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Luis Javier Rosales

Il dramma dell’umanesimo ateo, di Henri de Lubac.1

Inizierei questo elaborato prendendo un brano di una lettera che Frederich Nietzsche
scriveva a sua madre nel 1887, alla quale diceva: “Che c’importa ai nostri giorni Dio, la
credenza in Dio? Oggi Dio non é che una parola sbiadita, neppure un concetto”.2
Ho scelto queste parole del filosofo tedesco non per sintetizzare il suo pensiero,
neanche per riasumere una parte del lungo percorso che l’ateismo ha fatto da 2 secoli, ma
perché secondo me, indica molto bene l’animo che ha mosso e spinto a tutti i grandi
pensatori atei che, nonostante la loro non credenza in Dio o una trascendenza, sono andati
piú avanti e piú in profonditá nel loro ateismo, cioé, proponendo una serie de raggioni –
che adesso vedremo- che obbietiva e consapevolmente spingevano gli uomini a
concepirsi senza Dio, a lasciare, dimenticare, rinegare e rifiutare tutta credenza nel al di
lá.
Per De Lubac, in Feuerbach, Marx, Nietzsche e Comte c’é in comune il fatto che
hanno deciso con tutte le ragioni che avevano in mano di concepire l’uomo senza Dio,
hanno elaborato una concezione dell’uomo tale che questi non ci avrá piú bisogno di Dio
in nessun senso. Ciascuno al suo modo ha cercato di andare oltre il millenario rapporto
Dio-uomo, lo stesso rapporto che vissuto dall’uomo lungo i secoli ha creato una civiltá e
una cultura, una filosofia e una forma di concepire la vita terrenale e materiale degli
uomini. Questo in sintesi é il “nuovo umanesimo ateo” che intende De Lubac. Questo
cambiamento nell’uomo che lo cambia fino in fondo e lo determina totalmente verrá
eccezionalmente sintetizzato dall’autore: “L’uomo elimina Dio, per poi prendere egli
stesso possesso della grandezza umana, che gli pare ingiustamente tenuto da un altro. In
Dio, egli abbatte un ostacolo per conquistare la sua libertá”.3 Questo nuovo uomo, infine,
creará senza saperlo la dissoluzione dell’uomo stesso. Come dice De Lubac al riguardo
di questi filosofi, “essi vogliono uccidere Dio perché l’uomo viva, viva di una vita che sia
completamente umana, e ad essi sembra che l’ateismo sia come il fondamento
indispensabile dell’alto ideale che propongono a questo uomo”.4
Questa decisione cosí radicale avrá per l’uomo conseguenze sia a livelli
antropologichi, morali che filosofiche che comprese tutte insieme sarano addirittura il
“crepuscolo” dell’uomo: “rifiuto aggressivo di una legge dell’essere, di un ordine
estraumano, di un universo coerente, di un’armonia ontologica anteriore all’io voglio;
odio dell’intelligibile, delle cause finali, di un ordine pratico assoluto: ecco quello che
implica la decisione di uccidere Dio. Non c’é essenza oggettiva, non c’é valore in sé e
non ci deve essere”.5 Alla fine, tutti questi radicali ateismi radicalmente proposti avrano
come punto in comune una valorizazzione dell’uomo al posto di Dio, cioé, per rivindicare
la grandezza umana bisogna rifiutare Dio. Scriveva Marx: “Al nostro tempo fu riservato
il merito de rivendicare come proprietá dell’uomo, almeno in teoria, i tesori che sono stati
sperperati per i cieli”.6 Nel suo tempo Feuerbach, secondo Bakunin, ha avuto il coraggio
di aver “posto fine al miraggio divino e di avere cosí reso alla terra tutti i beni che il cielo
le aveva rapiti”.7 E in fine cosa aggiungere da Nietzsche riguardo a questo? Forse lui é
stato il filosofo che abbia scritto le parole piú inspiratrici e poetiche riguardo a questo

1
Henri de Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo. Editrice Morcelliana. Brescia. 2016.
2
Íbid. P. 95.
3
Íbid. P. 19.
4
Íbid. P. 38.
5
Íbid. P. 39.
6
Íbid. P. 29.
7
Íbid. P. 24.
scatenamento dell’uomo, le parole piú incoraggiose che spingono a dare un colpo sul
tavolo per affermare l’individualitá, a scegliere per la vitá piena e creatrice ed a volere
vivere la vita senza catene di nessun genere per cosí diventare qualcosa simile a un dio.
Esemplare é questa frase che De Lubac prende dalla Gaia Scienza: “Perché l’uomo sia
veramente grande, veridico, creatore, bisogna che Dio sia morto, che Dio sia ucciso, che
egli sia assente. Privandolo di Dio, io apporto all’uomo l’immenso dono che é la perfetta
solitudine, e nello stesso tempo la possibilitá della grandezza e della creazione”.8
Cosa dice infine, de Lubac al riguardo di tutti gli attacchi che la credenza in Dio
e sopratutto la fede cristiana ha ricevuto da tutti questi filosofi? Prendendo il pensiero di
Nicola Berdiaev, dirá che lí “dove non c’é Dio, non c’é neppure uomo. Assistiamo quindi
all’auto-distruzione dell’umanesimo”.9 Tutti loro cercano di sfuggire ad ogni
trascendenza e scuotere ció che stimano essere un giogo “insopportabile”: la fede in Dio.
Tutti cercano in fine “fare scoprire un uomo senza tracce di Dio”. 10 De Lubac é chiaro
nei confronti di questo “nuovo uomo”. É un fallimento effetto di una corruzione fatale:

“Che cosa é avvenuto dell’uomo di questo umanesimo ateo? Una cosa che non
ha piú interiorita, una cellula interamente immersa in una massa in divenire; un
“uomo sociale e storico” di cui altro non resta che una pura astrazione, al di
fuori dei rapporti sociali e della situazione nella durata per cui si definisce. Non
c’é piú in lui né fissitá, né profonditá. (...) Questo uomo é letteralmente dissolto:
l’uomo, perdendo la veritá perde se stesso. In realtá non c’é piú uomo perché non
c’é piú nulla che trascenda l’uomo”.11

Riprendendo von Hildebrand il teologo francese fa capire che alla fine, l’uomo
senza Dio non riesce a raggiungere nessuna veritá ne del mondo ne di se stesso, perde
ogni contenuto e profonditá che c’é nella realtá. Sbagliano tutti i filosofi atei perché hanno
concepito un Dio sbagliato, un “caricatura” di quello che veramente Lui é, pensando che
soltanto fosse una norma morale, un insieme di riti, una regola sine qua non per
appartenere a un certo gruppo della societá, etc., quando “Egli é l’Assoluto che fonda
l’uomo, é la calamita che l’attira, é l’Al di lá che lo eccita, é in qualche modo quella terza
dimensione in cui l’uomo trova la sua profonditá.”12 Come Gregorio di Nissa dice,
“l’uomo é se stesso solo per il fatto che il suo volto é illuminato da un raggio divino”.13

Dunque, a mio parere l’ateismo che “ha vinto” e che é stato piú “volgarmente
diffuso” nel mondo non sará quello di Nietzsche, forse troppo poetico ed intelettuale,
neanche quello di Marx che per capirlo bisogna avere tanti presuposti teorici, nemmeno
quello di Feuerbach che in fine di conti divinizza l’uomo e “considera” troppo la
metafisica, ma quello di Augusto Comte perché vorrá una volta per sempre andare al di
lá di Dio, superarlo definitivamente, ridurlo al nulla. Comte non vuole neanche che lo si
tratti da ateo. Scriveva a Stuart Mille: “Questa qualifica ci conviene solo rifacendoci
rigorosamente all’etimologia poiché noi di comune con quelli che si chiamano così
abbiamo solo che non crediamo in Dio, senza per altro condividere in alcun modo le loro
fantasticheria metafisiche sull’origine del mondo e dell’uomo”.14

8
Íbid. P. 53.
9
Íbid. P. 40.
10
Íbid. P. 112.
11
Íbid. P. 41.
12
Íbid. P. 42.
13
Íbid. P. 57
14
Íbid. P. 126.
Un positivista non afferma né nega l’esistenza di Dio, perché questo fa parte di
quelle “ipotesi indiscutibili” che non comportano più affermazione che negazione, che
sono non soltanto inaccessibili ma vuote di senso: “Si potrebbe mai decidere, direbbero i
vecchi buddisti, se i peli della tartaruga sono corti o lunghi?”.15 “L’ateismo non costituisce
che una emancipazione insufficiente poiché tende a prolungare indefinitamente lo stato
metafisico, ricercando senza posa nuove soluzioni dei problemi teorici invece di eliminare
come radicalmente vane tutte le ricerche accessibili. “Il vero spirito positivo consiste
soprattutto nel sostituire sempre lo studio delle leggi invariabili dei fenomeni a quelle
delle loro cause. In una parola: sostituisce la determinazione del come a quella del
perché”.16 Qui c’é secondo me la sintesi dell’ultimo estato dell’ateismo, dell’ultimo volto
che esso ha preso, cioé, la esclusione assoluta di quella antica domanda che da sempre
c’é nell’uomo di chiedersi sul senso ultimo del reale, sulle fonti dell’essere, la
banaizzazione assoluta di ogni intento di trascendenza delle misure umane. Cosí il
positivismo ha messo “il freno a mano” a quella antica usanza umana di, con la ragione
superare i suoi limiti verso la scoperta senza paura della realtá. Ormai non é possibile,
neanche vale la pena poiché sono domande che alla fine non aiutano all’Umanitá ad
andare avanti verso il progresso. Sintetizza De Lubac dicendo che una volta escluso Dio,
se non si vuole che ritorni, bisogna sostituirlo senza aspettare piú oltre, “poiché un
prolungamento di interregno sarebbe funesto. Si distrugge infatti solo quello che si
sostituisce”.17
Dio quindi viene escluso e sostituito dalla scienza, la ragione e quello che
vagamente Comte chiama come “l’Umanita”. “Il sacro non é altra cosa che il sociale”
esprime Comte.18

15
Íbid. P. 127.
16
Íbid. P. 128.
17
Íbid. P. 132.
18
Íbid. P. 135.