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XVI

MEDITAZIONI SULLA CONOSCENZA,


LA VERITÀ E LE IDEE

Poiché di questi tempi sorgono controversie tra persone egregie


intorno alle idee vere e false , e poiché si tratta di un argomento di
grande importanza per la conoscenza della verità, sul quale lo stesso
Descartes non ha pienamente soddisfatto, trovo opportuno spiegare
brevemente ciò che mi sembra doversi stabilire intorno alle distin-
zioni e ai criteri delle idee e delle conoscenze. La conoscenza, dun-
que, è oscura o chiara; quella chiara è poi o confusa o distinta, e quella
distinta è inadeguata o adeguata, nonché o simbolica o intuitiva; e se
è insieme adeguata e intuitiva, è senz'altro perfettissima.
Oscura è la nozione che non basta a riconoscere la cosa rappre-
sentata, come quando rammento più o meno un fiore o un animale
che vidi un tempo, tuttavia non quanto basterebbe per riconoscerlo
quando mi venga esibito e per distinguerlo da uno prossimo; oppure
quando considero un termine poco spiegato nella scolastica, come
l'entelechia di Aristotele, o la causa in quanto è comune alla materia,
alla forma, all'efficiente e al fine, oppure altri dello stesso genere, dei
quali non possediamo alcuna definizione certa, per cui anche la pro-
posizione contenente tale nozione risulta oscura. La conoscenza è
chiara, dunque, quando possiedo di che riconoscere la cosa rappre-
sentata; è poi a sua volta confusa o distinta. Confusa, quando non
posso enumerare separatamente delle caratteristiche sufficienti a di-
stinguere quella cosa dalle altre, sebbene la cosa possieda veramente
tali caratteristiche e requisiti, nei quali si possa risolvere la sua no-
zione: così riconosciamo i colori, gli odori, i sapori e altri oggetti

. Vedi la Nota storica.


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peculiari dei sensi con sufficiente chiarezza e li distinguiamo gli uni


dagli altri, ma per la mera testimonianza dei sensi, non certo me-
diante caratteristiche enunciabili; tanto che non possiamo spiegare a
un cieco cos'è il rosso, né rendere note tali cose ad altri, se non por-
tandoli in presenza della cosa e facendo sì che la vedano, odorino o
gustino, o richiamando loro una percezione passata simile ad essa:
benché sia certo che le nozioni di quelle qualità sono composte e si
possono risolvere, avendo certamente le loro cause. Similmente ve-
diamo che i pittori e gli altri artefici riconoscono correttamente ciò
che è fatto bene da ciò che è fatto male, ma sovente non sanno dar
ragione dei loro giudizi e, a chi ne domanda loro, rispondono che
nella cosa che non è loro piaciuta sentono la mancanza di un certo
non so che. Invece una nozione distinta è come quella che dell'oro
hanno i periti, ossia attraverso caratteristiche ed esami sufficienti a
distinguere la cosa da tutti gli altri corpi simili; tali ne abbiamo usual-
mente delle nozioni comuni a più sensi, come quella del numero,
della grandezza, della figura, e pure intorno a molti affetti dell'animo,
come la speranza, il timore: ossia di tutto ciò di cui possediamo una
definizione nominale, che non è altro che l'enumerazione delle carat-
teristiche sufficienti. Vi è tuttavia anche conoscenza distinta di una
nozione indefinibile, quando questa è primitiva, ossia è nota di se
stessa, cioè quando è irrisolvibile e non si intende se non per sé,
dunque manca di requisiti. Ma nelle nozioni composte, poiché talora
pure le singole caratteristiche che ne sono i componenti sono a loro
volta conosciute in modo chiaro, ma tuttavia confusamente, come il
peso, il colore, l'acquaforte e le altre che fan parte delle caratteristi-
che dell'oro, tale conoscenza dell'oro, seppure distinta, è tuttavia ina-
deguata. Quando invece tutto ciò che entra nella notizia distinta è a
sua volta conosciuto distintamente, ossia quando si possiede un'ana-
lisi condotta a termine, la conoscenza è adeguata; non so se gli uomini
ne possano dare un esempio perfetto, benché tuttavia la notizia dei
numeri le si appressi. Ma molte volte, in particolare in un'analisi pro-
lungata, non intuiamo tutta la natura della cosa nello stesso tempo,
bensì in luogo delle cose usiamo segni, la cui spiegazione, in un pen-
siero presente, si suole rimandare a motivo di brevità, sapendo o
credendo di averla in proprio possesso: così, quando penso al chilio-
gono, o al poligono di mille lati uguali, non sempre considero la na-
tura del lato, e dell'uguaglianza, e del mille (cioè del cubo di dieci),
bensì adopero nel mio animo questi vocaboli (il cui senso si presenta
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alla mente, almeno in modo oscuro e imperfetto) in luogo delle idee


che possiedo di essi, in quanto ricordo di possedere il significato di
quei vocaboli, ma non giudico al momento necessaria la loro spiega-
zione: sono solito chiamare cieco, o anche simbolico, tale pensiero, del
quale facciamo uso sia nell'algebra sia nell'aritmetica, e anzi quasi
ovunque. E senza dubbio, quando una nozione è fortemente compo-
sita, non possiamo pensare contemporaneamente a tutti i suoi ingre-
dienti: ma dove ciò è possibile, o almeno nella misura in cui è possibi-
le, chiamo tale conoscenza intuitiva. Delle nozioni distinte primitive
non c'è altra conoscenza oltre a quella intuitiva, mentre di quelle com-
poste non abbiamo il più delle volte altro pensiero se non simbolico.
Risulta già chiaro che, delle cose che pensiamo distintamente,
non percepiamo le idee se non in quanto usiamo il pensiero intuitivo.
Naturalmente capita che sovente crediamo falsamente di avere nel-
l'animo le idee delle cose, quando supponiamo falsamente che certi
termini che usiamo ci siano già stati spiegati; non è vero, è anzi espo-
sto all'ambiguità, quel che dicono certuni: che non possiamo parlare
di una cosa, comprendendo ciò che diciamo, senza possederne l'idea.
Sovente, infatti, comprendiamo i singoli vocaboli, o ricordiamo di
averli compresi in precedenza, ma poiché ci accontentiamo di quel
pensiero cieco e non spingiamo a sufficienza la risoluzione delle no-
zioni, finisce per sfuggirci la contraddizione che magari è implicata
nella nozione composta. Fui spinto a considerare con maggiore at-
tenzione questo punto da quell'argomento in favore dell'esistenza di
Dio, un tempo celebre tra gli scolastici e risuscitato da Descartes, che
recita così: tutto ciò che segue dall'idea o dalla definizione di una
cosa, si può predicare di quella cosa. L'esistenza segue dall'idea di
Dio (ossia dell'essere perfettissimo, o di cui non si può pensare nulla
di maggiore): infatti l'essere perfettissimo implica tutte le perfezioni,
nel cui novero rientra anche l'esistenza. Dunque si può attribuire a
Dio l'esistenza come predicato. Bisogna sapere che in tal modo si
ottiene soltanto che, se Dio è possibile, ne segue che esiste; infatti non
possiamo con sicurezza trarre conclusioni dalle definizioni, finché
non sappiamo se sono reali, ovvero se non implicano contraddizione.
La ragione di ciò è che da nozioni che implicano contraddizione si
possono trarre simultaneamente conclusioni opposte, il che è as-
surdo. Sono solito spiegarlo usando l'esempio del moto più veloce,
che comporta un assurdo: poniamo infatti che una ruota giri con il
moto più veloce possibile, non è chi non veda che prolungando un
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raggio della ruota, esso ruoterà al proprio estremo con moto più ce-
lere rispetto a un chiodo posto nella circonferenza della ruota: dun-
que il suo moto non è il più veloce, contro l'ipotesi. Nondimeno, di
primo acchito potrebbe sembrare che noi possiediamo l'idea del mo-
to più veloce: comprendiamo infatti quanto diciamo; e tuttavia non
abbiamo assolutamente un'idea delle cose impossibili. Allo stesso mo-
do, dunque, non basta che pensiamo all'essere perfettissimo per as-
serire di averne l'idea; e nella dimostrazione riportata poc'anzi, la pos-
sibilità dell'ente perfettissimo deve essere esibita o presupposta, per
giungere correttamente alla conclusione. D'altro canto non c'è nulla
di più vero che noi abbiamo l'idea di Dio, e che l'essere perfettissimo
èpossibile, anzi necessario, però l'argomento non è sufficientemente
conclusivo ed era stato già respinto dall'Aquinate2.
Abbiamo così anche la distinzione tra le definizioni nominali, che
contengono soltanto le caratteristiche della cosacheservonoa distin-
guerla dalle altre, e quelle reali, dalle quali risulta che la cosaè pos-
sibile; e in questo modo si risponde a Hobbes, il quale pretendeva
che le verità siano arbitrarie perché dipendono dalle definizioni no-
minali, non considerando che la realtà delle definizioni non è sotto-
posta all'arbitrio, né quali nozioni possano congiungersi tra loro.
Inoltre le definizioni nominali non bastano alla perfetta scienza, se
non quando risulta in altro modo che la cosa definita è possibile.
anche evidente, infine, quale sia un'idea vera e quale falsa: veraè cioè
quando la nozione è possibile, falsa quando implica contraddizione.
Ma conosciamo la possibilità della cosa o a priori o a posteriori. A
priori, senz'altro, quando risolviamo la nozione nei suoi requisiti, os-
sia in altre nozioni la cui possibilità è nota, e non ci risulta in esse
nulla di incompatibile; ciò avviene, tra l'altro, quando compren-
diamo il modo in cui la cosa può essere prodotta, per cui le definizioni
causali sono più utili delle altre. A posteriori, invece, quando speri-
mentiamo che la cosa esiste in atto: infatti ciò che esiste o è esistito in
atto, è senza dubbio possibile. Certamente, ogni volta che si ha una
conoscenza adeguata, si ha anche la conoscenza della possibilità a
priori; infatti quando l'analisi è stata condotta a termine, se non ap-
pare alcuna contraddizione, la nozione è assolutamente possibile.
Non cercherò di stabilire qui se in verità una perfetta analisi delle

2. In quamor libros Sentenir;arton, 3, d. i. q. 2, art. 4.


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nozioni possa essere intrapresa dagli uomini, ossia se essi possano


ridurre i propri pensieri ai primi possibili e alle nozioni irrisolvibili, o
(che è lo stesso) agli stessi attributi assoluti di Dio, cioè alle cause
prime e all'ultima ragione delle cose. Per lo più ci contentiamo di
apprendere dall'esperienza la realtà di certe nozioni, da cui poi ne
componiamo altre, secondo l'esempio della natura;.
Ritengo che da questo si possa comprendere come non sempre si
possa far ricorso in sicurezza alle idee e come molti abusino di quello
specioso pretesto per sorreggere certe loro immaginazioni; infatti
non sempre abbiamo l'idea di una cosa alla quale siamo consci di
pensare, come ho mostrato poco sopra con l'esempio della velocità
suprema. Mi sembra che gli uomini del nostro tempo abusino non
meno di quel principio tanto vantato secondo cui tutto ciò che perce-
pisco chiaramente e distintamente di una cosa è vero, ossia può enun-
ciarsi di essa. Spesso, infatti, agli uomini che giudicano sconsiderata-
mente paiono chiare e distinte cose che sono oscure e confuse. Perciò
l'assioma è inutile, tranne che si applichino i criteri del chiaro e del
distinto che abbiamo comunicato, e tranne che si sia certi della verità
delle idee. Per il resto, criteri di verità degli enunciati da non disprez-
zarsi sono le regole della logica comune, di cui fanno uso anche i
matematici: cioè che nulla sia dato per certo senza che sia provato da
un'accurata esperienza o da una solida dimostrazione; una dimostra-
zione è poi solida quando rispetta la forma prescritta dalla logica,
non perché siano sempre richiesti dei sillogismi ordinati alla maniera
degli scolastici (come Christian Herlin e Konrad Dasypodius hanno
esposto i primi sei libri di Euclide`'), ma facendo sì che almeno l'ar-
gomento giunga alla conclusione in virtù della forma, e anche un
calcolo legittimo sarà considerato un esempio di tali argomentazioni
in forma debita. Dunque non va omessa nessuna premessa necessaria
e tutte le premesse devono essere state dimostrate in precedenza, o
almeno essere assunte come ipotesi, nel qual caso la conclusione

3. Nel manoscritto è cancellato il passo seguente: «Del resto qui si trova una distinzione
memorabile tra nozioni e verità: infatti, per una perfetta analisi delle verità, non occorre un'ana-
lisi perfetta delle nozioni, poiché sovente la dimostrazione rigorosa di una verità giunge quando
la nozione è stata risolta solo fino a un certo punto; dunque possiamo avere una scienza perfetta
intorno a molte verità concernenti oggetti dei quali non abbiamo notizia adeguata».
4. Konrad Dasypodius, allievo di Christian Herlin, pubblicò l'ita/y3cis gcomeiricae sex
librorum Euclidis, Strasbourg, t 566, integrando su istruzioni del suo maestro le parti già scritte
da questi, dedicate al primo e al quinto libro.
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stessa sarà ipotetica. Chi osserverà queste regole con diligenza si cau-
telerà facilmente contro le idee ingannatrici. Concorda abbastanza
con ciò l'ingegnosissimo Pascal nella famosa dissertazione sull'inge-
gno geometrico (un frammento della quale si trova nell'egregio libro
del celeberrimo Antoine Arnauld sull'arte di pensare rettamente'),
ove dice esser proprio del geometra definire tutti i termini, perpoco che
siano oscuri, e provare tutte le verità, per pocoche siano dubbie. Ma
vorrei che avesse definito i limiti oltre i quali una nozione o un enun-
ciato non sono più dubbio oscuri, per poco che lo siano. Ma in verità
si può desumere che cosa sia appropriato, dall'attenta considerazione
di quanto abbiamo detto qui; ora badiamo però alla brevità.
Per quanto riguarda la controversia, se vediamo tutto in Dio (che
comunque è un'idea degli antichi e, se intesa correttamente, non va
del tutto disprezzata) o se invece abbiamo le nostre proprie idee,
bisogna sapere che anche se vedessimo tutto in Dio, sarebbe tuttavia
necessario che avessimo anche le nostre proprie idee, vale a dire non
come una specie di immaginette, ma come affezioni o modificazioni
della nostra mente corrispondenti a quello stessoche percepiremmo
in Dio: infatti al sopraggiungere di sempre nuovi pensieri nella nostra
mente avviene comunque un mutamento; e invero le idee delle cose
non pensate in atto, sono nella nostra mente come la figura di Ercole
nel marmo grezzo. Ma in Dio non solo è necessario che vi siano in
atto le idee dell'estensione assoluta e infinita, ma anche di tutte le
figure, che non sono altro che le modificazioni dell'estensione asso-
luta. Inoltre, quando percepiamo i colori o gli odori, non abbiamo
comunque altra percezione che di figure e moti, ma tanto molteplici
ed esigui che la nostra mente non basta, nello stato presente, a con-
siderarli distintamente come singoli e, pertanto, non avverte che la
propria percezione è composta dalle percezioni di figure e moti mi-
nutissimi, allo stesso modo in cui, quando dalla mescolanza di polveri
gialle e azzurre percepiamo il verde, non abbiamo lasensazione di altro
che del giallo e dell'azzurro finissimamente mescolati, quantunque
non ce ne accorgiamo e ci foggiamo piuttosto un qualche nuovo ente.
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5. Brani tratti dal manoscritto dell'Esprii géomeirique di Pascal furono rimaneggiati e


inseriti da Antoine Amauld e Pierre Nicole in alcune parti della loro Logique ou Ari de penser,
Paris, 1662.

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