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ETÀ DEL JAZZ anche in Italia? Strano, ma ci fu proprio sotto il Fascismo.

Nonostante le critiche, più che i divieti, dei giornali del Regime, la musica dei “negri” e degli americani ebbe
grande successo in Italia nell’infausto Ventennio. Tutti ascoltavano e ballavano il “jazz”, vero o annacquato
che fosse. Anzi, tanto di moda era quel nome o quel ritmo che ogni musica per avere successo doveva essere
“jazz-band”. E i gerarchi? E Mussolini? Bastava dire che si trattava di un valzer o una mazurka. Così, con
qualche trucco, lo si suonava e ascoltava perfino dopo le leggi razziali e anti-americane, durante la guerra e
nell’Italia divisa. E ci furono addirittura generali della Wermacht e fascisti che organizzarono orchestre jazz.
E anche i jazzisti, alla radio (radio Bari contro radio Salò), a modo loro “fecero la guerra”…

Villa Torlonia (“Villa Mussolini” per i romani


d’allora) riportata al suo antico splendore sembra
per una curiosa vendetta della Storia una piccola
Casa Bianca, con quell'austero frontone, le colonne
neoclassiche e l’ampia scalinata tra i vialetti di
ghiaia e il verde. Pare impossibile, scomparso
Romano, figlio del Duce e pianista di jazz che vi
abitò da bambino, che in questa villa neoclassica
dal sapore americano siano potute risuonare nello
stesso tempo la voce del capo del fascismo e le
note del jazz. Anzi, visto lo stile, forse era proprio il
papà ad essere fuori posto, non il figlio.

Il jazz in casa Mussolini? Era stato lo stesso Romano a


confessarlo: galeotto fu un disco. Già... che ci faceva il 78
giri “afro-demo-plutocratico” Black Beauty del jazzista
“negro” e americano Duke Ellington a villa Torlonia,
residenza del Duce? Si era nel 1929, e questo era un
regalo, non si sa quanto appropriato, di Vittorio
Mussolini al fratellino Romano, di pochi anni, che poi sarebbe diventato
proprio come Ellington un pianista jazz. E anche il fratello Bruno strimpellava.
E qualche volta i figli dei Mussolini facevano dei concertini, ascoltati con
ironica benevolenza dal padre, che si dilettava di violino.
Ma il jazz non era vietato dal fascismo? Sì... anzi, no. Per capire quanto il regime,
nonostante i toni burberi, fosse di manica larga con la musica di derivazione
afroamericana, che non riuscì mai ad estirpare, ecco un aneddoto raccontato da
Nello Di Geronimo, un bravissimo trombonista jazz. “A Gela nel ’36 arriva
Mussolini, e la sera trova ad accoglierlo l’orchestrina jazz del giovane Nello che
suona in stile Jelly Roll Morton, perfino Vivere, la canzone in voga del momento.
«Mussolini ce la fece ripetere ventisette volte», ricorda. Poi si avvicina il
segretario Alfieri: «Cambiate, fate un valzer, a sua Eccellenza piace il valzer…» E
quelli, come se niente fosse fanno un pezzo jazz a tempo di valzer. «Cos’è
questo?» si avvicina il Duce con "due occhi così" che fanno paura a Nello. «Un
valzer, Eccellenza», balbetta il poveretto. «Bravo, bravo!», disse il Duce. E si
mette a ballare pure lui. Il jazz.