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“COSSIGA SUITE – IN PRAISE OF BROTHERLY LOVE”

DI RAFFAELE LAURO
GOLDENGATE EDIZIONI - IN LINGUA INGLESE CON VERSIONE ITALIANA

UN ROMANZO D’AMORE

“Troverai il tempo, da senatore, per scrivere il romanzo della mia vita, la mia bella
avventura, dopo il due volumi di “Quel film mai girato”, che hai dedicato a mamma? Un terzo
volume della nostra saga familiare? E’ una storia piena d’amore, di cui conosci quasi tutto, perché
sarei felice che qualcuno, anche una sola persona, la potesse leggere e capire l’importanza di vivere
non solo per sé, ma anche per gli altri.”
Quel tempo, l’Autore lo ha trovato!
Queste poche parole, questo invito tenero e dolce, rivolto da Aniello Lauro al fratello,
qualche settimana prima che la sua esistenza, una esistenza speciale, si concludesse, hanno una
potenza che risuona in ogni singola pagina di quest’ultima opera narrativa di Raffaele Lauro.
Rappresentano il basso continuo, l’accompagnamento strumentale che conduce il discorso
d’insieme, mediante l’elaborazione estemporanea di accordi, seguendo la traccia della parte più
grave della partitura.
In queste poche parole è concentrata una storia straordinaria di umanità e di creatività. Da
sole, esse basterebbero ad esplicare i multiformi contenuti di quest’opera: romanzo della mia vita;
la mia bella avventura; mamma; la nostra saga familiare; una storia piena d’amore; sarei felice
che qualcuno, anche una sola persona, la potesse leggere; capire l’importanza di vivere non solo
per sé, ma anche per gli altri.
Raffaele Lauro ha mantenuto la promessa fatta al fratello e ha dipanato il racconto attraverso
questi punti, connaturati fortemente in entrambi, il fratello richiedente e il fratello esecutore, effetto
degli insegnamenti e dell’esempio ricevuti, in particolare, dalla madre Angela.
Cossiga Suite, In Praise of Brotherly Love, è innanzitutto una storia d’amore fraterno, che
parla d’amore, scritta con amore, per chi sa capire l’amore, per chi è pronto a raccogliere i doni
della vita. Indubbiamente, Raffaele Lauro è un uomo d’amore. Per questo è riuscito a condensarne
tantissimo in questo libro, donando al lettore la parte più intima e preziosa della sua persona.
Chi ha avuto ed ha il privilegio di conoscerlo, e di aver letto quanto è stato da lui
precedentemente pubblicato, senz’altro non si meraviglia, non solo dei contenuti di questo suo libro,
ma soprattutto del modo in cui essi sono stati espressi.
Bisogna essere grati a Raffaele Lauro per il coraggio mostrato, per la seconda volta dopo la
pubblicazione di Quel film mai girato, nell’aver trattato, non di un segreto di Stato, non il resoconto
di un accadimento epocale, non la cronistoria di un evento terribile o memorabile, momenti ai quali,
nel corso della carriera di uomo delle Istituzioni, ha potuto assistere da diversi osservatori
privilegiati, quanto piuttosto qualcosa di molto più sofferto e tormentato.
Qualcosa che ha implicato il combattimento, all’ultimo sangue, con il ricordo struggente di
un amore fraterno che non ha più l’oggetto fisico a cui essere destinato, con l’aver inseguito
un’ombra che, da luce, gli aveva illuminato la vita, con le lacrime che copiose avevano annegato il
cuore nella tristezza.
Certamente, scrivere di un fratello, di una madre, di una famiglia, di se stessi, lo si fa
intingendo la penna nell’inchiostro dei sentimenti più profondi e reconditi.
Lo si può fare per emozionare il lettore, per rendere più preziosa la narrazione, per mostrarsi
vestiti dei propri abiti migliori.
Raffaele Lauro, in questo ambito, è un “imperator” che non ha bisogno di mostrarsi con
alcun vestito nuovo, vestito, come è, di un’anima sensibile e di un inesauribile spirito d’amore!
Questo è l’unico ragguaglio tecnico utile per la comprensione di quest’opera. In Cossiga
Suite, qualsiasi appello all’analisi tecnica, quale potrebbe essere fornita da un critico o da un
“operaio specializzato” della letteratura, è vano. Troppo spesso, infatti, la critica tende ad attribuire

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ad un’opera significati che essa non ha o a sovraccaricarne i motivi di inutili ulteriori implicazioni.
Salta alla mente, su tutti, l’intervento che Michele Barbi, autorevole filologo e insigne dantista,
pubblicò sulla rivista Studi danteschi, da lui fondata nel 1920, a proposito della ricerca quasi
spasmodica, di sensi nascosti dietro la lettera nell’opus princeps di Dante Alighieri:
“Io ho un giorno, durante il positivismo che s’era insinuato nella critica dantesca,
richiamato gli studiosi a non trascurare una ricerca così importante come quella del
simbolismo nella Divina Commedia: oggi sento il dovere di correre alla difesa del senso
letterale, svilito come azione fittizia, come bella menzogna, quasi che nell’intendimento
di Dante l’importanza del suo poema non consista già in quello che egli ha
rappresentato nella lettera di esso, ma debba andarsi a cercare in concetti e intendimenti
nascosti sotto quella rappresentazione. Non snaturiamo per carità, l’opera di Dante; è
una rivelazione, non già un’allegoria da capo a fondo. La lettera non è in funzione
soltanto di riposti intendimenti, non è bella menzogna: quel viaggio che essa descrive è
un viaggio voluto da Dio, perché Dante riveli in salute degli uomini quello che ode e
vede nel fatale andare.”
È opinione condivisa che la miglior critica ad un’opera letteraria sia fatta proprio da egli
stesso, in quanto lettore. Essa infatti, mediata dalle proprie conoscenze, dalla propria interiorità,
dalla propria Weltanschauung, risulterà essere a misura personale e, dunque, giusta e pregnante.
Ad un non cristiano che leggesse analiticamente la Bibbia, ad esempio, essa parrebbe come la
narrazione di una ipotesi abbastanza fantasiosa riguardo la creazione del mondo, della storia di un
popolo guerriero che, in nome di un dio, combatte per conquistarsi una terra dove poter vivere, il
resoconto delle parole di qualche invasato convinto di parlare per bocca di questo dio.
Oppure, ad una morigerata e pudica lettrice, come si mostrerebbe L’amante di Lady
Chatterley di David Herbert Lawrence, se non un romanzo lascivo e scostumato. Ed ancora,
potrebbe non giudicare racconto degenerato e pervertito, il virile lettore che leggesse La statua di
sale di Gore Vidal? Questo è il senso pratico di quanto appena detto, riguardo l’interpretazione di
un’opera letteraria, soprattutto per quanti sono poco versati nel maneggiare gli alambicchi teorici
nei quali i critici distillano i propri giudizi.
Cinque lettere, una parola: a-m-o-r-e! Questa è la chiave interpretativa di Cossiga Suite.
Essa è una chiave universale, universalmente comprensibile ed accessibile, che si esprime
attraverso un linguaggio universale, che con i sentimenti parla ai sentimenti del lettore.
Ma Cossiga Suite è anche una storia vera, per quanto non comune, i cui personaggi sono
esistiti veramente e sono stati conosciuti da molti dei quali, oggi, ne possono leggere le vicende.
Da ciò, il valore pedagogico di questa lettura: leggere di chi si conosce, di che si è incontrato,
di coloro coi quali si è parlato, di coloro ai quali si è voluto bene, impressiona maggiormente e
maggiormente si imprime nella mente.
Talvolta la letteratura ha il magico potere di sublimare le esistenze, nonostante ciò sia spesso
condotto sotto l’aspetto della fictio narrativa, di personaggi realmente esistiti: basti citare, a riprova,
l’imperatore Adriano de Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, o Torquato Tasso, nella
pur breve tra le Operette morali leopardiane, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare,
o Giovanna d’Arco de La pulzella d’Orleans di Friedrich Schiller o ancora gli innumerevoli
personaggi della storia oggetto dei romanzi storici pubblicati negli ultimi anni: Alessandro di
Macedonia da Valerio Massimo Manfredi, Ramses d’Egitto da Christian Jacq, Napoleone
Bonaparte da Max Gallo e tanti altri.
Nello, Angela, Raffaele, don Raffaele, donna Peppinella, Francesco Cossiga, George Bush sr.,
Luciano Pavarotti, il barone Hans Heinrich Thyssen – Bornemisza, personaggi di Cossiga Suite,
ricevono anch’essi la sublimazione letteraria. Così abilmente Raffaele Lauro riesce a “confondere”
il lettore che quasi ne sospende la mente in una dimensione diversa dalla realtà. La penna
dell’Autore diviene il caleidoscopio, attraverso cui questi trasfigurano se stessi nel mito, non solo
letterario, divenendo exempla ed archetipi dei valori positivi dell’esistenza umana, spingendo
all’imitatio, rilasciando una lezione di vita che se fosse seguita migliorerebbe l’esistenza di ciascuno
di noi.
Anche i luoghi, risentono di questa trasfigurazione: la bella Penisola Sorrentina, teatro
dell’infanzia del protagonista, o Lugano, seconda patria amata con la medesima passione, l’Hôtel

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Splendide Royal, la villa – museo del barone Thyssen, arca santa di tesori dell’arte, la casa romana
dietro Villa Pamphili con gli alberi in fiore, il Teatro alla Scala, i terrazzamenti di Massa Lubrense
che si affacciano sul mare, la Grotta Azzurra di Capri, il monte Brè, i tigli a Visso d’Ussita, gli
aranceti e le zagare dal profumo che droga nel fondo di Migliaro, la volta stellata sopra il golfo di
Sorrento, il lago Ceresio.

I DIECI CAPITOLI

Il cielo ritorna sereno, dopo un repentino temporale estivo, che aveva costretti i vivaci
bambini del rione Angri a Sant’Agnello di Sorrento, a rimanere in casa. Emergono immediatamente
tre figure di ragazzini, impazienti di poter andare alla spiaggia ed, istantaneamente, la madre: Luigi,
Nello, Raffaele e Angela.
Come in un film, sembra di vederli attraverso un’inquadratura dall’alto, con telecamera in
movimento, che pian piano si abbassa arrivando a riprenderli in primo piano, al suono della musica
dolce del Maestro Morricone, il Tema di Jill.
Sembra di assistere a quella bellissima scena di Once Upon a Time in the West (C’era una
volta il West), nella quale, Sergio Leone, presenta Jill McBain, Claudia Cardinale, appena scesa da
un treno, seguendola attraverso il tetto della stazione, per poi mostrare la cittadina dall’alto e di
nuovo infine, il bel volto dell’attrice, potenza dell’arte!
Nello e Raffaele, ubbidendo alla mamma, si recano a consegnare una cassetta di pomodori,
orgoglio della produzione dell’orto domestico del papà Gigino, al professor Filippini, un uomo
misterioso vicino alla pensione che dà a Luigi e Nello qualche ripetizione prima dell’inizio del
nuovo anno scolastico, e, nel salotto del signorino professore, i due fratellini scoprono una tra le
perle della letteratura universale, quell’Odissea di Omero che parla anche del mare della loro terra e
dell’amore per l’uno e per l’altra. Quello stesso mare che è teatro della nascita di un altro amore, più
grande e meraviglioso, l’amore fraterno.
Il vento che soffia impetuoso, le onde ostili che spumeggiano sopra le teste dei fratelli
rannicchiati al riparo dietro uno scoglio, dopo la fuga dal grasso vigile urbano, a seguito
dell’ennesima corsa con le carrozzette lungo Corso Crawford a Sant’Agnello, la presa che si allenta
per un attimo, la sensazione di aver perso la mano del fratellino, tremante e bagnato come un
pulcino, le urla delle mamme impaurite, il rumore sordo del mare minaccioso, l’arrivo dei soccorsi,
il viso cereo di Nello e quello spaventato di Raffaele. Poi la calma. È notte, il vento si è quietato, il
mare è piatto.
Le lampare delle barche si confondono con le stelle in cielo.
Nello non riesce a prender sonno, ancora scosso per lo scampato pericolo. Una lacrima gli
riga la gota e luccica alla luce della luna. Si corica accanto al fratello piccolo, lo abbraccia e piange.
Poi si addormenta e, così, Angela li ritrova, abbracciati, al risveglio mattutino. Nasce in questo
modo, quell’amore fraterno, unico, irripetibile ed intenso, durato tutta la vita, quell’ansia di
protezione che Nello manifesterà sempre, nei decenni successivi, verso Raffaele.
Il tempo passa, Nello è adesso un ometto che si appresta a compiere i primi passi in ciò che
diverrà la professione della sua vita e che saprà portare a perfezione, vate ovunque riconosciuto
dell’arte dell’ospitalità alberghiera.
La corsa in bici verso l’albergo dello zio Ermanno, tra i primi ad aver compreso le capacità
del giovane nipote, è metafora dello slancio vitale, col quale Nello avrebbe affrontato, di lì a poco,
tutte le sfide della vita.
Adolescente, precisi, ben definiti e saldissimi valori nella gerla delle prime esperienze, tanta,
tantissima voglia di vita, fame di conoscenze, capacità di mettersi costantemente in gioco e
passione, sopra ogni cosa, passione, e quel sorriso dolce impresso negli occhi di quanti lo ricordano
ancora oggi.
Il sorriso che animava gli scherzi e le marachelle nel rione Angri, il sorriso celato al
conseguimento delle prime, piccole soddisfazioni, e la certezza che un giorno, senza sorriso, fosse
un giorno perso.
Il servizio militare in Sicilia e la messa in pratica dell’ingegnosità attiva lo porta a divenire
quasi un imprenditore tessile insieme ai commilitoni e la direzione, poco più che ventenne, del

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Visso Park Hôtel a Visso d’Ussita, tra il profumo dei tigli in fiore e i risoluti insegnamenti al
fratello Raffaele, anche lui colà per lavoro.
Memore della sua attività di professore, di pedagogo, di premuroso, ma rigoroso plasmatore
di coscienze, l’Autore consegna al lettore il ritratto del fratello che incanta, che spinge alla
riflessione, che istilla il bisogno di vedervi dentro e oltre.
Come un abile pittore fiammingo, Raffaele Lauro ha dipinto il suo quadro, come un
contemporaneo Jan Van Eyck della parola, ha intriso il racconto della vita del fratello di simboli,
più o meno nascosti, lasciando al lettore il compito di svelarne le componenti e farsene rapire.
E, proprio come il celeberrimo artista belga in una delle sue opere più famose, La promessa
di matrimonio, erroneamente intitolata I coniugi Arnolfini, come dimostrato nel bel romanzo The
art thief (in italiano La donna del collezionista) del giovane scrittore americano Noah Charney, al
centro della scena vi ha posto uno specchio, nel quale è riflesso egli stesso nell’atto di dipingere –
scrivere.
Quello stesso specchio shakespeariano, nel quale si rifletterono le esistenze di Nello e
Angela, lo specchio che dà il titolo al terzo capitolo dell’opera: madre e figlio, come in uno
specchio, tra i più intensi dell’intero libro. Esiste un romanzo, in due volumi, che dovrebbe essere
presente in molte biblioteche del mondo.
Quel libro è intitolato Quel film mai girato. L’Autore è Raffaele Lauro.
Un libro che fa della parola mamma una poesia d’amore.
Quella poesia d’amore è presente anche in Cossiga Suite, opera che per certi aspetti,
aggiunge ulteriori versi a quello splendido canto. Angela, donna Angela, ma soprattutto, mamma
Angela, è seduta a rammendare un pantalone, e ricorda.
Ricorda i figli piccoli fare salti a mo’ di tuffi nel terreno soffice del vallone Croce, ricorda il
visino sconvolto di Raffaele coinvolto nell’ennesima avventura “da grandi” dai fratelli maggiori, la
conseguente complice omertà alle sue interrogazioni e la meritata punizione ai ripetuti dinieghi dei
figli, ricorda gli scherzi a fagiolino, un compagno di classe dei figli e la “doccia” subita dal
comandante dei vigili, ricorda la massese, una sinistra vicina di casa così chiamata perché originaria
di Massa Lubrense e il petardo che Nello fa esplodere nei pressi del suo portone, l’utilizzo dei
risparmi messi da parte con la sua attività di ricamatrice, per pagare i danni arrecati alla donna e le
parole del marito Gigino rivolte ai due figli maggiori: “Voi due, appena finita la scuola, andrete a
lavorare, ad imparare un mestiere, altrimenti di questo passo diventate dei piccoli delinquenti!”
È nell’essere madre che la donna esalta, al di là di ogni altra cosa, la sua natura. L’amore
materno è l’unico veramente perfetto.
La parola più bella sulle labbra del genere umano è “Madre” e la più bella invocazione è
“Madre mia”.
È la fonte dell’amore, della misericordia, della comprensione, del perdono. Ogni cosa in
natura parla della madre. Sebbene mamma Angela avesse equamente distribuito amore e affetto tra
tutti i suoi figli, con Nello è diverso.
Vivono della stessa creatività, che il secondogenito aveva manifestato fin da piccolo, come
dimostravano quegli scherzi geniali, rimasti nella memoria collettiva della famiglia.
Simili, somiglianti fisicamente e caratterialmente, aperti, generosi, loquaci, quasi ingenui nei
rapporti con gli altri, entusiasti della vita e delle relazioni umane.
Il rapporto tra Angela e Nello è totale, assoluto, irripetibile. Lui adora la madre, lei adora lui,
sono l’uno il riflesso dell’altra.
Riflesso d’amore, amore materno e filiale. Sono la sublimazione del sentimento,
l’esaltazione della passione, la fenomenologia del rapporto perfetto, la prova dell’esistenza
dell’amore divino, infuso nelle umane membra.
Questo rapporto ha un proprio locus sacer, reale, non immaginario, un cassetto nel quale
Angela ripone con cura e passione tutto il materiale che il figlio le invia: fotografie, articoli di
giornale, cassette audio – video, diplomi, riconoscimenti che parlano di lui, che lo elogiano, tutto
catalogato sistematicamente, in quell’archivio d’amore materno.
Di solito la madre, più che amare il figlio, si ama nel figlio. Angela, cullata dai ricordi, tende
l’orecchio alla radio: è la voce di Claudio Villa che canta Un amore così grande.

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Angela piange. Sono lacrime di gioia materna. Tutta la storia del mondo non varrebbe un
battito di ciglia, se in questo momento, il lettore, non facesse lo stesso!
Le donne hanno avuto parte importantissima nella vita del protagonista: accanto alla madre,
spicca un’altra figura, silenziosa comprimaria della vita di Nello, Marcella, la moglie.
Sarebbe vacuo citare quel famoso adagio secondo cui dietro ogni grande uomo vi sia una
grande donna, ma, nel caso di Nello, ciò è d’obbligo.
Non una grande donna dunque, ma due, Angela e Marcella.
Questa seconda, fa il suo ingresso nel racconto in punta di piedi, il 14 dicembre di uno dei
primissimi anni Sessanta, vestita di un cappottino beige, all’uscita di scuola.
È quello un giorno importante per Nello: non solo è il suo giorno onomastico, ma ha deciso
che, proprio in quel giorno, le avrebbe chiesto, se lei avesse voluto, che gli abbracci e le carezze che
si erano scambiati fino a quel punto, fossero potuti diventare baci d’amore appassionato, se lei fosse
voluta diventare la sua fidanzata e, poi, sua moglie.
Un ingresso in scena che diventa immediatamente d’impatto. Nello e Marcella si sarebbero
amati per tutta la vita, profondamente, si sarebbero amati sul serio, senza lasciarsi mai, in un
rapporto fortissimo, alimentato anche dalla gelosia imperante di Marcella.
Avrebbero lasciato che i loro cuori si infiammassero al fuoco del sacro nume tutelare, che
avrebbe custodito la loro unione.
Il giovane sorrentino eccelse, anche nel modo in cui amò e si legò a quella creatura, a quella
compagna di viaggio, di vita e di lavoro.
Parafrasando Hegel, il quale parlò dell’amore come del miracolo per cui ciò che è due diviene
uno, senza però perdere la dualità, Nello e Marcella raccolsero i frutti di quel miracolo facendolo
diventare non solo due, ma cinque, le cinque uova di un quadro di Nello, infondendolo nei corpicini
dei cinque figli che sarebbero poi nati negli anni successivi: Luigi, Marcello, Isabella, Fausto e
Mathildis. Spinto anche da Marcella, Nello decide di spostarsi a Lugano per uno stage di sei mesi
presso l’Hôtel Splendide Royal. Ha con sè una relazione sulla storia della città di Lugano che
Raffaele, il fratello professore, gli ha preparato e che lui legge e rilegge fino ad imparare quasi a
memoria. Ad accogliere Nello nella hall di quello splendido albergo, sono le note di un pianoforte a
coda nero, le note di Summertime di George Gershwin. Nella sua mente le parole con le quali si
conclude la relazione e il derivato scambio di battute tra lui e il fratello minore:
“Questo è quanto sono riuscito a scovare. Spero che la prossima storia di Lugano,
contribuirai a scriverla anche tu! Dai scherzo! Il tuo prof!”
“Vado a lavorare in albergo per pochi mesi, non a governare la città!”
“La storia di Lugano si fa anche nell’hotel dove andrai a lavorare – rispose Raffaele. E
poi, anche se può sembrarti un luogo comune, non importa quello che farai lì, ma come
lo farai. Mica soltanto condottieri, dittatori o presidenti fanno la storia o hanno
consegnato la propria memoria ai posteri?”
“Si, vabbè, tu sei sempre un grande rompiscatole!”
Avrebbe sempre tenuto a mente quelle parole, profetiche ed augurali, dettate dall’amore
fraterno, che avrebbero trovato più di qualche riscontro nella realtà futura.
Effettivamente, Nello avrebbe scritto pagine significative della storia dello Splendide Royal
di Lugano, dell’ospitalità e della cultura nel Canton Ticino, tra la fine dell’ultimo secolo del
secondo millennio e l’inizio del terzo. La profezia fraterna si sarebbe avverata.
Nello si innamora subito di quell’albergo e della cittadina, in cui si trova.
Si abitua all’ordine svizzero, alla serietà dei comportamenti, alla lealtà dei rapporti e alla
filosofia ticinese.
Pur amando Sorrento, capisce presto che quella è la vita da voler vivere. Torna a Sorrento,
sposa Marcella e con lei riparte per Lugano.
Quell’avventura della vita l’avrebbero portata avanti insieme.
Col tempo capisce perché ama così tanto Lugano: quel lago, il lago Ceresio, tanto diverso dal
mare di Sorrento, agli inizi così indecifrabile, lo pacifica, lo acquieta.
L’acqua ha questo potere, che scorra in un fiume, che sia raccolta in un lago o che agiti il
mare. Essa manifesta il profondo legame tra uomo e natura, istauratosi fin dall’aurora dei tempi.

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L’amore per l’acqua rivive nella mente di Nello, attraverso le acque increspate del lago di
Lugano che, come per magia, d’improvviso diviene blu intenso, come il mare di Sorrento, la sua
città, amata, desiderata, ma diversa.
Sorrento e Lugano diventano i poli fisici, le location affettive della sua dimensione mentale:
si compensano, si integrano e non si contrappongono. L’amore per la terra natale, sempre presente,
fresco e palpitante, non impedisce che cresca e si sviluppi in lui l’amore per la nuova patria, un
amore fatto anche di gratitudine e di riconoscenza, quella Lugano, nella quale ha potuto raggiungere
il successo.
Col quinto capitolo si apre una parte nuova, diversa, del libro: Nello è ormai l’affermato
directeur dell’Hôtel Splendide e incontra una serie di personaggi famosi, intrecciando con essi
esperienze di vita e passioni, che ne arricchiscono notevolmente la geniale personalità.
A mantenere, però, vivo e forte, il legame con le sue origini e con la sua famiglia, sono i
racconti delle storie di alcuni membri di essa. Ecco dunque, che si apprende dell’infanzia di don
Raffaele Aiello, il nonno materno, il contadino filosofo, alle prese con i due zii ecclesiastici che
istillano in lui l’amore per il sapere e per la musica.
Alle domande impertinenti del giovane nipote riguardo alcuni aspetti poco ortodossi di una
tragedia di Euripide, le risposte imbarazzate dei due e il paventato, dal giovane, divieto di un certo
genere di letture, qualora dovessero persistere interrogazioni non pertinenti, al ricorso alla cultura
classica per farsi ragione di eventi luttuosi, tra tutti, la morte del figlio Salvatore, bello come un
arcangelo, a soli 24 anni, o per criticare apertamente e senza paura, la politica liberticida del regime
fascista dopo l’assassinio di Matteotti, l’amore per la libertà trasmesso da don Raffaele alla
figlioletta Angela e, poi, da questa, ai propri figli, insieme ad una attiva partecipazione ideologica
alla vita politica dell’Italia repubblicana, all’interesse ed alla curiositas di Angela per quanto stava
accadendo nel mondo, dagli eventi politici a quelli sportivi e di costume, ascoltandone i resoconti
alla radio, durante i lavori domestici o leggendone dai giornali a tarda sera, quando gli uomini di
casa erano a letto e le faccende quotidiane terminate od anche, in seguito, dalla televisione.
Fervente democristiana, Angela era innamorata di Aldo Moro, tacciando di ignoranza chi si
permettesse di criticarlo per il suo linguaggio complesso.
Visse come una tragedia personale il rapimento e la prigionia di Moro.
Avvertiva, presentiva che le Brigate Rosse, dopo il processo proletario, non lo avrebbero
lasciato vivo. Capiva che la democrazia era minacciata da quella follia pseudo-rivoluzionaria.
Fu allora, nel corso di quelle settimane angosciose, che scoprì e mise a fuoco la figura
politica del Ministro dell’Interno. Cossiga diede le dimissioni da Ministro dell’Interno, in seguito al
ritrovamento del cadavere del presidente della DC.
Da quell’atto, col quale Cossiga si assunse la responsabilità morale e politica dell’assassinio
del maestro e dell’amico, Angela trasse il convincimento che quell’uomo sarebbe diventato, in un
lontano futuro, il Presidente della Repubblica.
Da quel momento non trascurò una sola notizia, politica e non, rintracciata sulla stampa o
seguita in televisione, che riguardasse l’onorevole Cossiga.
Non immaginava, allora, che la divina provvidenza e la sua santa di riferimento, la mistica
Gemma Galgani da Lucca, avrebbero operato in modo da consentire, per vie diverse, che Nello e
Raffaele si incontrassero con Francesco Cossiga e imparassero a conoscerlo da vicino, ad amarlo e
ad ammirarlo.
Nello ha il privilegio di accogliere spesso il Presidente Emerito e senatore a vita Cossiga a
Lugano, allo Splendide Royal, per soggiorni brevi o lunghi di riposo, di benessere e di recupero.
Nelle diverse occasioni, è sinceramente orgoglioso di assistere, con la consueta discrezione,
per quanto necessitasse, il “suo” presidente, il beniamino della madre, e di attingere a quella fonte
di saggezza, custodendo gelosamente, valutazioni, giudizi, previsioni, interpretazioni di fatti della
cronaca e della storia recente.
Nello fa costruire, in una fase di ristrutturazione dello Splendide, un appartamento
ipertecnologico, sofisticato ed insieme elegantissimo, intitolato appunto a Cossiga: Suite Cossiga.
Ne studia, nei diversi ambienti, i particolari tecnici ed estetici, tutti con un rimando, diretto ed
indiretto, all’esercizio del potere, all’intelligenza umana, al coraggio, alla lealtà, alle virtù della

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trasparenza, alla bellezza paesaggistica di Sorrento e di Lugano. Chiede anche suggerimenti alla
madre e si placa solo quando Cossiga, con la sua presenza fisica, inaugura la Suite.
L’ultima volta che Nello parla con Cossiga è nella fase terminale della sua malattia, una
settimana prima di morire. A metà febbraio 2008, Raffaele si reca dal Presidente per comunicargli
l’intenzione di candidarsi al Senato e per riceverne l’amichevole approvazione. Cossiga si dimostra
entusiasta della decisione, che saluta con vera gioia, anzi con esaltazione, appellando subito l’ormai
ex-prefetto come “Onorevole collega”!
Raffaele è costretto ad informarlo del terribile male che ha colpito il fratello, del difficile
intervento chirurgico, subito del luglio 2007, e del lento decorso della malattia, ormai irreversibile.
Cossiga si turba molto.
La gioia di pochi minuti prima si trasforma, di colpo, in un inquieto e commosso silenzio.
Qualche mese dopo la scomparsa di Nello, Cossiga torna, per un soggiorno, allo Splendide.
Non appena entrato nella ormai celebre Suite, chiama subito il senatore a Roma, ricordando,
con affetto, l’amico assente. Quell’amico che non l’ha accolto, come aveva sempre fatto, sulla
soglia della grande hall.
Angela ama la libertà sopra ogni cosa, il 9 novembre 1999 organizza nella casa di Roma,
dietro Villa Pamphili, una cena alla quale partecipano diversi politici, amici romani dei figli
Raffaele e Peppe, il quartogenito. Sulle prime, nessuno riesce a capire il motivo di quella
celebrazione, non ricorre alla mente del marito e dei familiari, se il 9 novembre abbia a che fare con
qualche anniversario familiare.
Tra lo stupore di tutti, Angela comunica il motivo della convocazione: il decennale della
caduta del muro di Berlino, che era stata, non soltanto un evento storico, il più significativo del
secolo impazzito che stava per tramontare, ma la conferma di una speranza di libertà, vissuta per
decenni, dal 1948, e nutrita da un’attesa che le analisi storico-politiche del figlio professore le
avevano irrobustito e reso più urgente.
Con quel patrimonio di valori della libertà, affidatogli dalla madre, Nello si era portato, a
Lugano, anche l’amore per la democrazia, per la democrazia americana.
Non che ignorasse le contraddizioni della democrazia americana, a partire dal razzismo, dalla
prevalenza degli interessi economici forti e dalle disuguaglianze sociali, tuttavia era fiducioso che
gli strumenti politici ed istituzionali, consolidati nel tempo, consentissero alla democrazia
americana di andare avanti, di crescere, di non ripiegare su se stessa, ma di poter guardare sempre
avanti.
Nutrito da questi convincimenti, non fragili, si prepara ad accogliere, per la prima volta, allo
Splendide, il quarantunesimo Presidente degli Stati Uniti, George Herbert Walker Bush.
C’è da essere intimiditi e in difficoltà, a voler studiare una strategia a tavolino, anche perché
la presenza del Presidente è cronometrata.
Ma Nello decide che l’approccio con l’uomo più potente della Terra non avrebbe dovuto
tradire le sue regole di semplicità, di trasparenza e di immediatezza.
Il presidente, evidentemente, rimane molto colpito, come gli confesserà successivamente, da
quelle qualità del direttore, che, nei pochissimi minuti di colloquio diretto, senza retorica, guardato
a vista, gli parla subito delle modeste origini, del culto per la famiglia e dell’orto sorrentino sulla
collina e, principalmente, dell’amore sconfinato, quasi fanatico, della madre Angela per la
democrazia americana, associato ad un sentimento di riconoscenza imperitura per il dono della
libertà.
Quell’insieme di elementi conoscitivi, associati al sentimento di ammirazione, espresso da
Nello, per il sistema politico statunitense, provocano l’interesse di un uomo che, in quel momento
storico, è alle prese con problemi complessi di politica estera, che sarebbero poi sfociati nella prima
guerra del golfo.
Anche Nello è sorpreso dalla promessa che il Presidente spontaneamente gli fa, a conclusione
di quel primo incontro: “Quando verrò a Roma, desidero conoscere e parlare con tua madre!” Il
presidente mantiene la promessa e durante una missione diplomatica da ex presidente, a Roma, va a
cena a casa di Angela. L’uomo che era stato il più potente della Terra, l’amico di Nello, è per una
sera, ospite di donna Angela!

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Nello, la cui personalità è piena di sfaccettature, interessi e passioni, non può essere immune
dal contagio artistico, non solo teorico ma soprattutto pratico. A sviluppare in lui l’amore per l’arte
è senza dubbio l’incontro, a Lugano, col barone Hans Heinrich Thyssen – Bornemisza de Kaszon,
personaggio raffinato, di estrema cultura, esteta, collezionista d’arte e come Nello, amante della vita
e dei suoi piaceri. E’ proprietario di una splendida villa sul Lago Ceresio, scrigno d’arte e di una tra
le più grandi e famose collezioni di opere d’arte moderne e contemporanee del mondo.
Con il passare del tempo, il contatto privilegiato con quell’uomo straordinario, insieme a
quanto riesce ad ammirare attraverso le splendide gallerie di Villa Favorita, accende in Nello, prima
la curiosità per l’arte e, poi, la passione artistica per la pittura.
Il demone della pittura. Il barone inconsapevolmente o, forse, con studiata malizia, lo
contagia e diviene per l’amico direttore, come, nel dialogo platonico Menone, Socrate per lo
schiavo.
Il filosofo ateniese, infatti, mostrò come uno schiavo, completamente ignaro di geometria,
opportunamente interrogato da Socrate, riuscisse a risolvere il teorema di Pitagora. L’arte maieutica
del barone aveva colpito nel segno! E molto contribuiscono, alla decisione di Nello di cimentarsi,
all’insaputa di tutti, di fronte ad una tela, l’incoraggiamento, in tal senso, della baronessa Thyssen.
Ma la svolta decisiva per la pittura, si verifica quando il barone gli illustra un quadro del
pittore e scultore canadese, Jean Paul Riopelle.
Da allora la pittura diviene una passione, il riflesso dell’anima. Questa passione, talvolta, lo
travolge e sparisce, a notte fonda, nelle cantine dell’albergo o nella soffitta di casa, per lavorare alle
tele. Dietro quell’aria da gentiluomo, dai modi pacati, dallo sguardo vivace di persona attenta ai
particolari, si svela dell’altro.
Un uomo che, nel privato delle notti insonni, si confronta con se stesso, colto da un impeto
creativo che, con la foga di una appassionata amante, gli ruba ore di sonno, rendendolo artista.
La passione del dipingere, lo porta ad organizzare eventi artistici, trasformando lo Splendide
in un centro motore di attività culturali, e mostre personali, che ottengono un effettivo riscontro di
pubblico e l’apprezzamento della critica, in genere severa e poco indulgente con i principianti.
Nei suoi quadri vi è espressa tutta la sua individualità e particolarità: la ricchezza dei colori,
colori vivi e addirittura squillanti, ma composti e ben armonizzati, che sembrano rispecchiare la sua
indole affettuosa e il suo carattere deciso, un carattere armonico.
Entra con entusiasmo nella solitaria dimensione dell’arte pittorica e riesce a trovare,
attraverso la pittura, la serenità e l’entusiasmo che il giorno dopo avrebbe trasmesso ai suoi
collaboratori e ai suoi ospiti.
Un artista che dipinge, di notte, dunque, con luci interiori tutte sue, luci di umanesimo e di
cordialità, di pulizia e di rigore.
Don Raffaele era stato responsabile, sempre attraverso la figlia Angela, raro caso di
perpetuazione di predilezioni intellettuali, di generazione in generazione, del fiorire in Nello di
un’altra grande passione: quella per la musica lirica.
Il contadino filosofo, a costo di grandi sacrifici, primo tra tutti il dover camminare a piedi per
non consumare le scarpe, pena i pesanti rimbrotti della moglie Peppinella, si recava in tutte le
contrade della Penisola Sorrentina ed Amalfitana ad ascoltare le bande musicali durante le feste
padronali.
In più, grazie sempre agli insegnamenti degli zii preti, aveva appreso i rudimenti della musica
ed era in grado di leggere gli spartiti. Era, poi, attento alle novità musicali, che un amico emigrato a
Milano gli inviava puntualmente e, trasferitosi con la famiglia a Sant’Agnello, da esperto di musica
qual’era, era stato nominato consulente musicale del maestro della festa del santo patrono.
Per incentivare la passione musicale nei due figli universitari, corrispondeva loro, di nascosto
dalla moglie, il vero ministro delle finanze della famiglia, un extra settimanale col quale i due
potessero andare al Teatro San Carlo di Napoli, per poi farsi raccontare, nei fine settimana, tutto
quanto vi fosse da sapere sulla rappresentazione, specialmente se si trattasse di una del suo Maestro
preferito: Giacomo Puccini.
Angela ascoltava queste conversazioni e non poté non esserne sedotta.
Avrebbe desiderato studiare il pianoforte, ma la madre assolutamente non glielo permise a
causa delle ristrettezze economiche. in cui si trovava la famiglia.

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E alla piccola cenerentola di casa, dunque, non rimaneva altro che sognare di poter un giorno,
recarsi nei luoghi delle vicende rappresentate e di poter incontrare le sue eroine vissute come realtà
e non come frutto della fantasia creativa degli artisti.
Fu naturale, quindi, che Angela, anche per tener vivo il ricordo dell’amatissimo padre,
trasmettesse questa passione ai figli, specialmente a Nello e Raffaele.
Allo Splendide, Nello ha la possibilità di incontrare grandi protagonisti della lirica: direttori
di orchestra, registi di teatro d’opera, coreografi, costumisti, pianisti di fama internazionale, tenori
sulla cresta dell’onda, e, in particolare, cantanti liriche, soprani e mezzo soprani, emergenti, Katia
Ricciarelli, o mostri sacri, la divina Callas, l’eterna Renata Tebaldi o la Giulietta Simionato. Con
Renata Tebaldi, in particolare, istaura un legame di deferente e affettuosa ammirazione. Organizza,
poi, grazie anche alla disponibilità dei Naldi, i nuovi proprietari dello Splendide, concerti di
beneficenza, eventi culturali di grande spessore e risonanza mediatica.
Proprio nell’albergo di Lugano incontra il più grande di tutti: il Maestro Luciano Pavarotti.
Tra i due è vera corrispondenza di sentimenti ricambiati, anche perché il loro terreno di
incontro e di convergenza è molteplice: l’amore per la lirica, la passione per la pittura (entrambi
pittori dilettanti) e la filantropia.
Memorabile è la cena di gala seguita al concerto benefico del Maestro la sera in cui lo
Splendide, diviene il cuore del mondo, animato, nei protagonisti e in tutti i partecipanti, da
quell’amore per gli altri che rende la vita degna di essere vissuta.
Conoscendo la passione di Nello per Puccini, il Maestro inserisce nel programma molte arie
pucciniane, ma quando conclude il Nessun dorma, dedicato al direttore, con la voce, che inondò
tutto il bacino del Ceresio, gli ospiti scattano in piedi in un applauso senza fine.
Nello ripensa al nonno paterno, guarda al cielo e scopre che le stelle tremavano veramente
d’amore e di speranza.
Nessuno dei due, il Maestro e il direttore, avrebbe potuto immaginare che la divina
provvidenza li avrebbe associati non solo nell’amore per la lirica, nella passione per la pittura e
nelle iniziative filantropiche a favore dei poveri più poveri del mondo, ma anche nella stessa
malattia e nello stesso calvario verso la morte.
Tra i valori cui Nello tiene più saldamente, che coltiva lungo tutta la vita, prima godendone i
benefici e, poi, permettendo alle sue creature di goderne, è la famiglia.
Presta sempre attenzione alle problematiche del mondo contemporaneo legate a questo
istituto fondamentale e si rammarica più volte nel costatarne il sostanziale indebolimento.
In lui sono fermamente impressi gli esempi dei nonni e dei genitori.
L’educazione ricevuta, improntata ai valori del cristianesimo e del rispetto per gli altri, lo
avrebbero accompagnato per tutta la vita.
Nel giardino della sua casa sopra Lugano, Nello ricrea un vero e proprio orto sorrentino,
quell’orto che dà il titolo al capitolo nono. Si reca personalmente a prendere le piantine e le cura, le
mostra con orgoglio agli amici.
Per lui è un modo per rimarcare la bellezza di quelle radici che non aveva mai abbandonato.
Un modo per portare nei successi imprenditoriali e umani la forza di quel mare azzurro della
Costiera Sorrentina che indica sempre l’aperto e il confronto, ed è traccia di senso per chi vi nasce,
ma soprattutto perché l’orto è metafora pulsante della vita, nelle piante che vi crescono, nella cura
che ad esse si deve, nel buon raccolto se si è stati premurosi, nella soddisfazione del poterne gustare
i prodotti se si è lavorato bene, in una parola è la metafora della famiglia.
Il decimo capitolo è indubitabilmente il più intenso, ricco e profondo dell’intera opera.
Bisogna attentamente meditarlo piuttosto che leggerlo.
La vastissima cultura dell’Autore diviene il mezzo attraverso il quale egli esprime quanto di
più complesso possa esservi per la comprensione umana: la bellezza della vita e della morte.
È facile poter definire bella la vita, ma si può fare altrettanto con la morte?
Può la mente umana abbracciare una tale assoluta complessità di pensiero, se non supportata
dal necessario strumento della fede religiosa?
Può mai l’uomo dare piena soddisfazione alla domanda: “Da dove siamo stati originati e dove
andremo?”

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Questi interrogativi sembrano perdersi tra le galassie dell’universo in espansione e il blu
intenso della Grotta Azzurra di Capri, i due poli tra i quali oscilla il pendolo della riflessione che
l’Autore conduce al di là della fisica.
Dopo aver appreso lungo tutti i capitoli precedenti, la storia incredibile di Nello, dopo aver
desiderato ardentemente di poter essere come lui, dopo aver imparato a conoscere gli altri
protagonisti di questa storia e ad amarli, ci si aspetta che lui, come il supereroe dei fumetti che si
leggevano quando si era bambini, o come i protagonisti dei film epici col finale lieto, riesca a
superare anche quest’ultimo, tremendo ostacolo, dal nome terribile e triste.
Qui finisce la letteratura, qui finiscono le trasfigurazioni letterarie, qui finisce anche il mito.
Le pagine si eclissano. L’universo – libro esplode. Avviene l’ecpirosi degli Stoici! Il lettore
precipita nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta.
Ma la caduta diviene una assunzione alla luce inconversevole delle intelligenze angeliche,
quelle medesime che, in accordo con tanta parte del pensiero filosofico cristiano, muovono il
mondo e gli uomini per l’eternità.
Nello, Luigi e Raffaele aspettano di nuovo la fine del temporale per poter andare a fare il
bagno alla Marinella; il professor Filippini continua a parlare dell’Odissea e delle Sirene; si può
riconoscere Raffaele, poco più che decenne, spingere su e giù per il cortile di casa un passeggino
verde col piccolo fratello Peppe; si può udire don Raffaele cantare, in equilibrio, dal pergolato degli
aranci in fiore, le arie di Puccini e si sente chiara la voce di donna Peppinella urlargli contro, di
cantare sì, ma controllare anche che gli operai della terra lavorino; si possono seguire Nello e
Marcella abbracciati sulla Lambretta, tornare da scuola; si distinguono ancora i flebili riflessi delle
stelle sulle acque calme del lago di Lugano; si vede il Presidente Cossiga entrare nella hall dello
Splendide, sicuro di trovare l’amico direttore ad aspettarlo; si può avvertire il profumo intenso del
basilico della parmigiana di melanzane che Angela prepara al presidente Bush; si può scorgere il
barone Thyssen – Bornemisza che, gironzolando per i tavoli del ricevimento organizzato nella sua
villa dal direttore Lauro, esalta la giocondità del vino; si può ancora tremare all’eco della potente
voce del Maestro Pavarotti che intona Nessun dorma; si possono contemplare le venature scure dei
petali di quelle grandi rose pendule, poste in un vaso su un sepolcro adagiato sulle rive del lago di
Lugano e, infine, si può ancora passeggiare con Nello e Raffaele, sulle colline di Massa Lubrense
all’alba o sul monte Brè in una fredda notte di dicembre, ed ascoltarli discutere di cose che trovano
spiegazione soltanto nella gioia dell’eternità.
L’eternità non è solo la perpetuazione della vita dopo la morte, il dopo, oltre la finitezza della
vita terrena, ma è anche la partecipazione al mondo eterno dei valori ed il tentativo di realizzazione
di essi nella società, trasmettendoli alle future generazioni.
Cossiga Suite, l’esperienza di vita di Nello, le vite dei suoi figli, dei suoi collaboratori, di
quanti danno avuto la fortuna di conoscerlo, trasmettono questo messaggio.
Questa è la bellezza della morte! Un libro deve emozionare, per far sì che valga la pena di
leggerlo. Cossiga Suite non emoziona soltanto, mostra una possibilità reale del dopo. Sta al lettore
saperla scorgere, oltre la siepe!

CONTINUITA’ DI UNA SAGA FAMILIARE: QUEL FILM MAI GIRATO

Si è già accennato ad un’altra opera narrativa di Raffaele Lauro, Quel film mai girato,
pubblicato, in due volumi, tra il 2002 e il 2003. Anche un breve excursus tra l’immane materia (800
pagine!) di questo precedente lavoro, richiederebbe troppo tempo.
Si dirà soltanto che, in esso, l’Autore ripercorre la storia della sua famiglia dagli inizi del
Novecento alla fine del secolo, focalizzandosi, molto particolareggiatamente ed in maniera sublime,
sulla madre Angela.
È un romanzo splendido, la cui lettura sarebbe consigliabile a tutti. Cossiga Suite,
certamente, può esserne considerata la continuazione, quasi un terzo volume o, forse, sarebbe più
consono dire, la visione della medesima storia da una diversa angolatura, da una inquadratura
differente.

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Molti dei personaggi sono gli stessi, identico è lo spirito che anima l’Autore, così come i
motivi. La saga della famiglia, dunque, è arricchita dal racconto della vita di uno tra i suoi figli
migliori.
Essa, però, si sposta su un altro piano, internazionale, abbraccia spazi e mondi multiformi,
introduce personaggi ed esperienze nuove, mostra una diversa applicazione delle potenzialità
umane, di cui i componenti di quella famiglia sono dotati. Cossiga Suite può leggersi da solo, ma
propedeutica sarebbe di sicuro la lettura di Quel film mai girato.
Come in un gioco di scatole cinesi, i personaggi principali sono contenuti in qualcosa che li
abbraccia e li include.
Parte di una storia portante, a loro volta essi narrano storie personali, un po’ come ne Le
mille e una notte o, come, il lettore non si lasci impressionare dai tetri paragoni, nel Frankenstein di
Mary Shelley o in Cuore di tenebra di Joseph Conrad.

NON SOLO UN ROMANZO D’AMORE

È stato anticipato come quest’opera sia innanzitutto una storia d’amore, che parla d’amore,
scritta con amore.
Ma essa, comunque, non è soltanto questo. Raffaele Lauro è un intellettuale raffinato dalla
personalità poliedrica e dai molteplici interessi, versato in numerose discipline.
Tutta la sua opera di romanziere è permeata da queste caratteristiche, così come lo è Cossiga
Suite.
Oltre alla sfera intima e affettiva, quindi, questo libro parla anche altri linguaggi, tratta
anche altri argomenti, spinge anche ad altre riflessioni.
E’ un compendio provocatorio, quasi eretico, di politica, di filosofia, di storia, di estetica, di
sociologia, di etica, di economia, di pittura, di musica, di cinema.
L’Autore gestisce queste materie con perizia e con garbo, non cadendo mai nella tentazione
di salire in cattedra, nonostante ne abbia l’autorità. Non dà lezioni il professore (è, dunque, rimasto
il “prof” dei suoi allievi di filosofia del Liceo di Sorrento, che i ruoli successivi di prefetto e di
senatore non hanno appannato), ma tratta, con levità, argomenti impegnativi e domande eterne, ne
conversa col lettore, ne cattura l’attenzione e l’intelligenza, offrendo precisi ragguagli e
informazioni, talvolta personali, talvolta condivise, talvolta irrisolte.
Ecco, quindi, un’altra caratteristica di questo libro: in esso il lettore trova spunti che ne
arricchiscono le conoscenze e lo invitano alla elaborazione di pensieri: Nello, Angela, l’Autore
stesso, come personaggio, Cossiga, Pavarotti, il presidente Bush e il barone Thyssen – Bornemisza
divengono, attraverso il racconto delle vicende, veicoli della trasmissione di conoscenze e di
passioni, nel gran teatro della vita.

LA POLITICA

La politica e la dimensione pubblica dell’impegno politico, tuttavia, occupano uno spazio


significativo dell’opera.
In Cossiga Suite, la politica diviene sinonimo di libertà e di elogio della democrazia, quale
unico luogo dove la libertà stessa trova la sua ipostasi.
Don Raffaele prima, Angela poi e Nello dopo, ne diventano fieri difensori e propugnatori.
Soprattutto i primi due, padre e figlia, che hanno assistito all’ascesa, al consolidamento della
dittatura fascista. Don Raffaele, alla vigilia della caduta del regime, conseguente all’esito disastroso
della Seconda Guerra Mondiale, patendone direttamente lutti e sofferenze, e Angela, ai primi sforzi
della giovane Italia democratica e repubblicana, testimoniano l’anelito alla libertà, cui ogni uomo
dotato di coscienza civile deve tendere.
Attraverso, poi, le esperienze di Francesco Cossiga e George Bush sr. queste aspirazioni
trovano compiuta realizzazione. L’interesse di Nello per la politica è eminente, grazie, sia alle
numerose frequentazioni con politici di rilievo internazionale di passaggio all’Hôtel Splendide, sia
tramite il fratello Raffaele.

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L’ammirazione per la figura politica di Francesco Cossiga, l’eroe della madre, è notevole; il
suo amore per la democrazia americana, seppure non priva di contraddizioni, è viscerale.
È nei capitoli quinto e sesto che si risolve maggiormente il discorso politico, prima con
riferimenti alla situazione italiana e, poi, più in generale, a quella mondiale.
L’introduzione della figura di San Tommaso Moro, il filosofo – politico inglese giustiziato
da re Enrico VIII, lo scismatico, e il principio del primato della coscienza contro ogni tipo di potere
coercitivo, che neghi all’uomo la libertà di scelta dinanzi alla propria coscienza, diventano una
ulteriore prova dell’ispirazione politica di questo libro.
Nel capitolo sesto, poi, il racconto terribile e struggente delle persecuzioni, che il regime
comunista russo inflisse ai prigionieri di guerra polacchi, racconto riferito ad Angela dalla viva voce
di un sopravvissuto, e il film Katyn di Andrzej Wajda, che quella storia, e parte della storia della
Polonia cattolica sottomessa, ma non piegata dal totalitarismo ateo e materialistico, ha trasposto in
celluloide, esasperano ancora di più il bisogno di libertà.
Vi è una frase nel libro, una frase in latino, parte dell’epitaffio posto a West Smithfield a
Londra, nel luogo in cui fu giustiziato William Wallace, l’eroe dell’indipendenza scozzese, agli
inizi del XIV secolo: Dico tibi verum, libertas optima rerum, nunquam servili sub vexu vivito, fili
(Dico a te la verità, la libertà è ciò che vi è di più grande, figlio, che mai tu viva sotto il peso della
schiavitù). A pronunciarla è don Raffaele, ogniqualvolta si trovava a parlare di libertà, l’amata
libertà.

LA FILOSOFIA

Sullo stesso piano, la filosofia: riscontrare luoghi precisi nei quali questa disciplina trovi
applicazione, all’interno di quest’opera, è fatica inane. Troppo vasto è il suo raggio d’azione, troppo
pregnante la sua manifestazione.
Nel capitolo decimo, comunque, essa diviene prezioso ausilio per l’esplicazione di concetti
universali quali morte, immortalità dell’anima, eternità.
Il ricorso alle teorie dei filosofi, preziosi compagni di viaggio nella storia dell’uomo, rende
più agevole la comprensione di argomenti, nei quali non tutti son preparati.
Profonde sono le pagine dedicate, ad esempio, all’immortalità dell’anima, attraverso il
pensiero di Aristotele e di Platone, i quali, come gran parte dei pensatori precristiani, ritenevano
l’immortalità dell’anima verità naturale, accessibile alla ragione e non contenuto esclusivo della
Rivelazione.
A tale verità si può arrivare attraverso percorsi diversi dall’analisi della conoscenza: si può
partire dalla libertà o dalla perfettibilità della persona o anche dal desiderio dell’immortalità, ciò che
conta è che, in ogni caso, ci si trovi di fronte a conoscenze sostenute dalla ragione e non ad
affermazioni fideistiche.
San Tommaso riprende questo tema della riflessione aristotelica, sostenendo che nell’uomo, ci
sia solo l’anima razionale, che svolge anche le attività inferiori.
Negli ultimi secoli, molti filosofi hanno negato l’immortalità dell’anima. Alcune di queste
negazioni nascono all’interno di un orizzonte filosofico materialista; è il caso del materialismo
meccanicistico di La Mettrie, che riduce l’uomo a una macchina biologica, del materialismo
dialettico di Marx, che considera la coscienza una sovrastruttura dei rapporti economici o del
materialismo positivista, secondo cui solo i fatti verificabili esistono.
Altre negazioni, teoreticamente più raffinate, si affermano, con la dissoluzione nichilista del
pensiero filosofico: è il caso di Nietzsche, ma anche di Heidegger e di Sartre.
Un ritorno alla concezione cristiana è operato da Jacques Maritain, l’ispiratore di papa Paolo
VI, il ponte tra la filosofia aristotelica e tomistica nell’evo moderno.
Altre negazioni: la contestazione della metafisica, non di una metafisica ma della possibilità
stessa della metafisica, il nichilismo contemporaneo, la volontà di potenza, l’esaltazione
dell’arbitrio, il relativismo.
Nello ricorre ad una deliziosa e tagliente invettiva contro tutti i filosofi e i pensatori, ricavata
da Boris Pasternak, che sfocia, dal suo punto di vista personale, nella necessità della fede cristiana:

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“Io mi contento di quello che ho letto in Pasternak e non mi interessa sapere oggi, se
Dio abbia o meno la barba. Cristo viene a noi di laggiù, dal profondo della storia. Cristo
ha iniziato una nuova storia. Cristo è la realtà più naturale e familiare per l’umanità.
Questo mi basta. E non mi pare valga la pena di dannarsi più di tanto, sulla definizione
della morte, che non si risolve con i discorsi, caro fratello, ma guardandola in volto,
quando si presenterà a ciascuno di noi.”
L’approdo alla fede cristiana è inevitabile, essa diviene anche lo strumento per spiegare queste
astruse questioni.
La fede non è una scorciatoia che permette alla coscienza di acquietarsi raggiungendo la meta
della comprensione.
La fede è quella stessa meta.
L’intera vita è testimonianza di ciò.
Vivere con fede vuol dire vivere nella certezza, vuol dire vivere i valori autentici dell’umano.

L’ESTETICA

Poi, l’estetica: la passione di Nello per la pittura e lo stesso cimentarsi con le tele e i pennelli,
offrono la possibilità di approfondire questo argomento.
Innanzitutto, lungo il settimo capitolo, prendendo spunto dalle opere d’arte, raccolte nella
collezione del barone Thyssen – Bornemisza, il cui elenco da solo basterebbe a far sobbalzare
qualsiasi amante dell’arte, sono presentati i maggiori movimenti artistici del Novecento (Futurismo,
Cubismo e Dadaismo); sono approfonditi alcuni aspetti dell’opera di Caravaggio, di Picasso, di
Nolde e di Riopelle e, perla tra le perle, è riportata una efficacissima considerazione, degna di un
esperto critico d’arte, su un quadro minore del Guercino, Gesù con la buona samaritana, che val la
pena di leggere con attenzione.
L’Autore parla di demone della pittura.
Lasciando da parte le implicazioni etimologiche, che il termine demone ha dal greco antico,
effettivamente essa, attraverso l’esperienza di Nello, è presentata come una possessione, lenta e non
subitanea, ma parimenti intensa.
Essa inerisce i sensi e li investe, attraverso la vista arriva direttamente al cervello e di lì si
irradia nel resto del corpo. Per questo diviene estetica.

LA MUSICA

Ed, non da ultima, la musica: nobilissima arte in tutte le sue forme, che deve proprio alle
Muse, le patrone delle arti nel mondo classico, il suo nome, altra grande passione familiare, da don
Raffaele attraverso Angela, e che contagia anche Nello.
È in particolare il registro lirico ed operistico ad essere oggetto del romanzo, nel capitolo
ottavo.
Con testimoni d’eccezione: Renata Tebaldi e Luciano Pavarotti. La presenza dominante e
costante, però, è quella di Giacomo Puccini, il Maestro di Torre del Lago.
È lui il vero link tra i protagonisti, le arie pucciniane risuonano in tutto il capitolo, dai canti di
don Raffaele sui pergolati di aranci, al Nessun dorma intonato dal Maestro Pavarotti allo Splendide e
dedicato all’amico direttore.
L’amore per Puccini è come un marchio familiare, tale da farne raccontare le vicende della
vita, delle sue eroine, della loro tragedie.

UNO SGUARDO SUL MONDO IN CRISI

In conclusione, la personalità di Nello è, come quella del fratello Raffaele, parimenti ricca e
multiforme, per cui, a raccontarla, si devono necessariamente toccare altri aspetti.
Nello fu sempre attento osservatore della realtà che lo circondava, avvertendo,
dall’osservatorio privilegiato della sua condizione di uomo integerrimo e passionale, come gli

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avvenimenti del mondo contemporaneo stessero mettendo in crisi valori ed istituti ritenuti, fino a
qualche decennio prima, inattaccabili.
Il suo sguardo sulle cose del mondo è dunque un’analisi della società contemporanea, della
ricchezza malamente distribuita tra i popoli, del bisogno di aiuto concreto a quanti si trovino in
difficoltà, della vuota e pericolosa comunicazione multimediale, che abbatte sì le distanze e i tempi,
ma svuota i rapporti umani, della globalizzazione e della omologazione culturale, del ruolo della
famiglia, del suo indebolimento, del ruolo della donna, della sua insostituibile importanza nel tessuto
familiare e sociale.

LA SPERANZA

La storia di Aniello Lauro è stata una storia emblematica della volontà, della curiosità, della
creatività, dell’amore per la vita e per gli altri: una storia degna di essere narrata.
Per questo, bisogna ringraziare Raffaele Lauro per averlo fatto, splendidamente, con la
semplicità del linguaggio e con il coraggio della verità.
E, soprattutto, di averlo fatto, dall’inizio alla fine, senza rinunziare mai alla virtù della
speranza, la speranza cristiana.
La Speranza: opera pittorica incompiuta di Nello, sentimento che nutre costantemente il
legame tra i due fratelli, le loro vite, la loro visione del mondo, ereditata dai genitori e, in particolare,
dalla madre Angela.
Elogio dell’amore fraterno, appunto, sottotitolo del libro, titolo di ogni esistenza umana.