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Conservatorio “E. F.

Dall'Abaco” di Verona
a. a. 2018 – 2019
Triennio Accademico in Batteria e Percussioni jazz

Storia del jazz II

“PHILLY” JOE JONES:

Il canto del cigno della “vecchia scuola”.

Candidato: Andrea Marchioretti


Questa tesi esplora la vita di “Philly” Joseph Rudolf Jones, uno
dei più importanti batteristi della storia del Jazz, e prova a
mettere in luce alcuni aspetti del suo linguaggio
batteristico/musicale, evidenziando come, il suo stile
“tradizionale”, rappresenti la massima espressione dell'
ortodossia batteristica di quegl'anni.
La militanza, durante la sua carriera, in alcuni dei gruppi più
importanti e significativi della storia del Jazz e le centinaia di
registrazioni in cui compare come gregario, testimoniano come
il suo approccio, radicato nella tradizione, fosse apprezzato e
stimato.
Questa tesi prenderà in considerazione soprattutto il percorso di
crescita e i trascorsi musicali e, attraverso l'analisi di alcune
trascrizioni, si evidenzieranno gli aspetti tipici e caratteristici
dello stile di “Philly” Joe Jones.
LA STORIA.

Joseph Rudolf Jones, noto come “Philly” Joe Jones


( Filadelfia, 15 luglio 1923 – Filadelfia, 30 agosto 1985), è
stato uno dei batteristi più importanti ed influenti del
ventesimo secolo.

Nato a Filadelfia il 15 luglio del 1923 dai genitori Lewis e


Amelia Jones, “Philly Joe” era il più piccolo di nove tra
fratelli e sorelle. Come molti di loro, si avvicina alla musica
grazie alla nonna materna, pianista praparata, e alla madre,
dalla quale prende lezioni di pianoforte fino all'età di nove
anni. Da questo momento è la batteria lo stumento di
maggior interesse per Philly Joe e comincia a prendere
regolari lezioni da un batterista dei dintorni di Filadelfia il
cui nome era James “Coatesville” Harris.
Harris non era “famoso” ma era un batterista che a metà
degli anni '40 lavorava spesso con Louis Armstrong e fin
dall'inizio incoraggiò il giovane Philly Joe ad ascoltare e a
studiare i maestri della fine degli anni '30 e primi anni '40:
Baby Dodds, Chick Webb, Dave Tough, Jo Jones, Kenny
Clarke, Art Blakey e Max Roach.
Come molti suoi illustri colleghi, anche Philly Joe, da
bambino, era un talentuoso ballerino di Tip-Tap. L'amore
per il ballo lo accompagnerà per tutta la vita manifestandosi
in occasionali esibizioni e lui stesso dichiarerà come, le sue
capacità da “tap dancer” lo abbiano di sicuro facilitato
nell'apprendere l'arte della batteria.
La sua carriera di batterista iniziò nei club di Filadelfia
durante la sua adolescenza , guadagnandosi rapidamente
una reputazione come star emergente. Max Roach e Art
Blakey suonavano regolarmente a Filadelfia ed entrambi
hanno avuto modo di impartire alcuni consigli musicali e
personali al giovane Philly Joe. Non ultimo il consiglio di
lasciare Filadelfia e entrare nella scena musicale di New
York.
Dopo aver prestato servizio nell'esercito durante la Seconda
Guerra Mondiale, Philly Joe si trasferì a New York nel 1947
dove ben presto cominciò a lavorare regolarmente con
alcune big band, la più importante delle quali era la band di
Tadd Dameron.
In quel periodo Philly Joe stava cercando di far decollare la
sua carriera ma aveva difficoltà nella lettura e
nell'interpretazione degli spartiti, così decise di prendere
delle lezioni da Cozy Cole, batterista che godeva di un
ottima reputazione nella comunità jazz di New York per via
delle sue capacità e per aver suonato con Jelly Roll Morton,
Red Allen, Teddy Wilson e Billie Holiday. Cozy Cole era
l'insegnante giusto per Philly Joe che da lui, in un periodo
lungo circa tre anni, imparò la lettura e l'arte dei rudimenti
per tamburo, acquisendo le capacità necessarie per
affrontare gli ingaggi più impegnativi.
In questo primo periodo di formazione, oltre alle lezioni
con Cozy Cole, Philly Joe ebbe modo di venire a contatto e
stringere amicizie con alcuni dei più importanti batteristi
dell'epoca, tra tutti uno dei suoi idoli: “Big” Sid Catlett.Con
lui, oltre ad instaurare un amicizia importante, approfondì il
linguaggio delle spazzole, nel quale Catlett era un maestro,
e lo rinnovò adattandolo alle sue esigenze e al linguaggio
jazzistico più contemporaneo. Sid Catlett era più vecchio di
Philly Joe e aveva lavorato con molti grandi artisti della
prima era del jazz, tra tutti Fletcher Henderson, Duke
Ellington e Louis Armstrong, ma è stato uno dei pochi
batteristi della prima generazione a seguire un evoluzione, a
metersi in gioco rinnovando il proprio linguaggio dal
“vecchio” stile dell'era dello Swing al “nuovo” Be Bop di
fine anni quaranta, ritrovandosi spesso a suonare con nomi
emblematici di quel periodo tra cui Dizzy Gillespie e Hank
Jones. Big Sid Catlett è stato un mentore ed un amico per
Philly Joe e la loro amicizia durò fino alla morte di Catlett
avvenuta nel 1951.
Altri due importanti figure per la formazione di Philly Joe
sono stati Buddy Rich e Charles Wilcoxon.
Il primo, leggendario batterista, diede l'opportunità a Philly
Joe di prendere il suo posto nella sua big band in un periodo
dove, durante lo spettacolo, Buddy Rich si divideva tra la
batteria e il canto. Non fu un ingaggio facile sia per la
pressione nel sostituire un gigante della batteria come Rich,
sia per il carattere del band leader. Ne risultò un esperienza
importante anche per le numerose “dritte” che Rich diede al
giovane Philly Joe.
Per quanto riguarda Charles Wilcoxon, Philly Joe lo
conobbe durante un permanenza a Cleveland e da lui prese
alcune lezioni approfondendo la conoscienza dei rudimenti
per tamburo, di cui Wilcoxon era profondo conoscitore,
cambiando profondamente il suo modo di interpretarli e
applicarli alla batteria. Wilcoxon era un insegnante di
batteria esperto della tradizione del tamburo militare e
autore di alcuni tra i più importanti libri sull'argomento,
libri che sono strumenti, ancora oggi, fondamentali per la
conoscienza dei rudimenti per tamburo.
Come già accennato, uno dei rapporti musicali e personali
più importanti nella vita di Philly Joe fu quello con Tadd
Dameron. Conosciuto come un ottimo arrangiatore e
compositore, Tadd Dameron era il direttore musicale di una
band di Rhytm 'n Blues chiamata Bull Moose Jackson and
the Bearcats nella quale figurava anche Philly Joe nei
primissimi ann '50. In questa band militava anche Benny
Golson e tutti e tre formarono la band di Dameron insieme
a Gigi Gryce, Clifford Brown e altri. Il rapporto tra Philly
Joe e Tadd Dameron è stato speciale fin dall'inizio e Philly
Joe ammetterà sempre l'importanza della figura di Dameron
nella sua vita musicale e non. L'ultimo grande progetto
musicale di Philly Joe negli anni '80 sarà un tributo alla
musica di Dameron dal nome “Dameronia”.
L'esperienza con Dameron e la sua band diede alla carriera
di Philly Joe la spinta per approdare alla fase successiva e
lo convise ad immergersi totalmente nello scenario
jazzistico di quel periodo.
Come batterista della “house band” del New York Cafè
Society e del Down Beat Club ebbe modo di suonare e
collaborare con Miles Davis, Charlie Parker, Sonny Rollins,
Dizzy Gillespie, Zoot Sims, Lee Konitz e altri. In quel
perido gli viene affibiato il nomignolo “Philly” da Tony
Scott, per distinguerlo da “Papa” Jo Jones, batterista di
Count Basie.
Dopo un disco per la Prestige del '53 intitolato “Collector's
Items”, nel quale figuravano Miles Davis, Charlie Parker,
Sonny Rollins, Walter Bishop Jr e Percy Heath, e dopo aver
condiviso i concerti di Davis con Max Roach, Kenny
Clarke e Art Blakey dal '53 al '54, Philly Joe si unisce a
Miles Davis a tempo pieno nel '55, quando il trombettista
radunò un gruppo stabile composto dal pianista Red
Garland, dal bassista Paul Chambers e dal tenorista John
Coltrane. Nei due anni successivi, questo gruppo inciderà
alcune delle registrazioni più venerate del jazz e sarà
ricordato per sempre come il Quintetto Classico di Miles
Davis.
Buona parte dell'eredità musicale di Philly Joe è stata
definita in questi due anni. Il suo modo di suonare nelle
registrazioni del Quintetto era intenso, poliritmico, ricco di
interplay e attento alla forma. Tutti elementi e
caratteristiche che ben presto Elvin Jones e Tony Williams
avrebbero preso in prestito creando però stili e approcci
completamente nuovi e rivoluzionari. Philly Joe, invece, ha
mantenuto un suono e uno stile tradizionale incorporando
elementi del jazz moderno. Questo vocabolario “moderno”
unito e sapientemente bilanciato al suono della “vecchia
scuola” divenne rapidamente l'approccio del drumming
Hard Bop, sperimentato in gran parte da Philly Joe, Billy
Higgins e Art Blakey. Alcuni momenti salienti del periodo
del Quintetto Classico dal '55 al '57 comprendono “Round
About Midnight”, “ Workin'”, “ Cookin'”, “ Steamin'” e “
Relaxin'” with the Miles Davis Quintet.
Nel '57 l'imprevedibilità di Philly Joe, dovuta all'abuso di
eroina, e la relazione problematica tra Davis e Coltrane
pose sostanzialmente fine alla corsa del Quintetto Classico.
Nel '58, tuttavia, il gruppo entrò in studio per il loro ultimo
grande album, “Milestones”, con l'aggiunta di Julian
Cannonball Adderly al sax alto. Sempre nel '58 Philly Joe
partecipò alla collaborazione tra Gil Evans e Miles Davis
per la realizzazione di “Porgy and Bess”. Il rapporto tra
Philly Joe e Miles Davis terminò nel '61 con il disco “Same
Day My Prince Will Come”.
Nel frattempo, Philly Joe era diventato uno dei batteristi
freelance più richiesti sia durante che immediatamente dopo
la sua collaborazione con il Quintetto. Negli anni '50 il suo
stile ha determinato e caratterizzato il suono dell' Hard Bop
e del Post Bop attraverso le centinaia di registrazioni in cui
compare. Tra le più importanti troviamo: “Tenor Madness”
e “Newk's Time” di Sonny Rollins, “Art Pepper meets The
Rhythm Section” di Art Pepper, “Blue Train” di John
Coltrane, “Everybody Digs” di Bill Evans, “Time Waits:
The Amazing Bud Powell” di Bud Powell e molte altre.
Alla fine degli anni '50 pubblica alcuni album da leader,
“Blues for Dracula”, “Drums Around The World” e
“Showcase” con alcuni illustri amici musicisti tra cui
Cannonball Adderly, Lee Morgan, Benny Golson, Blue
Mitchell e Curtis Fuller.
Gli anni '60 furono un periodo di transizione e
trasformazione nella carriera di Philly Joe. Anche se il
decennio iniziò così come si concluse quello precedente, e
cioè vedendo Philly Joe coinvolto in numerose sessioni di
alto profilo con musicisti come Dexter Gordon, Donald
Byrd, Freddie Hubbard e Hank Mobley, i concerti e il
lavoro in generale iniziò a diminuire. Decise allora di
trasferirsi in Europa e la sua prima tappa fu Londra dove
raggiunse l'amico e collega Kenny Clarke e dove visse e
insegnò dal '67 al '69. Le norme dei sindacati dei musicisti
inglesi però impedivano a Philly Joe di esibirsi a Londra e
per questo motivo Philly Joe si trasferì a Parigi fino al suo
ritorno a Filadelfia nel '72. Della sua esperienza in Europa
rimangono alcuni album da leader e la collaborazione con
Archie Shepp.
Dopo il ritorno a Filadelfia, Philly Joe registrò e fece un
tour con Bill Evans, e partecipò a occasionali sessioni di
registrazione come free-lance per Kenny Burrell, Red
Garland, Duke Jordan e Bobby Hutcherson. Alla fine degli
anni '70 pubblicò una manciata di album come leader, tra
questi “Philly Mignon” con Dexter Gordon e “Drum Song”
e “Advance” con il trombettista Blue Mitchell.
L'ultimo rpogetto musicale di Philly Joe è stato, come già
detto , Dameronia, un gruppo dedicato a valorizzare
l'eredità di uno dei suoi primi band leader e mentori, Tadd
Dameron. Il nonetto, fondato insieme al trombettista Don
Sickler incise due album “To Tadd With Love” del '82 e
“Look, Stop and Listen” del '83.
Philly Joe Jones morì di attacco cardiaco nella sua casa di
Filadelfia il 30 agosto 1985 all'età di 62 anni.
Le oltre 500 registrazioni in cui compare hanno stabilito lo
standard per uno stile batteristico intenso, aggressivo, pieno
di swing ed elegante. Un batterista imitato in ogni
sfumatura fin dagli anni '50 e questo la dice lunga sul suo
immenso contributo alla storia del Jazz.
LO STILE.

Come già accennato, lo stile di Philly Joe Jones attingeva a


piene mani dalla tradizione di ciò che era la batteria fino a
quel momento. Pur assorbendo le nuove tendenze e
incorporando nuovi elementi del”drumming”
contemporaneo, è riuscito a mantenere uno stile personale
che strizzava l'occhio alla “vecchia scuola”.
Sia nell'accompagnamento, che nei momenti solistici
possiamo notare ed evidenziare alcuni elementi che
caratterizzano il suon stile in questo senso. Per fare risaltare
ancor più il suo approccio tradizionale lo paragoneremo
allo stile di accompagnamento e solistico di Elvin Jones,
batterista di soli quattro anni più giovane ma con un
approccio rivoluzionario, se messo a confronto.

L'ACCOMPAGNAMENTO
Buona parte del successo di Philly Joe Jones è sicuramente
dipeso dal suo modo di accompagnare, ricco di “groove” e
“swing”, una combinazione di “spinta” in avanti e
“solidità”. Per chiarire, però, quali siano gli elementi che
rendevano così efficace il suo accompagnamento proviamo
ad analizzare un paio di chorus di “Blues For Philly Joe”:
brano di Sonny Rollins presente sul disco “Newk's Time”
del '57. Il tema viene suonato due volte e la trascrizione è
relativa all'accompagnamento di Philly Joe Jones durante
l'esposizione della melodia.
Il primo elemento da considerare è l'andamento del piatto
“ride”. Philly Joe Jones lo suona in maniera regolare, tranne
nelle battute 18 e 24, aggiungendo il “charleston” che
rimane sempre sul “2” e sul “4”. Questo incedere
all'apparenza imperturbabile del piatto produce una spinta
costante, dall'effetto ipnotico e dalla natura metronomica. In
secondo luogo, troviamo delle semplici “comping”
sincopate tra cassa e rullante suonate, però, in maniera
molto autoritaria. Il posizionamento di questi colpi rende
l'accompagnamento propulsivo e ritmicamente interessante.
Infatti Philly Joe Jones raramente suona dei colpi sul primo
o sul terzo movimento della battuta, andando a smorzare la
“spinta”, preferendo accentare il secondo e il quarto
movimento. Inoltre spesso viene suonato il levare del
quarto movimento e ciò produce una spinta decisa verso il
battere che viene percepito senza però essere suonato.
Il risultato è un accompagnamento a metà tra la solidità del
piatto e l'effetto “per aria” dato dall'elusività del battere
nelle “comping” tra cassa e rullante.
Proviamo adesso a confrontare questo approccio con quello
di Elvin Jones nel brano “Blues To You” di John Coltrane
presente nel disco “Coltrane Plays The Blues”.
Appare subito come l'andamento piatto “ride” sia diverso,
non regolare e costante ma che segua il disegno delle
“comping” di cassa e rullante in maniera più organica. Il
piatto e il charleston non sono più intesi come gli strumenti
deputati a “guidare”. La pulsazione viene suggerita
attraverso tutta la batteria e non solo attraverso il piatto.
Elvin Jones accentua spesso il levare del quarto movimento
sul piatto spezzando l'andamento regolare ma dando una
forte sensazione di spinta ed elasticità nel tempo.
Il risultato è un accompagnamento dall'effetto fluttuante ed
elastico anche se dal tempo impeccabile.
GLI ASSOLI
Da un punto di vista solistico, la differenza dello stile di
Philly Joe Jones con l'approccio più moderno di Elvin Jones
è ancora più evidente.
Il bagaglio, per entrambi, rimane lo stesso e cioè quelle
fondamenta tecnico/musicali che sono i Rudimenti del
Tamburo. La vera differenza è il diverso modo di
interpretarli e applicarli alla batteria: il fraseggio.
Per quanto riguarda Philly Joe Jones prenderemo in
considerazione l'assolo contenuto nel brano “Blues By
Five” dell'album “Cookin'”, del quintetto di Miles Davis.
Si tratta della trascrizione degli scambi di quattro battute tra
Philly Joe Jones e il resto del gruppo.
In ognuno degli scambi troviamo delle idee che
incorporano dei paradiddle, ruff e roll, ognuna suonata in
maniera unica e originale. Ogni scambio viene costruito in
maniera chiara utilizzando pochi piccoli motivi e dove i
vari rudimenti vengono suonati con diversi accenti e
orchestrati prevalentemente sul rullante e toms. Lo sviluppo
delle frasi appare sempre chiaro e discorsivo.
Per Elvin Jones analizziamo l'assolo contenuto nel brano
“Black Nile” dell'album “Night Dreamer” di Wyne Shorter.
L'assolo si sviluppa su un chorus di 32 misure in cui
troviamo molto materiale. Le frasi si sviluppano in periodi
più lunghi, otto misure, e non risolvono quasi mai sul
battere della nona ma viene privilegiato il quarto
movimento dell'ottava. Elvin Jones utilizza motivi di tre
quarti per creare frasi che rotolino attraverso le battute. Il
tutto per dare la sensazione di fluttuazione. All'apparenza
questo assolo sembra libero e non sulla forma, meno
discorsivo e molto più organico.
Per concludere, appare netta, a mio avviso, le differenza di
approccio tra questi due giganti della batteria. In entrambi
troviamo gli stessi elementi e cioè la capacità di
accompagnare in maniera brillante, efficace, stimolante ma
anche quella di creare momenti solistici di altissimo livello
per capacità espressive e improvvisative. Mentre, però, per
Philly Joe Jones lo sguardo è rivolto al passato, con un
approccio che rappresenta il massimo dell'ortodossia
batteristica di quel periodo, per Elvin Jones, il “nuovo” ha
un sapore rivoluzionario e quasi di rottura con gli stilemi
classici sia dell'accompagnamento che solistici.
Due approcci differenti ma entrambi di successo, due
musicisti che hanno scritto pagine importanti nelle
rispettive “stagioni del Jazz”.