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LA FOLLIA OMICIDA DI CARLO GESUALDO.

IL VERBALE DEL PROCESSO


CONTRO IL MADRIGALISTA

A memoria d’uomo, mai il palazzo della giustizia di Napoli era stato così pieno di gente lì accorsa
fin dalle prime ore del mattino del 19 ottobre del 1590 per assistere al processo del principe Carlo
Gesualdo che, nel corso di una drammatica notte, tra il 16 e il 17, aveva massacrato (come si
esprimevano i colpevolisti) due giovani amanti o vendicato (come preferivano dire gli innocentisti)
l’onore violato della famiglia dalla relazione tra Fabrizio Carafa e Maria, moglie di Carlo.
Tra questi estremi c’erano posizioni intermedie parteggiando chi per questi chi per quello con tale convinzione che si
arrivava facilmente dalle parole ai fatti. Per ordine diretto del viceré quella tristissima vicenda che coinvolgeva tre delle
famiglie più nobili del reame, con una fitta rete di parentele tra cui un cardinale, candidato ad ascendere al soglio
pontificio, doveva chiudersi il più presto possibile e stendervi sopra il velo dell’oblio. La vicenda di per sè abbastanza
banale acquisiva la sua rilevanza proprio per l’ambito aristocratico in cui si collocava e per la notorietà delle famiglie
coinvolte, in primo luogo don Carlo il Principe dei musici, la principessa Maria, la donna più bella di Napoli decantata per
il candore della sua pelle, già due volte vedova ed infine don Fabrizio, rampollo di una delle più antiche famiglie di Napoli.
Non ci deve pertanto apparire strano che quel giorno fossero presenti gli osservatori delle principali città d’Italia con
l’ordine di inviare ampie relazioni su questa vicenda che avrebbe potuto determinare tensioni tra i vari stati compreso il
vaticano. Quando nell’aula fece il suo ingresso il giudice della vicaria, la folla o perché intimorita dal viso austero del
magistrato o dal suo modo di parlare, uno spagnolo-napoletano infarcito di termini giuridici in latino e giaculatorie per
invocare la protezione di santi e madonne sui regnanti di Spagna viceré di Napoli, tacque. Il giudice, mentre si aggiustava
qualche orpello della toga fece subito capire che in quella udienza si doveva stabilire se, in base alle leggi vigenti,
l’imputato andava prosciolto per aver agito in difesa del proprio onore o se andava processato. Questo che segue è il
verbale delle varie testimonianze rese nel corso del dibattimento fedele nel contenuto un po’ meno nel linguaggio. Si faccia
avanti l’imputato Carlo Gesualdo, conte di Conza, Marchese di Laino Rotondo, Duca di Caggiano, Principe di Venosa e
feudatario del re con oltre cento feudi sparsi per l’Italia meridionale tra cui Bisaccia, Villamaina, Santaniello all’Esca,
Montefredane.Figlio di Fabrizio e di Geronima Borromeo. Silenzio assoluto. Il Principe era contumace. Furono subito
invitati a relazionare i capi della guardia, verosimilmente i primi ad entrare sulla scena del delitto. A descrivere il
raccapricciante quadro è Giovan Domenico Micone: don Fabrizio Carafa vestiva una camiscia da donna a bassa lavorata
con pezzilli e collaretti lavorati di seta negra. Il giudice era inorridito e disgustato da questi particolari drammatici e nello
stesso tempo osceni e roteando la mano nell’aria fece comprendere al funzionario che era meglio sorvolare e non
aggiungere scandalo a scandalo e chiese se il cadavere presentava segni di violenza e dove era stato trovato. Il funzionario
della Gran corte della Vicaria, per quanto avvezzo a spettacoli di morte efferata, chiuse per un attimo gli occhi quasi a
cancellare quello scenario terribile, poi riprese la sua narrazione: Insieme a me c’erano i signori Giovas Tommaso
Salamanca, Fulvio di Costanzo, Regi Consiglieri, e Giudici Criminali della Gran Corte, ed il MI Pruratore fiscale. Saliti al
secondo piano, nell’ultima stanza trovammo il corpo di don Fabrizio - riverso a terra. Una manica della camiscia era
divenuta tutta rossa di sangue. Il duca d’Andria era tutto insanguinato e coperto di più ferite. Un’archibugiata gli aveva
trapassato il braccio da una parte all’altra ficcandosi nel petto. La manica della suddetta camiscia era abbrusciata.Il giudice
interruppe il particolareggiato racconto per ammonire la folla che non avrebbe più tollerato commenti ad alta voce del
pubblico presente poi, quasi cercando una logica in questa successione di immagini ne ricostruì la dinamica:
probabilmente, il duca, sorpreso a letto, ha afferrato la prima cosa che ha trovato, la camicia della principessa ed è fuggito
nella direzione sbagliata, un corridoio senza via d’uscita. Qui si è trovato di fronte ad uomini armati, almeno due che hanno
fatto fuoco a bruciapelo. Infatti come leggo da informazione da voi redatta un’altra archibugiata colpì la vittima alle tempie
e passò attraverso l’occhio. Altre ferite inferte con armi a punta erano sulle braccia, in testa e in faccia. Avete fatto una
ricognizione per verificare se il duca fosse o no armato? Nella medesima camera si è trovata solo una trabacca indorata con
cortina di panno verde. Niente armi. Dove avete trovato la principessa, Maria D’Avalos? La principessa era distesa sul letto
con il volto coperto dalle lenzuola. La scoprimmo delicatamente. Aveva lì cannarini tagliati, una ferita alla testa, e sulla
tempia destra, una pugnalata in faccia, numerose ferite di punta sulle mani e sul fianco. Sul letto era poggiata una camiscia
di uomo con latucchiglie imposimate, sulla poltrona di velluto cremisi fu trovata una manopola di ferro, con guanto di ferro
imbrunito, un paio di calzoni di panno verde, un giubbone di tela gialla, un paio di calze di seta, un paio di calzonetti
bianchi tutti trovati intatti e senza pertuso e senza macchia di sangue. Avete trovato segni di effrazione? Sì la porta a basso
aveva la maniglia rotta e senza la suddetta maniglia non si potea serrare atteso che lo pertuso che stava nello stantaro della
porta fu trovato cavato di modo tale che non si poteva serrare così parimenti la serratura della detta porta stava ristretta ed
ammaccata in modo che la traversa non si poteva fare entrare nè chiavatura e dunque la porta non si poteva serrare. Il
giudice ringraziò il Mastrodatti e senza indugi chiamò a deporre Silvia, la cameriera personale di Maria Avalos che
conosceva ogni piccola piega dell’animo della sua signora. Il giudice la invitò a riferire alla gran Corte che cosa avesse
sentito o visto quella notte. Verso le undici di sera la principessa mi chiamò e mi chiese di portarle una camiscia di
ricambio perché quella che aveva indosso era tutta sudata. Mentre la aiutavo ad indossare una camiscia con un collaretto
seta negra prese la lampada accesa e la pose sul davanzale della finestra che dava sulla piazza. Mi disse che aveva fatto
brutti sogni. Così anche io me ne andai a dormire ma fui subito risvegliata da strepiti, grida soffocate, rumori e grida.
Percepii una voce che ripeteva in maniera ossessiva le stesse parole: corna in casa Gesualdo, corna in casa Gesualdo.
Lasciatela a me. Lasciatela a me. E la voce flebile della signora che pregava “dammi solo un po’ di tempo per confessare i
miei peccati, un attimo di silenzio poi ancora grida: non credo che sia morta non credo che sia morta. Le guardie mi hanno
trovata ancora lì dietro quella porta che non ho avuto il coraggio di aprire. Il giudice dichiarò chiusa questa fase
processuale e dopo una breve sospensione tornò in aula ed emise la sentenza che molti si aspettavano: “non luogo a
procedere nei confronti del principe per avere agito a difesa del suo onore. Carlo usciva dalla triste vicenda ma marchiato a
fuoco dal giudizio popolare che invece assolveva la triste regina con due matrimoni finiti prematuramente e l’ultimo
tragicamente. Presto la leggenda si impadronirà di lei e la trasformerà nella raffigurazione romantica di una vittima
d’amore rendendola sempre più simile a Francesca da Rimini. Di converso la figura di Carlo esce molto ridimensionata
sotto il profilo umano per non aver saputo capire quel bisogno d’amore di Maria assolutamente assorbito dalla sua più
autentica passione, la musica. Giovanni Iudica analizza molto bene l’incomprensione prima e il tradimento di Maria.
Anche nella sua famiglia si praticava la musica soprattutto da parte del nonno. Ma nessuno era andato al di là di un
semplice divertimento o innocente desiderio di esibire la propria cultura musicale. Invece per Carlo era l’unico rimedio
contro le mal du siecle dell’epoca una sorta di melanconia un misto tra irrequietezza e introversione, un indefinito senso di
disagio. Carlo amava Maria ma l’aveva posta su un piedistallo come si fa con le statue, lusingato dell’ammirazione degli
altri verso questo oggetto di desiderio da sublimare in musica. Maria invece voleva essere una donna vera, vivere quella
giovinezza che non aveva avuto e amare l’uomo che lei e non i genitori avevano scelto per lei. “ Maria capiva che la
musica per Carlo era invece qualcosa di molto diverso: era disciplina, studio, mestiere, passione, rifugio, ragione di vita,
qualcosa di totalizzante che impregnava l’intero essere, l’intera essenza“. Capiva che non c’era spazio per lei e volle andare
deliberatamente verso la morte. Per secoli i napoletani hanno sentito la sua voce o il suo lamento o il suo canto. Poi il
tempo ha fatto crollare l’ala del palazzo deserto e la voce di Maria si è spenta per sempre.

Maria D’Avalos nella tradizione popolare. Un quadro esposto nella chiesa di San Domenico maggiore raffigura Maria in
abito verde, alta capelli biondi avvolti da un velo scuro, mani affusolate che stringono un libricino di preghiere, occhi neri
e profondi. Ci sarebbe stato un primo tentativo di combinare il matrimonio tra Carlo e Maria ma il papa avrebbe negato la
dispensa necessaria in quanto cugini di primo grado. Maria invece sposa Federico Carafa ma dopo soli tre anni, nel 1578,
rimane improvvisamente vedova e con due figli, Federico e Beatrice Carafa. La gente mormora su questa morte
improvvisa. Il fratello del padre, Carlo D’Avalos si dichiara “attonito” per una morte così improvvisa di un giovane
“prosperoso” in piena salute e senza alcun male apparente. Silvio ed Ascanio Corona, approfittando dell’anonimato, con un
testo che ebbe larga fortuna,”Successi tragici ed amorosi occorsi a Napoli”raccolgono un bel po’ di spazzatura su Maria
che solo perchè bella viene imprigionata nel clichè della donna ammaliatrice e peccaminosa, una sorta di mantide
religiosa.Una costruzione che si poggia solo sui si dice della tradizione popolare non può assurgere a valore di storia,
eppure su questa linea si sono affastellati una serie di particolari ora osceni ora scabrosi che pur non potendo ignorare,
decisamente respingiamo non in nome della morale, ma del buon senso. Maria D’Avalos fa ritorno a Napoli ma solo per
poco. Forse i D’Avalos sono in un momento di difficoltà economica e vogliono risollevarsi con qualche buon partito : Non
solo si sposerà Maria con Alfonso Gioieni, ma anche suo fratello Alfonso con Margherita Gioieni. Insomma un doppio
matrimonio forse per risparmiare sulle doti che vennero compensate. Ma i D’Avalos come il loro castello ad Ischia non
avevano una buona sorte ed inizia una serie di disgrazie. Prima Alfonso e poi Maria, siamo nel 1586, restano entrambi
vedovi. Alfonso il marito di Maria aveva solo 20 anni quando morì molto prematuramente rispetto alla durata della vita
media di un cavaliere o di un blasonato dell’epoca che non superava, come fa osservare Borzelli i trentacinque anni. Le
corazze di ferro brunito foderato di martore e zibellino ,“le fatiche della guerra, le ferite curate con salassi e veleni della
tavola contribuivano ad accorciare l’esistenza dei signori”. Maria oltre alla vedovanza ha dovuto sopportare anche la morte
dei due figli di primo letto. Beatrice muore per un’emorragia causata la prima notte del matrimonio dal brutale marito.
Nonostante tutto Maria col suo sguardo profondo e il suo volto dal candore diafano come di porcellana conquista Napoli.
E’ un innamoramento generale a cui non sfugge il cugino Carlo e quello che non si era potuto realizzare si realizza ora con
tutto lo sfarzo possibile ed immaginabile adeguato all’importanza delle due famiglie. Sono tre giorni e tre notti di una festa
che resterà impressa nell’immaginario collettivo. Conosciamo anche i regali di nozze che i due sposi ricevono: tondo di
perle 49 e smeraldo della rocca vecchia del valore di 1.600 ducati, una mezzaluna di diamanti con tre perle del valore di
1000 ducati, un’aquila di smeraldo e rubini e in aggiunta la contea di Conza. La luna di miele durò poco, troppo poco.
Carlo ritorna alla sua antica passione e lascia che Maria frequenti i salotti buoni della città. In cuor suo forse è anche
lusingato del fascino che sua moglie di sei anni più anziana di lui e che gli ha dato il tanto atteso erede, sa emanare attorno
a sé. Si tratta di una finzione artistica, una sublimazione del reale. Diciamola pure per intero: una pulsione sessuale
nobilitata ed ammessa dalla convenzione fin dai tempi di Dante. Anche lo Zio Giulio ne aveva fatto la sua Calliope, un pò
meno il suo infido segretario, o previtariello, acquistato nei vicoli di Napoli sottraendolo a dei genitori che ne avevano
accentuato la deformità facendolo dormire in una cassettina di legno. I Corona velenosi come al solito riferiscono che lo
zio era un frequentatore assiduo di bordelli e proprio qui apprendesse la notizia che ormai era sulla bocca di tutti.
Improvvisamente agli occhi del lascivo Giulio si materializzò una figura diversa da quell’ideale che si era formato. O
previtariello nascosto dietro una tenda, dovette assister ai turpi tentativi di Giulio che umiliato ed offeso per il rifiuto non
risparmiò la nipote di epiteti ingiuriosi. Il nano raccontò tutto al suo signore che ormai non poteva fingere di non sapere o
di non aver capito. Doveva necessariamente vendicare l’offesa subita e l’onore offeso e di sua mano, in maniera esemplare.
Maria non lo sapeva, ma era già morta. La mano di Carlo che si alza contro di lei, la modalità dei colpi inferti sul volto
sono carichi di una brutalità in cui si condensano una molteplicità di sentimenti contrastanti su cui c’è ben poco da dire
senza cadere nello psicologismo. Sugli altri particolari, macabri del corpo di Fabrizio dilaniato dalla folla e di quello di
Maria abusato da un monaco prima della sepoltura o quello ancora più assurdo che Carlo avesse ucciso anche un altro
bambino, frutto della colpevole relazione di Maria diciamo: no grazie ne abbiamo abbastanza sarebbe meglio utilizzare il
nostro tempo per capire che cos’è il madrigale e la musica dodecafonica.

LA STREGA DI GESUALDO

La Strega di Gesualdo In un antico documento, seppellito presso l'Archivio di Stato di Napoli si


racconta di tal Aurelia d'Errico condannata per stregoneria.
si legge:

“S’e’ formata l’inquisitione contro Aurelia d’Errico di Gesualdo de li poculi amatorij dati a bere al signor prencepe di
Venosa el altre fatture fatteli”

E’ l’anno 1603, il 18 agosto, siamo a Montemarano, tra noceti e nocelleti, un posto dove la cosiddetta “fattura” e’ di casa.

Gesualdo e’ sotto la giurisdizione feudale di


Carlo Gesualdo principe di Venosa.

Quel tal principe che poi in seguito fara ammazzare, il 16 ottobre 1590,
la sua consorte, Maria d’Avalos adultera da tempo ed il di lei amante Fabrizio Carafa, espiando nel suo castello di
Gesualdo temendo la vendetta dei parenti dei due adulteri, ma presto verra’ perdonato dalla legge.

Veniamo invece ad Aurelia, che utilizzando elementi naturali, riesce a concupire il principe.

Il processo si svolge davanti al magistrato del tribunale feudale.

La donna per circa dieci anni ha avuto una relazione con il principe di Venosa.

Il nobile si e’ sposato e l’ha lasciata, cosi’ Aurelia giura eterna vendetta.

Il tribunale l’accusa di stregoneria, di


“aver dato a bere il suo sangue menstruo al prencipe”.

Le tecniche della fattura, secondo una deposizione ottenuta sotto tortura:

Aurelia aveva “pigliato” una fella (offella) di pane et l’ahueua posta dentro la natura sua et untata de quel seme l’haueua
data a mangiare in salsa”

I testimoni, riferiscono poi che la donna avrebbe sentenziato:


“il prencipe mio sara’ dalla cintura a bascio lo mio, et da la cintura ad alto de la principesa
quale solo basij ne potra’ hauer”.

Il principe comincia sentirsi male, e secondo le credenze mediche del tempo miste alla superstizione popolare e le
convenzioni culturali dell’epoca che associa il sangue mestruale al veleno che se non si interviene in tempo conduce la
persona alla morte sicura, quattro medici immediatamente sottoscrivono quella deposizione.

“dicono anco che giudicano l’indisposizione del principe esser soprannaturale causata da bevande noiose et altre fatture
poiche’ tanti rimedi naturali appropiatoli non hanno giouatone giouano et che cossi’ dimostano li
sintomi”.

La diabolica donna rafforza l’ammaliamento con altri sturmenti malefici: le statuette trafitte con chiodi e spilli, “un masco
trovato sotto terra auante la portella del castello per doue passaua il prencipe, due ferri con certe monetelle di piumbo
dentro un pertuso nel muro del castello, e dentro il masco erano capelli, ungue di morti, et altre forfanterie“:

Sotto un’atrocissima tortura, Aurelia e’ costretta a confessare “hauer dato a bere il menstruo, dato a mangiar la fella del
pane, azzuppata del seme del modo ut supra et fatto tutte supradette fatture”.

Non ci e’ dato sapere come finira’ i suoi giorni Aurelia, - il conflitto di competenza giurisdizionale tra le autorita’
ecclesiastiche (il tribunale diocesano di Avellino) e quella civile (il tribunale feudale) dovette sensibilmente ritardare la
sentenza del processo e la sua esecuzione.

Il documento apre una finestra su come era il mondo nel Mezzogiorno seicentesco.

La superstizione ed il confine tra la scienza e la magia, un intreccio tra la fattura, l’empieta’, l’eccesso e la trasgressione
sessuale.