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Articolo inviato il 4/05/05: INTERPRETAZIONE COGNITIVISTA DEL

MODELLO DELLA COSCIENZA DI EDELMAN-TONONI

Nome dell’autore: Dr. Claudio Mammini, Psicologo Psicoterapeuta


Indirizzo: via S.Biagio N. 29/b, Pisa, 56124
Cariche accademiche: Prof. a contratto c/o Università degli Studi di Pisa,
Facoltà di Scienze Politiche, Laurea Specialistica in Servizi Sociali. Per
l’A.A. 2005-06 materia: Risorse umane e servizi sociali.
Presso il Master “Sviluppo delle risorse umane” Università degli Studi di
Pisa, Facoltà di Scienze Politiche, materia: testing psicologico breve per
la selezione del personale.
N.ro telefonico: 050.981138 347.7698709 preferibile 050.572669
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In fede
INTERPRETAZIONE COGNITIVISTA DEL MODELLO DELLA
COSCIENZA DI EDELMAN-TONONI
____________________
COGNITIVIST INTERPRETATION TO EDELMAN-TONONI’S
CONSCIOUSNESS MODEL

Riassunto

In questo articolo tratteremo uno tra i più accreditati modelli


neurobiologici della coscienza, quello di Edelman (Nobel per la
Medicina) e Tononi, alla luce di quanto teorizzato da Mead.
Analizzeremo come i risultati delle scoperte neurofisiologiche di
Rizzolatti e Gallese possano accreditare quanto descritto da Mead e
sosterremo un’analogia tra la teoria di quest’ultimo e il modello di
Edelman-Tononi.
Concluderemo sostenendo che le dinamiche neurobiologiche sottese alla
coscienza, interpretabili con la teoria di Edelman-Tononi, possono
acquisire una dimensione esplicativa più ampia, svincolata dal
riduzionismo neurobiologico, attraverso la teoria cognitivista della mente
di Mead.

Abstract

In this article we are going to deal with one of the most important
neurobiological model of consciousness regarding Edelman (medicine
Nobel) and Tononi using Mead’s theory.
We are going to analyze how Rizzolatti and Gallese’s results of
neurophysiology discovery can prove what Mead said and we are going
to support an analogy between Mead’s theory and Edelman-Tononi’s
model.
We are going to conclude saying that the neurobiological dynamics of
consciousness, analyzed trough Edelman-Tononi’s model, can achieve a
wider dimension, out of the biological approach, trough Mead’s theory.
INTERPRETAZIONE COGNITIVISTA DEL MODELLO DELLA
COSCIENZA DI EDELMAN-TONONI

Il modello della coscienza di Edelman-Tononi

In un modo o nell’altro tutti noi intuitivamente sappiamo che cosa è la


coscienza: è quella che ritroviamo la mattina al risveglio e che sembra
andarsene la sera quando ci addormentiamo. Lo stato di veglia vigile con
le sue caratteristiche (corporee: so che il corpo è mio; d’identità: so di
avere una identità; di libero arbitrio: so di essere io a causare le mie
azioni; spazio-temporali: so di occupare un luogo nello spazio e nel
tempo) attivo finché non passiamo allo stato di sonno.
Edelman e Tononi forniscono una teoria biologica e scientifica della
coscienza e della mente “compatibile con la fisica e la teoria
evoluzionistica” (Gava, 1991, p.53) che a nostro parere si presta ad essere
compresa soprattutto nell’ambito delle scienze cognitive. Il loro lavoro si
basa sulla teoria del “darwinismo neurale” o “teoria della selezione dei
gruppi neurali” secondo la quale:
A. “l’emergenza delle funzioni cerebrali superiori è dipesa dalla selezione
naturale e da altri meccanismi evolutivi” (Edelman Tononi, 2000, p.20).
B. “Principi selettivi affini a quelli dell’evoluzione operano nell’attività
di ogni cervello umano ben prima che esso funzioni nel rispetto della
logica. Una concezione, questa, definita selezionismo” (Edelman Tononi,
2000, p.20).
Sostanzialmente la teoria parte da tre concetti fondamentali tratti dalla
teoria della Selezione dei Gruppi Neuronali di Edelman:
1) durante l’embriogenesi si assisterebbe ad una formazione di aree
cerebrali costituite da reti neurali di 50-10000 neuroni che si
differenzierebbero in gruppi morfologicamente distinti da quelli di altre
aree generando il “repertorio primario”. Queste aree, secondo i due
ricercatori, si formerebbero per fattori genetici e competizione selettiva
tra cellule neurali. “In tali sistemi esistono di regola molti differenti
modi, non necessariamente identici in senso strutturale, mediante i quali
si può manifestare un segnale in uscita. Definiamo questa proprietà
degenerazione.” (Edelman Tononi 2000, p.103) In altre parole, già
durante l’embriogenesi si assisterebbe alla creazione in ogni area
cerebrale di “strade privilegiate” (degenerate), specifiche per individuo,
con una propria efficacia ed efficienza. In poche parole: la degenerazione
neurale sarebbe “la proprietà” che consente di “costruire quella strada”.
2) Dopo la nascita avverrebbe una seconda selezione dovuta all’ambiente
e alle esperienze. La “selezione esperienziale”. Mentre le strutture
anatomiche rimarrebbero inalterate, le connessioni entro e tra i gruppi
neurali inizierebbero a modificarsi in modo competitivo in funzione degli
stimoli provenienti dal mondo esterno. Iniziando a variare forza ed
efficacia sinaptica i circuiti neurali verrebbero selezionati per generare
segnali interni e rispondere a stimoli esterni in maniera funzionale al
miglior adattamento possibile per quell’individuo in quell’ambiente.
Questo secondo livello di degenerazione neurale costituirebbe il
“repertorio secondario”. Crediamo di buon grado che il contributo della
psicologia cognitiva consista a questo punto nell’ascrivere tra quei
processi psichici con potenzialità tali da promuovere ciò: l’attaccamento,
le emozioni e la memoria perché associabili al “sistema di valori
neurale” che opera organizzando in maniera stabile il “repertorio
secondario”, attraverso creazione, potenziamento e inibizione di circuiti
neuronali (degenerati).
3) Tutto ciò però non sarebbe mai potuto accadere se ad un certo punto
della nostra evoluzione le aree posteriori del cervello implicate nella
percezione non si fossero connesse “alle aree anteriori responsabili della
memoria basata sul valore” (Edelman Tononi, 2000, p.121). Per valore i
due neuroscienziati intendono “gli aspetti fenotipici di un organismo
selezionati nel corso dell’evoluzione che vincolano gli eventi selettivi
somatici” (Edelman Tononi, 2000, p.105). Essere bipedi ed avere il
pollice opponibile favorisce di fatto certe connessioni sinaptiche a livello
cerebrale piuttosto che altre; in più, i vertebrati superiori sembrano
possedere un “sistema di valori neurale”. Questo sistema di valori a
proiezione corticale aspecifica origina in piccoli gruppi di cellule
localizzate nelle appendici sottocorticali (nuclei noradrenergici,
serotoninergici, colinergici, dopaminergici e istaminergici) e scarica
ogniqualvolta un organismo è implicato in qualcosa di nuovo o inatteso.
La loro azione consiste nel modificare (potenziando o inibendo) l’attività
di un gran numero di altri neuroni e gruppi neuronali del cervello. La
connessione tra aree posteriori ed anteriori, sarebbe avvenuta per
consentire l’interazione tra stimoli sensoriali in arrivo (dal presente) con i
ricordi, categorizzati sulla base del sistema dei valori, provenienti dalle
esperienze passate. E’ quello che i due autori chiamano il “presente
ricordato”.
Questa idea, il rientro, il collegamento tra aree cerebrali che permette la
sincronizzazione di gruppi neuronali appartenenti a mappe cerebrali
diverse, costituisce la chiave di volta che consente di pensare alla
coscienza ed alla mente in assenza di homunculus. Il rientro sarebbe
l’elemento che connette (competitivamente) mappe cerebrali.
In altre parole, essendo una mappa, sostanzialmente, un gruppo di
neuroni opportunamente cablato per scaricare assieme, ed il rientro la
connessione (competitiva) tra mappe i cui gruppi neuronali scaricano in
maniera sincrona, il cervello, ad un certo punto della scala evolutiva,
sarebbe venuto a trovarsi dotato di una specie di capacità autoriflessiva. I
due neuroscienziati definiscono il rientro come “uno schema di
connessioni reciproco e massicciamente in parallelo tra aree cerebrali”
(Edelman Tononi 2000, p.102). Da ciò, per costruzioni progressive,
esisterebbe poi un mappaggio globale (Edelman Tononi 2000, p.114)
costituito da rientri tra molteplici mappe ed una forma di rientro globale
“esterno” costituita dall’interrelazione tra l’intero organismo e l’ambiente
(Gava, 1991, p.55).
Il presente ricordato costituirebbe “il prodotto” della “coscienza
primaria”, ovvero una sorta di coscienza che si “riscontra in animali
dotati di alcune strutture cerebrali simili alle nostre” (Edelman Tononi
2000, p.121).
La ”coscienza di ordine superiore”, stadio evolutivo successivo,
“richiede come requisito minimo una capacità semantica e, nella sua
forma più sviluppata, una capacità linguistica” (Edelman Tononi 2000,
p.121). Benché l’animale abbia un ricordo dell’esperienza passata e lo
connetta a quella presente, mancherebbe sostanzialmente di un concetto
di passato e di futuro atto ad includere se stesso, come soggetto, nel
tempo. Sarebbe quindi dotato di individualità biologica ma mancherebbe
di un vero senso del sé. “L’animale conosce, ma l’uomo soltanto sa di
conoscere” (Eccles, 1978, p.112). Per possedere un sé occorre essere
capaci di porsi ad oggetto della propria attenzione, individuarsi così come
vengono individuati gli oggetti esterni (Guidano, 1998, p.24).
“Una volta che la coscienza di ordine superiore emerge insieme al
linguaggio, può essere costruito un sé a partire dalle relazioni sociali ed
affettive” (Edelman Tononi 2000, p.238).

Coscienza - modello Edelman-Tononi


Se Non se
sistemi omeostatici segnali provenienti dal mondo esterno inclusa
la propriocezione

Tronco cerebrale, Corteccia primaria e


ipotalamo, centri secondaria in ciascuna
autonomi modalità

registrazione
neurale categorizzazione
di stati interni percettiva

Correlazione nel setto, Aree di


amigdala, ippocampo etc…. Broca e
Wernicke

Coscienza di Coscienza
Categorizzazione ordine superiore primaria
concettuale

Loop rientrante che


Memoria speciale, connette la memoria
categorica e di valore, nelle categorica e di
aree frontali, temporali e valore alla
parietali categorizzazione
percettiva
Il nucleo dinamico

Edelman e Tononi ipotizzano l’esistenza di un nucleo dinamico, un


processo neuronale fortemente “integrato che ha origine in gran parte nel
sistema talamocorticale” (Edelman Tononi 2000, p.212) che non sarebbe
dotato di sede cerebrale fissa, statica. Questo processo sarebbe in grado
di contribuire “in ogni stante e direttamente all’esperienza cosciente”
(Edelman Tononi 2000, p.165) aggregando in maniera più stretta gruppi
di neuroni rispetto ad altri. Fondando di fatto l’esperienza cosciente.
Questi neuroni coinvolti però non sarebbero sempre i soliti nel tempo. Lo
stesso gruppo di neuroni può “a volte far parte del nucleo dinamico e
fondare l’esperienza cosciente, ma in tempi diversi esserne escluso ed
essere perciò coinvolto in processi non coscienti” (Edelman Tononi 2000,
p.172). Fondamentalmente la coscienza sarebbe, da questo punto di vista,
un processo continuo che muta di continuo in quanto “di regola, gli stati
di coscienza fluiscono senza soluzione di continuità conservando un
elevato grado di continuità nel tempo” (Edelman Tononi, 200, p.181).
Il nucleo dinamico rappresenterebbe così l’insieme dei processi neurali,
costituiti in aggregato, sottesi a quella che chiamiamo esperienza
cosciente (Edelman Tononi 2000, p.131). Si tratterebbe di una specie di
isola di coerenza che galleggia e si muove in un mare sconfinato
chiamato inconscio. Non è però “alla deriva”. Il processo si porrebbe dei
vincoli direzionali conservando una propria unità e coerenza nel tempo.
“Per considerare le interazioni tra processi consci e inconsci del cervello,
sarà utile immaginare il nucleo come fosse dotato di porte, o connessioni
in ingresso e in uscita” (Edelman Tononi 2000, p.213). Entrambe
garantirebbero un costante contatto con le dimensioni inconsce, fuori dal
nucleo dinamico, siano esse sensoriali o emotive.
Attraverso le porte in uscita il nucleo dinamico presidierebbe all’innesco
di tutti quei processi la cui attività non deve essere necessariamente
supervisionata dalla coscienza, ad es: quando estendiamo la mano per
afferrare un bicchiere è in atto un gran numero di processi in strutture
specifiche come: “temporizzazione della contrazione dei muscoli,
coordinazione di questi muscoli e di varie articolazioni, nella rotazione
anticipata del polso e nell’apertura della presa delle dita” (Edelman
Tononi 2000, p.214), tutte attività di cui noi non siamo coscienti né
vorremmo esserlo.
Attraverso le porte in ingresso invece il nucleo dinamico risulterebbe
influenzabile da ogni tipo di mutamento significativo di attività neurale
che avviene all’esterno del medesimo. Stando così le cose, segnali
provenienti dal sé, tipo stati emotivi come la paura, o dall’esterno, ad es.
la vista di un leone, innescherebbero mutamenti di attività neurale diversi
da quelli consueti influenzando il nucleo dinamico verso “direzioni”
specifiche.
Spesso nelle nostre città troviamo quegli immensi cartelloni pubblicitari
illuminati che, al pari di televisori, ci propinano immagini. Quegli
schermi sono fondamentalmente costituiti da migliaia di lampadine che,
accendendosi, definiscono una immagine per contrasto rispetto a quelle
spente. Così una immagine formata, poniamo una nave, costituita da
lampadine accese, si definisce per contrasto rispetto al rimanente
schermo scuro. A questo punto l’illusione di movimento può essere creata
se si accende una fila di lampadine immediatamente davanti alla sua prua
e contemporaneamente si spenge quella che costituiva la poppa. Così ora
la parte anteriore è formata da una nuova fila di lampadine accese
(reclutate dall’oceano) e quella posteriore da quella che precedeva, nel
“disegno” della nave, quella ora spenta della poppa. Le lampadine che
prima costituivano l’oceano ora, accese, fanno parte della nave così come
quelle che prima facevano parte della poppa di questa, ora spente,
costituiscono il contesto scuro, .. l’inconscio.

Il contributo della psicologia cognitiva

George. H Mead suppose che il processo interattivo soggetto-società


introducesse sostanzialmente nell’uomo una dialettica, un matching, tra
tre ambiti interni, l’Io, il Sé ed il Me. Mentre l’Io sarebbe la risposta
dell’organismo agli atteggiamenti degli altri, il Me sarebbe l’insieme
organizzato di atteggiamenti degli altri che un individuo assume durante
il corso della sua vita. Ora, una volta che l’individuo assume in sé gli
atteggiamenti degli altri sorgerebbe spontaneamente in lui un gruppo
organizzato di risposte a questi. Tale gruppo organizzato di risposte,
interiorizzato, costituirebbe “il Sé del quale è consapevole” (Mead,
1966, p.189).
Ciò, sostanzialmente, funzionerebbe in questo modo: se consideriamo
come un animale entra in rapporto con un suo simile, ad es. un cane, ci
accorgiamo che ciascun suo atto diventa uno stimolo per la risposta
dell’altro. Così, ogni atto del cane 1 fornisce lo stimolo al cane 2 per una
risposta che a sua volta diventa uno stimolo per il cane 1 e così via sino al
termine della “conversazione” tra gesti dei due. Intendendo col termine
gesto ciò che in fase successiva diviene simbolo, ma che all’origine è
parte di un atto sociale “che serve da stimolo per le altre forme implicate
nel medesimo” (Mead, 1966, p. 69). Il cane 1 non dice a se stesso: se 2
farà così allora io farò in questa maniera … ciò che si verifica è
un’azione sulla base di una reazione, senza alcun tipo di mediazione.
Senza un “momento di riflessione”, senza “razionalità”.
Così non avviene nell’uomo.
Nell’uomo “la stessa procedura che è responsabile della genesi e
dell’esistenza della mente o della coscienza – cioè l’assunzione, da parte
di un individuo, dell’atteggiamento altrui verso di sé o verso il proprio
comportamento – coinvolge contemporaneamente anche la genesi e
l’esistenza di simboli significativi, o di gesti significativi” (Mead, 1966,
p. 74). “Diciamo che gli animali non pensano; essi non si mettono al
posto degli altri dicendo - costui si comporterà così allora io farò in
questo modo” (Mead, 1966, p. 96). Non riescono ad effettuare il processo
di assunzione del ruolo altrui nella tendenza ad agire come agisce l’altra
persona. L’uomo invece “partecipa allo stesso processo che viene
realizzato nell’altra persona e controlla la propria azione in rapporto a
questa sua partecipazione” (Mead, 1966, p. 96).
Sostanzialmente, tra il gesto del soggetto umano 1 e la risposta del
soggetto umano 2 Mead rintraccia il significato che avverrebbe “nei
termini di simbolizzazione al livello evoluzionistico umano” (Mead,
1966, p. 98). Quando un gesto viene così interpretato dall’uomo diventa
simbolo significativo in grado di produrre una risposta aggiustativa e non
semplicemente reattiva. L’interpretazione dei gesti non è
fondamentalmente un processo della mente o implicante la
partecipazione esclusiva della mente: “esso è un processo esterno, palese,
fisico o fisiologico che si attua compiutamente nel campo dell’esperienza
sociale. Il significato può essere descritto, spiegato o definito in termini
di simboli o di linguaggio nella sua fase più elevata e complessa di
sviluppo (la fase che esso raggiunge nell’esperienza umana), ma il
linguaggio in sé non fa altro che enucleare dal processo sociale una
situazione che esiste già in esso logicamente o in modo esplicito. Il
simbolo di linguaggio è semplicemente un gesto significativo e
cosciente” (Mead, 1966, p. 101). Egli afferma inoltre che “la
consapevolezza o la coscienza non è necessaria ai fini della presenza del
significato nel processo dell’esperienza sociale” (Mead, 1966, p. 99).
Ricapitolando: un gesto produce un significato; Un significato produce
una reazione negli animali ed una “identificazione” col produttore negli
umani che diventano in grado di modulare un comportamento di risposta
non reattivo. Razionale.
Quando, durante la filogenesi, ad un certo punto dell’evoluzione,
comparve la capacità di articolare coscientemente suoni dotati di senso
(ovvero gesti significativi al pari dell’azione di alzare una mano e serrare
il pugno per indicare una probabile lotta, ma con maggior grado di
astrazione, versatilità e precisione), l’uomo iniziò ad avere la possibilità
di riferirsi a qualcosa che già risiedeva nell’esperienza dell’individuo a
prescindere dall’uso del linguaggio stesso. Col linguaggio l’uomo
divenne in grado di organizzare il contenuto dell’esperienza in quanto
possessore di “uno strumento destinato a questo scopo” (Mead, 1966, p.
44). La coscienza di ordine superiore di Edelman-Tononi. Con essa il
gesto diventò simbolo.
“Un simbolo non è altro che uno stimolo a cui è data una risposta in
anticipo. …. Il pugno è l’antecedente storico della parola, ma se la parola
ha il significato di offesa, la reazione è implicata dalla parola, è qualcosa
che inerisce allo stimolo stesso. Questa è tutto quello che è compreso nel
significato di simbolo” (Mead, 1966, p. 194). Quando noi analizziamo un
simbolo linguistico cerchiamo di capire quale è nella mente
dell’individuo parlante l’intento che presiede all’uso di quella specifica
parola o frase usata; “quindi cerchiamo di sapere se esso provoca la
medesima intenzione nella mente degli altri” (Mead, 1966, p. 45).
L’applicazione del gesto vocale in luogo di un qualsiasi altro tipo di gesto
permette una interpretazione assai più precisa delle intenzioni
dell’interlocutore. In quel momento “nasce” la mente.
S’intende con tale termine: “la capacità di indicare a noi stessi la risposta
(e gli oggetti in essa impliciti) che il nostro gesto indica agli altri e di
controllare la risposta stessa in questi termini” (Mead, 1966, p. 20).
“La mente resta sociale; anche nei più intimi recessi il pensiero di una
persona procede per mezzo dell’assunzione, da parte di tale persona, dei
ruoli altrui e del controllo del proprio comportamento sulla base di questa
assunzione di ruoli” (Mead, 1966, p. 20). Si tratta di un rapporto che non
contempla “alcuna dicotomia o separazione tra individuo e società. Essi
sono l’uno il richiamo dell’altro e la società come l’individuo sono
associazioni della società e dell’individuo. La vicenda dell’individuo e
della società è una vicenda comunque interna: non si dà distinzione che
non sia infine unità”(Toscano, 1998, p.152).
La geniale intuizione di Mead, riferita alla particolarità riflessiva, propria
del significato dell’esperienza sociale, tipica di tutti gli organismi sociali,
che permette all’uomo, una volta acquisito il linguaggio, di svincolarsi
dal rapporto che lo lega alla pura reazione allo stimolo, assume oggi
enorme valore alla luce delle più recenti scoperte neurologiche.
Una delle più importanti ricerche neurofisiologiche degli ultimi tempi è
stata realizzata nel 1996 nei laboratori dell’istituto di fisiologia
dell’Università di Parma, da G. Rizzolatti e V. Gallese, le conclusioni
della quale (definite da “New Scientis”: “the Italian revolution”, N.S.: 27
Gen. 2001) stanno radicalmente cambiando il modo di porsi nei confronti
del dilemma mente-cervello.
I due neurofisiologi hanno trovato dei neuroni, in area corticale F5 (area
filogeneticamente omologa a quella del linguaggio di Broca dell’uomo)
della scimmia, che rispondono (“si attivano”) quando l’animale afferra
(ovvero: raggiunge uno scopo) un oggetto con la mano destra, la sinistra
o con la bocca.
Una situazione al limite della comprensione per la neurofisiologia
classica in quanto tali neuroni non sembrano attivarsi in funzione dei
movimenti ma per degli scopi.
In genere lo scienziato, il neurobiologo, preferisce non trovarsi di fronte
a dei concetti, “preferisce fare i conti con le cause e gli effetti, non con gli
scopi” (Rizzolati, Legrenzi, 1999).
Questi neuroni si attivano non solo quando l’animale decide di afferrare
un oggetto ma anche quando lo vede afferrare da un suo simile o da un
uomo. Per questa particolarità li hanno denominati: “neuroni specchio”.
Nell’uomo il sistema mirror, che comprende molteplici aree cerebrali
oltre a quelle del linguaggio è stato dimostrato con l’uso di tecniche di
neuroimagining come la PET e la fRMI (Rizzolatti et al., 1996 sept.,
1996 nov., 2000).
L’interpretazione di Rizzolatti e Gallese è la seguente: “i neuroni mirror
permettono all’animale di capire cosa fanno gli altri. … Per capire cosa
fa un altro individuo non occorre un complicato processo cognitivo, basta
una specie di matching tra azione osservata ed azione codificata dai
neuroni motori. Quando i neuroni mirror si attivano passivamente,
segnalano all’organismo la stessa azione di quando la compiono. In
questo modo l’individuo che osserva si mette nei panni dell’attore
dell’azione. Io capisco cosa fa un altro perché questo suscita in me la
stessa attività neuronale di quando io faccio quell’azione. … Se quindi
vedo un individuo prendere una mela, gli attribuisco la stessa
intenzionalità che ho io quando prendo una mela. … I neuroni mirror
suggeriscono che noi riusciamo a creare un Io (come entità diversa da
altri Io) perché a un certo punto dobbiamo differenziare
neurologicamente attività neuronali praticamente identiche che
compaiono quando un’azione è fatta da me e quando è fatta da un altro
individuo” (Rizzolatti Legrenzi, 1999).
Esattamente ciò che sosteneva Mead trenta anni prima.

Conclusioni

Vi sono molte affinità e analogie tra il pensiero di Edelman-Tononi e


quanto sostenuto da Mead, sia in senso ontogenetico che filogenetico.
Entrambe le parti teorizzano l’esistenza di due livelli di coscienza che i
primi chiamano coscienza di tipo primario e di ordine superiore mentre il
secondo animale e razionale (o simbolica). Inoltre, recenti evidenze
testimonierebbero concretamente l’esistenza di un sistema mirror in
grado di sviluppare il Sé Meadiano, accreditando con prove oggettive tale
prospettiva.
Avanziamo l’ipotesi che l’Io Meadiano coincida al concetto di nucleo
dinamico formulato da Edelman e Tononi.
Interpretato da questo punto di vista il nucleo dinamico sarebbe allora
collocato sostanzialmente a cavallo tra il Sé ed il Mé. Riceverebbe input
dalle porte in ingresso correlate sia al Sé (memorie: da quelle
prototipiche a quelle più recenti, dell’altro) che dal Mé (memorie: da
quelle più prototipiche a quelle più recenti, di come quel soggetto ha
risposto all’altro).
Di conseguenza il nucleo dinamico si troverebbe al centro di un match in
cui forze soggiacenti agirebbero condizionandone l’output. Riteniamo
che tali forze debbano ascriversi principalmente a tre processi psichici
ben distinti, così indagati e descritti dalla psicologia cognitiva da
consentirci la semplice citazione: attaccamento, emozioni e memoria, in
quanto in grado di promuovere l’attività del sistema dei valori neurale
descritto da Edelman e Tononi in chiave di: creazione, potenziamento o
inibizione di circuiti degenerati. Si ricorda che anche l’evento percettivo
(vedere, toccare o quanto di altro), da questo punto di vista, deve essere
considerato “evento ricordato” (..quindi memoria) non essendo altro che
attività neurale che dalla periferia raggiunge, dopo mezzo secondo
(Edelman Tononi, 2000, p. 83), la coscienza. Presente ricordato.
Il nucleo dinamico esprimerebbe così, insieme a tutto il resto della mente,
uno Stato Della Mente.
Secondo le più accreditate acquisizioni della psicologia cognitiva
possiamo definire Stato Della Mente (SDM) “l’insieme dei pattern di
attivazione all’interno del cervello in un determinato momento” (Siegel,
2001, p.205), quindi, in potenza, un’entità anche “visibile” con tecniche
di neuroimaginig. Da cui: un pattern deriva dai profili neurali attivi in un
determinato momento che mediano i moduli mentali utilizzati per
elaborare le informazioni in ingresso (Siegel, 2001, p.205); un modulo è
definito come “un insieme di circuiti neurali che elaborano un
determinato tipo di informazioni e che utilizzano segnali o codici simili”
(Siegel, 2001, p.206) ad es. visivi, acustici, tattili, propiocettivi etc… .
Di conseguenza, poiché ciascun modulo elaborerebbe un “modo”
attraverso cui costruire una rappresentazione, ad un livello di
elaborazione superiore, comprendente più modi, avremmo un sistema (ad
es. il sistema percettivo, il sistema della memoria implicita, quello della
memoria esplicita etc.).
Ci sembra abbastanza evidente che a questo punto sarebbe possibile
connettere tutte le acquisizioni della psicologia e della psicoterapia
cognitiva al modello neurobiologico di Edelman-Tononi facendolo uscire
dalle secche del riduzionismo biologico.
Inoltre, potremmo avanzare l’ipotesi che: lo SDM creato dal nucleo
dinamico, l’Io di Mead, sostanzialmente genererebbe un processing
informazionale perché attraverso le porte in ingresso verrebbero ad
essere aggregati pattern neuronali dal Sé (ovvero dal sistema mirror) e
dal Mè (ovvero dalle memorie) in maniera più forte rispetto a tutto il
resto del sistema producendo, di fatto, attività simbolica. “Quando
diciamo simbolo non indichiamo nulla che si trovi all’esterno del campo
della condotta. Un simbolo non è altro che uno stimolo a cui è data
risposta in anticipo” (Mead, 1966, p.194).

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