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1.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’ECONOMIA


È costituito dall’insieme delle regole che disciplinano i rapporti economici internazionali (la

relazione economica internazionale deve svilupparsi almeno tra due stati).

Da un punto di vista più restrittivo il diritto internazionale dell’economia regola i rapporti

macroeconomici; ciò significa che, sostanzialmente, si occupa del commercio internazionale.

Peculiarità del diritto internazionale dell’economia rispetto al diritto internazionale pubblico:

a) principio della indipendenza sovrana degli stati:

- dogma della indipendenza (formale) di enti sovrani superiorem non reconoscentes (d.int.pubb.)

- idea dell’interdipendenza degli Stati intesa come scambio tra macrosistemi economici (d.int.eco)

b) principio della sovranità territoriale degli stati e della nazionalità:

- dogma intoccabile (d.int.pubb.)

- il principio di territorialità non ha un rilievo particolare; la frontiera tende ad essere superata in

virtù della libera circolazione delle ricchezze (d.int.eco.)

c) norma consuetudinaria sulla protezione dello straniero:

- riveste notevole importanza in entrambi i settori del diritto.

d) il ruolo della sanzione:

- le sanzioni sono disciplinate dall’ insieme delle regole consuetudinarie sulla responsabilità

internazionale (d.int.pubb.)

- ha caratteristiche proprie; consiste in una contromisura specifica, costituita dalla violazione, in

risposta ad un illecito altrui, della stessa norma violata in prima battuta dall’autore dell’illecito.

Ciò perché la sanzione serve piuttosto a ricostruire l’equilibrio degli interessi economici degli

Stati (d.int.eco.)

Le fonti
Accanto alle fonti classiche del diritto internazionale (consuetudine ed accordo) vi sono anche

meccanismi di produzione normativa non rientranti strictu-sensu nel diritto internazionale (per

esempio, atti di diritto interno, codici di condotta,ecc…) o facenti capo ad attività svolte da privati

(multinazionali).

CONSUETUDINE e DIRITTO PATTIZIO: la prima riveste un ruolo marginale rispetto al secondo

il quale costituisce la parte preponderante della disciplina (accordi bi- e multi-laterali).

ATTI DI DIRITTO INTERNO: vanno solitamente ad integrare il diritto pattizio e si tratta di atti che

uno Stato compie all’interno del proprio ordinamento, nell’esercizio della sovranità, ma che si

ripercuotono anche a livello internazionale.


ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI: danno vita a regole di condotta, guidelines, ecc…

REGOLE/USI PRODOTTI DA PRIVATI: le organizzazioni che rappresentano i lavoratorio i datori

di lavoro ovvero le multinazionali possono darsi proprie regole di condotta allorché debbano agire

all’interno di paesi stranieri

soggetti

a) gli Stati

b) ONG ed i privati

c) organizzazioni internazionali

Le organizzazioni internazionali (c) cominciano a svilupparsi alla fine del XIX secolo come

forma di cooperazione tra Stati sovrani, dapprima in settori tecnici per poi espandersi in modo

rilevante.

Possono essere tendenzialmente classificate in .

1) UNIVERSALI

2) REGIONALI

Le organizzazioni internazionali (c) cominciano a svilupparsi alla fine del XIX secolo come
forma di cooperazione tra Stati sovrani, dapprima in settori tecnici per poi espandersi in modo
rilevante.
Possono essere tendenzialmente classificate in .
1) UNIVERSALI
2) REGIONALI
1) UNIVERSALI
Vanno ricordate quelle nate alla fine della seconda guerra mondiale con gli accordi di Bretton-
Woods (FMI e BM) e collegate alle Nazioni Unite, con le quali condividono in larga parte la
membership.
L’Organizzazione Mondiale del Commercio è nata nel 1955 a partire da un accordo , il GATT ’47;
realizza quel terzo pilastro economico (FMI= monetario BM=finanziario) che avrebbe dovuto
completare l’architettura istituzionale dei rapporti internazionali prefigurata nel II dopoguerra.
2) REGIONALI
Realizzano peculiari forme di coordinamento e cooperazione tra gli stati membri caratterizzate dalla
presenza di un vincolo associativo più forte che si esprime in forme più o meno perfette di
integrazione economica.
In relazione all’intensità del vincolo associativo :
a) modello classico della COOPERAZIONE : unione delle energie degli Stati partecipanti per il
conseguimento di obiettivi comuni, ma senza richiedere ai membri alcun trasferimento di
competenze sovrane.
b) modello dell’INTEGRAZIONE: richiedono agli stati membri rinunce più o meno accentuate ad
una parte della loro sovranità economica, a seconda della precipua forma di integrazione che si
intende realizzare

modello dell’INTEGRAZIONE: richiedono agli stati membri rinunce più o meno accentuate ad
una parte della loro sovranità economica, a seconda della precipua forma di integrazione che si
intende realizzare.
I modelli di integrazione economica principali sono tre:
1- aree di libero scambio: abolizione delle tariffe doganali interne, mantenimento verso l’esterno di
tariffe doganali differenziate (es. NAFTA)
2- unioni doganali: abolizione delle barriere tariffarie e doganali interne all’unione, tariffa esterna
comune fissata dagli stati partecipanti
3- mercato comune: abolizione delle barriere tariffarie e doganali interne, creazione di una tariffa
esterna comune, abolizione degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e di tutti gli altri fattori
produttivi all’interno del mercato unico.
Questa terza tipologia è quella che richiede un maggior trasferimento di competenze sovrane il
quale fa sì che alcune materie vengano disciplinate esclusivamente ad opera dell’organizzazione
non solo nello spazio “interno”, ma anche nei rapporti con stati terzi/organizzazioni terze

Caratteristica tipica delle organizzazioni internazionali economiche è il sistema decisionale:


malgrado formalmente valga la regola della maggioranza, in concreto, in virtù degli interessi in
gioco, le organizzazioni tendono a realizzare ove possibile l’unanimità (per esempio,nell’ambito
dell’ OMC vige la regola del consensus ed in seconda istanza quella della maggioranza qualificata).

anno parte dei soggetti,in senso atecnico, del diritto


internazionale dell’economia.
Le ONG sono associazioni costituite da privati che riuniscono persone fisiche e giuridiche
appartenenti ad almeno due stati diversi.
Sono costituite secondo le leggi di uno stato e non perseguono fini di lucro; possono porre in essere
negozi giuridici o attività disciplinate dal diritto statale.
L’art. 71 Carta Nazioni Unite le riconosce esplicitamente come potenziali soggetti atti a concludere
accordi con il Consiglio Economico e sociale.
Possono dunque concorrere a formare regole di condotta o ad indirizzare soluzioni e strategie di
carattere multilaterale (per esempio, il World Economic Forum e la Camera di Commercio
Internazionale)
WEF (World Economic Forum) : associazione indipendente di imprese di vari paesi costituitasi nel
1971 a Ginevra.
L’obiettivo è quello di dare una risposta concreta ai problemi e alle sfide concrete della società.
ICC (Camera di Commercio Internazionale): fondata a Parigi nel 1919 per iniziativa di un gruppo di
imprese con l’obiettivo di promuovere e favorire il commercio internazionale; da allora svolge
attività di formazione, informazione e promozione attraverso congressi e conferenze.
Attraverso Commissioni di studio e con la collaborazione dei Comitati nazionali si occupa inoltre di
predisporre strumenti normativi uniformi in relazione a particolari operazioni del commercio
internazionale.
Un essenziale settore di attività dell’ ICC è rappresentato dall’assistenza alle imprese nella
risoluzione delle controversie: a tal fine ha predisposto un complesso sistema di metodi alternativi
alla giustizia ordinaria tra cui si distingue, principalmente, l’arbitrato internazionale ( ICC Rules of
Arbitration , 1/1/2012).
- Caratteri generali dell’arbitrato ICC: nelle Rules è stata adottata una nozione ampia di
“controversia”.
In via generale può dirsi che le controversie sottoposte all’arbitrato ICC vertono su questioni
relative al commercio internazionale, al settore delle costruzioni,contratti di licenza e joint ventures.
- Procedura arbitrale: viene attivata sulla base di una clausola arbitrale ICC contenuta nel contratto
che è alla base della controversia e dovrebbe concludersi, salvo proroghe, entro sei mesi.
Sono sempre le Rules a stabilire modalità di costituzione del tribunale, procedura, termini e
modalità generali per l’assunzione delle prove e dei testimoni, ecc…
Al termine del procedimento il tribunale arbitrale propone alla Court of Arbitration l’award
affinché venga approvato; la Corte può suggerire modifiche se necessario ed il riconoscimento ed
esecuzione del lodo avviene secondo le modalità previste dalle convenzioni internazionali in
materia

Le multinazionali sono quelle società che operano sul territorio di diversi stati.
Dal punto di vista del diritto privato interno alle multinazionali non viene attribuita una personalità
giuridica distinta ed unitaria: la veste è quella di un gruppo di società, di nazionalità diversa, legate
tra loro da rapporti particolari.
Sono astrattamente in grado di generare notevoli benefici per l’economia degli stati un cui operano
anche se, tradizionalmente, i paesi ospiti avanzano riserve sia di ordine economico che politico.
La prassi mostra infatti come le multinazionali tendano a perpetuare rapporti di dipendenza
economica del paese ospite e non contribuiscano all’avvio di un processo di sviluppo autonomo,
fondato sulla diffusione ed il trasferimento di tecnologie.
Sono anche accusate di rimpatriare gli utili e gli altri proventi dell’investimento anziché riversarli in
loco ed in più si afferma che vengano utilizzati processi produttivi ormai obsoleti per ridurre i costi.
Da un punto di vista politico spesso si è parlato di ingerenze indebite , in virtù anche delle difficili
situazioni nelle quali versano di norma i paesi ospiti.

Al fine di ottenere una realistica cooperazione delle imprese si è sempre più fatto ricorso a strumenti
non vincolanti come codici di condotta e Guidelines.
Il primo tentativo di codificare standards di condotta per le imprese multinazionali è stato elaborato
nel quadro delle Nazioni Unite nei primi anni 70.
Il progetto si divide in quattro parti :
1- disciplina delle attività delle multinazionali
2- trattamento delle stesse
3- cooperazione intergovernativa
4- mezzi di attuazione
L’ultima versione del progetto del 1990 afferma l’obbligo per le multinazionali
a) di tenere conto degli obiettivi e delle priorità di sviluppo degli stati ospiti e di contribuire al loro
perseguimento
b) di astenersi dall’interferire negli affari politici interni e nelle relazioni esterne.

2. I VERTICI ECONOMICI
I vertici o conferenze al vertice sono incontri informali tra rappresentanti di due o più stati, che si
distinguono dalle altre forme di cooperazione internazionale per :
1- il massimo livello di rappresentanza dei partecipanti ( capi di stato o di governo,ministri
delegati)
2- la condivisione tra i partecipanti di principi, finalità ed interessi
3- l’ utilizzo del metodo della concertazione
Generalmente le riunioni sono caratterizzate da un alto grado di informalità e flessibilità del metodo
operativo; i Vertici possono essere istituiti nel quadro di una organizzazione internazionale oppure
possono riguardare esclusivamente un club di stati (i quali decidono le materie oggetto dei
colloqui)
Vengono definite “Conferenze istituzionalizzate” quei vertici che, pur non venendo riuniti in base
ad un accordo internazionale né disciplinati da uno strumento statutario, si contraddistinguono per
la regolarità degli incontri ed il rispetto di specifiche procedure.
Nessuno dei due organismi è dotato di personalità giuridica internazionale distinta da quella degli
stati partecipanti; ciò implica che gli atti emanati durante tali riunioni sono una manifestazione
collettiva della volontà dei singoli stati.
Gruppo G-7/G-8
Trova la propria origine nel contesto storico; negli anni ’70 gli interventi della BM e del FMI non
avevano portato nessun miglioramento in risposta alla crisi petrolifera ed al crollo del sistema della
parità aurea.
L’ideazione del G-7 viene fatta risalire al 1973, quando i ministri finanziari di USA,GB,FR, e GER
si riunirono per affrontare la spinosa questione della riforma del sistema monetario internazionale.
Il primo summit ufficiale avvenne a Rambouillet nel 1975; a partire dal vertice di Londra del 1977
la Comunità Europea è stata rappresentata in seno al G-7 dal Pres.della Commissione.
Venne inaugurata la prassi di fare precedere il summit G-7 da una riunione del Consiglio Europeo,
in modo da elaborare una posizione comune sui punti all’ordine del giorno.
Il confronto avviato nel 1991 con la federazione Russa ha portato alla nascita del G-8.
Il G-7 continua a funzionare parallelamente ai Vertici annuali G-8: la federazione Russa, anche in
ragione della instabilità economica e finanziaria, non viene ancora ammessa a partecipare ai vertici
ministeriali in materia finanziaria.
Struttura organizzativa e processo decisionale dei Vertici G-7/G-8
Il G-8 è un club di stati la cui struttura rispecchia la volontà dei singoli partners di assumere un
ruolo guida nella c.d. governance mondiale.
Nei documenti ufficiali i partners affermano la condivisione degli indirizzi economici generali e di
alcuni valori politici
A livello ministeriale non è rara l’organizzazione di incontri ad hoc per discutere e trovare un
coordinamento su questioni contingenti, in ordine alle quali sia opportuno individuare una posizione
comune.
Sono state altresì istituite delle task forces per discutere e dibattere dei problemi più complessi
prima di affrontarli ufficialmente ai Vertici.
Dall’analisi della prassi emerge che il processo decisionale del G-8 consta di alcune fasi:
- convocazione
- lavori preparatori
- esecuzione dei deliberati
- verifica dei risultat
Come già detto i Vertici vengono generalmente preceduti da una intensa attività preparatoria
condotta dai rappresentanti personali (sherpa) , ciascuno dei quali agisce con l’aiuto di due vice-
sherpa e del rispettivo staff.
Gli sherpa non si limitano ad individuare gli argomenti che saranno oggetto di discussione, ma
danno vita ad una bozza dell’atto finale che verrà poi discusso nel corso del vertice.
G-7 e G-8 si concludono con l’adozione di atti finali, denominati Dichiarazioni finali o
Communiqué (dichiarazioni di principi).
Questi sono redatti in forma di best endeavors o best efforts, non impongono obblighi agli stati che
le hanno formulate se non quello di ispirare la loro condotta al principio generale della buona fede.
Hanno inoltre una importante funzione informativa poiché rendono note le posizioni dei singoli stati
in ordine a determinate situazioni internazionali

L’ORDINE ECONOMICO INTERNAZIONALE


L’istituzionalizzazione dell’ordine economico internazionale nel II dopoguerra

Le relazione economiche tra gli stati hanno sempre oscillato tra forme di protezionismo e forme di
liberismo.

Nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale le relazioni economiche internazionali si sono

ispirate a principi neoliberisti e , però, di un liberismo c.d. garantito nel quale il libero

funzionamento del mercato viene controllato, nel suo sviluppo dinamico, da enti e/o organizzazioni

internazionali.

Alla fine della II G.M. USA e GB cominciarono a pensare alla possibilità di costruire un nuovo

sistema complessivo di rapporti internazionali che spaziasse dalla sfera politica a quella

economica,finanziaria ed anche commerciale.

Ancor prima della nascita delle Nazioni Unite e che la guerra fosse terminata, nel 1944, furono

sottoscritti da 43 stati, a Bretton Woods, due accordi distinti che diedero vita a

- Banca Mondiale : nasce con l’obiettivo di mettere a disposizione dei paesi maggiormente colpiti

dalla guerra fondi per la ricostruzione (tuttavia tale funzione fu in realtà espletata dagli USA

attraverso il piano Marshall).

Funzione secondaria era quella di aiutare lo sviluppo economico dei paesi membri anche attraverso

il sostegno agli investimenti privati.

- Fondo Monetario Internazionale : doveva indirizzare e controllare la condotta degli stati membri

in relazione al regime dei cambi, per evitare che l’eccessiva variabilità dei tassi potesse nuocere allo

sviluppo equilibrato del commercio internazionale.

Conferenza de L’Avana, 1947 : gli allora 53 stati membri delle UN sottoscrissero la Carta istitutiva

della International Trade Organisation (ITO).

Questa, in realtà, non vide mai la luce per l’opposizione dell’esecutivo USA; entrò in vigore, seppur

in via provvisoria, solo la parte relativa alla liberalizzazione degli scambi di merci.

Di nuovo furono gli USA a premere affinché quella parte dello statuto che prevedeva la progressiva

liberalizzazione degli scambi di merci, fosse estrapolata dal contesto generale e sottoposta

all’approvazione dei singoli stati.

Già nel 1947 un gruppo di 23 stati aveva aderito a questo gruppo di norme che costituivano il GATT
dando vita a quella regolamentazione internazionale del commercio di merci rimasta in vigore fino
al 1994, quando il GATT è stato “sostituito” dall’ OMC

Le rivendicazioni dei PVS:


Per molti anni si è avuta una profonda divisione tra paesi ad economia di mercato e paesi ad
economia socialista ( appartenenti al blocco sovietico).
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica questa divisione è stata progressivamente superata
vedendo il formarsi di una comunità relativamente omogenea che si riconosce nei principi neo-
liberisti.
Una posizione particolare è, ad oggi, mantenuta dai Paesi in Via di Sviluppo (PVS); tale categoria
è
al suo interno molto varia, essendo essa formata, per la maggiore, da paesi nati dopo il processo
di
decolonizzazione.
Nei primi anni di indipendenza i PVS erano spesso afflitti da guerre interne, talora finanziate da
stati stranieri; uno dei principi della concezione sovietica era infatti quello dell’intervento, anche
armato, a favore di movimenti di liberazione nazionale (con l’ovvietà che questo, una volta
terminato il conflitto interno, permetteva di instaurare un rapporto privilegiato ).
Oltre questo, i PVS dovevano provvedere a costruire il proprio tessuto economico, sociale ed
istituzionale senza poter prescindere da un qualche tipo di aiuto esterno (in primis quello della ex-
madrepatria, andandosi cosi a costituire un rapporto di effettiva subordinazione).
L’azione dei PVS nell’Assemblea generale UN
Il continuo tentativo dei PVS di modificare il diritto internazionale economico si è incanalato
attraverso l’attività dell’Assemblea generale delle UN; questo per due ragioni:
a) all’interno dell’Assemblea i PVS ed i Paesi socialisti rappresentavano la maggioranza
b) nel complessivo disegno istituzionale tracciato alla fine della II G.M. le istituzioni erano
destinate ad operare in sincronia con le UN.
La Carta contiene, infatti, una parte sulla cooperazione economica e sociale (Cap. IX) nella quale
si
istituisce anche un organo con competenze specifiche in materia, il Consiglio ECOSOC.
Art.1 Carta UN: i fini dell’organizzazione si realizzano promuovendo la cultura del rispetto dei
diritti umani e sviluppando l’autodeterminazione dei popoli; ma anche assicurando lo sviluppo
economico e sociale delle diverse componenti.
Dall’analisi di due articoli fondamentali della Carta si evince come, in realtà, gli obblighi assunti
dagli stati siano piuttosto fluidi:
Art. 55 Carta UN: il fine è quello di creare condizioni di stabilità e benessere generalizzate quale
indispensabile presupposto per rapporti pacifici ed amichevoli tra le Nazioni.
Art. 56 Carta UN: sancisce un generico impegno degli Stati a sviluppare azioni individuali o
collettive per raggiungere il fine di cui all’art. 55
I PVS hanno promosso l’adozione di alcune solenni dichiarazioni di principi in materia; tali
dichiarazioni sono state proposte da un organo sussidiario creato dall’assemblea UN col compito
di
valutare e proporre soluzioni normative (UNCTAD).
Tra queste, significativa è quella relativa alla instaurazione del c.d. Nuovo Ordine Economico
Internazionale  contiene una proposta formale di revisione delle regole con l’obiettivo di
rifondare un ordine economico internazionale basato sull’equità, uguaglianza sostanziale dei
membri, sull’interdipendenza e sulla cooperazione fra gli Stati
a face seguito un altra importanti risoluzione
dell’Assemblea contenente la Carta sui diritti
e doveri economici degli stati (1974);
tra i principi più significativi enunciati nella Carta , figurano
quelli relativi allo sfruttamento delle risorse economiche del pianeta
La Carta dei diritti e doveri economici degli Stati (1974) definisce le modalità di accesso e di
utilizzo delle risorse economiche globali, riproducibili e non riproducibili, distinguendo tra
- quelle che ricadono sotto la sovranità o la giurisdizione esclusiva dei singoli Stati
- risorse e spazi comuni, collocati oltre le giurisdizioni statali.
Principio della sovranità permanente e completa dello stato sulle proprie ricchezze naturali: tale
principio fa riferimento all’uso delle risorse collocate all’interno di uno stato,o comunque facenti
parte della sua giurisdizione esclusiva. Ciò implica il diritto per lo stato stesso di utilizzarle e
disporne in totale libertà.
Il principio ha giocato un ruolo decisivo nella disciplina degli investimenti stranieri, in particolare
con riguardo alla questione del risarcimento dovuto allo straniero investitore a fronte di misure di
nazionalizzazione, espropriazione o confisca adottate dallo stato ospite dell’investimento.
È noto come lo stato territoriale che adotti tali misure debba corrispondere allo straniero un
risarcimento che, secondo la formula Corden Hull, deve essere “pronto, adeguato ed effettivo”.
I PVS ritenevano che l’adeguatezza dell’indennizzo dovesse essere calcolata tenendo presente
non
soltanto il valore di mercato del bene confiscato, ma anche altri fattori , come il fatto che lo
straniero investitore avesse realizzato,negli anni dell’investimento, un indebito arricchimento a
spese dello stato territoriale.
Sostenevano altresì che nel computo dell’indennizzo fosse necessario tenere conto delle esigenze
specifiche dello stato territoriale, soprattutto quando la misura restrittiva fosse una
nazionalizzazione ( per il suo carattere generale riguarda un intero settore o più settori
dell’economia).
Eventuali controversie Stato – Investitore Straniero, relative all’indennizzo o ad altri aspetti,
avrebbero dovuto essere regolate esclusivamente dai tribunali locali, in conformità con il diritto
nazionale ed escludendo comunque qualsiasi intervento unilaterale dello stato nazionale
dell’investitore
Tale presa di posizione dei PVS non è mai stata condivisa dagli altri stati; la situazione si è
protratta
per tutto il corso degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80 fino a quando due circostanze hanno
mutato il quadro:
a) il gruppo dei PVS ha cominciato a diversificarsi al suo interno, con il decollo di alcune economie
(Paesi di nuova industrializzazione)
b) i PVS hanno dovuto progressivamente prendere atto che le loro richieste non avevano avuto il
seguito auspicato e che le proposte di modifica non erano state in grado di aggregare il consenso
della comunità internazionale nel suo insieme

Il principio del patrimonio comune dell’umanità

Il principio vigente in materia fino a quel momento era stato quello della libertà di accesso e di
sfruttamento delle risorse comuni , secondo il principio “first came, first served”. Tale regime di
sfruttamento non garantiva gli interessi dei PVS soprattutto in relazione all’utilizzazione delle
risorse esauribili, potendosi tradurre piuttosto in una esclusione di fatto di tali stati.
Per questi motivi i PVS proponevano, nell’auspicato nuovo ordine economico mondiale,
l’applicazione dei principi di equità, disuguaglianza compensatrice e cooperazione per la soluzione
dei problemi economici mondiali relativamente all’uso delle risorse naturali comuni collocate fuori
dalla giurisdizione esclusiva degli stati.
Il nuovo principio propugnato dai PVS e fatto proprio dall’ assemblea del 1970 è quello secondo il
quale le risorse comuni non riproducibili costituiscono il patrimonio comune dell’umanità.
La qualificazione è un indice significativo del cambiamento, la risorsa comune non è più
considerata una res nullius che ogni stato possa liberamente utilizzare; si tratta di un bene che è
proprietà dell’intera umanità nella sua componente attuale e futura.
Ciò implica che non potrà essere consentito lo sfruttamento individuale da parte di singoli Stati, ma
sarà necessario procedere sulla base di un meccanismo internazionale disegnato all’interno di una
organizzazione internazionale a vocazione universale, che assicuri uno sfruttamento
esclusivamente
pacifico della risorsa.
Una prima espressione normativa si ha con la Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del
1982.
La Parte XI della Convenzione contiene un insieme di norme che definiscono lo status dei fondi
marini internazionali e disciplinano il meccanismo di sfruttamento delle loro risorse, basato proprio
sul principio del patrimonio dell’umanità.
È prevista inoltre la costituzione di un’Autorità internazionale dei fondi marini, a vocazione
universale della quale fanno parte gli stati firmatari della Convenzione.
L’organo principale di questa è l’Impresa, che nel disegno originale avrebbe:
a) dovuto presiedere allo sfruttamento diretto dei siti minerari individuati dai singoli stati e registrati
presso l’autorità;
b) proceduto, in via esclusiva, allo sfruttamento dell’area, devolvendo una parte dei proventi allo
stato che l’aveva individuata ed un’altra parte ad un fondo costituito in favore dei PVS.
Questa soluzione non è stata affatto condivisa dai paesi industrializzati perché considerata troppo
macchinosa e poco economica; in attesa dell’entrata in vigore della Convenzione alcuni paesi
industrializzati, dietro impulso USA, decisero di avviare uno sfruttamento unilaterale dell’area
internazionale sulla base di provvedimenti normativi nazionali.
Tali leggi non disconoscevano il principio dell’appartenenza dei fondi marini internazionali e delle
loro risorse al patrimonio comune dell’umanità, prevedendo che una quota dei proventi fosse
devoluta dallo stato al fondo comune costituito presso l’Autorità in favore dei PVS
In sede di redazione si era convenuto che la Convenzione di Montego Bay sarebbe entrata in
vigore
solo se avesse raggiunto un numero di ratifiche pari a 60; per superare l’impasse venne esplorata
la
possibilità di modificare la Convenzione secondo le richieste dei paesi industrializzati.
Si concluse un c.d. Accordo applicativo, adottato dall’Assemblea generale nel 1994, di
modificazione della Parte XI: questo prevede che lo stato pioniere che ha individuato il sito per lo
sfruttamento venga autorizzato, previa registrazione del sito presso l’Impresa, a procedere allo
sfruttamento del 50% della zona mineraria individuata, lasciando che l’altro 50% venga sfruttato
direttamente dall’Impresa in favore dei PVS.
Questo accordo, definito Intesa, è stato accorpato alla Convenzione di Montego Bay, modificando
la Parte XI della Convenzione sulla quale dichiara espressamente di prevalere in caso di
incompatibilità
Il problema del debito estero e i vertici economici

- Vertice di Genova (2001): la presidenza italiana del G-8 ha proposto, in un documento chiamato
Beyond Debt Relief, una piattaforma programmatica diretta a ridurre l’esposizione dei paesi poveri
attraverso la rimozione delle barriere al commercio, la promozione degli investimenti privati e
l’assistenza nei settori della salute e della educazione.
- Vertice di Kananaskis (2002): il G-8 ha ribadito il proprio impegno a sostenere l’ Iniziativa HIPC
per l’alleggerimento del debito , subordinandolo al rispetto da parte dei paesi eleggibili dei requisiti
della good governance; gli stati hanno altresì manifestato la volontà di incrementare le politiche di
aiuto pubblico allo sviluppo, conformemente agli auspici della Conferenza Internazionale di
Monterrey del 2002 sul finanziamento allo sviluppo.
- Vertice di Sea Island (2004): i capi di stato e di governo hanno auspicato una proroga di due anni
della durata del Programma, il cui termine era previsto per la fine del 2004.
L’iniziativa è stata prorogata fino al 2006.
- Vertice di Gleneagles (2005): i paesi partecipanti hanno assunto l’impegno di cancellare il 100%
del debito dei paesi eleggibili alla iniziativa HIPC nei confronti dei creditori istituzionali (BM,FMI
e Banca Africana per lo sviluppo).
L’Iniziativa HIPC coinvolge, accanto al FMI, alla BM ed al G-8, una ulteriore forma atipica di
cooperazione e concertazione tra stati: il Club di Parigi

Il Club di Parigi
Nasce nel 1956 per far fronte ad una crisi finanziario-debitoria dell’Argentina; riunisce i 19
principali stati creditori dei Paesi poveri più indebitati.
Si riunisce periodicamente in riunioni nelle quali non sono sempre coinvolti tutti gli stati del Club,
bensì solo quei paesi membri che risultano essere i principali creditori dello stato debitore di cui si
discute.
Il Club riunisce esclusivamente i governi degli stati creditori e possono partecipare, in qualità di
osservatori, i rappresentanti delle principali istituzioni finanziarie.
Agisce in stretto collegamento con il FMI sulla base del criterio del burden sharing (condivisione
dei costi e dei rischi).
Il negoziato di ristrutturazione del debito nel Club di Parigi
Nel momento in cui un paese richiede per la prima volta l’intervento del Club per la ristrutturazione
viene stabilita una data convenzionale, la c.d. cut off date, che va a suddividere temporalmente il
debito maturato fino ad allora (oggetto di ristrutturazione) dal debito che potrà maturare
successivamente (in linea di principio,non ristrutturabile)
La cut off date serve a tutelare le agenzie per il credito all’esportazione le quali, in mancanza di
tale
indicazione, potrebbero non assicurare operazioni economiche all’interno del paese debitore (nel
timore che questo non onori i nuovi debiti).
Tale data vale quindi ad aiutare il paese debitore in crisi A) in termini di possibilità di nuovo
accesso al credito
B)fungendo da stimolo a nuovi investimenti privati stranieri.
In casi eccezionali e limitatamente ai paesi HIPC il Club può decidere di ristrutturare anche parte
del debito sorto dopo la cut off date.
paesi creditori hanno il compito di controllare che i fondi erogati in favore di un paese debitore
siano impiegati conformemente ai principi dettati in materia dal G-8 :
. sistema delle condizionalità :
- good governance
- stato di diritto
- principio democratico
- rispetto dei diritti umani. sistema delle condizionalità

La richiesta di ristrutturazione viene portata dal paese debitore all’ esame del Club nel corso di una
riunione che raggruppa il paese debitore e i suoi principali creditori.
Di solito vi partecipano anche rappresentanti del FMI, della BM e dell’UNCTAD.
Si svolge, in definitiva, un negoziato intergovernativo, i cui risultati consistono in un programma di
risanamento del debito, sottoscritto dai rappresentanti dei paesi creditori e da quello del paese
debitore (a seguito di tale intesa quest’ultimo dovrà impegnarsi a non riconoscere condizioni più
vantaggiose a creditori diversi da quelli facenti parte del Club di Parigi clausola di
comparabilità)

La normativa italiana in materia di debito estero: la L.209/2000


L’Italia fa parte del Club di Parigi ed ha aderito all’ Iniziativa HIPC.
In attuazione di tale programma ha adottato la L.209/2000 contenente misure per la riduzione del
debito dei paesi a più basso reddito e maggiormente indebitati.
Il regolamento di attuazione è entrato in vigore nel giugno 2001.
Tale provvedimento rappresenta la prima, effettiva iniziativa legislativa adottata dall’Italia
relativamente alla questione del debito estero; inoltre la l.209/2000 contiene una disposizione assai
significativa , ancorché inattuata, in ordine alle possibili soluzioni giuridiche del problema.
La legge prevede che i crediti che possono essere oggetto di annullamento,riconversione o
rinegoziazione sono sia quelli dello stato che dei privati, assicurati attraverso la SACE, per la parte
di credito rispetto alla quale è subentrata la garanzia SACE stessa.
Nel 90% dei casi cancellazione del debito significa riconversione ed utilizzo delle risorse liberate in
progetti socialmente ed economicamente utili
In realtà vi sarebbero vari elementi in base ai quali la Corte potrebbe basare la considerazione di
un
eventuale parere sulla questione del debito:
1) L’art. 96 Carta UN e art. 65 Reg. Interno prevedono che la Corte possa dare pareri consultivi su
qualunque questione giuridica.
Ecco che l’accesso al credito e la trattazione del debito sono regolati sulla base di intese che assai
spesso sono veri e propri accordi internazionali, conclusi tra il paese debitore e i creditori
istituzionali/Stati/organizzazioni finanziarie internazionali: si tratta quindi di atti giuridici governati
da regole di diritto internazionale.
2) Andrebbero considerate le conseguenze, in ordine alla vigenza dell’accordo, delle ricadute che
l’eccessiva esposizione debitoria del paese (quando si tratti di paesi di endemica indigenza)
potrebbe avere sulle condizioni di vita delle popolazioni locali, compromettendo la fruibilità di
taluni diritti umani garantiti (riconosciuti e tutelati).
A tali diritti fondamentali corrisponde l’obbligo di ciascuno stato di promuoverne l’attuazione; ciò
comporta che nessun popolo possa essere privato dei propri mezzi di sussistenza.
L’indebitamento, oltre una certa misura, potrebbe risolversi in una negazione del diritto allo
sviluppo di un popolo.
3) Va valutato anche che tali diritti fondamentali, riconosciuti in strumenti pattizi, appartengono al
diritto internazionale consuetudinario e, secondo parte della dottrina, tutelati da norme
internazionali a carattere cogente.
4) In base alla lettura dell’art. 18 Patto del ’66 sui diritti economici, sciali e culturali, gli istituti
specializzati delle UN e le istituzioni finanziarie ed economiche sono tenuti a rispettare le
disposizioni del Patto che rilevano nell’ambito della loro attività

ARTE II LE ISTITUZIONI MULTILATERALI ECONOMICHE

Origini del FMI


Nasce, unitamente alla BM, a conclusione della Conferenza di Bretton Woods nel luglio del 1944.
L’Accordo Istitutivo (Articles of agreement) è entrato in vigore il 27 dicembre 1945.
I 45 paesi avevano intenzione di scongiurare crisi finanziarie simili a quelle verificatesi negli anni
precedenti la guerra.
Le priorità erano :
a) evitare l’eccessiva fluttuazione dei valori delle monete
b) garantire la convertibilità delle stesse.
I prodromi della struttura del Fondo vanno fatti risalire al 1942, anno in cui si cominciò a studiare la
questione del nuovo assetto economico mondiale che sarebbe stato designato a conclusione del
conflitto allora in corso.
Si erano da subito contrapposti due modelli differenti di intendere il nuovo sistema monetario
internazionale:
-) piano WHITE ( sistema USA): garantire la stabilità dei tassi di cambio, sacrificando a ciò la
stabilità delle variabili macroeconomiche interne. Era previsto un meccanismo automatico di
aggiustamento, costituito da un fondo di stabilizzazione finanziato con i contributi degli stati
membri, che doveva entrare in gioco in caso di squilibrio nella bilancia dei pagamenti dello stato
interessato.
La moneta internazionale prevista, come unità di conto, era l’unitas.
-) piano KEYNES (sistema GB): raggiungimento di obiettivi di politica interna (crescita, piena
occupazione) attraverso l’istituzione di una Clearing House internazionale preso la quale le banche
centrali avrebbero tenuto i proprio depositi.
Tali depositi sarebbero stati ridenominati in una moneta internazionale, il bancor, il cui valore
sarebbe stato fissato in oro.
Obiettivi e struttura
L’art. 1 degli Articles of agreement prevedeva obblighi specifici a carico degli stati membri.
Gli USA si impegnavano a
- mantenere fisso il prezzo dell’oro (35$ l’oncia)
- cambiare su richiesta dollari in oro e viceversa a quel prezzo, senza restrizioni o limitazioni.
Gli altri stati membri si impegnavano a
- fissare il prezzo della propria valuta in dollari (quindi in oro)
- intervenire sui mercati dei cambi al fine di impedire ai tassi di cambio di variare di oltre 1% al di
sopra/sotto della parità stabilita.
Per tutti gli stati c’era l’obbligo di sottoscrivere una quota di partecipazione al Fondo, parte in oro
e parte in valuta nazionale.
A tali obblighi corrispondeva la possibilità di ottenere dal Fondo il sostegno finanziario necessario
a fronteggiare eventuali squilibri temporanei della bilancia dei pagamenti. (Art. 1 A.of A.).
In questo sistema il FMI doveva svolgere un duplice ruolo:
a) quello di autorità monetaria guida dei flussi monetari internazionali e garante dell’andamento dei
mercati
b) quello di ente finanziatore degli stati membri, direttamente coinvolto nella concessione di prestiti
a fronte di squilibri temporanei delle bilance dei pagamenti.
Gli ORGANI principali:
* BOARD OF GOVERNORS (Consiglio dei Governatori): organo assembleare del FMI in cui sono
rappresentati gli stati aderenti attraverso i rispettivi ministri del Tesoro, i responsabili delle Banche
Centrali/figure comparate.
Si riunisce una volta l’anno ed esercita tutte le competenze attribuite al Fondo; può delegare i suoi
poteri all’organo esecutivo, fatta eccezione per quelle competenze attribuite dagli articoli dello
Statuto (decisione sull’ammissione di nuovi membri, revisione delle quote di
partecipazione,assegnazione dei Diritti Speciali di Prelievo).
* EXECUTIVE BOARD (Consiglio di Amministrazione) : è l’organo responsabile della gestione del
FMI ed esercita i poteri ad esso delegati dal Consiglio dei Governatori.
Siede in permanenza a Washington ed è composto da un ristretto numero di componenti in
rappresentanza della totalità dei membri del Fondo.
* MANAGING DIRECTOR (Direttore Generale): è scelto dal Consiglio di amministrazione in una
persona che non sia né un Governatore né un Direttore esecutivo.
Rimane in carica cinque anni e per tacito accordo l’incarico è ricoperto da un europeo (quello di
presidente della BIRS da uno statunitense).
Il Direttore
- è a capo dei servizi amministrativi del Fondo
- presiede le riunioni del Comitato esecutivo senza prendere parte alle votazioni
- gestisce gli affari correnti sotto la direzione del Consiglio di amministrazione
Ha sede a Washington ed ha uffici e rappresentanze in altri paesi.
Per quanto attiene alla modalità delle votazioni i membri hanno diritti di voto differenziati in
ragione dell’entità della propria quota di partecipazione.
È il meccanismo del c.d. voto ponderato; una base di 250 diritti di voto è attribuita a tutti i paesi
membri: a questa quota uguale si aggiunge un numero supplementare di voti per ogni tranche di
100.000 Diritti Speciali di Prelievo versati.
Le soglie di maggioranza necessarie per l’approvazione di una decisione sono variabili; lo Statuto
prevede casi in cui le decisioni devono essere prese con la maggioranza assoluta dei voti e casi nei
quali si richiedono invece maggioranze qualificate.
In concreto, però, si decide per consensus.
Le risorse finanziarie del Fondo monetario int
) Il capitale versato
L’originaria formulazione prevedeva che tali quote fossero versate per il 25% in oro (gold-tranche)
e per il restante 75% in valuta nazionale; oggi la quota viene espressa in Diritti Speciali di Prelievo.
Art. IIIArticles of Agreement : “ Each member shall be assigned a quota expressed in Special
Drawing Rights (…). The subscription of each member shall be equal to its quota and shall be paid
in full to the Fund at the appropriate depository”.
Il Consiglio dei Governatori procede almeno una volta ogni 5 anni ad un esame globale delle quote
e può proporne la revisione nella misura che giudichi più opportuna.
La quota di partecipazione è l’elemento essenziale al quale sono ancorati diritti e doveri degli stati
membri; in base ad essa viene determinata la misura di ponderazione del voto negli organismi
istituzionali.
La quota costituisce poi il parametro di riferimento per calcolare tanto l’ammontare massimo del
credito che uno stato può ricevere dal Fondo, quanto l’ammontare massimo del credito, nella
propria valuta, che ciascuno stato mette a disposizione degli altri stati
B) I prestiti
Sono concessi al Fondo dagli Stati membri sulla base di appositi accordi; furono previsti per far
fronte al problema della scarsità generalizzata degli strumenti di riserva.
A Bretton Woods non si era previsto un meccanismo flessibile di creazione di moneta
internazionale
che consentisse di far crescere quest’ultima in proporzione adeguata all’espandersi del
commercio.
La possibilità è prevista dall’art VII Articles of Agreement che stabilisce che il Fondo possa
prendere in prestito valuta da uno stato membro ogni qualvolta ciò si renda necessario per la
ricostituzione delle risorse.
Due sono le tipologie di prestito:
- Accordi Generali di Prestito (GAB): stipulati per la prima volta nel 1962; dal 1964 vengono
rinnovati a cadenza quinquennale.
- Nuovi Accordi Generali di Prestito (NAB): sono stati siglati nel 1998, all’indomani della crisi
messicana, per mettere a disposizione del Fondo risorse aggiuntive che gli consentissero di
fronteggiare minacce eccezionali alla stabilità del sistema finanziario internazionale.
I NAB rendono disponibili per il fondo risorse pari a 34 miliardi di DSP.
C) Le altre forme di finanziamento
Si ricordano i proventi degli investimenti operati sui mercati internazionali e le commissioni
percepite a fronte di operazioni finanziarie con gli Stati membri.
Degni di menzione sono anche :
- Fondo Fiduciario (Trust Fund): era alimentato con i proventi della vendita di oro stabilita dal II
emendamento allo statuto ed aveva lo scopo di fornire una forma di sostegno supplementare a
quella particolare categoria di membri cosiddetti “qualificabili” elencati negli allegati AeB
dell’Accordo Istitutivo.
- Fondo di sovvenzione: contributi volontari dei paesi esportatori di petrolio e dei paesi
industrializzati.
Furono istituiti con patrimoni separati da quello del Fondo.

La funzione di assistenza finanziaria:

Come già detto aderendo al fondo gli stati assumono una serie di obblighi, tra i quali quello di
sottoscrivere una quota di partecipazione per la costituzione delle riserve dell’ente.
A tali obblighi corrisponde la possibilità per gli stati di ottenere da parte del Fondo l’assistenza
finanziaria necessaria.
Attualmente è possibile distinguere due grandi settori in materia di disponibilità:
a) ORDINARIE: ogni stato membro può accedere alle risorse del Fondo acquistando valute di altri
stati membri detenute dal Fondo in cambio della propria (prelievi).
Sono ordinari quei prelievi esplicitamente previsti dall’accordo Istitutivo che gli stati membri
possono effettuare attingendo alle risorse di cui il Fondo dispone.
Sono stati introdotti numerosi correttivi per attribuire maggiore automaticità,snellire le procedure e
superare i limiti quantitativi previsti dallo statuto.
A seguito del I emendamento del 1969 ogni stato membro può acquistare valuta straniera fino ad
un
ammontare pari a quello della propria tranche di riserva in modo automatico.
È prevista inoltre la possibilità per lo stato di effettuare acquisti ulteriori rispetto a quelli relativi
alla tranche di riserva che possiede, purchè, per effetto degli stessi, le disponibilità del Fondo nella
valuta nazionale del paese interessato non vengano incrementate in misura superiore al 200%.
In questo caso, la disponibilità ulteriore di riserve cui lo stato membro può accedere al di là della
tranche di riserva viene distinta in quattro c.d. credit tranches.
Gli acquisti relativi alle credit tranches non sono automatici, ma sottoposti a condizioni di accesso
tanto più rigorose quanto più elevato è l’ammontare delle risorse finanziarie impegnate.
Per prelevare la prima è necessario dimostrare che lo stato stia facendo degli “sforzi ragionevoli”
per riequilibrare la bilancia dei pagamenti.
Per le successive lo stato richiedente si deve impegnare a rispettare condizioni via via più
impegnative sulle politiche da attuare.
L’assistenza è temporanea; lo stato che ha effettuato prelievi è tenuto a riacquistare la propria
valuta
entro un periodo di tempo relativamente breve (3-5 anni).
b) SPECIALI: il FMI ha creato (dopo aver capito che le cause degli squilibri nella bilancia dei
pagamenti degli stati possono avere cause diverse) un insieme di disponibilità speciali (facilities o
policies: sportelli) finalizzate al sostegno delle esigenze finanziarie dei membri, derivanti da
specifici problemi.
In generale, ove lo squilibrio sia dovuto a fattori esogeni (calamità naturali e simili) il paese può far
ricorso a facilitazioni non condizionate; ove lo squilibrio è, invece, di natura strutturale si
applicano facilitazioni che consentono l’articolazione dei programmi di aggiustamento in un arco di
tempo più lungo.
Il FMI presta assistenza finanziaria indistintamente a tutti gli stati membri, nel caso attraversino
crisi economiche legate a difficoltà nella bilancia dei pagamenti.
Il denaro prestato viene generalmente restituito entro 3-5 anni e gli interessi sono al di sotto dei
tassi
di mercato.
Come già detto aderendo al fondo gli stati assumono una serie di obblighi, tra i quali quello di
sottoscrivere una quota di partecipazione per la costituzione delle riserve dell’ente.
A tali obblighi corrisponde la possibilità per gli stati di ottenere da parte del Fondo l’assistenza
finanziaria necessaria.
Attualmente è possibile distinguere due grandi settori in materia di disponibilità:
a) ORDINARIE: ogni stato membro può accedere alle risorse del Fondo acquistando valute di altri
stati membri detenute dal Fondo in cambio della propria (prelievi).
Sono ordinari quei prelievi esplicitamente previsti dall’accordo Istitutivo che gli stati membri
possono effettuare attingendo alle risorse di cui il Fondo dispone.
Sono stati introdotti numerosi correttivi per attribuire maggiore automaticità,snellire le procedure e
superare i limiti quantitativi previsti dallo statuto.
A seguito del I emendamento del 1969 ogni stato membro può acquistare valuta straniera fino ad
un
ammontare pari a quello della propria tranche di riserva in modo automatico.
È prevista inoltre la possibilità per lo stato di effettuare acquisti ulteriori rispetto a quelli relativi
alla tranche di riserva che possiede, purchè, per effetto degli stessi, le disponibilità del Fondo nella
valuta nazionale del paese interessato non vengano incrementate in misura superiore al 200%.
In questo caso, la disponibilità ulteriore di riserve cui lo stato membro può accedere al di là della
tranche di riserva viene distinta in quattro c.d. credit tranches.
Gli acquisti relativi alle credit tranches non sono automatici, ma sottoposti a condizioni di accesso
tanto più rigorose quanto più elevato è l’ammontare delle risorse finanziarie impegnate.
Per prelevare la prima è necessario dimostrare che lo stato stia facendo degli “sforzi ragionevoli”
per riequilibrare la bilancia dei pagamenti.
Per le successive lo stato richiedente si deve impegnare a rispettare condizioni via via più
impegnative sulle politiche da attuare.
L’assistenza è temporanea; lo stato che ha effettuato prelievi è tenuto a riacquistare la propria
valuta
entro un periodo di tempo relativamente breve (3-5 anni).
b) SPECIALI: il FMI ha creato (dopo aver capito che le cause degli squilibri nella bilancia dei
pagamenti degli stati possono avere cause diverse) un insieme di disponibilità speciali (facilities o
policies: sportelli) finalizzate al sostegno delle esigenze finanziarie dei membri, derivanti da
specifici problemi.
In generale, ove lo squilibrio sia dovuto a fattori esogeni (calamità naturali e simili) il paese può far
ricorso a facilitazioni non condizionate; ove lo squilibrio è, invece, di natura strutturale si
applicano facilitazioni che consentono l’articolazione dei programmi di aggiustamento in un arco di
tempo più lungo.
Il FMI presta assistenza finanziaria indistintamente a tutti gli stati membri, nel caso attraversino
crisi economiche legate a difficoltà nella bilancia dei pagamenti.
Il denaro prestato viene generalmente restituito entro 3-5 anni e gli interessi sono al di sotto dei
tassi
di mercato.
L’assistenza finanziaria porta spesso il FMI a condizionare le politiche economiche degli stati che
ne beneficiano, talvolta dettando o suggerendo loro profonde riforme strutturali; ciò attraverso lo
strumento delle condizionalità.
La decisione del Comitato esecutivo di mettere a disposizione di uno stato alcune disponibilità
finanziarie è adottata a fronte della messa a punto, da parte dello stato richiedente, di un preciso
“pacchetto” di misure di politica economica.
L’effettiva erogazione è possibile solo in esito all’accertamento della progressiva adozione delle
misure/riforme comprese nel pacchetto e del rispetto dei parametri inizialmente fissati.
Il sistema della condizionalità è nato con la prassi e solo con il primo emendamento del 1968 sono
state inserite nell’Accordo istitutivo alcune scarne disposizioni.
- Art. V,sez.3, lett. a) Statuto: tra le condizioni che regolano l’uso delle risorse generali del Fondo,
menziona l’adozione da parte del Fondo stesso di politiche volte ad “ aiutare i paesi membri a
risolvere i loro problemi di bilance dei pagamenti in modo conforme alle disposizioni del presente
Accordo” e a “salvaguardare in modo adeguato il carattere temporaneo dell’utilizzo delle risorse
generali”.
- Art. V,sez.3, lett. c) Statuto: “il Fondo prenderà in esame le richieste di acquisto per stabilire se
l’acquisto proposto sia conforme alle disposizioni del presente Accordo e alle politiche adottate in
base ad esso”.
- Guidelines in Conditionality: la prima versione risale al 1979 e nel 2002 il Comitato esecutivo ne
ha adottato una versione “ripensata”.
Il programma di politiche e riforme oggetto della condizionalità è descritto in una lettera di intenti
firmata dal Ministro del tesoro e dal Governatore della Banca centrale dello stato membro
richiedente l’assistenza.
Talvolta l’esposizione è affidata ad uno o più documenti:
* MEP : Memorandum of Economic Policies
* TMU : Memorandum of Understanding tecnico.
Tutto questo pacchetto di lettere d’intenti e documenti sono allegati alla decisone del Comitato
esecutivo relativa alla concessione dell’assistenza (a seconda dei casi, stand-by arrangement o
extended arrangement).
Molti autori riconoscono a tali decisioni natura di accordi internazionali tra stati e Fondo

A partire dagli anni ’50 ed in maniera più marcata nei primi anni ’60 le richieste di intervento
aumentarono sensibilmente quando i maggiori paesi europei ed il Giappone accettarono di
difendere
stabilmente il tasso di cambio in presenza di forti squilibri della bilancia dei pagamenti.
Durante tutto questo periodo l’assistenza finanziaria del Fondo ai PVS assunse un ruolo
marginale,
per poi tornare tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 ad essere incisiva.
Tale mutamento per due ragioni:
1) la fine del sistema dei cambi fissi del 1973 svincolò i paesi membri dall’obbligo di mantenimento
del tasso di cambio
2) il declino dei proventi delle esportazioni di molti PVS, insieme all’aumento del prezzo del
petrolio, rese insostenibile per questi paesi perseguire lo sviluppo
A fronte della carenza di risorse e strumenti furono adottate nuove iniziative ed introdotti nuovi
meccanismi riguardanti -) l’accrescimento delle riserve
-) nuove regole in materia di sospensione/espulsione degli Stati
membri inadempienti
I EMENDAMENTO (1969)
Fu creato uno strumento di riserva internazionale chiamato Diritti Speciali di Prelievo (DSP),
finalizzato ad integrare il volume di liquidità internazionale ed evitare stagnazione economica e
deflazione.
Questo nuovo strumento veniva incontro all’esigenza di aumentare le riserve degli stati membri.
I DSP erano inizialmente definiti in relazione all’oro; dal 1 Luglio 1974 vennero definiti in funzione
di un paniere ponderato di monete (yen giapponese, sterlina GB, dollaro USA, euro)
II EMENDAMENTO (1976, IN VIGORE NEL 1978)
Ci fu un adeguamento normativo alla situazione monetaria internazionale quale si era venuta a
creare a seguito della dichiarazione di Nixon del 1971 sulla sospensione temporanea della
convertibilità del dollaro in oro.
I punti salienti di questa modifica normativa:
* muove dall’assunto che sono le economie interne, attraverso i meccanismi di intervento dei
singoli stati, a mantenere la stabilità della bilancia dei pagamenti
* gli stati sono liberi di adottare regimi di cambio diversi
* viene sancita l’uscita di scena dell’oro come mezzo ufficiale di pagamento nelle transizioni
internazionali.
L’oro non è più considerato, come prevedeva l’art.4 Accordo istitutivo, il “comune denominatore”
delle monete
* gli stati membri non sono più tenuti ad effettuare pagamenti al Fondo in oro, neppure per quanto
riguarda la sottoscrizione di una parte della loro quota; il nuovo testo prevede che il Fondo si liberi
di una parte rilevante del suo oro, vendendolo all’asta al prezzo di mercato vigente e restituendolo
agli stati al prezzo ufficiale.
III EMENDAMENTO (1992)
Vengono introdotte varie sanzioni nei confronti degli stati che non ottemperano agli obblighi
statutari.
In particolare risultano modificati gli artt. XII e XXVI e gli allegati D e L prevedendo che qualora
uno stato non adempia ad uno degli obblighi, il Fondo possa dichiararlo decaduto dal diritto di
utilizzare le risorse generali.
Qualora poi lo stato continui a non adempiere, il Fondo a maggioranza del 70% dei voti
complessivi, può sospendere lo stato dal diritto di voto.
Se questo persiste, una decisione del Consiglio dei Governatori a maggioranza dell’85% dei voti
complessivi può ingiungergli di recedere.
IV EMENDAMENTO (1997, IN VIGORE NEL 2009)
Modifica dell’art. XV, Sez.1 Statuto, al fine di autorizzare una allocazione speciale di DSP
(attualmente lo stock di DSP ammonta a 42,8 miliardi)

l ruolo attuale del Fondo: le funzioni

Un terzo delle risorse e dell’attività del Fondo è dedicato all’assistenza tecnica, un terzo alla
sorveglianza ed un terzo alla prevenzione e risoluzione delle crisi.
a) la funzione di ASSISTENZA TECNICA: è un’attività cresciuta negli anni, a seguito della richiesta
dei paesi più poveri di ricevere in loco missioni tecniche del Fondo che aiutino il paese a creare
un’architettura istituzionale spesso assente o fortemente carente, aprire i mercati finanziari, porre le
basi per una politica fiscale adeguata.
Questo risulta essere un problema per il Fondo, considerati i vincoli di bilancio molto ristretti, che
renderebbero necessari consistenti interventi di finanziamento ulteriore; ma, a tal proposito, i
membri più forti sembrano decisamente contrari ad un aumento dei finanziamenti.
b) la funzione di SORVEGLIANZA: si ritiene che sia la principale funzione del Fondo.
Si sviluppa a diversi livelli:
X- sorveglianza BILATERALE: questo tipo di controllo coinvolge il rapporto tra il Fondo e gli stati
singolarmente considerati.
Sta ad un livello obbligatorio (le c.d.d. missioni articolo IV), viene svolta annualmente ed i paesi
membri non possono sottrarvisi.
Tale tipo di sorveglianza è di norma sollecitata dai paesi poveri e con economie emergenti i quali, a
causa della fragilità del loro sistema, ritengono di poter avere bisogno in futuro di un intervento di
prestito del Fondo.
Dai paesi più ricchi e maggiormente avanzati è percepita come una forma di monitoraggio sulle
politiche finanziarie, economiche e fiscali.
XX- sorveglianza MULTILATERALE: uno dei temi degli ultimi anni è stato quello degli squilibri
globali.
Si occupa dello stato complessivo dei pagamenti internazionali e recentemente è stato elaborato
dallo staff del fondo un documento di analisi dal quale emerge che in realtà. gli squilibri, sono assai
più significativi ed aumentano di continuo.
c) la funzione di PPREVENZIONE delle crisi: dalla metà degli anni ’90 fino agli inizi del nuovo
secolo quasi tutti i paesi emergenti hanno subito profonde crisi, comportando perdite in tema di
mancata crescita e provocano un ripensamento del modello economico utilizzato dal Fondo per
valutare la salute di un paese.
Le crisi hanno dimostrato che il modello standard elaborato in proposito dal Fondo non ha
funzionato.
Significativo è il rapporto pubblicato nel 2004 dall’IEO, il quale ha valutato criticamente l’efficacia
dell’assistenza finanziaria fornita all’Argentina nel periodo 1991-2001.
Nel corso degli anni ’90 il Fondo aveva concesso all’Argentina, a vario titolo,l’accesso alle proprie
finanze subordinandolo (secondo il meccanismo delle condizionalità) alla realizzazione di incisive
riforme strutturali e fiscali da parte del governo argentino.
In particolare il Fondo aveva condiviso la scelta del governo di introdurre un regime di cambio a
tasso fisso basato sulla convertibilità del peso argentino con il dollaro.
Nel 2001, dopo tre anni di grave recessione, l’espansione del debito pubblico ha costretto il governo
argentino ad adottare provvedimenti di emergenza fortemente impopolari.
La responsabilità del default andrebbe ripartita tra stato e Fondo.

Le prospettive di riforma: la revisione del sistema di calcolo e di


allocazione delle quote:

Il mondo ha ancora bisogno di un’istituzione regolatrice dei mercati finanziari? O forse sarebbe
preferibile affidare l’onere ad altri enti, anche privati; ovvero individuare soluzioni diverse sul piano
regionale e/o ripensare l’organizzazione delle funzioni del Fondo?
Già negli anni ’90 i paesi asiatici avrebbero voluto creare un fondo monetario asiatico, ma gli USA
si opposero; nel frattempo l’Asia ha compiuto un altro tentativo in tal senso, nel 2000, con una
iniziativa denominata Chang May (località in Thailandia) alla quale hanno partecipato i ministri
delle finanze dei 10 paesi membri dell’ASEAN.
Nacque in tal senso una sorte di mini-accordo monetario asiatico.
La Cina ha accumulato oltre mille miliardi di dollari in riserve valutarie derivate dal saldo import-
export; tale cifra consentirebbe alla Cina ed ai paesi amici di coprire eventuali crisi finanziarie
senza ricorrere all’assistenza del Fondo.
Ulteriore elemento di criticità nella governance attuale è costituito dall’Europa, poiché manca una
voce unica europea.
È chiaro che una eventuale unificazione, in termini di potere di voto,implicherebbe un peso ridotto
rispetto a quanto è attualmente rappresentato dalla somma delle singole quote di voto.
Ma, da un punto di vista politico, il peso dell’Europa sarebbe nettamente superiore.
Va inoltre ricordato come numerosi paesi, come Cina/Brasile/Russia, siano oggi sottorappresentati
nel Fondo: è in atto, però, nel sistema che determina il peso dei voti, un rapido spostamento in
favore di questi.
Marzo 2008: approvata una prima riforma del sistema di allocazione delle quote con l’obiettivo di
riconoscere ai PVS e alle economie emergenti un peso maggiore.
I punti della riforma:
-) revisione della formula utilizzata per il calcolo delle quote, basta su indicatori quali il PIL, il
grado di apertura al commercio internazionale, il livello di riserve valutarie del paese
-) redistribuzione delle quote, con un aumento in favore dei paesi particolarmente
sottorappresentati
in relazione al loro PIL e dei PVS

1999: nasce il Financial Stability Board (FSB), istituzionalizzato in occasione del G-20 di Londra.
Il mandato del FSB:
a) monitorare l’andamento dei mercati finanziari
b) assistere i Paesi nell’attuazione di standards regolamentari
c) stabilire linee guida per la formazione dei collegi dei supervisori di imprese finanziarie
transfrontaliere
d) elaborare piani di emergenza per far fronte alle crisi di imprese finanziarie transfrontaliere
e) collaborare con il FMI nella conduzione di esercizi di Early Warning che promuovano il dialogo
ed il confronto tra i vari paesi, con l’obiettivo di redigere una Early Warning List da discutere con le
autorità nazionali

La crisi dei Paesi dell’eurozona e le iniziative assunte in ambito UE


Dal 2010 sono state varate alcune iniziative, desinate in parte a svilupparsi congiuntamente con gli
interventi del FMI, volte a garantire una maggiore stabilità finanziaria dell’area Euro.
Tali iniziative consistono in :
- predisposizione di misure ed organismi di controllo su settori quali banche, assicurazioni e
mercati finanziari
- individuazione di meccanismi di intervento in favore degli Stati dell’eurozona temporaneamente
in difficoltà, per la concessione di prestiti garantiti dai paesi appartenenti all’area euro.
Nel 2010 sono stati inoltre istituiti :
A) European Systemic Risk Board (ESBR) con funzioni di vigilanza macroprudenziale
B) Autorità bancaria europea (EBA)
C) Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (EIOPA)
D) Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA)
A),B) e C) hanno funzioni di vigilanza microprudenziale.
Inoltre questi quattro nuovi organismi integrano, insieme al Comitato congiunto e alle autorità di
vigilanza nazionali, il Sistema europeo di vigilanza finanziaria (ESFS).
- Regolamento del Consiglio Ecofin n.407 maggio 2010, sulla base dell’art.122 par.2 TFUE: viene
istituito un meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (EFSM) al fine di consentire
all’Unione Europea di rispondere in maniera coordinata, rapida ed efficace, nel contesto di un
sostegno congiunto con il FMI, a “difficoltà gravi” di uno stato membro, causate da circostanze
eccezionali che sfuggano al controllo dello stato, imputabili altresì alla crisi finanziaria mondiale.
Viene creato anche un meccanismo separato e aggiuntivo di prestito,la European Financial
Stability
Facility (EFSF), il c.d. Fondo Salva Stati.
Questo ha la natura di una società di diritto lussemburghese, i cui azionisti sono i 17 paesi
appartenenti all’area euro ed opera sul mercato primario attraverso l’emissione di obbligazioni e
altri strumenti di debito (EFSF-bond).
Il Fondo non dispone di risorse proprie, ma vengono reperite sui mercati finanziari mediante
l’emissione di obbligazioni, relativamente alle quali gli stati aderenti forniscono una garanzia di
rimborso a scadenza e interessi pagati annualmente ai tassi di mercato.
In realtà si tratta dell’emissione di altro debito (collettivo) per sanare una o più posizioni debitorie
individuali.
(È chiaro che il meccanismo funziona fintanto che le posizioni debitorie sono poche e/o
appartenenti a Stati economicamente piccoli
Fiscal Compact : questo patto prevede nuovi parametri sulla riduzione del debito pubblico e
l’introduzione della c.d. golden rule, per la quale i bilanci generali delle P.A. dovrebbero essere
mantenuti in pareggio o in avanzo.
Tale principio si considera rispettato se, di norma,il disavanzo strutturale annuo non supera lo 0,5
% del PIL nominale.
La regola del pareggio di bilancio dovrà essere inserita negli ordinamenti giuridici degli stati
membri “preferibilmente” a livello costituzionale; gli stati ricnonscono alla CG la competenza a
verificare il recepimento della regola a livello nazionale.

IL C.D. GRUPPO DELLA BANCA MONDIALE. LA BIRS E L’ID


Origini e obiettivi della Birs
La Banca per la Ricostruzione e lo sviluppo nasce a seguito della conferenza di Bretton Woods
(Luglio 1944) con lo scopo di diventare uno dei tre pilastri della nuova struttura preposta a regolare
le relazioni economiche a livello globale.
Obiettivi:
-) ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra
-) sviluppo economico degli Stati meno avanzati attraverso l’intermediazione di flussi di capitale
privato
Struttura della Banca
Gli organi principali sono A) Consiglio dei Governatori B) Consiglio di Amministrazione C)
Presidente
A) Consiglio dei Governatori : composto da un Governatore e un supplente per ogni stato membro;
solitamente ne fanno parte il Ministro del tesoro ed il governatore della Banca centrale.
Le attribuzioni:
x) ammettere nuovi stati membri e fissare le condizioni della loro ammissione
x) aumentare/ridurre il capitale sociale
x) sospendere uno stato membro
x) decidere sui ricorsi proposti dagli stati membri contro le interpretazioni dell’Accordo istitutivo
date dai Direttori esecutivi
x) concludere accordi allo scopo di cooperare con altri organismi internazionali
x) determinare la ripartizione del reddito netto della Banca
Il quorum è costituito da una maggioranza di governatori che disponga di almeno due terzi dei voti
complessivi.
B) Consiglio di Amministrazione : sono incaricati di condurre le operazioni generali della Banca e a
tal fine esercitano i poteri loro delegati dal Consiglio dei Governatori.
I Direttori Esecutivi sono 25: 5 nominati dagli stati che detengono il maggior numero di quote, gli
altri 20 sono eletti da tutti gli altri Governatori.
Sono nominati/eletti ogni due anni, il quorum è costituito da una maggioranza dei Direttori
Esecutivi che disponga di almeno la metà dei voti complessivi.
Scelgono il presidente della Banca che di solito è uno statunitense.
C) Presidente : dirige le riunioni dei Direttori Esecutivi ma non partecipa alle votazioni, salvo il
caso di parità; può prendere parte senza diritto di voto anche alle riunioni del Consiglio dei
Governatori.
È inoltre a capo dei servizi della Banca e gestisce gli affari correnti secondo le istruzioni dei
Direttori Esecutivi.
Vige il sistema del voto ponderato, ogni stato membro dispone di 250 voti, più un voto
supplementare per ogni quota di capitale della Banca detenuta.
La prassi evidenzia comunque un sempre più frequente ricorso al consensus ( meccanismo
attraverso cui le delibere sono adottate, in mancanza di obiezioni espresse, senza essere
sottoposte
ad una vera e propria votazione)
Composizione del Gruppo dellla banca mondiale:
Del gruppo della Banca Mondiale fanno parte :
- BIRS : 187 stati
- IDA : 167 stati.
Associate, ma giuridicamente e finanziariamente separate :
- IFC (Società Finanziaria Internazionale): 183 stati, finanzia investimenti per lo sviluppo del
settore privato nei PVS
- ICSID : 147 stati, struttura multilaterale per la risoluzione delle controversie fra investitori privati
stranieri
- MIGA : 175 stati, nasce col compito di incoraggiare gli investimenti esteri nei PVS fornendo loro
una copertura assicurativa contro rischi non commerciali.
L’attività di prestito
Art. I par.2 Accordo Istitutivo Birs indica gli scopi della Banca: 1) concessione diretta di
finanziamenti a scopi produttivi
2) promozione degli investimenti
privati attraverso la fornitura
di garanzie o mediante la
partecipazione a prestiti o ad
investimenti di soggetti privati.
Nella prassi l’attività di garanzia non è affatto attuata dalla BIRS, ma dall’agenzia “associata”
MIGA.
La concessione diretta dei prestiti costituisce, pertanto, la principale attività della Banca.
Beneficiario dei prestiti è, secondo l’art. III sez.4, uno stato membro/qualsiasi sua suddivisione
politica o “qualsiasi impresa commerciale , industriale, agricola operante nel territorio di uno
stato membro”.
In questo ultimo caso, il prestito della Banca è subordinato alla condizione che lo stato membro o
la
sua banca centrale/altro ente simile garantisca in pieno il rimborso del prestito ed il pagamento
degli interessi e delle altre commissioni sul prestito.
I prestiti erogati in favore degli Stati non necessitano di alcuna garanzia.

Tipologie principali nella prassi prestiti


Nella prassi i prestiti sono suddivisi in due tipologie principali:
A) INVESTMENT LOANS : utilizzati per il finanziamento di un’ampia gamma di progetti finalizzati
alla creazione delle infrastrutture materiali e sociali necessarie ad alleviare la povertà e ad
incentivare lo sviluppo sostenibile.
Dagli anni ’80 l’attività si è concretata in massima parte su tale tipologia.
B) ADJUSTMENT LOANS : introdotti per sostenere riforme strutturali in specifici settori
dell’economia di un Paese o relativamente all’insieme della sua politica economica.
In tali casi la BIRS si coordina con il FMI sia per la decisione sulla concessione del prestito che per
la messa a punto del Progetto.
L’esborso avviene attraverso il versamento, in un conto corrente dedicato, di quote successive;
sono
versate a condizione che il beneficiario si sia attenuto agli impegni presi.
In alternativa, o in aggiunta a ciò, possono essere utilizzate le c.d liste
+) positive : vengono elencate in dettaglio le spese necessarie all’attuazione del Progetto
+) negative : indica le spese vietate.
Al mancato rispetto delle liste consegue il mancato esborso delle somme previste.
Il prestito è erogato a fronte di un accordo tra la Banca ed il beneficiario (Loan Agreement),
stipulato sia che si tratti di uno stato che di un privato.
In questa seconda ipotesi al Loan Agreement si aggiunge un accordo di garanzia (Guarantee
Agreement) con lo stato,la banca centrale di questo/altro ente pubblico garante.
Devono essere inoltre accettate le General Conditions on Loan and General Agreements (clausole
che si applicano a tutti i prestiti e a tutte le garanzie della BIRS).
Completano il quadro un Project Agreement tra Banca e soggetto cui spetta la realizzazione del
Progetto (non è necessariamente il beneficiario) ed una serie di eventuali Ancillary Agreements atti
a definire aspetti tecnici.
Art. III sez 4 Accordo Istitutivo: la Banca dovrà valutare che il tasso di interesse e le altre
commissioni imposte siano ragionevoli e che tale tasso,le commissioni ed il piano di rimborso del
capitale siano adeguati al progetto.
I tassi sono variabili;il periodo di grazie ha in genere una durata di cinque anni ed il prestito ha di
solito una durata ventennale.
Prima di arrivare all’effettiva approvazione da parte dei Direttori esecutivi e alla concreta
erogazione del finanziamento da parte della Banca, si esegue un dettagliato studio di fattibilità.
Per ogni paese “cliente”, la banca prepara una Country Assistance Strategy (CAS), sviluppata
congiuntamente con il paese interessato.
Fino al luglio 1998 i CAS erano segreti ed accessibili solamente allo stato interessato; oggi son
disponibili previo consenso dello stato oggetto del documento.
La Banca può finanziare un progetto solo nel caso in cui il mercato privato non sia in grado di
finanziare l’operazione a condizioni accettabili

Le risorse finanziarie della Banca

Il 18% del capitale rimanente dovrà essere versato, su semplice richiesta della Banca, nella valuta
dello Stato membro.
L’altro 80% può essere richiesto dalla Banca (c.d. Capital Call) solo quando fosse necessario far
fronte a pretese avanzate dai debitori della Banca o per rispettare certe obbligazioni di garanzia
della Banca, non per finanziare prestiti.
La principale fonte di approvvigionamento è data dalle obbligazioni (bonds) e da una serie di altri
strumenti debitori innovativi (debt instrument), emessi dalla Banca a partire dal 1947, sulla base di
un Programma di prestiti annuale (Borrowing Programme), strettamente legato al Programma di
prestiti erogati dalla BIRS (Lending Programme).

I prestiti dell’IDA

L’International Development Association nasce nel 1960 ed opera come sportello della BIRS.
La sua attività consiste essenzialmente nell’erogazione di prestiti, sebbene esclusivamente in
favore
degli stati membri,necessariamente membri della BIRS, con la particolarità che i beneficiari sono
gli stati più poveri del pianeta.
Fissa parametri che consentono di individuare i paesi beneficiari; per poter accedere attualmente il
reddito pro-capite annuo del paese (PIL/n. di abitanti) deve ammontare, al massimo,
all’equivalente
di 1025 dollari USA.
La condizione di IDA-eligible country è quindi transitoria, i prestiti sono erogati ad interessi zero e
con un periodo di grazia di dieci anni
IFC (International Finance Corporation)
Il suo statuto è stato adottato a Washington nel 1955, è un’entità giuridicamente e finanziariamente
distinta dalla BIRS ed opera con risorse proprie.
Ha lo scopo di promuovere lo sviluppo del settore privato nei PVS, integrando per questo aspetto
l’attività BIRS, investendo le proprie risorse in imprese private a carattere produttivo operanti nel
territorio dei PVS.
Concede prestiti direttamente alle imprese private per iniziative nei PVS, partecipa come
investitore diretto nel capitale di rischio ed opera come catalizzatore di risorse finanziarie.
I criteri per attivare l’investimento :
-) interesse di un territorio di un PVS
-) congrua percentuale di capitale privato.
Le risorse sono di tre tipi:
a) fondi di dotazione forniti dagli stati membri alla IFC per un ammontare che deve essere
integralmente versato
b) fondi presi a prestito dalle risorse della Banca
c) vendita di titoli sui mercati finanziari internazionali
L’istituzione dell’ICSID e i rapporti con la BIRS

È stato messo a punto il testo della sua Convenzione nel 1965 su impulso della BIRS.
Il Preambolo della Convenzione afferma che l’istituzione dei meccanismi di soluzione delle
controversie resi disponibili nell’ambito dell’ICSID è avvenuta sotto gli auspici della BIRS.
La partecipazione all’ICSID è aperta ai soli stati membri della BIRS; non vale l’inverso.
Gli stati membri son 147
Il ruolo dell’ICSID nell’incentivazione degli investimenti privati stranieri
Art. 1,par.2 Accordo: scopo dell’ICSID è di mettere a disposizione meccanismi di conciliazione e di
arbitrato per la soluzione delle controversie in materia di investimenti, sorte tra gli stati parti
dell’accordo (ospiti dell’investimento) e i cittadini di altri stati parti (investitori).
Uno dei fattori capaci di disincentivare i privati ad investire in un paese straniero è proprio la
prospettiva di vedere risolte le eventuali controversie,sorte in merito all’investimento, dalla
magistratura locale.
Di qui il ruolo dell’organizzazione che fornisce agli investitori privati la possibilità di devolvere ad
istanze internazionali le eventuali controversie sorte con gli stati ospiti dell’investimento.

Aspetti istituzionali

Le procedure possibili sono due: la conciliazione e l’arbitrato.


Tali procedure sono gestite, rispettivamente, da commissioni di conciliazione ovvero da tribunali
arbitrali di volta in volta costituiti; non si tratta di organi a carattere permanente.
L’unica struttura permanente del Centro si compone di due organi:
a) consiglio di amministrazione: organo assembleare in cui ciascuno stato parte ha un proprio
rappresentante e dispone di un voto.
Le decisioni sono adottate a maggioranza semplice, salvo quando espressamente si richieda la
maggioranza dei due terzi.
La maggioranza richiesta è in genere riferita ai componenti del Consiglio e non ai votanti, con la
conseguenza che le astensioni/assenze valgono come voto contrario.
Per la validità delle delibere è necessario che alle riunioni partecipi un quorum pari alla
maggioranza dei membri.
Il CDA è presieduto ex officio dal Presidente della BIRS, il quale però non partecipa alle votazioni;
il Consiglio elegge con i 2/3 dei componenti, il Segretario generale e gli eventuali Vice.
b) Segretario generale: l’art.11 della Convenzione riporta che egli è il legale rappresentante del
Centro ed è a capo del suo apparato amministrativo.
Svolge un importante ruolo nei procedimenti di soluzione delle controversie, assolvendo alla
funzione di cancelliere con competenza ad autenticare i lodi resi dai tribunali in ambito ICSID
Le liste sono costituite grazie all’apporto degli stati membri (possono indicare fino a quattro
nominativi per lista) e del Presidente del CDA (può indicare dieci persone per lista, aventi diversa
nazionalità).
Gli individui inseriti nelle liste vi restano per sei anni, rinnovabili sine die.
Art. 14 Convenzione : deve trattarsi di persone di alta drittura morale e di riconosciuta competenza
nei settori del diritto, del commercio,industria,finanza ed in grado di agire con indipendenza di
giudizio.
Le parti possono anche prescindere completamente dal riferirsi a tali liste nominando
unilateralmente o consensualmente conciliatori/arbitri scelti..
Le scelte del Presidente del CDA devono avvenire invece solo ed esclusivamente sulla base delle
liste.

Il presupposto per l’attivazione delle procedure di soluzione delle controversie ed il consenso delle
parti della controversia

Spetta alle parti decidere se utilizzare il procedimento di conciliazione o quello di arbitrato.


Quindi, tanto lo stato ospite dell’investimento (parte dell’ICSID) quanto l’investitore straniero
(cittadino di uno stato parte dell’ICSID) possono indirizzare al Segretario generale una richiesta
scritta di conciliazione (art.28) o arbitrato (art.36).
La richiesta può essere presentata congiuntamente dalle parti; in ogni caso sia le commissioni che
i
tribunali arbitrali operano esclusivamente sulla base del consenso di entrambe le parti.
La sussistenza del consenso è oggetto di un accertamento specifico da parte delle commissioni di
conciliazione/tribunali arbitrali.

La nazionalità dell’investitore

-) diretto: esercitato da una seconda società straniera


-) indiretto: esercitato da una terza società, avente la nazionalità di un terzo stato, tramite una
società figlia,nazionale di un secondo stato,che a sua volta controlli la società di diritto locale che
effettua l’investimento

Il diritto applicabile alla soluzione delle controversie

Art.42 Convenzione : nel decidere delle controversie gli arbitri devono applicare il diritto che le
parti hanno scelto.
In assenza di scelta, il tribunale dovrà decidere sulla base del diritto dello stato ospite e delle regole
del diritto internazionale che risultino applicabili (con funzione integrativa/correttiva del diritto
locale).
La scelta del diritto applicabile può essere effettuata:
a) all’interno del contratto di investimento tra stato ospite ed investitore straniero
b) mediante un successivo accordo tra le parti
c) tramite un accordo bilaterale sugli investimenti cui il contratto espressamente rinvia
Art.43,par.3 Convenzione: con il consenso delle parti il tribunale ICSID può anche decidere la
controversia ex aequo et bono

Il valore delle sentenze rese dai tribunali arbitrali ICSID/art54 e 55)


Art. 54 Convenzione: le sentenze rese dai tribunali assumono valore di cosa giudicata
nell’ordinamento degli stati membri senza necessità di controllo da parte degli organi
giurisdizionali interni.
Ciascuno stato contraente deve designare l’autorità, giurisdizionale od amministrativa, competente
ad assicurare il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze ICSID (art. 54,par.2 Convenzione).
Art. 55 Convenzione: la normativa interna in materia di immunità degli stati resta comunque
impregiudicata dall’applicazione della norma sull’esecuzione delle sentenze arbitrali.
L’annullamento è l’unico rimedio a carattere eccezionale effettuato da un comitato ad hoc
composto
di tre arbitri, attinti dalle liste, i quali possono decidere di annullare, in tutto o in parte, la sentenza
per uno dei motivi ex art. 52, par.1 Convenzione:
1) difetto nella costituzione del tribunale arbitrale
2) manifesto eccesso di potere del tribunale arbitrale
3) corruzione di un mebro del tribunale
4) inosservanza grave di una norma procedurale di importanza fondamentale
5) difetto di motivazione della sentenza

Le funzioni e la struttura

-) diretto: esercitato da una seconda società straniera


-) indiretto: esercitato da una terza società, avente la nazionalità di un terzo stato, tramite
una
società figlia,nazionale di un secondo stato,che a sua volta controlli la società di diritto
locale che
effettua l’investimento.
Il diritto applicabile alla soluzione delle controversie
Art.42 Convenzione : nel decidere delle controversie gli arbitri devono applicare il diritto
che le
parti hanno scelto.
In assenza di scelta, il tribunale dovrà decidere sulla base del diritto dello stato ospite e
delle regole
del diritto internazionale che risultino applicabili (con funzione integrativa/correttiva del
diritto
locale).

La scelta del diritto applicabile può essere effettuata

a) all’interno del contratto di investimento tra stato ospite ed investitore straniero


b) mediante un successivo accordo tra le parti
c) tramite un accordo bilaterale sugli investimenti cui il contratto espressamente rinvia.
Art.43,par.3 Convenzione: con il consenso delle parti il tribunale ICSID può anche
decidere la controversia ex aequo et bono.
Il valore delle sentenze rese dai tribunali arbitrali ICSID
Art. 54 Convenzione: le sentenze rese dai tribunali assumono valore di cosa giudicata
nell’ordinamento degli stati membri senza necessità di controllo da parte degli organi
giurisdizionali interni.
Ciascuno stato contraente deve designare l’autorità, giurisdizionale od amministrativa,
competente
ad assicurare il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze ICSID (art. 54,par.2
Convenzione).
Art. 55 Convenzione: la normativa interna in materia di immunità degli stati resta
comunque
impregiudicata dall’applicazione della norma sull’esecuzione delle sentenze arbitrali.
L’annullamento è l’unico rimedio a carattere eccezionale effettuato da un comitato ad hoc
composto
di tre arbitri, attinti dalle liste, i quali possono decidere di annullare, in tutto o in parte, la
sentenza
per uno dei motivi ex art. 52, par.1 Convenzione:
1) difetto nella costituzione del tribunale arbitrale
2) manifesto eccesso di potere del tribunale arbitrale
3) corruzione di un mebro del tribunale
4) inosservanza grave di una norma procedurale di importanza fondamentale
5) difetto di motivazione della sentenza.
La MIGA
Le funzioni e la struttura
È stata istituita per impulso della BIRS con la Convenzione di Seul del 1985.

Tra gli obiettivi principali:

1) incrementare tra gli stati membri il flusso di investimenti privati a fini produttivi, in
capitale e
tecnologie, tenendo conto delle reali necessità dei PVS
2) offrire, nel contempo, agli investitori una garanzia contro i rischi non commerciali.

Tre sono gli organi principali:


a) Council of Governors : competenze generali
b) Board of Director: direzione delle operazioni
c) Presidente
Gli stati membri sono stati divisi in due categorie, gli stati industrializzati ed i PVS; tale
distinzione
opera sia relativamente al diverso apporto finanziario, sia in funzione del sistema di voto
(art. 39
Convenzione: le delibere dell’Agenzia sono adottate sulla base di un sistema di voto
ponderato che tiene conto della quota di capitale sottoscritto ma che garantisce per
ciascuna delibera la parità dei
voti spettanti alle due categorie)

I requisiti richiesti per ottenere la copertura assicurativa: l’investimento

L’investitore che intende realizzare un investimento in un PVS e vuole ottenere una


copertura
assicurativa MIGA deve presentare una richiesta nella quale illustri i caratteri generali
dell’investimento (stato destinatario,progetto,costo dell’operazione,durata).
Se sussistono i requisiti viene stipulato un contratto di garanzia, nel quale sono previste :
- l’estensione della copertura
- il tipo di rischio per il quale la copertura opera
- il termine
- l’ammontare dell’indennizzo e modalità di pagamento
- procedimento di risoluzione delle eventuali controversie
- legge applicabile.
La copertura assicurativa può giungere fino al 90% dell’investimento.
Il progetto di investimento deve:
-) dimostrare solidità e fondatezza economica ed il suo svolgimento deve essere previsto
per un
periodo di tempo adeguato alla sua realizzazione
-) garantire un profitto all’investitore ma anche contribuire allo sviluppo economico dello
stato
ospite, alle cui esigenze finanziarie e di politica economica deve conformarsi
-) essere nuovo o consistere nell’ampliamento/modernizzazione di uno già realizzato
-) non deve risultare già provvisto di copertura assicurativa nazionale o privata .

I requisiti richiesti per ottenere la copertura assicurativa: l’investitore

La Convenzione prevede che possano usufruire del sistema di garanzia MIGA gli
operatori, persone
fisiche o giuridiche, che abbiano la nazionalità di uno degli stati membri, purchè non quella
dello
stato che ospiterà l’investimento.
Nel caso in cui l’investitore sia una società, la sua nazionalità potrà essere individuata
sulla base
1) del criterio del luogo di incorporazione, 2) del luogo in cui è situato il principale centro
degli
affari, 3) del criterio del controllo da parte degli azionisti di maggioranza

Le categorie dei rischi assicurati MIGA

La copertura assicurativa viene predisposta per i c.d. rischi politici o non commerciali.
La Convenzione indica:
a) rischio di valuta: la MIGA assicura l’investimento contro i danni provocati da misure
restrittive,
adottate dal governo dello stato ospite, volte ad impedire il trasferimento all’estero dei
capitali
ricavati dall’investimento o anche la conversione della moneta locale in valuta straniera
b) rischio di espropriazione: tutte le misure, di natura legislativa o amministrativa, che
abbiano
l’effetto di privare l’investitore della proprietà o del controllo del suo investimento.
Rientrano le nazionalizzazioni, le confische, i sequestri, il congelamento dei beni,ecc…
c) rischio di risoluzione del contratto: nel caso in cui all’investitore sia precluso l’accesso
alle vie di
ricorso interne, ovvero quando l’azione giudiziale promossa davanti ai tribunali locali
venga
irragionevolmente ritardata o allorché l’investitore non riesca ad ottenere l’esecuzione di
una
sentenza
d) rischio di guerra o disordini civili: l’Agenzia si limita a garantire copertura assicurativa
solo nel
caso in cui si verifichi una reale interruzione dell’operatività dell’investimento.
La surroga nei diritti dell’investitore

Al verificarsi di uno degli eventi l’investitore deve, preliminarmente, adire le vie giudiziarie
interne
dello stato.
In caso di esito negativo potrà rivolgersi all’Agenzia, la quale dovrà corrispondere al
danneggiato
l’indennizzo pattuito nel contratto in relazione a quella fattispecie di rischio.
Una volta che l’indennizzo è stato corrisposto, l’Agenzia si surroga nei diritti e nei crediti
spettanti
all’investitore, eliminandosi così qualsiasi possibilità di controversia diretta tra stato ospite
ed
investitore straniero.
La soluzione delle controversie e l’attività di promozione degli investimenti
L eventuali controversie tra l’Agenzia sur

La creazione del Panel è il risultato di una serie di esigenze legate alla necessità di una
maggiore
trasparenza dell’operato della Banca che consenta di “chiamarla a rispondere” dei danni
eventualmente arrecati alle persone o all’ambiente, a causa dei progetti da essa finanziati.
Molti PVS si opposero ritenendo il meccanismo una indebita intrusione nei loro affari
interni.
Il Consiglio dei Direttori è riuscito tuttavia a raggiungere un accordo adottando il testo
finale della
risoluzione

La composizione

Il Panel è stato istituito dai Direttori esecutivi della BM con due risoluzioni di analogo
contenuto:
- Ris 93-10 della BIRS
- Ris 93-6 della IDA
Si compone di tre membri, chiamati ispettori, nominati dai Direttori esecutivi su proposta
del
presidente della BIRS, che rimangono in carica per cinque anni.
I criteri per la nomina sono :
-) capacità
-) integrità
-) indipendenza dalla Banca e conoscenza delle questioni legate allo sviluppo e alle
condizioni di
vita nei PVS.
Ciascun ispettore deve provenire da un differente stato membro della Banca; i membri del
Panel
non possono aver lavorato per la Banca nei due anni precedenti alla nomina e non
potranno
lavorarvi nei due anni successivi alla cessazione del mandato

Obiettivi e competenze del Panel

L’obiettivo è quello di migliorare la qualità del controllo sui progetti finanziati, accrescendo
la
trasparenza dell’attività della Banca e facendo valere il principio della responsabilità dello
staff e
dell’amministrazione dell’organizzazione relativamente all’osservanza nella fase di
realizzazione
del progetto delle politiche e delle procedure operative prestabilite.
In occasione di una richiesta di ispezione che va inoltrata al Presidente, il Panel avvia un
esame
preliminare del caso sulla base del quale (a meno che non ritenga che la richiesta esuli dal
suo
mandato) raccomanda ai Direttori esecutivi l’opportunità di procedere o meno ad una
indagine;
sulla base di un’espressa autorizzazione del Consiglio dei Direttori esecutivi, il Panel potrà
poi procedere all’indagine.
Par. 12 Risoluzione Istitutiva: il mandato del Panel si limita a valutare la conformità
dell’azione
della BIRS e dell’IDA alle “policies”, alle “procedures” e alle “operational directives”, alle
quali
la Banca deve attenersi durante la realizzazione di un progetto.
Politiche e procedure operative della Banca costituiscono delle vere e proprie istruzioni
interne
impartite dal management della Banca al proprio staff (per il quale sono vincolanti).
Tali politiche e procedure riguardano numerosi aspetti legati, tra l’altro, alla protezione
dell’ambiente e alla tutela delle popolazioni locali, le quali rappresentano i gruppi sociali
passibili
di ricevere un pregiudizio in conseguenza della realizzazione del progetto finanziato dalla
Banca.
Il Panel esamina soltanto i progetti finanziati da BIRS e IDA, mentre IFC e MIGA non sono
soggette alle indagini del Panel.
Vi sono dei casi tassativi per i quali l’organo non è autorizzato ad agire:
a) una richiesta di indagine non può essere accolta se la responsabilità della presunta
lesione non è
da imputare alla Banca, ma ad un’altra parte
b) la richiesta deve essere respinta se l’indagine riguarda un aspetto sul quale il Panel,
sulla base di
una precedente richiesta di indagine, aveva già adottato una raccomandazione, a meno
che l’esame
risulti giustificato dalla scoperta di una circostanza non conosciuta dalle parti al momento
della
precedente richiesta

c) non potrà essere accettata una richiesta proveniente da un fornitore di beni o servizi
che abbia
ricevuto un finanziamento dalla Banca o da coloro che abbiano perso una gara d’appalto
in vista di
un’attività finanziata dalla Banca
d) una richiesta di indagine è da respingere se è stata avanzata dopo la data di scadenza
del prestito
oppure dopo che il prestito è stato sostanzialmente elargito.

La legittimazione all’attivazione della procedura


1) Risoluzione 93-10 (par.12): potrà presentare una richiesta di ispezione al Panel una
parte lesa
(affected party) che si trovi nell’area interessata dalla realizzazione di un progetto
finanziato dalla
Banca.
Tale parte lesa deve essere costituita da un gruppo di individui (almeno 2) e non da un
singolo;
sono,più precisamente, ricompresi quei gruppi di individui che siano presenti nel territorio
dello
stato nel quale viene realizzato il progetto finanziato.
Col tempo si è precisato che per poter parlare di affected party è necessario dimostrare
l’esistenza
di un interesse comune che è stato-o potrebbe essere- leso da un’azione,o omissione, da
parte della
Banca nel corso dell’ideazione, approvazione o realizzazione di un progetto.
2) Il Panel potrà ricevere una richiesta anche da un rappresentante locale che agisca in
nome del
gruppo leso, oppure da un diverso rappresentante nell’ipotesi in cui la parte che si ritiene
lesa
sostenga che il rappresentante locale non sia disponibile.
3) Può presentare una richiesta un singolo Direttore esecutivo della Banca o anche il
Consiglio dei
Direttori esecutivi nel caso di presunte, gravi violazioni delle politiche e delle procedure
operative
della Banca.

La procedura

I) L’avvio : innanzitutto si parte con la richiesta di eseguire una indagine presentata in


forma scritta
ed in lingua inglese.
La richiesta deve contenere una serie di informazioni tra cui la descrizione del progetto
finanziato
dalla Banca, la spiegazione delle modalità con cui le politiche e le procedure operative
della Banca
sarebbero state violate e la descrizione di come la parte richiedente sia stata lesa
materialmente da
un atto o da un comportamento omissivo della Banca.
Se il Presidente ritiene che la questione esuli dal mandato del Panel, lo notificherà al
richiedente;
altrimenti la richiesta di indagine viene notificata ai Direttori Esecutivi al presidente della
Banca.
Entro 21 giorni dalla notifica, il management della Banca dovrà fornire al Panel le prove
che esso si
è conformato oppure che intende conformarsi.
Non oltre 21 giorni dalla risposta del management, il Panel dovrà effettuare un esame
preliminare
volto ad accertare che sussistano le condizioni previste dalla risoluzione per avviare una
procedura
di inchiesta.
Gli elementi da accertare sono:
a) la legittimazione del richiedente (competenza ratione personae)
b) la pertinenza dell’oggetto del ricorso (competenza ratione materiae)
c) il criterio temporale e cioè il fatto che il ricorso non sia stato presentato dopo la
scadenza del
prestito o dopo che sia stata sborsata una cifra pari, o superiore, al 95 % del
finanziamento
d) una serie di altri requisiti

opo tale accertamento e aver ricevuto le relative risposte da parte del management, il
Panel dovrà
raccomandare ai Direttori esecutivi di avviare o meno un’inchiesta.
Saranno loro a prendere la decisione che autorizza il Panel ad avviare una inchiesta.
II) L’inchiesta: il Panel ha il potere di condurre le indagini consultando staff, Direttore
generale e
Operation Evalutation Department.
Inoltre l’organo potrà avere accesso a tutti i documenti della Banca e potrà consultare il
Direttore
esecutivo che rappresenta il paese beneficiario del prestito.
Una eventuale indagine in loco sarà possibile solo previo consenso dello Stato
interessato.
III) Il rapporto: alla fine dell’inchiesta il Panel elabora un rapporto scritto che accerta se la
Banca si
sia conformata/non conformata alle proprie politiche e procedure.
Il rapporto è presentato ai Direttori esecutivi e al Presidente della Banca; tutte le decisioni
dovranno essere prese sulla base del consensus.
Il potere di assumere qualunque decisione spetta ai Direttori esecutivi.

Dopo tale accertamento e aver ricevuto le relative risposte da parte del management, il
Panel dovrà
raccomandare ai Direttori esecutivi di avviare o meno un’inchiesta.
Saranno loro a prendere la decisione che autorizza il Panel ad avviare una inchiesta.
II) L’inchiesta: il Panel ha il potere di condurre le indagini consultando staff, Direttore
generale e
Operation Evalutation Department.
Inoltre l’organo potrà avere accesso a tutti i documenti della Banca e potrà consultare il
Direttore
esecutivo che rappresenta il paese beneficiario del prestito.
Una eventuale indagine in loco sarà possibile solo previo consenso dello Stato
interessato.
III) Il rapporto: alla fine dell’inchiesta il Panel elabora un rapporto scritto che accerta se la
Banca si
sia conformata/non conformata alle proprie politiche e procedure.
Il rapporto è presentato ai Direttori esecutivi e al Presidente della Banca; tutte le decisioni
dovranno essere prese sulla base del consensus.
Il potere di assumere qualunque decisione spetta ai Direttori esecutivi.

I caratteri del Panel


Vi sono alcune opinioni che meritano di essere ricordate:
-) Schulte : il Panel, mettendo in moto una procedura di controllo si inserirebbe nel più
ampio
sistema di tutela dei diritti umani; in particolare avrebbe una funzione complementare a
quella della
Banca.
Questa, promuovendo lo sviluppo economico e sociale dei paesi membri attraverso il
finanziamento
di progetti e programmi, creerebbe le condizioni necessarie all’esercizio e alla tutela di
un’ampia
gamma di diritti umani.
Il Panel, dovendo assicurare la conformità dell’azione della Banca con gli standard definiti
nello
Statuto, contribuirebbe indirettamente alla funzione di promozione dei diritti umani
economici e
sociali.
-) Il Panel costituirebbe una struttura “quasi giudiziaria” in virtù di alcuni paragrafi della
risoluzione 93-10 che attribuiscono all’organo tre diversi poteri ben definiti.
1) Par.12 Risoluzione

potere di ricevere reclami da parte di coloro che ritengono che la Banca
non abbia agito secondo le proprie politiche e procedure operative le quali
rappresenterebbero un
“droit” ben preciso a cui la Banca deve conformarsi (ed il Panel sarebbe l’organo incaricato
di
verificare tale conformità).
2) Par.21 Risoluzione

potere di indagine
3) Par.22 Risoluzione

il “Pouvoir de dire le droit” potrebbe giustificare l’attribuzione al Panel
della natura di organo giudiziario.
Il Panel ha il compito di stabilire se la Banca si è conformata a tutte le proprie politiche e
procedure, cioè se il diritto, costituito dalle politiche e dalle procedure interne alla Banca, è
stato
rispettato.
-) il Panel avrebbe un ruolo di controllo preventivo, inducendo la Banca ad assicurare a
priori la
conformità della sua azione e/o del progetto con le sue politiche e procedure al fine di
evitare costi
inutili legati all’avvio di una eventuale procedura di inchiesta.

Da qui, la tesi per la quale il Panel sarebbe un “Independent Investigatory Body” con il
compito di
contribuire al miglioramento del processo decisionale all’interno della Banca durante le fasi
di
preparazione e realizzazione di un progetto

elementi nuovità di PANEL D’ISPEZIONE DELLA Banca centrale


a) Primo elemento di novità si riscontra nel fatto che abilitato a presentare un’istanza innanzi
al
Panel sia appunto l’individuo (almeno 2 persone).
La creazione del Panel ed il suo meccanismo sembrerebbero conferire all’individuo una
sorta di
personalità giuridica di fronte alla Banca, colmando in parte il gap esistente tra gli organi
decisionali della Banca e gli individui sui quali ricade.
b) Altra novità sta nel fatto che viene riconosciuto all’organismo la possibilità di accertare la
responsabilità della Banca.
Malgrado la risoluzione non parli esplicitamente di responsabilità, risulterebbe
implicitamente dal
testo che la procedura del Panel miri ad accertare la responsabilità dell’organizzazione per
gli atti
compiuti nell’esercizio delle sue funzioni.
In conclusione, si può dire che ai fini di una effettiva responsabilità della Banca non è
sufficiente
provare che il danno o la lesione si diritti della popolazione di un territorio sia stato recato
da un
progetto finanziato dall’organizzazione, ma occorrerà accertare che la Banca non si sia
conformata
alle proprie regole durante le varie fasi.
I limiti
A) Il Panel è stato istituito con un atto interno della Banca e rimane dunque sottoposto,
formalmente, agli organi amministrativi dell’organizzazione.
B) Bisogna considerare che le “Clarifications”, adottate dai Direttori esecutivi in merito al
funzionamento del Panel, non hanno una effettiva forza giuridica venendo considerate
semplici
“gentlement agreements”.
C) È assente un potere decisionale nel Panel.
I Direttori Esecutivi restano gli unici ad avere il potere di decidere se autorizzare una
procedura di
inchiesta e, successivamente, se dare seguito alle raccomandazioni del Panel.
Va poi considerato che il diritto applicabile dal Panel è il diritto interno della Banca e non
altre
norme esterne all’organizzazione come, eventualmente, le regole internazionali poste a
tutela dei
diritti dell’uomo.
D) Ultimo limite è costituito dagli stessi membri del Panel e ciò, per due motivi:
a) sono considerati, dal testo della risoluzione istitutiva, funzionari della Banca
b) non tutti i membri del Panel potrebbero avere competenze giuridiche, non essendo loro
specificatamente richiesta tale expertise

Il Compliance Advisory Ombudsman


Nel 1999 è stato creato con il mandato di considerare i reclami concernenti le attività di IFC
e
MIGA.
Rispetto al Panel, il CAO ha un ruolo meno incisivo, di tipo conciliativo e consultivo, e poteri
investigativi più limitati.
Riferisce direttamente al Presidente del gruppo, che lo nomina per un periodo di 3-5 anni,
rinnovabile, scavalcando i Direttori esecutivi.
Gli eventuali reclami possono essere inoltrati all’ Ombudsman da ogni individuo, gruppo,
comunità
o ente che ritenga di essere stato, o di avere la possibilità di essere, danneggiato: a
proporre il
reclamo può essere anche un terzo, purchè dimostri di essere autorizzato ad agire.
Il reclamo può essere presentato in ogni fase del progetto finanziato o garantito dall’ente,
anche
quando il finanziamento sia stato completamente erogato.
Non ha il potere di assegnare risarcimenti, né quello di bloccare il progetto.
Spetta all’organo verificare se l’oggetto del reclamo rientri nel suo mandato e decidere in
merito
all’ammissibilità.
Una volta deciso di procedere l’organo notifica il reclamo al personale dell’istituzione
finanziaria
interessata, chiedendo che gli vengano fornite le necessarie informazioni sul progetto.
Altra funzione è quella di compliance audit, concernente il controllo sulla conformità
dell’attività
svolta dal personale tecnico delle due istituzioni con le politiche, procedure e linee guida.
Terzo ruolo è quello di esprimere un parere, su richiesta del Presidente o del management
sull’adeguatezza delle politiche interne dell’ente e sulla loro applicazione

L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo


Economico)

Oltre a questo, l’OECE promosse anche importanti interventi strutturali; in particolare fu


innovativa
l’istituzione dell’Unione europea dei pagamenti (UEP) volta a facilitare il commercio tra i
paesi
membri attraverso un meccanismo di compensazione multilaterale nei pagamenti
internazionali.
Alla fine degli anni ’50 tuttavia gli USA preferirono negoziati bilaterali con gli stati europei,
abbandonando, cos’, la gestione collettiva degli aiuti.

Dall’OECE all’OCSE

Il 23 febbraio 1960, la Conferenza dei rappresentanti degli stati membri OECE


sottoscriveva la
Convenzione Istitutiva della nuova Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo
Economici
(OCSE).
La “sostituzione” tra le due organizzazioni avrebbe avuto effetto a partire dall’entrata in
vigore
della Convenzione istitutiva avvenuta nel 1961.
L’OCSE perdeva, così, l’originaria connotazione europea e si presentava come una
organizzazione
tendenzialmente universale di cooperazione economica.
Art. 1 Convenzione  l’azione dell’Organizzazione è finalizzata :
1) alla promozione della massima espansione dell’economia e dell’occupazione e negli stati
membri ad un innalzamento degli standard di vita
2) questo, contribuendo all’espansione del commercio mondiale su base multilaterale e non
discriminatoria, in conformità con gli obblighi internazionali

Per conseguire tali obblighi gli stati si impegnano a :


a) assicurare una utilizzazione efficace delle loro risorse economiche e lo sviluppo delle
risorse in
campo scientifico e tecnologico
b) sviluppare politiche che assicurano la crescita economica e la stabilità finanziaria interna
ed
esterna
c) mantenere ed estendere la liberalizzazione dei movimenti di capitali
d) contribuire allo sviluppo economico dei PVS membri e non membri.
Le funzioni principali dell’Organizzazione sono essenzialmente due:
1) predisposizione di studi
2) attività di orientamento e indirizzo della condotta economica, interna ed internazionale
degli
stati membri

La membership dell’ OCSE

Il limitato numero di stati membri rendono l’OCSE un forum ristretto dotato, però, della
competenza ad occuparsi di qualsiasi questione che abbia una rilevanza economica.
L’acquisto dello status di membro non avviene in automatico, ma segue uno specifico iter
(art. 16
Convenzione)
Il consiglio dell’OCSE può invitare uno stato ad avviare negoziati finalizzati all’ammissione;
per
poter essere ammesso lo stato deve:
1) avere una economia di mercato
2) condividere i principi di una democrazia pluralista
3) rispettare i diritti fondamentali dell’uomo
4) provare la volontà e la capacità di recepire gli atti normativi rientranti nell’acquis OCSE,
ma
può apporre riserve rispetto ad atti che non voglia/non sia in grado di adottare.
La verifica delle condizioni di ammissione viene affidata al Segretario generale e ad alcuni
comitati; in particolare, l’ Investment Committee verifica la compatibilità dell’assetto
normativo
dello stato con il recepimento delle disposizioni di alcuni codici il cui rispetto è obbligatorio
per gli
stati membri.

Verificato il rispetto delle condizioni, il Segretario ed i comitati formulano una


raccomandazione al
consiglio dell’OCSE , il quale invita lo stato a divenire parte della Convenzione istitutiva.
L’accordo tra lo stato e l’organizzazione deve essere approvato sul piano interno in
conformità con
la procedura costituzionale prevista dall’ordinamento interno dello stato.
L’art. 17 Convenzione attribuisce a ciascuno stato membro il diritto di recedere con un
preavviso di 12 mesi.

Gli obblighi che concorrono a formare lo status di membro sono:


a) obbligo di informazione reciproco
b) obbligo di consultazione, tramite anche l’effettuazione di studi e la partecipazione a
progetti
comuni
c)obbligo di cooperazione, che viene specificato dagli atti dell’Organizzazione, in relazione
alle
singole attività comuni.

Gli organi

Gli organi principali dell’OCSE sono :


-) Consiglio: composto dai rappresentanti degli stati membri ed è l’organo che sovrintende
all’attività dell’Organizzazione. Tra le attribuzioni :
* approvazione del bilancio
* valutazione circa l’opportunità di istituire organi sussidiari
* nomina del Segretario generale
* invito ad uno stato terzo perché aderisca o si associa all’OCSE
-) Comitato Esecutivo: organo a composizione ristretta formato da 14 membri, di cui 7
permanenti e
gli altri a rotazione. Tra le attribuzioni:
* favorire l’efficienza complessiva dell’organizzazione. Vigendo infatti il principio
dell’unanimità,
eventuali divergenze vengono spesso sfrontate e risolte da questo organo
* elaborare studi preliminari da sottoporre al Consiglio
* ricevere dal consiglio direttive e provvedere a dare attuazione agli indirizzi generali
impartiti dal
Consiglio

) Segretariato : l’organo amministrativo che ha la responsabilità di vegliare al


funzionamento
dell’Organizzazione. Tra i suoi compiti:
* preparazione dei lavori del Consiglio
* vigilanza sull’applicazione delle decisioni prese e la gestione delle relazioni esterne con i
soggetti
della comunità internazionale.
Al vertice della struttura amministrativa si colloca il Segretario generale, nominato dal
Consiglio
per una durata di 5 anni.
La struttura amministrativa si avvale di diversi Directorates ciascuno dei quali si occupa di
uno
specifico settore.
Dal 1991, il Consiglio ha istituito un Tribunale amministrativo composto di tre giudici
competente a
dirimere controversie tra Organizzazione-dipendenti/personale.

Gli atti dell’OCSE e la formazione del processo decisionale

Per raggiungere le sue finalità l’Organizzazione può:


1) adottare decisioni vincolanti per gli stati membri
2) fare raccomandazioni
3) stipulare accordi con stati membri, con stati terzi e con altre organizzazioni internazionali
(art. 5
Convenzione).
Il processo decisionale si fonda sul principio di uguaglianza dei membri, considerato che, di
regola,
per l’adozione di un atto è richiesta l’unanimità.
Questo principio generale è stato poi temperato dal riconoscimento della facoltà degli stati
di
adottare, in casi speciali, il criterio della maggioranza.
Art. 6 par 2 Convenzione : prevede che se uno stato si astiene nella votazione di un atto, la
decisione/raccomandazione finale produca effetti soltanto rispetto agli stati che l’hanno
votata.
Va ricordato che gli atti OCSE non sono direttamente applicabili negli ordinamenti interni.
Particolare attenzione meritano le raccomandazioni, il cui scopo è quello di invitare i
governi
nazionali ad assumere iniziative comuni per rendere più omogeneo l’intero quadro di
cooperazione.;
queste non vincolano la condotta degli stati sui quali grava, al riguardo, soltanto un
generico
“obbligo di presa in considerazione” il cui fondamento può ravvisarsi nell’obbligo di
cooperazione
con l’organizzazione insito nel fatto della partecipazione.

l contributo dell’OCSE alla elaborazione di standard di condotta


per le multinazionali:le guidelines del 1976

Dal 1976 ad oggi sono stati adottati nel quadro OCSE numerosi atti diretti a disciplinare la
condotta
delle multinazionali.
Le Guidelines allegate alla Dichiarazione sugli investimenti e le imprese multinazionali,
sono
raccomandazioni elaborate nel quadro di un negoziato svolto tra i governi dei paesi membri
dell’OCSE: non si tratta,quindi, di atti imputabili all’Organizzazione

Lo stesso giorno, il Consiglio OCSE, ha adottato tre decisioni di carattere obbligatorio che
disciplinano diverse procedure di consultazione intergovernativa:
- meccanismo di controllo rispetto alla corretta applicazione delle Guidelines
- obbligo per gli stati di notificare all’OCSE le misure ritenute incompatibili con il principio
del
trattamento nazionale
- meccanismo di controllo sulle misure adottate dagli stati membri e destinate ad
incentivare/disincentivare gli investimenti internazionali.
Le Guidelines prevedono un meccanismo di aggiornamento consistente nello svolgimento
di
periodiche Reviews organizzate al tal fine dal CIME in cooperazione con il BIAC ed il
TUAC.
Le Guidelines approvate nel 1976 elencano alcuni standard di condotta raccomandati; nel
documento l’impresa multinazionale viene definita come un insieme di società, dotate di
distinta
personalità giuridica e riconducibili a stati differenti, sottoposte alla direzione unitaria di una
società capogruppo.
La multinazionale non viene qualificata come un ente unico, ma si preferisce attribuire
rilevanza ai
legami di natura finanziaria e personale, nonché ai vincoli contrattuali esistenti tra società
dotate di
distinta personalità giuridica.
Nel documento del 1976 inoltre venivano sollecitate a contribuire allo sviluppo ed alla
diffusione
delle conoscenze tecniche e veniva loro raccomandato di non porre in essere atti di
corruzione nei
confronti di pubblici ufficiali o qualsiasi indebita interferenza negli affari interni.
17 Dicembre 1997 “Convention on Combating Bribery of Foreign Public Officials in
International
Business Transactions”.

La revisione del 2000

La Reviews del 2000 ha introdotto una vera e propria riformulazione degli standard; ciò
poiché
c’era la necessità di adattare il testo delle Guidelines al nuovo assetto delle relazioni
economiche
internazionali e di trasformare il contenuto per contribuire alla realizzazione del principio
dello
sviluppo sostenibile ed alla promozione dei diritti dell’uomo.
Le principali novità:
- “Guideline on Genral Policies”: sollecita le imprese a non trarre vantaggio dai differenti
standard
di tutela previsti nelle legislazioni statali e a non chiedere e a non avvalersi di alcuna
esenzione in
materie quali ambiente/salute/lavoro/sicurezza/ecc…
Centrale è il richiamo alle multinazionali affinché promuovano il rispetto dei principi di
corporate
social responsibility nei confronti dei propri partenrs commerciali.
- “Guideline on employement and industrisl relations”: è previsto che le multinazionali
contribuiscano all’abolizione del lavoro minorile e di tutte le forme di lavoro forzato.
- “Guideline on Environment: raccomanda alle imprese di valutare, nel corso del processo
decisionale, l’impatto sull’ambiente e la salute
- Trasparenza : le imprese vengono invitate a rendere note anche le informazioni di
carattere
prevalentemente finanziario.
Nel 2000 si aggiunsero una Guideline sulla tutela dei consumatori e sulla prevenzione e
controllo
delle politiche corruttive

Controllo : gia dal 1976 il Consiglio OCSE aveva introdotto un meccanismo di follow-up
(controllo) ad esito non vincolante.
Attualmente il meccanismo viene realizzato attraverso l’attività di specifici organismi, tra cui
ricordiamo i Punti di contatto nazionali (1984) .
Questi hanno l’obbligo di consultarsi annualmente e di inviare al CIME un rapporto annuale
e
sulla natura e sui risultati dell’attività svolta.

La revisione del 2011


La nuova versione nasce dalla consapevolezza dei significativi mutamenti intervenuti nello
scenario
economico internazionale e dalla necessità di fornire risposte efficaci alle istanze generate
dalla
crisi.
Principale novità sta al capitolo 4, riservato al rispetto dei diritti umani; viene sancita la
responsabilità delle imprese di rispettare i diritti fondamentali dell’uomo indipendentemente
dall’effettivo grado di tutela accordato in quel paese.

Altro carattere di novità è il capitolo quinto, in relazione al rafforzamento della tutela dei
diritti dei
lavoratori.

LA BANCA DEI REGOLAMENTI INTERNAZIONALI

Tale istituzione promuove la cooperazione monetaria e finanziaria su scala mondiale e


funge da
“banca delle banche centrali”.
L’Accordo Istitutivo venne sottoscritto a Roma nel 1930 dai Governatori delle Banche
Centrali dei
Paesi fondatori e dai rappresentati di un gruppo di banche americane.
Nel corso di tale Conferenza era stato deciso di risolvere il problema delle riparazioni di
guerra
tedesche attraverso la stipulazione di un accordo internazionale.
La Banca avrebbe dunque dovuto operare come mandatario per l’esecuzione del Piano
Yung,
concernente le riparazioni dovute dalla Germania ; ben presto, però, la sua attività fu
diretta
all’avvio di un progetto di cooperazione internazionale per il perseguimento della stabilità
monetaria e finanziaria.

Le principali caratteristiche

Ha iniziato la sua attività nel 1930, rappresenta la più antica organizzazione finanziaria
internazionale; ha sede legale a Basilea e dispone di due uffici di rappresentanza ad Hong
Kong e a
Città del Messico.
Ha la forma di una società per azioni a partecipazione internazionale regolata dal diritto
svizzero.
Il capitale della Banca è detenuto, dopo la riforma del 2005, dalle banche centrali.
Il possesso delle azioni conferisce, tra l’altro, il diritto di rappresentanza all’interno
dell?assemblea
generale; il bilancio viene calcolato in DSP.

Gli organi

Tre sono gli organi principali:

-) Assemblea Generale : si tiene ogni anno, riunisce le banche centrali membri della
Banca al fine di
approvare il bilancio annuale e decidere in merito ad altre questioni connesse.
Delibera altresì circa le modifiche dell’atto costitutivo e dello statuto.
-) Consiglio di amministrazione : composto da 19 membri.
-) Comitato Esecutivo : è composto dal direttore generale, che attua le politiche della
Banca e dirige
l’amministrazione e dal co-direttore generale.
Vi sono poi un Segretariato che comprende una serie di dipartimenti ed un consigliere
giuridico.
Le attività : 1) la Banca come mandatario nei regolamenti internazionali
Originariamente, come detto, la Banca doveva essere il mandatario per l’esecuzione del
Piano
Yung.
In realtà, l’opinione comune diceva che era solo un pretesto per avviare un ampio progetto
di
cooperazione monetaria internazionale dove la Banca si sarebbe posta come organo al
servizio delle
banche centrali.
Nel secondo dopoguerra, la Banca ha svolto questo ruolo relativamente all’esecuzione dei
regolamenti finanziari all’interno delle istituzioni comunitarie, in qualità di terzo designato
dalla
CECA.
Le attività : 2) la Banca come “banca delle banche centrali”
Le attività consistono nell’offerta di un’ampia gamma di servizi finanziari per assistere le
banche
centrali e le altre istituzioni monetarie internazionali nella gestione delle loro riserve
valutarie.
Tale gestione avviene attraverso la raccolta di riserve e la riallocazione delle stesse sui
mercati
internazionali.
La BRI non accetta depositi di privati o entità societarie, né fornisce loro servizi finanziari;
inoltre,
non le è consentito concedere anticipazioni a governi né aprire conti correnti a loro nome.
Svolge altresì le funzioni di fiduciario per diversi prestiti governativi internazionali, nonché
quelle
di depositario di garanzie.
Gestisce l’Asian Bond Fund, un fondo comune obbligazionario che serve 11 banche
centrali e le
autorità monetarie di Asia e Pacifico.
Le attività : 3) la Banca come foro di consultazione e cooperazione monetaria
I governatori delle banche centrali, membri della BRI, si incontrano non solo in occasione
dell’annuale sessione ordinaria dell’assemblea Generale, ma anche nel corso di regolari
riunioni
bimestrali nel corso delle quali vengono analizzati gli andamenti economici e mondiali.
Le attività : 4) l’attività di studio e ricerca
Svolge anche una importante attività di ricerca relativamente ai principali fenomeni
monetari
internazionali, fornendo adeguato supporto tecnico alle riunioni. Attraverso un proprio
organo,
l’Istituto per la stabilità finanziaria (addetto all’organizzazione di
convegni/seminari/conferenze/altre attività) la Banca promuove la diffusione e
l’applicazione di
solidi standard prudenziali.

Il comitato di Basilea sulla vigilanza bancaria

Venne istituito nel 1974 dai Governatori delle Banche dei dieci paesi più industrializzati.
Nacque in seguito al fallimento di una banca tedesca, la Bnakhaus Herstatt.
Il comitato si riunisce 4 volte all’anno ed ha come obiettivo il miglioramento della collaborazione.
È formato dagli alti funzionari delle autorità di vigilanza bancaria e delle banche centrali di 27 paesi
(inclusi tutti quelli del G-20).
Esso si propone di rafforzare la sicurezza e l’affidabilità del sistema finanziario:
a) stabilendo standard minimi in materia di vigilanza prudenziale
b) diffondendo e promuovendo migliori pratiche bancarie e di vigilanza
c) incentivando la cooperazione internazionale in materia di vigilanza prudenziale.
Non ha capacità regolamentare autonoma nei confronti degli stati membri, e gli atti da esso
emanati
sono predisposti nell’aspettativa che le autorità nazionali convergano volontariamente verso
approcci e standard comuni.

Gli accordi di Basilea

Tali accordi nascono proprio dai lavori di tale Comitato; sono sostanzialmente linee guida in
materia di requisiti patrimoniali delle banche, redatte allo scopo di perseguire una generale
stabilità monetaria e finanziaria.
Gli accordi sono un particolare strumento attraverso il quale il Comitato agisce con l’aspettativa
che
le singole autorità nazionali adottino specifiche disposizioni attuative.
Il primo Accordo di Basilea risale al 1988, aveva ad oggetto il sistema di misurazione del capitale e
stabiliva l’obbligo per le banche di accantonare capitale nella misura dell’8% del capitale erogato,
al fine di garantire la solidità della propria attività.
Tuttavia la percentuale di accantonamento era stata giudicata troppo poco sensibile al rischio.
Gennaio 2001, “The New Basel Capital Accord”: documento di consultazione per la definizione di
una nuova regolamentazione in materia di requisiti patrimoniali delle banche.

Basilea 2

È il nuovo accordo adottato nel 2004 e volto a stabilire principi internazionali comuni all’interno
del sistema creditizio.
Le Banche dei paesi aderenti devono accantonare quote di capitale proporzionali al rischio
derivante dai vari rapporti di credito assunti, calcolato attraverso lo strumento del rating (sistema di
valutazione della credibilità di un’impresa e della sua capacità di credito).
L’Accordo si basa su tre pilastri:
1- Requisiti patrimoniali minimi: rimane inalterata la percentuale dell’8%, ma vengono presi in
considerazione anche il rischio di mercato e quello operativo valutando a tal fine una pluralità di
fattori : il soggetto a cui la banca sta erogando risorse, il contesto in cui l’impresa opera ed i rischi
congiunturali di vario tipo.
2- Controllo prudenziale svolto dalle banche centrali : garantire che le banche dispongano di un
capitale adeguato per sostenere tutti i rischi connessi con le loro attività.
Gli organi di vigilanza dovranno verificare le modalità con cui le banche determinano il proprio
fabbisogno di capitale in relazione ai rischi assunti ed intervenire ove necessario.
3- Disciplina del mercato e trasparenza : per l’informazione al pubblico sui livelli patrimoniali, sui
rischi e sulla gestione di questi

Le critiche a Basilea 2 e l’adozione di Basilea 3

Le critiche riguardavano:
A) le piccole banche, nell’impossibilità di utilizzare metodologie più avanzate, rischiavano di subire
un maggior onere patrimoniale rispetto alle banche più grandi.
B) Emerse il problema della prociclicità finanziaria: nei periodi di rallentamento economico, il
sistema introdotto avrebbe avuto come effetto quello di indurre le banche a ridurre gli impieghi a
causa del crescere del rischio, con il conseguente inasprimento della crisi.
C) Dall’applicazione del sistema dei rating interni sarebbe derivata una penalizzazione delle PMI
per quanto riguarda i finanziamenti.
Il Comitato di Basilea ha introdotto nel 2010 l’Accordo Basilea 3 modificando la regolamentazione
prudenziale per migliorarne il funzionamento.
In particolare sono state rafforzate le regole per il controllo del rischio di liquidità ed elevata la
quota di capitale regolamentare nella dotazione degli istituti di credito.

BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI

Costituzione e struttura

La BEI è l’istituzione finanziaria dell’UE costituita in base all’art. 129 Trattato istitutivo della
CE.
Lo statuto è stato adottato a Roma nel 1957 ed è contenuto nel Protocollo n.5 allegato al
TUE e
TFUE; sono azionisti gli stati membri dell’Unione Europea.
La sottoscrizione del capitale avviene sulla base di una ripartizione di quote di diversa
entità,
proporzionata alla capacità economica dei membri.
La Banca è dotata di personalità giuridica autonoma distinta da quella dell’Unione ed è
amministrata dai suoi organi secondo le disposizioni dello statuto.
Art.8 Statuto : la Banca è amministrata e gestita da tre organi collegiali:
-) Consiglio dei Governatori: composto dai ministri dell’economia degli stati membri, è
l’organo
decisionale incaricato di definire le direttive generali della politica creditizia della Banca.
A questo sono attribuiti poteri in materia di aumento del capitale sottoscritto, approvazione
del
bilancio, sospensione dei finanziamenti concessi ad un paese nel caso questo non
ottemperi ai suoi
obblighi.
-) Consiglio di Amministrazione: è l’organo al quale sono demandate le decisioni
riguardanti la
concessione di prestiti, garanzie e l’emissione di titoli.
Consta di 28 membri e 18 sostituti
) Comitato direttivo: composto da un Presidente e da 8 vice-presidenti, è incaricato della
gestione
dell’attività ordinaria della banca e assicura l’esecuzione delle decisioni del CDA.
C’è anche un Comitato di Verifica che controlla la regolarità delle operazioni e dei libri
contabili della Banca.

Le attività

Art. 309 TFUE: compito della BEI è di contribuire allo sviluppo equilibrato del mercato
interno
nell’interesse dell’Unione facilitando, mediante prestiti e garanzie, il finanziamento di
investimenti
in vari settori dell’economia.
La Banca eroga finanziamenti per la valorizzazione delle regioni meno sviluppate
dell’Unione, al
fine di eliminare gli squilibri all’interno del mercato interno.
I prestiti possono essere concessi sia ad uno stato che ad imprese pubbliche o private,
purchè si tratti
di investimenti che contribuiscano all’aumento della produttività generale.
Le richieste devono essere sottoposte:
a) al parere dello stato membro, se inoltrate per il tramite della Commissione
b) al parere della Commissione, se inoltrate per il tramite dello stato membro
c) al parere dello stato stesso e della Commissione, se presentate da una impresa
direttamente.

Le risorse della Banca

Per il finanziamento la Banca ricorre a 1) risorse proprie e al 2) mercato dei capitali.


1) Art. 4 Statuto: sono costituite delle quote di capitale sottoscritte dai paesi membri;
concorrono a
formare le suddette risorse i c.d. prestiti speciali fruttiferi, accordati dagli stati alla Banca,
proporzionalmente al capitale sottoscritto, nel caso in cui la Banca necessiti di risorse per
il
finanziamento di progetti per i quali non sia in grado di reperire sul mercato dei capitali i
fondi
necessari a condizioni convenienti.
2) Attraverso emissioni obbligazionarie pubbliche e, in misura minore, tramite prestiti
privati a
tasso fisso.

Il gruppo BEI

Nel 1994 è stato istituito il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI), al fine di favorire lo
sviluppo
delle piccole e medie imprese a forte crescita e/o attive nel settore delle nuove tecnologie.
Marzo 2000: nasce il Gruppo BEI, costituito da BEI e dal FEI.

LE BANCHE REGIONALI DI SVILUPPO


Dagli anni ’60 gli stati hanno deciso di istituire banche di sviluppo a carattere regionale e
sub
regionale allo scopo di promuovere lo sviluppo economico-sociale all’interno degli stati
membri,
principalmente attraverso la concessione di prestiti e la partecipazione diretta a forme di
investimento, finalizzato alla realizzazione di progetti sia nel settore pubblico che in quello
privato

Le principali banche regionali di sviluppo

* Banca Interamericana di sviluppo (IDB) : istituita con l’Accordo di Washington, 1959.


Nasce come istituzione mirante a favorire lo sviluppo economico e sociale di alcuni stati
dell’area
latino-americana e caraibica attraverso programmi di prestiti e fornitura di cooperazione
tecnica per
la realizzazione di progetti di natura economica e sociale.
Il gruppo è composto dalla Società interamericana degli investimenti (IAIC) e dal Fondo
multilaterale di sviluppo.
* Banca Asiatica di Sviluppo (ADB) : istituita con l’Accordo di Manila, 1965.
Nasce con lo scopo di sostenere la crescita, lo sviluppo e la cooperazione economica tra i
paesi
asiatici e del Pacifico.
L’attività consiste nella concessione di prestiti per la realizzazione di progetti di sviluppo
economico e sociale in favore dei PVS membri; fornisce inoltre assistenza tecnica nella
fase di
pianificazione e di realizzazione di un progetto, promuove investimenti di capitale e
coordina le
politiche di sviluppo dei paesi membri.
* Banca Africana di Sviluppo (AFDB) : istituita con l’Accordo di Khartoum, 1964.
Ha competenza per l’intera Africa ed ha la finalità di promuovere lo sviluppo economico ed
il
progresso sociale dei paesi della regione.
Le sue funzioni:
a) erogazione di prestiti e messa a disposizione di capitali per investimenti finalizzati alla
promozione dello sviluppo sociale ed economico dei paesi dell’Africa
b) assistenza tecnica per la preparazione e l’esecuzione di programmi e progetti di
sviluppo sociale
ed economico
c) promozione di investimenti, nel settore pubblico o privato, che abbiano un impatto
positivo sui
processi di sviluppo dei paesi membri.
Le disponibilità finanziarie della Banca sono costituite dalle risorse di capitale ordinario,
comprese
le riserve di capitale , dai fondi reperiti sui mercati finanziari attraverso le attività di raccolta
e dagli
utili realizzati attraverso l’attività creditizia
Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) : istituita con l’Accordo di Parigi,
1990.
Alla base c’era la volontà di favorire lo sviluppo economico delle nascenti democrazie
dell’Europa
dell’Est.
La membership e la struttura
La memebership è ampia, comprende sia i paesi donatori che quelli beneficiari.
Ciascun paese membro sottoscrive la propria quota , che va a costituire il capitale fisso
della
banca.
Per quanto riguarda la struttura organizzativa, le banche regionali si ispirano al modello
della Banca
Mondiale con i tre organi tipici:
-) Consiglio dei Governatori : l’organo collegiale più importante, formato dai rappresentanti
di
ciascuno stato membro.
Il Consiglio formula le direttive generali in materia di credito e gode della pienezza dei
poteri.

-) Consilio dei Direttori esecutivi : responsabile delle operazioni condotte dalla Banca, è a
composizione ristretta.
-) Presidente : eletto dal Consiglio dei Governatori, con la possibilità di essere rieletto.
Conduce gli affari ordinari della Banca, ne è il rappresentante legale ed è responsabile
dell’organizzazione e della gestione del personale.

Gli obiettivi

Lo scopo di queste istituzioni è di contribuire al processo di sviluppo economico e sociale


degli
stati membri; inoltre si occupano di finanziare progetti specifici e non programmi generali
di
sviluppo.

Gli obiettivi sono enunciati nei trattati istitutivi e si realizzano attraverso:


a) la promozione di investimenti nel settore pubblico e privato
b) l’incoraggiamento degli investimenti privati verso quelle imprese e attività che
contribuiscono
allo sviluppo economico di un paese
c) la partecipazione diretta all’investimento, qualora il capitale privato non sia disponibile
d) l’assistenza fornita nella preparazione e nella realizzazione dei progetti finanziati e dei
piani di
sviluppo, attraverso studi e la formulazione di specifiche proposte.
In generale i progetti finanziati non hanno solamente un carattere prettamente economico,
ma anche
sociale.
Infatti, oltre alla promozione della crescita economica, le strategie delle banche regionali
possono
prevedere, tra i loro obiettivi, a seconda dei casi, anche la promozione di una “good
governance”, la
riduzione della povertà, il miglioramento dello status della donna e la protezione
ambientale
all’interno dei paesi membr

La condizionalità degli aiut

È possibile che gli aiuti forniti dalle banche regionali siano sottoposti a particolari
condizioni.
Ad esempio, nel caso della BERS sono stati previsti degli indicatori di democratizzazione
che i
paesi beneficiari devono rispettare.
Il rispetto della condizionalità democratica, inteso come meccanismo volto a condizionare
la
destinazione di un aiuto economico al rispetto e alla realizzazione di forme di governo
democratico,
risulta di importanza fondamentale nella cooperazione europea ma ha spesso ispirato
anche l’azione
della BM e del FMI.
Queste istituzioni prevedono elementi di valutazione politica, in caso, per esempio, di
gross
violation dei diritti umani; in tal caso può essere contemplata la sospensione dei
finanziamenti allo
stato membro che ha commesso una violazione di questo tipo.
Altra condizione necessaria è la destinazione privatistica dell’aiuto ; tale ragione è dettata,
da un
lato, dall’esigenza di differenziare queste istituzioni dalla BM, che indirizza i propri aiuti
principalmente verso il settore pubblico e, dall’altro, dalla necessità di favorire la creazione
di
un’economia di mercato in paesi caratterizzati per molti anni da un’economia di stato.

Le modalità di finanziamento e le operazioni

Il capitale fisso è formato dalle quote che ciascuno stato membro sottoscrive; in
dipendenza di
queste ciascuno disporrà di un certo numero di voti.
L’attività di finanziamento si realizza con differenti modalità:
1) concessione o garanzia di prestiti di prestiti a lungo termine in vari settori con interessi
di
mercato a lunghissimo termine oppure con interessi inferiori rispetto a quelli di mercato
2) concessione di sussidi per attività di assistenza tecnica e servizi di consulenza
3) ricorso al mercato dei capitali.
Le operazioni svolte dalle banche nell’attività di concessione di prestiti, è possibile
suddividerle in :
- ordinarie: finanziate attraverso le risorse di capitale ordinario, costituito dalle azioni
sottoscritte
dai membri e attraverso l’emissione di obbligazioni
- speciali : effettuate con quelle risorse finanziarie costituite da fondi speciali, finanziati dai
contributi volontari dei paesi membri e vengono utilizzate per investimenti a carattere
sociale.
Sono destinate ai paesi a più basso reddito e finanziano, spesso, interventi di assistenza
tecnica.
In generale le banche regionali concedono crediti che coprono solo una parte del costo
totale del
progetto

La funzione ispettiva

Lo sviluppo di una funzione ispettiva all’interno delle banche regionali prende le mosse
dalla
creazione del Panel d’Ispezione della BM, creato allo scopo di chiamarla a rispondere dei
danni
eventualmente arrecati alle persone o all’ambiente in conseguenza dei progetti da essa
finanziati.
a) Il caso della Banca Asiatica
Dall’inizio degli anni ’90 ha cercato di migliorare la qualità delle sue operazioni.
1993: il Management ha nominato una “Task Force on Improving Project Quality” che ha
provveduto ad elaborare un rapporto, contenente alcune raccomandazioni rivolte alla
Banca e al suo
staff, sottolineando l’importanza che avrebbe dovuto essere data ad un eventuale
monitoraggio sulla
realizzazione dei progetti.
1994: creazione di una funzione ispettiva, come strumento mediante il quale le comunità
locali/ le
organizzazioni non governative/ gruppi di privati possono chiedere un riesame/ l’avvio di
una vera e
propria inchiesta relativamente al ruolo della Banca durante la fase di realizzazione di un
progetto
da essa finanziato.
1996: queste procedure sono state pubblicate in una Guidebook.
Il meccanismo mira ad accertare che la Banca abbia osservato le procedure operative da
essa stessa
stabilite durante la fase di progettazione e realizzazione di un progetto.
Il Management della Banca dovrà, entro 45 giorni, dimostrare all’Inspection Committee di
aver
osservato tutte le procedure

Il Comitato può considerare la risposta insoddisfacente e raccomandare così al Consiglio


dei
Direttori esecutivi di autorizzare l’avvio di un’inchiesta.
Fornita tale autorizzazione, il Comitato nominerà un Panel di tre membri, scelti da una lista
di
esperti, che si occuperà di effettuare un’indagine sullo specifico caso.
Una eventuale richiesta può essere effettuata solo se la questione sia stata
preventivamente portata
all’attenzione del Management della Banca, il quale ha a disposizione un periodo di 45
giorni per
dimostrare di essersi, in realtà, conformato alle procedure.
b) il caso della Banca Interamericana
Si è dotata nel 1994 di un meccanismo di inchiesta che entra in funzione nei casi in cui ci
sia il
sospetto che la Banca non abbia osservato le proprie politiche e procedure operative
durante le fasi
di progettazione/realizzazione delle operazioni finanziate e che da tale inosservanza sia
derivato un
danno materiale alla parte che fa valere l’inadempimento.
Soggetti legittimati sono un gruppo di individui, o un loro rappresentante, che riesca a
dimostrare di
aver subito una lesione diretta e materiale da un’azione o omissione della Banca nel corso
delle sue
operazioni.
La richiesta deve essere presentata al Presidente della Banca, il quale ha il compito di
raccomandare
al Consiglio dei Direttori se sia opportuno procedere ad una inchiesta .
Sarà il Consiglio dei Direttori ad autorizzare la procedura di inchiesta e ad adottare, ove
opportuno,
eventuali misure dopo aver esaminato il rapporto del Panel e considerato la risposta
fornita dal
management.
Considerazioni conclusive
Le banche regionali di sviluppo rappresentano indubbiamente un mezzo efficace per lo
sviluppo
economico anche alla luce dei rapporti che instaurano con numerose istituzioni
internazionali

Il trattamento degli investimenti stranieri

Il regime giuridico del trattamento degli stranieri e dei loro beni ha subito trasformazioni: in una
prima fase agli stranieri non era riconosciuta nemmeno la capacità giuridica; col tempo si è
progressivamente affermato l’obbligo, per lo stato territoriale, di riconoscere la personalità giuridica
dello straniero e di garantirgli un determinato trattamento.
Viene generalmente accolto il principio dello standard minimo.
I BITs prevedono,di solito, una serie di standard di trattamento :
a) il trattamento nazionale: lo stato ospite si impegna a garantire agli investimenti stranieri lo
stesso
trattamento accordato ai nazionali eliminando ogni ineguaglianza giuridica presente o futura
b) il trattamento della nazione più favorita: agli investitori di uno dei due stati contraenti viene
garantito un trattamento non meno favorevole di quello che l’altra parte contraente ha
concesso/concederà agli investitori di un paese terzo.
A tal fine viene inserita la c.d clausola di riadattamento automatico : qualora dalla legislazione di
una delle parti contraenti risulti un regime giuridico più favorevole per gli investitori stranieri, tale
regime dovrà essere applicato agli investitori dell’altra parte contraente.
c) il trattamento giusto ed equo: criterio di natura generale che impone alle parti di tenere un
comportamento conforme agli obiettivi dell’accordo, in modo da non ostacolare la promozione
degli investimenti stranieri.
d) il trattamento non discriminatorio: criterio negativo che prescrive allo stato ospite l’obbligo di
astenersi dall’adottare misure discriminatorie
È riconosciuta l’esistenza di una norma consuetudinaria in virtù della quale ogni stato ha il diritto
di nazionalizzare i beni che si trovino sul proprio territorio, anche se appartenenti a stranieri.
Per questo nei BITs son generalmente presenti clausole sulla protezione contro i rischi non
commerciali; tali disposizioni sono in genere formulate in termini negativi.
Di conseguenza, l’adozione di misure di nazionalizzazione,espropriazione o simili è in via di
principio vietata, salvo che vengano rispettate le condizioni di liceità:
- interesse pubblico
- non discriminazione
- due process of law
- rispetto di impegni specifici assunti
- pagamento di un indennizzo  si ammette l’esistenza di una norma consuetudinaria che lo
imponga allo stato. Numerose però sono le incertezze in ordine al quantum e alla modalità.
Nei BITs l’ammontare viene definito sia attraverso il riferimento a parametri teorici sia sulla base
del valore di mercato dell’investimento espropriato; tuttavia è significativo il ritorno allo standard
della formula Corden Hull (impone un indennizzo pronto, adeguato ed effettivo).
Tale approccio è confermato dalla quarta Guidelines della BM

La soluzione delle controversie sugli investimenti


Le norme relative alla soluzione delle controversie, presenti nei BITs, costituiscono lo strumento
per garantire all’investitore un ‘effettiva applicazione degli standard di trattamento e protezione che
gli vengono riconosciuti sulla base dell’accordo.
Le leggi sugli investimenti rimettono in primo luogo al negoziato tra le parti la soluzione delle
controversie; qualora non possa essere risolta, la soluzione viene affidata alla competenza dei
tribunali nazionali o all’arbitrato.
Di norma sono presenti disposizioni relative alle controversie tra:
- stato e stato: le norme di solito stabiliscono che gli stati si impegnino a risolvere le eventuali
controversie tramite consultazioni amichevoli per via diplomatica; trascorsi sei mesi senza esser
giunti ad una soluzione, le parti potranno ricorrere ad un tribunale arbitrale ad hoc.
Il diritto applicabile:
a) il tribunale applica il diritto internazionale, anche qualora non espressamente previsto, se nel
BIT si impone allo stato ospite di garantire all’investimento straniero un trattamento conforme agli
standard del diritto internazionale
b) raramente è prevista l’applicazione del diritto interno dello stato ospite
c) in alcuni casi è consentito agli arbitri di decidere ex aequo et bono
- stato ed investitore straniero: l’investitore che subisce un grave pregiudizio a seguito di un atto
unilaterale adottato dallo stato ospite può ricorrere ai tribunali interni dello stato.
Esperiti senza successo tutti i mezzi interni di ricorso, lo stato nazionale dell’investitore potrà agire
in via diplomatica.
S
ono state inserite nei BITs clausole specifiche relativamente alla utilizzazione di mezzi di
soluzione diversi da quelli tipici interstatali.
Premessa per l’inserimento di tali clausole è stata l’istituzione dell’ICSID (1965); l’inserimento
della clausola ICSID nei BITs è subordinata al consenso delle parti.
Art. 25 Convenzione ICSID: la competenza del Centro si estende alle sole controversie giuridiche,
derivanti direttamente da un investimento , che sorgono tra un parte ed un privato cittadino di
un’altra parte contraente.
La Convenzione ICSID prevede due procedure:
• conciliativa: viene istituita una Commissione di conciliazione con il compito di accertare i fatti e
di favorire il raggiungimento di un accordo tra le parti suggerendo loro i termini per la risoluzione
della controversia
• arbitrale: a seguito della richiesta di arbitrato presentata da una delle parti, si costituisce un
collegio arbitrale competente ad esaminare la controversia e ad emanare nel merito una sentenza
vincolante.
È previsto che la competenza dell’ICSID prevalga su quella di qualsiasi tribunale interno delle
parti
Art. 42 Convenzione ICSID: lascia alle parti la libertà sulla scelta delle rules of law; in tal caso, il
tribunale ICSID dovrà attenersi alle regole scelte.
In difetto di accordo tra le parti il tribunale ICSID applicherà il diritto interno dello stato ospite e le
norme del diritto internazionale in funzione complementare.
Art. 52 Convenzione ICSID: possibilità di annullare la sentenza in presenza di alcuni gravi vizi
tassativamente elencati.
In caso di richiesta di annullamento il presidente nomina un comitato ad hoc di tre membri che
riesamina la sentenza con facoltà di sospensione o annullamento (totale o parziale).
Art.54 Convenzione ICSID: conferisce forza esecutiva negli ordinamenti interni al lodo e la
sentenza, quindi, è sottratta al controllo degli organi giurisdizionali nazionali.

La competenza esclusiva dell’Unione europea in materia di investimenti esteri


L’approccio nazionale alla materia degli investimenti esteri diretti ha mostrato limiti sempre più
evidenti, tanto sul piano interno quanto su quello esterno.
L’esigenza di una azione comune è stata recepita dal Trattato di Lisbona.
Art. 207 TFUE: la politica commerciale comune è fondata su principi uniformi, in particolare per
quanto riguarda le modificazioni tariffarie, la conclusione di accordi tariffari e commerciali relativi
agli scambi di merci e servizi, gli aspetti commerciali della proprietà intellettuale, gli investimenti
esteri diretti,ecc…
La politica comune prospettata dalla Commissione potrà essere realizzata in modo graduale; nel
frattempo opera un regime transitorio, disciplinato da un apposito Regolamento in corso di
approvazione, volto a combinare la protezione degli investimenti in atto con la tutela delle
prerogative che spettano all’Unione.
Il Regolamento prevede che gli stati potranno essere autorizzati a mantenere in vigore i BITs già
conclusi e portare a temine eventuali negoziati in corso; gli stati dovranno notificare alla
Commissione l’elenco dei BITs che intendono mantenere in vigore e l’elenco dei negoziati avviati.
Un problema non marginale riguarda l’individuazione dei meccanismi di risoluzione delle
controversie poiché la Convenzione ICSID è attualmente aperta solo alla firma degli stati che siano
membri della BM o parti dello Statuto della Corte Internazionale di giustizia: ad oggi, l’Unione non
soddisfa nessuna delle due condizioni.
Conclusioni
Dall’analisi dei BITs emerge la mancanza di un modello di accordo universalmente accolto e
l’utilizzo di definizioni generiche il cui significato può essere di volta in volta interpretato.
Linee di tendenza comuni:
1) Per quanto riguarda la questione dell’ammissione degli investimenti stranieri, i BITs confermano
il diritto dello stato ospite di regolarne l’accesso sul proprio territorio secondo quanto riconosce il
diritto internazionale consuetudinario.
2) In riferimento ai rischi non commerciali nei BITs è sancito il diritto dello stato ospite di adottare
misure di nazionalizzazione/espropriazione/ecc… subordinandone l’esercizio a condizioni quali
l’interesse pubblico ed il carattere non discriminatorio del provvedimento adottato.
Vige sempre la formula di Corden Hull.
3) In materia di soluzione delle controversie stato ospite-investitore straniero le disposizione
contenute nei BITs rinviano alle disposizioni della Convenzione ICSID .

LE (5) GUIDELINES DELLA BANCA MONDIALE SUL TRATTAMENTO DEGLI


INVESTIMENTI STRANIERI

21/09/1992 : il Comitato per lo Sviluppo (Cons.Governatori BM + Cons.Governatori FMI)


approva
le cinque Guidelines on the Treatment of Foreign Direct Investment.
Preambolo: le Guidelines rappresentano “a desiderable overall framework” entro il quale
trovano
concreta espressione i principi generali di promozione e protezione degli investimenti
stranieri,
nell’interesse comune di tutti gli stati.
Costituiscono un importante progresso verso l’affermazione di standard internazionali di
comportamento generalmente accettati in materia di investimenti internazionali e, a tal
fine,
svolgono una funzione di complemento rispetto agli accordi bilaterali in materia, cui spetta
la
regolamentazione degli investimenti.
La natura di atti di soft law risulta in maniera evidente dall’assenza di qualsiasi
espressione a
carattere imperativo nei confronti degli stati, i quali non sono vincolati ma vengono
piuttosto
invitati ad utilizzare queste direttive.
Le cinque Guidelines si distinguono tra loro sulla base del loro oggetto:

I GUIDELINES:
L’ambito di applicazione
Prevede che queste direttive si applichino relativamente ad investimenti nuovi o già
esistenti,
effettuati all’interno del territorio degli stati membri della BM e delle istituzioni collegate, da
investitori di nazionalità straniera.
Viene ribadito il principio di parità di trattamento tra investitori stranieri e nazionali

II GUIDELINES: L’ammissione degli investimenti


Si sottolinea la necessità di facilitare l’ingresso degli investitori stranieri ed il loro
stabilimento
all’interno del territorio statale, eliminando procedure di ammissione troppo rigide o
restrittive che
avrebbero l’effetto di ostacolare il flusso degli investimenti.
Gli stati sono inoltre invitati a rendere quanto più possibile accessibile agli investitori
stranieri la
conoscenza della normativa interna in materia.
È fatto comunque salvo il diritto degli stati di regolare l’ammissione degli investimenti
privati
stranieri liberamente ed in conformità con il proprio ordinamento interno, limitando alle
ipotesi di
sicurezza nazionale o “strict exigencies of (…) national interest” i casi in cui all’investitore
possa
essere rifiutato l’ingresso nel territorio dello stato.

III GUIDELINES: Il trattamento degli investitori


Suggerisce che gli stati estendano agli investitori stranieri il trattamento “fair and equitable”
accordato ai nazionali in materia di concessione di visti di ingresso, di permessi di
soggiorno, di
rilascio di licenze e permessi import-export, tutela della proprietà e garanzie di sicurezza.
Prevede inoltre che lo stato ospite non ostacoli il trasferimento all’estero degli utili netti
prodotti
dall’investimento, delle somme ottenute da un eventuale disinvestimento, dei salari dei
dipendenti
dell’investitore e di ogni somma necessaria al pagamento di debiti contratti con riferimento
all’investimento.

IV GUIDELINES: Le espropriazioni
La direttiva contempla tanto le espropriazioni quanto “measures which have similar
effects”, ma
non menzioni esplicitamente le misure di nazionalizzazione.
Il principio espresso si ispira a criteri già affermatisi in passato: lo stato che ospita non può

espropriare ne adottare misure analoghe se non in conformità con procedure previste
dall’ordinamento interno e comunque solo per motivi di pubblica interesse, senza operare
discriminazioni basate sulla nazionalità e dietro corresponsione di un indennizzo
appropriato.
L’indennizzo deve essere
adeguato: se corrisponde al giusto prezzo di mercato del bene oggetto di espropriazione
-effettivo: se viene corrisposto in valuta convertibile
- pronto: se viene pagato immediatamente o comunque, in caso di circostanze eccezionali,
entro un
periodo di cinque anni dal momento dell’espropriazione.

V GUIDELINES: La risoluzione delle controversie


I meccanismi indicati sono in primo luogo il negoziato diretto tra le parti; in caso di
insuccesso le
parti potranno rivolgersi ai tribunali interni dello stato ospite o ad altri mezzi concordati di
risoluzione delle controversie, tra cui la conciliazione e l’arbitrato con efficacia obbligatoria.
In caso di ricorso all’arbitrato indipendente, gli stati sono invitati a sottoporre la
controversia ad
arbitrato ICSID

LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI FONDAMENTALI E LA RESPONSABILITÀ


INTERNAZIONALE DELLE IMPRESE

Il contributo delle UN alla elaborazione di standard di condotta per le multinazionali


A partire dagli anni ’70 stati ed organizzazioni internazionali hanno cercato di introdurre forme di
disciplina della condotta delle multinazionali in virtù della necessità di evitare che queste ultime,
perseguendo la finalità di massimizzare i profitti, andassero a ledere altri interessi.
Tra gli anni ’70-’80 i PVS cominciavano a propugnare la necessità di elaborare standard per le
multinazionali al fine di regolarne la condotta ed indirizzarne le attività al rispetto degli obiettivi di
politica socioeconomica dei paesi ospiti delle loro attività.
1972, Progetto di Codice di Condotta per le imprese Transnazionali : elaborato dalla Commissione
per le Società transnazionali dell’ECOSOC. Non fu mai approvato dall’Assemblea Generale UN.
Le UN hanno tuttavia promosso il rispetto di una serie di regole di condotta per le multinazionali
seguendo due approcci:
1) è stata perseguita una politica volta ad indurre tali società a conformarsi spontaneamente agli
standard elaborati a livello nazionale ed internazionale ed a cooperare nella diffusione dei valori
dello sviluppo sostenibile (voluntary approach)
2) si è cercato di individuare standard di condotta suscettibili, a medio o lungo termine, di essere
trasposti in strumenti giuridici vincolanti (mandatory approach).
1999, Global Compact : viene istituito ad opera di Kofi Annan in qualità di Segretario Generale
delle UN introducendo una forma di collaborazione tra UN, stati membri, agenzie delle UN, ONG.
Contiene l’affermazione di 10 principi guida riferiti a quattro aree diverse (diritti dell’uomo, diritti
dei lavoratori, ambiente e lotta alla corruzione) e comporta per le imprese aderenti il solo obbligo di
redigere un rapporto annuale
003, Norms on the Responsibilities of transnational corporations and other business enterprises
with regard to human rights : approvate all’unanimità dalla Sottocommissione delle Nazioni Unite
per la promozione e la protezione dei diritti dell’uomo con l’intento di codificare standard di
condotta suscettibili di essere imposti alle imprese transnazionali.
Le Norms delle UN e la nozione di impresa multinazionale

1998, istituzione di un Gruppo di lavoro con l’obiettivo di redigere norme concernenti la


responsabilità delle multinazionali in relazione al rispetto dei diritti dell’uomo.
Marzo 2004 la Commissione diritti umani ha approvato la stesura definitiva delle Norms
ribadendo
il carattere non vincolante di queste e precisando di non considerarsi obbligata a svolgere
funzioni
di monitoraggio; viene affidato all’Alto Commissario per i diritti dell’uomo il compito di
redigere
Report in ordine alle iniziative in corso in materia di responsabilità delle multinazionali.
Le Norms prevedono un catalogo di principi suddiviso in quattro parti:
a) preambolo b) elenco di obblighi generali e specifici a carico delle multinazional
c) definizioni d) commento finale
È stata adottata una nozione ampia di impresa multinazionale: “an economic entity or a
cluster of
enonomic entities” che svolga attività in più Paesi, indipendentemente dalla forma giuridica
assunta e dal luogo in cui si trova ad operare.
La “transnational corporation” viene definita sia come un unicum economico sia come
aggregato di
diversi soggetti giuridici di diritto interno.

Gli obblighi delle multinazionali

Nel Preambolo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo viene considerata uno
standard di
riferimento per stati e componenti la società civile.
Le Norms non individuano un elenco di veri e propri obblighi giuridici che vincolino le
imprese, ma
parametrici etici di condotta suscettibili di diventare obbligatori una volta introdotti negli
ordinamenti nazionali.
L’effetto auspicato è che una impresa si conformi volontariamente ai principi contenuti
nelle
Norms.
La sezione “General Obbligations” sintetizza l’approccio generale delle Norms in materia
di
responsabilità delle multinazionali: gli stati restano titolari della responsabilità primaria
relativa alla
promozione e alla tutela dei diritti dell’uomo , ma anche le multinazionali nella loro sfera di
azione
hanno l’obbligo di promuovere e garantire il rispetto di tali diritti.
Le imprese sono inoltre tenute a rispettare il principio di due diligence in modo da evitare
che le
loro attività possano contribuire direttamente o indirettamente alla violazione dei diritti
dell’uomo;
non devono beneficiare direttamente o indirettamente di quelle violazioni di cui siano a
conoscenza
o delle quali avrebbero dovuto essere a conoscenza; non devono ostacolare le politiche
dei governi
dirette a promuovere il rispetto dei diritti dell’uomo.

Obblighi specifici delle multinazionali:

A) il diritto ad un trattamento equo e non discriminatorio : prevede l’obbligo di riservare a


ciascun
lavoratore un trattamento equo e non discriminatorio.
B) il diritto alla sicurezza personale : le multinazionali non possono trarre alcun beneficio
dalla
commissione di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, atti di genocidio, atti di tortura,
sfruttamento del lavoro forzato,ecc…
Particolare interesse desta lo standard relativo alle industrie belliche le quali devono
adottare severe
misure dirette ad impedire che le armi vengano utilizzate in violazione delle norme rilevanti
del
diritto internazionale.
C) i diritti dei lavoratori : si fa divieto di sfruttamento del lavoro minorile, il dovere di
garantire
sicure a salutari condizioni di lavoro, il dovere di rispettare il diritto di associazione e la
libertà
sindacale, ecc…
In materia di lavoro minorile non è consentito alle multinazionali l’impiego di minorenni in
lavori
che ne possano compromettere la salute o che possano impedire la frequenza scolastica.
D) il rispetto della sovranità dello stato ospite : le multinazionali sono tenute al rispetto non
solo
del diritto internazionale ma anche delle leggi e dei regolamenti dello stato ospit
noltre il rispetto della sovranità statale comporta anche lo specifico dovere di combattere,
in
collaborazione con le autorità locali, la corruzione.
E) la protezione dei consumatori e dell’ambiente : le imprese devono adottare tutti i mezzi
necessari
per garantire una adeguata qualità dei beni e dei servizi offerti, fornire chiare e
comprensibili
informazioni concernenti l’uso, il contenuto e la conservazione del prodotto.
In materia ambientale si richiede il rispetto del c.d. precautionary principle secondo il quale
le
imprese sono tenute a valutare i possibili rischi, per la salute della popolazione locale e la
tutela
dell’ambiente , delle iniziative economiche intraprese, astenendosi dal portare avanti le
attività
programmate qualora esse risultino particolarmente rischiose, anche in assenza di una
certezza
scientifica assoluta circa la loro nocività.
Gli strumenti di attuazione delle Norms
Sono previsti una serie di meccanismi diretti a garantire l’effettivo rispetto del catalogo di
obblighi:
1) le multinazionali vengono invitate a trasporre le Norms all’interno dei propri statuti, ad
applicare
gli standard e vengono sollecitate ad interrompere i rapporti commerciali con quegli enti
che
agiscono sul mercato violando sistematicamente i diritti dell’uomo.
2) esiste un meccanismo di monitoring and disclousure consistente nella sottoposizione
delle
multinazionali a periodici controlli, da parte di appositi organismi istituiti nell’ambito delle
UN o a
livello nazionale.
3) dovere delle multinazionali di corrispondere un risarcimento effettivo, pronto ed
adeguato alle
persone fisiche/giuridiche che subiscano un pregiudizio
4) gli stati vengono invitati a favorire l’attuazione delle Norms introducendo, nella
normativa
interna,le modifiche necessarie per indurre le imprese a conformarsi ai principi di good
governance.

Il concetto di “fair trade” e le proposte di inserimento della c.d. clausola


sociale nel sistema commerciale multilateral

Le competenze dell’OMC sono orientate a favorire lo sviluppo progressivo della piena


liberalizzazione del commercio internazionale; non pare esservi spazio, quindi, per il
perseguimento
di obiettivi di protezione di valori diversi.
Negli ultimi anni, la dottrina e la giurisprudenza dei panels sembrano orientate ad interpretare
estensivamente le eccezioni e le clausole di salvaguardia inserite negli accordi multilaterali,
utilizzando il Preambolo dell’Accordo istitutivo dell’OMC.
Questo riconosce infatti che i rapporti commerciali devono essere condotti con l’obiettivo di
innalzare i livelli di vita, assicurare il pieno impiego e consentire un uso ottimale delle risorse
mondiali, preservando l’ambiente in conformità con l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile.
L’Accordo Istitutivo OMC (1994) ha risentito degli influssi delle convenzioni internazionali
stipulate in materia ambientale dagli anni ’90.
Il principio dello sviluppo sostenibile risulta dall’integrazione di : sviluppo economico- sviluppo
sociale- protezione dell’ambiente.
Nel 2002 viene adottato a Johannesburg un piano d’azione che rivolge un’attenzione specifica al
ettore provato, delle multinazionali, ponendo espressamente ola questione della responsabilità
sociale delle imprese al centro della strategia per uno sviluppo sostenibile.
La istituzione di un legame tra commercio, ambiente e diritti sociali segna un’evoluzione nella
maniera di intendere le finalità del commercio internazionale a livello globale, come passaggio dal
free trade al fair trade.
All’ampliamento delle sfere di competenza dell’OMC è stata avanzata la proposta di inserire negli
accordi la c.d. clausola sociale, che consentirebbe ad uno stato di venire meno agli obblighi
previsti
in materia di liberalizzazioni degli scambi, discriminando un prodotto o rifiutandone l’ingresso,
qualora l’impresa esportatrice non rispetti adeguatamente i diritti dei lavoratori.
La proposta è stata però respinta dai PVS, dall’UE e da altre organizzazioni internazionali in
quanto
la tutela dei lavoratori non rientra nelle competenze OMC ma in quelle dell’OIL
Lo “Human Rights based approach” dell’OIL
L’OIL in quanto organizzazione internazionale deputata a precisare i diritti dei lavoratori
internazionalmente riconosciuti, può meglio di altre contribuire a definire il contenuto della
responsabilità sociale d’impresa.
L’OIL viene istituita nel 1919 ed è un istituto specializzato delle UN che ha la finalità di
promuovere la giustizia sociale e i diritti del lavoro a livello globale.
Conta 183 stati ed è composto di tre organi : la Conferenza generale, il Consiglio di
Amministrazione e l’Ufficio internazionale del lavoro; adotta convenzioni e raccomandazioni che
hanno l’obiettivi di fissare standard di applicazione generale.
Le convenzioni, soggette a ratifica da parte degli stati membri, contengono spesso clausole c.d. di
souplesse ovvero clausole derogatorie che riconoscono agli stati membri PVS una relativa
discrezionalità nell’attuazione degli standard.
Nonostante la scarsa efficacia del meccanismo di controllo predisposto sull’attuazione delle
convenzioni, si deve riconoscere all’OIL un ruolo decisivo nella precisazione dei c.d. core labour
standards ( diritti umani fondamentali) :
-) libertà di associazione ed il riconoscimento effettivo del diritto di contrattazione collettiva
-) l’eliminazione di tutte le forme di lavoro forzato e obbligatorio
-) abolizione effettiva del lavoro minorile
-) eliminazione della discriminazione in materia di lavoro e professioni.
La Dichiarazione riveste un valore meramente esortativo per gli stati membri: tuttavia non è
escluso
che possa favorire l’emergere e la definizione di una clausola sociale condivisa a livello
internazionale; potrebbe costituire un utile punto di riferimento per le multinazionali in vista
dell’elaborazione di autonomi codici di condotta.
La c.d. etichettatura sociale quale strumento di natura volontaria delle imprese
La debolezza del mandatory approach (cioè la creazione di standard di condotta suscettibili di
essere trasposti in strumenti giuridici vincolanti) ha sottolineato l’opportunità di un tipo di
approccio volontaristico delle imprese, divenute consapevoli che un comportamento etico potrebbe
essere loro utile
Uno strumento di accettazione volontaria è la c.d. clausola sociale il cui contenuto può variare in
funzione dell’accordo all’interno del quale è inserita; in base ad essa potranno essere accordate
preferenze tariffarie a condizione che vengano garantiti determinati diritti sociali o essere negate
agevolazioni o venire limitata l’importazione di prodotti provenienti da paesi poco rispettosi dei
diritti sociali.
Ulteriori strumenti elaborati, o volontariamente sottoscritti sono le certificazioni, le etichette sciali
ed i codici di condotta.
Etichettatura sociale: occorre distinguere gli standard e le regole tecniche prescritti in materia dalle
legislazioni nazionali, dai nuovi tipi di standard, non vincolanti, che gli stati/organismi
internazionali/ONG/imprese hanno individuato nella prospettiva dell’obiettivo dello sviluppo
sostenibile

iniziative su piano regionale europeo: Ecolabel e l’EMAS

Decisione 1600/2002/CE di Parlamento Europeo e Consiglio dell’UE: viene varato il Sesto


Programma Comunitario di Azione per l’Ambiente, con l’obiettivo di delineare le priorità e gli
obiettivi di politica ambientale dell’UE fino al 2012.
L’intervento copre quattro settori:
a) cambiamenti climatici
b) biodiversità
c) ambiente e salute
d) gestione sostenibile delle risorse e dei rifiuti
In tali settori l’Unione interviene promuovendo:
1) il miglioramento dell’applicazione della legislazione vigente negli stati membri
2) l’integrazione delle tematiche ambientali nelle politiche gestionali collegate
3) la collaborazione con il mercato globale
4) la presa in considerazione del fattore ambientale nelle decisioni relative all’assetto e alla
gestione
del territorio
5) la promozione, tra i cittadini, di comportamenti quotidiani ecosostenibili.
A) Il marchio Ecolabel : è un marchio europeo di qualità ecologica (reg. 880/1992) che si applica a
“tutti i beni e servizi destinati alla distribuzione, al consumo o all’uso sul mercato comunitario, a
titolo oneroso o gratuito” che mantengano il minore impatto ambientale.
Possono ottenere il marchio tanto i prodotti commercializzati nei paesi UE quanto quelli
commercializzati nei paesi SEE (Norv.,Isla.,Liech.).
Gli stati membri designano gli organismi competenti ad espletare le funzioni connesse con
l’attribuzione del marchio di qualità ecologica e ne definiscono le competenze.
L’iter per l’ottenimento della certificazione è alquanto complesso, in modo che solo i prodotti ed i
servizi che rispondano effettivamente ai migliori standard ambientali riescano ad ottenere il logo
Ecolabel.
Ove questo si concluda in modo positivo, l’organismo nazionale competente comunicherà
l’avvenuta concessione del marchio alla Commissione EU ai fini dell’inserimento in un registro
comune, aggiornato e consultabile
B) L’EMAS: è uno strumento europeo di eco-gestione ed audit indirizzato alle aziende e agli enti
che desiderino migliorare le proprie performance ambientali.
Possono aderire volontariamente tanto le imprese o gli enti situati all’interno dell’UE quanto quelli
ubicati in paesi terzi.

A conclusione di un iter complesso, articolato in più fasi, la dichiarazione ambientale va registrata


presso l’organismo nazionale competente.
Ottenuta la registrazione, l’ente interessato riceverà un numero che lo identificherà nel registro
europeo, acquisendo il diritto ad utilizzare il marchio EMAS ed a mettere a disposizione del
pubblico la dichiarazione ambientale

STRUMENTI, ISTITUTI DI SOSTEGNO


ALL’internazionalizzazione">INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE

1 Gennaio 1995, nasce l’OMC con la finalità di creare un quadro istituzionale per la
negoziazione
di accordi multilaterali relativi al commercio internazionale e strumenti efficaci di
risoluzione delle
controversie a disposizione degli stati membri.
Tra gli scopi figura lo sviluppo del commercio internazionale attraverso la progressiva
riduzione
delle tariffe doganali, l’abolizione delle barriere non tariffarie e la regolamentazione in
senso
liberista degli scambi, in modo da creare un mercato tendenzialmente aperto che possa
dar vita ad
un sistema in grado di offrire benefici a tutti i paesi membri.
La struttura del sistema produttivo italiano: le PMI
Com’è noto la struttura del sistema produttivo italiano è composta da un gran numero di
piccole e
medie imprese.
La definizione è stata “regolamentata” a livello comunitario nel 1996 (Racc. n.96/280) ; i
requisiti
che devono sussistere contemporaneamente , per definire una pmi, sono tre:
a) indipendenza b) numero di dipendenti c) fatturato o bilancio
Dalla Raccomandazione n.361/2003 i criteri sono cambiati in virtù della creazione di una
nuova
“dimensione” : la c.d. microimpresa.
La struttura produttiva italiana ha inciso, però, in modo sfavorevole sulle esportazioni; una
PMI
avrà necessariamente costi più elevati rispetto ad una grande impresa estera.
La PMI potrà ricavarsi una nicchia che la distingua per l’elevata qualità ed unicità del
prodotto ma a
livello di grandi numeri non otterrà un fatturato export di grande peso, in grado di incidere
sulla
bilancia commerciale del Paese.
Una carta vincente è stata la creazione dei c.d. distretti industriali, i quali si distinguono in :
-) verticali: sono coinvolte imprese con produzioni tra loro complementari che, come una
catena di
montaggio, contribuiscono alla manifattura di un unico prodotto finale
-) orizzontali: sono riunite aziende tra loro concorrenti che grazie alla vicinanza geografica
mettono
in comune infrastrutture e mezzi

Il processo di internazionalizzazione e l’assetto istituzionale


italiano

In materia di commercio estero un passo avanti si è avuto con il d.lgs.143/1998 che ha


costituito
all’interno del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) una
Commissione Permanente con i ministri dell’Economia, Esteri, ecc..
Una impresa si internazionalizza nel momento in cui rivolge e indirizza una parte o la
totalità della
propria produzione verso i mercati esteri, trasformandosi in azienda esportatrice.
Due sono le forme:
+ esportazione diretta: si può realizzare in diverse modalità, da quelle che comportano
minori
investimenti fino alle forme più complesse
+ esportazione indiretta: l’impresa ricorre ad intermediarie e non ha un contatto diretto col
mercato
destinatario dei prodotti.
Tre sono le fasi individuabili in materia di internazionalizzazione di un paese:
1) Esportazione di manodopera 2) esportazione di prodotti fabbricati in Italia (Made in
Italy)
3) esportazione di tecnologia e know-how attraverso la delocalizzazione produttiva (dal
Made in
Italy al Made by Italy)
L’Istituto nazionale per il commercio estero (ICE)

Le origini risalgono al 1926, anno in cui fu fondato l’INE (Istituto nazionale per le esportazioni)
con il compito di promuovere3 lo sviluppo dell’esportazione dei prodotti del suolo e dell’industria
italiana.
Nel 1945 cambia il nome in ICE; con la legge 68/1997 assume natura giuridica di ente pubblico
non economico, dotato di autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa,
contabile e finanziaria, posto sotto la vigilanza del Ministero dello sviluppo.
L’ICE opera con strumenti che possono essere ricondotti a tre diverse tipologie di servizi:
A) servizi personalizzati per le imprese: serie di strumenti che rispondono alle esigenze specifiche
di una singola azienda; le soluzioni vengono studiate ad hoc con l’ufficio ICE presente sul mercato
di interesse dell’impresa.
Tra le tipologie di interventi:
- servizio di individuazione delle controparti
- servizi di assistenza operativa e di sostegno
- servizi di promozione aziendale
B) servizi a sostegno del Made in Italy : riguardano l’attività promozionale dell’ICE secondo un
Programma finanziato annualmente dal ministero, l’attività di studio di mercato e di settore, le
analisi di rischio Paese e la pubblicazione di informazioni.
Il Ministero assegna le risorse per la realizzazione del Programma e vigila sulla corretta
realizzazione; le iniziative possono essere:
- organizzazioni di padiglioni italiani nei quali sono inserite le aziende
- organizzazione di eventi speciali
- organizzazione di incontri mirati
- promozione di accordi di collaborazione industriali
C) le attività di formazione: realizzazione del CORCE, un master in commercio estero per formare
professionalità specifiche, la formazione di operatori stranieri, la formazione aziendale specifica.
Le entrate dell’agenzia sono costituite:
a) contributi annuali del Ministero dello sviluppo
b) eventuali assegnazioni per la realizzazione di progetti finanziati dall’UE
c) corrispettivi per i servizi prestati agli operatori
d) utili delle società eventualmente costituite o partecipate
e) altri proventi patrimoniali e di gestione

Il Gruppo SACE

È un gruppo assicurativo-finanziario, dal 2004 nella forma di una SPA il cui capitale è
interamente
detenuto dal Ministero dell’Economia e Finanze, che ha il mandato di sostenere
l’internazionalizzazione delle aziende italiane attraverso la gestione dei rischi commerciali
e
politici.
A) I RISCHI ASSICURABILI: definiti dal CIPE nel 1999 e confermati nel 2007; sono:
- il rischio del credito  rischio che l’assicurato non ottenga il pagamento totale o parziale
degli
importi dovutigli per la fornitura effettuata o del finanziamento erogato a fronte
dell’esportazione
- il rischio degli investimenti all’estero  il rischio di perdita del capitale investito o del
prodotto
dell’investimento, nonché il rischio di perdita delle somme spettanti all’impresa costituita
all’estero,
per eventi generatori di sinistri di tipo politico
- rischi accessori  rischi di produzione, distruzione o danneggiamento di beni connessi
all’operazione assicurata, ecc…
B) GLI EVENTI GENERATORI DI SINISTRO: eventi al cui verificarsi è subordinato il diritto
dell’assicurato al pagamento dell’indennizzo e si distinguono in
-) eventi di natura commerciale
-) eventi di natura politica: per l’assicurazione di questo rischio la SACE è tenuta al rispetto
delle
Regole del Consensus (si indica l’Accordo sulle linee guida per i sussidi ai crediti
all’esportazione,
OCSE 1978) .
C) CONDIZIONI DI ASSICURABILITÀ : indicano l’atteggiamento assicurativo che si adotta
nei
confronti di diversi Paesi, differenziato in relazione al rischio sovrano,bancario o corporate.
Le possibili classificazioni sono assicurazione:
- senza condizioni: laddove non ci siano restrizioni all’operatività SACE
- con condizioni: quando l’operatività è soggetta a restrizioni derivanti da accordi con
istituzioni
internazionali
- caso per caso: quando la copertura assicurativa è limitata ad operazioni condizionate,
ovvero che
presentino fattori di mitigazione del rischio
- chiusura: laddove ogni operatività è esclusa a causa di situazioni di insolvenza diffusa e
perdurante e/o mancanza di condizioni di sicurezza.

La Società italiana per le imprese miste all’estero (SIMEST)

Istituita con l.100/1990 è una spa controllata al 76% dallo Stato e con una partecipazione
privata.
L’obiettivo è di sostenere le aziende italiane nell’ultimo stadio dell’internazionalizzazione,
quello
degli investimenti esteri, ovvero del Made BY Italy.
Offre finanziamenti a tassi agevolati per affiancare l’impresa nelle diverse fasi del suo
sviluppo.
Gli strumenti :
- finanziamenti agevolati per studi di prefattibilità, fattibilità ed assistenza tecnica
- finanziamenti di programmi di inserimento nei mercati esteri
- partecipazione a gare internazionali
- agevolazione dei crediti all’esportazione
- partecipazione al capitale di imprese extra UE
- partecipazione al capitale di imprese UE
- patrimonializzazione delle PMI
- il Fondo di Venture Capital.
Nel 2011 è stato reso operativo il Fondo Start Up volto a favorire la fase di avvio di progetti
di
internazionalizzazione di imprese singole o aggregate
DALL’ITO AL GATT ‘47

La regolamentazione degli scambi commerciali dopo il conflitto mondiale: la


Carta de L’Avana

La nascita dell’OMC, nel 1995, realizza l’originario progetto volto a creare un’architettura
istituzionale entro la quale incanalare le relazioni tra gli stati.
In seno alla Conferenza di Bretton Woods, i ministri partecipanti avevano adottato una
raccomandazione che esortava i governi a concludere rapidamente un accordo volto alla
riduzione
e alla eliminazione degli ostacoli al commercio internazionale.
I negoziati per la conclusione dell’Accordo Istitutivo dell’ITO furono subito avviati
nell’ambito
delle UN.
L’Accordo venne firmato nel marzo del 1948 durante la Conferenza de L’Avana; l’accordo
era
molto ampio (106 articoli), suddiviso in 9 capitoli, dei quali solo uno (IV) si occupava degli
scambi
internazionali di beni.
L’organizzazione che avrebbe dovuto vigilare sull’applicazione dell’Accordo, l’ITO appunto,
presentava la tradizionale struttura ternaria:
- Conferenza
- Consiglio esecutivo
- Segretariato.
L’esercizio del diritto di voto era regolato secondo il principio “uno stato, un voto”, gli otto
stati
economicamente più “forti” avevano un diritto di partecipazione permanente

a mancata nascita dell’ITO

La Carta de L’Avana non entrò, tuttavia, in vigore


A) a causa della decisione degli USA di non ratificare l’accordo; questa scelta perché
preferivano un
approccio bilaterale nei rapporti
B) poiché l’impianto della prefigurata organizzazione era troppo articolato e complesso.
Verso la fine del 1947, mentre erano ancora in corso i negoziati relativi alla redazione della
Carta de
L’Avana, gli USA erano riusciti ad ottenere il consenso di alcuni degli Stati partecipanti alla
Conferenza, sulla proposta di applicazione “interinale” del Capitolo IV della Carta de
L’Avana (in
attesa che l’accordo entrasse in vigore).
La conclusione del GATT
Venne così concluso il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT ’47) a Ginevra il
30 Ottobre
1947.
L’art. XXVI, par.6, prevedeva che l’Accordo sarebbe entrato in vigore nel momento in cui
fosse
stato ratificato dalle parti che rappresentassero l’85% del traffico commerciale complessivo
dei
paesi membri.
Nell’attesa, gli stati che lo avevano firmato decisero di procedere ad una applicazione
provvisoria,
sulla base di un Protocollo.
Gli accordi di applicazione provvisoria sono considerati da una parte qualificata della
dottrina come
accordi giuridici a tutti gli effetti; l’unico elemento di differenziazione e di relativa debolezza
sarebbe costituito dal fatto che le eventuali violazioni non verrebbero sanzionate secondo
le regole
tradizionali della responsabilità da fatto illecito.
Questa caratteristica del GATT si è tradotta da subito in una debolezza intrinseca
dell’accordo sul
piano statale interno, dove la giurisprudenza nazionale ha utilizzato la circostanza
dell’applicazione
provvisoria per negare efficacia diretta o self-executing alla normativa multilaterale.
Tale convinzione era ulteriormente rafforzata dalla presenza della clausola Grandfather:
consentiva
agli stati di applicare la parte prescrittivi del GATT solo “nella misura non incompatibile con
la
legislazione vigente”.

IL GATT ‘47

I principi generali
Il Gatt ’47 è stato per quasi cinquant’anni l’unico strumento di regolamentazione multilaterale degli
scambi commerciali su scala globale.
L’obiettivo del GATT era quello di favorire lo sviluppo del commercio mondiale attraverso la
progressiva liberalizzazione degli scambi; questo avrebbe dovuto essere ottenuto, innanzitutto,
diminuendo progressivamente nei rapporti tra i paesi partecipanti i dazi doganali.
• L’Accordo si occupava solo dello scambio di merci, ignorando del tutto significativi settori del
commercio internazionale (i servizi, per esempio) e lasciando fuori dalla disciplina i tessili ed i
prodotti agricoli.

• L’Accordo concentrava la sua attenzione solo sui dazi doganali come ostacoli alla
liberalizzazione degli scambi, trascurando sia gli ostacoli non tariffari, sia altri fattori ed aspetti più
generali (che venivano invece disciplinati nella Carta de L’Avana).
Il principio generale del Gatt ’47 era che i dazi esistenti fossero aboliti progressivamente, sulla
base
di successive riduzioni.
Principi regolatori fondamentali:
-) principio di reciprocità
-) principio di non discriminazione, in una duplice accezione:
a) esterna: consistente nella clausola della nazione più favorita generalizzata, in base alla quale i
benefici ed i privilegi che ciascuno stato parte accordava alle merci provenienti da un altro stato
parte si estendevano, automaticamente, a tutte le altre parti del GATT (art.I Accordo) .
Con l’introduzione della clausola scompare la possibilità per gli stati di concludere accordi
preferenziali poiché le agevolazioni riconosciute da uno stato parte alle merci di un paese terzo
sarebbero state automaticamente estese a qualunque altro stato parte dell’accordo.
b) interna: obbligo del trattamento nazionale, in base al quale le merci provenienti dall’estero
dovevano ricevere all’interno di ciascuno stato parte lo stesso trattamento accordato dallo stato al
prodotto nazionale equivalente (art. III Accordo

Le eccezioni generali

Eccezioni di carattere generale erano costituite da eventuali difficoltà nella bilancia dei pagamenti
dello stato parte.
L’art. XXIV del GATT ’47 esprimeva una sorta di “clausola di compatibilità” con la normativa
multilaterale, degli impegni e degli specifici obblighi che le parti avrebbero potuto assumere con la
partecipazione a forme di cooperazione regionale quali
- zone di libero scambio: comporta la creazione di un’area nella quale sono aboliti i dazi interni fra
paesi che ne fanno parte ma che continuano a mantenere tariffe esterne differenziate
- unioni doganali: viene operata sia una abolizione degli ostacoli tariffari alla libera circolazione
delle merci all’interno dell’unione, sia istituita un’unica tariffa doganale esterna comune degli stati
membri dell’unione.
Il GATT lo consentiva in deroga al generale principio del trattamento della n.p.f., purchè tali
accordi contribuissero effettivamente a favorire la liberalizzazione degli scambi tra i paesi parti
dell’accordo regionale senza comportare l’innalzamento di barriere protezionistiche nei confronti di
paesi terzi.
Art. XXIV GATT : è oramai una disposizione obsoleta, superata dalla diversificata realtà del
fenomeno del regionalismo economico.
Le forme economiche che assumono gli accordi di integrazione economica sono molteplici:
• zone li libero scambio • unioni doganali • mercato unificato • mercato interno
• unione economica (e politica)
Attualmente, le norme che nell’ambito del sistema OMC regolano il fenomeno del regionalismo
economico sono almeno tre:
- art. XXIV GATT ‘94
- art. V del GATS
- enabling clause relativa agli accordi preferenziali tra i PVS
Art. XX GATT : disciplina altre eccezioni generali, relative alle misure che uno stato parte avrebbe
potuto adottare per difendere valori quali la morale pubblica, o la salute umana, o la vita vegetale o
animale o anche il suo patrimonio culturale, purchè tali misure non comportassero discriminazioni
ingiustificate o restrizioni al commercio internazionale.
Art. XXI GATT: ulteriori eccezioni in favore di misure necessarie a tutelare la sicurezza nazionale
ovvero adottate in attuazione degli obblighi stabiliti dalla Carta delle UN nel settore del
mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.

l commercio dei prodotti tessili ed agricoli


Tessili: il GATT ’47 non disciplinava il commercio dei tessili; la regolamentazione è rimasta di
fatto, fino al 2005, legata a specifici accordi plurilaterali in materia (1964 e 1973).
Erano accordi voluti dai paesi industrializzati che desideravano proteggere i propri mercati
dall’invadenza di prodotti a bassissimo costo provenienti dai paesi più ad Est.
Alla scadenza del secondo accordo, nel 1991, erano già in corso i negoziati dell’Uruguay Round
che avrebbero condotto alla nascita del nuovo sistema del commercio internazionale costruito
intorno all’OMC.
Per questo le parti decisero di prolungare di fatto l’efficacia dell’accordo in scadenza.
Agricoli: era sostanzialmente rimasto fuori dalla disciplina del GATT’47. L’agricoltura è stata
tradizionalmente percepita dai governi come un settore particolarmente sensibile.
All’epoca si riteneva che una generale liberalizzazione del settore agricolo avrebbe potuto incidere
negativamente sull’equilibrio sociale degli stati e sulla distribuzione dell’occupazione interna.
L’accordo raggiunto a termine dell’Uruguay Round ha contribuito a ricondurre i prodotti agricoli
nell’ambito della generale regolamentazione del commercio delle merci, anche se la disciplina del
settore, derivante da una pluralità di fonti, rimane un regime giuridico speciale

dato con legge ordinaria; si tratta, in genere, dello stesso provvedimento che contiene
l’autorizzazione alla ratifica dell’accordo.
Una volta trasferito con l’ordine di esecuzione il trattato si impone e prevale sull’eventuale
normativa interna difforme.
L’accordo istitutivo del GATT non è mai entrato formalmente in vigore ed è stato continuativamente
applicato solo in via provvisoria; gli stati parti avrebbero potuto sempre invocare, in virtù della
clausola Grandfather, eventuali disposizioni del diritto interno per giustificare il mancato rispetto
delle regole GATT.
La Corte di Giustizia delle allora CE ha tradizionalmente negato efficacia diretta, all’interno della
Comunità delle regole del GATT dando prevalenza, in caso di contrasto, alla norma comunitaria
anche di diritto derivato.
Ulteriore elemento valorizzato dalla Corte è stato quello della “flessibilità” degli obblighi GATT, la
cui violazione non risultava accompagnata nell’Accordo da una sanzione effettiva.
I punti di debolezza sono stati superati con la conclusione, nel 1994, dell’Accordo Istitutivo
dell’OMC, che formalmente impone agli stati membri di assicurare la conformità della loro
legislazione interna con gli obblighi derivanti dalla partecipazione all’Organizzazione e agli
accordi multilaterali collegati.
È inoltre venuta formalmente meno la Grandfather clause e può ritenersi definitivamente superata
la
presunta natura not-self-executing della normativa commerciale multilaterale.
Tuttavia, nonostante il tenore letterale dell’art. XVI par. 4 Statuto OMC e le innovazioni ricordate,
alcuni tra i più importanti partners commerciali hanno formalmente dichiarato, all’atto della ratifica,
di non considerare direttamente invocabili negli ordinamenti interni le disposizioni di tali trattati.
La Corte di Giustizia mostra tuttora alcune resistenze al riconoscimento dell’efficacia interna diretta
del diritto OMC

La soluzione delle controversie

Ulteriore elemento di debolezza del GATT ’47 era costituito dalla natura dei meccanismi
disciplinati in ordine alla soluzione di eventuali controversie.
Un accordo è tanto più forte o resistente nei confronti di eventuali violazioni quanto più esso
disciplina al suo interno efficaci procedure di controllo sul rispetto degli obblighi.
L’applicazione di tali meccanismi può essere ancorata al momento della interpretazione,
considerando che l’accordo risulta tanto più efficace quanto più le regole poste vengono applicate
dalle parti uniformemente.
Il controllo può innescarsi nel momento in cui si verifica una presunta violazione del trattato ad
opera di uno stato parte, prevedendo meccanismi obbligatori di soluzione delle controversie che
insorgano tra le parti a motivo della violazione.
Tali meccanismi hanno natura diversa ed i più incisivi sono certamente quelli che fanno perno
sull’esistenza di un organo giurisdizionale che si pronunci sull’interpretazione e la corretta
applicazione della regola alla fattispecie.
Il GATT ’47 disciplinava una specifica procedura di soluzione delle controversie, attivabile dalle
parti sia quando uno stato ritenesse che un altro stato parte avesse violato una regola
dell’Accordo,
sia quando lo stato ricorrente lamentasse di aver ricevuto pregiudizio dalla condotta dell’altro stato.

La base per l’attivazione non era necessariamente l’esistenza di una violazione di un obbligo
dell’Accordo, quanto piuttosto l’esistenza di un pregiudizio che uno stato parte subisse in
conseguenza della condotta, ancorché lecita, di un’altra parte, che fosse tale da alterare la
reciprocità dei vantaggi derivanti dalla partecipazione all’Accordo.
Veniva allora costituito un panel con il compito di esaminare le questioni di fatto e di diritto relative
alla controversia e di indicare i termini per una soluzione; il panel presentava il suo rapporto sia
agli
stati parti della controversia sia alla Conferenza degli stati parti.
Il rapporto non era obbligatorio per le parti in controversia finchè non fosse stato approvato
all’unanimità dalle parti (compreso lo stato soccombente!).

La membership
a) L’allargamento ai paesi socialisti
Nel 1947 facevano parte del GATT i principali paesi occidentali ed i paesi membri del
Commonwealth britannico.
La situazione muta in conseguenza di due fattori: il processo di decolonizzazione che ha dato vita
a
numerosi stati indipendenti e l’ingresso dei paesi socialisti (rimasti a lungo fuori dal GATT).
Il loro ingresso si registra a partire dagli anni ’60 con Romania, Jugoslavia,Polonia ed Ungheria; la
loro partecipazione poneva problemi di coerenza interna della complessiva disciplina del
commercio internazionale a causa della sostanziale incompatibilità di sistemi economici pianificati
con i principi e le regole del libero commercio globale.
Si adottarono soluzioni specifiche nei Protocolli di adesione consentendo a questi paesi
un’applicazione assai flessibile delle regole generali.
b) L’ingresso dei PVS
Altro problema che si pose a partire dagli anni ’60 fu il fenomeno della decolonizzazione.
Prima che si avviasse questo processo di “accesso di massa” all’indipendenza, era stata prevista e
disciplinata nel GATT una condizione di membership particolare per quei territori che avessero col
tempo raggiunto l’indipendenza.
Art. XXVI Accordo Generale: consente ai paesi di nuova indipendenza una forma di partecipazione
semplificata, che aggira la procedura di adesione, sulla base di una dichiarazione dello stato
responsabile.
Lo stato di nuova indipendenza era lasciato libero di definire la sua adesione successivamente,
potendo prendere parte come osservatore ai lavori del GATT e venendo richiesto di applicare solo
alcune disposizioni dell’Accordo.
1964: revisione formale del GATT, si aggiungono ai 35 articoli originari altri 3 articoli riguardanti
l’integrazione dei PVS; si tratta di disposizioni redatte in modo alquanto generico, che esprimono a
carico delle parti obblighi di carattere programmatico riconducibili al principio di non
reciprocità i paesi sviluppati si impegnavano a non pretendere la reciprocità relativamente agli
impegni di riduzione tariffaria assunti nei confronti dei prodotti provenienti dai PVS; la
realizzazione della non reciprocità era però lasciata agli sforzi “conscious and purposeful” delle
parti contraenti.
Nel 1964 viene convocata per la prima volta l’UNCTAD (Conferenza delle UN sul commercio e lo
sviluppo) con l’obiettivo di individuare principi e regole per la conduzione dei rapporti
commerciali tra gli stati che fossero alternativi rispetto ai principi liberisti del GATT’4

L’UNCTAD era stata originariamente concepita in funzione alternativa rispetto al GATT ’47, nei
cui principi i PVS non si riconoscevano.
Essa venne trasformata in organo sussidiario dell’Assemblea Generale (ris. 1995/1964).
Ad essa si deve l’elaborazione delle Dichiarazioni di principi adottate dall’Ass.Gen. intorno agli
anni ’60-’70 sul NOE.
Due conferenze (1992-1996) hanno fatto si che l’UNCTAD abbandonasse l’attività quasi normativa
sviluppata dedicandosi piuttosto ad attività di studio e assistenza tecnica agendo di concerto con il
GATT, poi OMC.
All’UNCTAD si deve la formulazione di un sistema di preferenze generalizzate in favore dei PVS,
consistente nella concessione da parte dei paesi industrializzati, senza reciprocità e senza
discriminazione, di esenzioni o riduzioni tariffarie per singoli prodotti.
Approvato nel 1968 e specificato nel 1970 il sistema di preferenze generalizzato è stato poi
adottato
dai paesi parti del GATT nel 1971 i quali hanno formalmente introdotto una deroga all’art.1
Accordo Generale concernente il trattamento della n.p.f.
1979, Tokyo Round: deroga permanente all’art.1 Accordo per trattamenti preferenziali riservati ai
PVS.
Il nuovo sistema nato nel 1994 abbandonerà il principio della non reciprocità nei confronti della
categoria dei PVS, puntando ad una integrazione piena di questi paesi nel sistema multilaterale
degli scambi

Gli sviluppi normativi ed istituzionali


Negli anni il GATT ’47 si è evoluto in due direzioni:
1) Sviluppo delle regole materiali: attraverso la prassi di negoziati commerciali periodici, chiamati
Rounds, a conclusione dei quali venivano stipulati veri e proprio accordi internazionali, autonomi
rispetto all’Accordo Generale, destinati a vincolare solo gli stati che li accettassero.
Malgrado l’Accordo Generale prevedesse la possibilità di modifiche e/o ampliamento delle regole
materiali originariamente definite, alcune difficoltà tecniche hanno indotto le parti a perseguire
l’obiettivo di una ulteriore liberalizzazione attraverso la negoziazione e la conclusione di accordi
separati, i c.d. Codici.
Questi Codici, adottati a conclusione dei Rounds, avevano la peculiarità di essere vincolanti solo
per quelli che li avessero sottoscritti.
Però, per effetto della clausola della nazione più favorita (art. 1 GATT) anche i paesi che non
avessero sottoscritto tali Codici potevano pretendere l’estensione nei loro confronti dei benefici
derivanti dalla disciplina.
Questo ha prodotto all’ interno del GATT il fenomeno del c.d. free-riding che consentiva ai paesi
membri che non li avessero accettati di usufruire lo stesso dei vantaggi previsti nei codici, senza
però gli obblighi relativi.
2) Istituzionalizzazione della cooperazione tra le parti: l’evoluzione è avvenuta sulla base della
prassi.
La natura provvisoria dell’Accordo Generale giustificava l’assenza di un apparato istituzionale vero
e proprio.
Unico organo previsto nel GATT erano le Parti Contraenti chiamate periodicamente a riunirsi per
assicurare il funzionamento dell’Accordo ed il raggiungimento dei suoi obiettivi.
1960: istituito un organo esecutivo permanente, il Consiglio dei Rappresentanti

1965: viene nominato un Direttore Generale

L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO

La conclusione dell’Uruguay Round e la nascita


dell’OMC(ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO)

La conclusione dell’Uruguay Round e la nascita dell’OMC


All’apertura dell’Uruguay Round nel 1986 il GTT aveva retto allargandosi alla partecipazione di 99
stati.
La continuità del quadro normativo generale di riferimento risultava interrotta da una molteplicità
di deroghe ed eccezioni ed ulteriormente indebolita da una pluralità di accordi preferenziali,
bilaterali e multilaterali.
Si arriva, almeno in principio, ad una regolamentazione più omogenea e più effettiva dell’intero
comparto del commercio internazionale.
Le parti decidono di allargare la regolamentazione multilaterale a settori rimasti in origine fuori.
CRONOLOGIA URUGUAY ROUND:
- Dicembre 1993: approvazione dell’Atto Finale
- Aprile 1994: convocazione di una conferenza intergovernativa a Marrakech per sottoporre ai
governi i risultati degli accordi
L’Atto finale comprendeva :
• Accordo Istitutivo OMC + Accordi materiali collegati
• Dichiarazioni e decisioni ministeriali che integrano disposizioni dell’Accordo.
Il negoziato inizialmente si era concentrato sullo sviluppo della parte materiale della disciplina del
commercio, formulando nuove regole; solo in seguito è emersa l’opportunità di incasellare la
normativa materiale in un quadro istituzionale a carattere permanente .
È stata così creata l’OMC, sotto il cui cappello sono stati ricondotti gli accordi in precedenza
negoziati, contenenti la disciplina materiale dei vari settori nonché l’accordo che regola l’Intesa
sulla soluzione della controversie tra stati membri.
L’Accordo Istitutivo consta di pochi articoli, si limita a disegnare l’architettura istituzionale
dell’Organizzazione e le sue funzioni.
La normativa materiale è consegnata negli accordi c.d. multilaterali allegati all’Accordo Istitutivo
OMC nonché in altri accordi c.d. plurilaterali conclusi contestualmente.
Il quadro regolamentare che emerge è abbastanza complesso; a conclusione dell’Uruguay Round
sono stati conclusi l’Accordo Istitutivo OMC ,cinque accordi multilaterali ed una serie di accordi
plurilaterali
1965: viene nominato un Direttore Generale .
21. L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO
La conclusione dell’Uruguay Round e la nascita dell’OMC
All’apertura dell’Uruguay Round nel 1986 il GTT aveva retto allargandosi alla partecipazione di 99
stati.
La continuità del quadro normativo generale di riferimento risultava interrotta da una molteplicità
di deroghe ed eccezioni ed ulteriormente indebolita da una pluralità di accordi preferenziali,
bilaterali e multilaterali.
Si arriva, almeno in principio, ad una regolamentazione più omogenea e più effettiva dell’intero
comparto del commercio internazionale.
Le parti decidono di allargare la regolamentazione multilaterale a settori rimasti in origine fuori.
CRONOLOGIA URUGUAY ROUND:
- Dicembre 1993: approvazione dell’Atto Finale
- Aprile 1994: convocazione di una conferenza intergovernativa a Marrakech per sottoporre ai
governi i risultati degli accordi
L’Atto finale comprendeva :
• Accordo Istitutivo OMC + Accordi materiali collegati
• Dichiarazioni e decisioni ministeriali che integrano disposizioni dell’Accordo.
Il negoziato inizialmente si era concentrato sullo sviluppo della parte materiale della disciplina del
commercio, formulando nuove regole; solo in seguito è emersa l’opportunità di incasellare la
normativa materiale in un quadro istituzionale a carattere permanente .
È stata così creata l’OMC, sotto il cui cappello sono stati ricondotti gli accordi in precedenza
negoziati, contenenti la disciplina materiale dei vari settori nonché l’accordo che regola l’Intesa
sulla soluzione della controversie tra stati membri.
L’Accordo Istitutivo consta di pochi articoli, si limita a disegnare l’architettura istituzionale
dell’Organizzazione e le sue funzioni.
La normativa materiale è consegnata negli accordi c.d. multilaterali allegati all’Accordo Istitutivo
OMC nonché in altri accordi c.d. plurilaterali conclusi contestualmente.
Il quadro regolamentare che emerge è abbastanza complesso; a conclusione dell’Uruguay Round
sono stati conclusi l’Accordo Istitutivo OMC ,cinque accordi multilaterali ed una serie di accordi
plurilaterali.
I 5 accordi multilaterali (3 materiali e 2 procedurali) sono quelli che vincolano automaticamente
tutti gli stati che desiderino aderire all’OMC, e sono:
- Accordo sul Commercio delle merci (GATT ’94)
- Accordo sul Commercio dei servizi ( GATS)
- Accordo sugli aspetti commerciali della proprietà intellettuale (TRIPs)
- Intesa sulla soluzione delle controversie
- Accordo per l’esame periodico delle politiche commerciali degli stati membri : questo nell’ottica
di favorire la compatibilità delle politiche e della legislazione interne dello stato membro con la
normativa multilaterale e di assicurare il migliore e più effettivo funzionamento del complessivo
sistema OMC.

Tali accordi sono contraddistinti dal single undertaking  cioè costituiscono un pacchetto
negoziale unico
Gli Accordi Plurilaterali sono degli accordi sui quali non è stato raggiunto il consenso di tutti gli
stati; presentano la caratteristica di poter essere accettati o meno dagli stati senza che questa
circostanza, o l’eventuale recesso dello stato da uno di tali accordi, abbia conseguenze sulla
partecipazione all’OMC.
Tali accordi sono regolati, in caso di controversie, dall’Intesa (DSB).
Clausola di Opting-Out : gli stati membri possono dichiarare di non ritenersi vincolati al rispetto
degli impegni derivanti dai singoli accordi multilaterali nei confronti di un altro stato; si applica
all’intero pacchetto degli accordi multilaterali, con l’eccezione dell’Intesa e del Meccanismo di
controllo

La questione dei non-trade values/liberazzione

Nel corso dell’Uruguay Round erano emersi alcuni problemi relativi ad aspetti e fattori non
commerciali, ma correlati con gli scambi internazionali nella misura in cui possano
falsare/interferire la liberalizzazione degli scambi.
Uno di questi era quello di cui la ITO, nel 1947, dichiarava di volersi occupare , cioè lo
sviluppo del
pieno impiego ed il rispetto di condizioni eque di lavoro.
Se è vero che il lavoro non è una merce, è indubbio d’altro canto che il costo della
manodopera è
uno dei fattori della produzione che incide significativamente sul prezzo finale del prodotto.
Alcuni paesi (USA,FR,UE) avevano avanzato proposte perché l’ITO affrontasse il nodo
delle
garanzie fondamentali del lavoro nell’ambito di un sistema di scambi liberalizzati su scala
globale.
Tuttavia questa posizione non fu sostenuta dai PVS i quali avevano ed hanno interesse ad
attirare la
produzione delle multinazionali nei loro territori.
Nonostante questa disparità va detto che lo sviluppo normativo che si è avuto nel settore
“tutela dei
diritti umani”, accompagnato da una corrispondente presa di posizione dei governi, è valso
ad
individuare taluni diritti fondamentali dei lavoratori, i cosiddetti core labour standards.

Liberalizzazione degli scambi e tutela ambientale

Un’altra questione nell’ambito dei c.d. non trade values (cioè valori non commerciabili,ma
suscettibili di essere coinvolti nei rapporti commerciali) era quella delle ricadute delle
normative
interne ed internazionali di tutela ambientale.
Gli stati possono decidere autonomamente, nell’esercizio della propria sovranità, qual è il
livello di
tutela della salute pubblica o di altri valori sociali e di sviluppo che intendono assicurare
nell’immissione in commercio dei prodotti.
A sua volta, la normativa statale in materia di tutela può riguardare le caratteristiche del
prodotto in
sé o il processo di produzione chiedendo che alcuni elementi del processo di
fabbricazione o
l’impiego di certi addittivi/ormoni vengano, per es., indicati sull’etichetta.
Eventuali misure interne o in esecuzione di trattati internazionali che abbiano effetti
extraterritoriali
costituendo ostacoli o difficoltà all’ingresso di prodotti esteri, ove non riconducibili alle
eccezioni
generali ex art. XX, possono tradursi in violazioni dei principi fondamentali del commercio

971, è costituito un gruppo di studio relativo al rapporto tra commercio-misure ambientali;


questo
aveva effettivamente cominciato a lavorare solo agli inizi degli anni ’90, quando venne
convocata la
Conferenza UN a Rio de Janeiro.
Nel corso della Conferenza di Marrakech, sulla base del rapporto presentato dal gruppo di
lavoro, si
decise di inserire in uno dei Considerando del Preambolo all’Accordo OMC l’obiettivo dello
sviluppo sostenibile.
Sempre al termine dell’Uruguay Round, una decisione ministeriali provvide ad istituire il
Comitato
per il commercio e l’ambiente, organo sussidiario del Consiglio generale OMC.
2001, Doha Round: il negoziato sulla relazione tra commercio ed ambiente è stato
formalmente
inserito nell’Agenda di Doha e nuovo impulso è stato data all’attività del Comitato.

La struttura istituzionale dell’OMC

Presenta la tradizionale architettura tripartita, le funzioni dell’Organizzazione sono precisate


nell’art. III: facilitare l’applicazione,l’operatività ed il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo
Istitutivo e degli Accordi multilaterali ad esso collegati, compresa l’Intesa (DSU) ed il Meccanismo
di controllo periodico.
- Conferenza Ministeriale: organo assembleare dell’OMC, costituita da tutti gli stati membri
rappresentati a livello diplomatico.
È chiamata ad assolvere tutte le funzioni dell’Organizzazione, in particolare quelle relative
all’interpretazione autentica delle regole commerciabili, concessione di deroghe, adesione nuovi
membri.
- Consiglio Generale: organo esecutivo a carattere permanente chiamato a riunirsi quando
necessario.
È composto da tutti i paesi membri, rappresentati a livello tecnico-giuridico, esercita funzioni
proprie e, quando necessario, le funzioni della Conferenza nel periodo tra due successive sessioni
dell’organo assembleare.
È chiamato anche ad amministrare l’Intesa nelle vesti di DSB (Dispute settlement body).
Tra le attribuzioni del Consiglio Generale rientra la nomina del Direttore Generale il quale
• rappresenta l’OMC
• è depositario dei trattati
• conclude accordi a nome dell’organizzazione
- Segretariato OMC: opera come raccordo delle attività degli organi.
Negli anni ha sviluppato un fondamentale ruolo di assistenza tecnica e di facilitazione, in relazione
all’applicazione degli Accordi, in favore dei paesi membri maggiormente in difficoltà.
A Conferenza Ministeriale e Consiglio Generale spetta anche la funzione di interpretare le
disposizioni del Trattato e degli Accordi multilaterali collegati; le decisioni interpretative sono
assunte sulla base del consenso.

La membership

Possono entrare a fare parte dell’OMC anche territori doganali separati che godano di piena
autonomia nelle relazioni esterne ed in particolare nelle materie governate dagli accordi.
Membri Originari dell’OMC sono quegli stati che, parti del GATT’47 nel momento dell’entrata in
vigore dell’Accordo Istitutivo OMC (1/1/1996), avevano espressamente accettato tale accordo.

Si entra a far parte del sistema sulla base di un accordo di adesione negoziato con l’OMC,
approvato dalla Conferenza con i 2/3 ed accettato, con la procedura interna, dallo stato aderente.
Il recesso: è su base volontaria ed è disciplinato dall’art. 15 richiede allo stato membro di
comunicare per iscritto al Direttore Generale l’intenzione di recedere.
6 mesi dopo il recesso si perfeziona con riguardo a tutti i trattati ricompresi nel single undertaking.
È prevista anche una forma di recesso obbligatorio, che può essere imposto dalla Conferenza
Ministeriale allo stato che non abbia accettato eventuali emendamenti adottati a maggioranza.
Partecipazione “attenuata “ all’OMC: lo stato interessato può godere dello status di osservatore per
5 anni, rinnovabile a certe condizioni dal Consiglio

La partecipazione delle (allora) CE; gli effetti delle norme OMNC


nell’ordinamento UE e la tutela degli operatori privati.

Art. XI Accordo Istitutivo: annovera tra i membri originari “the European Communities”
(malgrado
non sia mai stata formalmente parte del GATT’47).
Nel 1957 gli stati firmatari del Trattato di Roma erano già tutti parti del GATT’47; tale
situazione
risultava disciplinata dall’art. 234 Trattato di Roma (ora 351 TFUE), relativo al rapporto tra
gli
obblighi che tali stati avevano assunto nei confronti di stati terzi (in materie rientranti nella
competenza delle Comunità), sulla base di accordi precedenti il 1/1/1958.
Sul piano GATT’47, la condizione di particolare favore che i paesi si riconoscevano
nell’ambito
CEE era legittimata dall’art. XXIV concernete le unioni doganali e le aree di libero
scambio.
1968: con l’ introduzione della tariffa esterna comune ed il perfezionamento del mercato
unico, la
competenza della Comunità nei settori commerciale tariffario diviene esclusiva.
Si era così realizzata, de facto, una piena ed effettiva sostituzione della Comunità agli stati
membri;
tuttavia tale adesione non si era mai formalizzata in una adesione.
Parere n.1/94 Corte di Giustizia : la Commissione sosteneva che, avuto riguardo allo
sviluppo delle
competenze materiali della Comunità e all’ambito di applicazione della normativa
multilaterale sul
commercio, solo la Comunità sarebbe dovuta entrare a far parte dell’Organizzazione.
Nell’opinione del Consiglio sussistevano giustificati dubbi sulla esclusiva competenza
comunitaria
relativamente alle materie disciplinate dal GATS e TRIPs ; secondo il Consiglio, sel settore
dei
servizi, accanto ad una competenza della Comunità in ordine ai servizi prestati in modo
transfrontaliero, sussisteva una indubbia competenza degli stati relativamente ai servizi
forniti.
La Corte di Giustizia appoggia la tesi del Consiglio; pertanto sia Stati che Comunità
avrebbero
dovuto sottoscrivere gli Accordi di Marrakech, assumendone i relativi obblighi, ciascuno
nell’ambito delle rispettive sfere di competenza.
Ma il trattato Istitutivo OMC ed Accordi Multilaterali collegati costituiscono un pacchetto
negoziale unico.
In conseguenza di ciò la Comunità è diventata parte nel 1995, come membro originario,
dell’Accordo Istitutivo OMC e degli altri 5 Accordi, al pari degli stati membri.

La partecipazione della Cina

Le trattative per l’ingresso della Repubblica popolare cinese sono state lunghe e
complesse: avviate
nel 1987 si sono concluse nel 2001.
I fattori del ritardo sono di due tipi:
A) Fattori economici: le difficoltà erano date dalla peculiare struttura del paese,
contrassegnata da
un controllo prevalentemente pubblico delle attività produttive e dalla scarsa trasparenza
delle
misure di ordine legislativo e regolamentare disciplinanti a livello interno gli scambi.
Anche dopo due significative riforme (1978-1997) l’apertura della Cina agli scambi
internazionali
si è sviluppata maggiormente nel senso di favorire le esportazioni.
B) Fattori politici: tutto ruota intorno alla famosa questione cinese, cioè le conseguenze
della
vittoria della rivoluzione Maoista nel 1949-1950. (vedi pagina 303-304
Principi generali comuni del commercio int(GATT;GATs)

principi generali alla base del commercio internazionale sono gli stessi che erano alla base del
GATT’47.
Questi principi vincolano allo stesso modo, sulla base del single undertaking approach, tutti gli stati
membri, paesi industrializzati e PVS.
A questi ultimi viene riservata l’assistenza tecnica del segretariato ed alcune deroghe temporanee
nonché alcune concessioni nell’applicazione di talune regole generali.
L’Accordo Istitutivo dell’Organizzazione riconosce formalmente i PMA (Paesi Meno Avanzati); essi
sono individuati secondo crateriche fanno perno
a) PIL pro-capite al di sotto dei 750 dollari annui
b) debolezza del paese in termini di risorse umane in relazione a parametri come
salute/educazione/alfabetizzazione
c) vulnerabilità economica del paese.
Ai PMA può esser richiesto di assumere impegni e di fare concessioni solo in misura compatibile
con il livello del loro sviluppo economico, con le loro capacità istituzionali e le loro specifiche
necessità finanziarie.
I principi comuni sono quello di non discriminazione e reciprocità.

• GATT’94

Incorpora le disposizioni materiali del GATT’47 ( ad esclusione del protocollo contenente la


clausola Grandfather) ed il Protocollo di Marrakech .
La disciplina è fornita altresì da ulteriori 13 accordi che integrano la normativa generale in settori
specifici o provvedono ad interpretare alcune disposizioni del GATT.

GATS

È un accordo del tutto nuovo che governa la liberalizzazione degli scambi dei servizi su scala
mondiale; è costituito da una serie di principi di applicazione generale che si impongono
automaticamente a tutti i paesi membri e a tutti i servizi, e da obblighi specifici settoriali il cui
ambito è limitato al settore per il quale il paese ha inteso sottoscrivere tali impegni.
Sono inoltre parte integrante dell’Accordo alcuni allegati che definiscono regole specifiche relative
a singoli settori.
Tra i principi di carattere generale figurano il trattamento della nazione più favorita ed il principio

della trasparenza.
• TRIPs
L’accordo sugli aspetti commerciali relativi alla proprietà intellettuale è stato concluso a Marrakech.
Questo rappresenta un importante pilastro del sistema OMC, nonché, insieme al GATS, uno dei
risultati più importanti conseguiti dall’Uruguay Round.
Tutti gli aspetti della proprietà intellettuale sono stati inseriti in uno strumento pattizio multilaterale,
che ha come obiettivo quello di evitare che una tutela inadeguata dei diritti di proprietà intellettuale
integri un ostacolo al commercio internazionale

Rappresenta l’unico esempio di accordo che propone un modello di integrazione positiva: non
impone solo obblighi di non facere, ma definisce il contenuto positivo della disciplina che gli stati
sono tenuti ad adottare nei rispettivi ordinamenti.
Sono fissati standard minimi di protezione dei diritti di proprietà intellettuale.
Prima parte: definisce l’applicazione, nella specifica materia, dei principi generali del commercio
internazionale
Seconda parte: fornisce una disciplina specifica in relazione ai diritti di proprietà intellettuale
tutelati (diritti d’autore,brevetti,marchi,disegni industriali,ecc…)

La procedura di soluzione delle controversie del commercio int

Il “pacchetto” di accordi multilaterali comprende, nell’Allegato 3, l’Intesa sulla soluzione delle


controversie; tale ambito è amministrato dal DSB, un organo di stati a composizione plenaria.
Il meccanismo non ha carattere arbitrale, poiché non prevede un vero e proprio tribunale e non
sfocia in una sentenza.
La procedura integra, accanto al meccanismo dei panels, alcuni tratti dei noti e più tradizionali
strumenti di risoluzione delle controversie: il negoziato, la conciliazione, la mediazione,lo stesso
arbitrato.
Il meccanismo può essere attivato quando vi sia stata una violazione di un obbligo imposto da un
accordo OMC e quando uno strato affermi di aver subito un pregiudizio in conseguenza della
condotta non necessariamente illecita di un altro stato membro.
Lo stato che si ritenga vittima di un altro stato membro sollecita quest’ ultimo ad avviare delle
consultazioni ai fini di una soluzione amichevole della controversia; se l’altro non risponde entro 30
giorni o le consultazioni non conducono a risultati positivi, lo stato che ha subito il pregiudizio può
chiedere al DSB la costituzione di un panel di esperti.
Questo, organo individuale ad hoc costituito di volta in volta è formato da tre/cinque membri.
Il Panel raccoglie le osservazioni delle parti sulle questioni di fatto e di diritto e dopo 6 mesi redige
un rapporto che viene sottoposto innanzitutto all’esame delle parti della controversia (le quali
possono fornire osservazioni).
Successivamente viene presentato il rapporto al DSB entro 30 giorni dalla conclusione del panel.
Il DSB ha a disposizione 60 giorni per esaminare il rapporto e decidere; nel sistema OMC è
prevista
la possibilità per le parti di ricorrere in appello.
Anche l’Organo di Appello è un organo di individui a carattere permanente, composto di 7 esperti.
È vincolato al rispetto di tempi ben precisi per la produzione del rapporto, che seguirà per
l’approvazione, la medesima procedura prevista in relazione all’adozione dei rapporti dei panels “di
primo grado”. Il DSB sarà chiamato a pronunciarsi sull’approvazione del rapporto prodotto
dall’Organo di Appello.
Nel sistema OMC si parla di consensus invertito poiché l’unanimità del DSB è richiesta per
respingere il rapporto; quindi i rapporti risultano sempre approvati.
In base a tale meccanismo il rapporto del panel è in grado di imporsi alle parti ecco perché alcuni
parlano di procedura quasi-arbitrale.
L’Intesa interviene anche nella fase successiva dell’irrogazione delle sanzioni a fronte di eventuali
inadempimenti.
La parte soccombente è tenuta a dare immediata attuazione alle raccomandazioni e alle decisioni
del
DSB; qualora non sia in grado, potrà chiedere di farlo entro un periodo di tempo “ragionevole” che
non deve superare i 15 mesi.
Se omette di conformarsi al rapporto dovrà accedere alla richiesta dell’altra parte di concordare
misure compensative di carattere temporaneo che non escludono l’obbligo di provvedere alla
rimozione della misura illecita e agli altri adempimenti richiesti dal rapporto.
In caso di mancato o inadeguato adempimento scatta il meccanismo di esecuzione coattiva
affidato
a contromisure, le quali devono rispondere a taluni precisi criteri quali l’equivalenza qualitativa
(proporzionalità tra livello dei benefici tariffari sospesi e il livello del pregiudizio subito) e la
corrispondenza dei settori.
Per i PMA può essere presa in considerazione la possibilità di tempi più lunghi per conformarsi alle
decisioni o alle raccomandazioni dei panels, ovvero mitigando l’entità e la durata delle
contromisure