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A

Marco Tullio Cicerone


Pro Caecina
traduzione e introduzione di
Alessandro Natucci
Fabia Zanasi

note a cura di
Alessandro Natucci
Copyright © MMXIV
ARACNE editrice S.r.l.

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via Raffaele Garofalo, /A–B


 Roma
() 

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I edizione: maggio 


Indice

7 Introduzione
La vicenda e il testo dell’orazione, 7 – Lo stile adottato da Cicerone,
13 – I personaggi dell’orazione, 20

31 Pro Caecina

155 Note

5
Introduzione

La vicenda e il testo dell’orazione

Nel 1417, presso il monastero cluniacense di Langres, l’u-


manista Poggio Bracciolini ritrovò il manoscritto della Pro
Caecina, che trascrisse per i propri amici. Redatta attorno al
69 a.C., al tempo dell’edilità di Cicerone, quest’opera non
ebbe particolare rilevanza nelle citazioni degli autori classici.
Ma l’importanza dell’opera non sfuggì a Quintiliano, ossia
al maggiore critico letterario di Roma (e oratore egli stesso)
che, in più luoghi della sua Institutio oratoria, espressamente
fa riferimento ad essa con accenti indubbiamente elogiativi1.
Una preziosa testimonianza riguardante la Pro Caecina ci
viene, del resto, dallo stesso Cicerone, il quale nell’Orator (29,
102), afferma: «spiegai con precise definizioni le questioni
involute, sostenni la grandezza del diritto civile, distinsi le

1  Alla considerazione largamente positiva di Quintiliano fa riscontro il giu-


dizio non proprio generoso di Tacito, il cui stile contrastava troppo con quello
di Cicerone, e che non era forse amante delle sottigliezze del diritto civile. Egli
trovava intollerabili le smisurate tortuosità sull’eccezione e sulla formula, che si
leggono nella Pro Tullio o nella Pro Caecina: «Quis de exceptione et formula perpetie-
tur illa immensa volumina, quae pro M. Tullio aut Aulo Caecina legimus?» (Dialogus de
Oratoribus, 20, 21).

7
8 Introduzione

espressioni ambigue»2.
Non è certamente poco quanto si deve a Cicerone, se si
pensa che l’interpretazione del diritto potrebbe con ragione
essere concepita, da un certo punto di vista, come «l’arte del
definire».
La vicenda, che costituisce la trama della Pro Caecina di
Cicerone si svolge tra la fine degli anni 90 e il 70 a.C., nel
periodo di sconvolgimento sociale e di violenza che accom-
pagna e segue la guerra civile tra Mario e Silla.
Un distinto banchiere di Tarquinia, l’argentarius Marco
Fulcinio, sposa la conterranea Cesennia, di nobile famiglia
etrusca. Preoccupato per la salvaguardia della dote di lei,
rappresentata da somme di danaro, egli la investe nell’acqui-
sto di terreni, ubicati nella campagna di Tarquinia. Qualche
tempo dopo, cessata l’attività di banchiere, Fulcinio acquista
alcuni poderi, in parte confinanti, in parte vicini alla proprie-
tà di sua moglie, poderi che costituiranno il c.d. fondo Ful-
cinianus, oggetto della controversia sulla quale s’incentra la
causa trattata nella presente orazione.
Di lì a poco egli muore; nel suo testamento ha istituito
erede il figlio avuto da Cesennia, Marco Fulcinio, lasciando
l’usufrutto di tutti i beni alla moglie, perché possa goderne
insieme al figlio. Quest’ultimo, tuttavia, poco dopo aver
raggiunto la pubertà, muore a sua volta; nomina erede (ve-
rosimilmente fiduciario) il parente Publio Cesennio e lascia
in legato a sua moglie una grande somma di danaro e alla
madre, Cesennia, una parte anche maggiore dei restanti
beni.
Diventa necessario dividere l’eredità, alla quale, come si è
detto, partecipano, oltre all’erede Publio Cesennio, la moglie

2  «Tota mihi causa pro Caecina de verbis interdicti fuit: res involutas definiendo
explicavimus, ius civile laudavimus, verba ambigua distinximus».
Introduzione 9

di Marco Fulcinio e la madre Cesennia, in qualità di legata-


rie. Stabilita la vendita all’asta (auctio hereditaria), Cesennia si
fa assistere da un tale Sesto Ebuzio, cittadino tarquiniese di
origine italica (più propriamente osca). Ebuzio, il quale, nella
causa, oggetto dell’orazione dell’Arpinate, rappresenterà il
contraddittore del cliente di Cicerone, viene descritto come
un piccolo affarista, fornito di qualche cognizione giuridica,
che cerca di avvantaggiarsi, intromettendosi e dandosi da fa-
re, in particolare con le vedove, titolari (come nel caso di
Cesennia) di solidi patrimoni. Nella divisione ereditaria, Ce-
sennia, donna avveduta e lungimirante, nonostante la paten-
te di una certa ingenuità, attribuitale da Cicerone, pensa di
comperare il fondo Fulciniano, contiguo alla sua proprietà,
del quale aveva ricevuto l’usufrutto dal primo marito. Dà
l’incarico di acquistare il fondo ad Ebuzio. Questi si presenta
all’asta, fa l’offerta al banchiere, al quale è affidata la proce-
dura di divisione, e il fondo viene aggiudicato ad Ebuzio, il
quale si obbliga a pagare il prezzo dell’acquisto. La somma
viene versata da Cesennia per mezzo di Ebuzio, il quale tut-
tavia, secondo la ricostruzione di Cicerone, trafuga i registri
della donna, tenendo a sua disposizione, con la probabile
complicità del banchiere, i registri di quest’ultimo, nei quali
la somma di danaro pagata è registrata come ricevuta in pre-
stito da Ebuzio e restituita da costui. Cesennia, tuttavia, non
si cura affatto né dei registri, né del procedimento di acquisto
del fondo, confidando, non solo nel prestigio che le viene
dal nome e dai beni che possiede, di gran lunga superiori ri-
spetto al patrimonio di Ebuzio, ma anche, in definitiva, nella
buona fede di quest’ultimo. Prende dunque possesso del fon-
do e lo dà in affitto ad un colono; e poco tempo dopo sposa,
in seconde nozze, Aulo Cecina, nobile etrusco, originario di
Volterra, studioso di aruspicina e politicamente vicino a Ci-
cerone e alla parte degli ottimati. Anche Cesennia, tuttavia,
10 Introduzione

viene prematuramente a morte e, nel suo testamento istitu-


isce erede, per la quasi totalità dell’asse, il marito A. Cecina,
lasciando “una briciola di eredità”3 allo stesso Ebuzio, in ri-
compensa dei servigi resi. Ma costui, come dice Cicerone, si
aggrappa al settantaduesimo di eredità ricevuto da Cesennia,
per ottenere quanto più è possibile del patrimonio di lei. In
primo luogo contesta l’istituzione ereditaria di Cecina, in
quanto egli non avrebbe goduto degli stessi diritti civili degli
altri cittadini, a causa della sconfitta dei Volterrani nella guer-
ra civile e dei provvedimenti legislativi presi a tale riguardo
da Silla. Cecina, dal canto suo, nell’intento di evitare fastidi
giudiziari, offre ad Ebuzio quanto voglia (evidentemente nei
limiti della decenza) del patrimonio ereditario. Ma Ebuzio
rifiuta ogni composizione pacifica e pretende, al contrario,
di essere il proprietario del fondo Fulciniano, affermando di
averlo acquistato per suo conto e con danaro proprio, come
in effetti risulta dai registri dell’argentarius; e ciò, nonostante
il fondo Fulciniano fosse stato posseduto da Cesennia per
ben un quadriennio (due anni in più del tempo necessario ad
usucapire) e nonostante Cecina non solo fosse subentrato,
come afferma Cicerone, nel possesso di Cesennia a titolo di
erede, e si fosse poi comportato come possessore nei rappor-
ti con il colono.
La contestazione di Ebuzio sfocia in una causa possesso-
ria, che prelude ad un procedimento di rivendica. Al pro-
cedimento possessorio è preliminare, peraltro, un istituto
consuetudinario, del quale abbiamo notizia solo grazie a Ci-
cerone, nell’orazione a favore di Cecina, e in quella, di poco
precedente, Pro Tullio: la deductio quae moribus fit, o vis ex con-
ventu, ossia una finta violenza attuata ai danni del possessore

3  «Aebutio sextulam aspergit.», Pro Caecina, VI, 17.


Introduzione 11

(che nella fattispecie era Cecina), necessaria a stabilire i ruoli


di attore e di convenuto, che avrebbero rivestito le parti nel
procedimento possessorio.
Nel giorno scelto d’accordo tra Cecina ed Ebuzio, in cui
avrebbe dovuto avere luogo la procedura convenuta della
finta violenza, Cecina si reca con gli amici nel villaggio di
Assia (in castellum Axiam), dal quale il fondo Fulciniano non
è molto distante. Ma, anziché aver luogo la simulata violen-
za, Ebuzio si presenta con un manipolo di uomini armati e
minaccia Cecina della vita, se questi oserà entrare nel fondo
in contestazione. Cecina, con gli amici, non volendo dare
credito alle apparenze di una vera e propria violenza, si diri-
ge tuttavia verso il fondo; ma, quando sta per mettervi piede,
un palese attacco a mano armata di uno schiavo di Ebuzio,
tale Antioco, e dei suoi compagni, lo costringe ad indietreg-
giare, cedendo alla violenza di Ebuzio.
In tal modo essendo svoltisi i fatti, il pretore Publio Do-
labella emette l’interdetto «riguardante la violenza esercitata
con uomini armati» (de vi hominibus armatis), senza eccezione
alcuna, perché il ricorrente (Cecina) sia reintegrato nel luogo
dal quale era stato espulso. Ebuzio afferma (falsamente) di
averlo reintegrato e scambia con Cecina “la promessa di rito”,
ossia una duplice sponsio, in base alla quale vincerà il proces-
so, e otterrà la somma convenuta, colui che avrà affermato il
vero. La causa verrà portata dinanzi a un collegio di giudici,
detti recuperatores, o reciperatores, incaricati di istruire il pro-
cesso e di emanare la sentenza. E il processo tra A. Cecina,
assistito da Cicerone, ed Ebuzio, difeso da C. Pisone, essendo
pacifici i fatti, per la deposizione sostanzialmente concorde
dei testimoni dell’una e dell’altra parte, verterà essenzialmen-
te sul punto di diritto, se possa dirsi spossessato (con la violen-
za armata) colui che non è stato scacciato materialmente dal
fondo contestato, ma al quale è stato impedito di accedervi.
12 Introduzione

L’orazione in favore di Cecina è distinta nelle consuete


fasi dell’exordium (I–III), in cui vengono subito introdotte
le due parti in contrasto, il volterrano Aulo Cecina e Sesto
Ebuzio. Cicerone focalizza immediatamente l’attenzione dei
giudici sul ritratto dell’avversario, delineandone i connotati
di audacia e impudentia: sono queste, infatti, le parole chiave
che, dando l’avvio all’orazione, mediante la figura etimolo-
gica, con la loro riproposizione dal nominativo al dativo, cul-
mineranno nella caratterizzazione di un individuo rivelatosi
audax, nelle sue azioni violente perpetrate nella campagna di
Castel d’ Asso, e impudens in tribunale, al punto da ammet-
tere, senza scrupolo alcuno, di avere commesso la violenza
imputatagli. Gli antefatti, di cui si è già dato conto all’inizio,
formano il contenuto della narratio (IV–VIII), che termina
con l’invito, rivolto da Cicerone ai recuperatores, a giudica-
re sulla validità della sponsio, formulata reciprocamente dai
contendenti. Nella refutatio (IX–XXXV), che costituisce il cor-
po centrale della difesa, è dibattuto essenzialmente il punto
di diritto, se — come si è detto — possa dirsi spossessato
colui che non è stato materialmente cacciato dal fondo, ma
al quale è stato impedito di accedervi. Tale questione cen-
trale è affiancata poi da molte altre, di diritto privato e co-
stituzionale: che cosa s’intenda per violenza, e in particolare
per violenza armata; se l’erede (Cecina) possa aver conse-
guito, ex successione, il possesso di cui già godeva il testatore
(la moglie Cesennia); come debbano intendersi i provvedi-
menti legislativi, nella fattispecie la legge Sillana a carico dei
Volterrani che avevavo tolto a questi cittadini la libertà e la
cittadinanza, e quindi la capacità di ricevere per testamento.
Verrà in particolare sostenuta da Cicerone, con abbondanza
di argomenti e con uno spirito filosofico e culturale, che se-
gna l’ingresso del mondo giuridico romano nella fase della
piena maturità, l’importanza determinante della ratio legis di
Introduzione 13

fronte al valore tradizionale (ma non più consono ai tempi)


dei verba, fulcro dell’interpretazione quasi sacrale, alla quale
era ispirato il primo diritto romano. Vanno infine ricordate
le affermazioni di Cicerone, che riguardano la difesa appas-
sionata del diritto di proprietà, fondamento dell’ordine socia-
le, la condanna della violenza, la peggior nemica del diritto, e
soprattutto la lode del diritto civile — garanzia dell’interesse
generale — del quale Cicerone tesse, secondo le parole del
Pothier, uno splendido elogio. Il quale costituisce non certo
l’ultimo dei motivi, che rendono così avvincente e così attua-
le, l’orazione ciceroniana in difesa di Cecina.
La peroratio (XXXVI), con brevissimo epilogo, conclude
l’orazione, contrapponendo, come nell’exordium, le fisio-
nomie dei contendenti: Cecina, l’uomo contraddistinto da
“singulari pudore, virtute cognita et spectata fide”, avversato da
Ebuzio, che ammette, sfrontatamente, d’essersi valso della
violenza per impedire l’accesso al fondo.

Lo stile adottato da Cicerone

Come viene precisato dallo stesso Cicerone, la stesura della


Pro Caecina rispecchia la scelta dello stile humile che lascia
ampio margine al ricorso di frasi semplici e di formulazioni
esplicative, atte a chiarire la personale interpretazione di una
materia assai controversa sul piano giudiziale4.
Periodare breve e prevalenza dello stile paratattico sono
le armi dell’ oratore, allorché sintetizza avvenimenti acca-
duti in rapida sequenza, ad esempio, per documentare le
operazioni compiute da Ebuzio nel momento dell’acquisto

4  Cfr. J. C. Davies, Some Observations on the Early Development of Cicero’s Plain


Style, in Latomus, T. 29, Fasc. 3, Societe d’Etudes Latines de Bruxelles, 1970.
14 Introduzione

del fondo: «Aebutio negotium datur. Adest ad tabulam, licetur


Aebutius; deterrentur emptores multi, partim gratia Caesenniae,
partim etiam pretio. Fundus addicitur Aebutio; pecuniam argenta-
rio promittit Aebutius.» (VI, 16). Ma nell’ambito del medesimo
paragrafo si registra poi una rapida impennata dell’architet-
tura sintattica, perché il complesso gioco delle dipendenze
tra le subordinate rispecchia, come dimostra la trascrizione
del passo in analisi, una sorta di raggiera tentacolare attorno
ad un sintagma di rilevante spicco: pecunia Caesenniae.

Quasi vero aut nos ei negemus addictum aut tum quisquam fuerit / qui
dubitaret / quin emeretur Caesenniae, / cum id plerique scirent, / omnes
fere audissent, / si qui forte non audissent, / hi coniectura adsequi pos-
sent, / cum pecunia Caesenniae ex illa hereditate deberetur, / eam porro
in praediis conlocari / maxime expediret, / essent autem praedia / quae
mulieri maxime convenirent, / ea venirent, / liceretur is / quem Caesen-
niae dare operam nemo miraretur, / sibi emere / nemo posset suspicari.

Nel testo scritto, il ricorso alle modulazioni dell’ipotas-


si diviene dunque l’espediente principe, per tradurre l’en-
fasi dei tratti espressivi proferiti durante l’actio. Il graduale
bilanciamento di paratassi e ipotassi unitamente alle figure
di suono come l’omoteleuto (distrahendarum controversiarum
aut puniendorum maleficiorum, II, 6) contribuiscono inoltre a
quell’effetto di concinnitas che è stilema precipuo dell’elabo-
rato ciceroniano.
La perspicuitas, atta a docere e probare, si vale di moduli
affini a quelli della conversazione: ridondanza di pronomi (in
particolare iste per indicare Ebuzio); ricorso all’ amplificatio
(non enim sum passus in fundum ingredi, sed armatos homines
opposui, XI, 31); asindeto per dare intensità (convocavi homines
coegi, armavi, IX, 24).
L’impiego del sottocodice tratto dalla vita militare ben si
addice a rispecchiare l’immagine dell’avversario, quale uomo
Introduzione 15

aggressivo e violento (quivis unus cum scuto et gladio impetum


in me fecisset, XXII, 62; hic est mucro defensionis tuae, XXIX, 84).
Conoscitore della psicologia degli individui, Cicerone
dipinge la condizione del suo assistito in relazione ad un
contesto ampliato, per renderne condivisibili le più intime
emozioni: alla concretezza della violenza fisica messa in atto,
affianca pertanto l’evocazione del turbamento determinato
dalla sola minaccia del pericolo di morte, tratteggiato in mo-
do magistrale, mediante un alternarsi di situazioni che esplo-
rano sia gli stati d’animo degli eserciti, sia dell’uomo comune
(At exercitus maximos saepe pulsos et fugatos esse dico terrore ipso
impetuque hostium sine cuiusquam non modo morte verum etiam
volnere, XIV, 41; non ea sola vis est quae ad corpus nostrum vi-
tamque pervenit, sed etiam multo maior ea quae, periculo mortis
iniecto formidine animum perterritum loco saepe et certo de statu
demovet, XV, 42; si non solum impulsu scutorum neque conflic-
tu corporum neque ictu comminus neque coniectione telorum, sed
saepe clamore ipso militum aut instructione aspectuque signorum
magnas copias pulsas esse et vidimus et audivimus, XV, 43).
Nel testo compare anche un passaggio dallo stile humile
a quello aequabile con la finalità di delectare i recuperatores du-
rante una digressione riguardante l’importanza dello ius civile
(XXVI): il fraseggio si vivacizza nel contrappunto delle inter-
rogative, cui seguono immediate risposte congeniali a ribadire
verità fondanti consegnate dalla tradizione, che ciascuno è te-
nuto a conservare, alla stregua della propria eredità familiare;
l’appello agli interlocutori si fa dunque pressante, come attesta
il ricorso all’imperativo: “Mihi credite”. Anche le figure retori-
che divengono elemento necessario, per sottolineare l’inviola-
bilità del diritto civile: la climax ascendente (neque inflecti gratia
neque perfringi potentia neque adulterari pecunia possit) acquista la
solennità di una sentenza scolpita in un ritmo tripartito.
L’orazione, che ha preso le mosse dalla contrapposizione
16 Introduzione

dei dati antropologici e morali dei due contendenti, si chiude


ad anello con l’enumeratio riassuntiva delle loro prerogative,
implicando che l’agire umano è sempre riflesso dell’animo
e dell’ insito grado d’onestà di ciascuno. Tempora, confessio,
decisio e ratio sono infine le parole chiave conclusive, atte ad
orientare la decisione dei giudici: tempora rimanda ad una
condizione generale dello Stato minacciata dalla violenza;
confessio sottolinea il riconoscimento da parte dello stesso
convenuto dell’aggressione perpetrata; decisio allude alle di-
mostrazioni argomentate da Cicerone; ratio ripropone l’in-
tenzione e la ratio dell’interdetto emanato dal pretore.
Ulteriori elementi d’analisi in merito alla Pro Caecina sono
indicati nell’opera di Quintiliano, Institutio oratoria, riportati
negli schemi di seguito forniti.5678910111213141516

Argumenta Prove argomentative


Divisio Divisione

Tutius quod Cicero pro Caecina facit, Più sicuro ciò che fa Cicerone nella Pro
cum interrogat, si haec actio non sit, Caecina, quando chiede: se questa non è
quae sit5. (V, 10, 68) una causa, che cos’è?
adposita vel comparativa Giustapposti o comparativi

Ex maiore pro Caecina: ‘quod exercitus Dal maggiore (al minore) nella Pro Cae-
armatos movet, id advocationem [togato- cina: “ciò che ha scosso eserciti arma-
rum] non videbitur movisse?’6 (V, 10, 92) ti, non sembrerà aver preoccupato una
schiera di cittadini?”
Ex minore pro Caecina: ‘itane? scire esse Dal minore (al maggiore) nella Pro Cae-
armatos sat est ut uim factam probes, in cina: ‘davvero? Sapere che ci sono uomi-
manus eorum incidere non est satis?’7 ni armati è sufficiente affinché tu provi
(V,10, 93) la violenza fatta, non è sufficiente invece
incappare nelle loro mani?

5 
6 
5  Pro Caecina, 37.
7 
6  Pro Caecina, 43.
8 
7  Pro Caecina, 45.
9 
10 
11 
12 
13 
14 
Introduzione 17

a fictione fittizi

Plurimum ea res virium habet contra Tale cosa [l’elemento fittizio] ha grande
scriptum. Utitur his Cicero pro Caecina: forza contro il testo scritto. Se ne vale
‘Vnde tu aut familia aut procurator tuus. Cicerone nella Pro Caecina: “Donde tu
Si me vilicus tuus solus deiecisset... si  o tutti i tuoi servi o il tuo amministrato-
vero ne habeas quidem servum praeter re. Se solamente il tuo fattore mi avesse
eum qui me deiecerit’, et alia in eodem scacciato …e tu non abbia che il servo
libro plurima8. (V,10, 98) che mi ha scacciato”9 e molti altri nella
medesima orazione.

similitudo vel ex dissimili similitudine o dal dissimile

Illud est adnotandum magis, argumen- Bisogna soprattutto notare che alcune
ta duci ex iure simili [dissimili, quale argomentazioni sono ricavabili da casi
est Ciceronis pro Caecina: ‘ut si qui me giuridici simili […dissimili, come nella
exire domo coegisset armis, haberem ac- Pro Caecina di Cicerone: “se qualcuno
tionem, si qui introire prohibuisset, non mi avesse imposto con le armi di uscire
haberem?10 (V,11, 32–33) da casa, intenterei la causa, se mi avesse
impedito d’entrarvi non l’intenterei?”

8  Pro Caecina, 45.


9  Pro Caecina, 55: l’interpretazione letterale dei termini dell’interdetto (“Unde
tu aut familia tua aut procurator tuus”) implica che la deiectio sia compiuta dalla
familia o dal procurator (XX, 57), risultando invece irrilevante, se compiuta da
qualcun altro o da un servo soltanto; mediante l’argomentazione fittizia Cicerone
vuole vanificare la pretestuosa adesione alla lettera del testo, propugnata dai suoi
avversari, poiché, come aveva già affermato nell’opera filosofica De inventione
(II, 143): “leges in consilio scriptoris et utilitate communi, non in verbis consistere”.
10  Pro Caecina, 34.
18 Introduzione

ridiculum Battute di spirito


Praebet tamen aliquando occasionem Tuttavia qualche volta il caso offre l’op-
quaedam felicitas hoc quoque bene uten- portunità di valersi della battuta, come fa
di, ut pro Caecina Cicero in testem Sex. Cicerone nella Pro Caecina, riferendosi
Clodium Phormionem: ‘nec minus niger’ al teste Sesto Clodio Formione: “né meno
inquit ‘nec minus confidens quam est ille nero” dice “né meno sfacciato di quel te-
Terentianus Phormio’11. (VI, 3, 56) renziano Formione”.

definictiones definizioni

Optimaque est media illa via, qua Ottima è la via intermedia della quale
utitur Cicero pro Caecina, ut res si vale Cicerone nella Pro Caecina, di
proponatur, verba non pericliten- esporre i fatti senza che le parole pre-
tur: ‘etenim, recuperatores, non ea giudichino l’interpretazione: “e infatti,
sola vis est quae ad corpus nostrum recuperatori, non è violenza solo quella
vitamque pervenit, sed etiam mul- che attenta al nostro corpo e alla vita,
to maior ea quae periculo mor- ma anche e molto maggiore quella che,
tis iniecto formidine animum per- istillando il pericolo della morte, spesso
territum loco saepe et certo statu distoglie l’animo atterrito da uno stato di
demovet’12. (VII, 3, 17) sicura certezza”.

Breviter autem pro Caecina Cicero initia Ma nella Pro Caecina, brevemente, Cice-
causas effecta antecedentia consequentia rone ha ricostruito gli inizi, le cause, gli
complexus est: ‘Quid igitur fugiebant? effetti, gli antefatti e gli eventi seguenti:
Propter metum. Quid metuebant? Vim “pertanto perché fuggivano? Per paura.
videlicet. Potestis igitur principia negare Cosa temevano? La violenza, ovvia-
cum extrema concedatis?’ Sed similitu- mente. Potete pertanto negare le cause,
dine quoque usus est: ‘quae vis in bello se riconoscete le conseguenze?” Ma si è
appellatur, ea in otio non appellabitur?’13 valso anche della similitudine: “Ciò che
(VII, 3, 29) è chiamato violenza in guerra, non sarà
chiamato allo stesso modo anche in pace?

11  Pro Caecina, 27: destare il riso dei giudici sortisce un effetto psicologico
d’indubbia efficacia; talvolta sono i nomi propri ad offrire il destro, per concepire
una battuta di spirito azzeccata e questo vale anche nel caso dei soprannomi,
come accade in riferimento all’argentarius Sextus Clodius, chiamato Phormio,
come il parassita della commedia Terenziana: scuro in volto e non meno sfacciato
del personaggio in questione.
12  Pro Caecina, 42.
13  Pro Caecina, 43.
Introduzione 19

scriptum et voluntas Testo scritto


e spirito della legge

Fieri tamen potest ut ex aliis legibus Può anche accadere di ricavare esempi da
exempla ducamus, per quae appareat altre leggi, in base alle quali risulta che
semper stari scripto non posse, ut Cicero non sempre ci si può attenere alla lettera
pro   Caecina fecit14. (VII, 6, 7) del testo, come ha fatto Cicerone nella
Pro Caecina.

verborum figurae Figure retoriche


Et nostra persona utimur pro aliena, et Ci valiamo della nostra persona al posto
alios pro aliis fingimus. Utriusque rei di un’altra e ci serviamo in modo fittizio
exemplum pro Caecina. Pisonem, ad- di persone diverse in sostituzione di altre.
versae partis advocatum, adloquens Ci- Entrambi gli esempi nella Pro Caecina.
cero dicit: ‘restituisse te dixti: nego me Rivolto a Pisone, avvocato della contro-
ex edicto praetoris restitutum esse’15; parte, Cicerone afferma: “Hai detto d’a-
verum enim est illud: ‘restituisse’ Aebu- vermi restituito il possesso: io nego d’a-
tius dixit, ‘nego me’ Caecina [ex edic- ver ricevuto la restituzione del possesso
to praetoris restitutum esse]; et ipsum in base all’editto del pretore”; veramente:
‘dixti’, excussa syllaba, figura in verbo. Ebuzio ha detto d’aver restituito e Cecina
(IX, 3, 22) ha negato che sia stato restituito il posses-
so in seguito all’editto del pretore; anche
lo stesso ‘dixti’, tolta una sillaba, è figura
di parola.
Etiam ut sint, quod est quartum, mem- Anche se i membri fossero uguali e que-
bris aequalibus, quod ἰσόκωλον di- sta è la quarta forma detta isocolo. ‘Si,
citur. ‘Si, quantum in agro locisque quantum in agro locisque desertis auda-
desertis audacia potest, tantum in cia potest, tantum in foro atque iudiciis
foro atque iudiciis impudentia vale- impudentia valeret’ è un isocolo e ha un
ret’ ἰσόκωλον est et ὁμοιόπτωτον ha- omeoptoto; ‘non minus nunc in causa
bet; ‘non minus nunc in causa cederet’ cederet Aulus Caecina Sexti Aebuti im-
Aulus Caecina Sexti Aebuti impudentiae pudentiae quam tum in vi facienda cessit
quam tum in vi facienda cessit audaciae’ audaciae’ isocolo, omeoptoto, omoteleu-
ἰσόκωλον, ὁμοιόπτωτον, ὁμοιοτέλευτον. to. Da quella figura risulta la grazia con
Accedit et ex illa figura gratia qua nomi- la quale, come dissi, i vocaboli sono ripe-
na dixi mutatis casibus repeti: ‘non minus tuti, mutate le terminazioni: ‘non minus
cederet quam cessit’16. (IX, 3, 80) cederet quam cessit’.

14  Pro Caecina, 51: a Manio Curio era stata lasciata una eredità con la clausola
“in caso di morte del figlio postumo”; poiché il figlio non venne neppure alla luce,
L. Crasso dimostrò che l’intenzione del testatore implicava il lascito allo stesso
Curio, superando pertanto la lettera del testo.
15  Pro Caecina, 82.
16  Pro Caecina, 1.