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Die Negativität:

Heidegger e il confronto con Hegel


Francesca Brencio

Per Ilir

«Un problema dobbiamo porci con estrema serietà: si colloca il pensiero heideggeriano entro i confini
dell’impero filosofico hegeliano […] oppure le corrispondenze che il pensiero heideggeriano
innegabilmente rivela con il pensiero di Hegel non provano il contrario?»
Hans George Gadamer*

Il confronto con Hegel è stato un’esigenza costante del pensiero di Heidegger che lo ha
impegnato in più sedi nel corso del suo itinerario speculativo. È proprio Gadamer a evidenziare
l’ostinazione con la quale «il pensiero di Heidegger ruota attorno a Hegel, in un tentativo di
delimitazione sempre rinnovato. La sua dialettica del pensiero puro si poneva con una forza vitale
rinnovata di fronte al lavoro fenomenologico, di nuovo dimenticato e disimparato troppo
rapidamente dalla coscienza della nostra epoca. Così, se per un verso Hegel suscitava in Heidegger
una continua reazione di difesa, per un altro verso tutti coloro che cercavano di difendersi a loro
volta dalle pretese filosofiche di Heidegger, lo vedevano confluire proprio nella stessa direzione di
Hegel»1.
Sin dalle opere giovanili – si pensi allo scritto di abilitazione, Die Kategorien und
Bedeutungslehre des Duns Scoto del 1916 – fino all’ultimo, in senso cronologico, confronto nel
1942 con la Phänomenologie des Geistes2, Hegel «non è per noi solo un motivo qualsiasi per una
disputa filosofica, la sua filosofia sta definitivamente nella storia del pensiero (o si può dire
dell’essere) come richiesta unica e ancora non compresa di un dibattito con lui per qualsiasi
pensiero che lo segua o che la filosofia vuole – deve preparare. Nietzsche, che si è liberato molto
lentamente e tardi dalla non considerazione di Hegel da parte di Schopenhauer, una volta diceva che
“noi tedeschi siamo degli hegeliani anche se non ci fosse mai stato un Hegel”. L’unicità della
filosofia di Hegel consiste per primo nel fatto che al di là di lui non c’è più un punto di vista
superiore della coscienza di sé dello spirito. Perciò nei suoi confronti in futuro un punto di vista
definitivo è impossibile»3. Sebbene il pensiero hegeliano entri nella riflessione di Heidegger con le
caratteristiche di una vera e propria resistenza interna al procedere del filosofo di Friburgo 4, tuttavia
è proprio Heidegger a sostenere come «a partire dalla morte di Hegel (1831) tutto è stato solo
*
H. G. GADAMER, Hegels Dialektik: fünf hermeneutische studien, Mohr, Tübingen 1971; La dialettica di
Hegel, trad. it. a cura di R. Dottori, Marietti, Torino 1973, p. 131.
1
H. G. GADAMER, Heideggers Wege. Studien zum Spätwerk, Mohr, Tübingen 1983; I sentieri di
Heidegger, trad. it. a cura di R.Cristin e G. Moretto, Marietti, Casale Monferrato 1987, p. 61.
2
I riferimenti ad Hegel negli scritti giovanili sono rari e polemici, spesso indiretti, poiché inseriti nel contesto
del dibattito sulla allora risorgente tendenza del neokantismo marburghese. È solo nel ‘27, con Sein und Zeit,
che emergono le linee teoretiche che impegnano Heidegger nel confronto con Hegel; nel 1929 sarà invece
con il corso sull’idealismo tedesco che egli tornerà ad Hegel, sino ad arrivare all’interrogazione della
Phänomenologie des Geistes in tre momenti distinti: nel semestre invernale 1930/31 a Friburgo, nel 1942
con il confronto con l’intera Introduzione dell’opera hegeliana, e nel 1942/43 con lo scritto Il concetto
hegeliano di esperienza.
3
M. HEIDEGGER, Die Negativität. Eine Auseinandersetzung mit Hegel aus dem Ansatz in der Negativität,
in Hegel, Klostermann, Frankfurt a. M. 1993, p. 3 s. (trad. mia.).
4
Come giustamente osserva Franco Chiereghin, Heidegger sembra oscillare «tra l’insopprimibile attrazione
esercitata dalla potenza speculativa di Hegel e la non minore repulsione per l’impianto fondamentale della
sua filosofia» (F. CHIEREGHIN, La “Fenomenologia dello spirito” nella interpretazione di M. Heidegger,
in “Verifiche”, n°. 4, 1986, p. 385).
1
movimento di opposizione a tale metafisica, non solo in Germania, ma in Europa»5. Non solo: è
proprio ancora Heidegger ad affrancarsi da quella posizione della critica filosofica per la quale il
sistema hegeliano appare crollato, finito ed esautorato di ogni sua valenza teoretica e storica con la
morte del filosofo di Stoccarda: «Ripetutamente mi sono opposto al discorso del “crollo” del
sistema hegeliano. Crollato, ovvero decaduto è quello che seguì, Nietzsche compreso»6. Ciò che vi
è di straordinario nella filosofia di Hegel è, secondo Heidegger, che «non possa sussistere oltre di
essa un punto più alto di autocoscienza dello spirito»7.
Tuttavia, la riflessione sulla negatività è forse l’ambito più eloquente in cui il confronto con
Hegel diventa più serrato e in modo tale da da chiamare in causa tutta la questione della Seinsfrage,
alla luce della più ampia riflessione sulla reciproca appartenenza di nulla e essere. La negatività si
configura come un momento essenziale per la comprensione di tale reciproca appartenenza che
affonda le sue radici in Sein und Zeit, l’opera “più matura” 8 di Heidegger. Nell’opera del 1927 il
riferimento alla negazione (il “non”) ed al vasto problema del nulla viene inserito all’interno della
spiegazione del concetto di colpevolezza dell’Esserci, dove «l’idea di “colpevole” porta con sé il
carattere del non»9, determinata da un “non”, cioè «essere fondamento di una nullità»10. Questo
originario “non” ravvisato da Heidegger è il segno della costitutiva esistenziale gettatezza
dell’Esserci, per la quale «l’Esserci […] è, come tale, una nullità di se stesso. Ma “nullità” non
significa affatto non esser-presente, insussistenza; essa concerne un “non” che è costitutivo
dell’essere dell’Esserci, del suo essere gettato»11. Il “non” quale costitutivo dell’essere dell’Esserci
è ciò che indica come il fondamento di questo stesso essere non è riposto nell’Esserci, ma altrove. Il
non essere fondamento del proprio essere consente all’Esserci la sua specifica progettualità, cioè la
“non” fondatezza dell’essere dell’Esserci fa sperimentare a questo Esserci la nullità del suo essere e
del suo progetto, senza con ciò indicare un’assenza di valore o un’insignificanza interna all’Esserci
stesso ed alla propria progettualità. Piuttosto, la «nullità […] fa parte dell’essere-libero dell’Esserci
per le sue possibilità esistentive. Ma la libertà è solo nella scelta di una possibilità, cioè nel
sopportare di non-aver-scelto e di non-poter-scegliere le altre» 12. La nullità di cui parla Heidegger è
una nullità esistenziale che permette lo sviluppo della libertà autentica; questa nullità non ha il
carattere della privazione o della manchevolezza, ma costituisce una positività il cui valore
ontologico essenziale «resta ancora oscuro»13.
Proprio a partire dall’indagine intorno al “non” dell’essere dell’Esserci si articola la critica
che Heidegger muove all’ontologia tradizionale, incapace di aver fornito delle risposte adeguate a
rendere ragione del “non” e della sua portata positiva all’interno della struttura esistenziale del
Dasein. «L’ontologia e la logica hanno preteso molto dal “non” e, di conseguenza, hanno illustrato
le sue possibilità sotto diversi riguardi, senza però mai giungere al disvelamento ontologico.
L’ontologia trovò il “non” e ne fece uso. Ma è proprio evidente che ogni “non” significa una
negatività nel senso di una deficienza e la sua positività si esaurisce nel costituire un “passaggio”?
Perché ogni dialettica si rifugia nella negazione, senza essere in grado di fondarla proprio
5
M. HEIDEGGER, Vorträge und Aufsätze, Neske, Pfullingen 1957; Saggi e discorsi, trad. it. a cura di G.
Vattimo, Mursia, Milano 1976, p. 49.
6
Lettera di Heidegger a Gadamer del 2 dicembre 1971, in H. G. GADAMER, La dialettica di Hegel, cit., p.
150.
7
M. HEIDEGGER, Die Negativitä, cit., p. 4.
8
Come suggerisce Vincenzo Vitiello l’opera del ‘27 appare idealmente come punto terminale all’interno
della ricerca heideggeriana del senso dell’essere, poiché la risposta alla domanda della Seinsfrage va
ricercata già all’interno della Daseinsanalyse; cfr. V. VITIELLO, Heidegger: il nulla e la fondazione della
storicità. Dalla Überwindung der Mataphysik alla Daseinsanalyse, Argalia, Urbino 1976, p. 289 s.).
9
M. HEIDEGGER, Sein und Zeit, Klostermann, Frankfurt a. M. 1927; Essere e Tempo, trad. it. a cura di P.
Chiodi, Longanesi, Milano 1976, p. 343.
10
Ivi, p. 343.
11
Ivi, p. 345.
12
Ibidem.
13
Ivi, p. 346.
2
dialetticamente, o di procedere alla sua determinazione in quanto problema? È forse già stato posto
il problema dell’origine ontologica della nullità o, in primo luogo, si è cercato almeno di stabilire le
condizioni di possibilità del problema del “non”, della sua essenza e della sua possibilità? E dove
mai queste condizioni potranno essere reperite se non nella chiarificazione tematica del senso
dell’Esserci in generale? I concetti di privazione e di manchevolezza, oltre tutto poco chiari, non
sono sufficienti per l’interpretazione ontologica del fenomeno della colpa, anche se una
chiarificazione formale adeguata di essi reca molti vantaggi. Meno ancora, però, è possibile
orientare la ricerca intorno al fenomeno esistenziale della colpa sull’idea del malum in quanto
privatio boni. Bonum e privatio provengono entrambi dall’ontologia della semplice-presenza, non
diversamente dall’idea di “valore” che da essi “deriva”»14.
Da questa critica all’ontologia tradizionale emerge in filigrana uno dei tratti più caratteristici
della Daseinsanalyse: l’Esserci ha in sé il negativo, un “non” originario che si costituisce come
potenziale positività in quanto permette la determinazione dell’effettivo realizzarsi della libertà.
Come scriverà più tardi nei Beiträge zur Philosophie, l’Esserci è “abissale”, poiché il fondo di
negatività che gli è proprio e che lo costituisce è ciò che gli permette la sua essenzialità con l’essere:
«L’esser-ci è la fondazione dell’abisso dell’Essere mediante il ricorso all’uomo, come quell’ente
che è consegnato alla guardia per la verità dell’Essere» 15, e ciò è possibile solo in virtù
dell’essenziale fenditura negativa che abita la struttura dell’Esserci.
Tuttavia, il terreno di confronto sul tema della negatività in riferimento alla riflessione
hegeliana è costituito dal testo di Heidegger su Hegel, o meglio dal primo saggio del testo: La
negatività. Un confronto con Hegel a partire dal principio della negatività (1938/39; 1942)16.
Questo scritto, più che essere un saggio, si configura come una raccolta di note e di appunti di
lavoro che hanno ad oggetto l’interrogazione heideggeriana circa la provenienza del concetto di
negatività in Hegel. Heidegger inizia la sua riflessione chiedendosi: «La “negatività” della logica
hegeliana si fonda nella struttura della coscienza assoluta o viceversa? La riflessione speculativa è il
fondamento per la negatività che in Hegel è propria all’essere, o è questa ad essere anche il
fondamento per l’assolutezza della coscienza?»17. La negatività sorge dalla coscienza o rinvia alla
lacerazione che caratterizza la coscienza stessa, la relazione soggetto-oggetto? Dove trae origine la
negatività? Nel nulla? Se discende dal nulla, allora il tema della negatività ruoterebbe in modo
essenziale intorno al nulla, e si porrebbe questo ulteriore quesito: il nulla nullifica perché c’è la
negazione oppure la negazione discende dal nulla stesso, dall’azione nullificante del nulla?
Questa serie di interrogativi, preliminari alla comprensione della negatività hegeliana,
aprono la strada verso un interrogativo ulteriore: come arriva il fenomeno al nulla? Nel suo saggio
su Hegel, Heidegger afferma che «l’essere come abisso è nulla. Il nulla è l’opposto estremo di ogni
nullificazione. Il nulla nullifica e rende possibile il progetto del non»18. La nullificazione del nulla in
quanto origine della negazione è ciò che rivela in “non” come modo d’essere dell’Esserci in quanto
progetto gettato. La finitezza assume così lo spessore dell’abisso.
Il primo limite che Heidegger sottolinea della riflessione hegeliana intorno alla negatività è
che Hegel non ha pensato seriamente la negatività, risolvendo l’abissalità del nulla nel negativo,
facendo sì che all’interno della dialettica il nulla venga posto in una posizione di immediata
mediazione. Ciò ha condotto ad una inesplorazione della domanda sul senso originario della
negatività. In Besinnung si legge: «Il Nulla e la stessa negazione e il negativo, che Hegel valuta in
14
Ibidem.
Cfr. sul tema della colpa nella riflessione heideggeriana P. COLONNELLO, La questione della colpa tra
filosofia dell’esistenza ed ermeneutica, Loffredo, Napoli 1995, pp. 30 e ss.
15
M. HEIDEGGER, Beiträge zur Philosophie (vom Ereignis), Klostermann, Frankfurt a. M. 1989;
Contributi alla filosofia (dall’Evento), trad. it. a cura di F. Volpi e A. Iadicicco, Adelphi, Milano 2007, p.
472.
16
Cfr. M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., pp. 3 e ss.
17
M. HEIDEGGER, Zur Sache des Denkens, Niemeyer, Tübingen 1969; Tempo e essere, trad. it. a cura di E.
Mazzarella, Guida, Napoli 1998, p. 162.
18
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 48.
3
modo tanto essenziale, non sono presi sul serio in verità, ma solo ammessi ed affermati in modo
favorevole, in modo che la mediazione porti se stessa davanti a sé nella sua forma più vuota, e
dispieghi sul vuoto di questo sfondo il trionfo del suo divenire» 19. La fondazione dell’unità
speculativa di essere e nulla quale Hegel la pone, viene da Heidegger compresa come «assenza di
interrogazione della negatività come conseguenza dell’assenza di interrogazione dell’essenza del
pensare»20.
Seguendo gli appunti contenuti in Die Negativität, Heidegger ricollega la comprensione
hegeliana della negatività alla formulazione che egli ha fornito del concetto di essere. Il Sein che
Heidegger ha in mente quando legge Hegel è la Wirklichkeit, l’enticità come rappresentatezza della
ragione assoluta, mentre il Sein hegeliano corrisponde a ciò che Heidegger chiama
Gegenständlichkeit, cioè oggettualità. Le due posizioni sull’essere sembrano irriducibili l’una
rispetto all’altra; entrambe rimandano a due posizioni destinali: Hegel realizza il superamento e la
conservazione dell’essere nella sua epoca moderna, Heidegger rivela l’epocalità stessa dell’ultima
manifestazione dell’essere come Ereignis21. Come giustamente osserva Gaetano Chiurazzi, ciò che
rende diversa la concezione heideggeriana dell’essere da quella di Hegel è la diversità delle
flessioni di questo concetto; egli, a tal proposito, parla di una concezione nominativa dell’essere in
Hegel e di una genitiva e dativa in Heidegger; «La sostanza è soggetto solo come nominativo. Ciò
comporta una gerarchizzazione all’interno della categorialità, dei suoi casi: il soggetto assoluto
implica un evidente privilegio del nominativo su ogni forma di flessione, nominale o verbale. Il
capitolo primo della “Dottrina dell’essere” nella Scienza della logica si apre, al paragrafo A, con il
verbo sostantivo per eccellenza: l’essere è nome, ed è soggetto. Se la “Dottrina dell’essenza”
comincia con l’essere che è già sempre passato, la “Dottrina dell’essere” comincia col presente del
nome ancora privo di flessione. È dunque significativo che la sua prima frase sia una frase
nominale, senza predicato: Essere, puro essere»22. Diversamente dalla posizione hegeliana,
Heidegger pensa «non il nome, ma il senso» 23 e, proprio seguendo la sua interpretazione
dell’immaginazione trascendentale kantiana per la quale essa non crea gli oggetti ma fornisce la
loro reciproca connessione, ciò significa pensare l’essere sia come non un genere ma come una
relazione genitiva, sia come non un dato ma come una relazione dativa 24. In tal senso è possibile
comprendere la specificità che Heidegger assegna al pensiero in termini di pensiero dell’essere ed
all’essere rivolto, caratterizzazione più volte sottolineata dall’autore nel corso delle sue opere.
Come si trova scritto in un protocollo del seminario di Le Thor: «Se, in tal modo, l’essere ha
bisogno dell’uomo per essere, bisogna allora presumere una finitezza dell’essere: che quindi
l’essere non sia assolutizzato per sé, è l’antitesi più netta a Hegel. Infatti, se effettivamente Hegel
dice che l’assoluto non è “senza di noi”, lo dice soltanto perché segue l’espressione cristiana “Dio
ha bisogno degli uomini”. Per il pensiero di Heidegger, al contrario, l’essere non è senza relazione
all’esserci»25.

19
M. HEIDEGGER, Besinnung, Klostermann, Frankfurt a. M. 1997, p. 283 (trad. mia).
20
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 14. Percorrere questo sentiero di interpretazione heideggeriano
comporta, come sottolinea Mauro Vespa, prendere atto di un duplice movimento che il filosofo di Friburgo
scorge nell’impianto hegeliano: «Da un lato, l’assenza di problematicità relativa alla provenienza della
negatività che trasforma in processo che inghiotte il nulla come risultato, esponendolo come un mediato,
qualcosa di positivo, ottenuto dalla negazione della negazione; dall’altro, l’identità dialettica di essere e nulla
nella Logica sembra ottenuta dalla prospettiva metafisica che pensa entrambi a partire dal primato dell’entità
dell’ente» (M. VESPA, Heidegger e Hegel, Cedam, Padova 2000, p. 229).
21
Cfr. D. JANICAUD, Heidegger-Hegel: un “dialogue” impossible? in AA. VV., Heidegger et l’idée de la
phénoménologie, Kluwer Academic Publishers, Dordrecht, Boston, London 1988, p. 151 s.
22
G. CHIURAZZI, Hegel, Heidegger e la grammatica dell’essere, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 162.
23
Ivi, p. 167.
24
Cfr. Ivi, p. 168 s.
25
M. HEIDEGGER, Vier Seminare. Zürcher Seminar, Klostermann, Frankfurt a. M. 1977; Seminari, trad. it.
a cura di M. Bonola, Adelphi, Milano 1992, p. 144.
4
Il merito che Heidegger riconosce ad Hegel è l’aver «portato il nulla, ciò che comunemente
è la negazione dell’ente in generale e nella totalità, in un rapporto decisivo con l’essere colto
limitatamente»26. La prima connotazione che Heidegger offre del concetto di negatività in Hegel è
«differenza della coscienza»27. Ora, proprio seguendo il cominciamento logico 28 per il quale essere e
nulla sono il medesimo, Heidegger sostiene che in questo stesso cominciamento e nella medesima
coincidenza di essere e nulla non è possibile ravvisare alcuna negatività, in quanto «qui non c’è
alcuna differenza ancora, alcuna negatività»29. La negatività è «l’energia del pensiero senza
condizionamenti […], la negatività è senza domanda: negatività come essenza della soggettività» 30.
Nella misura in cui la riflessione hegeliana pone la domanda sul senso della negatività lasciandola
ancora iscritta all’interno del procedere metafisico, questa riflessione manifesta «la mancanza di
fondamento della non-domandata verità dell’Essere»31. Il confronto con Hegel intorno al tema della
negatività deve partire proprio da ciò che la sua riflessione ha lasciato come impensato, come non
domandato, e ciò è ancora una volta la verità intorno all’essere in base alla quale la negatività è da
comprendere.
Dopo le prime due definizioni della negatività hegeliana – cioè quella di differenza della
coscienza e di energia del pensiero – Heidegger ne formula una terza: la negatività hegeliana è
contraddistinta dal suo essere perennemente inghiottita dalla positività 32. L’esempio più illuminante
di questa interpretazione è ravvisabile secondo Heidegger nella negatività assoluta, la morte, con la
quale «non si fa mai sul serio; nessuna catastrofe è possibile, né crollo né rivolgimento; tutto
fermato e livellato. Tutto è già incondizionatamente reso sicuro e sistemato» 33. Heidegger considera
la negatività hegeliana come una negatività sterile, poiché si configura come uno specchio in cui si
riflette la più alta unità del positivo, della sintesi, dell’assoluto. La negatività hegeliana appare ad
Heidegger un vuoto simulacro della manifestazione dello spirito, un metafenomeno che sorregge
l’impalcatura del sistema solo per un’esigenza interna ad esso, quasi come un ingranaggio non
essenziale. Pur avendo colto l’importanza del negativo all’interno della dialettica che conduce al
rischiararsi dell’assoluto, tuttavia Hegel non offre una formulazione del problema della negatività
che la lasci essere ed agire secondo ciò che la sua essenza impone: il “non” coappartenente
all’essere.
Questa interpretazione non rende ragione dell’autentico significato e valore che il negativo
assolve nella speculazione di Hegel. Il negativo appartiene all’essenza della verità poiché essa lo
include in se stessa; esso non è un mero dileguare nel positivo tale da spegnere o affievolire il senso
del procedere del divenire, quanto piuttosto deve essere considerato, così come Hegel lo intende,
non come un’irrigidimento del vero ma come il suo originario inveramento. Straordinariamente
significative sono le parole di Hegel contenute nella Fenomenologia: «Il fatto che l’accidentale in
quanto tale, separato dalla propria sfera, il fatto che ciò che è legato ad altro ed è reale solo in
connessione ad altro ottenga un’esistenza propria e una libertà separata, tutto ciò costituisce
l’immane potenza del negativo: tutto ciò è l’energia del pensiero, dell’io puro. La morte, se così
vogliamo chiamare quella irrealtà, è la cosa più terribile, e per tener fermo ciò che è morto è
necessaria la massima forza. Se infatti la bellezza impotente odia l’intelletto, ciò avviene perché si
vede richiamata da questo a compiti che essa non è in grado di assolvere. La vita dello Spirito,
26
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 12.
Cfr. O. PÖGGELER, Hegel und Heidegger über Negativität, in “Heidegger Studien”, vol. 30, 1995, pp. 142
e ss. Del medesimo anche Heidegger und Hegel, in “Heidegger Studien”, vol. 35, 1990, pp. 139 e ss.;
Hölderlin, Schelling und Hegel bei Heidegger, in “Heidegger Studien”, vol. 28, 1993, pp. 328 e ss.
27
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 13, trad. mia.
28
Sul problema del cominciamento in Hegel si rimanda a A. GIANNATIEMPO QUINZIO, Il
“cominciamento” in Hegel, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1983.
29
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 14.
30
Ibidem.
31
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 35.
32
Cfr. M. HEIDEGGER, Contributi alla filosofia (dall’Evento), cit., p. 266.
33
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 24.
5
invece, non è quella che si riempie d’orrore dinanzi alla morte e si preserva integra dal disfacimento
e dalla devastazione, ma è quella vita che sopporta la morte e si mantiene in essa. Lo Spirito
conquista la propria verità solo a condizione di ritrovare se stesso nella disgregazione assoluta. Lo
Spirito è questa potenza, ma non nel senso del positivo che distoglie lo sguardo dal negativo come
quando ci sbarazziamo in fretta di qualcosa dicendo che non è o che è falso, per passare subito a
qualcos’altro. Lo Spirito è invece questa potenza solo quando guarda in faccia il negativo e
soggiorna presso di esso. Tale soggiorno è il potere magico che converte il negativo nell’essere» 34.
Il vero è tale solo perché vi è in esso un negativo che lo invera; la vita dello spirito può procedere e
giungere a manifestazione completa solo in virtù del negativo che, se pur trapassa in una figura ad
esso seguente, tuttavia mantiene nella sua nuova forma la sua specificità, il suo proprium, la sua
valenza ontologica. Se è veritiera l’affermazione di Benedetto Croce 35 secondo la quale Hegel ha
redento il male nel mondo perché ha pensato il negativo come elemento vitale del divenire, ciò
significa che esso, il negativo in generale, non può essere ipostatizzato come l’interpretazione
heideggeriana intende proporre.
Infatti, sin dalla filosofia di Jena il nulla assume nella riflessione hegeliana un posto
privilegiato che lo pone accanto a quello occupato dall’essere. Il nulla viene pensato come la
manifestazione dell’essenza, la quale si muove da nulla a nulla e perciò di ritorno a se stessa ed alla
sua origine, cioè il nulla stesso. La negazione, iscritta nella meditazione jenense, non è qualcosa di
nuovo e di diverso rispetto alla sua determinazione, ma il proprio movimento duplicatosi. Come
osserva Leo Lugarini, «sotto questa luce il concetto di nulla si dilata» 36 per accogliere un significato
più ampio, declinato in opposizione alla posizione tradizionale, per la quale dal nulla nulla viene, e
quindi assumendo quello di nulla come origine delle cose. Proprio all’inizio della dottrina
dell’essere della Scienza della logica, definendo il nulla, Hegel scrive: «Nulla, il puro nulla. È
semplice somiglianza con sé, completa vuotezza, assenza di determinazione e di contenuto;
indistinzione in se stesso»37. Al pari dell’essere, il nulla è l’indeterminato, ma non per questo non
essenziale rispetto all’essere; bensì esso muta di significato, rispetto alla tradizionale interpretazione
ontologica, assumendo su di sé la valenza di punto di partenza per la manifestazione del divenire. Il
nulla prende il significato di origine delle cose che sono, facendo un tutt’uno con l’essenza ed in
virtù di questa sua appartenenza all’essenza medesima permette il dispiegarsi dell’essenza in forza
della sua costitutiva negatività38.
Nel momento in cui dalla negatività dell’essenza sorge l’esistenza, la realtà effettiva delle
cose che sono, nasce la cosa, l’ente. Esso quindi nasce dal “non” della negazione. Questa posizione
sembra affine a quanto emergerà all’interno della meditazione heideggeriana sulla provenienza
della negazione in riferimento al niente ed all’essere. Forse un limite di Heidegger è proprio quello
di non aver saputo scorgere all’interno del negativo hegeliano la stessa radicalità che egli attribuisce
al “non” come cooriginario dell’essere e del Ci dell’Esserci. Ma questo probabile limite della
speculazione del filosofo di Friburgo deve essere attribuita alla commistione di piani che egli attua
rileggendo Hegel: quello fenomenologico e quello logico. La definizione fornita da Heidegger della
negatività in termini di differenza della coscienza non rende ragione della speculazione hegeliana
laddove Hegel afferma che il negativo è la mancanza che ha luogo nella coscienza tra l’io e la sua
sostanza. Questa mancanza è tuttavia ciò che li muove entrambi 39 e proprio in quanto spinta del
movimento di comprensione dialettica dell’io e della propria sostanza, questa mancanza non è
34
G. W. F. HEGEL, Phänomenologie des Geistes, in Gesammelte Werke, Bd. 9, hrsg. von W. Bonsiepen und
R. Heede, F. Meiner; Hamburg 1980; Fenomenologia dello spirito, trad. it. a cura di V. Cicero, Rusconi,
Milano 1995, p. 85 s.
35
Cfr. B. CROCE, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici, Laterza, Bari 1952, p. 36.
36
L. LUGARINI, Il nulla come la prima questione della filosofia. Hegel e il nichilismo, in “Annuario
filosofico”, n°. 15, 1999, p. 306.
37
G. W. F. HEGEL, Wissenschaft der Logik, Duncker und Humblot, Berlin 1841; Scienza della Logica, trad.
it. a cura di A. Moni, Laterza, Bari 1981, vol. I, p. 70.
38
Cfr. L. LUGARINI, Il nulla come la prima questione della filosofia. Hegel e il nichilismo, cit., p. 307 s.
39
Cfr. G. W. F. HEGEL, Fenomenologia dello spirito, cit., p. 91.
6
semplicemente una privazione, una differenza della coscienza, quanto il differire della differenza
stessa. La commistione del piano logico con quello fenomenologico non rende ragione del fatto che,
mentre la negatività, quale emerge dalla Fenomenologia e più in generale dal cammino
fenomenologico dello spirito, appartiene al mondo della coscienza che deve rischiararsi a spirito
attraverso il procedere delle sue figure, la negatività tematizzata nella Scienza della logica, e quindi
in riferimento alla problematica della coappartenenza di essere e nulla, è la negatività interna
all’elemento del sapere, in cui i momenti dello spirito non cedono il passo ad una semplice
contrapposizione che li vede gli uni distinti dagli altri, o meglio, gli uni davanti agli altri rinviando
così all’opposizione tra sapere ed essere, ma sono momenti che permangono e sussistono nella
semplicità del sapere stesso in quanto forma del vero. La proposizione hegeliana, per la quale
l’essere è definibile come pura negatività equiparato al nulla, alla vuota ed indistinta
indeterminazione, legittima e garantisce la possibilità di pensare puramente, radicalmente schierato
a favore di un’assenza di presupposti. Quando Heidegger considera l’identità di essere e nulla come
legittima ma nel contempo come momento in cui non si è in presenza di alcuna negatività, egli
opera ancora una volta una sorta di sovrapposizione di piani interni alla speculazione hegeliana.
Nel corso dei suoi appunti in Die Negativität, Heidegger rimprovera costantemente ad Hegel
di non aver saputo pensare la negatività in modo serio: «Così essenziale e decisiva è solitamente la
negatività, così non domandata essa “è” con l’idea assoluta stessa, così buia rimane la sua
provenienza»40; e poco oltre: «Dall’ovvietà del pensare e dal fatto che esso deve avere sempre
qualche cosa da pensare, al fine di essere se stesso, nasce la totale mancanza di domanda sulla
negatività, dove ora negatività indica: quell’ovvio rapporto tra no, negazione, negatezza, non, nulla,
nullezza»41. Ma, allora, quale è l’origine della negatività che Hegel non riesce a penetrarne
l’essenza? Dove è tale origine se nella medesimezza di essere e nulla non vi è differenza e quindi
non vi è negatività? Gli interrogativi che Heidegger pone alla speculazione hegeliana circa la
provenienza della negatività, e più in generale al pensiero che la pensa, sono molteplici ed
incalzanti42 e tutti tesi a porre in atto un colloquio dialogante non solo con Hegel ma con l’intera
storia della metafisica tradizionale. Rimanendo ininterrogata all’interno del sistema filosofico che
porta a compimento la metafisica e la sua storia, la negatività sperimenta tale assenza di
interrogazione in virtù dell’assenza di interrogazione che contraddistingue il pensiero, cioè
l’assenza di interrogazione del pensiero su di sé. L’incondizionatezza del pensare, che sta alla base
della riflessione hegeliana, e la sua accettazione acritica sono per Heidegger la chiara testimonianza
di come l’orizzonte di comprensione dell’attività del pensare si svolga ancora all’interno della
rappresentazione metafisica del pensare medesimo43.
Alla luce di queste considerazioni, che si iscrivono all’interno del tentativo heideggeriano di
oltrepassare la metafisica, egli azzarda una spiegazione circa la provenienza della negatività: la
negatività proviene dal rifiuto dell’essere, cioè dall’essere inteso come abisso, il quale, come nulla,
nientifica e rende possibile il “non” che appartiene ad ogni ente 44. Solo nell’ipotesi in cui il fondo
dell’essere custodisca in sé la realizzazione del “non”, allora è possibile rintracciare in questo
medesimo fondo la provenienza della negatività. Evidente, a tal proposito, è la distanza che separa
Heidegger ed Hegel: «Negatività è per Hegel la distinzione tripartita in sé non domandata della
coscienza immediata, mediata, incondizionata (Io rappresento – qualcosa). Negatività è per noi il
nome di uno spazio del domandare: secondo l’opinione tradizionale […] l’ambito del dire no,
negazione, rifiuto, non, nulla, nullificazione»45. Ciò che anima la considerazione heideggeriana
della negatività è l’intento di ricondurre questa sì al fondo abissale dell’essere, ma nel medesimo
tempo di permettere all’essere stesso di mantenere il carattere della finitudine.

40
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 22.
41
Ivi, p. 38.
42
Cfr. Ivi, p. 23.
43
Cfr. Ivi, p. 38 s.
44
Cfr. Ivi, p. 48.
45
Ivi, p. 37.
7
Come entra allora la riflessione sulla negatività hegeliana all’interno della domanda
heideggeriana sul rapporto che lega il niente e l’essere? Heidegger riconosce la legittimità
dell’affermazione hegeliana per la quale “essere e nulla sono il medesimo”; questa legittimità riposa
sul fatto che «essere e niente fanno un tutt’uno, ma non perché entrambi, dal punto di vista del
concetto hegeliano del pensiero, coincidano nella loro indeterminatezza e immediatezza, ma perché
l’essere stesso è per essenza finito e si manifesta solo nella trascendenza dell’Esserci che è tenuto
fuori dal niente»46. L’essere hegeliano è ad un primo livello in-determinato, im-mediato, e cioè la
porta che conduce verso la pura negatività dell’oggettualità e del pensare, secondo il binomio
entità/pensare. L’essere hegeliano è l’entità dell’ente inverata solo in atto nella realtà, è
Vorhandenheit. L’essere hegeliano è tale solo sul fondamento dell’oggettualità dell’ente. Esso, cioè
l’essere hegeliano, deve essere compreso solo in base alla «destrutturazione della negatività
assoluta; essa è portata all’abbandono (lo “in” – di ogni determinazione e mediazione, cioè di ogni
differenziazione»47 , e solo in base alla «assoluta realtà in atto, la cui energia è la negatività assoluta,
pensata dalla disdetta dell’ente, precisamente: dalla differenza dell’essere e dell’ente»48.
Attraverso questa destrutturazione (Abbau), l’essere esperisce uno svuotamento di divenire
che lo lascia indeterminato. L’identità di essere e nulla si basa esclusivamente sulla cancellazione
della differenza tra essere e ente: «Questo non dire la differenza che tutto fonda si esprime nel fatto
che Hegel dice che non c’è alcuna differenziazione di essere e nulla. Tuttavia, questa differenza
fondante è proprio ciò che in “Essere e tempo” […] viene chiamata “differenza ontologica”»49. La
critica heideggeriana al concetto di essere, e conseguentemente a quello di negatività, riposa tutta
nel fatto che egli intende i tre momenti fondanti della logica dialettica (essere, nulla, divenire) 50
scissi gli uni dagli altri e ciò induce Heidegger a concludere che «Hegel non ha pensato l’origine
della negatività perché ha disdetto la differenza ontologica mediante l’identità dialettica di essere e
nulla»51. Ciò che preme al filosofo di Friburgo è considerare la differenza ontologica come
presupposto attraverso il quale esplicitare il nesso essere/nulla, come autentico ed originario inizio
di ogni pensiero metafisico.
Per Heidegger occorre quindi pensare la differenza come origine della differenziazione 52; in
questa operazione, egli tuttavia riduce a semplice epifenomeno sia l’esperienza della negatività, sia
l’esperienza della morte, sia l’esperienza del dolore e del nulla pensati da Hegel, attribuendo al
filosofo di Stoccarda un’esigenza riduttiva rispetto alle necessità che il negativo assolve nel sistema:
«In Hegel sussiste il bisogno di una pacificazione appagante del pensato. A noi si impone, al
contrario, l’assillo dell’impensato nel pensato»53.
46
M. HEIDEGGER, Wegmarken, Klostermann, Frankfurt a. M. 1976; Segnavia, trad. it. a cura di F. Volpi,
Adelphi, Milano 1987, p. 75.
47
M. HEIDEGGER, Die Negativität, cit., p. 24.
48
Ibidem.
49
Ivi, p. 20.
50
Cfr. W. BIEMEL, Heidegger im Gespräch mit Hegel: zur Negativität bei Hegel, in “Man and World”, n°.
25, 1992, pp. 271 e ss.
51
M. VESPA, Heidegger e Hegel, cit., p. 230.
52
Come sottolinea Mauro Vespa, «una differenza non più costituita da due poli differenti ma come il darsi
originario in cui i differenti si manifestano, il medio o la dimensione mediana in cui l’essere e l’ente sono/si
manifestano in quanto differenti, senza preesistere a tale relazione differenziale. La differenza ontologica si
differenzia da quella ontica, dalla differenza tra gli enti in generale: le forme dell’opposizione, della
distinzione, della alterità, della diversità e della contraddizione descrivono la relazione logica e ontico-
ontologica degli enti o dell’ente in sé nella sua identità autodifferenziata, essendo però inadeguate ad
esprimere la forma di quella differenza che è la dimensione inaugurale di ogni differenza come di ogni
differimento. Le strutture logiche e dialettiche vengono qui private della loro pertinenza, né questa differenza
si lascia misurare da un terzo elemento comune che possa ricondurre la differenza als Differenz alla
opposizione, alla diversità e alla contraddizione, in quanto essa è l’apertura del logico come disdetta del suo
in quanto» (M. VESPA, Heidegger e Hegel, cit., p. 233 s.).
53
M. HEIDEGGER / E. FINK, Eraklit, Klostermann, Frankfurt a. M. 1977; Dialogo intorno a Eraclito, trad.
it. a cura di M. Nobile, Coliseum, Milano 1992, p. 301 s.
8
Il confronto con Hegel intorno al tema della negatività non si esaurisce negli appunti del
1938/1939, ma viene approfondito anche altrove, in particolar modo nelle sue costanti riflessioni
sulla Fenomenologia dello spirito, la cui importanza nel procedere della Auseinandersetzung con
Hegel merita di essere approfondita in altre sedi. Per ora basti ricordare che è proprio nella
Fenomenologia che egli ravvisa come Hegel «lavora con dualismi originari, che sono armonizzati
solo più tardi (a partire dalla Logica), e se ci si richiama al concetto della vita quale è elaborato
negli scritti giovanili di Hegel, la negatività del negativo non sembra essere più riconducibile alla
struttura riflessiva della coscienza, benché d’altra parte non sia da escludere che il far leva della
modernità sulla coscienza abbia contribuito in misura molto considerevole al dispiegarsi della
negatività»54. Così Heidegger suppone che la negazione potrebbe essere ricondotta al pensiero della
lacerazione (Zerrissenheit). Ma, continua: «Ciò da cui si determina per Hegel l’essere nella sua
verità è, per questa filosofia, fuori questione – questo perché l’identità di essere e pensiero per
Hegel è realmente un’eguaglianza (Gleichsetzung). Dunque in Hegel non si perviene ad alcuna
questione dell’essere, e neppure ci si può pervenire»55. Oltrepassare la prospettiva hegeliana della
concezione dell’essere e della negazione significa ricondurre il primato della negazione (il “non”)
non tanto al piano logico, quanto a quello fenomenologico ed esistentivo, in cui il Ci dell’esserci ne
è l’indubbio protagonista.
Proprio la commistione dei due piani, quello fenomenologico con quello logico, operata da
Heidegger va a discapito di un intendimento corretto della negatività hegeliana e ciò appare
marcatamente evidente meditando sulla Scienza della logica, dove Hegel afferma: «L’unico punto,
per ottenere il progresso scientifico […] è la conoscenza di questa proposizione logica, che il
negativo è insieme anche positivo, ossia che quello che si contraddice non si risolve nello zero, nel
nulla astratto, ma si risolve essenzialmente solo nella negazione del suo contenuto particolare, vale
a dire che una tal negazione non è una negazione qualunque, ma la negazione di quella cosa
determinata che si risolve, ed è perciò negazione determinata […]. Quel che risulta, la negazione, in
quanto è negazione determinata, ha un contenuto. Cotesta negazione è un nuovo concetto, ma un

La riflessione su Hegel intorno al tema del negativo occupa un posto fondamentale anche nei Beiträge zur
Philosophie,opera essenziale per comprendere il cammino heideggeriano. Al § 144 di quest’opera,
Heidegger si riferisce in modo diretto ad Hegel nel pensare il concetto di negatività; pur avendo Hegel
«esperito in maniera essenziale [l’intimità del non e il tratto controverso nell’essere] […] lo ha però superato
e conservato nel sapere assoluto» (M. HEIDEGGER, Contributi alla filosofia (dall’Evento), cit., p. 266). Ciò
che è essenziale, Wesentliches, è la negatività, colta sì da Hegel ma ricompresa all’interno del movimento
dialettico al fine di garantire la persistenza dell’assoluto. Hegel ha colto la negatività nella sua portata
ontologica fondamentale «solo per scomparire», cioè in modo da «tenere in corso il movimento del
superamento che conserva» (M. HEIDEGGER, Contributi alla filosofia (dall’Evento), cit., p. 266). Il
fraintendimento hegeliano intorno al tema della negatività è, secondo Heidegger, attribuibile non solo alle
esigenze interne di necessità logica che il sistema impone, ma soprattutto al fatto che Hegel non riesce a
esplicitare correttamente ed ampiamente l’originarietà e l’essenzialità della negatività poiché il suo concetto
di essere, intorno al quale la negatività ruota, è ancora quello della metafisica tradizionale, in esso iscritto e
da essa retto. L’essere di Hegel è ancora Seiendheit a partire dal pensiero e nella riflessione hegeliana esso
non può che assumere la forma dell’assoluto. La Seiendheit è posta ancora in riferimento all’ente, al pensiero
dell’essere pensato a partire dall’ente, quindi un pensiero che non si muove all’interno della Grundfrage ma
che rimane sulla soglia di questa. Sull’importanza dei Beiträge nella meditazione di Heidegger si rimanda
a G. STRUMMIELLO, L’altro inizio del pensiero. I Beiträge zur Philosophie di M. Heidegger, Levante,
Bari 1995, p. 10.; per una lettura della meontologia heideggeriana in riferimento a Hegel si rimanda a G. .
AGAMBEN, *Se. L’Assoluto e l’Ereignis, in “Aut Aut”, n°. 187-188, 1982, pp. 39 e ss.; M. DE FARIA
BLANC, De l’Idée à l’Ereignis: la lecture heideggerienne de l’ontologie de Hegel, in “Heidegger Studien”,
vol. 17, 2001, pp. 65 e ss.; A. D’ANGELO, Svolta e attimalità in Heidegger, in “La Cultura”, n°.2, 1992, p.
241; W. J. RICHARDSON, Dasein and the Ground of Negatività: a Note on the Fourth Movement in the
Beiträge-Symphony, in “Heidegger Studien”, vol. 9, 1993, pp. 35 ss.; A. COVER, Essere e negatività.
Heidegger e la Fenomenologia dello Spirito di Hegel, Pubblicazione di Verifiche, Trento, 2000, p. 199.
54
M. HEIDEGGER, Protocollo seminariale, in Tempo e essere, cit., p. 162.
55
Ibidem.
9
concetto che è superiore e più ricco che non il precedente. Essa è infatti divenuta più ricca di quel
tanto che è costituito dalla negazione, o dall’opposto di quel concetto. Contiene dunque il concetto
precedente, ma contiene anche di più, ed è l’unità di quel concetto e del suo opposto» 56. Il
fondamento del movimento che spinge il concetto ad andare oltre se stesso, o come dice Hegel
“innanzi”, è il negativo. Esso mantiene quindi, usando una terminologia attinta dalla
Fenomenologia, la coscienza in un movimento perennemente vitale. Attraverso “l’immane potenza
del negativo”, l’elemento singolo, «svincolato dall’insieme, “acquista libertà”: questa è la potenza
del negativo»57, permettere cioè alla singolarità determinata dalla sua medesima negazione di essere
libera.
Nella sezione dedicata al Dasein, Hegel mostra come la condizione affinché si dia la
determinatezza della cosa non sia la sua semplice positività, l’esistenza affermativa in cui essa
consiste, quanto la negazione, la quale non solo distingue la cosa dalle altre positività, negandole,
ma distingue quel determinato qualcosa dagli innumerevoli stati che questo qualcosa può assumere.
La negazione che caratterizza il qualcosa non deve essere rivolta solo verso gli altri qualcosa, ma
anche verso lo stesso qualcosa, cioè verso tutto il campo di possibilità cui esso è aperto: «La
determinatezza è la negazione posta come affermativa: è la proposizione di Spinoza: Omnis
determinatio est negatio […]. La negazione sta immediatamente di contro alla realtà. Più oltre, nella
sfera vera e propria delle determinazioni riflesse, essa verrà contrapposta al positivo, che è la realtà
come riflettentesi nella negazione, - la realtà in cui appare quel negativo, che nella realtà come tale
rimane ancora celato»58.
La qualità è quindi sia mancanza sia limite, in sé negazione. La compresenza di realtà e
negazione nel qualcosa permette ad Hegel di definire il qualcosa stesso come differenza
(Unterschied); nel massimo della determinatezza positiva dimora la differenza, l’altro da sé:
«Nell’Esserci viene distinta la sua determinatezza come qualità. In questa, come Esserci che è, è la
differenza, - la differenza di realtà e negazione. Ma come queste differenze si trovano nell’Esserci,
così sono anche nulle e tolte. La realtà contiene essa stessa la negazione, è Esserci, non già
l’indeterminato, astratto essere. parimenti anche la negazione è Esserci, non quel nulla che si
vorrebbe far credere astratto, ma il nulla in quanto qui è posto com’è in sé, il nulla come quello che
è, come quello che appartiene all’Esserci» 59. La differenza tra realtà e negazione deve essere
mantenuta e tolta nel medesimo tempo, poiché se la realtà non contenesse in sé la negazione essa
svanirebbe nell’essere astratto e, dall’altro lato, se la negazione non fosse anche nella realtà, essa
scivolerebbe nel nulla astratto60.
Il toglimento della differenza è da Hegel definito come negazione della negazione. Con
questa definizione egli nega il carattere puramente negativo della negazione astratta, riaffermando
la positività del qualcosa: «Il qualcosa è la prima negazione della negazione, come semplice essente
relazione a sé […]. Il negativo del negativo non è, come qualcosa, altro che il cominciamento del
soggetto; l’esser dentro di sé, però come ancora affatto indeterminato. Esso si determina poi
dapprima come quello che è per sé, e così via, finché solo nel concetto raggiunge la concreta
intensità del soggetto. Ma a queste determinazioni sta in fondo la negativa unità con sé. Se non che
a questo proposito importa assai distinguere la negazione come negazione prima, o come negazione
in generale, dalla negazione seconda, la negazione della negazione. Quest’ultima è la negatività
concreta, assoluta; la prima, invece, non è che la negatività astratta. Qualcosa è, è essente, in quanto
è la negazione della negazione, poiché questa è il ristabilirsi del semplice riferimento a sé» 61. Il
56
G. W. F. HEGEL, Scienza della logica, cit., vol. I, p. 36.
57
N. HARTMANN, Die Philosophie des deutschen Idealismus, Berlin 1960; La filosofia dell’idealismo
tedesco, trad. it. a cura di B. Bianco, Mursia, Milano 1972, p. 318.
58
Ivi, p. 108 s.
59
Ivi, p. 109 s.
60
Cfr. V. DESCOMBES, Le même et l’autre, Les Editions de minuit, Paris 1979, pp. 36 e ss. e pp. 45 e ss.;
A. GIANNATIEMPO QUINZIO, La scoperta hegeliana della negatività fondante, in “Annuario Filosofico”,
n°. 5, 1989, pp. 238 e ss.
61
G. W. F. HEGEL, Scienza della logica, cit., vol. I, p. 110 s.
10
riferimento a sé poggia sulla mediazione di sé con se stesso, la quale si trova proprio nella
semplicità del qualcosa; tuttavia, questa mediazione non è ancora in grado di dare la concretezza del
qualcosa poiché «questa mediazione con sé, che il qualcosa è in sé, non ha, in quanto vien presa
solo come negazione della negazione, nessune determinazioni concrete per i suoi lati. Ricade quindi
in semplice unità che è l’essere»62. La negazione ha una valenza relazionale rispetto alla
determinatezza del negato tale da apparire come negazione analitica, nel senso cioè di essere «la
forma in cui l’atto del negarsi, che è proprio di ogni determinazione finita, trova espressione
rappresentativa»63.
La negazione della negazione intesa come riferimento a sé è qualcosa di astratto; tuttavia, il
qualcosa non è un astratto essere, né un astratto Esserci bensì «un divenire che non ha più per i suoi
momenti soltanto l’essere e il nulla. L’uno di questi, l’essere, è ora Esserci, e per di più Esserci che
è. Il secondo è anch’esso un Esserci che è, ma determinato come negativo del qualcosa, è un
altro»64. Ciò significa che l’identità, per essere tale, deve poter accogliere entro sé l’altro, la
differenza. In tal senso Hegel parla del toglimento-mantenimento della differenza: questo
procedimento consiste nell’assumere il qualcosa in unità con il suo divenire, poiché nel divenire si
dà la differenza e il toglimento della stessa65. Ciò va a vantaggio di un concetto concreto
dell’identità, per il quale essa non è esclusione dell’altro ma inclusione, riconoscimento della sua
presenza in se stessa. L’altro, il farsi altro della coscienza, all’interno del suo processo di scissione,
testimonia che la scissione è necessaria come fattore della vita che si forma opponendosi; la totalità
è pensabile e possibile solo sul fondamento della scissione, della separazione e della sua finale
riconciliazione. In tal senso appare chiara la proposizione hegeliana per la quale «il qualcosa come
divenire è un passare»66.
La più intima funzione del negativo, all’interno della compiutezza del sistema, è quella di
permettere l’approfondimento del movimento dialettico, dello spirito medesimo, evitando quelle
possibili stasi dell’assoluto nella sola considerazione dei singoli momenti scissi dall’intero ritmo
dialettico. «Il movimento […] “si ricurva su di sé” […]. Produce una riflessione in sé del pensiero,
un “andare a fondo” in se stesso […]. La negazione […] si toglie e si pone, ma soprattutto […] si
riafferma su se stessa attraverso se stessa. In ragione del carattere determinato della negazione la
possibilità di un positivo sviluppo finisce sempre per riaffermarsi, a differenza di ciò che
accadrebbe se si considerasse l’intenzione vera e propria del negare: giacché questa, potendosi
svolgere pienamente, farebbe precipitare la coscienza nel “vuoto abisso” del nihil negativum. Può
così verificarsi il recupero, dialetticamente garantito, di una prospettiva ulteriore anche nel caso di
quei momenti del processo speculativo che, nel riferirsi a sé, s’involgono in paradossi che
minacciano di bloccare il successivo cammino» 67. L’autoriferimento a cui la nozione di negativo

62
Ivi, p. 111.
63
A. STELLA, Il concetto di “relazione” nella “Scienza della logica” di Hegel, Guerini, Milano 1994, p.
83.
64
G. W. F. HEGEL, Scienza della logica, cit., vol. I, p. 111 s.
65
Come sottolinea Lucio Cortella, «la negazione della prima negazione non va dunque intesa come il mero
ripristinarsi della positività ma come l’assunzione del valore positivo della negazione stessa e della
differenza che essa portava con sé. La prima negazione per conferire un’identità al qualcosa escludeva
astrattamente da esso tutto ciò che esso non era. Ma in tal modo, da un lato esponeva radicalmente il
qualcosa alla negatività e dall’altro raggiungeva un’identità fittizia priva delle sue componenti necessarie. La
seconda negazione, invece, in primo luogo nega quella radicale negatività, assumendola come positiva e
costitutiva dell’identità e, in secondo luogo, ne corregge la natura escludente, mostrando che laddove la
prima negazione vedeva solo mancanza e limite si doveva riconoscere la presenza dell’altro» (L.
CORTELLA, La logica hegeliana come ontologia della temporalità, in AA. VV., Il tempo in questione.
Paradigmi della temporalità nel pensiero occidentale, a cura di L. Ruggiu, Guerini, Milano 1997, p. 227).
66
G. W. F. HEGEL, Scienza della logica, cit., vol. I, p. 112.
Cfr. P. COLONNELLO, La questione della colpa tra filosofia dell’esistenza ed ermeneutica, cit., p. 47 s.
67
A. FABRIS, Esperienza e paradosso, Franco Angeli Editore, Milano 1994, p. 93 s.
11
rimanda riesce ad assolversi dall’intenzione paralizzante del suo contenuto, entro la quale lo spirito
potrebbe cadere.
Questo è il segreto della dialettica hegeliana: «La positività del negativo è prima di tutto
negazione del negativo, cambiamento di segno nell’algebra dello spirito. Hegel non sa come
alternare Verschiedenheit e Unterschied, non può dire che la differenza è nient’altro che
distinzione: un simile semplicismo intellettualistico comprometterebbe già ogni dialettica: senza
l’opposto nulla si può opporre e il moto dialettico si arresta. La differenza è differenziazione
oppositrice. Se così non fosse, il reale non si specificherebbe, lo spirito non progredirebbe. La molla
della contrapposizione regge la carica di tutto il congegno: non è eliminabile perché è il
machiavello di tutte le eliminazioni progressive […]. Se la dialettica hegeliana non fosse fondata
sull’opposizione, non sarebbe nulla: tutto Hegel si ridurrebbe a porzioni minime […]. Questa guerra
hegeliana è ancora più ineliminabile di quella eraclitea. Tuttavia è la più pacificatrice delle guerre.
Il contrasto è assunto come fondamentale soltanto per mostrare che non c’è frattura che non sia
sanabile. Il dilacerato, risolto nei suoi termini, si salda in nuova unità. L’opposizione è al servizio
dell’armonia»68. In questo gioco dei contrasti, «la realtà gronda sudore e sangue che nessuna
bilancia compensante positività e negatività riesce a equilibrare. Spiegata nelle sue manifestazioni
innumerabili, è una rete di dolori che soltanto il ripensamento ammodernato di argomenti
tradizionali può tentare di convertire in beni» 69. Ancora una volta l’armonia è prestabilita,
riordinata, equilibrata e lo spirito «può efficacemente pronunciare il suo magico: un, due, tre» 70
rendendo manifesta l’ubbidienza della dialettizzazione delle contraddizioni alla necessità della
verità, dell’assoluto.
L’interpretazione heideggeriana della negatività hegeliana rimane, quindi, ancorata come
giustamente osserva Leo Lugarini alle movenze iniziali della Dottrina dell’essere e non si addentra
all’interno della Dottrina dell’essenza, appuntandosi «sulla tesi della medesimezza di nulla e essere,
trascurandone peraltro il significato, espressamente riconosciuto da Hegel, di esibizione di una pura
negatività incidente nell’essere stesso […]. Nell’ottica di Heidegger resta pertanto fuori campo la
decisiva tesi di Hegel secondo cui la negatività, nella sua originaria assolutezza, “non ha nulla fuori
di sé da negare” e “nega soltanto il suo negativo”» 71. Heidegger riduce così la negatività hegeliana a
negazione determinata, cioè a negazione di qualcosa, simplex negatio.
Nella consapevolezza che il confronto tra i due pensatori in stretto riferimento al tema della
negatività è ancora oggetto di studi, mi preme concludere sottolineando come l’interpretazione
heideggeriana della negatività di Hegel sia dettata più dalla volontà di prendere le distanze da Hegel
piuttosto che di comprendere l’effettiva portata della funzione fondativa del negativo. La
definizione heideggeriana della negatività hegeliana come “differenza della coscienza” si è
dimostrata carente rispetto alla ricchezza del contenuto hegeliano, poiché in Hegel, con riferimento
alla coscienza, il negativo assume il duplice tratto della mancanza che ha luogo nella coscienza tra
l’io e la sua sostanza. Il costante richiamo mosso da Heidegger alla non compiuta interrogazione da
parte di Hegel sul negativo è ancora una volta iscrivibile all’interno della grandi fila del discorso
heideggeriano intorno alla critica alla metafisica occidentale come oblio dell’essere. In tal senso,
Hegel rappresenta solo un riflesso, forse il più visibile, di questo stesso oblio.
L’innegabile merito della speculazione di Heidegger rimane quello di averci consegnato
un’eredità che costantemente richiama la filosofia ad interrogarsi sulle domande più urgenti del
pensiero, e per questo ancora quanto mai attuali. Proprio pensando queste domande, allora, lo stesso
confronto con Hegel assurge a paradigma di significati ulteriori con cui il pensiero contemporaneo è
chiamato a confrontarsi, fornendo anche nuove possibilità di lettura e interpretazione nei confronti
di Hegel. Il limite della comprensione heideggeriana del negativo in Hegel apre, in tal senso, a

68
P. PIOVANI, Incidenza di Hegel, in AA. VV., Incidenza di Hegel. Studi raccolti nel secondo centenario
della nascita del filosofo, a cura di F. Tessitore, Morano, Napoli 1970, p. 13 s.
69
Ivi, p. 14.
70
Ivi, p. 15.
71
L. LUGARINI, Hegel e Heidegger. Divergenze e consonanze, Guerini, Milano 2004, p. 255 s.
12
nuove vie ermeneutiche volte a delineare un nuovo modo di intendere Hegel ed il senso della sua
riflessione.

13