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IL romanzo

Fernando Botero, Natura morta con libri, particolare, 1999.

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chE cos’è un romanzo


I l romanzo è una forma letteraria che tutti conoscono. Anche chi non legge sa che esistono i
romanzi. Sono i romanzi a fare compagnia nei momenti tranquilli, nei viaggi, nelle pause o nelle
ore di solitudine a uomini e donne di mezzo mondo; sui romanzi si sono modellate l’educazione
e la visione del mondo di tante persone. Da un paio di secoli, ormai, i romanzi fanno parte della
vita dei lettori e raccontano storie da cui essi si lasciano avvincere, incuriosire, commuovere; storie
immaginarie beninteso, ma in grado di coinvolgere più di tante storie vere.
Il romanzo è la forma letteraria costituita dalla narrazione in prosa di una storia di invenzione
estesa e articolata.
Tutti i romanzi narrano vicende che si sviluppano in un arco di tempo più o meno lungo, e che coin-
volgono un gruppo di personaggi le cui vite immaginarie si possono intrecciare nei modi più vari.
Tra un romanzo e un altro ci possono essere grandi differenze, che riguardano le intenzioni e le
scelte dell’autore o dell’autrice, il valore artistico dell’opera, il rapporto che essi stabiliscono con i
lettori. Ci sono romanzi in cui gli scrittori indagano e propongono alla riflessione dei lettori aspetti
complessi dell’esistenza: rapporti umani, problemi sociali, processi psicologici, temi esistenziali. Ci
sono invece quelli che sono scritti allo scopo di intrattenere i lettori, facendoli «evadere» dalla real-
tà quotidiana: è il caso di numerosissimi romanzi d’amore, d’avventura o di fantasy. Per molti lettori
i romanzi sono stati la chiave per entrare in realtà lontane nel tempo o nello spazio, riuscendo a
vederne l’aspetto, a coglierne i problemi e le idee, le speranze e le delusioni.
È strano per i lettori pensare a un mondo senza romanzi, i quali, tuttavia, non sono sempre esistiti;
sono anzi una forma letteraria relativamente giovane, una forma che si è sviluppata tardi, molto più
tardi della poesia, della scrittura teatrale o del racconto breve.

La parola «romanzo»
La parola «romanzo» deriva dal francese e ha un’ori-
gine molto antica. All’inizio dell’epoca medieva-
le l’espressione latina romanice loqui, «parlare nel
modo dei romani», indicava un modo di parlare, una
lingua orale usata all’interno dell’Impero romano, si-
mile a quella dei romani, ma diversa dal latino parla-
to e scritto a Roma. Dall’avverbio romanice derivò il
termine francese romanz, che indicava inizialmente
una lingua derivata dal latino. L’espressione lingue
romanze indica le lingue derivate dal latino del Bas-
so Impero, come lo spagnolo o il rumeno. Da ro-
manz sono quindi nati il termine italiano romanzo,
quello del francese moderno roman e il tedesco Ro-
man. Dal XII secolo la parola finì per indicare anche
un testo scritto in quella lingua.
La forma letteraria che chiamiamo romanzo, inve-
ce, si afferma solamente a partire dal XVIII secolo,
anche se ha origini antiche. Fu accolto nel Sette-
cento come una forma letteraria nuova per la varie-
tà dei temi e per l’interesse alla realtà contempora-
nea. Venne infatti indicato in inglese con la parola
novel e in spagnolo con novela; entrambe derivano
dal latino novus, cioè «nuovo», e si riferiscono al
Guillaume de Lorris e Jean de Meun,
carattere di novità di una forma letteraria che rac- pagina miniata dal Roman de la Rose,
contava storie attinte dal mondo reale. seconda metà del XV secolo.

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tra realtà e invenzione


Leggere romanzi è sempre stato un modo di divertirsi, intrattenersi, informarsi, riflettere sul mon-
do e anche sognare mondi diversi da quello quotidiano. Se è vero, infatti, che l’osservazione
della realtà è la base del lavoro del romanziere, è vero anche che la sua libertà di invenzione
gli permette di trasferire situazioni e problemi reali in una dimensione immaginaria, in cui sono
possibili scelte e soluzioni difficilmente realizzabili, a volte impossibili, nella realtà quotidiana. Per
i lettori i romanzi spalancano quindi la porta a mondi in cui conflitti, aspettative, incontri, senti-
menti ricalcano quelli reali, ma si presentano come più interessanti, più intensi, più emozionanti.
Per questo la parola «romanzo» evoca a volte anche l’idea di una dimensione ben diversa da quella
della vita reale: una dimensione meno banale e insoddisfacente. L’aggettivo romanzesco fa infatti
riferimento a una «realtà» che è possibile trovare solo nei romanzi, e che è ben diversa da quella
della vita vera.
Questa combinazione di realismo, cioè di tendenza a rappresentare in tutti i suoi aspetti il mondo
reale, e di libertà di spaziare nell’immaginario, è all’origine dell’affermazione e della fortuna del
romanzo.

La struttura dEL romanzo


I l romanzo è come un meccanismo complesso;
è costituito da numerose parti che l’autore deve
tenere sotto controllo: la trama, i personaggi, le
ambientazioni, la scrittura. La storia narrata in un
romanzo si sviluppa spesso intorno a una situazio-
ne di conflitto o di tensione, che può poi risolver-
si in modo positivo o negativo. Per lungo tempo
l’idea di romanzo è stata legata a quella di una
storia dall’intreccio complicato, fitta di personaggi
particolari e di luoghi esotici, ma dagli inizi del
Novecento i romanzi propongono anche trame
sfilacciate, personaggi complessi ma non sempre William Michael Harnett, Natura morta con calamaio, libro,
attraenti, storie in cui nulla sembra accadere. pipa e caraffa di gres, 1880.

Ciò che rimane costante nella forma romanzo è l’esistenza di una storia, attorno alla quale lo
scrittore costruisce una trama di fatti, situazioni, ne determina tempi e luoghi di svolgimento,
sviluppa i caratteri dei personaggi.
Quando decide l’intreccio di un racconto, l’autore sceglie anche due segmenti narrativi di par-
ticolare rilevanza: quello iniziale e quello finale. Il primo si chiama incipit (voce verbale latina
che significa «comincia, inizia»): sono le prime parole che leggerà il lettore, e quindi quelle
cui è affidato il compito di introdurlo nella storia, di suscitare il suo interesse, la sua curiosità.
Alla scrittura dell’incipit gli scrittori dedicano una particolare cura e per i lettori un buon inizio
può determinare il proseguimento o l’abbandono della lettura.
Naturalmente una particolare importanza assume anche il finale, con cui l’autore si congeda
dalla storia e dal lettore.
u Nei romanzi dell’Ottocento il finale chiude la storia, informando il lettore di tutto quello che
succede ai personaggi, anche dopo la conclusione della vicenda narrata.
u Nei romanzi del Novecento, invece, il finale spesso rimane aperto: la storia finisce, ma i possibili
sviluppi della vicenda narrata rimangono incerti; e le storie dei diversi personaggi potrebbero
continuare in molti modi, che lo scrittore lascia immaginare al lettore.

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le OrigiNi Del rOmaNZO

I PrImI rOmaNZI parola romanzo, o meglio di quella fran­


narrazioni in prosa di vicende avventurose cese roman: un roman raccontava le storie
che si sviluppano in un certo arco di tempo d’amore e di imprese guerresche di cui era­
sono esistite in molte letterature, anche le no protagonisti i cavalieri, in particolare i
più antiche. In antichi papiri egiziani del paladini di carlo magno e i cavalieri di re
II millennio a.c. si può leggere una storia artù. alcuni roman medievali erano scritti
intitolata Le avventure di Sinuhe; le cultu­ in versi, come gli antichi poemi epici, al­
re del mondo arabo e dell’asia hanno una tri in prosa; il romanzo cortese in prosa è
ricca tradizione narrativa; romanzi avven­ dunque per alcuni aspetti simile al roman­
turosi si trovano in India fin dal VII secolo zo moderno.
e in Giappone dall’XI secolo, ma sono poco I più celebri romanzi cortesi sono Lancelot,
conosciuti in occidente. scritto in francese antico da chrétien de
troyes, e le varie versioni di Tristan: rac­
contano le tragiche storie d’amore di Lan­
cillotto e Ginevra e di tristano e Isotta; re­
steranno per secoli un modello dell’amore
associato all’impossibilità e alla morte.
chi erano i lettori di questi romanzi? nel
medioevo le persone che sapevano leggere
erano un’esigua minoranza. I fruitori di que­
ste storie appartenevano alla parte più colta
della nobiltà feudale, che coltivava il gusto
per la letteratura, la musica e l’arte; molti ric­
Statua della scrittrice e poetessa Murasaki Shikibu,
autrice del romanzo giapponese Storia di Genji,
scritto intorno al Mille. Kyoto, Giappone.

c’è chi considera «romanzi» alcune storie


greche e latine, intessute di magia e avven­
tura, che ci sono giunte in frammenti e che
furono dimenticate per secoli dopo la cadu­
ta dell’Impero romano. Bisogna tuttavia ri­
cordare che nel mondo più antico la narra­
zione di storie lunghe e complicate, di fatti
storici e leggendari, era affidata al genere
della poesia: molte grandi storie dell’anti­
chità – greca, romana, ma anche indiana,
araba, cinese, giapponese – non sono ro­
manzi, ma poemi.

IL rOmaNZO cOrtESE
nel Basso medioevo, con l’affermazione
delle lingue romanze, in cui al latino si
mescolavano elementi delle lingue locali,
si diffusero, intorno al XIII secolo, nuove
forme di narrazione, lunghe storie d’av­
ventura e d’amore, destinate ad avere una John William Waterhouse, Tristano e Isotta dividono
lunga fortuna. Si diffuse allora l’uso della la pozione, 1916.

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chi signori erano analfabeti e se le facevano


raccontare da giullari e trovatori; solo alcu­
ni potevano leggerle nei preziosi manoscritti
che circolavano in un numero molto limitato
di copie. nel canto V dell’Inferno di Dante
incontriamo i due più celebri lettori di questi
romanzi medievali: Paolo e Francesca, co­
gnati, adulteri e per questo dannati, si erano
innamorati proprio leggendo la storia di Lan­
cillotto e Ginevra. «noi leggiavamo un gior­
no per diletto di Lancialotto e come amor lo
strinse. Soli eravamo e sanza alcun sospetto»,
racconta a Dante l’anima di Francesca, ormai
dannata ma sempre unita all’anima del suo
Paolo, che aveva condiviso con lei la lettura
«fatale», e l’innamoramento colpevole che ne
era seguito.

IL rOmaNZO caVaLLErEScO
Le storie del mondo cavalleresco, affidate
alle pagine dei romanzi cortesi, si diffuse­
ro anche al di fuori del mondo privilegiato
dei castelli e delle corti feudali. Diventarono
repertorio dei cantastorie che giravano per
i borghi e le città d’europa, e raggiunsero
anche un pubblico di gente comune, che si Honoré Daumier, Don Chisciotte, 1868 circa.
riuniva nelle piazze nei giorni di festa. I pro­
tagonisti dei cicli cavallereschi diventarono Patetico e insieme affascinante nella sua po­
così personaggi popolari, protagonisti di etica follia, Don chisciotte è forse il primo
una tradizione orale plurisecolare. con essi di quegli straordinari personaggi che, pur
si tramandava la visione idealizzata di un non essendo mai esistiti davvero, fanno or­
mondo in cui la cavalleria era fatta di corag­ mai parte della storia della nostra civiltà.
gio, fedeltà e nobili ideali, e i cavalieri erano nei primi sei secoli dopo il mille, dunque, al­
i protagonisti di mortali lotte contro il male cune opere con le caratteristiche del roman­
e di amori eterni anche se spesso infelici. zo moderno circolarono e acquistarono una
È un appassionato lettore di romanzi caval­ certa fama, soprattutto dopo l’invenzione
lereschi il protagonista del libro considerato della stampa, che dal 1457 rivoluzionò la ri­
da molti il primo romanzo: Don Chisciotte produzione dei testi. Bisogna però tener pre­
della Mancia (1605­1615), di miguel de cer­ sente che i lettori rimanevano una piccola
vantes. È la storia di un cavaliere che vive in minoranza della popolazione europea, che
un mondo ormai lontano da quello cavalle­ non c’era dunque un pubblico paragonabile
resco, che egli ha idealizzato e in cui si illude a quello contemporaneo.
ancora di vivere; Don chisciotte impegna Le condizioni che furono all’origine dell’af­
quindi battaglie assurde ed esce sconfitto fermazione del romanzo moderno si sareb­
da una realtà dura e squallida, ben diversa bero sviluppate soltanto con le grandi tra­
da quella eroica e avventurosa dei romanzi sformazioni economiche, sociali e culturali
cortesi. del Settecento e dell’ottocento.

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una Forma, tanti gEnEri


D al Settecento in poi nella vasta produzione di romanzi si svilupparono romanzi di generi di-
versi, alcuni legati al gusto di un’epoca e poi tramontati, altri destinati ad avere una lunga for-
tuna. I tipi di romanzo si distinguono in alcuni casi per la forma che assumono, come ad esempio
il romanzo epistolare o il romanzo storico, in altri per l’argomento e i contenuti, come il romanzo
gotico. La libertà compositiva di cui ha sempre goduto il romanzo fa comunque sì che all’interno
di uno stesso romanzo si trovino elementi che appartengono a generi diversi.

il romanzo epistolare
Il romanzo epistolare è costituito da una serie di lettere dal cui insieme nasce la storia. A volte
sono le lettere che il protagonista avrebbe inviato a un interlocutore, altre volte sono lettere di una
corrispondenza che un narratore esterno finge di aver ritrovato, e di dare alle stampe. La forma epi-
stolare, così come quella del diario, consentiva allo scrittore di far credere al lettore che si trattasse
di una storia vera: il narratore interno era testimone o protagonista dei fatti narrati e ne garantiva la
veridicità. Era un tipo di romanzo adatto a far emergere le riflessioni e i sentimenti, spesso tormen-
tati, di personaggi sensibili, che nella lettera mettono a nudo il proprio animo, si abbandonano alle
loro riflessioni, svelano i loro segreti. Ebbe successo soprattutto nel Settecento.
Sono romanzi epistolari: Pamela (1740) di Samuel Richardson; I dolori del giovane Werther (1774) del
grande scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe; Le ultime lettere di Jacopo Ortis (1801) di Ugo
Foscolo; Le relazioni pericolose di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos (1782).

il romanzo gotico
Caratterizzato da storie di vittime innocenti e perseguitate, da ambientazioni cupe in castelli diroc-
cati, sotterranei misteriosi, da atmosfere tenebrose spesso sconfinanti nel soprannaturale, il roman-
zo gotico si sviluppò in Inghilterra nella seconda metà del Settecento. Il termine gotico era usato
per indicare l’epoca medievale, di cui il gotico era uno stile artistico. Si trattava di un Medioevo in
buona parte immaginario, contrassegnato da un alone di mistero. Il romanzo Il castello di Otranto
(1764) dell’inglese Horace Walpole, che aveva come sottotitolo Una storia gotica, costituisce il pro-
totipo di un genere al quale sono ispirati anche romanzi come Frankenstein (1818) della scrittrice
inglese Mary Wollstonecraft Shelley e Dracula (1897) dell’irlandese Bram Stoker. Il romanzo gotico
ha dato vita al romanzo nero, caratterizzato da storie fantastiche e dell’orrore.

il romanzo d’avventura
È un romanzo in cui i protagonisti vivono avventure spesso in paesi lontani, che ne mettono alla
prova le capacità, lo spirito di intraprendenza, il coraggio. Nato dai resoconti di viaggi dei secoli
precedenti, il romanzo d’avventura è fatto di colpi di scena sostenuti da un ritmo incalzante, di
luoghi in grado di affascinare il lettore per la loro singolarità e di personaggi pronti a sfidare ogni
pericolo. Se l’origine di ogni narrazione d’avventura è nella cultura occidentale l’Odissea di Omero,
che ha in Ulisse il prototipo dell’eroe vagabondo, i più grandi romanzi d’avventura appartengono
all’Ottocento. Scrittori come Robert Stevenson, Jules Verne, Emilio Salgari hanno fatto vivere a
personaggi e lettori avventure emozionanti in luoghi realistici o del tutto fantastici: dai mari del sud
dell’Isola del tesoro agli spazi sottomarini di Ventimila leghe sotto i mari alle isole esotiche del ciclo
dei Pirati della Malesia. In alcuni romanzi l’avventura non significa per il protagonista solamente
affrontare i pericoli di un viaggio o di una natura ostile, ma andare alla ricerca di se stesso, sfidare
i propri limiti per penetrare i significati più profondi dell’esistenza, come avviene per i protagonisti
dei romanzi di Herman Melville, autore di Moby Dick, o di Joseph Conrad, autore di Cuore di
tenebra e di Lord Jim.

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il romanzo storico
In questo tipo di romanzo su uno sfondo storico reale si svolge una storia di invenzione, in cui le vi-
cende di personaggi di invenzione si intrecciano con quelle di personaggi storici che rivivono grazie
alla penna degli scrittori. Si affermò nella prima parte dell’Ottocento, quando si diffuse l’interesse
per la storia, per la ricostruzione del passato e in particolare del Medioevo. Seguendo l’esempio e il
modello dell’inglese Walter Scott, autore di numerosi romanzi storici tra cui il famoso Ivanhoe (1819),
i romanzieri ricrearono ambienti e vicende di epoche passate, ricostruite spesso con grande attenzio-
ne ai dati e ai dettagli storici, ma anche rivissute attraverso le loro passioni politiche, legate ai proble-
mi del presente. Intorno al romanzo storico ci fu un’intensa attività di discussione critica; vi parteci-
parono anche diversi scrittori italiani, fra cui Alessandro Manzoni, che con I Promessi sposi scrisse il
primo romanzo storico italiano, ambientato nel Seicento, un secolo nel quale l’autore ravvisava
alcune caratteristiche ricorrenti nella storia d’Italia.

il romanzo sociale
L’attenzione alla realtà, l’abilità degli scrittori nel creare sulle pagine dei romanzi ambienti, situa-
zioni, personaggi che sembravano veri e reali, si espressero nella seconda metà dell’Ottocento
nella rappresentazione della società contemporanea, carica di attese per l’avanzare del progresso
ma anche di tensioni, di problemi irrisolti, di motivi di conflitto. L’interesse di molti romanzieri si
focalizzò sulla ricostruzione degli ambienti, sull’analisi delle dinamiche economiche e sociali, sulla
riflessione sui risultati della modernizzazione e sui desideri scatenati dalla modernità.
In alcuni scrittori, come il francese Émile Zola, autore di Germinal (1885), la rappresentazione della
miseria e dell’ingiustizia si accompagnava alla convinzione nella possibilità di un futuro più equo;
in altri proprio l’osservazione delle disuguaglianze e dell’arretratezza di larghi strati di popolazione
portava a una sostanziale sfiducia in ogni possibilità di cambiamento: è questo il caso di Giovanni
Verga, autore dei romanzi I Malavoglia (1881) e Mastro don Gesualdo (1889), attento testimone di
un Sud d’Italia escluso dalle speranze di rinnovamento e di sviluppo.

altri generi di romanzo


Molti altri generi di romanzo si sono aggiunti nel tempo, alcuni dei quali del tutto nuovi.
Già nel corso dell’Ottocento si affermarono il romanzo poliziesco e il romanzo fantastico, che
divennero subito molto popolari grazie agli intrecci appassionanti e alle atmosfere misteriose. Il
romanzo d’avventura trovò in quello di fantascienza uno sviluppo adeguato ai nuovi spazi che le
scoperte scientifiche aprivano al desiderio di esplorazione dell’uomo.
Al genere gotico si sono ispirati nel Novecento sia molti romanzi horror, con il loro carico di fan-
tasmi, notti tenebrose e misteri, sia molti romanzi del genere fantasy.
Altri generi di romanzi si identificano infine per l’argomento trattato, come ad esempio il romanzo
d’amore, in cui al centro della trama c’è la storia amorosa, più o meno contrastata, dei protagonisti.
Nel corso del Novecento la distinzione in generi è spesso più sfumata; il romanzo novecentesco
si caratterizza soprattutto per le modalità e le tecniche narrative più che per gli argomenti; questi,
pur nella loro grande varietà, riguardano sempre la vita dell’uomo e il suo modo di rapportarsi con
l’esistenza e la società che lo circonda.
Il romanzo, forma «giovane» della letteratura, nel corso della sua storia si è sviluppato, è cambiato,
ha modificato ogni volta la sua struttura, adeguandosi alle trasformazioni sia dell’uomo e della so-
cietà sia della forme comunicative. Anche oggi è in continua evoluzione: nonostante le voci che di
tanto in tanto parlano di «morte del romanzo», in ogni parte del mondo si continuano a scrivere e
a pubblicare romanzi nuovi, che continuano a raccontare le innumerevoli storie del nostro mondo.

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iL romanzo ottocEntEsco
I l romanzo si sviluppò nel Settecento come evoluzione di due forme di testi non letterari, molto
diffusi in quell’epoca di crescente circolazione di persone e di idee: i racconti di viaggio e gli
epistolari. Dal successo della pubblicazione di autentici resoconti di viaggio e di scambi di lettere
fra persone reali alcuni scrittori trassero lo spunto per ideare opere di fantasia scritte come se si
trattasse di storie di viaggio o di epistolari veri. La finzione dell’esistenza di un manoscritto sco-
nosciuto, o del ritrovamento del diario di un viaggiatore o di un fascio di lettere, rimase a lungo
uno «stratagemma» narrativo scelto dai romanzieri per presentare ai lettori una garanzia, in effetti
fittizia, della veridicità della storia narrata.
Nel corso dell’Ottocento il romanzo si sviluppò intorno a una varietà di argomenti e di modelli,
seguendo l’evoluzione sia dei temi di discussione politica e culturale sia degli interessi del pubblico.
La progressiva affermazione della borghesia, sul piano economico, politico e culturale, fu accom-
pagnata e testimoniata dal romanzo, che contribuì a diffonderne idee e miti. I romanzi documenta-
vano costumi, rispecchiavano valori e miti di una società in rapida evoluzione, ne rappresentavano
conflitti e speranze. Il filosofo Friedrich Hegel, per questo, definì il romanzo «la moderna epopea
borghese», vedendo in esso la forma letteraria che meglio esprimeva, diffondeva e celebrava,
come facevano le antiche narrazioni epiche, i valori di una classe che si stava orgogliosamente
affermando: la fiducia nel cambiamento, il riconoscimento dell’importanza del lavoro, l’ottimismo
nel progresso tecnico e civile.
Già nel Settecento era tuttavia evidente che il romanziere poteva non solo mescolare con grande
libertà realtà quotidiana e fantasia, ma anche proporre storie del tutto immaginarie, come quelle
dei romanzi gotici, in cui fatti straordinari, quali l’apparizione di fantasmi o di morti resuscitati,
venivano raccontati come se potessero realmente accadere.
I grandi romanzieri dell’Ottocento hanno pertanto lasciato delle rappresentazioni vivide e profon-
de dei diversi aspetti della società e della cultura del loro tempo, e della varietà dei sentimenti e
dei comportamenti umani.

La diffusione e i lettori
L’aumento dell’alfabetizzazione, la diffusione di
biblioteche circolanti, la diminuzione del costo
dei libri, il miglioramento delle comunicazio-
ni e dei servizi postali, lo sviluppo dei giornali
crearono le condizioni per la diffusione di una
letteratura che non si rivolgeva più a un ristretto
pubblico di esperti, ma a un ampio pubblico di
lettori, uomini e donne.
Era un pubblico nuovo, costituito dalla classe so-
ciale in ascesa, la borghesia, che stava costruen-
do il proprio benessere con attività produttive.
Il miglioramento delle condizioni economiche
comportava una maggiore disponibilità di tem-
po libero, una migliore cultura e una crescente
curiosità per la letteratura, sia quando questa
proponeva storie ricche di avventura e di mi-
stero, frutto solo di fantasia, sia quando rappre-
sentava la realtà del tempo, nella quale lettori e
lettrici potevano facilmente rispecchiarsi.
Il romanzo d’appendice, un’iniziativa editoriale Vincent Van Gogh, Natura morta con statuetta di gesso,
avviata nell’Ottocento, avvicinò al romanzo an- una rosa e due romanzi, 1887.

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che il pubblico popolare: si trattava di storie pubblicate a puntate su giornali quotidiani o domeni-
cali in appendice, cioè in ultima o penultima pagina, che venivano lette anche da persone che non
acquistavano e non leggevano libri. I romanzi d’appendice, chiamati anche con il termine francese
feuilleton (dal francese feuillet, diminutivo di feuille, «foglio, pagina»), erano caratterizzati da trame
avventurose e passionali, con molti colpi di scena, che dovevano coincidere con la fine della pun-
tata per tenere vivo l’interesse dei lettori e indurli a comperare l’edizione successiva del giornale.

aspetti del romanzo ottocentesco


L’Ottocento è considerato la grande stagione del romanzo, per lo sviluppo, la popolarità e i
grandi risultati raggiunti da questa forma letteraria.
La società, con le profonde differenze che la dividevano e con i conflitti che la agitavano, di-
ventò un terreno di scoperta e di indagine da parte degli scrittori. I nuovi romanzi raccontava-
no storie avvincenti, intricate, commoventi, divertenti, che si basavano sull’osservazione della
società del tempo: una società in rapida trasformazione, almeno nei paesi che si stavano mo-
dernizzando, come l’Inghilterra e la Francia. Una società in cui i rapporti sociali ed economici
si andavano modificando, perché erano sorte nuove forme di ricchezza e stavano tramontando
alcuni antichi privilegi. Nell’Inghilterra avviata a un rapido sviluppo dalla rivoluzione industria-
le si diffusero, contemporaneamente alle macchine a vapore e alle città manifatturiere, i primi
romanzi moderni.
Il realismo, la scelta di rappresentare fedelmente i vari aspetti della realtà umana e sociale, di-
venne un ingrediente fondamentale del romanzo: gli scrittori intendevano ricreare sulla pagina
personaggi, ambienti e situazioni che apparissero reali quanto quelli veri e in cui i lettori potes-
sero riconoscere i caratteri positivi e negativi del mondo in cui vivevano.
Lo scrittore francese Honoré de Balzac scrisse di voler «fare concorrenza all’anagrafe» creando
una straordinaria varietà di personaggi, rappresentati in modo tanto realistico da sembrare per-
sone reali.
Accanto alla rappresentazione della realtà che attraversa tutto il romanzo ottocentesco, co-
esiste una seconda linea di tendenza, rivolta verso il fantastico. La moda, introdotta fin dal
Settecento, dei romanzi gotici, popolati di fantasmi ed esseri demoniaci, proseguì anche
nell’Ottocento. Gli studi sul magnetismo prima e sui fenomeni paranormali poi allargavano il
campo d’azione dell’uomo, e molti scrittori furono attratti da queste possibilità di indagine e di
conoscenza che si aprivano alla mente umana. Anche l’analisi dei sentimenti e dei turbamenti
dell’animo non si limitò a un lavoro di introspezione psicologica, ma si aprì alla dimensione
dell’irrazionale e della malattia, a quei comportamenti che perlomeno allora sfuggivano a ogni
comprensione razionale.

i temi
L’interesse per la società umana si tradusse nel romanzo ottocentesco in una grande varietà di
temi. Quelli più ricorrenti e significativi riguardavano proprio la crescita, spirituale ed economica,
dell’individuo, alle prese con un mondo nuovo, capace sia di regalargli dignità e ricchezza sia di
stritolarlo nei suoi ingranaggi.
La lotta politica per l’indipendenza e la libertà, soprattutto nella prima parte del secolo, nei
u
decenni dei moti liberali e delle rivolte nazionali, è un tema ricorrente che si intreccia a quello
per l’affermazione individuale, la ricerca di una libertà che sarebbe stata impossibile in epoche
precedenti.
Le trasformazioni sociali ed economiche mettono in primo piano le speranze e le aspirazioni
u
dei giovani, in un mondo pieno di possibilità e di aspettative, ma anche irto di ostacoli spesso in-
sormontabili. Il desiderio di ascesa sociale, caratteristico di una società in rapida trasformazione,
acuisce di conseguenza il conflitto fra le aspirazioni ideali e la realtà, spesso dura o mediocre.
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Anche la vita delle classi popolari, assenti per seco-


u
li dalla rappresentazione letteraria, diventa oggetto di
narrazione: contadini, lavoratori sfruttati e poveri de-
relitti delle città industriali furono protagonisti di sto-
rie attraverso le quali gli scrittori volevano sollecitare
l’attenzione del pubblico verso i problemi legati alle
trasformazioni in atto e le ingiustizie sociali che spesso
queste comportavano.
L’amore viene rappresentato come sentimento assolu-
u
to ed eterno, ma spesso anche impossibile e tragico,
perché ostacolato dal destino, dalle differenze sociali,
dalle convenzioni.
Molti sono i personaggi giovani, da Renzo Tramaglino
u
a Jean Valjean, e le figure femminili, alcune delle qua-
li sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo
come Nataša o Emma Bovary. Maximilien Luce, Mattino, interno, particolare, 1890.

Le tecniche narrative
Nella varietà di scelte operate dai romanzieri dell’Ottocento si possono riconoscere alcuni tratti
comuni per quanto riguarda i modi di costruire la storia e di presentare i personaggi, modi che
sono tipici del romanzo ottocentesco.
u Il narratore in buona parte dei romanzi ottocenteschi è onnisciente: che conosce tutto dei
personaggi e ne racconta il passato, la storia familiare, le parole pronunciate, i pensieri; il
narratore, inoltre, spesso si palesa e interviene nella narrazione con commenti, opinioni,
giudizi, da cui traspaiono chiaramente anche le idee dell’autore.
u La dimensione temporale è presentata in modo chiaro e lineare: la narrazione segue in
genere la successione degli eventi. Quando ci sono delle retrospezioni vengono sempre
introdotte e concluse con chiarezza dal narratore.
u I personaggi sono descritti in modo compiuto e dettagliato; i tratti fisici, morali, psicologici
compongono dei ritratti completi. I romanzi ottocenteschi sono spesso fitti di personaggi, le
cui storie si intrecciano in modo vario e talvolta imprevedibile. Il narratore ne riporta parole
e pensieri ricorrendo sovente al discorso diretto, con cui sono costruiti i dialoghi, spesso
lunghi e articolati.
u Gli spazi sono presentati attraverso descrizioni precise e dettagliate: il narratore presenta
con abbondanza di particolari luoghi e ambienti in cui si svolge la vicenda narrata.
Queste tecniche si trasformarono nel corso dell’Ottocento; nell’ultima parte del secolo l’interesse
per la scienza e per la possibilità di arrivare a una conoscenza oggettiva del mondo spinse alcuni
scrittori a misurarsi con la possibilità di rappresentare la realtà secondo il metodo di osservazione
proprio delle scienze naturali. Il romanziere aspirava a diventare un osservatore impersonale, che
osservava i comportamenti umani e li ritraeva in modo imparziale. La testimonianza e la denuncia
dei problemi aperti della società doveva essere oggettiva e lo scrittore non doveva lasciare spazio
ai propri sentimenti e ai propri giudizi. Il narratore dei romanzi naturalisti e veristi tendeva quindi
a scomparire, a non intervenire nella narrazione, che nelle intenzioni degli scrittori doveva essere
oggettiva e impersonale. La ricerca dell’impersonalità portò gli scrittori all’uso di soluzioni tecniche
volte ad annullare il più possibile la presenza del narratore e presentare la storia come se si stesse
svolgendo sotto gli occhi del lettore.

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NaTur aliSmO e VeriSmO

Il realismo è un carattere significativo del ro­ zione del realismo. ne fu esponente di spicco
manzo fin dalle sue origini. I romanzieri inten­ il romanziere Émile zola, che definì il roman­
devano ricreare sulla pagina personaggi, am­ zo «una conseguenza dell’evoluzione scientifica
bienti e situazioni che apparissero reali quanto del secolo». Per la prima volta nei romanzi ir­
quelli veri. rompeva un nuovo scenario, quello delle gran­
nell’ambito del realismo dell’ottocento si svi­ di periferie industriali francesi, e nuovi perso­
lupparono, negli ultimi decenni del secolo, due naggi come operai sfruttati e agitatori politici.
correnti letterarie, Naturalismo e Verismo, ca­ L’opera di zola aveva una forte valenza politica,
ratterizzate dall’intento di rappresentare la real­ in quanto l’intenzione dell’autore, noto per le
tà con la maggiore precisione e verosimiglianza sue idee progressiste, era quella di denunciare la
possibili. alla base degli intenti e delle scelte de­ misera condizione del proletariato urbano.
gli scrittori era lo studio scientifico dei rapporti al naturalismo si ispirò in maniera evidente
sociali e della psicologia umana, caratteristico il Verismo italiano. anche gli scrittori veristi
della cultura positivista. Il Positivismo è un si ponevano come norma fondamentale quel­
indirizzo filosofico che assume come modello la di rappresentare oggettivamente la realtà.
della conoscenza e della rappresentazione della L’autore più rappresentativo del Verismo fu
realtà quello delle scienze positive, cioè concrete Giovanni Verga, che ritrasse la realtà sociale
ed empiriche. della Sicilia negli anni successivi all’unifica­
Secondo i teorici di queste due correnti, lo scrit­ zione italiana. 
tore doveva dunque porsi di fronte alla realtà
alla scelta di contenuti nuovi, basati sull’os­
come lo scienziato, e fotografare, rappresentare
servazione «scientifica» del reale, corrispose la
in modo impersonale e oggettivo la vita umana
ricerca di nuove modalità di rappresentazione,
in tutti i suoi aspetti, anche i più sgradevoli.
che fossero il più possibile oggettive. Gli scritto­
Il termine Naturalismo indica la corrente let­ ri naturalisti e veristi studiarono e sperimenta­
teraria che si sviluppò in Francia come evolu­ rono pertanto nuove tecniche narrative.

Jean-Francois Millet, I piantatori di patate, 1861-1862.

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uN TeSTO SpiegaTO
Lev Nikolaevič Tolstoj
I roStoV LaScIano moSca
Guerra e pace, 1863-69  Lingua originale russo
Guerra e pace è uno dei grandi romanzi europei dell’Ottocento. Lo scrittore russo Lev
Nikolaevič Tolstoj racconta la storia di due famiglie della nobiltà moscovita, i Rostov e
i Bolkonski, nel quadro più ampio della storia russa all’epoca della campagna napoleo-
nica del 1812. Napoleone, al culmine del suo potere, aveva deciso di guidare l’armata
francese contro l’impero dello zar, verso quella che doveva essere la sua prima e tragica
sconfitta. Nelle centinaia di pagine di questo romanzo famoso e affascinante, anche se
impegnativo per il lettore, si intrecciano le azioni e le vicissitudini di personaggi storici
e di personaggi di invenzione e si alternano descrizioni di battaglie campali, rappresen-
tazioni di scene di vita quotidiana e riflessioni sui grandi temi della vita.
Il brano che proponiamo racconta il momento in cui la guerra costringe la famiglia Rostov
a lasciare il palazzo di Mosca, in cui fino a quel momento aveva vissuto una vita serena:

«
l’esercito francese è ormai alle porte, la città deve essere abbandonata, dal fronte sono
già arrivati molti soldati feriti.

L’IncIPIt
«Eh bien, mon prince, Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, pro­
prietà de la famille Bonaparte. Non, je vous préviens que si vous ne me dites
pas que nous avons la guerre, si vous vous permettez encore de pallier toutes
les infamies, toutes les atrocités de cet Antichrist (ma parole, j’ y crois) – je ne
vous connais plus, vous n’ êtes plus mon ami, vous n’êtes plus il mio servo
fedele, comme vous dites. orvia, buon giorno, buon giorno. Je vois que je

»
vous fais peur*. Sedetevi e raccontate».
così diceva nel giugno del 1805 la famosa anna Pàvlovna Scherer, damigella
d’onore e familiare dell’imperatrice maria Feodorovna, accogliendo il grave e
carico di titoli principe Basilio, che era giunto per primo al suo ricevimento.

era giunto l’ultimo giorno di mosca. era ra un tempo d’autunno chiaro, al al­
legro. era domenica. come nelle solite domeniche, le campane sonavano
per la messa in tutte le chiese. Pareva che nessuno potesse ancora capire
ciò che aspettava mosca.
Soltanto due indici1 dello stato della società davano un’idea della situa­
zione in cui era mosca: la plebaglia, cioè la classe dei poveri, e i prezzi del­
le derrate2. operai, domestici e contadini, in una folla enorme alla quale si
mischiarono impiegati, seminaristi, nobili, si avviò quel giorno, di mattina
presto, alle tre montagne3. Dopo esser stata lì un poco, senza aspettare che

* ebbene, principe, Genova e Lucca non sono servo fedele, come voi dite. Orvia, buon gior-
più che appannaggi, proprietà della famiglia no, buon giorno. Vedo che vi faccio paura.
Bonaparte. no, vi prevengo che se voi non 1. indici: elementi che permettono di misura­
mi dite che avremo la guerra, se voi vi per­ re, in questo caso la situazione nella città di
metterete ancora di palliare tutte le infamie, mosca.
tutte le atrocità di questo anticristo (parola 2. derrate: prodotti della terra a uso alimentare.
d’onore, lo credo tale), non vi conosco più, 3. Tre Montagne: località presso mosca dove si
non siete più mio amico, non siete più il mio pensava di organizzare la di fesa della città.

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10 arrivasse rastòpcin4, persuasa che mosca sarebbe stata abbandonata, quella


folla si disperse per la città, nelle bettole e nelle osterie. anche i prezzi quel
giorno indicavano lo stato delle cose. I prezzi delle armi, dell’oro, dei carri e
dei cavalli andavano sempre crescendo, mentre quelli degli assegnati5 e degli
oggetti di uso cittadino andavano sempre diminuendo, sicché a metà della
giornata ci fu il caso che mercanzie di costo6, come pezze di panno, fossero
portate via a metà prezzo, mentre per un cavallo da contadini si pagavano 500
rubli; i mobili poi, gli specchi, i bronzi7 si davano per niente.
nella comoda e vecchia casa dei rostov si risentiva ben poco la mancanza
delle antiche condizioni di vita. Per quanto riguarda le persone, accadde sol sol­
20 tanto questo, che di tutta quella immensa servitù della casa tre uomini spa­
rirono durante la notte, ma nulla fu rubato; e in quanto ai prezzi delle cose,
si vide che i trenta carri venuti dalla campagna rappresentavano un’enorme
ricchezza che molti invidiavano e per la quale si offriva ai rostov moltis­
simo denaro. – non soltanto per quei carri si offriva moltissimo denaro,
ma fino dalla sera prima e la mattina stessa del 1° settembre nel cortile dei
rostov vennero attendenti8 e domestici mandati dagli ufficiali feriti e vi si
trascinarono i feriti stessi che stavano in casa rostov e nelle case adiacenti,
e scongiuravano la servitù dei rostov che si adoperasse perché fossero dati
loro dei carri per partire da mosca. Il maggiordomo, al quale si rivolgevano
30 con queste preghiere, benché avesse pietà dei feriti, rifiutò recisamente, di­
cendo che non avrebbe neppure osato riferirne al conte. Per quanta pena fa­
cessero i feriti che dovevano rimanere, era chiaro che, se si cedeva un carro,
non c’era ragione di non cederne un altro, e poi tutti, e di non cedere anche
le proprie carrozze. trenta carri non potevano mettere in salvo tutti i feriti
e in quella sciagura generale non si poteva non pensare a sé e alla propria
famiglia. così pensava il maggiordomo per conto del suo padrone.
Svegliandosi la mattina del 1°9, il conte Iljà andréjevič uscì pian piano di
camera per non destare la contessa che s’era addormentata soltanto verso
giorno, e, nella sua veste da camera di seta viola, uscì nel vestibolo. I carri,
40 già legati, stavano nel cortile. Presso la scalinata stavano le carrozze. Il mag­
giordomo, ritto presso la porta, discorreva con un vecchio attendente e con
un giovane e pallido ufficiale dal braccio fasciato. Il maggiordomo, vedendo
il conte, fece all’ufficiale e all’attendente un segno eloquente10 e severo per­
ché si allontanassero.
– ebbene? È tutto pronto, Vasíljič, – disse il conte, stropicciandosi la cal­
vizie11 e guardando bonariamente l’ufficiale e l’attendente, mentre faceva
un cenno del capo. (Il conte amava le facce nuove).

4. Rastòpcin: conte russo che diresse l’evacua­ 6. mercanzie di costo: oggetti di gran valore
zione di mosca, avvenuta suo malgrado; egli economico, costosi.
infatti avrebbe preferito una strenua ed eroica 7. i bronzi: oggetti di bronzo, come ad esem­
difesa della città. pio i candelabri.
5. assegnati: moneta di carta, emessa sotto 8. attendenti: i soldati addetti al servizio per­
forma di ricevuta di prestito al lo stato. Il sonale degli ufficiali.
loro valore, a causa della guerra e delle con­ 9. 1°: è il 1° settembre del 1812.
dizioni economiche della russia, era molto 10. eloquente: che parla da sé, significativo.
diminuito, in quanto le probabilità di re­ 11. stropicciandosi la calvizie: il conte rostov
cuperare la somma versata allo stato erano si passa le mani sulla testa calva come se
assai poche. avesse ancora una folta capigliatura.

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– Si può attaccare anche subito, eccellenza.


– Va bene. ora la contessa si sveglia e ce ne andiamo, se Dio vuole!
50 Voi chi siete, signori? – fece, rivolto all’ufficiale. – State qui in casa mia?
L’ufficiale si accostò. Il suo pallido viso divampò a un tratto d’un acceso
rossore.
– conte, fatemi una grazia, permettetemi… per amor di Dio… di occu­
pare un posticino qualunque sui vostri carri… Qui non ho nulla… Su un
carro starò benissimo…
L’ufficiale non aveva ancora finito di parlare, che l’attendente rivolse al
conte la stessa preghiera per il suo padrone.
– eh, già, già, già!… – si mise a dire in fretta il conte. – Son molto, molto
contento.. Vasíljič, disponi tu: fa’ vuotare là uno o due carretti… quel che…
60 quel che ci vuole, – disse il conte, dando qualche ordine in termini vaghi.
maa nello stesso momento l’espressione di viva riconoscenza dell’uffi­
ciale fortificò i suoi propositi. Il conte si guardò intorno: nel cortile, sul
portone, a una finestra dell’ala laterale apparivano feriti e attendenti. tutti
guardavano il conte e si avviavano verso di lui.
– eccellenza, favorite venire nella galleria… che cosa ordinate per i qua­
dri? – disse il maggiordomo.
e il conte insieme con lui andò in casa, ripetendo l’ordine di non respin­
gere nessun ferito che chiedesse di partire.
– Si può togliere qualche cosa12 , – aggiunse con voce sommessa, come
70 in segreto, quasi temesse d’essere udito da qualcuno.
alle 9 si svegliò la contessa, e matrjona timoféjevna, la sua antica ca­
meriera, che aveva presso la contessa l’ufficio di comandante dei gendar­
mi, entrò ad annunziare alla sua antica padroncina che marja Kàrlovna13
era molto offesa e che i vestiti d’estate delle signorine non potevano esser
lasciati in città. alla domanda della contessa, perché m.me Schoss fosse
offesa, si seppe che il suo baule era stato tolto dal carro e che tutti i carri
erano stati slegati, la roba tolta e caricati i feriti, che il conte, nella sua sem­
plicità, aveva ordinato di portar via con loro. La contessa fece chiamare il
marito.
80 – che è, amico mio14? Sento che si scaricano di nuovo i bagagli.
– Sai, ma chère15, ecco quel che ti volevo dire.. ma chère contessa… è
venuto da me un ufficiale a pregarmi di dare qualche carro per i feriti… È
tutta roba che si può ricomprare, no? ma loro come potrebbero rimanere
qui, pensa un po’!… ci sono degli ufficiali qui fuori, siamo stati noi stes­
si a chiamarli… Sai, davvero penso, ma chère… ecco, ma chère… che li
portino… che fretta c’è?

12. Si può … cosa: il conte pensa di togliere serie di servitori; maria Kàrlovna è l’istitu­
qualcosa dai carri per lasciare posto ai fe­ trice delle ragazze.
riti. 14. amico mio: mio caro.
13. antica … Karlòvna: la cameriera personale 15. ma chère: «mia cara» (in francese); si tratta
del la contessa, al suo servizio fin da quan­ di una forma affettuosa. nell’ottocento il
do questa era giovane, aveva il compito francese era la lingua internazionale delle
(l’ufficio) che in una caserma spetta al co­ classi elevate, ed era la lingua parlata dalla
mandante, cioè quello di comandare a una nobiltà russa.

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Il conte aveva detto queste cose timidamente, come faceva sempre quan­
do si trattava di denari. e la contessa era già abituata a questo tono, che
preannunziava sempre qualche cosa che danneggiava i suoi figli, come,
90 per esempio, la costruzione d’una galleria, d’una serra, l’allestimento di
un teatrino o di un’orchestra; c’era abituata e stimava sempre suo dovere
opporsi a ciò che le era stato espresso con quel tono timido.
ella prese la sua aria di sottomissione piagnucolosa e disse al marito:
– Senti, conte, sei arrivato al punto che non ci dànno più niente per la
casa e ora vuoi rovinare anche tutto l’avere nostro16, cioè l’avere dei nostri
figli. Dici tu stesso che in casa c’è roba per 100.000 rubli. Io, amico mio,
sono contraria, assolutamente contraria. Di’ quel che vuoi! Per i feriti c’è il
governo. Lo sanno. Guarda; là di faccia17, dai Lopuchin, ieri l’altro hanno
portato via tutto fino all’ultimo. ecco come fa la gente. Soltanto noi siamo
100 stupidi. abbi compassione, se non di me, dei tuoi figli.
Il conte agitò le braccia e, senza dir niente, uscì dalla stanza.
– Papà, che cosa c’è? – gli disse nataša che era entrata dopo di lui in
camera della madre.
– non c’è nulla! tu che cosa c’entri? – disse il conte irritato.
– no, ho sentito, – disse nataša. – Perché la mamma non vuole?
– tu che cosa c’entri? – gridò il conte.
nataša se ne andò alla finestra e si mise a riflettere.
– Papà, è venuto Berg18, – disse, guardando dalla finestra.
[…]
110 nataša uscì insieme col padre, e al principio gli andò dietro, come se
facesse qualche difficile riflessione, ma poi corse giù.
Sulla scalinata stava Petja19, occupato ad armare i domestici che parti­
vano per mosca. nel cortile c’erano sempre i carri attaccati. Due di essi
erano stati slegati, e su uno saliva un ufficiale sostenuto dal suo atten­
dente.
– Sai perché? – domandò Petja a nataša.
nataša capì che Petja intendeva dire perché s’erano bisticciati il padre e
la madre. ella non rispose.
– Perché papà voleva dare tutti i carri per i feriti, – disse Petja. – me l’ha
120 detto Vasílijč. Secondo me…
– Secondo me, – a un tratto urlò quasi nataša, volgendo a Petja il suo
viso irritato, – secondo me è una tale porcheria, una tale infamia20, ma…
non lo so neppur io. Siamo forse dei tedeschi, noi?…21 – La gola le tremò
per i singhiozzi convulsi e, temendo di cedere e di sciupare la sua carica di
collera, si voltò e corse precipitosamente su per le scale.
Berg era seduto accanto alla contessa e con rispettosa familiarità la

16. l’avere nostro: le nostre disponibilità econo­ per combattere contro napoleone, era tor­
miche, le nostre ricchezze. nato temporaneamente a casa.
17. là di faccia: nella casa di fronte. 20. infamia: atto o comportamento di cui
18. Berg: il marito di Vjera, la figlia maggiore vergognarsi.
del conte. 21. Siamo … noi?…: nataša si riferisce alla ru­
19. Petja: il figlio minore del conte; arruolatosi dezza di sentimenti attribuita dai russi al
popolo tedesco.

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consolava. Il conte, con la pipa in mano, passeggiava per la stanza, quando


nataša, con un viso sfigurato dalla rabbia, piombò nella stanza e a rapidi
passi si avvicinò alla madre.
130 – È una porcheria! È un’infamia! – gridò. – non è possibile che l’abbiate
ordinato.
Berg e la contessa, sorpresi e spaventati, la guardarono. Il conte si fermò
presso la finestra, tendendo l’orecchio.
– mamma, è impossibile, guardate quel che succede nel cortile! – gri­
dò. – rimangono qui!…
– che hai? Di che si tratta? che vuoi?
– I feriti, ecco di che si tratta. È impossibile, mamma: è una cosa che
non ha l’eguale!… no, mamma, cara, così non va, scusate, ve ne prego, ca­
ra… mamma, che c’importa della roba che si porta via? Guardate un po’
140 quel che succede nel cortile! mamma… non può essere!…
Il conte stava accanto alla finestra e, senza voltare il viso, ascoltava
le parole di nataša. a un tratto aspirò con forza e avvicinò il viso alla
finestra.
La contessa guardò la figlia, vide il suo volto vergognoso per lei, vide la
sua agitazione, capì perché il marito adesso non si volgeva più a guardarla,
e con un’aria smarrita si guardò intorno.
– ah, ma fate quel che volete! Impedisco forse qualche cosa a qualcuno?
– disse, senza cedere tutto d’un colpo.
– mamma, cara, perdonatemi!
150 ma la contessa spinse da parte la figlia e si avvicinò al conte.
– Mon chèr, da’ tu gli ordini come si deve… Io queste cose non le so, –
disse, abbassando gli occhi come una colpevole.
– Le uova… le uova fanno scuola alle galline…22 – proferì il conte ver­
sando lacrime di gioia, e abbracciò la moglie, che era contenta di nasconde­
re sul petto di lui il suo volto vergognoso.
– Papà! mamma! Si possono dar gli ordini? Si può?… – domandava
nataša. – Prenderemo pur sempre tutte le cose più necessarie… – disse
nataša.
Il conte fece un cenno affermativo col capo, e nataša correndo con la ra­
160 pidità con cui giocava a correre, scappò attraverso il salone nell’anticame­
ra, scendendo per le scale nel cortile.
I domestici si affollarono intorno a nataša e non potevano credere allo
strano ordine che ella dava loro, finché il conte in persona, in nome di
sua moglie, non ripeté l’ordine di dare tutti i carri ai feriti e portare i bau­
li nella dispensa 23. Quando ebbero capito l’ordine, i domestici con gioia
e con premura si misero alla nuova opera. alla servitù ora questo non
soltanto non pareva strano, ma al contrario pareva che non potesse farsi

22. Le uova … galline…: il conte fa notare 23. dispensa: stanza in cui vengono tenuti e
scherzosa mente alla moglie che è in questo conservati i generi alimentari.
caso la giovane figlia a dire alla madre ciò
che si deve fare.

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diversamente: appunto come un quarto d’ora prima non soltanto a nessu­


no pareva strano abbandonare i feriti e portar via la roba, ma pareva che
170 non si potesse fare diversamente.
tutti quelli di casa, come a compenso di non averlo fatto prima, si
posero con zelo24 alla nuova opera di ripartizione25 dei feriti. I feriti si
trascinarono fuori dalle loro camere e, con visi pallidi e contenti, circon­
darono i carri. anche nelle case vicine era corsa la voce che c’erano dei
carri, e nel cortile dei rostov cominciarono ad arrivare i feriti dalle altre
case. molti dei feriti pregavano che non si togliesse la roba e che si permet­
tesse soltanto di farli salir sopra. ma lo scarico dei carri, una volta comin­
ciato, non poteva più essere interrotto. era lo stesso lasciar tutta la roba a
metà. nel cortile stavano in terra le casse abbandonate, piene di stoviglie,
180 di bronzi, di quadri, di specchi, che con tanta cura erano stati imballati
la notte precedente, e si continuava a cercare e a trovare la possibilità di
togliere questo e quello e cedere ancora altri carri.
– Se ne possono prendere ancora quattro, – disse l’amministratore. – Io
do il mio carrozzino, se no dove si mettono?
– ma cedete pure il carrozzino della mia guardaroba 26, – disse la con­
tessa. – Dunjasa verrà in carrozza con me.
cedettero ancora il carrozzino della guardaroba e lo mandarono a
prendere dei feriti, due case più in là. tutti quelli di casa e la servitù erano
allegri e animati. nataša era di una vivacità piena d’entusiasmo e di gioia,
190 che da un pezzo non provava.
– Dove lo leghiamo? – dicevano i domestici collocando un baule nello
stretto spazio che era dietro alla carrozza. – Bisogna lasciare almeno un
carro.
– che c’è dentro? – chiese nataša.
– I libri del conte.
– Lasciate. Vasílijč li metterà dentro. non sono necessari.
La carrozza scoperta era zeppa di gente: si discuteva dove si sarebbe
messo Pjotr Iljič 27.
– a cassetta. Vero che vai a cassetta, Petja? – gridò nataša.
200 anche Sonja28 non smetteva di affaccendarsi; ma lo scopo del suo affac­
cendarsi era l’opposto dello scopo di nataša: ella metteva via le cose che
dovevano essere lasciate, le registrava secondo il desiderio della contessa e
cercava di prenderne con sé più che poteva. Verso le due, le quattro vetture
dei rostov, coi cavalli attaccati e tutte cariche, stavano davanti all’ingres­
so. I carri coi feriti, uno dietro l’altro, uscivano dal cortile.
L. n. tolstoj, Guerra e pace, trad. e. carata D’andria, einaudi, torino 1943

24. con zelo: con prontezza, premura e buona 26. guardaroba: gli abiti della contessa erano tut­
volontà. ti su una piccola carrozza, sulla quale avrebbe
25. ripartizione: suddivisione; i feriti, che erano dovuto viaggiare la cameriera (Dunjasa).
stati precedentemente assegnati a diverse ali 27. Pjotr Iljič: Petja (v. nota 19).
del palazzo, vengono di nuovo divisi in base 28. Sonja: la cugina di nataša che viveva con la
ai posti disponibili sui carri. famiglia rostov.

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r aCCOgliamO le iDee

La StOrIa non essere abbandonati al nemico e impongono in


In queste pagine è rappresentato uno dei momen­ modo silenzioso e sommesso la loro realtà: la realtà
ti più significativi della vita della famiglia rostov e della guerra. nel romanzo ci sono lunghe descrizio­
dell’intera città di mosca. La campagna di Russia ni delle grandi battaglie e delle grandi decisioni mi­
è in corso da più di due mesi, l’esercito francese sta litari; la guerra non costituisce però solo uno sfondo
marciando verso la città, che si riempie di feriti por­ storico, ma è un tema fondamentale del romanzo.
tati dal fronte, ormai molto vicino. I russi, secondo
il piano deciso dai comandanti, si preparano ad I PErSONaGGI
abbandonare mosca e a lasciare al nemico «terra con questa realtà si confrontano, nel romanzo, i
bruciata»: una città vuota, senza alloggi, né merci, numerosi personaggi principali e secondari, che
né cibo. L’armata napoleonica dovrà iniziare una danno vita a un grande affresco della società russa
durissima ritirata e perderà migliaia di uomini nelle e, insieme, a una grande rappresentazione dell’uma­
enormi distese di ghiaccio e neve, e i generali russi nità in genere. tolstoj rappresenta anche i protago­
celebreranno una vittoria storica. nisti storici della campagna di russia: il generale
I lettori contemporanei di tolstoj conoscevano bene russo Kutuzov, gli alti ufficiali, lo stesso napoleone.
gli eventi rappresentati nel suo romanzo storico attraverso l’esperienza della guerra i personaggi del
e vi ritrovavano l’orgoglio di una grande vittoria, romanzo sono costretti a separarsi da affetti, luoghi,
con cui la russia si era salvata dall’invasione grazie abitudini, a conoscere da vicino il dolore e la soffe­
all’abile strategia dei suoi generali e al coraggio del renza; arrivano così a imparare a conoscere se stessi
suo popolo. Per i personaggi del romanzo, all’inizio e gli altri, a scoprire l’odio ma anche la solidarietà, a
del settembre 1812 l’armata francese era ancora un riconoscere quello che ha davvero valore.
pericoloso nemico alle porte, e pareva che nessuno Uno dei personaggi principali del romanzo è Nataša,
potesse ancora capire ciò che aspettava Mosca. la figlia dei rostov, che il lettore incontra quando,
in tempo di pace, partecipa trepidante al suo primo
GUErra E PacE ballo; nel corso delle vicende drammatiche che se­
La pace è ormai un ricordo per i moscoviti, anche gnano la sua famiglia e il suo paese nataša soffre e
per la famiglia rostov, che si prepara a lasciare la matura. nella scena della partenza la vediamo come
città. È una famiglia nobile e agiata: ha un’immen­ una ragazza giovane e piena di voglia di vivere, che
sa servitù, possiede un palazzo pieno di oggetti di sa anche rendersi conto della gravità della situazione
valore, e si prepara a «sfollare» con una quantità di e capire che cosa c’è da fare, in un momento difficile
carrozze, di carri, di bauli, di cani. della sua storia personale e della Storia.
La padrona di casa, la contessa, sembra ancora presa Insieme a nataša, altri personaggi «a tutto tondo»
dalle esigenze della sua vita nor­ attraversano la guerra rievocata
male, del tempo di pace; anche da tolstoj e approdano, provati
il maggiordomo sembra voler e cambiati, attraverso sacrifici,
tutelare lo stile di vita della fa­ privazioni e lutti, alla pace.
miglia, cerca di respingere le Il lettore delle più di mille pagine
richieste degli ufficiali, si preoc­ del romanzo attraversa con loro
cupa del trasporto dei quadri. Il non solo un periodo della storia
conte e sua figlia nataša si ren­ russa ed europea, ma una serie
dono conto, invece, che tutto di esperienze in cui il narratore
intorno la situazione è cambiata, lo coinvolge e lo rende partecipe,
ed è grave. non si tratta di riu­ attraverso una narrazione ricca
scire a portar via quadri e vestiti, di movimento, di dialoghi, di
c’è da preoccuparsi dei soldati riflessioni sui sentimenti e sul
feriti che si affollano nel cortile significato delle vicende umane.
e sul portone, che chiedono di
Lo scrittore Lev Tolstoj.

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il rOmaNZO STOriCO
Alessandro Manzoni
IL raPImento DI LUcIa
I Promessi sposi, 1840
Manzoni volle evitare gli aspetti più sensazionali e «romanzeschi» della forma letteraria, il
romanzo, cui aveva scelto di affidare la sua interpretazione della realtà storica e sociale.
In alcuni momenti dei Promessi sposi, tuttavia, si possono riconoscere le caratteristiche che
contribuirono a rendere popolari i romanzi per un vasto pubblico di lettori: l’avventura,
i colpi di scena, il confronto fra un’eroina perseguitata e il «cattivo» della storia. Uno
di questi momenti è quello in cui Lucia viene rapita dai bravi dell’innominato e portata
nel suo castellaccio. Lucia si trovava nel convento di Monza in cui si era rifugiata, dopo
che aveva dovuto lasciare il paese per sfuggire a don Rodrigo; la Signora del convento,

«
Gertrude, tuttavia, è segretamente legata a Egidio, un uomo malvagio che la costringe
a tradire la fiducia di Lucia e ad assecondare i piani di don Rodrigo.

L’IncIPIt
Quel ramo del lago di como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non
interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rien­
trare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura
di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte;

»
e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile
all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’adda
rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di
nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.

era il giorno stabilito; l’ora convenuta s’avvicinava; Gertrude, ritirata con


Lucia nel suo parlatorio privato, le faceva più carezze dell’ordinario1, e Lucia
le riceveva e le contraccambiava con tenerezza crescente: come la pecora, á La similitudine
tremolando senza timore sotto la mano del padrone che la palpa e la strasci­ sottolinea il ruolo
di vittima, ignara,
na mollemente, si volta a leccar quella mano; e non sa che, fuori della stalla, innocente e fiduciosa,
l’aspetta il macellaio, a cui il pastore l’ha venduta un momento prima2. della protagonista.
«Ho bisogno d’un gran servizio3; e voi sola potete farmelo. Ho tanta
gente a’ miei comandi; ma di cui mi fidi, nessuno. Per un affare di gran­
d’importanza, che vi dirò poi, ho bisogno di parlar subito subito con quel á Gertrude si rivolge a
10 padre guardiano4 de’ cappuccini che v’ha condotta qui da me, la mia po­ Lucia con modi gentili
e compassionevoli;
vera Lucia; ma è anche necessario che nessuno sappia che l’ho mandato a in realtà la sta
chiamare io. non ho che voi per far segretamente quest’imbasciata5». ingannando.

1. le faceva più carezze dell’ordinario: aveva 3. d’un gran servizio: che facciate per me
un comportamento più gentile e affettuoso un’importante commissione.
del solito. 4. quel padre guardiano: si tratta del padre
2. come la pecora … prima: la similitudine guardiano al quale fra cristoforo aveva af­
è stata probabilmente ripresa da un passo fidato Lucia e agnese e che le aveva condot­
biblico del profeta Isaia in cui si parla del te al mona stero di monza (cap. IX).
condannato innocente che «come agnello 5. imbasciata: forma toscana per «ambascia­
condotto al macello e come pecora muta ta», messaggio che si fa pervenire al desti­
davanti ai suoi tosatori, non aprì la sua boc­ natario, tramite una terza persona, in que­
ca» (53, 7). sto caso appunto Lucia.

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Lucia fu atterrita d’una tale richiesta; e con quella sua suggezio­


ne6, ma senza nascondere una gran maraviglia, addusse subito, per
disimpegnarsene7, le ragioni che la signora doveva intendere, che avrebbe
dovute prevedere: senza la madre, senza nessuno, per una strada solitaria,
in un paese sconosciuto… ma Gertrude, ammaestrata a una scola infer­
nale8, mostrò tanta maraviglia9 anche lei, e tanto dispiacere di trovare una
tal ritrosia10 nella persona di cui credeva poter far più conto, figurò11 di
20 trovar così vane quelle scuse! di giorno chiaro, quattro passi, una strada
che Lucia aveva fatta pochi giorni prima, e che, quand’anche non l’avesse
mai veduta, a insegnargliela, non la poteva sbagliare! … tanto disse, che á Lucia ha dovuto cedere:
la poverina, commossa e punta a un tempo12 , si lasciò sfuggir di bocca: «e uscirà dal convento, da
sola, come le ha chiesto
bene; cosa devo fare?». di fare Gertrude.
«andate al convento de’ cappuccini»: e le descrisse la strada di nuovo:
«fate chiamare il padre guardiano, ditegli, da solo a solo, che venga da
me subito subito; ma che non dica a nessuno che son io che lo mando a
chiamare».
«ma cosa dirò alla fattoressa13, che non m’ha mai vista uscire, e mi do­
30 manderà dove vo?14».
«cercate di passare senz’esser vista; e se non vi riesce, ditele che andate
alla chiesa tale, dove avete promesso di fare orazione15».
nuova difficoltà per la povera giovine: dire una bugia; ma la signora si
mostrò di nuovo così afflitta delle ripulse16, le fece parer così brutta cosa
l’anteporre un vano17 scrupolo alla riconoscenza, che Lucia, sbalordita più á Lucia non arriva
che convinta, e soprattutto commossa più che mai, rispose: «e bene, ande­ comunque a comprendere
come Gertrude possa
rò18. Dio m’aiuti!» e si mosse. esporla a un pericolo
Quando Gertrude, che dalla grata la seguiva con l’occhio fisso e torbi­ e chiederle di mentire.
do, la vide metter piede sulla soglia, come sopraffatta da un sentimento á Per un momento Gertrude
40 irresistibile, aprì la bocca, e disse: «sentite, Lucia!». sembra voler rinunciare a
essere complice del piano
Questa si voltò, e tornò verso la grata. ma già un altro pensiero, un pen­ preparato ai danni di
siero avvezzo19 a predominare, aveva vinto di nuovo nella mente sciagu­ Lucia. Ma nella sua mente
rata di Gertrude. Facendo le viste20 di non esser contenta dell’istruzioni sciagurata il male ha
ormai il sopravvento.

6. suggezione: soggezione; la forma suggezione 12. commossa e punta a un tempo: commossa


è arcaica. dalle dichiarazioni d’affetto e al tempo stesso
7. addusse … per disimpegnarsene: portò, fece presa (punta) anche dal rimorso di non ripa­
presenti … per evitare di accogliere la richie­ gare adeguatamente le gentilezze che le ven­
sta. gono fatte
8. ammaestrata … infernale: Gertrude ha 13. fattoressa: fattora, la donna che abitava nel
imparato a mentire e a ingannare da egidio, convento e svolgeva mansioni di vario gene­
un uomo malvagio al quale si è segretamente re per le suore fuori dal monastero; nelle sue
e colpevolmente legata; è lui il suo maestro in­ stanze Lucia, al suo arrivo a monza, aveva
fernale di delitti e di malvagità; la forma scola atteso insieme alla madre di essere ammessa
per «scuola» è di uso letterario, la trasfor­ alla presenza di Gertrude.
mazione del dittongo mobile uo in o è tipica 14. dove vo?: dove vado? Vo è una forma toscana.
della lingua toscana. 15. fare orazione: pregare.
9. maraviglia: meraviglia; la forma in a è pro­ 16. ripulse: rifiuti.
pria della lingua toscana letteraria. 17. vano: inutile.
10. ritrosia: riluttanza, resistenza ad acconsentire 18. anderò: andrò.
a ciò che è stato richiesto. 19. avvezzo: abituato.
11. figurò: fece finta. 20. Facendo le viste: mostrando, fingendo.

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già date, spiegò di nuovo a Lucia la strada che doveva tenere, e la licenziò
dicendo: «fate ogni cosa come v’ho detto, e tornate presto». Lucia partì.
Passò inosservata la porta del chiostro21, prese la strada, con gli occhi
bassi, rasente al muro; trovò, con l’indicazioni avute e con le proprie ri­
membranze22, la porta del borgo, n’uscì, andò tutta raccolta e un po’ treman­
te, per la strada maestra, arrivò in pochi momenti a quella che conduceva al
50 convento; e la riconobbe. Quella strada era, ed è tutt’ora, affondata, a guisa
d’un23 letto di fiume, tra due alte rive orlate di macchie, che vi forman sopra
una specie di volta. Lucia, entrandovi, e vedendola affatto24 solitaria sentì
crescere la paura, e allungava il passo; ma poco dopo si rincorò25 al quanto,
nel vedere una carrozza da viaggio ferma, e accanto a quella, davanti allo
sportello aperto, due viaggiatori che guardavano in qua e in là come incerti á I bravi tendono una
della strada. andando avanti, sentì uno di que’ due, che diceva: «ecco una trappola a Lucia, che
nonostante i suoi timori
buona giovine che c’insegnerà la strada». Infatti, quando fu arrivata alla non sospetta di nulla.
carrozza, quel medesimo, con un fare più gentile che non fosse l’aspetto26,
si voltò, e disse: «quella giovine, ci sapreste insegnar la strada di monza?».
60 «andando di lì, vanno a rovescio», rispondeva la poverina: «monza è di
qua…» e si voltava, per accennar col dito; quando l’altro compagno (era il
nibbio27), afferrandola d’improvviso per la vita, l’alzò da terra. Lucia girò la
testa indietro atterrita, e cacciò un urlo; il malandrino la mise per forza nella
carrozza: uno che stava a sedere davanti, la prese e la cacciò, per quanto lei si
divincolasse e stridesse28, a sedere dirimpetto a sé: un altro, mettendole un
fazzoletto alla bocca, le chiuse il grido in gola. Intanto il nibbio entrò presto
presto anche lui nella carrozza: lo sportello si chiuse, e la carrozza partì di
carriera. L’altro che le aveva fatta quella domanda traditora29, rimasto nella
strada, diede un’occhiata in qua e in là, per vedere se fosse accorso qualche­
70 duno agli urli di Lucia: non c’era nessuno; saltò sur una riva attaccandosi a
un albero della macchia, e disparve. era costui uno sgherro d’egidio; era
stato, facendo l’indiano30, sulla porta del suo padrone, per vedere quando
Lucia usciva dal monastero; l’aveva osservata bene, per poterla riconoscere;
ed era corso per una scorciatoia, ad aspettarla al posto convenuto.
chi potrà ora descrivere il terrore, l’angoscia di costei, esprimere ciò á Questa descrizione
che passava nel suo animo? Spalancava gli occhi spaventati, per ansietà di di Lucia è un classico
ritratto dell’eroina
conoscere la sua orribile situazione, e li richiudeva subito, per il ribrezzo, in balìa dei malvagi.
per il terrore di que’ visacci: si storceva31, ma era tenuta da tutte le parti:

21. chiostro: convento; il chiostro è propriamen­ È un soprannome adatto, il nibbio è un uccel­


te il cortile del monastero, in genere di forma lo rapace.
quadrata e cinto da un porticato. 28. stridesse: cercasse di gridare.
22. rimembranze: ricordi. 29. traditora: forma popolare per «traditrice».
23. a guisa d’un: come un. 30. facendo l’indiano: facendo finta di niente; è
24. affatto: del tutto. una espressione ripresa dalla lingua parlata.
25. si rincorò: si rincuorò; si tratta ancora di una La casa di egidio era vicina al monastero e
forma toscana con eliminazione del dittongo questo aveva permesso al bravo (sgherro) di
uo. osservare le mosse di Lucia senza destare mi­
26. che non fosse l’aspetto: nonostante il buon nimamente i suoi sospetti.
travestimento i bravi non riescono a nascon­ 31. si storceva: si dimenava, si contorceva per
dere del tutto il loro aspetto temibile. cercare di liberarsi.
27. il Nibbio: il bravo di fiducia dell’innominato.

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raccoglieva tutte le sue forze, e dava delle stratte32 , per buttarsi verso lo
80 sportello; ma due braccia nerborute33 la tenevano come conficcata nel
fondo della carrozza; quattro altre manacce ve l’appuntellavano34 . ogni
volta che aprisse la bocca per cacciare un urlo, il fazzoletto veniva a sof­
fogarglielo35 in gola. Intanto tre bocche d’inferno, con la voce più umana
che sapessero formare, andavan ripetendo: «zitta, zitta, non abbiate paura,
non vogliamo farvi male». Dopo qualche momento d’una lotta così an­
gosciosa, parve che s’acquietasse; allentò le braccia, lasciò cadere la testa
all’indietro, alzò a stente le palpebre, tenendo l’occhio immobile; e quegli
orridi visacci che le stavan davanti le parvero confondersi e ondeggiare
insieme in un mescuglio36 mostruoso: le fuggì il colore dal viso; un sudar
90 freddo gliela coprì; s’abbandonò, e svenne.
«Su, su, coraggio», diceva il nibbio. «coraggio, coraggio», ripetevan gli
altri due birboni; ma lo smarrimento d’ogni senso preservava in quel mo­
mento Lucia dal sentire i conforti di quelle orribili voci37.
«Diavolo! par morta», disse uno di coloro: «se fosse morta davvero?»
«oh! morta!» disse l’altro: «è uno di quegli svenimenti che vengono alle
donne. Io so che, quando ho voluto mandare all’altro mondo qualchedu­
no, uomo o donna che fosse, c’è voluto altro».
«Via!» disse il nibbio: «attenti al vostro dovere, e non andare a cercar
altro. tirate fuori dalla cassetta i tromboni38 e teneteli pronti; ché in questo
100 bosco dove s’entra ora, c’è sempre de’ birboni annidati39. non così in mano,
diavolo! riponeteli dietro le spalle, lì stesi: non vedete che costei è un pulcin
bagnato che basisce40 per nulla? Se vede armi, è capace di morir davvero.
e quando sarà rinvenuta, badate bene di non farle paura; non la toccate, se
non vi fo41 segno; a tenerla basto io. e zitti: lasciate parlare a me».
Intanto la carrozza, andando sempre di corsa, s’era inoltrata nel bosco.
Dopo qualche tempo, la povera Lucia cominciò a risentirsi42 , come da
un sonno profondo e affannoso, e aprì gli occhi. Penò alquanto a distin­
guere gli spaventosi oggetti che la circondavano, a raccogliere i suoi pen­
sieri: alfine comprese di nuovo la sua terribile situazione. Il primo uso che

32. dava delle stratte: dava degli strattoni per 39. c’è sempre … annidati: ci sono sempre dei
cercare di svincolarsi e di liberarsi. briganti in agguato; la costruzione del verbo
33. nerborute: muscolose, robuste. al singolare impersonale seguito dalla pre­
34. ve l’appuntellavano: ve la tenevano ferma, posizione di/dei e da un sostantivo plurale
come se fosse trattenuta da puntelli, travi (birboni) è tipica della parlata toscana. È da
che sostengono muri o case pericolanti. notare l’involontaria ironia delle parole del
35. soffogarglielo: soffocarglielo. nibbio che è pronto a difendersi dai birbo­
36. mescuglio: miscuglio; mescuglio è una for­ ni, ma, poche righe prima, birboni sono stati
ma popolare toscana. definiti proprio i suoi due compagni.
37. lo smarrimento … voci: la perdita di cono­ 40. basisce: sviene; «basire» significa svenire
scenza, di ogni capacità di percezione salva sbiancando in volto, dal latino volgare basi-
Lucia dalla paradossale situazione di sentir­ re, «assumere color giallo cadaverico»; tutta
si consolare proprio da coloro che l’avevano l’espressione è propria della lingua parlata
rapita, i bravi, con i loro orridi visacci e le lo­ popolare.
ro orribili voci. 41. fo: faccio; anche questa è una forma tosca­
38. tromboni: schioppi con canna corta e di neggiante.
grosso calibro usati come armi da difesa so­ 42. risentirsi: tornare in sé, riprendere cono­
prattutto in luoghi chiusi e oscuri. scenza.

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110 fece delle poche forze ritornatele, fu di buttarsi ancora verso lo sportello,
per slanciarsi fuori; ma fu ritenuta43, e non poté che vedere un momento
la solitudine selvaggia del luogo per cui passava. cacciò di nuovo un urlo;
ma il nibbio, alzando la manaccia col fazzoletto, «via», le disse, più dolce­
mente che poté: «state zitta, che sarà meglio per voi; non vogliamo farvi
male; ma se non istate zitta, vi faremo star noi».
«Lasciatemi andare! chi siete voi? Dove mi conducete? Perché m’avete
presa? Lasciatemi andare, lasciatemi andare!»
«Vi dico che non abbiate paura: non siete una bambina, e dovete capire
che noi non vogliamo farvi male. non vedete che avremmo potuto ammaz­
120 zarvi cento volte, se avessimo cattive intenzioni? Dunque state quieta».
«no, no, lasciatemi andare per la mia strada: io non vi conosco». «Vi
conosciamo noi».
«oh santissima Vergine! come mi conoscete? Lasciatemi andare, per
carità. chi siete voi? Perché m’avete presa?» «Perché c’è stato comandato».
«chi? chi? chi ve lo può aver comandato?»
«zitta!» disse con un visaccio severo il nibbio: «a noi non si fa di code­
ste domande44».
Lucia tentò un’altra volta di buttarsi d’improvviso allo sportello; ma veden­
do ch’era inutile, ricorse di nuovo alle preghiere; e con la testa bassa, con le
130 gote irrigate di lacrime, con la voce interrotta dal pianto, con le mani giunte
dinanzi alle labbra, «oh!» diceva: «per l’amor di Dio, e della Vergine santissi­
ma, lasciatemi andare! cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura
che non v’ha fatto niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; á La fede in Dio non
e pregherò Dio per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una ma­ abbandona Lucia
neanche in questi
dre, pensate quello che patirebbero, se fossero in questo stato. ricordatevi che momenti.
dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi misericor­
dia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il Signore mi farà trovar la mia strada».
«non possiamo».
«non potete? oh Signore! perché non potete? Dove volete condurmi?
140 Perché…?».
«non possiamo: è inutile: non abbiate paura, che non vogliamo farvi male:
state quieta, e nessuno vi toccherà».
accorata45, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole non á A Lucia non resta
facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a colui che tiene in mano il cuore degli che pregare Dio;
può sembrare il segno
uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si strinse il più che poté, che non c’è più nulla
nel canto46 della carrozza, mise le braccia in croce sul petto, e pregò qualche da fare, ma sarà
tempo con la mente; poi, tirata fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con proprio la fede
a salvare la ragazza.
più fede e con più affetto47 che non avesse ancor fatto in vita sua. ogni tanto,
sperando d’avere impetrata48 la misericordia che implorava, si voltava a ripre­
150 gar coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti49,

43. fu ritenuta: fu trattenuta. 47. con più affetto: con maggiore partecipazione,
44. a noi … domande: a noi non si fanno domande intensità.
simili. 48. d’avere impetrata: di avere ottenuto con le sue
45. Accorata: profondamente afflitta, tormentata. preghiere.
46. nel canto: nell’angolo. 49. senza sentimenti: priva di sensi.

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poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. ma ormai non ci regge il
cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa ci affretta al termine
di quel viaggio, che durò più di quattr’ore; e dopo il quale avremo altre ore
angosciose da passare. trasportiamoci al castello dove l’infelice era aspettata.
era aspettata dall’innominato, con un’inquietudine, con una sospension
d’animo50 insolita. cosa strana! Quell’uomo, che aveva disposto a sangue á Il narratore prepara
freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non aveva contato per nulla i dolori ora l’entrata in scena
del personaggio-chiave,
da lui cagionati51, se non qualche volta per assaporare in essi una selvaggia l’innominato, e inserisce
voluttà52 di vendetta, ora, nel metter le mani addosso a questa sconosciuta, un intervento riflessivo
160 a questa povera contadina, sentiva come un ribrezzo, direi quasi un terrore. (direi).
Da un’alta finestra del suo castellaccio, guardava da qualche tempo verso uno
sbocco53 della valle; ed ecco spuntar la carrozza, e venire innanzi lentamente:
perché quel primo andar di carriera aveva consumata la foga54 e domate le
forze de’ cavalli. e benché, dal punto dove stava a guardare, la non paresse55
più che una di quelle carrozzine che si danno per balocco56 ai fanciulli, la
riconobbe subito, e si sentì il cuore battere più forte.
– ci sarà? – pensò subito; e continuava tra sé: – che noia57 mi dà costei!
Liberiamocene.
e voleva chiamare uno de’ suoi sgherri, e spedirlo subito incontro alla car­
170 rozza, a ordinare al nibbio che voltasse, e conducesse colei al palazzo di don
rodrigo. ma un no imperioso che risonò nella sua mente, fece svanire quel á Qualcosa sembra
disegno. tormentato però dal bisogno di dar qualche ordine, riuscendogli in­ impedire all’innominato
di allontanare
tollerabile lo stare aspettando oziosamente quella carrozza che veniva avanti immediatamente Lucia
passo passo, come un tradimento, che so io? come un gastigo58, fece chiamare dal suo castello. È un
una sua vecchia donna. indizio dell’importanza
che avrà per lui
era costei nata in quello stesso castello, da un antico custode di esso, e ave­ l’incontro con lei.
va passata lì tutta la sua vita. ciò che aveva veduto e sentito fin dalle fasce, á Ammirazione e paura
le aveva impresso nella mente un concetto magnifico e terribile del potere per i padroni convivono
nell’animo della vecchia;
de’ suoi padroni; e la massima principale che aveva attinta dall’istruzioni e il loro potere è oggetto
180 dagli esempi, era che bisognava ubbidirli in ogni cosa, perché potevano far per lei di paura,
del gran male e del gran bene. L’idea del dovere, deposta come un germe nel ma anche di orgoglio.
In qualche modo ella
cuore di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme co’ sentimenti d’un ri­ si identifica con loro.
spetto, d’un terrore, d’una cupidigia servile, s’era associata e adattata a quelli.
Quando l’innominato, divenuto padrone, cominciò a far quell’uso spavente­
vole della sua forza, costei ne provò da principio un certo ribrezzo insieme e
un sentimento più profondo di sommissione. col tempo, s’era avvezzata59 a
ciò che aveva tutto il giorno davanti agli occhi e negli orecchi: la volontà po­
tente e sfrenata d’un così gran signore, era per lei come una specie di giustizia

50. sospension d’animo: ansia. 55. la non paresse: essa non paresse; è una
51. aveva disposto … cagionati: aveva deciso forma popolare toscana.
della vita altrui e non si era mai preoccu­ 56. per balocco: come giocattolo.
pato (non aveva contato) dei dolori causati 57. che noia: il termine noia indica qui un
(cagionati) dalle sue azioni. senso di fastidio, di insopportabile inquie­
52. voluttà: piacere intenso. tudine che si trasforma in irrequietezza.
53. uno sbocco: un’apertura, un valico. 58. gastigo: forma toscana; sta per «castigo».
54. foga: slancio. 59. avvezzata: abituata.

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fatale60. ragazza già fatta, aveva sposato un servitor di casa, il quale, poco
190 dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa, lasciò l’ossa61 sur una stra­
da, e lei vedova nel castello. La vendetta che il signore ne fece subito, le diede
una consolazione feroce62, e le accrebbe l’orgoglio di trovarsi sotto una tal
protezione. D’allora in poi, non mise piede fuor del castello, che molto di rado;
e a poco a poco non le rimase del vivere umano quasi altre idee salvo quelle
che ne riceveva in quel luogo. non era addetta ad alcun servizio particolare,
ma, in quella masnada63 di sgherri, ora l’uno ora l’altro, le davan da fare ogni
poco; ch’era il suo rodimento. ora aveva cenci da rattoppare, ora da preparare
in fretta da mangiare a chi tornasse da una spedizione, ora feriti da medicare.
I comandi poi di coloro, i rimproveri, i ringraziamenti, eran conditi di beffe
200 e d’improperi: vecchia, era il suo appellativo usuale; gli aggiunti, che qual­
cheduno sempre ci se n’attaccava, variavano secondo le circostanze e l’umore
dell’amico. e colei, disturbata nella pigrizia, e provocata nella stizza, ch’erano
due delle sue passioni predominanti, contraccambiava alle volte que’ compli­
menti con parole, in cui Satana avrebbe riconosciuto più del suo ingegno, che
in quelle de’ provocatori.
«tu vedi laggiù quella carrozza!» le disse il signore.
«La vedo», rispose la vecchia, cacciando avanti il mento appuntato, aguz­
zando gli occhi infossati, come se cercasse di spingerli su gli orli dell’occhiaie.
«Fa allestir subito una bussola64, entraci, e fatti portare alla malanotte. Su­
210 bito subito; che tu ci arrivi prima di quella carrozza: già la viene avanti col
passo della morte. In quella carrozza c’è … ci dev’essere … una giovine. Se
c’è, dì al nibbio, in mio nome, che la metta nella bussola, e lui venga su subito
da me. tu starai nella bussola, con quella … giovine; e quando sarete quassù,
la condurrai nella tua camera. Se ti domanda dove la meni, di chi è il castello, á L’innominato
guarda di non…» raccomanda alla
vecchia di tenere
«oh!» disse la vecchia. nascosto a Lucia
«ma», continuò l’innominato, «falle coraggio». il luogo dove è stata
«cosa le devo dire?» condotta, anche
per non spaventarla
«cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. tu sei venuta a codesta età, senza ulteriormente.
220 sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole! Hai tu mai sentito
affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? non sai le parole che fanno piacere
in que’ momenti? Dille di quelle parole: trovale, alla malora. Va».
e partita che fu, si fermò alquanto alla finestra, con gli occhi fissi a á L’innominato sembra
quella carrozza, che già appariva più grande di molto; poi gli alzò al sole, voler allontanare
la mente da quello
che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi guardò le nu­ che sta compiendo
vole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi a un tratto, di fuoco. e cercare al di sopra
Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la di sé una risposta
alla sua inquietudine.
stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso. Il cielo di fuoco
suggerisce quello
a. manzoni, I Promessi sposi (cap. XX), D’anna, messina 1966
che brucia nell’animo
dell’innominato.

60. come … fatale: qualcosa che pareva de­ 62. consolazione feroce: è la consolazione
ciso dal destino, a cui era quindi inutile della vendetta.
opporsi. 63. masnada: gruppo di persone rozze e vio­
61. lasciò l’ossa: morì; l’espressione è ripresa lente.
dal dialetto milanese. 64. bussola: tipo di portantina chiusa.

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l aVOr are Sul TeSTO

analizzare e comprendere
1. Come si comporta Gertrude con Lucia prima del rapimento?
• Come la convince a uscire da sola dal convento?
2. Che cosa prova Lucia alla richiesta di Gertrude?
• Accetta subito di compiere il servizio che Gertrude le ha chiesto?
• Lucia sospetta di essere stata tradita?
3. Che cosa prova Lucia vedendo gli uomini fermi sulla strada?
• Come reagisce Lucia al rapimento?
• Come si comportano con lei i bravi nella carrozza?
4. Il personaggio di Lucia, una dei due protagonisti del romanzo, in queste pagine è al centro della nar-
razione; su quali tratti del personaggio insiste il testo?
• Individua quali aspetti del carattere di Lucia emergono dall’episodio.
5. Con quale stato d’animo l’innominato aspetta l’arrivo della carrozza con Lucia?
6. Individua quali sono i tratti principali del personaggio della vecchia donna a servizio dell’innominato.
7. Individua nel testo gli interventi del narratore onnisciente.

riflettere
8. Che funzione ha nella storia la presentazione del personaggio della vecchia donna?
9. Confronta il tempo della storia e il tempo del discorso: ci sono ellissi, pause, sommari?
• A quali parti della storia il narratore dedica maggiore spazio?
• Che effetto ottiene con questa scelta?
10. Quali aspetti dell’episodio rimandano all’idea di «romanzesco»?
11. Quali aspetti del mondo e della società del XVII secolo emergono dall’episodio?

Scrivere
12. Riassumi l’episodio in 200 parole circa.
13. Scrivi una descrizione del personaggio di Lucia, tenendo conto delle risposte che hai dato agli esercizi
precedenti.

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It tO rI
Scr E&t tOrI
L maNZONI, La ScELta dEL rOmaNZO

nella struttura dei Promessi sposi questo episo­ avuto una lunga
dio costituisce un punto di tensione particola­ fortuna nella nar­
re: da una parte è il momento culminante della rativa popolare e
persecuzione di don rodrigo, il momento in cui nel cinema. nel
il destino di Lucia sembra segnato, dall’altro romanzo di man­
rappresenta l’inizio di un percorso progressivo zoni questo tema
verso la soluzione della vicenda, in cui l’inno­ ha una funzione particolare.
minato ha un ruolo cruciale. manzoni non intendeva scrivere un romanzo
Dei due promessi sposi il lettore vede in sce­ «romanzesco», non voleva intrattenere i suoi
na, in queste pagine, Lucia, la vittima diretta lettori con sensazioni forti; voleva invece farli
di quei soprusi di potenti malvagi nei confronti riflettere su una concezione del mondo al centro
degli umili su cui manzoni costruisce la trama della quale c’è la fede nella Provvidenza. nella
del suo romanzo. Già all’inizio dell’episodio il visione del mondo di manzoni la storia umana è
lettore sa che Lucia è in pericolo, che nel con­ retta da un disegno divino, provvidenziale: nel­
vento di monza non è in buone mani, che c’è un la storia dei Promessi sposi anche le sofferenze
intreccio di complicità fra i malvagi della storia. di Lucia sono necessarie. attraverso le pagine
Il lettore sa che le apparenti gentilezze di Ger­ «romanzesche» del rapimento manzoni porta
trude verso la poverina fanno già parte del cru­ il lettore a simpatizzare con Lucia, lo fa entrare
dele inganno di cui Lucia sta per cadere vittima. con lei nel castellaccio dell’innominato, in una
situazione che sembra senza scampo, e che pre­
manzoni riprende in questo episodio il motivo para invece l’incontro fra l’eroina perseguitata e
dell’eroina perseguitata, molto frequente nei il suo persecutore. Il rapimento di Lucia è neces­
romanzi del Settecento e dell’ottocento, e tipico sario per la conversione dell’innominato, che da
in particolare del romanzo gotico. L’immagine gigante del male diventerà un potente generoso
di una donna fragile e innocente, perseguitata e benevolo, uno strumento della Provvidenza,
da un potente malvagio costituisce un motivo del Bene.
antico, presente in molte fiabe e leggende, che ha
Lo scrittore usa quindi un motivo romanzesco
per costruire una storia la cui finalità era quella
di comunicare una visione del mondo comples-
sa e profonda a un pubblico ampio: proprio per
poter raggiungere questo pubblico il conte man­
zoni, studioso di storia e di morale, aveva deciso
di scrivere un romanzo, dedicandovi lunghi anni
di scrittura e di riscrittura. La lunga fortuna dei
Promessi sposi, su cui si sono commosse e sono
state educate generazioni di italiani, mostra che
nella scelta di affidare le sue idee a questa forma
letteraria manzoni aveva visto giusto.
Mosè Bianchi, La monaca di Monza, 1867.
In alto, Alessandro Manzoni, in un dipinto
di Francesco Hayez.

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il rOmaNZO D’amOre
Emily Brontë
Io Sono HeatHcLIFF!
Cime tempestose, 1847  Lingua originale inglese
Uno dei temi che caratterizza il romanzo ottocentesco e che contribuì a determinare
il successo di questa forma letteraria è certamente l’amore. Un amore tormentato
e per certi aspetti misterioso è al centro di Cime tempestose, celebre romanzo della
scrittrice inglese Emily Brontë. Ne sono protagonisti gli abitanti di due case sperdute
nella brughiera, legati da rapporti di amore e di odio: gli Earnshaw, che vivono a
Cime tempestose, e i Linton, i padroni di una casa vicina.
Il romanzo è una narrazione a cornice: c’è un narratore di primo grado, il signor
Lockwood, gentiluomo di città che aveva conosciuto alcuni abitanti di Cime tempe-
stose durante un soggiorno nella selvaggia campagna del Nord dell’Inghilterra. Il
narratore di secondo grado è Ellen (Nelly) Dean, la governante di alcuni dei protago-
nisti, che racconta a Lockwood tutta la storia. La trama del romanzo è complicata,
ma il nocciolo della vicenda è essenziale: l’intreccio di amore, attrazione e rivalità
che lega le vite di una ragazza, Caterina, e dei due giovani, Heathcliff e Linton, che
diversamente la amano e che lei diversamente ama.

« L’IncIPIt
1801. – Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il
solo vicino col quale avrò a che fare. Questa è indubbiamente una bella
contrada. credo che in tutta l’Inghilterra non avrei potuto scegliermi
un altro posto più lontano dal frastuono della società. È il paradiso del
perfetto misantropo, e il signor Heathcliff ed io siamo fatti apposta per
una simile desolazione. Un uomo veramente singolare! non immagina­
va certo quale viva simpatia sentissi per lui quando vidi i suoi occhi neri

»
ritrarsi così sospettosamente sotto le ciglia al mio avanzare a cavallo, e
le sue mani rifugiarsi ancor più addentro nel panciotto, con gelosa riso­
lutezza, all’annuncio del mio nome.
«Il signor Heathcliff?» dissi.

Seguì un’altra lunga pausa, durante la quale scorsi qualche stilla1 scorrere á La voce narrante è
lungo le guance di caterina e cadere giù sul pavimento. «È pentita della quella di Nelly Dean,
narratore interno di
sua condotta vergognosa?» mi domandai. «Questa sarebbe una novità; ma secondo grado. Nelly sta
dovrà venir lei sull’argomento; io non l’aiuterò! ma no; le cose che non la raccontando al signor
riguardano direttamente la lasciano indifferente». Lockwood (narratore
interno di primo grado)
«mio Dio! sono molto infelice!» esclamò alla fine. una scenata avvenuta
«Gran peccato», feci io. «Sei difficile da accontentare; tanti amici, e così in precedenza: Caterina,
pochi fastidi, e non sai essere contenta!». in un impeto d’ira, l’aveva
schiaffeggiata.

1. stilla: goccia, lacrima.

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«nelly, manterrai il segreto?» ella proseguì inginocchiandosi vicino a á Dalle parole di Nelly
10 me, e alzandomi in faccia i suoi begli occhi con quella specie di sguardo emerge la fiducia
di Caterina nei suoi
che sa vincere il cattivo umore anche in chi avrebbe tutti i diritti del mon­ confronti e l’affetto
do a conservarlo. che lei stessa prova
«È un segreto che vale la pena di essere mantenuto?» le domandai meno per la ragazza.
duramente.
«Sì, mi inquieta, e devo rivelarlo! Vorrei sapere quello che devo fare».
oggi edgardo Linton mi ha chiesto di sposarlo, e io gli ho dato una ri­ á Edgardo Linton è
sposta. ora, prima che ti dica se è stato un consenso o un rifiuto, dimmi tu il figlio dei padroni
di Thrushcross Grange,
che cosa avrebbe dovuto essere». «In verità, caterina, come potrei saperlo?» la casa vicina. Distinto
risposi. «certamente, se si pensa alla bella condotta tenuta oggi in sua pre­ e gentile, durante una
20 senza si dovrebbe dire che ti sarebbe convenuto un rifiuto, poiché, per averti sua visita a Caterina
era stato presente
fatta la sua domanda dopo tutto quel che è successo bisogna proprio che lui alla scenata.
sia o il più grande stupido o il più gran pazzo che sia al mondo».
«Se parli così, non ti dirò altro», ribatté capricciosamente, rialzandosi.
«L’ho accettato, nelly. ora dimmi subito se ho sbagliato!».
«L’hai accettato? allora che giova discutere la cosa? Hai dato la tua pa­
rola, e non puoi ritirarla».
«ma dimmi se avrei dovuto fare così, dimmelo!» ella esclamò in tono
irritato, torcendosi le mani, e aggrottando le ciglia.
«Vi sono da considerare molte cose prima di poter rispondere come si
30 deve a una tale domanda», dissi sentenziosamente. «Prima di tutto, ami il
signor edgardo?».
«chi potrebbe non amarlo? Sì, naturalmente, l’amo», ella rispose. allo­
ra la misi alla prova del catechismo che, per una ragazza di ventidue anni,
è molto istruttiva2 . «Perché l’ami?». á Nelly cerca di fare
«Sciocchezze, l’amo, questo è sufficiente». riflettere Caterina
sui suoi sentimenti.
«nient’affatto: devi dire il perché!». La ragazza le dà una
«Bene, perché è bello, ed è piacevole stargli insieme». «male!» fu il mio risposta superficiale.
commento.
«e perché è giovane e allegro».
40 «male, ancora».
«e perché mi ama».
«Di nessuna importanza, detto ora».
«e sarà ricco, e mi piacerà essere la più grande signora di tutta la con­
trada, e sarò orgogliosa di avere un marito come lui». «ancora peggio. e
ora dimmi come l’ami». «come ama chiunque! Sei sciocca, nelly».
«nient’affatto».
«amo la terra ch’è sotto ai suoi piedi, e amo l’aria sopra il suo capo, tut­ á Ora Caterina esprime
to ciò che lui tocca, e ogni parola che lui dice. amo i suoi sguardi, e tutte quelle che dovrebbero
essere le ragioni per cui
le sue azioni e lui, intieramente, tutto, tutto quanto! ecco, ora!» ama Linton, ma lo fa
50 «e perché?». come se recitasse per
bene una lezione.

2. la misi … istruttiva: in modo figurato, nelly risposte altrettanto precise; questo era utile
vuol dire che sottopose caterina ad alcune per una donna molto giovane che sembrava
domande precise, cui era necessario dare avere le idee confuse sull’amore.

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«oh, tu ne fai uno scherzo, e di pessimo gusto! ma non è uno scherzo per
me!» disse la signorina con cipiglio, volgendo il viso verso il fuoco.
«Sono ben lontana dallo scherzare, caterina», risposi. «tu ami il signor ed­
gardo perché è bello, perché è giovane, è allegro, è ricco, e ti ama. Quest’ulti­
ma cosa non ha valore: tu l’ameresti anche senza di questo, probabilmente, e,
se ti amasse e non possedesse le prime quattro attrattive, tu non l’ameresti».
«no, certamente non l’amerei: mi farebbe soltanto compassione, e forse
l’odierei, se fosse molto brutto o sciocco».
«ma vi sono molti altri giovani al mondo belli e ricchi; anche molto più
60 belli credo, e più ricchi di lui. che cosa ti impedirebbe di amare quelli?».
«ma anche se ve ne sono non si trovano sulla mia via! non ho veduto nes­
suno simile a edgardo».
«Potresti anche vederne, e lui non sarà sempre bello e giovane, e potrebbe
anche non essere sempre ricco».
«Lo è ora, e io ho a che fare soltanto col presente. Vorrei che tu parlassi
ragionevolmente».
«Bene, ciò decide la questione; se tu hai a che fare solo con il presente sposa
il signor Linton».
«Per questo non mi occorre il tuo permesso, io lo sposerò; ma ancor non
70 mi hai detto se faccio bene». «Perfettamente bene, se è giusto sposarsi soltanto
per il presente. e ora sentiamo un po’ perché non sei felice. tuo fratello sarà
contento, i vecchi genitori di edgardo non faranno obiezioni, credo, e da una á Dalle parole di Nelly
casa disordinata e squallida te ne andrai in una rispettabile e ricca; e poi tu emerge il contrasto fra le
due case, che caratterizza
ami edgardo e ne sei riamata. tutto sembra piano e facile; dove è l’ostacolo?». tutta la storia.
«Qui! e qui!» rispose caterina, battendo una mano sulla fronte, e l’altra sul
petto: «dove è l’anima. Ho nella mente e nel cuore la convinzione che sbaglio!». á Ora Caterina risponde
«mi pare molto strano! non capisco perché». in modo sincero alla
domanda di Nelly, che la
«È il mio segreto. ma, se non ridi di me, te lo spiegherò. non posso farlo conosce bene e le ha fatto
chiaramente, ma proverò a darti un’idea di quello che sento». una domanda importante.
80 era di nuovo accanto a me adesso, il volto le si fece triste e più grave, le mani
strette l’una all’altra le tremarono.
«nelly, non fai mai sogni strani tu?» disse ad un tratto, dopo qualche mi­
nuto di riflessione.
«Sì,» risposi io, «di tanto in tanto».
«e così succede a me. nella mia vita ho fatto sogni che poi sono rimasti
sempre in me, e hanno cambiato le mie idee; mi hanno penetrata tutta, me­
scolandosi con me come il vino con l’acqua, e hanno alterato il colore della
mia mente. e questo è uno di quei sogni; te lo dirò, ma bada di non riderne».
«oh, non dirmelo, caterina!» gridai. «Siamo abbastanza lugubri, senza in­ á Nelly si riferisce
90 vocare spiriti e visioni per impressionarci di più. andiamo, via, andiamo, sii all’atmosfera cupa della
casa; Hareton è il figlio
allegra come lo sei sempre! Guarda il piccolo Hareton, Lui non sogna di certo del fratello di Caterina,
cose tristi. come sorride dolcemente, dormendo!». Hindley.
«ah sì! e come dolcemente suo padre impreca nella sua solitudine! ti á Hindley è il padrone
rammenterai credo, quando io non ero altro che una cosina come questa! e di Cime tempestose dalla
morte del padre; rimasto
altrettanto giovane e innocente. tuttavia, nelly, ti sarò grata se mi ascolte­ vedovo, è diventato
rai; non sarò molto lunga, e questa sera, del resto, non riesco ad essere gaia». un uomo duro e collerico.
«non voglio sentire non voglio sentire», mi affrettai a ripetere ansiosamente.
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allora ero superstiziosa riguardo ai sogni, e lo sono ancora: e caterina aveva


un’aria insolitamente sinistra, che mi faceva temere qualcosa da cui potes­
100 se uscire una profezia, la previsione di qualche spaventevole catastrofe. ella
parve contrariata, ma non proseguì. non molto dopo, cambiando apparen­
temente soggetto, riprese a dire:
«Se fossi in paradiso, nelly, sarei infinitamente infelice».
«Perché non sei degna di andarvi» le risposi. «tutti i peccatori sarebbe­
ro infelici in cielo».
«ma non è per questo. Una volta ho sognato d’esser già lassù».
«ti ho già detto che non voglio sentire i tuoi sogni, caterina! me ne
andrò a letto», la interruppi di nuovo.
ella rise e mi costrinse a star seduta poiché avevo fatto l’atto di alzarmi.
110 «Questo è nulla», gridò. «Stavo solo per dirti che il paradiso non mi sembrava á Caterina inconsciamente
fatto per me; ed io piangevo fino a farmi spezzare il cuore, perché volevo ri­ sa di non desiderare
un paradiso, un luogo
tornare sulla terra; e gli angeli erano tanto adirati che mi hanno buttato fuori, perfetto, in cui sarebbe
giù, in mezzo all’erica, sulla cima di Wuthering Heights3, dove mi sono sve­ però separata da
gliata singhiozzando di gioia. Questo basterà a spiegarti il mio segreto. non Heathcliff, che ritrova
invece in mezzo all’erica,
è cosa per me sposare edgardo Linton, come non lo sarebbe il paradiso: e, se nel mondo imperfetto
quell’infame, che ora è rinchiuso là dentro, non avesse ridotto Heathcliff tan­ e tempestoso cui
to in basso, non avrei mai pensato di farlo. ora, se sposassi Heathcliff, ne sarei appartiene.

degradata4; così lui non saprà mai quanto io lo ami: e questo non perché è á L’infame è Hindley,
bello, nelly, ma perché lui è più me di me stessa. Di qualsiasi cosa siano fatte le che ha sempre odiato
Heathcliff e l’ha ridotto
120 nostre anime, la sua e la mia sono simili; e l’anima di Linton è differente come alla condizione
un raggio di luna dal lampo, il gelo dal fuoco». Prima che questo discorso fos­ di servo.
se finito, mi accorsi della presenza di Heathcliff. avendo notato un lieve mo­
vimento, volsi il capo, e lo vidi alzarsi dalla panca e uscire senza far rumore.
egli aveva ascoltato fin quando caterina non aveva detto che sposando lui si
sarebbe degradata; e non rimase a sentir altro. La mia compagna, stando se­
duta in terra, protetta dall’alto schienale della panca, non aveva potuto accor­
gersi della presenza né dell’uscita di lui, ma io, sbalordita, le ordinai di tacere.
«Perché?» domandò, guardandosi in giro con inquietudine.
«arriva Giuseppe5», risposi, cogliendo opportunamente il rumore delle
130 ruote del suo carro sulla strada; «e Heathcliff entrerà con lui. non sono nep­
pure sicura che non fosse sulla soglia un momento fa».
«oh, non può avermi sentita dalla porta», disse ella. «Dammi Hareton,
mentre prepari la cena, e, quando sarà pronta, chiamami a cenare con te.
Voglio ingannare la mia coscienza inquieta e convincermi che Heathcliff á Caterina cerca
non ne capisca nulla, di cose simili. non è vero? Lui non sa quel che signifi­ di convincersi che
Heathcliff, con il suo
chi essere innamorati?». carattere selvaggio,
«non vedo una ragione perché non debba saperlo quanto te», replicai; non conosca
i sentimenti. Ma non
ne è davvero convinta.

3. erica … Wuthering Heights: l’erica è la scendere ai livelli più bassi della scala socia­
pianta fiorita i cui bassi cespugli coprono la le, perché Heathcliff, che il padre di cateri­
brughiera dove sorge la casa degli earnshaw, na e Hindley aveva accolto come un figlio, è
chiamata Wuthering Heights «cime tempe­ stato ridotto da Hindley alla condizione di
stose», come la collina. servo.
4. degradata: abbassata di grado, costretta a 5. Giuseppe: il vecchio servitore della casa.

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«e, se tu sei quella che lui si è scelta, sarà l’uomo più sfortunato che mai
sia venuto al mondo! non appena diventerai la signora Linton, lui perderà
140 amicizia, amore, tutto! Hai considerato come sopporterai tale separazione,
e come sopporterà lui di trovarsi completamente abbandonato al mondo?
Perché, signorina caterina…».
«Lui abbandonato! noi separati!» esclamò con accento indignato. «e chi á In contrasto con il
ci separerà, prego? non, a ogni modo, finché io sono in vita, elena, e per ragionamento e con la
scelta di sposare Linton,
nessun altro al mondo. tutti i Linton sulla faccia di questa terra possono di­ Caterina rifiuta la sola
leguarsi nel nulla, prima che consenta ad abbandonare Heathcliff. oh, non è idea di separarsi
questo che intendevo, e che voglio dire! a tale prezzo non acconsentirei mai da Heathcliff.
a diventare la signora Linton. Lui sarà sempre per me quello che è stato tutta
la vita; edgardo dovrà liberarsi dalla sua antipatia per lui, o almeno dovrà
150 imparare a tollerarlo. Lo farà quando saprà quali sono i miei sentimenti per
Heathcliff. nelly, ora vedo che mi credi una miserabile egoista; ma non hai
mai pensato che, se io e Heathcliff ci sposassimo, saremmo dei mendicanti?
mentre, sposando Linton, potrò aiutare Heathcliff a rialzarsi e sottrarlo al
potere di mio fratello».
«con i soldi di tuo marito, caterina?» le domandai. «non lo troverai così
malleabile6 come fai conto che sia: e, benché io non sia davvero un giudice,
pure credo che questa sia la peggior giustificazione che finora tu mi abbia
dato del tuo diventare moglie del giovane Linton».
«non lo è?» ribattè ella; «è la migliore! Le altre miravano a soddisfare i
160 miei capricci, e a soddisfare quelli di edgardo; ma in realtà tutto è per amore
di uno solo che riunisce nella sua persona i miei sentimenti verso edgardo
e verso me stessa. non so spiegarmi: ma certamente tu pure hai un’idea; sai
come chiunque altro, che c’è o ci dovrebbe essere un’esistenza al di là di noi
stessi? a che scopo sarei io stata creata se fossi interamente contenuta in me
stessa? Le mie grandi pene in questo mondo sono state le pene di Heathcliff,
e io le ho conosciute e le ho sentite tutte una a una dal principio; la sola ra­
gione di vivere per me è lui. Se tutto il resto perisse, e lui rimanesse, io con­
tinuerei a esistere; e, se tutto il resto rimanesse e lui fosse annientato, l’uni­
verso si cambierebbe per me in un’immensa cosa estranea; non mi parrebbe
170 più di essere una parte di esso. Il mio amore per Linton è simile al fogliame á È qui espressa un’idea
del bosco; il tempo lo muterà, ne sono sicura, come l’inverno muta gli alberi; dell’amore come
«fusione», come totale
il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra; identificazione
una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. nelly, io sono Heathcliff! nella persona amata.
Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur
io sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere.
così non parlare più della nostra separazione: è impossibile, e…».
ella si tacque, e nascose il volto nelle pieghe della mia gonna; ma io gliela
strappai via con forza. non avevo più pazienza per le sue follie!
e. Brontë, Cime tempestose, trad. r. Binetti, Garzanti, milano 1981

6. malleabile: arrendevole, docile, facile da stanza solida, in particolare di un metallo,


convincere; letteralmente si dice di una so­ che può essere lavorata senza rompersi.

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l aVOr are Sul TeSTO

analizzare e comprendere
1. Con quali altre persone vive Caterina, oltre a Nelly?
2. Perché Caterina ha deciso di sposare Linton?
• Con quali parole Caterina afferma di amare Linton?
• Perché Caterina afferma di non poter sposare Heathcliff?
3. Quale parte del discorso di Caterina è ascoltata da Heathcliff?
• Heathcliff sente che Caterina dice di amarlo?
4. Nelle parole di Caterina ritorna la differenza, il contrasto fra Linton e Heathcliff e fra i sentimenti che
lei prova per i due giovani. Spiega il significato del paragone dei sentimenti di Caterina con il fogliame
e con le rocce.
• Quale paragone c’è nel testo, oltre a quello fra il fogliame e le rocce?
5. Quali tratti del personaggio di Heathcliff emergono dal brano?

riflettere
6. Nel suo intenso dialogo con Nelly, Caterina prima afferma di amare Linton, poi di amare Heathcliff.
Quando ti sembra che risulti più sincera? Motiva la tua risposta.
• Ti sembra che Caterina sia innamorata di Linton, di Heathcliff o di nessuno dei due?
• Secondo te perché Caterina vuole l’approvazione di Nelly per il proprio consenso a sposare Linton?
7. Quale di queste frasi descrive meglio Caterina?
… È una ragazza capricciosa e incapace di sentimenti profondi
… È una ragazza dal carattere egoista e dalle idee confuse
… È una ragazza che si sente divisa fra sentimenti e desideri contrastanti
… È una ragazza che non riesce a vedere chiaro nei sentimenti di Linton
8. Caterina esprime sentimenti profondamente sentiti con un linguaggio ricco e complesso, poco verosi-
mile in una donna giovane e non particolarmente colta. Quale pensi che potesse essere il giudizio su
Caterina dei lettori dell’epoca?
• Qual è il tuo giudizio su Caterina?
9. Quale effetto ottiene il narratore riportando tutto il dialogo con il discorso diretto?
10. Le parole e i fatti che vengono riportati nel brano lasciano presagire alcuni possibili sviluppi della sto-
ria. Individua quali sviluppi dei fatti indicati sono possibili e completa la tabella.

fatti sviluppo possibile


Heathcliff sente Caterina dire che lo disprezza
ma non che lo ama
Caterina sposa Linton senza amarlo

Caterina aiuta Heathcliff con il denaro


di Linton

Scrivere
11. Racconta l’episodio narrato in questo brano utilizzando un narratore esterno e il discorso indiretto.

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It tO rI
Scr E&t tOrI
L EmILY brONtË: La FOrZa dELLa PaSSIONE

Cime tempestose è l’unico romanzo scritto


da emily Brontë, sorella di charlotte e anne,
anch’esse scrittrici. L’insolito caso di tre sorelle
scrittrici (e in un’epoca in cui ben poche donne
scrivevano libri) è ancora più sorprendente se si
pensa che le sorelle Brontë, autrici di storie piene
di rapporti complessi e di passioni, vissero in un
luogo isolato nel nord dell’Inghilterra, lontano
da ogni occasione di incontri sociali e culturali.
Fu solo una fervida immaginazione a creare un
mondo di rapporti umani e di passioni di cui
emily non poteva avere alcuna esperienza.

Il titolo del romanzo riprende il nome della


grande casa di pietra degli earnshaw; solida e
rustica, sorge su un’altura in mezzo alla brughie­
ra spazzata dal vento e rispecchia e simboleggia
la forza selvaggia degli elementi naturali, ma
anche dei sentimenti umani. a poche miglia
di distanza si trova la casa più confortevole ed Le tre sorelle Brontë, Ann, Emily e Charlotte,
elegante dove vivono i Linton, agiati e distinti; ritratte nel 1834 circa dal fratello Branwell.
rappresenta un mondo più tranquillo e sicuro,
ma molto meno emozionante. L’autrice offre ai nella brughiera una voce misteriosa continuerà
suoi lettori la possibilità di sentire tutta la vio­ a invocare il nome di Heathcliff.
lenza del contrasto fra la normalità borghese e
la forza travolgente delle passioni, pericolose, nonostante le accuse di immoralità e lo scon­
desiderabili e distruttive. certo dei benpensanti il romanzo ebbe un gran­
de e duraturo successo: diverse generazioni di
a metà ottocento, nel pieno di quell’epoca di lettori e di lettrici hanno subìto il fascino di
costumi severi e controllati che in Inghilterra va questa strana storia d’amore, che è stata anche
sotto il nome di età vittoriana (dal nome della rappresentata più volte dal cinema. attraverso
regina Vittoria, che regnò dal 1837 al 1901), un i personaggi di caterina e Heathcliff, legati per
personaggio come quello di caterina appariva sempre da un legame fortissimo e tormenta-
anzi decisamente scandaloso. e scandalosa fu to, emily Brontë ha fatto vivere ai suoi lettori
giudicata la storia: la protagonista sposa effet­ l’emozione dell’amore romantico: l’idealizza­
tivamente edgardo Linton, ma non dimenti­ zione di un sentimento tempestoso, travolgente,
ca mai Heathcliff, il quale, ferito nell’amore e irresistibile, in grado di attrarre due persone e
nell’orgoglio, sparirà dalla zona per qualche di farle sentire unite oltre ogni ostacolo, ragio­
anno, per tornarvi ricco e pronto a diventare un namento, differenza e sofferenza. Un sentimen­
signore tirannico e vendicativo. La passione fra to che può distruggere e annientare, ma anche
i due protagonisti si riaccenderà e nemmeno la essere più forte delle leggi degli uomini, della
morte di caterina potrà separarli totalmente: ragione e della morte.

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il rOmaNZO SOCiale
Victor Hugo
Jean VaLJean
I miserabili, 1862  Lingua originale francese
Il voluminoso romanzo I miserabili, del grande scrittore francese Victor Hugo, racconta
le movimentate vicende di un gruppo di personaggi nella Parigi dell’epoca post-napo-
leonica, in un arco di tempo di quasi vent’anni. Hugo ritrae la società francese di un
periodo appena precedente a quello in cui egli scrive, ricostruendone con attenzione le
vicende politiche e mostrando particolare sensibilità per le storie dei miserabili, coloro
che appartengono agli strati più bassi della scala sociale, e che spesso sono finiti in
miseria per storie di vita accidentate e infelici. Tra questa umanità caduta nei bassifondi
della società si trova il male, la violenza, il delitto, ma anche il bene, la generosità, la
solidarietà e il sacrificio.
Al centro di una trama ricca e intricata c’è il personaggio di Jean Valjean, vero eroe dalla
vita romanzesca, nella quale si alternano sventure e fortune, miseria e ricchezza. Arrestato
in gioventù per il furto di un pane, finisce ai lavori forzati; riacquistata dopo lunghi anni
la libertà, è perseguitato per tutta la vita dal suo passato di forzato, anche quando, di-
ventato un cittadino facoltoso e rispettabile, si farà stimare e amare per la sua singolare
generosità. In queste pagine il narratore presenta il personaggio per la prima volta.

« L’IncIPIt
nel 1815 carlo Francesco Benvenuto myriel era vescovo di Digne. era
un vecchio di circa settantacinque anni. occupava il seggio episcopale
di Digne dal 1806.
Benché questo particolare non riguardi in alcun modo l’essenza del no­
stro racconto, non è forse inutile, se non altro per esser esatti in tutto,

»
indicare qui le voci e le chiacchiere che erano corse sul suo conto al
momento del suo arrivo nella diocesi.
ciò che si dice degli uomini, sia vero o sia falso, occupa spesso nella loro
vita e soprattutto nel loro destino lo stesso posto di quello che fanno.

nel cuore della notte Jean Valjean si svegliò. Jean Valjean era d’una po­ á Il narratore presenta
vera famiglia di contadini della Brie1. nella sua fanciullezza non aveva il personaggio
di Valjean a partire
imparato a leggere. adulto, fece il potatore a Faverolles. Sua madre si chia­ da precise informazioni
mava Jeanne mathieu, suo padre Jean Valjean o Vlajean, probabilmente sulla sua famiglia
soprannome o contrazione di voilà Jean, «ecco Jean». d’origine
e sulla sua infanzia.
Jean Valjean era di carattere meditativo senza essere triste, ciò che è
proprio delle nature affettuose. nel complesso, almeno in apparenza, Jean
Valjean era poco sveglio e abbastanza insignificante. aveva perduto gio­
vanissimo il padre e la madre. Sua madre era morta in seguito a una febbre
10 del latte2 mal curata. Suo padre, potatore come lui, s’era ucciso cadendo da

1. Brie: regione della Francia settentrionale, in cui 2. febbre del latte: febbre che può colpire le donne
si trova Faverolles, il piccolo paese dove lavora dopo il parto; nell’ottocento, a causa delle infe­
Valjean. zioni mal curate, era frequente e spesso mortale.

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un albero. era rimasta a Jean Valjean solo una sorella più vecchia di lui,
vedova con sette figli tra maschi e femmine. Questa sorella aveva allevato
Jean Valjean, e sino a che ebbe il marito alloggiò e nutrì il giovane fratello.
Il marito morì. Il maggiore dei sette ragazzi aveva otto anni, l’ultimo
un anno.
Jean Valjean aveva allora appena compiuti i venticinque anni. Sostituì á Le poche righe che
il padre di famiglia e sostenne a sua volta la sorella che lo aveva allevato; riepilogano le azioni
e il modo di comportarsi
cosa che fece con semplicità come compisse un dovere, seppure con una del giovane Jean
certa rudezza. La sua giovinezza trascorreva così in un lavoro duro e mal Valjean sono importanti
20 retribuito. non gli si erano mai conosciute «innamorate» in paese. non per la caratterizzazione
del personaggio.
aveva avuto tempo di innamorarsi.
La sera ritornava stanco e mangiava la minestra senza dire una parola.
Sua sorella, mamma Jeanne, gli prendeva spesso dalla scodella il meglio
del pasto, un pezzo di carne, una fetta di lardo, il torso di un cavolo, per
darlo a qualcuno dei suoi figli. egli, continuando a mangiare, piegato sul­
la tavola, colla testa quasi nella minestra, i lunghi capelli cadenti intorno
alla scodella sì da nascondergli gli occhi, sembrava non vedere e lasciava
fare. c’era a Faverolles, non lontano dalla capanna Valjean, dall’altra parte
della strada, una fattora di nome marie­claude. I bimbi Valjean, abitual­ á Il narratore dedica
30 mente affamati, andavano talvolta a farsi prestare, a nome della madre, particolare attenzione
alla presenza di bambini
una pinta3 di latte che bevevano dietro una siepe o in qualche svolta del affamati: quello delle
viale, strappandosi l’un l’altro la ciotola e così velocemente che le bambine condizioni miserabili
ne rovesciavano una parte sul grembiule e nel collo. La madre, se avesse dei bambini poveri
è uno dei motivi
avuto sentore di questa ladreria, avrebbe severamente punito i delinquen­ ricorrenti nel romanzo.
ti. Jean Valjean, brusco e brontolone, pagava, senza far sapere nulla alla
madre, la pinta di latte, e i ragazzi non erano puniti.
Guadagnava, nella stagione della potatura, ventiquattro soldi al giorno,
poi si impiegava come mietitore, come manovale, come garzone di stalla,
come uomo di fatica. Faceva tutto quello che poteva. Sua sorella anche
40 lavorava, ma che fare con sette bimbi piccoli? era un triste gruppo che á La miseria, la dura
la miseria avvolse e strinse a poco a poco. accadde che un inverno fosse realtà di chi è senza
pane e senza lavoro,
aspro. Jean non ebbe lavoro, la famiglia non ebbe pane. Senza pane. alla è al centro della storia;
lettera. Sette ragazzi! il narratore
Una domenica sera, maubert Isabeau, fornaio in piazza della chiesa a ne sottolinea
la drammaticità
Faverolles, stava coricandosi quando udì un violento colpo nella vetrina, a con una sequenza
grata e vetri, del suo negozio. Giunse in tempo a vedere un braccio attra­ rapida, che riecheggia
verso un buco fatto con un pugno nella grata e nel vetro. Il braccio prese il parlato.
un pane e lo portò via. Isabeau uscì in fretta, il ladro fuggì a tutta corsa.
Isabeau lo rincorse e lo fermò. Il ladro aveva buttato via il pane ma aveva
50 il braccio insanguinato. era Jean Valjean.
Questo successe nel 1795. Jean Valjean fu tradotto in giudizio per «fur­
to con scasso di notte in una casa abitata». aveva un fucile del quale si
serviva meglio di qualunque tiratore ed era anche un po’ bracconiere;

3. pinta: unità di misura di capacità utilizzata poco più di mezzo litro, quella statunitense
per i liquidi; la pinta inglese corrisponde a a poco meno.

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questo gli nocque. c’è contro i bracconieri un legittimo pregiudizio4 . Il


bracconiere, come il contrabbandiere, è molto vicino al brigante. tuttavia,
diciamolo di sfuggita, c’è un abisso tra questa specie di uomini e gli odiosi
assassini della città. Il bracconiere vive nella foresta; il contrabbandiere in á Il narratore interviene
montagna o al mare. Le città fanno gli uomini feroci perché li fanno cor­ con una sua valutazione
sui diversi tipi
rotti. La montagna, il mare, la foresta formano degli uomini selvaggi che di delinquenti:
60 sviluppano gli istinti selvatici, ma spesso senza distruggere il lato umano. incoraggia così il lettore
Jean Valjean fu dichiarato colpevole. I termini del codice erano forma­ a non negare simpatia
a Valjean, anche dopo
li5. ci sono nella nostra civiltà delle ore temibili, sono i momenti in cui la che questi è diventato
penalità decreta un naufragio6. Quale minuto più funebre di quello nel un ladro.
quale la società si allontana e consuma l’irreparabile abbandono di un
essere pensante! Jean Valjean fu condannato a cinque anni di galera.
Il 22 aprile 1796 fu proclamata in Parigi la vittoria di montenotte, ri­
portata dal generale in capo dell’armata d’Italia, che nel messaggio del Di­
rettorio ai cinquecento del 2 floreale, anno IV, è chiamato Buona­Parte7.
In questo stesso giorno una grande catena fu ferrata a Bicètre8. Di essa
70 faceva parte Jean Valjean.
Un vecchio custode delle carceri, che oggi ha novant’anni, rammenta á Il narratore
ancora chiaramente quel disgraziato che fu ferrato all’estremità del quarto fa riferimento
a un testimone ancora
cordone nell’angolo nord del cortile. egli era seduto a terra come tutti gli vivente nel momento
altri; pareva che non capisse nulla della sua posizione, se non che essa era in cui egli racconta.
orribile. È probabile che vi distinguesse, attraverso le idee vaghe di po­
ver’uomo ignorante di tutto, qualche cosa di eccessivo. mentre gli veniva
ribadita a forti martellate, dietro la testa, la chiavarda della gogna9, egli
piangeva e le lacrime lo soffocavano impedendogli di parlare; solo riusci­
va a dire di tanto in tanto: «ero potatore a Faverolles». Poi, singhiozzando,
80 alzava la mano destra per abbassarla gradatamente sette volte come se
toccasse successivamente sette teste di diversa altezza. Si indovinava da tal
gesto che la colpa da lui commessa, qualunque essa fosse, l’aveva commes­
sa per vestire e nutrire sette bambini.
Partì per tolone dove arrivò dopo un viaggio di ventisette giorni, su

4. bracconiere … pregiudizio: un bracconiere napoleone Bonaparte (o Buona­Parte); napo­


va illegalmente a caccia nelle proprietà altrui, leone aveva avuto il comando dal Direttorio,
quindi può essere legittimamente visto come l’organo cui venne affidato il potere esecutivo
un ladro; il fatto che talvolta Valjean lo facesse negli ultimi anni della rivoluzione francese.
era un’aggravante della sua situazione. Floreale era il nome di uno dei mesi del nuovo
5. I termini … formali: Valjean è condannato calendario proclamato dalla rivoluzione nel
in base ai rigorosi termini del codice penale. 1793; andava dal 20 aprile al 19 maggio; l’anno
6. penalità … naufragio: la giustizia della legge IV è il 1796.
penale, che punisce chi ha compiuto un cri­ 8. grande catena … Bicètre: Bicètre è un sob­
mine, comporta talvolta un disastro (un nau- borgo meridionale di Parigi. Vi si trovava un
fragio) umano e sociale. celebre Hospice che fu al tempo stesso orfa­
7. Montenotte … Buona-Parte: montenotte (og­ notrofio, ospedale, manicomio e prigione,
gi cairo montenotte) è un paese della Liguria, dove venivano rinchiusi criminali e ribelli. I
che alla fine del Settecento faceva parte della prigionieri erano incatenati fra loro.
repubblica di Genova. nel 1796 vi si combatté 9. chiavarda della gogna: serratura della go­
una battaglia fra le truppe austriache della pri­ gna, il collare in ferro fissato a una catena,
ma coalizione antinapoleonica e quelle france­ usato come strumento di punizione o di tor­
si dell’armata d’Italia, comandata dal generale tura.

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una carretta, con la catena al collo. a tolone fu vestito con la casacca ros­
sa10; si cancellò tutto quello che era stata la sua vita, anche il nome; non fu
più Jean Valjean, ma il numero 24601. che ne fu di sua sorella e dei sette
bambini? e chi si occupa di tutto ciò? che cosa ne è di un pugno di foglie
di un giovane albero segato alla base?
90 È sempre la stessa storia. Questi poveri esseri viventi, creature di Dio, á La riflessione
senza ormai alcun appoggio, senza guida, senza asilo, se ne andarono del narratore si estende
dalla disperata situazione
a caso, chi sa?, forse cia scuno per proprio conto, e s’immersero a poco della famiglia
a poco nella fredda nebbia in cui si sperdono i destini solitari, tetre te­ del protagonista
nebre nelle quali successivamente spariscono tanti ingegni sfortunati a una visione più ampia
e non meno triste
nella triste marcia del genere uma no. essi lasciarono il paese. Il cam­ della realtà sociale.
panile di quello che era stato il loro villaggio li dimenticò; il confine di
quello che era stato il loro campo li dimenticò; dopo qualche anno di
permanenza al bagno11 anche Jean Valjean li dimenticò. In quel cuore
dove c’era stata una piaga ci fu una cicatrice. ecco tutto. Una sola volta,
100 in tutto il tempo che passò a tolone, egli udì parlare di sua sorella. Fu,
credo, verso la fine del quarto anno di prigione. non so bene per quali
vie gli giunsero queste informazioni. Qualcuno, che li aveva conosciuti
al paese, aveva veduto sua sorella. essa dimorava a Parigi ed abitava in
una povera strada presso San Sulpizio, via del Gindre. non aveva con
sé che un bambino, l’ultimo. Dov’erano gli altri sei? essa stessa forse
non lo sapeva. tutte le mattine andava in una stamperia di via Sabot
n. 3, dove faceva la piegatrice e la legatrice. Bisognava esserci alle sei
del mattino, molto prima che facesse giorno, d’inverno.
nell’edificio della stamperia c’era una scuola dove conduceva il
110 suo piccolo che aveva sette anni. Soltanto, siccome essa entrava nella
stamperia alle sei e la scuola si apriva alle sette, bisognava che il fan­
ciullo attendesse nel cortile almeno un’ora: d’inverno, un’ora di notte,
all’aperto.
non si permetteva che il bambino entrasse nella stamperia perché, si
diceva, dava noia. Gli operai, passando al mattino, vedevano quel po­
vero esserino seduto per terra, pieno di sonno, e spesso addormentato
nell’ombra, rannicchiato e piegato sul suo cestino. Quando pioveva,
una vecchia donna, la portinaia, ne aveva pietà; l’accoglieva nel suo
bugigattolo dove non c’era che un lettuccio, un aspo12 e due sedie di
120 legno. Il piccolo dormiva là in un angolo, abbracciando il gatto per
avere meno freddo.
alle sette la scuola si apriva ed egli entrava. ecco quello che dissero
a Jean Valjean. Gliene parlarono un giorno; fu un momento, un lampo,
come una finestra bruscamente aperta sul destino di quegli esseri che

10. casacca rossa: era la divisa dei galeotti. si riferiva agli antichi bagni pubblici di co­
11. bagno: bagno penale, termine con cui si indi­ stantinopoli, trasformati in prigioni di schia­
cava lo stabilimento destinato all’esecuzione vi destinati a remare sulle navi (le galere).
della pena dei lavori forzati. Il termine si este­ 12. aspo: strumento di legno usato per avvolge­
se in europa a partire dall’italiano bagno, che re il filo.

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aveva amato, poi tutto si richiuse; egli non ne intese più parlare e fu per
sempre. Più nulla seppe di loro, più non li rivide, né li incontrò, e nel
seguito di questa dolorosa storia non li ritroveremo più.
Verso la fine di quel quarto anno il turno di evasione di Jean Valjean
arrivò. I suoi compagni l’aiutarono come si suol fare in quel triste luo­
130 go. evase. errò per due giorni in libertà, nei campi, se si può parlare di
libertà quando si è perseguitati, quando bisogna voltarsi ad ogni istan­
te, trasalire ad ogni minimo rumore; aver paura di tutto, del tetto che
fuma, dell’uomo che passa, del cane che abbaia, del cavallo che galoppa,
dell’ora che suona, del giorno perché ci si vede, della notte perché non ci
si vede, della strada, del sentiero, dei cespugli, del sonno. La sera del se­
condo giorno fu ripreso. non aveva né mangiato né dormito da trentasei
ore. Il tribunale marittimo13 lo condannò per questo reato a tre anni, il
che portò la sua pena a otto anni. Il sesto anno fu ancora il suo turno
di evasione; ne approfittò, ma non riuscì a fuggire. era mancato all’ap­
140 pello. Fu sparato il colpo di cannone e durante la notte la ronda lo trovò
nascosto sotto la chiglia di un vascello in costruzione; oppose resisten­
za ai guardiaciurma14 che lo afferrarono. evasione e ribellione. Questo
fatto, previsto dal codice speciale, fu punito con l’aggravamento di altri
cinque anni di cui due di doppia catena15. tredici anni. al decimo anno
il suo turno ritornò, e ne approfittò ancora. non gli riuscì meglio de­
gli altri. tre anni per questo nuovo tentativo. Sedici anni. Infine, credo
durante il tredicesimo anno, fece un ultimo tentativo e non riuscì che a
farsi riprendere dopo quattro ore di assenza. tre anni per queste quattro
ore. Diciannove anni. nell’ottobre 1815 fu liberato; era entrato nel 1796 á La precisione con cui
150 per aver rotto una vetrina e preso un pezzo di pane. il narratore fa il conto
degli anni di pena
Facciamo posto a una breve parentesi. È la seconda volta che nel corso scontati da Valjean
dei suoi studi sulla questione penale e sulla condanna secondo la legge, impongono il confronto
l’autore di questo libro trova il furto di un pane come punto di partenza fra l’entità della pena
e quella del delitto
della rovina di un destino. claude Gueux aveva rubato pane, Jean Valje­ commesso.
an aveva rubato pane. Una statistica inglese constata che a Londra quat­
tro furti su cinque hanno come movente immediato la fame. Jean Valje­
an era entrato in galera singhiozzando e fremendo; ne uscì impassibile.
Vi era entrato disperato, ne uscì tetro. che cosa era avvenuto in á Il capitolo si chiude
quell’anima? con questa domanda
del narratore,
V. Hugo, I miserabili, trad. V. Piccoli, Biblioteca Universale rizzoli, milano 1998 che invita a riflettere
sulla trasformazione
che Valjean deve aver
subito nei lunghi anni
vissuti da forzato.

13. tribunale marittimo: tolone, dove Valjean 14. guardiaciurma: comandante delle guardie.
scontava la pena, è una città portuale e fa­ 15. doppia catena: i forzati considerati più peri­
ceva parte dell’ambito territoriale di compe­ colosi o a maggior rischio di evasione veni­
tenza di un tribunale marittimo. vano incatenati con doppia catena.

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l aVOr are Sul TeSTO

analizzare e comprendere
1. In quale periodo si svolge la vicenda?
• Ci sono nel testo precisi riferimenti storici e/o cronologici?
2. Quanti anni della vita di Valjean riassume il narratore?
• A quale/i episodio/i dedica maggiore spazio?
• Sono presenti ellissi?
3. In quale tipo di famiglia era nato Valjean?
• Come era stata la sua infanzia?
• Con chi viveva quando aveva vent’anni?
• Che lavoro faceva?
• Per quale motivo infrange la legge la prima volta?
4. Il lettore conosce il personaggio di Valjean attraverso una presentazione mista. Individua quali infor-
mazioni sul personaggio dà il narratore in modo diretto e quali in modo indiretto e inseriscile in una
tabella.
• Quale immagine del personaggio emerge dal brano?
5. Individua nel testo gli interventi del narratore onnisciente.
• Individua un punto del testo in cui il narratore presenta la storia che sta raccontando come autenti-
ca, come realmente accaduta.
• Il narratore esprime giudizi o commenti?

riflettere
6. Ti sembra che il narratore presenti il personaggio di Valjean in modo soggettivo, oppure oggettivo e
imparziale? Motiva la tua risposta con opportuni riferimenti al testo.
7. Quali aspetti della società dell’epoca sono messi in evidenza da questo testo?
• Nel testo vengono confrontate la città e la campagna. Quale visione della città emerge da questo
confronto?
8. Questo brano che cosa fa capire delle idee di Victor Hugo sulla società del suo tempo?
9. Pensi che alcuni problemi sociali evidenziati dal testo siano ancora attuali oggi, in una realtà storica
diversa?

Scrivere
10. Attraverso la storia di Jean Valjean lo scrittore esprime le proprie idee in merito alla società del tempo.
Scrivi un testo espositivo di 200 parole circa sul seguente argomento: «Victor Hugo e il suo tempo».
(Per approfondire l’argomento puoi leggere la biografia dello scrittore a p. 3a dell’Appendice e la ru-
brica Scrittori & lettori, alla pagina seguente).
11. Immagina di essere nel 1815 e scrivi un articolo di cronaca per un giornale, sul ritorno in libertà di Jean
Valjean.

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It tO rI
Scr E&t tOrI
L VIctOr hUGO, IL rOmaNZO cOmE dENUNcIa

Il poeta e romanziere Victor Hugo fu lo scritto­ Victor Hugo


ritratto
re più popolare e celebrato dell’ottocento fran­ dal fotografo
cese. nella sua lunga vita, che inizia all’epoca Edmond Bacot
dell’ascesa di napoleone e termina negli anni nel 1862.
del progresso industriale e del colonialismo, si
dedicò con successo alle forme letterarie più di­
verse. Scrittore impegnato nella vita politica,
difese con passione i princìpi repubblicani e de­
mocratici; scrisse e pronunciò numerosi discor­
si contro il lavoro infantile, la miseria, la pena
di morte, e a favore del suffragio universale. Le
durissime condizioni di vita dei poveri sono al
centro di alcune delle sue storie più intense, i cui
protagonisti sono in lotta contro le forze avverse
della società e del destino.
nei suoi libri Hugo interviene spesso, attraverso
la voce del narratore, per esprimere il suo sde-
gno per le ingiustizie e convincere il lettore del­
la necessità di cambiamenti sociali. Il romanzo
è quindi per lo scrittore una forma di comunica­
zione per parlare della realtà del suo tempo, de­ la concorrenza di altri mezzi di intrattenimento,
nunciarne le storture, far partecipi i lettori delle era alla portata di molti, se non di tutti, e mol­
proprie battaglie politiche. tissimi furono i lettori che si emozionarono per
Scrisse I miserabili, il più celebre dei suoi nove l’avventurosa storia del forzato­eroe Jean Valje­
romanzi, nella scia del successo europeo del ro­ an e della folla di miserabili di cui egli incrocia
manzo storico, ma con una viva attenzione per le esistenze, in una società piena di miserie e
l’attualità sociale e politica. di ingiustizie, ma illuminata dalla speranza di
cambiamento che caratterizza l’opera e la perso­
I lettori di Victor Hugo seguirono per decenni nalità di Hugo e, con lui, di tutta un’epoca.
le storie coinvolgenti che egli scriveva, spesso
condividendone le idee a favore di una società anche se i libri di Hugo, con le rappresentazio­
più moderna e più giusta, comunque appas­ ni a tinte decise dei contrasti sociali e dei sen­
sionandosi alle vicende commoventi di tutto timenti e con i suoi numerosi interventi mora­
un mondo di vittime della miseria, prepotenti, leggianti, sono piuttosto lontani dal gusto dei
innocenti perseguitati, eroi generosi e spesso lettori di oggi, la sua opera continua a vivere. Il
sfortunati, cui diede vita la fantasia dello scrit­ cinema ne ha tratto un centinaio di adattamenti
tore nei Miserabili. ma anche altre opere, come e sono circa quaranta solo i film ispirati ai Mi-
Nôtre-Dame de Paris, ebbero enorme successo, serabili. Nôtre-Dame de Paris, la drammatica e
in un’epoca in cui i lettori appartenevano or­ struggente storia del Gobbo che vive nella cat­
mai a diverse classi sociali e continuavano ad tedrale parigina, è stata recentemente rivisitata,
aumentare, grazie alla riduzione dell’analfabeti­ con grande successo, in chiave sia di cartoni
smo, alla diffusione della stampa economica e al animati che di musical: due forme di comuni­
progressivo diffondersi delle traduzioni. La let­ cazione e di spettacolo che rinnovano l’aspetto
tura di romanzi, per la quale era ancora lontana «popolare» dell’opera di questo scrittore.

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iL romanzo dEL novEcEnto


È impossibile riepilogare la varietà degli eventi storici e dell’evoluzione culturale di un secolo in
cui il ritmo delle trasformazioni tecniche, economiche, sociali e politiche è stato particolarmen-
te veloce. I grandi cambiamenti che tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento
segnarono il sistema economico e politico incisero profondamente anche sulla vita quotidiana.
L’economia assunse sempre più una dimensione internazionale e mise in evidenza la diversità
di ricchezza fra le aree geografiche. Le città diventavano metropoli, in cui il cittadino acquistava
un ruolo anonimo, uguale a quello di altre migliaia di individui. Apertosi nel segno del progresso
tecnico ma anche di profondi conflitti sociali, il Novecento ha visto la diffusione della società
di massa, che ha comportato nuovi modelli di vita e di organizzazione sociale e politica; è stato
caratterizzato dall’affermazione della democrazia ma anche dall’instaurazione di feroci dittature;
ha portato benessere e progresso in molti campi, ma anche una proliferazione di conflitti interna-
zionali esplosi in due devastanti guerre mondiali.
La complessità del mondo contemporaneo non appariva più decifrabile con chiarezza attraverso
quella scienza alla quale l’uomo dell’Ottocento aveva guardato con fiducia; essa si rivelava in-
sufficiente a comprendere una realtà che era in continuo, veloce movimento di trasformazione.
Se la società dell’Ottocento era stabile nella fedeltà ai suoi valori, con il Novecento cadeva ogni
certezza nell’oggi e ogni fiducia in un progresso che potesse essere considerato sempre positivo.

aspetti del romanzo del novecento


Fin dai primi anni del Novecento la letteratura registrò il clima di rinnovamento ma anche di
disorientamento che caratterizzava l’inizio del secolo. Il romanzo, che ebbe in quegli anni una
grande fioritura, testimoniava la complessità dei tempi, assumendo caratteri diversi, e rappresentò
attraverso le pagine degli scrittori la crisi della società e dell’uomo. Se nel Settecento e nell’Otto-
cento aveva rappresentato la nascita e l’affermazione
della borghesia, ne aveva esaltato le qualità positive
e criticato quelle negative, il romanzo svelava ora la
decadenza di quella classe e delle sue certezze.
Questo stato di precarietà si traduceva per molti in
una condizione di vuoto, in cui ogni uomo, incapace
di comunicare con gli altri, si sentiva chiuso nella pro-
pria solitudine.
Il romanzo presentava quindi ora personaggi alla ri-
cerca di se stessi: la conoscenza di sé era una nuova
avventura, che abbandonava i grandi spazi aperti e
si inoltrava negli abissi profondi dell’animo umano.
Questo scavo nella complessità del mondo interio-
re, che si è accompagnato a un sapiente lavoro degli
scrittori del primo Novecento sulle tecniche narrative, George Tooker, Paesaggio con figure, 1966.
ha trasformato e rinnovato il romanzo; generazioni di
scrittori di diversi paesi hanno continuato nei decenni
successivi a lavorare alla narrazione letteraria sulla base delle innovazioni introdotte dai grandi
autori del primo Novecento.

Il lettore del romanzo novecentesco accompagna il personaggio nella sua indagine interiore e
spesso ne ascolta la narrazione dalla sua viva voce, dal momento che molti di questi romanzi sono
scritti in prima persona. Il lettore quindi non conosce più in modo oggettivo ciò che ai personaggi
accade e ha piuttosto l’impressione di addentrarsi insieme a loro in un mondo coinvolgente ma
anche complicato e confuso, in cui non è semplice trovare soluzioni chiare e certe. È il mondo
dell’uomo contemporaneo, che nel profondo sembra avere più domande e dubbi che risposte;

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che sperimenta una grande libertà, ma anche una grande inquietudine, che talvolta diventa smar-
rimento o addirittura angoscia. Così come la conoscenza della realtà non può essere che parziale
e soggettiva, il romanzo non può proporre modelli o certezze. Giacomo Debenedetti, studioso e
critico della letteratura novecentesca, ha scritto che la narrativa del Novecento assume quasi «un
carattere interrogativo» perché «l’uomo non sa più (o non sa ancora, non ha riappreso a capire) chi
è. Non lo sa perché è rotta la tregua fra lui e la società, fra lui e il mondo».
La produzione di romanzi dall’inizio del Novecento è vastissima, ed è impossibile illustrarne tutti
gli aspetti. Si possono, tuttavia, individuare alcune caratteristiche essenziali, che distinguono il ro-
manzo novecentesco da quello ottocentesco.

il personaggio novecentesco
Il romanzo novecentesco ha sviluppato alcuni temi di quello ottocentesco – come l’analisi dei
sentimenti, i rapporti personali e quelli sociali – e ne ha approfondito di nuovi, che derivano dalla
condizione storica e culturale di cui gli scrittori sono partecipi e testimoni. Diventano meno im-
portanti i dati oggettivi ed esteriori, come la ricostruzione dettagliata e realistica degli ambienti e la
narrazione esauriente dei fatti, e acquistano rilievo i contenuti soggettivi: l’intrecciarsi dei ricordi,
delle percezioni, dei diversi punti di vista dei personaggi.

La crisi della civiltà borghese e dei valori che ne avevano accom-


pagnato lo sviluppo, come la fiducia nel progresso tecnico, la ra-
zionalità, l’efficienza, è alla radice della percezione di un disagio
dell’individuo, che si sente al tempo stesso solo e prigioniero di
una realtà che appare sempre più frantumata e di cui l’uomo non
riesce ad avere una conoscenza oggettiva. Un tema comune alla
narrativa novecentesca è quello della «malattia», intesa non come
malessere fisico, ma come stato di insofferenza, di inquietudine,
di tensione per cui l’uomo non riesce più a sentirsi in sintonia con
il mondo. È l’animo a essere malato, e l’uomo si sente schiacciato
dalla realtà in cui vive, incapace di agire, ha la percezione di una
propria inadeguatezza.
Paul Klee, Senecio, 1922. Ricorrente nei romanzi novecenteschi è la rappresentazione di un
tipo di uomo che è stato definito «l’inetto», un individuo sensibile,
in grado di analizzare se stesso e gli aspetti profondi della vita, ma privo delle attitudini necessarie
a vivere positivamente nella realtà sociale, di realizzarne le aspettative, di vivere con successo una
vita pratica e attiva.

La rappresentazione dell’«io»
Nei primi anni del Novecento l’interesse degli scrittori per la rappresentazione realistica e oggetti-
va del mondo esterno cede il posto a un fine espressivo diverso: rendere la complessità della realtà
attraverso la prospettiva soggettiva dell’individuo. Anziché cercare di raccontare la realtà com’è,
molti scrittori tendono a raccontare come essa viene vissuta, sentita e anche sofferta nel mondo
interiore, soggettivo, diverso per ciascuno. Per questo spesso è stato usato il termine «romanzo
psicologico» per indicare i romanzi novecenteschi centrati sulla rappresentazione dell’«io», del
mondo interiore dell’uomo.

Anche il romanzo dell’Ottocento aveva dato grande risalto alla psicologia dei personaggi, di cui il
narratore onnisciente conosceva e poteva riferire ogni pensiero, ogni stato d’animo. I personaggi
dei grandi romanzi ottocenteschi sono rimasti memorabili proprio perché caratterizzati psicologi-
camente con grande vivacità e realismo. Nel romanzo novecentesco cambia, tuttavia, il modo in
cui lo scrittore indaga sulla psicologia del personaggio e la rappresenta sulla pagina. Nella narra-

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576 sezione 4 racconto e romanzo

tiva ottocentesca il ritratto psicologico


dei personaggi era costruito, per così ParOLE da cONOScErE
dire, «da fuori»: il narratore descrive- • La psicologia è la scienza che studia i processi mentali, le emozioni
e i comportamenti che ne derivano. Più in generale la parola indica
va i tratti del carattere, i sentimenti, gli il complesso del mondo interiore di una persona o, in letteratura, di
stati d’animo dei personaggi come ne un personaggio. La parola deriva dal greco psyche, «anima, psiche»,
presentava l’aspetto fisico, i vestiti, la e logos, «studio, pensiero, linguaggio».
casa, le relazioni sociali. I romanzieri • La psicoanalisi è la teoria avviata all’inizio del Novecento dallo psi-
del Novecento, invece, rappresentano chiatra Sigmund Freud, sulla quale si basano studi e pratiche psicote-
la psicologia dei personaggi dall’in- rapeutiche, cioè di cura dei disturbi psichici. Il termine unisce infatti
il concetto di psiche e quello di analisi, che significa «atto di scioglie-
terno, seguendone il punto di vista re, indagare scomponendo». Elemento centrale della psicoanalisi è
soggettivo e le associazioni mentali il concetto freudiano di inconscio: con questo termine Freud indica
che si creano fra percezioni, ricordi, ri- una componente della struttura dell’io, della psiche, che non è ac-
flessioni. Anche il tema della memoria cessibile alla consapevolezza razionale di un individuo, ma che ha
acquista un valore tutto individuale: un ruolo fondamentale nei suoi comportamenti e nei suoi modi di
diventa dimensione che permette di sentire. La psicoanalisi ha il compito di guidare l’individuo a diventa-
re consapevole dei contenuti del suo inconscio, che possono a volte
scavare nell’esperienza della vita e di essere spiacevoli o dolorosi. I contenuti inconsci emergono attraverso
cercarne il significato e il valore. i sogni, a cui Freud dedicò uno dei suoi primi e più celebri studi. An-
che nell’opera artistica, sia figurativa che letteraria, traspaiono fan-
L’interesse per la complessità del tasie, sogni e paure inconsci, e per questo le diverse forme artistiche
mondo psichico è molto viva nella sono di particolare interesse per la psicoanalisi; le arti e gli studi sulle
cultura di fine Ottocento e dei pri- espressioni artistiche, a loro volta, hanno trovato nella psicoanalisi
significativi spunti di lavoro creativo e critico.
mi anni del Novecento; all’inizio del
nuovo secolo, nell’ambito degli studi
di psichiatria, Sigmund Freud (1856-
1939), un medico e studioso viennese, fonda nei primi anni del secolo la psicoanalisi e mostra
quanto sia complicato quello che chiamiamo «io», e come alcuni aspetti della nostra psiche ci
siano sconosciuti: una parte della nostra vita interiore rimane sepolta nell’inconscio, da cui ne
emergono solo alcuni aspetti.

Le tecniche narrative
Il romanzo novecentesco riflette anche con la sua
struttura il senso di precarietà e di smarrimento, la fine
di un mondo, l’impossibilità di decifrare la realtà.
All’evoluzione del romanzo sul piano dei contenuti
corrisponde una trasformazione delle tecniche narra-
tive; attraverso scelte nuove, talvolta sorprendenti per
i contemporanei, gli scrittori più originali ricreano sulla
pagina una percezione della realtà che segue gli an-
dirivieni della memoria, la varietà dei punti di vista,
l’inquietudine dei personaggi. Rispetto alla tradizione
del romanzo ottocentesco, gli scrittori compiono scelte
che riguardano i diversi elementi della narrazione, con
le quali tendono a comunicare proprio la complessità Pippo Oriani, Lo strano racconto, 1937.
e la mobilità del mondo interiore dei personaggi.

La
u trama
Le storie narrate spesso non hanno una trama ben definita, una conclusione riconosciuta che
appaghi la curiosità del lettore; esse rimangono piuttosto sospese, indecifrabili, aperte. La rigida
cronologia del romanzo realista viene sconvolta: il tempo diventa relativo, legato alla soggettività
del personaggio, il quale racconta spesso in prima persona i fatti non secondo l’ordine in cui sono
accaduti, ma piuttosto secondo l’importanza che la sua memoria vi attribuisce.

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il
u narratore e la focalizzazione
La realtà non è più rappresentata in modo unico, oggettivo, attraverso lo sguardo e la voce di un
narratore esterno, ma sempre più spesso attraverso le percezioni di un narratore interno o di un
personaggio.
Il narratore esterno «onnisciente» cede il posto a un narratore, esterno o interno, che ha una cono-
scenza limitata dei fatti, delle esperienze vissute dai personaggi; dalla focalizzazione zero, tipica dei
romanzi ottocenteschi, si passa spesso a una focalizzazione interna o mista. Il testo comunica al
lettore un’esperienza del mondo profonda ma parziale; non pretende di mostrare una realtà oggettiva
e sicura. Il narratore non guida più il lettore in una ricognizione dettagliata e compiuta di un mondo
di cui è possibile conoscere fatti e antefatti, rapporti fra i personaggi, discorsi e pensieri completi;
ora fa entrare il lettore in una realtà di cui si conoscono soltanto alcuni aspetti e che non è possibile
conoscere in modo oggettivo. L’assenza di un punto di vista univoco e certo sulla realtà rappresentata
è una caratteristica dell’opera di alcuni grandi maestri del primo Novecento, che sarà poi adottata
anche da molti scrittori successivi.
Lo
u spazio e il tempo
Tende a venire meno anche l’indicazione oggettiva dello spazio e del tempo in cui si svolge la storia
narrata. I luoghi spesso non sono introdotti da precise e dettagliate descrizioni, ma sono indicati con
riferimento al riflesso che hanno avuto nell’esperienza dei personaggi, e il lettore non ne ha necessa-
riamente un’idea chiara. Ma soprattutto è la rappresentazione del tempo a essere stata rivoluzionata.
Poiché quello che conta non sono i fatti, ma il riflesso che l’esperienza dei fatti ha nella mente,
nella psicologia del personaggio, il rapporto fra tempo della storia e tempo della narrazione può
variare moltissimo: il tempo della storia può essere lunghissimo, come avveniva già nei romanzi
dell’Ottocento, ma anche brevissimo; la narrazione può muoversi liberamente avanti e indietro nel
tempo, seguendo il filo dei pensieri e dei ricordi dei personaggi. Invece dei flashback tradizionali,
aperti e chiusi con chiarezza dal narratore, il lettore di romanzi del Novecento trova spesso un
«andirivieni» fra passato e presente, che segue le associazioni mentali del personaggio: immagini
del presente si intrecciano continuamente con i ricordi di momenti diversi del passato.
il
u personaggio
Anche il modo di rappresentare il personaggio si trasforma. A venire meno è la costruzione di
un personaggio di cui il lettore poteva avere la sensazione di conoscere tutto e avere un giudizio
chiaro. Il personaggio novecentesco non è rappresentato «a tutto tondo», con ricchezza di tratti
descrittivi e di dati biografici, ma in modo più frammentario. A volte è presentato nella sua interio-
rità, attraverso i diversi piani dei suoi ricordi, delle sue incertezze, della rappresentazione che dà
di se stesso; in altri casi è presentato attraverso i diversi punti di vista di altri personaggi, ciascuno
dei quali ne ha un’idea parziale e soggettiva.
Le
u parole e i pensieri dei personaggi
Lo scrittore non ricostruisce solamente la memoria lineare dei personaggi, che restituisce interi «capi-
toli» del passato, ma vuole riprodurre sulla pagina la memoria e, più in generale, la vita interiore nella
sua ricchezza e complessità. Ricorre quindi ad alcune tecniche di riproduzione delle parole e so-
prattutto dei pensieri dei personaggi che sono caratteristiche del romanzo contemporaneo: l’uso del
discorso indiretto libero, del monologo interiore e la presenza del flusso di coscienza consentono di
portare in primo piano non solo i pensieri dei personaggi, ma anche il modo in cui essi si affacciano
alla loro mente. Le parole del narratore finiscono spesso per confondersi con quelle dei personaggi,
attraverso cambiamenti linguistici a volte impercettibili.

La continuazione del realismo


I temi legati alla dimensione interiore, per quanto importanti, non sono i soli presenti nei romanzi
del Novecento. Continua infatti, nell’opera di molti scrittori di diversi paesi, la grande tradizione
del realismo, della volontà artistica di rappresentare i molteplici aspetti della vita umana e sociale,

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testimoniandone i problemi. Sono molti gli scrittori che narrano, nei romanzi come nei racconti,
storie che affrontano le questioni sociali e i drammi collettivi di un secolo segnato da due guerre
mondiali e da un continuo fermento di cambiamenti e di conflitti.
Nel periodo fra le due guerre mondiali in Italia e in Europa la narrativa americana diventò il modello
di una letteratura realistica in grado di rappresentare con efficacia la realtà quotidiana, i problemi e i
sogni della gente comune. In Italia la letteratura americana, ostacolata dal fascismo, nel dopoguerra fu
tradotta e pubblicata anche in edizioni economiche, ed ebbe una grande diffusione; contribuì non solo
a far conoscere molti scrittori statunitensi, ma anche a orientare l’opera di molti giovani scrittori, alla
ricerca di un modo di scrivere libero, essenziale, vicino alla realtà concreta. L’esigenza di raccontare la
realtà era particolarmente forte per gli scrittori italiani che, dopo gli anni del fascismo e della guerra, si
riconobbero in una letteratura che sapesse parlare dei tanti volti e dei tanti problemi, antichi e nuovi,
dell’Italia. In molti romanzi italiani della metà del secolo furono affrontati diversi temi legati alla realtà
sociale contemporanea: la guerra e le storie drammatiche legate alla storia recente; le disuguaglianze
sociali e le ingiustizie, le battaglie civili per una società più equa; il lavoro, visto come realtà opprimente
ma anche come strumento di emancipazione e di speranza in un futuro migliore.
Questi e altri temi, legati ai diversi contesti storici e culturali in cui sono vissuti e hanno lavorato scrittori
di tutti i paesi, si ritrovano in moltissimi romanzi che hanno arricchito la narrativa contemporanea. Il ro-
manzo ha continuato a esplorare e a ritrarre realisticamente le diverse esperienze individuali e collettive,
i rapporti umani nella loro molteplicità e nel loro intreccio con le condizioni sociali, storiche, culturali.
La dimensione realistica del romanzo contemporaneo, tuttavia, spesso si incrocia e coesiste con altri
aspetti di questa forma letteraria, da quella dell’analisi psicologica alla dimensione fantastica, ai diversi
modi in cui gli scrittori si sono liberamente avvicinati ai generi tradizionali della narrativa.

iL romanzo oggi
N egli ultimi cinquant’anni, con lo sviluppo dell’editoria e l’ampliamento del pubblico dei lettori,
il panorama della narrativa si è allargato; voci e temi diversi si sono intrecciati in modo sempre
più vario; scrittori e lettori di romanzi si incontrano oggi attraverso grandi distanze geografiche e
culturali. Tradotti in decine di lingue, alcuni scrittori e scrittrici sono diventati familiari a milioni di
lettori che vivono in continenti diversi.
Nelle opere degli autori contemporanei di romanzi si mescolano e si incrociano gli influssi di
esperienze, scelte tematiche e stile che hanno arricchito più di due secoli di storia di questa forma
letteraria tanto versatile e fortunata. Sarebbe impossibile delineare le tendenze del romanzo di
oggi, perché con il nome di «romanzo» esiste un’infinità di opere narrative diverse per genere, stile,
complessità, riferimenti culturali. È possibile tuttavia individuare alcune esperienze significative tra
quelle che hanno aperto nuovi orizzonti per il romanzo contemporaneo:
• il romanzo sperimentale degli anni Settanta, con cui alcuni scrittori inventavano nuovi modi di
«giocare» con gli elementi della narrazione, sottraendosi alle abitudini e alle aspettative dei lettori;
• il romanzo-inchiesta, in cui lo scrittore combina i caratteri del libro-inchiesta, che documenta
e denuncia situazioni reali, con la forma narrativa del romanzo;
• la graphic novel, o «romanzo grafico»; il termine inglese, affermatosi dagli anni Ottanta, indica
una narrazione a fumetti in cui la storia è lunga, articolata e compiuta come in un romanzo.
Nei suoi due secoli e mezzo di vita il romanzo ha rispecchiato l’evoluzione della realtà storica e
sociale in cui è nato; è cambiato profondamente e al tempo stesso è rimasto se stesso. La sua plasti-
cità, la sua possibilità di assumere contenuti, toni, stili tanto diversi, è la ragione della sua longevità
e della sua diffusione.
In epoche e paesi diversi, tra scrittori sempre alla ricerca di modi diversi di raccontare storie e
lettori sempre pronti a farsi catturare da un libro che racconta una storia, il romanzo continua a
costituire un luogo d’incontro privilegiato.

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uN TeSTO SpiegaTO • il rOmaNZO NOVeCeNTeSCO


Virginia Woolf
QUeLL’attImo DI GIUGno
La signora Dalloway, 1925  Lingua originale inglese
Virginia Woolf, una delle scrittrici più note del Novecento, fa parte del gruppo di autori
che all’inizio del secolo trasformò profondamente il modo di scrivere romanzi. Nei suoi
libri la dimensione psicologica dei personaggi ha un ruolo centrale; in particolare la
scrittura della Woolf riproduce la dimensione del tempo così come viene vissuto interior-
mente dai suoi personaggi, attraverso i vari strati di ricordi che si affacciano alla loro
coscienza via via che essi procedono nella loro vita quotidiana. Nel romanzo La signora
Dalloway il tempo della narrazione si dilata, mentre il tempo della storia è quello di una
sola giornata, una giornata come tante altre, a Londra.
Il brano che segue è l’incipit del romanzo: il lettore è immediatamente introdotto in un
momento della giornata della protagonista e nella folla dei suoi pensieri.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.


Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte
dai cardini; gli uomini di rumpelmayer1 sarebbero arrivati tra poco.
che gioia! che terrore! Sempre aveva avuto questa impressione,
quando con un leggero cigolio dei cardini, lo stesso che sentì proprio
ora, a Bourton 2 spalancava le persiane e si tuffava nell’aria aperta.
com’era fresca, calma, più ferma di qui, naturalmente, l’aria la mat­
tina presto, pareva il tocco di un’onda, il bacio di un’onda; fredda e
pungente, e (per una diciottenne com’era lei allora) solenne, perché in
10 piedi di fronte alla finestra aperta, lei aveva allora la sensazione che
sarebbe successo qualcosa di tremendo, mentre continuava a fissare i
fiori, e gli alberi che emergevano dalla nebbia che a cerchi si sollevava
fra le cornacchie in volo. e stava lì e guardava, quando Peter Walsh
disse: «In meditazione tra le verze?». Disse così? o disse: «Io preferisco
gli uomini ai cavoli»? Doveva averlo detto a colazione una mattina che
lei era uscita sul terrazzo – Peter Walsh. Stava per tornare dall’India,
sì, uno di questi giorni, in giugno o a luglio forse, non ricordava bene,
perché le sue lettere erano così noiose; ma certe sue espressioni rima­
nevano impresse, gli occhi, il temperino, il sorriso, quel suo modo di
20 fare scontroso, e tra milioni di cose ormai del tutto svanite – com’era
strano! – alcune espressioni, come questa dei cavoli. Si irrigidì appe­
na sul marciapiede, aspettando che passasse il furgone di Durtnall 3.

1. Rumpelmayer: rumpelmayer & co., una ditta ghilterra, attraversata da un fiume e circondata
londinese di ristrutturazioni edilizie. dal verde; è anche oggi una meta turistica.
2. Bourton: Bourton­on­the­Water è una cittadi­ 3. il furgone di Durtnall: Durtnall & co. era una
na situata nella parte sud­occidentale dell’In­ ditta londinese di trasporti.

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Una donna affascinante, pensò di lei Scrope Purvis (che la conosceva come
ci si conosce tra vicini a Westminster4); somigliava a un uccello, a una gazza
verde­azzurra, esile, vivace, malgrado avesse più di cinquant’anni, e le fossero
venuti tanti capelli bianchi dopo la malattia. Se ne stava posata lì, senza nep
nep­
pure vederlo, in attesa di attraversare la strada, ben diritta.
Quando si vive a Westminster – da quanti anni ormai? più di venti – anche
in mezzo al traffico, o svegliandosi di notte, clarissa non aveva dubbi, prima
30 dei rintocchi del Big Ben5 si sentiva un silenzio particolare, una speciale solen­
nità, un indescrivibile arresto, una sospensione (ma forse era semplicemente il
suo cuore, indebolito, dicevano, dall’influenza). ecco! rimbombò forte. Pri­
ma un’avvisaglia musicale; poi l’ora, irrevocabile. I cerchi di piombo6 si dissol­
sero nell’aria – come siamo sciocchi, pensò lei, attraversando Victoria Street7.
Dio solo sa perché ci piace tanto, perché la vediamo così, ce la inventiamo,
la fantastichiamo, la facciamo e disfacciamo ogni momento diversa; e così
fanno anche le donne più disgraziate, gli uomini più miserabili, buttati su un
marciapiede (inebetiti8 a forza di bere); e non ci sono atti del Parlamento che
tengano, proprio per questa ragione, ne era sicura: perché anche loro amano
40 la vita. negli occhi della gente, nel loro andamento lento, faticoso, nel chiasso
e nel frastuono, le carrozze, le automobili, i tram, i furgoni, gli uomini­san­
dwich9 che vanno avanti e indietro col loro passo strascicato e ondeggiante,
le bande e gli organetti; nel trionfo e nel tripudio10 e nel canto stranamente
acuto di un aereo, ciò che amava era: la vita, Londra, quell’attimo di giugno.
V. Woolf, La signora Dalloway, trad. n. Fusini, Feltrinelli, milano 1993

4. Westminster: il quartiere centrale di Lon­ ci come quelli che fa un sasso sulla superfi­
dra, in cui si trovano i palazzi del Parla­ cie dell’acqua.
mento e l’abbazia di Westminster. 7. Victoria Street: via centrale di Londra, co­
5. Big Ben: il nome propriamente si riferisce struita nella seconda metà dell’ottocento.
solo alla campana dell’orologio situato sul­ 8. inebetiti: istupiditi, resi privi di coscienza.
la torre delle Houses of Parliament, l’anti­ 9. uomini-sandwich: uomini che giravano
co edificio sede del Parlamento inglese; fa per le strade portando addosso un doppio
oggi riferimento all’insieme dell’orologio e cartello pubblicitario, davanti e dietro; era
della torre, celebre simbolo di Londra. una forma di pubblicità diffusa nei primi
6. cerchi di piombo: immagine figurata; il decenni del XX secolo.
suono della campana di piombo che batte le 10. tripudio: gioia intensa e profonda.
ore si propaga nell’aria, in cerchi concentri­

r aCCOgliamO le iDee

IL tEStO Il narratore non dice chi sia la signora Dal­


L’incipit del romanzo introduce il lettore di­ loway, che cosa stia avvenendo intorno a lei,
rettamente in un momento della vita della dentro quale storia stia entrando il lettore.
protagonista, che è colta mentre afferma sem­ La narrazione non presenta dei fatti, ma se­
plicemente che comprerà lei stessa dei fiori. gue il flusso delle impressioni e dei pensieri
Sembra che intorno alla signora ci siano dei della protagonista, nel loro andirivieni fra il
preparativi, ma il lettore non sa per che cosa. momento presente e il passato.

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IL PErSONaGGIO
Dalla pagina il personaggio della signora Dal­
loway emerge un po’ alla volta, dai frammenti
dei suoi pensieri, dallo sguardo di qualcuno
che la vede per strada: il lettore comincia a farsi
l’idea di una donna elegante, che sembra vive­
re con consapevolezza e serenità la sua mattina
di giugno, nel centro di Londra, in mezzo alla
gente e in compagnia dei propri pensieri.
Virginia Woolf ricostruisce così sulla pagina
la ricchezza e la mobilità del mondo interio-
re, dell’incrociarsi di ricordi, riflessioni, im­
magini, impressioni. alla scrittrice non preme
raccontare dall’esterno i fatti che riguardano i
personaggi, né descrivere i tratti che li carat­
terizzano o gli ambienti in cui vivono; il suo
intento è quello di seguire con la parola scritta
i riflessi che fatti, esperienze, immagini della VIrGINIa E aLtrE dONNE
realtà esterna hanno nel mondo interiore dei Un film del 2002 riprende il titolo originaria­
suoi personaggi. ne risulta una narrazione par­ mente pensato dall’autrice per il romanzo, The
ticolare, molto diversa da quella del romanzo hours. ritrae tre donne che, in epoche diver­
«classico», ottocentesco. se, hanno un rapporto significativo con questo
libro: la prima è Virginia Woolf, che lo scrive
LE tEcNIchE NarratIVE mentre lotta contro la depressione; altre due
Delle esperienze vissute dalla signora Dalloway il donne, a distanza di decenni, ritrovano nel ro­
lettore conosce quello che emerge alla coscienza manzo un motivo per riflettere sulla propria
della protagonista in questo attimo di giugno, e che vita e per ritrovare il senso di una propria con­
è reso sulla pagina con la tecnica narrativa del mo- sapevolezza e autenticità.
nologo interiore. Questo modo di raccontare, che
fa di Virginia Woolf uno dei nomi più significativi
della narrativa novecentesca, caratterizza questo e
altri suoi romanzi, tra cui il celebre Gita al faro.
Il lettore è immesso in una narrazione in cui la
focalizzazione cambia a volte inavvertitamente.
Dall’incrociarsi dei punti di vista e dei flussi di
coscienza dei personaggi emerge una rappresen-
tazione dilatata e mobile del tempo. L’autrice
aveva inizialmente scelto come titolo The hours
(Le ore): mentre scorrono le ore di una giornata di
giugno, nella mente della signora Dalloway passa
un’infinità di ricordi e di impressioni, e intanto
intorno a lei altri vivono, pensano, ricordano.
In quelle ore sono «contenuti» i riflessi di molti
momenti che hanno lasciato una traccia nell’esi­
stenza e nella coscienza. Sono momenti in cui il
tempo si dilata e la vita si riempie di significato.
Per questo clarissa Dalloway ha l’impressione
che intorno a lei vi sia trionfo e tripudio, anche se
è una mattina come tante. Vörös Géza, Nella stanza, 1930 circa.
In alto, la scrittice Virginia Woolf.

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il rOmaNZO NOVeCeNTeSCO
Italo Svevo
Una SeDUta SPIrItIca
La coscienza di Zeno, 1923
La coscienza di Zeno, il romanzo più riuscito e famoso di Svevo, racconta la storia di
Zeno Cosini; nella finzione narrativa la storia è raccontata da Zeno stesso, dopo che il
suo psicanalista lo ha invitato a riflettere su di sé e a scrivere i ricordi della propria vita.
La narrazione non procede in senso cronologico. Zeno rievoca i momenti che si sono
maggiormente impressi nella sua coscienza, seguendo il filo della memoria di esperien-
ze diverse: il rapporto con il padre, la lotta per smettere di fumare, l’amore, il lavoro.
L’episodio presentato qui fa parte del capitolo intitolato La storia del mio matrimonio;
conosciute le sorelle Malfenti, la piccola Anna, Augusta, Alberta e Ada, Zeno si è inna-
morato di quest’ultima, la più bella; invitato a una seduta spiritica egli spera di potersi
dichiarare alla ragazza e di essere preferito al suo «rivale» Guido. Lo sbaglio di Zeno, che
lo avvicina ad Augusta, si rivelerà fortunato; essa diventerà sua moglie e rappresenterà
la sicurezza e la salute per Zeno, che è preda invece di continui immaginari malanni,
sintomo della sua «malattia» interiore.

« L’IncIPIt
Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco
lusinghiere. chi di psico­analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che
il paziente mi dedica.
Di psico­analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza.
Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiogra­
fia; gli studiosi di psico­analisi arricceranno il naso a tanta novità. ma egli
era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse,
che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico­analisi. oggi ancora la
mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sareb­
bero stati maggiori se il malato sul piú bello non si fosse sottratto alla cura

»
truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.
Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pron­
to di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a
patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso!

Senz’alcuna esitazione mi recai dai malfenti. avevo accettato l’invito ed


oramai non potevo mancare. mi parve di buon augurio che la cameriera
m’accogliesse con un sorriso gentile e la domanda se fossi stato male
per non esser venuto per tanto tempo. Le diedi una mancia. Per bocca
sua tutta la famiglia di cui essa era la rappresentante, mi faceva quella
domanda.
essa mi condusse al salotto ch’era immerso nell’oscurità più profon­
da. arrivatovi dalla piena luce dell’anticamera, per un momento non
vidi nulla e non osai movermi. Poi scorsi varie figure disposte intorno
10 ad un tavolino, in fondo al salotto, abbastanza lontano da me.
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583

Fui salutato dalla voce di ada che nell’oscurità mi parve sensuale1. Sor­
ridente, una carezza:
– S’accomodi, da quella parte e non turbi gli spiriti! – Se continuava così á Nel salotto dei Malfenti
io non li avrei certamente turbati. si sta preparando una
seduta spiritica. Zeno però
Da un altro punto della periferia del tavolino echeggiò un’altra voce, di è interessato non tanto
alberta o forse di augusta: alla seduta, quanto
– Se vuole prendere parte all’evocazione2 , c’è qui ancora un posticino a restare vicino a Ada.
libero.
Io ero ben risoluto di non lasciarmi mettere in disparte e avanzai risoluto
20 verso il punto donde m’era provenuto il saluto di ada. Urtai col ginocchio
contro lo spigolo di quel tavolino veneziano ch’era tutto spigoli. ne ebbi un
dolore intenso, ma non mi lasciai arrestare e andai a cadere su un sedile of­
fertomi non sapevo da chi, fra due fanciulle di cui una, quella alla mia destra,
pensai fosse ada e l’altra augusta. Subito, per evitare ogni contatto con que­
sta, mi spinsi verso l’altra. ebbi però il dubbio che mi sbagliassi e alla vicina di
destra domandai per sentirne la voce:
– aveste già qualche comunicazione dagli spiriti?
Guido, che mi parve sedesse a me di faccia, m’interruppe. Imperiosamente á Guido è presentato
gridò: come un uomo deciso,
che tende a comandare.
30 – Silenzio!
Poi, più mitemente:
– raccoglietevi e pensate intensamente al morto che desiderate di evocare.
Io non ho alcun’avversione per i tentativi di qualunque genere di spiare il á Zeno esprime un’opinione
mondo di là. ero anzi seccato di non aver introdotto io in casa di Giovan­ pacata e tipica
del suo carattere: non ha
ni quel tavolino, giacché vi otteneva tale successo. ma non mi sentivo di ob­ convinzioni precise,
bedire agli ordini di Guido e perciò non mi raccolsi affatto. Poi m’ero fatti ma non si oppone a
tanti di quei rimproveri per aver permesso che le cose arrivassero a quel punto nessun tipo di tentativo
degli altri di scoprire che
senz’aver detta una parola chiara ad ada, che giacché avevo la fanciulla ac­ cosa esista nell’aldilà.
canto, in quell’oscurità tanto favorevole, avrei chiarito tutto. Fui trattenuto
40 solo dalla dolcezza di averla tanto vicina a me dopo di aver temuto di averla
perduta per sempre. Intuivo la dolcezza delle stoffe tepide che sfioravano i
miei vestiti e pensavo anche che così stretti l’uno all’altra, il mio toccasse il
suo piedino che di sera sapevo vestito di uno stivaletto laccato. era addirittura
troppo dopo un martirio3 tanto lungo.
Parlò di nuovo Guido:
– Ve ne prego, raccoglietevi. Supplicate ora lo spirito che invocaste di
manifestarsi movendo il tavolino.
mi piaceva ch’egli continuasse ad occuparsi del tavolino. oramai era
evidente che ada si rassegnava di portare quasi tutto il mio peso! Se non
50 m’avesse amato non m’avrebbe sopportato. era venuta l’ora della chiarezza.
tolsi la mia destra dal tavolino e pian pianino le posi il braccio alla taglia4:

1. sensuale: l’aggettivo indica qualità che at­ bite dai martiri; il termine è usato in modo
traggono i sensi, che suscitano desiderio. scherzoso.
2. evocazione: evocazione degli spiriti, che nel 4. taglia: francesismo per taille, punto di vita;
corso della seduta spiritica sarebbero stati zeno fa scivolare il braccio intorno alla vita
evocati, richiamati dall’aldilà. della ragazza che crede sia ada.
3. martirio: grande sofferenza, come quelle su­

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– Io vi amo, ada! – dissi a bassa voce e avvicinando la mia faccia alla á È la scena centrale
sua per farmi sentire meglio. dell’episodio: Zeno
nel buio si è dichiarato
La fanciulla non rispose subito. Poi, con un soffio di voce, però quella ad Augusta mentre
di augusta, mi disse: credeva di farlo ad Ada.
– Perché non veniste per tanto tempo?
La sorpresa e il dispiacere quasi mi facevano crollare dal mio sedile.
Subito sentii che se io dovevo finalmente eliminare quella seccante fan­
ciulla dal mio destino, pure dovevo usarle il riguardo che un buon cava­
60 liere quale son io, deve tributare alla donna che lo ama e sia dessa la più
brutta che mai sia stata creata. come m’amava! nel mio dolore sentii il
suo amore. non poteva essere altro che l’amore che le aveva suggerito di
non dirmi ch’essa non era ada, ma di farmi la domanda che da ada avevo
attesa invano e che lei invece certo s’era preparata di farmi subito quando
m’avesse rivisto.
Seguii un mio istinto e non risposi alla sua domanda, ma, dopo una
breve esitazione, le dissi:
– Ho tuttavia piacere di essermi confidato a voi, augusta, che io credo
tanto buona!
70 mi rimisi subito in equilibrio sul mio treppiede5. non potevo avere la á Zeno cerca in effetti
chiarezza con ada, ma intanto l’avevo completa con augusta. Qui non di ritrovare anche
un equilibrio emotivo
potevano esserci altri malintesi. nella confusa situazione
Guido ammonì di nuovo: in cui si è messo.
– Se non volete star zitti, non c’è alcuno scopo di passare qui il nostro
tempo all’oscuro!
egli non lo sapeva, ma io avevo tuttavia bisogno di un po’ di oscurità
che m’isolasse e mi permettesse di raccogliermi. avevo scoperto il mio
errore e il solo equilibrio che avessi riconquistato era quello sul mio sedile.
avrei parlato con ada, ma alla chiara luce. ebbi il sospetto che alla mia
80 sinistra non ci fosse lei, ma alberta. come accertarmene? Il dubbio mi
fece quasi cadere a sinistra e, per riconquistare l’equilibrio, mi poggiai
sul tavolino. tutti si misero ad urlare: – Si muove, si muove! – Il mio atto á Mentre le persone
raccolte intorno
involontario avrebbe potuto condurmi alla chiarezza. Donde veniva la a lui interpretano
voce di ada? ma Guido coprendo con la sua la voce di tutti, impose quel i movimenti
silenzio che io, tanto volentieri, avrei imposto a lui. Poi con voce mutata, del tavolino come
segno dell’avvenuta
supplice (imbecille!) parlò con lo spirito ch’egli credeva presente: comunicazione
– te ne prego, di’ il tuo nome designandone le lettere in base all’alfabeto con gli spiriti, a Zeno
nostro! interessa solo capire
dove sia Ada.
egli prevedeva tutto: aveva paura che lo spirito ricordasse l’alfabeto
90 greco.
Io continuai la commedia sempre spiando l’oscurità alla ricerca di ada.
Dopo una lieve esitazione feci alzare il tavolino per sette volte così che
la lettera G era acquisita. L’idea mi parve buona e per quanto la U che
seguiva costasse innumerevoli movimenti, dettai netto netto il nome di
Guido.

5. treppiede: sgabello a tre gambe.

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non dubito che dettando il suo nome, io non fossi diretto dal desiderio á Zeno commenta
di relegarlo fra gli spiriti. ironicamente i propri
sentimenti nei confronti
Quando il nome di Guido fu perfetto, ada finalmente parlò: del rivale Guido.
– Qualche vostro antenato? – suggerì. Sedeva proprio accanto a lui. avrei
100 voluto muovere il tavolino in modo da cacciarlo fra loro due e dividerli.
– Può essere! – disse Guido. egli credeva di avere degli antenati, ma non
mi faceva paura. La sua voce era alterata da una reale emozione che mi
diede la gioia che prova uno schermidore quando s’accorge che l’avversa­
rio è meno temibile di quanto egli credesse. non era mica a sangue freddo
ch’egli faceva quegli esperimenti. era un vero imbecille! tutte le debolezze
trovavano facilmente il mio compatimento, ma non la sua.
Poi egli si rivolse allo spirito:
– Se ti chiami Speier fa un movimento solo. altrimenti movi6 il tavoli­
no per due volte. – Giacché egli voleva avere degli antenati, lo compiacqui7
110 movendo il tavolino per due volte.
– mio nonno! – mormorò Guido.
Poi la conversazione con lo spirito camminò più rapida. allo spirito fu
domandato se volesse dare delle notizie. rispose di sì. D’affari od altre?
D’affari! Questa risposta fu preferita solo perché per darla bastava movere
il tavolo per una volta sola. Guido domandò poi se si trattava di buone o
di cattive notizie. Le cattive dovevano essere designate con due movimen­
ti ed io, – questa volta senz’alcun’esitazione, – volli movere il tavolo per
due volte. ma il secondo movimento mi fu contrastato e doveva esserci
qualcuno nella compagnia che avrebbe desiderato che le nuove fossero
120 buone.
ada, forse? Per produrre quel secondo movimento mi gettai addirittura
sul tavolino e vinsi facilmente! Le notizie erano cattive!
causa la lotta, il secondo movimento risultò eccessivo e spostò addirit­
tura tutta la compagnia.
– Strano! – mormorò Guido. Poi, deciso, urlò:
– Basta! Basta! Qui qualcuno si diverte alle nostre spalle!
Fu un comando cui molti nello stesso tempo ubbidirono e il salotto fu
subito inondato dalla luce in più punti. Guido mi parve pallido! ada s’in­
gannava sul conto di quell’individuo ed io le avrei aperti gli occhi.
130 nel salotto, oltre alle tre fanciulle, v’erano la signora malfenti ed un’al­
tra signora la cui vista m’ispirò imbarazzo e malessere perché credetti á Nei confronti della zia
fosse la zia rosina. Per ragioni differenti le due signore ebbero da me un Rosina, sorella
del signor Malfenti,
saluto compassato. Zeno aveva commesso
Il bello si è ch’ero rimasto al tavolino, solo accanto ad augusta. era una in passato alcune gaffe,
nuova compromissione8, ma non sapevo rassegnarmi d’accompagnarmi per cui prova imbarazzo
in sua presenza.
a tutti gli altri che attorniavano Guido, il quale con qualche veemenza9

6. movi: muovi; in diversi casi nel testo è presente 8. compromissione: situazione compromet­
la forma senza dittongo di alcune voci verbali. tente.
7. compiacqui: feci quello che gli avrebbe fatto 9. veemenza: impetuosità, irruenza.
piacere.

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spiegava come avesse capito che il tavolo veniva mosso non da uno spirito
ma da un malizioso in carne ed ossa. non ada, lui stesso aveva tentato di
frenare il tavolino fattosi troppo chiacchierino. Diceva:
140 – Io trattenni il tavolino con tutte le mie forze per impedire che si mo­
vesse la seconda volta. Qualcuno dovette addirittura gettarsi su di esso per
vincere la mia resistenza.
Bello quel suo spiritismo10: Uno sforzo potente non poteva provenire á Zeno commenta
da uno spirito! ironicamente la posizione
di Guido, che crede negli
Guardai la povera augusta per vedere quale aspetto avesse dopo di aver spiriti, ma non che uno
avuta la mia dichiarazione d’amore per sua sorella. era molto rossa, ma spirito possa intervenire
mi guardava con un sorriso benevolo. Solo allora si decise di confermare con un colpo forte come
quello che aveva mosso
d’aver sentita quella dichiarazione: il tavolino.
– non lo dirò a nessuno! – mi disse a bassa voce.
150 ciò mi piacque molto.
– Grazie, – mormorai stringendole la mano non piccola, ma modellata á L’atteggiamento di Zeno
perfettamente. Io ero disposto di diventare un buon amico di augusta nei confronti di Augusta
sta cambiando: egli
mentre prima di allora ciò non sarebbe stato possibile perché io non so comincia ad apprezzare
essere l’amico delle persone brutte. ma sentivo una certa simpatia per la alcuni aspetti
sua taglia che avevo stretta e che avevo trovata più sottile di quanto l’avessi del suo comportamento
e anche del suo aspetto
creduta. fisico.
anche la sua faccia era discreta, e pareva deforme solo causa quell’oc­
chio che batteva una strada non sua11. avevo certamente esagerata quella
deformità ritenendola estesa fino alla coscia.
160 avevano fatto portare della limonata per Guido. mi avvicinai al grup­
po che tuttavia12 l’attorniava e m’imbattei nella signora malfenti che se ne
staccava. ridendo di gusto le domandai:
– abbisogna di un cordiale? – ella ebbe un lieve movimento con le
labbra: á Zeno si rallegra di aver
fatto fare a Guido
– non sembrerebbe un uomo13! – disse chiaramente. una brutta figura.
Io mi lusingai che la mia vittoria potesse avere un’importanza decisiva.
ada non poteva pensare altrimenti della madre14 . La vittoria ebbe su­
bito l’effetto che non poteva mancare in un uomo fatto come son io. mi á Il narratore Zeno
conclude la narrazione
sparì ogni rancore e non volli che Guido soffrisse ulteriormente. certo il di questo episodio, che
170 mondo sarebbe meno aspro se molti mi somigliassero. gli ha dato la possibilità
di una vittoria sul rivale,
I. Svevo, La coscienza di Zeno, Dall’oglio, milano 1982 con un commento
autoironico sulla propria
generosità.

10. spiritismo: dottrina diffusa dalla seconda 12. tuttavia: ancora, tuttora.
metà dell’ottocento, secondo la quale sarebbe 13. Abbisogna … un uomo: zeno chiede ironica­
possibile la comunicazione fra i viventi e gli mente se Guido abbia bisogno di un cordiale,
spiriti dei morti, attraverso particolari rituali un liquore alcolico, per riprendersi; la signora
e pratica, la più celebre delle quali è l’uso del malfenti replica che se ne avesse bisogno Gui­
tavolino; lo spiritismo è sempre stato osteg­ do mostrerebbe una debolezza poco virile.
giato sia dalle religioni sia dalla scienza. 14. altrimenti della madre: in modo diverso dal­
11. occhio … non sua: l’occhio strabico di la madre.
augusta.

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l aVOr are Sul TeSTO

analizzare e comprendere
1. In che tipo di luogo e di ambiente sociale si svolge l’episodio?
• L’ambiente è descritto dettagliatamente o attraverso pochi elementi significativi?
2. Che cosa ha spinto Zeno ad accettare l’invito alla seduta spiritica?
• Zeno crede allo spiritismo?
• Da quali frasi del testo emerge il suo atteggiamento verso lo spiritismo?
3. In che situazione avviene la dichiarazione d’amore di Zeno?
• Da quali parole del testo si capisce che Zeno si è sbagliato?
• Che effetto ottiene Zeno con la sua dichiarazione?
• In che modo cerca di uscire dal malinteso che si è creato?
4. Zeno muove il tavolino di proposito o senza volerlo?
• Che risultato ottiene spostando il tavolino?
• Come termina la seduta spiritica?
5. Che atteggiamento ha Zeno nei confronti di Augusta?
• Come si comporta Augusta?
6. Individua nel testo le parole da cui emerge l’atteggiamento di Zeno nei confronti di Guido.

riflettere
7. Perché Zeno ricorda questo episodio come una propria vittoria?
8. Zeno rievoca questo episodio quando ormai è sposato da anni con Augusta. Indica quale stato d’ani-
mo emerge nel modo in cui egli rievoca questo episodio.
… Un senso di malinconia
… Il rammarico per avere perduto Ada, forse proprio per quell’errore
… La sorpresa di aver scoperto dei pregi in Augusta
… La consapevolezza del peso che il caso ha avuto sulla sua vita
… Una certa confusione
… L’orgoglio di aver saputo scegliere per il meglio
… La soddisfazione di avere «battuto» il rivale
9. Spiega perché questo brano ha i caratteri del romanzo novecentesco.
• Quali temi sono presenti?
• Quali tecniche narrative?
• In che senso nella narrazione è presente la coscienza di Zeno?

Scrivere
10. Scrivi un testo espositivo-argomentativo di almeno 150 parole dal seguente titolo: «Zeno, personaggio
novecentesco».
11. Racconta l’episodio come avrebbe potuto raccontarlo Augusta nel suo diario.

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It tOrI
r
Sc E&t tOrI
L ItaLO SVEVO, La maLattIa E L’INEttO

al centro dei romanzi di Svevo c’è sempre un certo che Freud chiamò «il
tipo di personaggio: un uomo insicuro delle pro­ disagio della civiltà».
prie capacità e incerto nelle proprie scelte, che si
sente inadatto a vivere in un mondo in cui emer­ Di fronte a un per­
gono, invece, individui decisi e pratici, come Gui­ sonaggio­narratore
do nella Coscienza di Zeno. È il tipo umano che è che si analizza e rap­
stato definito l’inetto: un anti-eroe, che si sente a presenta se stesso e il
disagio nel mondo contemporaneo, ma al tempo proprio rapporto con
stesso ne rivela le contraddizioni e la crisi. Lo stes­ il mondo in modo lu­
so nome di zeno, italianizzazione del greco xenos, cido e ironico, i lettori
che significa «straniero», sottolinea questa estra­ non hanno la cer­
neità rispetto alla vita e agli altri. tezza di una verità. I
fatti sono filtrati dai
L’originalità di Svevo è nell’aver rappresenta­ ricordi del protago­
to in modo complesso e ironico questo tipo di nista, il cui ritratto è
personaggio e i suoi rapporti con la realtà. zeno una autorappresentazione soggettiva. non solo
riconosce nel proprio disagio una «malattia»: zeno sceglie che cosa dire e che cosa non dire di
Da molti anni io mi consideravo malato, affer­ sé, della propria vita, delle persone che ne fanno
ma all’inizio del romanzo. Per questo si rivolge parte, ma la rievocazione dei fatti è rivissuta attra­
a uno psicoanalista, il dottor S.; in questa S si verso i dubbi, l’ironia, a volte il compiacimento del
può leggere l’iniziale di Svevo, ma anche di Sig­ protagonista­narratore, che commenta a distanza
mund, il nome di Freud, il fondatore della psico­ di anni i propri comportamenti.
analisi, alla quale Svevo si era interessato. Dopo Il lettore del romanzo conosce solo il punto di vi­
avere seguito le indicazioni del dottore e avere sta di zeno; come zeno durante la seduta spiritica
quindi scritto la sua autoanalisi, zeno arriva non sa bene chi sia la ragazza che gli siede vicino,
però alla conclusione di non essere, dopotutto, così il lettore non sa bene chi sia e come sia davve­
malato: nella parte finale del romanzo, scritta in ro zeno cosini.
forma di diario, egli dichiara di essere in perfet­
ta salute e di aver capi­ I lettori di oggi, assai più di quelli dell’epoca di
to che, invece, a essere Svevo, trovano nell’opera innovativa di questo
malata è la società, è scrittore un ritratto dell’uomo contempora-
l’umanità. Il romanzo neo: un individuo spesso confuso, a disagio;
di Svevo appare quin­ con termine psicanalitico ormai entrato nell’uso
di non solo la rappre­ comune, un individuo nevrotico, che fatica cioè
sentazione attenta e a trovare un rapporto equilibrato con la realtà.
ironica di un «tipo» Svevo suggerisce ai suoi lettori che affrontare
umano, ma anche questa crisi richiede un’analisi che vada oltre la
una lucida indagine vita degli individui e si allarghi a una riflessione
sulle contraddizioni sul senso del mondo in cui viviamo. altrimenti,
del mondo contem­ come conclude zeno alla fine del romanzo, qua-
poraneo, su quello lunque sforzo di darci la salute è vano.

Edvard Munch, Autoritratto con la sigaretta, 1895.


In alto, Italo Svevo.

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il rOmaNZO CONTempOraNeO
Isabel Allende
cLara e BLanca
La casa degli spiriti, 1982  Lingua originale spagnolo
Tra i numerosi romanzi sudamericani che negli ultimi decenni hanno avuto diffusione in-
ternazionale, La casa degli spiriti ha riscosso un particolare successo fra i lettori di molti
paesi del mondo. La scrittrice cilena Isabel Allende racconta la lunga e intensa storia di
due famiglie, vista attraverso gli occhi di quattro personaggi femminili, che appartengono
a quattro generazioni: la bisnonna Nivea, la nonna Clara, la madre Blanca e la figlia Alba,
che vive negli anni Settanta, all’epoca del colpo di stato di Pinochet, che sconvolse la
vita del paese e che ha una parte significativa nel romanzo. La storia è raccontata da due
voci narranti che si alternano: quella di Alba, che racconta in terza persona la storia della
nonna Clara e del nonno Esteban, il quale interviene a raccontare alcuni episodi della vita
familiare dal proprio punto di vista. La rappresentazione realistica di luoghi, vicende sto-
riche, condizioni e conflitti sociali si intreccia nel libro all’invenzione di un universo molto
ricco di sentimenti intensi, di rapporti umani complessi, e a un elemento fantastico: Clara,
il personaggio femminile che è l’anima della casa e della storia, è in grado di leggere nel
futuro e di comunicare con gli spiriti del passato. Nel brano che segue sono presenti alcuni
dei personaggi centrali della storia: Clara e suo marito Esteban, la loro figlia Blanca e
Pedro Terzo Garcia, figlio di contadini, separato da Blanca dalle condizioni sociali e unito

«
a lei dalla forza dei sentimenti.

L’IncIPIt
Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola clara con la sua

»
delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le sue cose più im­
portanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza
sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per
riscattare la memoria del passato e per sopravvivere al mio stesso terrore.

esteban trueba entrò in un periodo molto prospero. I suoi affari parevano á Esteban Trueba,
toccati dalla bacchetta magica. Si sentiva soddisfatto della vita. era ricco, il principale personaggio
maschile, è riuscito dal
così come se l’era imposto una volta. aveva la concessione di altre minie­ nulla a diventare un ricco
re, stava esportando frutta all’estero, fondò un’impresa di costruzioni e le proprietario; è un uomo
tre marie erano diventate la migliore azienda della zona. nelle province prepotente e violento, che
difende con spietatezza la
del nord il fallimento delle miniere di salnitro1 aveva gettato nella miseria sua proprietà, le Tre Marie,
migliaia di lavoratori. La famelica tribù di disoccupati, che trascinavano le ma ama molto la moglie
loro mogli, i loro figli, i loro vecchi in cerca di lavoro lungo le strade, era Clara, tanto diversa da lui.
finita per avvicinarsi alla capitale e lentamente aveva formato un cordone di
10 miseria intorno alla città sistemandosi in qualche modo, tra assi e pezzi di
cartone, in mezzo all’immondizia e all’abbandono. […]

1. salnitro: il nitrato di potassio, un sale usato fino a quando la polvere da sparo fu l’unico
come detergente, fertilizzante e componente esplosivo disponibile, cioè fino alla seconda
della polvere da sparo; i giacimenti esisten­ metà dell’ottocento.
ti nell’america del Sud ebbero importanza

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Quello fu l’anno del tifo esantematico2. cominciò come altre calamità


dei poveri e subito acquisì caratteristiche di piaga divina3. nacque nei quar­
tieri degli indigenti4, per colpa dell’inverno, della denutrizione, dell’acqua
sporca dei canali di scolo. Si aggiunse alla disoccupazione e si diffuse in
ogni dove. […]
esteban propose di portare tutta la famiglia in campagna, per sottrarla al
contagio, ma clara non volle sentir parlare della faccenda. era molto occupa­ á Clara è sensibile alle
ta a soccorrere i poveri in una fatica che non aveva né principio né fine. Usci­ dure condizioni in cui
vivono i contadini;
20 va molto presto e talvolta rincasava verso mezzanotte. Vuotò gli armadi di per organizzare il soccorso
casa, tolse indumenti ai bambini, le coperte ai letti, le giacche al marito. to­ ai malati si avvale
glieva il cibo dalla dispensa e aveva instaurato un sistema di spedizione con dell’aiuto del mezzadro.
Pedro Secondo Garcia, il quale inviava dalle tre marie formaggi, uova, carne á I Garcia lavorano
salata, frutta, galline, che lei distribuiva fra i suoi indigenti. Si assottigliò e da generazioni sulle terre
dei padroni.
si vedeva che era dimagrita. Di notte riprese a camminare da sonnambula.
L’assenza di Férula fu sentita come un cataclisma nella casa e perfino á Férula, la sorella
la nana, che aveva sempre desiderato che arrivasse quel momento, si era di Esteban, una donna
dal carattere difficile,
commossa. Quando cominciò la primavera e clara poté riposare un poco, a un certo punto
aumentò la sua tendenza a evadere dalla realtà e a perdersi nelle fantastiche­ se ne va dalla casa
30 rie. Sebbene non potesse più contare sull’impeccabile organizzazione di sua per non tornarvi più;
vi rimane, invece,
cognata per sbaraccare il caos della grande casa dell’angolo, si disinteressò la governante Nana.
delle cose domestiche. mise tutto nelle mani della nana e degli altri servi­
tori e s’immerse nel mondo dei fantasmi e degli esperimenti psichici. I suoi á Ai diari di Clara,
che fin da bambina
diari s’ingarbugliarono, la sua calligrafia perse l’eleganza conventuale5 che
registrava per iscritto
aveva sempre avuto e degenerò in tratti aggrovigliati che talvolta erano cosí gli avvenimenti
minuscoli da non potersi leggere e talaltra così grandi che tre parole riem­ della vita familiare,
attinge sua nipote Alba
pivano una pagina. per raccontare la storia
della famiglia.
negli anni successivi si radunò intorno a clara e alle tre sorelle mora
un gruppo di studiosi di Gurdjieff, di rosacroce, di spiritisti6 e di bohé­
40 miens7 trasognati che facevano tre pasti al giorno nella casa e che alter­
navano il loro tempo tra consultazioni perentorie agli spiriti del tavolino
a tre gambe e la lettura dei versi dell’ultimo poeta illuminato atterrato sul
grembo di clara. esteban permetteva quest’invasione di stravaganti, per­
ché da molto tempo si era reso conto che era inutile interferire nella vita á Nella famiglia di Esteban,
di sua moglie. Decise che almeno i figli maschi dovevano stare al margine ricco e tradizionalista,
le figlie possono seguire
le inclinazioni materne,
mentre i figli maschi devono
ricevere un’educazione
2. tifo esantematico: forma epidemica di tifo, armeno che attrasse numerosi discepoli.
da signori, in un collegio
detto anche «tifo petecchiale», perché vei­ Rosacroce (christian rosenkreuz, 1378­
colato da pidocchi; esantematico significa 1484) era il leggendario fondatore tedesco
inglese dove vigono
caratterizzato da esantema, cioè da arrossa­ dell’omonimo e misterioso ordine segreto,
le punizioni corporali.
mento di alcune zone della pelle. noto dal Seicento come «Società dei rosa
3. di piaga divina: di malattie mandate come croce», dedita all’alchimia e all’occultismo.
punizione divina. Gli spiritisti credono nella possibilità di co­
4. indigenti: estremamente poveri. municare con gli spiriti dei defunti.
5. conventuale: tipica di un convento; nei con­ 7. bohémiens: la parola francese bohémien si
venti si imparava a scrivere con calligrafia diffuse nell’ottocento per descrivere lo stile di
molto curata. vita di artisti poveri che vivevano in modo an­
6. Gurdjieff … spiritisti: un insieme di nomi ticonformista nelle città europee; trasognati:
legati al misticismo e all’occultismo; Gur- con l’espressione di chi sembra immerso nei
djieff (1872­1949) fu un filosofo e scrittore sogni, sospeso fra realtà e sogno.

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della magia, sicché Jaime e nicolas furono fatti entrare in un collegio in­
glese vittoriano8, dove ogni pretesto era buono per calar loro i pantaloni
e prenderli a vergate sul sedere, specialmente Jaime che si beffava del­
la famiglia reale britannica e a dodici anni era interessato alla lettura di
50 marx, un ebreo che provocava rivoluzioni in tutto il mondo. nicolas aveva
ereditato lo spirito avventuroso del prozio marcos e la tendenza a fare á Le parole sbrigative
oroscopi e a decifrare il futuro da sua madre, ma questo non costituiva un sul famoso economista
e teorico politico Marx
delitto grave nella rigida formazione del collegio, ma solo un’eccentricità, riportano il punto
ragion per cui il giovane venne picchiato meno di suo fratello. di vista di Esteban,
fieramente ostile
Il caso di Blanca era diverso, perché suo padre non interferiva nella sua a qualunque
educazione. Pensava che il suo destino era di sposarsi e di brillare in socie­ cambiamento sociale.
tà, dove la facoltà di comunicare con i morti, se veniva mantenuta sul tono
frivolo, avrebbe potuto essere un’attrattiva. Sosteneva che la magia, come
la religione e la cucina, era una faccenda eminentemente femminile e forse
60 per questo era capace di provare simpatia per le tre sorelle mora, mentre
detestava gli spiritati di sesso maschile quasi quanto i preti. Da parte sua
clara girava sempre con sua figlia attaccata alle sottane, la invitava alle se­
dute del venerdì e l’allevò in stretta familiarità con gli spiriti, con i membri
delle società segrete e con gli artisti miserrimi ai quali faceva da mecena­
te9. come aveva fatto con lei sua madre ai tempi del mutismo, portava ora á Da bambina Clara era
Blanca a visitare i poveri, carica di regali e di conforti. rimasta misteriosamente
muta per moltissimo tempo.
– Questo serve a tranquillizzarci la coscienza, figlia – spiegava a Blanca–. á L’attenzione per i problemi
ma non aiuta i poveri. non hanno bisogno di carità, bensì di giustizia. sociali è viva in tutti
i personaggi femminili
era a questo proposito che esplodevano le peggiori discussioni con del romanzo; Clara infonde
70 esteban, il quale aveva un’altra opinione in merito. nella figlia dei princìpi
– Giustizia! È giusto che tutti abbiano le stesse cose? I pigri le stesse dei di giustizia sociale
che avranno una parte
lavoratori? I tonti le stesse degli intelligenti? non succede neppure con gli significativa nella sua.
animali! non è questione di ricchi o poveri, bensì di forti e deboli. Sono
d’accordo sul fatto che tutti dobbiamo avere le stesse occasioni, ma questa
gente non fa alcuno sforzo. È molto facile tendere la mano e chiedere l’ele­
mosina! Io credo nello sforzo e nella ricompensa. Grazie a questa filosofia
sono arrivato ad avere quello che ho. non ho mai chiesto un favore a chic­
chessia e non ho commesso alcuna disonestà, il che prova che chiunque
può farlo. Io ero destinato a essere un povero cristo che trascriveva pra­
80 tiche notarili. Quindi non accetterò idee bolsceviche in casa mia. andate
a fare la carità nei rioni popolari, se volete! Questo è giusto: è giusto per la
formazione delle signorine. ma non venitemi a dire le stesse stupidate di
Pedro terzo Garcia, perché non lo sopporterò!
era vero, Pedro terzo Garcia stava parlando di giustizia alle tre marie. á Il giovane figlio
era l’unico che osava sfidare il padrone nonostante le frustate che gli aveva del mezzadro, dell’uomo
di fiducia del padrone,
dato suo padre, Pedro Secondo Garcia, ogni volta che lo coglieva sul fatto. comincia a portare
nella tenuta le idee
di riforme sociali
8. vittoriano: appartenente al lungo regno 9. mecenate: l’atteggiamento di chi sostiene e che circolano nel paese.
della regina Vittoria, che, nata nel 1819, ri­ protegge gli artisti, come faceva il ricco ro­
mase sul trono dal 1837 al 1901, anno della mano mecenate (68 a.c. ­ 8 d.c.) all’epoca
sua morte. dell’imperatore augusto.

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Già da quando era molto giovane il ragazzo faceva viaggi senza permesso
fino in paese per procurarsi libri in prestito, leggere giornali e conversare
con il maestro della scuola, un comunista fervente che anni dopo avrebbe­
90 ro ammazzato con una pallottola in mezzo agli occhi. Inoltre scappava di
notte al bar di San Lucas dove si riuniva con alcuni sindacalisti che ave­
vano la mania di ricostruire il mondo tra un sorso e l’altro di birra, o col
gigantesco e magnifico padre José Dulce maria, un sacerdote spagnolo con
la testa piena di idee rivoluzionarie che l’avevano fatto relegare dalla com­
pagnia di Gesù in quello sperduto angolo del mondo, ma nemmeno così
aveva rinunciato a trasformare le parabole bibliche in pamphlet socialisti10.
Il giorno in cui esteban trueba scoprì che il figlio del suo amministratore
stava introducendo letteratura sovversiva11 tra i suoi mezzadri12, lo chiamò
nel suo ufficio e davanti a suo padre gli diede una scarica di botte con la
sua frusta di pelle di serpente. Questo è il primo avvertimento, moccioso di
100
merda! – gli disse senza alzare la voce e guardandolo con occhi di fuoco. –
La prossima volta che ti trovo a molestarmi la gente, ti sbatto dentro. nella
mia proprietà non voglio rivoltosi, perché qui comando io e ho diritto di
circondarmi della gente che mi piace. tu non mi piaci, sicché già lo sai. ti
sopporto per tuo padre, che mi ha servito lealmente per molti anni, ma stai
attento, perché può finire molto male. Vattene!
Pedro terzo Garcia era uguale a suo padre, bruno, con i lineamenti
duri, scolpiti nella pietra, con grandi occhi tristi, capelli neri e dritti, ta­
gliati a spazzola. aveva solo due amori, suo padre e la figlia del padrone, á Nel personaggio di Pedro
Terzo Garcia, il cui nonno
110 che aveva amato fin dal giorno in cui avevano dormito nudi sotto la tavola
e il cui padre hanno
della sala da pranzo, nella loro tenera infanzia. e Blanca non si era liberata servito fedelmente
dalla stessa fatalità. ogni volta che andava in vacanza in campagna e ar­ i padroni, si incrociano
due temi: quello
rivava alle tre marie in mezzo a un polverone provocato dalle automobili della rivendicazione
cariche di un caotico bagaglio, sentiva il cuore batterle come un tamburo di una maggiore
africano per l’impazienza e l’ansia. era la prima a saltar giù dal veicolo e giustizia sociale e quello
dell’amore per Blanca.
a mettersi a correre verso casa, e incontrava sempre Pedro terzo Garcia
nello stesso posto dove si erano visti la prima volta, in piedi sulla soglia,
seminascosto dall’ombra della porta, timido e accigliato13, con i suoi pan­
taloni lisi14 , scalzo, i suoi occhi da vecchio che scrutavano la strada per ve­
120 derla arrivare. I due correvano, si abbracciavano, si baciavano, ridevano, si
davano spinte affettuose e rotolavano a terra tirandosi i capelli e gridando
di allegria.
– alzati, piccola! Lascia stare quello straccione! – strillava la nana cer­
cando di separarli.
– Lasciali stare, nana, sono bambini e si vogliono bene – diceva clara,
che ne sapeva di più.
10. pamphlet socialisti: opuscoli che diffonde­ vizio del padrone delle terre; il contratto
vano le idee di cambiamento sociale propu­ di mezzadria prevedeva propriamente che
gnate dai socialisti; pamphlet è un termine metà dei frutti del lavoro andassero al pro­
inglese. prietario, metà al mezzadro.
11. sovversiva: rivoluzionaria, che mira alla 13. accigliato: con le sopracciglia aggrottate,
sovversione dell’ordine sociale; il termine con un’espressione cupa e pensierosa.
viene usato generalmente in senso negativo. 14. lisi: consumati; si dice di indumenti o di
12. mezzadri: contadini che lavorano a ser­ tessuti.

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I bambini scappavano di corsa, andavano a nascondersi per raccontarsi


tutto quello che avevano accumulato in quei mesi di separazione. Pedro le
consegnava, vergognoso, certi animaletti intagliati che aveva fatto per lei
con qualche pezzo di legno e Blanca ricambiava con regali che aveva messo
da parte per lui: un temperino che si apriva come un fiore, una piccola cala­
130 mita che per opera di magia attraeva da terra i chiodi arrugginiti. L’estate in
cui lei era arrivata con una parte del contenuto dei bauli dello zio marcos,
aveva circa dieci anni e Pedro terzo leggeva ancora a stento, ma la curiosità
e l’entusiasmo ottennero quello che non aveva potuto ottenere la maestra
con le bacchettate. trascorsero l’estate leggendo vicini tra le canne del fiu­ á La lettura è una grande
me, tra i pini del bosco, tra le spighe di frumento, discutendo sulle virtù di avventura che Blanca
e Pedro condividono.
Sandokan e di robin Hood, sulla sfortuna del corsaro nero, sulle storie Per il ragazzo, figlio
vere ed edificanti del tesoro della Gioventù, il malizioso significato delle di contadini,
parole proibite nel dizionario della real academia de la Lengua española, è un’avventura proibita,
alla quale Blanca
il sistema cardiovascolare su tavole in cui si vedeva un tale senza pelle e con lo introduce.
140 tutte le vene e il cuore a nudo, ma con le mutande. In poche settimane il ra­
gazzino aveva imparato a leggere con voracità. entrarono nel mondo vasto
e profondo delle storie impossibili, dei folletti, delle fate, dei naufraghi che
si mangiano l’un l’altro dopo aver tirato a sorte, delle tigri che si lasciano
ammaestrare per amore, delle invenzioni affascinanti, delle curiosità geo­
grafiche e zoologiche, dei paesi orientali dove ci sono geni nelle bottiglie, dei
draghi nelle caverne e delle principesse prigioniere nelle torri. Di continuo
andavano a trovare Pedro Garcia, il vecchio, al quale il tempo aveva rovi­
nato i sensi. Stava diventando cieco a poco a poco, una pellicola celeste gli
copriva le pupille, «sono le nuvole che mi stanno entrando dalla vista», di­
150 ceva. era molto contento delle visite di Blanca e di Pedro terzo, che era suo
nipote, ma lui l’aveva già dimenticato. ascoltava i racconti che loro selezio­
navano dai libri magici e che dovevano gridargli all’orecchio, perché diceva
pure che il vento gli stava entrando dalle orecchie e per questo era sordo. In
cambio insegnava loro a immunizzarsi contro le punture d’insetti nocivi, e á Il vecchio mezzadro,
dimostrava l’efficacia del suo antidoto, mettendosi uno scorpione vivo sul nonno di Pedro Terzo,
è il depositario di un
braccio. Insegnava loro a cercare l’acqua. Bisognava tenere con le mani un antico sapere contadino,
ramo secco e camminare tastando il terreno, in silenzio, pensando all’ac­ in cui si mescolano
qua, e alla sete che ha il ramo, finché improvvisamente, sentendo l’umidità, conoscenze autentiche
e superstizioni.
il ramo non cominciava a vibrare. Lì bisognava scavare, gli diceva il vecchio,
160 ma chiariva che quello non era il sistema che lui usava per individuare i
pozzi nella zona delle tre marie, perché lui non aveva bisogno del ramo. Le
sue ossa avevano così sete, che passando vicino all’acqua sotterranea, per
profonda che fosse, il suo scheletro l’avrebbe percepita. Faceva loro vedere
le erbe di campo e gliele faceva odorare, assaggiare, accarezzare perché ne
conoscessero il profumo naturale, il sapore, la venatura e poter in tal modo
identificarle a una a una secondo le loro proprietà curative: calmare la men­
te, espellere i fluidi diabolici, nettare gli occhi, fortificare il ventre, stimo­
lare il sangue. In quel campo la sua saggezza era così grande, che il medico
dell’ospedale delle monache andava a trovarlo per chiedergli consigli. […]
170 Un giorno il vecchio Pedro Garcia narrò a Blanca e a Pedro terzo il rac­
conto delle galline che si erano messe d’accordo per affrontare una volpe
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che s’infilava ogni notte nel pollaio per rubare le uova e divorarsi i pulci­
ni. Le galline avevano deciso che erano stufe di sopportare la prepotenza
della volpe, si erano organizzate per aspettarla, e quando era entrata nel
pollaio le avevano bloccato la strada, l’avevano circondata e le erano volate
addosso con tante beccate da lasciarla più morta che viva.
– allora si vide che la volpe scappava con la coda tra le gambe, inseguita
dalle galline – finì il vecchio.
Blanca rise della storia e disse che era impossibile, perché le galline nasco­ á Nel racconto del vecchio
180 no stupide e deboli e le volpi nascono furbe e forti, ma Pedro terzo non rise. il giovanissimo Pedro
Terzo riconosce il senso
rimase tutta la sera pensieroso, ruminando il racconto della volpe e delle di una possibilità
galline, e forse fu quello l’istante in cui il bambino cominciò a farsi uomo. di ribellione dei più
deboli nei confronti
I. allende, La casa degli spiriti, trad. a. morino­S. Piloto di castri, Feltrinelli, milano 1983 dei più forti; crescendo,
Pedro lotterà per
l’uguaglianza sociale.

l aVOr are Sul TeSTO

analizzare e comprendere
1. Individua nel testo i personaggi presenti e indicane i tratti che li caratterizzano
(età, carattere, comportamento, condizione sociale).

2. Qual è l’atteggiamento di Clara nei confronti dei poveri?


• Qual è l’atteggiamento di suo marito Esteban?
3. Blanca viene educata nello stesso modo dei suoi fratelli?
• Sulla sua educazione ha un maggiore influsso la madre o il padre?
4. Che cosa unisce Blanca e Pedro Terzo? Che cosa li divide?
5. Nel romanzo si alternano due voci narranti, quella di Alba, la figlia di Blanca, e quella di suo nonno,
Esteban Trueba. Quale dei due narratori è presente in queste pagine?
• Il narratore in qualche momento rivela la sua presenza, interviene nel racconto?

riflettere
6. Che idea può farsi il lettore del personaggio di Clara?
7. Quali sono i rapporti fra la famiglia dei proprietari delle Tre Marie e la famiglia di mezzadri, i Garcia?
8. Individua i temi presenti in questo brano.
9. In queste pagine si parla anche della lettura di libri. Che ruolo ha la lettura in questa storia?
10. Rispetto alle questioni sociali, pensi che Blanca da adulta avrà posizioni simili a quelle della madre o
a quelle del padre? Motiva la tua risposta.

Scrivere
11. Scrivi un testo descrittivo di circa 150 parole dal titolo: «Ritratto di un personaggio femminile parti-
colare: Clara».
12. Scrivi un testo argomentativo di circa 200 parole dal titolo: «I sentimenti che nascono tra i bambini
hanno spesso una forza e una profondità pari a quelli provati dagli adulti».

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bis
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rIt tOrI
Sc Et tOrI
&
L ISabEL aLLENdE, La StOrIa E I SENtImENtI

La scrittrice cilena Isabel allende (nella foto) autri­


ce di numerosi romanzi, è conosciuta e letta in tut­
to il mondo. Il suo grande successo internazionale
dimostra come gli scrittori di romanzi possano
oggi raggiungere un pubblico enorme, che vive in
continenti diversi e parla lingue diverse.

Il romanzo è costruito intorno ad alcuni grandi


temi della narrativa: l’amore, le differenze sociali,
la violenza, il trascorrere del tempo, gli elementi
misteriosi, inspiegabili dell’esistenza.
al centro della Casa degli spiriti e di romanzi
successivi della scrittrice cilena ci sono perso-
naggi femminili, intensi e caratterizzati da una
particolare forza di carattere; preme alla scrit­
trice costruire caratteri di donne attraverso i
quali raccontare la difficoltà della condizione
femminile, ma soprattutto il valore vitale della Questo primo romanzo, pubblicato in cile nel
presenza femminile nella storia di una famiglia, 1982, uscì tradotto in italiano un anno dopo, ac­
di un paese, del mondo. attraverso le vicende colto da un grande favore di pubblico e di critica.
di quattro generazioni di donne la allende rac­ Solo in Italia in vent’anni si arrivò a più di cin­
conta la storia del suo paese, dal dominio del la­ quanta edizioni del romanzo, che nel frattempo
tifondismo ai primi segni di evoluzione sociale; è stato tradotto in ventisette lingue ed è diventa­
gli eventi storici che fanno da sfondo alla storia to un best-seller mondiale. anche il film tratto
familiare culminano con il colpo di stato milita­ dal romanzo, girato nel 1993 con molte star di
re, di cui alcuni personaggi rimangono vittime. Hollywood, ha ottenuto un durevole successo di
La narrazione del terrore scatenato dal regime pubblico.
militare contiene un elemento autobiografico: il In questo libro i milioni di lettori della allende
padre della scrittrice era cugino del presidente hanno trovato una storia avvincente cui appas­
del cile Salvador allende, deposto e ucciso du­ sionarsi: una storia piena di sentimenti forti, di
rante il colpo di stato del 1973. Durante il re­ legami saldi, di caratteri capaci di dolcezza e di
gime di Pinochet la scrittrice andò volontaria­ intensità; una storia fatta di tenerezza, di prepo­
mente in esilio; in seguito ha più volte espresso tenza, di conflitti sociali e personali, di rapporti
il proprio impegno a testimoniare la tragedia fra uomini e donne segnati dal clima storico e
della dittatura e a continuare il proprio sostegno dalle tradizioni, oltre che dai sentimenti e dalle
alle politiche di riforme. scelte personali.

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il rOmaNZO-iNCHieSTa
Roberto Saviano
KILLer Da FILm
Gomorra, 2006
La pubblicazione di Gomorra ha avuto risonanza internazionale. Tradotto in quarantatré
paesi, ha fatto conoscere il potere e le estese infiltrazioni in tutto il tessuto economico
italiano della camorra, un’organizzazione criminale nata nel XIX secolo.
L’autore ha adottato la forma del romanzo per rappresentare con agghiacciante realismo
la situazione in cui versa un’area della Campania, in cui il potere è gestito dalla malavita
organizzata. Il libro denuncia le molteplici attività economiche in cui sono coinvolti i clan
camorristici, ma indaga anche la loro mentalità, i modelli di vita ai quali conformano la
loro esistenza. I valori condivisi sono quelli della violenza, della sopraffazione, del rispetto
ferreo delle leggi imposte dal clan.
Nel brano è raccontata la storia di due ragazzi che mostrano il destino di tanti giovani
come loro: convinti che l’unica possibilità di realizzazione dei propri desideri sia l’adesione

«
ai clan della malavita, non comprendono la portata della loro rinuncia a una vita normale.

L’IncIPIt
Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. come se stes­
se galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il contai­
ner alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi
si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano

»
manichini. ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. ed
erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. anche qualche ra­
gazzo. morti. congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come
aringhe in scatola.

Il cinema è un modello da cui decrittare1 modi d’espressione. a napoli,


cosimo Di Lauro2 è esemplare. Guardando la sua tenuta, a tutti doveva
venire in mente The Crow3 di Brandon Lee. I camorristi debbono for­
marsi un’immagine criminale che spesso non hanno, e che trovano nel
cinema. articolando la propria figura su una maschera hollywoodiana
riconoscibile, percorrono una sorta di scorciatoia per farsi riconoscere
come personaggi da temere. L’ispirazione cinematografica arriva a con­
dizionare anche le scelte tecniche come l’impugnatura della pistola e il
modo di sparare. Una volta un veterano4 della Scientifica di napoli mi
10 raccontò come i killer di camorra imitassero quelli dei film:
ormai dopo tarantino5 questi hanno smesso di saper sparare come
cristo comanda! non sparano più con la canna dritta. La tengono sempre

1. decrittare: interpretare un codice segreto. 4. veterano: persona che lavora da molto tempo
2. Cosimo Di Lauro: uno degli esponenti del in un determinato settore.
clan Di Lauro, arrestato insieme ai fratelli. 5. Tarantino: Quentin tarantino; regista dei
3. The Crow: film del 1994 diretto da alex Pro­ film Le iene (1992) e Pulp Fiction (1994) che
yas; l’attore Brandon Lee interpreta un mu­ racconta con un linguaggio violento storie di
sicista rock che ritorna dal mondo dei morti. gangster e di malavita.

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sbilenca, messa di piatto. Sparano con la pistola storta, come nei film, e
questa abitudine crea disastri. Sparano al basso ventre, all’inguine, alle
gambe, feriscono gravemente senza uccidere. così sono sempre costretti
a finire la vittima sparando alla nuca. Un lago di sangue gratuito6, una
barbarie del tutto superflua ai fini dell’esecuzione.
Le guardaspalle delle donne boss sono vestite come Uma thurman7 in
Kill Bill: caschetto biondo e tute giallo fosforescente. Una donna dei Quar­
20 tieri Spagnoli8, Vincenza Di Domenico, per un breve periodo collaboratrice
di giustizia, aveva un soprannome eloquente, nikita9, come l’eroina killer
del film di Luc Besson. Il cinema, soprattutto quello americano, non è visto
come il territorio lontano dove l’aberrazione10 accade, non come il luogo
dove l’impossibile si realizza, ma anzi come la vicinanza più prossima. […]
In maniera mnemonica ripetevano mimando tra loro i dia loghi de Il
camorrista11 anche due ragazzini di casal di Principe12 , Giuseppe m. e
romeo P. Facevano vere e proprie scenette tratte dal film:
«Quanto pesa un picciotto13? Quanto una piuma al vento».
non avevano ancora la patente quando iniziarono a assediare le comiti­
30 ve di coetanei di casale e San cipriano d’aversa. non ce l’avevano perché
nessuno dei due aveva diciotto anni. erano due bulli. Spacconi, buffoni,
mangiavano lasciando come mancia il doppio del conto. camicia aperta
sul petto con pochi peli, una camminata declamata ad alta voce14 , come se á Il narratore descrive
ogni passo dovesse essere rivendicato. meno alto, un’ostentazione di sicu­ i due ragazzi
con pochi efficaci
rezza e potere, reali solo nella mente dei due. Giravano sempre in coppia. tratti, sia esteriori
Giuseppe faceva il boss, sempre un passo avanti rispetto al compare. ro­ che psicologici.
meo faceva il suo guardaspalle, la parte del braccio destro, l’uomo fedele.
Spesso Giuseppe lo chiamava Donnie, come Donnie Brasco15. anche se
era un poliziotto infiltrato, il fatto che diventi un mafioso vero, nell’ani­
40 ma, lo salva, agli occhi degli ammiratori, da quel peccato originale. ad
aversa facevano tremare i neopatentati. Preferivano le coppiette, tampo­
navano l’auto con il motorino, e quando scendevano per raccogliere i dati
per l’assicurazione, uno dei due si avvicinava alla ragazza, le sputava in
faccia e aspettavano che il fidanzato reagisse per poterlo pestare a sangue.
I due sfidavano però anche gli adulti, anche quelli che contavano davve­
ro. andavano nelle loro zone d’influenza e facevano ciò che volevano.

6. gratuito: inutile. 12. Casal di Principe: cittadina in provincia di


7. Uma Thurman: attrice americana protago­ caserta, così come Casale e San Cipriano
nista del film di tarantino Kill Bill vol. 1 e 2. d’Aversa; è sede del clan dei casalesi.
8. Quartieri Spagnoli: zona nel centro storico 13. picciotto: in dialetto siciliano significa gio­
di napoli; prende nome dagli acquartiera­ vanotto; il termine indica anche il grado più
menti per le truppe spagnole costruiti nel basso all’interno di un clan mafioso.
XVI secolo. 14. declamata ad alta voce: fatta in modo solen­
9. Nikita: nell’omonimo film (1990) del re­ ne, come se volessero confermare che quel
gista francese Luc Besson è una giovane ex modo di camminare fosse esclusivamente
tossicodipendente che diventa killer per i loro (dovesse essere rivendicato).
servizi segreti francesi. 15. Donnie Brasco: film di mike newell del
10. aberrazione: allontanamento da ciò che è 1997; racconta la storia vera di Joe Pisto­
giusto, da ciò che è ritenuto normale. ne, agente dell’FBI infiltrato nella mafia di
11. Il camorrista: film del 1986 di Giuseppe tor­ new York con il nome di Donnie Brasco.
natore, racconta la vita di un camorrista.

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Provenivano da casal di Principe e nell’immaginario questo bastava. á I due ragazzi si sentono


Volevano far capire che erano davvero persone temibili e da rispettare, forti e sanno di essere
temibili per il solo fatto
chiunque si avvicinava loro doveva fissare i propri piedi e non trovare di provenire da una
60 neanche il coraggio di guardarli in faccia. Un giorno però alzarono trop­ località identificata
po il tiro della loro spacconeria. Scesero in strada con una mitraglietta, come territorio in cui
la camorra ha il dominio
racimolata16 chissà in quale armeria dei clan, e si presentarono dinanzi a della vita.
un gruppetto di ragazzi. Dovevano essersi addestrati bene perché spara­
rono contro il gruppetto curandosi di non colpire nessuno, ma solo di far
sentire il puzzo della polvere da sparo e il sibilare dei proiettili. Prima di
sparare però uno dei due aveva recitato qualcosa. nessuno aveva capito
cosa blaterava17, ma un testimone aveva detto che gli sembrava la Bibbia,
e aveva ipotizzato che i ragazzini stessero preparandosi alla cresima18. ma
smozzicando un po’ di frasi19 era evidente che non era un brano da cresi­
70 ma. era la Bibbia, in effetti, appresa non dal catechismo, ma da Quentin
tarantino. era il brano pronunciato da Jules Winnfield20 in Pulp Fiction
prima di ammazzare il ragazzotto che aveva fatto sparire la preziosissima
valigetta di marcellus Wallace:
Ezechiele21 25, 17. Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte á Il brano riportato
dall’iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Be­ è inventato dagli
sceneggiatori del film.
nedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i
Vi è celebrato il diritto
deboli attraverso la valle delle tenebre perché egli è in verità il pastore di suo del più forte a punire,
fratello e il ricercatore dei figli smarriti e la mia giustizia calerà sopra di loro per il bene comune,
con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno coloro che hanno tradito
la sua fiducia o che si
80 ad ammorbare e distruggere i miei fratelli e tu saprai che il mio nome è quel­
sono messi sulla sua
lo del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te. strada. Si tratta di una
forma di autoesaltazione,
Giuseppe e romeo la ripetevano come nel film, e poi sparavano. Giuseppe in cui gli assassini si
aveva un padre camorrista, prima pentito, poi nuovamente rientrato nell’or­ paragonano a Dio, nella
funzione di premiare
ganizzazione di Quadrano­De Falco sconfitta dagli Schiavone. Un perdente i buoni e punire i malvagi.
quindi. ma aveva pensato che recitando la parte giusta, il film della sua vita
forse poteva cambiare. I due conoscevano a memoria le battute, le parti sa­
lienti22 di ogni film criminale. La maggior parte delle volte picchiavano per
uno sguardo. nelle terre di camorra lo sguardo è parte di territorio, è come á Nel sistema di valori
un’invasione nelle proprie stanze, come sfondare la porta di casa di qualcuno che regola i rapporti
della camorra con la
90 ed entrare con violenza. Uno sguardo è persino qualcosa in più di un insulto. società anche il modo
attardarsi a fissare il viso di qualcuno è già in qualche modo un’aperta sfida: di guardare qualcuno
«ehi, ce l’hai con me? no, dico, ce l’hai con me?».23 è un modo di affermare
il potere sul territorio.

16. racimolata: recuperata, messa insieme. ezechiele, autore del Libro di Ezechiele del­
17. blaterava: diceva parlando a casaccio. la Bibbia, in cui è invece scritto: «Farò su
18. cresima: sacramento con cui viene confer­ di loro terribili vendette, castighi furiosi,
mata la fede, alla quale il cresimato era sta­ e sapranno che io sono il Signore, quando
to introdotto con il battesimo. eseguirò su di loro la vendetta».
19. smozzicando … frasi: prendendo alcuni 22. salienti: più importanti.
pezzi di frasi. 23. «Ehi … ce l’hai con me?»: la frase viene ri­
20. Jules Winnfield: personaggio di Pulp Fic- petuta dal protagonista del film Taxi Driver
tion, lavora nella gang di marcellus Wallace. (1976) di martin Scorsese, interpretato da
21. Ezechiele: il passo recitato è di fantasia robert De niro, in un monologo davanti
e non corrisponde alle parole del profeta allo specchio, con la pistola in mano.

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e dopo il famoso monologo di Taxi Driver partivano gli schiaffi e i pu­


gni sullo sterno, quelli che rimbombano nella cassa toracica e si sentono
anche a parecchia distanza.
I boss casalesi presero seriamente in considerazione il problema di que­
sti due ragazzini. risse, alterchi24, minacce, non erano facilmente tollerati:
troppe madri nervose, troppe denunce. così li fanno «avvertire» da qualche
capozona che gli fa una sorta di richiamo all’ordine. Li raggiunge al bar e
100 dice che stanno facendo perdere la pazienza ai capi. ma Giuseppe e romeo
continuano il loro film immaginario, picchiano chi vogliono, pisciano nei
serbatoi delle moto dei ragazzi del paese. Una seconda volta li «mandano a
chiamare». I boss vogliono parlare direttamente con loro, il clan non può
sopportare più questi atteggiamenti in paese, la tolleranza paternalistica25,
solita in questi territori, si muta in dovere di punizione, e così un «mazziato­
ne»26 devono averlo, una violenta sculacciata pubblica per farli rigare dritto.
Loro snobbano l’invito, continuano a stare al bar stravaccati, attaccati ai vi­
deopoker, i pomeriggi incollati davanti alla televisione a vedere i dvd dei loro
film, ore passate a imparare a memoria frasi e posture, modi di dire e scarpe
110 da indossare. I due credono di potere tener testa a chiunque. anche a chi
conta. anzi sentono che proprio tenendo testa a chi conta davvero potranno
divenire realmente temuti. Senza porsi limite alcuno, come tony e manny
in Scarface27. non mediano con nessuno, continuano le loro scorribande, le
loro intimidazioni, lentamente sembrano diventare i viceré del casertano. I
due ragazzini non avevano scelto di entrare nel clan. non ci tentavano ne­
anche. era un percorso troppo lento e disciplinato, una gavetta28 silenziosa
che non volevano fare. Da anni poi i casalesi inserivano quelli che valevano á La camorra gestisce
veramente nei settori economici dell’organizzazione, e non certo nella strut­ ormai un forte potere
economico, tramite
tura militare. Giuseppe e romeo erano in completa antitesi29 con la figura un’organizzazione
120 del nuovo soldato di camorra. Si sentivano capaci di cavalcare l’onda della meno vistosa ma
peggior fama dei loro paesi. non erano affiliati30, ma volevano godere dei anche più importante
dell’intimidazione
privilegi dei camorristi. Pretendevano che i bar li servissero gratuitamente, ottenuta con l’uso
la benzina per i loro motorini era un dazio31 dovuto, le loro madri dovevano delle armi.
avere la spesa pagata, e quando qualcuno osava ribellarsi arrivavano subito
sfasciando vetri, tirando schiaffi a fruttivendoli e commesse. nella prima­
vera del 2004 così alcuni emissari del clan gli danno appuntamento alla
periferia di castelvolturno, zona Parco mare. Un territorio di sabbia, mare e
spazzatura, tutto mischiato. Forse una proposta allettante, qualche affare o

24. alterchi: liti violente. 28. gavetta: periodo di inizio di una carriera, in
25. paternalistica: che si mostra benevolente cui si impara il lavoro; la gavetta è un reci­
verso qualcuno che è inferiore, ribadendo piente di metallo per il rancio dei soldati.
così la propria generosità e superiorità. 29. in completa antitesi: in totale contrapposi­
26. «mazziatone»: una scarica di botte, in dia­ zione, differenza.
letto napoletano; una punizione severa. 30. erano affiliati: non facevano parte del clan.
27. Tony e Manny in Scarface: tony montana, 31. dazio: somma dovuta allo Stato per l’in­
un boss del narcotraffico, e il suo amico gresso o l’uscita di una merce dal territorio;
manny sono protagonisti del film Scarface qui significa che obbligavano i benzinai a
del 1983, diretto da Brian De Palma, rifaci­ dare loro la benzina gratuitamente.
mento dell’omonimo film di Howard Hawks
del 1932, che inaugurò il genere gangster.

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addirittura la partecipazione a un agguato. Il primo vero agguato della loro


vita. Se non erano riusciti a coinvolgerli con le cattive, i boss tentarono di in­
130 contrarli con qualche buona proposta. me li immaginavo sui motorini tirati
al massimo, ripassarsi i passaggi salienti dei film, i momenti in cui quelli
che contano devono piegarsi all’ostinazione dei nuovi eroi. come i giovani
spartani32 andavano in guerra con in mente le gesta di achille ed ettore, in
queste terre si va ad ammazzare e farsi ammazzare con in mente Scarface,
Quei bravi ragazzi33, Donnie Brasco, Il Padrino. ogni volta che mi capita di
passare per Parco mare, immagino la scena che hanno raccontato i gior­
nali, che hanno ricostruito i poliziotti. Giuseppe e romeo arrivarono con i
motorini, molto in anticipo rispetto all’orario stabilito. Infuocati dall’ansia.
erano lì ad attendere l’auto. Scese un gruppo di persone. I due ragazzini gli
140 andarono incontro per salutarli, ma immediatamente bloccarono romeo e
iniziarono a pestare Giuseppe. Poi poggiando la canna di un’automatica al
petto, fecero fuoco. Sono certo che romeo avrà visto dinanzi a sé la scena
di Quei bravi ragazzi quando tommy De Vito viene invitato a sedere nella
dirigenza34 di cosa nostra in america, e invece di accoglierlo in una sala
con tutti i boss lo portano in una stanza vuota e gli sparano alla testa. non
è vero che il cinema è menzogna, non è vero che non si può vivere come nei á La vita può assomigliare
film e non è vero che ti accorgi mettendo la testa fuori dallo schermo che le a quella dei killer dei film,
ma solo al cinema
cose sono diverse. c’è un momento solo che è diverso, il momento in cui al il sangue è finto
Pacino35 si alzerà dalla fontana in cui i colpi di mitra hanno fatto cascare la e dopo le sparatorie
sua controfigura, e si asciugherà il viso pulendosi dal colore del sangue, Joe i «morti» si rialzano.
150
Pesci si laverà i capelli e farà cessare la finta emorragia. ma questo non ti in­
teressa saperlo, e quindi non lo comprendi. Quando romeo vide Giuseppe
per terra, sono sicuro di una certezza che non potrà mai avere alcun tipo di
conferma, che comprese l’esatta differenza tra cinema e realtà, tra costru­
zione scenografica e il puzzo dell’aria, tra la propria vita e una sceneggia­
tura. Venne il suo turno. Gli spararono alla gola e lo finirono con un colpo
alla testa. Sommando la loro età raggiungevano a stento trent’anni. Il clan
dei casalesi così aveva risolto quest’escrescenza microcriminale alimentata
dal cinema. non chiamarono neanche anonimamente la polizia o un’am­
160 bulanza. Lasciarono che le mani dei cadaveri dei ragazzini fossero beccate
dai gabbiani e le labbra e i nasi mangiucchiati dai randagi che circolavano
sulle spiagge di spazzatura. ma questo i film non lo raccontano, si fermano
un attimo prima.
r. Saviano, Gomorra, mondadori, milano 2006

32. spartani: gli spartani erano addestrati alla conta la vita dei corleone, una potente fami­
guerra sin da ragazzi, e andavano in guerra glia mafiosa di new York.
cercando di emulare i grandi eroi. 34. dirigenza: gruppo che dirige l’organizzazio­
33. Quei bravi ragazzi: film di martin Scorsese ne di Cosa Nostra, la mafia.
del 1990; racconta la vita della mafia ameri­ 36. Al Pacino: al Pacino in Scarface interpreta
cana attraverso gli occhi di Henry Hill, un tony montana, che, ucciso da un killer, cade
ragazzo che ne entra a far parte insieme agli dal balcone nella piscina; Joe Pesci è tommy
amici Jimmy conway e tommy De Vito; Il De Vito nel film Quei bravi ragazzi.
Padrino (1972) di Francis Ford coppola rac­

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l aVOr are Sul TeSTO

analizzare e comprendere
1. Distingui nei comportamenti dei due ragazzi:
– gli atteggiamenti esteriori – gli atti di sopraffazione nei confronti degli altri.
• Quali aspetti della loro personalità riflettono questi comportamenti?
2. Perché Giuseppe e Romeo non avevano cercato di entrare a far parte del clan?
• Che cosa comunque mancava loro per poter essere affiliati?
3. In che cosa i camorristi imitano i criminali dei film hollywoodiani?
• Quale differenza esiste secondo il narratore tra cinema e realtà?
4. Quali informazioni sulla camorra e sulla sua organizzazione vengono date nel brano?
5. Individua gli interventi del narratore.

riflettere
6. Perché il clan non tollera il comportamento dei due ragazzi e decide di ucciderli?
7. Che cosa vogliono ottenere Giuseppe e Romeo attraverso i loro atteggiamenti e i loro comportamenti?
Puoi indicare tre risposte.
… diventare ricchi … essere rispettati … entrare nel clan
… essere temuti … essere ammirati … piacere alle ragazze
… incutere paura … dimostrare la loro superiorità … ....................................
8. Perché prima di sparare i due ragazzi ripetono le parole pronunciate da un attore in Pulp Fiction, che
richiamano quelle di Ezechiele nella Bibbia?
… Le parole bibliche danno maggiore solennità ai loro gesti
… Così si immedesimano appieno nel personaggio del film
… Ne condividono i concetti
… Pensano che anche la Bibbia approvi il loro comportamento
9. Il narratore definisce Giuseppe un perdente. Sei d’accordo? Motiva la tua risposta.
10. Giuseppe M. e Romeo P. sono realmente esistiti; la loro storia non è inventata. Come fa lo scrittore a
farne due personaggi da romanzo? Puoi indicare tre risposte.
… Esprime pietà nei loro confronti … Usa un linguaggio ricercato
… Racconta anche i loro pensieri … Affida la narrazione della loro storia a un narratore
… Ricostruisce anche con la fantasia … Fa un ritratto dei loro caratteri
il loro incontro con gli esponenti del clan … . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
11. Che cosa vuole dimostrare il narratore attraverso la storia di Giuseppe e Romeo?
• Quale è la sua opinione sulla vicenda di Giuseppe e Romeo?

Scrivere
12. Scrivi un articolo per un giornale raccontando la storia di Giuseppe e Romeo. Segui la seguente scaletta:
– ritrovamento dei cadaveri e indagini sull’omicidio;
– breve ricostruzione della storia dei due ragazzi;
– valutazione della vicenda.

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It tO rI
Scr E&t tOrI
L rObErtO SaVIaNO,
IL rOmaNZO-INchIESta

Quando roberto Saviano, a soli ventisette anni, La scelta della forma


ha pubblicato Gomorra, certo non immagina­ romanzo,, invece che
va il clamore che il suo libro avrebbe suscitato. quella dell’inchiesta
Scritto dopo cinque anni di meticoloso lavoro giornalistica o del
di indagine e di raccolta dei materiali, il libro ha trattato storiogra­
incontrato il successo del grande pubblico gra­ fico, ha consentito
zie alla tecnica narrativa adottata dall’autore. che il mondo della
Saviano infatti è partito da un’incredibile mole malavita organiz­
di informazioni, alla quale ha dato la forma di zata venisse sve­
un romanzo: i verbali dei processi, le cronache lato in tutti i suoi
delle sparatorie e dei delitti, le intercettazioni te­ aspetti. Il lettore segue il nar­
lefoniche, gli uomini e le donne di camorra sono ratore in un percorso di conoscenza e di con­
diventati fatti e personaggi di una storia, la cui sapevolezza come il protagonista di un roman­
lettura appassiona e sconvolge il lettore. zo di formazione; è così costretto a riflettere sui
Il romanzo nel 2008 è diventato anche un film, princìpi di bene e di male, come spesso avviene
diretto dal regista matteo Garrone, che ha ulte­ quando legge in un romanzo storie drammati­
riormente contribuito al successo del libro. che, che travalicano la sua immaginazione; ma
nello stesso tempo sa che nomi, fatti, apparten­
Lo scrittore racconta attraverso la voce di un
gono alla realtà, alla cronaca giudiziaria, sa che
narratore interno, che ha un ruolo di testimone
ogni informazione è così verificabile. La scelta
e di guida. Sono infatti le sue parole che intro­
del romanzo non ha vanificato l’intento di de-
ducono il lettore nel mondo della camorra, un
nuncia, ma lo ha reso più potente, come confer­
mondo che il narratore conosce perfettamente
ma la reazione dei clan camorristici.
sia in modo diretto sia grazie a un lavoro di do­
Lo stesso Saviano scrive: «ad aver dato fastidio
cumentazione e di inchiesta. Le vicende narrate
alle organizzazioni criminali è il mio lettore, non
nascono infatti dalle mille voci dei loro prota­
sono io. Il mio lettore è ciò che loro non voglio­
gonisti, dei loro testimoni, dei loro studiosi, che
no, il fatto che in questo momento ne stiamo
confluiscono nella voce del narratore, il quale le
parlando, che ne hanno parlato tutti i giornali,
raccoglie e le organizza in una trama complessa
che continuano ad uscire libri, che continuano a
e avvincente. Un narratore che si fa anche prota­
nascere documentari, è tutto questo che loro non
gonista, perché ogni vicenda narrata lo ha coin­
vogliono, è l’attenzione su di loro, sui loro nomi,
volto, forse non sempre in prima persona ma
soprattutto sui loro affari».
sempre come cittadino e come uomo.
roberto Saviano vive sotto scorta, in un luogo
nella storia di Gomorra e del suo autore, il ruolo segreto, per sottrarsi alla condanna a morte de­
dei lettori è stato fondamentale. cretata contro di lui dalla camorra.

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VERIFICA FORMATIVA
Thomas Mann
Hanno BUDDenBrooK
I Buddenbrook, 1901  Lingua originale tedesco
Il voluminoso romanzo I Buddenbrook, dello scrittore tedesco Thomas Mann, narra la storia
di un’agiata famiglia di commercianti di Lubecca, rappresentata prima nel momento del suo
splendore e poi in quello della sua lenta ma inesorabile decadenza. La storia copre un arco
di tempo che va dal 1835 al 1875, durante il quale i valori che avevano portato il caposti-
pite Johann a diventare l’uomo più ricco della città lentamente si modificano e si perdono,
lasciando il posto a un modo di sentire la vita più sofferto e complesso, inconciliabile con
l’attività economica e l’etica borghese, centrata sul senso pratico e sull’intraprendenza.
La parabola discendente si compie con il personaggio del piccolo Hanno (diminutivo di
Johann), che eredita dal padre Thomas un senso di inquietudine e di estraneità all’attività
familiare e dalla madre Gerda la passione e la disposizione per la musica.

thomas Buddenbrook non era mai riuscito a considerare con lo sguardo di


stanco scoramento1 che rivolgeva al resto della propria vita l’avvenire del pic­
colo Johann. Glielo impediva il suo senso della famiglia, quell’interesse reve­
renziale2 per la storia intima della sua casa, ereditato e acquisito, rivolto tanto
al passato che all’avvenire, e influiva anche sui pensieri l’amorevole e curiosa
aspettativa con cui gli amici e i conoscenti, sua sorella e persino le signorine
Buddenbrook della Breite Strasse3 guardavano a suo figlio. egli pensava con
soddisfazione che per quanto si sentisse personalmente annientato e senza
speranze, di fronte al suo piccolo erede era tuttavia capace di animarsi e di
10 sognare per lui abilità, destrezza, lavoro pratico e agevole, successo, guadagno,
potenza, ricchezza e onori. Sì, in quell’unico punto la sua vita raggelata e arti­
ficiosa4 ridiventava calda e sincera sollecitudine, timorosa speranza.
e se un giorno, nella vecchiaia, gli fosse concesso di assistere dal suo can­
tuccio quieto al ritorno degli antichi tempi, quando viveva il bisavolo5 di
Hanno? era una speranza del tutto infondata? aveva creduto che la musica
fosse la gran nemica; ma era poi davvero una cosa tanto grave? Sebbene la
passione del ragazzo per la libera improvvisazione rivelasse attitudini non
comuni, nello studio regolare sotto il signor Pfühl egli non faceva progressi
eccezionali. La musica, non v’era dubbio, gli veniva dall’influsso materno, ed
20 era naturale che nei primi anni di vita quell’influsso avesse prevalso. ma ora
incominciava il periodo in cui a un padre si offre l’occasione di influire a sua
volta sul figlio, di tirarlo un po’ dalla sua, e di render vani gli influssi femmi­
nili contrapponendovi impressioni virili. e il senatore6 era ben risoluto a non
lasciarsi sfuggire una tale occasione.

1. scoramento: scoraggia mento. 5. il bisavolo: il bisnonno di Hanno, Johann Bud­


2. reverenziale: pieno di riverenza, di un ri­ denbrook, fondatore dell’azienda di famiglia,
spetto profondo. rappresenta le doti di energia, senso pratico e
3. Breite Strasse: letteralmente «via (Strasse) lar­ successo commerciale che stanno declinando.
ga»; vi abitavano delle vecchie parenti decadute. 6. senatore: thomas Buddenbrook ha la carica
4. raggelata e artificiosa: priva di calore e di di senatore nel Parlamento tedesco in quan­
spontaneità, di autenticità; una vita rigida e to membro di una delle famiglie più ricche
formale. della città.

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a gran stento e con due esami di riparazione, geografia e matemati­


ca, Hanno, ormai undicenne, a Pasqua7 era stato promosso alla seconda
come il suo amico, il piccolo conte mölln. era deciso che avrebbe fatto la
scuola tecnica, poiché naturalmente lo destinavano a diventar commer­
ciante e, a suo tempo, capo dell’azienda; e quando il padre gli chiedeva se
30 si sentisse attratto dalla sua futura professione, egli rispondeva di sì… un
sì semplice, alquanto spaurito, senza aggiunte, che il senatore con doman­
de insistenti cercava di rendere un po’ più eloquente8 e vivace, ma per lo
più invano.
Se il senatore Buddenbrook avesse avuto due figli, certamente al secon­
do avrebbe fatto fare il liceo e terminare gli studi. ma la ditta aveva bi­
sogno di un continuatore, e oltre a ciò, thomas credeva di fare il bene del
ragazzo dispensandolo dalle inutili fatiche del greco. riteneva che l’istru­
zione tecnica fosse meno pesante, e che Hanno con la sua intelligenza un
po’ lenta, con le sue distratte fantasticherie e con la debolezza fisica che
40 spesso lo costringeva a restare assente da scuola, avrebbe superato le classi
tecniche con minor sforzo e maggiore successo. Se un giorno egli doveva
fare la riuscita che tutti speravano e attendevano da lui, bisognava innan­
zi tutto consolidare e migliorare la sua delicata costituzione, da un lato
circondandolo di riguardi, e dall’altro fortificandolo mediante cure ra­
zionali.
con quei capelli castani sopra la fronte bianca, divisi da una parte e
spazzolati all’indietro, ma tendenti tuttavia a scendere sulle tempie in ric­
ci morbidi, con le lunghe ciglia scure e gli occhi bruno­dorati, Johann
Buddenbrook, benché vestito da marinaro danese, sembrava sempre uno
50 straniero, per strada e a scuola, fra i compagni biondi dagli occhi azzurri
come l’acciaio e dal tipo prettamente scandinavo. negli ultimi tempi era
cresciuto parecchio, ma le gambe rivestite di calze nere e le braccia den­
tro le gonfie maniche imbottite erano sottili e fragili come quelle di una
fanciulla: e aveva ancora, come sua madre, quelle ombre azzurre all’an­
golo degli occhi… occhi che, specialmente quando guardavano di sbieco,
avevano un’espressione così timida ed elusiva9, mentre le labbra restavano
dolorosamente serrate, a meno che Hanno, con la bocca contorta e con
la faccia di chi ha freddo, fregasse preoccupato la lingua contro un dente
sospetto10.
60 come si apprese dal dottor Langhals, che adesso aveva tutta la clientela
del vecchio dottor Grabow ed era medico di famiglia dei Buddenbrook,
la poca robustezza di Hanno come pure il pallore della sua pelle avevano
una causa: e cioè, l’organismo del ragazzo non produceva in numero suffi­
ciente i tanto necessari globuli rossi. ma c’era un rimedio a questa carenza,
un ottimo rimedio che il dottor Langhals prescriveva in grandi quantità:

7. Pasqua: l’anno scolastico terminava a Pa­ 9. elusiva: quasi sfuggente; lo sguardo di Han­
squa; oggi in Germania il calendario sco­ no non è aperto e diretto.
lastico è diviso in due semestri e varia da 10. dente sospetto: un dente cariato; la lingua
regione a regione. Hanno frequenta l’equi­ tende a indugiare su quelle parti della boc­
valente della Scuola secondaria di 1° grado. ca che possono far male, quasi per cercare
8. eloquente: convincente. di alleviarne il dolore.

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l’olio di fegato di merluzzo11, quel buon olio giallo, grasso, densissimo, che
bisognava prendere due volte al giorno con un cucchiaio di porcellana; e
per ordine preciso del senatore, Ida Jungmann12 vegliava con affettuosa
70 severità a che ciò avvenisse puntualmente. In principio Johann rigettava
dopo ogni cucchiaiata, e sembrava che il suo stomaco non volesse saperne
di accogliere quell’ottimo rimedio; ma finì per abituarsi, e se subito dopo
averlo inghiottito masticava un pezzetto di pane di segala13 trattenendo il
fiato, la nausea si calmava alquanto.
tutti gli altri disturbi non erano che conseguenze di quella scarsità di
globuli rossi, «fenomeni secondari», come diceva il dottor Langhals con­
templandosi le unghie. ma anche quei fenomeni secondari dovevano es­
sere combattuti senza misericordia.
t. mann, I Buddenbrook, trad. a. rho, einaudi, torino 1980

11. olio … merluzzo: per il suo alto contenuto 12. Ida Jungmann: la governante di Hanno.
di vitamine è stato a lungo usato come ri­ 13. segala: segale; è un cereale con cui si fa un
costituente. pane scuro molto comune in Germania.

VeriFiCare le COmpeTeNZe

analizzare e comprendere
1. A che tipo di famiglia appartiene Hanno?
2. Quali tratti del personaggio di Thomas Buddenbrook sono presentati nel testo?
• Quale atteggiamento ha verso il figlio? Quali speranze ripone in lui?
3. Il ritratto di Hanno è costruito attraverso tratti fisici e psicologici. Individuali nel testo.
• Quale immagine di Hanno emerge dal testo?
• Quali aspetti del suo carattere lo differenziano dal padre e dai suoi compagni?
4. Il padre a che cosa attribuisce l’inclinazione del figlio per la musica e la sua scarsa riuscita negli studi?
• A che cosa vengono attribuiti dal dottore i segni di diversità di Hanno?
5. I pensieri di Thomas Buddenbrook sono riportati con diverse tecniche. Individua quali.

riflettere
6. Osserva e spiega come nel brano siano continuamente contrapposti i concetti di forza e di debolezza.
7. Il futuro di Hanno non sembra quello del brillante uomo d’affari, quanto piuttosto quello dell’artista.
Quale concezione dell’artista emerge dal suo ritratto?
8. Quali caratteristiche del personaggio novecentesco riconosci in Hanno Buddenbrook?
9. Quale aspetto della società del primo Novecento Thomas Mann ritrae nei personaggi di Thomas Bud-
denbroock e di suo figlio?
… L’affermazione dei valori borghesi … La crisi dei valori borghesi
… Il consolidamento dei valori borghesi … La crisi della famiglia borghese

Scrivere
10. Scrivi un testo descrittivo di 200 parole dal titolo: «Hanno Buddenbrook, personaggio novecentesco».

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rea lt à
&
z ione
fin
La morte del romanzo è un tema che viene periodicamente resuscitato, proprio come il
romanzo, che, quando sembra scomparso, trova invece sempre motivi per una nuova vita.
L’articolo di Romagnoli esamina i possibili futuri del romanzo, per altro già ampiamente
anticipati nel presente, e arriva alla conclusione che ci sarà sempre spazio per questa for-
ma narrativa, in quanto il desiderio di raccontare e di ascoltare storie fa parte dell’uomo.

Gabriele Romagnoli, giornalista e scrittore, è autore di romanzi e racconti e sceneggia-


tore di fiction televisive.

Il romanzo che verrà


La scrittura del futuro
ora, poiché per scrivere questo articolo ho sospeso la stesura di un ro­
manzo, dovessi sostenerne la morte dovrei anche trarne le conseguenze,
abbandonare la narrativa e darmi all’anatomopatologia1. Francamente «la
morte del romanzo» è uno di quei temi come «il ritorno delle maggiora­
te2»: riaffiora ciclicamente e proprio questa continuità (oltre a un esame
della realtà a occhi aperti) può farci serenamente concludere che le mag­
giorate non sono mai andate via e il romanzo è sempre stato vivo e vegeto.
Qualche volta non si è sentito troppo bene, ma la colpa non è stata sua,
piuttosto di chi l’ha mal truccato, peggio abbigliato e spedito in pubblico
10 a presentarsi come parodia3 di se stesso. e certo, ad ammazzarlo ci hanno
provato. È stata coniata perfino l’espressione «romanzicidio», la si può leg
leg­
gere in un testo di maria zalambani del 2003 intitolato appunto La morte
del romanzo4 . Dall’avanguardia al realismo socialista. Vi si ricostruisce la
sventurata avventura del movimento fattografico, il tentativo di uccide­
re l’anima borghese della letteratura, quella che oggi chiamiamo fiction
e sostituirla con il fatto. Basta romanzi! Solo reportage, biografie, diari.
Perché sognare mondi quando questo5 è un sogno? Perché inventare per­
sonaggi quando esistono queste persone vere, splendide? non c’è gloria se
non nella realtà.

1. anatomopatologia: branca della medicina aderenti alla realtà, quali la biografia, il re­
che studia le malattie attraverso l’analisi dei portage, il diario. La fiction veniva ritenuta
tessuti e delle cellule prelevate dal paziente. inutile, in quanto, secondo il movimento
2. maggiorate: tipo di donne dalle forme pro­ fattografico (1927­1930), l’immaginario si
sperose e provocanti, di moda negli anni era ormai concretizzato nella nuova realtà
cinquanta. socialista e i sogni erano diventati fatti reali.
3. parodia: caricatura comica. Il realismo socialista era un movimento ar­
4. La morte del romanzo: saggio in cui l’autri­ tistico nato in Unione Sovietica con lo scopo
ce, maria zalambano, esamina la sorte del di celebrare l’operato e la funzione del Partito
romanzo nell’Unione Sovietica nel periodo comunista.
successivo alla rivoluzione, quando si cer­ 5. questo: il mondo socialista creato con la ri­
cò di sostituire il romanzo con generi più voluzione.

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