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Giacomo Leopardi

Il documento descrive la vita e il pensiero del poeta italiano Giacomo Leopardi. Racconta gli eventi chiave della sua vita e fornisce dettagli sul suo percorso intellettuale e culturale. Inoltre, riassume le principali correnti di pensiero presenti nella sua opera poetica e filosofica.

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Il documento descrive la vita e il pensiero del poeta italiano Giacomo Leopardi. Racconta gli eventi chiave della sua vita e fornisce dettagli sul suo percorso intellettuale e culturale. Inoltre, riassume le principali correnti di pensiero presenti nella sua opera poetica e filosofica.

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GIACOMO LEOPARDI

Vita
Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, un piccolo paesino della Marche
(Stato Pontificio) da una famiglia aristocratica ma che aveva difficoltà
economiche. La sua giovinezza fu influenzata dalla madre Adelaide Antici che
era anaffettiva, molto religiosa e preoccupata a mandare avanti la famiglia.
Padre conte Monaldo, affettuoso, aveva una vasta biblioteca dove si
formavano Giacomo e i fratelli, il limite era però che la cultura era molto
erudita, erano presenti tanti autori latini e greci e mancavano quelli
contemporanei. Il padre era reazionario, conservatore, contro le novità.
Quindi Leopardi si formò in un ambiente chiuso, bigotto e in un’atmosfera
priva di affetto.
Leopardi all’inizio era seguito da preti ma intorno ai 10 anni scelse di
continuare da solo per “7 anni di studio matto e disperatissimo”, dallo
Zibaldone. In questi anni si acculturò molto, imparò latino, greco, ebraico e
compose opere d’astronomia. Questa fase è lo specchio della cultura erudita,
senza modernità.
Tra il 1815 e il 1816 c’è la “conversione dall’erudizione al bello”,
l’immaginazione entra nella sua poesia, Leopardi abbandona erudizione e
comincia ad appassionarsi dei grandi poeti, Omero, Virgilio, Dante e inizia ad
avvicinarsi alla modernità, Goethe, Foscolo, Alfieri, Rousseau. Era amico di
Pietro Giordani, un classicista ma con idee democratiche e laiche. Nella
conferenza epistolare con lui trovò affetto e guida intellettuale, inoltre fa da
detonatore per la fuga di Leopardi nel 1819 perché riteneva Recanati natio
borgo selvaggio ma fu scoperto e sventato. Scaturisce una crisi con problemi di
vista e nel 1819 c’è la “conversione dal bello al vero”, da una poesia
immaginaria, della fantasia a una filosofica, ragionata e di pensiero. Leopardi
arriva lucidamente e con un processo di pensiero alla “percezione della nudità
di tutte le cose”. Questa concezione fa da perno del suo pessimismo.
Lo Zibaldone è una raccolta di pensieri, un diario intellettuale che raccoglie sia
la biografia che il suo lavoro sin dal 1817.
Col passaggio da bello al vero ci sono “I piccoli idilli” tra cui l’infinito.
Nel 1822 soggiorna a Roma dallo zio, ma non lo entusiasma, è troppo
monumentale, era agarofobico, gli ambienti letterali erano vuoti e superficiali,
senza interesse per la letteratura. Inoltre rimane deluso dal punto di vista
galante, non riesce a trovare una donna.
Per lui l’uomo su questa terra non può essere felice e ovviamente neanche
nell’aldilà perché era ateo. Concezione della malignità della natura.
Nel 1823 torna a Recanati e scrive le operette morali, dal 1823 al 1828, scrive
solo in prosa, non scrive poesie per la forte aridità interiore che va di pari passi
con la concezione della malignità della natura, matrigna, che si disinteressa
dell’uomo. Leopardi si dà all’identificazione dell’acerbo vero, crudo, senza
abbellimenti, solo con la prosa assume saggio stoico, non si fa toccare da nulla.
Con l’editore Stella si allontana dalla sua famiglia, viaggia a Milano, Bologna,
Firenze e a Pisa nel 1828 dove in un momento di serenità egli riprende a
scrivere versi, c’è il “Risorgimento poetico” infatti scrive alla sorella Paolina che
riprenderà a scrivere versi. Inizia la stagione dei “Grandi idilli” o “pisano-
recanatesi”.
Nel 1828 è attanagliato da gravi condizioni economiche e salutari, è costretto a
ritornare a Recanati, un ambiente terribile, si chiude nel palazzo paterno.
Nel 1830 ritorna a Firenze grazie ad amici che gli offrono un assegno di
mantenimento, qui si innamora di una donna reale, Fanny Targioni Tozzetti,
che lo riteneva solo un amico. A lei dedica il “Ciclo di Aspasia”, concubina ed
etere di Pericle, un democratico ateniese.
Nel 1833 si trasferisce a Napoli con Antonio Ranieri a cui dedica lettere
bellissime ma non si trova bene per l’ambiente molto idealista e cattolico visto
che era materialista e ateo. Qui scrive “La ginestra” che cresce sul Vesuvio.
Leopardi muore nel 1837 a causa dalle gravi condizioni fisiche, presso una villa
a Torre del Greco, assistito da Ranieri.
Il pensiero
Il pessimismo di Leopardi deriva dal ragionamento, non da condizioni fisiche,
non ne parla mai nello Zibaldone, ma è stato ricostruito dai critici a posteriori.
Al centro del pensiero di Leopardi c’è l’infelicità dell’uomo, era influenzato
dall’illuminismo e dal sensismo. Identificava la felicità con il piacere, un piacere
che si avverte con i sensi, materiale, non metafisico o spirituale. L’uomo aspira
a un piacere infinito per estensione e per durata. Ma su questa terra non
esiste, da ciò nasce il senso della nudità di tutte le cose e l’infelicità umana.
Esempio del cavallo, lavori duramente per ottenerlo ma poi ci sarà un altro
desiderio non appagato. Il piacere è inappagabile, non crea sistema filosofico
ma fornisce solo gli spunti.
In questa fase la natura è ancora una madre benigna e vuole il bene delle sue
creature, ha offerto un rimedio per l’infelicità: l’immaginazione e le illusioni
attraverso le quali l’uomo ha il volto velato sulla sua misera condizione.
Gli uomini antichi avevano un rapporto più spontaneo con la natura, ne
fluivano di più, si illudevano dello stato di felicità ed erano capaci di azioni
eroiche e magnanime dunque erano migliori dei moderni sia a livello civile che
culturale.
Pessimismo storico: il progresso della civiltà e della ragione ha messo sotto agli
occhi dell’uomo il vero allontanandoli dall’immaginazione e dall’illusione e li ha
resi privi di azioni eroiche: l’infelicità dell’uomo è dovuta a un dato storico e
dunque all’uomo stesso che con il progresso della civiltà, si è allontanato dalla
via tracciata dalla natura benigna e ha visto l’acerbo vero e dunque le azioni
eroiche sono precluse solo agli antichi, non esiste una felicità primordiale.
Pessimismo cosmico: ad un certo punto, la concezione di natura benigna entra
in crisi, l’unico suo interesse è la conservazione della specie, nulla le importa
del singolo individuo, il male è intrinseco nella natura stessa, diventata
matrigna perché ha instillato nell’uomo l’aspirazione della felicità ma non
dandogli i mezzi per poterla appagare. La concezione della natura non è più
finalistica, non opera più per un fine, cioè per il bene delle sue creature ma
diventa una concezione materialistica e meccanicistica, tutta la realtà è
materia ed è dominata da leggi meccaniche, adesso la felicità è dovuta a un
fattore esterna, la natura che vuole il male dell’uomo, è un dato eterno ed
immutabile di natura sul quale non si potrà fare nulla, il culmine di questa fase
di pensiero si trova nelle operette morali.
Pessimismo eroico: è l’ultima fase, Leopardi si trova a Napoli e scrive “La
ginestra”, riacquista l’atteggiamento titanico, sfidante in quanto eroicamente
lui assumerà un atteggiamento di protesta, di sfida contro la natura e invita gli
esseri umani a resisterle con la “social catena” così come la ginestra, che cresce
sulle sue pendici, resiste fieramente al Vesuvio.
L’immaginazione serve all’uomo per compensare, aiuta a costruire una realtà
parallela che cerca di appagare il mio bisogno di infinito. Le immagini “vaghe e
indefinite” aiutano ad appagare questo bisogno, da qui scaturisce la teoria
della visione, è piacevole la vista di un ostacolo, una siepe, un albero, una torre
perché allora il luogo della vista lavora e l’immaginazione e la fantasia
sottentra al reale.
C’è anche la teoria del suono, Leopardi parla di suoni “vaghi e indefiniti”, come
il canto che si allontana, che giunge dall’esterno verso l’interno di una stanza,
lo stormire del vento tra le foglie, il muggito degli animali. Associa i suoni
all’infinito. Tutto questo concorre a creare il bello poetico che deriva dal vago e
dall’indefinito. Ci sono parole come vago, lontano, notte, ultimo chiamate
poeticissime, suscitano piacere perché indicano una realtà vaga e indefinita.
Leopardi non è né un poeta classicista né uno romantico, quello suo si può
chiamare un classicismo-romantico, prese posizione nella disputa tra classicisti
e romantici (Madame de Stael) con 2 scritti “Lettera ai compilatori della
Biblioteca Italiana” e “Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica” ma
furono pubblicati solo quando era morto. Leopardi rifiuta il principio di
imitazione, le regole ferree, l’uso meccanico della poesia classica,
l’accademicità dei classici. Ai romantici rimproverava l’artificiosità retorica, il
gusto dell’orrido, del macabro, il predominio della logica sulla fantasia.
Leopardi è un classico-romantico perché per lui i classici sono l’esempio di
fantasia, spontaneità perché erano più vicini alla natura ma ha anche tratti
romantici come il titanismo e la soggettività dell’Io.
I Canti e le Canzoni
I “Canti” sono la raccolta che contiene tutte le liriche di Leopardi, dalla giovane
erudizione fino a “La ginestra” e “La luna”.
Ne fanno parte le canzoni scritte tra il 1818 e il 1823 che hanno un impianto
classicistico, le più importanti sono “All’Italia”, “Ad Angelo Mai”, “L’ultimo
canto di Saffo”, “Il Bruto minore”, la base del suo pensiero è il pessimismo
storico ma questa fase è caratterizzata da un titanismo eroico, si erge contro la
sua vile epoca storica, la “codarda etate”.
I Piccoli Idilli
Diversi sono gli idilli che scrive tra il 1819 e 1821, nel periodo dall’erudizione al
bello, pessimismo storico. “Idillio” deriva dal greco “Eidon” e significa
quadretto. Nella poesia greca erano poesie pastorali, descrivevano vita di
campi, serena, bucolica ma gli idilli di Leopardi non hanno nulla a che fare con
questo, nell’800 si era affermato l’idillio borghese delle regioni nordiche che
raccontavano di personaggi della media borghesia.
L’idillio per Leopardi è “sentimento, affezioni e avventure storiche dell’animo”
e vuole rappresentare dei momenti essenziali della sua vita interiore,
soggettività. Tutti gli idilli hanno una parte iniziale descrittiva e una finale
meditativa e contemplativa.
L’Infinito
L’infinito è stato scritto nel 1819 nella rivista “Il nuovo coglitore”, è composto
da una strofa in endecasillabi sciolti ma comunque risulta musicale grazie a
suoni e parole che sono “vaghe e indefinite”.
Leopardi dice che ha sempre amato il colle solitario e la siepe che funge da
ostacolo all’orizzonte, dietro cui immagina un infinito sensibile (vista-udito-
interiorità) non metafisico o divino. Seduto e guardando si immagina nel
pensiero: interminabili spazi, silenzi sovrumani, quiete profondissima e il cuore
non si impaurisce di fronte a questa immensità.
La poesia si divide in due parti costituite da 7 versi e mezzo.
La prima parte è descrittiva, la siepe e l’immaginazione dietro essa, il termine
che unisce è spaura e, tra cui si crea una sinalefe per fare l’endecasillabo ma
anche per raccordare tra i 2 momenti. La seconda parte è speculativa, compara
l’infinito che ha figurato in mente al fruscio del vento tra le foglie e sovviene
l’eterno ovvero tutte le azioni dell’uomo sono destinate a disperdersi nel
tempo, come la morte delle stagioni. E in questa meditazione Leopardi si perde
dicendo il naufragare m’è dolce in questo mare, ripetizione di a, il naufragio è
termine negativo ma riferito ai sensi, un ossimoro. Prima prova senso di
smarrimento, sgomento e poi si lascia andare nell’immensità dell’infinito
soggettivo dei suoi sensi.
La sera del dì di festa
La poesia è composta da una strofa di endecasillabi sciolti ma c’è comunque
musicalità e il poeta riflette sul proprio destino. Nella prima parte descrittiva
(vv. 1-24) si coglie il motivo dell’amore non ricambiato (non era reale) e della
natura ingannatrice, che ha condannato il poeta all’infelicità. La seconda parte
speculativa (vv. 24-46) tramite la riflessione di un artigiano che ritorna in casa,
introduce invece le tematiche dello scorrere del tempo che vanifica ogni
evento umano, della rimembranza, della delusione che si prova al
sopraggiungere di un’attesa ma vana felicità. Il filo conduttore tra le due parti è
che l’infelicità del poeta è destinata ad annullarsi nello scorrere del tempo, la
qual cosa fa sì che la sua disperazione iniziale si rassereni, e che egli si senta
parte di un destino universale.
Premea le piume= sineddoche che indica il letto.
Ringposizion, parola tedesca che indica una composizione ad anello, ritorno
sullo stesso tema, cuore che stringe.
Il passero solitario
Nei Canti questa poesia sta prima di ”Infinito” ma i critici pensano sia un
grande idillio perché è una canzone libera, formata da tre strofe in cui si
alternano endecasillabi e settenari senza seguire uno schema fisso, stessa cosa
per le rime, ce ne sono alcune interne. Il tema ricorda molto quello dei piccoli
idilli quindi è probabile che Leopardi in un secondo momento abbia rielaborato
spunti fatti in età giovanile. Usa spesso stringea core o intenerisce core.
Nella prima strofa descrive la campagna e il passero, nella seconda il poeta si
paragona all’uccello e nella terza c’è la riflessione. Come il passero solitario
ama trascorrere la sua vita da solo, lontano dagli altri uccelli, cosi il poeta non
ama la compagnia dei suoi coetanei e preferisce starsene in disparte. Tuttavia,
anche se la situazione in cui egli e il passero si trovano è identica, essi
andranno incontro ad un diverso destino: il passero, quando sarà arrivato alla
fine della sua vita, morirà senza rimpianti, perché la solitudine è per lui un fatto
naturale, il poeta, invece, quando la giovinezza sarà irrimediabilmente finita,
potrà solo rimpiangere ciò che non ha fatto e pentirsi di come ha vissuto. La
lirica esprime il senso di angoscia e di disperazione che prende il poeta quando,
scoprendosi solo, sente tutta la tristezza del suo vivere chiuso in se stesso. La
vecchiaia è noiosa, vuole sfuggire con la morte.
Le operette morali
Le operette morali sono scritte in prosa, è il pieno pessimismo cosmico, in
queste adotta il saggio stoico la cui caratteristica è l’atarassia, imperturbabilità,
non si fa toccare da niente. Pur essendo prose di argomento filosofico, non
hanno solo un fine teorico ma anche morale (da qui operette morali) e pratico,
Leopardi vuole scuotere la sua povera patria. Operette perché sono
componimenti brevi e nonostante fossero filosofiche, il diminutivo fa sembrare
il tono ironico. Leopardi adotta anche un atteggiamento ironico, un genere
serio-comico il cui modelo è rappresentato da uno scrittore greco chiamato
Luciano di Samosata, vissuto nel II secolo d.c ed ha scritto Dialogo con gli dei e i
Dialoghi marini, i dei pagani sono rappresentati come uomini viziati,
vanagloriosi, sciocchi e scrive anche Dialoghi con i morti che hanno un tono
satirico perché facendo parlare i morti mette in risalto tutto ciò di insensato ed
in generale la vanità del mondo.
I protagonisti delle operette morali sono personaggi mitologici, favolosi come
folletti e maghi ma anche storici come Plotino e spesso si mescolano.
Le operette non hanno solo una forma dialogata ma anche narrativa come “Il
cantico del gallo silvestre”.
La prosa che utilizza Leopardi è molto lucida, lingua tende a essere ironica ed
essenziale infatti affronta con un atteggiamento umoristico i soliti temi della
sua letteratura, l’impossibilità del piacere, la noia, il dolore e i mali materiali.
Mito e storia si intrecciano. L’ironia non è divertente, guarda con occhio cinico i
temi cruciali della poetica leopardiana. Il linguaggio lucido e arido serve per
arrivare all’acerbo vero.
Dialogo della Natura di un Islandese
La più importante operetta morale è Dialogo della Natura, personificata,
lettera maiuscola e di un islandese e lo spunto deriva da Voltaire, dall’opera
Storia di Jenni, parla dei flagelli che tormentano l’uomo. Sceglie l’islandese
come esempio dell’infelicità dell’uomo perché è minacciato dal gelo e dal
vulcano Hekla.
Lui cita Seneca, un filosofo antico dello stoicismo.
In questo dialogo Leopardi racconta delle sventure di un’irlandese che già di
per sé è svantaggiato vivendo in un luogo con temperature molto rigide, deve
affrontare anche la natura. Infatti l’irlandese cerca di scappare da essa fino a
finire in Asia dove incontra una donna di dimensioni spropositate, una sfinge
con le sembianze della madre di Leopardi che era anaffettiva e si preoccupava
solo di mandare avanti la famiglia proprio come la natura che si preoccupa solo
della conservazione della specie. La donna allora in quel momento lo informa
del fatto che è la stessa natura da cui scappa l’islandese. Allora Inizia un
dialogo tra irlandese e natura In cui l’irlandese accusa la natura di pensare solo
a se stessa. La natura risponde dicendo che lei non interessa che l’uomo sia
felice o infelice l’importante che sopravviva quello il suo unico scopo, dice che
quando fa del male all’uomo lei non se ne accorge, è tutta causalità se
succedono cose buone o cattive. Irlandese chiede alla natura che mi hai creato
a fare se non mi tratti male e fa metafora con un ospite a casa e poi chiede chi
è che beneficia o giova dell’infelicità dell’uomo, che viviamo affare però la
natura non risponde infatti il componimento termina con irlandese che esce di
scena. Leopardi propone ai suoi lettori un ironico doppio finale: l’Islandese
viene divorato da due leoni affamati che grazie a lui riescono a sopravvivere
per quel giorno; oppure, la natura edifica un mausoleo di sabbia, una cosa
grande ma inconsistente e l’islandese si trasforma in una bella mummia,
ritrovata in seguito da alcuni viaggiatori e collocata in un museo.
I grandi idilli
Nel 1828 Leopardi scrive alla sorella Paolina che è ritornato a scrivere poesie
nella vecchia maniera: i piccoli idilli. Si trovava a Pisa, infatti i grandi idilli sono
anche chiamati pisano-recanatesi.
L’aridità poetica è finita e c’è il Risorgimento poetico, ritorna l’immaginazione.
I primi componimenti sono “Il Risorgimento” delle sue capacità poetiche e “A
Silvia”, il più famoso. Poi ritorna a Recanati, 16 mesi di notte orribile, non
riesce a starci e scrive “La quiete dopo la tempesta” e “Il sabato del villaggio”,
“Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.
Vengono ripresi i temi dei piccoli idilli, quei quadretti lieti ma la sostanziale
differenza tra piccoli e grandi idilli è che qualcosa è cambiato nella concezione
poetica e esistenziale di Leopardi: le immagini liete che si trovano nei grandi
idilli si stagliano su uno sfondo nero, quello della concezione del vero, la
disillusione assoluta fondata sulla malignità della natura.
Dal punto di vista formale, Leopardi, con i grandi idilli inaugura la canzone
libera, non utilizza più endecasillabi sciolti come nei piccoli ma ora alterna
endecasillabi e settenari senza uno schema fisso. Anche le rime, le assonanze e
le cesure non hanno schema.
Questa fu una vera e propria rivoluzione per la letteratura italiana che seguiva
schemi fissi, l’esempio lampante sono le liriche di Manzoni.
Anche il linguaggio muta, non ci sono più le espressioni intense ricche di
pathos ma il linguaggio diventa più misurato, tenero e dolce perché si sente la
disillusione del poeta.
A Silvia
Silvia non era la donna amata di Leopardi, il suo vero nome era Teresa Fattorini
ed ere la figlia del cocchiere di casa Leopardi morta di tubercolosi. Sceglie il
nome “Silvia” perché era il nome letterario per eccellenza, dall’Aminta di
Torquato Tasso. Ci sono moltissimi aggettivi vaghi e indefiniti, Silvia non viene
descritta in particolare ma con vaghezza, così anche il mondo esterno. Non
abbiamo un’urgenza materiale, tutto è molto rarefatto, non concreto,
indeterminato. A Silvia è una canzone libera composta da 6 strofe in cui si
alternano endecasillabi e settenerai senza schema fisso.
Questa poesia parla della vita di Silvia e quella del poeta: due storie di
giovinezza negata Leopardi paragona la storia di Silvia, la fanciulla a cui è
dedicato l’idillio, alla propria; pur molto diverse negli aspetti materiali (Silvia
era una ragazza di umili origini che passava il tempo a dedicarsi ai lavori
femminili, mentre il poeta era un adolescente di famiglia aristocratica che
trascorreva le giornate a studiare nella biblioteca paterna), si assomigliano per
il fatto di essere storie di una giovinezza negata. Entrambe le vite sono state
infatti prematuramente segnate dal crollo delle illusioni, quei dolci inganni che
la natura dispensa agli esseri umani nel periodo dell’infanzia e
dell’adolescenza: Silvia è morta poco prima di godere dei doni della piena
giovinezza (e tu lieta e pensosa, il limitare / di gioventù salivi, vv. 5-6), mentre a
lui è toccato in sorte un precoce risveglio dai sogni alimentati da ragazzino.
Il dato della realtà della vita di Leopardi è sottoposto a vari filtri:
-Il primo filtro è fisico, la finestra, che lo distanzia dal mondo esterno ad
indicare che l’Io lirico di Leopardi è sempre staccato dalla realtà.
-Il secondo filtro è quello dell’immaginazione, il canto è percepito ma comincia
a pensare ad altro.
-Un altro filtro è la memoria, ricordando le cose le fa diventare vaghe e
indeterminate quindi poetiche perché per lui una cosa è poetica ma se
ricordata è “poeticissima”. Il poetico si trova nel passato.
-Vi è anche il filtro letterario, al canto di Silvia che cuce la tela si sovrappone il
canto di Circe dell’Eneide di Virgilio che cantava mentre i Troiani arrivavano sul
suolo italico, si tratta di una reminiscenza poetica tratta da Virgilio.
-L’ultimo filtro è quello filosofico, quest’illusione che è recuperata dalla
memoria è ora messa con il vero.
Le immagini che sentiamo sono filtrate attraverso questi filtri ma sono inoltre
accompagnate dalla consapevolezza dell’acerbo vero, della vanità del tutto.
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
Questo canto è stato composto tra il 1829 e il 1830 e l’idea è stata fornita a
Leopardi da un articolo del “Journal des Savants”, il giornale dei saggi, in cui si
parlava di pastori dell’Asia che cantavano parole tristissime.
E’ composto da 6 strofe libere ed è il corrispettivo poetico del “Dialogo tra la
Natura e un islandese”. Inizia con delle domande sulle vicende umane ma non
avranno risposte.
Si può parlare addirittura di pessimismo ipercosmico: il dolore è esteso non
solo agli uomini ma anche agli altri esseri viventi e agli astri. E’ funesto a chi
nasce il dì natale significa che la vita e la morte vanno insieme, proviamo
dolore sin dalla nascita, quindi piangiamo.
Questo canto è l’espressione più tragica della concezione del vero, Leopardi
non ha più speranze, ricordi, affetti e immaginazione ma è una speculazione
filosofica sull’esistenza e vita umana. Non c’è il vago e l’indefinito che crea un
minimo piacere ma c’è una coscienza netta, lucida del vero.
Vecchio (Vecchierel: canzoniere di Petrarca) che affronta mille avversità e alla
fine va in un abisso oscuro del vero. Le rime non seguono uno schema fisso ma
per dare importanza. Tedio è la comprensione dell’inutilità dell’esistenza
umana nella noia.
Nella prima stanza il pastore si rivolge direttamente alla luna e la interroga sul
senso del suo moto perpetuo constatando l’analogia che corre fra la
monotonia del corso lunare e quella della vita quotidiana del conduttore di
greggi. La luna è qui l’emblema della Natura, alla quale Leopardi non cessa mai
di rivolgere i suoi interrogativi.
Nella seconda strofa la vita umana è equiparata al cammino faticoso di un
vecchio infermo, perseguitato dalle avversità del clima e diretto all’ultimo
precipizio.
Nella terza i tormenti dell’esistenza sono estesi al neonato, che ha bisogno di
essere consolato già dalla nascita e poi nella crescita dei mali dell’esistenza,
con l’amara conclusione che «se la vita è sventura» sarebbe forse meglio non
nascere.
Se non è dato conoscerla all’uomo, forse la luna potrebbe sapere il senso della
vita e della morte – si chiede il pastore nella quarta stanza; da parte sua lui può
soltanto rispondere che la vita è dolore.
Nella quinta strofa un nuovo paragone, questa volta fra l’uomo e il gregge
(simbolo della naturalità animale), ribadisce l’infelicità umana: mentre il gregge
riesce infatti a riposarsi perché non ha memoria del dolore e non prova la noia,
l’uomo è sempre ‘ingombrato’ da «un fastidio», da un’accidia (noia,
depressione) esistenziale che non gli dà pace.
Forse se sapesse volare come un uccello o vagare fra le sommità dei monti
(figure dell’impossibile) l’uomo potrebbe essere felice; o forse e più
probabilmente l’uomo è condannato all’infelicità in qualunque circostanza e in
qualunque fase della vita e «funesto a chi nasce è il dì natale» (ultima stanza).
Il sabato del villaggio
"Il sabato del villaggio" è una lirica di Giacomo Leopardi scritta nel 1829 e fa
parte dei "Grandi idilli".
La lirica è composta da 4 strofe di lunghezza differente in cui si alternano
endecasillabi e settenari senza nessuno schema fisso, anche le rime e le
assonanze non hanno schema. Le immagini liete si stagliano su uno sfondo
nero della concezione del vero.
La poesia è divisa in due parti: una idillico-descrittiva e una riflessiva-
meditativa.
Nella prima parte (vv. 1-37) troviamo la descrizione della vita paesana,
nell’atmosfera di un sabato primaverile che volge al termine, quando gli
abitanti si preparano al successivo giorno di festa. Compaiono nel canto
numerosi personaggi che simboleggiano la giovinezza e la vecchiaia: la prima è
simboleggiata dai fanciulli e dalla donzelletta che ha raccolto un mazzo di fiori
per abbellirsi, mentre la seconda è simboleggiata da una vecchierella descritta
in una posizione di riposo mentre fila la lana e chiacchiera con le vicine
rifiugiandosi nei ricordi e infine lo zappatore e il falegname che sono
personaggi tristi, già ingannati dalla vita.
Nella seconda parte (vv. 38-51), il poeta riflette sul fatto che è inutile attendere
quel piacere che in realtà non giungerà mai, mentre continueranno ad esser
presenti noia e tristezza. Dalla settimana la riflessione sembra investire, poi, la
vita: la gioia della giovinezza ingenerata dall’attesa per l’età adulta, sarà tradita
da una maturità dolorosa e priva di piacere, proprio come la domenica
disullude l’attesa del sabato.
L’invito che chiude il componimento, rivolto a un ragazzo, "garzoncello",
simbolo dell’ingenuità e dell’inconsapevolezza umane, è a non farsi cogliere
dall’ansia di crescere, l’unica felicità possibile, infatti, è l’attesa di un benessere
a venire che, però, si rivelerà illusorio quando sarà raggiunto.
A se stesso
“A se stesso” è un canto che fa parte del “Ciclo d’Aspasia”, concubina e etere di
Pericle, per soddisfare sia piacere sessuale che intellettuale. Tutto il ciclo è
dedicato all’amore non corrisposto di Fanny Targioni Tozzetti, di cui era
innamorato ma era un amore reale, non appagato, nel titolo si capisce che si
rivolge a se stesso. Usa la canzone libera, è composta da una strofa, il ritmo è
simile a quello delle operette morali, il discorso è spezzato e interrotto per la
presenza di molti enjambement.
L’amore è l’ultimo inganno della sua vita, si rivolge al cuore, sta celebrando le
sequie dell’amore. Sia il desiderio che la speranza di cari inganni sono spenti.
Dice al cuore di disprezzare esso stesso, la natura con il suo potere maligno e la
vanità di tutto.
Infinita vanità del tutto: vanità della vanità e ogni cosa è vanità è tratto dal testo
biblico delle Ecclesiastiche.
Si sta avvicinando al pessimismo eroico.
Il lessico è spoglio, secco, i termini sono concreti e quelli in cui è concentrato il
pensiero sono collocati a inizio o a fine del verso.
La ginestra (vv. 1-51, 145-157, 237-317)
L'ultima fase del pensiero di Leopardi è il pessimismo eroico, creato dai critici
anche se non viene citato. Non c’è solo il distacco ma anche il titanismo ripreso
dai piccoli idilli, Leopardi si erge come un titano, sfida il presente, la natura
cattiva pur sapendo che essa prevarrà.
Introduce il concetto della social catena, la solidarietà degli uomini, resilienti
contro la natura. La ginestra o fiore del deserto, è l’emblema della resilienza
perché resiste nei climi più impervi, come sul Vesuvio, essa non abbassa il
capo, non smette di fiorire nonostante la consapevolezza di morire.
La ginestra è composta da 7 strofe libere.
All’inizio del verso c’è una frase tratta dall’apocalisse di Giovanni “E gli uomini
vollero piuttosto le tenebre che la luce”, posta come un’epigrafe visto che si
stavano diffondendo idee spiritualiste e progressisite. Leopardi fa una
profonda polemica contro queste nuove posizioni, che nascondono la vera
condizione umana. A Napoli, degli intellettuali chiedono a Leopardi il motivo
per cui avesse scritto le operette morali, piene di pessimismo mentre il
progresso e la bellezza stavano arrivando. Lui si arrabbia dicendo che il suo
pessimismo non si deve mai rapportare alle sue condizioni fisiche ma
all’intelletto.
Le strofe libere fatte da endecasillabi e settenari senza schema fisso e anche
rime.
Versi 1-51: Viene introdotta la ginestra, fa da interlecutore, fiore che solitario
cresce sulle pendici del Vesuvio e che offre a Leopardi lo spunto per
polemizzare contro coloro che sono soliti lodare le capacità umane.
Versi 145-157: Leopardi propone qui una soluzione di riscatto alla misera
condizione umana: l’unione e la collaborazione di tutti gli uomini contro la
comune nemica, la Natura.
Versi 237-317: Viene rievocata qui l’eruzione del Vesuvio del 70 d.C. che
distrusse le città di Pompei ed Ercolano. La Natura assume di nuovo l’immagine
di forza indistruttibile e insensibile. Dopo Leopardi torna qui all’immagine con
la quale si era aperta la canzone: quella della ginestra. Il docile fiore diventa
emblema del pensiero del poeta illuminato, che si erge contro la Natura
crudele e la stoltezza degli esseri umani.

Formidabile deriva da formido e significa spavento, paura riferito al Vesevo, un


latinismo per indicare il Vesuvio.
Con un’apostrofe si rivolge alla ginestra che si accontenta dei deserti, solo lei è
sul Vesuvio.
Erme (solitarie) campagne che circondano la città che fu dominactrice di
popoli, il viandante ricorda l’antica civiltà ormai perduta, si riferisce all’impero
romano, che assiste nel 79 d.c. all’eruzione del Vesuvio.
C’è un richiamo a Petrarca: compagna di afflitte fortune e sparse.
Amante della natura, antifrasi, la natura non gli è a cuore.
La natura distrugge tutte “Le magnifiche sorti e progressive”, in corsivo è una
citazione agli “Inni sacri” di Terenzio Mamiani, suo cugino, che aveva la
posizione del mondo progressista, sulla scia del positivismo, critica e ironia.
Io non posso conoscere masse felici di uomini infelici indicando l’infelicità è
soggettiva, non può sapere che si stanno diffondendo le idee progressiste.

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