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Filologia Romanza

Il documento esplora il concetto di filologia romanza, tracciando le sue origini etimologiche e storiche, e descrivendo la sua evoluzione come disciplina critica che interpreta testi nel loro contesto storico e linguistico. Viene evidenziata l'importanza della filologia nella comprensione critica dei testi e nella ricostruzione delle lingue neolatine, con riferimenti a figure chiave come Kant, Auerbach e Nietzsche. Infine, si discute l'emergere della filologia romanza nel XIX secolo, sottolineando il suo approccio linguistico e il metodo storico-comparativo per lo studio delle lingue e delle letterature neolatine.

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Filologia Romanza

Il documento esplora il concetto di filologia romanza, tracciando le sue origini etimologiche e storiche, e descrivendo la sua evoluzione come disciplina critica che interpreta testi nel loro contesto storico e linguistico. Viene evidenziata l'importanza della filologia nella comprensione critica dei testi e nella ricostruzione delle lingue neolatine, con riferimenti a figure chiave come Kant, Auerbach e Nietzsche. Infine, si discute l'emergere della filologia romanza nel XIX secolo, sottolineando il suo approccio linguistico e il metodo storico-comparativo per lo studio delle lingue e delle letterature neolatine.

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Lez.

1 27/02

Il concetto di filologia romanza:


Il sostantivo filologia e l’agg. / sost. filologo derivano dalle parole del greco classico

- sost. φιλολογία ‘amore per la discussione o il ragionamento’


- ‘amore per la conoscenza e la letteratura’
- agg. / sost. φιλόλογος ‘appassionato di parole, loquace’
- ‘appassionato di conoscenza e letteratura, letterato’
- ‘studente, studioso’
- ‘studioso delle parole’

vb. φιλολογέω ‘amare il sapere, perseguire il sapere, studiare’


[< φιλος ‘amico’ + λόγος ‘discorso, parola’]

Dal greco la parola transita, come prestito dotto, nel latino:


- sost. philologia ‘passione per la letteratura; sapere, erudizione’
(spec. in Cicerone e Seneca)
- agg. e sost. philologus ‘letterato, erudito’

La parola viene recuperata, come cultismo, tra Umanesimo e Rinascimento


→ ha a che fare con la ‘‘riscoperta’’ dei classici e la necessità di studiarli in modo
critico

Matura un’accezione più precisa del termine filologia come disciplina che
mira a interpretare i testi calandoli nel loro contesto storico-culturale e linguistico
(cfr. ad es. il caso di Lorenzo Valla, De falso credita et ementita Constantini donatione,
1440)

- e anche di filologia come disciplina che riavvicina i testi antichi alla loro forma
originaria, attraverso il confronto di diverse copie
(cfr. ad es. l’attività di filologi classici di molti umanisti, da Petrarca a Bruni a Poliziano)
→ filologia testuale o critica del testo o ecdotica, dal gr. èkdosis ‘pubblicazione,
edizione’

● Secondo Immanuel Kant (citato nel Deutsches Worterbuch di Jacob e Wilhelm


Grimm, Lepzig, Hirzel, 1889, vol. VII)
«die philologie, die eine kritische kenntnisz der bücher und sprachen in sich faszt»
‘la filologia, che comprende in sé una conoscenza critica dei libri e delle lingue’

● Secondo Erich Auerbach (Introduzione alla filologia romanza, Torino, Einaudi, 1963)
la filologia è «l’insieme delle attività che si occupano metodicamente del linguaggio
dell’uomo, e delle opere d’arte composte in questo linguaggio»

● Per Friedrich Nietzsche (Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali, Milano, Adelphi,
1978) “il fondamento del metodo filologico consiste in «quella onorevole arte che
esige dal suo cultore essenzialmente una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo,
diventare silenzioso, diventare lento, come un’arte e una perizia di orafi della parola,
che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo
raggiunge lentamente»
La parola filologia ha dunque avuto in passato e ha tutt’oggi diverse accezioni, a
seconda del contesto culturale in cui la si impiega: lo spettro semantico è molto
ampio, come l’etimo greco consente.

Alberto Vàrvaro (Prima lezione di filologia, Roma-Bari, Laterza, 2012) analizza le


definizioni di filologia presenti nei grandi dizionari storici di alcune lingue europee.
[Legenda: rosso = filologia come esegesi; verde = filologia come ecdotica; azzurro =
filologia come linguistica]

❖ Area anglosassone (OED)


philology = ‘love of learning and literature; the branch of knowledge that deals with the
historical, linguistic, interpretative and critical aspects of literature’;
‘the branch of knowledge that deals with the structure, historical development, and
relationships of languages or language families [...] historical linguistics’ [accezione oggi
comune in quell’area]

❖ Area italiana (GDLI)


filologia = ‘disciplina che, mediante la critica testuale, si propone di ricostruire e di
interpretare correttamente testi o documenti letterari; dottrina che studia l’origine e la
struttura di una lingua, linguistica’;
‘il complesso degli studi letterari ed eruditi; le discipline umanistiche, le lettere’;
‘il complesso di studi e di ricerche che, fondandosi sull’esame di testi, documenti e
testimonianze, tende a fornire un’esatta e precisa interpretazione di un problema critico e
storico’

❖ Area francese (TLF)


philologie = ‘XIXe
s. étude, tant en ce qui concerne le contenu que l’expression, de documents, surtout écrits,
utilisant telle ou telle langue’;
‘étude des mots, des documents [...] et de tous les contenus de civilisation impliqués’;
‘étude scientifique d’une langue quant a son matériel formel et son économie’;
‘XXe s. Discipline qui vise à rechercher, à conserver et à interpréter les documents,
généralement écrits et le plus souvent littéraires [...] et dont la tache essentielle est d’établir
une édition critique du texte’

❖ Area tedesca (DWDS)


Philologie = ‘Wissenschaft, die sich mit Texten historischen, literarischen oder
kulturgeschichtlichen Inhalts in einer bestimmten Sprache beschäftigt und sie sprachlich,
historisch, kulturgeschichtlich und gesellschaftlich interpretiert’

‘Scienza che si occupa di testi di contenuto storico, letterario o storico-culturale scritti in una
particolare lingua e li interpreta dal punto di vista linguistico, storico, culturale e sociale’

Filologia dunque come disciplina che:


- interpreta testi perlopiù scritti (ma non solo), di carattere sia letterario sia non
letterario, con l’ausilio di conoscenze storiche, storico-culturali, storico-letterarie,
linguistiche (→ funzione esegetica)

- studia la tradizione (manoscritta e a stampa) dei testi e li pubblica criticamente (=


con criteri scientifici), ove possibile cercando di ricostruirne il dettato nella forma il più
possibile vicina alla volontà dell’autore (→ filologia testuale);
esamina come un autore arriva a compiere il suo testo, e di come eventualmente
lo integra in un secondo momento (→ filologia d’autore)

- spec. in area anglosassone, studia lo sviluppo storico di una lingua e le sue


caratteristiche grammaticali (→ linguistica storica, glottologia)

Lez.2 28/02

Importanza della funzione critica della filologia:

→ accostamento consapevole ai testi, di qualunque genere essi siano


In questo senso, l’esercizio della filologia è metodologicamente fondamentale
anche nel nostro quotidiano

È doveroso e decisivo non recepire passivamente i testi (scritti e orali)


nei quali ci si imbatte ogni giorno, ma verificarne le fonti, comprenderne il contesto, validarne
le informazioni.
Insomma, saperli leggere criticamente

Intorno al concetto di romanzo (cfr. Beltrami 2017, pp. 112 ss.)

- Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.)


l’agg. lat. romanus ‘romano’ perde connotazione politica e assume connotazione
culturale-linguistica

- In testi risalenti all’inizio dell’Età Carolingia (IX sec.) troviamo l’espressione


→ romana lingua = ‘lingua parlata da chi abita i territori dell’ex Impero romano d’Occidente’
VS theothisca (lingua) ‘lingua parlata dalle popolazioni germaniche’
[i sudditi dell’impero carolingio parlavano sia lingue neolatine, sia lingue di ceppo tedesco)

Quindi, con romana lingua si una lingua parlata che riecheggia il latino ma non è più latino

→ In Età Carolingia si acquisisce dunque la consapevolezza dello scarto esistente tra


il latino, ormai solo scritto (grammatica), e la lingua parlata (o volgare, lett. ‘lingua parlata
dal popolo’).

In latino, accanto romanus c’era l’agg. romanicus, più basso e colloquiale: ‘che ha a che
fare con i romani’
Anche questo aggettivo assume nell’Alto Medioevo un significato linguistico →
L’avv. che deriva da romanicus, nell’espressione romanice (loqui), significa ‘parlare alla
maniera degli abitanti dell’ex impero di Roma’, in una lingua che non è più il latino

avv. lat. romanice > sost. afr. romanz, ‘lingua volgare francese’: romanz è il sostantivo con
cui i parlanti antico francese identificano la propria lingua materna ancora all’inizio del
Basso Medioevo (dopo il Mille)

Poi, per metonimia, romanz passa a indicare un ‘testo narrativo in lingua volgare francese;
romanzo’ (XII sec.)

Dall’afr. romanz deriva il sostantivo italiano romanzo in entrambi i significati (cfr. TLIO,
GDLI): ‘testo narrativo, perlopiù di provenienza francese’ (significato attestato dal XIII sec.)
e ‘lingua neolatina’ (dal XVII sec.); da qui l’agg. romanzo ‘relativo alle lingue neolatine’

Per come è concepita in Italia, la filologia romanza è dunque la disciplina che studia le
origini delle lingue neolatine e ricostruisce e interpreta i testi, letterari e non, scritti in queste
lingue nel Medioevo.
Altrove, l’ambito di applicazione della disciplina ha sfumature diverse:
ad es., nel mondo anglosassone, la Romance Philology (o più largamente Romance
Studies) tratta le lingue e le letterature neolatine senza precisazioni cronologiche (medievali
e moderne).
O ancora, nella sua Introduzione alla filologia romanza, Erich Auerbach tratta l’origine
delle lingue neolatine e poi offre un profilo delle loro letterature dalle origini all’Ottocento.

Filologia Romanza:Origine

La filologia romanza come disciplina scientifica nasce con il Romanticismo (XIX sec.,
prima metà)
Ne sono pionieri François Raynouard (1761-1836), francese, e Friedrich Diez (1794-
1876), tedesco
Nasce con una caratterizzazione spiccatamente linguistica

→ sia Raynouard sia Diez sono interessati al problema delle origini delle lingue
neolatine
(va però precisato che il loro interesse linguistico muove dalla necessità di comprendere
meglio le liriche dei trovatori, delle quali erano studiosi: legame linguistica-filologia)

Intorno alla questione delle origini delle lingue nel Romanticismo


Il Classicismo considerava il cambiamento in chiave negativa: un deterioramento rispetto al
canone.
Il Romanticismo valorizza invece il mutamento, l’aspetto evolutivo (cfr. l’idealismo
hegeliano) come manifestazione di progresso (cfr. Hegel, la dialettica storica).

Vale anche per le lingue → si comincia a studiare il processo evolutivo delle lingue nella
storia (cioè a considerarle nella loro diacronia).
Mito filosofico delle origini (dei popoli, delle nazioni, ecc.) come fase aurorale e quindi pura
delle manifestazioni dello Spirito
→ il mito delle origini si riflette nell’interesse per l’origine delle lingue

In questo contesto ideologico e culturale, si sviluppa la linguistica storico-comparativa


Linguistica storica = studio della grammatica di una lingua in senso diacronico→ lingua
analizzata nel suo sviluppo storico (mutamento)

Linguistica comparativa = confronto tra lingue diverse ma affini


A partire dal confronto delle loro caratteristiche fonetiche (= suoni: vocali, consonanti)
e morfologiche (= struttura, forma delle parole: prefissi, suffissi, infissi, desinenze ecc.)
si può tracciare un albero genealogico delle lingue, evidenziandone le parentele,
e soprattutto ricostruire le caratteristiche fonetiche e morfologiche della lingua comune
da cui originano

Il metodo storico comparativo di studio delle lingue viene applicato inizialmente al sistema
della coniugazione verbale del sanscrito a confronto con greco, latino, persiano e
germanico dal linguista Franz Bopp.

Bopp dimostra che all'origine di lingue sorelle da lui considerato esiste un'antica e grande
famiglia linguistica (protolingua) a cui non restano tracce scritte → Indoeuropeo

Bopp lavora sugli aspetti morfologici delle lingue considerate, in particolare sulle
desinenze verbali: nota delle affinità e quindi ipotizza l'esistenza di matrice comune.

La morfologia è il cuore pulsante della grammatica di ogni lingua


→ è questo che dà scientificità al lavoro di Bopp, affinità lessicali tra lingue diverse sono
possibili (esistono prestiti), ma affinità morfologiche indicano parentela sicura.
Ciò ha reso Bopp il padre dell'indoeuropeistica.
[In realtà Rasmus Rask lo aveva anticipato nel 1814, lo studio in cui comparava danese e
islandese, ma la sua opera viene pubblicata solo nel '18.]

L'indoeuropeo
- Famiglia di lingue affini che erano parlate nella zona del Cáucaso (tra il mar nero e
il mar Caspio, tra Europa e Asia) prima del 3-2 millennio a.c.
- Con le migrazioni verso ovest e sud-est, queste lingue si sarebbero diffuse da un
lato in Europa, dall’altro in Persia e nel subcontinente Indiano.
- Non esistono tracce scritte dell'indoeuropeo → lingua ricostruita tramite
tecniche della linguistica storico comparativa.

Mappa : ittiti, lingue indo-iraniche, germani, italici, celti, illiri, traci, slavi

Nell'ambito della linguistica germanica abbiamo Jacob Grimm filologo e linguista che
redige una grammatica comparativa delle lingue germaniche.
Secondo lui tutte le lingue germaniche (tedesco, inglese, danese, lingue scandinave, ecc.)
derivano da un non documentato germanico primitivo.
Sia Bopp che Grimm valorizzano le potenzialità ricostruttive del metodo storico
comparativo, perché le lingue matrici non sono attestate e vanno quindi ricostruite sulla base
di quello che conosciamo.

La linguistica romanza è invece l'unica per la quale la lingua matrice da cui originano
italiano, francese, spagnolo, ecc. è ben nota e ben documentata: il latino.

Se prendiamo il caso, ad es., dell’indoeuropeo:


antico indiano pitár - greco πατήρ - latino pater - gotico fadar - inglese antico fæder
-antico alto tedesco fater (mod. Vater) < *ph2 tér
[* = radice ricostruita, forma non attestata]

Invece per le lingue romanze:


it. figlio – prov. filhs – sp. hijo - fr. fils - port. filho - rum. fiu < lat. FILIU(M)
Il lat. FILIUS è ampiamente documentato, la lingua matrice è presente.

Quindi si attiverà una dinamica inversa rispetto a indoeuropeo e germanico comune.


→ il metodo storico-comparativo applicato alle lingue romanze, da Friedrich diez in poi,
non sarà ricostruttivo(o meglio, lo sarà solo in parte), ma studierà quali esiti hanno prodotto
nelle varie lingue neolatine i suoni e le forme del latino.

Il pioniere dello studio comparativo delle lingue romanze è François Raynouard.


→ Grammaire comparée des langues de l’Europe latine dans leur rapports avec
la langue des troubadours (1821)

La sua ricerca muove da un'idea preconcetta del tutto sbagliata


→ per lui all'origine delle lingue romanze non c’è il latino, ma una protolingua
sviluppatasi nell'alto medioevo, proveniente dal latino e che definisce romana e identifica
con il provenzale. [Dal latino parlato si sarebbe passato alla lingua romana conosciuta come
il provenzale, è indubbiamente errata come affermazione.]

Lo schema derivativo proposto da Raynouard è dunque


latino popolare (= parlato) > lingua romana (= provenzale) > italiano, francese, spagnolo,ecc.

Un confronto sistematico tra tutte le lingue romanze gli avrebbe mostrato che alla base di
esse non può esserci il provenzale, ma che alla base di tutte (provenzale compreso) c’è il
latino.

Friedrich Diez (1794-1876) è il vero fondatore della linguistica romanza


Come Raynouard, parte da studi filologici sulla poesia trobadorica.
Scrive la Grammatik der romanischen Sprachen (Bonn, 1836-1843)
‘Grammatica [storico-comparativa] delle lingue romanze’
e l’Etymologisches Wörterbuch der Romanischen Sprachen (Bonn, 1854)
‘Dizionario etimologico delle lingue romanze’

Entrambe le opere di Diez verranno poi riprese e perfezionate, tra Otto e Novecento, da
Wilhelm Meyer-Lübke, cui si devono la Grammatik der romanischen Sprachen
e soprattutto il Romanisches Etymologisches Wörterbuch, tutt’oggi fondamentale.
Diez adatta il metodo storico-comparativo di Bopp e Grimm alle lingue romanze
(compresi alcuni dialetti)

→ dimostra scientificamente la derivazione di tutte le lingue romanze dal latino, mostrando


«i meccanismi che regolano l’evoluzione di una lingua ben nota come il latino verso nuovi
sistemi linguistici» (Renzi-Andreose 2015, p. 90)

Secondo i seguaci del metodo storico-comparativo, quando una lingua x muta e genera
una lingua y, (e quindi anche delle lingue romanze dal latino) agiscono due ‘forze’:
le leggi fonetiche e l’analogia.

Un’applicazione formidabile del metodo storico-comparativo risiede nello studio


dell’etimologia, cioè dell’ ‘origine delle parole’.

→ la maggior parte delle parole romanze hanno un etimo (latino, germanico, arabo, ecc.)
attestato ad es. lat. FILIUS > it. figlio, fr. fils, prov. filhs, sp. hijo, port. filho ecc.

di alcune parole invece l’etimo lo possiamo soltanto ricostruire, attraverso l’indagine


comparativa, perché le parole (latine, arabe, germaniche, ecc.) da cui derivano non sono
attestate (ma sono sicuramente esistite)
ad es. afr. disner (> it. desinare), fr. mod. dîner, prov. disnar, catal. dinar < lat.
*DISIEIUNARE ‘mangiare’ (letteralmente ‘interrompere il digiuno’)

Appunti di filologia testuale (critica del testo / ecdotica)

Negli stessi anni in cui, grazie a Diez, Meyer-Lübke e molti altri, la linguistica romanza
diventa una scienza, anche la filologia testuale si dota di un metodo scientifico.

Le due principali teorie intorno alla pratica di pubblicare testi antichi si devono
al filologo tedesco Karl Lachmann (1793-1851)
e al filologo francese Joseph Bédier (1864-1938)

I testi antichi sono trasmessi dai manoscritti, trascritti a mano da copisti di professione,
che lavorano nelle officine librarie (scriptoria)
oppure da copisti amatoriali, che trascrivono un esemplare di un’opera per uso personale

Se un’opera ha avuto particolare fortuna, possono esserne sopravvissuti numerosi


manoscritti
Di altre opere invece si è conservato un manoscritto solo
→ ricostruire un testo significa cercare di ritornare all’originale a partire dalle copie

Ogni copia è diversa dall’altra

I copisti non sono mai fedeli al 100% al testo che stanno trascrivendo
→ il testo copiato viene continuamente modificato
Ogni modifica è classificabile come errore.
Gli errori dei copisti sono di tanti tipi, più o meno volontari. Esempi:
1) salti di sillabe, parole o intere righe di testo
2) sostituzioni di parole
3) aggiunta indebita di parole
4) inserimento nel testo di brevi glosse (cioè spiegazioni: il copista prova a migliorare la
comprensibilità del testo)
5) creazione di ‘‘mostri linguistici’’ (dove non capisce, il copista ‘‘si arrangia’’
trascrivendo ciò che vede)

Altro grosso problema legato alla copia:


ogni copista ha la sua lingua madre e le sue abitudini di scrittura, legate al luogo e al
tempo in cui ha imparato a scrivere

→ ogni volta che copia un testo, dissemina nella copia tracce della sua lingua
madre e delle sue abitudini scrittorie, sovrapponendole alla lingua del testo che sta
copiando

Meno un copista è professionale, più numerose e marcate saranno le impronte della sua
lingua sul testo copiato.

Si crea così, nella copia, un diasistema linguistico (definizione di C. Segre)


= una stratificazione di sistemi diversi, quello dell’autore + quello del copista 1 + quello del
copista 2, ecc.

Confrontiamo due copie duecentesche, una lombarda (Bg) e una toscana (V),
della stessa lirica di Giacomo da Lentini, caposcuola della Scuola poetica siciliana
(l’originale siciliano di questa lirica è naturalmente perduto)
Donna, eo languisco e no so qua· speranza

Lez.3 2/03

- Abbiamo parlato della linguistica storico-comparativa, nata con il Romanticismo

→ Tramite il confronto fonetico e morfologico tra lingue affini si possono stabilire


i legami genealogici esistenti tra queste lingue e si può provare a ricostruire la lingua
comune da cui derivano, se non attestata

- Applicando tale metodo ad ambiti differenti, Franz Bopp e Jakob Grimm teorizzano
l’esistenza di due protolingue, rispettivamente l’indoeuropeo (cui rimonterebbero buona
parte delle lingue d’Europa e le lingue della Persia e dell’India) e il germanico primitivo
(matrice di tutte le lingue germaniche)

La linguistica romanza è la sola per la quale il metodo storico-comparativo non serva


(o meglio serva solo in parte) come strumento ricostruttivo, perché la lingua matrice di
tutte le lingue romanze è nota ed è il latino

→ la funzione del metodo applicato alla linguistica romanza, per la prima volta
su basi scientifiche da Friedrich Diez, è principalmente quella di descrivere in che modo
suoni e forme del latino si sono trasformati nei suoni e nelle forme delle lingue romanze

- I comparativisti scoprono che il transito da una lingua a un’altra non è casuale ma è


regolato
Cioè: quando una lingua x muta e genera una lingua y
(ad es. latino → varie lingue romanze, *germanico primitivo → varie lingue
germaniche, ecc.) sul piano della fonetica agiscono due princìpi:
il principio della legge fonetica (1) e quello dell’analogia (2).
Vediamone qualche esempio romanzo

1. Le leggi fonetiche funzionano così: nell’evoluzione da una lingua A a una lingua B,


un suono x della lingua A si trasforma ineluttabilmente in un suono y della lingua B.

Il concetto di ‘legge fonetica’, già presente in filigrana nelle opere di Diez e Grimm,
viene formalizzato nella seconda metà del XIX sec. dalla scuola linguistica dei cosiddetti
neogrammatici (linguisti ispirati dalle teorie positiviste)

→ secondo i neogrammatici, se la linguistica è una scienza al pari delle scienze


naturali, le leggi linguistiche devono essere ineluttabili come le leggi di natura

Alcuni esempi:
in italiano (toscano): la ‘legge fonetica’ fa sì che il nesso consonantico latino CL produca
inevitabilmente chi
lat. CLAUSTRUM > it. chiostro
lat. CLAVIS > it. chiave
lat. ECCLESIA > it. chiesa

in francese: la vocale A del latino, se è tonica e in sillaba libera, in generale produce e, per
evoluzione spontanea (‘legge fonetica 1’):
lat. CLA-VIS > fr. clé
lat. A-MA-RE > fr. amer
lat. AES-TA-TE(M) > fr. été ‘estate’

quando è preceduta da C- produce il dittongo je, per evoluzione condizionata (‘legge


fonetica 2’):
CANEM > chien ‘cane’
quando è seguita da M/N produce il dittongo ai, per evoluzione condizionata (‘legge
fonetica 3’):
MANUM > main ‘mano’
[evoluzione condizionata da che cosa? Da altri suoni vicini che condizionano (=
influiscono su) lo sviluppo fonetico di A.]
È stato notato che le leggi fonetiche hanno, nelle lingue, diverse eccezioni
→ non sempre una parola mostra l’evoluzione che ci si aspetterebbe (ogni lingua è piena di
eccezioni) per questo in molti hanno contestato la definizione di ‘leggi’ (le leggi non
ammettono eccezioni) preferendo parlare di norme o tendenze fonetiche

In generale, però, una marcata regolarità nelle evoluzioni fonetiche da una lingua all’altra
esiste
→ l’idea dei comparativisti (come Diez) e dei neogrammatici (come Meyer-Lübke) non è
sbagliata

Alcune delle eccezioni alle leggi fonetiche si possono spiegare con:


2. L’analogia, che funziona così: ci sono parole che, invece di mostrare lo sviluppo
fonetico che ci si aspetterebbe, si uniformano (per ragioni di semplificazione
linguistica) ad altre parole della loro stessa classe morfologica, o che sono loro
vicine per suono o per significato.

Ad es. prendiamo il vb. latino MOVERE ‘muovere, muoversi’; il perfetto (= passato remoto)
in latino è MOVI, che in it. dovrebbe dare *movi ‘io mossi’ (perché il lat. -V- > it. -v-), invece
abbiamo mossi.
Perché? mossi (invece di *movi) si uniforma per analogia alla nutrita serie di passati
remoti scrissi, dissi, condussi, ressi, trassi ecc. (derivati regolarmente dai perfetti latini
scripsi, dixi, conduxi, rexi, traxi).

Anche quello dell’analogia è un principio tuttora valido nell’indagine linguistica, sia in ambito
fonetico, sia in ambito morfologico.

Ad es.: perché il vb. essere < inf. lat. ESSE presenta la desinenza -re?
Perché? essere si uniforma per analogia agli infiniti regolari in -re (amare, sentire,
leggere, prendere...).

Altre eccezioni alle leggi fonetiche si spiegano con il fatto che le parole coinvolte sono:
prestiti = parole che entrano in una lingua provenendo da un’altra lingua o da un dialetto

Ad es. l’it. giardino < fr. jardin < francone GARD


Uno sviluppo di GARD direttamente dal francone all’ italiano avrebbe dato *gardo, *gardino
[GA > it. ga]
gi- iniziale dimostra che la parola è passata attraverso il francese, dove GA > ja
[come l’afr. jau < lat. GALLUM ‘gallo, galletto’]

cultismi o voci dotte = parole ‘ripescate’ direttamente dal patrimonio lessicale delle lingue
classiche
Ad es. l’it. clausura < lat. CLAUSURA: se fosse entrata per via popolare, le leggi/tendenze
fonetiche avrebbero imposto *chiosura (ma i cultismi entrano nella lingua quando ormai le
leggi/tendenze fonetiche non funzionano più da secoli)

Sia i prestiti sia i cultismi mantengono la forma della lingua di partenza


- Abbiamo detto che l’etimologia, cioè lo studio dell’ ‘origine delle parole’, ha tratto
giovamento dal metodo storico-comparativo (cfr. i grandi lavori etimologici di Diez
e del neogrammatico Meyer-Lübke)

→ la ricerca etimologica ha potuto finalmente fondarsi su presupposti scientifici


(e non più su impressioni o collegamenti indebiti tra lingue)
Ad es. se è appurato che il lat. CL > it. chi, fr. cl, sp. ll, lomb. č, ecc.,
che il lat. A [tonica in sillaba libera] > fr. e, it. sp. lomb. a
che le voc. e sillabe atone finali del lat. in it. e sp. si conservano, in lomb. e fr. cadono

→ posso affermare scientificamente che it. chiave, fr. clé, sp. Llave, lomb. ciav < lat.
CLAVE(M)
→ attraverso l’indagine comparativa posso anche provare a ricostruire etimi non
attestati

- ...e anche la dialettologia:


Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), padre della dialettologia romanza fondatore della
rivista «Archivio glottologico italiano» professore di ‘storia comparata delle lingue classiche e
neolatine’ (= linguistica classica e romanza) a Milano

Applica il metodo storico-comparativo allo studio dei dialetti


→ individua le famiglie linguistiche ladina (Saggi ladini) e francoprovenzale (Schizzi
francoprovenzali)

Dobbiamo molto al metodo storico-comparativo, i cui principi sono tuttora validi


e sono utilissimi nella ricerca linguistica specialmente nello studio delle caratteristiche
fono-morfologiche delle lingue, antiche e moderne, considerate in prospettiva storica
(origine ed evoluzione)

Nel Novecento ha preso piede lo studio sincronico delle lingue (non più quindi in
prospettiva storica)
→ lingue viste non in rapporto alle loro origini e al loro mutamento nel tempo, ma
analizzate nel loro funzionamento in un determinato momento della loro esistenza
spec. nella contemporaneità

Il paradigma moderno (strutturalista) inaugura lo studio della lingua come struttura


complessa:
- si indagano i meccanismi che le fanno funzionare
- la costruzione della frase (sintassi)
- i registri linguistici
- l’uso della lingua nella società, ecc.
→ si scopre che certi principi di funzionamento delle lingue sono universali (validi per
ogni lingua in ogni tempo): cfr. ad es. la dicotomia langue / parole
Il precursore dello strutturalismo fu Ferdinand de Saussure (Cours de linguistique
générale, 1916)

Per tornare agli appunti di filologia testuale


- Abbiamo detto che la filologia testuale (o ecdotica, o critica del testo) si dota di un
metodo scientifico negli stessi anni in cui lo fa la linguistica con il metodo storico-
comparativo

- Abbiamo presentato i due studiosi cui si devono le due principali correnti


metodologiche della disciplina ecdotica:
il filologo tedesco Karl Lachmann (1793-1851)
e il filologo francese Joseph Bédier (1864-1938)

- Abbiamo precisato, preliminarmente, i concetti di manoscritto, copista, originale /


copia, errore (e sue tipologie)

- Abbiamo parlato di stratificazione linguistica della copia e di diasistema (cfr. le


riflessioni di C. Segre):
→ nella copia di un testo interferiscono tra loro il sistema linguistico-stilistico dell’autore
+ quello del copista 1 + quello del copista 2, e via di seguito

Karl Lachmann, filologo classico, stabilì un metodo scientifico per la ricostruzione di un


testo antico a partire dalle sue copie: il metodo di Lachmann.
Ebbe modo di applicarlo all’edizione del De rerum natura di Lucrezio (1850)

Lachmann si distanzia dalla prassi editoriale degli Umanisti


→ correggevano i testi antichi sulla base di congetture, o attingendo alle varie copie di
quei testi senza fondare le loro scelte su precisi criteri metodologici.

Per provare a ricostruire l’originale di un testo antico, Lachmann invita a partire dalla
recensio [lat. recensere ‘fare il censimento’, ‘esaminare’], che consiste nel:

1. prendere in considerazione tutta la tradizione manoscritta del testo da pubblicare


2. mettere a confronto tra loro i manoscritti (collatio) per stabilirne le parentele

→ i rapporti genealogici tra i manoscritti si stabiliscono tramite gli errori comuni:


in particolare, tramite quegli errori che non possono essere poligenetici, cioè non possono
essere stati commessi indipendentemente da più copisti.
Questi errori si chiamano errori guida (e sono monogenetici)

Purtroppo, non sempre gli errori guida sono evidenti:


spesso, se la copia A di un testo presenta la parola X, e la copia B la parola Y, e nessuna
delle due è palesemente erronea (ma è certo che una delle due è un errore), siamo in
presenza di varianti.

Lez. 4 6/03
- Il metodo di Lachmann (non se lo ha inventato L. ma lo ha applicato, inventata
probabilmente da coloro che erano venuti prima ma lui è riuscito ad utilizzarlo e
trasformare queste procedure) dà fondamento scientifico al processo di ricostruzione
dei testi antichi (ritorno all’originale: sensibilità romantica), chimerico tentativo di
ritornare all’originale. trova una applicazione sensata
- Karl Lachmann collauda il metodo nella prima metà dell’Ottocento (ed. di Lucrezio,
1850), i suoi continuatori lo perfezionano nella seconda metà e ha una sua
formalizzazione definitiva: Paul Maas, Textkritik (tedesco), Lipsia, 1927

- Principi del metodo lachmanniano sono:


1. L’individuazione dei rapporti genealogici tra i manoscritti che si basa sugli
errori comuni. Non posso dire che due testi siano vagamente simili e quindi
imparentati, necessito di errori significativi e monogenetici (= non possono
essere stati commessi da più copisti indipendentemente e un copista non può
correggerli)

Per sancire una parentela tra manoscritti, tali errori comuni devono essere errori significativi,
o errori guida, e soprattutto devono essere monogenetici

Se due manoscritti A e B di un testo condividono almeno un errore monogenetico,


allora significa che questi due manoscritti sono imparentati.
Questo errore monogenetico che le congiunge si definisce, appunto, errore congiuntivo.
In presenza di almeno un errore congiuntivo tra di loro, la parentela tra A e B può essere di
tre tipi:

(1. A è il manoscritto padre di B; 2. B è il manoscritto padre di A; derivano entrambi da un


manoscritto padre sconosciuto)

Nei casi 1. e 2., i manoscritti A e B derivano direttamente l’uno dall’altro


→ si dice pertanto che sono descripti l’uno dall’altro [lat. describere ‘copiare, trascrivere’]

Se si riesce a dimostrare che un codice dipende direttamente da un altro che già


possediamo, cioè è descriptus da quell’altro, quel manoscritto non è più utile per la
ricostruzione del testo (perché possediamo già il suo antigrafo: quindi, se si verifica l’es. 1,
non mi serve più B, se si verifica l’es. 2 non mi serve più A)

→ si pratica allora quella che Lachmann chiama eliminatio codicum descriptorum


(‘eliminazione dei codici descripti, cioè copiati direttamente da altri che possediamo’)

Nel caso 3., invece, le copie A e B dipendono entrambe da uno stesso modello perduto (x).

Questa situazione 3. si verifica quando:


1. I manoscritti A e B condividono almeno un errore congiuntivo
2. sia A sia B presentano almeno un errore che nell’altro manoscritto non c’è
e che il copista non può avere corretto → questo genere di errore guida o
errore significativo si chiama errore separativo (come delle lacune)
[gli errori guida, o significativi, sono in generale quelli utili a comprendere i rapporti
genealogici tra i manoscritti, e possono essere sia separativi, sia congiuntivi];
se A presenta un errore che in B non c’è, e se B presenta un errore che in A non
c’è → allora A e B non potranno dipendere uno dall’altro, ma dipendono entrambi
da x.

Esempio fittizio
Si hanno sei manoscritti di un certo testo (A, B, C, D, E, F), che costituiscono nell’insieme
la tradizione manoscritta di quel testo.

Al termine del lavoro di individuazione dei rapporti di parentela esistenti tra i manoscritti
(grazie a errori guida separativi e congiuntivi), si è riusciti a disegnare uno schema di questi
rapporti, detto stemma codicum (‘albero genealogico dei codici’), fatto così:

archetipo: prima copia che contiene già un’errore e da essa dipende tutta la traduzione di un
testo. può essercene più di uno
Se si è fatto un buon lavoro nell’individuazione degli errori, lo stemma costruito è
corretto.
→ si potrà avviare l’operazione di ricostruzione
del testo, scegliendo tra le varianti riscontrate
nella tradizione manoscritta tramite
l’applicazione della cosiddetta legge della
maggioranza.
Esempio:
per la legge della maggioranza è cane
A un certo punto del testo la tradizione manoscritta presenta le varianti adiafore cane e
lupo.

Se questo stemma è ben costruito, per la legge della maggioranza posso stabilire che la
lezione dell’archetipo (cioè la variante ‘buona’) è ...

Applicazione della legge della maggioranza sulla base dello stemma

→ scelta meccanica tra varianti prima considerate adiafore ‘senza differenza’, cioè
‘ugualmente accettabili’ (parole che prima erano accettabili)
(eliminatio lectionum singularium ‘eliminazione delle lezioni singolari’ non genuine)

→ Ricostruzione del testo dell’archetipo, ≠ originale perché contiene errori

Correzione degli errori dell’archetipo (emendatio, pulizia) → restituzione del testo


originale

Gli errori da archetipo si riconoscono perché sono errori evidenti presenti in tutti i
manoscritti di una determinata opera. Se sono presenti in un unico manoscritto, esso è
l’archetipo.

La prima monumentale applicazione del metodo di Lachmann all’edizione critica di un


testo romanzo si deve a Gaston Paris (1839-1903), edizione del poema agiografico (in
versi elaborato in abito clericale e giullaresco, fatto nelle piazze per diffondere la parola,
perciò sono instabili in quanto orali) Vie de Saint-Alexis (XI sec.)

Stemma codicum della Vie de Saint Alexis


secondo Gaston Paris
Stemma bipartito che principalmente fa facendo
valere la legge della maggioranza.

Testo tipico della Chanson de roland.

L’apparato critico è quel luogo della edizione critica


dove l’editore (lo studioso) indica tutte le varianti
attestate che non ha accolto a testo; irrinunciabile
dell'edizione critica. Non tutti fanno le stesse scelte
di varianti.

Apparato negativo nel quale vengono evidenziate solo le varianti non accolte, ci sono anche
le varianti positive con tutte le varianti accolte a testo e non.
Ci sono editori che non le esplicitano (disonesti perchè non documentano il processo).
Attenzione
Ogni tentativo di ricostruzione dell’originale rappresenta un’approssimazione,
una “ipotesi di lavoro’(G. Contini)

→ La filologia testuale non è una scienza esatta: l’originale di un testo è e rimane


irrecuperabile (tranne che nei fortunati casi in cui esso è conservato) e poterlo ricostruire
meccanicamente per intero è un’illusione.

Infatti il metodo di Lachmann, che mira alla ricostruzione meccanica del testo, in alcune
situazioni non è applicabile.
In particolare, i successori di Lachmann individuano ‘falle’ nel metodo
in presenza di:

1. stemmi bipartiti (molto frequenti)


2. contaminazione (= trasmissione orizzontale) tra manoscritti diversi dello stesso
testo

Non posso applicare la legge della maggioranza, è 50 e 50


Si parla quindi di recensio aperta dove non sono possibili scelte meccaniche
Lo iudicium del filologo (scelta ‘non meccanica’) si applica di norma secondo due principi:

● usus scribendi (‘modo di scrivere’) dell’autore, se io conosco bene lo stile di uno


scrittore posso azzardarmi a elaborare la scelta.
→ il filologo sceglie la variante che a suo modo di vedere si adatta meglio allo stile
dell’autore e quindi ha più probabilità dell’altra di essere originaria

● lectio difficilior (‘lezione più difficile’)


→ il filologo sceglie la variante che pare la meno banale delle due:
un copista, trovandosi a copiare una parola ‘difficile’, potrebbe averla
semplificata, banalizzata
● al principio dei loci paralleli: (2 espressioni adiafore dove il criterio del usus
scribendi e del lectio difficilior non ha funzionato) c’è qualche punto del testo in cui
l’autore ha usato la stessa espressione di a o b? Tale espressione ricorre in altri
autori a lui coevi, o rimanda a una fonte da lui utilizzata? la forma che si avvicina
(ultima spiaggia) al ramo della tradizione che lo stemma ha dimostrato essere più
affidabile

La contaminazione o trasmissione orizzontale, è quando un manoscritto contiene degli


elementi presenti sia dal manoscritto padre che da un altro manoscritto.
[Un copista copia un po’ da x, un po’ da y, un po’ da z (che appartengono a tre diversi rami
della tradizione)]

- Se una traduzione è troppo contaminata (= troppe linee di trasmissione


orizzontale), gli errori passano da una famiglia all’altra di mss→ la possibilità di
costruire lo stemma è compromessa.
- Se invece la contaminazione è riconoscibile, ridotta e governabile, si può ugualmente
costruire lo stemma.

Lez. 5 7/03
Volgarizzazione è la traduzione di testi latini, la prosa romanza nel 13 secolo fa
principalmente ciò.

Altri limiti all’applicazione del metodo di Lachmann


L’approccio al metodo di Lachmann nella filologia novecentesca e specialmente italiana
(Giorgio Pasquali, fil. classico, Michele Barbi, fil. italiano, Gianfranco Contini, fil. romanzo)
comporta revisioni e aggiornamenti al metodo ricostruttivo.

- Oltre alle questioni degli stemmi bipartiti e della contaminazione, emergono altri aspetti
che il filologo ricostruttivo, lachmaniano non può ignorare.

→ il processo di trasmissione di un testo antico non è né può essere rigidamente


regolato,
è sottoposto a diverse influenze (vicenda umana, non legge matematica)

Si presta grande attenzione alla storia della tradizione, non solo alla pura e meccanica critica
del testo
→ come, quanto e dove un testo ha circolato dopo essere uscito dalle mani
dell’autore.
L’esame della storia della tradizione può aiutare nel processo ecdotico.

[cfr. l’opera teorica fondamentale di Giorgio Pasquali, Storia della tradizione e critica del
testo (1934)]

Il metodo ricostruttivo rimane valido, ma non vanno ignorate alcune questioni importanti
legate alla tradizione dei testi, quali ad es.:
a. il principio dei manoscritti recentiores non deteriores (‘manoscritti più recenti
cronologicamente non recano necessariamente un testo più corrotto’)
→ un ms. copiato nel Tardo Medioevo può dipendere da un antigrafo vicino
all’archetipo

b. la possibilità dell’esistenza varianti d’autore (dopo la pubblicazione di un’opera si


riprende dopo un pezzo e si modifica, in questa maniera circoleranno 2 varianti
d’autore) disseminate nella tradizione
→ l’autore ha messo in circolazione redazioni diverse di un suo stesso testo
(quindi possono esistere due originali ed eventualmente due archetipi)

c. la difficoltà o impossibilità di costruire uno stemma:


ad es. capita con i testi di fruizione popolare, laude, destinati a recitazione e canto
→ tradizione caratterizzata da marcati rifacimenti, esistenza di versioni non confrontabili
di uno stesso testo, diversissime nella forma e nella sostanza

d. l’impossibilità di ricostruire un archetipo, o il fatto che un archetipo possa non


esistere, perché magari la tradizione nota rimonta direttamente all’originale:
ad es., un autore fa copiare la sua opera autografa o idiografa a due copisti in
contemporanea, o la consegna a uno scriptorium… (che creano seri problemi nella
creazione di uno schema)
interpolazione= un copista segue un testo e si prende la briga di migliorarlo con l’utilizzo di
testi a sua disposizione.

Milione originario, è scritto in francese con italianismi; di ciò l’unica redazione che conservi la
veste linguistica originaria è la redazione F (manoscritto unico). Ma è pieno di errori dei quali
è possibile attuare la legge della maggioranza. il ramo beta contiene una seconda versione
riveduta del suo testo e i manoscritti che contengono questa versione o sono in latino o in
veneziano.

Il filologo romanzo francese Joseph Bédier (1864-1938), inizialmente lachmanniano, si rese


conto che il metodo di Lachmann portava a costruire dei testi ‘virtuali’, che non sono mai
esistiti nella realtà.

Bédier registra, nella tradizione romanza:


1. una grande quantità di stemmi bipartiti (= impossibile ricostruire un testo per intero
in maniera meccanica)

2. la possibilità di disegnare diversi stemmi per la tradizione di uno stesso testo

Nell’edizione (1913) del Lai de l’ombre, testo in versi di carattere narrativo in antico
francese, Bédier suggerisce di evitare di lanciarsi in ricostruzioni insoddisfacenti.

→ propone di individuare un bon manuscrit (‘buon manoscritto’) del testo da pubblicare


= il manoscritto che sulla base dello stemma risulti il migliore o tra i migliori e di pubblicare
il testo di quel manoscritto correggendolo il minimo indispensabile.

Bédier dà dunque valore a una forma del testo che ha avuto un’esistenza storica in
quanto fisicamente contenuto nel ms. che lui ha deciso di pubblicare.

La forma del testo che Bédier pubblica non è ‘ricostruita’ o ‘virtuale’: è stata realmente letta
da qualcuno.

Il metodo di Bédier (= bon manuscrit; rinuncia alla ricostruzione della fisionomia originaria
del testo) non ha scalzato il metodo lachmanniano nell’ambito dell’ecdotica.

Quando egli [i.e. Bédier], perfettamente consequenziario, pubblicò il lai e il Roland sulla
base di un solo manoscritto, e per il Roland si affannò a difendere con geniale ostinazione la
lezione del manoscritto per molte ragioni migliore anche in infimi particolari poco verosimili,
certo non si rendeva conto che conservare criticamente è, tanto quanto innovare, un’ipotesi
[...]; resta da vedere se sia sempre l’ipotesi più economica

(Gianfranco Contini, Ricordo di Joseph Bédier, 1939)

→ il metodo ricostruttivo rimane fondamentale, ma con tutta la serie di correttivi che


abbiamo visto e con la nuova sensibilità per la testimonianza manoscritta che Bédier ha
promosso.

Grande merito di Bédier è però quello di avere portato l’attenzione sul testo e sul
manoscritto come individui storici:
→ valorizza il testo come ‘oggetto’ effettivamente fruito in un luogo e in un tempo grazie
al manoscritto / ai manoscritti che lo riporta(no)

In ambito romanzo, l’attenzione al manoscritto promossa da Bédier ha portato a ‘smussare’


e ‘integrare’ la pura teoria ricostruttiva di Lachmann.

→ anche in edizioni ricostruttive si pone attenzione ai mss., specialmente a quelli


autorevoli per datazione, bontà del testo e caratteristiche linguistiche (e spesso li si prende
come ‘manoscritti base’ per l’edizione critica)

- Un testo romanzo può essere tramandato da tanti mss. scritti con patine linguistiche
diverse, spesso non coincidenti con la lingua dell’autore
(≠ testi classici greci e latini, dove la tradizione è linguisticamente uniforme)

- La lingua dell’originale non si può ricostruire attraverso lo stemma codicum


(Lachmann vale per le varianti sostanziali, non per quelle formali)

→nella maggior parte dei casi l’edizione critica di un testo romanzo, anche se
condotta secondo principi lachmanniani, si deve fondare su un ‘manoscritto base’
ben scelto che sia:
1. vicino all’autore per datazione e per lingua
(meglio non pubblicare la Commedia di Dante secondo un ms. milanese, o la Chanson de
Roland secondo un ms. in francese italianizzato...)

2. autorevole per la sua lezione (cioè per le varianti sostanziali), insomma collocato in
alto nello stemma
Cfr. ad es. il caso della tradizione della Commedia dantesca:
il manoscritto U (Città del Vaticano, BAV, ms. Urbinate lat. 366, a. 1352), dalla lezione molto
autorevole non è linguisticamente fiorentino, ma padano (emiliano-romagnolo).

→ è forse il codice migliore ma la sua patina linguistica settentrionale rende complicato


sceglierlo come manoscritto base (o ms. di superficie) per l’edizione della Commedia

Così però ha fatto Federico Sanguineti, fondando la sua edizione della


Commedia (2001) proprio sul manoscritto Urbinate (considerato bon manuscrit),
ma correggendolo talora nella sostanza sulla base dello stemma
ed espungendone i tratti linguistici settentrionali

Più lineare è invece, ad es., il caso di Restoro d’Arezzo, autore dell’enciclopedia


La composizione del mondo colle sue cascioni (XIII sec., s.m.)

→ uno dei manoscritti più antichi e dalla lezione più autorevole


è linguisticamente aretino (quindi coerente con la lingua dell’autore):
pertanto può costituire senza problemi il manoscritto base dell’edizione critica

Sempre a proposito dell’interesse, di tipo ‘bédieriano’, per l’‘oggetto manoscritto’:

negli ultimi decenni ha preso piede la cosiddetta filologia materiale


(= filologia del manoscritto)

Chi fa filologia materiale deve essere esperto non solo di metodi filologico-ricostruttivi,
ma anche di competenze codicologiche, paleografiche, linguistiche, storiche

→ attraverso la ricostruzione della storia di un manoscritto (= l’oggetto calato nel


contesto che lo ha prodotto) si fa non solo storia della tradizione del testo/dei testi
che esso contiene, ma anche storia della cultura

Lez. 6 8/03

Alcuni aspetti dell’ampia discussione novecentesca intorno al metodo lachmanniano


In area italiana approfondiscono il tema filologi come Barbi, Contini, Pasquali, Timpanaro...
→ La trasmissione di un testo sfugge al meccanicismo, ci sono tanti fattori da
considerare

Giorgio Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo (1934)


→ pubblicare un testo antico non può prescindere dal conoscere bene le vicende
della sua tradizione (= dove, come, quando, quanto un testo ha circolato nei
manoscritti che lo hanno tramandato, dopo che il suo autore l’ha ‘fatto uscire’)
Soprattutto Pasquali richiama l’attenzione su alcuni principi dei quali l’editore di testi
deve tenere conto:
- manoscritti recentiores non deteriores
- presenza di varianti d’autore, circolazione di più redazioni ‘d’autore’ di un
determinato testo
- testi dalla tradizione mobile: riscritture, rimaneggiamenti, traduzioni
(spec. testi destinati all’oralità, di fruizione popolare)
→ difficoltà a costruire lo stemma, o impossibilità
- è sempre esistito un archetipo? Oppure alcune tradizioni derivano, in tutto o in
parte, direttamente dall’originale?

Nella filologia dei testi romanzi, solo di rado si può applicare il metodo della ricostruzione
meccanica fino all’archetipo
→ lo iudicium del filologo è sempre decisivo

Joseph Bédier osserva nelle tradizioni dei testi romanzi


1. grande quantità di stemmi bipartiti (= no scelte meccaniche)
2. possibilità di tracciare più stemmi per una stessa opera
(= messa in discussione dell’oggettività del concetto di errore)

Bédier pensa che i filologi romanzi ricostruiscano testi mai esistiti nella realtà
(perché non meccanici ma condizionati dallo iudicium dei singoli studiosi, e spesso
fondati su stemmi opinabili)

Tanto vale allora fare l’edizione del testo secondo la lezione di un solo manoscritto
(= bon manuscrit)

1. Si traccia lo stemma - 2. Si individua nello stemma il ms. che non ha


bisogno di troppe correzioni - 3. Si pubblica quello, correggendolo il meno
possibile e dove non se ne può fare a meno

→ Se si offre il testo contenuto in un bon manuscrit, si è sicuri di offrire al lettore un


testo che è esistito, che ha avuto una sua concretezza storica, che è stato effettivamente
letto da qualcuno in un certo momento del passato (no falso storico).

Il metodo lachmanniano resiste, ma l’eredità di Bédier è grande.

→ nella filologia romanza c’è ormai sempre attenzione per la fisionomia del testo per come
si presenta in un determinato manoscritto, e per le caratteristiche materiali dei manoscritti
(= filologia materiale, in voga negli ultimi anni)

Le edizioni critiche di testi romanzi hanno il problema della lingua originale del testo
(tradizioni manoscritte linguisticamente variegate; ≠ fil. classica, tradizioni
linguisticamente stabili)
→ si usa, se possibile, fondare la propria edizione critica (anche condotta con metodi
lachmanniani) su un ms. che sia buono per lezione, magari antico e linguisticamente
vicino all’autore (= manoscritto-base o manoscritto di superficie)

Esempio di procedura. Se pubblico un testo romanzo tramandato da più mss. (=


pluritestimoniale):
1. Costruisco, se possibile, lo stemma sulla base degli errori guida
2. Individuo, se possibile, tra i manoscritti più ‘alti’ nello stemma quello che per
caratteristiche linguistiche e per data si avvicina di più alla lingua e al periodo
dell’autore
3. Faccio funzionare, se possibile, lo stemma su quel ms.
→ eventualmente lo correggo dove lo stemma me lo suggerisce; e se restano lezioni
insoddisfacenti, le correggo con lo iudicium

Tipologie di edizioni di carattere scientifico

Edizione diplomatica (o facsimilare)


→ riproduce esattamente il testo per come si presenta in un determinato manoscritto,
senza nessun tipo di intervento dell'editore.

Edizioni di questo genere erano molto utili in epoca pre-fotografica (sostituivano la


fotografia del ms.)
Oggi si offrono edizioni diplomatiche:
- se il ms. è difficilmente leggibile (grafia ostica, inchiostro evanito ['scomparso'])
- in accompagnamento all'edizione interpretativa o critica di testi di grande valore storico-
linguistico, storico-letterario, storico-culturale
(ad es. le più antiche manifestazioni scritte di un volgare, i testi delle Origini)

Strofa di preghiera per la madonna in area Bresciana, più antico presente di lauda
(preghiera cantata) in volgare ma anche in volgare Bresciano, il ritrovamento si deve a Nello
Bertoletti.
tracce= pezzi di testo scritti in modo avventizion (casuale) in un libro di argomento differente

unico intervento: la divisione delle righe;


le cose tra parentesi sono scioglimenti di abbreviazioni
Lo scioglimento delle abbreviazioni non è proprio bene per le trascrizioni diplomatiche in
quanto è considerata una interpretazione. Manoscritto Redi 9 (XIII sec. ex.), f. 75ra
laurenziano, Giacomo da Lentini, Madonna, dir vo voglio
La sezione scritta da un copista pisano contiene un gruppo di liriche della scuola siciliana e
ciò ha portato a supporre che la trascrizione toscana sia avvenuta tra pisa e lucca e la parte
laurenziana viene da pisa. Il libro siciliano dev’essere sparito nel ‘500. il manoscritto è
redatto su due colonne, ogni poesia ha una sua introduzione e i versi sono in prosa, uno
dopo l’altro, andavano a capo con il punto metrico per indicare il verso successivo.

Edizione interpretativa
→ rispetta la lezione di un determinato manoscritto, ma presenta interventi che ne
facilitano la lettura; in genere si attuano normalizzazioni grafiche, non correzioni.
(se non, al limite, di lapsus calami del copista: aplografie, dittografie, omissioni di lettere, di
tituli, ecc. comunque da segnalare o in un piccolo apparato, o con accorgimenti tipografici
all'interno del testo)

L'edizione interpretativa rende leggibile un testo nella forma che esso ha in un determinato
manoscritto.
Anch'essa, come l'edizione diplomatica, valorizza il testo come documento linguistico o
storico
→ valorizza la testimonianza materiale del singolo manoscritto, più che il testo in sé
(cfr. le CLPIO – Concordanze della lingua poetica delle Origini di d'Arco Silvio Avalle, 1992)
Edizione critica
→ si propone di ricostruire un testo per avvicinarlo alla sua forma originaria.
Può essere fondata su una tradizione del testo pluritestimoniale
(= tanti manoscritti, si pone il problema dello stemma) o su un manoscritto unico
(tradizione monotestimoniale), da correggere ricorrendo al iudicium.

L'editore critico deve mostrare con precisione tutte le tappe che lo hanno condotto a
costruire lo stemma (o alla decisione di non costruirlo) e giustificare ogni sua scelta
editoriale

→ L'editore critico non può dunque rinunciare:


- a una sezione introduttiva nella quale presenta e discute gli errori guida su cui ha fondato
lo stemma;
- all'apparato critico, dove raccoglierà tutte le varianti sostanziali presenti nella tradizione
manoscritta del testo e che lui ha deciso di scartare.
[è bene che offra anche: 1. un commento puntuale al testo; 2. una nota linguistica che
descriva almeno la lingua del 'manoscritto base'; 3. un glossario]

La conclusione naturale di uno studio di critica testuale è la realizzazione di un'edizione


critica. Si tratta di un'edizione 'scientifica' dell'opera, tale cioè che possa essere utilizzata
dal lettore come testo 'ufficiale' e affidabile, e nella quale si affrontano i problemi posti da
quello specifico testo in ordine al suo stato di conservazione e, ove necessario, alla sua
ricostruzione. Essa può consistere nella riproduzione dell'originale, se è conservato; o in
un'ipotesi di ricostruzione dell'originale, se esso non è conservato; o ancora nella
pubblicazione comparativa di testi diversi, ognuno dei quali gode della qualifica di
originale o è comunque importante ad illustrare il processo di sviluppo testuale.

Paolo Chiesa, Elementi di critica testuale, Bologna, Pàtron, 2002, p. 24


Lez. 7 13/03
Riassunto della lezione precedente
- Ultimi appunti sul metodo di Lachmann e sulla discussione che ha suscitato, spec.
in area italiana (Pasquali, Contini, Barbi, ecc.); ancora intorno alla proposta di
Bédier e alla valorizzazione del manoscritto.

- Tipologie di edizione scientifica di un testo antico:


● diplomatica (fotografia della pagina)
● interpretativa (minimi interventi sull’opera)
● critica (introduzione nel quale il filologo spiega lo stemma e segna ciò che ha
scartato nella creazione dello stemma)

Fondamenti di linguistica romanza


Continuazione del latino parlato non sono le lingue nazionali, ma i dialetti
(non derivano dal latino scritto ma dal latino parlato; dal passaggio dal latino alle lingue
romanze, si è passato a lingue ben distinte dalla zona geografica)

- I dialetti romanzi nel loro insieme configurano un continuum (continuo) il cosiddetto


continuum dialettale romanzo
→ da Lisbona a Trieste i dialetti sfumano gradualmente l’uno nell’altro senza soluzione di
continuità
- L’area di transizione da una varietà dialettale a un’altra è determinata da un
‘fascio di isoglosse’
Isoglossa [dal greco] (concetto introdotto da G. I. Ascoli, lett. ‘lingua uguale’) = linea
immaginaria che segna il confine geografico di un certo fenomeno linguistico
(fonetico, morfologico, sintattico, lessicale)
Un fascio di isoglosse può definire la zona di transizione da un dialetto all’altro

Linguistica diatopica o geolinguistica studia i mutamenti nello spazio.

Atlanti linguistici → rappresentazioni cartografiche della variazione dialettale


Strumenti fondamentali della geografia linguistica (che indaga come una lingua muta
nello spazio [diatopia]) si selezionavano delle località e una serie di campi semantici, si
inviavano degli interrogatori per chiedere agli interrogati come si dicevano alcune parole nel
loro dialetto (nome di un oggetto, di una pratica, di un mestiere ecc.)

Karl Jaberg, Jaokb Jud Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz (AIS)
8 voll. Zofingen, Ringier & Co., 1928-1940 online alla url [Link]
Una seggiola (carta n. 897)
Jules Gilliéron, Edmond Edmont Atlas linguistique de la France (ALF) 9 voll. Paris,
Champion, 1902-1910 online alla url [Link]
Une chaise (carte n° 222)

Che cosa differenzia una lingua e un dialetto (< gr. διάλεκτος ‘lingua’, ‘lingua comune’,
‘lingua di una regione’)?

Tra lingue e dialetti non ci sono differenze di sostanza (= differenze di carattere glottologico)
→ sia i dialetti sia le lingue sono varietà linguistiche.

Una lingua non è in sé e per sè superiore a un dialetto: la distinzione tra lingue e dialetti
si opera sulla base di criteri storici, culturali, politici, sociali, non linguistici.

All’origine e alla base di una lingua c’è sempre una varietà dialettale: ad es. il fiorentino del
Trecento per l’italiano, il castigliano per lo spagnolo, la varietà dell’Ile-de-France (Parigi) per
il francese, ecc.

Dialetto= ‘parlata propria di un ambiente geografico e culturale ristretto (come la


regione, la provincia, la città o anche il paese); contrapposta a un sistema linguistico affine
per origine e sviluppo, ma che, per diverse ragioni (politiche, letterarie, geografiche, ecc.) si
è imposto come lingua letteraria e ufficiale’ [GDLI. Grande dizionario della lingua italiana,
fondato da S. Battaglia, Torino, UTET, 1961-2002, s.v.]

Nella lingua italiana, parola dialetto comincia a essere impiegata in seguito alla scelta del
fiorentino trecentesco ‘delle Tre Corone’ come lingua letteraria (che si ha con Pietro
Bembo, Prose della volgar lingua, 1525). Prima della canonizzazione non esistevano lingue
e dialetti, esistevano volgari (lingua per eccellenza era il latino)

Prima si parlava di volgari (milanese, fiorentino, siciliano, ecc.; fuori d’Italia, limosino,
piccardo, castigliano, ecc.), la maggior parte dei quali era arrivata nel Medioevo
all’elaborazione scritta, a volte anche illustre → scripta (significa scrittura), non è
uniforme, dipende da chi scrive.

Con l’instaurarsi di una lingua standardizzata e ufficialmente riconosciuta come strumento


comunicativo (per ragioni culturali-letterarie, come in Italia; per ragioni politiche, come in
Francia e Spagna) le altre varietà assumono una connotazione diastratica più bassa →
dialetti, patois (dialetto)

I dialetti:
- hanno un ambito d’uso più ristretto della lingua sia sul piano geografico, sia sul
piano sociolinguistico:
1. cambiano sensibilmente da un luogo all’altro (variazione diatopica)
2. non sono riconosciuti come strumenti di comunicazione trasversale da ampie
comunità di parlanti
3. non sono impiegati nelle istituzioni, nella burocrazia, nei media, ecc. e sono
relegati alla comunicazione informale, di solito orale (famiglia, amici, gruppi sociali
ben identificati)
4. hanno in genere scarsa escursione stilistica (= registri linguistici) e non possono
essere impiegati per tutte le esigenze espressive

- come le lingue, hanno una loro grammatica, ma spesso non è stata codificata (=
fissata per iscritto)
→ di solito un dialetto manca di uno standard (le lingue, invece sono altamente
standardizzate)

Esempio:
non esiste nessuna lingua lombarda
cioè: non esiste un ‘lombardo’ standard dalla grammatica codificata
utilizzato da un capo all’altro della regione da bergamaschi, pavesi, mantovani, milanesi ecc.
come lingua comune, da impiegare anche per iscritto (dalla narrativa alla saggistica)
e nelle istituzioni, nella burocrazia, nei media, ecc.

Esiste semmai la famiglia dei dialetti lombardi:


→ inclusa nella più ampia famiglia dei dialetti gallo-italici
→ inclusa nella più ampia famiglia dei dialetti italiani settentrionali

Lingua ‘sistema orale e scritto istituzionalizzato, creato dai parlanti e dagli scrittori, con
cui si attua il linguaggio articolato, serve all’uomo per esprimersi, e si presenta in perenne
evoluzione attraverso il tempo [...] In partic.: idioma ufficiale parlato e letterario proprio
di una nazione, contrapposto alla parlata di un ambiente geografico e culturale ristretto’
[GDLI, s.v.]

Le lingue:
- hanno un alto grado di standardizzazione
- hanno una codificazione grammaticale
- sono riconosciute da una comunità di parlanti più o meno ampia come strumento di
comunicazione comune che supera le differenze locali
- sono impiegate nelle istituzioni, nella burocrazia, nei media, ecc.
- sono adeguate a tutte le esigenze espressive che il parlante e lo scrivente può
manifestare

Alcune varietà oggi classificate come dialetti o patois in passato sono state lingue
a tutti gli effetti:
ad es. nel Medioevo il provenzale (per prestigio culturale e letterario e per la rilevanza
politica dei potentati autonomi dell’area centro-meridionale della Francia)
o il veneziano (diffusosi ben oltre Venezia, nel parlato e nello scritto, per ragioni di egemonia
politica); nel Quattrocento il volgare di Milano, ripulito dei tratti locali più marcati, era
impiegato nell’amministrazione (lingua della cancelleria visconteo-sforzesca) ecc.

→ La storia può determinare la ‘promozione’ di un dialetto a lingua o viceversa la


‘degradazione’ di una lingua a dialetto

Lez.8 14/03

- La lingua cambia nello spazio (diatopia): gli atlanti linguistici rappresentano


questo cambiamento sulla carta geografica

- La linguistica areale (o geografia linguistica, o geolinguistica) rende evidente il


fenomeno della teoria delle onde (ted. Wellentheorie) descritto da Johannes Schmidt
(1843-1901)

Un’innovazione linguistica parte da un centro propulsore (di solito un centro


di prestigio) e si irradia più o meno rapidamente verso la periferia.

→ le periferie conservano dunque stadi di lingua più arcaici, perché le innovazioni


partite dal centro propulsore non sono ancora arrivate e forse non arriveranno mai:
cfr. il caso delle consonanti velari C, G del latino conservate dal sardo davanti ad -e-, -i-
(sardo bake, it. pace, fr. paix, sp. paz, ecc. < lat. PACEM)

- Lingue e dialetti: cosa li accomuna, cosa li differenzia

Non esistono differenze strutturali tra lingue e dialetti


La differenza è di tipo funzionale, cioè riguarda i differenti ambiti di impiego nella società

dialetto: uso privato, familiare; geograficamente limitato; non istituzionalizzato;


varietà non riconosciuta come lingua di comunicazione a tutti i livelli da una comunità di
parlanti (no grammatica codificata, no standard)

Circostanze storiche, culturali, politiche hanno fatto sì che determinati dialetti venissero
‘promossi’ a lingue e che viceversa delle lingue fossero ‘degradate’ a dialetti o patois.

La scelta del parlante tra lingua e dialetto pertiene all’ambito della diglossia

diglossia → il parlante conosce due varietà (ad es. lingua e dialetto)

che però non sono intercambiabili in tutti i contesti (altrimenti: bilinguismo),


ma va scelta una o l’altra a seconda del contesto (diafasia):

in contesti ufficiali, formali, si impiega la lingua (registro più alto)


in contesti privati, informali, si impiega il dialetto (registro più basso)

Esiste un rapporto gerarchico tra lingua e dialetto


→ e quindi una differenziazione funzionale tra le due varietà

Strumenti per interpretare e classificare le variazioni linguistiche


→ gli assi di variazione della lingua

Ogni lingua è soggetta a diversi tipi di variazione, che possono anche interagire tra loro;
si parla assi di variazione della lingua (Saussure 1916; Coseriu 1973)

(sincronica: studio di una lingua in un periodo specifico)


Diacronica → variazione nel tempo(periodo di tempo)
Diatopica → ‘‘ nello spazio
Diastratica → ‘‘ determinata dal contesto sociale
Diafasica → ‘‘ determinata dalle situazioni comunicative
Diamesica → ‘‘ determinata dal mezzo dell’espressione linguistica
(scritto o parlato)

Il concetto di Romània

In senso lato e sincronico, la Romània oggi è quella vasta parte del mondo in cui
si parlano lingue romanze (cioè ‘derivate dal latino’) come lingue madri:

→ buona parte dell’Europa, tutta l’America Latina (centro-meridionale) il Québec in


Canada, parte gli USA (soprattutto per via della nutrita minoranza ispanofona),
le ex colonie francesi, belga, spagnole, portoghesi in Asia, Africa e Oceania
(dove però raramente le lingue romanze sono lingue madri della popolazione locale)

Le lingue romanze contano oggi circa 750 milioni di parlanti nativi nel mondo.

In senso più ristretto e diacronico (= storico), possiamo distinguere tra


Romània continua, perduta e nuova.
La Romània continua è quella vasta porzione dell’Europa appartenuta all’Impero romano
nella quale ‘non si è mai smesso di parlare latino’ dalla fine dell’Impero a oggi.
→ non c’è stata soluzione di continuità linguistica da allora a oggi

Nella Romània continua si parlano oggi dialetti che sono la diretta continuazione
del latino che in quegli stessi territori si parlava sotto l’Impero.

Da alcuni di quei dialetti hanno avuto origine le lingue nazionali.

Nella Romània continua, le seguenti varietà godono dello statuto di lingue ufficiali:
→ hanno una codificazione grammaticale e uno standard impiegato ufficialmente
nell’amministrazione, nella scuola, nelle istituzioni in genere, nei media, ecc.
→ sono largamente impiegate a tutti i livelli come strumento di comunicazione dalla
comunità dei parlanti e degli scriventi

Area iberoromanza
- Portoghese→ Portogallo
- Spagnolo (Castigliano) → Spagna
- Catalano → Comunità autonoma di Catalogna, Baleari, Andorra, Roussillon
(F), Alghero (SS) [reintrodotto come moderno]
- Galego → Comunità autonoma di Galizia
Area galloromanza
- Francese → Francia, Belgio, Lussemburgo, Svizzera romanda, Principato
di Monaco, Valle d’Aosta
Area italoromanza
- Italiano → Italia, San Marino, Canton Ticino
- Romancio→ Canton Grigioni, Alto-Adige
Area balcanoromanza
- Romeno→ Romania, Moldova (+ dialetti romeni in Istria [istroromeno], Albania,
Macedonia e Grecia [aromeno, meglenoromeno])
Ci sono anche varietà linguistiche romanze riconosciute e tutelate dagli stati di
appartenenza, per motivate ragioni di carattere storico-culturale e quindi identitario
Queste varietà:
- non sempre hanno una codificazione grammaticale
- non sempre si sono dotate di uno standard (una forma valida per tutti, una koiné)
ma rappresentano un forte strumento di identificazione per i loro parlanti

Area galloromanza:
- Occitanico (provenzale)→ Francia meridionale (1/3 del territorio nazionale),
valli piemontesi centro-meridionali
- Franco-provenzale →da Besançon a Lione, Savoia, Svizzera romanda, Valle
d’Aosta, valli piemontesi settentrionali
Area italoromanza:
- Corso→Corsica
- Sardo→Sardegna (ma attenzione a sassarese e gallurese, di tipo toscano
arc.)
- Ladino centrale→Dolomiti dell’Alto Adige, con propaggini fino al Friuli
- Friulano→Friuli-Venezia Giulia (ma non lungo la costa triestina, dove si
parla una varietà veneziana)

Corso è riconosciuto come lingua regionale


Sardo: sistema di dialetti che si divide in campidanese, il logudorese e il morese
fino al 1898 esisteva una varietà romanza, il dalmatico, diretta continuazione del latino, che
ad oggi non esiste più, un pescatore dell'isola di veglia in croazia è deceduto e con lui la
lingua neolatina (esploso da una mina). abbiamo delle documentazioni che affermerebbe
che sia un anello di unione tra i dialetti latini romanzi e balcano romanzi.
In salento e in calabria sono presenti dei residui di dialetti greci.
In sicilia abbiamo una piana degli albanesi, insediata da secoli dalla lingua albanese.
Puglia zone di serbo-croato.
In veneto, nella zona nord occidentale in provincia di verona, c’è un certo bavarese.
Isole linguistiche: località o gruppi di località nelle quali si parla un dialetto (minoritario)
circondate in un territorio più vasto da altri dialetti.

La Romània perduta è costituita dall’insieme di quelle aree dell’Europa e dell’Africa


già appartenute all’Impero romano, nelle quali si parlava latino, in qualche caso si era anche
sviluppato un embrione di lingua neolatina [cfr. il volume
Leptis Magna. Una città e le sue iscrizioni in epoca tardo romana, Cassino, Edizioni dell’Università, 2010]
ma le vicende storiche hanno fatto sì che la latinità linguistica venisse spazzata via.

In genere la scomparsa del latino è stata determinata dalle invasioni di popolazioni di


lingua non romanza tra la fine dell’Antichità e l’Alto Medioevo

- L’Inghilterra fino al vallo di Adriano l’antica provincia Britannia

- I territori oggi tedeschi lungo il corso del Reno Germania inferior e superior
- Parte della Svizzera oggi tedesca
- L’Austria Rezia, Norico e Pannonia
- L’Ungheria

- I Balcani, dalle coste ex-Jugoslave fino alla Romania Dalmatia, Moesia

- L’Africa settentrionale costiera (Libia, Tunisia, Algeria, Marocco) Africa proconsularis,


Numidia, Mauretania

Mozarabico=lingua arabo-latina che esisteva, ora non più


La Romània nuova corrisponde a quei territori nei quali le lingue romanze sono state
importate in seguito al fenomeno della colonizzazione dei territori extraeuropei, a partire
dal XV secolo.

Lez.9 15/03
Note sulla storia del concetto di Romània
Il concetto di Romània prende forma già in antico, alla fine dell’Età romana.

In un testo dello storico Paolo Orosio (collaboratore di Sant'Agostino, V sec. d.C.)


si trova per la prima volta la parola Romània, nome dato al ‘territorio dell’impero romano’
contrapposto a Gothia, ‘territorio sotto il dominio dei Goti’.

Caduto l’impero romano d’Occidente (476 d. C.), il termine Romània


(come romanus, romanicus: cfr. quanto abbiamo detto nella prima lezione)
perde il significato politico ma mantiene quello culturale-linguistico

→ all’inizio del Medioevo, con Romània si intende quella fetta di territorio


dove si parla romanice, cioè ‘come i romani, alla maniera dei romani’
(e diversamente dai ‘barbari’).

Parlare romanice non significa più ‘parlare latino’


→ all’inizio del medioevo (dal V-VI sec. in poi) il latino è conosciuto soltanto da chi
ha studiato, ed è ormai soprattutto una lingua scritta.

‘parlare alla maniera dei romani’ significa dunque ‘parlare nelle lingue neolatine’
diverse sia dalle lingue dei barbari sia dal latino che si studiava a scuola

All’inizio del Medioevo (5 e 6 secolo d.c.), ormai anche per i dotti la lingua materna appresa
da bambini non è più il latino, ma appunto il suo derivato: la lingua (o meglio la varietà
dialettale) romanza. Che ha avuto un’accelerazione tra il 6 e 8 secolo d.c. di sviluppo e
formazione.
Il latino e Roma
Storia di una ‘conquista’ linguistica

- Il latino, lingua indoeuropea del ‘gruppo kentum’ (comprendente anche le altre


lingue italiche, il venetico, il celtico, il germanico, il greco) era parlato in origine,
intorno all’VIII sec. a. C., soltanto dai latini, piccolo popolo insediato sulla riva
sinistra del Tevere.

- I latini vivevano essenzialmente di agricoltura e pastorizia

- Intorno avevano altre popolazioni che parlavano altre lingue, alcune simili al
latino (ad es. l’osco-umbro, il falisco [lingue italiche]), altre molto diverse (ad es. l’etrusco)

Grave crisi politica demografica e economica sono le principali cause della caduta
dell’impero romano, ciò favorì lo sviluppo e la nascita delle lingue romanza tra il 5-6 e 8
secolo a.c.
Il latino ai lati dell’impero non era nemmeno allora omogeneo, c’era già allora una
differenziazione regionale. C’era però un'istituzione politica amministrativa che garantiva
un’uniformità anche linguistica.

La conquista romana
Periodizzazione e mappe

Fine VI-inizio IV secolo a.C.


In cent’anni, dalla fine della monarchia (509 a.C.?) alla distruzione della città etrusca di Veio
(396 a.C.), Roma consolida il suo dominio sul Latium vetus (‘Lazio antico’)

IV sec. a.C. – metà III sec. a.C. → scoppio prima guerra punica: 264 a.C.
Roma estende la sua influenza (politica militare) su tutta l’Italia centrale e su buona parte
di quella meridionale, sconfiggendo a sud i Sanniti (popolazione appartenente al gruppo
etnico-linguistico osco-umbro), e domando a nord gli Etruschi e le ondate dei Galli.

264 a.C. – 241 a.C. → prima guerra punica


Conquista della Sardegna, della Corsica e di quasi tutta la Sicilia (conservarono una
temporanea indipendenza alcune città greche: Siracusa, Messina, Agrigento)

La Sardegna (unita alla Corsica) e la Sicilia divengono le prime province romane,


governate da un pretore di Roma con incarichi militari e civili

Dal 222 a.C. fino a fine secolo → Sottomissione dell’Italia settentrionale


(222 a.C.: Roma sconfigge i Galli nella battaglia di Clastidium [Casteggio])

Negli stessi anni Roma estende la propria influenza all'Illirico


(costa ex-jugoslava fino all’Albania)

201 a.C.: fine della seconda guerra punica (Scipione sbaraglia Annibale)
Roma si impadronisce della Spagna (penisola iberica), sottraendola all’influenza
cartaginese.
Dominio di Roma alla fine del II sec. a.C. → sconfitta definitiva di Cartagine, conquista
della Macedonia e della Grecia, dell’Asia Minore e della Gallia Narbonense (porzione
meridionale del territorio gallico che coincide in parte con il territorio nel quale si
svilupperanno le varietà di tipo citanico)

Territori di Roma alla morte di Giulio Cesare (44 a.C.) – La conquista più importante
è senz’altro quella della Gallia (raccontata da Cesare nei Commentarii de bello Gallico)

Il dominio di Roma sotto l’impero di Augusto (27 a.C. – 14 d.C.)

Cent’anni dopo (117 d.C.), sotto l’imperatore Traiano, l’impero di Roma raggiunge la
sua massima espansione: Traiano aggiunge la Dacia (nucleo dell’attuale Romania),
alcuni territori in medio Oriente (Assiria e Mesopotamia [attuale Iraq], Armenia), una
fetta di penisola arabica.

La diffusione della lingua e della cultura romana

- Prima dell’espansione militare: Roma entra in relazione con i territori circostanti tramite i
traffici commerciali
→ i mercanti romani diffondono, insieme alle merci, la lingua e i costumi latini

- Dopo l’espansione militare:


→ colonizzazione, con conquista e romanizzazione di città preesistenti (ad es. Mediolanum)
e fondazione di nuove città per il controllo del territorio (tra queste, Rimini, Cremona [nome
celtico], Piacenza; Narbona, Lione in Francia; Saragozza, Cordova in Spagna ecc.) o per la
soluzione di problemi demografici

→ centuriazione del territorio, bonificato e razionalmente diviso (a reticolo) per essere


assegnato ai cittadini romani; costruzione di strade che facilitano le comunicazioni

Concessione della cittadinanza (latina o pienamente romana) ai vinti:


nel 49 a.C. la cittadinanza romana è concessa a tutti gli abitanti dell’Italia;
nel 212 d.C., con l’editto di Caracalla, a tutti i cittadini dell’Impero.

- Nei territori conquistati, i cittadini romani (amministratori, funzionari, ma anche


mercanti, soldati, coloni) affiancano gli indigeni.
→ romanizzazione dei locali: le classi dirigenti autoctone acquisiscono
lingua e costumi latini, non per costrizione ma per prestigio, per il desiderio
di assimilarsi ai dominatori.

Alcuni reperti archeologici evidenziano lo svolgersi del processo di romanizzazione


all’interno di alcune famiglie delle classi dirigenti dei territori conquistati da Roma.

La romanizzazione delle classi dirigenti non romane –Il caso del prefetto Caius Iulius
Rufus di famiglia gallica

[esempio riportato in A. Vàrvaro, Il latino e la formazione delle lingue romanze, Bologna, il


Mulino, 2014]
La costruzione dell’arco è stata voluta dal Caius e l’iscrizione si trova appena sotto il fregio.
L’esempio del prefetto romano ‘di Gallia’ Caius Iulius Rufus. Iscrizione dell’arco trionfale di
Saintes (co. Bordeaux), detto arco di Germanico (ca. 20 d.C.):

A Germanico Cesare [...] Gaio Giulio Rufo,


figlio di Gaio Giulio Catuaneunius,
nipote di Gaio Giulio Agedomopatis, → il nonno di Caius diviene cittadino
romano
pronipote di Epotsoviridis, della tribù Voltinia, → il bisnonno di Caius è gallo
sacerdote di Roma e di Augusto, [...]
ha fatto [quest’arco] a sue spese

Qui abbiamo la genealogia che ci dice che colui che aveva un cognome romano,
il padre e il nonno hanno un cognome di tipo non romano, quindi vuol dire che in
poche generazione la famiglia è passata da essere completamente gallica ad
essere Romana →romanizzazione

Lez.10 20/03
Riassuntino:
Nella parte orientale dell’Impero Romània mantenne invece il significato politico
→ terre di Costantinopoli, la ‘Roma d’Oriente’ i cui sudditi sono appunto ‘Ρωμαῖοι
‘Romani’ (ma la lingua di cultura e di comunicazione internazionale è qui il greco)
Cfr. anche il coronimo Romagna < Romania ‘terra dei romani’ vs Langobardia
‘terra dei Longobardi’ (VI-VII sec. d.C.)

[anche il nome dello stato Romanìa ha a che fare con Roma, ma è di introduzione
recente (XIX sec.)]
Nella parte orientale dell’impero la lingua di cultura e comunicazione era il greco e non il
latino.
—Fine Riassunto

La romanizzazione linguistica e culturale dei popoli conquistati non è improvvisa, ma


graduale.
In un primo momento si verificano condizioni di bilinguismo o diglossia tra lingua locale e
latino
Cfr. la stele bilingue latino-gallica rinvenuta lungo il Sesia (Vercelli), inizio del I sec. a.C.

segnava il confine tra un’area sacra ed era sia in latino che in gallico [stele ritrovata in
pianura padana].

La romanizzazione linguistica e culturale si irradia dai centri urbani verso le campagne:


Processo più lento nei villaggi lontani dalle vie di comunicazione, dai traffici
commerciali, dai grandi centri urbani
→ qui, le lingue prelatine devono avere resistito più a lungo alla penetrazione del latino
e in qualche caso sopravvivono tuttora: ad es. il basco, l’albanese, il bretone (non
conoscono il latino)

Il punico (lingua cartaginese) era ancora vivo nel V sec. d.C., il gallico nel VI sec. d.C.
[cfr. Wellentheorie, ‘teoria delle onde’, principio delle ‘aree laterali’]
Questa divisione fra le zone sono state espresse da cesare nel de bello gallico: conquista tre
parti e dice che i galli belgi sono quelli più difficili da conquistare, sono i più lontani dalla
provincia. Per provincia si intende la gallia sud dove sono praticamente romani e gli altri a
nord sono sfuggenti ed è difficile comunicare con loro per questo motivo.
Gallia sud diventerà la nostra Provenza.
Con la diffusione del cristianesimo a partire dal IV sec. d.C. i missionari predicano il
Vangelo in lingua latina fino ai confini dell’Impero impiegando il sermo humilis(parlata da
pescatori), connotato diastraticamente in senso medio-basso.
[I cristiani hanno il compito di parlare e diffondere la parola a tutti quindi devono utilizzare un
registro vicino alla lingua che tutti possono capire.]

→ il latino attecchisce definitivamente anche laddove le lingue locali erano ancora vive
(contesti lontani dalla civiltà, luoghi difficilmente raggiungibili, ecc.)

Il latino e le lingue autoctone – Il concetto di sostrato

Si definisce lingua di sostrato la varietà linguistica di un determinato territorio che,


soppiantata da un’altra più prestigiosa, si estingue, ma condiziona ‘da sotto’
(sub-strato = ‘strato [linguistico] sottostante’) la varietà dominante in alcuni aspetti
Si parte da una lingua, poi si passa al bilinguismo e infine la varietà nuova diventa
dominante e l’altra viene soppiantata.
L’italiano si è diffuso in tutte le regioni dell'Italia, nonostante ciò è diversificato
regionalmente, i linguisti lo chiamano italiano regionale, caratterizzato da un tipo di cadenza,
di caratteristiche sintattiche tipiche di zone diverse.
Nello scomparire quindi una lingua lascia qualcosa.
→ determinati fenomeni linguistici osservabili in una varietà neolatina possono
dipendere
dalla lingua prelatina alla quale il latino si è sovrapposto fino a soppiantarla
(spec. fenomeni fonetici, sintattici, lessicali)

REAZIONE DI SOSTRATO/ REAZIONE ETNICA

Celti non sono monolitiche, sono unioni di tribu.

La teoria degli influssi del sostrato prelatino sul latino fu perfezionata da Graziadio Isaia
Ascoli. Secondo Ascoli, un determinato fenomeno linguistico (ad es. un certo esito fonetico)
presente in determinate varietà romanze (ad es. il francese, i dialetti galloitalici)
può essere interpretato come reazione etnica della lingua di sostrato (ad es. il celtico).

Devono però manifestarsi contemporaneamente tre prove:


- Prova corografica → l’area geografica oggi occupata dal francese e dialetti galloitalici
prima dell’arrivo dei Romani era occupata dai Celti

- Prova intrinseca → esistono lingue celtiche antiche e moderne (ad es. il bretone, il
gaelico, il cimrico) che testimoniano lo stesso esito fonetico del
francese e dei dialetti galloitalici

- Prova estrinseca → altre lingue (non romanze) a sostrato celtico presentano lo


stesso
esito fonetico del francese e dei dialetti galloitalici
Allora è probabile che quel fenomeno sia tipico della lingua celtica.

Primo esempio (G. I. Ascoli):


→Il passaggio del lat. Ū > ü in francese e nei dialetti galloitalici è stato spiegato con l’influsso
del sostrato celtico → es. lat. MŪRUM ‘muro’ > francese, dialetti galloit. mür
1. Prova corografica:
I Galli insediavano l’area galloromanza e l’Italia nord-occidentale prima dei Romani
2. Prova intrinseca:
Molte lingue celtiche medievali e moderne trasformano Ū > i (cfr. ad es. i prestiti latini nel
celtico CUPA ‘coppa’ > *cüb > cimr. cib, DURUS ‘duro’ > *dür > bret. dir ‘acciaio’, ecc.)
3. Prova estrinseca:
In neerlandese (olandese), lingua di ceppo germanico ma con sostrato celtico, Ū > ü

Secondo esempio: →Il passaggio del lat. CT > IT in francese, provenzale,


spagnolo, portoghese, dialetti gallo-italici è stato spiegato con l’influsso del
sostrato celtico → es. lat. NOCTEM ‘notte’ > fr. nuit, prov. nuech, sp. noche, port.
noite, dialetti galloit. noit, noch ecc.

1. Prova corografica:
Popolazioni celtiche insediarono l’Italia padana, l’area galloromanza e anche parte della
penisola iberica (cfr. i Celtiberi)
2. Prova intrinseca:
Nelle lingue celtiche medievali e moderne succede che CT > χt > it, et (cfr. ancora i prestiti
dal latino in celtico: ad es. LACTEM ‘latte’ > irl. laχt, cimr. llaeth, ant. corn. lait, ecc.)
3. Prova estrinseca: -

Terzo esempio(C. Merlo): →Il passaggio del lat. ND > nn nei dialetti dell’Italia
centro-merid. è stato spiegato con l’influsso del sostrato osco-umbro → es. lat.
MUNDUM ‘mondo’ > dialetti centro-merid. monno, munno, ecc.

1. Prova corografica:
Popolazioni di ceppo osco-umbro insediavano l’Italia centro-meridionale (tranne Calabria,
Puglia e Sicilia) prima dei Romani
2. Prova intrinseca:
In antico osco al lat. OPERANDAM ‘che deve essere fatta’ corrisponde la parola úpsannam
(la si trova in alcune iscrizioni)
3. Prova estrinseca: -

Quarto esempio(R. Menéndez Pidal):


→Il passaggio del lat. F- > h- nello spagnolo (castigliano) è stato spiegato con
l’influsso delle lingue di sostrato di area iberica → es. lat. FILIUM ‘figlio’ > sp. hijo,
lat. FERRUM > sp. hierro

1. Prova corografica:
Prima dell’arrivo dei Romani la penisola iberica era insediata da popolazioni non
indoeuropee, provenienti forse dal Caucaso (progenitrici dei baschi) e dall’Africa (Iberi)
2. Prova intrinseca:
Il basco, diretto discendente di una delle antiche popolazioni preromane dell’area iberica,
presenta casi di f- > h-: cfr. i prestiti in basco dal latino lat. FICUM ‘fico’ > basco iko, piko, lat.
FURCILLAM ‘forcella’ > basco urkila, ecc.
3. Prova estrinseca:
Il guascone, dialetto romanzo di tipo occitanico la cui lingua di sostrato era simile all’attuale
basco, presenta ad es. he (< lat. FIDEM ‘fede’), houelho (< lat. FOLIA ‘foglia’)

La spiegazione sostratista di alcuni tratti linguistici (spec. fonetici) delle varietà romanze
ha avuto molta fortuna lungo tutto il Novecento.

Oggi viene messa in discussione per varie ragioni:

- Non conosciamo bene le caratteristiche delle lingue prelatine


- Le iscrizioni romane diastraticamente basse (epigrafi, graffiti, ecc.) non riportano in
modo sistematico quei fenomeni fonetici che vengono tradizionalmente attribuiti a
questo o a quel sostrato
- Alcuni fenomeni possono essere poligenetici e quindi manifestarsi in molte aree
della Romània indipendentemente dal sostrato
- Alcuni fenomeni sono attestati nei dialetti solo molto tardi nel tempo, e in territori
coincidenti solo in parte con quelli dove erano parlate le lingue di sostrato alle
quali li si riconduce oppure non compaiono in dialetti dove invece ce li
aspetteremmo… ecc.

Oggi si ritiene che i soli elementi sicuramente riconducibili ai sostrati prelatini siano di
carattere lessicale, onomastico e toponomastico

ad es. i toponimi del Veneto Padova, Asolo, Abano derivano dal venetico
(in partic., è caratteristica venetica l’accentuazione proparossitona)

i toponimi Volterra, Cortona, Modena, Ravenna, i sost. già lat. CISTERNA, LANTERNA
sono etruschi (caratteristica l’uscita in -na)

i sost. già lat. CARRUS ‘carro’, BRACAE ‘calzoni’ sono di origine celtica, così come il
toponimo Mediolanum (mid-lan ‘in mezzo al piano’)

l’agg. sp. izquierdo, port. esquerdo, ant. prov. esquer ‘sinistro’ deriva dal sostrato prelatino
(aquitanico?) dell’area iberica e pirenaica
→ infatti il basco ha esquerre (prova intrinseca)
ecc.

Lez.11 21/03
Resistenze di lingue preromane
[Bretone in bretagna è una varietà celtica arrivata dalle isole britanniche (dal basso
medioevo), prima si parlavano lingue di tipo celtico e gallico. Mentre il basco e l’albanese
sono residui di lingue preromane]
→Fine riassunto

Il latino e le lingue ‘barbare’ – Il concetto di superstrato

Si definisce lingua di superstrato una varietà linguistica che viene importata in un


determinato territorio da popolazioni che lo invadono militarmente, lo conquistano e lo
insediano.
Tenendo come punto di riferimento il latino, sono lingue di superstrato le lingue arrivate con
le cosiddette ‘invasioni barbariche’ (in realtà non sempre violente) da parte di popolazioni
di ceppo germanico (V-VI sec. d.C.)

ad es. l’ostrogoto e poi il longobardo in Italia, il fràncone e il burgundo in Gallia, il visigoto


(goti dell’ovest) e lo svevo nella Penisola Iberica, il vandalo nella Penisola Iberica e nel
Nord Africa, ecc. → Impero romano d’occidente

→ romanizzazione delle popolazioni germaniche: dopo una prima fase di


bilinguismo/diglossia, acquisiscono lingua, cultura, costumi romani

Lascito delle lingue di superstrato nelle lingue romanze è soprattutto lessicale (vari aspetti
della vita materiale, armi, organizzazione territoriale), onomastico e toponomastico.
Entrano nel loro vocabolario parole che riguardano aspetti della vita quotidiana, come quella
della guerra e l’organizzazione territoriale.

ad es. got. WARDJAN >


it. guardare, fr. garder,
prov. guardar, ecc.
franc. *WERRA > fr.
guerre, it. sp. port.
guerra
long. TREUUA > tregua
long. gastald > it.
gastaldo
franc. WANTO > it.
guanto, fr. gant, sp.
guante, ecc.
got. *BLAUTHS > lomb.
piem. biot ‘nudo’
ecc.

topon. it. Gudo, Goito dall’etnonimo Goto topon.


topon. it. Fara < long. fara ‘accampamento’
coron. sp. Andalucia dall’etnonimo Vandali ecc.
nomi propri Guido (< Wido), it. Bernardo, fr. Bernard (< franc. Bernhart) e in generale i nomi
composti con -hart, ecc.
Bellum significava “guerra” e possedeva un aggettivo che era un aggettivo connotato di
livello basso. viene quindi usato per dire bello e sostituito da “guerra” che abbiamo oggi.

Nel francese l’eredità del fràncone (lingua dei Franchi di Carlo Magno) è andata oltre i
semplici prestiti lessicali, toponimi e nomi di persona.

Eredità fonologica del fràncone → presenza della consonante laringale /h/


cfr. franc. *HARDJAN > hardi ‘ardito’, *HAUNITHA > honte ‘vergogna’, *HATJAN > hair
[/h/ non è muta e quindi impedisce la liaison (mai fatta la liaison) consonante-vocale in
sintassi]
Eredità morfologica del fràncone → suffissi denominali produttivi come -art / -ard (< germ. -
hart), -aud / -aut (< germ. -alt): [Link]. bastard, coart, ribaud / ribalt (> it.), ecc.
Derivano quindi dal francese, che è stato ricevuto dal contatto con i franchi (lingua
germanica)
[Qualcuno nei primi anni ‘90 ha coniato il termine tangentopoli e da quel momento si
formarono neologismi con il suffisso -poli, produttivo perchè utile.]

Altrove, le lingue delle popolazioni che hanno occupato i territori dell’Impero romano
d’Occidente (germaniche, slave, ungare, arabe) hanno cancellato la latinità linguistica
→ Romània perduta

Lo slavo è superstrato rispetto all’embrione di romeno in area balcanica,


che ne è fortemente condizionato.
[Ha sostituito il latino per la
maggior parte nella penisola
balcanica]

L’arabo può considerarsi


superstrato rispetto alle nascenti
varietà romanze nella Penisola
Iberica (invasa nel 711) →
dialetti mozarabici (< ar.
musta’rib ‘arabizzato’) nella
Spagna arabizzata: varietà
romanze autoctone a tutti gli
effetti, ma corposamente
influenzate dall’arabo.

Il latino e le lingue ‘confinanti’ – Il concetto di adstrato

Si definiscono lingue in adstrato due varietà linguistiche parlate in territori contigui,


oppure in uno stesso territorio nel quale sussistano condizioni di bilinguismo o diglossia
→ nessuna delle due però è sopraffatta dall’altra e infine scompare, ma esistono scambi
linguistici, principalmente di carattere lessicale

Ad es. il greco rispetto al latino è stato:


- lingua di adstrato, ad es. al confine tra province occidentali e orientali dell’Impero romano;
e anche all’interno delle province orientali il latino e il greco furono in adstrato
→ latino soltanto lingua amministrativa, greco lingua veicolare e di cultura
- di adstrato prima e sostrato poi nell’Italia meridionale (ex Magna Grecia)
- di superstrato culturale ovunque, per lungo tempo
Non sono concetti impermeabili ma possono essere usati per distinguere due lingue durante
il tempo.
Apporto lessicale greco → latino è enorme

Non solo cultismi, ma anche molte parole che entrano nel latino parlato
→ e di conseguenza nelle lingue romanze
Ad es.
it. braccio, fr. bras, sp. brazo ecc. < lat. BRACCHIUM < gr. βραχιων
it. pietra, fr. pierre, sp. piedra ecc. < lat. PETRAM < gr. πετρα
it. carta, fr. charte, rom. hartie, sp. port. carta < lat. CHARTA < gr. χαρτης
ecc.

Possibile anche un influsso di carattere sintattico


→ in latino classico, la proposizione oggettiva (risponde a che cosa) (ad es. ‘io dico
che tu sei bello’) si rendeva così:
VERBO REGGENTE + COMPLEMENTO OGGETTO (accusativo) + INFINITO
(proposizione infinitiva: tipico costrutto sintattico degli autori classici)
dico [‘io dico’] te [‘te’] pulchrum esse [lett. ‘bello essere’]

→il latino parlato (diastraticamente e diafasicamente più basso) aveva un altro


modo di costruire la proposizione oggettiva:
VERBO REGGENTE + QUOD/QUIA (congiunzione ‘che’) + SUBORDINATA OGGETTIVA
dico [‘io dico’] quod [‘che’] tu pulchrum es [‘tu sei bello’]
(o più ‘basso’: tu es bellum)

Secondo alcuni studiosi, il costrutto proprio del latino parlato potrebbe dipendere dal
contatto con l’omologo costrutto greco λεγω οτι/ως ‘dico che...’

Lez.12 27/03
Riassunto della lezione precedente

Anche le lingue celtiche e quelle germaniche sono state per il latino lingue di adstrato,
prima di diventare rispettivamente sostrato e superstrato
→ molti celtismi e germanismi entrano nel latino non per influsso di sostrato o
superstrato,
ma grazie ai rapporti commerciali lungo i confini (Romani-Celti lungo le frontiere della
Gallia Cisalpina e Transalpina; Romani-Germani lungo la frontiera del Reno), oppure
grazie ai contatti militari (III sec. d.C.: alcuni Germani entrano nell’esercito imperiale)

Esempio dei contatti latino – lingue germaniche

- SE tutte le lingue romanze (o la maggior parte) conservano un determinato


germanismo lessicale
- E non può essere una forma gotica o fràncona (cioè entrata in latino con le
‘invasioni’ del V-VI sec.)
- E ciascuna lingua lo presenta in una veste fonetica diversa, ma coerente con le
leggi (tendenze) fonetiche che hanno regolato l’evoluzione dal latino parlato a quella
lingua romanza

→ ALLORA si tratterà di un germanismo entrato nel latino parlato ancora in età


imperiale
(esercito, commerci, ecc.) e diffusosi dappertutto nell’Impero
ad es. it. uosa, [Link]. huese, [Link]. huesa, port. prov. cat. hosa < germ. *HOSA ‘stivale’
è un germanismo perchè ha delle corrispondenze nelle lingue germaniche
it. port. sp. fresco, fr. freche, prov. fresc < germ. FRISK

Le lingue di sostrato, adstrato e superstrato rispetto al latino sono tra gli elementi che hanno
sicuramente contribuito all’originaria differenziazione linguistica delle lingue romanze
sviluppatesi dal latino parlato
→(anche se sull’eredità fonetica delle lingue di sostrato permangono dubbi)
es. Ma se il latino era una lingua culta, perché le lingue romanze sono tutte diverse?
Una lingua parlata e scritta muta nello spazio e tutte le popolazioni che si sono sovrapposte
all’impero romano sono diverse, quindi ciascuna ha dato il suo contributo alla
differenziazione delle lingue.

Altri elementi che hanno favorito fin dall’origine la differenziazione romanza:


- i diversi periodi di romanizzazione: la conquista romana dell’Europa si è svolta lungo un
arco cronologico ampio (V sec. a.C. - II sec. d.C.) → diacronia della romanizzazione
Processo di assimilazione politica e culturale durato 700 anni, nel quale il latino è cambiato
nel tempo.

Ad es. conquista dell’Italia: V-III sec. a.C.; Gallie: II-I sec. a.C.; Dacia: II sec. d.C.;
Penisola Iberica: fine III-fine I sec. a.C., ecc.

- le varietà regionali del latino esportato con le conquiste → diatopia della


romanizzazione
I romani hanno trasportato in giro il latino grazie alle loro conquiste, ma con esse si sono
portati in giro le varietà diverse regionali del latino. Abbiamo quindi differenti varietà regionali
che vengono diffuse in maniera disomogenea, portando forme diverse di latino.
Ad es. la Dacia e la Penisola Iberica, popolate perlopiù da coloni italici (ma a distanza di
300 anni...)

la distribuzione non omogenea delle innovazioni linguistiche sul territorio dell’Impero


→ ‘teoria delle onde’ e norme areali di Matteo Bartoli:

1. aree isolate 2. aree laterali 3. aree maggiori 4. aree seriori

1. lat. class. CE, CI / GE, GI (velari) > sar. [ke] [ki], [ge] [gi];
resto della Romània: sviluppo palatale [palatalizzazione: innovazione]
Come cicer- le troviamo ovunque tranne che in sardo, non è mai arrivata perché il sardo è
una lingua isolata come popolo di campagna non cercavano contatto esterno.
lat. class. DOMUS ‘casa’ > sar. domo,
resto della Romània CASA, MANSIONEM [CASA, MANSIONEM: innovazioni]
mansionem→ luogo dove stare

2. lat. CIRCUS ‘cerchio’ > rom. cerc, sp. cerco;


lat. CIRCULUS > it. cerchio, fr. prov. cercle [CIRCULUS: innovazione]
-ulus era un diminutivo
lat. EQUA ‘cavalla’ > port. égua, sp. cat. yegua,
sardo ebba, rum. iapa (afr. ive, aprov. ega); [CABALLA, IUMENTA: innovazioni]
lat. CABALLA > it. cavalla; lat. IUMENTA > fr. jumente
caballus> cavallo da tiro, che lavorava nei campi
eqqus > cavallo di rappresentanza
Per la bassezza della parola, viene scelta quella che per lo statuto fonetico è più “resistente”
Parole troppo corte o intrinsecamente deboli vengono sostituite da parole lunghe che a
livello strutturale durano di più.

Il principio delle aree maggiori: secondo Bartoli nella maggior parte dei casi, se tutta la
romania salvo un’area o due, conserva una determinata forma significa che quella è quella
originale, mentre le zone minori hanno innovato.

3. lat. FRATREM, FRATELLUM > fr. frère, prov. fraire,


it. frate, fratello, sardo frade, rom. frate
lat. GERMANUM ‘lett. figlio della stessa madre’ > [GERMANUM: innovazione]
sp. hermano, port. irmao, cat. germà

Principio delle aree seriori: secondo Bartoli di solito nelle aree romanizzate più tardi
conserva la forma più antica, perché nell’area centrale continuano a prodursi innovazioni.
Quindi tra italia e gallia, l’italia è quella che si è innovata prima.

4. lat. PLORARE ‘piangere’ > sp. llorar, port. chorar,


fr. plorer, prov. cat. plorar
lat. PLANGERE ‘lett. battersi il petto’
(→ ‘lamentarsi, piangere’) > it. piangere [PLANGERE:
innovazione]
- frammentazioni territoriali tra il Tardo Antico (III-VI sec. d.C.) e l’Alto Medioevo fino a
Carlo Magno (fine VIII sec.)
Momento di crisi dell’impero: ridefinizione di confini che fanno per definire un territorio che
sta sfuggendo di mano, e possiamo sospettare che ciò abbia avuto conseguenze anche a
carattere linguistico.

Ad es., a livello macroterritoriale, la divisione del territorio dell’Impero in diocesi


(Diocleziano, fine III-inizio IV sec.), o la nascita dei regni romano barbarici; a livello
microterritoriale, le circoscrizioni ecclesiastiche (città vescovili e loro territorio)
all’interno dei quali ci sono divisioni a carattere microterritoriale.

La divisione in diocesi, l’area gallica viene


divisa in due diocesi, identica alla fascia di
isoglosse che separa i dialetti doyle e i dialetti
provenzali doc. Ciò sembra ricalcare la
divisione linguistica.

La divisione dall’imperatore costantino nel 4


secolo divide l’italia in 2 diocesi, nel confine
delle 2 coincide con la isoglossa massa
senigallia, che potrebbe aver accentuato le
differenze tra il latino che si parlava a nord e
quello a
sud.
Gli svevi (popolazione germanica) nel 6 secolo d.c. occupavano nella penisola iberica un
territorio nel quale oggi si parla un dialetto di tipo galiziano.
Nella seconda metà del 8 secolo, abbiamo l’area della gallia e parte della germania unificata
dai franchi, gli arabi sono impadroniti di buona parte della penisola iberica e l’italia divisa tra
longobardi e bizantini nel sud e patrimoni utteti cioè stato della chiesa tra la romagna e il
lazio.
Tra 7 e 8 secolo la situazione politica nell’italia meridionale estrema hanno dominato i
bizantini

Secondo alcuni studiosi il contatto duraturo tra le lingue neolatine che si sono sviluppate
all’inizio dell’alto medioevo in Puglia, Calabria e Sicilia, con il superstrato greco bizantino
(lingua dell'impero romano doriente) può aver creato un vocalismo siciliano e 5 vocali
toniche e 3 atone.
L’ipotesi di Franco fanciullo: secondo lo sviluppo delle lingue dipenderebbe dalla lingua di
substrato del superstrato greco bizantino, che avrebbe quelle caratteristiche.

Vocalismo tonico pentavocalico con i , Ɛ , a , ၁ , u


Sistema panromanzo o romanzo comune (a 7 vocali toniche)

Vocalismo atono trivocalico con i , a , u


Sistema panromanzo o romanzo comune (a 5 vocali atone)

Latino parlato o volgare è il latino parlato da tutti, dal più ricco al più povero, ciò che cambia
è il livello, ci sono caratteristiche che non variano e che sono per tutti, mentre altre che sono
diverse dalla zona, classe sociale ecc.
Era la lingua parlata dalla maggior parte dei sudditi dell'impero romano

Lez. 13 28/03
Latino scritto, latino parlato (o volgare [< VULGUS ‘popolo’])
Il latino era dunque la lingua ufficiale di tutto l’Impero romano, dal centro alla periferia
→ lingua dell’amministrazione, dell’esercito, della religione, della scuola (la scuola
romana aveva diffusione capillare), della letteratura, ecc.

Era naturalmente anche la lingua parlata dalla maggior parte dei sudditi della parte
occidentale dell’Impero; quella orientale conservava invece, nel parlato, il greco di koinè
(lingua veicolare) e le lingue locali

Nella parte occidentale dell’Impero è esistito, a un certo punto, un ‘latino vivo e unico’
della comunicazione (definizione del linguista e filologo romanzo Paolo Savj-Lopez)
variegato geograficamente e socialmente, ma relativamente uniforme: era sempre e
ovunque latino

→ in piena età imperiale, due latinofoni (anche non alfabetizzati) provenienti dalla Gallia e
dalla Sicilia si potevano capire reciprocamente

Questo latino parlato era naturalmente differenziato a vari livelli.


→ riprendiamo quanto già detto a proposito degli assi di variazione

Anche il latino, come tutte le lingue del mondo in ogni epoca, muta:
1. nel tempo (asse diacronico): il latino parlato ai tempi delle guerre puniche (III-II sec.
a.C.) non è quello parlato nel 476 d.C., anno della caduta dell’Impero.

2. nello spazio (asse diatopico): il latino parlato a Milano ha caratteristiche diverse da


quello parlato a Napoli (neapolis, parola greca) o a Marsiglia (parola greca) o a
Valencia o nei Balcani (per le varie ragioni che abbiamo visto)

[NOTA BIBLIOGRAFICA: Il più importante studio esistente sulla variazione regionale del
latino, dalle sue prime manifestazioni scritte fino all’inizio dell’Alto Medioevo (asse
diacronico), si deve a James Noel Adams The Regional Diversification of Latin. 200 BC-AD
600 Cambridge, Cambridge University Press, 2007]
Non è riuscito a dimostrare che queste differenziazioni corrispondono alla lingua di oggi, non
ha trovato indizi, ma dalle epigrafi non emergono poiché provenivano da un tipo di parlato
bassolocato.

3. a seconda del contesto sociale (asse diastratico): un cittadino di Roma parla con
urbanitas, uno che viene da fuori Roma con rusticitas; un cittadino scolarizzato si
esprime diversamente da un operaio o da uno schiavo.

4. a seconda della situazione comunicativa (asse diafasico): il registro linguistico


utilizzato ad es. da Cicerone nelle grandi orazioni è diverso da quello delle lettere
all’amico Attico o ai familiari.

5. a seconda del mezzo espressivo (asse diamesico): anche nel caso del latino, la
scrittura determinava un livello di controllo maggiore rispetto al parlato

Le lingue romanze si sviluppano dunque a partire dalle forme del latino parlato

- di livello comunicativo molto basso (asse diastratico)


- impiegate nelle diverse aree dell’Impero romano (asse diatopico)

- nei secoli che segnano il passaggio dall’Antichità all’Alto Medioevo (VI-VIII sec.)
(asse diacronico)
Con la caduta dell’impero c’è stato un aumento dell’analfabetismo ed ha iniziato questo
livello basso di latino parlato e questo sviluppo delle lingue romanze.

Il latino parlato che ha dato origine alle lingue romanze presentava vaste aree di
sovrapposizione con il latino classico (= gramatica) impiegato nella scrittura e nei contesti
ufficiali

Ad es. nel lessico: buona parte (ca. 2/3) del lessico del latino parlato coincideva con quello
del latino classico → cfr. gli sviluppi nelle lingue romanze

it. figlio, fr. fils, a. prov. filh, cat. fill, sp. hijo, port. filho < sost. lat. FILIUM (= lat. class. e
parlato)
it. mano, fr. main, prov. man, cat. mà, sp. mano, port. mão, rom. mână < sost. lat. MANUM
it. buono, fr. prov. cat. bon, sp. bueno, port. bom, rom. bun < agg. lat. BONUM
it. ego, fr. je, prov. ieu, cat. jo, sp. yo, port. rom. eu < pron. lat. EGO
it. amare, fr. aimer, prov. amar, sp. port. amar < vb. lat. AMARE

[cfr. anche la coniugazione: it. 1° p. s. amo, 3° ama, 2° p. pl. amate, 3° amano, fr. 1° p. s.
aime, 3° aime,
2° p. pl. aimez, 3° aiment ecc.< lat. AMO, AMAT, AMATIS, AMANT]

Ma il latino parlato era caratterizzato da una serie di elementi fonetici, morfologici, sintattici
e lessicali suoi propri, non allineati alla norma classica

Tali elementi se sono comparsi nella scrittura → fonti del latino parlato(documentati)
Se non ci sono→ latino sommerso(non documentato), ricostruibile attraverso la
comparazione delle lingue romanze

- documentati occasionalmente nella scrittura, dalle origini al latino tardo → fonti del latino
parlato [unica fonte dovrebbe essere una registrazione, impossibile da ottenere]

- non documentati nella scrittura durante tutta la vita del latino → latino sommerso [ci
sono degli aspetti tramandabili, ma gli altri che non hanno mai trovato espressione scritta
sono definibili latino sommerso]

[il latino sommerso ‘riemerge’ negli esiti che produce nelle varie lingue romanze
→ il metodo storico-comparativo permette di risalire alla forma del latino sommerso]

Esempi lessicali di questa situazione


1. Lessico di registro basso documentato nella scrittura

(a) sost. it. fegato, fr. foie, prov. cat. fetge, sp. hígado, port. fígado, rom. ficàt
< lat. FICATUM (prima con accento su -A-, poi su -I-)
FICATUM è un agg. originariamente impiegato nella locuzione IECUR FICATUM ‘fegato
ingrassato con i fichi’ (attestata nel De re coquinaria di Apicio, I sec. d.C.).

Nel sermo cotidianus (‘parlata di tutti i giorni’), l’agg. FICATUM divenne agg. sostantivato e
passò a indicare semplicemente il fegato
→ nel latino parlato sostituì definitivamente il sost. class. IECUR, che infatti non ha
continuatori romanzi

La parola FICATUM rimase viva nel latino parlato in tutte le province dell’Impero fino alla
fine cioè fino al passaggio latino parlato → lingue romanze
In quanto è presente la sua versione in tutte le lingue romanze.

(b) agg. it. bello, fr. beau, prov. bel, cat. bell, sardo bellu
< lat. BELLUM ‘carino, grazioso’, di registro più basso rispetto al class. PULCHER
[ma rom. frumos, sp. hermoso < lat. FORMOSUM: principio delle aree laterali]

Ad es. Catullo Carme 3, 13-14: «tenebrae Orci, que omnia bella devoratis»
Carme 69, 8: «nec quicum bella puella cubet»
Cicerone Ad Atticum, XV, 4: «certe gratissimae bellae tuae litterae fuerunt»

2. Lessico di registro basso non documentato nella scrittura


In molti casi la base latina di parole, forme o costrutti romanzi è sommersa, cioè non è mai
comparsa nella scrittura del latino (= era viva solo nel parlato) e allora la si deve ricostruire

(a) it. carogna, fr. charogne, prov. carogno, sp. carroña < lat. *CARONIA [sost.
denominale dal lat. class. CARO ‘carne’]
(b) it. usare, fr. user, prov. cat. sp. port. usar < lat. *USARE [formato con il part. pass. del
vb. lat. class. UTOR ‘servirsi’, cioè USUS + -ARE]
(c) it. prov. faina, fr. fouine, port. fuinha < lat. *FAGINA ‘martora del faggio’ [sost.
denominale dal lat. class. FAGUS ‘faggio’ + -INA]
Testi latini contenenti tracce del latino parlato (le cosiddette fonti del latino volgare)

(1) Alcune opere letterarie contengono forme e costrutti riconducibili al latino parlato e
quindi a un registro più basso, perché il genere letterario o la funzione del testo lo
richiedono

(a) I testi teatrali di Plauto (III-II sec. a.C.) e di Terenzio (II sec. a.C.)
→ autori di commedie, utilizzano parole e costrutti dell’uso informale per ragioni stilistiche
di mimesi (= approssimazione al parlato quotidiano)

Plauto
Pseudolus, 1164 dimidium...de praeda lat. class. dimidium praedae / praedae dimidium
‘metà della preda’ [costrutto analitico] [costrutto sintetico con il caso genitivo]
Lingue romanze: it. metà di, fr. moitié de, sp. midad de, rom. jumatate de ecc.

Captivi 360 ad patrem...nuntiari lat. class. quae patri vis nuntiari / nuntiari vis
‘annunciare al padre’ [costr. analitico] [costr. sintetico con il caso dativo di termine]
Lingue romanze: it. annunciare a, fr. annoncier à, sp. anunciar a, ecc.
(b) Il Satyricon di Petronio (27-66 d.C.): uso espressionistico di alcuni tratti
della lingua parlata→ caratterizzazione linguistica dei personaggi
Petronio
Satyricon lactem ‘latte’ lat. class. lac
[metaplasmo neutro > maschile] [sost. neutro ]
Lingue romanze: it. latte, fr. lait, prov. lach, sp. leche, port. leite, ecc.

berbex ‘montone’ lat. class. vervex


[sviluppo v > b: betacismo]
Lingue romanze: a. it. berbice, fr. brébis, sardo barvege, rom. berbece, ecc.

vides quod / scio quod... lat. class. vb. + acc. + inf.


‘tu vedi che / io so che...’
[prop. oggettiva: vb. + quod ‘che’]
Lingue romanze: it. vedi che / so che..., fr. tu vois que / je sais que...,
sp. ves que /yo sè que…, ecc.

(c) Gli epistolari, spec. quelle di Cicerone, caratterizzate da uno stile studiatamente
non elevato.

lessico e costrutti più bassi e quotidiani → sermo cotidianus ‘parlare di tutti i giorni’
- abbondanza di diminutivi: librariolis, membranulam
- aggettivazione colloquiale: bellus ‘bello’ (anche l’avv. perbelle ‘davvero bene’)
- periodi brevi e prevalenza della paratassi
- costrutti sintattici come video te + infinito (iocari, deridere)
Lat. class.: video te + participio pres. (iocantem, ridentem)
Lingue romanze: it. ti vedo giocare, fr. je te vois jouer, sp. te veo jugar, ecc.
Lez. 14 3/04

(d) Alcuni carmina del Liber di Catullo: nel racconto in versi dell’amore per Lesbia non
mancano concessioni al ‘lessico famigliare’
ad es. nella ricchezza dei diminutivi
Carmen 67: «nec linguam esse nec auriculam»
lat. AURICULA lett. ‘orecchietta’ > it. orecchia, fr. oreille, sp. oreja, ecc. (forma base: AURIS)
o nell’uso di aggettivi come bellus (lat. class. pulcher)

(e) Opere di autori cristiani


Necessità per gli adepti della nuova religione di avvicinare le masse impiegando il sermo
humilis (detto anche sermo piscatorius)
→ nei testi scritti da autori cristiani compaiono tratti del latino parlato

Traduzioni in latino (< greco) della Bibbia


prima la Vetus latina (II-IV sec.), dovuta a traduttori di livello culturale modesto
poi la Vulgata di San Girolamo (fine IV sec.-inizio V sec.)

Alcune opere di padri della Chiesa: ad es. Agostino e Ambrogio (autore di hymni di
fruizione anche popolare)
Agostino, Enarrationes in Psalmos, 138, 20:
«Melius est reprehendant nos gramatici quam non intelligant populi»
‘Meglio essere sgridati dai grammatici, che non essere compresi dalla gente’

Gen 4:8 [Vetus Latina]


Et dixit Cain ad Abel fratrem suum: «Eamus in campum». Et factum est. Cum essent ipsi in
campo, insurrexit Cain super Abel fratrem suum, et occidit eum.

Gen 4:8 [Vulgata di Girolamo]


Dixitque Cain ad Abel fratrem suum: «Egrediamur foras». Cumque essent in agro,
consurrexit Cain adversus fratrem suum Abel et interfecit eum.

In rosso: forme e costrutti di registro non elevato nella Vetus latina


In blu: interventi di Girolamo per innalzare lo stile
In verde: costrutto di registro non elevato comune a Vetus e Vulgata

(1e bis) L’Itinerarium (o Peregrinatio) Aegerie (o Aetherie), fine del IV sec. d.C.

Testo cristiano di carattere diaristico.


Uno dei più antichi itineraria ad loca sancta (‘itinerari ai luoghi santi’) conosciuti.
Esempio raro di scrittura femminile in età antica.

Egeria o Eteria è una pellegrina iberica (una monaca?) di elevata condizione sociale.
Recatasi a Gerusalemme, redige un itinerarium che ci è giunto in manoscritto unico

Il suo latino è connotato da tratti della lingua parlata nella sintassi e nel lessico

Esempi di tratti del parlato nel lessico e nella sintassi di Egeria


II, 4: ...iter sic fuit, ut per medium transversaremus caput ipsius vallis et sic
lecaremus nos ad montem Dei....il percorso fu tale che attraversammo per il mezzo
l’estremità di quella valle e così arrivammo al monte di Dio

III, 1: Qui montes cum infinito labore ascenduntur, quoniam non eos subis lente et
lente per girum, ut dicimus in cocleas, sed totum ad directum subis ac si per
parietem et ad directum descendi necesse est singulos ipsos montes, donec
pervenias ad radicem propriam illius mediani, qui est specialis Sina.
Quei monti (i.e. nella zona del Sinai) si scalano con fatica immensa, perché non vi si sale
piano piano girandovi attorno, come si dice ‘a chiocciola’, ma vi si sale in linea retta, come
su di una parete, e in linea retta si deve poi scendere un monte per volta, fino a che non si
giunge alle pendici vere e proprie del monte che sta in mezzo, che è il famoso Sinai

LESSICO: Il lat. plicare, plecare nel sign. di ‘arrivare’ e subire nel sign. di ‘salire’ sono
iberismi lessicali, cioè forme tipiche del latino parlato nella Penisola Iberica (> sp. llegar,
port. chegar / sp. port. subir)

SINTASSI: ordine Verbo-Oggetto o Verbo-Complemento indiretto (vs lat. class. OV –


CiV)
transversaremus caput ipsius vallis et sic plecaremus nos ad montem Dei
ad directum descendi necesse est singulos ipsos montes
donec pervenias ad radicem

(2) Opere di carattere tecnico e scientifico


Artes ‘discipline tecniche’: discipline concrete, spendibilità pratica medicina,
veterinaria (Mulomedicina Chironis, IV sec.), agricoltura, architettura, cucina
(Apicio, De re coquinaria, I sec. d.C.), ecc.

Le artes non hanno la dignità letteraria delle discipline maggiori come la retorica, la
grammatica, la filosofia

→ La lingua che tratta di argomenti tecnici non necessita di elaborazione stilistica


il registro è meno sorvegliato, quindi ci sono concessioni alla lingua dell’uso

Vitruvio, De architectura (I sec. a.C.):


«Non enim debet nec potest esse architectus grammaticus, [...] sed non agrammatus»
‘Infatti l’architetto non deve né può essere un grammatico, [...] ma del resto nemmeno
digiuno di grammatica’

(3) Opere di grammatici e lessicografi


Grammatici come custodi dello standard linguistico
→ segnalano gli errori spec. fonetici e morfologici da evitare
(offrono informazioni sulla lingua parlata per contrasto con la norma → testi
metalinguistici)

Ad es. Consenzio, Ars de barbarismis et metaplasmis (V sec.)


Consenzio è un romano di Gallia che segnala gli errori più comuni che i romani di
Gallia e d’Africa commettono nel parlare latino

Sergii explanationes in artes Donati (metà V sec.)


Spiega che Ē e Ō vengono ormai pronunciate chiuse, Ĕ e Ŏ pronunciate aperte

I lessicografi segnalano spesso lo status di volgarismo di una parola


Pompeo Festo, De verborum significatu (II sec.)
Nonio Marcello, De compendiosa doctrina (IV sec.)
Isidoro di Siviglia, Etymologiae (VI-VII sec.)
XVII, 7, 9: «Mella, quam Graeci loton appellant, quae vulgo propter formam et colorem faba
syrica dicitur» (> sardo suriaca ‘bagolaro’ calabr. suraca ‘fagiolo’)
→Celebre è il caso dell’Appendix Probi (‘appendice di/a Probo’)
Appendice di prescrizioni lessicali agli Instituta artium dello pseudo-Probo
contenuti nel ms. Napoli, Biblioteca Nazionale Centrale, lat. 1 (Bobbio [?], VI-VII sec.)

Elenco di 227 forme caratteristiche della lingua latina parlata, o comunque di registro
più basso, segnalate come scorrette e affiancate dalla variante corretta (cioè classica)
→ formula ‘x non y’, forse un prontuario per scolari
Secondo gli editori più recenti, la
lista di parole è stata prodotta
«entro un contesto culturale e
linguistico tardo antico, da
circoscrivere approssimativamente
intorno alla metà del V secolo
d.C.», ma forse anche più antica.

[Appendix Probi (GL IV 1 93·204),


a cura di Stefano Asperti e Marina
Passalacqua Firenze, SISMEL-
Edizioni del Galluzzo, 2014]

(4) Scritture non letterarie di carattere popolare


Chi le redige, in circostanze e per scopi occasionali, di solito non cura lo stile, anche
perché spesso non padroneggia il codice linguistico elevato.
Il registro di queste scritture è dunque basso → lingua dell’uso

(3a) Tabellae defixionum


(3b) Corrispondenza familiare
(3c) Scritture esposte di carattere non ufficiale

(3a) Le tabellae defixionum


lett. ‘tavolette di maledizione’
Lamine di solito di piombo, ma anche altri supporti (ad es. tavolette di pietra) con formule
magiche e a volte disegni intesi a scagliare maledizioni contro qualcuno.
Scritte in latino e altre lingue (greco, lingue locali), spesso scarsamente controllate
sotto il profilo grammaticale.

Defixio di Gellep (Germania), I sec. d.C.


Como [per quomodo] hoc perversum scriptum est, sic illos dei spernent
→Come questo testo è stato scritto rovesciato, così gli dèi disprezzino quelli là

Defixio campana, I sec. d.C.


Dite inferi Caium Babullium et fotricem [per fututricem] eius Tertiam Salviam
→O divinità infernali, maledite Caio Babullio e la sua fottitrice, Terzia Salvia
Defixio di Bologna, IV-V sec. d.C.
Porcellus molomedicus [per mulo-] [...] interficite omne corpus caput tente [per dentes]
oculus [per oculos] [...] facite Porcellum et Maurillam usurem [per uxorem] ipsius [...]
corpus omnis menbra bisceda [per viscera?] Porcelli, qui [...] languat [per langueat] et ruat
→Porcello veterinario [...] uccidetegli tutto il corpo: testa, denti, occhi [...] fate [crepare]
Porcello e Maurilia sua moglie [...] il corpo, tutte le membra, le viscere di Porcello, e lui [...] si
ammali e stramazzi

Defixio di Mérida (Spagna), II sec. d.C.


Dea Ataecina Turibrigensis Proserpina, per tuam maiestatem te rogo, obsecro, uti vindices,
quot [per quod] mihi furti factum est. Quisquis mihi imudavit [per immutavit], involavit,
minusve fecit eas res, quae infrascriptae sunt...
→Dea Atecina, Proserpina di Turobriga, per la tua maestà ti prego e scongiuro che tu mi
vendichi di tutto ciò che mi è stato rubato. Chiunque mi ha sottratto, rubato o alleggerito
delle cose che sono scritte qui sotto...

(3b) Corrispondenza familiare


Corpora di lettere private, che trattano questioni quotidiane e familiari di vario
genere; redatte su papiri, tavolette cerate o cocci.

Le più importanti sono quelle redatte (o fatte redigere da scribi) dai soldati in servizio nelle
varie province dell’Impero.
Dalle truppe di stanza in Egitto provengono ca. 300 lettere (e molte anche dalla Britannia).

Ad es. è di rilievo il corpus epistolare (su papiro) di Claudius Terentianus, rinvenuto a


Karanis, in Egitto (II sec.).
Claudius era un greco-egiziano romanizzato, veterano dell’esercito.

Lez. 15 4/04
(4)Scritture non letterarie di carattere popolare
(4a) Tabellae defixionum ‘tavolette di maledizione’; (4b) Corrispondenza privata;
(4c) Scritture esposte non ufficiali

(4b) Corrispondenza familiare


Testo
Misi [ti]bi, pater, per Martialem inboluclum [per involucrum] concosu[tu]m in quo habes
amicla [per amicula] par unu [per unum] amictoria [pa]r unu sabana par unu saccos par unu
et str[a]glum lini[u] [per stragulum lineum] emeram aute [per autem] illuc con [per cum]
culcitam [per culcita] et pulbino [per pulvino] et me iacentem in liburna sublata mi [per mihi]
s[unt]. Et abes [per habes] in imboluclum amictorium singlare [per singulare], hunc tibi mater
mea misit. [E]t accipias caveam gallinaria [per gallinariam] in qua ha[bes] sunthes[..] vitriae
[per vitrias] et phialas quinarias p[ar u]nu et calices paria sex et chartas sc[holare]s d[u]as et
in charta atramentum et calamos q[u]i[nq]ue et panes Alexandronis viginti. Rogo te, [p]a[t]er,
ut contentus sis ista [per istis]. Modo si non ia[c]uisse speraba [per iacuissem, sperabam]
me pluriam [per plurima] tibi missiturum...
Traduzione: Da parte mia, padre, ti ho mandato per mezzo di Martialis un involucro ben
sigillato, in cui troverai un paio di mantelli, un paio di sciarpe, un paio di panni di lino, un paio
di tele di sacco e una coperta di lino. Quella l’avevo comprata assieme al materasso e al
cuscino, che mi sono stati portati via mentre giacevo ammalato nella liburna. Nel pacco
troverai anche una sciarpa semplice, che mia madre ha mandato per te, e troverai una
gabbia per polli nella quale stanno ben stipati servizi da tavola di vetro e un paio di coppe da
cinque e sei paia di calici e due fogli di papiro per scrivere e, ben avvolto, dell’inchiostro
scuro e cinque calami e anche venti pagnotte alessandrine. ti prego, padre, di accontentarti
di questo: se soltanto non mi fossi trovato costretto a letto avrei sperato di mandarti di più…
da Silvia Strassi, L’archivio di Claudius Tiberianus
da Karanis, Berlin-New York, De Gruyter, 2008

(4c) Le scritture esposte non ufficiali: iscrizioni come epigrafi (quelle private) e
graffiti murali possono presentare tratti del parlato, perché spesso si tratta di scritture poco
sorvegliate e/o vergate da scriventi non sempre competenti

→ celebri i graffiti di Pompei ed Ercolano, precedenti l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.)
Ad es.
Quisquis ama valia, peria qui nosci amare.
Bis tanti peria quisquis amare vota (CIL, IV,
1173)
‘Chi ama stia bene, muoia chi non sa amare.
Muoia due volte chi impedisce di amare’

Tratti del latino parlato da altri graffiti


di Pompei

CIL 1589 Aprodite issa Lat. class. Aphrodite ipsa ‘Afrodite stessa’
CIL 8670 ic abitamus Lat. class. hic habitamus
CIL 2258a Africanus moritur.
Scribet puer Rusticus Lat class. scribit ‘scrive’, condiscens ‘discepolo’
condisces, cui dolet
CIL 4082 Natalis cinedus est Lat. class. cinaedus ‘omosessuale’
CIL 4888 coliclo Lat. class. cauliculo ‘piccolo cavolo’
CIL 4884 bellissimu futuerunt Lat. class. bellissimum (o meglio pulcherrimum)
CIL 2208 Proclo Lat. class. Proculo ‘Procolo’ (n.p.)
CIL 10143 Phoebus cinedu Lat. class. cinaedus
CIL 2203 futui Mula Lat. class. Mulam ‘Mula’ (n.p.)
CIL 4870 Otaus Lat. class. Octavus ‘Ottavo’ (n.p.)
CIL 2440 comperendinarunt Lat. class. comperendinaverunt ‘ritardarono’
CIL 8566b casium Lat. class. caseum ‘formaggio’
CIL 2069 sparge miliu Lat. class. milium ‘miglio’
CIL 8660 masit Pompeis Lat. class. mansit Pompeiis ‘rimase a Pompei’
CIL 8650 ager emtu Lat. class. ager emptus ‘il campo comperato’
CIL 4874 Vitalio baliat Lat. class. valeat ‘stia bene’
CIL 1768 Verecunnus libarius hic Lat. class. Verecundus

Tratti del latino parlato da graffiti di Ercolano


CIL 10697 Fortunatus amat Amplianda Lat. class. Ampliandam (n.p.)
Ianuarius amat Veneria Lat. class. Veneriam (n.p.)
Rogamus, damna Venus, Lat. class. domina Venus
ut nos in mente habias Lat. class. habeas
CIL 10544 Ave, viban Lat. class. vivant

Spoglio di alcuni tratti del latino parlato dai testi esaminati - Primi appunti di
grammatica storica
- caduta delle desinenze nominali e verbali:
-m, desinenza verbale della 1° p. sing. imperf.: iacuisse, speraba scomparsa nelle lingue
romanze

-t, desinenza verbale della 3° p. sing. e plur.: ama, nosci, peria, valia, viban, vota
Le lingue romanze orientali (italiano, romeno) ne sono prive fin dalle origini;
le lingue romanze occidentali:
1. o le hanno conservate in antico, e oggi in qualche caso le mantengono solo
graficamente
[Link]. aimet (< AMAT, oggi aime), [Link]. sientet (< SENTIT, oggi siente); solo grafica:
fr. (ils) aiment

2. o le conservano tutt’oggi: sardo issu cantat ‘egli canta’, issos cantant


(+ area Lausberg [al confine tra Lucania e Calabria]: vyeniti ‘egli viene’)

-s, desinenza del caso nominativo (soggetto) del latino: cinedu, emtu
scomparsa fin dalle origini nelle lingue romanze orientali (italiano, dalmatico, romeno)
conservatasi nel Medioevo solo in area galloromanza: [Link]., [Link]. murs (< lat. MURUS
nom. sing.)

-m, desinenza del caso accusativo (compl. oggetto) del latino: Amplianda,
bellissimu, coliclo, gallinaria, liniu, miliu, Mula, unu, Veneria
scomparsa nelle lingue romanze, ma non nei monosillabi (es. lat. REM > fr. rien, QUEM >
sp. quien, CUM > it. con)

- Sviluppo di -ea-, -eu- (bisillabi) > -ja-, -ju- (monosillabi, con -e- > jod semivocale):
casium, habias, liniu, peria, solia, valia / balia
Sviluppo precoce nel latino volgare: cfr. infatti gli esiti romanzi
[Link]. vaglia ‘egli valga, sia in forze’, fr. vaille, port. valha, ecc. < VALJAT < VALEAT
it. abbia, fr. aie, it. merid. aggia < HABJAS < HABEAS
[Link]. cascio, rom. caş, sp. queso, port. queijo ecc. < CASJUM < CASEUM

LJ > gli, ill, lh SJ > sci, ş → palatalizzazioni dei nessi con jod

passaggio da parole bisillabo a trisillabo


/j/ produce palatalizzazione del suono che lo precede (ad es. LJ > gli, ill, lh; SJ >
sci; NJ > gn) →il suono precedente viene condizionato dallo jod e diventa un
suolo palatale
“Soleo” 1 pers. indic., in lat. parlato diventa “Solio” rendendo la “l” una “ly”, quindi “soglio”
Vinea → Vinia , Vinja→ vigna
- Monottongazione di AE > ę, AU > ǫ; sviluppo in sede tonica Ŭ > ọ, in sede atona Ĭ > e,
Ŭ > o: cinedus, coliclo, colomna, scribet, torma

Il monottongo AE > ę si sviluppa presto nel latino parlato: non ne resta traccia nelle lingue
romanze. Il dittongo AU ha invece diversi sviluppi romanzi:
1. > o: in it. sp. oro, fr. cat. or < AURUM, it. sp. cosa, fr. chose < CAUSA
2. > au: prov. rom. aur < AURUM, taur < TAURUM
3. > ou: port. ouro < AURUM

Il passaggio Ĭ > e, Ŭ > o rientra nel normale sviluppo del vocalismo panromanzo (o
maggioritario) →Sistema panromanzo o romanzo comune (a 7 vocali toniche, 5 atone)

Aree: italoromanza, retoromanza, galloromanza, iberoromanza

Questo sistema, nato nel latino parlato (I-II sec. d.C.), è suscettibile nelle lingue romanze
di ulteriori modifiche:
ad es. ę (< Ĕ) in sillaba libera produce il dittongo ascendente iè in fiorentino,
veneziano e trevigiano (dal Duecento), francese:
lat. PĔ-DEM > it. piede, venez. piè, fr. pied, sp. piè (ma dial. italiani pede, pè,
retorom. pè, prov. pèu, cat. port. pè)
in spagnolo ę (< Ĕ) dittonga non solo in sillaba libera ma anche in sillaba impedita:
tierra (< lat. TĔR-RAM)

Sistema siciliano (a 5 vocali toniche, 3 atone) Sicilia, Calabria meridionale, Salento


(superstrato bizantino?)

Da qui l’istituto metrico della rima siciliana = rima imperfetta di ẹ con i (tipo avere : sentire)
e ọ con u (voi : fui) introdotto dalla trascrizione toscana delle poesie dei poeti siciliani,
nelle quali queste rime erano perfette (aviri : sintiri, vui : fui)

lat. AMŌREM > sic.


calabr. salent. amuri, ma
it. amore, fr. amour,
retorom. prov. cat. sp.
port. amor
lat. HABĒRE > sic. calabr. salent. aviri, ma it. avere, fr. avoir, prov. cat. aver, sp. haber, rom.
avea

Lez. 16 5/04
Sistema sardo (a 5 vocali toniche e 5 atone) Sardegna, Corsica meridionale, Area
Lausberg (confine Basilicata Calabria) è in questa maniera perchè era una zona isolata
dove si sono mantenute caratteristiche tradizionali e conservative.
Vocalismo caratteristico
di aree molto
conservative (isolate),
dove le innovazioni del
sistema panromanzo
non arrivano. Per questo
come per altri motivi è
più simile al latino,
anche per la sua
vicinanza al latino di
formazione.
lat. TĒLA > sard. cors. area L. tela
lat. AMŌREM > sard. cors. area L. amore
lat. PĬRAM > sard. cors. area L. pira ma it. pera, fr. poire, sp. pera, port. pera,
rom. pară
lat. FŬRCAM > sard. cors. area L. furca ma it. forca, fr. fourche, prov. cat. port. forca,
sp. horca

Sistema balcanico (a 6 vocali toniche e 5 atone) Romania, piccola area Basilicata occid.

Sistema misto tra quello panromanzo (due gradi di apertura per e) e quello sardo (un solo
grado di apertura per e).
L’innovazione di Ŭ > ọ deve essere più recente di quella Ĭ > ẹ → in area balcanica
(laterale) non arriva.
lat. SĬTEM > rom. sete
lat. PARĒTEM > rom. perete
lat. FŬRCAM > rom. furcă ma it. gola, fr. fourche, prov. cat. port. forca, sp. horca
lat. NŌDUM > rom. nod

I>E essendo più antico è arrivato in romania, mentre le innovazioni di U>O erano più recenti
e quindi non hanno avuto lo stesso sviluppo.
- sincope di vocali o sillabe atone: caduta di vocali o sillabe atone che si trovino in
posizione immediatamente postonica
amicla, calda, coliclo, comperendinarunt, damna, fotricem, fricda, oclus, oricla, Proclo,
singlare, speclum, straglum, veclus, virdis

Fenomeno precoce e diffusissimo nel latino parlato, presupposto degli esiti romanzi
it. vecchio, [Link]. veclo, [Link]. vieil, fr. vieux, prov. velh, sp. viejo ecc. < VECLUM < VETULUS
it. amarono, fr. aimèrent, sp. amaron, ecc. < *AMARUNT < AMÀVERUNT < AMAVÉRUNT
it. donna, fr. dame, [Link]. domna, rom. doana, ecc. < DOMNA < DOMINA

- defonologizzazione di H-: la H aveva un valore distintivo, quindi una parola con H e


senza avevano un significato diverso, nel latino parlato perde questo valore
abes, ic abitamus, mi

Queste forme dicono che H- ha perso il suo valore fonico (suono) e di conseguenza
fonologico: non è più consonante distintiva
→ fino a un certo punto, in latino la presenza/assenza di H iniziale differenziava
parole es. HORTUS ‘giardino’ / ORTUS ‘il sorgere (del sole)’

- semplificazione dei nessi consonantici -CT- > -(t)t-, -NS- > -s-, -PS- > -ss-:
Otaus, condisces, masit, issa
CT it. ottavo; ma in fr. port. -CT- > it, in sp. prov. > -ch-, in rom. > -pt-
NS it. rimase da *REMASIT < REMANSIT (così in tutta la Romània: cfr.
ad es. lat. MENSEM > it. mese, fr. mois, prov. sp. mes, ecc.)

PS it. essa, nap. issa < ĬSSA < ĬPSA (tendenza panromanza: cfr. it. esso, sardo
issu, [Link]. es, prov. eis, sp. ese, port. esse)

- passaggio di [w] > [b] in posizione intervocalica o in fonosintassi (betacismo):


baliat, bisceda, inboluclum pulbino, viban
lat. arc. e class. VIVERE pronuncia [wi’were], con [w] semivocale

Dal I sec. d.C. l’evoluzione di [w] muove in due direzioni:


→ perlopiù [w] > [β] > [v] → lat. VOCEM > it. rom. voce, fr. voix, port. voz, ecc.
ma anche [w] > [β] > [b] → lat. VOCEM > nap. boce, sardo boghe sp. voz
(pronunciato /‘boθ/, /la ‘βoθ/)

Già nel latino del I sec. d.C. l’evoluzione di [w] produce dunque una confusione tra [b] – [v]
(come mostrano le fonti del latino parlato)
Oggi in spagnolo e catalano, laddove il lat. aveva V, la pronuncia è [b] o [β]

Tracce di sviluppi fonetici locali sub-substandard?


[sviluppi poi vivi nelle varietà romanze delle aree considerate (Italia merid., Penisola
Iberica, Emilia-Romagna); la questione però è dubbia, il giudizio va sospeso]

- -ND- > -nn-: Verecunnus ‘Verecondo’ (n.p.), Pompei, ante 79 d.C.

In Campania l’assimilazione -ND- > -nn- è presente tuttora


→ si è invocata a lungo la reazione etnica (sostrato) di tipo osco (cfr. anche Oriunna <
Oriunda, Roma, I sec. d.C.; dispennite < dispendite in Plauto, III-II sec. a.C.)
Ma oggi l’ipotesi più forte è che si tratti di gioco di parole osceno: vere cunnus
Assimilazione -ND- > -nn- documentata nelle scritture diastraticamente basse di diverse
aree dell’Impero (non solo nelle aree ex osche: cfr. riflessioni di Varvaro, Adams)
- -T- > -d-: imudavit ‘sottrasse’, Estremadura, II sec. d.C.
Tale lenizione compare in area iberoromanza, dove le varietà neolatine la conservano
tuttora
Cfr. anche podui [< potui ‘potei’], Empuries, Catalogna, I-II sec. d.C.; evides [< evites ‘eviti’],
Cadice, prima metà del II sec. d.C.
Anche questa lenizione è però molto diffusa nelle scritture basse di età imperiale (non solo
dove la si troverà nelle lingue romanze)

- Ō > u: usure ‘moglie’, Ū > o: molomedicus ‘veterinario’ Bologna, IV-V sec.


Cfr. [Link]. ambaxature, remure, odure, robadure ecc. (< -ŌREM); lome ‘lume’ (< LŪMEN),
molli ‘muli’ (< MŪLI)
L’etichetta di sub-substandard (= latino sommerso) si
deve ancora una volta a Varvaro

Lezione 17 17/04
Risvolti linguistici della crisi dell’Impero e delle ‘invasioni barbariche’
- Il potere romano comincia a sfaldarsi pericolosamente nel IV sec.
→ I ‘barbari’ premono ai confini dell'impero: si tratta specialmente popolazioni di stirpe
germanica
- Vengono accolti entro i territori dell'impero come federati (alleati con obbligo di
prestare servizio nell’esercito) dove si organizzano in comunità
→ presto formano nuclei autonomi di potere indipendenti dall'autorità di Roma

- Nel corso del V sec. i ‘barbari’ si sostituiscono definitivamente a Roma nella


gestione del potere nell’ormai ex Impero d'Occidente
→ i Burgundi e i Franchi occupano la Gallia, i Visigoti la Gallia e la Spagna, i Vandali l’Africa
del Nord, gli Ostrogoti di Teodorico l’Italia

- Crolla la macchina amministrativa romana


Roma non è più punto di riferimento ideale, culturale, politico → perdita di prestigio del
latino.

- Distruzione dell’unità politico-amministrativa dell’Impero


→ allo spazio aperto e coeso in cui circolavano uomini, merci, idee, e con essi la lingua
di Roma, si sostituiscono gli orizzonti più ristretti dei regni romano-barbarici

- Continua la crisi delle città, che si spopolano

- Crisi del sistema scolastico → degrado dell’istruzione anche presso i ceti sociali più
elevati: ormai sono quasi solo gli ecclesiastici ad avere un’istruzione decente (ma
condizioni varie da zona a zona: no uniformità)
- Degrado delle infrastrutture, meno cura del territorio
- Le comunità sono ora più isolate, chiuse su sé stesse → singole città sede di diocesi
divengono il centro del mondo e il punto di riferimento per il loro contado.
Nel titolo di un suo saggio lo storico francese Ferdinand Lot chiede provocatoriamente:

À quelle époque a-t-on cessé de parler latin? → A che epoca si è smesso di


parlare latino?
[«Archivum Latinitatis Medii Aevi», 6 (1931), pp. 97-159]

Laura Minervini illustra come l’evoluzione latino parlato → lingue romanze si sia articolata
in due fasi:

Prima fase II-V sec. d.C. → dalla piena età imperiale alla fine dell’impero Romano

Seconda fase VI-VIII sec. d.C. → secoli successivi alla crisi dell’impero Romano
d'occidente

Prima fase (II sec. - V sec. d.C.)


Dalla piena età imperiale alla crisi dell’Impero
Latino parlato in un territorio vasto e variegato geograficamente e socialmente

Una serie di tratti tipici del latino parlato (alcuni innovazioni recenti, altri nati già in età
repubblicana) di carattere fonetico e morfosintattico raggiunge i confini dell’Impero
d’Occidente → infatti ne osserviamo le conseguenze in tutte le lingue romanze o
quasi.

Ad es.
- perdita della quantità vocalica
- monottongazione di AE > ę [e aperta]
- sincope della vocale o della sillaba post-tonica
- caduta di -m e di h
- palatalizzazioni indotte da /j/
- ordine dei costituenti S V O / S V CInd invece di S O V / S CInd V
- ristrutturazione del sistema dei casi latini: da 6 casi →3 o 2 casi (caso
soggetto / caso obliquo)

Seconda fase (VI sec. - VIII sec.)


Dalla caduta dell’Impero d’Occidente alla rinascita carolingia
L’ecumene romanus (grande unità culturale dell’impero) si frammenta politicamente e
socialmente → linguisticamente

Le forme di latino parlato impiegate da un capo all’altro dell’Impero d’Occidente hanno una
solida base comune.
Però sussistono da sempre differenze sociali e geografiche che ora si intensificano per via
di crisi sociale, culturale e politica – frammentazione politica – isolamento delle comunità

Da zona a zona il latino parlato è soggetto tra VI e VIII sec. a innovazioni profonde che lo
caratterizzano radicalmente e definitivamente in senso locale
→ nascita delle varietà neolatine o romanze durante questi 3 secoli
Il raggio degli interessi si restringe. Tutto questo rende difficile definire tutte le varietà locali
come latino.
Dissoltasi l’unità dell’Impero d’Occidente, la definitiva scomparsa dell’amministrazione centrale e il crescente declino dei
commerci, con il correlato svuotarsi delle città a favore delle campagne, indussero un poderoso restringimento nel raggio
degli interessi, e con esso il deperimento sociale: cioè un deciso conguaglio verso il basso della maggioranza della
popolazione e un drastico immiserimento delle residue funzioni amministrative. L’insieme di questi fatti rese nettamente più
onerosa la ‘manutenzione’ dell’unità dello spazio linguistico, che in una realtà vasta e complessa come quella delle
province latinofone dell’Impero non poteva non far conto su due fattori unificanti, del resto strettamente correlati: la circolazione
degli uomini (funzionari, mercanti, soldati) e il prestigio della norma scritta, abbastanza nota da potersi riverberare, attraverso il
comportamento linguistico degli alfabeti, su gran parte della comunità (o almeno delle comunità urbane).
Armando Petrucci, Il problema delle Origini e i più antichi testi italiani in Storia della lingua italiana, a cura di
Luca Serianni e Pietro Trifone, 3 voll., Torino, Einaudi, 1993-1994 vol. 3 (Le altre lingue), pp. 5-73, a p. 9

Lingua scritta e lingua parlata tra VI e VIII sec.


- Il divario tra la lingua scritta (latino) e la lingua parlata (romanice loqui) è ormai
incolmabile

Molti di coloro che usano il latino (scritto) per mestiere (notai e giudici, prelati, cancellieri,
membri del clero etc.) spesso non lo padroneggiano, e lo infarciscono di errori e di parole
prese dal parlato (appunto ormai diverso dal latino)

- Chi è istruito ha gli strumenti per capire che ormai la lingua parlata quotidianamente non
è più latino → graduale acquisizione di consapevolezza dell’esistenza di due sistemi
linguistici (latino e romanzo) in rapporto di diglossia tra di loro

NB: secondo A. Varvaro, in questi secoli (VI-VII sec.) nei quali le lingue romanze già
esistono il latino conservava spazi di oralità (soprattutto in contesto ecclesiastico)
→ il latino continua dunque anche a essere, oltre che scritto, anche parlato, sebbene dai
pochissimi che lo hanno studiato, e a vari livelli a seconda della cultura di chi lo parla/scrive.
(ad es. un vescovo in un concilio avrà parlato un latino diverso da quello di un monaco
semi-alfabetizzato in un capitolo monastico)

Europa romanza, VI-VIII sec.


ALFABETIZZATI E SEMI-ALFABETIZZATI ANALFABETI
Scrivono: latino Scrivono: -
Parlano: lingua romanza (nel quotidiano) Parlano: lingua romanza
eventualmente latino (sempre)
(in contesti ‘professionali’ e a vari livelli diastratici)
Capiscono: latino Capiscono: lingua romanza
(a vari livelli, seconda la loro cultura) latino quasi più,
lingue romanze e solo se ‘bassissimo’

Chi sa il latino è dunque sostanzialmente un bilingue:


situazioni di bilinguismo favoriscono scambio linguistico volgare → latino
e prima codificazione scritta del volgare

In questo caso di bilinguismo: capitano delle situazioni in cui sia necessario, per esigenze
comunicative, di tradurre da una varietà all’altra.

La consapevolezza della diversità tra latino e romanice loqui è espressa per la prima volta
a chiare lettere nella diciassettesima disposizione del Concilio di Tours (813):
→ Visum est unanimitati nostrae, ut quilibet episcopus habeat omilias continentes
necessarias ammonitiones, quibus subiecti erudiantur. [...] Et ut easdem omelias quisque
aperte transferre studeat in rusticam Romanam linguam aut Thiotiscam, quo facilius cuncti
possint intelligere quae dicuntur.

Traduzione: Sembra opportuno a tutti noi che ogni vescovo pronunci omelie contenenti gli
insegnamenti necessari all’educazione dei sudditi. [...] E che ciascuno si sforzi di tradurre
apertamente le omelie in lingua romanza rustica [lett. ‘lingua romana delle campagne’] o in
lingua tedesca, in modo che più facilmente tutti possano capire cosa viene detto.

Le prime tracce scritte delle lingue romanze (= volgari)


Le prime tracce scritte delle lingue romanze compaiono nel corpo di testi scritti in latino
Tali “emersioni volgari” possono avvenire in due modi:

1. In modo non intenzionale, per distrazione o per vera e propria incompetenza


grammaticale di chi scrive → la scarsa conoscenza delle regole del latino apre
alle interferenze volgari di diverso tipo (fonetico, morfologico, sintattico, lessicale)
Ad esempio:

Carta notarile pisana (anno 730): In rosso il latino corretto


«de uno latere corre via publica» In azzurro il volgare
de uno latere è latino, corre è volgare toscano (in latino sarebbe currit)
Carta notarile lucchese (anno 756):
«de uno latum decorre via publica»
de uno latum invece di de uno latere è un errore di grammatica dovuto al fatto
che il notaio pensava questa formula nella sua lingua, il volgare lucchese (= de uno lato)
forma volgare vera e propria è decorre invece del lat. decurrit

Coloro che avevano poca o nessuna istruzione erano quindi portati a fare errori nella
scrittura.

Lezione 18 18/04
2. In modo intenzionale: chi scrive un testo in latino sceglie, per ragioni perlopiù legate
a uno “sforzo di comunicabilità" (M. L. Meneghetti):
- di ricorrere a parole o costrutti volgari veri e propri
- (più spesso) di ricorrere a parole o costrutti volgari travestiti / mascherati in forma latina

Per questo tipo ‘ibrido’ di latino Francesco Sabatini ha parlato di scripta latina rustica
‘forma scritta del latino che accoglie elementi volgari’
D’Arco Silvio Avalle di latino circa romançum
‘latino quasi / dalle parti del romanzo’
Maria Luisa Meneghetti di latino della parola
‘latino orientato in direzione del volgare’

→ chi è capace di scrivere può adottare consapevolmente nella scrittura di un certo


tipo di testi (perlopiù testi pratici, ma non solo) un registro intermedio tra il latino e la
lingua parlata

Esempi di emersioni intenzionali del volgare


In testi di uso pratico (glossari, elenchi di beni), giuridici (deposizioni di testimoni), normativi
(leggi) → l’utilizzo del codice linguistico nuovo è richiesto dalla tipologia testuale, e
quindi consapevole

1. Glossari
Raccolte di forme latine ‘difficili’ oppure di forme in lingue non romanze (ad es. greco
bizantino, antico tedesco) glossate con parole / espressioni dell’uso vivo dei parlanti la
lingua romanza
→ l’emersione scritta del neolatino è favorita da contesti di bilinguismo o diglossia

Ad es. Glossario di Reichenau (VIII-IX sec., Francia del Nord): contiene la spiegazione di
alcune parole difficili del latino della Vulgata di Gerolamo, illustrate sempre in latino ma un
latino più aderente alla forma romanza

Iterum – Alia vice ‘un’altra volta’ (it. un’altra volta, fr. une autre fois, sp. una otra vez, ecc.)
Semel – Una vice ‘una sola volta’
Ispidus – Pilosus ‘peloso’ (it. peloso, [Link]. pelous, prov. sp. port. pelos, rom. paros, ecc.)
Si vis – Si voles ‘se vuoi’ (it. volere, [Link]. voleir, fr. voloir, prov. voler)
Flasconem – Buticulam ‘bottiglia, fiasco’ (it. bottiglia, fr. bouteille, prov. botelha, ecc.)
Iecore – Ficato ‘fegato’ (it. fegato, fr. foie, rom. ficat, ecc.)

→Glosse di Kassel (inizio IX sec.; Baviera, mano tedesca)


Prontuario di conversazione romanzo-tedesco (160 parole) per bavaresi diretti in Francia
La parte romanza è in veste latina, ma traspare la lingua dell’uso che è già volgare.
Esempi.
latino-romanzo bavarese
Tundi meo capilli Skir min fahs ‘tagliami i capelli’
Radi me meo colli Skir minan hals ‘radimi il collo’
Radi meo parba Skir minan part ‘radimi la barba’
Indica mih Sage mir ‘indicami’
Quomodo Uueo ‘come’
Nomen habet Namun habet ‘si chiama’ (lett. ‘ha nome’)
Homo iste Deser man ‘quest’uomo’

→Glossario di Monza (X sec., Italia Settentrionale?)


Glossario per monaci forse dell’Italia padana diretti in Italia meridionale, dove si parlava
il greco bizantino
→ necessitano di un prontuario fraseologico per comunicare con i grecofoni

Esempi
latino-romanzo greco latino-romanzo greco
de capo cefali de bevere cerne gorgo se piamo
de auricula apti de mandegare dos me tina ise faimo
de manu heria clama omo grasi andropus
colo trahilos porco surilo
linga glosa vaca gelatas
talone cornodo denti odonta
favela lali cale lonis (o lunis) deftera
paramento da missa felloni marti triti
osa ipodinanti mercor tetras
coglari cotali zobia (o iobia) Pefti

2. Raccolte di leggi
Scritte in un latino semplificato, più vicino alla lingua parlata, in modo che anche chi fosse
ignaro di latino (= illitterati) potesse conoscerle e rispettarle → un testo prescrittivo
necessita di vicinanza al volgare

Editto di Rotari (codice di leggi longobardo, area italiana, anno 643)


«Nulli leciat novercam suam, id est matrinia [...], neque privignam, quod est filiastra, neque
cognatam [...] uxorem ducere»
‘a nessuno sia consentito di sposare la propria matrigna [...] né la figliastra né la cognata’

Pactus legis Salicae (corpus di leggi dei Franchi merovingi, area galloromanza, VII-VIII sec.)
«Si quis porcello de inter porcos furaverit, DC dinarios, qui faciunt solidos XV,
iudicetur culpabilis» →‘se uno ruba un porcello da mezzo i porci (lett.), sia
giudicato colpevole per 600 denari, che fanno 15 soldi’

«Si quis prato alieno segaverit, opera sua perdat. Et si fenum exinde ad domum suam
duxerit et discargaverit [...] MDCCC dinarios [...] culpabilis iudicetur»
‘se uno taglia il prato di un altro, perda il frutto del suo lavoro. E se da lì si porterà il fieno a
casa sua e lo scaricherà, sia giudicato colpevole per 1800 denari’
In rosso i volgarismi grammaticali
In azzurro i volgarismi lessicali

Parodia della Lex Salica


(metà VIII sec., appendice parodistica a uno dei mss. della Lex Salica)

...si quis homo, aut in casa aut foris casa, plena botilia abere potuerint, tam de
eorum quam de aliorum, in cuppa non mittant negutta. Se ullus hoc facire
presumpserit [...] solidos XV componat et ipsa cuppa frangant-la tota, ad illo
botiliario frangant lo cabo, at illo scanciono tollant lis (antenato dell’articolo les francese)
potionis.
→Se qualcuno, o in casa o fuori casa, ha potuto ottenere una bottiglia piena, sia
essa loro
propria o di altri, nella coppa non ne mettano nemmeno una goccia. Se qualcuno ha osato
fare ciò [...] paghi 15 soldi e quella coppa gliela spacchino tutta, al bottigliere spacchino la
testa, all’oste tolgano le bevande (noi diremmo ‘la licenza di dare da bere’).

3. Testi giuridici di vario genere (atti notarili, carte giudiziarie, ecc.)

Nelle cosiddette parti libere (elenchi di beni, indicazioni topografiche, interventi di testimoni)
questi documenti possono contenere tracce della lingua parlata, dovute al contatto diretto
del documento con la realtà effettiva, quotidiana di cui si occupa (e che si esprime in
volgare in quanto la lingua più accessibile e intesa a tutti)
→ in queste parti dei testi, è forte la pressione dell’oralità (Sabatini)

Atto di donazione di un privato al monastero di Montecassino (Basilicata, anno 828):


«[...] offero in superiscripto monasteriom quod tu Apolenaris Abbas bel posteriis tuis abea
licentia tolere et in superiscripto monasterio deducere: auru et argentu, et liista de auro
cum albe seu cercelli de auro, et tonica contiata cum lista de auro, feblatorio de auro [...]
rame, aurecalco, panni [...] iumente, cabali domiti, bobi, bacce, pecora, capre, porci»

Breve de inquisitione (Siena, 715), ‘breve documento d’inchiesta’


Disputa giudiziaria tra i vescovi di Arezzo e Siena; indagine disposta dal re longobardo
Liutprando
«Item Ursus presbiter senex de Sancto Felice fines Clusinas dixit:
‘(...) Iste Adeodatus episcopus isto anno fecit ibi fontis, et sagravit eas a lumen per nocte, et
fecit ibi presbitero uno infantulo abente annos non plus duodecem, qui nec vespero sapit,
nec madodinos facere, nec missa cantare. Nam consubrino eius coetaneo ecce mecum
abeo: videte si potit, et cognoscite presbiterum esse’»

La registrazione delle deposizioni orali richiede che la scrittura si avvicini


alla voce del testimone (che parla in volgare), per ragioni di autenticità documentaria
→ la parte formulare del documento è in latino sostanzialmente corretto, la parte libera
(= deposizione) ricalca il tono linguistico della testimonianza orale

4. Testi religiosi e didattici: inni, vite di santi (agiografie), testi di carattere morale,
edificante
→ da cantare / recitare nelle funzioni da utilizzare per la predicazione e per
l’indottrinamento della popolazione presentano un latino adeguato alla situazione
comunicativa bassa (= al target popolare)

5. Registrazioni ‘informali’ di varia natura, libere da vincoli di tipo grammaticale:


dove il copista, il notaio, il chierico si ‘riposano’ dal loro mestiere e registrano per iscritto
proverbi, motti, giochi di parole, ecc.
→abbassano il registro e quindi accolgono forme del parlato, ma senza mai rinunciare al
latino
Un caso di latino della parola di tipo (5): l’Indovinello veronese (fine VIII sec.)
- Due versetti in una lingua di compromesso (struttura latina + elementi volgari)
- Scritti probabilmente da un copista della scuola capitolare di Verona a fine VIII sec.
- Sul margine del foglio di guardia (foglio di protezione) anteriore di un orazionale
mozarabico (ms. liturgico) dell’VII-VIII sec. proveniente dalla Spagna arabizzata

† Se pareba boves, alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba.
† Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus

‘Si spingeva avanti i buoi, arava bianchi prati e un bianco aratro reggeva e nero seme
seminava’ (soluzione: chi scrive)
‘Ti rendiamo grazie, Dio onnipotente ed eterno’

→ Lezione 19 19/04
L’Indovinello veronese è stato spesso interpretato come il più antico testo scritto in una
lingua romanza (nello specifico, un volgare veneto antico)

Spoglio linguistico
a. elementi volgari
- Caduta di -T della 3° pers. sing.: pareba, araba, teneba, seminaba (lat. -ABAT, -
EBAT)
- Caduta di -M dell’accusativo e -Ŭ > -o: albo versorio, negro (ALBŬM, *VERSORIŬM,
NĬGRŬM)
- Ĭ > ẹ: negro (lat. NĬGRUM)
- pareba ‘spingeva avanti’ (< lat. PARARE ‘preparare’): in questa accezione è parola
diffusa in area veneta ancora oggi l’atlante italo svizzero nella sezione spingere le
bestie, si dice parare
- versorio ‘aratro’ (< *VERSORIUM): parola diffusa in area veneta
[cfr. le mappe AIS ‘spingere le bestie’ e ‘aratro’]
- pratalia ‘i prati’ (< lat. *PRATALIA; cfr. toponimi sett. Predaia [TN] Pradaglia [PC],
ecc.),

b. struttura grammaticale latina


- la terminazione dell’imperfetto rimane in forma latina: -aba-, -eba- < -ABAT, -EBAT
(senza b > v come nell’ it. -ava, -eva)
- il sost. neutro semen conserva la desinenza -n latina
- l’agg. albus ‘bianco’ appartiene al lessico latino
- l’ordine sintattico OV è latino (alba pratalia [O] araba [V], albo versorio [O] teneba
[V], negro semen [O] seminaba [V])
- l’acc. plur. alba pratalia è di genere neutro, quindi pienamente organico al sistema
latino (in romanzo no neutro)

L’Indovinello è stato scritto da un chierico abituato a copiare libri,


che quindi conosceva molto bene il latino

→ i volgarismi non sono errori, ma sono intenzionali, adatti al contesto di un breve


divertissement.
La tipologia testuale ‘giocosa’ suggerisce l’uso di un latino meno controllato, quindi
contaminato con il parlato.
Non si può parlare di testo scritto volgare, ma di latino della parola con elementi volgari
inseriti per scelta stilistica
Tra la fine dell’Impero (V sec.) e l’avvento dei Carolingi (VIII sec.)
la qualità del latino scritto era precipitata

→ Pochi autori scrivono ormai al livello dei classici antichi


Nell’enorme mole dei documenti, ma anche nei testi letterari e para-letterari,
si attesta «latino linguisticamente modesto» (Renzi-Andreose)
dalla forte compromissione con il parlato, più o meno intenzionale

Il programma carolingio di rinascita culturale (renovatio) promosso soprattutto


dall’entourage di Carlo Magno (re dei Franchi dal 774, imperatore dall’800) investe gli
studi umanistici
- nuova attenzione alla scuola e all’istruzione soprattutto del clero e dei funzionari
- recupero ‘filologico’ degli auctores classici, allestimento di grandi biblioteche
- importante impegno letterario con attenzione alla lingua e allo stile
(lotta alla scripta latina rustica)
- riforma della scrittura per risolvere l’‘anarchia grafica’ (minuscola carolina)

La rinascita culturale carolingia


con la riscoperta del latino classico nelle sue forme autentiche e l’innalzamento del livello
culturale della classe dirigente
→ favorisce l’acquisizione definitiva della consapevolezza della differenza
sostanziale
tra il latino (gramatica) e la lingua parlata (romanice loqui, rustica romana lingua)

Inoltre
l’impero carolingio si estende su territori di lingua sia romanza sia tedesca:
il dualismo evidente per ragioni linguistiche tra latino (scritto) e lingua tedesca (parlata)
[nella parte orientale dell’Impero: Germania]
promuove il riconoscimento dell’altro tra latino (scritto) e lingua romanza (parlata)
dualismo [nella parte occidentale dell’Impero: Gallia]

Si riconosce insomma che nell’Impero la lingua ufficiale, diastraticamente alta, è il latino


Le lingue dell’uso, diastraticamente basse, parlate, sono la theothisca e la romana

La minuscola carolina è un tipo di scrittura che viene elaborato in tentativo di porre fine alla
differenza di scrittura, quindi con l'obiettivo di uniformare la scrittura.

Riconoscimento definitivo del fatto che il latino e il romanzo sono due sistemi distinti
→ piena autonomia, ‘libertà di movimento’ del romanzo rispetto al latino

Non è un caso che la prima codificazione scritta di una lingua romanza in quanto tale,
cioè non più ‘mediata’ dalla tradizione scrittoria latina e ‘travestita’ di latino avvenga in
questo contesto culturale, dalla penna di uno storiografo, Nitardo, membro della corte di
Carlo Magno
Non dobbiamo fidarci troppo del fatto che sia la prima testimonianza scritta in volgare
romanzo, potrebbero essercene state altre prima.
Il più antico testo ad oggi noto scritto in un volgare romanzo (= antico francese, lingua d’oïl)
sono i Giuramenti di Strasburgo (14 febbraio 842)
Carlo il Calvo, Ludovico il Germanico e Lotario, figli di Ludovico il Pio e nipoti di Carlo
Magno, governano le tre grandi regioni in cui era stato suddiviso il Sacro Romano Impero
dopo la morte del suo fondatore

Carlo il Calvo ottiene i territori occidentali, di lingua galloromanza (d’oc e d’oïl)


Ludovico il Germanico i territori orientali, di lingua tedesca (theothisca)
Lotario i territori centro-meridionali, di lingua tedesca (Lotaringia, cioè Lorena) e
italoromanza (Italia)

In un contesto di schermaglie per il potere, nell’842 Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico


si alleano contro il fratello Lotario.

L’alleanza fu sancita tramite un giuramento, pronunciato a Strasburgo da Carlo e


Ludovico, in presenza dei rispettivi eserciti
quello di Carlo, formato da soldati di lingua francese
quello di Ludovico, formato da soldati di lingua tedesca

I contenuti di questo giuramento dovevano essere chiari a tutti:


considerato che sia i soldati dei due eserciti sia i re erano illitterati (= ignari di latino)
→ non si poteva giurare in latino, ma nelle lingue parlate dai rispettivi attori in campo

→ il giuramento venne redatto nella cancelleria imperiale, e poi fatto pronunciare


sia ai sovrani, sia ai capi degli eserciti, in due versioni: una in francese e una in tedesco

- Il testo dei giuramenti di Strasburgo fu redatto ad hoc


→ già pronto per essere pronunciato (no registrazione del parlato)

- È riportato integralmente nell’Historia latina di Nitardo († 844), storiografo e cronista


franco, nipote di Carlo Magno, membro della corte e probabilmente testimone
oculare degli eventi.

Secondo Aurelio Roncaglia trascrive i Giuramenti così come sono stati pronunciati per
amore di autenticità (NB: il contesto giuridico favorisce, anzi richiede l’adesione al vero)

secondo Petrucci, invece, per sottolineare solennemente, con un artificio retorico,


le due ‘identità nazionali’ che facevano capo a Carlo (romana) e Ludovico (theothisca)
e che si ‘affratellano’ contro Lotario (nemico di entrambi).

- L’Historia di Nitardo è tramandata da un solo manoscritto, di fine X-inizio XI sec.


(posteriore agli eventi di circa 150 anni): attenzione a distinguere testo e manoscritto

Ludovico (che parlava tedesco) giura fedeltà al fratello Carlo e lo fa in francese, perché
l’esercito francofono di Carlo capisca:
«Cumque Karolus haec eadem verba romana lingua perorasset, Lodhuvicus, quoniam maior
natu erat, prior haec deinde se servaturum testatus est:

«Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di in avant, in quant
Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in
cadhuna cosa, si cum om per dreit son fradra salvar dift, in o quid il mi altresi fazet, et ab
Ludher nul plaid nunquam prindrai qui, meon vol, cist meon fradre Karle in damno sit»
→‘Per l’amore di Dio, per il popolo cristiano e la nostra comune salvezza, da
questo giorno in avanti, nella misura in cui Dio mi dona sapienza e potere, io
sarò al fianco di questo mio fratello Carlo nell’aiuto e in ogni cosa, così come
ogni uomo deve a buon diritto essere a fianco di suo fratello, a condizione che
egli faccia altrettanto con me, e mai prenderò alcun accordo con Lotario che, per
mia volontà, procuri danno a questo mio fratello Carlo’

Carlo fa la stessa cosa in tedesco:


«In Godes minna ind in thes christianes folches ind unser bedhero
gehaltnissi, fon thesemo dage frammordes [...]»

Poi giurano i comandanti dei due eserciti, ciascuno nella propria lingua:
«Sacramentum autem quod utrorumque populus, quique propria lingua:
Si Lodhuvigs sagrament, que son fradre Karlo iurat, conservat, et Karlus, meos sendra, de
suo part non los tanit, si io returnar non l’int pois, ne io ne neuls cui eo returnar int pois, in
nulla aiudha contra Lodhuwig nun li iu er»
→‘Se Ludovico rispetta il giuramento che suo fratello Carlo pronuncia, e Carlo,
mio signore, da parte sua, non lo mantiene, se io non riesco a farlo desistere da
ciò [cioè ‘dal tradimento’], né io né altri che io riesca a far desistere da ciò [cioè
‘dal tradimento’] gli saremo di aiuto contro Ludovico’
[testo secondo la nuova edizione I Giuramenti di Strasburgo.
Testi e tradizione, a cura di Francesco Lo Monaco e
Claudia Villa; Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2009]

Lezione 20 26/04
Queste formule di giuramento volgari non sono registrazione del parlato, ma scrittura
volgare elaborata in contesto cancelleresco (= alto, colto) da funzionari che
conoscevano il latino (cfr. anche i Placiti campani)

Sono ricalcate su analoghe formule latine impiegate in documenti carolingi coevi


(capitolari, giuramenti) [cfr. Konrad Ewald, Formelhafte Wendungen in den Strassburger
Eiden, «Vox Romanica», 23, 1964]

-pro Deo amur pro amore Dei, pro Dei amore, pro Dei
omnipotentis amore

-pro christian poblo cum consilio servorum Dei et populi christiani


et nostro commun salvament secundum Dei voluntatem et commune
salvamentum

d’ist di en avant de isto die in antea


-in quant Deus savir et podir me dunat quantum mihi Dominus scire et posse donaverit
(dederit)

si salvarai eo...et in aiudha et in invicem nos salvemus et adiuvemus


cadhuna cosa
si cum om per dreit son fradra saluar dift sicut frater fratri per rectum facere debet
Si Lodhuuicjs sagrament que son fradre si Hludowicus frater noster illud sacramentum,
Karlo iurat conseruat, et Karlus, meos quod contra nos iuratum habet, infregerit
sendra, de suo part non lo·s tanit vel infringit

Localizzazione dei Giuramenti di Strasburgo su base linguistica


- È stata osservata nei Giuramenti la compresenza di tratti della lingua d’oïl (francesi)
e di tratti d’oc (occitanici):

Sembrerebbero interpretabili come tratti dialettali di tipo occitanico


1. -A- tonica in sillaba libera del lat. > -a-: fradre / fradra, christian, salvar, returnar
(< lat. FRATREM, CHRISTIANUM, SALVARE, TORNARE, ma a. fr. frere, chrestien, salver,
retorner)

2. lat. -P- > -b-: poblo ‘popolo’


(< lat. POPULUM, ma a. fr. peuple)

3. mancata palatalizzazione di C + A > ca: Karle / -o, cadhuna, cosa


(< lat. CAROLUS, *CATAUNUM, CAUSA, ma a. fr. Charles, chaum, chose)

Quest’ultimo tratto è però anche dei dialetti d’oïl piccardo e normanno (nord della Francia)
→ ipotesi che l’estensore delle formule provenisse da una zona di confine linguistico:

secondo Arrigo Castellani, dal Poitou o dall’Aquitania del nord


secondo D’Arco Silvio Avalle dal Poitou
secondo Henri Suchier dall’area franco-provenzale

- Altri, tra i quali Ferdinand Lot, sostengono che la compresenza di tratti


del Nord e del Sud sia dovuta al consapevole intento di creare una koiné linguistica
→ la mescolanza di tratti linguistici sarebbe servita
a farsi capire da soldati di diversa provenienza

Secondo altri ancora, tra i quali anche Lorenzo Renzi e


Alvise Andreose, la lingua dei Giuramenti non è
localizzabile perché è troppo forte l’impronta del latino,
la sola lingua che il redattore dei Giuramenti
padroneggiava nello scritto

L’aderenza delle formule alle matrici latine è anche


linguistica, non solo di contenuto → massiccia
adozione delle consuetudini scrittorie del latino, spec. del latino merovingico (grafie,
forme)
La patina linguistica latina annulla, annacqua gli elementi dialettali
→ difficoltà a localizzare la lingua dei Giuramenti (= comprendere la varietà dialettale in
cui
sono redatti)

In questa fase si scrive in volgare appoggiandosi alla scrittura del latino, perché una
tradizione scritta del volgare non esiste ancora
→ il grado di ‘sincerità fonetica’ della scripta volgare dei Giuramenti è parziale, perché
incidono le consuetudini della scrittura latina

[L’incertezza nella scrittura del volgare è evidente, ad es.,


nella resa oscillante delle vocali finali ormai evanescenti (/ə/)

poblo (< POPULUM), fradre / fradra (< FRATREM), Karlo / Karle, nostro
(< NOSTRUM), sendra (< SENIOR)
(a. fr. peuple, frere, Charles / Carles, nostre, sire)]

Nella lingua dei Giuramenti, rinviano alla scrittura latina in particolare:


- le forme pro Deo, in o quid, numquam, in damno sit, iurat, conservat, contra, Karlus, ecc.
- i grafemi ‹i› e ‹u› per /e/ e /o/, tipici del latino merovingico: savir, podir, prindrai, dunat
(pronuncia [sa’ver], [po’der], [pren’drai] [’donat])
- l’assenza dell’articolo determinativo, sicuramente già esistente nel volgare del IX sec.
- la frequente sintassi OV: savir et podir [O] me dunat [V]
si cum om per dreit son fradra [O] salvar dift [V]
nul plaid [O] nunquam prindrai [V]

Potrebbe dunque darsi che anche alcuni dei tratti linguistici dei Giuramenti
che sembrano riconducibili a varietà dialettali di tipo occitanico siano invece da interpretare
non in chiave dialettologica (= occitanismi), ma come conservazioni della forma latina
delle parole.
Ad es. la conservazione di -A- tonica
salvar (lat. SALVARE), christian (lat. CHRISTIANUS), fradre (lat. FRATREM),
returnar (lat. TORNARE)
oppure la mancata palatalizzazione di C + A: Karle (< CAROLUS)
cosa (< CAUSA), cadhuna (< *CATAUNA)

Il più antico testo romanzo di carattere letterario:


la Sequenza di Sant’Eulalia (ultimo quarto del IX sec.)
Testo di carattere agiografico (= racconto della vita e del martirio di un santo)

→ produzione di testi volgari a contenuto sacro,


in modo che i contenuti edificanti fossero compresi
dagli illitterati (= chi non sapeva il latino)

Cfr. anche le disposizioni del Concilio di Tours


(813): predicare in rustica romana lingua

I più antichi testi in versi in lingua d’oïl


→ testi di carattere religioso-didattico
- Sequenza di Sant’Eulalia (IX sec.) – area piccarda-vallone
- Passione (X sec.) – area francoprovenzale (?) (in octosyllabes) |trascritte nello
- Vie de Saint Lethgier (X sec.) – area vallone (in octosyllabes) |stesso manoscritto
|a, Clermont-Ferrand
- Vie de Saint Alexis (XI sec.) – area normanna (in décasyllabes): cantato dai giullari,
stesso metro della Chanson de Roland

La Sequenza di Sant’Eulalia racconta il martirio di questa martire spagnola, avvenuto sotto


l’imperatore Diocleziano (III sec. d.C.)
La tipologia testuale è quella della passio ‘passione’ (di Cristo, santi, ecc.)
Sequenza di 14 coppie di versi anisosillabici assonanzati + versicolo finale.
La lingua è l’antico francese, nella variante dialettale piccarda-vallone.

Valenciennes, Bibliothèque Municipale, ms. 150 (IX sec.)

Provenienza: biblioteca del monastero benedettino di Saint-Amand, dove era giunto nella
seconda metà del IX sec. da territorio tedesco

Contenuto: Sermoni teologici di Gregorio Nazianzeno

Nelle carte finali:


a c. 141r → sequenza latina in lode di Sant’Eulalia (Cantica virginis Eulalie)
14 coppie di vv. assonanzati

a c. 141v
1. sequenza volgare di Sant’Eulalia
[il testo volgare ricalca il latino nella forma, mentre è più autonomo nei contenuti]
2. rhitmus in antico alto tedesco dedicato alla vittoria del re franco Ludovico il Giovane
contro i Vichinghi (881).

Lezione 21 2/05
Secondo gli studiosi, le sequenze latina e antico-francese su Sant’Eulalia
potrebbero essere state composte:
- proprio nel monastero di Saint-Amand, nell’ultimo quarto del IX sec.

- poco dopo la traslazione delle reliquie della martire da Barcellona a Hasnon in un


monastero femminile vicino a Saint-Amand (post 878).

→ diffusione del culto della santa in area franca orientale

Cos’è una sequenza alto-medievale?

La sequenza è un testo liturgico, di norma in latino, che viene associato alla fioritura
melodica (= melisma) compiuta a partire dall’ultima nota dell’Alleluia gregoriano, cantata
sulla vocale -a

Il termine sequenza (< lat. SEQUENTIA) significa lett. ‘che segue (l’Alleluia)’
[sequenziario di San Marziale di Limoges sec. XI, Parigi, BnF, ms. latin 1134]

Localizzazione della Sequenza di Sant’Eulalia

I tratti linguistici che, entro il dominio d’oïl, portano verso l’area vallone, sono:

Nella FONETICA:
- b > u (velarizzazione di b): diaule (< diable)
- evoluzione, in sede atona, di en > an: raneiet (< reneiet < RENEGET), manatce (<
menace < *MINACIA)
- inserimento di semivocale ‘estirpatrice di iato’: souue ‘sua’ (sou - u - e; cfr. anche a.
it. sova ‘sua’ < soa)
- assenza di e- prostetica davanti a parole che iniziano con s + cons. occl.: spede <
SPATHA (invece di espede, espee, ecc.)

Nella MORFOLOGIA
- desinenza verbale di 1° pers. plur. -am: oram ‘preghiamo’ (invece di oron, orons,
come negli altri dialetti d’oïl)
- passato remoto derivante dal piuccheperfetto latino invece che dal perfetto latino:
auret ‘ebbe’ (< HABUERAT, non da HABUIT),
pouret ‘poté’ (< POTUERAT, non da POTUIT)
Spoglio linguistico congiunto di Giuramenti (= G) e Sant’Eulalia (= S).
→ evidenziamo alcuni tratti caratteristici dell’antico francese.

FONETICA – VOCALISMO
1. Evoluzione di A tonica in sillaba libera > e (spontanea) / ie (condizionata)
G Ø, S: maent ‘sta, rimane’, pron. /’mεŋt/ (< MANET), honestet (< HONESTATEM),
presentede ‘presentata’ (< PRAESENTATAM) chielt ‘importa’ (< CALET), chief (< CAPUT),
pleier (< PLICARE), regiel ‘del re, regale’ (< REGALEM), ecc.
[in chielt, chief, pleier, regiel A diventa ie e non semplice e per condizionamento del vicino
suono palatale
→ CALET > *čale(t) > chielt, CAPUT > *čapu > chief, PLICARE > *plegare > *pleğare >
plegier > pleier, REGALEM > *reğale > regiel]

2. Dittonghi delle vocali toniche in sillaba libera: Ĕ > ę > ie


Ŏ > ǫ > uo (poi ue)
Ē Ĭ > ẹ > ei (poi oi)
Ō Ŭ > ọ > ou
S: ciel (< CAELUM), buona (< BŎNA), ruovet (< RŎGAT) / veintre (< VĬNCERE) / bellezour
(< BELLATIŌREM), ecc.
G: forse le grafie merovinge ‹i› e ‹u› mascherano ei (savir = saveir) e ou (amur = amour)?
Per il resto in G nessuna traccia di dittongo

Lezione 22 3/05

3. Evoluzione del dittongo latino AU > o


G: cosa (< CAUSA)
S: cosa / kose, or ‘oro’ (< AURUM)

4. Caduta delle vocali in sillaba finale tranne -A (che di norma passa a e


evanescente)
G: christian, commun, salvament, ist, avant, sagrament, returnar...
-A: cosa, cadhuna, nulla, ma fazet ‘faccia’(< FACIAT)
S: bellezour, voldrent, servir, paramenz, virginitet, honestet...
-A: buona pulcella, anima, ma niule cose, polle, presentede, morte, ecc.

Precisazione importante: l’antico francese sviluppa una vocale d’appoggio


dopo nessi consonantici altrimenti di difficile pronuncia:
G: poblo, Karle, fradre /-a, sendra, nostro
S: veintre, faire (< *FACR-), diaule (< diable), sempre, seule ‘secolo’ (< *SECL-), ecc.

FONETICA – CONSONANTISMO
1. Palatalizzazione di C / G davanti ad A
G ø, S: chielt (< CALET), chief, (< CAPUT), pleier (< *pleğare < *plegare < PLICARE),
pagiens, regiel (< *pağans, *reğal < PAGANOS, REGALEM) ecc.

2. Lenizione delle consonanti sorde intervocaliche (-C- > -g-, -P- > -b- > -v-, -T- > -d-)
e in molti casi dileguo (cioè scomparsa: ad es. amie < *amiga < AMICA, vie < vida < VITA)
Esempi dai testi con le consonanti della serie dentale:
G: podir (< POTERE; a. fr. poeir), aiudha (< ADIUTARE; a. fr. aiue), cadhuna (<
CATA-; a. fr. chaum), Ludher (< LOTHAR-) plaid (< PLACITUM), ecc.
[la grafia ‹dh› rappresenta la cons. interdentale sonora ð, come nell’ingl. father]
S: presentede (< -ATA; fr. mod. présentée), spede (< SPATHA; fr. mod. épée)

3. Sviluppo CT > it
S ø, G: dreit (< DIRECTUM), plaid (< *plactu < PLACITUM)

MORFOLOGIA
Per sostantivi e aggettivi è documentata sia in G sia in S la declinazione bicasuale
→ l’antico francese e l’antico occitanico conservavano un sistema a due casi

1. caso soggetto per il sogg. della frase e per tutti gli elementi
[deriva dal nominativo latino] in relazione con il soggetto (sost., agg.)

2. caso obliquo a. per il complemento ogg. (accusativo)


[deriva dall’accusativo latino] b. per tutte le preposizioni
c. per usi che in latino erano propri di genitivo
(compl. specificazione) e dativo (termine)

Esempi di declinazione bicasuale 1. sostantivo in -S di II declinazione latina


2. sostantivo imparisillabo di III declinazione latina

1. Caso soggetto Caso obliquo


Sing. murs (< lat. MURUS mur (< lat. MURUM
nominativo) accusativo)
Plur. mur (< lat. MURI, murs (< lat. MUROS,
nominativo) accusativo)

2. Caso soggetto Caso obliquo


Sing. sendre, sire (< lat. SENIOR seignor (< lat. SENIOREM
nominativo) accusativo)

Plur. seignor (< lat. *SENIORI, seignors (< lat. SENIORES,


nominativo) accusativo)

Esempi dai testi che abbiamo letto:


G: SOGG. Karlus, meos sendra, non lo·s tanit < CAROLUS, MEUS SENIOR
OBL. salvarai cist meon fradre Karlo (c. oggetto) < CAROLUM, MEUM
son fradre Karlo iurat (c. termine/vantaggio senza preposizione)
S: SOGG. auuisset de nos Christus merci < CHRISTUS
OBL. [Eulalia] si ruovet Krist (c. oggetto) < CHRISTUM

Altri impieghi del caso obliquo senza preposizione con valore di genitivo o dativo latino:

G: pro Deo amur ‘per l’amore di Dio’


[caso soggetto: Deus]
S: li Deo inimi ‘i nemici di Dio’
lo Deo menestier ‘il servizio di Dio’,
fut presentede Maximiien ‘fu presentata a Massimiano’
[caso soggetto: Maximiiens]

Usiamo il testo di G e S per occuparci di tre innovazioni morfologiche panromanze


(quindi non solo antico-francesi, ma di tutta la Romània) che distanziano la morfologia
delle lingue romanze da quella del latino.

1. Il futuro di origine analitica o perifrastica (= formato da più parole)


(la forma di futuro sintetico del latino classico è quasi del tutto scomparsa nel romanzo)
2. Il condizionale (modo verbale che in latino non esisteva)
3. L’articolo determinativo (parte del discorso che in latino non esisteva)

1. Il futuro romanzo di origine analitica o perifrastica


In latino il futuro aveva una forma sintetica (= con terminazioni sue proprie da unire al
tema verbale):

Persone I e II coniug. III e IV con. Futuro del vb. esse ‘essere’


1 sing. -bo -am 1 sing. er-o
2 -bis -es 2 eri-s
3 -bit -et 3 eri-t
1 plur. -bimus -emus 1 plur. eri-mus
2 -bitis -etis 2 eri-tis
3 -bunt -ent 3 eru-nt

amabo ‘io amerò’ Alla base del futuro dei


monebo ‘io avvertirò’ composti di esse, ad es.
leges ‘tu leggerai’ possum (potero ‘potrò’)
audiet ‘egli ascolterà’ prosum (prodero ‘gioverò’)
ecc.

Il futuro sintetico aveva diversi problemi intrinseci:


- Era troppo vario: mancava di uniformità sul piano morfologico
- Probabilmente lo si riteneva poco espressivo sul piano semantico
- Era formalmente troppo vicino alla coniug. di altri tempi e modi verbali → ambiguità

Ad es. il futuro in -bo, -bis, -bit era simile all’ind. imperf. in -bam, -bas, -bat...
quello in -am -es -et simile al cong. pres. in -em, -es, -et / -am, -as, -at...

→ per reazione il latino parlato sviluppa altri tipi di futuro meno ambigui e più validi sul
piano espressivo, a partire da perifrasi (= giri di parole) formate con l’indicativo presente dei
verbi HABĒRE, DEBĒRE, *VOLĒRE
(sfumatura semantica di dovere / necessità / volontà di compiere un’azione nell’imminenza)

Il futuro più diffuso nel territorio romanzo (= doveva essere ben radicato e diffuso nel latino
parlato) è quello formato da
infinito + indicativo presente del vb. HABĒRE
es. CANTARE HABEO, lett. ‘ho da cantare, ho intenzione di cantare’
CANTARE HABEO > CANTARE *AO > *CANTARAO > it. canterò / cantarò, fr. chanterai,
sp. cantaré, port. cantaréi, a. prov. cantarai
Nei Giuramenti di Strasburgo: salvarai ‘io salverò’, prindrai ‘io prenderò’

Le persone dell’ind. pres. del verbo HABĒRE sono dunque diventate, col tempo,
delle vere e proprie desinenze (= marche flessive) del nuovo futuro:

HABĒRE perde autonomia lessicale/semantica e diviene pura desinenza,


puro elemento morfologico
→ grammaticalizzazione della perifrasi originaria infinito +
HABĒRE creazione di una nuova forma sintetica

La più antica attestazione del nuovo futuro sintetico è del VI sec., in una fibbia
merovingica (la ‘fibbia di Landelino’, Borgogna) che riporta un’iscrizione latina di livello
diastraticamente basso
→ la forma grammaticalizzata del nuovo futuro si sviluppò negli ultimi secoli
dell’Impero ma doveva avere una connotazione sociolinguistica bassissima:
non compare mai nello scritto prima del VI sec. (cfr. Varvaro 2014)

Le nuove forme sintetiche di


futuro derivanti da inf. +
HABĒRE convivono a lungo
con le
corrispettive forme analitiche
(ad es. in presenza di costrutti
con pronomi)

Nel Medioevo, a. prov. dir vos ai ‘vi dirò’ accanto al più diffuso vos dirai
a. sp. dar gelo hemos ‘glielo daremo’ accanto al più diffuso gelo
daremos
a. it. sett. turbar se n’à ‘se ne turberà’ accanto a se ’n turbarà
ecc.
Ancora oggi, nel portoghese, esiste il tipo amar-te-éi ‘ti amerò’ accanto a te amaréi

Altre forme romanze di futuro perifrastico (e rimasto tale: non grammaticalizzato)


si trovano in aree più o meno isolate (Sardegna, Alpi) o laterali (Romania)
→ saranno più antiche del tipo comune infinito + HABĒRE?

Dalla perifrasi vb. HABĒRE + AD + infinito


vb. DEBĒRE + infinito
→ sardo app’a cantare, deppo cantare ‘canterò’

Dalla perifrasi vb. *VOLĒRE + infinito


→ romeno voi cînta ‘canterò’

Dalla perifrasi vb. VENIRE + AD + infinito


→ romancio vegnel a cantar ‘canterò’
2. Il condizionale
Il latino non aveva il modo condizionale (possibilità / desiderio che un’azione si compia,
ma a condizione che si verifichino altre azioni)

In latino funzione semantica del condizionale era svolta perlopiù dal congiuntivo

Il condizionale romanzo più diffuso è anch’esso di origine perifrastica, simile al futuro:


infinito + indicativo imperfetto del vb. HABĒRE (sorta di ‘futuro nel passato’)
es. CANTARE HABEBAM > CANTARE *EBA > *CANTAREA > sp. port. prov. cat. it. sett.
a. sicil. cantaria, a. fr. chantereie
→Nella Sequenza di Sant’Eulalia: sostendreiet ‘sosterrebbe’ (< SUSTINERE HABEBAT)

In italiano e in alcuni dialetti italiano-settentrionali antichi, il condizionale si forma


in un altro modo:
infinito + perfetto del vb. HABĒRE
es. CANTARE HABUI > CANTARE *HEBUI > canterebbi > it. canterei
CANTARE HABUI / *HEBUI > a. it. sett. cantarave, cantareve
[attestato anche in forma analitica,
sul tipo àve cantar ‘io canterei’]

Aree isolate / laterali:


- in sardo, il condizionale è espresso dalla perifrasi ‘imperf. di DEBĒRE + infinito’:
dia cantare ‘canterei’ (< DEBEBAM CANTARE)
- in romeno, dalla perifrasi HABĒRE + infinito:
am cînta ‘canteremmo’

Lezione 23 8/05
3. La formazione dell’articolo determinativo
[cfr. l’analisi di Lorenzo Renzi in Renzi-Andreose, Manuale di linguistica romanza, cap. 7]

Il latino non aveva l’articolo determinativo

Nelle lingue romanze, che invece ce l’hanno tutte, l’articolo determinativo ha


essenzialmente due funzioni:

1. quella di individuare categorie generali di cose, persone, animali, concetti...:


ad es. le parole sono importanti, gli animali domestici sono carini, la matematica non
è per tutti, l’uomo è andato sulla Luna

2. quella di richiamare un elemento già citato, noto all’interno di un testo (funzione


anaforica): un operaio è caduto dal tetto di una casa; l’uomo ora sta bene Roberto
Baggio ha segnato due gol; il fantasista è ora capocannoniere del campionato

In alcuni testi del latino tardo aumenta moltissimo la frequenza dei pronomi e aggettivi già
del lat. classico ĬLLE ‘quello’ (dimostrativo) e ĬPSE ‘proprio lui, lui stesso’ (determinativo)
usati proprio in funzione anaforica:
Es. nella Peregrinatio Aegerie: Sancti monachi [...] sancti illi [...] illi sancti [...] illi sancti
(III, 6-8)
Montes faciebant vallem infinitam [I, 1]
...ipsa valle tota [...] ipsa valle [...] de valle illa (V, 4-10)

→ queste occorrenze (articoloidi) ci dicono che probabilmente, nel latino parlato di età
imperiale, si era diffuso un uso di ĬLLE e di ĬPSE molto più ampio di quello del lat. classico

Nel latino parlato l’uso intensivo ĬLLE e ĬPSE fa perdere loro la carica semantica originaria
ma li porta ad assumere funzioni nuove:
- quella di elementi anaforici (utili semplicemente a richiamare quanto già detto)
- quella generale di determinativi (senza più necessariamente il valore di ‘quello’ o
‘proprio lui’, ma semplice valore referenziale → certificano l’esistenza e l’essenza di
un oggetto, senza ‘additarlo’)
→ così nascono gli articoli determinativi romanzi

Dalle varie forme di ĬLLE sia dall’accusativo sing. ĬLLUM, ĬLLAM, plur. -OS, -AS
sia dal nominativo plur. ĬLLI, ĬLLAE
derivano quasi tutti gli articoli determinativi romanzi
it. il, lo, la fr. le, la prov. el, lo, la sp. el, la
i, gli, le les los, las los, las
rom. lupul
lupii, casele [in romeno articolo posposto al sost. /agg.:
ecc. probabile caratteristica del latino balcanico]

Nel latino parlato di


Sardegna, e in quello delle
zone a cavallo tra area
galloromanza
e area ibero-romanza era
invece più usato, con le
medesime funzioni, ĬPSE
(acc. ĬPSUM, ĬPSAM)

da cui l’articolo sardo su, sa / sos, sas


cat. (Baleari) es, sa
ant. prov., ant. guasc. so / se, sa

Prima attestazione sicura dell’articolo determinativo romanzo


→ parodia della Lex Salica (area galloromanza, metà VIII sec.):
tollant lis potionis ‘tolgano le bevande’
(lis, con grafia merovingica, potrebbe anche mascherare una pronuncia les, come nell’[Link]. e
nel fr. moderno)
In G l’articolo determinativo manca: non perché nell’842 non esistesse ancora,ma per
l’impronta linguistica e stilistica dei modelli formulari latini
In S l’articolo determinativo abbonda:
lo Deo menestier, lo nom christiien, lo suon element, li rex pagiens,
lo chief, lo seule (m. sing.), la polle, la mort (f. sing.)
li Deo inimi, les mals conselliers, les empedementz (m. plur.)

I più antichi testi scritti in lingua d’oc (provenzale, occitano)

1. Le benedizioni di Clermont-Ferrand
Clermont-Ferrand, Bibliothèque communautaire et interuniversitaire, ms. 201 (IX-X sec.)
Contiene il Breviarium Alarici decurtatum (testo giuridico)

A c. 89v, una mano di metà X sec. trascrive, in forma di


traccia, in minuscola carolina, due scongiuri (nel nostro
caso, in particolare, «formule di magia terapeutica» [Lucia
Lazzerini])

scongiuri → formule rituali di uso pratico utili a


risolvere problemi di salute, allontanare eventi atmosferici
avversi, difendere i propri beni, fare innamorare attraverso
l’evocazione del soprannaturale

‘Catena’ di eliminazione del dolore: già documentata in testi tardo-latini


ad es. nella Physica Plinii sangallensis (VI-VII sec.?)
«a medullis ab ossa, ab ossibus a pulpa, a pulpa a nervos, a nervo a cutes,
a cute a pilos, a pilo in centesimo»

nel ms. XC della Biblioteca Capitolare di Verona (IX-X sec.):


«exi de osso in pulpa, de pulpa in pelle, de pelle in pilo, de pilo in terra.
Terra matre, suscipe, quia te ille sufferre non potest»

Tipologia di scongiuro arcaica e di grande diffusione nell’Europa Occidentale


altomedievale (anche esempi in area germanica)
2. Passione di Augsburg
Breve testo in versi occitanici (4 octosyllabes, 1 exasyllabe, 1 octosyllabe
assonanzati in -a-, di area limosina [?]) sulla Passione di Gesù

Tramandato in forma di traccia, in littera minuta cursiva, nel margine superiore della prima
carta di un ms. perduto (contenente, pare, la trascrizione atti notarili relativi a un’istituzione
ecclesiastica)
Carta ora conservata come frammento ad Augsburg, Stadtarchiv, Urkundensammlung 5 [2]
Lo scriba che ha trascritto la Passione può essere assegnato al X sec. (ultimo terzo).
La copia è avvenuta a Strasburgo (Francia orientale)
Scoperto da Rolf Schmidt, che ne è anche il primo editore (1981)

Trascrizione diplomatica
alespins batraunt sos caus etabes lan staudiraunt sos lad & enlacrux lapenderaunt et
oblaeid lo potaraunt si greu est a pærlær etenlacrux lapenderat
alespins] anche abespins
oblaeid] anche oblacid

Proposta editoriale di Gerold Hilty Proposta editoriale di Lucia Lazzerini


[La ‘Passion d’Augsbourg’reflet d’un [Letteratura medievale in lingua d’oc
poème occitan du Xe siècle (1994)] (2001); in rosso le ricostruzioni diverse]

<Ailas,> als poins batraunt sos caus, A[b] les puns bat[e]raunt sos caus,
et ab escarn diraunt sos laus, et ab escarn diraunt sos laus,
et en la crux l’apenderaunt, et en la crux l’apenderaunt,
et ab l’aced lo potaraunt, et ab l’acid lo potaraunt,
si greu est a parlar, – si greu est a parlaer! –
et en la crux l’apenderaunt. et en la crux l’apendera[un]t.

Ahimè, con i pugni batteranno le sue guance,


e con scherno diranno le sue lodi,
e sulla croce l’appenderanno,
e con l’aceto lo disseteranno,
è così pesante parlarne!,
e sulla croce l’appenderanno.
Proposta editoriale di Sam Wolfe e Martin Maiden
[Variation and change in gallo-romance grammar (2020):
riprendono alcuni spunti interpretativi di Schmidt; si mantengono per quanto possibile più
vicini alla lezione del manoscritto rispetto ai forti interventi editoriali di Hilty e Lazzerini;
nonostante la fedeltà al codice, la lettura del v. 2 continua a non essere soddisfacente

La funzione del testo della Passione di Augsburg

Secondo Maria Luisa Meneghetti (Le origini, p. 169)


il verso ripetuto a metà e alla fine del componimento («et en la crux l’apenderaunt»)
sarebbe un refrain (= ritornello)
Refrain in 3° e 6° posizione → rinvia alla forma strofica del rondeau, canzone a ballo
attestata più tardi in area francese
→ insomma, questa Passione in volgare era forse destinata al canto voce sola +
coro (e al ballo) nelle chiese, durante le celebrazioni liturgiche o paraliturgiche della
Settimana Santa.

Le caroles (tipo di danza) paraliturgiche erano diffuse e venivano eseguite nelle chiese
(cfr. il poemetto agiografico in octosyllabes della Sancta Fides, XI sec., da eseguire in
tresca)

I più antichi testi in lingua d’oc: testi religiosi in versi destinati al canto / danza
→ Embrioni di teatro sacro

- Passione di Augsburg (X sec.) – area limosina (?)


- Alba bilingue latino-provenzale (X sec.) – area cluniacense (abbazia di Cluny)

- Tu autem Deus (tropo) Copiati nello stesso manoscritto:


- Versus Sancte Marie ms. latin 1139 della BnF di Parigi
- Sponsus (dramma liturgico in versi latini e provenzali) (XI-XII sec.), nell’abbazia benedettina-
- In hoc anni circulo (inno farcito latino-
provenzale) -cluniacense di San Marziale

di Limoges
- Boeci (XI sec.): poemetto agiografico in décasyllabes ispirato al De consolatione
Philosopie di Severino Boezio – area limosina (San Marziale?)

- Santa Fides (XI sec.): poemetto agiografico in octosyllabes su Santa Fede di Agen (sec.
XI), da ballare in tresca – area pirenaica (Cerdagne?)

Gli ultimi due testi sono probabilmente anche del repertorio giullaresco

→ escono dal contesto della (para)liturgia della messa, entrano nel repertorio dei
professionisti della performance
Tratti grammaticali dell’occitanico ricavabili da B (= Benedizioni di Clermont-Ferrand) e da P
(= Passione di Augsburg)

Testi linguisticamente complessi


latino
- influenze di tipo verticale | soprattutto in B
romanzo
- influenze di tipo orizzontale (dovute al contatto varietà d’oc – varietà d’oïl)

→ presenza in B e P di elementi linguistici settentrionali, dovuti o a zona di confine o a


diasistema linguistico (legato alla provenienza dei copisti)

FONETICA – VOCALISMO
1. Conservazione di A tonica in sillaba libera > a:
B: mans (< MANUS, [Link]. main), ala (< ALAM, [Link]. ele)
P: caus (< CAPUT, [Link]. chief)

2. Assenza di dittonghi spontanei delle vocali toniche in sillaba libera:


B: pes ‘piedi’ (< PĔDES, [Link]. piès), pel (< PĬLUM, [Link]. peil, poil)
P: greu (< *GRĔVEM, [Link]. grief)
3. Caduta delle vocali atone in sillaba finale tranne -A (> -a, [Link]. -e):
B: resold (< RESOLIDET) os (< OSSUM) mans (< MANUS), tomid (< TUMIDUM),
infant (< INFANTEM), ecc.
- A: tomida, femina, via, aqua, ecc.
P: acid (< ACETUM), pærlær (< *PARAULARE), espins (< SPINOS), crux (<
CRUCEM), ecc.
4. Mantenimento del dittongo latino AU:
B: Ø
P: caus (< cau < CA(P)UT, dittongo secondario; cfr. a. lomb. cò)

FONETICA-CONSONANTISMO
1. Assenza di palatalizzazione di C / G davanti ad A
B: carnes (< CARNES, [Link]. chars)
P: caus (< CAPUT, [Link]. chief)

2. Lenizione delle cons. sorde intervocaliche al grado sonoro (-C- > -g-, -P- > -b-, -T- >
-d-) mantenimento di -d- primario (< -D- latino) raro il dileguo (frequentissimo invece
in [Link].)
Esempi dalla serie dentale
B: tomida, -e passim (< TUMIDA, -AE), sedea (< SEDEBAT, [Link]. seeit, seoit)
P: acid (< ACETUM, [Link]. aisil)

Lezione 24 9/05

Il più antico testo scritto in un volgare iberoromanzo: la nodicia de kesos ‘nota dei
formaggi’ (terzo-ultimo quarto del X sec.). Conservato a León, Archivo de la Catedral, n. 852

Testo di carattere pratico → nota ‘di dispensa’


Elenco dei formaggi consumati in diverse occasioni presso l’abbazia di San Justo y
Pastor, presso Rozuela, nel León (nord-ovest della Penisola Iberica, non lontano dal
territorio galiziano)

Nota redatta sul verso di una pergamena contenente un atto di donazione all’abbazia,
datato 959
La nota è di poco successiva a questa data; redatta in una minuscola precarolina

Potrebbe essere databile poco dopo il 974: nella Nodicia si nomina un re in visita al
monastero → Ramiro III di Leon visitò effettivamente il monastero nel 974

Nodicia de kesos que espisit frater Semeno in labore de fratres: inilo


bacelare de cirka Sancte Juste, kesos .v.; inilo alio de apate, .ii. kesos; en
que puseron ogano, kesos .iiii.; inilo de Kastrelo, .i.; inila vinia majore
.ii.; que lebaron en fosado, .ii. adila tore; que lebaron a Cegia, .ii.
quando la taliaron; ila mesa, .ii.; que lebaron a Lejone .i.; [...]alio ke
leba de soprino de Gomi de do[...] a[...]; .iiii. qu’espiseron quando ilo
rege venit ad Rocola; .i. qua‹ndo› Salbatore ibi venit.

Profilo dell’antico castigliano a partire dalla Nodicia:


FONETICA: Conservazione di -J- latino: majore (< lat. MAIOREM, sp. mayor)
Betacismo: leba, lebaron, Salbatore (< -V-, sp. llevar), con ‹b› per /β/;
forse la grafia ‹p› sta per /β/ in apate (< lat. ABATEM), soprino ‘cugino’ (<
SOBRINUM)
Sonorizzazione consonanti occl.: nodicia (< lat. NOTITIA), fosado (<
FOSSATUM), ogano (< HOC ANNO, port. ogano)

MORFOLOGIA: Plurale sigmatico: kesos (mentre fratres è latinismo)


Articolo determinativo: ilo rege ‘il re’ (< ĬLLUM), ila mesa ‘la tavola’
(< ĬLLAM)
Preposizioni articolate: inilo ‘nel’, inila ‘nella’, adila ‘alla’
Pass. rem. 3° p. pl. in -ron (< lat. -RUNT): puseron, lebaron, taliaron,
ecc.

LESSICO: bacelare ‘vigneto nuovo’ (cfr. REW S.V. baccillum ‘asta’, ‘bastoncino’
→ porg. bacelo ‘alberello di vite’, sp. bacillar, port. abacelar ‘piantare viti’
cirka ‘vicino’ nel sintagma preposizionale de cirka ‘vicino a’ (< lat. CĬRCA,; sp. cerca)
kesos ‘formaggi’ (< lat. CASEUM, sp. queso, port. queijo, it. cacio, it. merid. caso)
mesa ‘tavola’ (< lat. MENSAM, sp. mesa)

Il più antico testo scritto in un volgare italiano:


l’iscrizione della
catacomba di Commodilla
(IX sec.)

- Si trova a Roma, nella cripta


dedicata ai santi Felice e Adàutto,
all’interno di una catacomba, detta
di Commodilla
- Il muro retrostante l’altare ospita un
affresco del VI-VII sec. d.C.:
Vergine in trono con ai lati i due
santi dedicatari della cripta, e la
committente Turtura

- Lungo la cornice del dipinto qualcuno ha inciso una scritta: lo ha fatto


probabilmente entro la prima metà del IX sec., cioè prima delle incursioni arabe
che dall’846 avevano devastato i dintorni di Roma e spinto le comunità cristiane ad
abbandonare i luoghi di culto

- Siamo negli stessi anni dei Giuramenti di Strasburgo, forse anche prima

Trascrizione diplomatica Interpretativa


NON / DICE/RE IL/LE SE/CRITA / ABBOCE → Non dicere ille secrita a
bboce
‘Non dire le secrete ad alta voce’
Le secrete (orationes secretae) sono orazioni che il sacerdote era tenuto a pronunciare
sottovoce appena dopo l’offertorio: uso liturgico arrivato dall’area galloromanza a inizio IX
sec.
→Qualcuno ha inciso il monito come promemoria per chi celebrava la messa su
quell’altare
La messa si celebrava spalle all’assemblea (rito preconciliare): quindi guardando l’affresco

Il testo è redatto nel volgare romanesco di allora perché era importante che il celebrante
capisse: spesso il piccolo clero conosceva poco e male il latino.

Siamo dunque in presenza di un (micro)testo dalla funzione schiettamente pratica:


un’istruzione.

La lingua dell’iscrizione
Testo breve ma molto eloquente sul piano linguistico → mostra come l’antico
romanesco fosse una varietà pienamente meridionale, di tipo campano

Imperativo non dicere costruito con non + infinito, come in italiano e in generale nelle
lingue romanze (in lat. class., imper. con NE + cong. pres. / imper. [ne dicas, ne diceres], o
NOLI / NOLITE + inf. [noli, nolite dicere])
L’inf. non sincopato dicere (it. dire < DIC[E]RE) è tipico dei dialetti italiani centro-
meridionali (e anche del latino)

Nel sintagma ille secrita → ille (f. pl.) funziona già da articolo determinativo (la grafia è
latina)
In secrita, ‹i› è grafia merovingica per /e/ (come savir, podir, prindrai nei Giuramenti di
Strasburgo)

Il sintagma a bboce esibisce due tratti schiettamente centro-meridionali:


raddoppiamento fonosintattico: a bboce
betacismo /w/ > /b/ centro-meridionale: boce (< VOCEM)

I Placiti campani (o Placiti cassinesi), anni 960-963


- Il lat. mediev. placitum (< lat. class. PLACĒRE ‘piacere’) è la sentenza scritta
emessa da un giudice in merito a una controversia
- I placiti campani sono quattro articolate sentenze (in latino) fatte redigere da tre
giudici diversi a Capua, Sessa Aurunca, Teano (nel principato longobardo di
Capua) per regolare controversie territoriali che vedono coinvolta l’abbazia
benedettina di Montecassino
→ l’intento dell’abbazia è di consolidare il proprio dominio territoriale nell’ambito di
contese fondiarie tra monastero e nobiltà laica di stirpe longobarda

- I placiti emessi dai giudici stabiliscono, ascoltati i testimoni giurati (monaci, notai,
ecc.) che le terre contese sono di proprietà dell’abbazia per usucapione
(= per possesso continuativo)

- All’interno dei placiti, le formule testimoniali che certificano il possesso dei terreni
sono in volgare («garantiscono la verità dei fatti e rappresentano il fondamento
giuridico della sentenza» [S. Asperti])
Questa deposizione in volgare, di tipo italiano meridionale, all’interno del documento latino
non è la registrazione di un parlato spontaneo
→ le formule testimoniali volgari contenute nei placiti di Sessa Aurunca e Teano
sono identiche alla prima:

Sessa Aurunca (963): Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai,
Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette

Teano/1 (963): Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai,
trenta anni le possette parte Sancte Marie

Teano/2 (963): Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, Sancte Marie è,
et trenta anni la posset parte Sancte Marie

Si tratta di formule testimoniali elaborate a tavolino, con tratti formulari tipici


dei documenti giuridici latini coevi della stessa area cassinese
→ formule elaborate ad hoc dai professionisti del diritto legati a Montecassino
(notai, giudici) perché i testimoni le pronunciassero (cfr. il caso parallelo dei Giuramenti di
Strasburgo)

A riprova di ciò cfr. il passo del placito (in latino) che precede la formula volgare:
Perciò noi, suddetto giudice, sentenziammo e per nostra sentenza facemmo loro assumere
impegno formale [con guadia] che il suddetto Rodelgrimo si sarebbe rimesso alla legge e il
suddetto venerabile abate Aligerno per l’amministrazione patrimoniale del menzionato suo
monastero avrebbe fornito a lui prova mediante testimoni secondo legge in tal modo: che ad
uno ad uno i suoi testimoni, tenendo in mano la suddetta memoria prodotta da
Rodelgrimo, avrebbero pronunciato la seguente testimonianza: «Sao ko kelle terre per
kelle fini que ki contene [...]», e avrebbero confermato la loro testimonianza secondo legge
mediante giuramento
[Traduzione di Francesco Montuori, docente di Storia della
Lingua italiana all’ Università di Napoli ‘‘Federico II’’]
La scelta del volgare è probabilmente dettata dalla necessità di sancire in modo
inequivocabile i termini della questione: S. Asperti parla di «evidenza comunicativa»
→ un modo anche gli illitterati possano conoscere inequivocabilmente come stanno le
cose (non solo al momento della pronuncia della testimonianza, ma anche nel referto scritto)

Importante il ruolo dell’Abbazia di Montecassino nella promozione del volgare scritto


→ avanguardia, capacità di intuire il cambiamento epocale nella comunicazione
(non solo in ambito giuridico, ma anche letterario: ritmi giullareschi, drammi religiosi, ecc.)

La lingua delle formule testimoniali cassinesi


GRAFIA: - utilizzo di ‹k› per /k/ (tratto grafico tipicamente arcaico): ko, kelle, ki

FONETICA: - conservazione generale delle vocali atone finali, come in toscano e nei
dialetti italiani centro-meridionali: kelle terre, fini, contene, possette…
- assenza di dittongamento spontaneo, come in tutti i dialetti italiani tranne
quelli toscani: contene (it. contiene)
- gruppo labiovelare /kw/ > /k/: ko (< lat. QUOD), kella, kelle (< ECCU(M)ILLA, -AE,
it. quella, quelle, nap. chella, chelle), ki (< ECCU(M)HIC, it. qui)
- betacismo: bobe ‘a voi’ (< VOBIS), anche latinismo
- raddoppiamento fonosintattico: sao cco

MORFOLOGIA: - plurali vocalici, come di norma nella Romània orientale (italiano


centro-merid., e toscano, romeno, dalmatico): terre, fini ‘confini’, anni

Sono invece retaggi dei modelli formulari latini:


- costrutto ‘pars + genitivo’
parte Sancti Benedicti ‘patrimonio di San Benedetto’
- costrutto ‘verbo essere + genitivo’
Pergoaldi foro ‘furono di Pergoaldo’
Sancte Marie è ‘è di Santa Maria’
(foro < FUERUNT ed è < EST sono volgari, Pergoaldi e Sancte Marie sono genitivi
latini)
- tebe ‘a te’ e bobe ‘a voi’ (< TIBI, VOBIS) sono forti latinismi ma intaccati dal betacismo
- Cfr. anche l’assenza dell’art. determinativo (come nei Giuramenti di Strasburgo)

Infine, una nota linguistica intorno a sao ‘io so’

lat. SAPIO > *SA(P)IO > sao > it. so [Toscana, Italia centro-settentrionale]
ma lat. SAPIO > it. merid. saccio, con passaggio -PJ- > čč

La forma sao ‘io so’ dei Placiti non sembra campana e nemmeno meridionale
(non è mai attestata nelle scriptae volgari antiche)

Probabilmente va pronunciata /sɔ/, cioè con ‹ao› = o aperta


[cfr. le osservazioni del linguista Michele Loporcaro sul raddoppiamento fonosintattico in sao cco]
→ forse i notai cassinesi inseriscono nelle formule testimoniali volgari un elemento non
locale (proveniente da aree più settentrionali del territorio longobardo) per ‘sprovincializzare’
la lingua (= eliminare un tratto troppo dialettale)?

Se fosse così sarebbe in atto un tentativo aurorale di koinè volgare giuridico-


cancelleresca

Lezione 25 10/05
Caso simile a quello dell’abbazia limosina di San Marziale di Limoges

- Ancora sull’antichissima postilla del monaco di Bobbio (prima metà del X sec.):
[vergata nel marg. sup. di una carta del ms. Milano, Biblioteca Ambrosiana, C 138 inf.]
Commento ironico (motto di spirito) a un passo di Gregorio Magno, Regula pastoralis,
sulla gravità del peccato dell’ingordigia

La forma è quella della postilla ritmica: cioè modellata sulla misura e sul ritmo dei versi
degli inni monastici (che il monaco naturalmente aveva nell’orecchio)

Scelta del volgare indotta dall’abbassamento di registro (cfr. Indovinello veronese)

M. L. Meneghetti, Le origini, p. 189: «se vale la datazione proposta in base allo stile della
scrittura [...] costituirebbero la più antica attestazione concreta dell’esistenza di una lirica
volgare romanza»

→ Una lirica
galloromanza
precedente l’esperienza
trobadorica inaugurata da
Guglielmo IX d’Aquitania, e
che ne anticipa temi e
forme
→ Una lirica solo di poco
posteriore alle più antiche
harğat mozarabiche
(versi finali romanzi, amorosi,
delle muwaššah arabe ed
ebraiche) circolanti in Al-Andalus
(Spagna arabizzata)

Verso lungo → possiamo semplificare parlando di ottonario piano + senario sdrucciolo


(applicazione volgare del tetrametro trocaico catalettico latino:

Parla una giovane ragazza → chanson de femme ‘canzone di donna’


con topoi come parlare con la madre, lamentare la lontananza dell’amato

L’incipit rinvia a tipo lirico di diffusione popolare, qualcosa di simile si ritrova nelle harğat
mozarabiche (XI sec.), più avanti nelle cantigas de amigo galego-portoghesi (XIII sec.)

Ad es. Fui eu, madr’, a San Momed’, u me cuidei / que veess’ o meu amigu’, e non foi i
(Johan de Cangas, Fui eu, madr’, a San Momed’, vv. 1-2)
Fui eu, madr’, en romaria a Faro con meu amigo
(Johan de Requeixo, Fui eu, madr’, en romaria, v. 1).

Questo genere di poesia amorosa altomedievale di registro ‘popolare’,


destinata al canto e al ballo, è andato perlopiù perduto
→ doveva vivere principalmente nell’oralità (≠ poesia ‘colta’ dei trovatori),
quindi rarissime fissazioni per iscritto (soprattutto a questa altezza cronologica)

Ne restano alcune riprese ‘colte’, più tarde, nella lirica cortese del XII e XIII sec.
Diversamente da un testo come l’Indovinello veronese che – come ha mostrato Monteverdi
– trova riscontri significativi, tematici e formali, nella poesia latina enigmistica coeva o di
poco anteriore e nella tradizione colta di matrice latina classica, il nostro frammento –
formalmente e tematicamente senza termini di confronto con la coeva letteratura latina –
sembra tutto proiettato in avanti, verso il futuro della lirica romanza rappresentato dal
filone delle chansons de femme, così come si è conservato specialmente in area iberica e,
in particolare, nelle cantigas de amigo galego-portoghesi. [...] si tratta infatti di una
testimonianza che per scelta tematica, tonale, linguistica e metrico-prosodica [...] documenta
l’esistenza di una produzione letteraria di livello popolare e di trasmissione orale
rivolta a un pubblico diverso dalla platea dei clerici, in una lingua diversa dal latino usato
nella coeva poesia di matrice dotta, una lingua che non si può qualificare altrimenti che
volgare. Un documento che di colpo strappa alla latencia di cui parlava Ramón
Menéndez Pidal almeno due secoli di storia, e di storia letteraria romanza.
(Vittorio Formentin, Un frammento di canzone di donna in volgare dell’alto medioevo, «Lingua e stile», 1/2022)

Per riassumere questa sezione del corso sulle prime manifestazioni scritte dei volgari
romanzi → Testi romanzi anteriori all’anno Mille: una classificazione tipologica, per
capire perché viene usato il volgare

- Testi pratici
di carattere giuridico, quindi pubblico: Giuramenti di Strasburgo, Placiti campani
di carattere materiale e occasionale, quindi privato: iscrizione della catacomba di
Commodilla, nodicia de kesos, scongiuri
Testi legati a doppio filo alla contingenza, al bisogno materiale, alla dimensione
concreta della vita, e quindi al volgare, che è la lingua della quotidianità in cui quei
bisogni, quelle contingenze si manifestano

- Testi letterari religiosi: Sequenza di Sant’Eulalia, Passione di Augsburg


Programma dei clerici per l’edificazione e l’indottrinamento dei fedeli illitterati (cfr. il
Concilio di Tours)

- Testi letterari profani: Fui, eo, madre


→ testo poetico di fruizione popolare: il registro popolare richiede il volgare

- Motti, postille semiserie nei margini dei manoscritti (‘pause’ del copista, del lettore, ecc.):
postilla ritmica di Bobbio l’abbassamento di registro va di pari passo con l’uso del volgare
Cfr. anche la prova di penna ladina dell’amanuense Desiderio, area alpina centro-
orientale, X-XI sec.
Diderros ne habe diege muscha ‘Desiderio non ha dieci mosche’, i.e.
‘non ha voglia di far nulla’

Panoramica dei generi letterari nell’Europa romanza medievale

- L’epica
Cfr. GDLI s.v. epico
«‘agg. Che narra, celebrandole, le gesta degli eroi, intrecciando l’elemento storico con
quello mitico e fiabesco (un’opera poetica, di regola in forma di poema; e, secondo le
partizioni della critica retorica, il genere poetico che comprende tali opere; eroico)
- Guerresco (in partic.: riferito ai canti e altre forme di poesia popolare ispirati alle
antiche imprese guerresche di un popolo, divenute oggetto di racconto leggendario).
- Oggettivo (contrapposto a ‘lirico’inteso nel senso di ‘soggettivo’)»
Sono tipici dell’epica anche i seguenti tratti:
«il disporsi di un complesso di azioni intorno a uno scontro fra parti contrapposte,
rappresentato come decisivo per un’intera comunità e i suoi ideali (religione, stirpe,
patria), con un forte senso di destino collettivo»

«Autore e primi destinatari appartengono a quella comunità e non se ne distinguono,


la voce dell’autore come individuo non compare o dispone di spazio minimo
(frequente, di fatto, l’anonimato dei testi)»

«il testo è destinato a una dizione pubblica ad opera di un ‘professionista’ (aedo,


giullare) che lo memorizza e che effettua la sua performance»
[Alberto Limentani, Marco Infurna, L’epica, in La letteratura romanza medievale,
a cura di Costanzo Di Girolamo, Bologna, il Mulino, 1994]

- Poesia narrativa → poema (non poesia lirica), eseguita in canto o cantilena


da cantori professionisti, in luoghi pubblici, alla presenza di molte persone
(dimensione orale)

- Storicità, reale o presunta, degli eventi narrati (= oggettività), ma al contempo


rielaborazione leggendaria dei fatti

- Presenza di battaglie (spesso) e di eroi (o campioni)


→ quindi di gesta, [Link]. geste < lat. RES GESTAE ‘fatti accaduti, imprese’, perlopiù ‘militari’
- Lo scontro è tra parti contrapposte: una parte rappresenta una comunità e i suoi
ideali, l’altra parte il suo uguale e contrario, destinato alla sconfitta
→ ascolto di un poema epico = momento ‘rituale’ di identificazione di una comunità
nei suoi valori l’eroe-campione È la sua comunità

L’epica romanza in lingua d’oïl. Definizione del corpus

Si veda un celebre passo meta-letterario (questione di generi) contenuto all’inizio


di un poema epico intitolato Chanson des Saisnes (‘Canzone dei Sassoni’)
composto da Jean Bodel di Arras (fine XII sec.)

Jean Bodel classifica la poesia narrativa in antico francese in questo modo

N’ent sont que trois materes a nul home antandant: Non ci sono che tre materie per chi è istruito:
de France et de Bretaigne et de Ronme la grant; di Francia, di Bretagna e di Roma la grande;
ne de ces trois matere n’i a nule samblant. non c’è somiglianza fra le tre.
Li conte de Bretaigne sont si vain et plaisant I racconti di Bretagna sono vani e divertenti,
et cil de Ronme sage et de sens aprendant, quelli di Roma saggi e istruttivi,
cil de France sont voir chascun jour aparant. quelli di Francia sono veri come appare
ogni giorno.

La tripartizione di Jean Bodel d’Arras nella Chanson des Saisnes (fine XII sec.)
1. materia di Bretagna (= romanzi arturiani), «vain et plaisant»
2. materia di Roma (= romanzi antichi), «sage et de sens aprendant»
3. materia di Francia (= epica), «voir chascun jour aparant»
Lezione 26 11/05
Le chansons de geste ‘canzoni di gesta (militari)’ in antico francese contano
complessivamente un centinaio di testi tra XI sec. e XIV sec.

Testi divisi in cicli (→ ciclizzazione: nel XII sec. fioritura di testi a partire dalle
‘chansons-archetipo’; Frappier: «i figli hanno generato i padri»)

- Il ciclo carolingio: capostipite la Chanson de Roland (terzo quarto dell’XI sec.)


poema in lasse assonanzate di décasyllabes
→ imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini contro i saraceni, in difesa della
cristianità (afflato religioso, similarità con le agiografie): «paien unt tort et chrestiens
unt dreit» (i pagani hanno torto i cristiani hanno ragione).
Il re e i suoi paladini sono graniticamente uniti contro i pagani (tranne il traditore gano che
passa allo schieramento opposto)

- Il ciclo narbonese: capostipite la Chanson de Guillaume (prima metà XII sec.)


poema in lasse assonanzate di décasyllabes
→ imprese di Guillaume d’Orange (ripresa mitica della figura di Guglielmo conte di
Tolosa): affronta eroicamente i saraceni che nell’VIII sec. hanno invaso la Francia
meridionale (incidenza del modello rolandiano: Guillaume e il nipote Vivien come
Carlo e Roland) ma al contempo introduce il tema della crisi dei valori feudali
(lealtà, coraggio, mutua assistenza) e del difficile rapporto con la corona di Francia
- Il ciclo dei «vassalli ribelli»: capostipite Gormont et Isembart (inizio XII sec.)
poema in lasse assonanzate di octosyllabes
→ il tema dello ‘scontro di civiltà’ (pagani vs cristiani) va in secondo piano

Prende il sopravvento il tema della ribellione dei vassalli al re di Francia


Ad es. Isembart, in rotta con re Louis, passa a servire Gormont, re dei saraceni

Il ciclo riflette una fase storica in cui aumenta il potere della corona→ la nobiltà feudale va
in crisi →Sovrani altrove eroici (ad es. lo stesso Carlo Magno) qui diventano i
‘nemici’

- Ciclo delle «canzoni di crociata»: capostipite Chanson de Antioche (XII sec.)


Poema in lasse assonanzate di alessandrini, composto da Richard le Pèlerin
(partecipante alla prima crociata)

→ tra XII e XIII sec. fioriscono testi che celebrano in chiave epica la riconquista del
Santo Sepolcro (avvenuta con la prima crociata: 1096-1099)

Il tema identitario della lotta contro i pagani è svolto non più attraverso il filtro
di gesta lontane nel tempo (cfr. Chanson de Roland)
ma con riferimento a gesta contemporanee (le crociate)
struttura classica dell’epica rolandiana (con spunti agiografici)
+ accenni di storiografia (favoriti dalla prossimità cronologica degli eventi)

La Chanson del Roland


Poema epico che narra le gestes contro i saraceni in Spagna di Carlo Magno e dei suoi
paladini (deriva dall’aggettivo latino medievale palatinus → i conti del palazzo, i
palatini sono 12 come gli apostoli); il ‘campione’ cristiano è il conte palatino Roland,
nipote di Carlo

In una qualche forma, la Chanson de Roland doveva esistere già intorno al terzo quarto
dell’XI sec. (ca. 1070) ma il codice più antico e autorevole che la contiene è il ms. Oxford,
Bodleian Library, Digby 23 (O) (secondo quarto del XII sec.), in antico francese nella
varietà anglonormanna

Nel ms. Digby la chanson conta ca. 4000 décasyllabes suddivisi in lasse assonanzate
[lassa = strofa dal numero variabile di versi, unità metrica ma
anche narrativa → ogni lassa, pure collegata narrativamente
alla precedente e alla successiva, ha un suo senso compiuto]

Verso finale della Chanson de Roland nel ms. di Oxford:


«Ci falt la geste que Turoldus
declinet»
‘Qui si arresta il racconto delle
imprese che Turoldo
racconta/trascrive/porta a
termine/rimaneggia (declina)’/esegue
cantando

Chi è Turoldo, il cui nome compare


soltanto nel ms. di Oxford?
1. l’autore della Chanson de
Roland, nella forma in cui la
leggiamo nel ms. di Oxford
2. il copista del ms. di Oxford
3. il copista dell’antigrafo (= del modello da cui è stato copiato) il ms. di Oxford
4. un giullare che ha eseguito il testo
[Aurelio Roncaglia individuò un Turoldo abate di Peterborough (morto nel 1098), prelato-
guerriero vicino alla corte dei sovrani normanni d’Inghilterra]

La vicenda:
- Carlo Magno e il suo esercito sono a combattere in Spagna, contro i saraceni, da
sette anni; resiste solo la città di Saragozza, sotto assedio da tempo

- Marsilio, re dei saraceni, consapevole dell’inferiorità del proprio esercito, propone di


consegnare ricchi doni ai Franchi in cambio della loro ritirata

- Carlo e i dodici pari (i conti palatini) sono propensi ad accettare, tutti tranne
Roland, conte palatino e nipote di Carlo, che si ribella: la guerra va portata fino in
fondo, perché «paien unt tort et chrestien unt dreit»

- Il patrigno di Roland, Gano di Mayence, che appartiene all’‘ala moderata’, lo accusa


di follia
- Lite tra Gano e Roland: quest’ultimo propone infine che sia proprio Gano a recarsi in
ambasceria presso Marsilio, a ricevere i doni, e la proposta viene accettata

- Gano è terrorizzato all’idea e giura vendetta contro Roland.


- Preso contatto con i saraceni, si accorda con loro perché venga teso un agguato
all’esercito franco in ritirata, presso Roncisvalle, sui Pirenei

- A Roncisvalle i saraceni attaccano, la retroguardia franca è impreparata e accusa il colpo


- Rolando, Olivieri, l’arcivescovo Turpino e gli altri prodi cavalieri cristiani combattono
valorosamente contro i pagani ma alla fine Rolando è costretto a richiamare rinforzi

- Rolando richiama l’avanguardia dell’esercito guidata da Carlo, suonando il suo


corno (l’Olifante); lo suona con tale intensità (tipica sua è la desmesure in tutto) che
gli esplodono le tempie.

- Ormai morente, Rolando assiste al massacro di alcuni dei suoi compagni più
valorosi; cerca di distruggere la sua leggendaria spada (Durindarda) menando
fendenti a una roccia, ma non ci riesce; muore da martire, su un poggio, steso sotto
un pino; dal cielo scendono gli angeli per accompagnarlo in Paradiso (porgendo il
suo guanto al cielo, simbolo di sottomissione verso dio)

- Carlo, udito il suono del corno, giunge in soccorso e alla fine sbaraglia i saraceni; re
Marsilio muore.

- Ad Aquisgrana, Carlo processa Gano per alto tradimento, lo condanna a morte e lo


fa squartare da quattro cavalli.
→Questa è l’articolata vicenda narrata nel
poema
I fatti hanno fondamento storico in un episodio minore delle campagne militari di Carlo
→Nel 778, di ritorno da una breve campagna militare in Spagna, la retroguardia
dell’esercito franco è attaccata a Roncisvalle da gruppi armati di Wascones (‘Baschi’),
impegnati in un’azione di guerriglia. In quell’occasione trovano la morte alcuni illustri
cavalieri franchi.
Imprese in Spagna, e sconfitta inflitta dai Baschi al suo [di Carlo] esercito
Mentre combatteva, quasi senza interruzione, questa lunga guerra contro i Sassoni, aveva
disposto vari presidi nei posti adatti dei confini, ed aveva attaccato la Spagna con il maggior
spiegamento di forze possibile. Passò la catena dei Pirenei, ricevette la sottomissione di tutti
i castelli e le piazzeforti che incontrò sul suo cammino, rientrò, alla fine, in patria, con un
esercito incolume. Però, nel viaggio di ritorno, ripassando il giogo dei Pirenei, fu provato
dalla perfidia dei Baschi; profittando del fatto che l’esercito, data la strettezza del passaggio,
era obbligato a muoversi in lunghe file, apparecchiarono essi un’imboscata sulla cima di un
monte, aiutati dalla circostanza che il luogo pareva creato per le insidie, ricco com’era di
oscure selve. Si precipitarono dall’alto; gettarono nella sottostante valle gli ultimi carri e quei
soldati che coprivano la retroguardia e li massacrarono, infine, fino all’ultimo. Poi
saccheggiarono i carriaggi e, protetti dalla sopravveniente notte, si dispersero con ogni
celerità. I Baschi si trovavano in netto vantaggio, sia perché provvisti di armi leggere, sia per
la configurazione del terreno, mentre i Franchi erano loro nettamente inferiori per la
pesantezza del loro armamento e le
posizioni che occupavano. Caddero in
questa battaglia, con molti altri, il
siniscalco Eggiardo, il conte palatino
Anselmo e Orlando, conte della
Bretagna. E non fu nemmeno possibile
vendicarli subito, perché i nemici, dopo
aver perpetrato questo colpo di mano,
si dispersero in modo da non lasciare
alcuna traccia

[traduzione di Alessandro Cutolo, Tre


cronache medievali, Milano, Bompiani,
1943]
22 anni prima che carlo diventi imperatore del sacro romano impero è ancora giovane

- Perché si suppone che la Chanson de Roland, o una qualche forma di leggenda


rolandiana, esistesse già nella seconda metà dell’XI sec.?

Per via dell’esistenza della cosiddetta Nota Emilianense:


chiamata così perché contenuta in un manoscritto proveniente dal
monastero di San Millan de la Cogolla, vicino a Burgos, lungo il camino
di Santiago

- sostanziale riassunto, in latino, del contenuto della Chanson de


Roland
- databile, secondo gli studiosi, tra il 1054 e il 1076;
- redatto nello spazio rimasto libero della c. 245 di un codice di altro
argomento appartenente alla biblioteca del monastero
In era DCCCXVI, venit Carlus rex ad Cesaragusta. In his diebus habuit
duodecim neptis; unusquisque habebat tria milia equitum cum loricis suis.
Nomina ex his Rodlane, Bertlane, Oggero Spatacurta, Ghigelmo
Alcorbitunas, Olibero et episcopo domini Torpini. Et unusquisque singulos menses serbiebat
ad regem cum solicis suis.
Contigit ut regem cum suis ostis pausabit in Cesaragusta. Post alinquantulum temporis, suis
dederunt consilium ut munera acciperet multa, ne a ffamis periret execrtum, sed ad propriam
rediret. Quod factum est. Deinde placuit ad regem, pro salutem hominum exercituum, ut
Rodlane, belligerator fortis, cum suis posterum veniret. At ubi exercitum portum de Sicera
transiret, in Rozaballes a gentibus Sarrazenorum fuit Rodlane occiso.

Traduzione:
Nell’anno 816 venne re Carlo a Saragozza. A quei tempi aveva dodici nipoti, ciascuno dei
quali aveva tremila cavalieri con le loro corazze, i loro nomi erano Rolando, Bertrando,
Oggieri ‘spada corta’, Guglielmo ‘naso corto’, Olivieri e il vescovo monsignor Turpino. E
ciascuno serviva il re un mese all’anno con il proprio seguito. Accadde che il re con il suo
esercito si fermò a Saragozza; dopo un po’ di tempo i suoi gli consigliarono che accettasse
molti doni, in modo che l’esercito non morisse di fame, e se ne tornasse da dove era venuto:
così fu fatto. Piacque poi al re, per la sicurezza dei soldati dell’esercito, che il forte guerriero
Rolando con il suo contingente guidasse la retroguardia. Ma quando l’esercito superò il
passo di Cise, a Roncisvalle Rolando fu ucciso dalle genti saracene. (riassunto di una
leggenda diffusa nell’area del monastero di San Millan, che i nemici non sono i saraceni e
non i baschi)

Questa Nota dice che tra il 1050 e il 1080 ca., lungo il camino di Santiago, era già nota una
leggenda rolandiana (non sappiamo in quale forma: un articolato poema come lo
conosciamo? canti popolari diversi?) che aveva più o meno gli stessi contenuti della
Chanson de Roland.

La Nota implica l’avvenuta rielaborazione del dato cronachistico


offerto da Eginardo nella Vita Karoli
→ Non si parla più di un agguato di Wascones (‘Baschi’)
ma di saraceni: l’elemento epico (scontro cristiani vs pagani)
è già stato introdotto, la cronaca è divenuta leggenda

1050-1080:
Siamo negli anni immediatamente precedenti la prima crociata (1096)
→ clima di fervore religioso e fermento anti-saraceno

San Millan de la Cogolla, camino di Santiago:


siamo nei luoghi in cui i fatti narrati nella Chanson de Roland avvennero,
e dove probabilmente si era sviluppata una qualche forma di leggenda orale
sui paladini di Carlo Magno eroicamente morti da quelle parti
(ad es. i monasteri di quella zona millantavano di conservarne le spoglie)

Joseph Bédier
Légendes épiques (indagine sulle origini dell’epica romanza, 1926-1929)
Vol. 1: Recherches sur la Formation des Chansons de Geste

Bédier formula un’ipotesi tuttora valida (prima della scoperta della nota Millianense):
la chanson de geste nascerebbe dalla collaborazione di monaci e giullari (chierici che
lavoravano nei monasteri) presso i monasteri che si trovavano sulle vie di pellegrinaggio tra
Francia e Spagna dove si conservava la memoria degli eventi bellici narrati nelle chansons
Il giullare canta la chanson de roland, il pellegrino di passaggio la ascolta e si ferma a
sostare dai monaci (business)
→ nella seconda metà XI sec.: momento di fervore anti-islamico (Reconquista,
prime spedizioni crociate)

Ad es., si può pensare che i giullari


abbiano raccolto tradizioni locali sulla
disfatta di Roncisvalle e le abbiano
strutturate in forma di poema da
recitare sui sagrati delle chiese, nelle
fiere, a beneficio dei pellegrini
incamminati verso le loro mete.
In questi anni è cruciale rafforzare il sentimento identitario dell’Europa cristiana →
funzione propagandistica della chanson de geste

Differenze tra i testi e come cambiano, tra il testo di oxford e quello copiato nell'italia
padana, probabilmente a mantova, tra la lombardia e il veneto, franco-italiano/franco-veneto
ma non è chiaro (miscelazione del francese dell’epoca con il dialetto della zona, quasi
sicuramente è una scelta per farsi capire dal pubblico) Il testo in oxford è lampante la
chiusura delle occlusive in “u”

Chanson de Roland, lassa II, ms. Oxford Chanson de Roland, lassa II, ms. V4
(anglonormanno, XII sec.) (copiato nell’Italia padana, XIV sec.)

Li reis Marsilie esteit en Sarraguce. Marsilion estoit in Saragoçe,


Alez en est en un verger suz l’umbre; Desot une olive seit a laç all'ombre,
Sur un perrun de marbre bloi se culched, Inviron lui plu de .C.M. home,
Envirun lui plus de vint milië humes. Sovra un peron de marmore si plure,
Il en apelet e ses dux e ses cuntes: E si apella som dux et soi conte:
«Oëz, seignurs, quel pecchét nus encumbret: - Oldi, signor, qual peçe nos ingombre!
Li e‹m›per‹er›es Carles de France dulce L'imperer si nos ven per confundre.
En cest païs nos est venuz cunfundre. Consia-me, segnor, com saçes home!
Jo nen ai ost qui bataille li dunne, Garenta-me da mort et da grande onte! -
Ne n’ai tel gent ki la sue deru‹m›pet. No lí ert païn che niente li responde,
Cunseilez mei cume mi saivë hume, Ma tut lor teste verso la tere imbroçe.
Si·m guarisez e de mort e de hunte! –
N’i ad paien ki un sul mot respundet, → Fors Blancandrins de‹l› castel de Valfunde AOI.

Traduzione: Il re Marsilio se ne stava a Saragozza. Se n’è andato in un giardino sotto


l’ombra; su uno sperone di marmo blu si è sdraiato, intorno a lui più di ventimila uomini.
chiama i suoi duchi e i suoi conti: Sentite, signori, che disgrazia incombe sopra di noi:
l’imperatore Carlo di Francia dolce (viene sempre definita dolce, espressione formulare della
cdr) E’ venuto a confonderci. Io non ho esercito che gli possa dare battaglia, e non ho un
tale dispiegamento di forze che possa sbaragliare la sua. Consigliatemi come miei saggi
uomini, e liberatemi dalla morte e dalla vergogna! E non c’è pagano che risponda a una sola
parola, tranne Blancandino che è uno dei suoi anziani saggi del castello di Valfonda.
Mosaico enigmatico senza una interpretazione chiara. Durendala→
orlando
Guerriero occidentale e un guerriero scuro di carnagione,
scudi diversi, interpretata come un combattimento
tra un soldato cristiano e un soldato saraceno (pagano)
Fel→ Fellone, sleale
Fol? → pazzo, insulto di gano ad orlando
(raffigurazione di orlando contro un fellone? boh)

Sulla parete che sovrasta il santuario di


Notre Dame c’è una spada nella roccia,
riconosciuta come la durendala di
rolando, che nel tentativo di romperla
fallisce e quindi la getta via.

Lezione 27 15/05
Lettura, traduzione e commento di alcune lasse della Chanson de Roland

I La lassa incipitaria
II Marsilio, re dei pagani
VIII Entrano in scena Carlo e i paladini
LXXIX I pagani hanno torto, i cristiani ragione
CLXXV-CLXXVI La morte di Roland

Testo (secondo l’ed. Segre 1971) Traduzione

La lassa incipitaria
I I
Carles li reis, nostre emper‹er›e magnes, Carlo il re, nostro imperatore grande,
Set anz tuz pleins ad estét en Espaigne: sette anni tutti pieni è stato in Spagna:
Tresqu’en la mer cunquist la tere altaigne. fino al mare conquistò la terra alta.
N’i ad castel ki devant lui remaigne; Non c’è castello che davanti a lui rimanga;
Mur ne citét n’i est remés a fraindre, muro né città non è rimasto da infrangere,
Fors Sarraguce, ki est en une muntaigne. tranne Saragozza, che sta su una montagna.
Li reis Marsilie la tient, ki Deu nen aimet, Il re Marsilio la tiene, che Dio non ama,
Mahumet sert e Apollin recleimet: Maometto serve e Apollo invoca:
Ne·s poet guarder que mals ne l’i ateignet. non può guardarsi che male non gli
AOI. venga.

Marsilio, re dei pagani


II II
Li reis Marsilie esteit en Sarraguce. Il re Marsilio stava in Saragozza.
Alez en est en un verger suz l’umbre; Se n’è andato in un giardino all’ombra;
Sur un perrun de marbre bloi se culched, su uno sperone di marmo blu si stende,
Envirun lui plus de vint milië humes. intorno a lui più di ventimila uomini.
Il en apelet e ses dux e ses cuntes: Lui chiama a sé i suoi duchi e i suoi
conti:
«Oëz, seignurs, quel pecchét nus encumbret: – Sentite, signori, quale sventura
incombe su di noi:
Li e‹m›per‹er›es Carles de France dulce l’imperatore Carlo di Francia dolce
En cest païs nos est venuz cunfundre. in questo paese è venuto ad annientarci.
Jo nen ai ost qui bataille li dunne, Io non ho esercito che possa dargli
battaglia,
Ne n’ai tel gent ki la sue deru‹m›pet. né ho tale forza d’uomini che possa
sbaragliare la sua.
Cunseilez mei cume mi saivë hume, Consigliatemi, come miei saggi uomini,
Si·m guarisez e de mort e de hunte! – e salvatemi dalla morte e dalla
vergogna! –
N’i ad paien ki un sul mot respundet, Non c’è pagano che una sola parola
risponda,
Fors Blancandrins de‹l› castel de Valfunde fuorché Blancandrin del castello di
AOI. Valfonda.
[...]

Entrano in scena Carlo e i Paladini


VIII VIII
Li empereres se fait e balz e liez: L’imperatore si fa baldo e lieto,
Cordres ad prise e les murs peceiez, Cordoba ha preso e le mura ha fatto a pezzi,
Od ses cadables les turs en abatiéd. con le sue catapulte le torri ne abbatté.
Mult grant eschech en unt si chevaler Molto grande bottino ne hanno i suoi cavalieri
D’or e d’argent e de guarnemenz chers. d’oro e d’argento e di preziosi guarnimenti.
En la citét nen ad remés paien Nella città non è rimasto pagano
Ne seit ocis, u devient chrestïen. che non sia ucciso, o divenga cristiano.
Li empereres est en un grant verger, L’imperatore è in un gran giardino,
Ensembl’od lui Rollant et Oliver, insieme a lui Roland e Olivier,
Sansun li dux e Anseïs li fiers, Sansone il duca e Anseis il fiero,
Gefreid d’Anjou, le rei gunfanuner; Gefreid d’Anjou, il gonfaloniere del re;
E si i furent e Gerin e Gerers. e anche ci furono Gerin e Gerers.
La u cist furent, des altres i out bien: Là dove questi furono, ce ne furono ben degli
altri:
De dulce France i ad quinze milliers. di dolce Francia ce n’è quindicimila.
Sur palies blancs siedent cil cevaler, Sopra pallii bianchi siedono quei cavalieri,
As tables jüent pur els esbaneier, giocano alle tavole per distrarsi,
E as eschecs li plus saive e li veill, e agli scacchi i più saggi e i vecchi,
E escremissent cil bacheler leger. e tirano di spada quelli giovani e rapidi.
Desuz un pin, delez un eglenter, Di sotto un pino, accanto a un rosaio selvatico,
Un faldestoed i ‹out›, fait tut d’or mer: un trono da campo c’era, fatto tutto d’oro puro:
La siet li reis ki dulce France tient. là siede il re che dolce Francia governa.
Blanche ad la barbe e tut flurit le chef, Bianca ha la barba e tutto bianco il capo,
Gent ad le cors e l‹e› cuntenan‹t› fier: nobile ha il corpo e il portamento fiero:
S’est ki·l demandet, ne l’estoet enseigner. se c’è chi lo cerca, non occorre additarglielo.
E li message descendirent a pied, E i messaggeri scesero a piedi
Si·l saluerent par amur e par bien. e lo salutarono con amore e rispetto.
AOI.

I pagani hanno torto, i cristiani ragione


LXXIX LXXIX
Paien s’adubent d‹’›osbercs sarazineis, I pagani si rivestono di cotte di maglia
saracinesche,
Tuit li plusur en sunt dublez en treis. la maggior parte sono di triplo spessore,
Lacent lor elmes mult bons sarraguzeis, allacciano i loro elmi molto buoni,
saragozzani,
Ceignent espees de l’acer vianeis; cingono spade di acciaio viennese;
Escuz unt genz, espiez valentineis, hanno grandi scudi, lance valenciane,
E gunfanuns blancs e blois e vermeilz. e gonfaloni bianchi e blu e vermigli.
Laissent les mulz e tuz les palefreiz, Lasciano i muli e tutti i palafreni,
Es destrers muntent, si chevalchent estreiz. sui destrieri montano, e cavalcano serrati.
Clers fut li jurz e bels fut li soleilz: Chiaro fu il giorno e bello fu il sole:
N’unt guarnement que tut ne reflambeit. non hanno guarnimento che tutto non
fiammeggi.
Sunent mil grailles, por ço que plus bel seit; Suonano mille trombe in modo che sia
più bello:
Granz est la noise, si l’oïrent Franceis. grande è il rumore, e l’udirono i Francesi.
Dist Oliver: «Sire cumpainz, ce crei, Disse Oliver: «Sire compagno, questo penso,
De Sarrazins purum bataille aveir». dai Saraceni potremo aver battaglia».
Respont Rollant: «E Deus la nus otreit! Risponde Roland: «E che Dio ce la conceda!
Ben devuns ci estre pur nostre rei: Ben dobbiamo essere qui per il nostro re:
Pur sun seignor deit hom susfrir destreiz per il proprio signore si deve soffrire
angustie
E endurer e granz chalz e granz freiz, e sopportare gran caldo e gran freddo,
Si·n deit hom perdre e del quir e del peil. se ne deve addirittura perdere pelle e
pelo.
Or guart chascuns que granz colps ‹i› empleit, Ora, guardi ciascuno che gran fendenti
meni,
‹Male› cançun de nus chantét ne seit! che di noi non sia cantata cattiva canzone!
Paien unt tort e chrestïens unt dreit. I pagani hanno torto e i cristiani hanno ragione;
Malvaise essample n’en serat ja de mei» cattivo esempio non verrà mai da me».
AOI.

La morte di Roland
CLXXV
Ço sent Rollant de sun tens n’i ad plus. Ciò sente Roland, del suo tempo non ce n’è più.
Devers Espaigne est en un pui agut; Verso la Spagna sta, su un poggio aguzzo;
A l’une main si ad sun piz batud: con una mano si è battuto il petto:
«Deus! meie culpe vers les tues vertuz «O Dio, mea culpa verso la tua potenza
De mes pecchez, des granz e des menuz, dei miei peccati, dei grandi e dei piccoli

Que jo ai fait des l’ure que nez fui che io ho fatto dall’ora che fui nato
Tresqu’a cest jur que ci sui consoüt!» fino a questo giorno in cui qui sono colpito a
morte».
Sun destre guant en ad vers Deu tendut. Il suo guanto destro ha verso Dio teso:
Angles del ciel i descendent a lui. angeli dal cielo scendono a lui.
AOI.

CLXXVI
Li quens Rollant se jut desuz un pin, Il conte Roland giacque sotto un pino;
Envers Espaigne en ad turnét sun vis. verso la Spagna ha girato il suo viso.
De plusurs choses a remembrer li prist, Di molte cose a ricordare prese:
De tantes teres cum‹e› li bers conquist, di tante terre, come il barone le conquistò,
De dulce France, des humes de sun lign, di dolce Francia, degli uomini del suo lignaggio,
De Carlemagne, sun seignor, ki·l nurrit; di Carlomagno, suo signore, che lo allevò.
Ne poet müer n’en plurt e ne suspirt. Non può impedire né pianto e né sospiri.
Mais lui meïsme ne volt mettre en ubli, Ma non vuole mettere nemmeno sé stesso in
oblio,
Cleimet sa culpe, si prïet Deu mercit: dichiara la propria colpa, e domanda a Dio
misericordia:
«Veire Pate‹r›ne, ki unkes ne mentis, «O vero Padre, che mai non hai mentito,
Seint Lazaron de mort resurrexis San Lazzaro da morte resuscitasti
E Danïel des leons guaresis, e Daniele dai leoni salvasti,
Guaris de mei l’anme de tuz perilz salva la mia anima da tutti i pericoli
Pur les pecchez quë en ma vie fis!» per i peccati che nella mia vita feci!»
Sun destre guant a Deu en puroffrit; Il suo guanto destro a Dio offre in dono;
Seint Gabrïel de sa main l’ad pris. San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.
Desur sun braz teneit le chef enclin; Sopra un braccio teneva il capo chino;
Juntes ses mains est alét a sa fin. giunte le sue mani è andato alla sua fine.
Deus ‹li› tramist sun angle Cherubin Dio inviò il suo angelo Cherubino,
E seint Michel ‹de la mer› del Peril; e san Michele del mare del Pericolo;
Ensembl’od els sent Gabrïel i vint: insieme con loro san Gabriele venne.
L’anme del cunte portent en pareïs. L’anima del conte portano in Paradiso.
AOI.

Lezione 28 16/05
La lirica trobadorica
L’elemento di novità
«La novità [del movimento trobadorico] non consiste nel fatto che si canti in lingua romanza,
ma nel formarsi di un sistema di autori che elaborano un patrimonio comune di forme,
immagini, idee che riflettono, ma anche creano, le aspettative del pubblico delle corti. E un
modello letterario, culturale e musicale che ha fatto scuola in Europa»
(P. G. Beltrami, La filologia romanza, p. 211)

Il contesto e il pubblico
«[poesia] elaborat[a] nelle corti della Francia meridionale da poeti che appartengono alla
classe nobiliare, o che da essa traggono sostentamento, e che alla corte si rivolgono
come a un pubblico privilegiato e per lungo tempo esclusivo. Con il suo lusso, la sua vita
di relazione, il suo dinamismo politico la corte offre il luogo e i mezzi; alla corte la nuova
poesia fornisce consapevolezza culturale e politica [...] una poesia non solo
aristocratica, ma laica, nel senso medievale del termine, espressione delle
aspirazioni proprie del feudalesimo evoluto»
(L. Formisano, La lirica, in La letteratura romanza medievale, a
c. di C. Di Girolamo, Bologna, il Mulino, 1994, p. 66)

Estremi cronologici del movimento trobadorico: fine XI sec. – fine XIII sec.
ma il periodo classico di questa esperienza poetica si colloca nel pieno XII sec.
(tra gli anni Sessanta e Ottanta)

Luogo d’origine del movimento: le corti dell’Ovest e Sudovest della Francia


(Poitou, Aquitania, Limosino)
Grandi potentati (ducati, contee) di fatto politicamente autonomi
dalla corona di Francia, ad es. Guglielmo IX duca d’Aquitania e conte di Poitou,
considerato il primo trovatore, era più potente e più influente del re

A partire da qui il movimento poetico trobadorico si irradia in tutto il dominio d’oc

Diffusione: - Lungo il XII sec. la lirica trobadorica influenza i poeti d’oïl


(che verranno chiamati trouvères ‘trovieri’) e si diffonde nella Penisola
iberica in Catalogna e in Castiglia; la diffusione iberica è punto di partenza
per lo sviluppo della lirica galego-portoghese (da fine XII sec. e poi lungo il
Duecento)

- Ultimo quarto del XII sec.: ripresa trobadorica in area tedesca


da parte dei Minnesänger ‘cantori dell’amore cortese’

- Fine XII sec.: alcuni trovatori (ad es. Raimbaut de Vaqueiras)


arrivano presso le corti dell’Italia settentrionale (spec. presso
i signori del Monferrato e i Malaspina)
- 1209-1229: crociata contro gli albigesi (‘catari’, la cui roccaforte era ad Albi)
spinta da Innocenzo III
→ accentramento del potere nelle mani della corona di Francia l’autonomia politica dei
potentati del Sud si spegne (e di fatto anche la loro florida vita culturale)
- Ne consegue la diaspora trobadorica, specialmente verso l’Italia padana
Importante il ruolo dei da Romano, signori della Marca trevigiana, come mecenati dei
trovatori → Momento fondamentale per la ricezione della lirica trobadorica in Italia

I più antichi e i più importanti


canzonieri che raccolgono le poesie
dei trovatori sono di confezione
italiana, il più antico (canzoniere D) è
di area veneta orientale ed è almeno
in parte la trascrizione del Liber
Alberici ‘libro di Alberico’ = una
raccolta di poesie trobadoriche appartenuta ad Alberico da Romano, signore di Treviso
(1196-1260)

Modena, Biblioteca Estense Universitaria, alfa.r.4.4 (canzoniere provenzale D, metà del XIII
sec.)
In Italia l’eredità della lirica trobadorica è raccolta principalmente dai
poeti della Scuola poetica siciliana di Federico II (anni Venti del XIII sec.)

NB: tracce di lirica amorosa italiana di ispirazione trobadorica


indipendenti e precedenti / contemporanee rispetto all’esperienza siciliana
esistono anche in altre aree della Penisola (anni Venti-Trenta del Duecento):

cfr. ad es.
- la cosiddetta canzone piacentina («O bella bella bella madona...»)
- la traduzione basso-piemontese dell’alba Reis glorios del trovatore
Giraut de Bornelh («Aiuta De’, vera lus et gartaç»)
- il caso controverso della Carta ravennate («Quando eu stava in le tu cathene»)

L’estrazione sociale dei poeti


Esponenti dell’aristocrazia
occitanica a vari livelli (nobiltà
maggiore e minore)
Guglielmo IX (duca
d’Aquitania e conte di Poitou),
Jaufre Rudel (conte di Blaia),
Raimbaut d’Aurenga
(conte di Orange), Bertran de
Born (signore di Altafonte),
Uc de Saint-Circ (figlio di
un paubre vavassor, si fa
giullare), ecc.
Personalità di origini incerte, che però crescono e maturano la loro esperienza poetica
nel contesto delle corti, sia occitaniche sia dei territori confinanti
Arnaut Daniel, Bernart de Ventadorn, Giraut de Bornelh (forse un magister
‘maestro’), Raimbaut de Vaqueiras (forse un giullare), Marcabru, Cercamon
‘giramondo’ (trovatori-giullari di professione, come suggeriscono i loro soprannomi),
Folchetto di Marsiglia (vescovo, di origine borghese), ecc.

Sulle biografie della maggior parte dei trovatori si hanno soltanto notizie incerte

In alcuni canzonieri le antologie di ciascun trovatore sono precedute da un breve


profilo biografico (vida)
→ le vidas dei trovatori, composte da Uc de Saint Circ in Italia, alla corte dei da
Romano (XIII sec.: fase di raccolta e sistemazione razionale dei testi trobadorici in
raccolte), contengono informazioni perlopiù ricavate direttamente dai testi poetici,
quindi non sempre attendibili

Oltre alle vidas, Uc de Saint Circ compone anche le razos ‘ragioni’ di alcune poesie
→ sorta di cappelli introduttivi ai testi, dedicati all’occasione compositiva

I temi della lirica trobadorica


Tema cardine (ma non l’unico) della poesia trobadorica è quello dell’amore
La declinazione più caratteristica del tema amoroso è nella forma della fina amor (fin’amor)
lett. ‘amore fine, privo di impurità, raffinato’
[Gaston Paris traduce l’espressione con amour courtois ‘amore cortese’,
cioè ‘forma di amore declinata secondo l’ideologia cavalleresca’]
Questo tema è sviluppato in modo compiuto ed evidente nelle liriche di Jaufre Rudel (ante
1150) e Bernard de Ventadorn (seconda metà XII sec.)

Rappresentazione del rapporto amoroso attraverso il filtro dell’ideologia feudale


→ distanza sociale signore-vassallo
legame di fedeltà e servizio del vassallo verso il signore
liberalità (generosità) del signore verso il vassallo
ma mantenimento dei ruoli reciproci

Aspetti chiave della fin’amor


1. Distanza tra l’amante e la domna, che è sempre di condizione sociale superiore
(nei testi è spesso definita midonz < MEUS DOMINUS ‘mio signore’)
- La domna è sposata (il marito è spesso il gilos ‘geloso’) → quindi è
virtualmente irraggiungibile
- A volte la distanza amante / domna è fisica oltre che sociale (amor de lonh)

Cfr. ad es. la canso di Jaufre Rudel, Lanquan li jorn son lonc en mai (BdT 262.2), vv. 1-4, 8-
11
Lanquan li jorn son lonc en mai Quando i giorni sono lunghi in maggio
m’es belhs dous chans d’auzelhs de lonh, mi fa piacere il dolce canto di uccelli di lontano,
e quan me sui partitz de lai e quando me ne distacco (mi sono partito di là)
remembra·m d’un’amor de lonh: mi ricordo di un amore di lontano
[...] [...]
Ja mais d’amor no·m jauzirai Giammai d’amore non godrò
si no·m jau d’est’amor de lonh: se non godo di questo amore di lontano:
que gensor ni melhor non sai ché donna più gentile né migliore non conosco
ves nulha part, ni pres ni lonh da nessuna parte, né vicino né lontano
2. L’amante riserva alla domna la sua obediensa (‘obbedienza’, ‘vassallaggio d’amore’)

3. L’amore non viene consumato, ma rimane allo stadio di ‘tensione erotica’


→ l’amante si appaga di un segno di largueza ‘liberalità, generosità’ da parte della
domna
(ad es. un dono simbolico)
Tendere a lei senza raggiungere l’appagamento fisico eleva spiritualmente l’amante
= paradosso amoroso, ‘have and have not’

4. L’amore trobadorico, per definizione adulterino, va tenuto nascosto


→ necessità del celar ‘nascondere’
utilizzo nelle liriche del senhal ‘segnale’, cioè ‘espressione che designa la donna in codice’
difesa dai lauzengiers ‘maldicenti’, lett. ‘quelli che davanti ti adulano e dietro sparlano’
Altre tematiche:
- l’amore carnale, esibito senza censure (gap ‘vanto’):
cfr. ad es. la canso di Guglielmo IX Farai un vers pos mi soneilh (‘Farò una poesia
poiché sonnecchio’), BdT 183.12
- la politica, l’attualità, la morale (nella forma dell’invettiva, dello scherno,
dell’elogio, del lamento funebre, ecc.):
cfr. Marcabru, trovatore morale per eccellenza, che scaglia invettive
contro il degrado della civiltà cortese (mancanza di largueza, fals’amor, slealtà, ecc.)

Generi lirici trobadorici


In origine i trovatori identificano le loro liriche come vers ‘versi’
(< lat. VERSUS, utilizzato in ambito liturgico)

Lungo il XII sec. la terminologia si specializza:


- Canso ‘canzone’, specialmente per la tematica amorosa alta (fin’amor)
Sottogeneri: pastorella e alba → declinazioni meno alte della tematica amorosa

- Sirventes ‘sirventese’
(«canto di elogio o di scherno del sirven, del ‘giullare di servizio’», Formisano, La lirica, p.
75) per la tematica politica e morale, per gli attacchi personali, ecc.

Sottogeneri: planh ‘pianto, lamento funebre’, canso de crosada ‘canzone di crociata’


Generi lirici minori: tenso e joc partit (o partimen): testi dialogici incentrati sulla
discussione accademica, scolastica (ma a volte con tonalità semiserie) intorno a un
determinato argomento, di solito l’amore

Una tipologia di tenso è il contrasto:


testo dialogico, di carattere comico, che ha per protagonisti
il poeta (che si propone) e una donna (che lo rifiuta)
Ad es. il contrasto di Raimbaut de Vaqueiras tra
il giullare e la popolana genovese (BdT 392.7)

Note sulle origini del movimento trobadorico


Punto primo – Sull’esistenza di una lirica amorosa in lingua romanza
prima di Guglielmo IX (il primo trovatore di cui ci sia pervenuto un corpus lirico)
Dell’esistenza di questo tipo di lirica si hanno:
1. Testimonianze dirette: sporadiche tracce di
- una produzione ‘al femminile’ di taglio popolareggiante (chansons de femme)
cfr. ad es. frammento italiano Fui eo, madre, in civitate (IX-X sec.)
harğat mozarabiche in area iberoromanza (dall’XI sec.)
- una produzione più colta, nelle due Liebestrophen pittavine:
la prima: tema dell’amore de lonh ‘da lontano’, metafora avicola
la seconda: polemica amorosa (L. Lazzerini: «microsirventese»)

2. Testimonianze indirette
- Un appunto di cronaca sulle nozze dell’imperatore tedesco Enrico III con Agnese
di Poitiers, figlia del duca Guglielmo VII d’Aquitania e futura zia di Guglielmo IX
(anno 1043)
Le nozze si celebrano in Germania, a Magonza e Ingelheim
(in territorio tedesco, area renana)
Enrico chiede di allontanare dal seguito della duchessa aquitana i giullari e i cantori
aquitani che desideravano celebrarla con i loro canti
Cfr. Hermannus Contractus, Chronicon:
«in vano histrionum favore nihili pendendo, utile cunctis exemplum, vacuos
eos et moerentes dimittendo, [Henricus] proposuit»
Trad.:
Non facendosi per nulla attrarre dalla vana popolarità offerta dai giullari,
Enrico diede un esempio utile a tutti: li mandò via tristi e a mani vuote

- L’ampia documentazione relativa alle condanne ecclesiastiche di canzonette


di tema amoroso, di origine folklorica, cantate principalmente da voci femminili e
destinate a essere ballate in carola o in tresca

«una poesia amatoria e satirica, cantata e ballata da cori di donne nelle


case e nelle piazze, spesso anche nelle chiese durante le feste [...] e che
viene senz’altro definita ‘turpe’ e ‘oscena’, o addirittura ‘diabolica’»
[L. Formisano, La lirica, p. 81]
Lezione 29 17/05

Punto secondo – Note sulle origini dei termini tecnici centrali della lirica provenzale
trobador ‘trovatore, poeta’, trobar ‘trovare’, nel senso di ‘poetare’
[NB: termini non attestati prima dello sviluppo della lirica trobadorica]

L’antico prov. trobador significa letteralmente ‘colui che esercita il trobar’


Ma cosa significa esattamente trobar?

L’ipotesi tuttora valida è che il prov. trobar


< lat. mediev. *TROPARE ‘inventare, comporre tropi’

Cos’è un tropo?
Il termine tropo si designano due tipi di testi liturgici:
- un componimento in versi latini accompagnati da musica e inseriti o all’inizio o alla
fine del canto della Messa;
- versi applicati a gruppi di note di un canto liturgico che inizialmente non prevedono
testo (i cosiddetti melismi tipici del canto
gregoriano);
[cfr. le sequenze dopo l’Alleluia]

In ambito liturgico, sinonimo di tropus è versus


L’epoca del massimo sviluppo dei tropi si colloca tra IX
e XI sec. in Francia
Quindi:
come il chierico o il monaco dell’abbazia ‘compongono in musica tropi liturgici, sacri’,
cioè ‘compongono in musica versi liturgici, sacri’
→così il trovatore è colui che ‘compone in musica
tropi profani, versi profani, cioè liriche’

NB: il fatto che per definire poeti profani venga utilizzato un termine appartenente al
lessico tecnico della musica liturgica e il fatto che i primi trovatori chiamino le loro
liriche vers ‘verso’, termine che nella poesia liturgica è sinonimo di tropus è una
delle prove dello strettissimo legame esistente tra la nascita della poesia profana in
volgare e gli ambienti clericali / monastici

→ i primi trovatori dovevano avere familiarità con gli ambienti clericali in cui si
componevano tropi e sequenze in latino e in volgare
cioè le abbazie benedettine collegate a Cluny (studiavano lì, si formavano lì)

Emblematico il caso dei duchi d’Aquitania (casato di Guglielmo IX, primo trovatore):
i duchi d’Aquitania erano abati laici proprio di San Marziale di Limoges
→ Non è un caso che il primo trovatore sia legato così strettamente
a un centro monastico di fondamentale importanza per l’attività poetica (sacra)
in latino e in volgare occitanico che vi si svolgeva

Un’altra spia della matrice clericale della poesia trobadorica


→ Nelle canzoni dei primi trovatori (Guglielmo IX, Marcabru) è documentato
un certo tipo di metro, a struttura detta zagialesca
schema metrico aaax, bbbx, cccx, ecc.
(= ogni strofa ha 3 versi monorimi + una rima fissa x)

Le prime occorrenze di questo metro si trovano in inni liturgici mediolatini


scritti presso l’abbazia di San Marziale di Limoges
→ Aderenza formale dei primi trovatori a modelli poetici di carattere liturgico

Cfr. ad es. l’inno natalizio In hoc anni circulo, San Marziale di Limoges, XI sec.
In hoc anni circulo In questo volgere dell’anno
vita datur seculo, è data la vita al mondo,
nato nobis parvulo è nato per noi un bambino
de Virgine Maria. dalla Vergine Maria.

Fons de suo rivulo Una fonte dal suo ruscello


nascitur pro populo, nasce per il popolo,
fracto mortis vinculo, rotto della morte è il vincolo,
de Virgine Maria. dalla Vergine Maria
ecc.

Guglielmo IX d’Aquitania, Pos de chantar


Pos de chantar m’es pres talenz, a Visto che m’è venuta voglia di cantare
Farai un vers don sui dolenz: a farò una poesia di cui mi rattristo:
Mais non serai obedienz a non sarò più vassallo di nessuno
En Peitau ni en Lemozi. x né in Poitou, né in Limosino
Qu’era m’en irai en eisil: b Perché ora me ne andrò in esilio:
En gran paor, en gran peril, b in paura e in gran pericolo
En guerra laisserai mon fil, b in guerra lascerò mio figlio,
Faran li mal siei vezi. x e i suoi vicini gli faranno del male.
ecc.

Si aggiunga quanto segue (per complicare il quadro)


→ Lo schema metrico zagialesco prende nome da un certo tipo di poesia amorosa arabo-
andalusa detta záğal, dove se ne fa uso:
Schema metrico dello záğal arabo-andaluso
(aa) / bbba / (aa) / ccca / (aa) / ddda /(aa) / ecc.
*(aa) è il refrain, cioè il ‘ritornello’, da ripetere dopo ogni strofa

Lo záğal si sviluppa in Spagna tra IX e X secolo per iniziativa del poeta Muqaddam di
Cabra

Rispetto alle poesie d’amore dette muwaššaha (quelle che si chiudono con le harğat)
lo záğal è scritto in un arabo meno colto, più dialettale, quindi di registro più basso e
popolare, e a volte accoglie termini in mozarabico (cioè in lingua romanza)

Abbiamo quindi una netta coincidenza di tipo formale (metrico) tra


poesia mediolatina liturgica (inni) elaborata a San Marziale
poesia popolare d’amore della Spagna arabizzata (zağal)

è verosimile che tra San Marziale e la Spagna arabizzata ci fossero


contatti e scambi che hanno favorito la condivisione di questa
tecnica di versificazione
poi fatta propria dai primi trovatori
→ si apre la questione delle fonti della lirica trobadorica

La questione di fonti e modelli della lirica trobadorica


Quadro ampio e complesso
Questione affrontata da grandi filologi romanzi, spesso su posizioni differenti
(A. Jeanroy, A. Roncaglia, R. Ménéndez-Pidal, L. Lazzerini, M.L. Meneghetti, ecc.)
→ testi latini della cultura clericale (punti 1, 2)
+ preesistente produzione poetica in volgare (punto 3)

1. Il serbatoio tematico delle Sacre scritture (ad es. il Cantico dei Cantici, o alcuni
Salmi, ecc.)
2. Versi e prose in latino (classico e medievale), d’amore e d’altro:
naturalmente l’opera del grande poeta di età classica Ovidio (spec. le Heroides ‘Eroine’)
ma anche autori più tardi, ad es. Venanzio Fortunato vescovo di Poitiers (VI sec.) quando
scrive alla regina merovingia Radegonda:
«amo ciò che lo spirito, non la carne desidera»
o quando afferma di avere scritto i suoi Carmina per papa Gregorio Magno
«quasi cavalcando o sonnecchiando»
(topos → cfr. Guglielmo IX, Farai un vers pos mi sonelh ‘Farò una poesia perché
sonnecchio’;
Farai un vers de dreit nien: «[il vers] fo trobatz en durmen / sus
un chivau» ‘la mia poesia fu composta dormendo su un
cavallo’)

Nell’ambito della letteratura latina medievale (= mediolatina) si possono ricordare


- in poesia: i poeti della ‘scuola della Loira’ (XI-XII sec.):
scrivono versi d’amore spirituale(ma con sottintesi erotici) indirizzati alle monache
del monastero di Le Ronceray
- in prosa: opere di carattere agiografico
ad es. quelle in cui alcuni santi compiono ‘miracoli’ a sfondo sessuale
- scambi epistolari tra uomini e donne, dove entri in gioco, in qualche forma, il tema
amoroso: ad es., tra quelli che coinvolgono grandi esponenti del pensiero cristiano
medievale, l’italiano Pier Damiani (1007-1072) che scrive all’imperatrice Agnese,
sua devota «...ogni giorno mi rattristo della tua assenza, sento di non essere in me;
anzi, sospiro per un’inusitata tristezza...»

3. Repertorio della preesistente poesia d’amore in volgare romanzo:


- Quella di diffusione popolare e origine folklorica:
le chansons de femme di vario genere, destinate al canto e al ballo

La poesia amorosa popolareggiante della Spagna arabizzata


harğat mozarabiche, zağal arabo-andaluso
(R. Ménéndez-Pidal sostenne con forza la matrice arabo-
andalusa della lirica trobadorica)
- Quella con tratti più colti, testimoniata ad es. dalle Liebestrophen pittavine

Letture trobadoriche
1. La vida di Guglielmo IX d’Aquitania
2. Guglielmo IX, Ab la douzor del temps novel (BdT 183.1)
3. Raimbaut de Vaqueiras, Bella, tan vos ai preiada (BdT 392.7)

Lezione 30 18/05
- Letture trobadoriche: Guglielmo IX, vida
Ab la douzor del temps novel
canso di 5 coblas ‘strofe’ di 6 vv. ottosillabi ciascuna, rima aabcbc

Raimbaut de Vaqueiras, Bella, tan vos ai pregada


contrasto di 5 coblas di 14 vv. (13 vv. settenari + 1 v.
tetrasillabo, rima abbabbcbcbbbbd)
+ 2 tornadas ‘congedi’ di 6 v. (5 settenari + 1 tetrasillabo)
Il romanzo
Questioni terminologiche
[Link]., [Link]. romans, romanz in origine vale semplicemente ‘lingua romanza, volgare’
Per metonimia passa presto a indicare genericamente componimenti redatti in volgare:
o testi tradotti dal latino, volgarizzamenti
(«metre en roman» = ‘tradurre dal latino in volgare’)
o testi originali

In origine il termine romans, romanz dunque non identifica un genere preciso


Siccome però i più antichi romanzi antico francesi (Roman d’Alexandre di Alberic de
Pisançon e Roman de Brut, prima del 1155; Roman de Thèbes, Eneas, Troie, 1155-1165)
sono tutti adattamenti in versi di testi in latino
(→ sono delle mises en roman ‘traduzioni in lingua volgare’)

mentre le chansons de geste non sono mises en roman, perché sono testi originali
(→ scritti subito in volgare)

il termine romans si è specializzato nell’indicare questo genere di narrazioni in versi


(distinte dalle chansons per forma, contenuti e funzione).

Questioni tassonomiche (cioè di classificazione)

- Ricorriamo ancora a Jean Bodel (Chanson des Saisnes, fine XII sec.), che distingue
la narrativa in versi del suo tempo in tre matières ‘materie’:
«de France» chansons de geste «voir chascun jour aparant»
«de Bretagne» romanzi arturiani «vain et plaisant»
«de Ronme la grant» romanzi ‘antichi’ «sage et de sens aprendant»

Jean Bodel non segnala distinzione formale né terminologica


→ sono tutte e tre matières narrative, la classificazione si fonda sulle differenze di
‘contenuto’ e ‘funzione’

Secondo M.L. Meneghetti (capitolo Il romanzo, in La letteratura romanza medievale, a c. di


C. Di Girolamo, Bologna, il Mulino, 1994, p. 134)

«Jean Bodel aveva già intuito due dati di grande importanza [...]: la
preponderanza e la ricchezza tecnica dell’intreccio nei romanzi bretoni e il forte
contenuto enciclopedico di quelli ‘antichi’»
La questione dell’intreccio è uno dei punti chiave, sul piano strutturale, per
distinguere il genere narrativo romanzesco dalla chanson de geste

[l’intreccio è una questione di contenuto che condiziona naturalmente la forma: si


pensi alla tecnica dell’entrelacement nei romanzi arturiani: ‘lascio questo
personaggio e vado da un altro, lascio l’altro e torno dal primo, ecc.’]

Un’altra classificazione della narrativa in versi antico francese è quella proposta da


- Jehan Maillart (inizio XIV sec.), autore del Roman du Comte d’Anjou
Nel prologo, condanna sia le chansons de geste sia i romanzi arturiani
perché pieni di bugie e non verosimili (a differenza del suo roman)
→ introduce l’opposizione fantastico (negativo) / verosimile (positivo)

L’elemento fantastico viene dunque posto come una delle caratteristiche


principali del romanzo arturiano.
Un’ulteriore classificazione, senza giudizi di valore né commenti, ma utile per farsi un’idea
della percezione meta-letteraria dei contemporanei, è nell’incipit del Roman de Renart (XII-
XIII sec.)

[serie di poemetti comici appartenenti al genere della narrativa breve in versi, di fruizione
borghese (vicissitudini di Renart la volpe, Isengrin il lupo e altri animali)]

Seigneurs, oï avez maint conte, Signori, avete udito molti racconti,


Que maint conterre vous raconte che molti raccontatori vi raccontano:
Conment Paris ravi Elaine, come Paride rapì Elena,
Le mal qu’il en ot et la paine, il male che ne ebbe e la pena,
De Tristan que la Chievre fist, di Tristano che la Capra fece,
Qui assez bellement en dist che in modo assai bello ne parlò,
Et fabliaus et chançons de geste. e fabliaux e chansons de geste.
Romanz d’Yvain et de sa beste Il romanzo di Ivain e della sua bestia,
Maint autre conte par la terre. e molti altri racconti per il mondo.
Mais onques n’oïstes la guerre, Ma mai sentiste della guerra,
Qui tant fu dure de grant fin, che fu tanto dura per davvero,
Entre Renart et Ysengrin, tra Renart e Ysengrin,
Qui moult dura et moult fu dure. che molto durò e molto fu dura.

Per riassumere:
intreccio avvincente, dimensione fantastica, contenuti istruttivi (enciclopedismo)
→ elementi che per nelle ‘teorizzazioni letterarie’ dei contemporanei
(Jean Bodel, XII sec.; Jehan Maillart, inizio XIV) caratterizzano il romans

Per inquadrare meglio il genere del romans rispetto alla chanson de geste:
La chanson de geste
- recitata / cantata in pubblico dai giullari, in spazi ampi (piazze, sagrati)
- è popolare, nel senso che è rivolta a un uditorio vasto, variegato
- stimola l’identificazione di un’intera comunità nella figura dell’eroe, portabandiera
dei valori fondamentali di quella comunità
- non ci si aspettano colpi di scena, il finale è reso noto fin da subito, perlopiù il
pubblico già conosce la storia → ciò che importa è il senso (dimensione rituale,
cerimoniale)

Il romans - viene letto ad alta voce entro gruppi più ristretti (o individualmente)
- si rivolge a un pubblico meno vasto dell’epica
- stimola un’identificazione individuale con l’eroe che attraversa varie peripezie
- è caratterizzato da avventure, rovesci di fortuna, colpi di scena
→ obiettivo ludico (delitier ‘divertire’) o tutt’al più didattico (enseigner)
Hans-Robert Jauss, Cinq modèles d’identification esthétique
...l’eroe epico o leggendario risponde al bisogno della memoria collettiva di
glorificare un atto storico che deve restare memorabile ed esemplare nel corso della storia,
l’eroe del romanzo, simile al giovane principe delle fiabe, sollecita l’interesse, tipico del
lettore solitario, per l’avvenimento inaudito, al di là della realtà quotidiana, che risponde al
desiderio di avventure straordinarie e di perfetti
amori.

Romans antico francesi. Periodizzazione


Gli albori (prima del 1155)
- Roman d’Alexandre di Alberic de Pisançon → il più antico roman noto
Incentrato sulla biografia leggendaria e meravigliosa di Alessandro Magno
(meraviglioso elemento importante per descrivere A.M.)
eroe «prode, generoso e cortese» (Meneghetti, Il romanzo, p. 144)
Ne resta un frammento di 105 vv. octosyllabes divisi in lasse monorime
Di area franco-provenzale

- Roman de Brut (1155) di Wace, chierico anglonormanno vicino a Eleonora


d’Aquitania
Traduzione ampliata, in distici di octosyllabes a rima baciata, dell’Historia regum
Britanniae (‘Storia dei re di Bretagna’) del monaco inglese Goffredo di Monmouth (1135)
→ Si tratta del testo-archetipo del ciclo arturiano, il più celebre e fortunato dei cicli
romanzeschi in antico francese

Il personaggio di Brut (> Bretagna) viene presentato come nipote di Enea


e fondatore della dinastia dei sovrani normanni (cioè francesi) d’Inghilterra
(→ tentativo di legittimare agli occhi dei locali la conquista francese del trono inglese
[1066, Hastings])

Nucleo dell’Historia regum Britanniae e del Roman de Brut è la vicenda


di Artù e dei suoi cavalieri «della Tavola Rotonda»
→ la Tavola rotonda è innovazione di Wace: origini celtiche del mito?
[dibattito sulla presenza della tradizione locale, inglese, nella grande
letteratura cavalleresca antico-francese; cfr. anche il mito del graal]

Prodezza e cortesia sono i valori che legano i cavalieri tra loro e al loro re Artù, primus
inter pares (è il re ma non è superiore agli altri); i cavalieri gli rendono un servitium
disinteressato
L’Artù storico, capo militare britannico, è citato in antiche cronache
(Nennio, Historia Britonum, IX sec.; Annales Cambriae, metà X sec.)
Coordinate storiche nebulose
(agiografie gallesi [XI sec.] lo presentano come un sovrano sanguinario)

→ Nel Brut la sua figura viene nobilitata, essendo presentato come


l’antenato dei sovrani normanni d’Inghilterra (disegno encomiastico)

I ‘romanzi antichi’ (ca. 1155-1165)


Così chiamati perché traducono, rimaneggiando e attualizzando in senso cortese-
cavalleresco, testi (in qualche caso capolavori) della letteratura classica.

Gruppo testuale tematicamente compatto

Roman de Thèbes (< Stazio, Tebaide) pittavino


Roman d’Eneas (< Virgilio, Eneide) normanno
Benoit de Saint Maure, Roman de Troie normanno
(< pseudo-Ditti cretese, Ephemeris belli troiani, IV sec.
pseudo-Darete frigio Historia de excidio Troiae, VI sec.)

L’epoca d’oro (ca. 1165-1180)


- I due Tristan di Béroul (mutilo dell’inizio e della fine) e Thomas vicenda di Tristano
e Isotta, fortemente connotata dalla presenza di elementi della tradizione celtica
(Tristano viene più avanti associato ai cavalieri della Tavola rotonda)

- L’ampia articolazione delle avventure cavalieri arturiani nel grande ciclo di romanzi di
Chrétien de Troyes (seconda metà del XII sec.)
→ Chrétien detta la ‘grammatica’ dell’ideologia cortese-cavalleresca
pone le basi per le riscritture in prosa del XIII sec.
(ad es. di Robert de Boron, cui si deve lo sviluppo della leggenda del graal
in senso cristiano)

QUESTO NON NELL’ESAME:


Lettura di un brano del Roman d’Alexandre di Alberic de Pisançon
[→ il più antico romanzo noto in una lingua neolatina]

Cenni sulla fortuna del mito di Alessandro Magno in ambito narrativo


tra Antichità e Medioevo
Pseudo-Callistene, Romanzo di Alessandro (in greco), III sec. d.C.
Cristallizzazione di fatti storici + elementi leggendari

Giulio Valerio (IV sec. d.C.) traduce lo pseudo-Callistene in latino, riassumendolo


Epitome (cioè ‘riassunto’) molto fortunata nell’Età Carolingia (VIII-IX sec.)
→ da questa epitome derivano i grandi romans in versi antico francesi

- Alberic de Pisançon, Roman d’Alexandre in octosyllabes (primo terzo del XII sec.)
- Roman d’Alexandre in decasyllabes (metà XII sec.)
- Alexandre de Paris, Roman d’Alexandre in alessandrini (fine XII sec.)
+ tutta una serie di branches ‘diramazioni’ autonome (sottobosco testuale)
Anche Leone di Napoli, arciprete (X sec.), traduce in latino lo pseudo-Callistene
→ Nativitas et victoria Alexandri Magni regis

Dalla traduzione di Leone di Napoli + interpolazioni dipendono le tre versioni della


Historia de preliis Alexandri Magni (fine dell’XI sec.)

→ Roman d’Alexandre en prose (primi decenni del XIII sec.)


volgarizzamento in prosa antico francese di una delle versioni della Historia de preliis
Dit Salomon, al primier pas, Dice Salomone, nel passo d’apertura,
quant de son libre mot lo clas: quando risuona la parola del suo libro:
«Est vanitatum vanitas «Est vanitas vanitatum,
et universa vanitas». et universa vanitas».
Poyst lou me fay m’enfirmitas, Poiché mi dà pace (‘mi fa luogo’) la mia
malattia,
toylle s’en otiositas: sia al bando l’accidia:
solaz nos faz’ antiquitas l’antichità ci dia intrattenimento,
que tot non sie vanitas! che tutto non resti vanità!

En pargamen no·l vid escrit In pergamena non vidi scritto


ne per parabla non fu dit né non fu detto per parola
del temps novel ne del antic del tempo nostro (‘nuovo’) o dell’antico,
nuls hom vidist un rey tan ric che qualcuno abbia visto (‘vedesse’)
mai re così potente
chi per batalle et per estric che attraverso battaglie e conflitti
tant rey fesist mat ne mendic tanti re abbia sconfitto e abbattuto
(‘reso pazzi e mendichi’),
ne tanta terra cunquesist né conquistato (così) tante terre,
ne tan duc nobli occisist né ucciso tanti nobili condottieri,
cum Alexander Magnus fist, come fece Alessandro il Grande,
qui fud de Grecia natiz. che fu nativo di Grecia.

Rey furent fort et mul podent Ci furono sovrani forti e molto potenti,
et de pecunia manent, e possessori di grandi ricchezze,
rey furent sapi et prudent vi furono re saggi e avveduti
et exaltat sor tota gent, e celebrati sopra ogni altro,
mais non i ab un plus valent ma non ve ne fu nessuno più valoroso
d’echest dun faz l’alevament; di questi del quale intesso le lodi
(‘faccio l’elevazione’):
contar vos ey pleneyrament vi voglio raccontare dettagliatamente
del Alexandre mandament. della potenza di Alessandro.

Testo dell’Alexandre di Alberic de


Pisançon secondo
l’ed. Mölk-Holtus 1999
Traduzione di Mariantonia Liborio
(con adattamenti miei)

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