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Cap.

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RIVOLUZIONE E CONTRO RIVOLUZIONE: IL BIENNIO ROSSO

1. LA CRISI EUROPEA: ALLA RICERCA DI NUOVI ASSETTI

1.1 Il declino dell’Europa


Dal punto di vista economico, il principale fattore che aveva reso drammatica la crisi europea fu la
riconversione delle industrie: nei cinque anni di guerra le industrie produssero solo materiale
bellico, e la riconversione consisteva appunto nel riconvertire in tempi rapidi le produzioni per
adeguarle alle necessità del tempo di pace, chi non riuscì in questo fallì, altri ci riuscirono, ma con
grosse difficoltà.
Conseguenze: La riconversione era un processo che necessitava di somme quantità di denaro, per
cui gli stati di indebitarono, l’inflazione aumentava sempre più per via dell’enorme quantità di
cartamoneta stampata durante la guerra, gli stati iniziarono ad intraprendere politiche protezioniste
per proteggere i mercati interni.
Solo intorno al 1925-26 l’economia poté riprendere il suo ciclo espansivo.

1.2 La dipendenza economica dell’Europa


La guerra aveva prosciugato le ricchezze di molte potenze europee, come la Francia, l’Inghilterra e
la Germania. Gli Stati Uniti e il Giappone furono le potenze che risentirono meno delle devastanti
conseguenze belliche; infatti, gli Stati Uniti diventarono il nuovo centro economico mondiale e
possedevano quasi la metà della riserva mondiale di oro il ché permetteva loro di poter effettuare
prestiti agli stati belligeranti, diventando così esportatori di capitali.
Il Giappone, negli anni di guerra, ebbe il ruolo di fornitore di prodotti industriali alla Cina, all’India
e all’Indocina e la sua produzione quintuplicò.

1.3 Politica e Cultura: i nuovi modelli ideologici per uscire dalla crisi
Mi sembra evidente che se all’interno di una società ci sia una crisi economica delle dimensioni di
quella di questi anni, non ci potrà che essere una conflittualità sociale, che si manifesta con scioperi
e tumulti dei più diversi strati sociali.
In questo periodo di totale scompiglio, iniziarono a prendere forma nuove teorie economiche, come:
 Il corporativismo: questa teoria nasce dall’idea che sia il capitalismo che il liberismo sono
strategie economiche del tutto errate, dal momento che il primo non portava altro che
l’arricchimento di pochi, mentre il secondo predicava la lotta di classe. Per cui entrambe le
strategie dovevano essere superate consegnando il controllo dell’economia nelle mani dello
stato, il quale era considerato come il supremo regolatore della vita economica e sociale. Con
questa teoria, ogni settore economico doveva essere organizzato in corporazioni (costituite da
rappresentanze operaie, tecniche, imprenditoriali ecc..), le quali prendevano direttive dai vertici
statali per gestire l’andamento economico.
Ideologia politica: Se il liberalismo si basava sulla concezione dello stato visto come entità che
deve difendere i diritti dell’individuo, con il corporativismo l’individuo doveva essere
subordinato allo stato, il quale viene visto come il portatore del bene comune, dal momento
che in una società dovesse prevalere il bene comune e non quello dell’individuo.


 
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A questa concezione se ne aggiunge un’altra a cui si rifanno figure come Hitler e Mussolini:
Il Cesarismo: colui che teorizzò questa ideologia fu Spengler, il quale in una sua opera,
intitolata “Tramonto dell’Occidente”, scrisse che la società necessitava di individui speciali che
esercitassero il potere in maniera dispotica e autoritaria. Il potere del Cesare, uomo
eccezionale, veniva legittimato con la sua capacità si mettersi in sintonia con i veri bisogni delle
masse.
Secondo questa concezione, l’unico modo per uscir fuori dalla crisi era quello di lasciarsi travolgere
dal totalitarismo.

1.4 Politica e società: nuove richieste di partecipazione politiche


La crisi che l’Europa si trovava ad affrontare non fu soltanto di tipo economica, ma anche sociale,
dal momento che le istituzioni si dimostrarono del tutto incapaci di percepire le novità che il
conflitto mondiale aveva prodotto.
I soldati tornarono nelle proprie terre dopo una stremante guerra durata 5 anni, la quale
rappresentava un bagaglio di esperienze difficile da dimenticare. Si trovarono a combattere in nome
della patria, avevano stretto rapporti di solidarietà con i propri compagni e la ricompensa dei loro
sacrifici non fu altro che la disoccupazione e un’inflazione che colpì fortemente i salari degli operai
e gli stipendi degli impiegati.
Per cercare di alleviare la forte delusione dei reduci nacquero diverse associazioni di ex
combattenti, nuovi sindacati e nuovi partiti politici con lo scopo di cercare nuovi legami di
solidarietà.
La reazione dello stato liberale di fronte alle numerose richieste e agli inevitabili cambiamenti che
la guerra aveva prodotto fu del tutto inadeguata. La conflittualità sociale veniva considerata come
una questione di ordine pubblico facilmente risolvibile. Questo atteggiamento non fece altro che
aumentare il disprezzo popolare nei confronti del sistema parlamentare e ad accrescere l’idea
che la libertà del cittadino dovesse essere sacrificata alle esigenze superiori della nazione.