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Il primo dopoguerra in Italia

L’avvento del Fascismo

Il periodo che seguì la fine della Prima guerra mondiale viene


conosciuto come “Primo Dopoguerra”.
La fine del conflitto mondiale aveva ridisegnato la geografia
dell’Europa e lasciato dieci milioni di morti sulle trincee di tutto il
mondo e lasciato nazioni con grandi difficoltà economiche. Le
industrie che avevano prodotto materiale bellico durante la Grande
guerra dovevano essere riconvertite mentre il bilancio pubblico era
stremato da un indebitamento vertiginoso. Il dopoguerra fu
caratterizzato da un forte malessere sociale aggravato da
un’elevata inflazione. Le dure sanzioni poste alla Germania al
termine della Prima guerra mondiale e le condizioni di molte
nazioni, furono le condizioni di base che permisero il nascere di
regimi totalitari nel cuore dell’Europa: il fascismo in Italia, il
nazional-socialismo o nazismo in Germania, il franchismo in
Spagna.
In Italia il ritorno alla pace fu reso più difficile da numerosi
problemi: uno di questi consisteva nel malcontento per l’esito dei
trattati di pace che contrariamente agli accordi del Patto di Londra
non avevano portato all’Italia la Dalmazia e la città di Fiume.
Anche il tentativo dello scrittore e poeta Gabriele D’Annunzio
che, in nome del più convinto nazionalismo, aveva occupato con
alcuni volontari, in modo del tutto arbitrario, la città di fiume,
aveva dimostrato che lo Stato italiano era troppo debole per
imporre con chiarezza la propria linea politica. Questa situazione
aveva diffuso l’opinione che per l’Italia si fosse trattato di una
vittoria mutilata. Inoltre la crisi economica che aveva investito il
Paese aveva contribuito a generare il grave fenomeno
dell’inflazione; i reduci di guerra non riuscivano a trovare un
posto di lavoro; i contadini e i braccianti non avevano ottenuto la
terra come era stato loro promesso; gli operai chiedevano la
riduzione a otto ore della giornata lavorativa; la disoccupazione
minacciava molti strati della popolazione poiché la ripresa
industriale stentava a decollare.
A seguito di questa situazione, gli anni compresi tra il 1919 e il
1921, furono definiti “biennio rosso”, perché dominata dalla
propaganda della Sinistra che, attraverso i consigli di fabbrica, e le
manifestazioni che inneggiavano alla forza della classe lavoratrice,
proponeva una serie i cambiamenti come quelli avvenuti in
Russia. La classe dirigente era preoccupata da questo “pericolo
rosso”, che però non si rivelò mai troppo incisivo a causa della
spaccatura della Sinistra: infatti il maggiore partito della Sinistra,
il Partito Socialista, fondato da Filippo Turati nel 1892, era diviso
nelle sue posizioni tra riformisti, che richiedevano il cambiamento
attraverso una politica di riforme, e i massimalisti, che
richiedevano più immediati cambiamenti e in tempi più brevi.
Infine dallo stesso Partito Socialista si distaccò, nel 1921, per
iniziativa di Antonio Gramsci, il Partito Comunista Italiano.
Nelle elezioni del 1919 svoltesi con il sistema proporzionale, in
base al quale il numero dei seggi venivano distribuiti
proporzionalmente tra i partiti che avevano ricevuto il più alto
numero di voti, i seggi in parlamento andarono , oltre che al
Partito Socialista e a quello Comunista, anche al Partito Popolare,
fondato nello stesso 1919 da un sacerdote italiano Don Luigi
Sturzo, che raccoglieva i voti dei Cattolici ufficialmente tornati ad
occuparsi di politica e a riconoscersi in un unico partito.
Infine 35 seggi andarono ai Fasci Italiani di combattimento,
fondati da Benito Mussolini nel 1919, destinati a diventare, nel
1921,Partito Nazionale Fascista.
L’incertezza politica del momento consentì l’affermazione del
Fascismo:Il movimento nacque a Milano nel 1919 e si
caratterizzava per l’assenza di un’ideologia chiara e coerente e per
la straordinaria violenza con cui vere e proprie squadre di
combattimento attaccavano gli operai che scioperavano per i
propri diritti o distruggevano le sedi dei lavoratori. La loro azione
non venne subito fermata perché considerata dalle classi borghesi,
che temevano la reazione degli operai, come un mezzo per
fermare i continui scioperi, e le numerose manifestazioni. Infatti
in un primo tempo l’azione delle squadracce venne considerata la
manifestazione transitoria di irrequietudine giovanile. Il
programma dei Fasci di combattimento prevedeva l’istituzione di
un governo repubblicano ma con l’abolizione del Senato, il
suffragio universale, con il voto alle donne e agli elettori dai 18
anni di età, la giornata lavorativa a otto ore, i minimi salariali,
l’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie della gestione di
industrie o servizi pubblici, la modificazione del progetto di legge
di assicurazione sull’invalidità e sulla vecchiaia, abbassando il
limite di età proposto attualmente da 65 a 55 anni. Con queste
premesse il capo dei Fasci, Mussolini, il successivo 28 ottobre
1922 organizzò la cosiddetta “marcia su Roma” con cui le squadre
fasciste provenienti da tutta Italia si ritrovarono nella capitale. Il re
rinunciò a mandare contro Mussolini l’esercito ma gli diede
invece l’incarico di formare un governo. Da subito il nuovo capo
del governo poteva contare sull’aiuto delle classi borghesi e degli
industriali, ma di fatto il governo da lui istituito divenne
espressione del solo Partito Fascista, come erano stati ribattezzati i
Fasci di combattimento.
Nelle elezioni del 1924 il successo del Partito Fascista fu
schiacciante. Il deputato socialista Giacomo Matteotti, che ebbe
il coraggio di denunciare in Parlamento i brogli elettorali, le
minacce, le violenze e le intimidazioni delle squadre di cui ancora
Mussolini si serviva durante la campagna elettorale, venne rapito e
poi trovato ucciso. All’annuncio in Parlamento dell’omicidio di
Matteotti, Mussolini ammise le responsabilità sue e del Partito
Fascista, ma si disse convinto di tali violenze per l’affermazione
del nuovo governo. Ormai era la prova che le istituzioni non
avevano più alcuna autorità. Tra il 1925 e il 1926 il governo varò
le prime limitazioni delle libertà di associazione e di stampa.
Con una serie di leggi dette “fascistissime” aveva ormai fine lo
Stato Liberale, ma si affermava lo Stato Totalitario: il Parlamento
di fatto vedeva limitati i propri poteri a vantaggio dei poteri di
Mussolini che era a capo di una dittatura con l’appellativo di
“duce”. Da duce, cioè da comandante, Mussolini inserì i suoi
uomini in tutti gli apparati dello Stato, reintrodusse la pena di
morte, soppresse la stampa antifascista, sciolse tutte le
associazioni di lavoratori e tutti i Sindacati ad eccezione di quelli
fascisti, istituì un Tribunale Speciale per la difesa dello Stato,
fondò l’O.V.R.A. (Organizzazione per la Vigilanza e la
Repressione dell’Antifascismo), una specie di polizia speciale,
istituì le corporazioni, organizzazioni di lavoratori e di datori di
lavoro che avevano lo scopo di avvicinare tra loro le classi sociali
e di fatto di controllare eventuali oppositori al regime, infine
istituì la “battaglia del grano”, allo scopo di adeguare la
produzione nazionale di cereali ai bisogni alimentari del Paese,
evitando di ricorrere alle importazioni. Nel 1928 sempre per
diminuire le esportazioni e stimolare la produzione nazionale,
iniziò un programma di bonifiche di terreni paludosi e avviò una
convincente politica del consenso attraverso gli incentivi per
l’aumento della popolazione e la nascita di attività di
socializzazione per bambini, ragazzi, donne e lavoratori. Infine,
consapevole dell’importanza dei voti cattolici, sanò una volta per
tutte i rapporti tra Stato e Chiesa con i Patti Lateranensi nel 1923,
quando era papa Pio XI, che sancirono il rispettivo riconoscimento
dello Stato di Città del Vaticano da parte dello Stato Italiano e del
Regno d’Italia da parte della Chiesa. Inoltre la dottrina cattolica
era riconosciuta come una religione di Stato. L’affermazione del
regimi era chiaramente avvenuta, destinata a durare per il
cosiddetto ventennio: Mussolini con il consenso del Re e del
Parlamento. Chiunque osasse contravvenire alle imposizioni del
regime fascista rischiava la prigione o il confino lontano dalla
propria città di origine o la condanna a morte: questo destino toccò
a convinti antifascisti tra i quali anche Antonio Gramsci.