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Riforma Agraria

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RIFORMA AGRARIA:

La riforma agraria è una ristrutturazione dei mezzi di produzione agricola, in particolare del suolo.
Spesso, con questa definizione, si intende una redistribuzione della proprietà delle terre coltivabili
attraverso un'espropriazione forzata, indennizzata o no, che l'amministrazione compie nei
confronti dei beni posseduti da grandi proprietari, per una successiva redistribuzione gratuita, o a
prezzo agevolato, in favore dei coltivatori privi di proprietà. Nella storia ci sono state numerose
riforme agrarie, spesso dovute a rivoluzioni o rivendicazioni violente da parte della classe
contadina dato che per queste persone terra è sinonimo di [Link] la duplice finalità di
redistribuire più equamente la terra, migliorandone al tempo stesso la produttività. Nel
redistribuire la terra dai grandi proprietari - tra i quali vi può anche essere lo Stato - verso i piccoli
proprietari, si favorisce una più equa distribuzione del reddito. Inoltre, eliminando le zone
scarsamente produttive del latifondo, si cerca di aumentare la produttività della terra delle zone
riformate. Allo stesso tempo, è possibile modificarne i prodotti o le tecniche, se le terre
espropriate sono sì produttive ma utilizzate male. Perciò, agli obiettivi di equità si è soliti associare
obiettivi di miglioramento qualitativo e quantitativo nello sfruttamento della [Link] tema della
riforma agraria, cioè di un intervento radicale posto in atto dal potere statale per introdurre
modifiche sostanziali nella struttura del mondo rurale, e in primo luogo nella distribuzione della
proprietà fondiaria, è stato patrimonio comune di quasi tutti i movimenti rivoluzionari di
ispirazione socialista in senso lato che si sono affermati nel corso del XIX secolo. le difficoltà
incontrate dal processo di collettivizzazione delle terre e il fatto che l'agricoltura, rispetto
all'industria, è risultata essere un elemento ritardante nelle economie a sviluppo pianificato. Ne
derivò un forte interesse storiografico che, portò all'inizio degli anni Settanta a una riflessione sulle
caratteristiche salienti delle esperienze di riforma agraria storicamente realizzatesi e
all'individuazione di due distinti modelli: uno di stampo riformista , finalizzato ad aumentare la
produzione agricola, a ridistribuire il reddito e a impedire che un sollevamento rivoluzionario
provocasse l'abbattimento dell'economia capitalistica; e uno di stampo radicale , volto invece a
distruggere proprio il rapporto di produzione capitalistico e a instaurare il socialismo,
contraddistinto dalla massiccia espropriazione di terre, spesso senza alcun indennizzo per i vecchi
proprietari, e dalla loro collettivizzazione. Notevole interesse suscitò, prima nel dibattito politico e
quindi in sede di interpretazione storica, anche la riforma agraria varata in Italia nel 1950.
Intervento di matrice riformista, in quanto volto a migliorare la produttività agricola senza
sconvolgere eccessivamente l'assetto vigente piuttosto che a favorire una più equa ripartizione
delle terre, la riforma fu subito oggetto di forti critiche da parte sia delle forze di sinistra che di
quelle azioniste e meridionaliste. Queste ultime, soprattutto attraverso gli scritti di Manlio Rossi
Doria che pure fu un convinto sostenitore di quell'iniziativa, contestarono l'eccessivo
frazionamento fondiario introdotto dalla legge e la sua sostanziale incapacità di promuovere un
energico sviluppo capitalistico dell'agricoltura. . La storiografia di ispirazione marxista evidenziò in
genere la contraddizione di fondo insita nella legge, quella cioè di voler promuovere nello stesso
tempo la diffusione della piccola proprietà contadina e lo sviluppo della grande azienda
capitalistica e la sua funzionalità come elemento determinante della strategia del consenso della
Democrazia cristiana. Tuttavia, pur denunciando alcuni evidenti limitidella legge (per esempio il
fatto che fu sicuramente più incisiva l'opera di trasformazione agraria e infrastrutturale connessa
alla riforma che non quella di redistribuzione fondiaria)Finita la guerra con il ritorno dei
combattenti, la fine delle grandi opere pubbliche e ilridimensionamento drastico delle attività
boschive divenne drammatico il secolare problema dell'occupazione. Iniziarono le lotte dei
braccianti, dei mezzadri e dei contadini che spinti dalla fame arrivarono ad occupare molti terreni
dei latifondisti. Le rivendicazioni, fortissime in Sila e nel Marchesato, culminarono, nel 1949, con
l'eccidio di Melissa ad opera della celere del ministro dell'Interno Mario Scelba. Mentre l'Italia si
avviava verso l'industrializzazione e quindi verso un sistema economico dove la forza lavoro,
impiegata nell'agricoltura, si sarebbe notevolmente ridotta, la sinistra italiana, e in modo
particolare i comunisti, guidarono le lotte contadine che avrebbero permesso loro di raggiungere
una posizione politica egemone nelle zone del Marchesato e in quelle interne della Sila. La riforma
fondiaria fu approvata in tre tempi successivi. I primi provvedimenti, riguardanti la Calabria,
furono emanati nel maggio del 1950 (Legge Sila). Seguì la “legge stralcio” del 21 Ottobre che
estese la riforma ai territori del Delta padano, della Maremma toscana, del bacino del Fucino
(Abruzzo), di alcune zone della Campania e della Puglia, del bacino del Flumendosa (Sardegna) ed
ad altre zone dell’ isola. Il provvedimento, finanziato in parte dai fondi del Piano Marshall, ma
anche ostacolato da settori dell’amministrazione americana, fu secondo alcuni studiosi la più
importante dell’intero dopoguerra.
La Cassa per il Mezzogiorno si assunse l’onore di realizzare investimenti per i miglioramenti
fondiari, nonché per l’istituzione di nuclei di assistenza tecnica, per indirizzare gli agricoltori nella
gestione delle nuove [Link] Cassa per il Mezzogiorno era un Ente pubblico istituito nel 1950, ,
allo scopo di programmare, finanziare ed eseguire opere straordinarie, funzionali alla formazione
di un tessuto infrastrutturale che favorisse l’insediamento dell’industria e lo
sviluppodell’agricoltura e della commercializzazione dei prodotti agricoli nell’Italia meridionale.
Durante il periodo della sua attività la Cassa concesse contributi a fondo perduto e finanziamenti a
tassi agevolati per il miglioramento e l’attuazione di iniziative pubbliche e private nei settori
industriale, agricolo, artigianale, turistico. I sostenitori del nuovo organismo ritenevano che un
intervento pubblico fosse necessario per spezzare il cerchio dell’arretratezza nel
[Link] sponda opposta, il Partito Comunista, fedele all’interpretazione gramsciana
della questione meridionale, sosteneva che il problema del Mezzogiorno fosse anzitutto un
problema di struttura politica e che un programma di opere pubbliche non avrebbero mai potuto
modificare la situazione; si sarebbe dovuto invece fare leva sulla riforma agraria, per riscattare le
classi contadine dalla loro antica emarginazione politica e portarle alla posizione di protagoniste
dello sviluppo del [Link] ben presto i contadini si trovarono, nei loro piccoli ed impervi poderi di
montagna, a competere con gli agricoltori del Nord Italia e del Nord Europa. La frammentazione e
la polverizzazione della proprietà terriera è e sarà il più grande ostacolo alla nascita di moderne
aziende agricole che, puntando su colture ad alta resa alternative a quelle tradizionali, avrebbero
potuto affrontare il mercato con successo.. Le cooperative agricole che, programmando le
produzioni e centralizzando la vendita dei prodotti, daranno all’agricoltura quel carattere
imprenditoriale che era venuto meno con la divisione delle terre. Si ebbe una migliore resa delle
colture che da estensive diventarono intensive e quindi un migliore sfruttamento delle superfici
utilizzate. Dopo il 1960 i fondi destinati all’agricoltura scesero al di sotto del 50% del totale e venne
fatto più largo spazio alle spese per l’industrializzazione.

Il clima di tensione che attraversarono le campagne meridionali nell'immediato dopoguerra -


soprattutto in Calabria e in Puglia - spinse il Governo a varare provvedimenti di riforma agraria,
destinati a modificare l'assetto delle campagne italiane. Il 4 maggio 1950 venne approvata la "legge
Sila", destinata alla Calabria, ed in particolare ad una parte dell'altipiano calabro e del litorale
jonico. Nell'ottobre 1950 la "legge stralcio", che riguardava il comprensorio del Delta padano,
Maremma tosco-laziale, Fucino, Campania, Puglia, Lucania, Molise e Sardegna. Questa legge
prevedeva un programma di scorporo e di riforma molto ampio. Complessivamente i terreni
sottoposti a riforma coprivano un totale di circa 750.000 ettari, quasi tutti nell'Italia centro
meridionale.
Per quanto riguarda la Sicilia la realizzazione della riforma venne demandata all'approvazione degli
organi regionali. Approvata con legge della Regione il 27 dicembre 1950, il provvedimento fissava i
limiti della proprietà terriera entro i 200 ettari, il vincolo per le aziende oltre 100 ettari di sviluppare
ordinamenti colturali secondo le direttive degli ispettori agrari, l'obbligo della trasformazione
fondiaria per tutte le proprietà superiori ai venti ettari, la diretta attribuzione dei lotti agli assegnatari
senza interventi da parte degli enti di riforma. L'attuazione della legge consentì l'insediamento, nelle
diverse unità produttrici (poderi, quote e lotti), di 121.621 nuclei famigliari, pari a circa
trecentomila lavoratori. Furono espropriati, complessivamente, 749.210 ettari, di cui 47.942 nel
Delta padano, 210.097 nella Maremma e nel Fucino, 196.937 in Puglia e Lucania, 84.865 in
Calabria, 108.253 in Sicilia e 101.561 in Sardegna.

Gli obiettivi politici della riforma miravano a placare le tensioni sociali nelle campagne meridionali,
cercando di mantenere la mano d'opera nelle attività agricole e di ricostruire un tessuto sociale
ancorato alla campagna, partecipe e cointeressato alle sorti del sistema democratico repubblicano.
Obiettivo della Dc era anche di eliminare le condizioni che favorivano il consenso al PCI e ai
movimenti sindacali della sinistra da parte dei contadini poveri del Mezzogiorno.

La Cassa per il Mezzogiorno

Nel quadro della politica di riforme che caratterizza l'opera del governo De Gasperi, veniva istituita
con legge del 10 agosto 1950 la Cassa per il Mezzogiorno. Questo provvedimento si poneva
l'obiettivo di favorire la realizzazione di opere di infrastrutture (sistemazione dei bacini montani e
corsi d'acqua, bonifiche, irrigazioni, viabilità, acquedotti, fognature ecc.), di programmazione e di
sostegno ai fini dello sviluppo delle regioni meridionali e di alcune aree depresse del Centro-nord.

Nell'arco di un decennio, dal 1950 al 1960, la Cassa per il Mezzogiorno approvò 169.202 progetti,
per un importo di 1.403 miliardi, dei quali 1.029 riguardavano progetti nel settore delle opere
pubbliche e 374 il settore privato. Certamente non furono trascurabili i benefici di questi
provvedimenti ai fini dello sviluppo del Mezzogiorno. Tuttavia le innegabili trasformazioni che il
Mezzogiorno conobbe negli anni successivi al 1950, non riuscirono a sanare gli squilibri sociali ed
economici delle regioni del Sud, né a colmare il dislivello nei confronti delle regioni settentrionali.
Anzi, l'eccezionale sviluppo delle aree industriali del Nord, offrendo lavoro e speranze al lavoratore
meridionale, incise in maniera non trascurabile nell'esodo dal Mezzogiorno che, nel giro di
vent'anni avrebbe visto quattro milioni di lavoratori abbandonare la propria terra.

Altre riforme sociali

I primi anni Cinquanta vedono anche la realizzazione di altre riforme di carattere sociale: il Piano
Ina-case, promosso da Fanfani, con l'obiettivo di contribuire alla soluzione del problema degli
alloggi a basso costo; il Piano per il rimboschimento e per i cantieri di lavoro, tendenti a risolvere i
problemi della mano d'opera; un vasto programma di addestramento professionale che, tra il 1949 e
il 1952, interessò circa 270.000 lavoratori; la riforma fiscale, varata da Ezio Vanoni nel gennaio
1951, per ridurre l'evasione fiscale ed introdurre un più equo sistema di accertamento e di
imposizione, che prevedeva una dichiarazione annuale dei redditi da parte del contribuente e
avviava l'Italia verso un più moderno sistema fiscale.
La politica estera

Sul piano della politica estera, l'azione di De Gasperi si sviluppò sulla linea di un
crescente impegno europeista(1). Il 20 novembre 1848, invitato alle Grandes Conférences
Catholiques di Bruxelles affermò che l'Italia era pronta ad imporsi "quelle auto-limitazioni di
sovranità che la rendono sicura e degna collaboratrice di una Europa unita in libertà e democrazia".
In seguito, accolse la proposta lanciata da Schuman di una "Comunità europea del carbone e
dell'acciaio" (Ceca) e partecipò alla conferenza per l'organizzazione dell'esercito europeo a Parigi,
nel febbraio 1951.

Dopo l'adesione dell'Italia al Patto atlantico (1949)(2)(3), duramente contestata dalle sinistre, De
Gasperi cercò di sviluppare un nesso tra europeismo ed atlantismo, pur muovendosi in un contesto
internazionale reso difficile dall'inizio della guerra fredda.

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