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6/12/2020 Il gene di Dio. Siamo programmati per credere?

- Progetto Gionata

Il gene di Dio. Siamo programmati per


credere?
DI ADMIN · 29 SETTEMBRE 2013

Articolo di Sarah Cestau


pubblicato sul sito del
settimanale cattolico La Vie
(Francia) nel 13 agosto 2013,
liberamente tradotto da
Domenico Afiero

La scienza cerca di trovare la


traccia della fede nel cervello
umano. Ma il religioso non si
lascia schiacciare facilmente
come vedremo in questa
inchiesta. Abbiamo un
interruttore “divino” in testa?
Una parte del cervello,una
disposizione particolare dei
neuroni che permetterebbe di
identificarci come credenti o
meno?
Gli studiosi,soprattutto negli
USA dagli anni ’80 in poi,
lavorano su questa ipotesi.
Ecco la ragione della nascita
di un campo originale di
ricerca: la neuroteologia.

Il gene di Dio

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Dean Hamer, un genetista


americano, nel 2005 ,
sostiene di aver trovato il
“gene di Dio”, il quale
determina il nostro potenziale
genetico a credere o meno.
Mille volontari , per dar prova
dell’esistenza del gene,
rispondono a un questionario
sulle loro affinità religiose.
Questo studio, però, non è
stato mai pubblicato su, una
rivista scientifica.
La sfida dei ricercatori in
neuroteologia, senza voler
strafare, è riuscire a
identificare, se non un punto
ben preciso, almeno una
regione del cervello che abbia
un’ attività specifica durante l’
“esperienza” religiosa. Infatti,
nel 1999 gli americani
Andrew Newberg e Eugene
d’Aquili, neurologo e
psichiatra rispettivamente,
setacciano i cervelli di monaci
buddisti in meditazione con la
risonanza magnetica
nucleare. Nel 2006, lo
scienziato quebecchese
Mario Beauregard ripete la
risonanza magnetica su 15
carmelitane raccolte in
preghiera. I risultati
dimostrano semplicemente
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che il cervello, nel suo


insieme, è attivo , anche se
certe aree sono sollecitate più
delle altre in quei momenti di
grazia.

Uno stato mentale alterato

Gli specialisti in
neuroscienze, dunque, sono
capaci di vedere grazie alla
risonanza l’attività cerebrale
in un dato momento di
comunione: la meditazione ,
la preghiera etc. Ma il
credente, poi, quando non
prega o medita per esempio,
ha un’attività cerebrale
identica a quella del non
credente?Credere o aver
fede sono visibili soltanto in
quei momenti di condivisione
intensa col divino?
Pierre-Henri Castel,
psicanalista e direttore del
CNRS (Centro Nazionale di
Ricerca Scientifica francese),
spiega :«Le neuroscienze
sociali tendono a dedurre i
comportamenti individuali
dalle proprietà sociali». E’ un
approccio che spinge a
«ridurre la fede ad uno stato
mentale alterato» ed esclude
la dimensione sociale della

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religione.
Inoltre, le pratiche religiose
sono diverse , a seconda
della fede che si
professa:cattolicesimo,
buddismo,ebraismo o
cattolicesimo. Le pratiche
religiose non possono essere
etichettate tutte insieme con
la parola “religione”.La ricerca
scientifica del sacro nel
cervello umano «manda a
pezzi le distinzioni
fondamentali del posto che le
religioni hanno nelle società».
Pierre-Henri Castel sostiene
che questi studi «osservano il
fenomeno religioso
riducendolo ad un momento
di fede, senza tener conto
della Storia e del suo senso
concreto nella vita delle
persone».
Lo studio neurologico della
religione non prende in
considerazione, per
definizione, l’ambiente in cui
vive il credente. Come
isolare, quindi, questo dato
nel cervello?L’ambiente è un
dato essenziale per spiegare
le diverse sensibilità: due
gemelli,quasi geneticamente
identici,non reagiscono allo
stesso modo alle
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sollecitazioni religiose. In
queste situazioni, trovare il
famoso interruttore divino
diventa un vero grattacapo
per gli studiosi.

Il concetto di exaptation

L’americano Scott Atran e il


francese Pascal Boyer ,
antropologo il primo e
antropologo e psicanalista il
secondo,prendono le
distanze dagli studi con la
risonanza magnetica
nucleare e analizzano la
religione in una prospettiva
evoluzionistica.
Per entrambi gli studiosi, la
rappresentazione di Dio
sarebbe il frutto di una parte
della corteccia cerebrale.
L’uomo si evolve e sviluppa
certe capacità piuttosto che
altre per sopravvivere. Una
capacità , adottata per un uso
concreto,può tuttavia avere
un’utilità diversa da quella per
cui è stata selezionata. Le
piume degli uccelli, per
esempio,utili per proteggersi
dal freddo, sono state
adottate per volare più tardi.
Questo è il concetto di
exaptation.

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Ritornando alla religione ,


quindi, il nostro cervello
produrrebbe delle immagini di
nemici immaginari perché
potessimo vigilare i potenziali
pericoli. Ma queste immagini
spingerebbero l’uomo a
credere in potenze
sovrannaturali protettrici.

Una traccia del creatore

La spiegazione , anche qui,


rimane solo molto scientifica.
E per certi, una spiegazione
un po’ fredda. Perfino
riduttrice. Secondo Jean
Duchense, membro
dell’osservatorio Fede e
Cultura della Conferenza dei
vescovi di Francia,«non
dobbiamo fermarci alla sola
lettura razionale del
fenomeno religioso».
Anzi:«anche se i ricercatori
dimostrassero che un’area
del cervello umano fosse
identificata, senza ombra di
dubbio, come quella del
“divino”, «la cosa non
avrebbe valore per il
credente».
Secondo la Costituzione
dogmatica Dei Verbum del
Concilio Vaticano II, «Dio, che

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crea e dona la vita ad ogni


cosa attraverso il Verbo, dà
all’uomo e alle cose create
una testimonianza di Lui».
Jean Duchense precisa che
anche i testi della
Rivelazione ci indicano che
«Dio si manifesta agli uomini
grazie agli strumenti di
quest’ultimi».Quello che gli
studiosi cercano di isolare
come la prova del concetto di
Dio attraverso il cervello
sarebbe la manifestazione di
un legame con Dio.
In un certo modo, gli studiosi
proverebbero bene il legame
tra Dio e i credenti, ma non
l’esistenza di Dio. Jean
Duchense riassume così: «La
creatura porta in sé la traccia
del creatore». Dunque,gli
studiosi possono continuare a
setacciare il cervello umano
per far progredire la scienza.
Il resto è tutta un’altra storia.

Testo originale: Sommes-


nous programmés pour croire
?

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