Filologia Romanza
Filologia Romanza
1 27/02
Matura un’accezione più precisa del termine filologia come disciplina che
mira a interpretare i testi calandoli nel loro contesto storico-culturale e linguistico
(cfr. ad es. il caso di Lorenzo Valla, De falso credita et ementita Constantini donatione,
1440)
- e anche di filologia come disciplina che riavvicina i testi antichi alla loro forma
originaria, attraverso il confronto di diverse copie
(cfr. ad es. l’attività di filologi classici di molti umanisti, da Petrarca a Bruni a Poliziano)
→ filologia testuale o critica del testo o ecdotica, dal gr. èkdosis ‘pubblicazione,
edizione’
● Secondo Erich Auerbach (Introduzione alla filologia romanza, Torino, Einaudi, 1963)
la filologia è «l’insieme delle attività che si occupano metodicamente del linguaggio
dell’uomo, e delle opere d’arte composte in questo linguaggio»
● Per Friedrich Nietzsche (Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali, Milano, Adelphi,
1978) “il fondamento del metodo filologico consiste in «quella onorevole arte che
esige dal suo cultore essenzialmente una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo,
diventare silenzioso, diventare lento, come un’arte e una perizia di orafi della parola,
che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo
raggiunge lentamente»
La parola filologia ha dunque avuto in passato e ha tutt’oggi diverse accezioni, a
seconda del contesto culturale in cui la si impiega: lo spettro semantico è molto
ampio, come l’etimo greco consente.
‘Scienza che si occupa di testi di contenuto storico, letterario o storico-culturale scritti in una
particolare lingua e li interpreta dal punto di vista linguistico, storico, culturale e sociale’
Lez.2 28/02
Quindi, con romana lingua si una lingua parlata che riecheggia il latino ma non è più latino
In latino, accanto romanus c’era l’agg. romanicus, più basso e colloquiale: ‘che ha a che
fare con i romani’
Anche questo aggettivo assume nell’Alto Medioevo un significato linguistico →
L’avv. che deriva da romanicus, nell’espressione romanice (loqui), significa ‘parlare alla
maniera degli abitanti dell’ex impero di Roma’, in una lingua che non è più il latino
avv. lat. romanice > sost. afr. romanz, ‘lingua volgare francese’: romanz è il sostantivo con
cui i parlanti antico francese identificano la propria lingua materna ancora all’inizio del
Basso Medioevo (dopo il Mille)
Poi, per metonimia, romanz passa a indicare un ‘testo narrativo in lingua volgare francese;
romanzo’ (XII sec.)
Dall’afr. romanz deriva il sostantivo italiano romanzo in entrambi i significati (cfr. TLIO,
GDLI): ‘testo narrativo, perlopiù di provenienza francese’ (significato attestato dal XIII sec.)
e ‘lingua neolatina’ (dal XVII sec.); da qui l’agg. romanzo ‘relativo alle lingue neolatine’
Per come è concepita in Italia, la filologia romanza è dunque la disciplina che studia le
origini delle lingue neolatine e ricostruisce e interpreta i testi, letterari e non, scritti in queste
lingue nel Medioevo.
Altrove, l’ambito di applicazione della disciplina ha sfumature diverse:
ad es., nel mondo anglosassone, la Romance Philology (o più largamente Romance
Studies) tratta le lingue e le letterature neolatine senza precisazioni cronologiche (medievali
e moderne).
O ancora, nella sua Introduzione alla filologia romanza, Erich Auerbach tratta l’origine
delle lingue neolatine e poi offre un profilo delle loro letterature dalle origini all’Ottocento.
Filologia Romanza:Origine
La filologia romanza come disciplina scientifica nasce con il Romanticismo (XIX sec.,
prima metà)
Ne sono pionieri François Raynouard (1761-1836), francese, e Friedrich Diez (1794-
1876), tedesco
Nasce con una caratterizzazione spiccatamente linguistica
→ sia Raynouard sia Diez sono interessati al problema delle origini delle lingue
neolatine
(va però precisato che il loro interesse linguistico muove dalla necessità di comprendere
meglio le liriche dei trovatori, delle quali erano studiosi: legame linguistica-filologia)
Vale anche per le lingue → si comincia a studiare il processo evolutivo delle lingue nella
storia (cioè a considerarle nella loro diacronia).
Mito filosofico delle origini (dei popoli, delle nazioni, ecc.) come fase aurorale e quindi pura
delle manifestazioni dello Spirito
→ il mito delle origini si riflette nell’interesse per l’origine delle lingue
Il metodo storico comparativo di studio delle lingue viene applicato inizialmente al sistema
della coniugazione verbale del sanscrito a confronto con greco, latino, persiano e
germanico dal linguista Franz Bopp.
Bopp dimostra che all'origine di lingue sorelle da lui considerato esiste un'antica e grande
famiglia linguistica (protolingua) a cui non restano tracce scritte → Indoeuropeo
Bopp lavora sugli aspetti morfologici delle lingue considerate, in particolare sulle
desinenze verbali: nota delle affinità e quindi ipotizza l'esistenza di matrice comune.
L'indoeuropeo
- Famiglia di lingue affini che erano parlate nella zona del Cáucaso (tra il mar nero e
il mar Caspio, tra Europa e Asia) prima del 3-2 millennio a.c.
- Con le migrazioni verso ovest e sud-est, queste lingue si sarebbero diffuse da un
lato in Europa, dall’altro in Persia e nel subcontinente Indiano.
- Non esistono tracce scritte dell'indoeuropeo → lingua ricostruita tramite
tecniche della linguistica storico comparativa.
Mappa : ittiti, lingue indo-iraniche, germani, italici, celti, illiri, traci, slavi
Nell'ambito della linguistica germanica abbiamo Jacob Grimm filologo e linguista che
redige una grammatica comparativa delle lingue germaniche.
Secondo lui tutte le lingue germaniche (tedesco, inglese, danese, lingue scandinave, ecc.)
derivano da un non documentato germanico primitivo.
Sia Bopp che Grimm valorizzano le potenzialità ricostruttive del metodo storico
comparativo, perché le lingue matrici non sono attestate e vanno quindi ricostruite sulla base
di quello che conosciamo.
La linguistica romanza è invece l'unica per la quale la lingua matrice da cui originano
italiano, francese, spagnolo, ecc. è ben nota e ben documentata: il latino.
Un confronto sistematico tra tutte le lingue romanze gli avrebbe mostrato che alla base di
esse non può esserci il provenzale, ma che alla base di tutte (provenzale compreso) c’è il
latino.
Entrambe le opere di Diez verranno poi riprese e perfezionate, tra Otto e Novecento, da
Wilhelm Meyer-Lübke, cui si devono la Grammatik der romanischen Sprachen
e soprattutto il Romanisches Etymologisches Wörterbuch, tutt’oggi fondamentale.
Diez adatta il metodo storico-comparativo di Bopp e Grimm alle lingue romanze
(compresi alcuni dialetti)
Secondo i seguaci del metodo storico-comparativo, quando una lingua x muta e genera
una lingua y, (e quindi anche delle lingue romanze dal latino) agiscono due ‘forze’:
le leggi fonetiche e l’analogia.
→ la maggior parte delle parole romanze hanno un etimo (latino, germanico, arabo, ecc.)
attestato ad es. lat. FILIUS > it. figlio, fr. fils, prov. filhs, sp. hijo, port. filho ecc.
Negli stessi anni in cui, grazie a Diez, Meyer-Lübke e molti altri, la linguistica romanza
diventa una scienza, anche la filologia testuale si dota di un metodo scientifico.
Le due principali teorie intorno alla pratica di pubblicare testi antichi si devono
al filologo tedesco Karl Lachmann (1793-1851)
e al filologo francese Joseph Bédier (1864-1938)
I testi antichi sono trasmessi dai manoscritti, trascritti a mano da copisti di professione,
che lavorano nelle officine librarie (scriptoria)
oppure da copisti amatoriali, che trascrivono un esemplare di un’opera per uso personale
I copisti non sono mai fedeli al 100% al testo che stanno trascrivendo
→ il testo copiato viene continuamente modificato
Ogni modifica è classificabile come errore.
Gli errori dei copisti sono di tanti tipi, più o meno volontari. Esempi:
1) salti di sillabe, parole o intere righe di testo
2) sostituzioni di parole
3) aggiunta indebita di parole
4) inserimento nel testo di brevi glosse (cioè spiegazioni: il copista prova a migliorare la
comprensibilità del testo)
5) creazione di ‘‘mostri linguistici’’ (dove non capisce, il copista ‘‘si arrangia’’
trascrivendo ciò che vede)
→ ogni volta che copia un testo, dissemina nella copia tracce della sua lingua
madre e delle sue abitudini scrittorie, sovrapponendole alla lingua del testo che sta
copiando
Meno un copista è professionale, più numerose e marcate saranno le impronte della sua
lingua sul testo copiato.
Confrontiamo due copie duecentesche, una lombarda (Bg) e una toscana (V),
della stessa lirica di Giacomo da Lentini, caposcuola della Scuola poetica siciliana
(l’originale siciliano di questa lirica è naturalmente perduto)
Donna, eo languisco e no so qua· speranza
Lez.3 2/03
- Applicando tale metodo ad ambiti differenti, Franz Bopp e Jakob Grimm teorizzano
l’esistenza di due protolingue, rispettivamente l’indoeuropeo (cui rimonterebbero buona
parte delle lingue d’Europa e le lingue della Persia e dell’India) e il germanico primitivo
(matrice di tutte le lingue germaniche)
→ la funzione del metodo applicato alla linguistica romanza, per la prima volta
su basi scientifiche da Friedrich Diez, è principalmente quella di descrivere in che modo
suoni e forme del latino si sono trasformati nei suoni e nelle forme delle lingue romanze
Il concetto di ‘legge fonetica’, già presente in filigrana nelle opere di Diez e Grimm,
viene formalizzato nella seconda metà del XIX sec. dalla scuola linguistica dei cosiddetti
neogrammatici (linguisti ispirati dalle teorie positiviste)
Alcuni esempi:
in italiano (toscano): la ‘legge fonetica’ fa sì che il nesso consonantico latino CL produca
inevitabilmente chi
lat. CLAUSTRUM > it. chiostro
lat. CLAVIS > it. chiave
lat. ECCLESIA > it. chiesa
in francese: la vocale A del latino, se è tonica e in sillaba libera, in generale produce e, per
evoluzione spontanea (‘legge fonetica 1’):
lat. CLA-VIS > fr. clé
lat. A-MA-RE > fr. amer
lat. AES-TA-TE(M) > fr. été ‘estate’
In generale, però, una marcata regolarità nelle evoluzioni fonetiche da una lingua all’altra
esiste
→ l’idea dei comparativisti (come Diez) e dei neogrammatici (come Meyer-Lübke) non è
sbagliata
Ad es. prendiamo il vb. latino MOVERE ‘muovere, muoversi’; il perfetto (= passato remoto)
in latino è MOVI, che in it. dovrebbe dare *movi ‘io mossi’ (perché il lat. -V- > it. -v-), invece
abbiamo mossi.
Perché? mossi (invece di *movi) si uniforma per analogia alla nutrita serie di passati
remoti scrissi, dissi, condussi, ressi, trassi ecc. (derivati regolarmente dai perfetti latini
scripsi, dixi, conduxi, rexi, traxi).
Anche quello dell’analogia è un principio tuttora valido nell’indagine linguistica, sia in ambito
fonetico, sia in ambito morfologico.
Ad es.: perché il vb. essere < inf. lat. ESSE presenta la desinenza -re?
Perché? essere si uniforma per analogia agli infiniti regolari in -re (amare, sentire,
leggere, prendere...).
Altre eccezioni alle leggi fonetiche si spiegano con il fatto che le parole coinvolte sono:
prestiti = parole che entrano in una lingua provenendo da un’altra lingua o da un dialetto
cultismi o voci dotte = parole ‘ripescate’ direttamente dal patrimonio lessicale delle lingue
classiche
Ad es. l’it. clausura < lat. CLAUSURA: se fosse entrata per via popolare, le leggi/tendenze
fonetiche avrebbero imposto *chiosura (ma i cultismi entrano nella lingua quando ormai le
leggi/tendenze fonetiche non funzionano più da secoli)
→ posso affermare scientificamente che it. chiave, fr. clé, sp. Llave, lomb. ciav < lat.
CLAVE(M)
→ attraverso l’indagine comparativa posso anche provare a ricostruire etimi non
attestati
Nel Novecento ha preso piede lo studio sincronico delle lingue (non più quindi in
prospettiva storica)
→ lingue viste non in rapporto alle loro origini e al loro mutamento nel tempo, ma
analizzate nel loro funzionamento in un determinato momento della loro esistenza
spec. nella contemporaneità
Per provare a ricostruire l’originale di un testo antico, Lachmann invita a partire dalla
recensio [lat. recensere ‘fare il censimento’, ‘esaminare’], che consiste nel:
Lez. 4 6/03
- Il metodo di Lachmann (non se lo ha inventato L. ma lo ha applicato, inventata
probabilmente da coloro che erano venuti prima ma lui è riuscito ad utilizzarlo e
trasformare queste procedure) dà fondamento scientifico al processo di ricostruzione
dei testi antichi (ritorno all’originale: sensibilità romantica), chimerico tentativo di
ritornare all’originale. trova una applicazione sensata
- Karl Lachmann collauda il metodo nella prima metà dell’Ottocento (ed. di Lucrezio,
1850), i suoi continuatori lo perfezionano nella seconda metà e ha una sua
formalizzazione definitiva: Paul Maas, Textkritik (tedesco), Lipsia, 1927
Per sancire una parentela tra manoscritti, tali errori comuni devono essere errori significativi,
o errori guida, e soprattutto devono essere monogenetici
Nel caso 3., invece, le copie A e B dipendono entrambe da uno stesso modello perduto (x).
Esempio fittizio
Si hanno sei manoscritti di un certo testo (A, B, C, D, E, F), che costituiscono nell’insieme
la tradizione manoscritta di quel testo.
Al termine del lavoro di individuazione dei rapporti di parentela esistenti tra i manoscritti
(grazie a errori guida separativi e congiuntivi), si è riusciti a disegnare uno schema di questi
rapporti, detto stemma codicum (‘albero genealogico dei codici’), fatto così:
archetipo: prima copia che contiene già un’errore e da essa dipende tutta la traduzione di un
testo. può essercene più di uno
Se si è fatto un buon lavoro nell’individuazione degli errori, lo stemma costruito è
corretto.
→ si potrà avviare l’operazione di ricostruzione
del testo, scegliendo tra le varianti riscontrate
nella tradizione manoscritta tramite
l’applicazione della cosiddetta legge della
maggioranza.
Esempio:
per la legge della maggioranza è cane
A un certo punto del testo la tradizione manoscritta presenta le varianti adiafore cane e
lupo.
Se questo stemma è ben costruito, per la legge della maggioranza posso stabilire che la
lezione dell’archetipo (cioè la variante ‘buona’) è ...
→ scelta meccanica tra varianti prima considerate adiafore ‘senza differenza’, cioè
‘ugualmente accettabili’ (parole che prima erano accettabili)
(eliminatio lectionum singularium ‘eliminazione delle lezioni singolari’ non genuine)
Gli errori da archetipo si riconoscono perché sono errori evidenti presenti in tutti i
manoscritti di una determinata opera. Se sono presenti in un unico manoscritto, esso è
l’archetipo.
Apparato negativo nel quale vengono evidenziate solo le varianti non accolte, ci sono anche
le varianti positive con tutte le varianti accolte a testo e non.
Ci sono editori che non le esplicitano (disonesti perchè non documentano il processo).
Attenzione
Ogni tentativo di ricostruzione dell’originale rappresenta un’approssimazione,
una “ipotesi di lavoro’(G. Contini)
Infatti il metodo di Lachmann, che mira alla ricostruzione meccanica del testo, in alcune
situazioni non è applicabile.
In particolare, i successori di Lachmann individuano ‘falle’ nel metodo
in presenza di:
Lez. 5 7/03
Volgarizzazione è la traduzione di testi latini, la prosa romanza nel 13 secolo fa
principalmente ciò.
- Oltre alle questioni degli stemmi bipartiti e della contaminazione, emergono altri aspetti
che il filologo ricostruttivo, lachmaniano non può ignorare.
Si presta grande attenzione alla storia della tradizione, non solo alla pura e meccanica critica
del testo
→ come, quanto e dove un testo ha circolato dopo essere uscito dalle mani
dell’autore.
L’esame della storia della tradizione può aiutare nel processo ecdotico.
[cfr. l’opera teorica fondamentale di Giorgio Pasquali, Storia della tradizione e critica del
testo (1934)]
Il metodo ricostruttivo rimane valido, ma non vanno ignorate alcune questioni importanti
legate alla tradizione dei testi, quali ad es.:
a. il principio dei manoscritti recentiores non deteriores (‘manoscritti più recenti
cronologicamente non recano necessariamente un testo più corrotto’)
→ un ms. copiato nel Tardo Medioevo può dipendere da un antigrafo vicino
all’archetipo
Milione originario, è scritto in francese con italianismi; di ciò l’unica redazione che conservi la
veste linguistica originaria è la redazione F (manoscritto unico). Ma è pieno di errori dei quali
è possibile attuare la legge della maggioranza. il ramo beta contiene una seconda versione
riveduta del suo testo e i manoscritti che contengono questa versione o sono in latino o in
veneziano.
Nell’edizione (1913) del Lai de l’ombre, testo in versi di carattere narrativo in antico
francese, Bédier suggerisce di evitare di lanciarsi in ricostruzioni insoddisfacenti.
Bédier dà dunque valore a una forma del testo che ha avuto un’esistenza storica in
quanto fisicamente contenuto nel ms. che lui ha deciso di pubblicare.
La forma del testo che Bédier pubblica non è ‘ricostruita’ o ‘virtuale’: è stata realmente letta
da qualcuno.
Il metodo di Bédier (= bon manuscrit; rinuncia alla ricostruzione della fisionomia originaria
del testo) non ha scalzato il metodo lachmanniano nell’ambito dell’ecdotica.
Quando egli [i.e. Bédier], perfettamente consequenziario, pubblicò il lai e il Roland sulla
base di un solo manoscritto, e per il Roland si affannò a difendere con geniale ostinazione la
lezione del manoscritto per molte ragioni migliore anche in infimi particolari poco verosimili,
certo non si rendeva conto che conservare criticamente è, tanto quanto innovare, un’ipotesi
[...]; resta da vedere se sia sempre l’ipotesi più economica
Grande merito di Bédier è però quello di avere portato l’attenzione sul testo e sul
manoscritto come individui storici:
→ valorizza il testo come ‘oggetto’ effettivamente fruito in un luogo e in un tempo grazie
al manoscritto / ai manoscritti che lo riporta(no)
- Un testo romanzo può essere tramandato da tanti mss. scritti con patine linguistiche
diverse, spesso non coincidenti con la lingua dell’autore
(≠ testi classici greci e latini, dove la tradizione è linguisticamente uniforme)
→nella maggior parte dei casi l’edizione critica di un testo romanzo, anche se
condotta secondo principi lachmanniani, si deve fondare su un ‘manoscritto base’
ben scelto che sia:
1. vicino all’autore per datazione e per lingua
(meglio non pubblicare la Commedia di Dante secondo un ms. milanese, o la Chanson de
Roland secondo un ms. in francese italianizzato...)
2. autorevole per la sua lezione (cioè per le varianti sostanziali), insomma collocato in
alto nello stemma
Cfr. ad es. il caso della tradizione della Commedia dantesca:
il manoscritto U (Città del Vaticano, BAV, ms. Urbinate lat. 366, a. 1352), dalla lezione molto
autorevole non è linguisticamente fiorentino, ma padano (emiliano-romagnolo).
Chi fa filologia materiale deve essere esperto non solo di metodi filologico-ricostruttivi,
ma anche di competenze codicologiche, paleografiche, linguistiche, storiche
Lez. 6 8/03
Nella filologia dei testi romanzi, solo di rado si può applicare il metodo della ricostruzione
meccanica fino all’archetipo
→ lo iudicium del filologo è sempre decisivo
Bédier pensa che i filologi romanzi ricostruiscano testi mai esistiti nella realtà
(perché non meccanici ma condizionati dallo iudicium dei singoli studiosi, e spesso
fondati su stemmi opinabili)
Tanto vale allora fare l’edizione del testo secondo la lezione di un solo manoscritto
(= bon manuscrit)
→ nella filologia romanza c’è ormai sempre attenzione per la fisionomia del testo per come
si presenta in un determinato manoscritto, e per le caratteristiche materiali dei manoscritti
(= filologia materiale, in voga negli ultimi anni)
Le edizioni critiche di testi romanzi hanno il problema della lingua originale del testo
(tradizioni manoscritte linguisticamente variegate; ≠ fil. classica, tradizioni
linguisticamente stabili)
→ si usa, se possibile, fondare la propria edizione critica (anche condotta con metodi
lachmanniani) su un ms. che sia buono per lezione, magari antico e linguisticamente
vicino all’autore (= manoscritto-base o manoscritto di superficie)
Strofa di preghiera per la madonna in area Bresciana, più antico presente di lauda
(preghiera cantata) in volgare ma anche in volgare Bresciano, il ritrovamento si deve a Nello
Bertoletti.
tracce= pezzi di testo scritti in modo avventizion (casuale) in un libro di argomento differente
Edizione interpretativa
→ rispetta la lezione di un determinato manoscritto, ma presenta interventi che ne
facilitano la lettura; in genere si attuano normalizzazioni grafiche, non correzioni.
(se non, al limite, di lapsus calami del copista: aplografie, dittografie, omissioni di lettere, di
tituli, ecc. comunque da segnalare o in un piccolo apparato, o con accorgimenti tipografici
all'interno del testo)
L'edizione interpretativa rende leggibile un testo nella forma che esso ha in un determinato
manoscritto.
Anch'essa, come l'edizione diplomatica, valorizza il testo come documento linguistico o
storico
→ valorizza la testimonianza materiale del singolo manoscritto, più che il testo in sé
(cfr. le CLPIO – Concordanze della lingua poetica delle Origini di d'Arco Silvio Avalle, 1992)
Edizione critica
→ si propone di ricostruire un testo per avvicinarlo alla sua forma originaria.
Può essere fondata su una tradizione del testo pluritestimoniale
(= tanti manoscritti, si pone il problema dello stemma) o su un manoscritto unico
(tradizione monotestimoniale), da correggere ricorrendo al iudicium.
L'editore critico deve mostrare con precisione tutte le tappe che lo hanno condotto a
costruire lo stemma (o alla decisione di non costruirlo) e giustificare ogni sua scelta
editoriale
Karl Jaberg, Jaokb Jud Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz (AIS)
8 voll. Zofingen, Ringier & Co., 1928-1940 online alla url [Link]
Una seggiola (carta n. 897)
Jules Gilliéron, Edmond Edmont Atlas linguistique de la France (ALF) 9 voll. Paris,
Champion, 1902-1910 online alla url [Link]
Une chaise (carte n° 222)
Che cosa differenzia una lingua e un dialetto (< gr. διάλεκτος ‘lingua’, ‘lingua comune’,
‘lingua di una regione’)?
Tra lingue e dialetti non ci sono differenze di sostanza (= differenze di carattere glottologico)
→ sia i dialetti sia le lingue sono varietà linguistiche.
Una lingua non è in sé e per sè superiore a un dialetto: la distinzione tra lingue e dialetti
si opera sulla base di criteri storici, culturali, politici, sociali, non linguistici.
All’origine e alla base di una lingua c’è sempre una varietà dialettale: ad es. il fiorentino del
Trecento per l’italiano, il castigliano per lo spagnolo, la varietà dell’Ile-de-France (Parigi) per
il francese, ecc.
Nella lingua italiana, parola dialetto comincia a essere impiegata in seguito alla scelta del
fiorentino trecentesco ‘delle Tre Corone’ come lingua letteraria (che si ha con Pietro
Bembo, Prose della volgar lingua, 1525). Prima della canonizzazione non esistevano lingue
e dialetti, esistevano volgari (lingua per eccellenza era il latino)
Prima si parlava di volgari (milanese, fiorentino, siciliano, ecc.; fuori d’Italia, limosino,
piccardo, castigliano, ecc.), la maggior parte dei quali era arrivata nel Medioevo
all’elaborazione scritta, a volte anche illustre → scripta (significa scrittura), non è
uniforme, dipende da chi scrive.
I dialetti:
- hanno un ambito d’uso più ristretto della lingua sia sul piano geografico, sia sul
piano sociolinguistico:
1. cambiano sensibilmente da un luogo all’altro (variazione diatopica)
2. non sono riconosciuti come strumenti di comunicazione trasversale da ampie
comunità di parlanti
3. non sono impiegati nelle istituzioni, nella burocrazia, nei media, ecc. e sono
relegati alla comunicazione informale, di solito orale (famiglia, amici, gruppi sociali
ben identificati)
4. hanno in genere scarsa escursione stilistica (= registri linguistici) e non possono
essere impiegati per tutte le esigenze espressive
- come le lingue, hanno una loro grammatica, ma spesso non è stata codificata (=
fissata per iscritto)
→ di solito un dialetto manca di uno standard (le lingue, invece sono altamente
standardizzate)
Esempio:
non esiste nessuna lingua lombarda
cioè: non esiste un ‘lombardo’ standard dalla grammatica codificata
utilizzato da un capo all’altro della regione da bergamaschi, pavesi, mantovani, milanesi ecc.
come lingua comune, da impiegare anche per iscritto (dalla narrativa alla saggistica)
e nelle istituzioni, nella burocrazia, nei media, ecc.
Lingua ‘sistema orale e scritto istituzionalizzato, creato dai parlanti e dagli scrittori, con
cui si attua il linguaggio articolato, serve all’uomo per esprimersi, e si presenta in perenne
evoluzione attraverso il tempo [...] In partic.: idioma ufficiale parlato e letterario proprio
di una nazione, contrapposto alla parlata di un ambiente geografico e culturale ristretto’
[GDLI, s.v.]
Le lingue:
- hanno un alto grado di standardizzazione
- hanno una codificazione grammaticale
- sono riconosciute da una comunità di parlanti più o meno ampia come strumento di
comunicazione comune che supera le differenze locali
- sono impiegate nelle istituzioni, nella burocrazia, nei media, ecc.
- sono adeguate a tutte le esigenze espressive che il parlante e lo scrivente può
manifestare
Alcune varietà oggi classificate come dialetti o patois in passato sono state lingue
a tutti gli effetti:
ad es. nel Medioevo il provenzale (per prestigio culturale e letterario e per la rilevanza
politica dei potentati autonomi dell’area centro-meridionale della Francia)
o il veneziano (diffusosi ben oltre Venezia, nel parlato e nello scritto, per ragioni di egemonia
politica); nel Quattrocento il volgare di Milano, ripulito dei tratti locali più marcati, era
impiegato nell’amministrazione (lingua della cancelleria visconteo-sforzesca) ecc.
Lez.8 14/03
Circostanze storiche, culturali, politiche hanno fatto sì che determinati dialetti venissero
‘promossi’ a lingue e che viceversa delle lingue fossero ‘degradate’ a dialetti o patois.
La scelta del parlante tra lingua e dialetto pertiene all’ambito della diglossia
Ogni lingua è soggetta a diversi tipi di variazione, che possono anche interagire tra loro;
si parla assi di variazione della lingua (Saussure 1916; Coseriu 1973)
Il concetto di Romània
In senso lato e sincronico, la Romània oggi è quella vasta parte del mondo in cui
si parlano lingue romanze (cioè ‘derivate dal latino’) come lingue madri:
Le lingue romanze contano oggi circa 750 milioni di parlanti nativi nel mondo.
Nella Romània continua si parlano oggi dialetti che sono la diretta continuazione
del latino che in quegli stessi territori si parlava sotto l’Impero.
Nella Romània continua, le seguenti varietà godono dello statuto di lingue ufficiali:
→ hanno una codificazione grammaticale e uno standard impiegato ufficialmente
nell’amministrazione, nella scuola, nelle istituzioni in genere, nei media, ecc.
→ sono largamente impiegate a tutti i livelli come strumento di comunicazione dalla
comunità dei parlanti e degli scriventi
Area iberoromanza
- Portoghese→ Portogallo
- Spagnolo (Castigliano) → Spagna
- Catalano → Comunità autonoma di Catalogna, Baleari, Andorra, Roussillon
(F), Alghero (SS) [reintrodotto come moderno]
- Galego → Comunità autonoma di Galizia
Area galloromanza
- Francese → Francia, Belgio, Lussemburgo, Svizzera romanda, Principato
di Monaco, Valle d’Aosta
Area italoromanza
- Italiano → Italia, San Marino, Canton Ticino
- Romancio→ Canton Grigioni, Alto-Adige
Area balcanoromanza
- Romeno→ Romania, Moldova (+ dialetti romeni in Istria [istroromeno], Albania,
Macedonia e Grecia [aromeno, meglenoromeno])
Ci sono anche varietà linguistiche romanze riconosciute e tutelate dagli stati di
appartenenza, per motivate ragioni di carattere storico-culturale e quindi identitario
Queste varietà:
- non sempre hanno una codificazione grammaticale
- non sempre si sono dotate di uno standard (una forma valida per tutti, una koiné)
ma rappresentano un forte strumento di identificazione per i loro parlanti
Area galloromanza:
- Occitanico (provenzale)→ Francia meridionale (1/3 del territorio nazionale),
valli piemontesi centro-meridionali
- Franco-provenzale →da Besançon a Lione, Savoia, Svizzera romanda, Valle
d’Aosta, valli piemontesi settentrionali
Area italoromanza:
- Corso→Corsica
- Sardo→Sardegna (ma attenzione a sassarese e gallurese, di tipo toscano
arc.)
- Ladino centrale→Dolomiti dell’Alto Adige, con propaggini fino al Friuli
- Friulano→Friuli-Venezia Giulia (ma non lungo la costa triestina, dove si
parla una varietà veneziana)
- I territori oggi tedeschi lungo il corso del Reno Germania inferior e superior
- Parte della Svizzera oggi tedesca
- L’Austria Rezia, Norico e Pannonia
- L’Ungheria
Lez.9 15/03
Note sulla storia del concetto di Romània
Il concetto di Romània prende forma già in antico, alla fine dell’Età romana.
‘parlare alla maniera dei romani’ significa dunque ‘parlare nelle lingue neolatine’
diverse sia dalle lingue dei barbari sia dal latino che si studiava a scuola
All’inizio del Medioevo (5 e 6 secolo d.c.), ormai anche per i dotti la lingua materna appresa
da bambini non è più il latino, ma appunto il suo derivato: la lingua (o meglio la varietà
dialettale) romanza. Che ha avuto un’accelerazione tra il 6 e 8 secolo d.c. di sviluppo e
formazione.
Il latino e Roma
Storia di una ‘conquista’ linguistica
- Intorno avevano altre popolazioni che parlavano altre lingue, alcune simili al
latino (ad es. l’osco-umbro, il falisco [lingue italiche]), altre molto diverse (ad es. l’etrusco)
Grave crisi politica demografica e economica sono le principali cause della caduta
dell’impero romano, ciò favorì lo sviluppo e la nascita delle lingue romanza tra il 5-6 e 8
secolo a.c.
Il latino ai lati dell’impero non era nemmeno allora omogeneo, c’era già allora una
differenziazione regionale. C’era però un'istituzione politica amministrativa che garantiva
un’uniformità anche linguistica.
La conquista romana
Periodizzazione e mappe
IV sec. a.C. – metà III sec. a.C. → scoppio prima guerra punica: 264 a.C.
Roma estende la sua influenza (politica militare) su tutta l’Italia centrale e su buona parte
di quella meridionale, sconfiggendo a sud i Sanniti (popolazione appartenente al gruppo
etnico-linguistico osco-umbro), e domando a nord gli Etruschi e le ondate dei Galli.
201 a.C.: fine della seconda guerra punica (Scipione sbaraglia Annibale)
Roma si impadronisce della Spagna (penisola iberica), sottraendola all’influenza
cartaginese.
Dominio di Roma alla fine del II sec. a.C. → sconfitta definitiva di Cartagine, conquista
della Macedonia e della Grecia, dell’Asia Minore e della Gallia Narbonense (porzione
meridionale del territorio gallico che coincide in parte con il territorio nel quale si
svilupperanno le varietà di tipo citanico)
Territori di Roma alla morte di Giulio Cesare (44 a.C.) – La conquista più importante
è senz’altro quella della Gallia (raccontata da Cesare nei Commentarii de bello Gallico)
Cent’anni dopo (117 d.C.), sotto l’imperatore Traiano, l’impero di Roma raggiunge la
sua massima espansione: Traiano aggiunge la Dacia (nucleo dell’attuale Romania),
alcuni territori in medio Oriente (Assiria e Mesopotamia [attuale Iraq], Armenia), una
fetta di penisola arabica.
- Prima dell’espansione militare: Roma entra in relazione con i territori circostanti tramite i
traffici commerciali
→ i mercanti romani diffondono, insieme alle merci, la lingua e i costumi latini
La romanizzazione delle classi dirigenti non romane –Il caso del prefetto Caius Iulius
Rufus di famiglia gallica
Qui abbiamo la genealogia che ci dice che colui che aveva un cognome romano,
il padre e il nonno hanno un cognome di tipo non romano, quindi vuol dire che in
poche generazione la famiglia è passata da essere completamente gallica ad
essere Romana →romanizzazione
Lez.10 20/03
Riassuntino:
Nella parte orientale dell’Impero Romània mantenne invece il significato politico
→ terre di Costantinopoli, la ‘Roma d’Oriente’ i cui sudditi sono appunto ‘Ρωμαῖοι
‘Romani’ (ma la lingua di cultura e di comunicazione internazionale è qui il greco)
Cfr. anche il coronimo Romagna < Romania ‘terra dei romani’ vs Langobardia
‘terra dei Longobardi’ (VI-VII sec. d.C.)
[anche il nome dello stato Romanìa ha a che fare con Roma, ma è di introduzione
recente (XIX sec.)]
Nella parte orientale dell’impero la lingua di cultura e comunicazione era il greco e non il
latino.
—Fine Riassunto
segnava il confine tra un’area sacra ed era sia in latino che in gallico [stele ritrovata in
pianura padana].
Il punico (lingua cartaginese) era ancora vivo nel V sec. d.C., il gallico nel VI sec. d.C.
[cfr. Wellentheorie, ‘teoria delle onde’, principio delle ‘aree laterali’]
Questa divisione fra le zone sono state espresse da cesare nel de bello gallico: conquista tre
parti e dice che i galli belgi sono quelli più difficili da conquistare, sono i più lontani dalla
provincia. Per provincia si intende la gallia sud dove sono praticamente romani e gli altri a
nord sono sfuggenti ed è difficile comunicare con loro per questo motivo.
Gallia sud diventerà la nostra Provenza.
Con la diffusione del cristianesimo a partire dal IV sec. d.C. i missionari predicano il
Vangelo in lingua latina fino ai confini dell’Impero impiegando il sermo humilis(parlata da
pescatori), connotato diastraticamente in senso medio-basso.
[I cristiani hanno il compito di parlare e diffondere la parola a tutti quindi devono utilizzare un
registro vicino alla lingua che tutti possono capire.]
→ il latino attecchisce definitivamente anche laddove le lingue locali erano ancora vive
(contesti lontani dalla civiltà, luoghi difficilmente raggiungibili, ecc.)
La teoria degli influssi del sostrato prelatino sul latino fu perfezionata da Graziadio Isaia
Ascoli. Secondo Ascoli, un determinato fenomeno linguistico (ad es. un certo esito fonetico)
presente in determinate varietà romanze (ad es. il francese, i dialetti galloitalici)
può essere interpretato come reazione etnica della lingua di sostrato (ad es. il celtico).
- Prova intrinseca → esistono lingue celtiche antiche e moderne (ad es. il bretone, il
gaelico, il cimrico) che testimoniano lo stesso esito fonetico del
francese e dei dialetti galloitalici
1. Prova corografica:
Popolazioni celtiche insediarono l’Italia padana, l’area galloromanza e anche parte della
penisola iberica (cfr. i Celtiberi)
2. Prova intrinseca:
Nelle lingue celtiche medievali e moderne succede che CT > χt > it, et (cfr. ancora i prestiti
dal latino in celtico: ad es. LACTEM ‘latte’ > irl. laχt, cimr. llaeth, ant. corn. lait, ecc.)
3. Prova estrinseca: -
Terzo esempio(C. Merlo): →Il passaggio del lat. ND > nn nei dialetti dell’Italia
centro-merid. è stato spiegato con l’influsso del sostrato osco-umbro → es. lat.
MUNDUM ‘mondo’ > dialetti centro-merid. monno, munno, ecc.
1. Prova corografica:
Popolazioni di ceppo osco-umbro insediavano l’Italia centro-meridionale (tranne Calabria,
Puglia e Sicilia) prima dei Romani
2. Prova intrinseca:
In antico osco al lat. OPERANDAM ‘che deve essere fatta’ corrisponde la parola úpsannam
(la si trova in alcune iscrizioni)
3. Prova estrinseca: -
1. Prova corografica:
Prima dell’arrivo dei Romani la penisola iberica era insediata da popolazioni non
indoeuropee, provenienti forse dal Caucaso (progenitrici dei baschi) e dall’Africa (Iberi)
2. Prova intrinseca:
Il basco, diretto discendente di una delle antiche popolazioni preromane dell’area iberica,
presenta casi di f- > h-: cfr. i prestiti in basco dal latino lat. FICUM ‘fico’ > basco iko, piko, lat.
FURCILLAM ‘forcella’ > basco urkila, ecc.
3. Prova estrinseca:
Il guascone, dialetto romanzo di tipo occitanico la cui lingua di sostrato era simile all’attuale
basco, presenta ad es. he (< lat. FIDEM ‘fede’), houelho (< lat. FOLIA ‘foglia’)
La spiegazione sostratista di alcuni tratti linguistici (spec. fonetici) delle varietà romanze
ha avuto molta fortuna lungo tutto il Novecento.
Oggi si ritiene che i soli elementi sicuramente riconducibili ai sostrati prelatini siano di
carattere lessicale, onomastico e toponomastico
ad es. i toponimi del Veneto Padova, Asolo, Abano derivano dal venetico
(in partic., è caratteristica venetica l’accentuazione proparossitona)
i toponimi Volterra, Cortona, Modena, Ravenna, i sost. già lat. CISTERNA, LANTERNA
sono etruschi (caratteristica l’uscita in -na)
i sost. già lat. CARRUS ‘carro’, BRACAE ‘calzoni’ sono di origine celtica, così come il
toponimo Mediolanum (mid-lan ‘in mezzo al piano’)
l’agg. sp. izquierdo, port. esquerdo, ant. prov. esquer ‘sinistro’ deriva dal sostrato prelatino
(aquitanico?) dell’area iberica e pirenaica
→ infatti il basco ha esquerre (prova intrinseca)
ecc.
Lez.11 21/03
Resistenze di lingue preromane
[Bretone in bretagna è una varietà celtica arrivata dalle isole britanniche (dal basso
medioevo), prima si parlavano lingue di tipo celtico e gallico. Mentre il basco e l’albanese
sono residui di lingue preromane]
→Fine riassunto
Lascito delle lingue di superstrato nelle lingue romanze è soprattutto lessicale (vari aspetti
della vita materiale, armi, organizzazione territoriale), onomastico e toponomastico.
Entrano nel loro vocabolario parole che riguardano aspetti della vita quotidiana, come quella
della guerra e l’organizzazione territoriale.
Nel francese l’eredità del fràncone (lingua dei Franchi di Carlo Magno) è andata oltre i
semplici prestiti lessicali, toponimi e nomi di persona.
Altrove, le lingue delle popolazioni che hanno occupato i territori dell’Impero romano
d’Occidente (germaniche, slave, ungare, arabe) hanno cancellato la latinità linguistica
→ Romània perduta
Non solo cultismi, ma anche molte parole che entrano nel latino parlato
→ e di conseguenza nelle lingue romanze
Ad es.
it. braccio, fr. bras, sp. brazo ecc. < lat. BRACCHIUM < gr. βραχιων
it. pietra, fr. pierre, sp. piedra ecc. < lat. PETRAM < gr. πετρα
it. carta, fr. charte, rom. hartie, sp. port. carta < lat. CHARTA < gr. χαρτης
ecc.
Secondo alcuni studiosi, il costrutto proprio del latino parlato potrebbe dipendere dal
contatto con l’omologo costrutto greco λεγω οτι/ως ‘dico che...’
Lez.12 27/03
Riassunto della lezione precedente
Anche le lingue celtiche e quelle germaniche sono state per il latino lingue di adstrato,
prima di diventare rispettivamente sostrato e superstrato
→ molti celtismi e germanismi entrano nel latino non per influsso di sostrato o
superstrato,
ma grazie ai rapporti commerciali lungo i confini (Romani-Celti lungo le frontiere della
Gallia Cisalpina e Transalpina; Romani-Germani lungo la frontiera del Reno), oppure
grazie ai contatti militari (III sec. d.C.: alcuni Germani entrano nell’esercito imperiale)
Le lingue di sostrato, adstrato e superstrato rispetto al latino sono tra gli elementi che hanno
sicuramente contribuito all’originaria differenziazione linguistica delle lingue romanze
sviluppatesi dal latino parlato
→(anche se sull’eredità fonetica delle lingue di sostrato permangono dubbi)
es. Ma se il latino era una lingua culta, perché le lingue romanze sono tutte diverse?
Una lingua parlata e scritta muta nello spazio e tutte le popolazioni che si sono sovrapposte
all’impero romano sono diverse, quindi ciascuna ha dato il suo contributo alla
differenziazione delle lingue.
Ad es. conquista dell’Italia: V-III sec. a.C.; Gallie: II-I sec. a.C.; Dacia: II sec. d.C.;
Penisola Iberica: fine III-fine I sec. a.C., ecc.
1. lat. class. CE, CI / GE, GI (velari) > sar. [ke] [ki], [ge] [gi];
resto della Romània: sviluppo palatale [palatalizzazione: innovazione]
Come cicer- le troviamo ovunque tranne che in sardo, non è mai arrivata perché il sardo è
una lingua isolata come popolo di campagna non cercavano contatto esterno.
lat. class. DOMUS ‘casa’ > sar. domo,
resto della Romània CASA, MANSIONEM [CASA, MANSIONEM: innovazioni]
mansionem→ luogo dove stare
Il principio delle aree maggiori: secondo Bartoli nella maggior parte dei casi, se tutta la
romania salvo un’area o due, conserva una determinata forma significa che quella è quella
originale, mentre le zone minori hanno innovato.
Principio delle aree seriori: secondo Bartoli di solito nelle aree romanizzate più tardi
conserva la forma più antica, perché nell’area centrale continuano a prodursi innovazioni.
Quindi tra italia e gallia, l’italia è quella che si è innovata prima.
Secondo alcuni studiosi il contatto duraturo tra le lingue neolatine che si sono sviluppate
all’inizio dell’alto medioevo in Puglia, Calabria e Sicilia, con il superstrato greco bizantino
(lingua dell'impero romano doriente) può aver creato un vocalismo siciliano e 5 vocali
toniche e 3 atone.
L’ipotesi di Franco fanciullo: secondo lo sviluppo delle lingue dipenderebbe dalla lingua di
substrato del superstrato greco bizantino, che avrebbe quelle caratteristiche.
Latino parlato o volgare è il latino parlato da tutti, dal più ricco al più povero, ciò che cambia
è il livello, ci sono caratteristiche che non variano e che sono per tutti, mentre altre che sono
diverse dalla zona, classe sociale ecc.
Era la lingua parlata dalla maggior parte dei sudditi dell'impero romano
Lez. 13 28/03
Latino scritto, latino parlato (o volgare [< VULGUS ‘popolo’])
Il latino era dunque la lingua ufficiale di tutto l’Impero romano, dal centro alla periferia
→ lingua dell’amministrazione, dell’esercito, della religione, della scuola (la scuola
romana aveva diffusione capillare), della letteratura, ecc.
Era naturalmente anche la lingua parlata dalla maggior parte dei sudditi della parte
occidentale dell’Impero; quella orientale conservava invece, nel parlato, il greco di koinè
(lingua veicolare) e le lingue locali
Nella parte occidentale dell’Impero è esistito, a un certo punto, un ‘latino vivo e unico’
della comunicazione (definizione del linguista e filologo romanzo Paolo Savj-Lopez)
variegato geograficamente e socialmente, ma relativamente uniforme: era sempre e
ovunque latino
→ in piena età imperiale, due latinofoni (anche non alfabetizzati) provenienti dalla Gallia e
dalla Sicilia si potevano capire reciprocamente
Anche il latino, come tutte le lingue del mondo in ogni epoca, muta:
1. nel tempo (asse diacronico): il latino parlato ai tempi delle guerre puniche (III-II sec.
a.C.) non è quello parlato nel 476 d.C., anno della caduta dell’Impero.
[NOTA BIBLIOGRAFICA: Il più importante studio esistente sulla variazione regionale del
latino, dalle sue prime manifestazioni scritte fino all’inizio dell’Alto Medioevo (asse
diacronico), si deve a James Noel Adams The Regional Diversification of Latin. 200 BC-AD
600 Cambridge, Cambridge University Press, 2007]
Non è riuscito a dimostrare che queste differenziazioni corrispondono alla lingua di oggi, non
ha trovato indizi, ma dalle epigrafi non emergono poiché provenivano da un tipo di parlato
bassolocato.
3. a seconda del contesto sociale (asse diastratico): un cittadino di Roma parla con
urbanitas, uno che viene da fuori Roma con rusticitas; un cittadino scolarizzato si
esprime diversamente da un operaio o da uno schiavo.
5. a seconda del mezzo espressivo (asse diamesico): anche nel caso del latino, la
scrittura determinava un livello di controllo maggiore rispetto al parlato
Le lingue romanze si sviluppano dunque a partire dalle forme del latino parlato
- nei secoli che segnano il passaggio dall’Antichità all’Alto Medioevo (VI-VIII sec.)
(asse diacronico)
Con la caduta dell’impero c’è stato un aumento dell’analfabetismo ed ha iniziato questo
livello basso di latino parlato e questo sviluppo delle lingue romanze.
Il latino parlato che ha dato origine alle lingue romanze presentava vaste aree di
sovrapposizione con il latino classico (= gramatica) impiegato nella scrittura e nei contesti
ufficiali
Ad es. nel lessico: buona parte (ca. 2/3) del lessico del latino parlato coincideva con quello
del latino classico → cfr. gli sviluppi nelle lingue romanze
it. figlio, fr. fils, a. prov. filh, cat. fill, sp. hijo, port. filho < sost. lat. FILIUM (= lat. class. e
parlato)
it. mano, fr. main, prov. man, cat. mà, sp. mano, port. mão, rom. mână < sost. lat. MANUM
it. buono, fr. prov. cat. bon, sp. bueno, port. bom, rom. bun < agg. lat. BONUM
it. ego, fr. je, prov. ieu, cat. jo, sp. yo, port. rom. eu < pron. lat. EGO
it. amare, fr. aimer, prov. amar, sp. port. amar < vb. lat. AMARE
[cfr. anche la coniugazione: it. 1° p. s. amo, 3° ama, 2° p. pl. amate, 3° amano, fr. 1° p. s.
aime, 3° aime,
2° p. pl. aimez, 3° aiment ecc.< lat. AMO, AMAT, AMATIS, AMANT]
Ma il latino parlato era caratterizzato da una serie di elementi fonetici, morfologici, sintattici
e lessicali suoi propri, non allineati alla norma classica
Tali elementi se sono comparsi nella scrittura → fonti del latino parlato(documentati)
Se non ci sono→ latino sommerso(non documentato), ricostruibile attraverso la
comparazione delle lingue romanze
- documentati occasionalmente nella scrittura, dalle origini al latino tardo → fonti del latino
parlato [unica fonte dovrebbe essere una registrazione, impossibile da ottenere]
- non documentati nella scrittura durante tutta la vita del latino → latino sommerso [ci
sono degli aspetti tramandabili, ma gli altri che non hanno mai trovato espressione scritta
sono definibili latino sommerso]
[il latino sommerso ‘riemerge’ negli esiti che produce nelle varie lingue romanze
→ il metodo storico-comparativo permette di risalire alla forma del latino sommerso]
(a) sost. it. fegato, fr. foie, prov. cat. fetge, sp. hígado, port. fígado, rom. ficàt
< lat. FICATUM (prima con accento su -A-, poi su -I-)
FICATUM è un agg. originariamente impiegato nella locuzione IECUR FICATUM ‘fegato
ingrassato con i fichi’ (attestata nel De re coquinaria di Apicio, I sec. d.C.).
Nel sermo cotidianus (‘parlata di tutti i giorni’), l’agg. FICATUM divenne agg. sostantivato e
passò a indicare semplicemente il fegato
→ nel latino parlato sostituì definitivamente il sost. class. IECUR, che infatti non ha
continuatori romanzi
La parola FICATUM rimase viva nel latino parlato in tutte le province dell’Impero fino alla
fine cioè fino al passaggio latino parlato → lingue romanze
In quanto è presente la sua versione in tutte le lingue romanze.
(b) agg. it. bello, fr. beau, prov. bel, cat. bell, sardo bellu
< lat. BELLUM ‘carino, grazioso’, di registro più basso rispetto al class. PULCHER
[ma rom. frumos, sp. hermoso < lat. FORMOSUM: principio delle aree laterali]
Ad es. Catullo Carme 3, 13-14: «tenebrae Orci, que omnia bella devoratis»
Carme 69, 8: «nec quicum bella puella cubet»
Cicerone Ad Atticum, XV, 4: «certe gratissimae bellae tuae litterae fuerunt»
(a) it. carogna, fr. charogne, prov. carogno, sp. carroña < lat. *CARONIA [sost.
denominale dal lat. class. CARO ‘carne’]
(b) it. usare, fr. user, prov. cat. sp. port. usar < lat. *USARE [formato con il part. pass. del
vb. lat. class. UTOR ‘servirsi’, cioè USUS + -ARE]
(c) it. prov. faina, fr. fouine, port. fuinha < lat. *FAGINA ‘martora del faggio’ [sost.
denominale dal lat. class. FAGUS ‘faggio’ + -INA]
Testi latini contenenti tracce del latino parlato (le cosiddette fonti del latino volgare)
(1) Alcune opere letterarie contengono forme e costrutti riconducibili al latino parlato e
quindi a un registro più basso, perché il genere letterario o la funzione del testo lo
richiedono
(a) I testi teatrali di Plauto (III-II sec. a.C.) e di Terenzio (II sec. a.C.)
→ autori di commedie, utilizzano parole e costrutti dell’uso informale per ragioni stilistiche
di mimesi (= approssimazione al parlato quotidiano)
Plauto
Pseudolus, 1164 dimidium...de praeda lat. class. dimidium praedae / praedae dimidium
‘metà della preda’ [costrutto analitico] [costrutto sintetico con il caso genitivo]
Lingue romanze: it. metà di, fr. moitié de, sp. midad de, rom. jumatate de ecc.
Captivi 360 ad patrem...nuntiari lat. class. quae patri vis nuntiari / nuntiari vis
‘annunciare al padre’ [costr. analitico] [costr. sintetico con il caso dativo di termine]
Lingue romanze: it. annunciare a, fr. annoncier à, sp. anunciar a, ecc.
(b) Il Satyricon di Petronio (27-66 d.C.): uso espressionistico di alcuni tratti
della lingua parlata→ caratterizzazione linguistica dei personaggi
Petronio
Satyricon lactem ‘latte’ lat. class. lac
[metaplasmo neutro > maschile] [sost. neutro ]
Lingue romanze: it. latte, fr. lait, prov. lach, sp. leche, port. leite, ecc.
(c) Gli epistolari, spec. quelle di Cicerone, caratterizzate da uno stile studiatamente
non elevato.
lessico e costrutti più bassi e quotidiani → sermo cotidianus ‘parlare di tutti i giorni’
- abbondanza di diminutivi: librariolis, membranulam
- aggettivazione colloquiale: bellus ‘bello’ (anche l’avv. perbelle ‘davvero bene’)
- periodi brevi e prevalenza della paratassi
- costrutti sintattici come video te + infinito (iocari, deridere)
Lat. class.: video te + participio pres. (iocantem, ridentem)
Lingue romanze: it. ti vedo giocare, fr. je te vois jouer, sp. te veo jugar, ecc.
Lez. 14 3/04
(d) Alcuni carmina del Liber di Catullo: nel racconto in versi dell’amore per Lesbia non
mancano concessioni al ‘lessico famigliare’
ad es. nella ricchezza dei diminutivi
Carmen 67: «nec linguam esse nec auriculam»
lat. AURICULA lett. ‘orecchietta’ > it. orecchia, fr. oreille, sp. oreja, ecc. (forma base: AURIS)
o nell’uso di aggettivi come bellus (lat. class. pulcher)
Alcune opere di padri della Chiesa: ad es. Agostino e Ambrogio (autore di hymni di
fruizione anche popolare)
Agostino, Enarrationes in Psalmos, 138, 20:
«Melius est reprehendant nos gramatici quam non intelligant populi»
‘Meglio essere sgridati dai grammatici, che non essere compresi dalla gente’
(1e bis) L’Itinerarium (o Peregrinatio) Aegerie (o Aetherie), fine del IV sec. d.C.
Egeria o Eteria è una pellegrina iberica (una monaca?) di elevata condizione sociale.
Recatasi a Gerusalemme, redige un itinerarium che ci è giunto in manoscritto unico
Il suo latino è connotato da tratti della lingua parlata nella sintassi e nel lessico
III, 1: Qui montes cum infinito labore ascenduntur, quoniam non eos subis lente et
lente per girum, ut dicimus in cocleas, sed totum ad directum subis ac si per
parietem et ad directum descendi necesse est singulos ipsos montes, donec
pervenias ad radicem propriam illius mediani, qui est specialis Sina.
Quei monti (i.e. nella zona del Sinai) si scalano con fatica immensa, perché non vi si sale
piano piano girandovi attorno, come si dice ‘a chiocciola’, ma vi si sale in linea retta, come
su di una parete, e in linea retta si deve poi scendere un monte per volta, fino a che non si
giunge alle pendici vere e proprie del monte che sta in mezzo, che è il famoso Sinai
LESSICO: Il lat. plicare, plecare nel sign. di ‘arrivare’ e subire nel sign. di ‘salire’ sono
iberismi lessicali, cioè forme tipiche del latino parlato nella Penisola Iberica (> sp. llegar,
port. chegar / sp. port. subir)
Le artes non hanno la dignità letteraria delle discipline maggiori come la retorica, la
grammatica, la filosofia
Elenco di 227 forme caratteristiche della lingua latina parlata, o comunque di registro
più basso, segnalate come scorrette e affiancate dalla variante corretta (cioè classica)
→ formula ‘x non y’, forse un prontuario per scolari
Secondo gli editori più recenti, la
lista di parole è stata prodotta
«entro un contesto culturale e
linguistico tardo antico, da
circoscrivere approssimativamente
intorno alla metà del V secolo
d.C.», ma forse anche più antica.
Le più importanti sono quelle redatte (o fatte redigere da scribi) dai soldati in servizio nelle
varie province dell’Impero.
Dalle truppe di stanza in Egitto provengono ca. 300 lettere (e molte anche dalla Britannia).
Lez. 15 4/04
(4)Scritture non letterarie di carattere popolare
(4a) Tabellae defixionum ‘tavolette di maledizione’; (4b) Corrispondenza privata;
(4c) Scritture esposte non ufficiali
(4c) Le scritture esposte non ufficiali: iscrizioni come epigrafi (quelle private) e
graffiti murali possono presentare tratti del parlato, perché spesso si tratta di scritture poco
sorvegliate e/o vergate da scriventi non sempre competenti
→ celebri i graffiti di Pompei ed Ercolano, precedenti l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.)
Ad es.
Quisquis ama valia, peria qui nosci amare.
Bis tanti peria quisquis amare vota (CIL, IV,
1173)
‘Chi ama stia bene, muoia chi non sa amare.
Muoia due volte chi impedisce di amare’
CIL 1589 Aprodite issa Lat. class. Aphrodite ipsa ‘Afrodite stessa’
CIL 8670 ic abitamus Lat. class. hic habitamus
CIL 2258a Africanus moritur.
Scribet puer Rusticus Lat class. scribit ‘scrive’, condiscens ‘discepolo’
condisces, cui dolet
CIL 4082 Natalis cinedus est Lat. class. cinaedus ‘omosessuale’
CIL 4888 coliclo Lat. class. cauliculo ‘piccolo cavolo’
CIL 4884 bellissimu futuerunt Lat. class. bellissimum (o meglio pulcherrimum)
CIL 2208 Proclo Lat. class. Proculo ‘Procolo’ (n.p.)
CIL 10143 Phoebus cinedu Lat. class. cinaedus
CIL 2203 futui Mula Lat. class. Mulam ‘Mula’ (n.p.)
CIL 4870 Otaus Lat. class. Octavus ‘Ottavo’ (n.p.)
CIL 2440 comperendinarunt Lat. class. comperendinaverunt ‘ritardarono’
CIL 8566b casium Lat. class. caseum ‘formaggio’
CIL 2069 sparge miliu Lat. class. milium ‘miglio’
CIL 8660 masit Pompeis Lat. class. mansit Pompeiis ‘rimase a Pompei’
CIL 8650 ager emtu Lat. class. ager emptus ‘il campo comperato’
CIL 4874 Vitalio baliat Lat. class. valeat ‘stia bene’
CIL 1768 Verecunnus libarius hic Lat. class. Verecundus
Spoglio di alcuni tratti del latino parlato dai testi esaminati - Primi appunti di
grammatica storica
- caduta delle desinenze nominali e verbali:
-m, desinenza verbale della 1° p. sing. imperf.: iacuisse, speraba scomparsa nelle lingue
romanze
-t, desinenza verbale della 3° p. sing. e plur.: ama, nosci, peria, valia, viban, vota
Le lingue romanze orientali (italiano, romeno) ne sono prive fin dalle origini;
le lingue romanze occidentali:
1. o le hanno conservate in antico, e oggi in qualche caso le mantengono solo
graficamente
[Link]. aimet (< AMAT, oggi aime), [Link]. sientet (< SENTIT, oggi siente); solo grafica:
fr. (ils) aiment
-s, desinenza del caso nominativo (soggetto) del latino: cinedu, emtu
scomparsa fin dalle origini nelle lingue romanze orientali (italiano, dalmatico, romeno)
conservatasi nel Medioevo solo in area galloromanza: [Link]., [Link]. murs (< lat. MURUS
nom. sing.)
-m, desinenza del caso accusativo (compl. oggetto) del latino: Amplianda,
bellissimu, coliclo, gallinaria, liniu, miliu, Mula, unu, Veneria
scomparsa nelle lingue romanze, ma non nei monosillabi (es. lat. REM > fr. rien, QUEM >
sp. quien, CUM > it. con)
- Sviluppo di -ea-, -eu- (bisillabi) > -ja-, -ju- (monosillabi, con -e- > jod semivocale):
casium, habias, liniu, peria, solia, valia / balia
Sviluppo precoce nel latino volgare: cfr. infatti gli esiti romanzi
[Link]. vaglia ‘egli valga, sia in forze’, fr. vaille, port. valha, ecc. < VALJAT < VALEAT
it. abbia, fr. aie, it. merid. aggia < HABJAS < HABEAS
[Link]. cascio, rom. caş, sp. queso, port. queijo ecc. < CASJUM < CASEUM
LJ > gli, ill, lh SJ > sci, ş → palatalizzazioni dei nessi con jod
Il monottongo AE > ę si sviluppa presto nel latino parlato: non ne resta traccia nelle lingue
romanze. Il dittongo AU ha invece diversi sviluppi romanzi:
1. > o: in it. sp. oro, fr. cat. or < AURUM, it. sp. cosa, fr. chose < CAUSA
2. > au: prov. rom. aur < AURUM, taur < TAURUM
3. > ou: port. ouro < AURUM
Il passaggio Ĭ > e, Ŭ > o rientra nel normale sviluppo del vocalismo panromanzo (o
maggioritario) →Sistema panromanzo o romanzo comune (a 7 vocali toniche, 5 atone)
Questo sistema, nato nel latino parlato (I-II sec. d.C.), è suscettibile nelle lingue romanze
di ulteriori modifiche:
ad es. ę (< Ĕ) in sillaba libera produce il dittongo ascendente iè in fiorentino,
veneziano e trevigiano (dal Duecento), francese:
lat. PĔ-DEM > it. piede, venez. piè, fr. pied, sp. piè (ma dial. italiani pede, pè,
retorom. pè, prov. pèu, cat. port. pè)
in spagnolo ę (< Ĕ) dittonga non solo in sillaba libera ma anche in sillaba impedita:
tierra (< lat. TĔR-RAM)
Da qui l’istituto metrico della rima siciliana = rima imperfetta di ẹ con i (tipo avere : sentire)
e ọ con u (voi : fui) introdotto dalla trascrizione toscana delle poesie dei poeti siciliani,
nelle quali queste rime erano perfette (aviri : sintiri, vui : fui)
Lez. 16 5/04
Sistema sardo (a 5 vocali toniche e 5 atone) Sardegna, Corsica meridionale, Area
Lausberg (confine Basilicata Calabria) è in questa maniera perchè era una zona isolata
dove si sono mantenute caratteristiche tradizionali e conservative.
Vocalismo caratteristico
di aree molto
conservative (isolate),
dove le innovazioni del
sistema panromanzo
non arrivano. Per questo
come per altri motivi è
più simile al latino,
anche per la sua
vicinanza al latino di
formazione.
lat. TĒLA > sard. cors. area L. tela
lat. AMŌREM > sard. cors. area L. amore
lat. PĬRAM > sard. cors. area L. pira ma it. pera, fr. poire, sp. pera, port. pera,
rom. pară
lat. FŬRCAM > sard. cors. area L. furca ma it. forca, fr. fourche, prov. cat. port. forca,
sp. horca
Sistema balcanico (a 6 vocali toniche e 5 atone) Romania, piccola area Basilicata occid.
Sistema misto tra quello panromanzo (due gradi di apertura per e) e quello sardo (un solo
grado di apertura per e).
L’innovazione di Ŭ > ọ deve essere più recente di quella Ĭ > ẹ → in area balcanica
(laterale) non arriva.
lat. SĬTEM > rom. sete
lat. PARĒTEM > rom. perete
lat. FŬRCAM > rom. furcă ma it. gola, fr. fourche, prov. cat. port. forca, sp. horca
lat. NŌDUM > rom. nod
I>E essendo più antico è arrivato in romania, mentre le innovazioni di U>O erano più recenti
e quindi non hanno avuto lo stesso sviluppo.
- sincope di vocali o sillabe atone: caduta di vocali o sillabe atone che si trovino in
posizione immediatamente postonica
amicla, calda, coliclo, comperendinarunt, damna, fotricem, fricda, oclus, oricla, Proclo,
singlare, speclum, straglum, veclus, virdis
Fenomeno precoce e diffusissimo nel latino parlato, presupposto degli esiti romanzi
it. vecchio, [Link]. veclo, [Link]. vieil, fr. vieux, prov. velh, sp. viejo ecc. < VECLUM < VETULUS
it. amarono, fr. aimèrent, sp. amaron, ecc. < *AMARUNT < AMÀVERUNT < AMAVÉRUNT
it. donna, fr. dame, [Link]. domna, rom. doana, ecc. < DOMNA < DOMINA
Queste forme dicono che H- ha perso il suo valore fonico (suono) e di conseguenza
fonologico: non è più consonante distintiva
→ fino a un certo punto, in latino la presenza/assenza di H iniziale differenziava
parole es. HORTUS ‘giardino’ / ORTUS ‘il sorgere (del sole)’
- semplificazione dei nessi consonantici -CT- > -(t)t-, -NS- > -s-, -PS- > -ss-:
Otaus, condisces, masit, issa
CT it. ottavo; ma in fr. port. -CT- > it, in sp. prov. > -ch-, in rom. > -pt-
NS it. rimase da *REMASIT < REMANSIT (così in tutta la Romània: cfr.
ad es. lat. MENSEM > it. mese, fr. mois, prov. sp. mes, ecc.)
PS it. essa, nap. issa < ĬSSA < ĬPSA (tendenza panromanza: cfr. it. esso, sardo
issu, [Link]. es, prov. eis, sp. ese, port. esse)
Già nel latino del I sec. d.C. l’evoluzione di [w] produce dunque una confusione tra [b] – [v]
(come mostrano le fonti del latino parlato)
Oggi in spagnolo e catalano, laddove il lat. aveva V, la pronuncia è [b] o [β]
Lezione 17 17/04
Risvolti linguistici della crisi dell’Impero e delle ‘invasioni barbariche’
- Il potere romano comincia a sfaldarsi pericolosamente nel IV sec.
→ I ‘barbari’ premono ai confini dell'impero: si tratta specialmente popolazioni di stirpe
germanica
- Vengono accolti entro i territori dell'impero come federati (alleati con obbligo di
prestare servizio nell’esercito) dove si organizzano in comunità
→ presto formano nuclei autonomi di potere indipendenti dall'autorità di Roma
- Crisi del sistema scolastico → degrado dell’istruzione anche presso i ceti sociali più
elevati: ormai sono quasi solo gli ecclesiastici ad avere un’istruzione decente (ma
condizioni varie da zona a zona: no uniformità)
- Degrado delle infrastrutture, meno cura del territorio
- Le comunità sono ora più isolate, chiuse su sé stesse → singole città sede di diocesi
divengono il centro del mondo e il punto di riferimento per il loro contado.
Nel titolo di un suo saggio lo storico francese Ferdinand Lot chiede provocatoriamente:
Laura Minervini illustra come l’evoluzione latino parlato → lingue romanze si sia articolata
in due fasi:
Prima fase II-V sec. d.C. → dalla piena età imperiale alla fine dell’impero Romano
Seconda fase VI-VIII sec. d.C. → secoli successivi alla crisi dell’impero Romano
d'occidente
Una serie di tratti tipici del latino parlato (alcuni innovazioni recenti, altri nati già in età
repubblicana) di carattere fonetico e morfosintattico raggiunge i confini dell’Impero
d’Occidente → infatti ne osserviamo le conseguenze in tutte le lingue romanze o
quasi.
Ad es.
- perdita della quantità vocalica
- monottongazione di AE > ę [e aperta]
- sincope della vocale o della sillaba post-tonica
- caduta di -m e di h
- palatalizzazioni indotte da /j/
- ordine dei costituenti S V O / S V CInd invece di S O V / S CInd V
- ristrutturazione del sistema dei casi latini: da 6 casi →3 o 2 casi (caso
soggetto / caso obliquo)
Le forme di latino parlato impiegate da un capo all’altro dell’Impero d’Occidente hanno una
solida base comune.
Però sussistono da sempre differenze sociali e geografiche che ora si intensificano per via
di crisi sociale, culturale e politica – frammentazione politica – isolamento delle comunità
Da zona a zona il latino parlato è soggetto tra VI e VIII sec. a innovazioni profonde che lo
caratterizzano radicalmente e definitivamente in senso locale
→ nascita delle varietà neolatine o romanze durante questi 3 secoli
Il raggio degli interessi si restringe. Tutto questo rende difficile definire tutte le varietà locali
come latino.
Dissoltasi l’unità dell’Impero d’Occidente, la definitiva scomparsa dell’amministrazione centrale e il crescente declino dei
commerci, con il correlato svuotarsi delle città a favore delle campagne, indussero un poderoso restringimento nel raggio
degli interessi, e con esso il deperimento sociale: cioè un deciso conguaglio verso il basso della maggioranza della
popolazione e un drastico immiserimento delle residue funzioni amministrative. L’insieme di questi fatti rese nettamente più
onerosa la ‘manutenzione’ dell’unità dello spazio linguistico, che in una realtà vasta e complessa come quella delle
province latinofone dell’Impero non poteva non far conto su due fattori unificanti, del resto strettamente correlati: la circolazione
degli uomini (funzionari, mercanti, soldati) e il prestigio della norma scritta, abbastanza nota da potersi riverberare, attraverso il
comportamento linguistico degli alfabeti, su gran parte della comunità (o almeno delle comunità urbane).
Armando Petrucci, Il problema delle Origini e i più antichi testi italiani in Storia della lingua italiana, a cura di
Luca Serianni e Pietro Trifone, 3 voll., Torino, Einaudi, 1993-1994 vol. 3 (Le altre lingue), pp. 5-73, a p. 9
Molti di coloro che usano il latino (scritto) per mestiere (notai e giudici, prelati, cancellieri,
membri del clero etc.) spesso non lo padroneggiano, e lo infarciscono di errori e di parole
prese dal parlato (appunto ormai diverso dal latino)
- Chi è istruito ha gli strumenti per capire che ormai la lingua parlata quotidianamente non
è più latino → graduale acquisizione di consapevolezza dell’esistenza di due sistemi
linguistici (latino e romanzo) in rapporto di diglossia tra di loro
NB: secondo A. Varvaro, in questi secoli (VI-VII sec.) nei quali le lingue romanze già
esistono il latino conservava spazi di oralità (soprattutto in contesto ecclesiastico)
→ il latino continua dunque anche a essere, oltre che scritto, anche parlato, sebbene dai
pochissimi che lo hanno studiato, e a vari livelli a seconda della cultura di chi lo parla/scrive.
(ad es. un vescovo in un concilio avrà parlato un latino diverso da quello di un monaco
semi-alfabetizzato in un capitolo monastico)
In questo caso di bilinguismo: capitano delle situazioni in cui sia necessario, per esigenze
comunicative, di tradurre da una varietà all’altra.
La consapevolezza della diversità tra latino e romanice loqui è espressa per la prima volta
a chiare lettere nella diciassettesima disposizione del Concilio di Tours (813):
→ Visum est unanimitati nostrae, ut quilibet episcopus habeat omilias continentes
necessarias ammonitiones, quibus subiecti erudiantur. [...] Et ut easdem omelias quisque
aperte transferre studeat in rusticam Romanam linguam aut Thiotiscam, quo facilius cuncti
possint intelligere quae dicuntur.
Traduzione: Sembra opportuno a tutti noi che ogni vescovo pronunci omelie contenenti gli
insegnamenti necessari all’educazione dei sudditi. [...] E che ciascuno si sforzi di tradurre
apertamente le omelie in lingua romanza rustica [lett. ‘lingua romana delle campagne’] o in
lingua tedesca, in modo che più facilmente tutti possano capire cosa viene detto.
Coloro che avevano poca o nessuna istruzione erano quindi portati a fare errori nella
scrittura.
Lezione 18 18/04
2. In modo intenzionale: chi scrive un testo in latino sceglie, per ragioni perlopiù legate
a uno “sforzo di comunicabilità" (M. L. Meneghetti):
- di ricorrere a parole o costrutti volgari veri e propri
- (più spesso) di ricorrere a parole o costrutti volgari travestiti / mascherati in forma latina
Per questo tipo ‘ibrido’ di latino Francesco Sabatini ha parlato di scripta latina rustica
‘forma scritta del latino che accoglie elementi volgari’
D’Arco Silvio Avalle di latino circa romançum
‘latino quasi / dalle parti del romanzo’
Maria Luisa Meneghetti di latino della parola
‘latino orientato in direzione del volgare’
1. Glossari
Raccolte di forme latine ‘difficili’ oppure di forme in lingue non romanze (ad es. greco
bizantino, antico tedesco) glossate con parole / espressioni dell’uso vivo dei parlanti la
lingua romanza
→ l’emersione scritta del neolatino è favorita da contesti di bilinguismo o diglossia
Ad es. Glossario di Reichenau (VIII-IX sec., Francia del Nord): contiene la spiegazione di
alcune parole difficili del latino della Vulgata di Gerolamo, illustrate sempre in latino ma un
latino più aderente alla forma romanza
Iterum – Alia vice ‘un’altra volta’ (it. un’altra volta, fr. une autre fois, sp. una otra vez, ecc.)
Semel – Una vice ‘una sola volta’
Ispidus – Pilosus ‘peloso’ (it. peloso, [Link]. pelous, prov. sp. port. pelos, rom. paros, ecc.)
Si vis – Si voles ‘se vuoi’ (it. volere, [Link]. voleir, fr. voloir, prov. voler)
Flasconem – Buticulam ‘bottiglia, fiasco’ (it. bottiglia, fr. bouteille, prov. botelha, ecc.)
Iecore – Ficato ‘fegato’ (it. fegato, fr. foie, rom. ficat, ecc.)
Esempi
latino-romanzo greco latino-romanzo greco
de capo cefali de bevere cerne gorgo se piamo
de auricula apti de mandegare dos me tina ise faimo
de manu heria clama omo grasi andropus
colo trahilos porco surilo
linga glosa vaca gelatas
talone cornodo denti odonta
favela lali cale lonis (o lunis) deftera
paramento da missa felloni marti triti
osa ipodinanti mercor tetras
coglari cotali zobia (o iobia) Pefti
2. Raccolte di leggi
Scritte in un latino semplificato, più vicino alla lingua parlata, in modo che anche chi fosse
ignaro di latino (= illitterati) potesse conoscerle e rispettarle → un testo prescrittivo
necessita di vicinanza al volgare
Pactus legis Salicae (corpus di leggi dei Franchi merovingi, area galloromanza, VII-VIII sec.)
«Si quis porcello de inter porcos furaverit, DC dinarios, qui faciunt solidos XV,
iudicetur culpabilis» →‘se uno ruba un porcello da mezzo i porci (lett.), sia
giudicato colpevole per 600 denari, che fanno 15 soldi’
«Si quis prato alieno segaverit, opera sua perdat. Et si fenum exinde ad domum suam
duxerit et discargaverit [...] MDCCC dinarios [...] culpabilis iudicetur»
‘se uno taglia il prato di un altro, perda il frutto del suo lavoro. E se da lì si porterà il fieno a
casa sua e lo scaricherà, sia giudicato colpevole per 1800 denari’
In rosso i volgarismi grammaticali
In azzurro i volgarismi lessicali
...si quis homo, aut in casa aut foris casa, plena botilia abere potuerint, tam de
eorum quam de aliorum, in cuppa non mittant negutta. Se ullus hoc facire
presumpserit [...] solidos XV componat et ipsa cuppa frangant-la tota, ad illo
botiliario frangant lo cabo, at illo scanciono tollant lis (antenato dell’articolo les francese)
potionis.
→Se qualcuno, o in casa o fuori casa, ha potuto ottenere una bottiglia piena, sia
essa loro
propria o di altri, nella coppa non ne mettano nemmeno una goccia. Se qualcuno ha osato
fare ciò [...] paghi 15 soldi e quella coppa gliela spacchino tutta, al bottigliere spacchino la
testa, all’oste tolgano le bevande (noi diremmo ‘la licenza di dare da bere’).
Nelle cosiddette parti libere (elenchi di beni, indicazioni topografiche, interventi di testimoni)
questi documenti possono contenere tracce della lingua parlata, dovute al contatto diretto
del documento con la realtà effettiva, quotidiana di cui si occupa (e che si esprime in
volgare in quanto la lingua più accessibile e intesa a tutti)
→ in queste parti dei testi, è forte la pressione dell’oralità (Sabatini)
4. Testi religiosi e didattici: inni, vite di santi (agiografie), testi di carattere morale,
edificante
→ da cantare / recitare nelle funzioni da utilizzare per la predicazione e per
l’indottrinamento della popolazione presentano un latino adeguato alla situazione
comunicativa bassa (= al target popolare)
† Se pareba boves, alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba.
† Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus
‘Si spingeva avanti i buoi, arava bianchi prati e un bianco aratro reggeva e nero seme
seminava’ (soluzione: chi scrive)
‘Ti rendiamo grazie, Dio onnipotente ed eterno’
→ Lezione 19 19/04
L’Indovinello veronese è stato spesso interpretato come il più antico testo scritto in una
lingua romanza (nello specifico, un volgare veneto antico)
Spoglio linguistico
a. elementi volgari
- Caduta di -T della 3° pers. sing.: pareba, araba, teneba, seminaba (lat. -ABAT, -
EBAT)
- Caduta di -M dell’accusativo e -Ŭ > -o: albo versorio, negro (ALBŬM, *VERSORIŬM,
NĬGRŬM)
- Ĭ > ẹ: negro (lat. NĬGRUM)
- pareba ‘spingeva avanti’ (< lat. PARARE ‘preparare’): in questa accezione è parola
diffusa in area veneta ancora oggi l’atlante italo svizzero nella sezione spingere le
bestie, si dice parare
- versorio ‘aratro’ (< *VERSORIUM): parola diffusa in area veneta
[cfr. le mappe AIS ‘spingere le bestie’ e ‘aratro’]
- pratalia ‘i prati’ (< lat. *PRATALIA; cfr. toponimi sett. Predaia [TN] Pradaglia [PC],
ecc.),
Inoltre
l’impero carolingio si estende su territori di lingua sia romanza sia tedesca:
il dualismo evidente per ragioni linguistiche tra latino (scritto) e lingua tedesca (parlata)
[nella parte orientale dell’Impero: Germania]
promuove il riconoscimento dell’altro tra latino (scritto) e lingua romanza (parlata)
dualismo [nella parte occidentale dell’Impero: Gallia]
La minuscola carolina è un tipo di scrittura che viene elaborato in tentativo di porre fine alla
differenza di scrittura, quindi con l'obiettivo di uniformare la scrittura.
Riconoscimento definitivo del fatto che il latino e il romanzo sono due sistemi distinti
→ piena autonomia, ‘libertà di movimento’ del romanzo rispetto al latino
Non è un caso che la prima codificazione scritta di una lingua romanza in quanto tale,
cioè non più ‘mediata’ dalla tradizione scrittoria latina e ‘travestita’ di latino avvenga in
questo contesto culturale, dalla penna di uno storiografo, Nitardo, membro della corte di
Carlo Magno
Non dobbiamo fidarci troppo del fatto che sia la prima testimonianza scritta in volgare
romanzo, potrebbero essercene state altre prima.
Il più antico testo ad oggi noto scritto in un volgare romanzo (= antico francese, lingua d’oïl)
sono i Giuramenti di Strasburgo (14 febbraio 842)
Carlo il Calvo, Ludovico il Germanico e Lotario, figli di Ludovico il Pio e nipoti di Carlo
Magno, governano le tre grandi regioni in cui era stato suddiviso il Sacro Romano Impero
dopo la morte del suo fondatore
Secondo Aurelio Roncaglia trascrive i Giuramenti così come sono stati pronunciati per
amore di autenticità (NB: il contesto giuridico favorisce, anzi richiede l’adesione al vero)
Ludovico (che parlava tedesco) giura fedeltà al fratello Carlo e lo fa in francese, perché
l’esercito francofono di Carlo capisca:
«Cumque Karolus haec eadem verba romana lingua perorasset, Lodhuvicus, quoniam maior
natu erat, prior haec deinde se servaturum testatus est:
«Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di in avant, in quant
Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in
cadhuna cosa, si cum om per dreit son fradra salvar dift, in o quid il mi altresi fazet, et ab
Ludher nul plaid nunquam prindrai qui, meon vol, cist meon fradre Karle in damno sit»
→‘Per l’amore di Dio, per il popolo cristiano e la nostra comune salvezza, da
questo giorno in avanti, nella misura in cui Dio mi dona sapienza e potere, io
sarò al fianco di questo mio fratello Carlo nell’aiuto e in ogni cosa, così come
ogni uomo deve a buon diritto essere a fianco di suo fratello, a condizione che
egli faccia altrettanto con me, e mai prenderò alcun accordo con Lotario che, per
mia volontà, procuri danno a questo mio fratello Carlo’
Poi giurano i comandanti dei due eserciti, ciascuno nella propria lingua:
«Sacramentum autem quod utrorumque populus, quique propria lingua:
Si Lodhuvigs sagrament, que son fradre Karlo iurat, conservat, et Karlus, meos sendra, de
suo part non los tanit, si io returnar non l’int pois, ne io ne neuls cui eo returnar int pois, in
nulla aiudha contra Lodhuwig nun li iu er»
→‘Se Ludovico rispetta il giuramento che suo fratello Carlo pronuncia, e Carlo,
mio signore, da parte sua, non lo mantiene, se io non riesco a farlo desistere da
ciò [cioè ‘dal tradimento’], né io né altri che io riesca a far desistere da ciò [cioè
‘dal tradimento’] gli saremo di aiuto contro Ludovico’
[testo secondo la nuova edizione I Giuramenti di Strasburgo.
Testi e tradizione, a cura di Francesco Lo Monaco e
Claudia Villa; Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2009]
Lezione 20 26/04
Queste formule di giuramento volgari non sono registrazione del parlato, ma scrittura
volgare elaborata in contesto cancelleresco (= alto, colto) da funzionari che
conoscevano il latino (cfr. anche i Placiti campani)
-pro Deo amur pro amore Dei, pro Dei amore, pro Dei
omnipotentis amore
Quest’ultimo tratto è però anche dei dialetti d’oïl piccardo e normanno (nord della Francia)
→ ipotesi che l’estensore delle formule provenisse da una zona di confine linguistico:
In questa fase si scrive in volgare appoggiandosi alla scrittura del latino, perché una
tradizione scritta del volgare non esiste ancora
→ il grado di ‘sincerità fonetica’ della scripta volgare dei Giuramenti è parziale, perché
incidono le consuetudini della scrittura latina
poblo (< POPULUM), fradre / fradra (< FRATREM), Karlo / Karle, nostro
(< NOSTRUM), sendra (< SENIOR)
(a. fr. peuple, frere, Charles / Carles, nostre, sire)]
Potrebbe dunque darsi che anche alcuni dei tratti linguistici dei Giuramenti
che sembrano riconducibili a varietà dialettali di tipo occitanico siano invece da interpretare
non in chiave dialettologica (= occitanismi), ma come conservazioni della forma latina
delle parole.
Ad es. la conservazione di -A- tonica
salvar (lat. SALVARE), christian (lat. CHRISTIANUS), fradre (lat. FRATREM),
returnar (lat. TORNARE)
oppure la mancata palatalizzazione di C + A: Karle (< CAROLUS)
cosa (< CAUSA), cadhuna (< *CATAUNA)
Provenienza: biblioteca del monastero benedettino di Saint-Amand, dove era giunto nella
seconda metà del IX sec. da territorio tedesco
a c. 141v
1. sequenza volgare di Sant’Eulalia
[il testo volgare ricalca il latino nella forma, mentre è più autonomo nei contenuti]
2. rhitmus in antico alto tedesco dedicato alla vittoria del re franco Ludovico il Giovane
contro i Vichinghi (881).
Lezione 21 2/05
Secondo gli studiosi, le sequenze latina e antico-francese su Sant’Eulalia
potrebbero essere state composte:
- proprio nel monastero di Saint-Amand, nell’ultimo quarto del IX sec.
La sequenza è un testo liturgico, di norma in latino, che viene associato alla fioritura
melodica (= melisma) compiuta a partire dall’ultima nota dell’Alleluia gregoriano, cantata
sulla vocale -a
Il termine sequenza (< lat. SEQUENTIA) significa lett. ‘che segue (l’Alleluia)’
[sequenziario di San Marziale di Limoges sec. XI, Parigi, BnF, ms. latin 1134]
I tratti linguistici che, entro il dominio d’oïl, portano verso l’area vallone, sono:
Nella FONETICA:
- b > u (velarizzazione di b): diaule (< diable)
- evoluzione, in sede atona, di en > an: raneiet (< reneiet < RENEGET), manatce (<
menace < *MINACIA)
- inserimento di semivocale ‘estirpatrice di iato’: souue ‘sua’ (sou - u - e; cfr. anche a.
it. sova ‘sua’ < soa)
- assenza di e- prostetica davanti a parole che iniziano con s + cons. occl.: spede <
SPATHA (invece di espede, espee, ecc.)
Nella MORFOLOGIA
- desinenza verbale di 1° pers. plur. -am: oram ‘preghiamo’ (invece di oron, orons,
come negli altri dialetti d’oïl)
- passato remoto derivante dal piuccheperfetto latino invece che dal perfetto latino:
auret ‘ebbe’ (< HABUERAT, non da HABUIT),
pouret ‘poté’ (< POTUERAT, non da POTUIT)
Spoglio linguistico congiunto di Giuramenti (= G) e Sant’Eulalia (= S).
→ evidenziamo alcuni tratti caratteristici dell’antico francese.
FONETICA – VOCALISMO
1. Evoluzione di A tonica in sillaba libera > e (spontanea) / ie (condizionata)
G Ø, S: maent ‘sta, rimane’, pron. /’mεŋt/ (< MANET), honestet (< HONESTATEM),
presentede ‘presentata’ (< PRAESENTATAM) chielt ‘importa’ (< CALET), chief (< CAPUT),
pleier (< PLICARE), regiel ‘del re, regale’ (< REGALEM), ecc.
[in chielt, chief, pleier, regiel A diventa ie e non semplice e per condizionamento del vicino
suono palatale
→ CALET > *čale(t) > chielt, CAPUT > *čapu > chief, PLICARE > *plegare > *pleğare >
plegier > pleier, REGALEM > *reğale > regiel]
Lezione 22 3/05
FONETICA – CONSONANTISMO
1. Palatalizzazione di C / G davanti ad A
G ø, S: chielt (< CALET), chief, (< CAPUT), pleier (< *pleğare < *plegare < PLICARE),
pagiens, regiel (< *pağans, *reğal < PAGANOS, REGALEM) ecc.
2. Lenizione delle consonanti sorde intervocaliche (-C- > -g-, -P- > -b- > -v-, -T- > -d-)
e in molti casi dileguo (cioè scomparsa: ad es. amie < *amiga < AMICA, vie < vida < VITA)
Esempi dai testi con le consonanti della serie dentale:
G: podir (< POTERE; a. fr. poeir), aiudha (< ADIUTARE; a. fr. aiue), cadhuna (<
CATA-; a. fr. chaum), Ludher (< LOTHAR-) plaid (< PLACITUM), ecc.
[la grafia ‹dh› rappresenta la cons. interdentale sonora ð, come nell’ingl. father]
S: presentede (< -ATA; fr. mod. présentée), spede (< SPATHA; fr. mod. épée)
3. Sviluppo CT > it
S ø, G: dreit (< DIRECTUM), plaid (< *plactu < PLACITUM)
MORFOLOGIA
Per sostantivi e aggettivi è documentata sia in G sia in S la declinazione bicasuale
→ l’antico francese e l’antico occitanico conservavano un sistema a due casi
1. caso soggetto per il sogg. della frase e per tutti gli elementi
[deriva dal nominativo latino] in relazione con il soggetto (sost., agg.)
Altri impieghi del caso obliquo senza preposizione con valore di genitivo o dativo latino:
Ad es. il futuro in -bo, -bis, -bit era simile all’ind. imperf. in -bam, -bas, -bat...
quello in -am -es -et simile al cong. pres. in -em, -es, -et / -am, -as, -at...
→ per reazione il latino parlato sviluppa altri tipi di futuro meno ambigui e più validi sul
piano espressivo, a partire da perifrasi (= giri di parole) formate con l’indicativo presente dei
verbi HABĒRE, DEBĒRE, *VOLĒRE
(sfumatura semantica di dovere / necessità / volontà di compiere un’azione nell’imminenza)
Il futuro più diffuso nel territorio romanzo (= doveva essere ben radicato e diffuso nel latino
parlato) è quello formato da
infinito + indicativo presente del vb. HABĒRE
es. CANTARE HABEO, lett. ‘ho da cantare, ho intenzione di cantare’
CANTARE HABEO > CANTARE *AO > *CANTARAO > it. canterò / cantarò, fr. chanterai,
sp. cantaré, port. cantaréi, a. prov. cantarai
Nei Giuramenti di Strasburgo: salvarai ‘io salverò’, prindrai ‘io prenderò’
Le persone dell’ind. pres. del verbo HABĒRE sono dunque diventate, col tempo,
delle vere e proprie desinenze (= marche flessive) del nuovo futuro:
La più antica attestazione del nuovo futuro sintetico è del VI sec., in una fibbia
merovingica (la ‘fibbia di Landelino’, Borgogna) che riporta un’iscrizione latina di livello
diastraticamente basso
→ la forma grammaticalizzata del nuovo futuro si sviluppò negli ultimi secoli
dell’Impero ma doveva avere una connotazione sociolinguistica bassissima:
non compare mai nello scritto prima del VI sec. (cfr. Varvaro 2014)
Nel Medioevo, a. prov. dir vos ai ‘vi dirò’ accanto al più diffuso vos dirai
a. sp. dar gelo hemos ‘glielo daremo’ accanto al più diffuso gelo
daremos
a. it. sett. turbar se n’à ‘se ne turberà’ accanto a se ’n turbarà
ecc.
Ancora oggi, nel portoghese, esiste il tipo amar-te-éi ‘ti amerò’ accanto a te amaréi
In latino funzione semantica del condizionale era svolta perlopiù dal congiuntivo
Lezione 23 8/05
3. La formazione dell’articolo determinativo
[cfr. l’analisi di Lorenzo Renzi in Renzi-Andreose, Manuale di linguistica romanza, cap. 7]
In alcuni testi del latino tardo aumenta moltissimo la frequenza dei pronomi e aggettivi già
del lat. classico ĬLLE ‘quello’ (dimostrativo) e ĬPSE ‘proprio lui, lui stesso’ (determinativo)
usati proprio in funzione anaforica:
Es. nella Peregrinatio Aegerie: Sancti monachi [...] sancti illi [...] illi sancti [...] illi sancti
(III, 6-8)
Montes faciebant vallem infinitam [I, 1]
...ipsa valle tota [...] ipsa valle [...] de valle illa (V, 4-10)
→ queste occorrenze (articoloidi) ci dicono che probabilmente, nel latino parlato di età
imperiale, si era diffuso un uso di ĬLLE e di ĬPSE molto più ampio di quello del lat. classico
Nel latino parlato l’uso intensivo ĬLLE e ĬPSE fa perdere loro la carica semantica originaria
ma li porta ad assumere funzioni nuove:
- quella di elementi anaforici (utili semplicemente a richiamare quanto già detto)
- quella generale di determinativi (senza più necessariamente il valore di ‘quello’ o
‘proprio lui’, ma semplice valore referenziale → certificano l’esistenza e l’essenza di
un oggetto, senza ‘additarlo’)
→ così nascono gli articoli determinativi romanzi
Dalle varie forme di ĬLLE sia dall’accusativo sing. ĬLLUM, ĬLLAM, plur. -OS, -AS
sia dal nominativo plur. ĬLLI, ĬLLAE
derivano quasi tutti gli articoli determinativi romanzi
it. il, lo, la fr. le, la prov. el, lo, la sp. el, la
i, gli, le les los, las los, las
rom. lupul
lupii, casele [in romeno articolo posposto al sost. /agg.:
ecc. probabile caratteristica del latino balcanico]
1. Le benedizioni di Clermont-Ferrand
Clermont-Ferrand, Bibliothèque communautaire et interuniversitaire, ms. 201 (IX-X sec.)
Contiene il Breviarium Alarici decurtatum (testo giuridico)
Tramandato in forma di traccia, in littera minuta cursiva, nel margine superiore della prima
carta di un ms. perduto (contenente, pare, la trascrizione atti notarili relativi a un’istituzione
ecclesiastica)
Carta ora conservata come frammento ad Augsburg, Stadtarchiv, Urkundensammlung 5 [2]
Lo scriba che ha trascritto la Passione può essere assegnato al X sec. (ultimo terzo).
La copia è avvenuta a Strasburgo (Francia orientale)
Scoperto da Rolf Schmidt, che ne è anche il primo editore (1981)
Trascrizione diplomatica
alespins batraunt sos caus etabes lan staudiraunt sos lad & enlacrux lapenderaunt et
oblaeid lo potaraunt si greu est a pærlær etenlacrux lapenderat
alespins] anche abespins
oblaeid] anche oblacid
<Ailas,> als poins batraunt sos caus, A[b] les puns bat[e]raunt sos caus,
et ab escarn diraunt sos laus, et ab escarn diraunt sos laus,
et en la crux l’apenderaunt, et en la crux l’apenderaunt,
et ab l’aced lo potaraunt, et ab l’acid lo potaraunt,
si greu est a parlar, – si greu est a parlaer! –
et en la crux l’apenderaunt. et en la crux l’apendera[un]t.
Le caroles (tipo di danza) paraliturgiche erano diffuse e venivano eseguite nelle chiese
(cfr. il poemetto agiografico in octosyllabes della Sancta Fides, XI sec., da eseguire in
tresca)
I più antichi testi in lingua d’oc: testi religiosi in versi destinati al canto / danza
→ Embrioni di teatro sacro
di Limoges
- Boeci (XI sec.): poemetto agiografico in décasyllabes ispirato al De consolatione
Philosopie di Severino Boezio – area limosina (San Marziale?)
- Santa Fides (XI sec.): poemetto agiografico in octosyllabes su Santa Fede di Agen (sec.
XI), da ballare in tresca – area pirenaica (Cerdagne?)
Gli ultimi due testi sono probabilmente anche del repertorio giullaresco
→ escono dal contesto della (para)liturgia della messa, entrano nel repertorio dei
professionisti della performance
Tratti grammaticali dell’occitanico ricavabili da B (= Benedizioni di Clermont-Ferrand) e da P
(= Passione di Augsburg)
FONETICA – VOCALISMO
1. Conservazione di A tonica in sillaba libera > a:
B: mans (< MANUS, [Link]. main), ala (< ALAM, [Link]. ele)
P: caus (< CAPUT, [Link]. chief)
FONETICA-CONSONANTISMO
1. Assenza di palatalizzazione di C / G davanti ad A
B: carnes (< CARNES, [Link]. chars)
P: caus (< CAPUT, [Link]. chief)
2. Lenizione delle cons. sorde intervocaliche al grado sonoro (-C- > -g-, -P- > -b-, -T- >
-d-) mantenimento di -d- primario (< -D- latino) raro il dileguo (frequentissimo invece
in [Link].)
Esempi dalla serie dentale
B: tomida, -e passim (< TUMIDA, -AE), sedea (< SEDEBAT, [Link]. seeit, seoit)
P: acid (< ACETUM, [Link]. aisil)
Lezione 24 9/05
Il più antico testo scritto in un volgare iberoromanzo: la nodicia de kesos ‘nota dei
formaggi’ (terzo-ultimo quarto del X sec.). Conservato a León, Archivo de la Catedral, n. 852
Nota redatta sul verso di una pergamena contenente un atto di donazione all’abbazia,
datato 959
La nota è di poco successiva a questa data; redatta in una minuscola precarolina
Potrebbe essere databile poco dopo il 974: nella Nodicia si nomina un re in visita al
monastero → Ramiro III di Leon visitò effettivamente il monastero nel 974
LESSICO: bacelare ‘vigneto nuovo’ (cfr. REW S.V. baccillum ‘asta’, ‘bastoncino’
→ porg. bacelo ‘alberello di vite’, sp. bacillar, port. abacelar ‘piantare viti’
cirka ‘vicino’ nel sintagma preposizionale de cirka ‘vicino a’ (< lat. CĬRCA,; sp. cerca)
kesos ‘formaggi’ (< lat. CASEUM, sp. queso, port. queijo, it. cacio, it. merid. caso)
mesa ‘tavola’ (< lat. MENSAM, sp. mesa)
- Siamo negli stessi anni dei Giuramenti di Strasburgo, forse anche prima
Il testo è redatto nel volgare romanesco di allora perché era importante che il celebrante
capisse: spesso il piccolo clero conosceva poco e male il latino.
La lingua dell’iscrizione
Testo breve ma molto eloquente sul piano linguistico → mostra come l’antico
romanesco fosse una varietà pienamente meridionale, di tipo campano
Imperativo non dicere costruito con non + infinito, come in italiano e in generale nelle
lingue romanze (in lat. class., imper. con NE + cong. pres. / imper. [ne dicas, ne diceres], o
NOLI / NOLITE + inf. [noli, nolite dicere])
L’inf. non sincopato dicere (it. dire < DIC[E]RE) è tipico dei dialetti italiani centro-
meridionali (e anche del latino)
Nel sintagma ille secrita → ille (f. pl.) funziona già da articolo determinativo (la grafia è
latina)
In secrita, ‹i› è grafia merovingica per /e/ (come savir, podir, prindrai nei Giuramenti di
Strasburgo)
- I placiti emessi dai giudici stabiliscono, ascoltati i testimoni giurati (monaci, notai,
ecc.) che le terre contese sono di proprietà dell’abbazia per usucapione
(= per possesso continuativo)
- All’interno dei placiti, le formule testimoniali che certificano il possesso dei terreni
sono in volgare («garantiscono la verità dei fatti e rappresentano il fondamento
giuridico della sentenza» [S. Asperti])
Questa deposizione in volgare, di tipo italiano meridionale, all’interno del documento latino
non è la registrazione di un parlato spontaneo
→ le formule testimoniali volgari contenute nei placiti di Sessa Aurunca e Teano
sono identiche alla prima:
Sessa Aurunca (963): Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai,
Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette
Teano/1 (963): Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai,
trenta anni le possette parte Sancte Marie
Teano/2 (963): Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, Sancte Marie è,
et trenta anni la posset parte Sancte Marie
A riprova di ciò cfr. il passo del placito (in latino) che precede la formula volgare:
Perciò noi, suddetto giudice, sentenziammo e per nostra sentenza facemmo loro assumere
impegno formale [con guadia] che il suddetto Rodelgrimo si sarebbe rimesso alla legge e il
suddetto venerabile abate Aligerno per l’amministrazione patrimoniale del menzionato suo
monastero avrebbe fornito a lui prova mediante testimoni secondo legge in tal modo: che ad
uno ad uno i suoi testimoni, tenendo in mano la suddetta memoria prodotta da
Rodelgrimo, avrebbero pronunciato la seguente testimonianza: «Sao ko kelle terre per
kelle fini que ki contene [...]», e avrebbero confermato la loro testimonianza secondo legge
mediante giuramento
[Traduzione di Francesco Montuori, docente di Storia della
Lingua italiana all’ Università di Napoli ‘‘Federico II’’]
La scelta del volgare è probabilmente dettata dalla necessità di sancire in modo
inequivocabile i termini della questione: S. Asperti parla di «evidenza comunicativa»
→ un modo anche gli illitterati possano conoscere inequivocabilmente come stanno le
cose (non solo al momento della pronuncia della testimonianza, ma anche nel referto scritto)
FONETICA: - conservazione generale delle vocali atone finali, come in toscano e nei
dialetti italiani centro-meridionali: kelle terre, fini, contene, possette…
- assenza di dittongamento spontaneo, come in tutti i dialetti italiani tranne
quelli toscani: contene (it. contiene)
- gruppo labiovelare /kw/ > /k/: ko (< lat. QUOD), kella, kelle (< ECCU(M)ILLA, -AE,
it. quella, quelle, nap. chella, chelle), ki (< ECCU(M)HIC, it. qui)
- betacismo: bobe ‘a voi’ (< VOBIS), anche latinismo
- raddoppiamento fonosintattico: sao cco
lat. SAPIO > *SA(P)IO > sao > it. so [Toscana, Italia centro-settentrionale]
ma lat. SAPIO > it. merid. saccio, con passaggio -PJ- > čč
La forma sao ‘io so’ dei Placiti non sembra campana e nemmeno meridionale
(non è mai attestata nelle scriptae volgari antiche)
Lezione 25 10/05
Caso simile a quello dell’abbazia limosina di San Marziale di Limoges
- Ancora sull’antichissima postilla del monaco di Bobbio (prima metà del X sec.):
[vergata nel marg. sup. di una carta del ms. Milano, Biblioteca Ambrosiana, C 138 inf.]
Commento ironico (motto di spirito) a un passo di Gregorio Magno, Regula pastoralis,
sulla gravità del peccato dell’ingordigia
La forma è quella della postilla ritmica: cioè modellata sulla misura e sul ritmo dei versi
degli inni monastici (che il monaco naturalmente aveva nell’orecchio)
M. L. Meneghetti, Le origini, p. 189: «se vale la datazione proposta in base allo stile della
scrittura [...] costituirebbero la più antica attestazione concreta dell’esistenza di una lirica
volgare romanza»
→ Una lirica
galloromanza
precedente l’esperienza
trobadorica inaugurata da
Guglielmo IX d’Aquitania, e
che ne anticipa temi e
forme
→ Una lirica solo di poco
posteriore alle più antiche
harğat mozarabiche
(versi finali romanzi, amorosi,
delle muwaššah arabe ed
ebraiche) circolanti in Al-Andalus
(Spagna arabizzata)
L’incipit rinvia a tipo lirico di diffusione popolare, qualcosa di simile si ritrova nelle harğat
mozarabiche (XI sec.), più avanti nelle cantigas de amigo galego-portoghesi (XIII sec.)
Ad es. Fui eu, madr’, a San Momed’, u me cuidei / que veess’ o meu amigu’, e non foi i
(Johan de Cangas, Fui eu, madr’, a San Momed’, vv. 1-2)
Fui eu, madr’, en romaria a Faro con meu amigo
(Johan de Requeixo, Fui eu, madr’, en romaria, v. 1).
Ne restano alcune riprese ‘colte’, più tarde, nella lirica cortese del XII e XIII sec.
Diversamente da un testo come l’Indovinello veronese che – come ha mostrato Monteverdi
– trova riscontri significativi, tematici e formali, nella poesia latina enigmistica coeva o di
poco anteriore e nella tradizione colta di matrice latina classica, il nostro frammento –
formalmente e tematicamente senza termini di confronto con la coeva letteratura latina –
sembra tutto proiettato in avanti, verso il futuro della lirica romanza rappresentato dal
filone delle chansons de femme, così come si è conservato specialmente in area iberica e,
in particolare, nelle cantigas de amigo galego-portoghesi. [...] si tratta infatti di una
testimonianza che per scelta tematica, tonale, linguistica e metrico-prosodica [...] documenta
l’esistenza di una produzione letteraria di livello popolare e di trasmissione orale
rivolta a un pubblico diverso dalla platea dei clerici, in una lingua diversa dal latino usato
nella coeva poesia di matrice dotta, una lingua che non si può qualificare altrimenti che
volgare. Un documento che di colpo strappa alla latencia di cui parlava Ramón
Menéndez Pidal almeno due secoli di storia, e di storia letteraria romanza.
(Vittorio Formentin, Un frammento di canzone di donna in volgare dell’alto medioevo, «Lingua e stile», 1/2022)
Per riassumere questa sezione del corso sulle prime manifestazioni scritte dei volgari
romanzi → Testi romanzi anteriori all’anno Mille: una classificazione tipologica, per
capire perché viene usato il volgare
- Testi pratici
di carattere giuridico, quindi pubblico: Giuramenti di Strasburgo, Placiti campani
di carattere materiale e occasionale, quindi privato: iscrizione della catacomba di
Commodilla, nodicia de kesos, scongiuri
Testi legati a doppio filo alla contingenza, al bisogno materiale, alla dimensione
concreta della vita, e quindi al volgare, che è la lingua della quotidianità in cui quei
bisogni, quelle contingenze si manifestano
- Motti, postille semiserie nei margini dei manoscritti (‘pause’ del copista, del lettore, ecc.):
postilla ritmica di Bobbio l’abbassamento di registro va di pari passo con l’uso del volgare
Cfr. anche la prova di penna ladina dell’amanuense Desiderio, area alpina centro-
orientale, X-XI sec.
Diderros ne habe diege muscha ‘Desiderio non ha dieci mosche’, i.e.
‘non ha voglia di far nulla’
- L’epica
Cfr. GDLI s.v. epico
«‘agg. Che narra, celebrandole, le gesta degli eroi, intrecciando l’elemento storico con
quello mitico e fiabesco (un’opera poetica, di regola in forma di poema; e, secondo le
partizioni della critica retorica, il genere poetico che comprende tali opere; eroico)
- Guerresco (in partic.: riferito ai canti e altre forme di poesia popolare ispirati alle
antiche imprese guerresche di un popolo, divenute oggetto di racconto leggendario).
- Oggettivo (contrapposto a ‘lirico’inteso nel senso di ‘soggettivo’)»
Sono tipici dell’epica anche i seguenti tratti:
«il disporsi di un complesso di azioni intorno a uno scontro fra parti contrapposte,
rappresentato come decisivo per un’intera comunità e i suoi ideali (religione, stirpe,
patria), con un forte senso di destino collettivo»
N’ent sont que trois materes a nul home antandant: Non ci sono che tre materie per chi è istruito:
de France et de Bretaigne et de Ronme la grant; di Francia, di Bretagna e di Roma la grande;
ne de ces trois matere n’i a nule samblant. non c’è somiglianza fra le tre.
Li conte de Bretaigne sont si vain et plaisant I racconti di Bretagna sono vani e divertenti,
et cil de Ronme sage et de sens aprendant, quelli di Roma saggi e istruttivi,
cil de France sont voir chascun jour aparant. quelli di Francia sono veri come appare
ogni giorno.
La tripartizione di Jean Bodel d’Arras nella Chanson des Saisnes (fine XII sec.)
1. materia di Bretagna (= romanzi arturiani), «vain et plaisant»
2. materia di Roma (= romanzi antichi), «sage et de sens aprendant»
3. materia di Francia (= epica), «voir chascun jour aparant»
Lezione 26 11/05
Le chansons de geste ‘canzoni di gesta (militari)’ in antico francese contano
complessivamente un centinaio di testi tra XI sec. e XIV sec.
Testi divisi in cicli (→ ciclizzazione: nel XII sec. fioritura di testi a partire dalle
‘chansons-archetipo’; Frappier: «i figli hanno generato i padri»)
Il ciclo riflette una fase storica in cui aumenta il potere della corona→ la nobiltà feudale va
in crisi →Sovrani altrove eroici (ad es. lo stesso Carlo Magno) qui diventano i
‘nemici’
→ tra XII e XIII sec. fioriscono testi che celebrano in chiave epica la riconquista del
Santo Sepolcro (avvenuta con la prima crociata: 1096-1099)
Il tema identitario della lotta contro i pagani è svolto non più attraverso il filtro
di gesta lontane nel tempo (cfr. Chanson de Roland)
ma con riferimento a gesta contemporanee (le crociate)
struttura classica dell’epica rolandiana (con spunti agiografici)
+ accenni di storiografia (favoriti dalla prossimità cronologica degli eventi)
In una qualche forma, la Chanson de Roland doveva esistere già intorno al terzo quarto
dell’XI sec. (ca. 1070) ma il codice più antico e autorevole che la contiene è il ms. Oxford,
Bodleian Library, Digby 23 (O) (secondo quarto del XII sec.), in antico francese nella
varietà anglonormanna
Nel ms. Digby la chanson conta ca. 4000 décasyllabes suddivisi in lasse assonanzate
[lassa = strofa dal numero variabile di versi, unità metrica ma
anche narrativa → ogni lassa, pure collegata narrativamente
alla precedente e alla successiva, ha un suo senso compiuto]
La vicenda:
- Carlo Magno e il suo esercito sono a combattere in Spagna, contro i saraceni, da
sette anni; resiste solo la città di Saragozza, sotto assedio da tempo
- Carlo e i dodici pari (i conti palatini) sono propensi ad accettare, tutti tranne
Roland, conte palatino e nipote di Carlo, che si ribella: la guerra va portata fino in
fondo, perché «paien unt tort et chrestien unt dreit»
- Ormai morente, Rolando assiste al massacro di alcuni dei suoi compagni più
valorosi; cerca di distruggere la sua leggendaria spada (Durindarda) menando
fendenti a una roccia, ma non ci riesce; muore da martire, su un poggio, steso sotto
un pino; dal cielo scendono gli angeli per accompagnarlo in Paradiso (porgendo il
suo guanto al cielo, simbolo di sottomissione verso dio)
- Carlo, udito il suono del corno, giunge in soccorso e alla fine sbaraglia i saraceni; re
Marsilio muore.
Traduzione:
Nell’anno 816 venne re Carlo a Saragozza. A quei tempi aveva dodici nipoti, ciascuno dei
quali aveva tremila cavalieri con le loro corazze, i loro nomi erano Rolando, Bertrando,
Oggieri ‘spada corta’, Guglielmo ‘naso corto’, Olivieri e il vescovo monsignor Turpino. E
ciascuno serviva il re un mese all’anno con il proprio seguito. Accadde che il re con il suo
esercito si fermò a Saragozza; dopo un po’ di tempo i suoi gli consigliarono che accettasse
molti doni, in modo che l’esercito non morisse di fame, e se ne tornasse da dove era venuto:
così fu fatto. Piacque poi al re, per la sicurezza dei soldati dell’esercito, che il forte guerriero
Rolando con il suo contingente guidasse la retroguardia. Ma quando l’esercito superò il
passo di Cise, a Roncisvalle Rolando fu ucciso dalle genti saracene. (riassunto di una
leggenda diffusa nell’area del monastero di San Millan, che i nemici non sono i saraceni e
non i baschi)
Questa Nota dice che tra il 1050 e il 1080 ca., lungo il camino di Santiago, era già nota una
leggenda rolandiana (non sappiamo in quale forma: un articolato poema come lo
conosciamo? canti popolari diversi?) che aveva più o meno gli stessi contenuti della
Chanson de Roland.
1050-1080:
Siamo negli anni immediatamente precedenti la prima crociata (1096)
→ clima di fervore religioso e fermento anti-saraceno
Joseph Bédier
Légendes épiques (indagine sulle origini dell’epica romanza, 1926-1929)
Vol. 1: Recherches sur la Formation des Chansons de Geste
Bédier formula un’ipotesi tuttora valida (prima della scoperta della nota Millianense):
la chanson de geste nascerebbe dalla collaborazione di monaci e giullari (chierici che
lavoravano nei monasteri) presso i monasteri che si trovavano sulle vie di pellegrinaggio tra
Francia e Spagna dove si conservava la memoria degli eventi bellici narrati nelle chansons
Il giullare canta la chanson de roland, il pellegrino di passaggio la ascolta e si ferma a
sostare dai monaci (business)
→ nella seconda metà XI sec.: momento di fervore anti-islamico (Reconquista,
prime spedizioni crociate)
Differenze tra i testi e come cambiano, tra il testo di oxford e quello copiato nell'italia
padana, probabilmente a mantova, tra la lombardia e il veneto, franco-italiano/franco-veneto
ma non è chiaro (miscelazione del francese dell’epoca con il dialetto della zona, quasi
sicuramente è una scelta per farsi capire dal pubblico) Il testo in oxford è lampante la
chiusura delle occlusive in “u”
Chanson de Roland, lassa II, ms. Oxford Chanson de Roland, lassa II, ms. V4
(anglonormanno, XII sec.) (copiato nell’Italia padana, XIV sec.)
Lezione 27 15/05
Lettura, traduzione e commento di alcune lasse della Chanson de Roland
I La lassa incipitaria
II Marsilio, re dei pagani
VIII Entrano in scena Carlo e i paladini
LXXIX I pagani hanno torto, i cristiani ragione
CLXXV-CLXXVI La morte di Roland
La lassa incipitaria
I I
Carles li reis, nostre emper‹er›e magnes, Carlo il re, nostro imperatore grande,
Set anz tuz pleins ad estét en Espaigne: sette anni tutti pieni è stato in Spagna:
Tresqu’en la mer cunquist la tere altaigne. fino al mare conquistò la terra alta.
N’i ad castel ki devant lui remaigne; Non c’è castello che davanti a lui rimanga;
Mur ne citét n’i est remés a fraindre, muro né città non è rimasto da infrangere,
Fors Sarraguce, ki est en une muntaigne. tranne Saragozza, che sta su una montagna.
Li reis Marsilie la tient, ki Deu nen aimet, Il re Marsilio la tiene, che Dio non ama,
Mahumet sert e Apollin recleimet: Maometto serve e Apollo invoca:
Ne·s poet guarder que mals ne l’i ateignet. non può guardarsi che male non gli
AOI. venga.
La morte di Roland
CLXXV
Ço sent Rollant de sun tens n’i ad plus. Ciò sente Roland, del suo tempo non ce n’è più.
Devers Espaigne est en un pui agut; Verso la Spagna sta, su un poggio aguzzo;
A l’une main si ad sun piz batud: con una mano si è battuto il petto:
«Deus! meie culpe vers les tues vertuz «O Dio, mea culpa verso la tua potenza
De mes pecchez, des granz e des menuz, dei miei peccati, dei grandi e dei piccoli
Que jo ai fait des l’ure que nez fui che io ho fatto dall’ora che fui nato
Tresqu’a cest jur que ci sui consoüt!» fino a questo giorno in cui qui sono colpito a
morte».
Sun destre guant en ad vers Deu tendut. Il suo guanto destro ha verso Dio teso:
Angles del ciel i descendent a lui. angeli dal cielo scendono a lui.
AOI.
CLXXVI
Li quens Rollant se jut desuz un pin, Il conte Roland giacque sotto un pino;
Envers Espaigne en ad turnét sun vis. verso la Spagna ha girato il suo viso.
De plusurs choses a remembrer li prist, Di molte cose a ricordare prese:
De tantes teres cum‹e› li bers conquist, di tante terre, come il barone le conquistò,
De dulce France, des humes de sun lign, di dolce Francia, degli uomini del suo lignaggio,
De Carlemagne, sun seignor, ki·l nurrit; di Carlomagno, suo signore, che lo allevò.
Ne poet müer n’en plurt e ne suspirt. Non può impedire né pianto e né sospiri.
Mais lui meïsme ne volt mettre en ubli, Ma non vuole mettere nemmeno sé stesso in
oblio,
Cleimet sa culpe, si prïet Deu mercit: dichiara la propria colpa, e domanda a Dio
misericordia:
«Veire Pate‹r›ne, ki unkes ne mentis, «O vero Padre, che mai non hai mentito,
Seint Lazaron de mort resurrexis San Lazzaro da morte resuscitasti
E Danïel des leons guaresis, e Daniele dai leoni salvasti,
Guaris de mei l’anme de tuz perilz salva la mia anima da tutti i pericoli
Pur les pecchez quë en ma vie fis!» per i peccati che nella mia vita feci!»
Sun destre guant a Deu en puroffrit; Il suo guanto destro a Dio offre in dono;
Seint Gabrïel de sa main l’ad pris. San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.
Desur sun braz teneit le chef enclin; Sopra un braccio teneva il capo chino;
Juntes ses mains est alét a sa fin. giunte le sue mani è andato alla sua fine.
Deus ‹li› tramist sun angle Cherubin Dio inviò il suo angelo Cherubino,
E seint Michel ‹de la mer› del Peril; e san Michele del mare del Pericolo;
Ensembl’od els sent Gabrïel i vint: insieme con loro san Gabriele venne.
L’anme del cunte portent en pareïs. L’anima del conte portano in Paradiso.
AOI.
Lezione 28 16/05
La lirica trobadorica
L’elemento di novità
«La novità [del movimento trobadorico] non consiste nel fatto che si canti in lingua romanza,
ma nel formarsi di un sistema di autori che elaborano un patrimonio comune di forme,
immagini, idee che riflettono, ma anche creano, le aspettative del pubblico delle corti. E un
modello letterario, culturale e musicale che ha fatto scuola in Europa»
(P. G. Beltrami, La filologia romanza, p. 211)
Il contesto e il pubblico
«[poesia] elaborat[a] nelle corti della Francia meridionale da poeti che appartengono alla
classe nobiliare, o che da essa traggono sostentamento, e che alla corte si rivolgono
come a un pubblico privilegiato e per lungo tempo esclusivo. Con il suo lusso, la sua vita
di relazione, il suo dinamismo politico la corte offre il luogo e i mezzi; alla corte la nuova
poesia fornisce consapevolezza culturale e politica [...] una poesia non solo
aristocratica, ma laica, nel senso medievale del termine, espressione delle
aspirazioni proprie del feudalesimo evoluto»
(L. Formisano, La lirica, in La letteratura romanza medievale, a
c. di C. Di Girolamo, Bologna, il Mulino, 1994, p. 66)
Estremi cronologici del movimento trobadorico: fine XI sec. – fine XIII sec.
ma il periodo classico di questa esperienza poetica si colloca nel pieno XII sec.
(tra gli anni Sessanta e Ottanta)
Modena, Biblioteca Estense Universitaria, alfa.r.4.4 (canzoniere provenzale D, metà del XIII
sec.)
In Italia l’eredità della lirica trobadorica è raccolta principalmente dai
poeti della Scuola poetica siciliana di Federico II (anni Venti del XIII sec.)
cfr. ad es.
- la cosiddetta canzone piacentina («O bella bella bella madona...»)
- la traduzione basso-piemontese dell’alba Reis glorios del trovatore
Giraut de Bornelh («Aiuta De’, vera lus et gartaç»)
- il caso controverso della Carta ravennate («Quando eu stava in le tu cathene»)
Sulle biografie della maggior parte dei trovatori si hanno soltanto notizie incerte
Oltre alle vidas, Uc de Saint Circ compone anche le razos ‘ragioni’ di alcune poesie
→ sorta di cappelli introduttivi ai testi, dedicati all’occasione compositiva
Cfr. ad es. la canso di Jaufre Rudel, Lanquan li jorn son lonc en mai (BdT 262.2), vv. 1-4, 8-
11
Lanquan li jorn son lonc en mai Quando i giorni sono lunghi in maggio
m’es belhs dous chans d’auzelhs de lonh, mi fa piacere il dolce canto di uccelli di lontano,
e quan me sui partitz de lai e quando me ne distacco (mi sono partito di là)
remembra·m d’un’amor de lonh: mi ricordo di un amore di lontano
[...] [...]
Ja mais d’amor no·m jauzirai Giammai d’amore non godrò
si no·m jau d’est’amor de lonh: se non godo di questo amore di lontano:
que gensor ni melhor non sai ché donna più gentile né migliore non conosco
ves nulha part, ni pres ni lonh da nessuna parte, né vicino né lontano
2. L’amante riserva alla domna la sua obediensa (‘obbedienza’, ‘vassallaggio d’amore’)
- Sirventes ‘sirventese’
(«canto di elogio o di scherno del sirven, del ‘giullare di servizio’», Formisano, La lirica, p.
75) per la tematica politica e morale, per gli attacchi personali, ecc.
2. Testimonianze indirette
- Un appunto di cronaca sulle nozze dell’imperatore tedesco Enrico III con Agnese
di Poitiers, figlia del duca Guglielmo VII d’Aquitania e futura zia di Guglielmo IX
(anno 1043)
Le nozze si celebrano in Germania, a Magonza e Ingelheim
(in territorio tedesco, area renana)
Enrico chiede di allontanare dal seguito della duchessa aquitana i giullari e i cantori
aquitani che desideravano celebrarla con i loro canti
Cfr. Hermannus Contractus, Chronicon:
«in vano histrionum favore nihili pendendo, utile cunctis exemplum, vacuos
eos et moerentes dimittendo, [Henricus] proposuit»
Trad.:
Non facendosi per nulla attrarre dalla vana popolarità offerta dai giullari,
Enrico diede un esempio utile a tutti: li mandò via tristi e a mani vuote
Punto secondo – Note sulle origini dei termini tecnici centrali della lirica provenzale
trobador ‘trovatore, poeta’, trobar ‘trovare’, nel senso di ‘poetare’
[NB: termini non attestati prima dello sviluppo della lirica trobadorica]
Cos’è un tropo?
Il termine tropo si designano due tipi di testi liturgici:
- un componimento in versi latini accompagnati da musica e inseriti o all’inizio o alla
fine del canto della Messa;
- versi applicati a gruppi di note di un canto liturgico che inizialmente non prevedono
testo (i cosiddetti melismi tipici del canto
gregoriano);
[cfr. le sequenze dopo l’Alleluia]
NB: il fatto che per definire poeti profani venga utilizzato un termine appartenente al
lessico tecnico della musica liturgica e il fatto che i primi trovatori chiamino le loro
liriche vers ‘verso’, termine che nella poesia liturgica è sinonimo di tropus è una
delle prove dello strettissimo legame esistente tra la nascita della poesia profana in
volgare e gli ambienti clericali / monastici
→ i primi trovatori dovevano avere familiarità con gli ambienti clericali in cui si
componevano tropi e sequenze in latino e in volgare
cioè le abbazie benedettine collegate a Cluny (studiavano lì, si formavano lì)
Emblematico il caso dei duchi d’Aquitania (casato di Guglielmo IX, primo trovatore):
i duchi d’Aquitania erano abati laici proprio di San Marziale di Limoges
→ Non è un caso che il primo trovatore sia legato così strettamente
a un centro monastico di fondamentale importanza per l’attività poetica (sacra)
in latino e in volgare occitanico che vi si svolgeva
Cfr. ad es. l’inno natalizio In hoc anni circulo, San Marziale di Limoges, XI sec.
In hoc anni circulo In questo volgere dell’anno
vita datur seculo, è data la vita al mondo,
nato nobis parvulo è nato per noi un bambino
de Virgine Maria. dalla Vergine Maria.
Lo záğal si sviluppa in Spagna tra IX e X secolo per iniziativa del poeta Muqaddam di
Cabra
Rispetto alle poesie d’amore dette muwaššaha (quelle che si chiudono con le harğat)
lo záğal è scritto in un arabo meno colto, più dialettale, quindi di registro più basso e
popolare, e a volte accoglie termini in mozarabico (cioè in lingua romanza)
1. Il serbatoio tematico delle Sacre scritture (ad es. il Cantico dei Cantici, o alcuni
Salmi, ecc.)
2. Versi e prose in latino (classico e medievale), d’amore e d’altro:
naturalmente l’opera del grande poeta di età classica Ovidio (spec. le Heroides ‘Eroine’)
ma anche autori più tardi, ad es. Venanzio Fortunato vescovo di Poitiers (VI sec.) quando
scrive alla regina merovingia Radegonda:
«amo ciò che lo spirito, non la carne desidera»
o quando afferma di avere scritto i suoi Carmina per papa Gregorio Magno
«quasi cavalcando o sonnecchiando»
(topos → cfr. Guglielmo IX, Farai un vers pos mi sonelh ‘Farò una poesia perché
sonnecchio’;
Farai un vers de dreit nien: «[il vers] fo trobatz en durmen / sus
un chivau» ‘la mia poesia fu composta dormendo su un
cavallo’)
Letture trobadoriche
1. La vida di Guglielmo IX d’Aquitania
2. Guglielmo IX, Ab la douzor del temps novel (BdT 183.1)
3. Raimbaut de Vaqueiras, Bella, tan vos ai preiada (BdT 392.7)
Lezione 30 18/05
- Letture trobadoriche: Guglielmo IX, vida
Ab la douzor del temps novel
canso di 5 coblas ‘strofe’ di 6 vv. ottosillabi ciascuna, rima aabcbc
mentre le chansons de geste non sono mises en roman, perché sono testi originali
(→ scritti subito in volgare)
- Ricorriamo ancora a Jean Bodel (Chanson des Saisnes, fine XII sec.), che distingue
la narrativa in versi del suo tempo in tre matières ‘materie’:
«de France» chansons de geste «voir chascun jour aparant»
«de Bretagne» romanzi arturiani «vain et plaisant»
«de Ronme la grant» romanzi ‘antichi’ «sage et de sens aprendant»
«Jean Bodel aveva già intuito due dati di grande importanza [...]: la
preponderanza e la ricchezza tecnica dell’intreccio nei romanzi bretoni e il forte
contenuto enciclopedico di quelli ‘antichi’»
La questione dell’intreccio è uno dei punti chiave, sul piano strutturale, per
distinguere il genere narrativo romanzesco dalla chanson de geste
[serie di poemetti comici appartenenti al genere della narrativa breve in versi, di fruizione
borghese (vicissitudini di Renart la volpe, Isengrin il lupo e altri animali)]
Per riassumere:
intreccio avvincente, dimensione fantastica, contenuti istruttivi (enciclopedismo)
→ elementi che per nelle ‘teorizzazioni letterarie’ dei contemporanei
(Jean Bodel, XII sec.; Jehan Maillart, inizio XIV) caratterizzano il romans
Per inquadrare meglio il genere del romans rispetto alla chanson de geste:
La chanson de geste
- recitata / cantata in pubblico dai giullari, in spazi ampi (piazze, sagrati)
- è popolare, nel senso che è rivolta a un uditorio vasto, variegato
- stimola l’identificazione di un’intera comunità nella figura dell’eroe, portabandiera
dei valori fondamentali di quella comunità
- non ci si aspettano colpi di scena, il finale è reso noto fin da subito, perlopiù il
pubblico già conosce la storia → ciò che importa è il senso (dimensione rituale,
cerimoniale)
Il romans - viene letto ad alta voce entro gruppi più ristretti (o individualmente)
- si rivolge a un pubblico meno vasto dell’epica
- stimola un’identificazione individuale con l’eroe che attraversa varie peripezie
- è caratterizzato da avventure, rovesci di fortuna, colpi di scena
→ obiettivo ludico (delitier ‘divertire’) o tutt’al più didattico (enseigner)
Hans-Robert Jauss, Cinq modèles d’identification esthétique
...l’eroe epico o leggendario risponde al bisogno della memoria collettiva di
glorificare un atto storico che deve restare memorabile ed esemplare nel corso della storia,
l’eroe del romanzo, simile al giovane principe delle fiabe, sollecita l’interesse, tipico del
lettore solitario, per l’avvenimento inaudito, al di là della realtà quotidiana, che risponde al
desiderio di avventure straordinarie e di perfetti
amori.
Prodezza e cortesia sono i valori che legano i cavalieri tra loro e al loro re Artù, primus
inter pares (è il re ma non è superiore agli altri); i cavalieri gli rendono un servitium
disinteressato
L’Artù storico, capo militare britannico, è citato in antiche cronache
(Nennio, Historia Britonum, IX sec.; Annales Cambriae, metà X sec.)
Coordinate storiche nebulose
(agiografie gallesi [XI sec.] lo presentano come un sovrano sanguinario)
- L’ampia articolazione delle avventure cavalieri arturiani nel grande ciclo di romanzi di
Chrétien de Troyes (seconda metà del XII sec.)
→ Chrétien detta la ‘grammatica’ dell’ideologia cortese-cavalleresca
pone le basi per le riscritture in prosa del XIII sec.
(ad es. di Robert de Boron, cui si deve lo sviluppo della leggenda del graal
in senso cristiano)
- Alberic de Pisançon, Roman d’Alexandre in octosyllabes (primo terzo del XII sec.)
- Roman d’Alexandre in decasyllabes (metà XII sec.)
- Alexandre de Paris, Roman d’Alexandre in alessandrini (fine XII sec.)
+ tutta una serie di branches ‘diramazioni’ autonome (sottobosco testuale)
Anche Leone di Napoli, arciprete (X sec.), traduce in latino lo pseudo-Callistene
→ Nativitas et victoria Alexandri Magni regis
Rey furent fort et mul podent Ci furono sovrani forti e molto potenti,
et de pecunia manent, e possessori di grandi ricchezze,
rey furent sapi et prudent vi furono re saggi e avveduti
et exaltat sor tota gent, e celebrati sopra ogni altro,
mais non i ab un plus valent ma non ve ne fu nessuno più valoroso
d’echest dun faz l’alevament; di questi del quale intesso le lodi
(‘faccio l’elevazione’):
contar vos ey pleneyrament vi voglio raccontare dettagliatamente
del Alexandre mandament. della potenza di Alessandro.