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Cap.

3 – La cultura managerialista nel servizio sociale


Il lavoro professionale è tradizionalmente associato all’autonomia: autonomia nella
definizione dei problemi, nell’identificazione delle mete, nei percorsi e processi di
lavoro.
Freidson, tra i più accreditati studiosi delle professioni, elabora una costruzione di
ideal-tipi entro cui collocare le diverse professionalità. Un elemento centrale nella
costruzione di ideal-tipi riguarda i soggetti e le forme di controllo sul lavoro. Sono tre
gli ideal-tipi identificati da Freidson:
1. l’organizzazione di mercato. In questo caso il lavoro è controllato dai clienti, che
determinano cosa e come verrà fatto. Il lavoro è strutturato sulla base delle richieste e
domande emergenti. Se l’organizzazione vuole attuare qualche controllo sul lavoro,
deve farlo in modo indiretto, cercando cioè di conoscere e influenzare le domande dei
clienti attraverso forme diverse, ricerche di mercato, pubblicità o altro;
2. la forma manageriale/burocratica. In questo contesto il lavoro è regolato sulla base
di norme e autorità gerarchica. Tale organizzazione prevede che il lavoro sia
controllato da chi occupa una posizione gerarchicamente superiore, da cui discende
l’autorità di decidere cosa va fatto e come;
3. il professionalismo, la cui caratteristica principale è l’autogoverno e il controllo
interno del lavoro, che può essere definito e controllato solo da professionisti dello
stesso tipo.
Freidson mette dunque in luce l’autonomia decisionale e operativa del professionista
rispetto ai clienti, da una parte, e alle gerarchie organizzative dall’altra.
Il servizio sociale nasce come professione “dipendente” ed è uno degli aspetti per
classificarlo come semi-professione. Il rapporto tra servizio sociale e sistema
assistenziale è stato così significativo da portare alcuni studiosi a sostenere che questa
professione dipenda dal contesto istituzionale in cui è inserita.
McDonald, Harris e Wintersteen mettono a confronto il ruolo del servizio sociale in
tre differenti sistemi: americano, britannico ed australiano, dimostrando come sia
possibile rintracciare obiettivi e valori comuni nella professione. Tanto più il servizio
sociale è in sintonia con il sistema dei servizi e con le politiche sociali, tanto più la
professione è valorizzata e legittimata. La ricerca riconosce l’influenza del contesto
sulla cultura e sulle pratiche del servizio sociale, mettendo a fuoco le contraddizioni e
i conflitti che questo ha comportato rispetto al contesto istituzionale di cui la
professione fa parte.
Le organizzazioni in cui la figura dell’assistente sociale è stata inserita sono
caratterizzate da un alto livello di burocratizzazione; nel corso delle agenzie di servizio
sociale americane si è affermata attraverso un controllo gerarchico sugli assistenti
sociali. Lo scopo era riconoscere le specificità dell’azione professionale, che non può
essere regolata attraverso procedure, ma allo stesso tempo garantire un’omogeneità di
pratiche; in questo modo si sarebbe controllato il tipo di servizio offerto evitando
un’eccessiva standardizzazione. Il conflitto tra questa figura di organizzazione dei
servizi e il servizio sociale professionale emerge con evidenza; molti assistenti sociali
già allora si opponevano a questa supervisione che restringeva la loro autonomia e
costituiva “un affronto alla dignità professionale”. In Italia, il processo di
professionalizzazione è stimolato da un’elite che crede nello sviluppo dei servizi, in un
contesto in cui gli interventi assistenziali venivano effettuati da enti burocratici privi di
personale preparato. In realtà secondo Febbrario: “l’assistente sociale si trova negli
enti con responsabilità precise relative all’espletamento delle pratiche d’ufficio?”. In
Italia e in molti paesi d’Europa si assiste ad una serie di riforme che modificano
l’organizzazione dei servizi sociali, l’assistenza si fondava sugli enti parastatali
promossi durante il fascismo. Gli enti a carattere nazionale erano organizzati in modo
gerarchico e disponevano di personale esecutivo a livello di contatto con il pubblico.
Negli anni ’70 si prefigura quella che da molti è stata definita una vera e propria
rivoluzione:
• L’istituzione delle regioni; • La chiusura degli enti parastatali; • L’attribuzione delle
materie relative ad assistenza e servizi alle neonate regioni e ai comuni; • L’istituzione
del servizio sanitario nazionale; • La chiusura degli ospedali psichiatrici; rappresentano
le principali tappe del cambiamento.
Agli enti centralizzati del dopoguerra subentra un sistema di servizi decentrato sul
territorio, basato su un’organizzazione flessibile in cui l’equipe sostituiscono i rigidi
sistemi gerarchici precedenti. Nel nuovo sistema è la progettazione a rappresentare il
modo di organizzare e gestire le risorse; con i servizi sul territorio si afferma la linea
della domiciliarità e il mantenimento in famiglia o nella propria abitazione. La
situazione italiana può essere considerata un esempio che conferma l’ipotesi di
Mcdonald et Col (2003), che nel momento in cui il progetto professionale è in armonia
con le politiche sociali, la professione gode di un riconoscimento sociale che fornisce
sviluppo e crescita. Negli anni ’80 in Italia, si assiste ad un’accelerazione nel processo
di professionalizzazione degli assistenti sociali, la formazione in questo ambito viene
riconosciuta sia a livello nazionale che universitario. Le organizzazioni si sviluppano
e diventano più attive nel negoziare riconoscimenti per la professione, si pongono così
le basi per l’istruzione dell’ordine professionale. In questo periodo si inaugura una
produzione teorica ricca di riflessioni metodologiche basate sulle esperienze; si attiva
un processo di “indigenizzazione” del servizio sociale.
Modello manageriale e neoliberista
Le innovazioni degli anni ’70 e i nuovi modelli evidenziano numerosi punti deboli:
l’aumento della spesa pubblica e del debito pubblico impongono dei tagli e i servizi
sociali sembrano essere i primi a pagarne le conseguenze; logiche di chiusura e
protezione dei propri spazi portano spesso a lavorare in isolamento; il lavoro di equipe
previsto dalla nuova legislazione, si scontra con l’impreparazione dei professionisti.
In questo clima si comincia ad affermare un nuovo modello, quello manageriale, che
propone la trasposizione di modelli organizzativi, tratti dal mondo della produzione e
delle aziende, come soluzione per il malfunzionamento, lo scarso coordinamento e gli
sprechi.
Il successo del managerialismo si collega con la diffusione di
un’ideologia neoliberista, la quale afferma la convinzione che i meccanismi di
mercato siano la panacea di tutti i mali e possano produrre un sostanziale
miglioramento nella qualità delle prestazioni in campo sociale, garantendo nello stesso
tempo un contenimento della spesa.
Laddove il mercato non esiste, come nei servizi sociali, va creato con l’intervento da
parte dello Stato. Come afferma Pratt, in relazione alle politiche sociali, il
neoliberismo si fonda su tre elementi chiave: l’individualismo metodologico, la
razionalità e la supremazia del libero mercato.
Questo approccio comporta una progressiva deresponsabilizzazione della collettività e
una responsabilizzazione degli individui. A ciò si accompagna la convinzione che il
managerialismo sia in grado di individuare le strategie migliori per affrontare le
problematiche in ogni campo: generiche competenze manageriali sono considerate
superiori a competenze specifiche e professionali. In questo senso si avvia un processo
generale di deprofessionalizzazione.

Nei servizi sociali l’ideologia neoliberista e il managerialismo determinano una


serie di cambiamenti significativi.
In primis la trasformazione degli utenti da clienti a consumatori di servizi: le persone
che hanno accesso a tali servizi hanno diritto di scelta, di decidere quale sia il servizio
più adeguato per i loro bisogni. Si mette dunque in crisi qualsiasi tipo
d’intermediazione, innanzitutto quella dei professionisti.
Il diritto di scelta si sostanzia attraverso lo sviluppo di una pluralità di offerte. Negli
anni ’90 si inizia a parlare di Welfare Mix, si prefigura così il passaggio da una
situazione in cui lo Stato organizza e offre servizi in modo diretto ad una situazione di
separazione tra chi paga, lo Stato e chi eroga servizi ossia il mercato, del terzo settore
o for profit.
I meccanismi di mercato sono destinati a creare una competizione tra i soggetti che
producono servizi, i quali dovranno adattarsi al meglio alla richiesta degli utenti per
avere successo.
La retorica neoliberista porta a sostenere che gli utenti, con le loro scelte, faranno
sopravvivere i servizi migliori e in grado di rispondere efficacemente alle loro
esigenze, decretando in tal modo quelli che non funzionano.
Lo spostamento verso il privato e il mercato va di pari passo con la diffusione della tesi
secondo cui i sistemi di welfare costituiscono uno spreco di denaro pubblico e le tasse
una forma di estorsione ai privati; da questo discende la convinzione che gli interventi
pubblici debbano essere limitati al massimo. Come afferma Lorenz, il neoliberismo
può essere sintetizzato in tre parole: “meno Stato, più mercato e responsabilizzazione
degli individui”. Egli infine sostiene come nell’ambito dei servizi si va in direzione
della deregolazione, privatizzazione e flessibilizzazione.

Care management
Il modello case o care management, nasce negli Stati Uniti con l’obiettivo di
sistematizzare il ruolo di intermediazione tra le persone e il mercato dei servizi degli
operatori sociali. I punti fondamentali del care management si collocano nel contesto
di una separazione tra purchaser (compratore di servizi) e provider (erogatore di
servizi); in questo contesto il ruolo dell’operatore diventa quello di costruire pacchetti
personalizzati di servizi e di valutarne in seguito la qualità.
Il care manager ha a disposizione un budget e lo gestisce distribuendo risorse sulla base
della valutazione dei bisogni. Payne individua tra tipi di assessment iniziali:
- l’assessment finanziario, mirato ad identificare il contributo in termini di
supporto cui l’utente ha diritto;
- l’assessment iniziale, che consente di identificare i problemi principali e di
indirizzare le persone agli operatori e ai servizi più adeguati ad affrontare le
situazioni;
- l’assessment dei bisogni, uno screening generale di quelli che possono essere i
bisogni delle persone, che rappresenta la base per identificare pacchetti di
servizi.
La valutazione iniziale degli assistenti sociali, diventa la moltiplicazione delle schede
di rilevazione mirate ad indirizzare e standardizzare il processo.
Il managerialismo tende dunque a imporre un processo di lavoro il più possibile
omologato e proceduralizzato. Inoltre in una logica di limitazione della spesa pubblica
in campo sociale, il protagonista in tale scenario è il budget che diventa fattore
discriminante nelle scelte e nelle strategie adottate.
Critica del managerialismo
In una logica di limitazione della spesa pubblica in campo sociale, la valutazione degli
interventi e della capacità del lavoro sociale di rendere conto del proprio operato,
diventa centrale il “servizio che deve valere la spesa” (value for money), che si traduce
sul come monitorare l’efficacia degli interventi in modo da verificare se il denaro
pubblico è stato speso bene. Il protagonista di questi cambiamenti è il budget che
diventa fattore discriminante nelle scelte e nelle strategie adottate. Nel modello di care
management si privilegia: un’attività delle reti informali, della famiglia, del
volontariato. Il lavoro in comunità, la limitazione dei ricoveri in istituto e la
promozione di domiciliarità, diventano gli interventi privilegiati perché meno costosi.
In tale contesto gli operatori devono operare al fine di individuare le offerte più
economiche e vantaggiose.
Payne, sostiene che la community care, politica entro cui si è affermato il care
management in Gran Bretagna incarna molti principi che hanno caratterizzato il
servizio sociale. Per esempio, la valorizzazione del lavoro di comunità e la tensione
verso la de istituzionalizzazione sono tempi importanti del servizio sociale in chiave di
interventi emancipatori. Questi stessi temi sono ripresi dai modelli di care management
in una logica di efficienza e risparmio, che enfatizza e valorizza le reti informali e le
risorse dei soggetti coinvolti. L’attenzione dei bisogni, del care management, è uno dei
concetti centrali nella professione; inoltre, potenziare le capacità di scelta del cittadino
è uno dei cavalli di battaglia dei modelli di care management. Il cittadino potrà
acquisire il potere di orientare il mercato dei servizi attraverso le proprie scelte; in linea
di pensiero sembra convergere con i valori di autodeterminazione e con i principi di
empowerment del servizio sociale. Secondo Segal (1999), il care management
rappresenta, per la professione, l’opportunità di mettere in pratica i suoi principi
caratterizzanti, aiutando le persone ad attivarsi e a trovare le proprie strade anziché
sostituirsi con esse. Tra gli obiettivi operativi più importanti del care management vi è
quello di armonizzare e razionalizzare gli interventi sui singoli utenti.

Critiche al managerialismo
La cultura del management ha assunto molte parole e concetti che facevano parte
del servizio sociale ma li ha collocati all’interno di un contesto differente, spesso
in contrasto con quello originale. Per esempio, il concetto di bisogno che è centrale
sia nella cultura del servizio sociale sia nel care management; in realtà, in quest’ultimo
caso la comprensione dei bisogni viene trasformata in una procedura standardizzata in
cui alla globalità dell’ottica sociale si sostituisce uno screening o schede
onnicomprensive. La globalità del servizio sociale significa un’attenzione a cogliere
sfaccettature del bisogno, la capacità di cogliere come un bisogno materiale possa avere
dimensioni affettive, relazionali, cognitive e toccare aspetti quali il rispetto e la dignità
della persona. Nel care management la globalità si traduce in una sorta di radiografia,
in cui la soggettività delle persone trova spazio nell’autocompilazione di modelli
precostituiti sulla base dei frameworks di chi gestisce i servizi, non delle persone che
li utilizzano.
Lorenz (2005) espone la differenza di significato nel concetto di attivazione:
• Da una parte, letto come aiuto alle persone a sollevarsi da una posizione di
dipendenza, sia intermini di rafforzare le capacità, sia a livello della comunità nel
sostenere l’auto-aiuto;
• Dall’altra parte, l’attenzione può essere vista come una misura punitiva, una sorta di
test delle capacità disegnato per identificare e segregare gli “immeritevoli” e gli
imbroglioni, che sfruttano il sistema per coltivare la propria pigrizia.
Le politiche di workface si basano su un’ipotesi fondata empiricamente con supporti e
aiuti da parte dello Stato; sui possibili effetti delle politiche di sostegno al reddito e di
contrasto alla povertà in termini di indebolimento delle solidarietà familiari da un lato,
e di induzione di dipendenza dall’altro.
Nel servizio sociale, il concetto di empowerment, si afferma all’interno di una
corrente legata all’emancipazione di soggetti e gruppi emarginati. L’empowerment
rimanda ai processi di creazione di consapevolezza: dalla propria posizione sociale, dei
propri diritti e della propria forza. Nel management, l’empowerment si pone come atto
che consiste nel dare (o scaricare) la scelta dei soggetti; il concetto stesso di libera
scelta è stato oggetto di discussione.
Viviamo in una società in cui le nostre scelte sono influenzate ed espone i cittadini a
strumentalizzazioni mirate al profitto o al risparmio. Il budget, nella nostra cultura, è
il protagonista, ma si rischia di selezionare offerte e servizi che solo in apparenza si
presentano bene. Questa situazione ha messo a repentaglio gli aspetti più positivi del
terzo settore, consentendo la sopravvivenza solo a chi si dimostra un buon venditore,
il che non sempre si traduce nella capacità di dare risposte ai bisogni delle persone.
Laddove si afferma l’ideologia individualista del neoliberalismo e la solidarietà sociale
si riduce ai minimi termini, si sviluppa un’ossessione rispetto al controllo dei rischi
connessi a qualsiasi forma di devianza; in una cultura managerialista, oltre alle
esigenze di screening dei bisogni l’altro motore di intervento diventa la gestione del
rischio. In questo quadro il cosiddetto risk management, con l’introduzione di
telecamere e la pianificazione degli interventi per controllare la devianza e la
delinquenza, diventa un nodo centrale.
Il care management in pratica
Tra i cambiamenti apportati vi è una ricaduta negativa sul lavoro degli assistenti
sociali e sulla qualità del servizio offerto; un primo aspetto che è cambiato è dato
dalla flessibilizzazione del mercato del lavoro, molti operai sono stati assunti con
contratti temporanei e flessibili, dando avvio a un fenomeno di turn over. La ricerca
di Carey ha evidenziato questa coerenza di contratto sia con gli utenti, sia con i
colleghi, sul versante degli utenti, il nuovo modello ha portato una sorta di
mercificazione dei diritti. Nello stesso tempo vi è un impoverimento dei contenuti
valoriali della professione che si ripercuote sulla relazione operatore-utente e sulla
qualità dell’intervento. La mancanza di procedure, tempo, spazi, questionari da
compilare, creano un contesto burocratico che non facilita la comunicazione, le persone
non trovano l’ambiente accogliente che consentirebbe loro di esprimere la loro
esperienza. Gli operatori non hanno sufficiente tempo per curare la trasmissione di
informazioni, e in assenza di informazioni e di una rete possibile di ascolto vi è un
aumento delle opportunità di scelta più apparente che reale.
L’introduzione del care management ha portato un aumento delle procedure del lavoro
burocratico ed amministrativo; gli operatori passano la maggior parte del tempo
completando schede, scrivendo relazioni di assessment e gestendo le dinamiche con i
soggetti a cui è stata delegata l’assistenza (provider). La percezione che se ne ricava è
una tendenza alla deprofessionalizzazione del ruolo; l’autonomia professionale è
sempre più sacrificata a vantaggio delle logiche di management. Gli operatori sono
sempre più costretti a confrontarsi con una situazione il cui mandato, la mission della
professione, è in contrasto con l’ethos che caratterizza i nuovi modelli di gestione
dell’intervento sociale. Il lavoro teso al miglioramento della qualità della vita, alla
valorizzazione della persona e della sua dignità, risulta in conflitto con logiche di
mercificazioni che riducono le persone a consumatori, considerando il mondo emotivo
di ciascun soggetto un possibile oggetto di commercio.
Gli assistenti sociali si trovano a dover affrontare dilemmi che mettono a repentaglio
la loro integrità professionale; Parry-Jones (1998) identificano tre modalità di gestire
questi dilemmi:
1. Un adattamento passivo e rassegnato dalla burocratizzazione del lavoro;
2. “fuga dal lavoro”, più spesso dall’ente pubblico ritenuto il luogo dove la professione
è più esposta a tensioni contrastanti.
Nel privato sociale vi sono più spazi per esercitare la professione in modo congruente
con la mission e con i suoi valori di fondo; il privato sociale vive di contratti e di
convenzioni con l’ente pubblico ed è sottoposto alle tensioni della concorrenza del
mercato;
3. Adesioni appartenenti alle logiche dominanti, soprattutto in Italia, gli operatori
svolgono in appartenenza il lavoro come richiesta dal nuovo modello organizzativo,
ma di fatto continuano a lavorare nel modo che ritengono più consono alla propria
professionalità. Questa modalità di resistenza passiva, identifica il modo di giocare il
proprio potere da parte di chi si trova ad operare sul fronte per mantenere attivi alcuni
servizi ed una capacità di risposta ai bisogni che altrimenti scomparirebbe;
4. È interessante notare che non sono stati ritrovati esempi del quarto tipo di relazione
al cambiamento: cioè gli atteggiamenti di ribellione aperta sembrano essere assenti tra
gli assistenti sociali.

Identificazione di un ruolo positivo per la professione di assistente sociale


Le soluzioni prospettate da coloro che hanno ragionato a livello teorico sugli effetti
esercitati dai nuovi modelli di care management sulla professione sono la formazione
che dovrebbe attrezzare gli operatori a vivere in condizioni di tensioni e a non
considerare lavoro amministrativo e lavoro relazionale come alternativi, ma come
fattori da gestire contemporaneamente.
Healy (2004) sottolinea i punti di convergenza tra cultura imprenditoriale ed obiettivi
del servizio sociale, l’attenzione al coinvolgimento degli stakeholders nella gestione
delle risposte, l’enfasi sulla visibilità e verificabilità del lavoro e sulla qualità delle
prestazioni. L’autrice sostiene che l’importanza di una formazione mette gli operatori
all’altezza di assumere le sfide poste dalle nuove tendenza nei servizi ma rimanendo al
contempo fedeli ai valori di giustizia sociale nel servizio sociale.
Rogers (2001) si focalizza su percorsi di ricerca partecipati che consentono agli
assistenti sociali di cogliere la complessità del lavoro e del loro percorso professionale
di vita. L’ideologia neoliberista, con i suoi connotati di individualismo e l’enfasi sulla
competitività, solo in apparenza presenta dei punti di aggancio con il servizio sociale.
L’intera comunità professionale è chiamata a riflettere sulla mission del servizio
sociale, sul progetto culturale che la professione e su questo progetto si incontri o
scontri con la logica del care management. La tesi secondo cui una professione come
il servizio sociale possa essere assimilata ad un “nuovo movimento” è stato spesso
ritenuta discutibile:
1. Riguarda la produzione di una cultura che possa offrire una visione globale dei
bisogni, dei problemi sociali e dei soggetti potenzialmente attivi, una cultura che si
sviluppa a partire dalla prospettiva di chi è impegnato a fronteggiarli. Questo consente
di utilizzare un patrimonio di conoscenze maturate nel lavoro quotidiano con tessuto
sociale e nuovi modelli di ricerca, che consentono un coinvolgimento diretto di coloro
che si trovano in prima linea;
2. Ipotesi, riguarda l’organizzazione della comunità professionale e la sua capacità di
fare pressioni per influenzare le politiche sociali.
Banks (2001) afferma che si tratta di riuscire a far fronte comune con le altre
professioni o con organizzazioni di utenti e di carer.
L’affermazione delle logiche di mercato e del managerialismo nei servizi, non
suscitano forti reazioni negative nella professione. Tuttavia, il tentativo di introdurre il
mercato dei servizi, ha trovato terreno fertile per una serie di problemi e difficoltà che
il servizio sociale stava e sta attraversando. Tra le problematiche, è il fatto che i servizi
sembrano ruotare intorno ad una visione gerarchica secondo cui il professionista è
l’esperto che sa cosa sia meglio per l’utente e lo guida. La reazione a questo tipo di
logica spiega in parte il successo dell’ideologia della scelta individuale; un secondo
punto di debolezza riguarda il fatto che la professione dell’assistente sociale è spesso
caratterizzata da una scarsa visibilità. In una cultura organizzata che impoverisce il
concetto del prendersi cura degli altri, deprivandolo delle componenti emotive e
relazionali, questi modelli mettono in dubbio che gli assistenti sociali possono
contribuire ad una cultura della solidarietà. Secondo Harris (1999) questo nuovo
sistema ha consentito ad alcune categorie di trasformarsi da “casi problematici” a
soggetti attivi con una propria identità sociale e politica.
Cap. 4 – Basi cognitive e dibattito epistemologico
Flexner (1915) mette in discussione la natura professionale del lavoro sociale a partire
dall’incertezza delle sue basi conoscitive; negli anni ’70 la discussione si intreccia ad
una riflessione sulla natura stessa della conoscenza, interrogandosi non solo sulle basi
conoscitive che fondano le sue pratiche, ma sulla natura stessa della conoscenza, su
come sia possibile conoscere la realtà sociale e in cosa consista la realtà che
conosciamo. Ad alimentare la riflessione contribuisce l’inserimento del servizio
sociale nei corsi di studi universitari; i dibattiti si concentrano nei paesi anglosassoni e
del Nord Europa, in Italia bisogna aspettare gli anni ’90, e il riconoscimento del livello
universitario alla formazione nel settore, per cogliere i primi segni di un’esplicita
attenzione al tema dell’epistemologia. La professione, viene messa in discussione a
causa di una serie di errori che hanno suscitato scandalo e alimentato il dibattito
pubblico, soprattutto nell’incapacità degli interventi a tutela dell’infanzia.
Lo sviluppo di società multiculturali, come la presenza nel contesto sociale di soggetti,
non solo portatori di diverse scale di valori, ma anche di una comprensione differente
dei fenomeni e delle situazioni, porta a dover mettere in discussione un saper
professionale oggettivo.
La fase di contestazione sociale alla fine degli anni ’60 pone in discussione i “saperi
costituiti” scuotendo le certezze relative alla conoscenza scientifica; la riflessione
stimolerò sia una discussione critica sulla natura della conoscenza, sia il rafforzamento
e l’approfondimento del sostegno ad una conoscenza oggettiva, sviluppando una
corrente di pensiero a sostegno della superiorità della conoscenza scientifica. La
legittimazione della professione e della disciplina nel contesto accademico si pone
come strumento principale per una costruzione sistematica del sapere relativo al
servizio sociale; la ricerca sembra offrire l’opportunità di superare sia un’operatività
basata sull’esperienza individuale dei singoli operatori, sia modalità di intervento
fondate sui saperi o dati per scontato. Sheppard (1995) parla della pratica del servizio
sociale in termini di costruzione di conoscenze contestualizzate. Reid sostiene che
nella storia del servizio sociale è possibile identificare all’interno della comunità
professionale numerosi movimenti, che definisce “practice movements”; quest’ultime
consistono in nuove visioni della professione che mirano ad introdurre cambiamenti di
fondo nelle pratiche, in genere sono associati ad un insieme di teorie e metodi per
produrre cambiamento. Nel servizio sociale la mancanza di un aperto sostegno ad un
approccio vicino al positivismo classico è caratterizzato da:
• L’equazione tra esperienza e realtà, la realtà è intesa come ciò di cui facciamo
esperienza con i nostri 5 sensi. Queste “realismo ingenuo” implicherebbe
un’assimilazione delle scienze sociali a quelle naturali; la tesi del positivismo è che la
realtà sia ordinata e che sia possibile conoscerne le leggi: con l’osservazione
sistematica è possibile giungere ad una conoscenza non condizionata dall’osservatore.
La superiorità di questa conoscenza è da collegarsi al metodo sperimentale che ne
garantisce la veridicità.
Nel servizio sociale l’approccio cui si fa riferimento è il positivismo
logico; Sheldon (1978) ribadisce l’esigenza di fondare il servizio sociale su una
conoscenza scientifica ritenuta superare a quella del senso comune. Hudson (1982),
invece, ribadisce la superiorità di una scienza positiva nel produrre sapere, in ragione
dei suoi fondamenti empirici e logici; è necessario, quindi, definire regole per stabilire
ciò che si può accettare come conoscenza, confrontare le affermazioni e scegliere la
migliore. La possibilità di raggiungere la verità per via induttiva, cioè attraverso una
serie di osservazioni della realtà; il nostro sguardo sulla realtà è sempre orientato da
pre-concezioni e spesso l’osservazione è influenzata da pregiudizi. Popper e i seguaci
del neopositivismo logico nel servizio sociale, stabiliscono come prima regola che una
qualsiasi affermazione sia da ritenere scientifica se è formulata in modo tale che se ne
possa dimostrare la falsità. Lakatos sostiene che in una teoria scientifica non tutte le
componenti sono sottoposte al test di realtà, sono cioè falsificabili: ogni teoria parte da
alcuni presupposti dogmatici, che non possono essere verificati. La differenza tra
Lakatos e Popper è l’identificazione di un fondamento metafisico, non provato
empiricamente. Sheldon (1978) sostiene che la definizione di un terreno comune, per
stabilire ciò che si può accettare come conoscenza nel servizio sociale, passa attraverso
il rispetto di alcuni punti:
1. Una teoria può essere accettata ed utilizzata se si può dimostrarne la falsità; 2. Una
buona teoria deve saper fare previsioni precise e deve correre dei rischi; 3. Contenere
una serie di ipotesi sottoponibili a test; 4. Deve svilupparsi ed essere provata attraverso
test scientifici; 5. Deve essere logicamente coerente non contenendo contraddizioni
interne; 6. Deve tener conto della soggettività delle persone che vivono concretamente
le situazioni.
Hudson (1982) illustrerà come l’elemento distintivo di una teoria scientifica utile per
il servizio sociale è la ricerca di nessi causali tra variabili; l’obiettivo centrale delle
posizioni legate al neopositivismo nel servizio sociale è quello di superare la crisi e le
critiche nei confronti del positivismo classico, mantenendo però ferma l’idea che si
possa mirare ad una conoscenza oggettiva di una realtà che si presume ordinata e
regolata da leggi.

Il successo delle posizioni positiviste, rappresenta una sorta di riaffermazione della


necessità di un rapporto forte fra scienza e servizio sociale e si esprime, in quello che
verrà definito da reid in un movimento interno alla professione: il cosiddetto empirical
practise movement, il cui principale obiettivo è lo sviluppo di una pratica fondata sulla
ricerca empirica. L’elemento centrale è la sua
diffusione nel contesto accademico e tra studiosi di servizio sociale con una formazione
di tipo psicoanalitico. Nella seconda metà degli anni’60 si sviluppa una nuova
mentalità che collega il lavoro sociale ad una posizione empirici sta; il primo testo che
introduce il comportamentismo nel servizio sociale è anche quello che presenta gli
elementi distintivi dell’empirical movements, rapidamente si registra anche uno sforzo
per distinguere l’empirical practise dal comportamentismo, mirando ad una
modificazione dei comportamenti, veniva ritenuto un approccio meccanico teso
all’eliminazione dei sintomi più che alla risoluzione dei problemi. L’idea che si afferma
è quella di sviluppare un approccio che faccia riferimento al comportamentismo, ma
senza limitarsi ad esso. Inoltre cominciano a svilupparsi nuove metodologie, quali i
trattamenti brevi, le terapie cognitive, il counsuelling non direttivo che sembrano
compatibili con criteri intrecciati alla ricerca empirica e alla sperimentazione. Da
queste ricerche emergeva che molti interventi di servizio sociale non avevano prodotto
nessun cambiamento, si sviluppano così nuove idee rispetto alla necessità di rendere
sistematico e verificabile il lavoro sociale. Secondo Rosen (1993) il movimento
dell’empirical practise è sintetizzabile in 6 punti:
1. L’obiettivo del servizio sociale è il benessere degli utenti e tutte le attività devono
essere ricondotte a questo obiettivo;
2. Tutte le attività devono essere mirate, cioè avere un obiettivo esplicito;
3. Avviato il processo di presa in carico, l’assistente sociale si assume la responsabilità
che esso abbia un esito positivo;
4. Le attività devono essere verificabili in termini di efficacia;
5. I comportamenti e i processi umani sono complessi e quindi il trasferimento di
conoscenza da una situazione all’altra non può essere automatico;
6. I criteri utili per stabilire la validità della conoscenza sono quelli dell’evidenza
empirica scientifica.
In relazione all’empirical practise movements si possono individuare tre linee di
sviluppo: 1. Riguarda lo sviluppo di una ricerca sperimentale tesa ad accrescere
l’efficacia dei metodi del servizio sociale; 2. La promozione di un utilizzo sistematico
della ricerca nel cotesto delle pratiche; 3. Lo sviluppo e la promozione di research
mindedness traducibile come una disposizione favorevole alla ricerca nella pratica.
L’idea centrale dell’approccio sperimentale è l’identificazione e manipolazione di
variabili significative, onde valutare l’impatto sugli esiti, i filoni di ricerca sono tre:
1. Gli esperimenti su un campione causale; 2. Le valutazioni sistematiche degli
interventi; 3. Il single system design.
Le ricerche sperimentali coinvolgono campioni di dimensioni significative e implicano
l’utilizzo di sistemi di campionamento casuale; nell’ambito del servizio sociale è stato
utilizzato un sistema definito di quasi-sperimentazione. La sperimentazione viene fatta
sul campo, secondo Bloom (1978), la riuscita o meno della sperimentazione potrebbe
dipendere da fattori esterni non connessi con l’esperimento stesso. L’importanza della
valutazione sistematica è centrale in quanto, secondo una logica del neopositivismo,
non tutti gli interventi ottengono gli stessi risultati ed è importante quindi determinare
quali siano superiori e quali invece siano da scartare. A livello internazionale, una
molla importante che ha dato l’avvio alle ricerche valutative nel servizio sociale è stata
la necessità da parte della professione di giustificare la propria presenza nei servizi.
La ricerca valutativa è nata dalla necessità di uscire da una certa autoreferenzialità e
dall’esigenza di avere dati empirici sistematici per scegliere e sviluppare le
metodologie di intervento più appropriate, con l’intento di dare corpo ad una pratica
professionale efficace e legittimata. Sheldon (1987) riassume gli esiti della ricerca
valutativa che mette a fuoco alcune variabili che rincorrono nel determinaregli esiti
positivi; tra queste vi sono:
1. Una chiara definizione dei problemi trattati; 2. Una maggiore disponibilità nello
stabilire obiettivi circoscritti; 3. Un più accurato lavoro di valutazione e assessment
iniziale; 4. La presenza di strumenti costruiti ad hoc per misurare l’efficacia del lavoro
svolto; 5. L’utilizzo di approcci che permettono una focalizzazione dell’intervento sui
problemi-
bersaglio; 6. L’uso di tecniche specifiche che sostituiscono alle istituzioni verbali
attività che prevedono
un ruolo attivo degli utenti; 7. Il coinvolgimento di operatori di altri servizi e il lavoro
di rete.
La tesi di un lavoro sociale che fondi le proprie pratiche e i propri interventi
sull’evidenza empirica si sviluppa negli anni ’80; il tema centrale dell’evidence-based
social work, denominato anche evidence-based practice riguarda l’applicazione di un
metodo scientifico e l’utilizzo della conoscenza scientifica nella pratica. L’approccio
dell’evidence-based practice, è l’integrazione tra la migliore evidenza empirica
derivata dalla ricerca, la competenza clinica e i suoi valori del paziente.
Secondo Gambrill (2003-2006) i punti di forza dell’evidence-based practice sono
quattro:
1. Il superamento di posizioni di tipo autoritario, di un modo di prendere decisioni
basato su un’esperienza professionale e sull’intuito dell’operatore;
2. L’impegno di indurre la professione ad onorare i principi etici su cui si basa: in
particolare, offrire gli interventi efficaci, come prove scientifiche sulla validità di
alcuni metodi e sulla scarsa efficacia di altri interventi;
3. Consente di coinvolgere gli utenti su molti piani; 4. Promuove l’apertura e la
trasparenza nel rapporto tra professionista e utente.
Secondo Gambrill assumere una mentalità conforme alla logica dell’evidence-based
practice richiede coraggio, nell’accettare l’evidenza empirica, umiltà, in quanto
comporta la capacità di accettare punti di vista differenti, un confronto con la propria
ignoranza che implica la disponibilità a mantenere una certa curiosità rispetto ai
fenomeni e ai problemi. I passaggi essenziali per il servizio sociale sono:
1. Trasformare il proprio bisogno di informazione in interrogativi che aprono questioni
da affrontare;
2. Identificare la miglior evidenza empirica in risposta ai vari interrogativi come: le
riviste, test scientifici, cercare in rete e utilizzare database;
3. Dopo la raccolta del materiale, bisogna considerare criticamente gli esiti delle
ricerche individuare per saggiarne la validità, la significatività clinica e l’utilità. La
validità presuppone una concezione gerarchica dei saperi, secondo Theyer (2004)
sono cinque:
• Le migliori garanzie sono offerte da esperimenti su campioni causali comparati con
gruppi di controllo;
• Le conoscenze derivate da singoli;
• Gli esiti ricavati da modelli di single system design;
• Esperimenti sul campo senza gruppo di controllo;
• Conoscenze derivate da osservazioni cliniche.
4. Integrare le considerazioni critiche sulle evidenze empiriche con la propria expertise,
con il sistema di valori degli utenti e con le specificità della loro
situazione. Thyer (2004) suggerisce di comunicare in modo chiaro con gli utenti,
anche in forma scritta e di lasciare tempo per riflettere in autonomia, in modo da
facilitare la scelta;
5. La valutazione dell’efficacia del proprio intervento e professionalità in riferimento
ai criteri delle 4 fasi di Thyer e nella ricerca di percorsi di miglioramento.
Il single system (single subject e single case design), ha come obiettivo principale di
avvicinare la pratica alla ricerca:
• Da una parte, prevede una compenetrazione tra il ruolo di operatore e quello di
ricercatore;
• Dall’altra, tende a far coincidere tempi ed interrogativi della ricerca con i problemi
affrontati dagli assistenti sociali.
Questo implica l’applicazione di strumenti di misurazione per confrontare la situazione
iniziale, pre-intervento, con la stilazione finale, post-intervento. Si tratta di un tipo di
lavoro che apre la strada ad una raccolta sistematica di informazioni. Sono stati
identificati diversi tipi di esperimento su singoli casi:
1. Il più semplice, definito B, misura il problema target all’inizio e al termine
dell’intervento prendendo in considerazione le differenze intervenute. In questo modo
viene misurato l’impatto dell’intervento, anche se è difficile comprendere se sia stato
il trattamento a produrre un impatto o se sono intervenuti altri fattori;
2. Definito A-B prevede una fase A precedente all’intervento, in cui la situazione
rispetto al problema viene sottoposta a test più volte, in modo da avere dati chiari;
3. Il modello A-B-A-B in cui per eliminare ogni dubbio rispetto all’eventuale
interferenza di fattori esterni si ripete due volte la fase A-B dopo un interruzione
temporanea del trattamento.
Thyer (2003) fornisce linee guida per mettere in atto il single system design
preservando i principi etici del servizio sociale:
• L’utente deve essere coinvolto nel processo di valutazione;
• L’operatore deve coinvolgere l’utente nella definizione dei problemi bersaglio di una
scala
di importanza e degli obiettivi;
• La valutazione ha come obiettivo di migliorare la pratica, non di renderla più
complessa.
Perciò, il single system design, deve interferire nella misura minore possibile rispetto
ai consueti standard, interrompendo se viene percepito come fattore disturbante.
Uno dei nodi dell’evidence-based practice è di raccordare la ricerca scientifica alle
pratiche, stimolare un’adeguata ricerca e sviluppare una diffusione efficace degli esiti.
Molte indagini hanno dimostrato che gli operatori non cercano supporto alla ricerca,
non si aggiornano e non leggono riviste scientifiche del loro settore, questo viene
considerato uno dei principali problemi dell’evidence-based practice. Una soluzione a
questo problema è stata fornita dalle cosiddette practice guide lines, che contiene
indicazioni sistematiche per sostenere le scelte operative. Secondo Rosen et all (2003)
le linee guida devono definire i possibili obiettivi o problemi bersaglio degli interventi,
devono proporre per ciascun problema un elenco di interventi possibili ed infine
devono essere presentati i limiti, le coerenze conoscitive relative sia ai problemi
bersaglio sia ai diversi interventi. Le linee guida organizzate in questo modo forniscono
basi di ricerca all’operatività quotidiana degli assistenti sociali, ma riducono anche la
disomogeneità nelle pratiche e negli esiti e rendendo esplicito ciò che il servizio sociale
può offrire; tutto ciò può creare buone basi per impostare la formazione degli
operatori. Rosen et all hanno avviato una ricerca per l’elaborazione di linee guida a
beneficio del servizio sociale. Per la rilevazione dei target o problemi bersaglio sono
state identificate 8 macroaree. Le prime 4 sono relative all’area sanitaria:
• Quella “clinica” del funzionamento; • Della sicurezza sociale; • Della protezione dai
rischi; • Della soddisfazione riguardo alla propria vita.
Le altre 4 riguardano il servizio sociale: • L’aera dell’informazione; • L’area relativa
all’accettazione ed elaborazione della propria situazione problematica; • L’area relativa
al miglioramento del rapporto con risorse ai vari livelli (personali o
istituzionali, formali ed informali); • L’area degli esiti del trattamento per l’assistente
sociale o per l’utente.
Lo sviluppo del single system design e l’affermazione dell’evidence-based
practice rappresentano aspetti che concorrono all’emergere di un servizio sociale e di
un’operatività scientifica caratterizzati da:
1. Utilizzo di metodi di intervento attraverso la ricerca sperimentale; 2. Continua
verifica rispetto all’efficacia degli interventi;
3. Comunicazione costante alla comunità professionale degli esiti di valutazione
personali; 4. Sviluppo e condivisione di nuove metodologie di sostegno sempre più
efficaci; 5. Utilizzo cauto di metodi non sottoposti a test e verificati.
Si tratta di elementi all’apparenza positivi, ma a volte criticati per l’eccessivo squilibrio
a favore della conoscenza derivata dalla ricerca quantitativa o sperimentale.
l’attenzione dell’empirical practice è focalizzata sull’efficacia degli interventi e sui
successi, l’utilizzo della conoscenza può supportare una migliore comprensione
dell’esperienza soggettiva degli utenti, oppure sostenere un processo di identificazione
di difficoltà comuni ad una determinata condizione. Una delle critiche mosse all’uso
limitato della conoscenza, sostiene che le scelte nelle pratiche del servizio sociale
vengono effettuate sulla base di 4 ordini di informazioni:
1. La conoscenza è derivata dalla ricerca scientifica; 2. Gli assistenti sociali hanno
appreso dai propri utenti; 3. Le conoscenze derivate da esperienze personali e
professionali; 4. Le conoscenze specifiche possedute dall’utente nelle singole
situazioni.
La critica più radicale al neopositivismo, riguarda il trasferimento acritico di un
paaìradigma delle scienze naturali o quelle sociali, l’adesione passiva al modello
dominante. Smith identifica due tipi di mentalità diffusi tra gli operatori:
• Privilegia il “lavoro di testa” (head work) ha un orientamento positivo verso il teorico,
evidenza sistematica, astrazione e generalizzazione;
• Riguarda il lato emotivo ed affettivo del lavoro (heart work) ed è caratterizzato dalla
priorità attribuita al pratico, all’esperienza, alla visione d’insieme ed olistica.

Cap. 5 –L’epistemologia della parzialità


La riflessione nel servizio sociale si avvicina ad altri filoni epistemologici e comincia
a toccare alcuni temi come quello della verità e del senso della conoscenza. Il rapido
sviluppo delle società multiculturali mette in crisi l’idea che vi sia un’unica realtà
oggettiva; nel servizio sociale ciò ha dato origine ad una pluralità di posizioni, tra cui
quella del post-modernismo. L’elemento comune è l’idea che sia la conoscenza stessa
a costruire la realtà, che non esista conoscenza neutra e non si possa cancellare il
soggetto cosciente dalla scena del processo di conoscenza. La connessione con
l’orientamento umanista e con l’idea del servizio sociale come arte, è connesso ad una
visione del rapporto tra servizio sociale e saperi che fonda l’ipotesi di una teorizzazione
della pratica, maturata sul campo.
In questa logica si sviluppa il modello di professionalità riflessiva; Abbott (1995)
parlava del servizio sociale come la “professione dei confini” che lavora ai e sui punti
di contatto tra mondi differenti.
Olivetti Manoukiari parla di un’emergente epistemologia, quella della parzialità, che
riconosce la limitatezza delle diverse forme di conoscenza e nello stesso tempo
valorizza differenti saperi e diverse modalità di costruire il sapere.
Secondo Hartman (1992) gli assistenti sociali devono riflettere su quanto rischiano e
con le migliori intenzioni, indebolire i clienti attraverso il ruolo di esperti e l’autorità
della conoscenza. Irvine (1971) mette in dubbio l’utilità di un paradigma positivista
nel far crescere e migliorare il servizio sociale; la sua criticità muove dal fatto che tale
approccio teorizza a partire da ricerche di laboratorio e per questo lo ritiene poco
adeguato a comprendere la complessità dei soggetti, nel loro ambiente. L’approccio
scientifico positivista è interessato a tutto ciò che è quantificabile, mentre ciò che è
centrale nel servizio sociale non può essere misurabile; al contrario, in tale ambito è
necessario riuscire a trattare con elementi come la sfera emotiva delle
persone. Weick (1987) prende in esame il divario tra i valori che ispirano le pratiche e
l’asettività della conoscenza scientifica, a livello accademico:
• Da una parte, ci sono i valori costruiti nelle pratiche quotidiane, come la fiducia negli
esseri umani, nella capacità delle persone di crescere ed auto realizzarsi, nella
possibilità di creare un ambiente favorevole;
• Dall’altra, un’idea pratica che mira a certi risultati e che considera quella componente
dell’esperienza che “può essere tradotta nel linguaggio della matematica per essere
adeguata alle esigenze di metodo”. Secondo Heineman (1981), Grey e Webb (2008)
questo orientamento subordina la conoscenza alle esigenze di rigorosità metodologica,
invece che al dispiego delle pratiche operative.
Tra i punti in comune con il dibattito pre-teorico, come il rifiuto di concepire il pensiero
separato dall’azione è sostituita dalla “riflessione in corso d’azione”; l’attività degli
operatori è descritta come un coinvolgimento ed un dialogo con una situazione unica
ed irripetibile che viene ricostruita e ridisegnata mentalmente, perché possa assumere
il significato di problema risolvibile. Kondrat (1992) contrappone:
• Una razionalità tecnico-strumentale che presuppone obiettivi chiari ed un sistema di
regole che definisca i mezzi da utilizzare per il raggiungimento di obiettivi definiti;
• Ad una razionalità pratica o sostantiva, che non si fonda su una chiarezza di obiettivi,
né su una definizione esplicita dei mezzi. La costruzione di significati condivisi,
rappresenta la base per la definizione delle regole di azione e degli obiettivi, che sono
quindi l’esito del processo.
Le scienze sociali sono orientate oggi verso una teoria generativa della conoscenza,
attraverso un confronto, dialogo con il sapere implicito. La ricerca-azione è la
costruzione di un sapere partecipato ed integrato con l’intervento; la rivalutazione della
conoscenza generata dagli operatori che si ritiene valorizzare e la necessità di
riequilibrare il rapporto tra saperi motivati con l’esperienza e con le conoscenze
scientifiche. Gli operatori affermavano che non tutto ciò che essi conoscevano ed
utilizzavano nella loro pratica era razionale o codificabile, ciò di cui stavano parlando
era in realtà arte. Questo atteggiamento spesso procurava agli operatori una reputazione
di essere a-teoretici mentre in realtà essi erano semplicemente pratici. Le posizioni che
mettono in discussione il positivismo sono accomunate da un diverso modo di
concepire il rapporto tra azione e riflessione; secondo Sheppard (1997) se si vuole fare
del servizio sociale una disciplina autonoma, è essenziale sviluppare una teoria guidata
dalla pratica, sia aprono quindi nuove prospettive di ricerca mirate a studiare la pratica,
migliorarne la comprensione e ricostruire il nesso tra quest’ultima e i diversi livelli di
conoscenza che vi si ritrovano. La ricerca collegata a questo filone tende ad essere
qualitativa, è necessario esplorare i significati che gli assistenti sociali o i loro utenti
danno alle proprie azioni e pratiche. La creatività, l’immaginazione e la sfera emotiva
acquisiscono nuova importanza e divengono oggetti rilevanti di studio e riflessione.
Nel nuovo dibattito la riflessione del linguaggio caratterizzano le pratiche di
lavoro; Bloom et all (1991) sostenevano che un assistente sociale professionista
avrebbe dovuto padroneggiare 6 ordini di linguaggio:
1. Il linguaggio comune parlato dalle persone che si rivolgono ai servizi; 2. Il
linguaggio professionale; 3. Il linguaggio astratto della teoria; 4. Il linguaggio empirico
della ricerca; 5. Il linguaggio dei sistemi informativi; 6. Il linguaggio del sistema dei
valori.
Oggi si assiste ad una moltiplicazione dei linguaggi in un contesto multiculturale; la
riflessione sul linguaggio è stata influenzata dal dibattito epistemologico nel servizio
sociale. L’idea che i linguaggi diano forma al nostro modo di guidare la realtà e di
pensare. Il “realismo ingenuo” è un modo di considerare il linguaggio analogamente a
come lo pensiamo quotidianamente: il principale assunto su cui poggia questa tesi è la
corrispondenza tra le parole e il mondo. Su questa lettura, poggia la convinzione che
sia possibile realizzare un linguaggio puramente osservativo; all’interno di questa
prospettiva, un’eventuale non corrispondenza tra parole ed oggetti viene interpretato
come un errore, un’inadeguatezza del linguaggio che può essere corretta. Ai vertici
della gerarchia viene collocata il linguaggio scientifico, il cui rapporto con il mondo si
costruisce attraverso un’applicazione rigorosa delle regole logiche e a partire della
ricerca empirica. L’idea di assumere come valore fondante del servizio sociale la
comprensione e la costruzione di significato pone infatti l’esigenza di un linguaggio
fluido, più vicino al linguaggio comune, più capace di un uso flessibile delle parole,
più utile per rappresentare le ambiguità delle complesse esperienze di vita. Le
categorizzazioni, e cioè il nostro linguaggio e il modo di organizzare la conoscenza,
sono il prodotto di una negoziazione e il linguaggio dipende dagli accordi e dalle
convenzioni che vi si stabiliscono. Ogni ordine convenzionale porta a riconoscere la
molteplicità dei modi di rapportarsi al mondo; l’accettazione come “vere” dalle varie
conoscenze e credenze dipenderà da processi e dinamiche sociali.
I language games considerati in termini olistici, sono il prodotto di infiniti scambi e
aggiustamenti tra soggetti, si tratta di un aspetto fondamentale, che consente di
fronteggiare dubbi e rispondere alle critiche di soggettivismo rivolte a
Wittgenstein. Soggettivismo e relativismo sono posizioni pericolose nelle scienze
sociali, gli assistenti sociali sono chiamati a fare valutazioni e a prendere decisioni che
hanno un impatto profondo sulla vita delle persone. Linguaggio e conoscenza non sono
ritenuti processi soggettivi, ma processi naturali: le organizzazioni cognitive, hanno
origine da un infinito numero di reciproci aggiustamenti e negoziazioni tra individui.
Affermare che la distinzione tra ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivo, tra ciò che
è vero e ciò che è falso, è il prodotto di continue negoziazioni e aggiustamenti tra i
membri della comunità. Le parole sono come una sorta di unità di misura con cui si
organizza il rapporto con un mondo che presenta forme di organizzazione, ma che non
ha un ordine assoluto. Secondo Heineman (1981) il sapere prodotto da un vissuto
problematico, il sapere dei soggetti più vulnerabili, il sapere dell’esperienza
professionale, il sapere scientifico, sono tutte forme di conoscenza la cui maggiore o
minore attendibilità può essere definita solo in modo contingente.
Il paradigmacostruttivista pone l’accento sulla dimensione relazionale nel processo di
costruzione della realtà o nella nostra conoscenza di essa: gli operatori e gli utenti sono
visti come co- costruttori della realtà, il setting relazionale dei servizi assume già di per
sé una valenza costruttiva. La verità è il prodotto di un processo di negoziazione tra
soggetti in un contesto sociale; Hall (2005) dichiara che all’uni-verso del realismo
ingenuo si costituisce il multi-verso del costruttivismo sociale che riconosce la
possibilità e l’incommensurabilità di differenti forme di
conoscenza. Witkin e Gottschalk (1988) evidenziano 4 assunti centrali della
concezione della conoscenza:
1. La conoscenza si afferma attraverso i processi sociali, culturali e linguistici e non
tramite l’evidenza empirica;
2. È il prodotto di un processo sociale;
3. Le forme di conoscenza affermata e riconosciute sono il prodotto di una
negoziazione
sociale;
4. La conoscenza e interpretazioni del mondo, influenzano la cultura e i modi di vita.
La tesi del costruttivismo sociale introducono il tema del potere nei processi di
conoscenza; infatti, se la conoscenza e la verità sono il prodotto di processi negoziali
all’interno della società, in presenza di più interpretazioni, avrà più probabilità di
affermarsi quella espressa dai soggetti che hanno più potere. Il costruttivismo
attribuisce un ruolo importante al servizio sociale e alla sua attività tesa a dare forza e
voce al patrimonio di conoscenze di chi ha meno potere nella società. Il paradigma
della post-modernità è l’espressione di un complesso approccio della conoscenza,
limitatamente al suo influsso sul servizio sociale, si può sottolineare il riconoscimento
della frammentazione delle conoscenze e il ridimensionamento dei centri di
costruzione del sapere (quali la comunità scientifica), cui veniva riconosciuta una
posizione di privilegio. Con riferimento a Foucault, l’orientamento post-modernista
pone l’accento sulla dimensione del potere in relazione al sapere, il potere pone i
soggetti in una visione che consente loro di affermare il proprio sapere come certo e
vero, il potere è sapere. Le conoscenze del professionista sono ritenute superiori sulla
base della posizione di potere da questi assunta. La posizione post-modernista
contrappone l’idea di travasare il potere da chi ne ha di più a chi ne ha di meno; secondo
Pease si può parlare di empowerment solo in relazione alla valorizzazione dei saperi
marginali della conoscenza di chi vive in subalternità. La contrapposizione tra
professionalismo riflessivo e professionalismo basato sulla razionalità tecnica
rappresenta l’ultimo e più riuscito tentativo di tenere insieme le sue anime del servizio
sociale.
La tesi di Schon afferma che il compito del professionista dovrebbe essere quello di
classificare il problema, rapportarlo a categorie e quindi identificare le migliori
strategie risolutive; al contrario, nel servizio sociale, essa si basa su una logica di tipo
costruttivista basata sulla “costruzione” dei problemi. Si parla di riflessività in quanto
l’assistente sociale non può “chiamarsi fuori” dagli scenari elaborati nel momento in
cui si produce un’interpretazione della realtà, in quanto si agisce già su di essa.
La funzione della teoria e della ricerca è di creare strategie e metodiche di intervento a
cui l’assistente sociale possa attingere per partecipare alla costruzione di risposte ai
vari bisogni. In tale senso si può parare di un approccio inclusivo della
conoscenza inteso come sinonimo di riconoscimento della parzialità di qualsiasi forma
di sapere; le fonti di conoscenza nel servizio sociale sono molteplici, in particolare:
• i saperi delle persone che si rivolgono ai servizi e all’assistente sociale;
• i saperi di chi pratica connessi ad una riflessione degli operatori;
• i saperi derivati dalla ricerca sistematica qualitativa e quantitativa sui modi di
rispondere ai bisogni, sui successi negli interventi sociali, gli studi di resilience e le
ricerche sulla percezione e i modi di rappresentare i problemi e i bisogni da parte dei
soggetti con cui il servizio sociale collabora.
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La ricerca qualitativa rappresenta un’opportunità per cogliere le modalità di
costruzione sociale della realtà nel contesto di interazioni significative; gli approcci
qualitativi si caratterizzano per l’apertura nei confronti di modi di vedere e leggere la
realtà diversi tra loro. Vi sono due esempi di ricerca qualitativa:
1. Riguarda la valutazione qualitativa e lo studio delle pratiche di servizio sociale; 2. I
clients studies (ricerche) che hanno focalizzato l’attenzione sulla prospettiva dei
soggetti che fanno direttamente esperienza dei servizi che possono essere considerati
come potenziali utenti.
Il settings è uno dei punti di forza della flessibilità e capacità di adattamento alle
peculiarità delle varie situazioni, caratteristiche e soggettività delle persone coinvolte.
Informalità e flessibilità contribuiscono a rendere difficile l’identificazione degli
elementi che compongono le pratiche d’intervento; la valutazione nel servizio sociale
non riguarda solo l’identificazione di ciò che funzioni i no, ma anche di riflettere sui
modi con cui gli interventi e le pratiche rispondono ai principi ed ai valori della
professione. La continua valutazione rappresenta uni dei più validi strumenti a
disposizione delle professioni per sostenere e difendere un’esigenza di autonomia per
una corretta operatività; l’autonomia rappresenta un condizione necessaria affinchè i
servizi garantiscono una risposta individualizzata e personalizzata ai bisogni dei
cittadini. Gli strumenti della ricerca qualitativa appaiono adeguati a far emergere gli
elementi cruciali del processo operativo, così come i tratti distintivi del lavoro sociale.
Tali ricerche avevano fornito risultati parziali. Si sviluppa in tutta Europa un nuovo
filone di ricerche qualitative: si tratta dii analisi più circoscritte, tale da consentire
letture più specifiche dell’intervento sociale e dell’efficacia delle pratiche. La
caratteristica di questo intervento è il tentativo di illuminare il percorso dell’intervento,
ma anche i passi che hanno condotto a questi esiti. Il ricercatore raccoglie dati che
consentono di conoscere le pratiche classificate, di comprendere i processi così come
si sviluppano nelle pratiche quotidiane. Mayer e Timmis (1970) effettuano una
ricerca qualitativa basata su interviste non direttive a ex utenti di uno specifico servizio
sociale, realizzato allo scopo di mettere a fuoco la loro esperienza e visione rispetto
agli interventi degli assistenti sociali e alla loro efficacia. Dai risultati emerge la
possibilità di suddividere gli intervistati in due gruppi, in relazione alla loro esperienza
e alla loro percezione dell’utilità dell’intervento:
• Da una parte, quello che le persone apprezzano, ritengono utile e comprendono; •
Dall’altra ciò che risulta loro incomprensibile ed inutile.
Gli aspetti più apprezzati sono: • Il contatto; • L’ascolto; • Il tentativo da parte
dell’assistente sociale di far chiarezza sulla situazione e sul perché.
Gli aspetti critici e di insoddisfazione sono: • La freddezza dell’operatore; • La
percezione di non essere ascoltati; • Essere sottoposti a domande che appaiono a volte
fuori luogo.
Secondo Wright e Paget (2003) la ricerca qualitativa è connessa dalla valutazione non
centrata solo sulla selezione degli interventi efficaci, ma mirata alla produzione di
informazioni e saperi per sviluppare modi migliori di intervenire. La valutazione
qualitativa non si riferisce solo a strumenti di raccolta delle informazioni, ma
all’insieme di posizioni epistemologiche e approcci alternativi al positivismo alla luce
delle quali questi strumenti assumono una posizione di primo piano; l’approccio
qualitativo mira a cogliere modi di comprendere il processo e il lavoro delle diverse
persone, riconoscendone le differenti prospettive, focalizzandosi sui processi e sul
rapporto tra questi e i risultati secondo significati attribuiti dagli attori, in relazione alle
pratiche senza ricondurli a presunti standard di oggettività. La valutazione
qualitativa rappresenta un modo per esplicitare il lavoro sociale, per costruire il
“discorso” del servizio sociale; la ricerca pluralista che consiste nel coinvolgere nella
valutazione tutti coloro che sono implicati nell’intervento o nel lavoro sociale. La
ricerca si concentra, non solo sugli attori, ma su tutti i cosiddetti stekeholders, fino ai
potenziali utenti o a coloro che potrebbero essere danneggiati dall’intervento. L’analisi
delle esperienze dei soggetti in contatto con gli assistenti sociali, ha ricevuto una nuova
enfasi: il successo degli orientamenti pluralisti consiste nell’aver collocato il sapere dei
soggetti coinvolti sullo stesso piano del sapere dei professionisti. Il professionista non
è più ritenuto colui che sa e che deve prendere delle decisioni, bensì un consulente che
mette il suo sapere a disposizione; per la professione esplorare le percezioni di chi entra
in contatto con i servizi nella posizione di utente, questo tipo di ricerca di è sviluppato
nei paesi anglosassoni e del Nord Europa, in un ambito di studi che presenta diverse
ramificazioni:
1. Riguarda l’esplorazione dell’esperienza soggettiva di chi sperimenta situazioni di
difficoltà; 2. Focalizza il suo interesse sull’esplorazione del rapporto tra persone e
servizi.
Nel dibattito internazionale, la ricerca sugli utenti è stata oggetto di critiche più radicali;
la principale è che questo tipo di ricerca viene gestita dai professionisti, e ciò che
comporterebbe un processo di reinterpretazione di tali prospettive. Beresford (2001),
contesta il fatto che la ricerca possa farsi promotrice di un’appropriazione e potenziale
strumentalizzazione del sapere delle persone. Dal punto di vista metodologico si
lamenta che le interviste e le domande siano formulate secondo una prospettiva del
professionista e del ricercatore; l’invito a queste critiche è di prendere in
considerazione il punto di vista degli utenti e delle loro organizzazioni. Un’altra strada
promossa è quella della ricerca partecipata volta a coinvolgere gruppi di utenti
organizzati in associazioni; l’unica misura per ridurre i rischi di mistificazione e
strumentalizzazione di queste ricerche consiste nell’essere consapevoli del tipo di
sapere che si produce. La prospettiva costruttivista e post- modernista è costituita dalla
rivalutazione delle pratiche e dei saperi maturati nella pratica, finalizzato a
un’esplicitazione e sistematizzazione dei saperi non verbalizzati nel servizio sociale.
Secondo Fargion (2007) un aspetto importante è stato quello di aver qualificato
l’attenzione sul linguaggio. Il punto centrale è il rifiuto di considerare la possibilità di
una conoscenza oggettiva; le alternative proposte per limitare il relativismo estremo
sono due:
1. Realismo critico in cui si ritiene che dell’altra realtà pone dei limiti alle possibilità
di interpretazioni;
2. È connessa all’orientamento rispetto al linguaggio, si potrebbe ricondurre questa
posizione al convenzionalismo (ovvero al linguaggio).