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Billy Higgins

Nato a Los Angeles l’11 ottobre


del 1936. Suonò nei primi dischi
di Ornette Coleman a partire dal
1958. Infatti come membro
dell’innovativo quartetto guidato
da Ornette ha lanciato la rinascita
del free jazz, per poi rimanere uno
dei batteristi più importanti e
controversi della storia della
musica. Un musicista
insolitamente versatile e intuitivo,
con schemi ritmici che
raggiungono il perfetto equilibrio
tra funzione e forma. Lee Morgan
lo descrive come un musicista che
non esagera mai, ma si sa sempre che è lì.

Ha iniziato la sua carriera suonando R&B supportando i vari Headliner della città. Nel
1953 si unì all’amico Don Cherry nei Jazz Messiahs insieme anche al sassofonista
James Clay. Tre anni dopo iniziò la sua carriera da sideman e partecipò a registrazioni
guidate dal sassofonista Lucky Thompson e dal bassista Red Mitchell. In questo
periodo Higgins e Cherry incontrano Coleman grazie all’amico Clay. Coleman, allora
sconosciuto, si sosteneva con lavori umili mentre lavorava quasi maniacalmente per
affinare un lessico musicale libero dalle restrizioni delle strutture armoniche,
melodiche e ritmiche standard. I due si unirono subito al gruppo di lavoro di Coleman
e trascorsero molti anni a provare e ricercare soluzioni prima di assicurarsi i primi
concerti arrivati solo nel 1958, suonando come gruppo di apertura per il concerto di
Paul Bley allo Hilcrest Club di Los Angeles. Il pubblico era sconcertato e non
comprendeva l’ideologia radicale di Ornette, successivamente chiamata “armolodia”.
Higgins seguì Coleman e il gruppo trasferendosi a New York nel 1959 per una serie di
concerti al Five Spot Cafè. Che piacesse o no, la loro musica iniziava ad essere la voce
della città che, con l’aggiunta del nuovo bassista Charlie Haden, iniziarono finalmente
a rendere concreti i suoni e le strutture che avevano ricercato per anni. Con questo
gruppo incisero e quindi debuttarono con l’Atlantic Records nel 1959, registrando The
Shape of Jazz to Come, un album spartiacque per la critica ma che comunque
rappresentò una svolta nella storia dell’avanguardia. I riconoscimenti che ottenne
Coleman lanciarono anche i suoi collaboratori, e Higgins emerse presto come uno dei
batteristi più ricercati nel jazz contemporaneo, dimostrandosi molto abile nella
sensibilità Hard bop dominante in tutta la comunità jazz, ma anche con l’approccio più
fluido e astratto della nuova generazione. Higgins si concentrò molto nel lavoro in
studio. Infatti, fin dagli inizi degli anni sessanta lavorò con musicisti come Thelonious
Monk in Thelonious Monk at the Blackhawk, nello stesso anno registrò con John
Coltrane in Like Sonny, con Sonny Rollins in Our Man in Jazz. Diventando
contemporaneamente il batterista non ufficiale della Blue Note con cui nei prossimi
dieci anni, appare in lavori con Dexter Gordon registrando “Go”, il primo disco del
sassofonista con la Blue Note nel 62, che rappresenta l’inizio di una lunga
collaborazione con Higgins durata fino a metà degli anni ottanta, che portò alla
produzione di 9 album.

Con Jackie Mclean registra 6 album in appena 6 anni, in cui sono compresi anche 1
con Sonny Clark, 2 con Cecil Taylor, 4 dischi con Donald Byrd, 14 album con Lee
Morgan iniziando con The Sidewinder nel 1963 che divenne poi uno dei dischi più
popolari del jazz, insieme a Takin’Off registrato nel 62 con Herbie Hancock.
Arrivando tra la fine degli anni sessanta e gli inizi dei settanta, possiamo citare le
collaborazioni con Andrew Hill e con Hank Mobley, solo per citarne i più noti.
Nonostante i numerosissimi impegni, continua a collaborare se pur a intermittenza con
Coleman, registrando Science Fiction nel 1971 in cui si vede ritornare a suonare con il
quartetto originale di Coleman, con la collaborazione anche di Blackwell, Bobby
Bradford, Dewey Redman e l’aggiunta della cantante indiana Asha Puthli e il poeta
David Henderson. Al di fuori di Coleman, un altro frequente collaboratore musicale di
Higgins fu Cedar Walton, con cui iniziò nel 1966 e continuò fino agli anni 90,
registrando 22 dischi, spesso con la band Eastern Rebellion di Walton.
Anche dopo l’uscita dalla Blue Note, avendo comunque lavorato da sempre come
freelence, rimase molto richiesto, mantenendo la posizione di primo batterista
dell’avanguardia con importanti lavori tra cui l’LP di Archie Shepp Attica Blues del
1972. Con il bassista Bill Lee e il trombettista Bill Hardman guidò l’ensemble The
Brass Company per diversi anni nei primi anni 70. Lavorò in maniera abbastanza
stabile con The Timeless All-Stars, così come con il trio di Hank Jones. Altre
importanti collaborazioni di questi anni sono quelle con il trombettista Art Farmer con
cui registra 5 album, e la collaborazione con Clifford Jordan con cui registra 8 dischi.
Come anche di questi anni è il primo incontro con il pianista Mal Waldron con cui
registra un disco nel 73 e in seguito uno nel 1982.

Dopo quasi due decenni passati in tour


vivendo a New York, tornò a Los
Angeles nel 1978 e registrò il suo primo
disco come leader, Soweto con la Red
Label. Registrò altri 4 album da leader
negli anni 80, ma fu più apprezzato per
il suo ruolo da sideman al fianco del
sassofonista Joe Henderson e il
trombonista Slide Hampton. Anni che
videro anche le collaborazioni con
Pharoah Sanders nel 1981, con Pat
Metheny nel 1983, in trio con Charlie
Haden, segnando il primo approccio di
Higgins con la ECM. Dopo essere
apparso nel film Round Midnight al
fianco della star e collaboratore di lunga
data Dexter Gordon, Higgins si riunì con
Coleman, Cherry e Haden per un tour
nel 1987 che portò alla registrazione di un nuovo album in studio, In All Languages.
L’anno successivo si unì al poeta Kamau Daaood per fondare il World Stage, un
insieme di negozi che ospitava laboratori, attività comunitarie e spettacoli dal vivo,
sfruttando la sua vasta rete di conoscenze per attirare grandi nomi del jazz sia come
esecutori che come tutor nei laboratori. In fine spostò la sua attenzione anche
all’insegnamento, lavorando anche presso la facoltà di jazz alla UCLA.

Gli anni 90 iniziano con collaborazioni come quella con Hank Jones e Dave Holland in
The Oracle, quella con Freddie Hubbard con cui registra Bolivia, quella con Charles
Lloyd in Acoustic Master I, quella con l’appena ventiquattrenne Joshua Redman,
registrando Wish, il suo secondo album, in cui chiama a suonare un trio già consolidato
in passato formato da Higgins, Haden e Metheny. Agli inizi degli anni 90 vengono
pubblicati anche i dischi in cui Higgins collabora con Sun Ra, Blue Delight e
Somewhere Else, quest’ultimo rilasciato pochi giorni prima dalla morte del pianista nel
1993.

In seguito trascorse
gran parte del resto
della sua vita a
combattere una
manifestazione di
epatite che contrasse
decenni prima. Nel
marzo del 1996, ha
subito un trapianto
di fegato ripetuto
solo 24 ore dopo,
quando il suo corpo rifiutò il nuovo organo. Tuttavia Higgins non si arrese e tornò alla
musica qualche mese dopo, tornando a New York per rinnovare la sua collaborazione
con Coleman. Torna in studio per registrare un album come leader Billy Higgins
Quntet nel 97, e un altro in seguito nel 2001, The Best of Summer Nights at Moca.
Sorprendendo in maniera positiva quindi, ogni appassionato di jazz dell’epoca,
Higgins ritorna a suonare a pieno delle forze che gli sono rimaste. A cavallo del nuovo
millennio registra con John Scofield, con Robert Stewart, ma soprattutto torna a
collaborare tra gli altri con Charles Lloyd con cui registra altri 4 album, in cui viene
affiancato da musicisti come Dave Holland, John Abercrombie, Brad Mehldau, Larry
Grenadier. Dischi in cui Higgins torna a collaborare con ECM, registrando cosi
l’ultimo album, appena 4 mesi prima dalla morte, in duo con lo stesso Lloyd, che ebbe
l’intuizione di portarlo a casa sua nel gennaio del 2001 per una serie di duetti
improvvisati, intimi e liberatori, in cui i due si cimentano a suonare svariati strumenti a
percussione, a fiato ed a corde di svariata provenienza etnica, cimentandosi anche in
canti folklorici meditativi, creando l’ambiente di una vera e propria conversazione tra
due grandi amici. Poco dopo però il suo fegato comincia a dare problemi, e in attesa di
un nuovo donatore, contrae la polmonite che lo porta alla morte il 3 maggio, a soli 64
anni.

Mr. Higgins era uno dei più sensibili musicisti jazz in circolazione, con uno swing
leggero ma sempre presente e attivo, un delicato suono dei piatti e uno stile molto
melodico di suonare la batteria.
Suonando non attirava mai l’attenzione su sé stesso, ma la sua musicalità contribuiva
notevolmente all’aumento dello standard di ogni band in cui suonava.
Soprannominato “smiling Billy”, sembrava essere sempre in uno stato di gioia durante
l’esecuzione.
Aveva un suono molto trasparente, poteva essere aggressivo, ma nascosto, mai
sfacciato. Definito uno dei batteristi più eleganti.

Hppy Frame of Mind del pianista Horace Parlan, in cui Higgins collaborò con Butch
Warren al basso, Grant Green alla chitarra, Booker Ervin al sax tenore, Johnny Coles
alla tromba. È un album registrato nel 1963 che però viene pubblicato solo nel 1986
dalla Blue Note. Considerata una delle più grandi registrazioni del pianista, che
spingendosi verso un territorio più avventuroso del post-bop, si sforza di trovare il
giusto compromesso tra il jazz accessibile, divertente e la musica più avventurosa. La
title track nonché pezzo conclusivo dell’album, è un blues in G che inizia con un intro
di 4 battute in cui la successione di accordi che va da G6/9 a Ab6/9 viene ripetuta due
volte. In questo brano Higgins esegue prima due chorus di scambi con la tromba per
poi fare due chorus in solo, che nel complesso racchiude la tipologia di musicista che
era. Un solo non complicato, ma molto efficace, che evidenzia la sua classe ed
eleganza.