generi, soprattutto di evasione) e di giornali con
l’istituzione di biblioteche pubbliche e private, congregazioni a stampo esoterico (come la loggia
massonica) e sopratutto i caffè, ovvero dei veri e propri punti di ritrovo culturale che erano
usufruibili sotto l’impiego di una modica cifra e che divennero focolaio di idee e nuovi indirizzi. Il
progetto stesso dell’Enciclopedie di Diderot nasce proprio dalla definizione di un circolo letterario
che trova la sua origine nei caffè. Da un lato pertanto attraverso la possibilità di incontro delle idee
tra diversi attori provenienti da diversi strati e sociali e l’omogeneizzazione delle idee (anche fuori
il mondo occidentale), dall’altro la formazione di gruppi letterari elitari (come quello di Voltaire e
Rousseau) e indipendenti (Grup Street), definirono un contesto completamente nuovo che vede la
crisi dell’interesse all’ambito del teologico, l’adozione delle cosidette “lingue vive” per la
trasmissione delle idee, e anche alcuni risvolti sociali, come una sempre maggiore introduzione
della donna all’interno dell’ambito intellettuale, sebbene sussistessero ancora delle resistenze
(Circoli elitari vs Grub Street). All’interno della diffusione della parola scritta e della lettura nelle
campagne, è rilevantissimo il ruolo della cosidetta “Bibliotèque Bleue” che consiste nell’insieme di
libri di piccolo formato e qualità mediocre che però venivano venduti in mercatini e fiere di
campagna e che furono fondamentali nel raggiungere un pubblico che sino ad allora era abituato ad
avere un almanacco o esclusivamente la Bibbia, la quale veniva letta in gruppi ad alta voce e il cui
linguaggio era però inaccessibile.

Capitolo 3 Illuminismo e potere: continuità e innovazione


Dal punto di vista delle implicazioni tra l’Illuminismo e il potere, il dibattito storiografico a partire
dagli storici tedeschi Roscher e Koser nell’Ottocento introdussero l’espressione “assolutismo
illuminato”, una categoria che però non avrebbe avuto lunga fortuna dal momento che storicamente
era accertabile la possibilità di controllare come effettivamente le monarchie settecentesche nate
dagli Stati confessionali nel Cinquecento non potessero vantare la possibilità di agire attraverso un
autorità assoluta, né la successiva categoria definita dalla Commissione internazionale degli studi
storici nata dopo la Prima guerra mondiale, ovvero “dispotismo illuminato”, avrebbe inquadrato in
maniera storicamente più fedele la situazione storica, per le medesime ragioni addotte sopra.
Roscher più che altro vedeva nella secolarizzazione delle monarchie “””assolute”” un’evoluzione
degli stati confessionali cinquecenteschi. Reinhard Koselleck avrebbe parlato dell’introduzione di
maggiore tolleranza all’interno dell’ambito politico, che avrebbe avuto ripercussioni sul rapporto tra
Stato e Chiesa, che andava sempre più a secolarizzarsi. Il dibattito storiografico negli anni
successivi alla Seconda guerra mondiale, e grande aiuto svolse l’opera di Franco Venturi, vide una
rivalutazione del nesso tra potere e Illuminismo; le categorie generalizzanti assolutistiche e
dispotiche vennero abbandonate e se da un lato abbiamo prospettive ideologiche, come quella
marxista che vedeva l’Illuminismo come prodotto borghese che si confrontava con un elemento
aristocratico-feudale (ovvero la monarchia) dando adito ad anacronismi vari, dall’altro il dibattito
riconobbe la particolarità degli effetti del fenomeno rispetto alle diverse aree d’Europa e
dipendentemente dall’ordine politico che adottavano. In particolare ad esempio in Germania in
generale delle zone di area tedesca si parla del fenomeno del cameralismo. Il cameralismo è un
indirizzo culturale che prevedeva la necessità della prerogativa da parte dello Stato di poter
intervenire fin nei minimi dettagli nella vita dei sudditi, di portare avanti un approccio per il quale il
sovrano era legato al popolo per il conseguimento del benessere della società, e per conseguire
quest’ultimo si concedeva maggiore manovra al sovrano. Il cameralismo andò a definirsi come un
vero e proprio sistema di credenze ed insegnamenti scientificamente supportato e accademicamente
insegnato per la formazione di una classe burocratica professionale. All’interno di questo ottica
grande importanza è data alla componente razionale e alla necessità di definire un ordine sull’ordo
naturale. Dal punto di vista delle conseguenze in ambito religioso, la tolleranza acquisì sempre
maggior peso rispetto alle soluzioni che emersero, per esempio, dalla pace di Augusta o dall’editto
di Nantes, e che procedevano attraverso un tipo di impostazione più laica. Inoltre tale
“secolarizzazione”, sebbene tale categoria sia appunto frutto di questo periodo e alcuni storici
(come Weber) preferiscono l’espressione “Entzauberung”, comportò il ridimensionamento di molte
prerogative degli ordini religiosi, come ad esempio l’ambito dell’istruzione per i gesuiti, i quali
furono eliminati come ordine nel 1776, oppure le critiche all’influsso che la Chiesa aveva nei
confronti delle economie locali, come sottolineava l’economista Pietro Verri, con conseguente
abbandono del mercatilismo, per il quale la vera ricchezza derivava dalla manifatture,
dall’accumulamento dei metalli preziosi e dalla limitazione degli scambi con i concorrenti
commerciali.

6. Il problema della schiavitù nell’Illuminismo


Il problema dello schiavismo all’interno dell’Illuminismo risulta essere ambiguo dal momento che
facendosi portatore di un’ideologia che tendeva a promuovere la cosidetta uscita dallo stato di
minorità e portando avanti un’idea di progresso basata sulla razionalità, essa mal si conciliava con
ciò che effettivamente fu il corso storico della schivitù durante questi anni. Infatti se da un lato
l’Illuminismo portava avanti sempre più una rivalutazione degli aspetti morali per l’emancipazione
dell’uomo, essa si mostrava fiacca di fronte al problema della schiavitù, contro la quale, sebbene in
diversi posti si cominciava ad abolirla e l’opinione pubblica stessa cominciava sempre più a
considerarla una pratica non augurabile, essa continuava ad essere portata avanti poiché rientrante
all’interno di un disegno economico globale rodato e sviluppato da diversi secoli. Dal punto di vista
delle discussioni intorno alla schivitù il discorso fu portato avanti secondo diverse prospettive: da
quella religiosa da un lato erano schierati coloro i quali portavano l’esempio di Abramo che
possedeva degli schiavi, e quindi la legittimazione della pratica proveniva dalla sacre scritture,
dall’altro il concetto stesso di persona spiritualmente intesa come uguale dal momento che aveva
ricevuto il battesimo portava avanti questo problema; era il caso degli afro-moravi della Virginia
che, nonostante battezzati e quindi uguali spiritualmente ai proprietari di schiavi, risultavano
ugualmente giuridicamente sottomessi. Dal punto di vista scientifico-biologico in questo periodo la
mania della classificazione degli oggetti naturali aveva portato una sempre maggiore attenzione
anche alla natura dell’uomo, elemento che fu poi retoricamente utilizzato per giustificare
determinate convinzioni sociali. Lo schiavo e la donna furono appunto definiti naturalmente diversi
e quindi inferiori per le loro differenza anatomiche e somatiche, la stessa teoria del clima che ha la
sua origine in età moderna in Jean Bodin ritornò in auge. Dal punto di vista politico-giuridico si
segnala l’ambivalenza di Thomas Jefferson che, pur volendo abolire la schiavitù, non voleva
guardare alle enormi trasformazioni politico-sociali che tale fenomeno avrebbe portato con sé (cosi
come Kant era consapevole del pericolo del popolo); e inoltre il caso stesso dello schiavo James
Somerset che fu riconosciuto come persona da una sentenza giudiziaria, non costituì nonostante
l’eccezionalità della sentenza un punto di inizio dla punto di vista legislativo per la risoluzione del
problema della schiavitù. Sono tutti elementi, questi sopra elencati, che manifestano l’ambiguità del
fenomeno schiavistico che nemmeno dopo la rivoluzione francese ebbe una risoluzione immediata,
ma procedette nei decenni successivi in maniera lenta.

Capitolo 7 Illuminismo e identità di genere


L’illuminismo, cosi come per lo schiavismo, si colloca in maniera ambigua rispetto alla questione di
genere. Rispetto ad essa l’Illuminismo eredita quelle concezioni che erano definire sempre di più
dalla medicina e dalla fisiologia umana, che avevano avuto grande impulso nel Seicento, e pertanto
essenzialmente da un lato si può contrapporre l’immagine che porta avanti Rousseau nell’Emilio
della donna come essere naturalmente incline all’educazione domestica e all’emotività (e quindi
segnata dalle sue azioni e mansioni “naturali”), dall’altro personalità come Diderot e Voltaire
riconoscevano maggiormente in virtù della universale partecipazione alla razionalità la possibilità di
emanciparsi per le donne. Socialmente le donne tra il Seicento e il Settecento si resero protagoniste
di un ruolo non marginale all’interno della stessa diffusione e produzione della cultura. Nel seicento
infatti la nascita dei salotti avevano il suo polo nella figura della padrona di casa, definita anche
“preziosa”, che definiva i tempi, i luoghi, le esigenze del pubblico riunito nel salotto, e ciò dava
anche la possibilità agli scrittori emergenti di testare il pubblico rispetto al tono delle proprie opere
e quindi cominciare ad imporsi rispetto ad un determinato contesto letterario. Il ruolo della donna di
salotto continuò nel Settecento con la nascita di salotti più accessibili e meno elitari che allargavano
ancora più il bacino dell’utenza, ma al tempo stesso le donne cominciarono anche a partecipare a
comunità di scrittori indipendenti, come la Grub Street sopra citata. La presenza sempre maggiore
delle donne in questi contesti sta alla base, ad esempio, delle critiche aspre di Rousseau nei
confronti dei salotti e dei teatri pubblici, sempre in virtù di un’idea naturale della differenze tra
uomo e donna che andavano a definire un determinato ed ordinato contesto socio-economico. Da
considerare anche l’importanza delle donne all’interno della definizione dei rapporti economici e il
loro ruolo nella modernizzazione dell’economia.
Capitolo 8 Scienza ed illuminismo: ordine divino ed intelletto umano
Tra la seconda metà del Seicento e il Settecento si assiste alla trasformazione della scienza che in
primo luogo era considerata inutile ed essenzialmente era legata alla teologia. Infatti la definizione
che abitualmente veniva adottata era quella di filosofia naturale ed era questo un ambito che veniva
essenzialmente trattato dai teologi; ciò appunto per sottolineare la stretta connessione tra idee
teologiche e prospettive sul mondo e sulla natura. Come si è visto il concetto di natura ebbe un
ruolo sempre più importante anche all’interno delle categorizzazioni morali, ma esso fu solo un
effetto tardivo di un processo che vide un sempre maggiore affrancamento dell’uomo dalla
prospettive teologiche che fu reso possibile dal percorso gnoseologico di filosofi come Locke,
Leibniz e Hume, e in campo prettamente scientifico dalle idee newtoniane, che solo nel Settecento
avrebbero avuto grande fortuna. Dal Settecento in poi l’affrancamento sempre maggiore dalla
teologia, avrebbe determinato l’emergere di un genere letterario totalmente nuovo e particolarmente
florido, ovvero quello della divulgazione scientifica, che se da un lato rinunciava sempre più ad
avere la pretesa di cogliere l’essenza in sé delle cose, dall’altro si limitava a classificarle ed a
giustificare l’ordinamento sociale come naturale. La stessa politica fu soggetta all’influenza della
categoria natura della scienza.

Capitolo 9 La nascita del paganesimo moderno? Religione ed Illuminismo