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Razza e storia.

Razza e cultura
Claude Lévi Strauss è stato un antropologo, psicologo e filosofo francese. Tra i suoi contributi alla psicologia scientifica
c’è l’applicazione del metodo di indagine strutturalista agli studi antropologici. Fondamentali i suoi studi sulle civiltà
del mondo e sull’analisi del “selvaggio”. Cercò di applicare la linguistica strutturale di Saussure all’antropologia. I suoi
studi riguardano la famiglia e il mito. Lévi Strauss connettendo cognitivismo e antropologia arricchisce il tema
dell’anti-etnocentrismo e del relativismo dell’antropologia. Attraverso la ricerca di strutture logiche comuni che poi si
manifestano in molteplici forme di concettualizzazione umana, comprendisibili solo nel contesto etnografico di
riferimento, riconosce il carattere di sistematicità e razionalità del modo di vivere e pensare dei popoli tribali. Durante
la Seconda Guerra Mondiale egli scelse la via dell’esilio negli Stati Uniti. Rientrare non fu facile perché le tracce della
tragedia erano ovunque soprattutto nelle idee. Al momento di affrontare la ricostruzione del continente, gran parte
del mondo politico e intellettuale e i rappresentanti delle Resistenze concordano che il ripristino della pace tra i
popoli doveva passare per la condanna del razzismo biologico e della nozione “biologica” di razza. Lévi Strauss fu tra
gli intellettuali europei più attivi in questa operazione culturale guidata dall’UNESCO. La condanna morale e
scientifica del razzismo è strettamente collegata alla fondazione delle Nazioni Unite. L’UNESCO nasce nel 1945, con
l’obiettivo di promuovere la presa di coscienza dei pericoli dell’intolleranza e del razzismo. L’UNESCO lanciò un
programma per combattere il razzismo. La sua prematura morte non fermò i lavori del gruppo e nel 1952 esce il
primo documento in cui si nega qualsiasi correlazione tra la differenza fenotipica nelle razze umane e la varietà delle
caratteristiche psicologiche, intellettive e comportamentali.
La nozione di “razza” nel titolo è puramente biologica e indica un insieme di individui che appartengono a una stessa
specie e presentano una serie di caratteri che li accomunano e contraddistinguono rispetto agli altri membri di quella
specie, caratteri che si trasmettano ai loro discendenti. Quando si tratta degli uomini, però, non c’è nessun criterio
scientifico in base al quale distinguere rigorosamente le razze. Il concetto di razza umana viene utilizzato nel
linguaggio comune, sulla base del fatto che fra gli uomini esistono molte differenze di aspetto.
La nozione di “storia” cui allude il titolo è la storia concettuale dei filosofi, una storia universale all’interno della quale
l’umanità seguirebbe un percorso lineare e univoco in direzione del progresso, in cui tutte si troverebbero unite in
un’unica civiltà. Si tratta però di un’idea schematica, priva di contenuti specifici. In apertura Strauss dichiara che
“parlare di contributo delle razze umane alla civiltà mondiale” è quanto più lontano dai suoi intenti. Egli precisa che
occorre distinguere il concetto puramente biologico di razza umana da quello di cultura. L’originalità delle produzioni
culturali delle varie società e quindi dei contributi che queste hanno dato il progresso della civiltà mondiale, si spiega
con il fatto che diverse sono le circostanze storiche, geografiche sociolinguistiche in cui le culture sono sorte e si sono
sviluppate. La varietà delle culture è un fatto normale e inevitabile, perché queste si affermano in luoghi e tempi
diversi. Anche quando si tratta di culture vicine nel tempo e nello spazio che entrano in contatto, agiscono sempre
delle forze che spingono ciascuna cultura a mantenere una propria identità, grado ottimale di differenziazione di una
cultura umana rispetto alle altre. Le diversità tra le culture, nonostante sia un fenomeno naturale, continua ad essere
considerata come una sorta di scandalo da giustificare. L’atteggiamento più frequente e radicato è quello noto come
etnocentrismo, che consiste nel ritenere la propria cultura come superiore, e nello squalificare le altre come
espressioni di un’umanità imperfetta, quella dei cosiddetti “barbari” o “selvaggi”. Le dichiarazioni dei diritti dell’uomo
e i sistemi filosofici e religiosi hanno tentato di contrastare questo atteggiamento e di affermare l’uguaglianza di tutti
gli uomini, ma tali affermazioni si scontrano con una diversità che si verifica tra gli individui e la società. Per rendere
conto di tale diversità, l’uomo moderno ha dato vita ad un falso evoluzionismo: le culture che hanno preceduto nel
tempo quelle più avanzate, e che sono rimaste arretrate dal punto di vita tecnologico, sono tutte considerate tappe
precedenti di un unico percorso che va in direzione del progresso ed è destinato a condurle tutte alla stessa meta
finale. Per questa ragione si continua a parlare di culture “primitive”: tutti gli uomini sono uguali e tutti arriveranno
allo stesso grado di evoluzione, rappresentato dalla civiltà, ma per alcuni il cammino è ancora lungo.
Ogni società ha un passato che ha una durata e che è la stessa per tutte le società e che ha condotto ognuna al punto
in cui si trova ora. Si può supporre che le varie società abbiano fatto un uso diverso del loro tempo. Cosò Strauss
giunse a distinguere due tipi di storia: una storia cumulativa, in grado di sintetizzare le invenzioni e le acquisizioni
conseguite in un certo campo per compiere un balzo evolutivo in avanti, e una storia stazionaria, che, pur realizzando
delle conquiste, non riesce a metterle insieme e a sfruttarle per produrre questo salto. Il progresso, però, procede a
salti. Noi tendiamo a ordinare in una successione temporale che ordina queste tappe l’una dopo l’altro, nel senso di
uno sviluppo. Sono tappe che in realtà sono state contemporanee tra loro: l’Homo sapiens è stato contemporaneo o
addirittura ha preceduto l’uomo di Neanderthal. Noi siamo in grado di riconoscere che c’è una storia cumulativa solo
dove le conquiste di una certa società e di una certa cultura vanno in senso analogo a quello della nostra.
Se una cultura coltiva valori diversi dai nostri, siamo incapaci di attribuire a questi un significato. Per chi appartiene
alla società occidentale, rappresentano un progresso soltanto quelle acquisizioni che comportano un avanzamento
tecnologico, il valore cardine della civiltà. La società occidentale si sta imponendo in tutto il mondo come modello di
civiltà e diverse aree del pianeta stanno seguendo il suo esempio, industrializzandosi e tecnologizzandosi. Strauss
ribatte a questo in due modi: questo processo è avvenuto spesso in maniera forzata, attraverso la colonizzazione, a
scapito delle popolazioni coinvolte; se diverse aree del pianeta stanno compiendo lo stesso balzo, significa che in
queste società si sono create le condizioni per favorire tale stato evolutivo. Tra qualche millennio non ci si porrà
nemmeno la questione di quale società abbia compiuto per prima certi passi, ma si riconoscerà che tutte hanno dato
il loro contributo al processo.
Il progresso evolutivo che si è aperto con la rivoluzione industriale è ancora agli inizi, sarà necessario attendere a
lungo per valutare quale sia la sua portata effettiva e se sia destinato a trionfare su altre linee evolutive. Né la
nozione di razza né quella di storia, presenti nel titolo dello studio, rientrano propriamente nel campo dell'
antropologia strutturalista, ma rappresentano i confini entro cui le ricerche di questa si muovono. La nozione di razza
è puramente biologica e indica un insieme di individui che appartengono a una stessa specie e presentano una serie
di caratteri che li accomunano e li contraddistinguono rispetto agli altri membri di quella specie, caratteri che si
trasmettono ai loro discendenti. Quando si tratta degli uomini, però, non c'è nessun criterio scientifico di base al
quale distinguere rigorosamente delle razze: i vari tentativi di classificazione ne hanno individuate da 3 a 60. Il
concetto di razza umana, dunque, non è rigorosamente scientifico, anche se lo si continua a utilizzare nel linguaggio
comune, sulla base di una constatazione, cioè che tra gli uomini esistano molte differenze di aspetto. In ogni caso,
ammesso che di razze umane si possa parlare, queste sono oggetto di studio non dell'antropologia culturale ma dell'
antropologia fisica, che si occupa dell’uomo dal punto di vista fisico-morfologico.
La nozione di storia è invece la storia congetturale dei filosofi, cioè l'idea di una storia universale all'interno della
quale l'umanità seguirebbe il percorso lineare e univoco in direzione del progresso. Il discorso di Strauss si muove
dall'idea astratta di una civiltà mondiale, concetto che compare già nelle prime righe del saggio. Con essa si fa
riferimento alla meta ideale della storia congetturale. Il conseguimento, da parte di tutte le società esistenti, di un
medesimo e massimo grado di progresso, in cui tutte si troverebbero unite in un'unica civiltà. Si tratta in ogni caso,
come afferma lo stesso autore, di un’idea alquanto schematica, priva di contenuti precisi, rispetto alla quale viene
generalmente definito il supposto grado di avanzamento e progresso di ciascuna razza, società e cultura.
Secondo Strauss, Razza e Storia, cerca di conciliare la nozione di progresso con il relativismo culturale, nozione di
progresso che indica soprattutto l’Occidente, ma siccome la diversità equivale alla diseguaglianza il relativismo può
essere considerato solo in generale.
Secondo Lèvi-Strauss la diversità è funzione non tanto dell’isolamento dei gruppi quanto delle relazioni che li
uniscono; il relativismo non considera le culture come universi chiusi, ma come “coalizioni” perché la storia
dell’umanità è segnata dal contributo di tutte le culture, eppure la diversità delle culture non è percepita dall’uomo
come un fenomeno naturale, ma come uno scandalo. Lèvi-Strauss affronta il problema dell’etnocentrismo che
designa la tendenza di ogni società e cultura a correlare l’esaltazione e la difesa della propria visione del mondo al
rifiuto delle costruzioni della stessa natura prodotte da mondi diversi. Dunque l’adozione di una posizione relativista è
poco riscontrabile nei fatti.
Razza e cultura
Quando cerchiamo di caratterizzare le razze biologiche in base a proprietà psicologiche particolari ci scostiamo dalla
verità scientifica. Gobineau, considerato padre delle teorie razziste, non intendeva l’ineguaglianza delle razze umane
in senso quantitativo, ma qualitativo. Infatti per lui le grandi razze primitive (la bianca, al gialla, la nera), che
formavano l’umanità agli inizi, non erano diversi in valore assoluto, ma diverse nelle loro particolari attitudini. Il
peccato dell’antropologia consiste nella confusione fra il concetto puramente biologico di razza e le produzioni
sociologiche e psicologiche delle culture umane.
Le culture umane sono molto più numerose delle razze umane perché le prime si contano a migliaia e le seconde a
unità; inoltre al contrario della diversità fra le razze che dipende dalla loro origine storica e distribuzione nello spazio,
la diversità fra le culture pone dei problemi perché ci si chiede se costituisca per l’umanità un vantaggio o un
inconveniente.
Diversità delle culture
Le culture umane non differiscono fra loro allo stesso modo, né sullo stesso piano. Per capire come e in che misura le
culture umane differiscano tra loro bisogna stabilirne l’inventario. Innanzitutto le società “selvagge” o “primitive”
furono precedute da altre forme la cui conoscenza è impossibile, quindi l’inventario non può essere del tutto
completo.
La diversità delle culture dunque è presente ma è anche nel passato.
Il problema della diversità non riguarda solo i rapporti tra culture, ma esiste anche in ogni singola società nella
divisione in caste, in classi, anzi probabilmente la diversificazione interna aumenta quando la società diventa più
omogenea. Il concetto di diversità delle culture non è statico e nessuna società si è sviluppata nell’isolamento da tutte
le altre.
L’etnocentrismo
L’atteggiamento più antico consiste nel ripudiare le forme culturali più lontane da quelle con cui ci identifichiamo,
così l’antichità confondeva tutto quello che non faceva parte della cultura greco-romana sotto lo stesso nome di
“barbaro” che poi è divenuto “selvaggio”.
La nozione di umanità è dunque di espansione limitata. Contestando l’umanità di coloro che appaiono i più selvaggi o
barbari assumiamo un loro atteggiamento tipico in quanto il barbaro è innanzitutto l’uomo che crede nelle barbarie.
Allo stesso tempo l’uguaglianza naturale fra tutti gli uomini è deludente perchè trascura una diversità di fatto.
Il termine falso evoluzionismo spiega come la diversità delle culture sia solo apparente perché se si considerano i
diversi stati in cui le società umane si trovano come stadi o tappe di un unico svolgimento è chiaro che la diversità
diventa solo apparente. L’umanità diventa una solo che tale unità e identità non possono realizzarsi se non
progressivamente e la varietà delle cultura illustra i momenti di un processo che dissimula una realtà più profonda.
L’evoluzionismo sociale inoltre è anteriore a quello biologico, ma non può essere provato scientificamente.
Ogni società può suddividere le culture in tre categorie:

 quelle che le sono contemporanee, ma che si trovano situate in un altro punto del globo;
 quelle che si sono manifestate approssimativamente nello stesso spazio, ma che l’anno preceduta nel tempo;
 quelle che sono esistite sia in un tempo anteriore sia in uno spazio diverso in cui essa si colloca.

Questi tre gruppi sono conoscibili in modo disuguale. Delle civiltà scomparse conosciamo solo alcuni aspetti e il
procedimento consiste nel considerare alcuni aspetti come tutti gli aspetti, ma in realtà non tutte le società attuali
sono evoluzioni di quelle primitive.
Una delle interpretazioni più popolari fra quelle ispirate dall’evoluzionismo culturale considera le pitture rupestri
lasciateci dalle società del paleolitico medio come figurazioni magiche collegate a riti di caccia. Il ragionamento è il
seguente: le popolazioni primitive attuali hanno riti di caccia privi di valore utilitario; le pitture preistoriche sembrano
dunque riti di caccia privi di valore utilitario. Ma sono due arti diverse perché queste attuali hanno un altissimo gradi
di stilizzazione, mentre l’arte preistorica offre uno straordinario realismo.
Possiamo dunque dire che le società utilizzano in modo disuguale il tempo passato, distinguendo una storia
progressiva che accumula le invenzioni per costruire grandi civiltà e un’altra storia dove le innovazioni non portano a
fare passi avanti perché manca di sintesi.
L’idea di progresso nella civiltà
L’evoluzione delle prime culture è poco contestabile infatti attraverso dei dati riscontrabili sappiamo che l’Europa è
stata abitata da diverse specie del genere Homo che si servivano di utensili di selce tagliati grossolanamente; che a
queste ne sono succedute altre in cui il taglio della pietra si perfeziona; che ceramica, agricoltura, allevamento e
tessitura compaiono associate alla metallurgia. Queste forme compiono un’evoluzione, un progresso.
Ma non è facile ordinare i progressi in una serie regolare e continua perché il susseguirsi delle varie età non riguarda
tutta la civiltà.
Ad esempio fino a qualche anno fa si pensava che il paleolitico fosse diviso in tre tappe (inferiore, medio, superiore)
progressive, ma oggi si ammette che queste in realtà sono coesistite.
Tutto ciò che vale per le culture vale anche per le razze; in Europa l’uomo di Neanderthal non ha preceduto l’Homo
sapiens, ma gli è stato contemporaneo.
Tutto questo non nega un progresso, ma ci fa comprendere che il progresso non è né necessario né continuo,
procede a salti, a balzi che non vanno sempre nella stessa direzione e solo di tanto in tanto la storia è cumulativa. La
storia cumulativa non è privilegio di una civiltà infatti l’America vede arrivare l’uomo intorno al ventesimo millennio,
m ai 25.000 anni realizza un esempio straordinario di storia cumulativa. Ad esempio al patata, la gomma, il tabacco e
la coca sono i quattro pilastri della cultura occidentale; non mancano altri esempi di civiltà come l’uso dello zero
conosciuto dai Maya almeno mezzo millennio prima del suo arrivo in Europa; il regime politico degli Incas aveva
anticipato di molti secoli quelli europei.
Storia stazionaria e Storia cumulativa
Consideriamo cumulativa ogni cultura che si sviluppa in un senso analogo al nostro, che abbia per noi un significato,
mentre le altre culture ci appaiono come stazionarie non perché lo siano, ma perché non hanno significato per noi.
La storicità o più esattamente l’avvenimenzialità di una cultura non è funzione di proprietà intrinseche, ma della
situazione in cui ci troviamo rispetto ad essa, del numero e delle diversità dei nostri interessi che ci legano ad essa.
Sin dalla nascita l’ambiente circostante fa penetrare in noi giudizi di valore che fungono da punti di riferimento.
Esiste una relazione tra il concetto fisico di moto apparente e il concetto di quantità di informazione suscettibile di
passare fra due individui o due gruppi, in funzione della più o meno grande diversità delle loro rispettive culture. Ogni
qualvolta qualifichiamo una cultura umana come stazionaria dobbiamo chiederci se questo immobilismo non dipenda
dalla nostra ignoranza dei suoi autentici interessi.
La civiltà occidentale si è interamente orientata bel mettere a disposizione dell’uomo mezzi meccanici sempre più
potenti in base a ciò quella nordamericana occupa il primo posto, ci sono poi società “insufficientemente sviluppate”
o “primitive” che non sono identiche.
Se però il criterio adottato fosse stato quello dell’adattamento all’ambiente ostile sicuramente Eschimesi e beduini si
sarebbero aggiudicati il primato. Ad esempio l’Occidente non ha la stessa conoscenza del corpo umano dell’Estremo
Oriente; l’agricoltura senza terra da poco all’ordine del giorno è stata praticata per molti secoli in Polinesia; gli
australiani sono stati i primi a comprendere che il vincolo matrimoniale sta alla base di tutte le istituzioni,ecc..
Dunque ciò che costituisce l’originalità di ogni cultura è la maniera particolare di risolvere i problemi, nell’operare
una prospettiva dei valori che sono simili a tutti gli uomini: linguaggio, tecniche, arte, conoscenze scientifiche,
credenze religiose, organizzazione sociale, economica e politica; questo non è mai lo stesso per ogni cultura.
La civiltà occidentale
Da un punto di vista astratto una cultura è incapace di giudicarne un’altra, ma tutte le civiltà riconoscono la
superiorità di una fra esse, quella occidentale.
L’esistenza di una civiltà mondiale è un fatto unico nella storia e da oltre un secolo e mezzo la civiltà occidentale
tende a diffondersi nel mondo, tentativo che spesso si riduce solo alle sovrastrutture. L’adesione al genere di vita
occidentale però non è spontanea, non dipende da una libera decisione, ma da una mancanza di scelta. La civiltà
occidentale ha stabilito soldati, banche, è intervenuta nella via dei popoli sconvolgendo il loro modo di esistere; i
popolo assoggettati non potevano non accettare queste soluzioni occidentali in quanto non potevano combatterle.
La disuguaglianza di forze è un fenomeno oggettivo, una delle cause riguarda i valori occidentali più manifesti ossia da
un lato si cerca di accrescere la quantità di energia disponibile pro capite, dall’altro di proteggere e prolungare la vita
umana, ma questi caratteri sono stati accompagnati da fenomeni di freno come le guerre, le disuguaglianze di energia
disponibile.
Tutte le società umane, dai tempi più remoti hanno agito nello stesso senso e proprio le società più arcaiche hanno
compiuto progressi decisivi, nel neolitico nasce l’agricoltura, l’allevamento, la tessitura, che l’uomo attuale ha solo
perfezionato.
Caso e civiltà
Spesso si afferma che l’uomo ha scoperto il fuoco grazie al caso e sempre il caso gli ha permesso di capire come si
cuocevano i cibi o come modellare l’argilla.
Questa ingenuità deriva da un’ignoranza della complessità e diversità delle operazioni che le tecniche più elementari
implicano, ad esempio per fabbricare un utensile di pietra tagliata non basta battere un sasso finchè scheggi, ma
bisogna avere delle conoscenze per farlo nel modo giusto; gli incendi permettono di arrostire ma non di bollire o
cuocere, dunque non c’è motivo di escludere l’atto inventivo. Il vasellame è di difficile creazione: occorre scoprire le
argille adatte alla cottura, elaborare tecniche di modellamento, scoprire il combustibile particolare, il tipo di calore e
la durata della cottura; tutte operazione complesse che non possono avvenire per caso; dunque le società primitive
non erano prive di genio.
La complessità delle scoperte moderne non dipende da una maggiore frequenza o migliore disponibilità di genio; la
rivoluzione scientifica e industriale dell’Occidente è compresa in un periodo pari a mezzo millesimo della vita
dell’umanità e quindi non possiamo dire con certezza che muterà la storia futura, è tuttavia vero che la civiltà
occidentale si è rivelata più cumulativa delle altre e ha saputo arrecare miglioramenti facendosi fulcro di una
rivoluzione industriale pari a quella neolitica. Però questo non significa che non ci siano state altre rivoluzioni svoltesi
altrove in altri momenti, ma in campi diversi dell’attività umana; tutti gli altri mutamenti sono frammenti e non hanno
senso per l’uomo occidentale moderno.
Ma la stessa rivoluzione industriale si è poi diffusa nel mondo e il problema di priorità non ha importanza perché la
simultaneità di apparizione degli stessi sconvolgimenti tecnologici su territori vasti e distanti tra loro rivela come essa
non sia dipesa dal genio di una razza ma da condizioni generali.
La distinzione tra storia stazionaria e cumulativa non è netta, ma è certo che nessuna cultura è assolutamente
stazionaria la differenza dunque sta nel gradi di cumulatività.
La collaborazione delle culture
Le culture che sono riuscite a realizzare le forme di storia più cumulative non sono mai state prodotte da culture
isolare, ma da culture che realizzano con vari mezzi coalizioni e infatti l’assurdità sta proprio nel dichiarare una cultura
superiore a un’altra poiché se una cultura fosse sola non potrebbe mai essere superiore perchè sarebbe debole.
Il fatto che l’umanità sia rimasta stazionaria per i nove decimi della sua storia non dipende dal fatto che l’uomo
paleolitico fosse meno intelligente del neolitico, ma da una combinazione.
La possibilità che una cultura ha di totalizzare quel complesso insieme di invenzioni di ogni ordine che chiamiamo una
civiltà è funzione del numero e della diversità delle culture con cui essa partecipa all’elaborazione di una comune
strategia.
La storia cumulativa non è prerogativa di alcune razze, ma risulta dal loro comportamento, dalla modalità si esistenza
delle culture ossia la maniera di essere insieme. Quindi possiamo comprendere che il merito di un’invenzione
accordato a una cultura non è mai sicuro; in secondo luogo i contributi culturali possono sempre suddividersi in due
gruppi: da un lato aspetti e acquisizioni isolate che non scuotono le radici di una civiltà come l’arrivo del tabacco,
dall’altro i contributi che hanno carattere di sistema ossia gli stili di vita (patterns).
Quando parliamo di civiltà mondiali non designiamo un’epoca o un gruppo di uomini ma utilizziamo un concetto
astratto di valore morale o logico, la nozione è troppo schematica.
Il vero contributo delle culture consiste nello scarto differenziale che presentano tra loro e la civiltà mondiale non può
essere altro che la coalizione di culture che preservano la propria originalità.
Il doppio senso del progresso
La coalizione consiste nel mettere in comune le possibilità che ogni cultura ha nel corso del suo sviluppo storico,
questa coalizione è tanto più feconda quanto più avviene tra culture diversificate. Ci troviamo di fronte a condizioni
contraddittorie poiché quel gioco in comune da cui deriva ogni progresso implica come conseguenza
un’omogeneizzazione. Esistono solo due rimedi: uno consiste negli scarti differenziali, un esempio sono le
disuguaglianze sociali come le grandi rivoluzioni neolitica e industriale che sono state accompagnate dall’instaurarsi di
statuti differenziali fra i gruppi; il secondo rimedio è condizionato dal primo e consiste nell’introdurre nella coalizione
nuovi partner esterni e diversi, ad esempio l’espansione coloniale che ha consentito all’Europa di rinnovarsi senza
introdurre i popoli coloniali.
In entrambi i casi il rimedio consiste nell’allargare la coalizione, ma queste soluzioni possono solo rallentare
provvisoriamente il processo, in seno a una coalizione vi è sfruttamento fra dominante e dominato.
Per il progresso occorre sempre la collaborazione che man mano perde la componente della diversità, quindi c’è una
contraddizione insolubile perché da un alto il particolarismo non deve riservare il privilegio dell’umanità a una razza e
dall’altro non è possibile concepire l’umanità in un genere di vita unico.
A tal proposito le istituzioni internazionali hanno di fronte a sé un compito immenso che consiste in una liquidazione
e in un risveglio. L’umanità è costantemente alle prese con due processi contraddittori di cui l’uno tende a instaurare
l’identificazione mentre l’altro mira a mantenere la diversificazione; la diversità va comunque salvata e non il
contenuto storico che ogni epoca le ha conferito.
TERRORE SUICIDA – F. DEI
Quando si pensa alla figura del terrorista suicida si immagina a qualcosa che non si può comprendere, associato molto
spesso a termini di devianza, follia, fanatismo. Un soggetto irrazionale che è stato plagiato o agisce sulla base di
credenze religiose. Ma in realtà il martirio per ideali religiosi è sempre stato al centro delle grandi tradizioni religiose.
Dal punto di vista delle scienze sociali, sulla figura del TS si rivede quella del “carnefice” e della “vittima”. Sui carnefici
sono state elaborate molte teorie: studi sulla personalità, riflessioni sulla banalità del male. Ma esse entrano in crisi
perché egli è anche vittima, e non solo perché distrugge se stesso ma perché matura il proprio atto in una coscienza
di vittimizzazione. Alcuni studi politologi invece riconoscono in questi atti una forma di azione razionale; essi non sono
ne pazzi ne fanatici, sono soggetti razionali con degli obiettivi che raggiungono attraverso i mezzi più efficaci. Limite di
questo approccio: propone un modello di soggettività universale trascurando le condizioni culturali specifiche. Oggi
infatti abbiamo due forme di terrorismo:

 guerre di liberazione nazionale


 reti di jihadismo legato al risveglio arabo e a forme di islamismo

sono contesti ricchi di disuguaglianze, di violenza. Il problema però non è come un singolo individuo possa immolarsi
volontariamente per una causa, ma come una società possa approvare e addirittura glorificare queste scelte. Siamo
davanti al problema dell'alterità radicale, l'impossibilità di comprendere l'altro come umano. Il TS è un problema
anche per l'antropologia che cerca di capire il comportamento umano sullo sfondo dei contesti socio-culturali. Fabio
Dei, partendo dagli studi della violenza di massa, propone di esplorare se e come una prospettiva antropologia possa
essere utile a capire un problema oggi così diffuso. Ma vi è un altro motivo che collega l'antropologia con il TS: gli
attentati hanno suscitato questioni sul fondamentalismo religioso, sui rapporti tra identità e differenze. Vi sono due
poli narrativi:

 narrazione identitaria: l'occidente è assediato da barbari


 posizione post-coloniale: la responsabilità della violenza appartiene alle eredità imperialistiche

gli assunti della seconda posizione oggi sono molto radicati nell'antropologia, consapevole del fatto che ancora oggi
quelle eredità influenzano i rapporti di potere.

CAPITOLO I
1
Nel linguaggio comune, all'espressione “terrorismo suicida” si accostano immediatamente l'immagini dell'11
settembre o di stragi innescate da attentatori. Ma non è facile trovare una definizione unitaria. Innanzitutto c'è da
dire che no tutti gli attacchi suicidi sono classificabili come terrorismo, infatti alcuni studiosi preferiscono parlare di
“attacchi”, “missioni”... Terrorismo è un termine valutativo: in un conflitto ciascuna parte chiama terroristiche le
pratiche altrui. L'ONU ha cercato di affrontare concettualmente la questione del terrorismo dal 1972, dopo gli
attacchi palestinesi alle Olimpiadi di Monaco. Nel 1996, dopo la fine della guerra fredda fu creato un comitato “ad
hoc”. Si aprirono due questioni:

 se il termine terrorismo debba applicarsi anche alle azioni degli Stati e delle sue forze armate
 se debba applicarsi a quelle lotte viste dalla popolazioni come legittime per la liberazione da occupazione
straniera

Alex Schmid già negli anni ottanta recensiva 108 definizioni; fra queste troviamo punti in comune, anche se per essere
inclusivo ha prodotto una definizione di due pagine articolata in 12 punti.

Elenchiamo alcune caratteristiche:

 terrorismo, tattica di violenza politica contro civili, volta a generare paura


 tattiche: repressione statale illegale, agitazioni da parte di attori non statali in contesti non bellici
 la violenza fisica può compiersi in una o più fasi, accompagnata da processi di comunicazione perché le
vittime non sono il bersaglio finale ma servono per inviare un messaggio
 gli intenti sono quelli di destabilizzare e creare insicurezza e le motivazioni che spingono questi soggetti ad
agire sono varie
 gli atti terroristici fanno parte di una campagna di violenza perché solo la ripetizione crea paura.

Negli ultimi dieci anni si è sviluppata una corrente di studiosi che si definiscono “critici” ,si distanziano dagli altri su
due piano: uno metodologico: si distanziano dagli studi classici che descrivono dall'alto o dall'esterno il terrorismo e
l'altro teorico-politico.

2.

 Gli “ortodossi” presuppongono una concezione liberal-democratica dove i responsabili della pace e della
convivenza civile sono la società e lo Stato ed il terrorismo appare come un'azione perturbatrice.
 I “critici” hanno invece concezioni politiche radicali (marxiste o post-coloniali). Per loro la causa della violenza
sarebbe proprio nei moderni Stati-nazione. Sarebbe stato quindi l'occidente ad imporre un regime di terrore
sul mondo e che oggi tenta di attribuire l'etichetta di terrorismo al tentativo di resistenza dei popoli
sottomessi

Per i critici dunque il terrorismo consiste nel danneggiare i membri di un gruppo per influenzare credenze e emozioni,
non necessariamente con l'uso della forza (Timothy Shanahan). Così facendo però si indebolisce il concetto stesso di
terrorismo. Bisogna notare che la stessa posizione critica non è neutrale ma parte da un' assunzione ideologica che
stabilisce dove sta il bene e dove il male. Gli studi antropologici sarebbero più vicini ai critici per due ragioni:-la ricerca
qualitativa e vicino all'esperienza-sensibilità anti-etnocentrica Quindi anche in questo caso notiamo come anche
l'antropologia attribuisce le cause del male nel mondo contemporaneo allo Stato in sé.

3.
Le scelte definitorie sul concetto generale di terrorismo sono importanti per la raccolta di informazioni e la
costruzione di banche dati. Dalla definizione dipenderà quali eventi considerare e quali escludere. Oggi la più grande
banca dati globale sul terrorismo è la Global Terrorism Database. Ci si è attenuti ad una definizione ampia; ci deve
essere:

 Intenzionalit
 violenza o minaccia di violenza
 coinvolgimento di attori non statali

L'archivio codifica poi le schede secondo tre criteri di ricerca:

1. l'atto deve essere volto ad ottenere un obiettivo politico, economico, religioso o sociale
2. deve esserci prova di veicolare un messaggio non solo alle vittime ma ad un pubblico più ampio
3. l'azione non deve avvenire all'interno di guerre

Resta fuori il terrorismo di Stato :alcune organizzazioni non statali posso essere sostenute dai governi, difficilmente
analizzabile tramite database. Ad esempio la Guerra del Golfo è terrorismo poiché volta a terrorizzare la popolazione
irachena. Quindi gli Stati non sono innocenti rispetto a queste pratiche, le compiono solo in modo occulto, tramite
servizi segreti, organizzazioni paramilitari. Il terrorismo antistatale ha bisogno di manifestarsi , quello statale deve
dissimularsi quindi non è pensabile una strategia suicida.

4.
Una particolare forma di terrorismo sono gli attacchi suicidi. Robert Pape, politologo americano, distingue 3 tipi:

 terrorismo dimostrativo: violento teatro politico volto a guadagnare attenzione e svolgere propaganda
(dirottamento di aerei, cattura ostaggi, esplosioni annunciate in anticipo)
 terrorismo distruttivo: volontà di infliggere più danni possibili al nemico
 terrorismo suicida: per Pape è il più aggressivo. Causare danni non solo al nemico ma anche ad un pubblico
neutrale (guidare un'autobomba, indossare cinture esplosive). Affinché abbia successo è richiesta la morte
stessa dell'attentatore.

Gambetta le definisce missioni suicide , quell'attacco violento progettato in modo da causare la morte
dell'attentatore per garantirne il successo. Quindi la loro morte non è un effetto collaterale, al contrario senza di essa
l'atto perderebbe la sua forza comunicativa. Le missioni suicide devono essere distinte dalle missioni senza scampo:
gli attentatori sanno di dover morire, ma non si causano la morte da soli e se potessero scegliere preferirebbero
salvarsi. La consapevolezza di voler morire non può essere sondata in nessun modo, nemmeno con i messaggi
preregistrati dei martiri. Gli attacchi jihadisti avvenuti in Francia tra il 2015 e il 2016 hanno posto un'ideologia del
martirio. Inoltre Gambetta nota come le missioni suicide, decise e compiute con il supporto di un organizzazione,
siano diverse da forme di martirio politicamente motivate che sono piuttosto azioni individuali, compiute da quelli
che vengono definiti lupi solitari. Questi problemi definitori nascono nel momento in cui si vogliono studiare gli
attentati, costruire una documentazione e capire quindi quali azioni inserire e quali escludere. Oggi il Global
Terrorism Database conta 4771 attentati suicidi dal 1981 al 2015. Vi è anche un archivio dedicato agli attacchi suicidi,
Suicide Attack Database che ne conta 4933, compiuti per lo più da uomini con autobombe o cinture esplosive. Il
numero delle vittime è di circa 50000.La definizione da cui parte la banca dati è semplice: un attacco suicida è quello
in cui l'attentatore uccide se stesso nel tentativo di uccidere altri. Non vengono considerate le missioni ad alto rischio
, quelle fallite, gli eventi non documentati da almeno due fonti indipendenti né il terrorismo di Stato.

5.
L'attentato di Tiro, in Libano, nel 1982 segna l'inizio del terrorismo suicida, quando un'autobomba guidata da un
ragazzo fa esplodere il quartier generale dell'esercito israeliano. E' l'inizio della campagna condotta da Hezbollah sia
contro Israele sia contro le forse di pace internazionali e successivamente contro gli insediamenti americani e
francesi. Anche in altri contesti si fa largo uso di attacchi suicidi: lo Sri-Lanka ed il conflitto israelo-palestinese.

 Lo Sri-Lanka è diviso da una guerra civile tra maggioranza cingalese e minoranza tamil che rivendica
l'indipendenza della regione Tamil. L'organizzazione Tigri tamil ha fatto largo uso di attacchi suicidi contro le
truppe governative attraverso un reparto chiamato Tigri Nere. Queste azioni sono rivolte contro precisi
bersagli e le eventuali vittime civili sono danni collaterali. Non vi è l'idea del martirio ma quella del sacrificio
eroico, la morte non viene ricercata ma spesso è inevitabile.
 Nella voce “resistenza palestinese contro Israele “ il Sad censisce 173 attacchi, concentrati negli anni della
seconda intifada ad opera di organizzazioni come Hamas. La resistenza islamica ha posizioni più radicali
rispetto a Fatah,il partito di Yasser Arafat: essi si oppongonoagli accordi di pace di Oslo giudicati umilianti per
i palestinesi e pongono la figura del martire. All'inizio della seconda intifada è Hamas a prendere la guida e
Fatah è costretta anch'essa a praticare gli attentati suicidi che hanno come bersaglio sia le forze israeliane sia
i civili.

Nei tre casi (Hezbollah, Tigri tamil e Hamas) il terrorismo suicida si afferma in contesti di liberazione o separatismo.
Esiste un caso analogo: la Cecenia

 nel 2000 inizia la seconda guerra per l'indipendenza contro la Russia. La popolazione si è resa protagonista di
83 attacchi suicidi, anche se il Sad non include quello più drammatico, quello della scuola Beslan in Ossezia
che provocò circa 350 morti , con una strategia senza scampo.

6.
Dalla fine degli anni 90 compare un altro soggetto che si rende protagonista di questi attacchi, che ha un'identità
religiosa ed un progetto panislamico: jihad. Il suo obiettivo è: unificare la comunità musulmana, combattendo i
governi occidentali e imporre così forme di governo basate su interpretazioni tradizionaliste della legge islamica
(sharia). I movimenti panislamici compaiono durante la resistenza afghana contro l'Unione Sovietica che vide la
partecipazione di migliaia di mujaheddin. E' in questo contesto che nasce Al-Quaida ,l'organizzazione di Bin Laden e
Al-Zawahiri. La particolarità sta nella sua struttura molecolare: un nucleo centrale, una serie di gruppi affiliati ed una
galassia di cellule su scala globale. Un altro salto lo compie l'Iraq dopo l'invasione degli Stati Uniti. Bersagli: forze
militari e di polizia e civili, soprattutto sciiti. Hanno combattuto diversi gruppi:

 da un lato un insurrezione nazionalista per espellere gli invasori


 dall'altro gruppi jihadisti salafiti e i sostenitori del Baath, per un islamizzazione ed una diffusa guerra civile.
Ugualmente articolate sono le campagne lanciate in Afghanistan e Pakistan, tra rivendicazioni territoriali,
conflitti tra etnie e opposizione alla presenze delle truppe americane. Quando Bin Laden si nascose in
Paskistan il comando dell'organizzazione in Iraq passò a al-Zarquwi. Essi non erano d'accordo con la strategia
di scagliarsi contro i civili ma ormai non avevano più influenza. Verranno poi catturati e uccisi e
l'organizzazione al-Quaida in Iraq viene ribattezzata Stato islamico in Iraq e nel 2012 interviene nella guerra
civile siriana diventando Isis (islamic state of Iraq and Siria) o Daesh sotto la guida di al-Baghdadi. Nel 2014 il
Daesh proclama la rinascita del Califfato ismalico. Esso ha trasformato anche la politica della violenza e del
terrorismo.
1. Nei territori sotto il suo controllo ha attuato una vera e propria politica del terrore
2. ha costruito una rete di relazioni transnazionali che si articola su 3 livelli:
 rapporti di alleanza con gruppi terroristici
 capacità di attrarre foreign fighters disposti ad arruolarsi e combattere per il califfato
 diffusa presenza di individui, i lupi solitari, che aderiscono al jihadismo e intraprendono azioni
terroristiche.

Vi è l'impiego sempre maggiore di minorenni e di bambini/e (non volontari) che hanno come simbolo la cintura
esplosiva e la bandiera nera di Deash.

CAPITOLO II
1.
Il terrorismo suicida fa la sua comparsa verso la fine del secolo breve mentre le forme e i significati della violenza
politica stanno cambiando. La guerra ai civili ha sempre rappresentato una caratteristica dei conflitti. Lo scenario della
guerra fredda apre la strada a conflitti di natura diversa, definite guerre ibride, a bassa intensità, nuove. Secondo la
politologa Mary Kaldor queste hanno delle proprie caratteristiche:

 non sono combattute tra Stati ma interessano soggetti statali e non


 non sono contrapposti sistemi politici o ideologici ma identità etniche o religiose
 pace e guerra non sono definiti in termini di dichiarazioni e armistizi e non sono delimitati i territori
interessati. I bersagli principali sono i civili
 sono finanziate da attività criminose o da aiuti esterni

Il termine bassa intensità si riferisce al coinvolgimento delle potenze, con l'uso di mezzi militari ma senza l'impegno
totale. Ma anche a tecniche volte a minimizzare la perdita dei militari.

2.
I primi studi sul terrorismo suicida lo hanno interpretato solo come strategia bellica. Bruce Hoffman affermava che gli
attacchi suicidi costano poco e sono molto efficaci. In più: l'addestramento di una bomba umana è spesso più
semplice di quello di un combattente. Robert Pape ha elaborato una teoria sui dati della fase etno-nazionalistica del
terrorismo. Egli pensa che il terrorismo è una risposta all'occupazione straniera, una strategia estrema per la
liberazione dalle democrazie che minacciano il controllo di un territorio considerato la loro patria. Analizziamo alcuni
punti:

 terrorismo legato al nazionalismo e alla liberazione, questo significa quindi che la religione non è un fattore-
chiave. Pape si distanzia dal senso comune che accosta gli attacchi suicidi al fondamentalismo islamico.
 La natura estrema della strategia: gli attacchi vengono visti come un'ultima risorsa per attori deboli, quando
non vi sono più possibili altri mezzi. (Ami Pedhazur afferma che certe società approvano l'impiego di
attentatori quando si trovano davanti ad uno stato reale o percepito di inferiorità.) questa idea della risorsa
estrema però contrasta con quella diffusa dell'attacco suicida come scelta efficace ed economica.
 Questione delle democrazie: gli attacchi fino al 2003 sono stati compiuti solo in paesi democratici come Stati
Uniti, Francia, Turchia.. Pape offre tre spiegazioni:
1. le democrazie sono considerate più permeabili dall'esterno
2. è meno probabile che mettano in atto misure punitive
3. in uno Stato autoritario sarebbe più difficile organizzarsi e agire indisturbati

3.
La tesi di Pape ha il merito di aver rivendicato la natura politica del terrorismo a fronte di quello che si pensava dopo
l'11 settembre, ovvero l'insistenza sul fanatismo religioso e sul fatto che gli attentatori fossero privi di razionalità. Per
Pape gli attentati in Iraq erano reazioni al dominio militare degli americani. Egli dimentica però che i gruppi che fanno
capo a al-Zarqawi colpiscono gli stessi iracheni per la formazioni di uno Stato islamico. I foreign fighters si spiegano a
supo parer con il fatto che i migranti conservano uno spirito di lealtà nazione verso la loro terra, ad ogni modo il
radicalismo religioso non è la causa ma solo propaganda. Molti autori affermano che il terrorismo suicida si articola su
tre diverse dimensioni:

1. il piano delle organizzazioni: dietro gli attentati vi sono gruppi con precisi obiettivi politici. Organizzano
l'azione, la rivendicano e si occupano della celebrazione dei martiri
2. il piano degli individui: capire chi sono gli attentatori, secondo quale logica decidono di rendersi
disponibili.
3. il piano delle comunità di supporto: il gruppo terroristico fa riferimento a una o più comunità che possono
essere territorialmente compatte come il caso di Hamas con le popolazioni della striscia di Gaza. In casi
come al-Quaida invece il supporto è in una rete trans-nazionale dispersa.

4.
Il Suicide Attack Database individua 111 organizzazioni, 95 di queste sono jihadiste. Si può quindi affermare che oggi
gli attacchi suicidi sono un fenomeno islamista. Bisogna distinguere due tipi diversi di gruppi a seconda della struttura
interna:

 gruppi formati nei contesti di insurrezione nazionalistica, radicati in un territorio e in una popolazione (
Hezbollah, Hamas, Tigri tamil)
 reti terroristiche transnazionali (al-Quaida). Vi è una struttura centrale e reti che agiscono in vari territori. Il
reclutamento avviene attraverso vari gradi e utilizza legami di famiglia.

Vi è scarso accordo sulla natura dell'organizzazione di Bin Laden e al-Zawahiri. In realtà non hanno mai avuto una
base territoriale, anzi per i loro attacchi spettacolari serviva una struttura molecolare. Ad al-Quaida si sono riferiti
molti gruppi che si riconoscevano nel nucleo centrale ma non dipendevano da esso sul piano organizzativo. Il Daesh
successivamente ha raccolto questa eredità formando però un modello ancora diverso: conquista di un territorio e
rifondazione del Califfato. Con l'arrivo dell'Isis l'espressione terrorismo distato assume un significato diverso: le
popolazioni civili lo avvertono come un successo della resistenza. Da un lato l'individuo che appartiene al gruppo si
sente potente, dall'altro nel gruppo non c'è possibilità di esprimersi. Gli individui vengono reclutati in giovanissima
età all'interno di villaggi a volte con la mediazione della famiglia. La scelta può essere culturale: unirsi alla lotta
armata per fedeltà, oppure un scelta sub-culturale, si aderisce per contrasto di valori con la famiglia. Pedahzur ha
individuato tre modalità di reclutamento:

1. puro volontario: contatta l'organizzazione e si mette a disposizione


2. ufficiali di collegamento: vengono spediti in vari paese allo scopo di fare propaganda
3. gruppi insurrezionalisti radicali: agiscono su territori dove hanno controllo

5.
Bisogna ora capire chi sono gli attentatori suicidi che decidono volontariamente di sacrificare la propria vita per una
causa ritenuta superiore. Gli psicologi hanno proposto interpretazioni ed una parte di questi è andata in cerca di
sindromi psichiche. Secondo la psicanalista Nancy Kobrin il terrorismo suicida islamico può essere compreso come
una variante della violenza domestica: i terroristi sarebbero influenzati da un cattivo rapporto con la madre durante
l'infanzia. Questa rabbia viene poi riversata su altri bersagli. Ma nel mondo islamico una tale situazione è quasi
sempre presente quindi dovrebbero esserci almeno 15 milioni di terroristi. Lo psicologo israeliano Ariel Merari
analizzando un database ha estratto delle caratteristiche comuni: maschi, sotto i 30 anni di età, non sposati e
musulmani. Egli ritiene che il terrorismo non abbia nulla a che fare con il suicidio individuale: esso è una fuga da
condizioni di depressione, mentre il martirio è un impegno etico, è radicato in una forte appartenenza alla comunità
(simile al suicidio altruistico o fatalistico di Durkheim). Tuttavia anche egli va alla ricerca di tratti di personalità comuni
ai martiri, analizzando un campione di 15 attentatori palestinesi arrestati prima di farsi esplodere. Formula una
diagnosi di “disturbo della personalità”; una personalità debole, facilmente influenzabile con tendenze depressive.
Jerrold M. Post ci dice che i terroristi invece non sono depressi, disturbati sul piano emotivo o fanatici. Quello che ci
consente di capire il comportamento è la psicologia sociale che mette in risalto le identità collettive.
Pedahzur ha individuato tre fonti su cui basarci:

 le interviste a familiari e amici


 i diari e le registrazioni video
 le interviste agli attentatori che hanno fallito o rinunciato
Tutto ciò da prendere con le molle poiché fa tutto parte della strategia.

Possiamo suddividere gli attentatori in due tipi:

 membri di un'organizzazione: impegno verso una causa e verso una cerchia sociale
 quelli reclutati o volontari: la scelta scaturisce da una crisi personale (affettiva o economica) combinata a
sentimenti di frustrazione, vendetta provocati da umiliazioni ricevute dalle truppe occupanti

6.
Questi sentimenti sono sociali in due sensi:

 alimentati dai mezzi di comunicazione che fondono le delusioni e i risentimenti personali con l’islamismo
 il grado con cui questi sentimenti diventano decisi per le scelte individuali dipende dai codici morali del
gruppo a cui si appartiene

siamo rimandati così alla questione dei contesti culturali. Nell'identificare un martire i fattori sociologici sono
collegati a quelli psicologici. Due modelli:

1. la carriera di martire appartiene a soggetti deboli, facilmente influenzabili e poco istruiti


2. la scelta e la disponibilità al sacrificio passano attraverso una ideologia radicata nei giovani della classe medio-
alta

Gambetta e Hertog analizzando un database contenente 500 gruppi islamisti di vari paesi hanno notato come
emergono due elementi:

1. grande percentuale di militanti laureati, oche hanno intrapreso la carriera universitaria. Secondo gli autori
questa propensione si spiega con il fatto che il mercato non assorbisce le alte professionalità. Si tratterebbe
quindi di frustrazione. Diverso è in Europa dove la maggiorparte dei jjhadisti proviene dagli strati marginali
della società.
2. prevalenza di studi tecnici, in particolare ingegneria. Questo aspetto riguarderebbe i tratti della personalità:
propensione verso l'ordine, le leggi

I due studiosi affermano che differenti ideologie attirano diversi tipi di personalità, poiché le ideologie rispondo a
bisogni diversi. Gambetta è sostenitore della scelta razionale (individualismo metodologico) che l'individuo fa in base
al calcolo costi-benefici. Ciò implica il richiamo a stati mentali o credenze che precedono la scelta, per questo risulta
difficile spiegare il suo comportamento. Mentre per una missione ad alto rischio si può fare un calcolo costi-benefici,
è più difficile farlo per una scelta che richiede l'annullamento della propria vita. Infine Elster, filosofo norvegese,
afferma che non si possono comprendere gli attacchi suicidi in termini di scelta razionale o teoria dei giochi per due
motivi:

 assenza di dati certi, non si hanno elementi stabili per considerare gli attentatori come soggetti razionali
 impossibilità di attribuire a quei soggetti un livello di razionalità poiché a giocare un ruolo fondamentale sono
proprio le emozioni, sentimenti incontrollabili.

CAPITOLO III
1.
Molti studi affermano l'importanza del supporto delle comunità cui appartengono i TS. Pochi però sviluppano questo
tema a livello etnografico, perché l'osservazione partecipante non è praticabile in relazione al terrorismo. Il
ricercatore non può diventare un terrorista o una vittima. Tuttavia il problema è capire cosa spinga le comunità ad
accettare e legittimare il martirio. Si può ricostruire un'analisi etnografica osservando le pratiche, i segni, i discorsi. Il
terreno più studiato è la Palestina, per due motivi:

1. profondità storica del conflitto arabo-israeliano e il modo in cui esso ha influenzato la politica mondiale. Le
sofferenze e le umiliazioni subite dai palestinesi hanno nutrito risentimenti verso Israele e l'Occidente in
generale.
2. In Palestina la lotta armata e il martirio si sono diffusi ampiamente che altrove, finendo per essere sostenute
da comunità ed istituzioni.

Abbiamo già detto che il martirio si è affermato soprattutto durante la seconda intifada, contro le truppe israeliane e i
civili. Segnano il definitivo spostamento dell'asse politico dal partito laico di Fatah a quello dell'integralismo religioso
di Hamas con i suoi jihadisti. Tuttavia il martirio ha una lunga storia iniziata negli anni 30 con la Grande rivolta contro
il protettorato britannico. I palestinesi furono sconfitti e così, isolata e distrutta, non riuscì a rispondere agli attacchi
israeliani del 1948. d'altra parte però i morti durante la Grande rivolta assunsero subito il ruolo di martiri diventando
oggetto di culto. La violenza che mettono in campo i palestinesi dipende da molti fattori: il colonialismo, la guerra
fredda, il fondamentalismo.. e così essi trovano nel terrorismo l'unica modo per farsi sentire dal resto del mondo.

2.
Dopo la Nakba ( l'esodo dei palestinesi dalle terre contese, dove non saranno più riammessi e costretti a vivere come
profughi o rifugiati), ci vollero 15 anni prima che l'organizzazione politico-militare vide la luce: nel 1964 nasce l'OLP
,organizzazione per la liberazione della Palestina. I palestinesi stabilirono i loro campi militari prima in Giordania e poi
i Libano ed i combattenti assunsero il nome di feddayn, i devoti, coloro che si sacrificano. Divennero simbolo e
decisero di spostare le loro azioni fuori dai semplici contesti locali: dirottamenti di aerei e attentati come quello nel
1972 nel villaggio delle Olimpiadi di Monaco dove vennero rapiti e uccisi 11 atleti israeliani. In Europa la kefiah, i
feddayn e il kalashnikov divennero simbolo della violenza. I feddayn sono figure diverse sia dai martiri religiosi
dell'islam classico ( shahid) sia dagli attentatori suicidi (istishhadi). Ciò che sicuramente li accomuna è il tema del
sacrificio, ma i feddayn non hanno nulla di suicida, essi si sacrificano per la causa della patria. Nasser Abufarha dice
che il sacrificatore acquista qualità morali, ma le acquista anche la terra; più feddayn si sacrificano per la terra, più
essa diventa sacra. E' il loro sangue che mischiandosi con la terra la rende sacra, e questa li onora con i papaveri rossi,
canzoni, bandiere.. Il momento di massima forza i feddayn lo conoscono con l'insediamento in Libano, che terminerà
poi con l'invasione israeliana e la distruzione delle basi dell'Olp. Sarà l'islam politico il principale interprete della
questione palestinese in una cornice religiosa. Le ragioni del processo di islamizzazione sono diverse: -locali: Hamas si
contrappone facilmente all'olp o a Fatah percepite dalla gente come corrotte -globali: si propone come l'unica
alternativa all'ordine mondiale dominato dall'Occidente. Nella prima intifada il martire è celebrato come vittima
passiva della violenza israeliana, l'icona sonoi ragazzini che lanciano pietre; nella seconda la tecnica dell'attentato
suicida prende campo, è la fase dei fucili.
3.
Feddayn, shahid e istishhadi sono tre figure del sacrificio per la terra, per la patria e per Dio. Oggi prevale
quest'ultima. Il processo di legittimazione di questa pratica avviene su diversi piani: uno razionale-strategico , l'altro
simbolico e rituale. Non esiste una società civile palestinese che prenda le distanze dalla lotta armata, ma questo
dipende anche dal fatto che la vita quotidiana è sottoposta a forme di controllo

1. giustificazioni sul piano di una razionalità strategica e politica. Essi guardano alla lotta armata come l'unico
metodo per ottenere dei diritti, perché essa aumenta i costi che Israele deve pagare costringendolo quindi a
ritirarsi. Ma data la superiorità di Israele, gli attacchi suicidi sono efficaci perché terrorizzano la popolazione e
danneggiano l'economia. Sul fatto che colpiscano i civili essi si giustificano dicendo che anche gli israeliani
colpiscono i civili e che in realtà non ci sono civili innocenti poiché tutta la società è colpevole.
2. Giustificazioni religiose. I comunicati contengono riferimenti al Corano che affermano l'obbligo per i buoni
musulmani di intraprendere la jihad, obbligo individuale, senza temere la morte perché Dio ricompenserà il
sacrificio. Un ruolo fondamentale lo svolgono anche i sistemi simbolici e le pratiche: immagini, slogan,
manifesti, cartoline.

Hafez ci descrive la cerimonia funebre: alla processione partecipano altri militari vestiti da martiri con cinture
esplosive. Le donne urlano e distribuiscono caramelle o caffè dolce per celebrare l'ingresso del martire in paradiso.
Queste azioni sono volte ad idealizzare la figura del martire davanti agli occhi di potenziali nuove reclute.

4.
Versetti coranici e mitra sono elementi ricorrenti nella simbologia, stabilendo la centralità del martire. Due aspetti
colpiscono:

 il carattere diretto e crudo con cui gli atti di violenza sono celebrati: spargimenti di sangue sono portati in
primo piano. La propaganda di Hamas si batte contro un'idea di pace considerata ingiusta così si riaffermano
le ragioni della guerra. Mitra e coltelli insanguinati diventano i simboli.
 modalità con cui la propaganda entra nella vita quotidiana: la cultura, i giochi, i programmi televisivi si
impregnano della tematica del sacrificio, sull'uccidere. Vi sono addirittura attività nelle scuole con bambine
che impersonano le donne urlanti davanti al sacrifico dei figli. I genitori vestono i bambini da martiri e
marciano con cinture esplosive.

5.
La cultura popolare non solo legittima l'attentatore ma gli attribuisce dei significati e dei valori. Abufarha afferma che
le operazioni suicide si impongono come un discorso culturale e le organizzazioni le adottano per una scelta
strategica, ma per restare in contatto con la società. Questo spiega la disponibilità dei volontari, al di là delle
spiegazioni psicologiche. Sentimenti come la rabbia, la povertà non sono la vera causa ed è per questo che non
emerge un profilo psicologico del TS e lo si trova in tutti i ceti sociali e livelli di istruzione. La scelta suicida può essere
determinata dalla sua storia personale di sofferenza; dalla fede religiosa, da un'idea di martirio intesa come
devozione. Ma questi elementi diventano importanti solo all'interno di una poetica sociale condivisa; non da
intendersi come ideologia ma di atteggiamenti incorporati, codici culturali. Abufarha ci parla di estetica delle
operazioni suicide: scelta dei luoghi, dei tempi, registrazioni di video testamenti. Esempio: il 4 ottobre 2003 ad Haifa
una donna si fece esplodere in un ristorante israeliano uccidendo 21 persone e molti feriti, tra cui numerosi bambini.
L'attentato fu subito rivendicato e la donna fu definita “la Sposa di Haifa” e a lei furono dedicati articoli. La volontà
della donna è giusta poiché segue la volontà di Dio. Così non è per noi osservatori esterni che viviamo in una realtà
“tranquilla” fuori dall'esperienza palestinese. I martiri subito dopo la loro morte iniziano una vita come “Persona
sociale” , capaci di modificare l'ordine culturale , capacità che arriva solo dopo la morte.

6.
I discorsi sulla violenza, le rappresentazioni non sono semplici immagini ma contribuiscono a creare la “cultura del
terrore”. Gli atti terroristici generano una pratica discorsiva che accresce la portata e gli effetti. Da qui gli approcci
critici secondo cui appunto il vero problema non sarebbe il terrorismo ma la “guerra al terrore”. Il punto è
comprendere queste amplificazioni discorsive che avvengono su più livelli:-quello ufficiale: dichiarazioni formali,
stampa..-quello informale: parlare quotidiano, gossip, voci. Un ruolo decisivo nell'amplificazione oggi è svolto
sicuramente dai media. I limite delle etnografie palestinesi, come quella di Abufarha, sta proprio nel non saper
distinguere i due livelli. Egli si basa solo su comunicati ufficiali, stampa e non emerge nulla di popolare ne opposizioni.
A questo punto allora Possiamo comprendere le motivazioni dei martiri solo attraverso il filtro di queste
amplificazioni e delle estetiche e allora dobbiamo interrogarci sul come le figure degli attentatori in Europa vengono
amplificate e costruite. Talal Assad ci dice che in Palestina la pratica del martirio è legata al sacrificio e nei media
occidentali rimanda al tema dell'orrore. Dietro questo tema ci sono gli argomenti secondo i quali l'Occidente giudica il
mondo arabo come barbaro, nella figura del kamikaze.

7.
I gruppi del jihadismo internazionale hanno una costituzione molecolare, non sono legati né ad un territorio né ad
una popolazione. La scelta sembra nascere da sentimenti di sradicamento e quindi entrare etnograficamente in
questa realtà è difficile. Hegghammer ci dice che l'ideologia jihadista è legata ad usi e costumi della quotidianità, oltre
le necessità militari. Nei suoi studi ha affrontato il tema delle emozioni, in particolare del pianto: risposta emotiva e
modalità comunicativa. Altri hanno studiato il tema dei sogni ,l'uso di raccontarli come previsione degli atti da
compiere; il canto degli anashid un genere di inni; pratiche musicali e danze e i componimenti poetici tra i talebani.
Tutti questi tratti culturali hanno una forza emotiva poiché svolgono un ruolo funzionale a qualcos'altro. Atran,
antropologo americano, ha condotto ricerche in varie parti del mondo e da queste esperienze sul campo con
metodologie diverse è arrivato alla conclusione che il modo migliore per annientare il nemico è farselo amico. La sua
tesi è che il jihad globale non va visto come un'organizzazione segreta, con una gerarchia e dotata di un piano di
guerra contro l'Occidente, ma come un insieme di nuclei debolmente connessi tra loro. L'ideologia politica o religiosa
è più la conseguenza che la causa. Atran rovescia la tesi di Pape che lega le missioni ai movimenti di liberazione
nazionale. Egli si esprime contro quelle interpretazioni che vedono i jihadisti come privi di valori. Essi identificandosi
con l'obiettivo della salvezza dell'umanità giustificano le uccisioni di massa. Per i jihadisti non vi è quel legame con la
terra che caratterizzava invece la resistenza palestinese, non c'è più bisogno di cercare il consenso delle popolazioni
locali che a loro volta sono terrorizzate dalla loro presenza . La loro coesione viene invece dai network.

CAPITOLO IV
1.
Abbiamo visto come il terrorismo suicida non può essere compreso solo in riferimento a strategie politiche e militari o
disposizioni psicologiche. Questi fattori sono importanti ma solo all'interno di cornici culturali condivise. La scelta
avviene all'interno di contesti morali, e ciò non significa giustificare ma morale va inteso nel senso che si da
importanza a determinati atti in base ai valori condivisi. I jihadisti non sono anomici, arrabbiati ma essi anzi sono
mossi da devozione a valori sacri, obblighi percepiti come superiori. Marcel Mauss ci parla di dono :principio di
scambio incompatibile con il profitto personale ma volto invece alla costruzione di legami sociali. Per questo le
politiche antiterroristiche compiono degli errori: le rappresaglie invece di scoraggiare i terroristi contribuiscono a
rafforzare il contesto morale. La violenza non è il prolungamento della politica con altri mezzi, ma segue la stessa
logica del dono.

2.
Che ruolo gioca la religione? Vi sono state ampie discussioni sui rapporti tra religione, violenza e terrorismo. Dopo
l'attentato alle Torri Gemelle si è sviluppata una chiave di lettura religiosa. Vi è la generica convinzione che il nesso tra
religione e violenza sia nel fanatismo. La religione non è solo superstizione o assenza di ragione; ciò che si fa in nome
della religione non è solo la logica conseguenza di credenze. Leggere in questo modo il fondamentalismo e i suoi atti
significa semplicemente immaginare il fedele che attende il paradiso con le vergini. Dietro questo atteggiamento c'è
la tendenza a guardare la religione come qualcosa di primitivo (Comte e Freud: religione=sforzo razionale ma illusorio
di interpretare il mondo); ma vi è anche la visione durkhemiana secondo cui la religione non deriva da credenze ma
agisce da collante sociale. Per noi che ragioniamo dopo aver subito un processo di secolarizzazione ci viene difficile
comprendere essendo abituati a dividere la religione dalla moralità, al contrario della religione islamica che non ha
subito un processo di laicità. Todorov ci dice che in realtà l'obiettivo non è la difesa dell'islam, ma dell'onore, come se
questo fosse più reale della religione. In conclusione non si può pretendere che le violenze islamiste divengano
comprensibili se depurate da una superficie religiosa. Essa è una componente costitutiva. Ciò non vuol dire che la
religione sia violenta, ma che i TS basano la loro soggettività nella pratica della devozione.

3.
Anche Talal Asad pensa che attribuire all'attentatore motivazioni religiose significa considerarlo moralmente carente.
Egli fa una critica a Strenski ,studioso di religione, secondo cui il sacrificio dei martiri sia un dono verso la comunità,
che da un lato lo sacralizza e dall'altro la comunità si sente in obbligo di ricambiare sostenendo le stesse pratiche.
Asad critica questi scritti poiché sono ancora nel campo della ricerca delle motivazioni: che cosa spinge a farlo?
Questo vuol dire non riconoscere la loro natura “normale” di reazione all'occupazione israeliana. Egli imposta la sua
discussione invece sulle reazioni occidentali al fenomeno. La violenza terroristica è simmetrica a quella dello Stato. I
terroristi sono criminali per quello stesso stato che adotta la logica della violenza contro gli altri stati costituiti. Asad
insiste sui massacri di civili compiuti dagli stati moderni, ma è sempre all'interno di questi che si sono sviluppati
movimenti di condanna alla violenza. Per lui è ipocrita il fatto che esistano movimenti pacifisti, organizzazioni di
sostegno ai migranti che poi in realtà vengono esclusi. Si possono condannare gli attentatori suicidi? Hage,
antropologo australiano , ci racconta di uno scambio di e-mail con un suo collega israeliano che gli dice: se vuoi
parlare dei TS prima devi condannarli. Ma Hage come Asad non condanna, né legittima: essi insistono sulla simmetria
tra la crudeltà dei terroristi e quella degli israeliani. Hage allora contrappone la condanna alla comprensione
:comprendere dall'interno e da una prospettiva il più vicino possibile a quella degli attori sociali, al loro contesto e alle
condizioni di vita. E' per questo che l'antropologo non può condannare. Comprendere significa conoscere i contesti,
ricostruire le esperienze e la cultura che danno significato alle azioni. Altra cosa è riconoscere le responsabilità. Infine
Dei ci dice che noi occidentali ci indigniamo davanti ad eventi terroristici commessi nei nostri territorio, al contrario di
quando avviene in territori lontani. Sicuramente un fattore che incide è l'etnocentrismo.

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