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La corruzione
nel regime
nazionalsocialista
Frank Bajohr

Un sistema particolarmente corrotto

La corruzione politica, generalmente definibile come «abuso di


un incarico pubblico a fini privati»1 è un fenomeno più o meno diffu-
so in tutti i regimi2. A ragione Jacob van Klaveren ha definito la cor-
ruzione «la norma», e un sistema di potere che ne sia privo un «caso
eccezionale», degno di una spiegazione3. Tuttavia disponiamo di nu-
merosi indicatori che dimostrano come una dimensione insolita di
corruzione politica caratterizzasse il regime nazionalsocialista4. 69
Questo fatto attira tanto più l’attenzione in quanto per molto tempo la
corruzione rivestì un ruolo modesto nella vita politica della Germa-
nia, anche se l’immagine dominante di una burocrazia prussiana
incorruttibile per definizione rappresentava piuttosto un mito che la
realtà. Perché allora la corruzione aumentò dopo il ’33 in misura
così imponente e quali conclusioni generali se ne possono trarre per
la ricerca storica? A mio avviso quella corruzione non solo corrispo-
se a una generale inclinazione delle dittature verso fenomeni più
diffusi laddove non funzionavano il controllo e la separazione dei
poteri; ma trovò anche nella struttura del movimento nazionalsocia-
lista come del regime un terreno particolarmente fertile.

1 La miglior panoramica sugli sviluppi della ricerca sulla corruzione in A. Heidenhe-


imer, M. Johnston e V. LeVine (a cura di), Political Corruption. A Handbook, New
Brunswick, 19932.
2 G. Wewer, Korruption, in D. Nohlen (a cura di), Wörterbuch Staat und Politik2,
München, pp. 360 ss.; K.-H. Hillmann, Wörterbuch der Soziologie4, Stuttgart, 1994, pp.
449 ss.
3 J. van Klaveren, Korruption, in Handwörterbuch zur deutschen Rechtsgeschichte,
Berlin, 1978, p. 1163.
4 Rinvio al mio Parvenüs und Profiteure. Korruption in der NS-Zeit, Frankfurt, 2001.

Contemporanea / a. VII, n. 1, gennaio 2004


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Già nella percezione dei contemporanei la corruzione dell’epoca
nazista ebbe un ruolo importante, nonostante fosse (o proprio per-
ché era) per lo più considerata un tabù da un’opinione pubblica con-
dizionata dalla propaganda. «La corruzione dominante è un argo-
mento che attira la permanente attenzione della popolazione», infor-
marono nel 1936 i corrispondenti della direzione in esilio del Partito
socialdemocratico tedesco5. «Questo Stato ha minato da solo uno dei
suoi fondamenti: ha corrotto la propria burocrazia», suonava il giu-
dizio di Hans Reichmann, presidente dell’Associazione centrale dei
cittadini tedeschi di fede ebraica nel 1939, l’anno della sua fuga verso
la Gran Bretagna6. «Il grado e la dimensione della corruzione della
classe dirigente non hanno paragone» scrisse nel 1940 il giovane
editorialista Sebastian Haffner, anche lui emigrato in Inghilterra7.
Gli studi storici, tuttavia, hanno preso atto solo limitatamente del-
la corruzione durante il nazismo. Un motivo di questo disinteresse
sta forse nel fatto che la corruzione viene spesso considerata, in Ger-
mania, un oggetto di ricerca poco dignitoso e serio, degno esclusiva-
mente d’inchieste o di scoop giornalistici. «Grazie alla buona fama
del sistema burocratico tedesco» (secondo le parole del politologo
70 Theodor Eschenburg)8 la corruzione non viene neanche percepita
come un problema della storia tedesca.
Quale può essere il contributo di un’analisi della corruzione sotto
il regime per una migliore comprensione d’insieme della dittatura
nazista? Vorrei in questa sede mettere in risalto tre aspetti. Presente-
rò alcuni tratti tipici della corruzione sotto il nazionalsocialismo; in-
dagherò sulle sue ragioni, cercando di dimostrare che la corruzione
costituì un problema strutturale del dominio nazionalsocialista
strettamente connesso alla tipologia del movimento, ai costumi dei
suoi funzionari come anche alle caratteristiche fondamentali della
dittatura; in conclusione parlerò delle conseguenze della corruzione
sul rapporto tra regime e popolazione tedesca.

5 «Deutschland-Berichte der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands» (Sopade),


1936, pp. 221 ss.
6 H. Reichmann, Deutscher Bürger und verfolgter Jude, München, 1998, p. 260.
7 S. Haffner, Germany: Jekyll & Hyde, Berlin, 1996 [1940], p. 43.
8 Th. Eschenburg, Staat und Gesellschaft in Deutschland, Stuttgart, 1956, p. 699.
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Morfologia della corruzione nazista

Possiamo identificare quattro aspetti tipici della corruzione sotto


la dittatura nazista9.
Anzitutto, dopo l’avvento al potere i nazionalsocialisti misero in
atto il più ingente sistema di favoritismo organizzato della recente
storia tedesca. Grazie a provvedimenti straordinari degli uffici del
lavoro alcune centinaia di migliaia di membri del Partito entrarono
nel servizio pubblico e nelle imprese denominate di economia mi-
sta, cioè a partecipazione statale. In parte, questi posti furono anche
distribuiti dalle organizzazioni del Partito che ne ebbero un determi-
nato contingente a loro diretta disposizione. Ad Amburgo, per esem-
pio, la direzione regionale del Partito poté decidere sul 43% di tutti i
posti liberi nei servizi pubblici, le SA su un altro 43%, le SS sul re-
stante 14%. I nazionalsocialisti godettero di notevoli privilegi nei ser-
vizi pubblici. Gli anni di servizio prestati nel Partito contavano nel
calcolo retributivo; spesso era garantito uno stipendio minimo; era-
no previste misure protettive speciali contro i licenziamenti. Con
l’ausilio dei cosiddetti «contratti di servizio privato» venne superato
il problema della mancata corrispondenza tra le qualifiche effettive e 71
le condizioni formali della carriera nel settore pubblico. In questa
maniera, un idraulico entro breve tempo poteva accedere alla carica
di direttore amministrativo. Inoltre i nazionalsocialisti ottennero nu-
merosi aiuti da fondi pubblici, per esempio «sostegni finanziari per il
pagamento dei debiti» o singoli interventi da parte dei comuni: come
quello per la sostituzione «di un dente perduto in uno scontro con i
comunisti», come dice il verbale di un consiglio comunale.
Secondo aspetto: dopo il 1933 numerosi funzionari del Partito o
delle sue organizzazioni sottrassero e derubarono i contributi dei
soci, le elargizioni e altri finanziamenti in una tale misura che reati
di questo genere possono venire tranquillamente definiti un «costu-
me» del nazionalsocialismo. Un detto popolare asseriva: «Ammini-
stratore delle finanze può diventarlo soltanto chi precedentemente è
stato condannato almeno due volte per peculato e truffa»10. Tra il 1º
gennaio 1934 e il 31 dicembre 1941 l’amministratore delegato del
Partito avviò presso i tribunali pubblici 10.887 procedimenti penali

9 Per quanto segue cfr. F. Bajohr, Parvenüs und Profiteure, cit.


10 Cfr. J. Hamburg (a cura di), «Von Gewohnheitsverbrechern, Volksschädlingen und
Asozialen...». Hamburger Justizurteile im Nationalsozialismus, Hamburg, 1995, p. 61.
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contro membri sospetti di reato «ai danni del patrimonio dello stesso
Partito». Ciò significa che ogni giorno feriale si aprirono nella media
4-5 procedimenti giudiziari. Posto che ogni procedimento richiedeva
di solito ampie indagini preliminari, si può dedurre che l’ammini-
stratore come i suoi revisori e controllori dovevano impegnare una
notevole parte del proprio lavoro per prendere misure contro gerar-
chi corrotti e per dare la caccia ai fondi sottratti. Bisogna pure tener
presente che i casi portati alla denuncia rappresentavano solo la
punta dell’iceberg, in quanto molti peculati furono risolti «interna-
mente», per esempio con l’aiuto dei tribunali del Partito.
Terzo aspetto: gli alti dirigenti del regime, fino al livello della Gau-
leitung, aprirono dei conti a propria disposizione fuori dal bilancio
dello Stato e del Partito, che alimentarono con mezzi tratti dai bilanci
pubblici, donazioni coatte ricavate dall’arianizzazione delle proprie-
tà ebraiche, dai cosiddetti «beni dei nemici dello stato» e dalle sov-
venzioni di settori dell’economia privata. Questi fondi speciali non
sottostavano al controllo della finanza pubblica né erano a disposi-
zione dell’amministratore delegato del Partito. Molti funzionari na-
zisti ne potevano disporre liberamente, in prima linea per fornire
72 sussidi e donazioni ad altri soci del partito, membri della propria
famiglia o seguaci personali. Hitler stesso elargì a numerosi rappre-
sentanti delle élite militari, politiche, scientifiche e culturali ingenti
beni pecuniari, terreni e tenute per corromperli e vincolarli a sé11. A
tale scopo il dittatore poté disporre di notevoli mezzi finanziari. Dalle
sole Poste tedesche ricevette complessivamente 52 milioni di Reichs-
mark come diritti per la diffusione della propria immagine sui fran-
cobolli. Il Gauleiter della Prussia orientale, Erich Koch, aveva a sua
disposizione circa 30 milioni di Reichsmark per anno, come entrate
di una fondazione che portava il suo nome. Ne utilizzò la maggior
parte per finanziare i propri seguaci e alimentare lo sfarzo di uno
stile di vita che gli consentiva di disporre di tre nobili dimore nella
sola Prussia orientale.
Anche altri potentati del regime potevano attingere da consimili
fonti pecuniarie destinate tra l’altro allo «sdebitamento verso vecchi
compagni meritevoli». Oltre a ciò, il ceto dirigente nazista si procurò
larghi privilegi nel campo delle imposte. Tutti i ministri del Reich e

11 Cfr. G.R. Ueberschär e W. Vogel, Dienen und Verdienen. Hitlers Geschenke an seine
Eliten, Frankfurt, 1999.
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le alte cariche del Partito erano tassati presso due soli uffici delle
imposte, Berlino Centro e Monaco di Baviera/Quartiere Nord, dove
la loro documentazione giaceva protetta come un segreto di stato.
Molte personalità del gruppo dirigente più ristretto non pagavano le
tasse o solo una quota ridotta, in conseguenza di una disposizione
impartita dal sotto-segretario del ministero delle finanze, Fritz
Reinhardt, il quale usava coprire politicamente le scandalose evasio-
ni fiscali.
Abusando delle proprie cariche molti rappresentanti di vertice del
regime si erano procurati tenute e dimore signorili, riserve di caccia
e collezioni d’arte, con cui mettevano in scena, con compiacimento
narcisistico, una vita lussureggiante, imitando i costumi della nobil-
tà ed esibendo il proprio potere al di fuori e all’interno del movimen-
to12. In questa maniera il Gauleiter di Berlino e ministro della propa-
ganda Joseph Goebbels, grazie ai sussidi della città e delle imprese
cinematografiche possedute dal Reich, acquistò diverse dimore fa-
stose. Similmente il ministro degli Esteri Ribbentrop ottenne come
residenza estiva il castello di Fuschel, il cui proprietario era stato
deportato in un campo di concentramento. Nel Mecklenburgo il
Gauleiter Hildebrandt, un ex-lavoratore agricolo, acquisì per un 73

prezzo meramente simbolico una tenuta da una fondazione di cui


era il presidente.
Quarto aspetto: la corruzione durante il Terzo Reich fu particolar-
mente diffusa in quegli ambiti in cui il razzismo ideologico si unì al
potere assoluto, vale a dire presso le istituzioni preposte alla perse-
cuzione degli ebrei, nei campi di concentramento e nei territori oc-
cupati13. Durante l’arianizzazione un numero molto elevato di ebrei
furono sottoposti a donazioni coatte a favore di sotto-organizzazioni
e funzionari del Partito. I collaboratori della Gestapo si servirono
delle perquisizioni domiciliari per operare veri e propri saccheggi.
Le proprietà di ebrei deportati o uccisi non furono trasferite se non
in piccola parte alle casse del Reich, ma in larga misura sottratte,
spartite e fatte sparire. Durante le stragi organizzate della popolazio-
ne ebraica nei territori occupati, parti considerevoli delle sue pro-

12 Per le rapine di opere d’arte da parte di nazionalsocialisti cfr. J. Petropoulos, Art as


Politics in the Third Reich, Chapel Hill, 1996.
13 Cfr. F. Bajohr, The Holocaust and the Political Corruption, in J.K. Roth e E. Maxwell
(a cura di), Remembering for the Future. The Holocaust in an Age of Genocide, vol. 1,
New York, 2001, pp. 613-629.
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prietà finirono nelle tasche degli assassini e dei collaboratori indiret-
ti; di conseguenza non risultarono nelle statistiche ufficiali. In questo
contesto un rapporto della Corte dei Conti del Reich affermava:

I valori in contanti e i gioielli requisiti in molti casi non sono stati registra-
ti regolarmente, di modo che risulta impossibile precisare se e quanto di
quei valori non sia già stato fatto sparire. Nel Governatorato generale si è
verificato un passaggio di grande dimensione di gioielli, sequestrati per ope-
ra del gruppo d’azione SS Reinhardt, nelle mani rispettivamente del capo
delle SS e del capo della polizia di Lublino, senza registrazione dettagliata né
verbalizzazione da parte del commando di sequestro. Un caso veramente
esemplare si è verificato presso l’ufficio esterno di Stanislau in Galizia: soldi
e gioielli sequestrati sono stati sottratti in dimensione ingente. Gli incaricati
della corte dei conti durante una indagine in loco hanno trovato nelle stanze
del funzionario responsabile grosse quantità di danaro, anche in valuta au-
rea e in numerose altre valute, tra cui 6.000 dollari, così come hanno reperi-
to scatole piene di gioielli preziosissimi mai registrati ufficialmente14.

In questo quadro, l’olocausto non può essere considerato solo


come il funzionamento di un apparato meccanico-burocratico di
74 sterminio, ma deve anche essere visto nella sua forma anarchico-
violenta di espropriazione e di rapina.
Nei campi di concentramento e nei territori occupati divenne par-
ticolarmente palpabile in quale misura le strutture clientelari e i rap-
porti tra «camerati» nell’apparato del potere sapessero sottrarsi a
qualsiasi genere di controllo. Come è noto, gli internati furono priva-
ti e derubati sistematicamente degli alimenti a loro destinati. Larga
parte dei territori occupati fu governata da ristretti circoli di familiari
e di vecchi camerati. Fiorirono il mercato nero e il traffico clandesti-
no di ogni genere di merce.

Tipologie di corruzione

La corruzione politica sotto il regime nazionalsocialista fu quindi


di natura straordinariamente poliforme, che la allontanava di molto
dalla citata definizione. Vi contribuì in maniera decisiva il fatto che i
nazionalsocialisti ufficialmente condannavano la corruzione e nello

14 «Erinnerungen des Prüfungsgebiets VI 6 aus dem letzten Jahre, die sich gegen Ei-
gennutz, Verschwendung usw. richten», Bundesarchiv Berlin, R 2301/2073/2, Bl. 86 s.
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stesso tempo la praticavano su larga scala nei loro comportamenti
effettivi. Si possono identificare tre varianti circa l’atteggiamento del
regime verso la corruzione.
La prima riguardava una corruzione promossa e messa in atto
ufficialmente da parte dello stato e del movimento nazista. Essa
quindi non era determinata da un abuso delle cariche ricoperte da
parte di singoli, ma rappresentava un sistema organizzato d’abuso di
potere, perseguito non esclusivamente a scopi privati, ma finalizzato
alla stabilizzazione funzionale del sistema di dominio. Il favoritismo
organizzato a vantaggio dei membri del partito e le elargizioni di
Hitler e degli altri gerarchi sono solo degli esempi di tale corruzione
istituzionalizzata.
Si distingueva da tal genere di corruzione quella tollerata, ossia
quella che si era diffusa in ragione delle debolezze strutturali della
lotta contro la corruzione ed era più o meno consapevolmente am-
messa per forza di cose. Ne facevano parte i traffici sul mercato nero,
particolarmente nei territori occupati, passivamente accettati, così
come la progressiva erosione delle finanze pubbliche mediante la
creazione di fondi e di fondazioni straordinarie che non sottostavano
ad alcun controllo effettivo. 75
In terzo luogo, anche sotto il regime nazista c’era una corruzione
che veniva perseguita, cioè reati contro cui si procedeva legalmente
secondo le normative. Ne faceva parte in primo luogo il largo campo
della corruzione a danno del Partito e delle sue organizzazioni, come
la già citata sottrazione di contributi dei camerati e di donazioni.
Tuttavia, i confini tra corruzione istituzionalizzata, tollerata e con-
trastata erano labili e tendevano a sovrapporsi. Mentre gli impiegati
pubblici e i funzionari senza una forte protezione politica dovevano
giustificarsi per via disciplinare anche in seguito alla più piccola tra-
sgressione, e si vedevano anzi minacciati da un elenco sempre più
lungo di possibili reati (come «la mancanza di disponibilità alle elar-
gizioni» oppure gli «atteggiamenti amichevoli nei confronti di
ebrei»), i gerarchi ebbero a temere denunce per corruzione solo se
avevano perso ogni utilità agli occhi dei loro protettori o erano finiti
negli ingranaggi di qualche lotta di potere all’interno del regime. Al-
cuni reati di corruzione, come il mercato nero, furono di volta in
volta oggetto di promozione ufficiale o di tolleranza o di contrasto.
Queste oscillazioni costituivano le caratteristiche tipiche di un si-
stema sciolto da vincoli normativi. La denuncia per corruzione di-
pendeva in prima linea da criteri di opportunità, come la posizione e
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l’utilità della persona in causa o il ruolo del protettore all’interno
dell’apparato.

Il Partito come fonte di corruzione

Alcuni importanti fattori di corruzione già erano marcatamente


presenti nel movimento nazista molto prima del 1933. Esso com-
prendeva una miriade di cricche e di gruppi di «camerati», sottratta a
ogni controllo. La formazione di tali cricche era strettamente legata
al fatto che il Partito non disponeva di forme istituzionalizzate di rap-
presentanza e di mediazione per via di discussione e votazione,
come nei partiti democratici. In quanto Partito autoritario basato sul
Führerprinzip i nazisti al loro interno non conoscevano né democra-
zia, né elezioni quali strumenti di legittimazione e di controllo del
potere. La posizione del singolo gerarca era condizionata esclusiva-
mente dal proprio legame personale con il Capo di livello superiore
nella rete del Partito. Sussidi e aiuti spettavano a chi si dimostrava
seguace fedele della cricca di un Capo, e i dirigenti politici del Partito
utilizzavano la distribuzione di posti e di funzioni e, specialmente
76 dopo il 1933, anche di elargizioni materiali, per consolidare la pro-
pria posizione.
L’ampia diffusione del patronage come pure l’attribuzione di inca-
richi in termini personalisti da parte di molti nazisti che rivestirono
funzioni pubbliche si radicavano in questo terreno. Posto che le cric-
che, le «cordate» e i nuclei di «camerati» costituivano la sottostruttura
del movimento, non si può interpretare il potere nazista come un
complesso sistema burocratico-istituzionale, ma piuttosto nei termi-
ni di una rete di poteri personali dai tratti neo-feudali. Il singolo ge-
rarca non concepiva il proprio ruolo come quello di una rotella di
una macchina burocratica, ma come parte di una comunità giurata.
Un altro stimolo alla corruzione era rappresentato da un elemen-
to centrale nell’auto-rappresentazione del movimento che, prima
del 1933, era servito all’integrazione e alla mobilitazione del suo se-
guito eterogeneo: di fatto, un forte fattore di coesione interna venne
alla Nsdap dal fatto di auto-rappresentarsi come una comunità di
vittime. Alle paure e frustrazioni dei suoi sostenitori il Partito offriva
un’interpretazione convincente secondo cui i nazisti attivi erano vit-
time del «sistema», permanentemente svantaggiati per il proprio im-
pegno politico. Molti nazisti militanti attribuivano i fallimenti nella
propria carriera lavorativa o lo stato di disoccupati all’azione distrut-
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tiva del cosiddetto «sistema di Weimar», e definivano la propria di-
soccupazione un sacrificio per il bene del nazionalsocialismo.
Christoph Schmidt in una ricerca sui racconti biografici di «vecchi
militanti» ha dimostrato in maniera impressionante il ruolo centrale
esercitato da questo stile vittimistico:

Più della metà era convinta di aver patito degli svantaggi sul lavoro per-
ché erano nazionalsocialisti. In prima linea, i più giovani e gli anziani rac-
contavano di tali «sacrifici» per il bene del movimento. Il 30% interpretava le
proprie difficoltà economiche come effetto dell’attività svolta a favore del
Partito. I resoconti citati assomigliavano in gran parte a deliranti narrazioni
di persecuzioni e di minacce permanenti da parte di un mondo circostante
ostile15.

In un certo senso, il Partito nazionalsocialista si presentava come


il Partito dell’auto-commiserazione organizzata. Questo atteggia-
mento corrispondeva, dopo la presa del potere, a una speranza di
salvezza collettiva. Gli svantaggi che si dicevano patiti in ragione
dell’impegno politico dovevano essere ora compensati con partico-
lari misure politiche. Anche questa mentalità orientata a un atteso 77
risarcimento spingeva in modo potente verso la costruzione di un
ampio sistema di patronato e di clientele.

Le basi etiche della corruzione

Accanto alle ragioni strutturali e unitamente alla mentalità vitti-


mistica orientata al risarcimento, c’era un terzo elemento che da un
lato predestinava il movimento nazista alla corruzione e dall’altro
indeboliva gli scrupoli degli attivisti nei confronti della corruzione.
Chi, all’interno del movimento, avanzava obiezioni formali o addirit-
tura sollevava critiche morali si ritrovava presto fuori gioco. Le une
come le altre erano capaci di provocare immediatamente gli scoppi
d’ira di Hitler. Erano considerate un indice di scarso dinamismo e di
ridotta capacità di imporsi. Invece le persone che si impossessavano
di risorse materiali senza badare alle responsabilità e alle compe-
tenze, dimostravano forza di volontà e consolidavano per di più le
loro posizioni nella gerarchia nazista. Non era richiesto né apprez-

15C. Schmidt, Zu den Motiven «alter Kämpfer» in der NSDAP, in D. Peukert e J. Reule-
cke (a cura di), Die Reihen fast geschlossen, Wuppertal, 1981, pp. 21-42, cit. p. 28.
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zato il burocrate pignolo bensì l’individuo spregiudicato, privo di ri-
spetto per i principi etici, che quasi con piacere trasgrediva i regola-
menti formali se ciò serviva al movimento o ai propri fini. Si potreb-
be chiamare questo meccanismo una selezione naturale, in cui alla
fine prevalevano i gerarchi senza scrupoli e privi di rispetto per la
proprietà altrui. In un movimento che proclamava la mancanza di
scrupoli un valore positivo (si pensi alle parole d’ordine «fare piazza
pulita senza scrupoli» oppure «eliminare senza scrupoli»), in un mo-
vimento in cui il rispetto dell’altro era bollato come «sentimentali-
smo», la presunta «legge del più forte» trionfava sul comportamento
condizionato da norme e principi. «Quando avremo vinto, chi ci
chiederà ragione dei nostri metodi?», così Goebbels aveva riassunto
la regola di condotta. La retorica idealistica non poteva celare la
mancanza nel nazionalsocialismo di un nucleo di valori fondamen-
tali. Il nazionalsocialismo propagò un idealismo senza ideali che ca-
muffava a fatica l’avidità materiale di tanti militanti del Partito. Esi-
steva un’evidente interdipendenza tra la mancanza di valori fonda-
mentali e quella di scrupoli e di senso morale. Mentre il movimento
cercava, nella rappresentazione di se stesso, di identificarsi con au-
78 torità, disciplina e ordine, il tipo del funzionario senza scrupoli, svin-
colato da ogni regolamento formale, impersonava de facto un ele-
mento anarchico. Autorità e anarchia interagivano nel nazionalso-
cialismo in una problematica mistura.

La corruzione come prodotto dello Stato nazionalsocialista

La corruzione non era tuttavia solo un prodotto del movimento


nazista, ma anche un problema strutturale tipico delle dittature. Gio-
vava alla sua diffusione il fatto che i nazionalsocialisti con l’abolizio-
ne della separazione dei poteri avevano eliminato quasi tutte le pos-
sibili istanze di controllo del potere e di opposizione all’estendersi
della corruzione. Dopo il ’33 non esisteva più una stampa critica e
indipendente. L’opinione pubblica guidata dalla propaganda reagiva
alla corruzione con un «silenzio disciplinato», secondo un sarcastico
commento dell’epoca16. Nei pochi casi in cui i media parlavano di
processi contro funzionari per reato di peculato e sottrazione l’origi-

16 Cfr. il rapporto del Gauleiter di Sassonia al presidente del consiglio dei ministri
della Prussia, 10 maggio 1935, in Geheimes Preußisches Staatsarchiv Berlin-Dahlem,
Rep. 90 P, Lageberichte, 10.3, Bl. 91.
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ne politica dell’accusato veniva camuffata con formule artificiose.
Un dirigente politico del Partito si tramutava in questo modo in una
persona «attiva in una organizzazione con funzioni di responsabili-
tà».
La struttura del potere che si stava delineando come «stato del
Führer» aiutava la corruzione in maniera particolare. Il vertice del
regime non era interessato nella lotta alla corruzione, e si considera-
va parte dirigente della comunità di «camerati» nazionalsocialista, in
cui il rapporto tra il Führer e seguaci non si fondava esclusivamente
sul carisma del primo, ma su un ampio sistema di patronato. In que-
sta prospettiva la posizione di Hitler assomigliava a quella di un ca-
pobanda politico.
Nel contempo si stava sviluppando una anarchia policratica delle
competenze, che rese vana qualsiasi forma di controllo del potere
grazie alle sue metastasi istituzionali. Compiti nuovi non venivano
delegati alle istituzioni esistenti, ma a uffici speciali o a commissari
dello Stato che sottostavano direttamente al Führer. I confini tra le
istituzioni politiche dello Stato e quelle del Partito tendevano a con-
fondersi. In questa maniera fu distrutta non solo la compagine unita-
ria dello Stato, ma tendenzialmente anche quella del bilancio statale, 79
minacciato in maniera crescente da fondi neri o speciali.
Le istituzioni di controllo sopravvissute persero in maggior parte
la propria indipendenza, diventando elemento funzionale dello «sta-
to del Führer». Le Corti dei Conti, per esempio, non erano più in
grado di rivendicare il controllo finanziario del governo. Un control-
lo efficace fu possibile soltanto in quei casi in cui riuscirono a trovare
degli alleati potenti nella rete di istituzioni che rivaleggiavano tra
loro. In questo processo, gli organi di controllo delle finanze, un tem-
po dotati di grande potere, si trasformavano in istituzioni dipendenti,
ridotte ad una funzione di «sostegno e consulenza». Alla Corte dei
Conti del Reich, per esempio, fu sottratto il compito di esaminare le
spese esorbitanti nel settore degli armamenti o le elargizioni in favo-
re del Partito da parte dello Stato. Nel 1938 il nuovo presidente della
Corte dei Conti, il nazista Hans Müller, reagì alla perdita effettiva
delle competenze originarie da parte dell’istituzione sostituendole
appunto con la formula «sostegno previsionale e consulenza»17.

17 R. Weinert, «Die Sauberkeit der Verwaltung im Kriege». Der Rechnungshof des Deut-
schen Reiches 1938-1946, Opladen, 1993.
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Anche l’apparato giudiziario era politicizzato e controllato. Le sue
competenze nella lotta contro la corruzione venivano strettamente
limitate dal potere dei gruppi di «camerati» e delle cricche naziste.
Persino nelle fattispecie in cui la repressione era di interesse vitale
per i nazionalsocialisti, come nei casi di sottrazione dei contributi al
partito, l’apparato giudiziario non aveva largo spazio d’azione. Ai
procuratori dello Stato era proibito esplicitamente condurre indagi-
ni autonome o sequestrare bilanci e fatture. Il tribunale per emettere
una sentenza doveva ricorrere esclusivamente alle informazioni for-
nite dall’amministratore del Partito e ai rapporti dei suoi revisori dei
conti. L’amministratore del Partito poteva escludere il pubblico, deci-
dere sui testimoni e gli esperti, e limitare l’estensione del processo a
singoli reati. I revisori partecipavano alle sedute del tribunale in fun-
zione di testimoni, periti o osservatori, accertando che queste regole
fossero rispettate.
Nelle sue indagini, l’apparato giudiziario s’imbatteva spesso nel-
la resistenza accanita da parte di gerarchi di alto rango, che ritene-
vano un dovere naturale di tutela porre ostacoli alla punizione dei
colpevoli, avendo spesso sviluppato un profondo risentimento con-
80 tro la polizia e la giustizia durante i propri «anni di battaglia». Se-
condo gli uffici della polizia di stato i leader del Partito bloccavano
le indagini e proteggevano i sospetti. Il diario ufficiale del ministro
del Reich per la giustizia, Gürtner, segnala molti casi in cui i fun-
zionari del Partito scavalcavano polizia e giustizia e prima di tutto
intimidivano e minacciavano giudici e procuratori. Il Gauleiter del-
l’Alta Baviera, Wagner, vietò senza spiegazioni ad un procuratore
di Monaco, interessato all’indagine su un reato di corruzione, «l’ar-
resto di funzionari del Partito», dicendosi «in nessun modo disposto
a tollerare un tale procedimento». Insisteva nell’affermare che in
tutti i casi occorreva avere prima «il proprio consenso in qualità di
alto incaricato del Partito»18.
In altri casi, i presidenti delle Corti si sottomisero prontamente
alle rimostranze dei funzionari. Quando, nel 1937, il Gauleiter del
Mecklenburgo, Hildebrandt, si lamentò, in un caso di corruzione,
del modo in cui era stato condotto il processo, che si era tradotto «in
un’unica accusa e in una figuraccia per il Partito», il presidente del
tribunale attaccò pesantemente il giudice responsabile per non aver

18 Per questo caso e per altri simili cfr. F. Bajohr, Parvenüs und Profiteure, cit., pp. 148 ss.
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escluso il pubblico «al fine di non umiliare un alto funzionario del
movimento e con ciò il movimento stesso agli occhi del pubblico».

Il popolo tedesco di fronte alla corruzione

Quale fu la reazione della popolazione tedesca ad una così vasta


corruzione?
Nonostante l’argomento costituisse un tabù, la corruzione rappre-
sentava uno dei temi più sentiti dalla popolazione, quanto più la que-
stione era esclusa dalla propaganda. Dagli annuali «rapporti sulla
situazione del paese» della Gestapo risulta molto chiaramente come
le spie del regime registrassero minuziosamente le critiche e i risen-
timenti della popolazione in proposito.
Nei primi anni del regime quasi tutti gli uffici della polizia di Stato
constatavano un «notevole» calo di fiducia della popolazione a causa
della corruzione. Solo con «gravissimo danno del popolo e dello Sta-
to» sarebbe stato possibile ignorare la richiesta di «ripulire il Partito».
«Può destare meraviglia se larga parte della popolazione si sente de-
lusa e ha perso ogni fiducia nel movimento quando capi delle SS,
capi-ufficio e fiduciari delle organizzazioni del lavoro commettono 81
peculato spendendo soldi a piene mani, e quando questi atti, una
volta scoperti, vengono poi coperti dai superiori finché la polizia non
li scopre da sola?», si chiedeva un rapporto steso dall’ufficio di polizia
di Amburgo nell’aprile del 193419. Similmente un rapporto della po-
lizia di Berlino del 1935: «Dappertutto si sente dire con amarezza che
persino gli alti gerarchi conducono una vita molto scandalosa, si
concedono pasti opulenti, commettono peculati e sottrazioni, ali-
mentando intorno a sé una corruzione che ricorda i tempi prima
della guerra»20. Soprattuto gli operai e i disoccupati criticano «un
baronaggio non diverso da quello dell’epoca passata, che si espande
dappertutto», scriveva l’ufficio di polizia di Colonia nel dicembre
193521.
È tuttavia innegabile che queste voci si muovevano all’interno di
una critica circoscritta al regime, non mettendo mai in dubbio il po-

19 Rapporto della Staatspolizei, ufficio di Harburg-Wilhelmsburg, dell’8 aprile 1934,


in Geheimes Preußisches Staatsarchiv Berlin-Dahlem, Rep. 90 P, Lagebericht 3.3,
Bl. 10.
20 Rapporto della Staatspolizei, ufficio di Berlino, dell’agosto 1935, ivi, 2.1, Bl. 110.
21 Rapporto della Staatspolizei, ufficio di Colonia, del 12 dicembre 1935, ivi, 9.9, Bl. 79.
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tere nazista in quanto tale ed escludendo soprattutto la persona di
Hitler da qualsiasi rimprovero. «Se lo sapesse il Führer», divenne un
modo di dire che, se da un lato esprimeva una critica nei confronti di
certe situazioni, dall’altro si presentava conforme allo stesso regime,
presupponendo uno scarto implicito con l’ideale identificato in Hit-
ler. La popolazione non si accorgeva che il Führer, con le sue dona-
zioni ed elargizioni, aveva fatto della corruttibilità delle persone in-
torno a lui la base di un cinico calcolo di potere. Il tanto celebrato
«mito del Führer» aveva poco a che fare con la persona reale di Hit-
ler; semmai era l’espressione di un ideale proiettato su Hitler dalla
popolazione.
Nel corso degli anni Trenta l’abitudine della corruzione produsse
un certo effetto di ottundimento. «Stupisce l’indifferenza con cui si
accetta tutto ciò», scriveva la direzione in esilio del Partito Socialde-
mocratico nel novembre 1937: «È proprio questa indifferenza a di-
mostrare quanto sia pervertita la morale pubblica. Gran parte della
popolazione si è abituata ad un sistema di protezione e di corruzio-
ne»22. Inoltre, la corruzione, di fronte ai «successi» dei nazionalsocia-
listi, fu rimossa dalla coscienza del popolo o vista come il lato debole
82 di un regime comunque vincente. La crescita economica della se-
conda metà degli anni Trenta favorì un tale atteggiamento di indul-
genza. L’osservazione dei socialdemocratici in esilio in merito alla
perversione della morale collettiva, riguardava il fatto che la popola-
zione in gran parte non si era soltanto bellamente adattata al regime
ma aveva cominciato a imitare i costumi nazisti. È vero che i nazio-
nalsocialisti non sono riusciti a trasformare interamente secondo i
propri principi il sistema di norme e di valori del popolo tedesco. Ma
i più recenti studi parlano di una lenta degenerazione etica, palese,
per esempio, nella diffusa disponibilità alla denuncia o all’imposses-
samento impudente di proprietà ebraiche rapinate in tutta Europa e
messe all’asta nel Reich. Per i potentati nazisti tali azioni erano sem-
pre determinate da un calcolo di corruzione morale, cioè dall’idea
che i tedeschi si sarebbero tanto più identificati con il regime, com-
battendo più fanaticamente per la «vittoria finale», quanto più aves-
sero bruciato tutti i ponti morali alle proprie spalle. Goebbels, a que-
sto proposito, annotava nel suo diario: «Soprattutto nella questione

22 «Deutschland-Berichte der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands im Exil»


(Sopade), 1937, p. 1599.
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ebraica abbiamo ormai preso tali decisioni che non c’è più via di
scampo per noi. E questo va bene. Un movimento e un popolo che
hanno bruciato tutti i ponti dietro di sé, come dimostra l’esperienza,
sono soliti combattere con molto minori riserve di coloro che con-
servano ancora qualche possibilità di ritirata»23. All’inizio del ’45 la
rivista delle SS «Das Schwarze Korps» affermava con sarcasmo:
«Davvero in Germania non esistono più degli innocenti». In modo
indiretto l’articolo metteva in guardia la popolazione tedesca dal-
l’idea di abbandonare il nazionalsocialismo e di presentarsi agli Al-
leati come pecorelle innocenti quando poco prima «non avevano
avuto scrupoli di arianizzare i negozi ebrei»24. Non destano meravi-
glia le annotazioni private di un commerciante ebreo di Amburgo,
sopravvissuto grazie ad un matrimonio misto privilegiato, il quale,
all’inizio del ’45, osservava che una parte della popolazione era an-
gosciata per l’imminente vittoria degli Alleati. «Molti che si sono im-
possessati di case e di cose ebraiche oggi sono terrorizzati che gli
ebrei possano ritornare, rivendicare le loro proprietà e denunciare
la gente anche per furto e rapina»25.

83
L’apparente severità in epoca bellica

Nonostante l’atteggiamento non solo passivo della popolazione


nei confronti dei saccheggi del regime, a partire dal 1941-42 tornò a
farsi più forte la critica della corruzione. La disfatta tedesca sul fron-
te di Mosca, l’inizio degli attacchi aerei alle città e soprattutto le limi-
tazioni delle razioni alimentari provocarono «espressioni di malcon-
tento molto aspro», mescolate in maniera crescente a rimproveri nei
confronti delle «quote diplomatiche» concesse ai leader del regime26.
La vita lussureggiante e gli arricchimenti della casta dei gerarchi
furono criticati sempre più severamente. Di conseguenza, la classe
dirigente, nella seconda fase della guerra, non reagì più con indiffe-
renze totale al problema della corruzione, vista l’importanza attri-
buita alla tenuta del cosiddetto «fronte interno». Si consideri che nel-
la visione dei nazisti, la prima guerra mondiale era stata perduta

23 Cit. in Die Tagebücher von Joseph Goebbels, a cura di E. Fröhlich, parte II, vol. 7,
München, 1993, p. 454, annotazione del 2 marzo 1943.
24 «Das Schwarze Korps», 25 gennaio 1945.
25 La citazione è presa dalle annotazioni di Edgar Eichholz (1944-45), proprietà pri-
vata, p. 43.
26 Per quanto segue cfr. F. Bajohr, Parvenüs und Profiteure, cit., p. 164 ss.
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soprattutto a causa dei fenomeni di sgretolamento del «fronte inter-
no». La corruzione, secondo l’ufficio della polizia criminale del Rei-
ch, aveva rappresentato «uno dei motivi principali del crollo del
1918». In un decreto del 21 marzo 1942 «sulla condotta dei dirigenti»,
Hitler pretendeva da loro un «atteggiamento esemplare» obbligan-
doli a sottomettersi «con la massima cura e naturalezza» a tutte le
eventuali limitazioni della vita quotidiana. Nel suo discorso al Reich-
stag del 26 aprile 1942, Hitler proclamò l’intento di allontanare colo-
ro che a suo giudizio avevano violato i doveri connessi «alle cariche e
alle posizioni occupate, senza riguardo alle persone o quali che sia-
no i loro diritti acquisiti». Stando alle informazioni del Servizio di
Sicurezza questo annuncio fu accolto dalla popolazione come «una
spietata dichiarazione di guerra a qualsiasi forma di corruzione e
violazione dei doveri», ma si diede anche voce all’aspettativa che si
facesse «piazza pulita senza scrupoli» con «licenziamenti di persona-
lità di vertice» e «diverse condanne».
Il regime, quindi, aveva assunto degli impegni nei confronti del-
la popolazione, ma non andò oltre il sacrificio di qualche pedina:
gerarchi corrotti di seconda fila furono condannati a morte, per
84 aver sottratto aiuti destinati alla popolazione che aveva subito dan-
ni dagli attacchi aerei, o per aver fornito ad altri funzionari del Par-
tito prodotti di consumo soggetti a tesseramento, oppure per aver
usufruito di riserve alimentari e di altri generi fuori dai limiti e dai
regolamenti.
Le misure draconiane e l’applicazione ai funzionari del partito del
«decreto contro coloro che danneggiano il popolo», a partire dal
1942, miravano bensì a segnalare alla popolazione una «determina-
zione irremovibile», ma non indicano in nessun modo un successo
reale nella lotta contro la corruzione. Le esecuzioni ostentate di al-
cuni funzionari non facevano che confermare la popolazione nella
convinzione che «si prendono i piccoli, mentre si lasciano andare i
grandi». Nonostante il sacrificio di qualche figura di second’ordine e
i decreti-ammonimenti rivolti ai vertici a condurre un più modesto
tenore di vita, il regime, anche durante la seconda fase della guerra,
fu incapace di far rispettare i regolamenti da parte degli stessi diri-
genti del Partito. I medesimi reati furono giudicati con misure total-
mente diverse, secondo il grado delle persone coinvolte.