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STORIA DEI DIRITTI UMANI (Marcello Flores)

Introduzione
Di diritti umani oggi si parla molto. La cultura dei diritti umani è un campo attraversato da grandi
dibattiti, attorno ad essa si svolge sia una sorta di battaglia culturale sia pratica politica. È
fondamentale favorirne la conoscenza, l’informazione che possono aiutare a situare il ruolo dei
diritti
umani nel mondo contemporaneo. È il mondo giuridico che si è maggiormente occupato dei diritti
umani, giuristi, filosofi del diritto che hanno dato formulazioni più articolate e complete che hanno
contribuito a comprenderli, codificarli, classificarli, renderli insieme un momento di riflessione
teorica. Lo sguardo di uno storico non può che essere diverso perché manca una vera ricostruzione
storica dei diritti umani che tenga conto del succedersi delle idee e dei percorsi pratici e
organizzativi di quei gruppi e individui che hanno cercato di trasformare la realtà a vantaggio dei
discriminati, degli
emarginati e degli oppressi. Forte enfasi su due momenti cruciali in cui i diritti umani si sono
affacciati alla storia: metà ‘700 e metà ‘900. La loro storia: tensione tra proprie promesse e
ambizioni universalistiche e la capacità pratica di realizzarle = distanza tra teoria e pratica,
capovolgimento prima nella seconda: debolezza intrinseca della cultura dei diritti umani. Un
approccio storico può essere utile per cercare di rendere più chiara l’opposizione, le contraddizioni
che riscontrano nella teoria e pratica dei diritti: classico dibattito tra carattere naturale e positivo dei
diritti umani. I diritti umani sono diritti storici non solo perché nati in circostanze particolari, evoluti
in contesti definiti, caratterizzati da lotte di grande portata per la libertà e l’uguaglianza ma perché
la stessa idea religiosa o naturale, politica o positiva in cui si è voluto trovare la loro radice e
legittimità si è trasformata nel tempo, ha conosciuto declinazioni differenti ed è stata influenzata da
eventi storici diversi. Visione universalistica intrecciata con una sua lettura particolaristica. La
reciproca legittimazione di diritti e potere ha rappresentato uno degli aspetti fondamentali della
storia dello stato moderno e della democrazia. A partire dal XVIII secolo: la vera storia dei diritti
umani -> ruolo di Cesare Beccaria, Granville Sharp, John Stuart Mill e Henri Dunant. La storia dei
diritti umani è il percorso con cui principi e valori morali si sono trasformati in obiettivi politici e in
articoli di legge e ist.giuridiche ma anche in senso comune e opinioni condivise grazie alla
diffusione culturale e all’azione quotidiana di tutti coloro che sentivano l’urgenza della loro
situazione. Battaglia dei diritti umani: una mobilitazione dal basso anche se spesso sono intervenuti
qualche potere perché potesse affermarsi e consolidarsi = questione sempre più cruciale a partire
dagli anni ’80 e cercare di vedere i diritti umani non solo da un ottica prettamente del pensiero
giuridico e della pratica della legge.
CAPITOLO I
DAI DOVERI AI DIRITTI
1. Religioni e valori.
Secondo Bobbio e Martinez i diritti umani sono diritti storici, nati in precisi contesti e
circostanze, in mezzo a rivendicazioni e lotte per realizzarle. È nel corso XVIII secolo che però
avviene un rovesciamento radicale di prospettiva, caratteristico della formazione dello stato
moderno, seguendo un percorso secondo cui “la concezione individualistica della società passa dal
riconoscimento dei diritti del cittadino di un singolo stato al riconoscimento dei diritti del cittadino
del mondo”. È abbastanza condivisa l’idea di fissare nel Settecento le origini dei diritti umani,
addirittura la loro invenzione.
Tuttavia il ruolo della legge è presente fin dai tempi più antichi. Il codice di Hammurabi, è
considerato da molti il primo esempio dove è possibile rintracciare delle norme per il
comportamento dei governanti fondate su più vasti principi di giustizia (prima raccolta di leggi
che divide i cittadini dai non cittadini e dai servi). Fu il primo tentativo di porre fine alle vendette
individuali e di valorizzare l’individuo in quanto persona. Era tuttavia una legge stabilita dal
sovrano e quindi di derivazione divina che teneva conto del ruolo sociale stabilito dall’ordine
politico aristocratico per ogni persona.
Anche nell’antica Grecia il rapporto tra legge e governo è al centro della riflessione dei grandi
filosofi (sia Platone che Aristotele vedono l aprima come strumento per definire i compiti e i limiti
del secondo). Accanto alla legge vi sono tuttavia principi morali che devono giudicare il
comportamento degli uomini e di questi sono portatrici soprattutto le religioni.

2. Leggi morali nell’età classica.


Si è cercato recentemente di individuare le forme culturali in base alle quali greci e romani si
ponevano problemi in qualche modo equivalenti a ciò che oggi noi definiamo “diritti umani”
(attualizzazione del tema dei diritti nel mondo antico). Uno dei testi classici su cui si è
maggiormente discusso è stato l’Antigone di Sofocle (interpretata sulla scorta di Hegel come
scontro tra legge morale e legge dello stato). Zagrebelsky sottolineava il dilemma tra giustizia e
legge cioè la legge che contraddice la giustizia o viceversa (la legge di Creonte è la legge positiva,
scritta invece la legge di Antigone la legge perenne, i precetti morali fondamentali che trascendono
la legge espressione del potere). Per l’età classica Maurizio Bettini ha sottolineato l’esistenza di uno
ius gentium, come serbatoio comune da cui attingono i diritti propri delle singole comunità, ma
anche come nucleo di norme assai arcaiche che definiscono gli obblighi elementari (che Seneca
definirà humanum officium, ossia doveri degli uomini verso gli uomini). Nel mondo classico è
ancora un contesto religioso in cui si collocano i diritti umani (i diritti ritenuti inviolabili hanno
una garanzia all’interno dell’orizzonte religioso, è la religione a proteggere dall’empietà gli
uomini impedendogli di non commetterla troppo spesso).
Nel mondo classico, tuttavia, non esiste solo l’orizzonte religioso entro cui possono affermarsi i
valori morali (ad esempio il termine philantropia nella Grecia del IV secolo, equivalente a quello
romano successivo di humanitas, aveva un forte connotato sociale). Siamo ancora in presenza di
una forte ambiguità fra un’appartenenza ristretta e un’indentità più generale. Furono soprattutto gli
stoici a ragionare su una dimensione maggiormente universale dei rapporti tra gli uomini. Tuttavia,
come ad esempio in Seneca man mano che ci si allontana dalla società più vicina a noi c’è una
maggiore complessità.

3. Tra legge di natura e legge divina


La distruzione Cartagine è stata considerata alla stregua di un genocidio per la determinazione di
distruggere un’intera nazione in modo intenzionale. I problemi che riguardano i diritti umani nel
nostro tempo riflettono un interesse sempre maggiore nella storia, soggetta e rivisitazioni a volte
discutibili, ma che contengono spesso elementi significativi di suggestioni e indicazioni di
approfondimento (adattare a episodi del passato a concetti nati e sviluppatisi nella
contemporaneità). La legge di natura per Cicerone e Seneca è un dato universale su cui si fonda la
possibilità della giustizia, anche se essa non può essere invocata per respingere la legge positiva
(diventando anche metro per distinguere tra leggi giuste ed ingiuste). Lo ius gentium per alcuni
giuristi romani è considerato una forma di diritto proprio dell’uomo in base alle relazioni sociali che
si instaurano all’interno della comunità.

4. Cristianesimo e diritti umani


Secondo Bobbio la concezione cristiana della vita (tutti gli uomini sono fratelli in quanto figli di
Dio) ha portato una grande svolta in Occidente, tuttavia sarebbe più consono sostenere che il
contributo del cristianesimo ai diritti umani è stato sì ricco e articolato, ma anche contaminato e
bivalente (la storia dei diritti umani è in gran parte storia della lotta di cristiani contro cristiani).
Nel Cristianesimo si può trovare un richiamo alla dignità e all’universalità, ma anche la
giustificazione della loro negazione. Certamente il carattere fortemente antistatuale che caratterizza
la tradizione cristiana, la centralità riconosciuta alla persona, alla famiglia e alla comunità di
credenti creano premesse per una visione dei limiti del potere e per una ripresa della teoria classica
della legge naturale di derivazione divina (Agostino e Tommaso punti di riferimento).

Il ruolo della chiesa è fondamentale per scardinare le gerarchie e offrire la visione di una
comunità più universale, rivolta a tutti. È grazie alla nuova istituzione della chiesa che i principi
filosofici greci e romani riescono a trovare una diffusione e un radicamento sociale. La chiesa
cristiana primitiva costituisce un terreno in cui si forma un’etica fondata su valori universali che
non può coincidere con alcun regime politico (ne prende le distanze e resiste alle pretese
assolutistiche degli stati nella sua prima fase di esistenza).
Gli studiosi che si sono soffermati sulle origini storiche dei diritti umani nel Medioevo hanno
ritenuto che si potessero individuare tra il XIV e il XV secolo; alcuni sostengono invece una
continuità con la teoria dei diritti naturali di più lunga tradizione. Si è discusso a lungo se sia
possibile individuare in Tommaso (dignitas humana, capacità autonoma di scelta morale) una
dottrina medievale dei diritti naturali. Si, ma solo se si assumono i diritti naturali come equivalenti
ai doveri naturali.
La coincidenza cronologica tra il quarto concilio Laterano e la concessione della Magna Charta
Libertatum (1215) mostra come il rapporto tra politica e religione dovesse ormai fare i conti con la
questione di quale autorità dovesse prevalere e come si dovesse rispondere alla richiesta di
riconoscimento dei diritti di libertà e di conseguenza alla limitazione del potere del sovrano.
I diritti di questo periodo sono ancora di carattere corporativo, riguardano gruppi e non individui
(sono i baroni i destinatari della prima rinuncia regia ad alcuni diritti; divieti e garanzie nei
confronti degli abusi del sovrano). L’attribuzione a una legge fondamentale degli obiettivi politici
ritenuti preminenti per l’epoca (pace, libertà, diritto) coinvolge ogni gruppo sociale e pone le
premesse per la nascita dello stato moderno.

5. Umanesimo e Rinascimento
Il rapporto tra diritto e politica si configura in modo più chiaro dal Duecento fino alla nascita e
all’affermarsi dello stato moderno tra il XV e il XVII secolo.
Sono Toscana e Lombardia divenute repubbliche indipendenti a formalizzare in costituzioni scritte i
propri sistemi di autogoverno e il funzionamento della giustizia. I comuni sentono la necessità di
legittimare la propria autonomia nei confronti dell’impero (questa rivendicazione è la base di
quell’ideologia civica tramandata da Seneca e riproposta poi da Macchiavelli)
L’obiettivo dei trattati sul governo cittadino riguardava il come raggiungere la concordia civile e
come anteporre il bene comune agli egoismi dei singoli.
Il contributo più memorabile al dibattito sugli ideali e le forme dell’autogoverno repubblicano fu
quello di Ambrogio Lorenzetti. In quella rappresentazione si sente l’influenza di Seneca e Cicerone.
Nel dipinto la pace occupa il posto centrale, ed insieme alla giustizia (capacità di correggere le
condizioni di ingiustizia e disuguaglianza) assumono il ruolo centrale.
La costituzione senese stabilisce che i Nove debbano agire come prescrive la Costituzione; è questa
concezione inedita di cittadinanza che sfocia più tardi nell’umanesimo civico del Rinascimento.
Anche Petrarca considera obiettivo di ogni buon governo il fare in modo che ogni cittadino viva
libero e sicuro. Solo il potere vincolante e ferreo della legge può contrastare i vizi cui i cittadini
lasciati liberi si abbandonerebbero: tra le leggi sono le costituzioni che assicurano un governo
equilibrato.
Siamo ormai alla teorizzazione del realismo, all’identificazione del principe virtuoso.
Questa riflessione sulla fonte del potere e sull’autogoverno comunale che si sviluppa tra il XIII e il
XV secolo va di pari passo con quella sui diritti naturali. È Guglielmo di Ockham a essere ritenuto
il
padre della teoria dei diritti naturali, legati alla persona ai quali non può rinunciare ma può scegliere
di non esercitarli, protezione tutti i cittadini della società. Il diritto canonico del XIII sec. Aveva
sviluppato il concetto di ius naturae, intravedendone una sfera di diritti fondata sulla legge morale
naturale, concependo le persone come libere, dotate di ragione, discernimento morale e lagmi di
giustizia e carità che legano un individuo all’altro.
Il dibattito interno alla chiesa, culminato con il concilio di Costanza del 1415, cerca di fare i conti
con l’autorità papale ma anche con la diffusione di movimenti ereticali, capaci di collegarsi al
sorgere di nazionalismi cristiani. È in questo ambito che diventa fondamentale una legge morale
universale per tutti. Tale concilio non riuscì a raggiungere gli obiettivi prefissati. Nemmeno la
Chiesa riesce a bloccare le divisioni nazionali, contrasto tra comuni, signori, assemblee e i corpi
intermedi non favorisce la prospettiva universalistica di una sola istituzione. La lotta per la libertà
religiosa, conseguenza più significativa alla base dello scontro Lutero-Calvino-Chiesa è stata
definita come l’origine dei diritti naturali e di quelli umani. Maggiore attenzione è posta dalla
Riforma sull’individualismo, autonomia, responsabilità, ponendo l’uomo al centro sottraendolo alla
subordinazione di Dio. Quindi la Riforma accentua il dovere di obbedienza nei confronti
dell’autorità ma riconosce obblighi reciproci tra cittadini e potere. All’indomani della Riforma
scoppia in Germania una guerra civile contadina. Le libertà rivendicate sono particolari:
eleggere/destituire pastori da parte della comunità religiosa o di emigrare. Tale periodo si
concluderà con la pace di Westfalia, in cui le persone potranno avere il diritto di abbandonare il
paese, nel 1648.
6. La conquista e l’uguaglianza
Il 1492 è sia l’anno della scoperta America, ma anche l’anno della vittoria cristiana sugli arabi a
Granada e della cacciata ebrei. È dunque una data chiave per l’identità europea, per i suoi rapporti
col mondo non cristiano, per mettere alla prova la portata universale del cristianesimo.
In Spagna la cultura araba ha rappresentato un momento di rinnovamento della scienza e della
filosofia che a partire dal IX-Xsec. si è diffuso in Europa dal Medio Oriente.
Alla giustificazione religiosa si aggiunge la purezza razziale. Ecco la doppia appartenenza che
serve da legittimazione alla conquista dell’America: Colombo e Cortés simboli questa duplice
identità. Colombo, religiosissimo voleva portare il cristianesimo ai popoli che non lo conoscevano,
il secondo si muove con logica militare spietata dell’epoca a cui si aggiungeva il disprezzo per i
‘barbari’.
Qui interviene Todorov il quale affronta il problema “dell’altro” in base agli avvenimenti della
Conquista: si chiede come Colombo possa essere associato a due miti cpntraddittori (quello
dell’altro come buon selvaggio e quello dell’altro come uno schiavo). Entrambi si fondano però su
un disconoscimento degli indiani e sul rifiuto di considerarli soggetti aventi diritti a tutti gli
effetti.
La difficoltà di riconoscere una diversità forte senza fare appello a una concezione gerarchica è
parte del contesto culturale dell’epoca (ideologia di dominazione alla base che è destinata prima
o poi a entrare in conflitto con la cultura dei diritti umani).
Ed è proprio attorno ai risultati della Conquista, che nella Spagna del ‘500 si sviluppa una
discussione e una riflessione teologica intorno al problema dell’uguaglianza e ineguaglianza di tutti
gli uomini
Per alcuni non era concepibile una uguaglianza tra spagnoli e indiani d’America come sostenuta ad
esempio da Bartolomé de las Casas (riflessione fondata sui principi di una dottrina fortemente
ugualitaria). Las Casas si contrappone a de Sepulveda che sosteneva la liceità della guerra contro gli
indiani (si richiamava alla Politica di Aristotele e alla distinzione tra nati liberi e schiavi per natura)
e che fosse legittimo assoggettare gli inferiori, combattere il cannibalismo e promuovere con mezzi
militari la diffusione del cristianesimo tra gli indigeni (la giustificazione teologica del massacro
contrappone il bene comune della società al diritto dei singoli individui). Quello di las Casas è un
cristianesimo in cui invece la morte non è giustificata dalla salvezza, ma risulta un peccato mortale.

7. Teologia e filosofia tra guerra e pace


La discussione di Valladolid (primo dibattito morale a discutere i diritti e il trattamento di un popolo
indigeno) deve molto alle posizioni di Francisco de Vitoria. Al centro della sua indagine c’è il
problema della guerra giusta. Egli cerca di rinnovare la tradizione della guerra giusta analizzando i
limiti che esistono nello scatenarla e i vincoli posti a chi la combatte. La sua originalità sta nel
fatto che egli non vuole giustificare la guerra con il rifiuto della fede cristiana o con la pratica di atti
contro natura (ex. cannibalismo) è di aver attribuito agli stati il ruolo di soggetti del diritto
internazionale individuando nel diritto alla libera circolazione delle persone e delle merci il
principio di orientamento dello ius gentium in nome di una universale parentela tra gli uomini.
Egli riconosce ad ogni repubblica il potere di indire una guerra, elenca le cause non sufficienti a
proclamarla mantenendo come possibile giustificazione solo la reazione e vendetta di un’ingiuria
ricevuta, ricordando che solo una delle due parti in conflitto ha la legittimità di combattere.
Il pensiero di Vitoria si pone tra lo ius gentium medievale e lo ius publicum europeo dei nascenti
stati sovrani. In questo momento si verifica la crisi di un modello fondato sull’autorità della
chiesa, è l’epoca non solo della conquista del nuovo mondo ma anche della Riforma, scontro tra
potenze cristiane per motivi religiosi e del nazionalismo nascente, del sacco di Roma e della
minaccia ottomana di espansione. Con l’abbandono delle premesse della dottrina medievale dello
iustum bellum, si sarebbe affermato il diritto internazionale interstatuale.
8. Legge naturale e diritto internazionale
Nel corso del Seicento il percorso della cultura dei diritti trova un’accelerazione. Nel 1625, il
giurista Hugo Grotius propone una lista di diritti applicabili a tutta l’umanità (non solo in un paese o
in una tradizione giuridica). Egli definì i diritti naturali come qualcosa di inerente e concepibile
separatamente dalla volontà di Dio e suggerendo che anche il popolo possa usare il proprio diritto
per istituire le basi contrattuali della vita sociale anche senza l’aiuto della religione. Sono i diritti
naturali che danno origine ai diritti civili (quelli naturali fanno parte della natura etica e razionale
dell’uomo che ne sarebbe titolare anche se Dio non esistesse). Con il contratto statale egli delega
alla legge parte rilevante, ma non assoluta della propria libertà. Il diritto riguarda ogni individuo,
anche se è soprattutto tramite lo Stato che i diritti fondamentali sono garantiti e protetti. L’autorità
politica non è più legittimata da Dio, ma si fonda sull’unione di individui; sono i diritti naturali
degli individui, trasferiti allo stato, che permettono a quest’ultimo di emanare leggi e di
concretizzare in diritti civili i diritti naturali.
L’allievo di Grotius, Samuel Pufendorf definisce l’uomo come essere eticamente libero e come
portatore d’una dignità che lo accomuna a tutti gli altri uomini. La dignità e l’uguaglianza portano
verso una socievolezza fra tutti gli esseri umani, che spinge ognuno a permettere o esigere lo stesso
trattamento e a cooperare. Il sovrano deve adeguarsi alle leggi fondamentali che si rifanno al diritto
naturale ma può intervenire, quando necessario, nella sfera della libertà individuale. Se l’obiettivo è
la pacifica convivenza tra uomini e stati, spetta alle norme adottate tutelare e promuovere questo
obiettivo attraverso un sistema di doveri e di diritti reciproci.

9. Diritti e rivoluzione
Nel 1679 Locke inizia a scrivere Secondo trattato sul governo, dove compendia l’idea dello stato di
natura e la teoria politica che ne fa conseguire. Nello stesso anno viene promulgato l’Habeas
Corpus Act che riprende in termini moderni la tutela e le garanzie concesse in caso di arresto e di un
procedimento penale. Dieci anni dopo l’Habeas Corpus Act segue il Bill of Rights, momento
conclusivo della gloriosa rivoluzione (a cui si devono i fondamentali principi riformatori che si
sarebbero trovati in ogni costituzione o dichiarazione dei diritti): i principi di una monarchia
limitata e soggetta al parlamento, della certezza e imparzialità della legge e della sicurezza della
proprietà, di libere elezioni, libertà di parola e giusto processo.
Tra coloro che che rafforzano il legame fra rivendicazione della tolleranza religiosa e richiesta dei
diritti civili vi fu il poeta John Milton. Egli proclamò il diritto dell’uomo all’autodeterminazione,
importanza della tutela del diritto del singolo quanto quelli del bene della collettività.
Sempre nel corso della rivoluzione inglese, anche Hobbes si interroga sui diritti naturali. La
differenza fra i due risiede nel tipo di patto o contratto che Hobbes pensa sia stato stabilito da ogni
uomo con tutti gli altri. Lo stato contrattualista si trasforma così in Hobbes, in uno stato assoluto
dove al sovrano è concessa ogni autorità anche se gli spetta la tutela dei diritti dei cittadini che si
possono sentire svincolati dal patto in caso di inadempienza del re. I diritti naturali non sono
inalienabili come pensavano Milton o Grotius, ma bisogna affidarli ad altri da sé per poter entrare a
far parte nella società. ed è proprio su questa visione individualistica dei diritti che insisterà Locke il
quale parla di una legge naturale vincolante anche dopo la formazione del contratto sociale.
I mutamenti sociali che accompagnano l’ascesa della piccola nobiltà e borghesia rurale, della gentry
e quelli culturali rappresentano le coordinate entro cui si concretizzano le teorie dei diritti
sviluppatesi nel corso del ‘600.

10. Stato moderno e stato assoluto


Lo stato moderno emerge in Europa tra ‘600 e ‘700. Si rafforzano le prerogative del sovrano e le
istituzioni pubbliche (l’esercito, il fisco etc.) si sviluppano e iniziano a prendere corpo. Questo stato
moderno però non ha la stessa sfaccettatura in tutti i paesi in cui si sviluppa.
A spingere verso l’assolutismo non sono tanto le teorie o le idee quanto la necessità di
un’organizzazione statale capace di reggere lo scontro interno e il conflitto sul piano internazionale.
Anche dove è più compatto, lo stato assoluto è uno stato limitato dal diritto. Comincia a formarsi
però
in questi anni una nuova visione del soggetto, dei diritti, della sovranità, un nuovo discorso della
cittadinanza che viene a costituire la condizione di insorgenza, il terreno di formazione
dell’espressione “stato di diritto”. All’interno degli stati assoluti si forma una società civile
capace di interagire con la cultura alta e con le scelte politiche istituzionali.
Questa autoevidenza dell’uguaglianza degli esseri umani nasce nel contesto dello stato
assoluto e dell’Illuminismo, della rivoluzione inglese e dei conflitti del secolo di ferro. Se può
apparire comprensibile che si pensasse ai diritti umani come fondati sulla natura, risultava più
difficile ipotizzare che essi fossero gli stessi per tutti e che dovessero valere per tutti in ogni luogo. I
diritti umani sono difficili da illustrare perché la loro definizione, esistenza dipende dalle emozioni
altrettanto che dalla ragione.
Importanza autonomia e empatia: i diritti umani sono emersi perché molti individui avevano
esperienza diverse anche se non appartenevano tutti allo stesso contesto sociale ma l’interazione tra
di loro, con le loro culture e osservazioni creavano un nuovo contesto sociale. Il riconoscersi nelle
esperienze altrui, condividere aspirazioni, preoccupazioni, ansie che ha permesso il passaggio
lento e mai del tutto completo alla convinzione di uguaglianza davanti a Dio. La cultura dei
diritti è il risultato di un’epoca che vede nascere il capitalismo e affermarsi della borghesia, classi
medie sulla scena culturale ed economica. L’autonomia personale nella vita concreta è il
corrispettivo dell’individualismo teorizzato da Locke e Milton e fa da sfondo all’idea di comunità
non più medievale ma moderna e che trova la sua coesione non solo nella religione ma anche nel
lavoro e nei rapporti sociali. In questo quadro l’individuo viene rappresentato come un unitario
soggetto di bisogni e diritti, definito dai parametri di libertà e uguaglianza. La legge rimane il
fondamento del potere solo se non vieta lo sviluppo della libertà. Trattare l’uomo da uomo in
ogni circostanza è la massima che permette a Montesquieu di combattere la schiavitù e di pensare a
una limitazione del diritto di guerra.

CAPITOLO II
La scoperta dei diritti
1. La difesa del corpo
Cesare Beccaria pubblica nel 1764 dei “Diritti e delle pene”, contributo più alto
dell’Illuminismo lombardo, forse unico libro italiano da poter essere affiancato alle opere di
Voltaire e degli illuministi francesi. Il sistema giuridico europeo del ‘700 risultava essere ancora
repressivo, intriso di arbitrio e barbarie. La privazione della libertà individuale avviene spesso
su prove poco solide. La punizione dei colpevoli è uno spettacolo pubblico cruento, in cui
l’eccesso di violenza magnifica la potenza della giustizia. L’Habeas corpus (la garanzia da arresti
arbitrari, di essere giudicato da un tribunale di pari e in base a leggi certe) risulta ancora
praticamente inapplicato in Europa continentale e disatteso anche nell’Inghilterra dove è nato. Ed è
proprio contro i meccanismi del sistema giudiziario, della legge, contro gli abusi che Beccaria
scrive il suo piccolo trattato. Questo testo non è una riflessione teorica, ma una critica sistematica
del sistema giustizia di metà ‘700. La legge per lui deve garantire la libertà e la sicurezza al
maggior numero di persone. Tutto questo nella convinzione che il potere deve realizzare
l’interesse comune, ossia la ricerca pubblica della felicità.
La punizione per chi commette crimini non può dunque avere un carattere vendicativo, il suo
obiettivo dovrebbe essere quello di prevenire crimini ulteriori. La sua funzione deterrente e la sua
efficacia non aumentano all’aumentare del grado di violenza e terrore, ma in base alla sua certezza,
ineluttabilità e rapidità con la quale si affligge. È in questo contesto che egli affronta le questioni
della tortura e della pena di morte: meglio prevenire, puntare alla educazione che alla repressione.

2. Le idee dei Lumi


Gli ultimi trent’anni del ‘700 e i primi dell’‘800 vedono un susseguirsi di esperienze significative
sul terreno della riforma del diritto penale e l’affermazione del linguaggio dei dirtti grazi soprattutto
all’Illuminismo che accentua l’idea dell’uomo come soggetto di diritti, cercando di porre fine alla
teoria del diritto divino dei sovrani e della ragion di stato come prevalenti sulle ragioni e i diritti dei
cittadini. La tolleranza viene adesso indicata come base di tutti i diritti umani e il requisito per la
pace e il progresso è dato dalla divisione della sfera politica da quella religiosa.
È diffusa tra gli illuministi la convinzione di un processo universale di incivilimento in cui
l’umanità acquista la sua essenza e rende storica e culturale una natura che trova nel contratto
sociale la sua trasformazione e il punto di partenza verso il progresso. Esistono tre tipi di diritti:
diritti soggettivi (sfera privata, ognuno soddisfa i propri bisogni); diritti oggettivi (sfera legale,
rinuncia di alcuni diritti soggettivi con il contratto sociale); c’è poi una terza sfera pubblica o sociale
formata da norme e valori che lasciano una certa libertà. La nascita dei diritti civili sarebbe il modo
con cui, attraverso la legge, la politica (lo stato) garantisce i diritti (naturali/soggettivi) di libertà e di
proprietà.
Sorge il concetto di contratto sociale: gli uomini erano invitati a rinunciare a una parte della
propria libertà per avere dal governo protezione della loro vita, libertà e proprietà.
Per Rousseau il contratto sociale doveva creare e garantire uguaglianza tra tutti quelli che ne hanno
aderito, alienando i propri diritti alla comunità e allo stato.
È comunque la società umana la fonte del diritto e i diritti inalienabili si fondano sul presupposto
dell’uguaglianza umana e di una ragione universale comune a tutti gli uomini (essi nascono
uguali, godono degli stessi diritti naturali)
La difesa della libertà non può trovare soluzione solamente all’interno di un singolo ordinamento
statale, in una sola nazione. È per questo che Kant va oltre l’orizzonte della politica e parla di uno
ius cosmopoliticum in cui a chiunque, anche chi appartiene ad un altro stato, viene riconosciuto
come titolare degli stessi diritti. Il nuovo concetto di dignità umana che emerge dall’illuminismo è
quello della libertà personale, dell’indipendenza e autonomia di ogni persona non garantita da Dio,
ma dagli accordi tra tutti gli uomini (contratto sociale)
La grande affermazione di cultura fondata sui diritti porta ad una radicale trasformazione delle idee
e a un rivoluzionamento delle leggi e delle istituzioni (processo di mobilitazione contro lo status
quo dei privilegi e le ingiustizie). Questa nuova cultura dei diritti apre a nuove contraddizioni come
la questione dell’uguaglianza delle donne o il problema della schiavitù.

3. Contro il commercio di schiavi:


Granville Sharp, Thomas Clarkson e William Wilberforce sono le figure più note della battaglia che
nel 1807 porterà all’abolizione del commercio di schiavi. Tra gli illuministi le condanne più nette
allo schiavismo erano state pronunciate da Montesquieu nel 1748 e da Voltaire nel 1756.
Sul terreno dell’uguaglianza umana furono soprattutto gruppi religiosi a dar vita al movimento che
porta all’abolizione della tratta degli schiavi e poi allo schiavismo. Le posizioni abolizioniste
trovano appoggio nel cristianesimo e filosofia dei Lumi ma sembrano essere ostacolate dalla logica
delle conquiste coloniali, dagli interessi economici e apparente utilità economica dello schiavismo
in una fase di espansione e decollo industriale.
Ma cosa è riuscito a mobilitare centinaia di migliaia di persone per la battaglia contro lo
schiavismo?
Sicuramente la spinta morale e religiosa che contagia diversi ceti sociali.
In generale la tratta degli schiavi (la tratta occidentale) raggiunse nell’arco di quattro secoli la cifra
complessiva di circa dieci milioni di neri (fra il 1720 e il 1760 massima concentrazione e
gerarchizzazione: economia di piantagione idonea allo sviluppo delle colonie di Francia e
Inghilterra).

4. La rivoluzione americana
La dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776, ratificata a Filadelfia, inizia con un forte
richiamo ai diritti dell’uomo e alla necessità di legittimità della rivoluzione contro la corona inglese
da parte dei coloni.
Rivendicare come evidente l’uguaglianza di tutti gli uomini significava iniziare una lotta a oltranza
contro coloro che non accettavano una verità auto evidente. Alla base della Dichiarazione è presente
la teoria dei diritti naturali. Questi diritti inalienabili si riferivano ad ogni persona appartenente
alla società. Tra il 1689 e il 1776 diritti che erano stati ritenuti il più delle volte come diritti di gente
vennero trasformati in diritti umani e in diritti naturali e universali. Jefferson scriveva che i dirtti
naturali sono quelli per cui la protezione si è formata la società e si sono stabilite le leggi
municipali.

5. Dalla dichiarazione d’indipendenza alla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino
La crescente diffusione dei diritti influenzata dalla cultura illuminista è alla base dell’accelerazione
nella pratica di trasformazione in leggi di questi stessi diritti. Proprio nella rivoluzione americana vi
era stato un passaggio rapido da una visione particolaristica dei diritti a una universalistica
(diritto dei coloni in quanto uomini e persone). A permettere questo rapido passaggio fu la
diffusione delle idee illuministe sull’esistenza e difesa dei diritti naturali. L’ingresso di ciascuno
nello stato attraverso qualche forma di contratto sociale non poteva che significare la rinuncia alla
propria unica volontà come criterio di libertà (intervento Jeremy Bentham con la sua idea di
utilitarismo in cui l’obiettivo maggiore era la più grande felicità per il maggior numero). Proprio
l’antagonismo filosofico e giuridico attorno ai diritti naturali spiega in parte il passaggio sempre più
frequente alla locuzione “diritti dell’umanità” o “diritti dell’uomo” come superamento di quella di
“diritti naturali”.
L’attenzione per i diritti dell’uomo legava ormai le due sponde dell’Atlantico: questo spiega
l’enorme interesse per la rivoluzione americana in Europa e il gran numero di americani che
parteciparono alle vicende che portarono alla rivoluzione francese e alla Dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino.
In Francia, il re Luigi XVI ordinò la convocazione degli stati generali nel 1789 (situazione di forte
crisi economica). In preparazione di questi i tre stati dovevano riassumere nei cahiers de doleance i
problemi più urgenti da risolvere. All’interno di questi ci furono molte richieste relative ai diritti
dell’uomo. Il 26 agosto 1789 l’Assemblea costituente approvò la Declaration des droits de
l’homme e du citoyen.

6. Diritti dell’uomo
Nei diciassette articoli della Dichiarazione dei diritti erano condensati i principi e i valori che la
nuova cultura del Sei e Settecento aveva fatto emergere sotto l’impulso del giusnaturalismo e
dell’illuminismo poi. Le teorie sull’uguaglianza presenti nelle riflessioni sul contratto sociale
aprivano la strada a un nuovo rapporto con i cittadini: la dichiarazione rivendica il principio di
uguaglianza e indica i “diritti imprescrittibili dell’uomo” nella libertà, nella proprietà, sicurezza e
resistenza all’oppressione. L’era delle rivoluzioni sembrava essere giunta a un punto di non ritorno,
in cui il linguaggio dei diritti aveva trovato ormai una collocazione e un ruolo senza possibilità di
ritorno al passato.
Ad avere il privilegio di essere protagonisti di entrambe le rivoluzioni furono il marchese Lafayette
e Tom Paine il quale scrive una riflessione sulla rivoluzione francese che diventerà poi un libro in
due parti “The rights of Man” (1791) destinato ad un grande successo per l’epoca. Paine insiste sui
diritti civili che formano il cuore della sua difesa della rivoluzione francese si basano
sull’assunzione che precede la formazione dei governi: l’esistenza di diritti naturali
all’uguaglianza e alla libertà. Sono poi i governi che possono rendere concreti quei diritti naturali
facendoli diventare diritti civili, inattaccabili da ogni tentazione dispotica attraverso una
costituzione scritta che protegga tutti i cittadini e una dinamica parlamentare che garantisca la
rappresentanza di ogni parte sociale.
Se i cittadini hanno diritti, i governi hanno doveri nei loro confronti: è il ribaltamento tra i doveri
dei sudditi e i diritti dei sovrani che caratterizzavano il mondo prima dell’epoca delle rivoluzioni. Il
libro di Paine suscita scalpore, offensiva senza precedenti, descritta come un attacco alla nobiltà
ereditaria, che punta alla distruzione della monarchia e della religione e totale sovversione delle
forme riconosciute di governo. Viene costretto all’esilio da Dover per la Francia.

7. Terrore e diritti
La Convenzione si riunisce per la prima volta il 20 settembre e dopo due giorni proclama la
Repubblica. Inizio lavori per redigere una nuova costituzione, ma si evidenziano le sue incapacità di
giungere alla sua creazione. Il re di Francia, Luigi XVI viene condannato alla ghigliottina (Paine
aveva proposto invece un esilio negli Stati Uniti). La rivoluzione inizia a prendere una strada
diversa da quella auspicata da Paine (la ghigliottina diviene presto il simbolo della spietata logica
della rivoluzione). Nelle temperie della nuova fase rivoluzionaria Paine s’immerge nuovamente
nella scrittura e scrive nel 1794 “The age of Reason” che riguardava la religione, secondo cui ogni
cittadino doveva essere libero di scegliere il proprio credo religioso.
Ancora più complessa, rispetto alla dinamica della questione religiosa, fu l’andamento delle
problematiche relative ai diritti di genere e a quelli degli schiavi: quando la Francia concesse il
diritto di voto a tutti gli uomini nel 1792, le donne, gli schiavi, i servi e i disoccupati erano ancora
privati dei diritti naturali.

8. Marie, i diritti della cittadina


Due testi scompaginano la società britannica, francese e americana innestando un forte dibattito.
Il primo è del 1791 di Marie Gouze “la dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” e il
secondo è del 1792 di Mary Wollstonecraft, “una rivendicazione dei diritti della donna”. Entrambi
cercano di porre al centro dell’attenzione la questione di diseguaglianza esistente tra donna e uomo
(le donne francesi non godono praticamente di alcun diritto, confinate al servizio domestico).
Montesquieu e Voltaire avevano avevano individuato nella legge salica (che escludeva le donne
dalla successione al trono) come il simbolo dell’esistente discriminazione. Tuttavia, anche tra gli
illuministi prevaleva ancora l’idea della donna il cui comportamento era dettato dall’istinto quanto
quello dell’uomo lo era dalla ragione.
Il marchese Condorcet alza la voce sulla questione sottolineando il fatto che anche il genere
femminile deve avere le prerogative che si stava cercando di guadagnare e difendere per il genere
maschile. Egli divideva la difesa dei diritti delle donne con l’olandese Etta Palm che cercò senza
successo di creare una federazione di gruppi femminili che rivendicavano uguaglianza di
educazione, politica e di impiego. La dichiarazione di Olympe de Gouges riassunse il punto di vista
femminile (poi ghigliottinata). Un’altra donna a pagare per le sue idee fu Théroigne de Méricourt,
che si era battuta per la creazione di una milizia femminile, viene internata in manicomio. Il
Comitato di salute pubblica nel 1793 presenta un rapporto alla Convenzione in cui si nega alle
donne la possibilità sia di esercitare i diritti politici sia di prendere parte al governo, sia di potersi
riunire in associazioni politiche. Tutti i club femminili vengono chiusi e proibiti con il timore che le
donne potessero pretendere di conquistare la cittadinanza e i diritti politici, minaccia forte per chi
stava cercando di imporre il proprio potere.

9. Mary, i diritti dell’uomo e della donna


La Rivoluzione in Francia aveva bloccato e respinto le aspirazioni politiche delle donne. La
Convenzione permetterà alle donne nel 1795 di presenziare alle sue sedute solo se accompagnate da
un cittadino di sesso maschile. Cosa aveva impedito il cammino delle donne per l’acquisizione dei
diritti nel periodo della Francia rivoluzionaria? Il tema della famiglia come centro dell’interesse
femminile è parte integrante del pensiero borghese dell’epoca. Sono infatti le classi medio-alte a
vivere la condizione sociologica di famiglia nucleare che diventerà il modello prevalente nel XX
secolo: dove la donna ha poco ruolo e responsabilità prevalenti e poco margine e limitate
opportunità.
Quello che l’epoca delle rivoluzioni porta con sé nell’ultimo quarto del XVIII secolo, è
l’affermazione di uguaglianza di tutti gli esseri umani con il corollario che ognuno di essi è
portatore dei diritti naturali riconosciuti all’insieme dell’umanità. Il discorso sui diritti si diffonde e
acquista adepti negli anni ‘80. Nel mondo anglosassone tra i primi a rivendicare apertamente il
diritto di voto per le donne fu l’avvocato James Otis a cui si deve la frase “taxation without
representation is tiranny”. Fu il testo di Mary Wollstonecraft a vindication of the Rights of Woman
a costituire uno strumento indispensabile per diffondere le attese delle donne in merito ai propri
diritti e alla possibilità di una rivoluzione in modi femminili che offrisse una diversa educazione,
maggiori possibilità di lavoro. Per lei se i diritti umani sono universali, occorre applicarli anche alle
donne le quali devono essere rese libere. Nonostante questi piccoli cambiamenti bisogna anche dire
che in realtà anche tra i sostenitori dell’uguaglianza vi era questa perplessità circa i diritti umani e la
partecipazione delle donne.
Negli anni però la compresenza dei difensori dei diritti umani, dei giusnaturalisti e degli utilitaristi
permise di far convivere l’universalità dei diritti delle persone con differenza tra i sessi. Certo è che
le convinzioni relative agli ordinamenti esistenti, la preferenza per la repubblica o per una
monarchia costituzionale, la legittimità concessa a uno sbocco rivoluzionario o la difesa tenace
dell’equilibrio sociale sono elementi non secondari nel far pendere da una parte la teoria dei diritti
difesa da ognuno.
Nel contesto culturale e politico di fine ‘700 i diritti delle donne si potevano vedere come la
conseguenza logica dell’aver attribuito loro diritti naturali in quanto persone ma si poteva anche
negarli in nome dei diritti reali delle donne (prendersi cura dei propri figli e del proprio marito). La
difesa delle virtù familiari è condotta in una luce positiva, di ristabilimento dei diritti femminili
offuscati dal dispotismo e dall’arbitrio maschile. “Dilettare, civilizzare e migliorare l’umanità,
questi sono i preziosi diritti della donna” disse un deputato del South Carolina. Il timore che i diritti
delle donne dall’educazione al voto potessero insidiare la supremazia maschile nella sfera pubblica
e la sua autorità nella sfera privata è tra i motivi dello scarso numero di sostenitori di tali
prerogative.

CAPITOLO III
Le regole umanitarie
1. Toussaint e l’indipendenza degli schiavi
Il 22 agosto 1791 nell’isola di Saint-Domingue, principlae colonia francese, inizia la ribellione degli
schiavi. Pochi giorni prima che si approvasse la Costituzione del 1791, la rivoluzione francese si
trova ad affrontare un problema inatteso: la rivolta di decine di migliaia di schiavi, spinti ad agire
dalle voci che provenivano da Parigi dopo la presa della Bastiglia e la proclamazione della
Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Si trattava in realtà di una nuova rivoluzione come la definirà
Cyril James nel 1938.
Questi schiavi trovarono presto la loro guida in Toussaint Louverture, uno schiavo reso libero
alcuni anni prima. Sono questi schiavi a innalzare la bandiera della libertà e dell’uguaglianza,
scontrandosi con la Francia rivoluzionaria che vive su questo terreno una delle sue più gravi
contraddizioni.
Sonthonax viene inviato come mmissario nell’isola per riprendere il controllo della situazione, ma
presto si convince dell’impossibilità di ripristinare l’ordine sull’isola e proclama di sua iniziativa
nel 1793, la fine dello schiavismo nell’isola. Il 4 febbraio 1794, la Convenzione vota all’unanimità
la liberazione degli schiavi in tutte le colonie francesi, sancendo l’abolizione della schiavitù per la
prima volta da parte di uno stato europeo. Sarà poi Napoleone a restaurare lo schiavismo e la
tratta degli schiavi e toglie ai mulatti i diritti di uguaglianza che la rivoluzione francese aveva loro
portato.

2. L’abolizione della tratta degli schiavi


Solo nel 1803 la tratta è abolita, ma per la fine della schiavitù si dovrà aspettare fino a metà del
secolo, nel 1848. Negli USA già nel 1788 alcuni stati proibiscono ai propri cittadini di trafficare in
schiavi.
Anche se, come nel caso della Francia, la legge americana viene ampiamente disattesa e sarà la
guerra civile che scoppia nel 1861 a imprimere una svolta drastica sul terreno della tratta dando
inizio alla battaglia antischiavista. Il cammino della Spagna è più lento: a una prima legge di
abolizione del 1845 ne segue una seconda e definitiva nel 1867. A diffondere e rafforzare il
movimento abolizionista non è solo l’obiettivo umanitario che si pone, il contesto religioso in cui si
organizza, la coscienza egualitaria, ma anche il racconto delle battaglie condotte, l’attenzione verso
i temi dello schiavismo che creano un acceleratore di problematiche fino a poco fa ritenute solo in
mano a una minoranza. È durante il breve regno che Guglielmo IV che stabilisce attraverso lo
Slavery Abolition Act nel 1833 la fine dello schiavismo in tutto l’impero britannico.

3. Nazioni e nazionalismi
Il legame con la propria terra rappresenta all’inizio del XIX secolo la faccia emotiva e passionale
dell’ideale politico liberale dello stato-nazione. L’identità nazionale riassume il sentimento
collettivo di chi contrappone il popolo alla dinastia in nome di un nazionalismo civico e dei diritti
dei cittadini.
La nazione è la moderna declinazione del concetto di patria, è la rivendicazione dell’intreccio
dell’unità territoriale con l’unità politica, il mutamento delle comunità nell’epoca delle grandi
trasformazioni economiche, sociali e culturali dell'incipiente capitalismo. La nazione diventa
l’obiettivo primario e riconosciuto della politica internazionale del XIX secolo, ma anche il
terreno in cui la massa viene trasformata in individui appartenenti alla nazione e viene
accompagnata nel suo passaggio, culturale ancora prima che quello sociale, da contadini a cittadini.
I diritti dell’uomo si incarnano nella sua libertà individuale e di uguaglianza di fronte alla legge,
quelli del cittadino riguardavano i diritti politici e l’appartenenza alla nazione; se ogni uomo ha
diritto a una nazione, ogni nazione ha diritto di esistere, separandosi dalle entità statuali che le
negano questa possibilità. Tra il 1810 e il 1830 quasi tutti i paesi dell’America Latina conquistano
l’indipendenza, liberandosi dal dominio coloniale di Spagna e Portogallo. La popolazione locale
recepisce positivamente gli echi dell’indipendenza americana e della rivoluzione francese e
approfitta nel 1808 dell’invasione della Spagna da parte di Napoleone per dare inizio alla propria
guerra di liberazione.
Sotto la guida di Simon Bolivar, Francisco Santander, Josè de San Martin etc., proclamano
l’indipendenza nel 1816 dando inizio ad una battaglia complessa contro gli spagnoli.
Analogia tra individuo e nazione, tra i diritti della persona e quelli di una collettività che si sente
unita da un’identità comune. Gli imperi multinazionali devono affrontare la questione delle
nazionalità con difficoltà crescenti proprio perché agli ideali di libertà civica ed economica si
affiancano adesso quelli della libertà politica e indipendenza che le rivoluzioni francese e
americana hanno diffuso in tutto il mondo. A intrecciare in modo compiuto la lotta per la libertà con
quella dell’indipendenza,
sono le rivoluzioni che avvengono nel 1848 (chiamate anche “primavera dei popoli”).
Diversamente da quanto avvenuto in America Latina, le rivolte europee del 1848 finiscono tutte con
una sconfitta a cui sembra seguire l’inizio di una nuova restaurazione. Tuttavia nei decenni
successivi, la spinta dell’indipendenza nazionale prende il sopravvento in Germania e Italia, mentre
riforme costituzionali si affermano in numerosi paesi europei. In questo momento della primavera
dei popoli, vede la luce un libello che anticipa i temi previsti da Marx, Il Manifesto del partito
comunista e di Egels e viene firmato il documento che segna la nascita dei movimenti femministi.
4. La Dichiarazione di Seneca Falls
Alla fine 1848, mentre l’Europa era in lotta, negli Stati Uniti aveva luogo a Seneca Falls, il primo
congresso dei diritti delle donne. Negli anni trenta e quaranta nascono diverse associazioni e
organizzazioni che individuano gli obiettivi concreti da raggiungere attraverso la mobilitazione, la
propaganda e l’azione politica. Diverse di queste associazioni vendono una forte partecipazione
delle donne, richiesta di maggiore riconoscimento dell’uguaglianza tra i sessi. È però forte il timore
che la messa in discussione dello status quo tra i generi possa innescare conflitti e trasformazioni
sociali contradditorie con la società emersa dal raggiungimento dell’indipendenza (in questi anni
nessuno mette in discussione il diritto delle donne ad avere diritti). Entrambi possiedono diritti,
anche se a uomini e donne vengono riconosciuti diritti diversi: tra i real rights delle donne ci sono
la cura dei figli e del marito, ma non ancora la libertà politica e l’autonomia personale. Le donne
volevano invece avere accesso anche a quei diritti esterni alla sfera domestica. La negazione diritti
politici donne rappresenta uno dei limiti di attuazione che l’America post-rivoluzionaria pone alla
cultura dei diritti, in quanto si tratta di un’esclusione dovuta a una radicata discriminazione di
genere, cioè l’inferiorità della donna rispetto all’uomo (divisione sessuata dei diritti umani).
L’incontro di Seneca Falls nasce durante il congresso mondiale per la schiavitù. Viene firmato il
Declaration of Sentiments (che nella prima parte echeggia la Declaration of Indipendence del 1776).
La parte più rilevante della Dichiarazione (che di fatto è divenuto il primo documento femminista) è
quella che riguarda “l’immediata ammissione a tutti i diritti e i privilegi che appartengono loro
come cittadini di questi Stati Uniti”. Per alcuni il documento rappresenta l’evento più innaturale e
scioccante mai registrato nella storia delle donne, una base per conquistare i diritti sociali, politici,
civili e religiosi delle donne.

5. Da Ginevra all’Aja, via Solferino (non importante)


Il 22 agosto 1864 dodici stati firmano la Conveznione di Ginevra per il miglioramento delle sorti
dei feriti in guerra e stabilisce che la croce rossa diventi il simbolo della neutralità e della protezione
accordata ai belligeranti a livello internazionale. Nei mesi in cui a Ginevra nasce la croce rossa
sembra aprirsi una nuova era capace di umanizzare almeno parzialmente i conflitti militari.

6. La signora del Lume


Qualche anno prima che la battaglia di Solferino suggerisse a Dunant di impegnarsi in un percorso
che avrebbe portato alla creazione della Croce Rossa e poi le varie dichiarazioni, un altro conflitto
costituisce il contesto di iniziative che modificano il panorama del soccorso umanitario: la guerra di
Crimea combattuta dalla Russia contro una coalizione di stati europei alleati con l’impero ottomano.
L’alto numero di vittime e le condizioni terribili spingono il ministro della guerra inglese a inviare
una squadra di infermiere in Crimea. A capo di questo esercito di nurses c’era Florence Nightingale
(the lady with the lamp) proveniente da una ricca famiglia che fin dalla giovane età decise di
dedicarsi alla cura dei malati (nonostante fosse una professione che svolgevano solo le donne delle
classi più povere). Florence fu importante anche per il lavoro di raccolta dati che fece sul campo.
Mostrò come l’umanità possa progredire usando la ragione per migliorarsi: un ingente risparmio di
vite umane poteva essere raggiunto con il miglioramento delle condizioni di igiene.

7. Rivoluzione industriale e diritti del popolo


A metà del XIX secolo la rivoluzione industriale sta allargando le regioni dove va imponendo i suoi
ritmi e le sue modalità di sviluppo, i suoi criteri di giudizio e i suoi valori morali.
L’Inghilterra di questo secolo è considerata la culla del nuovo sviluppo industriale e della nascita
della classe operaia che ha cercato di rispondere alle esigenze sociale di questa nuova classe di
sfruttati al bisogno di diritti che la loro vita soggiogata rivendica come propria richiesta di libertà.
Gli esclusi al voto per ora sono ancora gli operai, ma anche settori della classe media, quella lower
middle class che si unirà alla classe lavoratrice più cosciente nel chiedere una riforma elettorale
adeguata alle trasformazioni sociali avvenute poiché solo attraverso il voto sarà possibile
introdurre nel paese quelle riforme economiche e sociali che ritengono improcrastinabili. Per
questo gli operai seguono con grande attenzione il dibattito sul Reform Act e l’introduzione della
Poor Law (molto negativa). Ma queste due riforme alla fine deludono la popolazione e spingono
gli operai a unirsi per chiedere l’estensione universale del suffragio per gli uomini di almeno 21
anni, la segretezza del voto, la riforma dei collegi.
Le lotte degli operai s’incamminano verso una crescente sindacalizzazione e verso la creazione di
partiti politici che le rivoluzioni del 1848 paiono annunciare e di cui il Manifesto di Marx e Engels è
l’espressione più efficace. È l’inizio di nuova lotta per i diritti economico-sociali che accompagnerà
e a volte si contrapporrà alla battaglia per i diritti civili e politici.

8. I diritti di seconda generazione


La prima fase della Rivoluzione Industriale si chiude attorno al 1850 in Inghilterra e attorno al 1880
negli altri paesi europei. Tra queste due date si assiste a una seconda rivoluzione agricola, dovuta
all’introduzione di macchine, fertilizzanti, nuove produzioni in seguito a innovazioni tecnologiche
fino alla fine del secolo e l’inizio XX. L’enorme balzo nella produttività, nello sviluppo dei
trasporti, negli scambi commerciali internazionali, accompagnati da un aumento della speranza di
vita e da una maggiore disponibilità di istruzione, comporta costi umani e sociali che sono sotto gli
occhi di tutti: un’accentuata diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, un aumento assoluto dei
poveri e uno sfruttamento immane della manodopera.
La situazione più tragica è quella dei bambini nelle fabbriche a cui cerca di rispodere il primo atto
di leggislazione sociale della nuova epoca indistriale, il Factory Act nel 1833 che dispone l’impiego
della manodopera superiore ai 9 anni e che limita l’orario di lavoro a 8 ore (tra i 9 e 14 anni) e a 12
ore (tra i 14 e i 18). Le leggi sociali sono il risultato di un intreccio che cambia di paese in paese.
Anche la Prussia aveva preso misure significative sul terreno sociale. Dopo l’unificazione spetta al
govenro Bismarck dare vita a una legislazione più completa. Si può ritenere che il sistema messo i
piedi da Bismarck (sicurezza sociale, assicurazioni per malattia, pensioni d’invalidità e vecchiaia)
costituisca il punto di partenza di quello che diventerà in seguito lo stato sociale.
Non vi è sempre un legame nei diversi paesi tra legislazione sociale e processo di
democratizzazione (ad esempio in Svizzera il suffragio universale maschile viene introdotto nel
1848, mentre per quello femminile si dovrà attendere il 1971).
È a partire dagli anni ‘60 del XX secolo che il costituzionalismo liberale registra una crescita
internazionale attraverso la riorganizzazione degli stati e il riconoscimento di diritti popolari,
soprattutto con riguardo al diritto di voto ma anche a una limitata legalizzazione dei sindacati su
scala locale e nazionale. Nel corso delle rivoluzioni del 1848 era avvenuta una divaricazione tra le
forze liberali e quelle democratiche sui temi della cittadinanza, del diritto di voto, dei diritti civili e
politici ma anche su temi più sociali. Le legislazioni sociali, i diritti sociali ed economici (come
verranno chiamati successivamente, questi diritti di seconda generazione per distinguerli da quelli
civili e politici divenuti centrali nella seconda metà del ‘700) sono il risultato della profonda
trasformazione dell’Europa a cui cercano di rispondere i settori più aperti e lungimiranti
dell’establishment e le nuove organizzazioni sorte dal basso per difendere le condizioni di lavoro e
la vita dei lavoratori.
In realtà ancora per tutto il XIX secolo è difficile parlare di diritti umani ottenuti in modo stabile e
coerente. È solamente nel secolo successivo che si conquista l’obiettivo delle otto ore lavorative
dopo la fine della prima guerra mondiale.

9. Allontanare la guerra
Il XIX secolo si trova ad affrontare le concrete riforme che dovrebbero rendere effettivi ed attuali i
vari diritti (portati dalla stagione rivoluzionaria di fine ‘700), misurandone le difficoltà e le
opposizioni. L’affermazione dell’uguaglianza naturale tra le persone è alla base delle
rivendicazioni politiche sulla fine della schiavitù, sui diritti delle donne, sui bisogni dei civili e sulle
vittime in tempo di guerra per ottenere una protezione adeguata.
Vi è ancora una marcata difficoltà a prendere in considerazione i diversi diritti e tentare di
comprenderli globalmente per poi inserirli in un unico disegno politico. Il grande tentativo
universalistico di questo periodo è quello del socialismo che di fatto subordina a una rivoluzione
politica e sociale la possibilità di soddisfare i valori di libertà, fraternità e uguaglianza che la
rivoluzione francese aveva imposto all’attenzione del mondo intero.
Per Marx la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 consacrava i diritti del borghese,
dell’uomo proprietario separato e isolato dalla maggioranza degli uomini (i proletari) che restavano
schiavi sul terreno sociale ed economico malgrado l’apparente uguaglianza sul versante politico e
civile.
Questa critica marxista non coglieva l’aspetto essenziale della proclamazione dei diritti: essi erano
l’espressione della richiesta di limiti allo strapotere dello stato, una richiesta che se nel momento in
cui fu fatta poteva giovare alla classe borghese, conservava un valore universale. Contrapporre a
una visione considerata individualistica una concezione collettiva dei diritti rischia di riproporre
una concezione organicistica secondo cui la società è antecedente e più significativa degli
individui.
Il disinteresse del movimento socialista e operaio ad assumere come prioritaria la battaglia dei diritti
delle donne è certamente legato alla visione prevalentemente economica e di classe del processo di
emancipazione del lavoro (le donne erano individui appartenenti a un genere di minore importanza
nel processo produttivo). Oltre a ciò vanno ascritte a questa incomprensione nei confronti dei diritti
delle donne anche le caratteristiche storiche dell’epoca (ruolo naturale della donna all’interno
della famiglia, la sua debolezza e fragilità etc.)
I conflitti che agitano il XIX secolo non sono soltanto quelli sociali legati al progredire
dell’industrializzazione, quelli politici che avevano rivoluzionato l’Europa, quelli civili che avevano
sconvolto gli USA: sono anche conflitti internazionali tra stati e guerre di espansione e
possesso nelle colonie di Africa e Asia. Gli anni ‘70 si sono aperti con la guerra franco-prussiana,
l’unificazione tedesca attorno alla Prussia e il conflitto russo-ottomano.
Prosegue il processo di colonizzazione che vede confrontarsi in Africa le ambizioni dei principali
stati europei, spartendo di fatto l’Africa secondo una mappa geopolitica che prelude alla conquista
europea: alla Francia viene concesso il controllo sull’Africa occidentale, alla GB quella dell’Africa
meridionale (conferenza di Berlino 1884-5). Nel 1899 ha luogo una conferenza all’Aja promossa
dallo zar Alessandro II per discutere sulle possibili misure di disarmo, il mantenimento della pace e
la regolamentazione della guerra riprendendo su questo terreno la conferenza di Bruxelles del 1874.
La clausola Martens (le popolazioni civili e gli eserciti belligeranti rimangono sotto la protezione
dei principi del diritto delle genti) mette in grado i Regolamenti dell’Aja di venire proiettati nel XX
secolo con qualche potere di contenere le peggiori violenze e inumanità della guerra.

CAPITOLO IV
I principi e la realtà
1. La gerarchia delle razze
La fine della tratta e poi della schiavitù sembra aver diffuso nel XIX secolo l’idea generale
dell’uguaglianza degli uomini. In realtà, si fa strada una nuova concezione di differenza, di
gerarchia di civilizzazione che riguarda le razze (intese come gruppi di individui appartenenti a
popolazioni omogenee caratterizzate da elementi esteriori facilmente riconoscibili come pelle,
capelli, grandezza naso ecc). Con la conquista del Nuovo Mondo si rafforza l’idea di popoli arretrati
e intrinsecamente diversi, i cui territori meritano di essere conquistati e cristianizzati. È solo nel
XIX secolo che l’idea seicentesca della purezza della razza viene inserita in un discorso che trova
nelle nuove scoperte scientifiche il perno della propria legittimazione. È nella parte conclusiva di
questo secolo che si concretizza il paradosso dell’Occidente, cioè la sua capacità di produrre degli
universali e di erigerli al rango di assoluti, di violare un affascinante spirito di sistema i principi che
traccia e avvertire la necessità di elaborare le giustificazioni teoriche di queste violazioni.
L’idea di razza è il risultato di un particolare contesto storico in cui si intrecciano le influenze di
una cultura alta e la sua semplificazione come senso comune. Inoltre l’inizio del XX secolo
coincide con il raggiungimento del limite dell’espansione coloniale e con la convinzione della
necessità e dell’utilità di mantenere o costruire un impero. L’impero coincide con la coscienza, da
part europea della propria forza ma anche della propria missione
Il socialdarwinismo diventa il cardine della cultura popolare e degli stereotipi che la sorreggono. La
sopravvivenza del più adatto, la lotta per l’esistenza, la minaccia di estinzione e il prevalere del più
forte sono alcuni dei concetti attribuiti a Darwin anche se in realtà appartengono a Spencer.
L’antagonismo tra individuo e massa, l’irriducibilità del primo alla seconda ma al tempo stesso la
sua trasformazione psicologica ne diviene parte, sono elementi centrali nel dibattito.
L’idea della scienza come consapevole controllo della società da parte delle élite si esprime
attraverso l’eugenetica egualitaria, una sorta di darwinismo capovolto: attraverso la selezione
sociale lo stato deve supplire a quello che la selezione naturale non può più attuare, la soppressione
dei meno adatti e degli ostacoli dell'evoluzione. È l’idea di razza che crea i presupposti per
l’eliminazione o l’emarginazione di chi è fuori della “norma”. La deriva razzista e nazionalista del
socialdarwinismo non riguarda soltanto i paesi che l’Occidente ha conquistato e colonizzato. Essa si
trova anche in Europa, sembrando ostacolare il progresso della cultura dei diritti. Due casi
clamorosi, uno in Francia e l’altro in Germania, mostrano il crescente peso del pregiudizio.
L’affaire Dreyfus che scoppia in Francia nel 1894, simbolo di come l’antisemitismo possa diventare
un’importante arma politica ed ideologica. Il secondo caso è quello del processo di Oscar Wilde
accusato di gross indecency per una relazione omossessuale, condannato a due anni di lavori forzati
e ostracizzato.

2. L’affacciarsi del pacifismo


All’inizio del XX secolo in occasione del decimo congresso universale per la pace, si poteva
leggere un’ottimistica considerazione, che riguardava la pace. Preciso segnale della civilizzazione
superiore che si è sviluppata alla fine del XIX secolo. La pace è ritenuta essere un obiettivo
prioritario e cruciale.
Il pacifismo francese è il più numeroso e attivo sulla scena mondiale. Nel 1891 il terzo congresso
dell’associazione svoltasi a Roma stabilisce di creare un Bureau international de la prix con sede a
Berna. Il fine della pace internazionale avrebbe dovuto avere il sopravvento su qualsiasi altro
obiettivo. Importante fu anche il pensiero di Lemonnier: secondo lui la pace si doveva fondare su
ideali repubblicani e sui diritti umani, sulla convinzione kantiana che la politica dovesse essere
guidata dalla morale e sul rispetto per l’autonomia e l’indipendenza dei popoli.
Ivan Bloch, mosso da preoccupazioni pacifiste, ma anche da un approccio di stampo positivista, non
mette in discussione la legittimità del conflitto armato ma cerca di mostrare come la guerra moderna
non potrà che portare a uno stallo dei contendenti con conseguenze nefaste per l’ordine e
l’equilibrio dell’intera Europa. Il militarismo rischiava di condurre al socialismo: evitarla diventava
per ogni stato un obiettivo urgente e permanente.
Il termine pacifismo viene usato per la prima volta da Emile Arnaud nel 1901. Per evitare di
venire appiattiti su posizioni di una piccola minoranza, durante il sedicesimo congresso per la pace,
viene approvata una più generica risoluzione che dichiara il pacifismo estraneo all’antipatriottismo
e alla lotta contro il servizio militare obbligatorio (anche se non risolve alcuni interrogativi
importanti. Per la prima volta invece i pacifisti affrontano in un loro congresso internazionale il
problema dei diritti dei nativi nelle colonie europee: da quelli del Congo a quelli del Marocco e del
Sudan.

3. Lo specchio del Congo


Nell’Inghilterra tardovittoriana, giunta al culmine dell’apogeo imperiale il movimento umanitario di
maggiore ampiezza è quello per la campagna di riforma del Congo (contro il re Leopoldo II di
Belgio), una campagna che riassume le varie proteste contro il nuovo schiavismo del colonialismo
europeo in Africa. Con la conferenza di Berlino del 1884-5 il re del Belgio aveva ottenuto i territori
del Congo come proprietà personale e ben presto divenne oggetto di critiche per aver costruite un
sistema di lavoro forzato dalle caratteristiche sempre più violente e di violenza contro i nativi. Sono
due i gruppi che cercano di portare alla luce lo scandalo in Congo, in parte mossi da aspirazioni e
obiettivi diversi. Da una parte ci sono i missionari, soprattutto quelli protestanti che sostengono
l’idea di un commercio legittimo contro quello degli schiavi. Dall’altra c’era un gruppo che diventa
noto come Liverpool Sect, formato da mercanti e interessato a difendere i diritti di commercio
britannici in quanto strumento importante per garantire in Africa i diritti umani minimi naturali
appartenenti a ogni individuo. Il personaggio più importante di questo gruppo fu Edmund Morel che
acquistò un punto di vista sempre più critico della situazione in Congo fondando il giornale West
African Mail che diventa presto il giornale maggiormente coinvolto nella battaglia contro Leopoldo
II.

4. I crimini del colonialismo


Il terzo partito, come si autodefiniva la setta di Liverpool, era una scuola che vedeva
l’amministrazione delle razze negroidi in Africa come un problema impegnativo di importanza
mondiale. I suoi principali nemici erano la scuola razzista fondata sull’inferiorità della razza nega e
sull’incapacità degli indigeni di diventare proprietari della terra (costringendoli al ruolo di forza-
lavoro a vantaggio della razza bianca).
La setta di Liverpool nasce con l’intento di influenzare e modificare l’atteggiamento del Colonial
Office britannico per dover dare pubblicità alle violazioni dei diritti dei nativi commesse in Africa
occidentale e alla pratica delle spedizioni punitive organizzate spesso con la giustificazione di fare il
bene di coloro che ne sarebbero state le vittime.
La campagna giornalistica di Morel e non solo, provocano un primo dibattito parlamentare su
un’iniziativa di un giovane deputato liberale, Herbert Samuel e altri suoi colleghi. La mozione
chiede di adottare insieme ai paesi firmatari dell’accordo di Berlino misure volte a eliminare i mali
prevalenti nello stato del Congo. Samuel chiede l’intervento del governo britannico per la
violazione della libertà di commercio commessa nel Congo Free State e per la violazione dei diritti
africani. Sostenendo che ci sono certi diritti che devono essere comuni a tutta l’umanità. Si
decide di raccogliere informazioni autentiche sul malgoverno e sulle violenze denunciate in Congo.
La relazione di Roger Casement al Foreign Office narra e spiega l’impoverimento, la malnutrizione,
lo sfruttamento intensivo, le mutilazioni, le uccisioni, il rapimento, le percosse.
Dalla comune convinzione che in Congo sia in atto una straordinaria violazione dei fondamentali
diritti umani, nasce l’obiettivo di riunire sotto un unico Corpo le diverse influenze al lavoro contro
il Leopoldismo, di appellarsi ad un vasto pubblico su questo singolo tema, di inglobare ogni
persona, senza riguardo al ruolo, professione, opinione, credo religioso. Nasce così il Congo
Reform Association che può svolgere con maggiore libertà e determinazione ciò che il Foreign
Office non sembra in grado di voler o poter fare.
Dopo che la battaglia del Congo Reform Association è quasi ormai vinta costringendo Leopoldo II
di cedere allo stato belga il possesso del Congo, dopo accuse formali e ripetute da parte di quasi
tutte le grandi potenze europee. È soprattutto in Inghilterra tra ‘800 e ‘900 che la questione dei
diritti si interseca con la politica coloniale, ma anche indirettamente con le questioni interne che
si intrecciano con le questioni riguardanti la razza, la classe e il genere.
Manca però un processo lineare di conquista dei diritti e l’impossibilità da parte di chiunque di
avere una coerente visione della loro affermazione, la divaricazione tra principi e realtà, ma anche
la difficoltà che la modernizzazione sta portando con sé. La strada dei diritti anche se iniziata un
secolo e mezzo prima, appare un percorso accidentato e complesso per tutti.
5. I campi di concentramento
Nel periodo intermedio tra la Convenzione dell’Aja del 1899 e quella di Ginevra nel 1906, le
potenze coloniali europee inventano una prima versione dei campi di concentramento. Il
primato cronologico sembra appartenere alla Spagna che ne fa uso nella guerra contro Cuba, insorta
chiedendo l’indipendenza (1896). Il generale Weyler emette ordini di concentracion per i civili
costringendoli ad abbandonare le loro abitazioni.
Più organica fu l’iniziativa delle atorità britanniche in occasione della guerra anglo-boera (1899-
1902) con l’istituzione di una serie di campi di concentramento con l’obiettivo di separare i ribelli
boeri dai propri familiari.
Il deputato John Ellis usa per la prima volta il termine concentration camp il primo marzo 1903 in
parlamento. Il comportamento ambiguo del governo, diffondendo menzogne sulla situazione nei
campi, ma permettendo di visitarli è lo specchio di un rapporto tra poteri militari e civili che sta
mutando e che le guerre coloniali hanno evidenziato. E tocca alla politica precisare e rafforzare
negli accordi internazionali le regole che debbono presiedere anche in tempo di guerra
aicomportamenti dei militari. Un anno dopo, alla seconda conferenza di pace dell’Aja si ribadiscono
e precisano le norme approvate nel 1899 e si completa il diritto internazionale umanitario in
tempo di guerra (lo
ius in bello).
6. La sconfitta del pacifismo
L’ultimo Nobel per la pace prima della prima guerra mondiale venne assegnato nel 1913 a La
Fontaine (guida del movimento pacifista internazionale). Il primo a riceverlo era stato nel 1901
Henri Dunant, l’uomo dei ricordi di Solferino e fondatore della Croce Rossa Internazionale cui
viene assegnato assieme a Frédéric Passy.
Il movimento pacifista si muove contemporaneamente nell’individuare proposte pratiche per i
governi e la diplomazia internazionale incentrata sul ripudio della violenza offensiva e dell’idea del
socialdarwinismo e di una natura umana egoista e classificabile in stadi di sviluppo e civiltà.
In realtà la sua influenza, rispetto ad altre ideologie come il socialismo e il nazionalismo, è assai
scarsa. Le divisioni all’interno del movimento spingono a creare legami più solidi con il socialismo
che dal canto suo vede con crescente preoccupazione la corsa agli armamenti e la minaccia che essa
reca alla pace: in quanto l’intera questione sociale è dominata dalla questione della pace e della
guerra.
Lucien le Foyer, posto nel 1913 alla guida del movimento pacifista francese nel mezzo delle guerre
balcaniche propone di abolire i trattati segreti per cercare di stemperare il clima di paura.
Nel 1914 sia i dirigenti pacifisti europei che quelli socialisti cercano inutilmente di trovare una
risposta alla crescente contrapposizione dei governi e dei comandi militari. Si ignora che molti da
Weber a Mann, Kipling (Nobel per la letteratura) sono a favore di una guerra. La guerra prima
viene vista come una liberazione, una speranza e miglioramento ma in realtà si rivela essere “un
crimine contro l’umanità”. Nel giro di pochi anni il sentimento patriottico lascia però il posto alla
disillusione, alla disperazione e al dolore per il crescente numero di vittime. Mentre la guerra è
ancora in corso oltre mille donne di dodici paesi diversi si incontrano all’Aja. Il congresso
internazionale delle donne per la pace e la libertà abbraccia le tesi del gruppo più omogeneo e
importante, il woman’s peace party che ipotizza la creazione di un’organizzazione internazionale al
termine della guerra che per certi aspetti anticipa i 14 punti che il presidente Wilson enuncerà del
1917. Il congresso elegge un comitato internazionale di donne per la pace permanente che sarà
presente ai lavori della Conferenza di pace di Parigi.

7. Il voto alle donne


Negli ultimi anni del XIX secolo viene fondata la National Union of Women’s Suffrage Societies
sotto la guida di Millicent Fawcett. Tuttavia già nel 1903 questa organizzazione si divide e
Emmeline Pankhurst forma la Women’s Social and Political Union che a differenza della prima (più
moderata e pacifista) è un’associazione militante. Nel 1910 si forma un comitato di parlamentari di
maggioranza e opposizione per trovare un testo sul suffragio femminile che possa soddisfare tutte le
forze politiche. Il progetto di legge per il voto alle donne viene sconfitto nel 1912 accrescendo il
radicalismo delle militanti della Wspu e le divergenze con gli altri gruppi femministi.
Nel marzo 1918 la camera dei comuni approva il Representation of the People Act, che concede il
diritto di voto alle donne di oltre trent’anni e proprietarie di terre. Solo nel 1928 la GB approva
una legge che equipara tutte le donne agli uomini come cittadine in possesso di pieni diritti
politici
La fine della guerra crea negli USA le condizioni per giungere alla realizzazione del suffragio
universale femminile (che si concretizza poi nel 19° emendamento della costituzione approvato nel
1919 e ratificato nel 1920).
Le maggiori opportunità per il genere femminile aumentano le probabilità di ottenere il diritto al
voto. Una presenza femminile più elevata in settori maschili e il coinvolgimento in attività
pubbliche che rafforzano i valori familiari tradizionali sembrano rassicurare gli uomini sugli effetti
positivi di un allargamento del suffragio alle donne. Il 19° emendamento era il prodotto dell’idea
rivoluzionaria che le donne in una democrazia hanno uno status uguale: crea la riconosciuta e piena
affermazione del principio di uguaglianza costituzionale delle donne con gli uomini.
Negli anni ‘20 del ‘900 il dibattito pubblico si focalizza attorno alla richiesta di concedere il diritto
di voto e insieme al riconoscimento dello stato di proteggere le donne.
Si richiedeva inoltre la partecipazione politica e inclusione statale che per le donne però avrebbero
richiesto l’eliminazione dei privilegi patriarcali e sessuali maschili. E l’idea di suffragio delle donne
dovrebbe seguire lo sviluppo del senso di appartenenza allo stato, un loro attivismo sul terreno nelle
riforme sociali e una loro maggiore presenza nella famiglia e società civile come prerequisito dei
diritti politici. La richiesta di un diritto politico (il voto) nasce sulla base di un diritto relazionale e
non individuale. Le donne si muovono su questo terreno: ottenere diritti per essere madri e mogli,
essere rispettate come persone e come donne in una società liberata dal patriarcato, dalla poligamia
e dalla prostituzione: è questo dunque il terreno su cui le donne ottengono un crescente consenso
alle proprie rivendicazioni che porta nel febbraio del 1921 alla raccomandazione della Dieta di
permettere la partecipazione politica delle donne.
La richiesta delle donne nasce però dal desiderio di compartecipare al potere piuttosto che venire
tutelati dai suoi eccessi (a differenza degli uomini nella seconda metà del ‘700).

8. Il trattato di pace
Quando inizia la conferenza di pace di Parigi ai tanti morti sui campi di battaglia si aggiungono
anche i circa venti milioni dell’influenza spagnola. Anche se il concetto di diritti umani non fu mai
menzionato alla conferenza di pace e neppure nel patto della società delle nazioni, le speranze che
accompagnavano quell’incontro internazionale erano assai elevate.
La conferenza di Parigi aveva istituito una commissione sulle responsabilità degli autori della
guerra e sull’imposizione delle condanne. La conclusione unanime della Commissione fu che la
Germania andava ritenuta responsabile per aver iniziato il conflitto e che Turchia e Bulgaria
attraverso modelli illegali avevano violato le leggi e i principi di umanità (violenze contro gli
armeni). Per trovare un riferimento giuridico si fece riferimento alla Convenzione dell’Aja del 1907
(e alla clausola Martens che permetteva di punire anche se la specifica azione criminale non era tra
quelle enumerate dal trattato) che permetteva di perseguire le violazioni di leggi esistenti tra i
popoli civili o le leggi dell’umanità.
Dunque il tentativo di creare una corte internazionale di giustizia penale per punire i capi politici e
militari degli imperi centrali si fondava sull’assunto che fossero state violate le Convenzioni
dell’Aja del 1899 e 1907. Fu l’intransigenza americana a impedire la creazione di un tribunale
internazionale: la convinzione espressa dal segretario di stato Robert Lansing era che dei crimini di
guerra si dovevano occupare i tribunali militari dei singoli stati. Il veto USA bloccò inizialmente i
lavori della Commissione, ma successivamente lo stesso Wilson sembrò essere favorevole.
Uno degli argomenti più scottanti della conferenza di Parigi è quello dell’autodeterminazione. Il
diritto all’indipendenza garantito a ogni popolo e la possibilità di scegliere liberamente il proprio
regime politico mettevano in discussione non solo gli stati sconfitti, ma le stesse potenze vincitrici
nei confronti dei popoli delle loro colonie.
Convinto che il Senato non avrebbe mai approvato un trattato contenente un articolo
sull’uguaglianza razziale, egli forza la commissione sulla Società delle Nazioni di cui è presidente e
dichiara la proposta bocciata perché non approvata all’unanimità. In questo modo egli diventa il
bersaglio della critica feroce di chi si batte negli USA per i diritti umani. Nell’estate dello stesso
anno la reazione al comportamento di Wilson accentua e radicalizza le rivolte razziali che vedono
scontri fra bianchi e neri in un contesto di crisi sociale.

9. La Società delle Nazioni


Alla fine della guerra, nel corso degli ultimi due anni, l’entusiasmo iniziale aveva lasciato il posto
alla disillusione e alla stanchezza nonché al desiderio di pace (che in molti paesi aveva contribuito
alla ripresa della conflittualità sociale). È in questo clima che diversi paesi adottano misure che
sospendono o limitano i più tradizionali diritti acquisiti, attribuendo alla situazione di emergenza
corrente la scelta di affidare al loro esecutivo un potere più ampio. La Gran Bretagna adotta fin
dallo scoppio della guerra il defence of the realm act che imponeva anche la censura e attua misure
di controllo sociale più generale. Negli USA viene emanato un espionage act (molti vengono
arrestati, molti giornali soppressi) che viene trasformato nel sedition act che punisce ogni
atteggiamento ostile e sleale nei confronti del governo (verrà revocato solo nel 1921 a testimonianza
del suo utilizzo nel periodo che viene definito red scare).
La guerra aveva aperto la strada a tentativi di ribellioni e rivoluzioni che diventano una costante
preoccupazione di numerosi governi (guerra civile in Germania, rivoluzione di febbraio in Russia
con la cacciata dello zar, a cui si aggiungono conflitti prolungati in tanti altri stati). La guerra che
doveva porre termine a tutte le guerre sembra aver scoperchiato un vaso di Pandora in cui conflitti
sociali e nazionali si sovrappongono ai problemi della ricostruzione postbellica.
In questo contesto la Società delle Nazioni rappresenta una generosa illusione che un nuovo
conflitto mondiale si possa evitare. Essa si dimostra però incapace di incapace di impedire che il
contrasto franco-tedesco-britannico avveleni le relazioni internazionali europee.

CAPITOLO V
Dalle tenebre alla luce
1. Vivere e sopravvivere nella grande crisi
Ciò che colpisce degli effetti della grande crisi, iniziata nell’ottobre del 1929, è l’improvviso e
radicale indietreggiamento delle regioni più ricche e avanzate del mondo sospinte verso una povertà
che ricorda l’epoca della prima industrializzazione (i più elementari diritti sociali sono messi in
discussione e lo stesso diritto alla vita e di esistenza dignitosa diventa più una speranza che una
certezza). La disoccupazione è il segnale più macroscopico e terribile della crisi in atto.
Questo improvviso ritorno a condizioni di vita arretrate, è accompagnato in molti casi a un
regresso sul terreno dei diritti individuali e collettivi (che avviene nella legalità, ma che è
accompagnato a nuove forme da intimidazioni o violenza diffusa).
Il caso più emblematico è quello del fascismo italiano, salito al potere alla fine del 1922. La
risposta fascista alla lunga crisi politica e parlamentare riesce ad avere successo. Il paradosso della
vittoria fascista è che i diritti più rilevanti conquistati in precedenza (otto ore lavorative,
suffragio maschile) non hanno portato a una maggiore stabilità e che a emergere come forza di
governo è proprio il partito che abolirà i diritti principali ottenuti negli ultimi cento anni. Le
preoccupate previsioni sui pericoli della società e della democrazia di massa (fatte da pensatori
come de Tocqueville) sembrano trovare una conferma nel momento in cui la partecipazione di
massa alla sfera pubblica diventa realtà (perché essa non si risolve unicamente nel momento del
voto). Così in Italia nessuno aveva creduto che il fascismo costituisse un pericolo, allo stesso modo
Hitler in Germania.
Nei due paesi le costituzioni vigenti sono assai diverse: in Italia c’è lo Statuto Albertino, in
Germania la costituzione di Weimar, eppure nessuna delle due riesce ad ostacolare l’ascesa al
potere di forze che hanno come obiettivo la distruzione della democrazia e dei diritti politici
come primo e fondamentale obiettivo.
Anche i paesi di nuova indipendenza hanno difficoltà nel far funzionare i nuovi diritti acquisiti sul
terreno politico e civile. In molti di questi paesi (Polonia, Romania ad ex.) i diritti delle
minoranze, per quanto sanciti nelle leggi fondamentali, diventano progressivamente inesistenti o
vengono fortemente ridimensionati. Le donne sembrano migliorare la propria presenza pubblica
nel primo dopoguerra. Ottengono in molti stati Europei il diritto di voto, nel 1919.
Negli USA, la questione razziale si coniuga con quella dell’immigrazione. Dal 1930 al 1934 si
conoscono negli stati del Sud oltre cento casi di linciaggio.

2. Dentro le colonie
È all’interno del raj britannico che si assiste nel periodo fra le due guerre alla più intensa
mobilitazione contro il potere coloniale. Già al termine del primo conflitto mondiale si erano diffuse
proteste contro il rinnovo del Defense of India Act (una legge d’emergenza adottata in tempo di
guerra). La nuova mobilitazione di deve soprattutto al partito del congresso e alla sua figura di
maggiore spicco Gandhi che riesce a propagandare una forma di lotta non violenta.
La protesta che si diffonde nei primi anni ‘20 in seguito al massacro di Amritsar ha le caratteristiche
di una disobbedienza civile basata sul desiderio di emancipazione economica. Obiettivo della lotta
diventa il nuovo Government of India Act nel 1921: rifiuto di pagare le tasse, boicottaggio alle
istituzioni locali. Disordini raziali, proseguono nella seconda metà degli anni ’20 tra hindu e
musulmani, intrecciandosi con il contrasto di classe tra contadini poveri e proprietari terrieri.
In Africa e Medio Oriente il colonialismo francese e britannico si muovono per consolidare le
posizioni e di accentuare l’egemonia economica. In Africa però il nazionalismo non attecchisce
come negli stessi stati in India perché le unità amministrative e politiche e gli stessi confini degli
stati sono delle invenzioni dei paesi coloniali, imposte spesso senza alcun rispetto né per la
morfologia né per le differenze etniche e culturali. In questa fase i leader locali puntano ad ottenere
il massimo possibile dalle potenze coloniali per le proprie tribù, concedendo le terre ai coloni e
garantendo lo sfruttamento delle ricchezze esistenti.
L’episodio più rilevante che ha luogo in Africa nel periodo tra le due guerre è la fine
dell’indipendenza dell’ultimo territorio libero del continente (ad eccezione della Liberia), ossia
l’Etiopia. Il regime fascista ha già riconquistato la Somalia (1924-5) e la Libia (1928-31) e nel ‘32
si prepara all’avventura etiopica. La guerra di conquista dell’Italia avviene tramite l’impiego di gas
nervini, bombe e (quasi) una guerra batteriologica nonostante essa fosse tra i firmatari della terza
Convenzione di Ginevra nel 1925, accanto ai diritti dei prigionieri di guerra.
La condanna dell’Italia da parte della Società delle Nazioni nel 1935, malgrado le sanzioni
economiche non indebolisce per nulla la violenza fascista. La credibilità della società delle
nazioni conosce una nuova disfatta. Anche durante la guerra civile spagnola vengono perpetrate
atrocità e violenze da una parte e dall’altra degli schieramenti (soprattutto da parte dei ribelli).
Episodio significativo fu il bombardamento della cittadina di Guernica che viene completamente
distrutta.

3. Conto l’attrazione totalitaria


Nel 1936 il premio nobel per la pace viene attribuito al giornalista tedesco Carl von Ossietzky, che
era stato dei campi di concentramento dopo l’avvento del nazismo al potere. Egli, fin dall’epoca
della prima guerra mondiale, aveva avuto guai con la giustizia per la sua posizione pacifista
fortemente critica verso il militarismo. La furiosa reazione nazista, che minaccia di considerare la
concessione a Ossietzky un’intollerabile intrusione negli affari interni tedeschi, crea una frattura nel
mondo pacifista (fra chi continua a sostenere la scelta del giornalista tedesco e chi invece ritiene che
i suoi meriti pacifisti non siano tali da ottenere un riconoscimento). Nel maggio del 1933 quando
Ossietzky era stato appena inviato nei campi di concertamento un cittadino di origine ebraica
dell’Alta Slesia, Franz Berhneim, presenta al Consiglio della Società delle nazioni una petizione per
denunciare le norme antiebraiche promulgate nell’Alta Slesia in disprezzo per la Convenzione
firmata a Ginevra fra Germania e Polonia per proteggere i diritti civili delle minoranze. La petizione
di un singolo cittadino costringe l’organismo internazionale di garanzia a interrogarsi sulla
possibilità di mettere sotto accusa e sanzionare uno stato su un tema come la politica razziale, in
passato affidato agli affari inerni di ciascuno stato (difendere i diritti di un particolare cittadini
violando però la sovranità di uno stato?).
Si tratta probabilmente di un punto di svolta nella concezione dei diritti umani . Si trattava di
riconoscere la singola persona come soggetto del diritto internazionale con obblighi, ma anche
protezione e garanzia per i propri diritti.
La decisione della Società delle Nazioni riafferma i principi della protezione delle minoranze, ma si
rivela inefficace visto che la Germania abbandona l’organismo internazionale in nome della piena
e autonoma sovranità nazionale. Questa discussione evidenzia la protervia della Germania nazista
nel propagandare il proprio nazionalismo organico ed etnico definito su base razziale.
Francia e GB avevano intezione di difendere i trattati sulle minoranze, ma non di estendere la
portata del caso Bernheim oltre i confini della Slesia. Fu solo il delegato di Haiti, Antoine Fragulis a
cercare di proporre una generalizzazione della protezione di diritti umani estendendo le
disposizioni dell’articolo due del trattato sulle minoranze e ipotizzando una Convenzione
internazionale che abbia come modello la bozza di una dichiarazione internazionale dei diritti
umani preparata nel 1929.
I britannici ritengono che una simile prospettiva possa mettere a repentaglio il proprio impero
coloniale, lo stesso fanno i francesi.

4. Tra totalitarismo e democrazia


Il 1937 rappresenta l’anno più terribile nella storia dell’URSS (anche se la dittatura comunista fu
sempre accompagnata da repressioni politiche). Questo accadde perché il Grande Terrore si distinse
con repressioni gigantesche che interessarono tutti gli strati della società.
A dispetto della nuova costituzione approvata nel 1936, che assicurava formalmente l’inviolabilità
della persona, la libertà di parola, stampa e associazione etc., nessun diritto è garantito in Urss, in
una logica di arbitrio statale e di partito quasi assoluto. Mentre la coscienza della brutalità del
nazismo cresce, le violenze del comunismo sono spesso ignorate o giustificate.
In nome del diritto a un processo equo la sinistra americana ed europea si spacca tra chi giustifica le
violazioni del diritto in nome della verità della rivoluzione e chi la combatte pretendendo il diritto
alla verità.
Sulla stessa linea è un episodio che avviene nel 1935 a Parigi al congresso internazionale degli
scrittori in difesa della cultura. Fu sollevato il problema della verità. Gaetano Salvemini sollevò a
tutto il congresso il caso Serge, scrittore anarchico russo-belga che aveva sostenuto la rivoluzione
bolscevica ed era stato deportato e ora detenuto da quasi 3 anni in URSS.
Nel discorso di Salvemini l’attenzione verso il fascismo e alle violazioni commesse dagli stati
fascisti nasceva dal convinto timore che l’affermarsi del nazismo in Germania potesse creare una
nuova stagione di guerre.
L’invasione giapponese della Cina non suscita l’intervento e la condanna della Società delle
nazioni, sempre più allo sbando, e impegnata a subire l’aggressione fascista all’Etiopia,
abbandonata dalla Germania di Hitler e presto anche dall’Italia di Mussolini. Prima dell’aggressione
della Polonia e l’inizio del conflitto mondiale, le due grandi democrazie europee cercando di
contrastare gli effetti che la grande depressione ha portato. La GB si affida al Commonwealth
(creato nel 1931 per proteggere il mercato dell’impero) e la Francia si pone in avanguardia sulla
legislazione sociale (dopo un’ondata di scioperi e occupazione di fabbriche).

5. La scomparsa dei diritti


A metà del 1941 il continente europeo è sotto il controllo nazista. Con i propri eserciti i tedeschi
impongono al resto d’Europa anche le proprie leggi (anche quelle che riguardano gli ebrei),
stravolgendo e rivesciando l’impianto giuridico di Weimar. Nel 1933 la riforma della pubblica
amministrazione esclude i “non ariani e politicamente inaffidabili”, successive misure portano alla
proibizione di svolgere qualsiasi professione, e a restringere l’accesso alle università per gli ebrei.
Il nucleo delle nuove norme è costituito dalla discriminazione antiebraica, sulla base della filosofia
razziale che vede la cittadinanza fondata sulla comunità nazionale che trascende l’individuo e in cui
popolo e razza coincidono. Nel settembre del 1935, le leggi di Norimberga escludono gli ebrei dalla
cittadinanza (tolto il diritto di voto e la possibilità di svolgere una qualsiasi funzione pubblica).
Successivamente a partire dalla notte dei Cristalli del Novembre 1938 gli ebrei sono banditi da
scuole, cinema etc.
Anche in Italia abbiamo fin dal 1925 l’applicazione di leggi liberticide, le leggi fascistissime,
mentre nel 1938 ci si adegua alla deriva razzista dell’alleato nazista (ponendo l’Italia
all’avanguardia di quella persecuzione razziale che nel giro di pochi anni pervaderà l’intero
continente europeo).
L’intensità e la gravità dei crimini commessi saranno decisive per individuare le nuove linee
progettuali che condurranno alla nuova cultura e pratica dei diritti umani.
(riassunto di alcuni eventi violenti: bombardamenti aerei città con il proposito di fiaccare il morale
cittadini, e distruggere impianti industriali fondamentali per lo sforzo bellico. Nel 1945 ci fu la
distruzione di Dresda, una città senza apparente valore industriale e militare; sganciamento dei
primi ordigni atomici sulle città di Hiroshima e Nagasaki. I civili non vennero però massacrati sono
dall’alto: uccisioni di massa, obiettivo quello della distruzione di un gruppo umano in base a criteri
di razza stabiliti per mettere in atto la soluzione finale).
È già durante il corso della guerra che da parte degli stati democratici si avanzano proposte agli
Alleati per impostare in nuove forme l’organizzazione internazionale e i rapporti tra stati.
L’incontro tra Roosvelt e Churchill nell’agosto del 1941 a bordo dell’incrociatore Augusta, porta
alla Carta Atlantica (prinicpi di autodeterminazione, libertà etc.). Sulla base della Carta, ventisei
governi sottoscrivono il primo Gennaio 1942 la Dichiarazione delle Nazioni Unite con la quale si
gettano le basi della successiva creazione dell’istituzione internazionale che porta lo stesso nome e
che avrebbe sostituito l’ormai superata Società delle Nazioni.
In quello stesso gennaio del 1942 verranno stabilite anche le forme con cui attuare la soluzione
finale del problema ebraico (uno di quei paradossi storici: intreccio della violazione più terribile dei
diritti umani e la promessa di creare un nuovo ordine mondiale dove non sarebbe stato più possibile
creare un evento del genere).

6. Le quattro libertà
Il sei Gennaio 1941, undici mesi prima di Pearl Harbour, Roosevelt in un suo discorso (poi
diventato famoso come quello delle ‘quattro libertà’) mette in luce quattro libertà essenziali da
mettere in atto per il futuro: libertà di parola e di espressione, libertà di ogni persona di pregare
Dio nel modo che crede, libertà dal bisogno (benessere in termini economici) e libertà dalla paura
(riduzione degli armamenti in tutto il mondo), con l’obiettivo di ridurre il numero dei diritti
calpestati in tutto il mondo e la protezione dalla povertà e dalla paura della guerra.
Dall’agosto all’ottobre 1944 a Dumbarton Oaks, i rappresentanti di USA, GB, URSS e Cina si
riuniscono per sette volte per cercare di disegnare l’organizzazione internazionale che avrebbe
dovuto essere costruita nel dopoguerra. È comune l’impegno a una maggiore responsabilità delle
grandi potenze nel mantenere la pace e la sicurezza, se le quaattro libertà di Roosvelt costituiscono
un punto di partenza. Tuttavia l’ipotesi di inserire una dichiarazione sul rispetto dei diritti umani
viene presto abbandonata. La bozza di Carta delle Nazioni Uite che esce dagli incontri manca di
umanità e paga un prezzo assai elevato al realismo politico. Un mese prima di Dumbarton gli
Alleati si riuniscono a Bretton Woods dove vengono create istituzioni finanziarie internazionali
quali FMI (per rafforzare la stabilità delle valute) e Banca mondiale (per finanziare lo sviluppo).
Alla vigilia della conferenza di San Francisco nel 1945 la morte di Roosvelt sembra allontanare
ancora di più la possibilità che la promozione dei diritti umani diventi un obiettivo centrale per
l’ordine internazionale. Saranno soprattutto i paesi minori a insisitere che l’attenzione ai diritti non
venga messa da parte.
Quando il 26 giugno la Carta delle Nazioni viene approvata molti guardano con soddisfazione
all’inserimento di riferimenti precisi ai diritti umani e alla necessità di proteggerli e rafforzarli.
Sicuramente un elemento che ebbe rilievo nel riportare l’attenzione a San Francisco sui diritti umani
(che era mancata a Dumbarton) fu la fine della guerra in Europa che aveva posto la questione della
condanna dei suoi artefici.
7. Il crimine di genocidio
La GB rivede la sua posizone di contrarietà nei confronti dell’istituzione di un tribunale penale
internazionale per giudicare i gerarchi nazisti. La Carta di Londra per il tribunale militare
internazionale, firmata l’8 agosto, identifica le tre categorie di crimini: di guerra, contro la pace e
contro l’umanità, su cui si sarebbero dovuti condannare i nazisti.
Fino quasi al termine del conflitto tra gli Alleati convissero opinioni e opzioni diverse su come
realizzare una severa giustizia. La liberazione dei campi di sterminio e concentramento convinse
della necessità di mostrare al mondo intero i crimini del regime hitleriano. Si scelse di seguire la
strada della creazione di un nuovo diritto internazionale e di istituire gli strumenti in grado di
metterlo in pratica, identificando il reato da perseguire e aprendo la strada al tribunale militare
internazionale che terrà i suoi più importanti processi a Norimberga.
I tre reati che raggruppano tutte le azioni criminose commesse sono: i crimini di guerra
(identificati nel modo tradizionale dell’Aja e Ginevra come l’assassinio la deportazione, il
maltrattamento di popolazioni civili, saccheggio, devastazioni); crimini contro la pace (cioè la
pianificazione di una guerra di aggressione) e i crimini contro l’umanità (cioè la persecuzione
immotivata di civili).
Da una parte sembra definitivamente accantonato il diritto ancorato allo stato-nazione, a favore di
un diritto sovranazionale; dall’altro, sembrava messa in discussione l’osservanza della basilare
norma della irretroattività.
In realtà, già nella clausola Martens venivano indicate certe regole di umanità che non potevano e
non dovevano essere in alcun modo calpestate (ciò che viene proposto di punire sono atti
considerati criminali fn dai tempi di Caino). Vi era però anche e soprattutto il problema di
individuare le responsabilità individuali, le uniche perseguibili, all’interno di una macchina statale
che si era mossa organicamente contro la pace e per lo sterminio. La soluzione, derivante dalla
tradizione giuridica anglosassone e raccolta a Norimberga, è rappresentata dalla doppia categoria
di cospirazione e di organizzazione criminale. La Corte di Norimberga riconosce come tali le SS
(squadre di difesa); la Gestapo (polizia segreta di stato); la dirigenza del partito nazista;
scagionando invece il governo del Reich e l’alto comando della Wermacht. Il risultato implicito è
quello di cancellare l’obbedienza a ordini superiori come possibile attenuante. La scelta copiuta a
Norimberga era quella di circoscrivere la colpa del consenso di massa al nazismo alla cospirazione
di pochi, fondando un paradigma interpretativo intenzionalista in quanto lo sterminio era stato il
frutto di un disegno colpevole, coerente e sistematico di alcuni uomini mossi da un odio implacabile
contro gli ebrei.
Vi furono critiche anche severe al paradigma di Norimberga (non fu un modello di tribunale
imparziale, i capi di accuso erano nuovi e trasgredivano i principi contro la retroattività).
Fu riflettendo sul destino degli ebrei che il giurista Raphael Lemkin conia il termine genocidio. Egli
lo definisce come un piano coordinato di diverse azioni miranti la distruzione dei fondamenti
essenziali della vita dei gruppi nazionali con l’intento di annientare i gruppi stessi attraverso la
disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali del gruppo.
L’articolo sei dello statuto del tribunale internazionale di Norimberga dava anche la definizione di
crimini di guerra comprendendo maltrattamento, lavori forzati, esecuzione di ostaggi, saccheggi,
distruzione di città e beni pubblici. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine
di genocidio nasce con la volontà di non permetter la ripetizione della violenza nazista ma da quella
coscienza prende le mosse per rivedere su una luce nuova l'intera storia dell'umanità o almeno una
parte di essa. La Convenzione sul genocidio viene approvata definitivamente nel 1950 ed entra in
vigore nel 1951 (anche se gli USA non sono tra i paesi firmatari, prevale il timore che i cttadini
americani potessero venire messi sotto accusa riguardo lo sradicamento dei nativi indiani o sulla
segregazione razziale negli stati del Sud).

8. Una vittoria di civiltà


È nel contesto del dopoguerra, tra le richieste di indipendenza in numerosi paesi coloniali e le
urgenze di una ricostruzione materiale ed economica, che si costruisce il lavoro che conduce, il 10
dicembre 1948, all’approvazione da parte delle Nazioni Unite della dichiarazione universale dei
diritti umani. La novità di maggior rilievo fu la denominazione universale al posto di
internazionale.
La forza della Dichiarazione sta nell’indicare un comune sentire, un accordo raggiunto anche di
fronte alla non volontà di molti stati di realizzare quei principi da essa espressi. La capacità di
redigere un testo in grado di superare le contingenze storiche e politiche fu merito anche della
grande tenacia e della grande abilità diplomatica di Eleanor Roosvelt alla guida della commissione
dei diritti umani. Nei lavori della commissione Roosvelt occorre mettere in evidenza un elemento:
la ricerca costante per trovare un minimo comun denominatore che appartenesse alle diverse culture
e che potesse essere considerato patrimonio collettivo.
La commissione aveva manifestato la sua volontà di portare a termine l’incarico ricevuto sulla base
di due profondi convincimenti: dare un segnale culturale e politico che l’epoca della violenza e
dell’orrore poteva essere considerata conclusa, rendendo possibili norme e principi condivisi;
secondo, che era concepibile individuare principi e valori che facevano comunque parte della
tradizione storica di tutte le grandi culture dell’umanità.
Accanto al dibattito politico vi fu un dibattito culturale che continuerà ad interrogarsi su diversi
aspetti filosofici, antropologici etc.: i diritti umani sono assoluti o devono essere condizionati e
modificati in circostanze particolari? Quale è il rapporto particolare tra diritti individuali e le
responsabilità collettive individuali? Etc.

CAPITOLO VI
La riscoperta dei diritti
1. Sono possibili diritti universali?
Partendo dall’affermazione che il rispetto per la cultura dei differenti gruppi umani fosse altrettanto
importante del rispetto per la personalità dell’individuo e il suo diritto a un pieno sviluppo come
membro della società, c’era la necessità di considerare sia l’individuo come singolo, ma anche
l’uomo come membro di un gruppo sociale. In passato si era evidenziato un giudizio di inferiorità
culturale e mentalità primitiva nei confronti dei popoli colonizzati che aveva portato all’abolizione
dei diritti umani nei loro confronti (se l’individuo realizza la propria personalità attraverso la cultura
in cui è inserito, allora serve rispetto per le differenze culturali). Da quest’ordine di considerazioni
discendeva il giudizio che, essendo i valori relativi alle culture da cui derivano, le idee di giusto e
sbagliato, buono e cattivo sono radicate in ogni società, benché differiscano nella loro espressione
tra popoli diversi. Ciò che si ritiene un diritto umano in un’altra società può essere considerato
come antisociale da un’altra, o dallo stesso popolo in un altro periodo della sua storia.
Se quindi nel XVIII secolo era divenuto possibile redigere una dichiarazione dei diritti dell’uomo
perché originata nell’ambito di una cultura omogenea (quella occidentale di matrice angloamericana
e francese), nel XX secolo diventava impensabile creare una definizione di norme legate a una sola
cultura o dettata dalle aspirazioni di un solo popolo. Il principio basilare da adottare era che gli
standard di libertà e giustizia da applicare universalmente si fondassero sul riconoscimento che
l’uomo è libero quando vive nel modo in cui la società cui appartiene definisce la libertà. Quindi
solo quando una dichiarazione del diritto a vivere nei termini delle tradizioni fosse incorporata nella
Dichiarazione proposta, allora il passo successivo avrebbe potuto essere quello di definire diritti e
doveri dei gruppi umani nei reciproci rapporti sul fondamento risoluto della presente coscienza
scientifica dell’uomo.
Negli stessi mesi in cui gli antropologi americani suggerivano alla commissione dei diritti umani
delle Nazioni Unite di soprassedere con l’idea illusoria di una dichiarazione realmente universale,
l’agenzia dell’Onu appena costituitasi con il nome di Unesco aveva inviato a pensatori e intellettuali
dei paesi membri un complesso questionario in cui si chiedeva di suggerire quali fossero i rapporti
tra diritti politici, economici e sociali.
Il passo successivo sarebbe stato quello di definire diritti e doveri dei gruppi umani nei reciproci
rapporti sul fondamento risoluto della presente conoscenza scientifica dell’Uomo. Vi era anche un
bisogno nell’evitare un’imposizione egemonica dei modelli valoriali occidentali che si
accompagnava da una visione destoricizzata in cui le culture assumevano tratti immobile in cui la
tradizione poteva essere facilmente individuata con propri valori ugualmente stabili e condivisi.
Lo storico Edward Carr sostiene che ogni dichiarazione di diritti che volesse avere oggi una validità
dovrebbe includere tanto i diritti sociali ed economici quanto quelli politici; che nessuna
dichiarazione di diritti che non contenga anche una dichiarazione dei relativi obblighi potrebbe
avere un serio significato. Molti pensatori si dimostrarono contrari alla formulazione di una
dichiarazione come quella proposta, tra cui anche Benedetto Croce critico sia dell’idea di diritto
naturale (utile in passato, ma orami indifendibile), sia di quella di diritti storicamente determinati.
L’impossibilità di un accordo tra le due principali correnti di pensiero dell’epoca, quella liberale e
quella autoritaria-totalitaria rendeva ipotizzabile solamente un dibattito internazionale sui principi
necessari che sono alla base della dignità umana e della civilizzazione.

2. Fallimento o successo?
I decenni successivi alla Dichiarazione possono essere giudicati un periodo di insuccesso continuo,
nei confronti degli obiettivi che la Dichiarazione si era prefissa, o di parziale attuazione della
visione in essa contenuta.
Quello che si può riconoscere è che le speranze suscitate alla fine degli anni ’40 vengono già
contraddette con lo scoppio della guerra fredda e l’antagonismo tra USA e URSS. La natura
profondamente ideologica della guerra fredda favorisce un accantonamento forzato dei diritti umani
che vengono utilizzati strumentalmente. Nonostante la sua forza però la guerra fredda non può
impedire che i diritti umani mantengano una loro presenza nel discorso pubblico internazionale per
quanto strumentalizzati e messi da parte. La guerra di Corea, nella quale si ha l’invasione della
Corea del Sud da parte dell’esercito nordcoreano, fu il primo conflitto che vide l’intervento delle
NU. Al termine della guerra le cifre sono terribili, le atrocità commesse e i bombardamenti
eguagliano quelli sganciati dalla Germania durante tutta la II G.M.
Si ha anche la guerra d’indipendenza algerina dove la democrazia francese viola consapevolmente
alcuni tra i fondamentali diritti dell’individuo (torture, esecuzioni sommarie) e di ciò erano
pienamente coscienti le autorità politiche di Parigi. Inoltre, il dramma di tutto ciò è la tortura
definita da Sartre come una sifilide che devasta l’intera epoca. Se le democrazie europee non
brillano per il rispetto dei diritti umani, la situazione non è certo migliore nei paesi del blocco
socialista guidato dall’Urss: messa fuori legge di tutti i partiti ad esclusione di quelli comunisti,
repressione di ogni opposizione, persecuzione religiosa, sociale ed ideologica, irrigidimento delle
misure poliziesche, deportazione nei campi di lavoro e nuove persecuzioni.
Anche negli Usa gli anni del dopoguerra sono caratterizzati da un’importante crescita di violazioni
di diritti fondamentali. È l’epoca della caccia alle streghe, del maccartismo in nome del presidente
Joe McCarthy il quale mette in atto una politica repressiva e di isteria anticomunista che
contraddistingue la prima metà degli anni ‘50. Si comprende in questo momento il bisogno di una
legislazione internazionale sui diritti. Nel 1951 viene creata la Convenzione sui rifugiati che fa
seguito alla creazione dell’Alto commissariato delle NU e nel 1952 quella sui diritti politici delle
donne.

3. Il tramonto del colonialismo


Nel 1955 sono soltanto cinque i paesi dell’Africa che possono considerarsi indipendenti. La Carta
delle Nazioni Unite aveva riconosciuto l’autodeterminazione come fondamento del nuovo ordine
internazionale e dei nuovi rapporti tra gli stati sia nell’articolo 1 che nell’articolo 55, basato
sull’uguaglianza dei diritti e l’autodecisione dei popoli.
Considerata la natura composita delle Nazioni Unite, al momento della risoluzione il cammino
verso la decolonizzazione era già stato imboccato con decisione. Non era stata una strada facile, dal
momento che Francia e GB avevano cercato di mantenere i propri imperi coloniali a dispetto della
posizione ostile al colonialismo degli USA. L’avventura di Suez da cui l’egiziano Nasser, pur
sconfitto militarmente esce politicamente vittorioso, diventa l’emblema della possibilità di
sconfiggere il colonialismo britannico, suscitando crescenti spinte antioccidentali anche nei paesi
vicini. Anche se è in Africa che si misura l’accelerazione che gli avvenimenti di metà anni ’50
imprimono alla decolonizzazione. Il primo paese a trovare l’indipendenza fu la Costa d’Oro grazie a
Kwame Knrumah che diventa nel 1957 presidente del nuovo stato del Ghana (la GB non avendo
interessi strategici da difendere comprende che la strada per concedere i diritti di
autodeterminazione sanciti dalla Carta dell’ONU non è più eludibile). Altri paesi raggiungono
l’indipendenza, diverso è il caso del Congo Belga che pochi giorni dopo l’indipendenza sprofonda
nel caos. Per cercare di porre fine alle violenze il segretario generale delle Nazioni Unite convince il
Consiglio di Sicurezza ad autorizzare la Operaton des Nations Unies au Congo per assicurare il
ritiro delle forze belghe, assistere il governo nel mantenere la legge e l’ordine e poi per impedire lo
scoppio della guerra civile.
È in questo clima che nel dicembre 1960 le NU approvano la Dichiarazione sulla concessione di
indipendenza ai paesi e popoli coloniali riconoscendo il desiderio di libertà in tutti i popoli e il
loro ruolo decisivo nell’ottenere la propria indipendenza, e porre fine al colonialismo in tutte le sue
forme (vedi pag. 236 in fondo). Nel 1961 diventano indipendenti Sierra Leone e Tanganica,
Tanzania, nel 1962 Uganda, Burundi, Ruanda, nel 1963 Zanzibar e Kenya e nel 1964 Malawi e
Zambia. Tutta l’Africa ha praticamente raggiunto l’indipedenza ad eccezione delle colonie
portoghesi che dovranno attendere ancora un decennio. Si tratta a detta di molti della più grande
estensione e ottenimento simultaneo di diritti umani nella storia del mondo, anche se questo
modifica profondamente la struttura e l’agenda delle NU.

4. Movimenti e organizzazioni non governative


La grande svolta rappresentata dalla decolonizzazione non risolse automaticamente il problema
della discriminazione nei confronti dei popoli sottomessi. Nel 1960 ha inizio in Sud Africa a
Sharpeville un massacro che segna l’inizio di una nuova fase di repressione del regime di apartheid
con un’intensificazione di norme che vanno nella direzione opposta a quella auspicata dalle
Nazione Unite. La volontà dei paesi africani e asiatici di mantenere viva la questione della
discriminazione razziale in Sud Africa li spinge a creare uno Special Committee on the Policies of
Apartheid (da cui nasce la Dichiarazione adottata nel novembre 1963 dall’Assemblea generale
dell’ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale). C’è la consapevolezza che
una nuova fase di vita delle NU aveva preso avvio proprio sul tema dei diritti umani. Forte
dinamismo da parte delle NU nei confronti del problema della discriminazione razziale che
sembrava poter essere finalmente risolto dopo due secoli dall’inizio della battaglia contro la tratta
degli schiavi.
È chiaro però che anche i paesi occidentali siano perplessi: il caso più clamoroso è quello degli
USA.
Qui dagli anni ’50 è cresciuto un movimento che ha come obiettivo quello di ottenere gli stessi
diritti civili e politici riconosciuti dalla costituzione anche per i cittadini afroamericani che
continuano ad essere discriminati, soprattutto negli stati del sud.
Leggi Jim Crow che avevano legalizzato la segregazione e la discriminazione razziale in tutti gli
ambiti pubblici. Nel 1909 nacque la Naacp che operò soprattutto nei tribunali per smontare
l’impianto delle leggi Crow. Dopo la seconda guerra mondiale la lotta per i diritti civili riprese con
forza e si assistono ad azioni di disobbedienza civile, forme di protesta non violenta. Il boicottaggio
dei trasporti pubblici dopo l’arresto di Rosa Parks (che si era rifiutata di cedere il posto a un bianco
sull’autobus e arrestata) segna l’inizio di una nuova fase della lotta. Il Presidente Kennedy promette
una legge che sancisca l’uguaglianza di trattamento per tutti. Fu la marcia su Washington
organizzata da Martin Luther King e seguita da mezzo milione di persone a dimostrare la forza del
movimento. La morte di Kennedy non impedisce al suo successore di approvare il 2 luglio 1964 il
Civil Rights Act che stabilisce che ogni tipo di discriminazione venga bandita a cui si
aggiunsero il divieto di ogni discriminazione sulla razza, religione, sesso e nazionalità.
Accanto all’azione delle maggiori istituzioni internazionali (NU) e all’opera di mobilitazione di
movimenti della società civile (Civil Rights Movement), gli anni sessanta vendono entrare in campo
nuove forme associative tra cui Amnesty International fondata da Peter Benenson nel 1961,
prototipo moderno di quelle che poi vengono chiamate ong.

5. Intervento umanitario e riscoperta dei diritti umani


È opinione comune che intorno al 1967 abbia inizio la terza fase della storia delle NU e dei diritti
umani. Se prima si era trattato soprattutto di scrivere norme e concetti, adesso si accentua lo sforzo
diplomatico per una promozione diretta attraverso incontri, dibattiti. Si allarga l’intervento di
carattere generale per rendere operativi e fare entrare in vigore i due grandi trattati adottati nel 1966,
il Covenant on civil and political rights e il Covenant on economic, social and cultural rights (si
arriva a due testi distinti anche a causa della situazione della Guerra Fredda).
È nel clima complessivo che vede l’avanzata dei paesi del terzo mondo che la questione dei diritti
umani conosce una nuova fase. Un clima che è contrassegnato dalla lotta armata di liberazione
nazionale nei paesi che devono ancora conquistare l’indipendenza e da movimenti popolari che si
oppongono ai regimi civili e militari al potere. Sono innumerevoli le questioni che vengono
affrontate in quegli anni (le vittime della grande rivoluzione culturale in Cina, le violenze contro gli
huntu in Burundi, la repressione in Pakistan, i bombardamenti dei villaggi in Vietnam e Cambogia
da parte degli USA, il colpo di stato di Pinochet e l’invasione dell’Afghanistan dell’URSS). È in
mezzo a tutte queste ripetute violazione dei diritti che ha luogo la Conferenza sulla sicurezza e
cooperazione in Europa a Helsinki che riassume le principali questioni sulla sicurezza, la
cooperazione e i diritti umani. Esso non aggiunge niente di fatto alle due convenzioni firmate nel
1966 e che entrano in vigore nel 1976 completando di fatto quell’International Bill of Human
Rights, considerato una pietra miliare nella storia dei diritti umani. Aldilà delle formazioni di diversi
gruppi per i diritti umani è il premio Nobel per la pace ad Amnesty International nel 1977 a dare il
segnale più forte ed evidente di questa nuova tendenza. Accanto alle nuove associazioni che
pongono i diritti umani al centro continua anche il lavoro umanitario delle organizzazioni più
antiche (ex. Croce Rossa, in passato criticata per il suo silenzio sui campi di concentramento). È a
partire da quanto successo nella crisi in Biafra (che diventerà poi Nigeria) che prende corpo l’idea
di una nuova organizzazione più libera di intervenire belle crisi umanitarie nasce così Medecins
Sans Frontieres nel 1971 (più impegnata e meno diplomatica).

6. I diritti specificati. Speranze e regressi


Nel 1976 l’America elegge Jimmy Carter che fa dei diritti umani un punto di riferimento esplicito.
Nello stesso anno Lelio Basso si fa promotore della Carta di Algeri approvata il 4 luglio 1976 che
costituisce una vera e propria Dichiarazione universale dei diritti dei popoli strutturata sulla
falsariga dei trenta articoli della Dichiarazione del 1948. Il fatto che questo documento venisse
approvato da numerose Ong, movimenti per la liberazione di alcuni paesi è la testimonianza di
quanto ampia fosse ormai l’opinione pubblica e la società civile interessata. Si trattava nel caso di
Basso di una posizione che cercava di conciliare un riferimento imprescindibile all’universalità dei
diritti con il tentativo di modificarne dinamicamente i contenuti storici emersi nel secondo
dopoguerra. Questo cambiamento vedrà il crescente affermarsi della cultura dei diritti come terreno
fondamentale per contrastare l’ipocrisia e gli interessi di grandi e piccoli stati nel rendere concrete
le indicazioni approvate nella Dichiarazione del 1948.
La politica estera di Carter fu segnata da una grande attenzione per i diritti umani, mai presente alla
Casa Bianca: fondamentale è la sua mediazione negli accordi di Camp David del 1978 (Egitto-
Israele), cui si aggiungono la ratifica dei trattati sul canale di Panama, il pieno riconoscimento
diplomatico della Cina Popolare e gli accordi Salt II per la limitazione della costruzione di armi
strategiche firmati a Vienna nel 1979. Il suo impegno lo porta a firmare due convenzioni delle NU
e l’American Concention on Human right (che creava una corte interamericana sui diritti umani).
Quegli anni costituiscono però forse uno dei periodi più bui a livello internazionale sul terreno del
rispetto dei diritti umani che vengono costantemente calpestati dalle dittature militari e dai regimi
autoritari (sono gli anni anche del terribile genocidio cambogiano a opera delle truppe del Vietnam).
Anche la conferenza mondale contro il razzismo del 1978 a Ginevra rischia di essere ridimensionata
in questo contesto. Il ripudio di ogni dottrina fondata sulla superiorità razziale accompagnato dal
riconoscimento del contributo di ogni popolo al progresso della civiltà e condanna di ogni forma di
discriminazione (tra queste viene particolarmente stigmatizzata la pratica di apartheid in Africa).
La sconfitta in Vietnam e lo scandalo watergate avevano indebolito gli USA e Breznev fu spinto a
cercare di spostare i rapporti di forza in Africa e in Asia a proprio vantaggio (intervento diretto in
Angola, Corno d’Africa e invasione dell’Afghanistan).
Sempre nel 1979 ha luogo in Iran la Rivoluzione di Khomeini (richiamo ai valori religiosi della
tradizione e lotta rivoluzionaria per l’abbattimento della monarchia corrotta) che riesce a
infiammare le piazze contro un potere isolato attraverso la mobilitazione di comitati politico-
religiosi e milizia armata del pasdara. Costituzione di una repubblica islamica che viene sugellata
con l’assedio dell’ambasciata americana del 1979. È in questo anno che viene adottata
dall’Assemblea generale delle NU la Convention on the Elimination of all forms of Discrimination
against Women.
Nel corso del decennio successivo saranno adottate altre due significative e importanti Convenzioni:
quella sulla tortura e quella sui bambini.
Intatno nel 1981 a Nairobi viene firmata la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli
(impegno ad eliminare ogni forma di discriminazione specialmente quelle fondate sulla razza).

7. Nuove speranze e nuovi orrori


Quando si chiuse nel 1993 a Vienna la conferenza mondiale su diritti umani organizzata dalle NU,
l’impressione fu quella di una nuova visione per un’azione globale per i diritti umani nel prossimo
secolo (cercando di riassumere i risultati della conferenza, i diritti umani fanno nascere una nuova
permeabilità giuridica e non dovrebbero essere considerati da un punto di vista di sovranità assoluta
e nemmeno di intervento politico, al contrario richiedono cooperazione tra gli stati e le
organizzazioni internazionali). La conferenza di Vienna costituisce una testimonianza di come la
cultura dei diritti umani avesse ripreso ad espandersi e ad imporsi sempre più nel mondo,
permettendo di giungere a una conclusione comune che riaffermava che la natura universale dei
diritti è al di là di ogni questione; i diritti umani e le libertà fondamentali sono i diritti innati di
tutti gli esseri umani, la loro protezione e promozione è compito e responsabilità dei governi.
Il diritto allo sviluppo, all’eliminazione della povertà, alla sicurezza si affiancava nella risoluzione
finale ai diritti delle donne, dei bambini, delle minoranze e soprattutto al ruolo di maggiore
coordinamento sui diritti umani che doveva esercitare il sistema delle NU. Un tema su cui la
conferenza di Vienna aveva registrato una controversia era stato quello della reale universalità della
Dichiarazione o del suo carattere marcatamente Occidentale. Non si può nascondere che questa
polemica che portò all’attenzione internazionale la polemica sui valori asiatici, cogliesse due dei
dilemmi più profondi della storia dei diritti umani sin dalle sue origini: la forte impronta
occidentale della sua teoria e il carattere storicamente determinato dell’evoluzione dei diritti
in ogni parte del mondo.
Alla fine del 1994 per la prima volta dall’epoca dei tribunali di Tokyo e Norimberga, una corte
internazionale condanna le persone ritenute responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità.
Il 14 dicembre l’International Criminal Court Statute mette sotto accusa Dusko Tadic e Goran
Brovnica. L’ultimo decennio de XX secolo sembra chiudersi con la speranza, i diritti umani
sembrano nuovamente al centro dell’attenzione pubblica, diventando questione prioritaria
dell’agenda delle conferenze diplomatiche internazionali e nei rapporti bilaterali e multilaterali.

CAPITOLO VII
I diritti nel XXI secolo: problemi e contraddizioni
1. Democratizzazione e globalizzazione
La crescita in molti paesi di elementi democratici negli ultimi due decenni del XX secolo dopo
decenni di dittatura, è stata strettamente legata alla questione dei diritti umani. Le varie battaglie
condotte (contro le dittature in America Latina, Solidarnosc in Polonia o Mandela in Sud Africa),
hanno avuto come denominatore comune i diritti umani e i principi riconosciuti nel 1975 a Helsinki.
Il legame tra democrazia e diritti umani è stato forte fin dal XVIII secolo trovando nelle costituzioni
un alleato importante (in cui i diritti venivano innalzati a principi fondamentali e fondativi di quella
democrazia). Naturalmente non sempre le costituzioni hanno garantito che i regimi politici
rispettassero i principi in esse contenuti (ex. Periodo del terrore post rivolzuione francese) o ci sono
stati casi in cui regimi dittatoriali sono stati capaci di produrre carte costituzionali fondate sui diritti
analoghi a quelli delle democraize (ex. costituzione dell’Urss del 1936).
L’ondata delle democratizzazioni di fine Novecento è stata accopagnata dall’approvazione di
costituzioni in cui era presente nella parte iniziale un catalogo di diritti fondamentali presenti già
nella Dichiarazione Universale del 1948 e nei successivi documenti prodotti dalle NU. Nello stesso
periodo si assiste alla codifica di documenti relativi ai diritti umani che acquistano valore
costituzionale (anche in molti stati che decidono di aggiornare le loro antiche costituzioni o la GB
con lo Humans Rights Act). Questa crescente costituzionalizzazione dei diritti umani ha permesso di
inserire non solo i più classici diritti civili, politici, economici e sociali all’interno di nuovi
documenti, ma di prendere in considerazione anche i diritti di terza e quarta generazione ovvero
quelli relativi ai diritti culturali, allo sviluppo, all’ambiente, alla privacy ecc. Questo perché il
soggetto dei diritti non è più l’individuo astratto ma la persona caratterizzata dall’ambiente in
cui si trova inserita (ciò crea problemi di coesistenza fra diritti individuali e diritti collettivi). Di
conseguenza viene richiesta anche una maggiore tutela e garanzia contro la violazione dei diritti
umani sia da parte dei privati che da parte del potere politico e amministrativo.
I dubbi che riguardano il processo di costituzionalizzazione dei diritti diventano ancora più marcati
quando ci si interroga sul rapporto che i diritti umani hanno con il processo di globalizzazione, una
realtà che nessuno può negare. La globalizzazione è un insieme di flussi transnazionali di persone,
merci, informazioni in una forma più intensa e rapida che nel passato. Un mondo più globalizzato è
un mondo più connesso. La connessione è un parametro funzionale della globalizzazione che
coinvolge sempre più persone. In questi flussi i diritti umani sono quasi sempre presenti (se si
riconosce che la globalizzazione è anche un’epoca di migrazioni, il problema dei migranti e dei loro
diritti diviene una questione strutturale).

2. Guerra e intervento umanitario


Il XIX secolo ha visto rinascere un forte e diffuso movimento pacifista che ha ricordato quello che
si era mobilitato contro la guerra in Vietnam. Nei primi anni del nuovo millennio molte violazioni
dei diritti umani in molte parti del mondo sono state accompagnate da crimini contro l’umanità e
crimini di guerra. Forti motivazioni politiche, come la presenza degli USA o delle maggiori potenze
occidentali in un ruolo attivo e responsabile per atti di violenza, rimangono come in passato le
spinte decisive alla mobilitazione soprattutto giovanile (si è parlato di imperialismo e indicato i
diritti umani come strumento neocoloniale dell’Occidente).
La discussione giuridica sulla liceità della guerra è stata particolarmente accesa in occasione della
guerra del Golfo e dell’intervento armato in Kosovo.
Vi è un consenso abbastanza ampio fra responsabili delle ong, ma anche fra studiosi che
l’intervento umanitario sia l’unica soluzione per cercare di risolvere situazioni drammatiche. La
teoria e la pratica del peace-keeping e del peaceenforcing hanno ampliato lo spetro delle possibilità
di intervento. La nozione di emergenza umanitaria è ambigua (l’uso dell’aggettivo umanitario tende
a confondere la causa del fenomeno con le sue conseguenze), con il rischio che le priorità
dell’intervento umanitario e dei diritti umani vengano piegate e sottoposte a obiettivi più
direttamente politici (compromesso tra i principi di umanità e le logiche politico-militari dei
conflitti).
L’intreccio crescente tra i campi dei diritti umani e dell’intervento umanitario è un risultato della
globalizzazione e delle trasformazioni dei conflitti, della presenza delle ong e dell’intervento delle
NU e degli organismi internazionali. Il rifiuto di riconoscere i limiti della guerra da parte delle forze
armate coinvolte ha indotto sempre più spesso organizzazioni umanitarie ad abbandonare il terreno
e a ritirare i propri operatori. Il paradosso che sembra essere presente è che l’idea dei principi
umanitari si sta spostando da qualcosa che intendeva regolare le agenzie (ed era imposto dai
belligeranti) a qualcosa che le agenzie stanno cecando di usare per regolare i belligeranti. Mentre i
diritti umani si occupano di soggetti che vogliono attivamente rivendicare qualcosa di cui si
sentono ingiustamente privati (libertà, giustizia, dignità, uguaglianza), l’azione umanitaria si
rivolge a vittime passive che vogliono solo essere protette e aiutate. I diritti umani implicano una
relazione reciproca tra diritti e doveri.

3. Terrorismo e sicurezza
L’attentato del 11 settembre sembra interrompere o deviare il corso della riflessione sui diritti
umani che si era andata sviluppando nell’ultimo lustro del XX secolo. È in particolare il rapporto
fra sicurezza e libertà che viene messo in discussione. La novità e l’imprevedibilità del terrorismo
sembra modificare il contesto internazionale.
La misura internazionale in tema di terrorismo è la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla
prevenzione del terrorismo siglata a Varsavia nel maggio 2005 ed entrata in vigore dal 2007.
Come ha sostenuto Kofi Annan sostenere i diritti umani non contrasta con la lotta contro il
terrorismo, al contrario, la visione etica dei diritti umani è una delle armi più potenti contro di esso.
Definire il terrorismo è stato complesso. Detto in modo semplice, consiste in atti intenzionali di
violenza contro i civili al fine di diffondere la paura per scopi politici. Il terrorismo non è un
soggetto pubblico contro il quale muovere una guerra e non può essere sconfitto come può essere
sconfitto uno stato o un regime.
Se tra gli obblighi di uno stato è presente quello alla sicurezza dei propri cittadini, nel caso degli atti
terroristici si tratta di adottare misure che siano idonee a proteggere le persone che potrebbero
essere vittime di quelle azioni. Accanto a questo dovere principale c’è anche quello di garantire quei
diritti che prevedono una tutela assoluta, in ogni modo (ex. il divieto di tortura, il diritto alla vita,
alla libertà etc.). Questa categoria di norme imperative ha assunto importanza nel campo della tutela
dei diritti umani dando luogo alla enucleazione di un concetto internazionalistico di diritti
fondamentali fondato sulla formale superiorità gerarchica della fonte normativa che li prevede.

4. Quando si deve fermare un genocidio?


Sono diversi anni che la comunità internazionale sta cercando di trovare una via d’uscita per i
crimini e le violazioni commesse in Darfour. Il riconoscimento unanime che qui fosse in corso la
peggiore crisi umanitaria degli ultimi anni non è bastato a mettere in piedi un intervento
internazionale all’altezza. È a metà del 2003 che hanno inizio i primi massacri civili, con i numeri
che aumentano fino ad essere ritenuto un genocidio (nel giro di un anno un terzo della popolazione
è stato costretto a fuggire dal suo territorio). Un dramma nel dramma è stato il fatto che il dibattito
non si è focalizzato sui modi per interrompere la continua violenza di massa, ma sulla possibilità di
utilizzare o meno il termine genocidio. La commissione istituita dalle NU inizia i suoi lavori nel
2004 (conclude che in Darfour non vi sia stata una politica di genocidio da parte delle autorità,
anche se non sono ritenuti meno gravi). Il dibattito pubblico internazionale non è riuscito né a
prendere una decisione forte sul terreno pratico, né a condividere un giudizio giuridico e politico
sulla natura dei crimini commessi.
La presenza di organi di giustizia internazionale rende più facile la possibilità di intervenire per
punire i responsabili. Cresce tuttavia all’interno delle NU e degli organismi regionali e continentali
la convinzione che la prevenzione debba costituire lo strumento più efficace per evitare il ripetersi
di genocidi. Giustizia e prevenzione dovrebbero essere due aspetti di una medesima politica.

5. Prevenzione e protezione
Il nuovo secolo ha visto emergere l’idea che gli stati sovrani hanno una responsabilità nel
proteggere i propri cittadini da una catastrofe evitabile, ma quando sono incapaci di farlo, quella
responsabilità deve essere assunta dalla più ampia comunità di stati. Nel corso del dibattito sulla
riforma delle NU si riconosceva che era necessario che vi fosse da parte di diversi organismi
internazionali un continuum che coinvolga la prevenzione, la risposta alla violenza, se necessario e
la ricostruzione delle società distrutte. Nell’aprile del 2006 una risoluzione del consiglio di
sicurezza riaffermava la responsabilità di proteggere le popolazioni da genocidio, crimini di guerra,
pulizia etnica e crimini contro l’umanità. Per la prima volta si affrontava in modo esplicito il
problema dei limiti della sovranità degli stati individuati nella subordinazione alla sicurezza
umana delle popolazioni di cui sono responsabili. La Commission on Intervention and State
sovereignty propose di occuparsi del problema di ricaratterizzare la sovranità, cioè concependo la
sovranità come responsabilità piuttosto che come controllo (spostando così l’enfasi da un diritto di
intervenire per propositi umanitari poco desiderabile politicamente, all’idea meno conflittuale della
responsabilità di proteggere. Affrontando così il dilemma dell’intervento dalla prospettiva dei
bisogni di chi cerca o ha necessità di aiuto piuttosto che dagli interessi e prospettive di coloro che
realizzano tale azione.
Diversamente dalla Commissione, l’High Level Panel riteneva attuabile la concretizzazione del
principio della responsabilità di proteggere solo in presenza di un intervento armato e sotto il
controllo del Consiglio di sicurezza, individuando cinque criteri di legittimazione per l’uso della
forza.
È solo nell’Outcome document che si individua una soluzione di compromesso che cerca di
raccordare le differenti posizioni. In gran parte del dibattito sulla responsabilità sembra riecheggiare
quello che si era svolto in occasione dell’intervento di Kosovo quando i fautori dell’intervento
considerarono già presente nel diritto internazionale la possibilità dell’uso della forza per propositi
umanitari (privilegiando la protezione dei cittadini di uno stato piuttosto che quest’ultimo come
entità astratta). I problemi che continueranno a essere cruciali e che nessuna condivisione di principi
riuscirà a risolvere rimangono quelli del rapporto tra obiettivi e mezzi; della corretta individuazione
del momento-limite; della previsione degli effetti sul breve, medio, lungo periodo. L’ultimo
decennio è stato testimone di numerose ingerenze umanitarie. L’intervento in Kosovo, soprattutto
per le modalità con cui si è sviluppato, è stato accompagnato da violazioni dei diritti, dalla necessità
di una lunga permanenza sul territorio. Individuare meccanismi sempre più precisi e affidabili di
monitoraggio, di prevenzione, di individuazione dei limiti, non garantisce che un intervento possa
realizzarsi secondo tempi e modalità previste (troppe variabili in gioco). Dunque, il terreno di
discussione adeguato riguarda l’impossibilità della comunità internazionale nel decidere le forme di
ingerenze. Nella comunità internazionale c’è bisogno di parametri di condotta volti a guidare
l’azione dei suoi membri.

6. Giustizia e riconciliazione
Nel corso degli anni ’90 la creazione di due tribunali penali internazionali ad hoc e l’inizio del
processo che ha portato alla creazione della Corte penale internazionale rappresentano i segnali
della nuova stagione dei diritti. Considerando i tribunali di Norimberga e Tokyo come il prodotto
della giustizia dei vincitori, è possibile giudicare i tribunali per l’ex Jugoslavia e il Ruanda come o
primi veri tribunali internazionali (costituiti dal Consiglio di sicurezza delle NU). L’esistenza di
questi meccanismi giurisdizionali è stato il simbolo della crescente influenza dei diritti umani sul
diritto internazionale e il percorso evolutivo compiuto dal diritto internazionale umanitario. I
tribunali penali internazionali sono un monumento e una possibilità dell’aspirazione alla giustizia
che è sempre presente nell’umanità soprattutto dopo tragedie e crimini collettivi. Sessant’anni dopo
Norimberga l’obiettivo della giustizia penale rimane lo stesso: ottenere giustizia attraverso la
ragione piuttosto che con la forza; sostenere i principi die diritti umani.
Il compito di favorire la giustizia internazionale non può essere demandato alle sole corti penali ma
deve costituire un obiettivo permanente degli stati, delle diplomazie, delle ong e dell’opinione
pubblica. Negli stessi anni si sono anche affacciati istituzioni di tipo nuovo che si sono proposte di
accompagnare o sostituire i più tradizionali meccanismi di attuazione della giustizia: le commissioni
di verità (in particolare con la nascita del Trc, Truth and Reconciliation Commission in Sud Africa).
Costituita nel 1995 la Trc presupponeva che la conoscenza della verità su quanto avvenuto in
durante il processo dell’apartheid avrebbe favorito la possibilità di una riconciliazione tra i diversi
gruppi etnici, razziali e culturali presenti in loco. Le commissioni di verità muovono dall’assunto
che la riconciliazione dipende dalla piena conoscenza e riconoscimento delle atrocità delle parti in
conflitto.
Il dibattito che accompagna la Trc si è spesso focalizzato sui rapporti tra verità e giustizia. La Trc
non è stata tuttavia l’unica istituzione che in Africa ha cercato di trovare strade originali al problema
della pacificazione e della riconciliazione come rafforzamento della democrazia. Particolare
significato riveste quanto successo in Ruanda dove è sorto un sistema fondato sulla struttura
comunitaria di tipo tribale ed etnico a cui si affida alla comunità d’appartenenza la risoluzione di
conflitti. Il modello moderno delle Corti Gacaca ha mantenuto caratteri tradizionali, e i risultati
ottenuti da queste corti hanno sollevato dubbi e interrogativi.

7. Multiculturalismo, relativismo, conflitto di civiltà


La cultura dei diritti umani è stata contestata soprattutto negli anni ’60, individuando l’impossibilità
di un reale universalismo. Il relativismo culturale ha rifiutato di considerare auto evidente
l’universalità dei diritti attribuendola invece a un etnocentrismo occidentale (spesso banalizzato in
imperialismo culturale). Si pensa però che la solo l’Occidente abbia un legame solido e coerente
con la cultura dei diritti umani. In effetti sarebbe un discrimine con le altre culture. In realtà si
scopre che le realtà europee in passato non hanno avuto alcuna tradizione fondata sui diritti umani.
Una tradizione di libertà religiosa si è affacciata in Occidente solo recentemente esattamente con
l’inizio della vicenda storica dei diritti umani. Ciò che ha caratterizzato la storia occidentale è stato
il fatto che la spinta e il richiamo per i diritti umani si sono manifestati spesso con linguaggio e
ispirazione universalistici anche se riguardavano in realtà settori ben delimitati di popolazione.
La dichiarazione universale che estende a tutti i diritti umani è insieme punto d’arrivo di una
concezione incompleta e punto di partenza per una nuova fase (il richiamo e l’invocazione a questo
universalismo non hanno significato che esso divenisse la norma e lo standard dl comportamento in
Occidente). Esso ha sicuramente aiutato il processo di decolonizzazione, ma è stato del tutto
incapace di impedire che essa si svolga senza ricorrere a violazioni continue.
Il percorso occidentale dei diritti umani si intreccia sempre di più con altre esperienze e altre
culture. Come per l’Occidente anche nelle altre storie e culture convivono valori, esperienze spesso
diversi o anche in contrasto tra di loro.
La battaglia politica internazionale condotta da molti stati condotta spesso su posizioni antagoniste
a quella dei maggiori stati occidentali è stata spesso l’occasione per rifiutare in quanto parziale e
occidentale la cultura dei diritti umani (si riteneva che in base ad essa si giustificasse la politica a
volte egemonica di USA e Europa e perché in generale permetteva di legittimare l’aggressività nei
confronti dei propri cittadini o di stati limitrofi). È su queste basi che qualcuno è arrivato a ritenere
l’idea di un’universalità dei diritti umani (a cui tutti si sarebbero dovuti inchinare) come un grave
esempio di imperialismo culturale dell’Occidente contro il terzo Mondo e non solo (riduzione
strumentale per motivi politici del discorso sui diritti).
Il campo dei diritti è ormai un terreno in cui convivono posizioni diverse. La cultura dei diritti è
soggetta a tutte le difficoltà e le contraddizioni tipiche di chi ha raggiunto un riconoscimento e una
legittimità ampio, se non universale. I motivi storici che hanno favorito il rinascere del relativismo
sono diversi, alcuni leader africani e asiatici hanno rifiutato di accettare gli standard internazionali
dei diritti umani sostenendo che si trattasse di valori culturali imposti dall’esterno. Se è stato grazie
alla trasformazione culturale dell’Occidente che i diritti proclamati universali sono diventati tali per
tutti, è probabili che la loro accettazione anche altrove sia il risultato di una lotta tra culture diverse
che coesistono all’interno di uno stesso stato o tradizione.
Inoltre, la consapevolezza della necessaria coesistenza tra le diverse generazioni di diritti è uno
degli aspetti più innovativi di questi anni. Riconoscere la diversa tipologia non dovrebbe impedire
di unificarne le molteplicità all’interno di una più ampia e condivisa visione dei diritti umani.
Occorre che il confronto tra universalismo e relativismo culturale venga maggiormente fondato
sulla storia e sulla realtà, c’è bisogno di un terreno di mezzo, di un approccio pluralista.

8. Valori asiatici, islamici, africani


Il percorso pluralista che ha imboccato la cultura dei diritti umani non può evitare di analizzare le
differenze che possono coesistere tra culture di forte tradizione al cui anche interno va riconosciuto
un pluralismo analogo a quello che ha accompagnato la storia occidentale. I valori asiatici fanno
riferimento in genere all’insegnamento confuciano. L’attenzione alla concretezza dell’esperienza
umana piuttosto che all’astrattezza dei principi caratterizza questa tradizione asiatica (il cui
approccio al tema dell’universalità ha mostrato una grande cautela ad abbandonare proprio quel
terreno).
Tuttavia, aldilà delle strumentalizzazioni, un confronto non è solo possibile, a può individuare punti
di contatto tra i valori confuciani e molti dei problemi che hanno riguardato anche i pensatori
occidentali sui diritti umani. La differenza tra un approccio basato sui diritti (quello occidentale) e
uno fondato sui riti (confuciano) c’è (Confucio riteneva che la legge avrebbe reso più litigiosi,
mentre i riti avrebbero creato un senso di colpa e spinto a un maggiore autocontrollo), ma è
possibile ritenere che la concezione rituale confuciana e quella occidentale dei diritti possano essere
considerate complementari anche se indirizzate a scopi diversi. Oggi questo confronto tra le due
tradizioni può condurre alla convinzione che i paesi asiatici orientali più influenzati dalla cultura
confuciana hanno dimostrato che l’osservanza di pratiche democratiche e diritti umani non è
incompatibile con le tradizioni confuciane. È vero che certi obblighi sono da una parte più giuridici
e dall’altra più morali, ma quello che conta è quello che essi possono produrre nella realtà
Un problema certamente più complesso si pone con i diritti umani dell’Islam. Anche se vi sono
differenze concettualmente differenti, il pensiero islamico contemporaneo può produrre un sistema
di diritti basato su premesse non troppo dissimili dalle dichiarazioni secolari dei diritti umani.
La circostanza più importante risiede nel fatto è che la shari’a è nell’Islam la fonte dei diritti e degli
obblighi (diritti anche come derivati dall’insegnamento del Corano). I diritti sono chiaramente
inseriti in una cornice religiosa morale. Il punto cruciale nello schema islamico dei diritti è che Dio
è colui che conferisce i diritti alle persone.
Le due maggiori aree di conflitto esistenti riguardano la libertà religiosa (la possibilità di
convertirsi)
e i diritti delle donne (la subordinazione al mondo maschile), oltre che la discriminazione nei
confronti dei non musulmani. La fonte dell’opposizione ad alcuni diritti presenti nella
Dichiarazione Universale risiede nel fatto che i diritti e le libertà nell’Islam non sono considerati
semplici diritti dell’uomo, ma doni divini fondati sulla fede islamica.
Per quanto riguarda l’Africa è possibile affermare che il sistema di valori esistenti lì sia diverso da
quello occidentale (anche se ci sono tante esperienze diverse). Idea di una cultura comunitaria in
parte contrapposta a quella individualista occidentale, anche se suggerisce anche una possibilità di
solidarietà più profonda non del tutto estranea alla tradizione occidentale.

9. La legalizzazione dei diritti umani


La trasformazione in legge dei diritti umani aiuta o rende più difficile che la cultura dei diritti umani
riesca a diffondersi e a imporsi diventando davvero universalmente condivisa? Questo processo è
stato chiamato legalizzazione. Questo interrogativo si situa al cuore della formulazione
contemporanea dei diritti umani.
La commissione guidata da Eleanor Roosvelt discusse a lungo se il testo originale dovesse essere
una Convenzione (che avrebbe vincolato giuridicamente gli stati firmatari) o una Dichiarazione (per
sottolineare un’aspirazione morale e politica). Gran parte della forza acquisita negli anni della
Dichiarazione del 1948 è risieduta proprio nel suo carattere costituzionale, di affermazione di
principi ispiratori. Il suo obiettivo era quello di servire come standard comune da raggiungere per
tutti i popoli e le nazioni.
Da sempre vi è stato un tentativo di bilanciare gli interessi identificati delle rivendicazioni dei diritti
umani con gli interessi della comunità politica, dello stato e della nazione – caratteristico del diritto
internazionale sui diritti umani. In alcuni casi però il mancato inserimento dei diritti umani sono
stati il risultato di presunte incompatibilità o contraddizioni dovute alla fera privata che toccano la
vita individuale ma anche i costumi comunitari e religiosi cui essi fanno riferimento o si sentono
vincolati.

Ed è proprio nella sfera privata che sorgono le sfide più serie all'universalità dei diritti umani.
Inoltre l'incorporazione dei principi internazionali all'interno delle culture nazionali è anche una
questione di coerenza e accordo sui principi e di adattamento delle norme, costumi, consuetudini
che interagiscono in modo a volte conflittuale con alcuni principi. La possibilità per i cittadini di
godere di diritti umani è largamente attribuibile a un efficace sistema giuridico nazionale di
applicazione dei diritti umani. Si è cercato quindi di capire anche che si tratti di differenze
sostanziali o non piuttosto di diversità di costumi, consuetudini, norme che riguardano soprattutto la
sfera privata e il suo rapporto con la religione o ideologia. Vantaggio legalizzazione:
riconoscimento dato dalla maggior parte degli stati. Critica più severa ai diritti umani: operano
senza sufficiente consapevolezza e comprensione del contesto macro-storico in cui si manifestano le
violazioni di massa. Dal momento che non contengono una teoria del perché in primo luogo
accadono le violazioni, le istituzioni nei diritti umani sono senza potere nel prevenirle nel futuro. Le
critiche ai diritti umani hanno un denominatore comune: attribuire ai diritti umani la volontà e la
capacità di trasformare la società umana in base ai propri valori; non riuscendovi se ne dedurrebbe
la fallacia di quegli stessi valori, che non riescono a raggiungere l'obiettivo posto loro. I diritti
umani non possono essere il surrogato di strategie politiche, utopie sociali e ideologie
universalistiche in quanto essi sono il risultato di un lungo processo storico che ha intrecciato,
morale, politica e diritto in forme sempre diverse per rispondere al bisogno di uguaglianza e
giustizia che sottende il carattere umano comune di ognuno e di difesa della dignità e delle
prerogative che nessuno dovrebbe sottrarre impunemente ad alcuno.

10. Diritti culturali e diritti individuali: quali libertà?


La ripresa del ruolo delle religioni nel discorso pubblico di ogni paese è un segnale rilevante di
come il processo di laicizzazione della società si sia interrotto e di come oggi sia frequente il
richiamo alla religione per rispondere ai grandi quesiti di libertà, uguaglianza etc.
Tra i problemi che creano maggiore attrito nel rapporto tra la sfera privata e quella pubblica un
posto particolare riguarda i diritti e i comportamenti delle donne. Il ritardo storico con cui le
donne sono riuscite a raggiungere lo stato di individui e cittadini dotati di pieni diritti è dovuto alle
condizioni di inferiorità economica, di riconoscimento sociale, di una mentalità e di pregiudizi a
lungo sopravvissuti.
È certamente vero che le condizioni di emarginazione e subordinazione delle donne ad esempio in
molti paesi in via di sviluppo sono spesso legate a condizioni socioeconomiche diverse, ma anche di
mentalità e cultura.
Ritenere che i diritti umani incoraggino il credere che la libertà e l’emanicpazione poggiano
sull’oggettività, universalità e che favoriscono una riduzione essenzialista significa guardare ai
diritti umani solo attraverso la lente della loro concretizzazione giuridica. Rifiutare l’universalità dei
diritti in quanto concetto culturale (emerso da uno specifico contesto storico e politico) trasforma
un’ovvietà antropologica in una battaglia culturale che dimentica il percorso storico dei diritti
umani.
Il dibattito suscitato da alcuni casi ha sollevato il problema della libertà di indossare ma anche di
non indossare il velo e del carattere coercitivo che poteva accompagnare la sua imposizione

11. La rivoluzione dei diritti umani


I diritti umani hanno adesso bisogno per completare il loro processo di universalizzazione di
adeguarsi ai percorsi della globalizzazione ed esser capaci di influenzarli.
L’ispirazione universalistica dei diritti umani rivolta inizialmente sull’idea dei diritti naturali, si
incontra con un’aspirazione, anch’essa universale, alla libertà, all’uguaglianza e alla giustizia.
Questo percorso dei diritti avviene per lungo tempo all’interno dello stato-nazione anche se
avvengono molto presto spinte a un’internazionalizzazione. Negli ultimi decenni dell’Ottocento e
all’inizio del Novecento si assiste a un’estensione dei diritti sia sul versante delle libertà sia su
quello dei diritti economico-sociali, prima ignorato. Una svolta importante è rappresenta dalla
seconda guerra mondiale. Tale conflitto è il risultato dell’espansione e del successo di regimi che
proprio della negazione dei diritti e della loro universalità avevano fatto il perno della propria
ideologia. Dopo la loro sconfitta si è subito pensato di costruire un sistema internazionale che
potesse riprendere e rilanciare il percorso interrotto e deviato. È in questo contesto che si inserisce il
progetto universalistico fondato sulla creazione delle Nazioni Unite che produce la Dichiarazione
universale del 1948. Le disposizioni relative ai diritti umani presenti nel preambolo della Carta
delle Nazioni Unite (e negli articoli 1 e 55) rappresentavano una delle innovazioni più significative
nel panorama delle organizzazioni internazionali. Questa definizione di cultura dei diritti e di
progetto di pace internazionale era per certi aspetti in anticipo sui tempi (cultura incompatibile con
programmi politici di molti governi ancora legati alla propria idenità e storia di stato-nazione, come
ad esempio il colonialismo e la gerarchia di razze e popoli che portava con sé).
La fine del colonialismo e di molte dittature successive, la fine della guerra fredda e il crollo del
comunismo hanno reso improvvisamente più evidenti i problemi e le contraddizioni che lo svilppo
della cultura dei diritti portava con sé, ponendo la questione dell’universalità e quella del possibile
conflitto tra diritti. 322

Non è corretto quindi ritenere che solo l'Occidente abbia connaturato in sé l'evoluzione. Il richiamo
e la spinta per i diritti umani si sono manifestati spesso con linguaggio e ispirazione universalistici
anche se riguardavano settori ben limitati di popolazione cui si riferiva all'epoca in base al senso
comune quando si parlava di essere umano. Proprio quel linguaggio universalistico diventa uno
strumento capace di ampliare i diritti storici del discorso sui diritti fino a raggiungere nel '48 a un
momento di svolta particolare -> la dichiarazione universale è un punto di partenza per una nuova
fase in cui l'universalismo deve anche significare la concretizzazione dei diritti fondamentali. Esso
ha anche aiutato il processo di decolonizzazione. Non si può inoltre non riconoscere che gran parte
dei contributi innovatiti emersi su questo terreno provengono proprio e non casualmente da ambiti
culturali non occidentali e da esperienze di sincretismo culturale che sono un risultato storico ormai
ineliminabile della globalizzazione. Inoltre nell'odierna discussione sui diritti umani vi sono
tendenze ad affermare la supremazia dei diritti civili e politici su tutti gli altri, a privilegiare cioè i
diritti di prima generazione su quelli di seconda generazione -> campo dei diritti è un terreno in cui
convivono posizioni diverse, è un campo soggetto a difficoltà, contraddizioni, aporie (ostacoli).
La loro accettazione spesso è il risultato di una lotta tra culture diverse che coesistono all'interno di
uno stesso paese e di una stessa generazione. Aspetto innovativo: consapevolezza della necessaria
coesistenza tra diverse generazioni di diritti perché solo attraverso una comprensione culturale può
essere possibile formulare, implementare e proteggere i diritti umani in modo pluralista.
Possibile convergenza tra valori e principi che appartengono a culture diverse e ne creano le radici
morali profonde: per esempio la differenze di approccio sui diritti (occidentale) e l'approccio sui riti
(confuciano) anche se è possibile ritenere che la concezione rituale confuciana e quella
occidentale possono essere considerate complementari anche se indirizzate a scopi diversi. Infatti
Confucio riteneva che attraverso i riti si sarebbe aumentato il senso di colpa e si avrebbe avuto un
maggiore autocontrollo mentre la legge tende a rendere le persone più litigiose. Anche se in realtà
si trattava di un sistema fortemente gerarchico che non permetteva di tutelare e proteggere gli
individui e le minoranze ma solo di generare un senso di appartenenza comunitaria e solidarietà
sociale. Alla luce di tutto ciò però quello che conta è l'obiettivo che essi possono produrre in realtà
= universalismo dei diritti è un processo in divenire e un modo di condivisione possibile. Una
situazione complessa è il rapporto dei diritti umani con l'Islam per il discorso della libertà religiosa
e diritti delle donne, la possibilità di convertirsi e la subordinazione al marito, al mondo maschile.
La fonte delle disuguaglianze e dell'opposizione ad alcuni diritti presenti nella Dichiarazione
Universale risiede nel fatto che diritti e libertà nell'Islam non sono considerati semplici diritti
dell'uomo ma doni divini fondati sulle disposizioni della shari'a e sulla fede islamica.
Legalizzazione dei diritti umani: trasformazione in legge dei diritti umani (cioè l'inserimento dei
diritti attraverso leggi internazionali negli ordinamenti giuridici dei singoli stati). È un processo che
è stato chiamato più propriamente giuridicizzazione. La forza acquisita negli anni da parte della
Dichiarazione del 1948 risiede proprio nel carattere costituzionale di affermazione dei principi
ispiratori che i paesi non potevano rifiutare ma che si vincolavano in quel modo politicamente e
moralmente rispetto alla propria cittadinanza e opinione pubblica. Non era sicuramente facile
armonizzare diverse esigenze, timori, riserve. Da sempre vi è stato un tentativo di bilanciare gli
interessi identificati delle rivendicazioni dei diritti umani con gli interessi della comunità politica,
dello stato e della nazione – caratteristico del diritto internazionale sui diritti umani. In alcuni casi
però il mancato inserimento dei diritti umani sono stati il risultato di presunte incompatibilità o
contraddizioni dovute alla fera privata che toccano la vita individuale ma anche i costumi
comunitari e religiosi cui essi fanno riferimento o si sentono vincolati. Ed è proprio nella sfera
privata che sorgono le sfide più serie all'universalità dei diritti umani. Inoltre l'incorporazione dei
principi internazionali all'interno delle culture nazionali è anche una questione di coerenza e
accordo sui principi e di adattamento delle norme, costumi, consuetudini che interagiscono in modo
a volte conflittuale con alcuni principi. La possibilità per i cittadini di godere di diritti umani è
largamente attribuibile a un efficace sistema giuridico nazionale di applicazione dei diritti umani. Si
è cercato quindi di capire anche che si tratti di differenze sostanziali o non piuttosto di diversità di
costumi, consuetudini, norme che riguardano soprattutto la sfera privata e il suo rapporto con la
religione o ideologia. Vantaggio legalizzazione: riconoscimento dato dalla maggior parte degli stati.
Critica più severa ai diritti umani: operano senza sufficiente consapevolezza e comprensione del
contesto macro-storico in cui si manifestano le violazioni di massa. Dal momento che non
contengono una teoria del perché in primo luogo accadono le violazioni, le istituzioni nei diritti
umani sono senza potere nel prevenirle nel futuro. Le critiche ai diritti umani hanno un
denominatore comune: attribuire ai diritti umani la volontà e la capacità di trasformare la società
umana in base ai propri valori; non riuscendovi se ne dedurrebbe la fallacia di quegli stessi valori,
che non riescono a raggiungere l'obiettivo posto loro. I diritti umani non possono essere il surrogato
di strategie politiche, utopie sociali e ideologie universalistiche in quanto essi sono il risultato di un
lungo processo storico che ha intrecciato, morale, politica e diritto in forme sempre diverse per
rispondere al bisogno di uguaglianza e giustizia che sottende il carattere umano comune di ognuno e
di difesa della dignità e delle prerogative che nessuno dovrebbe sottrarre impunemente ad alcuno.
La battaglia oggi si combatte sul terreno delle diverse culture che vivono nelle diverse regioni del
mondo. l'unica risposta è che raggiungere un'accettazione universale delle norme dei diritti umani è
un processo, e differenti norme occupano posti diversi in questo continuum. Cambiamento e
accettazione di queste norme devono venire alla fine dall'interno della regione e non possono essere
imposti da forze esterne. È la politica inoltre che conta e decide anche sul terreno dei diritti umani:
la politica degli organismi internazionali e la politica degli stati e dei governi che sono due aspetti
della stessa realtà globalizzata. I diritti umani però per portare a compimento quel processo di
universalizzazione che era parte della loro ispirazione, di adeguarsi ai percorsi della
globalizzazione. L'ispirazione universalistica dei diritti umani s'incontra con un'aspirazione
anch'essa universale: alla libertà, all'uguaglianza, e alla giustizia che si allarga progressivamente ai
ceti, ai generi, ai popoli, ai gruppi e si ha anche un'estensione dei diritti sia sul versante più
consolidato della libertà sia quello prima ignorato dei diritti economicosociali.