Sei sulla pagina 1di 7

L’Italia nel secondo dopoguerra

Il bilancio della sconfitta

Nelle prime ore della mattina dell'8 maggio 1945, in tutte le città e in tutti i centri abitati d'Italia, le campane
delle chiese suonarono a lungo per annunciare che la guerra in Europa era finita. Però nelle città del Nord si
sparava ancora tra fascisti e partigiani; nella Venezia Giulia ed in Istria, l'avanzata della IV divisione iugoslava,
appoggiata dai partigiani locali forte del concorso di una divisione dell' Armata di Montgomery, aveva
provocato scontri, ritorsioni, eccidi. I morti su tutti i fronti erano oltre 400.000; nell'estate 1945, centinaia di
migliaia di italiani erano ancora prigionieri sia in Germania ma anche degli Alleati, i quali avevano allestito
campi di prigionia in Campania e in Toscana. I danni materiali erano ingenti; la produzione industriale
ridotta ad un terzo di quella d'anteguerra. L'agricoltura era stata gravemente colpita soprattutto nel Centro
e nel Nord; i raccolti restarono per anni insufficienti a garantire i bisogni dell'alimentazione. I prezzi si
impennarono. In tale contesto, accanto al contrabbando, si sviluppò rigogliosamente la mala pianta del
mercato e in Sicilia la mafia riprese più forza che mai. La crisi dell' 'industria e dell' agricoltura fece dilagare
la disoccupazione. In Sicilia si costituì un movimento indipendentista che non esito ad fornire un esercito
clandestino. Nel Nord gruppi di ex partigiani si mostravano riluttanti a deporre le armi e gli operai
innalzavano le bandiere rosse sulle fabbriche occupate; nel Centro e nel Sud i contadini poveri e i braccianti
invadevano le terre incolte e i latifondi. Tutto ciò portò a un panorama di rovina e disordine, sia sociale che
politico.

I primi governi dell'Italia libera: Bonomi, Parri, De Gasperi

Il 5 giugno 1944, mentre le divisioni alleate entravano in Roma liberata, il re Vittorio Emanuele III,
osservando gli accordi, firmo a Ravello il decreto coi quale affidava al principe Umberto la luogotenenza
generale del regno; sempre secondo quanto già stabilito, Pietro Badoglio presentò allora le dimissioni dei
governo. In quei giorni fu formato, d'intesa con i CLN e con i rappresentanti alleati, un ministero guidato dal
socialista riformista Ivanoe Bonomi. L'atto più importante del nuovo governo fu il decreto del 25 giugno
1944. Tutti i cittadini italiani ventunenni, maschi e femmine, avrebbero deciso con un referendum la forma
istituzionale dello Stato: Monarchia o Repubblica. Poi sarebbe stata eletta un'assemblea costituente alla
sarebbe spettato il compito di elaborare la nuova Costituzione. L'emanazione del decreto fu considerata
-non a torto - una presa di posizione rivoluzionaria, in quanto interrompeva formalmente l' ordinamento
costituzionale stabilito dallo Statuto Albertino. II decreto dei giugno 1944, se da un lato soddisfaceva l'
impegno assunto nel marzo di quell'anno da tutte le forze politiche italiane, dall'altro veniva incontro alle
richieste di rinnovamento radicale avanzate dai partiti della Sinistra. In realtà il presidente del Consolo, era
più propenso a conservare che a rinnovare. Fu quanto emerse, sia per ciò che riguardava il problema dell'
epurazione, (cioè dell'eliminazione dei filofascisti dalla vita pubblica e dalle istituzioni), sia in occasione di
una crisi ministeriale che nel novembre 1944 spostò su posizioni più moderate l'asse del governo,
diminuendo l'influenza dei comunisti e dei socialisti. Nel giugno 1945 il ministero fu affidato ad un “uomo
nuovo”, Ferruccio Parri , leader del Partito d'azione, vicecomandante del Corpo Volontari della Liberta . Il
ministero era sorretto da tutti i partiti del CLN; posizioni di rilievo furono riservate ai rappresentanti dei
partiti maggiori: al socialista Pietro Nenni la vicepresidenza; al democratico-cristiano Alcide De Gasperi gli
Esteri; al comunista Palmiro Togliatti la Giustizia. Le Sinistre credevano anzitutto necessario sbarazzarsi, col
voto referendario, della monarchia, complice del fascismo, legata a tutti i centri del potere tradizionale;
dopo aver affrontato con intransigenza i problemi dell'epurazione, si sarebbe posto mano alla riforma
agraria e alla riforma fiscale. Queste esigenze, portate avanti dal Partito d'azione, dai comunisti, dai
socialisti, fecero emergere, nell'ambito stesso dei partiti del CLN, un'opposizione moderata che fini col
trovare i suoi punti di forza nel Partito liberale e nella Democrazia cristiana. Questi gruppi credevano che
fosse necessario <opporre una diga> contro le forze rivoluzionarie avanzanti minacciosamente in Italia e nel
mondo; volevano mantenere la continuità istituzionale e politica dello Stato e conservare, dunque, la
monarchia per screditata che fosse. Nel novembre 1945 il Partito liberale decise di aprire la crisi: chiedendo
lo scioglimento dei CLN e il ripristino dei prefetti di nomina regia, costrinse alle dimissioni il governo Parri. La
formazione nel dicembre di un gabinetto di coalizione presieduto da Alcide De Gasperi , leader della
Democrazia cristiana, non sembrò sulle prime interrompere la linea di equilibri seguita da Bonomi e Parri.
Ma de Gasperi era destinato a rimanere ininterrottamente alla presidenza del Consiglio dal dicembre del
'45 all'agosto del 1953

Il referendum e l' Assemblea Costituente

Le forze progressiste ottennero un decisivo successo nel voto per il referendum istituzionale che il 2 giugno
1946 pose agli Italiani la scelta fra Monarchia e Repubblica. Gli Italiani votarono a maggioranza in favore
della Repubblica. Lo “scarto” non fu travolgente: il 54% scelse la Repubblica. Il referendum rivelo una
frattura nel paese: al Centro e al Nord orientati per la Repubblica si contrappose il Sud dinastico. Umberto II,
dopo qualche esitazione, fini con l'accettare il risultato della consultazione e volò verso l'esilio. Oltre che per
il referendum, il 2 giugno si era votato anche per l'elezione dell'Assemblea costituente. La maggioranza dei
suffragi tocco ai grandi partiti di massa.

Il sistema dei partiti

Dalle elezioni del 2 giugno 1946 emerse la fisionomia di un' assemblea carica tanto delle certezze quanto
delle incognite: nessuno dei partiti disponeva della maggioranza. In tale contesto la Democrazia cristiana,
forte dei suffragi ottenuti tra gli elettori delle città e delle campagne, tanto del Nord che del Centro e del
Sud, si pose come elemento di equilibrio, di mediazione e di guida. I democratico - cristiani avanzavano
istanze riformatrici, pur esigendo il rispetto delle strutture sociali esistenti: nei programmi di ricostruzione
d'un paese devastato dalla guerra, prevalsero le scelte liberiste che ponevano al margine l'intervento dello
Stato e difendevano la sovranità dell'impresa privata e la centralità del mercato. A sinistra le speranze
popolari erano orientate verso il Partito Socialista guidato da Pietro Nenni. Tra i militanti avanzarono due
linee diverse, suggerite dalle scelte politiche dell'ora: da una parte i gruppi che cercavano un accordo con il
mondo liberale, occidentale e borghese, per costruire un socialismo "possibile", dall'altra le correnti che
esigevano la fedeltà all'alleanza con i comunisti e l'allineamento con le direttive politiche dell' Unione
Sovietica. Il Partito Comunista Italiano (PCI), rappresentava un'esperienza nuova nella nostra storia politica.
Il PCI, divenuto un autentico partito di massa, presente nel governo ove aveva assunto la gestione di
ministeri chiave, intendeva dirigere il processo di trasformazione democratica del paese. Il segreto del
successo è consistito nella capacita del partito di <aderire a tutte le pieghe della società italiana>, di porre
accanto alla difesa degli interessi del proletariato di fabbrica la gestione delle lotte contadine nel
Mezzogiorno. Particolare attenzione il Partito comunista riservava al colloquio con i cattolici. Come già il
Partito socialista all'inizio del secolo cosi il Partito comunista nel secondo dopoguerra seppe raccogliere
tutte le spinte e le opposizioni che movevano la società italiana. II Partito Liberale Italiano, ridotto, dalle
elezioni del'46 ad un gruppo minoritario, trovo qualche compenso al calo elettorale nell'adesione di grandi
intellettuali quali Benedetto Croce e Luigi Einaudi nonché nei legami che riuscì a stringere con gli ambienti
imprenditoriali del Centro-Nord e con gli esponenti del grande capitale agrario meridionale. Nell'estrema
destra dello schieramento si organizzarono formazioni monarchiche che cercarono di raccogliere in
momenti politici gli elettori che il 2 giugno avevano votato per i Savoia. Si trattava, per lo più, di
rappresentanti dei ceti nobiliare della borghesia conservatrice. Dopo alterne vice de si definirono due aree
diverse: il Partito Nazionale Monarchico, e il Partito monarchico Popolare. Si unirono nel Movimento Sociale
Italiano quanti, restando fedeli alla memoria di Mussolini all'idea del fascismo. Un breve cenno spetta anche
a L'Uomo Qualunque, un movimento politico fondato nel 1944. Questi, proponendosi come difensore dei
cittadini angariati da tutti i governi, rivolse la sua polemica, spesso dozzinale, tanto verso le vecchie quanto
verso le nuove classi.

L'approvazione del trattato di pace

Il 10 febbraio 1947 l'ambasciatore Antonio Lupi firmò a Parigi il trattato di pace che gli Alleati imposero
all'Italia come nazione sconfitta. Nei documenti diplomatici pubblicati in quella occasione l'Italia fu sempre
indicata come u paese nemico o ex nemico, una definizione, questa, che era in forte contrasto con il
sentimento diffuso nell'opinione pubblica. Il trattato richiese all'Italia la riduzione delle sue forze armate, il
pagamento di un'indennità di riparazione, poi ridotta e in alcuni casi simbolica alle nazioni aggredite. Sul
confine alpino-occidentale l'Italia dovette accettare qualche rettifica che incluse il passaggio alla Francia di
alcune cittadine; alla Valle d'Aosta fu concesso uno statuto speciale. Sulla frontiera alpina nord-orientale
l'Italia conservo I Alto Adige, impegnandosi, però, a consentire ampie autonomie amministrative e
linguistiche alla provincia di Bolzano. Dei possedimenti d' oltremare il Dodecaneso fu attribuito alla Grecia;
l'Albania, l' Etiopia, la Libia tornarono indipendenti. L'Eritrea fu unita all'Etiopia; la Somalia, dopo un periodo
di amministrazione fiduciaria gestita dall'Italia, nel 1960 ottenne l'indipendenza. Più complessa era la
situazione sul confine orientale, ove il Trattato di Rapallo, stipulato nel 1920, aveva incluso una popolazione
slava. Nel 1945 la Iugoslavia avanzo i suoi diritti di nazione uscita vittoriosa dal conflitto dopo la durissima
occupazione tedesca. Le spettò tutta l'Istria e, insieme ad essa, le città di Zara e di Fiume, nonché la maggior
parte della Venezia Giulia, tranne la provincia di Gorizia. Trieste, e l'area ad essa circostante, venne
dichiarata Territorio Libero di Trieste (TLT), e quest'ultimo, fu diviso in due zone: la zona A, gravitante
intorno alla città, che passo sotto l'amministrazione alleata; la zona B che fu affidata all'amministrazione
iugoslava. Qui non si spense il conflitto tra le due nazionalità: Nel 1954 le forze militari alleate sgombrarono
la zona A del TLT, sicché Trieste risulto, allora, di fatto tornata all'Italia e solo nel 1975 il trattato di Osimo
concluse la controversia assegnando la zona A all' Italia e al zona B alla Iugoslavia. La notizia delle condizioni
imposte dal trattato di pace suscitò in Italia un'ondata di amarezza e di malcontento. La rettifica del trattato
da parte della Costituente diede luogo a veementi proteste. Tuttavia ciò pose termine all' occupazione
militare alleata e contribuì a fare riacquistare all' Italia la posizione di Stato Sovrano che le spettava.

Nel 1947 la "guerra fredda" pone fine all' unità antifascista

I risultati delle elezioni del giugno 1946 avevano consentito che sopravvivesse, almeno formalmente,
l'alleanza tra partiti antifascisti. L'alleanza fu tuttavia, destinata a venir meno nei cruciale anno 1947. Con
sciamo i presupposti della crisi: tra il 1945 e il 1946 l'URSS aveva trasformato in una cintura di “Stati satelliti”
le democrazie popolari che erano sorte alla fine della guerra nell'Europa centro orientale; nei primi mesi dei
1947 Truman aveva clamorosamente denunciato al “mondo libero” la minaccia dell'espansione sovietica. In
quello stesso anno il segretario di Stato americano Marshall, proponendo il suo imponente piano di aiuti
economici, tentava di attrarre nell'orbita statunitense i paesi dell'Europa occidentale. Nel quadro di queste
vicende internazionali assunse maggior risalto la scissione che, lacerò il PSIUP. A seguito della scissione,
Nenni annuncio il ritiro dal governo della delegazione socialista e De Gasperi presento al capo dello Stato le
dimissioni del Gabinetto. Infatti il nuovo Gabinetto tripartito (DC, PSI, PCI) presieduto da De Gasperi duro
pochi mesi soltanto. Con questo stratagemma, per la prima volta, comunisti e socialisti erano esclusi dalle
responsabilità del governo. Iniziò così un fortissimo scontro tra i demo-cristiani e la Sinistra.

La Costituzione repubblicana

Nonostante la scissione socialista del gennaio 1947, la solidarietà di tutti i partiti che erano stati del CLN
sorresse - lo ripetiamo - i lavori dell'Assemblea con il compito di elaborare il testo della Costituzione
repubblicana. Questa fu approvata con larghissima maggioranza ed entra in vigore il 1° gennaio 1948. Nei
Principi fondamentali formulati nei primi 12 articoli si intrecciavano gli accenti più significativi della
tradizione culturale e politica italiana: insieme alla rivendicazione liberale dei diritti dell'uomo e del
cittadino, assumeva rilievo il richiamo socialista alla priorità dei problemi del lavoro; accanto alla
dichiarazione di neutralità dello Stato in materia religiosa ed alla rivendicazione della liberta dell'individuo
per tutto ciò che concerne la fede ed il culto, si poneva il riconoscimento dei diritti storici maturati dalla
Chiesa in un paese cattolico, quali erano stati sanciti dai Patti lateranensi. La rottura con il fascismo era
esplicita, non solo nel solenne ripudio della guerra, ma soprattutto nella progettazione di uno Stato fondato
sulla volontà dei cittadini elettori e sulla sovranità del Parlamento. A quest'ultimo si attribuiva il compito di
elaborare e proporre le leggi, dare e revocare la fiducia ai governi, eleggere il presidente della Repubblica,
un supremo magistrato in carica per sette anni, dotato di scarsi poteri autonomi, ma “rappresentante l'unita
nazionale”.

Le elezioni del 18 aprile 1948

Nell'Italia libera, i prezzi erano saliti nei confronti dell'anteguerra, con effetti disastrosi sul potere d'acquisto.
Mentre i partiti della Sinistra proponevano di controllare l'inflazione col razionamento dei consumi e con l'
introduzione di prezzi politici, nel monocolore formato da De Gasperi prevalse la linea proposta da Luigi
Einaudi. Si ridusse la spirale inflativa e si pareggiò il bilancio anche a spese della massa dei consumatori.
Venne, infatti, abolito il prezzo politico del pane e furono aumentate le tariffe di tutti i servizi pubblici. Si
svalutò la lira favorendo le esportazioni ed incoraggiando l'industria. La linea deflazionistica proposta da
Einaudi fece recuperare alla lira il potere di acquisto, ma fini col favorire le imprese più forti e per
costringerne molte altre a ridurre la produzione e a licenziare gli operai. La celebrazione del salvataggio
della lira, unita all'esaltazione degli aiuti americani del Piano Marshall, consolidò il governo De Gasperi e fu
una delle premesse della vittoria della Democrazia cristiana alle elezioni del 1948. La campagna elettorale fu
aspramente combattuta tra due schieramenti contrapposti: da una parte le liste del Fronte del Popolo,
dall'altra la DC. La prova elettorale fu presentata come lo scontro fra la “libertà occidentale” e
l'“oppressione comunista”. Ebbero buon gioco nella polemica le drammatiche vicende cecoslovacche. A
Praga, infatti, i comunisti, poche settimane prima, avevano preso il potere con un colpo di Stato. Le elezioni
segnarono il trionfo della DC. L'11 maggio 1948 il nuovo Parlamento elesse alla presidenza della Repubblica
Luigi Einaudi; Alcide De Gasperi, inaugurando la prassi costituzionale, rassegno le dimissioni nelle mani del
presidente neoeletto.
I governi quadripartiti di centro (1948~1953)

Alla vittoria del 18 aprile 1948 seguirono anni di indiscussa egemonia della Democrazia cristiana che
governo il paese con una serie di coalizioni centriste quadripartite dirette da Alcide De Gasperi. Lo statista
trentino fece riforme "caute e ben dosate". I settori privilegiati d'intervento furono la riforma fondiaria e la
Cassa per il Mezzogiorno. Risalgono al 1950 i primi procedimenti, ricordati anche con il nome di Antonio
Segni, che si risolsero, in sostanza, nell'esproprio di quasi 800.000 ettari di terra collocati per lo più nel
Mezzogiorno e nelle Isole. Assegnatari delle terre furono oltre 113.000 contadini capifamiglia che sarebbero
diventati proprietari dopo il pagamento dell'ultima rata trentennale. Gli Enti di Riforma, costituiti al centro
di ogni zona, avevano il compito di programmare le opere di bonifica, creare le infrastrutture, finanziare
l'acquisto di macchine e materiali. I risultati furono inferiori alle aspettative. Nonostante questi limiti la
riforma cancellò molti privilegi, assestò un duro colpo alla proprietà assenteista, scosse il quadro immobile
dell'agricoltura italiana: la Democrazia cristiana colse i frutti politici dell'operazione egemonizzando la
Confederazione dei Coltivatori Diretti (COLDIRETTI) che, nei primi anni Cinquanta, organizzava un milione di
famiglie contadine. Sempre nel 1950, furono approvate le leggi che istituivano la Cassa per il Mezzogiorno:
avvicinandosi, non senza incertezze, ad una linea keynesiana. La Cassa assunse la programmazione e la
gestione delle terre di bonifica e della costruzione delle infrastrutture che potevano sostenere tanto la
riforma agraria quanto lo sviluppo industriale. L'indirizzo cautamente ma decisamente riformatore, non
manco di suscitare preoccupazioni soprattutto nel Partito liberale. Nelle elezioni amministrative del 1951 e
del 1952 iniziarono a calare, soprattutto nel Sud, i consensi sino allora ottenuti dal partito cattolico:

La seconda legislatura repubblicana (1953-1958). La crisi del centrismo

Alle elezioni del 7 giugno 1953 i partiti di centro subirono una notevole flessione, ma gli eredi della politica
di De Gasperi (morto nel 1954) continuarono per dieci anni a governare il paese dirigendo coalizioni. Nella
Democrazia cristiana emerse una nuova generazione che si era formata organizzazioni giovanili dell'Azione
(Amintore Fanfani, Aldo Moro, Mariano Rumor). Erano tutti uomini sensibili ai problemi della società
contemporanea e esigevano il distacco della DC da: le gerarchie ecclesiastiche, il capitale agrario, i monopoli
industriali. La nuova DC estendendo la sua influenza sugli enti pubblici a partecipazione statale (IRI, ENI,
Cassa del Mezzogiorno), consolidando la sua partecipazione al capitale azionario delle grandi banche,
avrebbe sollecitato e diretto lo sviluppo moderno del paese. Il nuovo indirizzo trovo i due suoi momenti più
significativi nel Piano Vanoni (1954) e nella creazione del ministero delle Partecipazioni statali (1956). Il
“piano decennale” inseriva elementi di programmazione nel futuro sviluppo del reddito e dell'occupazione.
Però fu aberrato dagli imprenditori e rimase inoperante. Questo ministero tendeva ad accentrare i poteri di
vigilanza statale nei diversi settori della produzione. Attribuendo all'ENI una posizione di rilievo per lo
sfruttamento degli idrocarburi nella Valle padana, poneva le premesse per la nazionalizzazione dell'energia
elettrica. Tra il 1955 e il 1957 il ministero fu retto da Antonio Segni. In questi anni venne firmato a Roma il
trattato della Comunità Economica Europea (CEE)

Il "miracolo economico italiano" (1951 - 1962)

Anche in Italia, nel corso degli anni Cinquanta, come negli altri paesi dell'Occidente, si delineò una fase di
espansione industriale senza precedenti. Tra il 1951 e il 1962 l'accumulazione del capitale raggiunse un
indice elevato e crebbero gli investimenti; il numero degli operai di fabbrica sali di circa 2 milioni. Altrettanto
rilevante fu l'avanzata del terziario e dei servizi. A questo processo di espansione impetuosa si e dato il
nome di miracolo economico. Gli studiosi hanno indicato tra i presupposti principali del decollo fu la
disponibilità di un abbondante serbatoio di mano d'opera a buon mercato. e la scoperta di giacimenti di
idrocarburi e metano nel centro-nord Italia. Fu allora che l'Italia entro nel club dei 10 paesi più
industrializzati del mondo e la società civile si inserì con onorevolezza nei consumi dell'Europa occidentale.

I limiti e le contraddizioni dello sviluppo. (1963-1964)

Infatti, negli anni del miracolo, si aggravo in Italia il divario tra Nord e Sud, tra l'industria e l'agricoltura, tra
fabbriche d'avanguardia e fabbriche antiquate. La disoccupazione continuo ad avere tassi elevati, la
condizione operaia rimase difficile. Sotto il profilo economico il boom italiano degli anni Cinquanta fu
segnato dal forte squilibrio tra il ritmo di sviluppo dell'industria e quello dell'agricoltura. La trasformazione
fu accompagnata da un massiccio esodo dalle campagne alle città, soprattutto dal Mezzogiorno verso il
Triangolo Industriale.

I contrastanti inizi del Centro Sinistra (1958-1960)

Nella seconda meta degli armi Cinquanta l'assetto del paese si trasformo profondamente. Il momento
culminante della lunga <svolta> fu segnato dalle vicende del 1956, l'anno che i contemporanei come
<indimenticabile> e <terribile>. Il punto di partenza di tutto fu il XX Congresso del Partito comunista
sovietico, tenuto a Mosca nel febbraio 1956. Il congresso condannò la dittatura di Stalin, insieme fece
balenare la possibilità di una pacifica coesistenza tra le potenze. Nell'opinione italiana, come in tutta
l'opinione mondiale, si scatenarono infuocate discussioni. Il dibattito fu particolarmente intenso nel Partito
Comunista. La base chiese che venissero ristabiliti la liberta di opinione e il libero dibattito; denunciò inoltre
gli errori commessi dall'URSS. Il vertice del partito, guidato da Togliatti oppose qualche resistenza, (non
volendo tradire l' URSS) e ciò portò a una defezione di massa (= moltissimi tra inscritti e simpatizzanti si
allontanarono dal partito). Diverso fu l'atteggiamento del PSI. Pietro Nenni condannò l'intervento russo in
Ungheria; il partito, prese definitivamente le distanze dal modello sovietico e dichiarò la sua disponibilità ad
una futura collaborazione con i cattolici e i moderati. La possibilità di un'alleanza fu favorita, nell' 1958,
dall'elezione al soglio pontificio di Angelo Giuseppe Roncalli (papa Giovanni XXIII) che auspicò la pace nel
mondo e la collaborazione tra socialisti e cattolici. La nascita dei governi di centro-sinistra si inquadra nel
contesto generale che abbiamo descritto; la nuova formula sembro ottenere il segnale di via libera in
occasione delle elezioni politiche del maggio 1958. L'opposizione veniva dagli industriali e dalla proprietà
terriera: i detentori della ricchezza temevano le nazionalizzazioni reclamate dai socialisti. Questi gruppi
erano appoggiati dai partiti della Destra monarchica e fascista e dai liberali, ma trovarono un idoneo
strumento di difesa e di lotta nella forte corrente che si costituì all'interno della DC, grazie alla saldatura dei
conservatori della Destra con parte del Centro. Nacque così la corrente dei dorotei (il nome deriva dal
convento ove si tenne la prima riunione). I dorotei, conquistata la maggioranza, costrinsero alle dimissioni
Fanfani e, per il momento, diedero scacco alla politica di centro-sinistra.

II nuovo segretario della DC, il barese Aldo Moro, non intendeva, tuttavia, accantonare l'apertura a sinistra,
ma soltanto riservarla a tempi più maturi. II processo di avvicinamento al Centro-sinistra sembrò interrotto
nel 1960. In questo clima il Movimento sociale fu autorizzato dal governo a tenere il suo congresso
nazionale a Genova. La popolazione non tardo a rispondere: si ebbero dimostrazioni e scontri con la polizia.
Il congresso del Movimento sociale dovette essere sciolto. Nel luglio si ebbero scontri con la polizia
autorizzata all' uso della forza, con vittime tra i manifestanti in tutta Italia. La riuscita proclamazione d'uno
sciopero generale rivelo che ogni tentativo di svolta autoritaria suscitava una decisa opposizione di massa.

I governi di Centro-Sinistra

Nel marzo 1962 Amintore Fanfani formo il primo governo di centro-sinistra. La nazionalizzazione
dell'energia elettrica, colpiva una delle principali concentrazioni del capitale privato e, con la creazione
dell'ENEL, poneva nelle mani dello Stato uno strumento importante per orientare i futuri investimenti
produttivi. Altrettanto significativa la legge che estendeva l'obbligo scolastico ai 14 anni di età e creava la
Scuola Media unica. Però la Borsa crollò e la fiducia degli imprenditori venne meno: disoccupazione,
agitazioni e proteste si diffusero nel paese. Nel dicembre 1963 i socialisti del PSI entrarono, finalmente, a far
parte del governo. Aldo Moro divenne presidente del Consiglio. Nel suo discorso di presentazione Moro
promise tutto. Molti non furono soddisfatti e abbandonarono il PSI, formando un nuovo partito, il PSIUP. In
un contesto reso difficile sia dalla recessione economica, che innescava la tensione sociale e la protesta
operaia, sia dalla ricorrente minaccia della Destra, Aldo Moro, resse imperturbabilmente tre ministeri.

L'autunno caldo del '68 e la nascita della Nuova Sinistra

II congelamento delle riforme e il fallimento - almeno parziale - del grande disegno riformatore dei primi
anni Sessanta, insieme alla recessione economica, ai conflitti sociali ed ai riflessi d'un movimento di protesta
di respiro mondiale, contribuirono a far sorgere, nell'“autunno caldo” del 1968, la Nuova Sinistra italiana. In
quei mesi il mondo operaio era agitato da forti tensioni. Superata la recessione del ’63-‘64, i lavoratori
esigevano un nuovo trattamento salariale. Negli stessi tempi vedeva la luce una costellazione di gruppi
rivoluzionari: Movimento studentesco, Potere operaio, e il Manifesto (un gruppo formato, all'inizio, da
intellettuali). Sembrò allora che, il proletariato di fabbrica fosse stato attratto dalle loro influenze.