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La metafisica aristotelico-tomista (Seconda parte)

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October 3, 2015

Emanuele Severino condivide la tesi dei Megarici, discepoli di Parmenide, secondo cui
esistono soltanto enti in atto. Infatti il filosofo accetta totalmente la formulazione
parmenidea del principio di non contraddizione: “l’essere è e il non essere non è”;
tertium non datur. Una cosa o è o non è, e quindi non può essere o non essere; l’ente in
potenza non esiste.

L’essere è sempre in atto, è atto puro, quindi non diviene: è immutabile ed eterno, come
affermava Parmenide, ed è “limitato” soltanto dal nulla, che, in quanto tale, non è
assolutamente.

Severino ha avuto il grande merito di avere affermato la necessità di fondare


metafisicamente il discorso filosofico, tornando alle origini della metafisica, cioè al
pensiero di Parmenide, del quale però non condivide che l’essere, oltre ad essere
immutabile ed eterno, sia uno, implicando il molteplice il non-essere (es.: il libro non è
la penna).

Il filosofo concorda con Platone nel sostenere che il non-essere presente nel molteplice
equivale al concetto di “diverso”: ogni ente è diverso dall’altro, cioè non è un altro ente.
Tutto ciò non implica contraddizione perché significa affermare non l’esistenza del
nulla, ma semplicemente la diversità che si riscontra tra gli enti del mondo.

Il problema è costituito non dal molteplice, ma dal divenire e, specificamente, dal modo
in cui è stato interpretato dalla filosofia occidentale, la quale, secondo Severino, intende
il divenire “come passaggio dal non-essere all’essere e dall’essere al non-essere, da parte
delle cose o di certi aspetti”.

Secondo Severino è stata la filosofia greca che ha affermato, nella storia dell’umanità,
l’esistenza del nulla, per cui gli enti, divenendo, provengono dal nulla e vi ritornano.

Il filosofo scrive in proposito:

“Il pensiero greco ha inteso il divenire come l’ondeggiare delle cose tra l’essere e il nulla,
il loro non essere definitivamente legate né all’essere né al nulla, il loro sporgere
sull’essere, provenendo dal nulla e il loro dissolversi nuovamente nel nulla”.

La filosofia greca avrebbe inaugurato una visione inedita del divenire nella storia della
civiltà occidentale, in base alla quale la nascita e la morte sono interpretate come uscire
dal nulla e ritornarvi.

Scrive Severino:

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“La filosofia greca attribuisce alla nascita e alla morte un senso radicalmente nuovo,
inaudito, appunto, perché per la prima volta il pensiero dell’uomo si rivolge alla
contrapposizione infinita tra l’essere e il niente – cioè alla negatività infinita del niente
– e per la prima volta la nascita appare come lo sporgere dal niente sull’essere e la
morte come il cadere dall’essere nel niente. Nascita e morte, poi, non coinvolgono
soltanto la vita nel suo insieme, ma anche ogni istante della vita. Ogni istante nasce e
muore, emerge dal niente e vi ritorna”.

L’intera civiltà occidentale interpreta il divenire come l’emergere delle cose dal niente e
ritornarvi, “anche quando essa crede di non avere più nulla a che fare con la filosofia […]
greca”.

La morte, di conseguenza, è considerata un evento tragico, poiché viene intesa come il


dissolvimento totale dell’essere umano e il dolore provoca angoscia non soltanto perché
è dolore, “ma anche e soprattutto perché esso è il battistrada della morte. Il volto e la
natura del dolore sono dunque determinati anche, e fondamentalmente, da ciò che
l’uomo pensa della morte. Dal modo in cui si configura questo pensiero è quindi
determinata anche l’angoscia per il dolore”.

Il divenire, inteso come l’uscire dal niente e ritornarvi, è “la forma estrema del terrore e
del dolore”. Il divenire è imprevedibile e l’imprevedibilità genera “terrore”, al quale la
filosofia cerca di porre un “rimedio”, collocando gli eventi del mondo “prima ancora che
essi abbiano ad accadere, all’interno della loro Origine e della loro causa, rendendoli
così, appunto, prevedibili”.

La conoscenza filosofica del Fondamento e dell’Origine di tutte le cose che dava senso
all’imprevedibilità del divenire entra in crisi con la filosofia contemporanea, affermatasi
dopo l’idealismo hegeliano, perché la filosofia cessa di essere metafisica e viene quindi
“distrutta l’epistéme”, cioè la forma di conoscenza di carattere assoluto e
incontrovertibile che l’aveva connotata fino dal suo sorgere.

Il termine greco epistéme è tradotto con la parola “scienza”, trascurando, scrive il


filosofo, “che essa significa, alla lettera, lo «stare» (stéme) che si impone «su» (epi’)
tutto ciò che pretende negare ciò che sta: lo «stare» che è proprio del sapere innegabile e
indubitabile e che per questa sua innegabilità e indubitabilità si impone «su» ogni
avversario che pretenda negarlo o metterlo in dubbio”.

L’epistéme filosofica è stata un “rimedio” al pensiero della morte perché essa,


“conoscendo le «cause» del divenire, […] rende prevedibile l’imprevedibile, lo inserisce
nella spiegazione stabile del senso del mondo, e quindi appronta il rimedio contro il
terrore della vita”.

L’essere umano ha cercato di liberarsi da questo terrore anche tramite il Cristianesimo,


il quale condivide l’interpretazione del divenire, come oscillazione tra l’essere e il nulla,
presente in tutta la civiltà occidentale.

Scrive in proposito:
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“Anche il cristianesimo si presenta come il rimedio contro l’infelicità e il dolore (rimedio
ultramondano). E anzi, il cristianesimo ha un rapporto con le masse che la filosofia non
possiede. D’altra parte, anche il cristianesimo – come l’intera civiltà occidentale –
cresce all’interno della dimensione che la filosofia greca ha aperto una volta per tutte e
che qui deve essere ancora una volta richiamata”.

Nell’epoca attuale caratterizzata dalla scienza e dalla tecnica sono queste ultime il
rimedio nel quale trovare la salvezza.

Scrive infatti:

“L’uomo contemporaneo è l’uomo che appartiene al tempo della scienza e della tecnica.
La tecnica, in quanto guidata dalla scienza moderna, è per l’uomo contemporaneo il
rimedio del dolore. E’ il tipo di mezzi al quale egli si affida per ottenere la salvezza”.

La scienza e la tecnica possono esercitare un vero e proprio dominio sul mondo perché
esso diviene, cioè non è stabile, ma è modificabile dall’intervento dell’uomo.

Scrive in proposito:

“Il mondo è dominabile perché è un divenire. E il pensiero greco ha inteso il divenire


come l’ondeggiare delle cose tra l’essere e il nulla, il loro non essere definitivamente
legate né all’essere né al nulla, il loro sporgere sull’essere, provenendo dal nulla e il loro
dissolversi nuovamente nel nulla. Soltanto perché le cose, forme, aspetti, situazioni del
mondo sononel divenire, sciolte da ogni legame definitivo, ci si può proporre di
impadronirsi di essi, controllarli, modificarli, produrli, distruggerli – cioè dominarli”.

Il “paradiso” offerto all’umanità odierna dalla scienza e dalla tecnica è soltanto


apparente, perché “le forze produttive e distruttive fanno passare le cose dal niente
all’essere e dall’essere al niente. Questo passaggio sta ormai davanti agli occhi delle
masse”.

La scienza e la tecnica, come il Cristianesimo e la filosofia occidentale, non possono


affrancare l’umanità dal “nichilismo” che è intrinseco all’interpretazione del divenire
inaugurata dal pensiero greco, perché se il divenire presuppone il nulla all
ora l’intera esistenza umana è connotata dal terrore della morte, perché essa
consisterebbe nell’annientamento totale dell’essere umano.

Questo annientamento secondo Severino non esiste perché “l’essere è e il non essere
non è”, quindi il nulla non è simpliciter, soltanto l’essere è, quindi ogni ente è eterno, e
“il divenire è il comparire e lo scomparire dell’eterno, ossia di ciò che è impossibile che
non sia”.

Il divenire è il comparire e lo scomparire degli enti, i quali eternamente sono, quindi


non possono uscire dal nulla e ritornarvi perché il nulla è nulla.

La filosofia futura rivelerà “la dimensione del destino. In questa dimensione appare che,
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poiché è impossibile (autocontraddittorio) che l’essente in quanto tale, e quindi ogni
essente, non sia (cioè sia niente, nihil absolutum […]) – poiché è necessario che
l’essente in quanto tale sia eterno -, è allora necessario che il divenire dell’essente (cioè
la variazione del mondo che pure appare) non sia il suo uscire dal niente (cioè dal suo
essere stato niente) e il suo ritornarvi (il ritornare ad essere niente), ma sia l’entrare e
l’uscire delle eterne costellazioni dell’essere dall’orizzonte trascendentale dell’apparire”.

La morte non esiste perché ogni ente è eterno: ogni uomo, ogni animale, ogni albero e
anche ogni computer, ogni penna, ogni sputo; perché ogni uomo è, ogni animale è, ogni
albero è e anche ogni computer è, ogni penna è, ogni sputo è.

Il prossimo articolo sarà pubblicato sabato 10 ottobre. La prima parte è stata


pubblicata sabato 26 settembre.

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