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Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che

letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo,
ovvero forma. Si tratta di un termine volgarizzato da Lutero nella traduzione della
Sacra Bibbia che successivamente divenne di uso comune. Ma la Gestalt passa
alla storia come teoria della forma, ovvero di tutto ciò che può essere percepito.
Bisogna fare attenzione, poiché col termine Gestalt si definiscono due correnti
diverse: la Gestaltpsychologie o psicologia della Forma corrente di impostazione
teorica che nasce negli anni ‘20 in Germania, e la Gestalt Therapy teoria clinica che
nasce in ambito psicoanalitico, formatasi in America intorno agli ’50. Vediamo più
da vicino in cosa consistono.

La Terapia della Gestalt nasce, rispetto alla precedente teoria della Gestalt molto
più tardi, negli Stati Uniti d’America. Questo approccio terapeutico, perché di tale si
tratta, prende spunto dal movimento tedesco, ma il focus del suo intervento
riguarda l’ambito clinico. Nasce da un malcontento in ambito psicoanalitico e
comportamentista, e si focalizza principalmente sulle funzioni percettive
dell’individuo intese come prodotto della propria psiche. I terapeuti della Gestalt
sostenevano che l’esperienza percettiva si manifesta al confine tra noi e l’ambiente.
Tutto ciò che si trova all’interno di questo confine merita di essere percepito,
dunque, conosciuto e, allo stesso tempo, deve diventare il campo dell’intervento
terapeutico. La cura, dunque, non è comprendere la genesi del disturbo, bensì
sentirsi riconosciuti dall’altro identificato come significativo per noi.

La Gestalt
La Gestalt-Forma rappresenta l’attitudine a organizzare le sensazioni elementari in
figure emergenti da uno sfondo. Si ottiene, in questo modo, una figura dai contorni
dettagliati, che affiora in maniera netta rispetto a uno sfondo indifferenziato, che in
alcuni casi appare impercettibile. Consideriamo una serie di stimoli visivi fissi,
distaccati tra loro da una manciata di secondi, che producono in noi la percezione
di un solo elemento che si muove nello spazio. È un fenomeno che a tutti capita di
percepire e sperimentare soprattutto quando si è in viaggio e si osserva
un’immagine fuori dal finestrino del treno o dell’auto.
Questo processo è stato descritto per la prima volta da Wertheimer, uno dei
capisaldi della Gestalt, che lo definì fenomeno del Phi o della persistenza percettiva
degli oggetti.

Quindi, l’oggetto è percepito nella sua totalità prima delle singole parti da cui è
composto. Si ottiene in questo modo una figura strutturata e organizzata che
diventa l’unità di misura della percezione stessa, chiaramente in relazione
all’ambiente in cui si è immersi. Famose in questo ambito sono le figure
geometriche ambigue, il cubo di Necker, che varia a seconda di come è percepito
dal soggetto, il vaso di Rubin o la donna di Leavitt, figure aperte (senza margini),
che gli occhi sono in grado di percepire come chiuse (con i bordi uniti) ovvero nella
loro totalità e non come costituite da parti aperte.
Da qui nascono una serie di leggi della percezione:

- la prossimità, la vicinanza nello spazio di due o più elementi induce con


buona probabilità a considerarli come un’unica figura;

 la buona forma, gli stimoli percettivi sono organizzati nella forma più


coerente possibile;
 la somiglianza, le parti affini sono percepite come unica figura;
 la buona continuazione, se si ha un basso numero di interruzioni si ottiene
la percezione di un’unica figura;
 la chiusura, tutto ciò che mostra margini chiusi è percepito come figura
unitaria.

Di seguito andremo ad approfondire legge per legge.