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Il Mulino - Rivisteweb

Matteo Galletti
Il volto manipolatorio del paternalismo libertario.
Spinte gentili ed etica della manipolazione
(doi: 10.1414/100155)

Iride (ISSN 1122-7893)


Fascicolo 3, settembre-dicembre 2020

Ente di afferenza:
Università di Bologna (unibo)

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Il volto manipolatorio del paternalismo libertario 509

Il volto manipolatorio del paternalismo libertario


Spinte gentili ed etica della manipolazione
Matteo Galletti

1. Introduzione

Il paternalismo libertario si propone come una sintesi tra due opzioni


teoriche in ambito filosofico-politico, aspirando a mutuarne le principali
virtù senza ereditarne i limiti: il liberalismo di ispirazione milliana e il pa-
ternalismo tradizionale. Nel quadro del paternalismo libertario le politi-
che cercano di indirizzare le scelte degli individui verso la realizzazione di
scopi importanti per loro senza contemporaneamente limitare la libertà di
scelta: da qui il nome alternativo di «paternalismo leggero». I paternalisti
leggeri sono «architetti della scelta», che si assumono la «responsabilità
di organizzare il contesto nel quale gli individui prendono decisioni»1 e,
diversamente dai paternalisti tradizionali, non impongono comportamen-
ti introducendo sanzioni o pene, né alterano in altro modo gli incentivi
legati a determinate scelte. Dopo aver individuato quale sia l’opzione più
desiderabile o più razionale per gli agenti in un determinato contesto, i
paternalisti libertari intervengono su proprietà specifiche dell’ambiente
in modo da massimizzare la probabilità che l’agente scelga quell’opzio-
ne, senza tuttavia impedirgli di agire altrimenti. Questi accorgimenti sono
chiamati spinte gentili perché orientano i soggetti a compiere una scelta
senza costringerli a farla.
Scopo di questo scritto è fornire una prima analisi della questione se
il paternalismo libertario abbia un «volto manipolatorio» dovuto alla na-
tura degli strumenti utilizzati per organizzare l’architettura delle scelte.
Nella prima sezione presenteremo i presupposti empirici, evidenziandone
alcuni aspetti critici; nella seconda sezione mostreremo che una teoria
della manipolazione alternativa a quella che Sunstein assume consente di
pensare in modo più adeguato l’effetto manipolatorio degli strumenti uti-
lizzati dai paternalisti libertari, cioè le spinte gentili: la caratteristica prin-
cipale della manipolazione non consiste infatti nell’aggirare le capacità
di deliberazione intenzionale e consapevole, come sostiene Sunstein, ma
nella produzione di un effetto distorsivo sull’impegno o coinvolgimento
1
R. Thaler e C. Sunstein, Nudge. La spinta gentile, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 9.
«Iride», a. XXXIII, n. 91, settembre-dicembre 2020 / «Iride», v. 33, issue 91, September-December 2020
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pratico dell’agente con il mondo. Alla luce di questa definizione, valutere-


mo nella sezione terza se le spinte gentili sono manipolatorie, giungendo a
una risposta parzialmente positiva. Infine, nell’ultima sezione presentere-
mo alcune riflessioni sui motivi per cui l’aspetto manipolatorio del nudge
è moralmente problematico.

2. La bipartizione della mente e le spinte gentili

Secondo Sunstein e Thaler un «nudge», una «spinta gentile», è «[…]


qualsiasi aspetto dell’architettura delle scelte che altera il comportamento
degli individui in maniera prevedibile, senza proibire alcuna opzione o
modificare in misura significativa gli incentivi economici»2. La possibilità
di influenzare il comportamento secondo queste modalità si basa su una
bipartizione dei processi mentali che trae essenzialmente ispirazione dai
lavori di Kanheman e altri sulla natura duale dei processi psicologici e
della struttura della mente. Fin dalle prime formulazioni della loro teoria,
Sunstein e Thaler hanno suddiviso le spinte in due gruppi, corrispondenti
alla partizione dei processi psicologici in processi veloci, paralleli, auto-
matici, associativi, che non richiedono sforzi, i quali compongono il co-
siddetto «Sistema 1», e i processi lenti, in serie, controllati, che richiedono
sforzi e sono governati da regole, che invece costituiscono il cosiddetto
«Sistema 2»3. Sulla base di questa divisione si possono quindi distinguere
le spinte che sfruttano processi non intenzionali del Sistema 1 dalle spinte
che invece potenziano le capacità riflessive e di autocontrollo degli agenti.
Ad esempio, sono spinte del primo tipo gli interventi che sfruttano l’i-
nerzia decisionale e la distorsione verso lo status quo per cui le persone
tendono a non compiere scelte diverse da quelle che sono abituati a fare
o non cambiano la situazione data, anche quando un mutamento dello
status quo potrebbe essere benefico. Gli architetti della scelta possono in-
tervenire impostando l’opzione più razionale o più benefica, prevedendo
che molto probabilmente l’agente tenderà a non cambiarla. Altri esem-
pi riguardano lo sfruttamento dell’effetto framing, ossia la disposizione
degli agenti ad avere reazioni diverse alla stessa informazione quando è
formulata in modi diversi, e il ricorso a immagini esplicite per rendere
più salienti certe informazioni (si pensi al design dei pacchetti di sigarette
per rendere più consapevoli i fumatori dei danni provocati dal fumo). Le
spinte del secondo tipo permettono agli individui di tradurre in scelte e
azioni effettive le loro pianificazioni e di evitare di cadere nelle trappole

2
Ibidem, p. 12.
3
Per una discussione di questa architettonica della mente, alla luce dei più recenti di-
battiti in psicologia ed economia del comportamento, cfr. R. Viale, Oltre il nudge. Libertà
di scelta, felicità e comportamento, Bologna, Il Mulino, 2018.
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della debolezza della volontà oppure di comprendere meglio le informa-


zioni che riguardano certi prodotti o certe situazioni così da compiere
scelte più razionali4.
È indicativo che Sunstein definisca «nudge educativi» le architetture
della scelta che non usano o sfruttano i limiti cognitivi o decisionali5
stabilendo così una distinzione non meramente descrittiva. Le influenze
che potenziano le capacità deliberative ed esecutive sono infatti perce-
pite come scarsamente problematiche dal punto di vista morale, per-
ché coinvolgono capacità razionali; diversamente, i nudge non educativi
sfruttano processi non intenzionali che, in molte situazioni, causano ri-
sposte non ottimali alle particolari sfide ambientali e, non essendo sotto-
posti, al vaglio della ragione, sono a-razionali. Nella proposta originaria
del paternalismo libertario, il Sistema 1 stabilisce un canone normativo
perché se gli esseri umani decidessero e agissero solo in base alle ca-
pacità a esso associati sarebbero in grado di assumere un comporta-
mento perfettamente razionale. Secondo Sunstein e Thaler, le decisioni
che gli esseri umani prendono sono quelle «che non avrebbero preso se
avessero prestato piena attenzione e se avessero posseduto informazioni
complete, capacità cognitive illimitate e totale autocontrollo»6. Sembra
che in questo brano gli autori attribuiscano al nudge il compito di ren-
dere le decisioni reali degli esseri umani quanto più conformi possibili
al canone normativo stabilito dal Sistema 2. Ciò significa che, implicita-
mente, Sunstein e Thaler distinguono una concezione procedurale e una
concezione consequenzialistica della razionalità: le spinte gentili devono
unicamente mirare ad allineare l’effetto del comportamento con un cer-
to paradigma della razionalità, a prescindere sia dal processo utilizzato
per ottenere questo stato di cose, sia dalla coincidenza o meno di questo

4
Sul sito stickk.com le persone possono impegnare una certa somma di denaro, che
sarà dato in beneficenza se entro una certa data una persona di fiducia non certificherà
che avranno raggiunto un dato obiettivo (ad esempio, perdere un certo numero di kili). La
perdita futura di denaro motiva gli agenti a mantenere fede agli impegni presi (R. Thaler
e C. Sunstein, Nudge, cit., pp. 223-224.). Un altro esempio è costituito dalla facilitazione
nella comprensione di informazioni complesse, come quelle legate ai possibili trattamenti
per il tumore alla prostata. Data la possibile influenza di molti fattori su decisioni così
importanti, Sunstein raccomanda alcuni accorgimenti per permettere alle persone di fare
scelte in linea con il proprio benessere: «Un buon sistema di architettura delle scelte aiuta
gli individui a perfezionare la propria capacità di mappare le decisioni, e dunque a sce-
gliere le opzioni che possono accrescere il loro benessere. Per far questo, un architetto
delle scelte può cercare di rendere più comprensibili le informazioni sulle diverse opzioni,
trasformando i dati numerici in unità che si traducono più facilmente in uso effettivo»
(ibidem, p. 102).
5
C. Sunstein, The Ethics of Influence. Government in the Age of Behavioral Science,
Cambridge, Cambridge University Press, 2016, pp. 32-34.
6
R. Thaler e C. Sunstein, La spinta gentile, cit., p. 11.
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esito con le preferenze e i desideri del soggetto. La distinzione tra razio-


nalità procedurale e razionalità consequenzialistica rivela però un primo
problema per il tema della manipolazione. Se infatti, come Sunstein, si
sostiene che sono manipolatori gli atti che non riescono a impegnare in
modo sufficiente riflessione e deliberazione7, allora i nudge non educa-
tivi sono sospettabili di essere manipolatori, poiché le azioni verso cui
orientano non sono il frutto di un percorso razionale (ossia deliberato
e riflessivo).
In realtà, l’impostazione del problema in questi termini soffre di un
difetto di fondo legato al modo in cui razionalità e riflessività vengono
strettamente associate nel modello duale della mente. Può essere istrut-
tivo richiamare (senza pretendere di darne una ricostruzione esaustiva)
il dibattito filosofico sul comportamento automatico per far emergere
il carattere problematico dei presupposti offerti da Sunstein e Thaler.
Come i processi del Sistema 1, il comportamento automatico è caratte-
rizzato da mancanza di consapevolezza e da risposte non riflessive che
molte volte (ma non sempre) entrano in conflitto con gli stati mentali
riflessivi, come le credenze e i desideri, generando azioni contraddit-
torie (ad esempio, i turisti che sanno che una passerella in vetro è del
tutto sicura ma che sono colti da paura quando ci camminano sopra). In
particolar modo, molti autori ritengono che i comportamenti automa-
tici siano inflessibili, non rispondano a norme e, in generale, siano dif-
ficilmente correggibili tramite deliberazione e riflessività. Il contenuto
di una reazione automatica si articola in una successione che connette
rappresentazioni percettive (nel caso della passerella, la percezione del
vuoto), pattern affettivi (ansia e paura) e comportamenti (la fuga), ma
la sequenza si attiva in modo automatico, senza quindi alcun apporto
deliberativo, sebbene il soggetto possa esserne consapevole durante il
suo svolgimento. Inoltre, sorge un problema quando il comportamen-
to automatico si trova disallineato rispetto alle credenze esplicite e agli
scopi adottati dal soggetto (come nel caso della passerella di vetro, in cui
la reazione non corrisponde alla credenza della sicurezza del ponte)8.
Analogamente, molti dei bias attribuiti da Sunstein e Thaler al Sistema
1 connettono percezioni (salienza di certe opzioni), stati emotivi e com-
portamento senza che intervenga la componente riflessiva e costituisco-
no un problema quando confliggono con quanto un esercizio delle capa-
cità deliberative del Sistema 2 porterebbe a concludere sulla situazione.
Come però è stato notato nel caso del comportamento automatico, ciò

7
C. Sunstein, The Ethics of Influence, cit., p. 82.
8
T.S. Gendler, Alief and Belief, in «The Journal of Philosophy», 105 (2008), n. 10, pp.
634-663; T.S. Gendler, Alief in Action (and Reaction), in «Mind & Language», 23 (2008),
n. 5, pp. 552-585.
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non significa che le presunte imperfezioni siano totalmente insensibili a


norme. Diversamente dai riflessi causali, il comportamento automatico
include una sequenza più complessa in cui: (1) sono presenti proprietà
ambientali la cui salienza è rilevante per l’agente; (2) si genera una rispo-
sa affettiva non arbitraria, avvertita come una «tensione», che ha una va-
lenza positiva o negativa e rafforza psicologicamente il comportamento
(attrazione o repulsione verso certe azioni); (3) si ha un comportamento
sotto forma di movimento fisico; (4) si ha un lenimento finale della ten-
sione, che può lasciare sensazioni positive e negative e quindi un senso
di miglioramento o peggioramento della relazione con le proprietà am-
bientali. Il carattere «normativo» del comportamento automatico è dato
dal suo potere di rispondere ai cambiamenti ambientali, modificandosi
quando si modificano proprietà rilevanti del mondo circostante, dalla
potenzialità di generare errori, qualora non riesca ad alleviare la tensio-
ne affettiva e, infine, dal ruolo di guida che può svolgere: sebbene gli
stati mentali che caratterizzano il comportamento automatico non siano
integrabili in senso compiuto nel ragionamento pratico, essi esprimono
qualcosa che il soggetto deve fare all’interno della sua esperienza, man-
tengono cioè un aspetto direttivo9.
Queste caratteristiche del comportamento automatico presentano
analogie con quella forma di «razionalità ecologica» che, secondo il pro-
gramma di ricerca delle «euristiche veloci e frugali» contraddistingue ciò
che Sunstein e Thaler considerano difetti cognitivi. Secondo il modello di
Sunstein e Thaler, infatti, molti degli errori in termini di razionalità deri-
vano dal fatto che le scelte sono governate da giudizi veloci, inconsapevoli
e automatici che esautorano le capacità più riflessive. Da queste premesse,
i paternalisti libertari traggono l’idea che l’architettura della scelta tramite
l’uso delle spinte gentili sia l’unica risposta efficace a questi limiti natu-
rali della mente umana. Il modello della razionalità ecologica non nega
del tutto la base empirica da cui partono i paternalisti libertari, ma ne
dà un’interpretazione differente. Piuttosto che falle ed errori, quelli che
gli economisti comportamentali e i paternalisti libertari chiamano «bias»
sono in realtà modi diversi di applicare la razionalità alle circostanze date.
In questa cornice, le euristiche veloci e immediate (il Sistema 1) non sono
sistematicamente fonti di errore e di comportamenti sub-ottimali, ma

9
M. Brownstein e A. Madva, The Normativity of Automaticity, in «Mind & Lan-
guage», 27 (2012), n. 4, pp. 410-434. Un altro esempio di comportamento automatico è
costituito dalle azioni compiute inconsapevolmente da persone talentuose, come il tenni-
sta che riesce a regolare i colpi senza dover riflettere sui movimenti da compiere. Cfr. P.
Railton, Practical Competence and Fluent Agency, in D. Sobel e S. Wall (a cura di), Reasons
for Action, Cambridge, Cambridge University Press, 2009, pp. 81-115; M. Brownstein,
Rationalizing Flow: Agency in Skilled Unreflective Action, in «Philosophical Studies», 168
(2014), n. 2, pp. 545-568.
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strategie adattive che, con tutti i loro limiti, consentono nella maggior par-
te delle situazioni di affrontare con successo le sfide poste dall’ambiente10.
Quindi, la diversità della procedura tramite cui si articola il comporta-
mento deliberato e quello automatico non implica che soltanto il primo è
razionale e sensibile a norme. Sembra tuttavia che una differenza fonda-
mentale tra i due processi esista. Nel caso del processo deliberativo, il sog-
getto può raffrontare ciò che le varie scelte comportano con l’insieme di
scopi, impegni, cure, preferenze che possiede e che, in generale, orientano
il suo rapporto con il mondo (possiamo chiamarla «identità pratica»). I
bias e le reazioni non consapevoli invece non consentono questo proces-
so: il legame tra il comportamento causato da tendenze inconsapevoli e
l’identità pratica è del tutto contingente.

3. Teorie della manipolazione

Il modo in cui Sunstein definisce il rapporto tra nudge e sistema duale


della mente determina anche la definizione di manipolazione adottata.
Secondo il paternalismo libertario, il fatto che molte spinte gentili agisca-
no su processi automatici implica che non coinvolgano il sistema riflessivo
e che quindi esautorino dalla scelta le capacità di attenzione e delibe-
razione. Ciò comporta un evidente problema per una rappresentazione
dell’agency in cui sono centrali i processi riflessivi. Per questo motivo
Sunstein introduce una definizione di manipolazione che individua, quale
tratto che accomuna i vari mezzi usati per manipolare, la loro tendenza
ad «aggirare» (bypass), «indebolire» (undermine) o «sovvertire» (subvert)
le capacità razionali della persona manipolata. Si tratta della concezio-
ne standard della manipolazione, sostenuta da diversi altri autori11, che
forniscono però un’interpretazione differente di quali siano le capacità
razionali rilevanti; è però plausibile pensare che la lista fornita da Alfred
Mele per descrivere gli effetti di processi come il lavaggio del cervello,

10
G. Gigerenzer, On the Supposed Evidence for Libertarian Paternalism, in «Review
of Philosophy and Psychology», 6 (2015), n. 3, pp. 361-383; G. Gigerenzer e T. Sturm,
How (Far) Can Rationality Be Naturalized?, in «Synthese», 187 (2012), n. 1, pp. 243-268;
G. Gigerenzer e P.M. Todd, Ecological Rationality: The Normative Study of Heuristics, in
Id. (a cura di), Ecological Rationality: Intelligence in the World, Oxford, Oxford University
Press, 2012, pp. 487-497.
11
Cfr. per varie formulazioni di questa teoria, J. Raz, The Morality of Freedom, Ox-
ford, Clarendon Press, 1986, pp. 377-378; anche J.S. Blumenthal-Barby, Between Reason
and Coercion: Ethically Permissible Influence in Health Care and Health Policy Contexts,
in «Kennedy Institute of Ethics Journal», 22 (2012), n. 4, pp. 348-350; R.E. Goodin, Ma-
nipulatory Politics, New Haven, Yale University Press, 1980, p. 28; A.W. Wood, Coercion,
Manipulation, Exploitation, in C. Coons e M. Weber (a cura di), Manipulation. Theory and
Practice, Oxford, Oxford University Press, 2013, p. 35; E.M. Cave, What’s Wrong with
Motive Manipulation?, in «Ethical Theory and Moral Practice», 10 (2007), n. 2, p. 133.
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l’ipnosi e la manipolazione rappresenti un campionario piuttosto esausti-


vo di queste capacità:

In alcuni casi […] gli agenti giungono ad avere atteggiamenti favorevoli in


modi che aggirano le loro capacità (forse relativamente modeste) di controllo
sulla propria vita mentale. In agenti idealmente auto-controllati, queste capacità
sono considerevoli. Agenti di questo tipo sono capaci di modificare la forza dei
loro desideri al servizio dei loro giudizi pratici e valutativi, di allineare le loro
emozioni con i giudizi rilevanti e di dominare la motivazione che minaccia (tal-
volta attraverso l’inserimento di pregiudizi nel ragionamento pratico o teoretico)
di produrre o sostenere credenze che violerebbero i loro principi di acquisizione
e conservazione delle credenze. Inoltre sono capaci di valutare e rivedere razio-
nalmente di loro valori e principi, di identificarsi con i loro valori sulla base della
riflessione informata e critica e di alimentare intenzionalmente nuovi valori e at-
teggiamenti favorevoli in accordo con i loro giudizi valutativi ponderati12.

Amplificare stati emotivi, instillare credenze false, sfruttare fobie e al-


tre debolezze sono modi per evitare che la persona manipolata rifletta
sulla situazione e deliberi su cosa fare.
Sunstein accetta una variante gradualista di questa teoria. Affrontan-
do il problema della natura manipolatoria delle spinte, afferma che la
manipolazione «non impegna o fa appello in modo insufficiente alla ca-
pacità di riflessione e deliberazione»13 dei soggetti. Come si intuisce da
questa definizione, è sufficiente anche solo un parziale interessamento
delle capacità per evitare la manipolazione: Sustein non specifica quale
sia la soglia di sufficienza di questo coinvolgimento, sotto la quale un
atto diviene manipolatorio, e sostiene che non necessariamente questa
ambiguità sia un punto debole della sua proposta, perché l’indetermi-
natezza consente di formulare valutazioni contestuali e anche graduali
ed evita che siano considerati manipolatori gesti quotidiani come un
tono di voce spensierato o un sorriso seduttivo di un amico che posso-
no attribuire maggiore salienza a un’opzione e parzialmente influenzare
il giudizio dell’interlocutore (d’ora in poi Teoria del mancato impegno
delle capacità razionali, Timcr).
La Timcr presuppone però che sono scelte genuine solo quelle pre-
cedute da un adeguato processo deliberativo riflessivo, cosicché ogni in-
fluenza che ostacola questo processo è una manipolazione. Si è però già

12
A. Mele, Autonomous Agents. From Self-Control to Autonomy, Oxford, Oxford
Uiversity Press, 2001, pp. 166-167.
13
C. Sunstein, The Ethics of Influence, cit., p. 82. Cfr. anche B. Engelen, Les concepts
d’autonomie et de rationalité dans la théorie des «nudges», in M. Bozzo-Rey e A. Brunon-
Ernst (a cura di), Nudges et normativités. Généalogies, concepts et applications, Paris, Her-
mann, 2018, pp. 152-156.
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visto che in certe azioni sono coinvolti i processi psicologici di entrambi


i sistemi e molto spesso l’agency umana prescinde dalla presenza di un
processo riflessivo. Per questo motivo ci si può chiedere se la Timcr riesca
a catturare in modo adeguato il nucleo dell’influenza manipolatoria. Non
solo non tiene conto delle connessioni tra razionalità e automaticità, ma
esclude di principio casi in cui la manipolazione avviene grazie allo sfrut-
tamento delle capacità razionali, che non sono ostacolate, né indebolite,
né annullate. Si immagini un aspirante presidente che si candida a guidare
il paese. Per riuscire vittorioso e assicurarsi anche l’eventuale rielezione,
assolda un team di esperti che confeziona per lui una piattaforma politica
che massimizzi le probabilità di essere eletto. Il candidato è totalmente
indifferente al contenuto della sua proposta ma lo difende con pubbli-
camente in dibattiti e comizi, ottenendo così lo scopo prefisso. In questo
esperimento mentale, il candidato riesce a manipolare i suoi elettori senza
aggirare, indebolire o sovvertire le loro capacità razionali14, ha successo
senza ricorrere a un’influenza che sfrutti processi non-razionali.
Per cogliere questi aspetti, occorre una teoria alternativa e quella che
riesce meglio in questo intento è la teoria secondo cui la manipolazione è
un’influenza che introduce stati mentali difettosi (faulty), ossia credenze
false, desideri irrazionali o emozioni inappropriate, nella persona manipo-
lata che è indotta a desiderare, credere o sentire in modo da allontanarsi
da ideali o standard che dovrebbero governare questi stati mentali15. Per
comprendere meglio l’effetto della manipolazione si possono prendere in
considerazione delle modalità in cui ordinariamente rispondiamo appro-
priatamente alle sollecitudini che provengono dall’ambiente o dalle altre
persone. In generale questi modi includono sia scelte e decisioni che sono
il frutto di un processo deliberativo e riflessivo, sia reazioni non delibera-
te, che possono essere efficaci grazie a processi adattivi sedimentati oppu-
re possono rispecchiare parti importanti della nostra identità. Il grado con
cui queste risposte riescono a essere «ideali» dipende in primo luogo dal
contesto che si prende in considerazione, dal tipo particolare di sollecita-
zione, richiesta, sfida a cui l’agente deve rispondere e dalle caratteristiche
della relazione che la persona intrattiene con gli altri soggetti coinvolti.
Questo panorama complesso consente di riconoscere che in certe situa-
zioni sulla scelta dell’agente intervengono molteplici influenze, molte del-

14
Cfr. M. Gorin, Towards a Theory of Interpersonal Manipulation, in C. Coons e M.
Weber (a cura di), Manipulation. Theory and Practice, cit., pp. 91-92. Cfr. anche M. Gorin,
Do Manipulators Always Threaten Rationality?, in «American Philosophical Quarterly»,
51 (2014), n. 1, pp. 51-61.
15
Cfr. R. Noggle, Manipulative Actions: A Conceptual and Moral Analysis, in «Ameri-
can Philosophical Quarterly», 33 (2006), n. 1, pp. 43-55; Id., Ethics of Manipulation, in N.
Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, 2018, <https://plato.stanford.edu/
entries/ethics-manipulation/> (consultato il 7-12-2020), par. 2.2.
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le quali non-intenzionali e dipendenti dalla struttura stessa dell’ambiente


di scelta. Al contrario di altri modi di influenzare intenzionalmente un
soggetto (come la persuasione o anche la coercizione), la manipolazione,
potremmo dire, distorce il «coinvolgimento pratico» (practical engage-
ment) della persona con il mondo in quanto compromette l’adeguatezza
delle risposte (deliberate e non-deliberate) con cui l’agente reagisce a cer-
te sollecitazioni esterne (Teoria del coinvolgimento pratico, Tcp). Sono di-
versi i modi in cui si può influenzare in modo manipolatorio una persona:
alterazione di informazioni che fanno da input dei nostri processi consa-
pevoli di scelta; impedimento, deviazione o insufficiente coinvolgimento
dell’esercizio delle capacità deliberative; amplificazione o creazione di
emozioni o desideri in modo inappropriato; sfruttamento di processi au-
tomatici che impediscono alla persona di «appropriarsi» dei motivi per
cui agisce16. La Tcp ha l’ulteriore merito di agganciare l’inadeguatezza o la
non-idealità delle risposte a standard contestuali che dipendono sia dalle
proprietà ambientali, sia dalle relazioni che intercorrono tra le persone e
dalle aspettative e alle sfide che un particolare ambiente impone17.
L’idealità delle risposte, che potremmo pensare nei termini della loro
«appropriatezza», richiede standard valutativi, soggettivi oppure oggetti-
vi. Questa impossibilità di avere uno sguardo neutrale sulla manipolazio-
ne è connessa a un aspetto che generalmente non viene sufficientemente
colto nel dibattito filosofico sulla questione: la manipolazione è conside-
rata come un movimento unidirezionale, un’influenza intenzionale che
dal manipolatore porta al manipolato, recettore passivo dell’azione. Ma la
manipolazione è un tipo di relazione che presuppone una reciprocità: si
può manipolare solo chi non si aspetta di essere oggetto di manipolazione
e quindi anche l’aspettativa del destinatario dell’influenza è cruciale. Tor-
neremo su questo punto nell’ultimo paragrafo.

4. Spingere è manipolare?

Non sembrerebbe che assumere Timcr o Tcp comporti giudizi radical-


mente diversi sull’aspetto manipolatorio del nudge. Anche per Tcp, ope-
rare in modo da potenziare il Sistema 2 (nudge educativi) non costituisce
una manipolazione, finché i processi influenzati mantengono lo standard
di idealità che permette un coinvolgimento pratico non distorto con il
mondo. Per quanto riguarda i nudge del Sistema 1, essi saranno problema-
tici per entrambe le teorie. Per Timcr, uno sfruttamento dei processi au-
tomatici implica spesso un mancato coinvolgimento o un coinvolgimento

16
A. Barnhill, I’d Like to Teach the World to Think: Commercial Advertising and Ma-
nipulation, in «Journal of Marketing Behavior», 1 (2016), n. 3-4, pp. 307-328.
17
Ibidem, p. 312.
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insufficiente delle capacità deliberative del soggetto; per Tcp questo sfrut-
tamento sarà manipolatorio nella misura in cui induce risposte non ideali.
Non è un caso, infatti, che Sunstein ammetta che i nudge che influenzano
il Sistema 1 sono manipolatori, ma sostiene che (a) sono comunque ine-
vitabili, perché in certi non si può fare a meno di intervenire su alcuni
aspetti contestuali, come il modo in cui si formula un’informazione; (b)
sono giustificati, se il loro effetto sul benessere degli individui è tale da
compensare il danno derivante dal mancato coinvolgimento delle capa-
cità razionali18.
Tcp sembra però consentire giudizi più sfumati e contestuali sulle sin-
gole influenze. Non è possibile in questa sede soffermarsi su tutti i tipi di
nudge, per cui ne prenderemo in considerazione soltanto due: l’effetto
framing e l’uso di regole prestabilite.
Lo sfruttamento dell’effetto framing consiste nel presentare le infor-
mazioni scegliendo la formulazione che avrà più probabilità di indurre un
comportamento, quando una formulazione alternativa, ma con lo stesso
contenuto informazionale, non avrebbe questo effetto. In alcuni casi il
nudge opera comunicando un’informazione senza specificare altri dati ri-
levanti (ad esempio, si comunica al paziente i rischi relativi del fumo, «la
probabilità di avere un infarto raddoppia nei fumatori», senza informarlo
di quale sia il tasso di diffusione della patologia nella popolazione e quindi
l’entità reale di tale raddoppio); oppure si può privilegiare una formula-
zione che mette in evidenza i risvolti positivi di un’opzione per orientare
il soggetto verso la scelta di quella opzione (ad esempio, «sottoporsi a una
dato trattamento medico garantisce il 40% di sopravvivenza», mettendo
così in secondo piano il dato relativo alla mortalità). Queste modalità co-
municative attribuiscono una maggiore salienza alla connessione tra stili
di vita ed esiti potenzialmente mortali, attivando alcune reazioni che ren-
dono più probabile una certa scelta.
Le regole di default hanno un funzionamento simile, ma sfruttano la
tendenza all’inerzia del comportamento umano. Uno degli esempi classici
è l’introduzione di regole prestabilite nella definizione dei piani pensio-
nistici negli Stati Uniti. Dal punto di vista degli architetti di sistema, la
soluzione più ragionevole nella scelta dei fondi pensionistici è quella di
prevedere un arruolamento automatico in un piano che prevede opzioni
preimpostate per i tassi di risparmio e la distribuzione degli investimen-
ti, da cui i soggetti possono liberamente uscire esercitando in qualunque
momento la facoltà di opting out. La forza dell’inerzia e dello status quo
determina una maggiore probabilità che gli individui non decidano di
avvalersi dell’opzione di uscita e continuino ad aderire al piano preimpo-
stato per loro più vantaggioso. In questo caso l’architettura della scelta

18
C. Sunstein, The Ethics of Influence, cit.
Il volto manipolatorio del paternalismo libertario 519

non muta l’insieme delle preferenze individuali, ma interviene solo sul


comportamento, garantendo una probabile astensione dalla scelta. La re-
gola di default crea una maggiore salienza per un’opzione (rimanere fedeli
alla scelta preimpostata) rispetto all’altra (esercitare un’opzione di uscita).
In che modo regole di default e sfruttamento dell’effetto framing pos-
sono essere considerate manipolatorie? Gli architetti del sistema mirano
a creare quella che si può chiamare una «salienza psicologica», ossia una
proprietà rilevante di uno stato percettivo occasionale che ha il potere sia
di guidare l’attenzione dell’agente verso un certo elemento, sia di motivare
l’agente ad agire in un certo modo. La percezione della salienza delle in-
formazioni o delle opzioni presentate nell’architettura della scelta ristrut-
tura l’attenzione del soggetto, indicando alcune priorità (il trattamento
medico o evitare la scelta), «comandando» al soggetto di concentrarsi su
alcuni aspetti della situazione e quindi di trascurarne altri. Sebbene sol-
lecitino la scelta, non riescono però a guidarla in senso pieno, in quan-
to non forniscono ragioni per concentrarsi su quell’opzione19. Anche se
esteriormente il comportamento generato sembra rispondere a ragioni, in
realtà la presenza di una spinta gentile non connette adeguatamente quel
comportamento alla ragioni per le quali il soggetto dovrebbe fare quella
scelta. Nel caso dell’effetto framing, ad esempio, l’attenzione della perso-
na viene attirata sugli aspetti negativi o positivi di una certa opzione, senza
che però il soggetto operi una considerazione bilanciata di tutti i fattori
della situazione; nel caso della regola di default, almeno una parte delle
persone, si troverà nella condizione di una sfasatura tra ciò che realmente
vogliono e quello che sono indotti a scegliere dalla maggiore salienza data
dalla distorsione dello status quo. Il risultato è che la continua adesione
allo stato di default potrebbe essere dettata per qualcuno da ragioni che
non sono interamente le sue ragioni per scegliere in questo modo, anche
se il comportamento dipende da aspetti della sua mente (un bias cogniti-
vo). I nudge sono manipolatori perché, non tracciando in modo adeguato
le ragioni, inducono risposte non ideali perché non pienamente sensibili a
ragioni20. In questo senso il coinvolgimento pratico di questi agenti con il
mondo è in qualche modo distorto.
In modo diverso operano le architetture della scelta che dispongono
l’ambiente in modo tale da favorire certe scelte. Uno degli esempi più
discussi vede una ristoratrice, Carolyn, organizzare il suo ristorante self-
service collocando in posizioni strategiche i cibi più sani, in modo da
19
Per il concetto di «salienza psicologica» così definito, cfr. S. Watzl, Structuring
Mind. The Nature of Attention and How It Shapes Consciousness, Oxford, Oxford Univer-
sity Press, 2017, cap. 6.
20
Cfr. per considerazioni analoghe M. Gorin, Paternalistic Manipulation, in K. Grill e
J. Hanna (a cura di), The Routledge Handbook of the Philosophy of Paternalism, Oxford,
Routledge, 2018, pp. 241-243.
520 Matteo Galletti

massimizzare la probabilità che i clienti li preferiscano a quelli ricchi di


grassi21. Alcuni dei clienti di Carolyn entreranno nel ristorante con una
gran voglia di mangiare fritto, altri con il desiderio di mangiare più sano e
altri (la maggioranza, forse) senza avere alcuna preferenza determinata in
proposito. Il contesto, predisposto in modo intenzionale, modella le prefe-
renze di alcuni clienti ma ne crea delle nuove ex novo, nel caso dei clienti
«indeterminati»22. Secondo alcuni commentatori, l’organizzazione del ri-
storante di Carolyn attribuisce a certi piatti una salienza diversa, che non è
però semplicemente associata a proprietà effettivamente rilevanti dei cibi
(ad esempio l’assenza di grassi saturi), ma alla disponibilità fisica nello spa-
zio che li rende più facilmente raggiungibili. Per questo motivo l’uso del
nudge non traccia le ragioni23. Proviamo però a confrontare il ristorante di
Carolyn con un caso più evidente di manipolazione: Jane è una mangiatri-
ce morbosa e la sua coinquilina, preoccupata dalle sue abitudini alimentari
dannose per la salute, decide di aiutarla, sostituendo gli specchi dell’ap-
partamento con specchi deformanti. Jane si vede sformata e sovrappeso,
cosicché si convince ad adottare una dieta più salutare. La coinquilina in-
terferisce con le capacità di discernimento di Jane che con tutta probabilità
se venisse a conoscenza del trucco della coinquilina potrebbe irritarsi24. Si
può serenamente dire che la coinquilina ha manipolato Jane. Questo esem-
pio e il ristorante di Carolyn hanno una proprietà in comune: in entrambi
i casi è all’opera un processo che non consente ai soggetti di appropriarsi
dei motivi per cui compiono la loro scelta. Il loro coinvolgimento pratico
con il contesto è alterato e reso non ideale perché sono gli architetti della
scelta (Carolyn e la coinquilina) a pilotare le ragioni per cui i clienti e Jane
adottano un certo comportamento. Nel caso degli specchi, la coinquilina
sa che Jane sceglie la dietra salutare perché si è vista grassa, mentre Jane
è convinta di decidere perché è grassa; nel caso del ristorante Carolyn sa
cos’è che rende maggiormente degna di scelta l’insalata rispetto al fritto
di carne o ai dolci, ossia le sue proprietà nutritive maggiormente salutari

21
R. Thaler e C. Sunstein, Nudge, cit., p. 8. Esempio leggermente modificato.
22
Si tratta del fenomeno della «costruzione delle preferenze»: soprattutto in contesti
inusuali e complessi in cui le informazioni a disposizioni sono scarse, l’agente non si avvi-
cina alla situazione con un ordinamento valutativo predefinito delle opzioni possibili, ma
sviluppa e adatta le sue preferenze nel corso del processo decisionale soprattutto in rispo-
sta alle molteplici influenze a cui è soggetto. Cfr. ad esempio S. Lichtenstein e P. Slovic (a
cura di), The Construction of Preference, New York, Cambridge University Press, 2006.
23
R. Noggle, Manipulation, Salience, and Nudges, in «Bioethics», 32 (2018), n. 3, p.
169. Per una risposta alle obiezioni della manipolazione su questo punto, cfr. T.R.V. Nys
e B. Engelen, Judging Nudging: Answering the Manipulation Objection, in «Political Stu-
dies», 65 (2017), n. 1, soprattutto pp. 204-208.
24
Cfr. J.S. Blumenthal-Barby, Choice Architecture: A Mechanism for Improving Deci-
sions while Preserving Liberty?, in C. Coons e M. Weber (a cura di), Paternalism. Theory
and Practice, cit., pp. 190-191.
Il volto manipolatorio del paternalismo libertario 521

e benefiche per chi sceglie, ma queste informazioni non sono trasmesse


dall’azione della spinta, cosicché non possono costituire una ragione genu-
ina per scegliere l’insalata dal punto di vista del cliente.
Inoltre, in questa architettura della scelta (così come nell’uso di regole
prestabilite) si verifica una potenziale dissonanza nei soggetti che hanno
certe preferenze ma sono indotti a scegliere in altro modo dal nudge. Se-
condo alcuni fautori dell’architettura della scelta questi sarebbero casi mi-
noritari e, comunque, non produrrebbero effetti così deflagranti sulla ca-
pacità di agire e sull’autonomia delle persone. Engelen e Nys, ad esempio,
hanno introdotto il concetto di «perimetri dell’autonomia» per indicare
quella che precedentemente abbiano introdotto come «identità pratica»,
ossia l’insieme di identificazioni, cure, impegni che ci rende ciò che siamo.
Secondo gli autori, un agente indeterminato non ha preferenze specifiche
nella situazione data ma possiede comunque un’identità pratica compa-
tibile con una certa gamma di scelte particolari: finché il nudge cambia il
comportamento ma lo fa all’interno di questo spettro di decisioni possi-
bili, esso non viola i perimetri dell’autonomia degli agenti25. Finché, non
si esce dal perimetro delle proprie cure e delle proprie identificazioni,
la scelta non è manipolata dall’architettura ma appartiene genuinamente
all’agente. Questa proposta è convincente, perché in molti casi l’assenza
di una preferenza determinata non è indicatore dell’assenza di preferenze
tout court. È possibile che l’agente ne abbia di generali, ricavabili dalla
sua identità pratica: l’agente A potrebbe non avere una preferenza per
x perché A non ha mai avuto esigenza di riflettere su x, ma la scelta di x
sarebbe compatibile e coerente con la sua identità pratica. Per il pater-
nalismo libertario si pone però un problema epistemico, perché non è
del tutto chiaro in che modo gli architetti della scelta possono appurare
quale sia l’identità pratica degli agenti e quindi evitare di manipolarli. Il
paternalismo libertario afferma di voler orientare le persone, senza co-
stringerle, a compiere le scelte che promuovono il benessere delle persone
così come viene da esse giudicato, secondo la propria identità pratica. La
componente paternalistica è moderata perché non intende interferire con
gli scopi delle persone, ma soltanto con i mezzi. Nei casi in cui i nudge
sono manipolatori si avrebbe allora una manipolazione paternalistica: ciò

25
B. Engelen e T.R.V. Nys, Nudging and Autonomy: Analyzing and Alleviating the
Worries, in «Review of Philosophy and Psychology», 11 (2020), n. 1, pp. 137-156. Con la
nozione di «identità pratica» si fa riferimento a una gamma di teorie formulate in modi
e termini diversi intorno a concetti simili: cfr. H. Frankfurt, The Importance of What We
Care About, Cambridge, Cambridge University Press, 1998; D.W. Shoemaker, Caring,
Identification, and Agency, in «Ethics», 114 (2003), n. 1, pp. 88-118; A. Jaworska, Caring
and Internality, in «Philosophy and Phenomenological Research», 74 (2007), n. 3, pp.
529-568; C. Sripada, Self-Expression: A Deep Self Theory of Moral Responsibility, in «Phil-
osophical Studies»,173 (2016), n. 5, pp. 1203-1232.
522 Matteo Galletti

che viene promosso non è l’interesse del manipolatore, ma quello del ma-
nipolato. C’è da dire che non sempre i paternalisti libertari sono chiari
sul modo in cui definire questo interesse: come si è detto, Sunstein e Tha-
ler identificano talvolta l’obiettivo verso cui sono spinti gli agenti con il
benessere degli agenti, così come gli agenti stessi lo definiscono. Questa
clausola permette ai paternalisti di conservare il carattere libertario del-
la loro teoria: non ci sarebbe qui alcun intento perfezionista, finalizzato
a imporre alle vite degli individui standard diversi da quelli incorporati
negli scopi che scelgono liberamente. Ma secondo questa definizione, gli
architetti della scelta dovrebbero avere un pieno (e improbabile) accesso
epistemico all’identità pratica per disegnare ambienti che non violino i
perimetri dell’autonomia.
In altri casi, essi sostengono che le scelte garantite dalle spinte sono
quelle che gli esseri umani avrebbero preso «se avessero prestato piena
attenzione e se avessero posseduto informazioni complete, capacità co-
gnitive illimitate e totale autocontrollo»26. In assenza di ulteriori specifi-
cazioni, le due definizioni di scelta potrebbero non coincidere. In alcuni
casi è possibile pensare che quello che una persona preferisce realmente,
ma non riesce a realizzare a causa dei difetti cognitivi, coincide con ciò
che preferirebbe se si trovasse in condizioni ideali, potendo così esprime-
re una preferenza massimamente razionale di secondo livello. Ma non è
detto che tutto ciò che un agente potrebbe scegliere in condizioni ideali
corrisponde al contenuto della sua identità pratica. Nel caso di coinci-
denza tra preferenze ideali e identità pratica, il nudge riuscirebbe ad al-
lineare le scelte particolari con le identificazioni dell’agente, mentre nel
caso di dissociazione l’uso di particolari spinte potrebbe avere due effetti
manipolatori: distorcerebbe il coinvolgimento pratico degli agenti con il
mondo sia rispetto ai mezzi utilizzati per influenzare il comportamento,
sia rispetto gli scopi che l’architetto della scelta si prefigge di realizzare.

5. Una questione di fiducia

Alcune spinte gentili sono quindi manipolatorie perché distorcono il


coinvolgimento pratico degli agenti in modo non ideale e l’impatto che
possono avere sull’identità pratica degli agenti rende il paternalismo li-
bertario una forma di interferenza con gli scopi delle persone27. Questi

26
R. Thaler e C. Sunstein, Nudge, cit., p. 11. Cfr. anche C. Sunstein e R. Thaler, Li-
bertarian Paternalism Is Not an Oxymoron, in «The University of Chicago Law Review»,
70 (2003), n. 4, p. 1162. Su questo punto cfr. anche M. Gorin, Paternalistic Manipulation,
cit., pp. 236-246.
27
Sui limiti morali del paternalismo debole o moderato, cfr. B. Fateh-Moghadam e T.
Gutmann, Governing [through] Autonomy. The Moral and Legal Limits of «Soft Paternali-
sm», in «Ethical Theory and Moral Practice», 17 (2014), n. 3, pp. 383-397.
Il volto manipolatorio del paternalismo libertario 523

effetti intrusivi potrebbero essere sufficienti per decretare l’inaccettabi-


lità di alcuni nudge poiché, in generale, la manipolazione viene condan-
nata sul piano morale perché interferisce con l’autonomia del manipo-
lato o perché gli procura un danno28. Ammettiamo però che l’uso di un
certo tipo di nudge sia manipolatorio (e quindi alteri il coinvolgimento
pratico in modo non ideale) senza che interferisca con l’autonomia per-
sonale o procuri direttamente un danno (ma conferisca addirittura un
beneficio al soggetto manipolato). Sarebbe questo un caso di manipola-
zione moralmente lecita?
Alla fine della sezione 3 si è accennato alla natura bi-direzionale della
manipolazione, per cui essa dipende dalle intenzioni e dalle credenze
del manipolatore ma anche dalle aspettative del manipolato. Una re-
lazione reciproca presuppone alcune aspettative di base da parte delle
persone che interagiscono, modellate in parte su certi standard interni a
quella relazione. Così, fa parte della normale interazione tra esseri uma-
ni aspettarsi che nessuno faccia loro del male senza una valida ragione
per farlo – valida agli occhi di entrambe le persone – e che certe reazioni
negative a una violazione di questa aspettativa siano appropriate e le-
gittimate dal fatto che l’altra persona è venuta meno a una relazione di
fiducia che si può nutrire verso gli agenti. Ovviamente il grado di fiducia
o di sospetto che possiamo avere nei loro confronti dipende anche dal
contesto in cui ci muoviamo; situazioni meno sicure o in cui abbiamo
scarse informazioni possono motivare un atteggiamento guardingo, così
come interazioni con persone che ci sono più familiari possono muta-
re la natura delle reciproche aspettative. La fiducia e le reazioni che
accompagnano la sua violazione intenzionale costituiscono il fulcro di
un tipo di relazione ben precisa, che si articola tra persone capaci di
reciprocità ed è preclusa quando si tratta di bambini molto piccoli o
persone con gravi patologie mentali. L’interazione che avviene tra per-
sone responsabili presuppone che l’adozione di un duplice atteggia-
mento: un’aspettativa normativa rispetto al comportamento altrui e una
disponibilità a trattare l’altro come un «partecipante» a una relazione
reciproca. Quando questo duplice atteggiamento non è possibile, si pos-
sono instaurare relazioni contraddistinte da minore reciprocità, fino ad
arrivare all’estremità dello spettro dove domina l’atteggiamento «obiet-
tivo», in cui l’altro è considerato non più un soggetto responsabile ma
qualcuno da «curare», «gestire», «indirizzare». La manipolazione è una
28
Cfr. R. Noggle, The Ethics of Manipulation, cit., parr. 3.2 e 3.3; M. Gorin, Towards
a Theory of Interpersonal Manipulation, cit., pp. 81-89. In The Ethics of Influence (cit., pp.
96-101), Sunstein sostiene che le spinte gentili non violano l’autonomia né comportano
danni, perché non costringono le persone a scegliere e rispettano il loro benessere. La
prima affermazione dipende in parte da quando l’azione delle spinte è evitabile; la seconda
costituisce invece uno dei punti di maggior tensione all’interno del paternalismo libertario.
524 Matteo Galletti

forma di relazione in cui ogni atteggiamento partecipativo è sospeso e


il manipolatore adotta una prospettiva oggettivante nei confronti del
manipolato. Quando il manipolato non presenta però quelle caratte-
ristiche che possono giustificare un atteggiamento obiettivo di questo
tipo, questo cambiamento di prospettiva implica una violazione vera e
propria dell’aspettativa che ogni persona ha di essere trattato come un
agente e non come una persona da indirizzare e manipolare29. Come ha
sottolineato Marcia Baron:

La mens rea della manipolazione può essere una combinazione di intenzione


e avventatezza: lo scopo di portare l’altro a fare ciò che gli si vuol far fare, insieme
all’avventatezza nel modo in cui il manipolatore ottiene il suo scopo. In casi in cui
si è manipolatori in modo colpevole, ci si preoccupa in modo insufficiente dell’al-
tro in quanto agente. In questi casi essere avventati significa non considerare se si
sta trattando l’altro con rispetto30.

Prendiamo allora il caso in cui una spinta gentile costituisce una for-
ma di manipolazione paternalistica, perché orienta agenti responsabili
a scegliere in conformità alla loro stessa idea di benessere. Senza questa
spinta essi sarebbe portati a optare per comportamenti irrazionali, se-
condo il paradigma di razionalità del paternalismo libertario. In questo
caso, sembrerebbe giustificato adottare nei loro confronti un atteggia-
mento obiettivo, perché privi degli strumenti per gestire in modo ade-
guato il loro comportamento in contesti e situazioni sensibili. Questa
impostazione, che sembrerebbe del tutto andare incontro alle esigenze
dei paternalisti libertari, omette però di prendere in considerazione qual
è l’identità di manipolatore e manipolato e quale relazione reciproca
intrattengano. Una variabile fondamentale è infatti costituita da quali
sono le aspettative dei destinatari della spinta nei confronti del ruolo
che assume chi la spinta la eroga. Secondo il paternalismo libertario
funzionari pubblici e privati possono introdurre spinte gentili nell’ar-
chitettura della scelta per correggere il comportamento di cittadini, con-
sumatori, lavoratori, ecc. Si comprende allora che l’accettabilità della
29
La distinzione tra i due tipi di atteggiamenti si trova ovviamente in P.F. Strawson,
Freedom and Resentment, in «Proceedings of the British Academy», 48 (1962), pp. 1-25.
Cfr. L. Blum, Deceiving, Hurting, and Using, in A. Montefiore (ed.), Philosophy and Per-
sonal Relations, London, Routeledge & Kegan Paul, 1973, pp. 34-61; L. Stern, Freedom,
Blame, and Moral Community, in «The Journal of Philosophy», 71 (1974), n. 3, pp. 72-84;
P. Greenspan, The Problem with Manipulation, in «American Philosophical Quarterly»,
40 (2003), n. 2, pp. 160-164; M. Baron, The «Mens Rea» and Moral Status of Manipulation,
in C. Coons e M. Weber (a cura di), Manipulation. Theory and Practice, cit., pp. 116-120.
In modo analogo si esprime R.E. Goodin, Manipulatory Politics, cit., pp. 20-26 che defini-
sce la manipolazione «la faccia più brutta del potere».
30
M. Baron, The «Mens Rea» and Moral Status of Manipulation, cit., pp. 103-104.
Il volto manipolatorio del paternalismo libertario 525

manipolazione, e quindi l’assunzione di un atteggiamento obiettivo,


dipende in modo cruciale da qual è la relazione che intercorre tra lavo-
ratori e datori di lavoro, consumatori e pubblicitari, cittadini e decisori
pubblici e dalle aspettative reciproche che strutturano queste relazioni.
In questo contesto più ampio, anche una distorsione del coinvolgimento
pratico con il mondo di queste persone per il loro bene potrebbe assu-
mere toni morali negativi proprio perché prevede l’utilizzo di mezzi che
implicano l’adozione di un atteggiamento obiettivo nei loro confronti:
significa mutare la prospettiva e assumere che il manipolatore veda cit-
tadini, lavoratori e consumatori non come agenti da rispettare, ma come
pazienti da gestire. Ad esempio Hausman e Welch esprimono il seguen-
te giudizio a proposito del paternalismo libertario:

Se è compito del governo trattare i suoi cittadini come agenti che, entro i
limiti che derivano dai diritti e dagli interessi degli altri, determinano la direzione
della propria vita, allora un governo dovrebbe essere riluttante a usare mezzi
diversi dalla persuasione razionale per influenzarli. Anche se, come ci sembra
evidente, le capacità decisionali dei cittadini sono imperfette e potrebbero non
essere significativamente ridotte dagli sforzi concertati per sfruttare questi difetti,
uno sforzo organizzato per modellare le scelte sembra ancora una forma di con-
trollo sociale irrispettoso31.

Come ha sostenuto Lawrence Stern, la «manipolazione alimenta la


sfiducia e l’ostilità»32 e l’effetto può essere amplificato quando si tratta
di decisioni e scelte vitali. Anche ammettendo che l’uso di spinte pater-
nalistiche che mutano il coinvolgimento pratico col mondo non com-
porti effetti dannosi per l’autonomia e il benessere delle persone, esso
nondimeno ha un impatto sulle aspettative che i cittadini delle democra-
zie liberali possono nutrire nei confronti di chi li governa. La questione
se il grado di «gestione» assicurato dal nudge non contrasta con tali
aspettative non è meramente empirica, ma riguarda la forma stessa dello
sfondo su cui attualmente si articolano le relazioni interpersonali; l’in-
troduzione del nudge altera questo sfondo senza che questa trasforma-
zione sia oggetto di riflessione e considerazione, compiti che richiedono
uno sforzo di revisione concettuale superiore alle risorse teoriche del
paternalismo libertario.

31
D.M. Hausman e B. Welch, To Nudge or Not to Nudge, in «The Journal of Political
Philosophy», 18 (2010), n. 1, p. 134.
32
L. Stern, Freedom, Blame, and Moral Community, cit., p. 80.
526 Matteo Galletti

The Manipulative Face of Libertarian Paternalism. Nudges and the Ethics of


Manipulation

Libertarian paternalism pursuits a synthesis between liberalism and paternalism,


suggesting a widespread use of «nudges», choice architectures that exploit human
biases. In this way private and public choice architects can steer people’s choices,
promoting their ends and leaving them free to choose otherwise. In this paper I
try to show that this use of nudges is manipulative and morally troubling.

Keywords: Manipulation, Nudging, Libertarian paternalism, Autonomy, Trust.

Matteo Galletti, Dipartimento di Lettere e Filosofia, Università di Firenze, via della Pergola
60, 50121 Firenze, matteo.galletti@unifi.it.