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Armando Petrucci

BREVE STORIA
DELLA
SCRITTURA LATINA

Nuova edizione riveduta e aggiornata

Bagatto Libri
In copertina: De arte venandi cum avibus di Federico II (ms. Vat. Pal. lat. 107 1 )

© 1 98 9, 1 992 Bagatto Libri Soc. Coop. a r. l.


La scrittura può essere tutto quello
che noi saremo capaci di leggervi.
Giorgio Raimondo Cardona
Indice

p. 9 Premessa
11 Sussidi bibliografici e didattici
17 I. Che cos'è la paleografia
21 Il. Criteri e terminologia dell'analisi paleografica
24 III. La produzione di testimonianze scritte:
materie, strumenti, tecniche

35 IV. Origini e primi sviluppi della scrittura latina


in età arcaica (VII-IV sec. a. c.)
42 V. La capitale epigrafica latina

45 VI. La capitale corsiva

51 VII . La capitale romana nel! 'uso librario («rustica»)

56 VIII. La capitale cosiddetta "elegante"


e l'epigrafia damasiana
58 IX. Origini della minuscola

61 X. La minuscola corsiva (o "corsiva nuova")

64 Xl. L'onciale
68 XII. La semionciale

72 XIII. Le abbreviazioni nel mondo romano


ed il sistema abbreviativo medievale
79 XIV. Dal tardo-antico all'alto medioevo
83 XV. Il particolarismo grafico in Europa
90 XVI. La scrittura nell'Italia meridionale
e le origini della beneventana
94 XVII. Beneventana barese e beneventana cassinese
99 XVIII. Scritture usuali e documentarie
nell'Italia meridionale altomedievale
104 XIX. Le scritture altomedievali
nell'Italia centro-settentrionale
109 xx. La nuova scrittura comune: la minuscola carolina

121 XXI. La scrittura in Italia nel sec. XI: un panorama

128 XXII. Le origini della gotica: teorie e ipotesi


131 XXIII. Caratteristiche generali della gotica.
La gotica in Italia

138 XXIV. Libro universitario e «litterae scholasticae»

144 xxv. I sistemi di numerazione medievale:


cifre romane e cifre arabiche

7
p. 146 XXVI. L'unificazione della scrittura documentaria
in Europa e la nuova corsiva (secc. XII-XIII)
150 XXVII. La minuscola cancelleresca
nell'Italia del Due-Trecento
156 XXVIII. Una scrittura professionale: la mercantesca
(secc. XIV-XVI)
162 XXIX. Reazione antigotica e ritorno ali'antico:
Francesco Petrarca e la semigotica
167 xxx. Diffusione della semigotica:
Coluccio Salutati e la "preantiqua"
171 XXXI. La rinascita dell "'antiqua"
174 XXXII. Le scritture documentarie del Quattrocento
e l'umanistica corsiva
179 XXXIII. Sviluppo e diffusione della minuscola umanistica
a Firenze e in Italia
183 XXXIV. Antiqua tonda e capitale lapidaria
dal codice alla stampa
187 xxxv. Criteri di datazione dei manoscritti
in scritture di tipo umanistico
190 XXXVI. Scritture e libri della cultura non umanistica
194 XXXVII. Fra i due secoli: I "'italica" ed i trattati di calligrafia
198 XXXVIII. Dalla corsiva cancelleresca alla bastarda italiana
202 XXXIX . La spinta all'alfabetismo e l'unificazione grafica
205 Rapporto fra scritture e tipologie librarie in Italia
(secc. XIII-XIV)
209 Indice delle opere citate

8
PREMESSA

Questo breve testo è nato nel 1972-1973 come traccia dattiloscritta del corso
di Paleografia Latina tenuto nell'ambito della cattedra di Paleografia e Diplo­
matica dell' Università di Salerno; dal 1978 è stato affidato per La stampa alla
cooperativa romana Bagatto Libri, che oggi ne ha curato La trasformazione in
Libro vero e proprio.
L'aggiornamento, cui in tale occasione il testo è stato sottoposto, e L'aggiunta
di alcuni parti del tutto nuove non ne hanno modificato La natura strwnentale
e soprattutto non ne hanno colmato Le originarie e volontarie Lacune, relative
in particolare alla storia delle tipologie grafiche non italiane, scarsamente
presenti per il periodo altomedievale e di cui dal tardomedioevo in avanti non
si fa qui più menzione; ciò perché, in un'opera dall'estensione forzatamente
Limitata, non è sembrato opportuno soffermarsi sullo studio di scritture di cui
è raro rinvenire testimonianze nwnerose e significative nelle biblioteche e negli
archivi italiani.
Prodotta con esclusive finalità didattiche, quest'opera nonper caso mantiene
come struttura di base La gabbia delle tipologie grafiche succedutesi nel tempo
fra età romana e Rinascimento, che, in realtà, non corrisponde molto ad un'im­
postazione generale di storia delle testimonianze scritte, quale quella che viene
prospettata ali'inizio; essa tuttavia ha il vantaggio di permettere ali'insegna­
mento uno svolgimento piano, secondo coordinate antiche e collaudate, in
grado di garantire sul piano didattico L'acquisizione di capacità tecniche di
Lettura, di datazione e in parte anche di Localizzazione e di comprensione storica
delle testimonianze scritte studiate.
Per il resto, per tutto il resto, il messaggio resta affidato al quotidiano ed
originale svolgimento dell'attività didattica, al suo collegamento con La ricerca
viva ed alle capacità di apprendimento, di curiosità e di individuale allarga­
mento delle conoscenze di cui ogni discente dovrebbe, anzi deve essere dotato
9
per avventurarsi in una disciplina come questa, che rimane comunque, per sua
natura, pratica e sperimentale ancor prima che storica.

Roma, Capodanno del 1989.

A WERTlMENTO PER LA SECONDA EDlZIONE

In occasione di questa seconda edizione il testo è stato radicalmente riveduto


e corretto, la bibliografia è stata aggiornata, la parte illustrativa quasi del tutto

rifatta, in modo da accrescere la chiarezza, l'affidabilità e l'efficacia didattica


dell'opera. Per questo desidero ringraziare mia moglie Franca, che con intel­
ligenza critica e capacità organizzativa ha partecipato alle revisione e al rior­
dinamento del testo, e il signor Federico Botti, cui si deve il corredo grafico.

Roma, settembre 1991.

10
SUSSIDI BIBLIOGRAFICI E DIDATIICI

Bibliografie generali di paleografia latina:

A. Pratesi, Paleografia latina, in D o.xa, II (1949), pp. 167-179; 193-218.


R. Marichal, Paléographie précaroline et papyrologie. L' écriture latine du I e
au VII e siècle. Les sources, inScriptorium, IV (1950), pp. 116-142; IX (1955),
pp. 127-149 (aggiornata sino al 1954).
B . Bischoff, Paliiographie, in F. C. Dahlmann - G. Waitz, Quellenkunde der
deutschenGeschichte, Stuttgart 1967, 14, nn. 1-275.
J. e M. Mateu Ibars, Bibliografia paleografica, B arcelona 1974.
L. Boyle, Medieval Latin Palaeography. A bibliographical lntroduction, To­
ronto 1984.

Periodici:

Bibliothèque de l' Eco/e des chartes, Paris (dal 1839, con bibl.).
Bullettino dell' «Archivio paleografico italiano>>, Roma (dal 1908, in più serie,
attualmente sospeso).
Scriptorium, Bruxelles (dal 1946, con bibl.).
Codices manuscripti. Zeitschriftfur Handschriftenkunde, Wien (dal 1975).
Scrittura e Civiltà, Torino, poi Alessandria, poi Firenze (dal 1977).
Gazette du livre médiéval, Paris (dal 1982).
Alfabetismo e cultura scritta, Roma (dal 1988).

Opere generali e manuali:

G. Battelli, Lezioni di paleografia, Città del Vaticano 1949.


in italiano:

11
G. Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina, Bologna 1956 (ciclosti­
lato).
G. Cencetti, Paleografia latina, a cura di P. Mattini Supino, con tavv. e bibl.
aggiornata, Roma 1978.

in francese:
J. Stiennon, Paléographie du Moyen Age, Paris 1973.

in inglese:
E. A. Lowe, Handwriting, Rome 1969 (con tavv.).
S. Morison, Politics and Script. Aspects of authority and freedom in the
development of Graeco-Latin scriptfrom the sixth Century B. C. to the twentieth
Century A. D., a cura di Nicholas Barker, Oxford 1972.

in tedesco:
H. Fichtenau, Mensch und Schrift im Mittelalter, Wien 1946.
H. Forster, Abriss der lateinischen Palaographie, Stuttgart 1963.
F. Muzika, Die schOne Schrift in der Entwicklung des lateinischen Alphabet,
I-II, Hanau - Main 1965.
B. Bischoff, Palaographie des romischenAlterturms und des abendliindischen
Mittelalters, Berlin 1979 («Grundlagen der Germanistik», 24); trad. francese:
Paléographie de l'Antiquité romaine et du MoyenAge occidental, a cura di H.
Atsma - J. Vezio, Paris 1985.

in russo:
A. Lublinskaya, Latinskaya Paleographya, Mosca 1969.

Raccolte di facsimili (ed. recenti) :

Oltre alle due monumentali raccolte, dedicate l'una ai codici latini anteriori
all'anno 800 (E. A. Lowe, Codices latini antiquiores. A palaeographical Guide
to latin Manuscripts prior to the ninth Century, I-XI, Oxford 1934-1966; Sup­
plement, ibid. 1971; B. Bischoff V. Brown, Addenda to Codices latini anti­
-

quiores, inMedieval Studies, XLVII [1985], pp. 317-366) e l'altra ai documenti


del medesimo periodo (A. Bruckner - R. Marichal, Chartae latinae antiquiores,
I-XXXIX, Olten-Lausanne, poi Dietikon Zurich 1954 - 1991 (I'opera continua),

F. Steffens, Lateinische Palaographie, Berlin 1929 (ed. anast.).


si segnalano:

F. Ehrle - P. Liebaert, Specimina codicum latinorum Vaticanorum, Bonn 1932.

12
V. Federici, Lascrittura delle cancellerie italiane. Secoli Xli-XVII, Roma 1934.
J. Mallon - R. Marichal - Ch. Perrat, L' écriture latine de la capitale romaine à
la minuscule, Paris 1939.
J. K.irchner, Scriptura latina libraria a saeculo primo usque ad finem medii
aevi..., Monachii 1955.
A. Petrucci, Notarii. Documenti per la storia del notariato italiano, Milano
1 958.
G. Battelli, Actaponti.ficum, 2 ed., Città del Vaticano 1 965.
J. Kirchner, Scriptura gothica libraria a saeculo Xli usque ad finem medii
aevi. . , Monachii et Vindobonae 1 966.
.

S. H. Thomson, Latin Bookhands o/ the later Middle Ages. 1100-1500, Cam­


bridge 1 969.

Repertori di manoscritti datati con riproduzioni:

Catalogue des manuscrits en écriture latine portane des indications de date, de


lieu ou de copiste, a cura di Ch. Samaran e R. Marichal, I-VII, Paris 1 959-1 984.
G. I. Lieftinck, Manuscrits datés conservés dans les Pays-Bas, I, Amsterdam
1 964.
Manuscrits datés conservés en Belgique, I-li, Bruxelles-Gand 1968- 1972.
F. Unterchircher, Katalog der datierten Handschriften in lateinischen Schrift
in Oesterreich, I-VI, Wien 1 969-1 979.
Catalogo dei manoscritti in scrittura latina datati o databili, I, Biblioteca
Nazionale Centrale di Roma, a cura di V. Jemolo, Torino 1 97 1 ; II, Biblioteca
Angelica di Roma, a cura di F. Di Cesare, Torino 1 982.
Katalog der datierten Handschriften in der Schweiz in lateinischen Schrift, a
cura di B. M. von Scarpatetti, I-li, Dietikon Ztirich 1 977- 1983.
A. Watson, Catalogue of dated and datable manuscripts c. 700 - 1600 in the
Department of Manuscripts, the British Library, I-li, London 1 979.
A.Watson, Catalogue of datedand datable manuscripts c. 435 - 1600 in Oxford
Libraries, I-li, Oxford 1984.

Sull'iniziativa della catalogazione dei codici datati:


Les manuscrits datés. Premier bilan et perspectives, Paris 1985.

Raccolte di saggi di paleografia latina:

L. Traube, Vorlesungen undAbhandlungen, I-III, Mtinchen 1965 (rist. anast.).

13
B . Bischoff, Mittelalterliche Studien, I-III, Stuttgart 1966- 1981.
L. Schiaparelli, Note paleografiche (1910-1923), a cura di G. Cencetti, Torino
1 969 (raccolta di saggi in ripr. anast.).
E. A. Lowe, Palaeographical Papers. 1907-1965, 1-11, a cura di L. B ieler,
Oxford 1972.
J. Mallon, De l' écriture. Recueil d' études publiées de 1937 à1981, Paris 1982.

Per la storia degli studi paleografici:

L. Traube, Geschichte der Paliiographie, in Id.,


gen, I, Mtinchen 1 963, pp. 4-80.
Vorlesungen undAbhandlun­

E. Casamassima, Per una storia delle dottrine paleografiche dal/' Umanesimo


a Jean Mabillon, in Studi medievali, 3 8 s., V ( 1964), pp. 525-578.
J. T. Brown, E.A. Lowe and «Codices latini antiquiores », in Scrittura e Civiltà,
I ( 1977), pp. 177-1 97.
Un secolo di Paleografia e Diplomatica (1887-1986), a cura di A. Petrucci e
A. Pratesi, Roma 1988.

Per l e abbreviazioni:

A. Cappelli, Dizionario di abbreviature latine ed italiane, Milano 1 949.

Per la nomenclatura:

B . B ischoff- G. I. Lieftinck - G. Battelli, Nomenclature des écritures livresques


du IX e au XVI e siècles, Paris 1954.

Per lo studio in generale dei manoscritti:

W. Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter, 3 ed., Leipzig 1 986 (ed.


anast.).
D. Diringer, The hand-produced book, New York 1954.
D. Diringer, The illuminated book, its history and production, London 1 95 8 .
A . Dain, Les manuscrits, 3 ed. , Paris 1975 .
L. Gilissen, Prolegomènes à la codicologie, Gand 1 977.
C. Bozzolo - E. Ornato, Pour une histoire du livre manuscrit au Moyen Age.
Trois essays de codicologie quantitative. . . , Paris 1980; Supplément, ibid. 1 983.
Codicologica (raccolta non periodica di saggi), Leiden (dal 1976).
14
D. Muzerelle, Vocabulaire codicologique. Répertoire méthodique des termes
français relatifs aux manuscrits, Paris 1 985.

Per la descrizione dei manoscritti:

E. Casamassima, Note sul metodo della descrizione dei codici, in Rassegna


degliArchivi di Stato, XXIII ( 1963), pp. 1 8 1 -205.
A. Petrucci, La descrizione del manoscritto. Storia, problemi, modelli, Roma
1987.

Per la descrizione delle legature:

F. Petrucci Nardelli, La legatura italiana. Storia, descrizione, tecniche (XV-XIX


secolo), Roma 1 989.

Per i rapporti tra libro manoscritto e il libro a stampa e la diffusione di


quest'ultimo in Europa:

L. Febvre H. J. Martin, La nascita del libro. Traduzione ital. con introduzione


e bibl. a cura di A. Petrucci, 1-11, Bari 1977 (UL 377-378).
-

Libri, editori e pubblico nell'Europa moderna, a cura di A. Petrucci, Bari 1 977


(UL 383).

Per i problemi di storia dell'alfabetismo:

Alfabetismo e cultura scritta nella storia della società italiana. Atti del Semi­
nario tenuto a Perugia nel marzo 1 977, Perugia 1 978 (editi parzialmente anche
in Quaderni Storici, n. 38, 1 978).
H. J. Graff, The Legacies of Literacy. Continuities and Contradictions in
Western Culture and Society, Bloomington - Indianapolis 1987 (trad. ital. :
Storia dell' alfabetizzazione occidentale, I-III, Bologna 1989).

Per le tecniche di scrittura:

E. Johnston, Writing and llluminating and Lettering, London 1906 (rist.:


London 1987).

15
Per i rapporti tra l'evoluzione del libro manoscritto e i testi:

Il libro e il testo, a cura di C. Questa e R. Raffaelli, Urbino s. d. (ma 1985).

Per le scritture esposte:

A. Petrucci, La scrittura. Ideologia e rappresentazione, Torino 1 986.

Per i manoscritti miniati:

O. Plicht, La miniatura medievale, Torino 1987.


C. de Hamel, Manoscritti miniati, Milano 1987.

Si consiglia infine la lettura delle seguenti opere:

R. Marichal, La scrittura, in Storia cl Italia, V, 2, Torino 1 973, pp. 1267-


13 17.
Libri editori e pubblico nel mondo antico. Guida storica e critica, a cura di
G. Cavallo, Bari 1 975 (UL 3 15).
Libri e lettori nel Medioevo. Guida storica e critica, a cura di G. Cavallo,
Bari 1977 (UL 4 1 9).
Libri, scrittori e pubblico nel Rinascimento. Guida storica e critica, a cura
di A. Petrucci, Bari 1 979 (UL 542).
Libri e lettori nel mondo bizantino. Guida storica e critica, a cura di G.
Cavallo, Bari 1 982 (UL 6 1 2).
Le biblioteche nel mondo antico e medievale, a cura di G. Cavallo, Bari 1988
(BUL 250).

16
I
CHE COS'È LA PALEOG RAAA

La paleografia è la disciplina che studia la storia della scrittura (e in partico­


lare della scrittura a mano, effettuata cioè, senza l'ausilio di mezzi meccanici)

il processo di produzione delle testimonianze scritte ed infine i prodotti stessi


nelle sue differenti fasi, le tecniche adoperate per scrivere nelle diverse epoche,

di tale processo, relativamente al loro aspetto grafico, siano essi costituiti da


libri, da iscrizioni, da documenti o da scritt� di natura individuale e privata (conti,
appunti, lettere, ecc.).
Esistono naturalmente (o dovrebbero esistere) tante paleografie quante scrit­
ture: una paleografia cinese, una ebraica (si pensi agli studi in corso sui rotoli
del Mar Morto), una araba, una etiopica, una russa, una greca ed infine una

della scrittura latina dalle origini (VII secolo a. C.) all'inizio del secolo XVI, e
paleografia latina; quest'ultima, la sola di cui ci occuperemo qui, studia la storia

cioè per tutto il periodo anteriore alla diffusione generalizzata della stampa a
caratteri mobili nell'Europa occidentale.
Per scrittura latina si intende la scrittura alfabetica, basata sull'alfabeto latino,
ancora oggi in uso, indipendentemente dalla lingua di cui essa è stata o è di volta
in volta espressione grafica: la paleografia latina si occupa, perciò, anche di
testi in volgare italiano o francese, o in antico tedesco o in anglosassone, purché
scritti in alfabeto latino.
Da un punto di vista generale la scrittura può essere definita un sistema di
cui gli esseri umani si servono per fissare, in modo stabile e comprensibile ad
altri, il linguaggio, mediante simboli o segni interpretativi del pensiero, e perciò
figurati (ideogrammi) o interpretativi dei suorù, e perciò convenzionali (scritture
alfabetiche). Essa nel medesimo tempo svolge una funzione di mezzo di con­
servazione e di mezzo di trasmissione dei messaggi, cioè di comunicazione. La
sua importanza nella storia dell'umanità è tale che sembra oggi sempre più
ragionevole dividere la storia stessa in due grandi periodi, quello precedente
all'adozione della scrittura (in un qualsiasi sistema) e quello ad essa posteriore.

17
Cf. G. R. Cardona,Antropologia della scrittura, Torino 1981 e Id., Storia universale
della scrittura, Milano 1988.

Oltre che in questo significato generale, il tennine •scrittura' può essere


adoperato in paleografia anche per indicare tipi particolari all 'interno della
specie generale; perciò all 'interno della specie generale della ' scrittura latina '
si parlerà di ·scrittura beneventana', ·scrittura visigotica', ·scrittura carolina',
ecc.; in tali casi spesso l'aggettivo si trasfonnerà in sostantivo e si sostituirà
all 'espressione completa: si parlerà cosi semplicemente di 'beneventana', 'vi­
sigotica', 'carolina' .
Il lungo arco di secoli durante il quale fu usata la scrittura latina, che ci
proponiamo di studiare, ha prodotto un numero enonne di "scritti", di genere
documentario, pubblico o privato, o letterario e sulle più svariate materie scrit­
torie. Quali sono le domande che, di fronte ad una cosi considerevole e disparata
massa di materiale il paleografo si pone e che definiscono i fini e, in parte, anche
il metodo della sua ricerca?
Innanzitutto quella del CHE COSA. La risposta a tale domanda elementare
consiste nella lettura del testo che la testimonianza presenta. Tale lettura, che
deve essere critica, cioè interpretativa, per raggiungere un buon livello di com­
prensione deve presupporre una vasta serie di conoscenze tecniche, generiche
o specifiche (da quella dei sistemi abbreviativi antichi e medievali a quella degli
usi cancellereschi e dei fonnulari notarili, da quella degli ordinamenti militari
o amministrativi romani o medievali a quella del linguaggio letterario dell'au­
tore la cui opera si stia trascrivendo, fino agli usi liturgici della chiesa di cui si
stia trascrivendo wt calendario) e deve in ogni caso condurre ad una esatta
trascrizione, eseguita secondo una detenninata tecnica.
Tuttavia, se la paleografia si limitasse a ciò sarebbe soltanto una disciplina,
come si usava dire un tempo, "ausiliaria della storia", mentre onnai, nel suo
specifico campo, è essa stessa, e in un modo del tutto autonomo, storia.
Dopo la prima, altre due domande si pongono al paleografo: QUANDO la
testimonianza oggetto di studio (codice o lapide, lettera o appunto) è stata scritta
(problema della datazione del pezzo) e DOVE (problema della localizzazione).
Tali domande ci si pongono soprattutto relativamente ai codici, cioè alle
testimonianze scritte di carattere librario, che, (al contrario dei documenti e delle
iscrizioni, in buona misura datati) solo molto di rado, nell 'Occidente latino,
recano una datazione esplicita. Le risposte a questi quesiti sono di grande im­
portanza per lo studio della tradizione manoscritta di un qualsiasi testo, poiché
stabilire le relazioni temporali e quelle dell'origine topica fra i codici manoscritti

18
che tramandano un detenninato testo significa in ultima istanza stabilire alcuni
elementi basilari per la ricostruzione del cosiddetto "stemma codicum".

Per i pr oblemi della critica test uale in rapp ort o alla p al eografia e l o st udi o dei
man oscritti, cf. in gene rale G. Pasq uali, Storia della tradizione e critica del testo, 2 ed.,

di cui il gran de vol ume del Pasq uali c ostit uì, p ratic amente, la recensi one geni ale); L.
Firenze 1952; P. Maas, Critica del testo, a c ura di N. Martinelli, Firenze 1952 (l' operina

D . Reyn ol ds - G. Wil son, Copisti e filologi. La tradizione dei classici dall' Antichitcì al
Rinascimento, 3 ed., Pa dova 1987 (Medioevo e Umanesimo, 7).
I pr oblemi del la l ocalizzazi one dei c odici alt omedie vali, che c onse rvar on o la
massima parte dei testi della lette rat ura latina classica e cristiana gi unti fin o a n oi,
fur on oposti ed affrontati per la prima volta da alcuni p aleogr afi vissu ti fra l osc ors o e
q uesto sec ol o: il francese Lé opold Delisle (1826-1910), il tedesc o L udwig Tra ube

del l or omet odo si veda G. Pasquali, Paleografia quale scienza dello spirito, in Nuova
(1861-1907) e l 'itali an oL uigi Schiap arelli (1871-1934). S ull a lor o opera e sui risultati

Antologia, 1 gi ugn o 1931, pp. 342-354, riedit o più volte ( ora in G. Pasq uali, Pagine
stravaganti, Firenze 1968, pp. 103-117).

Un'altra domanda che i paleografi usano porsi con sempre maggiore insi­
stenza da qualche decennio, per merito soprattutto dei risultati raggiunti da
alcuni studiosi francesi (in particolare Jean Mallon, Robert Marichal e Charles
Perrat), è quella che definirei del COME e che attiene propriamente alla tecnica
di esecuzione dell 'azione grafica.
Ogni scrittura costituisce uno strumento di fissazione del linguaggio, di re­
gistrazione del pensiero e di trasmissione di un messaggio, che, indipendente­
mente dal testo che di volta in volta fissa, registra o trasmette, costituisce un
sistema di segni, il quale presuppone una detenninata tecnica di esecuzione,
strumenti appropriati e detenninati materiali e appare come un insieme figura­
tivo in sé e per sé valutabile, sempre indipendentemente dal testo, da un punto
di vista estetico. Può accadere infatti che si riesca a gustare l'armonia estetica
di un foglio ricoperto di ideogrammi cinesi o di geroglifici egizi, pur senza
saperne interpretare la scrittura.
Lo studio della tecnica di esecuzione dei vari tipi di scrittura, che si propone
di rispondere alla domanda del COME, ha condono, e può ancora condurre, a
grandi risultati nell'interpretare le cause di alcune decisive modificazioni inter­
venute nel corso della storia della scrittura latina (a questo proposito rimane un
classico l'opera fondamentale di Jean Mallon, Paléographie romaine, Madrid
1 952); può inoltre porre in rilievo influenze reciproche tra differenti scuole
scrittorie, nel rilevare la diffusione di abitudini grafiche particolari o l 'uso di
nuovi e innovativi strumenti scrittori (penne di taglio diverso, nuovi fonnati del

19
libro, ecc,); può pennettere l'analisi di scritture personali appanenenti a perso­
naggi di particolare rilievo.
Un metodo di studio, ad ogni modo, della scrittura latina (e non soltanto
latina) basato essenzialmente sull 'analisi grafica appare sempre più limitato ed
inadeguato a soddisfare più vaste curiosità, di tipo propriamente storico, che
tendono a trasformare in modo deciso la paleografia intesa stricto sensu in 'storia
della scrittura' e quest'ultima in storie di singole, concrete "situazioni di scrit­
tura" (inquadrata ciascuna nel suo ambiente socio-culturale) e della complessiva
produzione di testimonianze scritte che quell'ambiente di volta in volta ha
bisogno di creare e di usare.
Si affacciano, perciò altre domande, oltre quelle a cui i paleografi dell'altro
e di questo secolo erano abituati a rispondere. Quella del CHI, cioè di chi ha
eseguito quella determinata testimonianza scritta, oggetto della nostra ricerca,
e più in generale, di chi sapeva scrivere, di quanti sapevano scrivere, di come
sapevano scrivere, sia dal punto di vista della tipologia di scrittura che usavano,
che del livello di abilità grafica con cui la eseguivano, in una determinata epoca
ed in un detenninato ambiente. Quella del PERCHÉ , cioè dei fini per i quali
una determinata testimonianza grafica è stata prodotta e, più in generale, dei
fini per i quali in ciascuna epoca veniva adoperata la scrittura e delle funzioni
che la scrittura (o le varie tipologie di scrittura) aveva in ciascuna società orga­
nizzata.
In una prospettiva di finalità e di metodo di questo genere assumono parti­
colare rilievo due fattori generali che determinano direttamente ed in ogni tempo
ed ambiente il rapporto fondamentale tra forme grafiche e società nella quale
tali forme grafiche sono prodotte. Essi sono la diffusione sociale della scrittura,
intesa genericamente come pura e semplice capacità di scrivere anche al più
basso livello e, cioè, la percentuale numerica di individui che in ciascuna co­
munità sono in grado di adoperare attivamente i segni dell'alfabeto; e la funzione
che la scrittura assolve nell 'ambito di ciascuna società organizzata e che cia­
scuna tipologia grafica a sua volta svolge nell'ambito del singolo ambiente
culturale che la produce e la adopera.

Cf. per ques to A. Petr ucci, Scrittura e libro nel/'Italia altomedievale, in Studi
medievali, X (1970) (A Gi useppe Ermini), pp. 157-213; Id., Funzione della scrittura e
terminologia paleografica, in Palaeographica, diplomatica et archivistica. Studi in
onore di Giulio Battelli, R oma 1979, pp. 1-30.

20
II
CRITERI E 1ERMINOLOGIA DELL'ANALISI PALEOGRAFICA

Nello studio dei diversi tipi di scrittura e delle singole testimonianze grafiche
il paleografo adopera detenninati elementi di analisi e una precisa (ma non
ancora del tutto generalizzata) serie di tennini relativi sia alla struttura fisica
dei segni grafici, sia alla individuazione di categorie generali di tipi di scrittura;
tali elementi e tennini, per il loro valore complessivo, servono per l'analisi e la
descrizione di ogni tipo di scrittura, di qualsiasi epoca e natura.

1. Elementi di analisi basati sulla struttura dei segni.

FORMA (o disegno): è l'aspetto figurale delle


singole lettere e dei singoli segni, per cui, per
esempio, la lettera «D» può apparire in più
fonne.

MODULO: è l'indicazione generica delle dimensioni sia rispetto all'altezza


che rispetto alla larghezza delle singole lettere; si distingue un modulo grande
da uno medio e da uno piccolo.

DUCTUS (o andamento): si ha un d. posato quando la scrittura è disegnata,


più che scritta, non ha o ha pochi legamenti, non presenta inclinazione (è cioè
dritta); si ha un d. corsivo quando la scrittura è ricca di legamenti fra le lettere
ed è (non sempre) inclinata a destra. Generalmente la corsività del d. è diretta­
mente proporzionale alla velocità di esecuzione della scrittura; viceversa alla
posatezza corrisponde un'esecuzione meno rapida.

21
ANGOLO DI SCRIITURA: sarebbe, secondo Jean Mallon, la posizione,
assai variabile a seconda delle condizioni materiali nelle quali si svolge l 'azione
dello scrivere, nella quale si viene a trovare lo strumento scrittorio rispetto alla
riga di base della scrittura.

Per una più esatta definizione, cf. G. Cavallo, Ricerche sulla maiuscola biblica, I,
Firenze 1967, p. 4; ma si vedano inoltre le critiche mosse al principio stesso da M.
Palma, Per una verifica del principio dell'angolo di scrittura, in Scrittura e Civiltà, 2
(1978), pp. 263-273.

TRAITEGGIO: esprime il numero, l'ordine


di successione e la direzione nella quale sono
eseguiti i singoli tratti costituenti le lettere.

TRAITEGGIO (o peso): indica la natura spessa o sottile dei tratti che costi­
tuiscono le singole lettere; si distingue cosl un tratteggio pesante, con forti
contrasti fra tratti grossi e tratti sottili, da un tratteggio leggero, privo di netti
contrasti.

LEGATURA (o legamento): è il collegamento spontaneo e naturale che lega


due o più lettere fra loro, mediante il prolungamento più o meno accentuato di
uno o più tratti che le compongono, effettuato senza che lo strumento scrittorio
venga sollevato dalla materia scrittoria.

<f = ae

NESSO: è l'insieme di più lettere che hanno


in comune almeno un tratto; può essere ese­
guito a fini calligrafici e ornamentali.
Kf = NT

2. Definizioni di categorie generali di scritture.

MAIUSCOLA: scrittura il cui alfabeto è compreso in un sistema formato da


due linee parallele (sistema bilineare).

MINUSCOLA: scrittura in cui soltanto il corpo delle lettere è compreso nel


sistema bilineare, mentre le aste ascendenti e quelle discendenti vanno ad oc-

22
cupare lo spazio delimitato da altre due linee parallele situate al disopra ed al
disotto delle prime due (sistema quadrilineare).

NORMALE: secondo Giorgio Cencetti, scrittura che rappresenta il modello


ideale (I' «idea platonica») che di ogni scrittura, in ogni epoca, scriventi e lettori
si fanno sia attraverso l'educazione scolastica, sia condizionati da altre influenze
culturali, estetiche, ecc.

USUALE: scrittura adoperata comWlemente dalla maggior parte degli scri­


venti per i bisogni della vita quotidiana, ed aperta perciò a tutte le influenze
spontaneamente espresse dalle tendenze grafiche, proprie della rapidità dell 'e­
secuzione, della semplificazione dei segni, ecc. Nei periodi di grande diffusione
dell'alfabetismo (impero romano nel II secolo d. C.; Italia dei secoli XIV-XV),
può esercitare una notevole influenza sullo sviluppo generale delle forme gra­
fiche; in altre epoche può essere assente o irrilevante.

ELEMENTARE DI BASE: scrittura che, in ciascuna epoca e in ciascun


ambiente, si insegna ai primi gradini dell'educazione scolastica; è la scrittura
tipica dei semialfabeti; può, o no, corrispondere ad Wla delle scritture in uso nel
campo documentario o librario dell'epoca.

POSATA e CORSIVA: per la definizione di queste due categorie di scrittura


cf. sopra la definizione di DUCTUS.

23
III
LA PRODUZIONE DI TESTIMONIANZE SCRITTE :
MATERIE, STRUMENTI, TECNICHE

La conoscenza delle differenti materie adoperate come supporto della scrit­


tura nelle varie epoche e degli strumenti analogamente adoperati per apporvela
sopra, è fondamentale per il paleografo, in quanto permettendo lo studio delle
tecniche di esecuzione proprie per ogni tipo di scrittura, essa costituisce un
importante elemento critico per la datazione e per la localizzazione delle testi­
monianze grafiche.
Nel mondo antico le materie scrittorie erano molte e varie, e per la maggior
parte dure, tali cioè da permettere l'esecuzione della scrittura quasi soltanto con
incisione, mediante scalpello, o "a sgraffio", mediante una punta metallica.
Si usava infatti scrivere su frammenti di terracotta per annotare conti o altri
appunti di natura privata; chi non ricorda l'uso particolare che dei cocci (gli
ostraca) si faceva ad Atene, per iscrivervi sopra il nome delle persone che si
voleva condannare all 'esilio? Sulla terracotta secca si scriveva di solito a sgraffio
con una punta metallica, ma poteva essere usato anche l'inchiostro; a volte, per
apporvi il nome del fabbricante, si scriveva anche a sgraffio sulla terracotta
fresca, cioè anteriormente alla cottura ed in questo caso il tratto risulta assai più
fondo e grosso che non nel caso, più frequente, della scrittura eseguita dopo
cottura.
Le iscrizioni su pietra o su marmo erano incise dal lapicida con lo scalpello;
molto spesso l'opera di costui era stata preceduta da quella di un vero e proprio
"disegnatore di lettere", l "'ordinator", il quale (secondo un processo illustrato
da Jean Mallon) trascriveva sul marmo o sulla pietra il modello del testo esat­
tamente disegnato ed impaginato, fornendo così una precisa guida all'esecutore
materiale della lapide.
Anche il piombo, preparato in sottili lamine, era una materia ampiamente
adoperata nell 'antichità per scrivere testi di carattere magico, ed in particolare
le famose defixiones, cioè le maledizioni rivolte contro rivali in amore o nel

24
gioco, o altri; scritte a sgraffio sulle lamine di piombo, poi avvolte su se stesse,
esse venivano gettate nelle tombe ed affidate cosl alle anime dei morti, affinché
potessero giungere agli dei degli Inferi, dai quali ci si aspettava la realizzazione
delle richieste formulate; scritte da maghi o maghe, o direttamente dagli inte­
ressati, le tabellae defixionum greche, latine o italiche, che frequentemente si
rinvengono negli scavi, costituiscono, pur risultando di difficile datazione, un

Nel mondo romano, fra il I secolo a. C. ed il III-IV secolo d. C., era assai
utile materiale per studiare le antiche scritture usuali.

sull'intonaco dei muri, sia ali' interno che all'esterno degli edifici; tali iscrizioni
comune l'uso di scrivere nomi, conti, imprecazioni, allusioni scherzose o oscene

venivano tracciate a sgraffio, con strumenti scrittorii metallici, e costituiscono


(soprattutto a Pompei, ove sono conservate in gran numero) un'ampia testimo­
nianza di scritture usuali; "graffiti" come quelli pompeiani sono stati rinvenuti,
sia pure in più scarso numero, ovunque il caso e gli scavi archeologici abbiano
fatto affiorare un muro in condizioni di conservazione sufficientemente buone.
Sull'intonaco venivano tracciati a pennello, da parte di scrivani professionisti,
i cosiddetti "avvisi", in genere di carattere elettorale, di cui Pompei ci ha con­
servato numerosi esemplari.
Una delle materie scrittorie più largamente adoperate nel mondo greco-ro­
mano era costituita da tavolette di legno duro, preparate in modo particolare per
ricevere la scrittura e riunite fra loro in vario modo e numero cosl da formare
piccoli libretti, ora di due (dittici), ora di tre (trittici), ora di più pezzi (polittici).
In taluni casi queste tavolette erano lisciate e a volte anche imbiancate, perché

degli esemplari superstiti è costituita, però, da tavolette la cui parte centrale,


fosse possibile scriverci sopra con il calamo e l'inchiostro; la maggior parte

leggermente incavata, è ricoperta da un sottile strato di gomma lacca fusa


(impropriamente considerata cera fino a qualche tempo fa), su cui era facile
scrivere a sgraffio, e che era ancora più facile togliere e sostituire quando si

fu costituito anche da un impasto di cera e pece che assumeva un colore nerastro;


voleva riutilizzare la tavoletta. Nel medioevo lo strato interno su cui si scriveva

vennero adoperate infine anche tavolette d'avorio (cf. i famosi dittici consolari,
preziosamente scolpiti all'esterno), o di altro materiale.
Le cosiddette tavolette cerate riunite in polittici furono adoperate nel mondo
antico sia per scrivervi appunti scolastici, conti, lettere, sia per conservarvi la
memoria di particolari azioni giuridiche intervenute fra privati, quali vendite,
affitti, prestiti, ecc.; in quest'ultimo caso erano costituite generalmente da un
trittico, di cui le facce esterne della prima e dell'ultima tavoletta restavano prive
di scrittura, mentre il testo integrale del documento era serino nella seconda

25
faccia della prima tavoletta e nella prima faccia della seconda; quest'ultima
nella seconda faccia recava le sottoscrizioni ed i sigilli dei testimoni, sotto i
quali passava una cordicella che legava insieme prima e seconda tavoletta,
rendendo cosi impossibile leggere il testo completo dell'ano senza infrangere
i sigilli; per ovviare a ciò, sulla prima faccia dell 'ultima tavoletta era vergato
un riassunto del documento con i suoi dati essenziali.

I cinque più importanti gruppi di tavolette latine pervenutici sono: le 127 tavolette
pompeiane dell'archivio privato del banchiere Lucio Cecilio Giocondo (aa. 15-62 d.
C.); le circa 200 tavolette ercolanensi, ancora in parte inedite; 25 tavolette daciche
relative all'attività delle miniere di Albumus maior in Transilvania (aa. 131-167 d. C.);
un certo numero di tavolette cerate frammentarie provenienti da località diverse
dell'Egitto (Il-IV d. C.); ed infine 56 tavolette non cerate provenienti dall'Africa
settentrionale (Algeria) e contenenti 34 documenti privati di epoca vandalica (fine del
V secolo d. C.). Un ritrovamento di tavolette lignee romane è stato effettuato nel 1973
nell'Inghilterra settentrionale, a Vindolanda, fondazione romana a sud del Vallo di
Adriano. Si tratta di oltre 200 tavolette di piccolo fonnato e di spessore assai sottile,
attribuibili al periodo 85-105 d. C., scritte a inchiostro da molte mani in capitale corsiva
(alcune in posata), contenenti conti o documenti; alcune sono legate fra loro a soffietto,
mentre soltanto sei sono cerate ed inscritte con lo stilo.
Anche nel medioevo, e soprattutto dal XII secolo in poi, le tavolette cerate furono
adoperate sia in ambiente scolastico, sia per scrivervi conti di privati (in Francia, anche
conti di uffici pubblici); notevole il polittico di sei tavolette contenente i conti di un
mercante fiorentino dei primi decenni del Trecento conservato nell'Archivio di Stato
di Firenze.
Cf. per il ritrovamento di Vindolanda A. K. Bowman J. D. Thomas, Vindolanda:
-

the latin wriling-tablets, London 1983. Per le tavolette cerate medievali, cf. Le tavolette
cerate fiorentine di casa Majorfi, a cura di A. Petrucci, Roma 1965 (con riproduzione
integrale). Un censimento di tavolette cerate medievali è stato fornito da E. Lalou, Les
tablettes de cire médiévales, in Bibliothèque de l'Eco/e des Chartes, 147 (1989), pp.
123-140.

Sia sull 'intonaco, sì.a sulle tavolette, sia sulla terracotta si scriveva con lo
stilo, un'asticciola dì metallo (ferro o bronzo) o dì osso, appuntita da una parte
e schiacciata in forma di spatola dall 'altra, che serviva anche da raschietto per
togliere il rivestimento delle tavolette o per eradere il testo già scritto; gli scavi
archeologici ce ne hanno restituiti molti esemplari, di cui sono ricchi i musei
italiani e stranieri.
Sia nel mondo greco, che in quello romano i libri e ì documenti pubblici e
privati di carattere più importante venivano scritti a inchiostro su papiro, una
materia scrittoria di origine vegetale. Il papiro è un giunco palustre, sottile, alto

26
circa 3-4 metri, coltivato in Egitto lungo il Nilo e, almeno dal VI secolo d. C.,
anche in Sicilia presso Siracusa. Secondo un famoso passo di Plinio il Vecchio
(Naturalis historia, XIII, 1 1, 7 1 -72), la preparazione della carta di papiro avve­
niva dividendo il fusto della pianta in sottili e lunghe strisce (phylirae), che
incollate l'una accanto all'altra venivano a formare una scheda quadrangolare,
cui si sovrapponeva un altro strato di strisce disposto trasversalmente; il foglio cosl
ottenuto (plagula) veniva battuto e seccato al sole; quindi con venti plagulae circa,
incollate l'una all'altra, avendo cura che le fibre di ognuna fossero sempre pa­
rallele a quelle della e delle successive, si formavano i rotoli, che venivano immessi
sul mercato, differenziando nel prezzo e nell'uso i tipi a seconda della qualità.
Dei rotoli (detti volumina), di diversa lunghezza (alcuni anche di parecchi
metri), il recto era costituito dalla parte che presentava le fibre parallele al lato
lungo; l'allineamento della scrittura, disposta su colonne affiancate, le cui righe
contavano 34-38 lettere (lunghezza media dell'esametro), era cosl il medesimo
di quello delle fibre vegetali.
Il rotolo, scritto soltanto sul recto (i rotoli opistografi, cioè scritti anche al
verso, sono rarissimi), era munito all'inizio o alla fine di un bastoncino di avorio
o di legno con attaccata una listerella di pelle recante il titolo del testo in esso
contenuto; i volumina erano conservati avvolti, chiusi in grandi capsae o thecae
cilindriche o poggiati in scaffali aperti. Un'opera come l'Iliade di Omero o
l'Eneide di Virgilio doveva occupare certamente più rotoli; i Moralia in lob di
Gregorio Magno, dapprima trascritti in 35 rotoli di papiro, furono poi ricopiati
in sei codici, il De viris di Cornelio Nepote era diffuso in esemplari costituiti di
tre volumina, secondo una testimonianza del contemporaneo Catullo ( 1 , vv.

5-6): «ausus es unus Italorum I omne aevum tribus explicare chartis» (ove
«charta» sta appunto a significare il rotolo di carta di papiro).
Il papiro fu anche adoperato per produrre libri non già in forma di rotolo, ma
anche, almeno dal II secolo d. C., in forma di codice, cioè di un insieme di
fascicoli di misura più o meno quadrata, cuciti e rilegati insieme: insomma di
aspetto e di struttura corrispondenti a quelle del nostro moderno libro a stampa.
La fortuna di questa nuova forma di libro, assai più maneggevole e pratica, sia
per la lettura, sia anche per la scrittura, fu sempre crescente dal II al IV secolo
d. C.; essa, tuttavia più che al papiro, troppo fragile per resistere a lungo alle
piegature ed alle cuciture, fu legata ad un'altra materia scrittoria, la pergamena.
Su singoli fogli di papiro si scrivevano anche lettere e documenti pubblici e
privati; spesso per questi ultimi si adoperava il verso (vuoto) di rotoli smembrati
già contenenti opere letterarie; tali testimonianze vengono a fornire cosl per
questi ultimi un prezioso termine di datazione ante quem.

27
Per l'origine del libro in forma di codice, cf. Le débuts du codex. Actes de la joum ée
d'é tude organisée à P aris les 3 e t4juille t 1985, a cura d i A. Blanchard, Tumhout 1989.
Per il formato e la strut tura dei più antichi codici fatti di papiro, cf. E. G. T urner, The
Typology of the early Codex, Universi ty . of Pennsylvania 1977.

I papiri greci e latini, letterari e documentari, di epoca classica giunti fino a

quelli greci sui latini è preponderante:


noi sono costituiti da tre gruppi, in ognuno dei quali la prevalenza numerica di

Papiri rinvenuti in diverse località dell'Egitto lungo la valle del Nilo e


soprattutto ad Ossirinco e ad El-Faijum, nel secolo scorso ed in questo

di vari paesi tra cui l'Italia, è ancora in corso.


secolo, la cui ricerca e la cui pubblicazione, a cura di numerose istituzioni

Papiri rinvenuti a Dura-Europos, una fortezza romana sull'Eufrate, e in


diverse località della Palestina negli ultimi cinquanta anni .
Papiri di Ercolano, rinvenuti nel 1752 in una villa della città distrutta dal-
1'eruzione del 79 d. C. Complessivamente 1806, fra greci e latini, attual­
mente conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, che restano,
però, per le pessime condizioni di conservazione, in gran parte non svolti
ed inediti.
I papiri latini medievali costituiscono quattro gruppi:
Codici medievali di papiro; sono soltanto cinque, dei secoli VI e VII, anche
se almeno nel VI secolo e in Italia, l'uso librario del papiro doveva essere
ancora abbastanza diffuso.
Documenti di origine ravennate; si tratta di sessantasette documenti privati
dei secoli V-X, probabilmente tutti provenienti dall'archivio arcivescovile
di Ravenna, anche se oggi dispersi in molte biblioteche ed archivi d'Europa
e d'America.
Diplomi dei re merovingi di Francia; sono tredici, tutti del secolo VII (aa.
625-673) e sono conservati nelle Archives Nationales di Parigi.
Privilegi e lettere di pontefici; sono in tutto venticinque, datati dal 788 al 1051.

Nozioni generali per lo studio di papiri greci e latini di età classic a e sulle principali
raccolte esisten ti in E. G. Tumer, Greek Papyri. An Introduction, Oxford 1968 ( traduz.
italiana a cura di M . Manfredi, Roma 1984), e in O. Montevecchi, La papirologia,
Torino 1973.
Per l'edizione dei papiri documen tari italiani, cf. J. O. Tj lider, Die nichtliterari­
schen lateinischen Papyri ltaliens aus der àit 445- 700, I-II, Lund - Stoc kholm
1954-1982 (Acta lnstituti romani regni Sueciae, series in 4, XIX, 1-3).

28
La materia scrittoria più largamente adoperata nel medioevo, sia nel mondo
occidentale, sia in quello greco-bizantino, fu la pergamena, costituita di pelle
di determinati animali, preparata in modo particolare per ricevere la scrittura.
La leggenda narrata da Plinio il Vecclùo (Naturalis Historia, XIII, 11), secondo
cui la pergamena sarebbe stata inventata a Pergamo (da qui il suo nome) nel II
secolo a. C., per ovviare alla proibizione dell'esportazione del papiro dall'Egitto,

parata o conciata come materia scrittoria è antichissimo e diffusissimo (anche


non ha alcun fondamento. In realtà, l'uso della pelle animale variamente pre­

su pelle pervenutoci è costituito da un rotolo egizio risalente al periodo della


presso le antiche civiltà dell'America centrale); il più antico esempio di scrittura

ventesima dinastia (1195- 1085 a. C.).


La pergamena si distingue dalla comune pelle adoperata come materia scrit­
toria, in quanto preparata secondo un procedimento particolare, inteso a darle
unifonnità di spessore e di colore, bianchezza, levigatezza, consistenza ed al
medesimo tempo flessibilità. La pelle era lasciata macerare tre giorni nella calce;
la si radeva, la si tendeva per farla seccare, quindi la si levigava, ed infine la si
tagliava e rifilava per ridurla alle misure volute; nel mondo bizantino si usava
anche trattarla con bianco d'uovo, per accentuarne la levigatezza.
La pergamena poteva essere sia di pelli di vitello, sia di pelli di capra e di
pecora; era particolannente apprezzata la pergamena, chiara e sottile, ottenuta

antica pergamena pervenutaci è un documento greco proveniente da Dura Eu­


dalla pelle di vitellini non nati, definita "virginea" o "carta non nata". La più

ropos e risalente all'inizio del II secolo a. C.; risalgono al II e III secolo fram­
menti di opere letterarie sia greche, che latine. Si hanno tuttavia, testimonianze
precise, anche se indirette, sull'uso della pergamena, a Roma, in campo librario,
già da Cicerone e da Orazio e quindi da Marziale. Per libri di particolare lusso
era già noto nel medesimo periodo l'uso di colorare di porpora la pergamena,
che nella tarda antichità (secc. IV-VI d. C.) si diffuse, sia pure con tecniche
diverse, nei territori di lingua greca ed in quelli di lingua latina dell'Impero. Ai
secoli V e VI appartengono i più antichi e noti esempi conservati di codici

siro-antiochena; quelli latini tutti di origine italiana; fra questi ultimi è partico­
purpurei greci e latini; di essi quelli greci sembrano essere tutti di origine

larmente famoso il cosiddetto Codex Argenteus, conservato ad Uppsala, che


contiene il testo biblico nella versione in lingua gotica di Ulfila, scritto in alfabeto
goto. L'uso della pergamena colorata di porpora fu ripreso, per imitazione di
modelli tardo-antichi, in epoca carolingia (IX-X sec.) ed eccezionalmente anche
in epoca umanistica; la colorazione rossa della pergamena fu in uso a Bisanzio
nella cancelleria imperiale per i diplomi degli imperatori ..

29
La pergamena dei centri scrinorii tardo-antichi è di solito di ottima prepara­
zione, sonilissima e bianca; peggiora con il secolo VI. Nell 'alto medioevo è
assai caratteristica la pergamena dei centri scrinorii insulari (Irlanda e Gran
Bretagna e centri di origine insulare del Continente), spessa e rigida come
consistenza, grigiastra di colore, pelosa al tano. Nel medesimo periodo la per­
gamena in uso in Europa meridionale presenta una coloritura nettamente diffe­
renziata fra recto e verso. Per l'Xl-XII secolo si può distinguere una pergamena
italiana, con la parte del pelo grigiastra, da quella adoperata in altre regioni
d 'Europa, con la parte del pelo giallastra. Sottile e molto ben preparata appare
la pergamena di alcuni grandi centri scrittorii del XIII secolo (per esempio,
Parigi) e di quelli wnanistici italiani del XV secolo.

Cf. anche A. Di Majo - C. Federici - M. Palma, La pergamena dei codici alto-me­


dievali italiani. Indagine sulle specie animali utilizzate, in Scriptorium, XXXIX (1985),
pp. 3-12: Iidem, Indagine sulla pergamena insulare (secoli VII-XVI), ibid., XLII
(1988), pp. 1 3 1 - 139.

Ali 'inizio, per uso librario, si usarono rotoli di pergamena ad imitazione di


quelli di papiro; ma ben presto si cominciarono ad usare, ad imitazione delle
tavolette cerate e di libretti di appunti e di conti papiracei, che dovevano essere
di uso comune, dei codices, costituiti, come si è già visto a proposito proprio
del papiro, di insiemi di fogli, riuniti in fascicoli, cuciti tra loro e protetti da una
legatura in genere di assi di legno ricoperte o no di pelle. Di questa nuova forma
di libro parla già S. Paolo (Ad nm., Il, 4, 130) e soprattutto Marziale; tuttavia
la sua fortuna, legata prevalentemente alla diffusione della letteratura cristiana
primitiva, comincia in realtà con il III-IV secolo d. C.

II sec. d. C. 465 rotoli 1 1 codici (2, 3 1 %)


II-III sec. d. C. 208 rotoli 6 codici (2,9 %)
III sec. d. C. 297 rotoli 60 codici ( 1 6,8 %)
III-IV sec. d. C. 28 rotoli 2 6 codici (48 %)
IV sec. d. C. 25 rotoli 7 1 codici (73,95 %)

Tabella elaborata da Roberts (C. H. Roberts, The codex, in Proceedings of the British
Academy, 40 [1954), p. 1 69-204) sulla base degli esempi conservati (naturalmente
greci e latini ).

30
Fra il IV ed il V secolo si svolse quel processo che si usa chiamare "codicizzazione",
e che fu costituito dal trasferimento dei testi della cultura classica greca e latina dai
volumina di papiro al codice membranaceo, al libro, cioè, di nuova forma; in questa
grande opera di trascrizione, alcune opere, non ritenute più interessanti, furono escluse
o subirono manipolazioni e guasti, di cui la tradizione mostra ancora le tracce.
Nella tarda antichità e nel medioevo furono elaborate precise regole per la fattura
dei codici: essi erano costituiti da fascicoli di due, tre, quattro, cinque o al massimo sei
fogli, disposti in modo da presentare affrontate pagina chiara (dalla parte della carne)
con pagina chiara, e pagina scura (dalla parte del pelo, che ne conservava ancora visibili
le tracce nell'aspetto di puntini) con pagina scura. I fogli, con diversi sistemi, erano
squadrati e rigati con punte metalliche a secco; dall'XI-XII secolo si cominciò anche
ad adoperare la rigatura a punta di piombo, che appare azzurrastra sul foglio; dal XII
secolo quella ad inchiostro; la rigatura a secco, che costituisce un utile elemento di
localizzazione e di datazione, veniva eseguita ora foglio per foglio (tenendo il foglio
aperto o chiuso), ora riunendo più fogli per volta, ora per l'intero fascicolo in una sola
volta. Elemento ausiliario della rigatura era la foratura di guida eseguita nei margini
dei singoli fogli o dell' intero fascicolo; in epoca tardo-antica la foratura era disposta al
centro della carta.
In epoca tardo-antica non si usava numerare le pagine, né le carte, bensì i soli
fascicoli; dall'XI secolo (ma i centri spagnoli già dal X) invalse l'uso di apporre al
termine di ogni fascicolo il cosiddetto "richiamo", cioè l'indicazione della prima o delle
prime parole della prima carta del fascicolo seguente, e ciò affinché il legatore non
commettesse errori nel rilegare il manoscritto; la numerazione delle carte, eseguita
prima con cifre romane, poi, nella stragrande maggioranza dei casi, con cifre arabiche,
entrò nell'uso . solo col XIII secolo. Tardo medievale è anche la numerazione dei
fascicoli eseguita con il sistema detto del "registro", cioè con una serie di lettere
indicanti i singoli fascicoli, accompagnate dal numero d'ordine dei fogli nel fascicolo
(al , a2, a3, a4, ecc.; b l , b2, b3, b4, ecc . ).
Antichissimo era l'uso di eradere, mediante una raschiatura effettuata con pomice,
la scrittura vergata su un libro per riutilizzarne la materia scrittoria; ce ne forniscono
precisa testimonianza Catullo e Cicerone, che naturalmente si riferiscono al papiro;
l'uso si diffuse soprattutto nel medioevo con la pergamena, dettato da ragioni preva­
lentemente economiche (l'alto costo della materia scrittoria). Venivano erasi testi
considerati inutili perché superati (vecchie versioni di testi sacri o legislativi, autori
profani della letteratura greca o latina non più adoperati nella scuola, autori ed opere
ritenuti eterodossi, come quelli ariani, ecc.).
Si immergevano per una notte nel latte i fogli che si volevano riutilizzare, strofinan­
doli con una spugna, per toglierne via l'inchiostro; quindi li si ricopriva di farina, per
non farli seccare, e li si spianava sotto un peso; infine li si raschiava e li si lisciava con
pietra pomice, e li si riduceva, tagliandoli, al nuovo formato (naturalmente più piccolo)
che si voleva realizzare.
Il maggior numero di palinsesti latini superstiti è dei secoli VIII-IX; essi sono

31
ricava ti per la maggior parte dei casi da codici tardo-an tichi; il loro massimo cen tro di
produzione in Italia fu il monas tero di Bobbio (prov. di Piacenza), cui se ne possono
assegn are 29, su una cifra complessiva di 56 originari dell'Italia.

Per i palinses ti altomedievali, cf. E. A. Lowe, Codices rescripti: a list o/oldest latin
palimpsest with stray observations on their origin, in Mélanges Eugène Tisserant, V,
Città del Vaticano 1964, pp. 67- 1 12 (rist in Lowe, Palaeographical Papers, ci t., II,
pp. 408-5 19) . Per documenti palinsesti, cf. A. P ratesi, «Chartae rescriptae» del secolo
XI provenienti da Ariano Irpino, in Bullettino del/'Istituto storico italiano per il
Medioevo, 68 (1955), pp. 1-38; per il caso di riutilizzo di documenti erasi in codici, cf.
P. Supino Martini, «Manuum mearum /abores». Nota sulle «chartae rescriptae»
farfensi, in Scrittura e civiltà, 8 (1984), pp. 83- 103. Si no ti che nel tardo medioevo,
sopra ttu tto nel Trecento e nel Qua ttrocento, vennero prodo tti mol ti palinsesti, la cui
scriptio inferior è costiblita da ma teriale documentario di poco an teriore e sopra ttutto
da registri amministra tivi e giudiziari, riu tilizza ti per scrivervi tes ti volgari, o tes ti la tini
di au tori scolas tici e classici.

L'interpretazione della scrittura dei testi erasi, di solito ridotta a poche e

da quella sovrapposta (scriptio superior), risulta difficile, ma è estremamente


deboli tracce, scarsamente visibili ad occhio nudo, e almeno in parte ricoperta

importante, specie se il testo tramandato è raro o addirittura unico (si pensi al


De republica di Cicerone, scoperto e letto nell'Ottocento dal card. Angelo Mai).
Nel secolo XIX furono adoperati dal Mai e da altri studiosi differenti sistemi
chimici per far riaffiorare le scritture erase; oggi tali sistemi, dannosi alla con­
seivazione dei manoscritti, sono caduti in disuso, ma sono utili lampade a raggi
ultravioletti o fotografie con fluorescenza.
Su papiro o pergamena si scriveva con il calamo, costituito da una cannuccia
vegetale tagliata in punta, più o meno aguzza, e con la penna di volatile, ado­
perata dal IV secolo d. C. in poi e adottata universalmente dal secolo XI in
avanti; poteva essere tagliata soltanto al centro, ovvero, con diverso effetto sulla
scrittura, con il taglio spostato a sinistra o a destra. Per Isidoro di Siviglia
(Etymologiarum .. .libri, VI, 14) «instrumenta scribae calamus et piuma». Nel
mondo antico, tuttavia furono adoperate anche penne interamente metalliche.
La materia scrittoria che contribui fortemente alla diffusione dell'alfabetismo
nel basso medioevo e nella prima età moderna in Europa fu la carta.
La fabbricazione della carta fu per la prima volta introdotta nell'Impero

nuco Ts' ai Lun, dignitario di corte); i primi documenti scritti su carta pervenutici
cinese all'inizio del II secolo d. C. (secondo la tradizione, nel 105 d. C. dall'eu­

sono costituiti da lettere del 137 d. C. In Cina la carta, fabbricata, all 'inizio, con
vegetali e stracci, sostituì le precedenti materie scrittorie (legno, bambù, seta);

32
in seguito, nelle varie regioni dell'Impero, fu fabbricata carta con diversi metodi
e diverse materie prime, che presentava aspetti e colori differenti. Fuori della
Cina la carta fu conosciuta soltanto nel 75 1, quando gli Arabi, catturati due
fabbricanti di carta cinesi, impiantarono in Samarcanda la loro prima fabbrica.
Di là la conoscenza e quindi la produzione della carta si diffusero a Bagdad, a
Damasco, in Armenia, in Persia e in Egitto. La carta araba, assai perfezionata
tecnicamente e fatta di soli stracci con collante d 'amido, giunse attraverso il
Marocco in Ispagna nel X secolo. La prima cartiera fu impiantata su suolo
spagnolo dagli Arabi nel 1 15 1 a Xativa. Carta araba fu adoperata a Bisanzio fra
X e XI secolo e in Italia dal XII, prima in Sicilia (il cui più antico documento
cartaceo pervenutoci è una lettera della contessa Adelaide del 1 109), poi a
Genova, a Venezia e altrove.

Le prime cartiere italiane di cui si abbia notizia sono, dal 1 2 7 6, quelle di


Fabriano, che nel 1320 contava ben ventidue fabbriche di carta; durante il XIII
secolo altre ne entrarono in funzione nel Friuli, a Bologna e ad Amalfi; nel corso
del secolo successivo la carta italiana conquistò il mercato italiano e quelli
nordici.

Tipica nella carta di fabbricazione italiana fu fm dall ' inizio la presenza della
filigrana, visibile in trasparenza, la cui particolarità (balestra, forbici, scala,
ecc.) permetteva di distinguere da quale cartiera la carta stessa provenisse. In
Francia la fabbricazione della carta fu introdotta nella prima metà del XIV secolo
e si diffuse rapidamente dalla Linguadoca al contado d'Avignone, alla Cham­
pagne, a Parigi. In Germania soltanto verso la fine del XIV secolo, a Norimberga
(nel 1390) ed a Ravensburg, con la presenza di operai italiani. In questo periodo
spesso l'installazione ed il funzionamento delle cartiere furono determinati,
oltre che dalla presenza di corsi d' acqua nella zona, dall'esistenza di grandi
centri universitari, che a volte, come a Parigi, esercitarono un controllo diretto
sulle fabbriche. Con il XV secolo il fabbisogno di carta aumentò ancora in tutta
Europa e cartiere sorsero in Svizzera, soprattutto a Basilea, in Belgio, in Polonia
e in Inghilterra, ove peraltro la prima cartiera impiantata nel 1495 falli ben presto
e non fu seguita da altri tentativi se non dopo un secolo. Con la seconda metà
del Quattrocento lo sviluppo della stampa prima in Germania, poi in Italia e
negli altri paesi d'Europa diede un decisivo impulso allo sviluppo tecnico e
all 'espansione geografica dell'industria cartaria che da allora in avanti sarebbe
stata sempre più legata a quella tipografica.

33
Foglio intero in folio in 4• in g•

Piegatura e formato dei fogli nei libri cartacei.

La tecnica della fabbricazione della carta europea medievale, che rimase


sostanzialmente immutata sino al secolo XVIII, consisteva nella preventiva
macerazione degli stracci, selezionati, lavati e sfilacciati, che, ridotti in pasta,
erano posti in tini; in essi venivano poi immerse e quindi estratte le forme, cioè
telai rettangolari di legno, che serravano una rete di fili metallici disposti in
senso orizzontale (vergelle) e venicale (filoni), nonché la filigrana; le forme,
nelle quali era rimasto un uniforme strato di pasta, venivano quindi svuotate e
gli strati di pasta disposti ad asciugare; infine i fogli, che risultavano il prodotto
di questo processo, erano sottoposti alla collatura, cioè all'immersione in colla
animale, compressi, asciugati ed impaccati. I formati correnti della carta italiana
nel secolo XV, indicati in una lapide ora conservata nel Museo civico di Bologna,
sono: imperiale, di cm. 74 x 50; reale, di cm. 6 1 ,5 x 45,5; mezzano, di cm.5 1 ,5
x 34,5, e infine "rezuto", di cm. 45 x 3 1 ,5 .

Utili elementi sulla storia delle tecniche d i produzione del libro e delle scritture nel
medioevo in Vocabulaire du livre et de l' écriture au Moyen Age. Actes de la table
ronde. Paris, 24-26 septembre 1987, a cura di O. Weijers, Turnhout 1989.

34
IV
ORIGINI E PRIMI SVILUPPI DELLA SCRIITURA LATINA
IN ETÀ ARCAICA (VII-IV sec. a. C.)

Il problema delle origini dell'alfabeto e della scrittura latini, come quello


delle origini di qualsiasi alfabeto e di qualsiasi scrittura, si può affrontare da
almeno tre differenti punti di vista;

trasfonnazione è di individuazione i nuovi segni alfabetici ed il nuovo sistema


genetico, studiando cioè da quale modello e attraverso quale processo di

grafico preso in esame siano venuti fonnandosi;


funzionale, accertando cioè éome e perché in una detenninata società sia nato
in un detenninato momento il bisogno di usufruire di un mezzo quale la scrittura
e a quale fine essa sia stata poi effettivamente adoperata;
di uso, esaminando cioè in quale ambito sociale, sotto un profilo sia numerico
che qualitativo, la scrittura fu, nel suo primo periodo di adozione e di sviluppo,
effettivamente adoperata.
All'origine dell'invenzione o dell'adozione di un qualsiasi sistema di scrit­
tura sono individuabili due motivazioni tra loro diverse, ma non prive di reci­
proci collegamenti ed influenze : quella amministrativa e quella sacrale-liturgi­
ca. A volte, infatti, si osserva il caso di scritture nate principalmente per ovviare
alla necessità di organizzare l'amministrazione di beni immobili (palazzi del­
l'autorità civile, ecc.) o mobili (allevamenti di bestiame, ecc.) o di enti dello

tecniche utili a tali fini (matematica, geometria, astronomia, ecc.): si vedano,


stato (i corpi annati, ecc.), e subordinatamente per tramandare le cognizioni

per esempio, la scrittura cuneifonne o la cosiddetta "scrittura lineare B" di età


micenea. In altri casi si hanno invece scritture nate principalmente al fine di
fissare testi di carattere sacrale o liturgico (così l'alfabeto e la scrittura gota
derivati dal greco ad opera del vescovo Ulfila nel IV secolo d. C.), di sussidio
diretto o indiretto alle pratiche di culto e alla cultura strettamente religiosa sorta
intorno ad esse.
Nell'uno e nell'altro caso si tratta naturalmente di scritture create ed adope-

35
rate all' interno di detenninate categorie professionali o, come nel caso di caste
sacerdotali , di élites rigidamente chiuse. A questo proposito Gordon V. Childe
(L' uomo crea se stesso, Torino 1952), dopo aver accennato alla rudimentalità
e nello stesso tempo alla complessità ed alla difficoltà di apprendimento delle
più antiche scritture sumere ed egiziane, afferma: «In queste condizioni la
scrittura costituiva davvero un'arte difficile e specializzata, che si imparava
dopo un lungo tirocinio. La capacità di lettura rimase una misteriosa iniziazione,
alla quale si poteva giungere soltanto dopo aver lungamente studiato. Pochi
possedevano i mezzi e il talento necessari per penetrare nei segreti della lette-­
ratura. Gli scrivani erano una classe relativamente ristretta nell'antico Oriente,
come i chierici nel medioevo .. Le persone in grado di leggere devono essere
state sempre una piccola minoranza in una vasta popolazione di illetterati»
.

(p. 309).

Sul rapporto fra nascita delle città e creazione dei più antichi sistemi di scrittura, cf.
M. Liverani, L' origine delle città. Le prime comunità urbane del Vicino Oriente, Roma
1986, soprattutto le pp. 127-14 1 . Più in generale, cf. J. Goody, La logica della scrittura
e l' organizzazione della società, Torino 1988.

Nel mondo romano dei secoli VII-VI a. C. (epoca delle più antiche testimo­
nianze pervenuteci in scrittura latina) quali erano le categorie sociali che neces­
sitavano della scrittura per i loro compiti amministrativi, di liturgia religiosa,
per la fissazione per iscritto di un detenninato patrimonio tecnico-culturale? E
a quali motivazioni rispose la creazione in Roma di un sistema grafico nuovo,
se pur originato da altri e vicini modelli, quale quello rappresentato dall'alfabeto
e dalla scrittura latini?
Per rispondere esattamente a tali domande preliminari ci possono soccorrere
le testimonianze (indirette) di fonti letterarie o storiche relative all 'uso della
scrittura nella Roma arcaica. Da esse risulta che nella Roma dei secoli VII-IV
a. C. erano abitualmente scritti, su materie e con tecniche diverse, sia testi di
carattere pubblico, quali leggi, liste di magistrati, atti di corporazioni sacerdotali,
sia testi di carattere privato, quali, in ambito gentilizio, le liste genealogiche
delle gentes, le orazioni funebri dei patrizi , le iscrizioni celebrative degli antenati
e infine, ad un livello più basso, le iscrizioni personali di possesso o di dedica
su oggetti di uso comune (fibbie, ciste metalliche, tavolette devozionali, ecc.).
D'altra parte risulta conevidenza che la Roma fra la monarchia e la repubblica
(fine del VI secolo a. C.) costituiva un ambiente culturale vivace e produttivo,
aperto al contatto con due grandi civiltà, quella etrusca e quella greca della
Magna Grecia, ambedue in possesso di progredite scritture alfabetiche. In par-

36
ticolare, la scoperta di due iscrizioni etrusche del VII secolo a. C. nel più antico
nucleo abitato di Roma (sul Campidoglio e nell'area di S. Omobono) dimostra
la conoscenza e la familiarità con la scrittura etrusca nella Roma arcaica. Inoltre

testimoniata (almeno dal 496 a. C.) e dalla presenza di libri sibillini in lingua
l'esistenza parallela nell'area laziale e romana di una precisa influenza greca è

greca e dall'influenza dei modelli greci sul più antico verso romano, il saturnio
(secondo un'ipotesi di Giorgio Pasquali).

potenziali, della scrittura: la classe gentilizia, innanzitutto, che se ne serviva per


A Roma, dunque, si erano costituite due categorie sociali di utenti, diretti o

fissare testi di carattere annalistico, oratorio, epigrafico (genealogie, orazioni


funebri, iscrizioni) a fini autocelebrativi; e la categoria sacerdotale, complessa­
mente organizzata, che se ne serviva per assolvere a precise funzioni pubbliche
(fissazione di liste di magistrati, compilazione e conservazione di documenti
interessanti l ' intera comunità) e religiose. Si trattava, insomma, di un uso della
serittura con produzione varia e ricca, con manifestazioni ed adattamenti diversi,
ma con una diffusione sociale estremamente limitata sul piano numerico e con
una finalizzazione a scopi prevalentemente celebrativi, ufficiali e sacrali.
Una tale finalizzazione della scrittura non poteva che fissarne le forme gra­
fiche con caratteristiche monumentali, con un andamento posato, lettere staccate
le une dalle altre, aspetto spiccatamente epigrafico. D'altra parte l'uso privato
� ella scrittura, che avrebbe forse potuto sviluppare tendenze crea�ve ed inno­
vative, non aveva alcuna consistente diffusione, era occasionale e strettamente
dipendente dai modelli grafici di tipo monumentale esistenti.
La maggior parte dei testi scritti nella Roma arcaica era vergata su materie
dure (pietra, metallo, avorio, coccio) ed assumeva perciò un andamento rigido
e posato ed un aspetto epigrafico. Esisteva però anche una produzione diversa
(che si potrebbe definire di tipo librario), eseguita su materie non dure, pro­
babilmente a pennello o forse con calamo: si tratta dei cosiddetti "libri lintei"
(cioè rotoli di tessuto di lino, adoperati come materia scrittoria, secondo un uso
etrusco), contenenti atti di corporazioni sacerdotali; delle «tabulae dealbatae»
contenenti liste di magistrati e conservate dal pontefice massimo; di documenti

Una testimonianza di Livio (I, 24, 6-7), infine, fa supporre l'uso di tavolette
pubblici, alcuni dei quali, secondo un antico uso greco, erano scritti su pelli.

cerate da parte di collegi sacerdotali romani.

Sulle testimonianze indirette relative ai sistemi di scrittura nella Roma arcaica, cf.
E. Peruzzi, Romolo e le lettere greche, in La parola del passato, XXIV (1969), pp.
161 - 1 89 (ora anche in Id., Le origini di Roma, Il, Le lettere, Firenze s. d. ), ma le
conclusioni a cui giunge l'autore non sembrano del tutto condivisibili.

37
Da quanto finora detto si può arguire che anche i testi tracciati a pennello o
a calamo, essendo destinati all'esposizione ed avendo solenne carattere di uf­
ficialità, fossero in caratteri monumentali ed in tipi di scrittura modellati su
quello epigrafico; è probabile in sostanza che la scrittura, usata nella Roma
arcaica a fini sacrali e celebrativi in ambienti assai ristretti, abbia acquisito sin
dall ' inizio un aspetto posato e rigidamente epigrafico in ogni sua manifestazio­

Né può
ne, e che tali caratteristiche si siano poi fissate in una tradizione sulla quale le
tendenze corsive dell 'usuaie non ebbero alcuna rilevanza per secoli.
trascurarsi a questo proposito l 'influenza che la scrittura etrusca, limitata nella
diffusione, legata ad un uso essenzialmente religioso e fissata fin dall ' inizio in
fonne rigidamente epigrafiche, può aver esercitato sulla nascente scrittura

al centro
latina.
Quest'ultima argomentazione ci riporta ad un problema da tempo
di vivaci dibattiti fra storici, paleografi, archeologi : quello cioè delle origini
genetiche dell 'alfabeto latino e della sua .derivazione da un modello greco (Cu­

sembrava prevalere, oggi è largamente accettata quella di una derivazione diretta


ma?) o da quello etrusco. Se un tempo la tesi di una derivazione diretta dal greco

dall 'etrusco.

Secondo Raymond Bloch, etruscologo, archeologo, studioso delle origini italiche e


di Roma, «il problema dell'origine dell'alfabeto latino, a lungo oggetto di accanite
discussioni, è ora risolto. Esso non fu preso, come era stato spesso suggerito, dai Greci
di Cuma, ma dai vicini settentrionali dei Latini, gli Etruschi. Lo prova a sufficienza
l'ordine della C e della G nell'alfabeto latino, ordine diverso da quello dell'alfabeto
greco e dovuto all'assenza di occlusive sonore nella lingua etrusca, che quindi,
nell'adottare l'alfabeto greco, interpretò la gamma come una gutturale sorda. I Latini
diedero alla terza lettera dell'alfabeto etrusco entrambi i valori e per ovviare ad ogni
ambiguità, introdussero (ma soltanto nel III secolo a. C.) nel loro alfabeto una nuova
lettera, la G, che ereditò i compiti della gamma greca. L'alfabeto di acquisto è ben
lontano dall'essere un fenomeno peculiarmente latino. A parte il messapico, tutti gli
idiomi indo-europei dell'Italia, il falisco, il veneto, l'osco, l'umbro e il leponzio,
usarono alfabeti derivati da quello etrusco. Naturalmente, in nessun caso l'alfabeto
derivato fu una copia pura e semplice dell'etrusco; ciascuno fu un adattamento
originale, e tutti nacquero in epoche diverse .... l'alfabeto latino fu preso a prestito dagli
Etruschi e adattato alle esigenze del latino nel corso del VII secolo : . » (da R. Bloch,
.

le origini di Roma, Milano 1 963, pp. 120- 1 21).

La datazione che il Bloch propone per la nascita dell'alfabeto latino, e cioè


il VII secolo, anzi, più precisamente, la prima metà del sec. VII a. C., poggia

38
su due elementi fondamentali : il fatto che la stessa civiltà etrusca non sembra
si sia sufficientemente sviluppata prima del 700 a. C.; e che il più antico esempio
di scrittura latina è attribuibile al 670-650 a. C. circa.
Gli esempi più antichi di scrittura latina giunti sino a noi sono, in ordine
cronologico:

1 . La sottoscrizione dell'artigiano «Manius» e il nome del committente della


«fibula prenestina» databile appunto intorno al 670-650 a. C., la cui scrittura è
disposta da destra verso sinistra (come nella scrittura etrusca) e cioè in senso
sinistrorso, al contrano di quello che avverrà successivamente.

Della genuinità di questo oggetto dubita Margherita Guarducci (La cosiddetta


Fibula Prenestina, Antiquari, eruditi e falsari nella Roma del/' Ottocento, in Memorie
dell'Accademia Naz. dei Lincei, cl. se. m., s. 8a , XXIV, fase. 4 [1980], pp. 413-573;
Ead., La cosiddetta Fibula Prenestina. Elementi nuovi, ibid., s. 8, XXVIII, fase. 2
[1984], pp. 127-177 ), che la giudica un falso fabbricato alla fine dell'Ottocento da
Wolfgang Helbig.

2. Il notissimo cippo del Foro romano, scoperto da Giacomo Boni nel 1 899 ,
recante il testo mutilo di una legge sepolcrale in cui si ricorda un «rex», iden­
tificato come re-monarca di Roma, con conseguente collocazione dell'epigrafe
in età regia, o come re-sacerdote, con altrettanto conseguente collocazione di
essa in epoca repubblicana. La data oscilla comunque intorno alla fine del VI
sec. a. C. e cioè intorno all' anno 500 circa; l'orientamento della scrittura è
bustrofedico (dal percorso che compie il bue arando), cambia, cioè, direzione
ad ogni riga, andando da sinistra a destra e nella riga successiva da destra a
sinistra e così via.

3. La lamina bronzea di Lavinio, coeva del cippo del Foro, scoperta recen­
temente e recante una dedica a Castore e Polluce; la scrittura vi è disposta da
destra a sinistra.

Si legga : Castorei Podlouqueique qurois

39
4. Il cosiddetto vasetto di Duenos, della metà circa del V sec. a. C.

Per l'analisi grafica di tali testimonianze e di altre coeve si vedano R. Bloch,


Etrusques et Romains. Problèmes et histoire de I' écriture, in L' écriture et la psycho­
logie des peuples, Paris 1963, pp. 1 83- 198, e soprattutto G. Cencetti, Ricerche sulla
scrittura latina del/' età arcaica. I. Il filone corsivo, in Bullettino del/' «Archivio
Paleografico Italiano», n. s., II-III (1956-1957), parte I, pp. 175-205, con ampia
bibliografia.

L'alfabeto latino arcaico, cosi come appare in queste più antiche testirno­
rùanze, era il seguente:

A F G D f � B � � r' � O P Q P S Y+
Particolarmente caratteristiche vi appaiono:

A con traversa obliqua.

E ed F, le cui aste minori formano un angolo


acuto nell'intersezione con quelle maggiori;
nella E l'asta verticale è prolungata.

B H chiusa in basso.

K con le aste minori congiunte ad angolo acuto


I< e staccate da quella verticale.

L con l'asta minore che forma un angolo acuto


ali'intersezione con quella verticale.

M ed N con i tratti successivi al primo di di­


mensioni minori; rispettivamente in cinque e
in tre tratti .

40
P aperta.
r
Q con asta verticale.
o

p R nella fonna di ro greco.

> S in tre tratti, in fonna angolare.

+ X in fonna di croce.

y V in fonna di Y.

Le maggiori modificazioni nel tempo di questo alfabeto furono dovute al-


1 'introduzione della G (III sec. a. C.) e quindi, alla fine della Repubblica, della
Y e della Z per influenza greca.

Sui problemi più generali della formazione dei diversi alfabeti e della "funzione"
della scrittura nell'Italia arcaica, cf. M. Cristofani, Rapporto sulla diffusione della
scrittura nel/'Italia antica, in Scrittura e Civiltà, II ( 1978), pp. 5-33 (con ampia bibl.);
A. Morandi, Epigrafia italica, Roma 1982.

41
V
LA CAPITALE EPIGRAFICA LATINA

Nell'uso epigrafico (I 'unico che sia documentato con sufficiente continuità


per l'età più antica) la capitale latina mantenne un aspetto arcaico, con allinea­
mento incerto e disarmonie dì modulo e dì disegno, sino alla prima metà del III
secolo a. C.
Con la metà dì tale secolo, sotto l 'ìnfluenza diretta della scrittura epigrafica
greca, la scrittura epigrafica latina entra in un vero e proprio "processo dì
normalizzazione grafica'', che perverrà a regolarità dì allineamento e dì "impa­
ginazione"; uniformità di modulo e di disegno; geometrizzazione delle forme,
tendenti sempre più decisamente verso la realizzazione dell'angolo retto e della
sezione dì cerchio; abolizione di eventuali elementi corsivi.
In questo medesimo periodo l'espansione imperiale dì Roma, la sempre più
complessa struttura della sua amministrazione pubblica, il formarsi e l'esten­
dersi di una nuova classe di commercianti e di imprenditori, le sempre maggiori
necessità di comunicazione fra i vari centri politici e militari dello stato deter­
minarono una sempre maggiore diffusione della scrittura a livello privato, pro­
vocando per naturale contrasto una rapida canonizzazione della scrittura epi­
grafica ufficiale secondo precise regole modellate sugli esempi greci.
I primi esempi di una capitale romana epigrafica in via di normalizzazione
grafica sono le epigrafi funerarie degli Scipioni («Elogi degli Scipioni» ), rin­
venute alla fine del secolo XVIII nel sepolcro sito fuori porta Capena a Roma
ed ora nel Museo Vaticano. Già perfettamente "normalizzata", e cioè caratte­
rizzata da una spiccata geometrizzazione ed "ellenizzazione" del disegno e delle
forme, appare la capitale dell 'epigrafe commemorativa della battaglia di Pidna
(22 giugno 1 68 a. C.) collocata dal vincitore, L. Emilio Paolo, davanti al tempio
di Apollo in Delfi.
Fra II e I secolo a. C. il processo di normalizzazione della capitale epigrafica
romana si compie definitivamente e nel I secolo a. C. si fissa nella realizzazione
di prodotti scritti in capitale epigrafica un preciso "canone" grafico, che fornirà

42
i suoi migliori esempi nell'epoca augustea e comunque nel primo periodo im­
periale, le cui caratteristiche principali sono:

la geometrizzazione delle fonne, nella quale gli angoli sono retti e gli archi
vicinissimi a sezioni di cerchio;

l 'unifonnità del modulo e del disegno dei singoli elementi grafici con un
perfetto inserimento nel sistema bilineare;

il chiaroscuro dei singoli tratti, ottenuto mediante l'esecuzione dell'incisione


con solchi a sezione triangolare;

il leggero allargamento a spatola al tennine delle aste verticali, come di quelle


oblique ed orizzontali .
Complessivamente i prodotti in capitale epigrafica risultavano contraddistin­
ti da una immediata leggibilità e, sul piano estetico, da grande armonia ed
eleganza.
Si noti inoltre che nei testi epigrafici meno solenni e in quelli di carattere
privato veniva adoperata anche - dalla fine del I secolo a. C. in poi - un altro
tipo di capitale costituita da un trasferimento diretto su materia dura della ca­
pitale libraria o "rustica", di cui si parlerà appresso.

Frammento di epigrafe di Lucio Cesare, nipote di Augusto, del I sec. a. C. (Roma,


Foro Romano).
43
Per la capitale epigrafica e la documentazione fotografica relativa alle epigrafi di
età romana, si rimanda qui soltanto alle opere ed alle raccolte di facsimili più recenti:
A. Degrassi, lnscriptiones /atinae /iberae rei publicae. lmagines, Berolini 1965 (rac­
colta edita sotto gli auspici del C. I. L.); J. and A. Gordon, Album of dated /atin
Inscriptions, I-IV, Berkeley and Los Angeles 1958- 1965; !idem, Contributions to the
Pa/aeography of latin Inscriptions, ibid. 1957 (University of California Publications
in classica/ archaeology, 3,3); G. Susini, Il lapicida romano, Bologna 1966; Id.,
Epigrafia romana, Roma 1982; Id., Le scritture esposte, in Lo spazio letterario di
Roma antica, II. La circolazione del testo, Roma 1989, pp. 27 1 -305.

44
VI
LA CAPITALE CORSIVA

Si è già accennato che, nel periodo arcaico o comunque più antico della storia
di Roma, la capitale eseguita con la tecnica a sgraffio su materie dure era usata
a livello privato; tale uso era occasionale ed avveniva in stretta dipendenza dai
modelli epigrafici. Sembra ad ogni modo che si debba ammettere un vero e
proprio uso comune e diffuso della scrittura per il periodo che va dal V al III
secolo a. C. «Non staremo a ripetere, scrive il Cencetti, le prove sulla diffusione
dell'uso della scrittura a Roma nel V e nel I V secolo a. C. raccolte dal Mommsen
e riferite dal Lenormant, o quelle facilmente deswnibili dalla procedura per
l'approvazione delle leggi in età repubblicana... o dalla notizia dell 'esistenza di
un archivio degli edili della plebe: sottolineeremo invece il salace scherzo plau­
tino sulle "zampe di gallina" contenute nel biglietto inviato dalla bella Phoeni­
cium al suo spasimante ( «An, opsecro, hercle habent gallinae manus? nam has
quidem gallina scripsit» Pseud., 27-30) .. . non solo perché esso mostra che alla
fine del sec. III (prima ancora, cioè, che la nascita di una grande letteratura
romana portasse di conseguenza una intensa produzione di libri) l'uso della
scrittura era abbastanza comune e corrente, se non altro presso i servi e le
signorine di non illibati costumi, ma perché gli sgorbi della ragazza nella fantasia
di Plauto erano evidentemente in caratteri corsivi, le cui fonne non potevano
essersi svolte se non attraverso un'evoluzione anteriore comprendente almeno
il secolo III se non il IV» (Cencetti, Ricerche, cit., p. 1 83).
Nel medesimo saggio il Cencetti identifica cinque lettere che nell'uso cor­
rente della scrittura a sgraffio hanno subito in questo periodo una netta evolu­
zione in senso corsivo, che ne ha trasformato l' aspetto in confronto al modello
ideale della capitale contemporanea.
Queste lettere sono:

A con traversa disposta in senso obliquo o


verticale.

45
O aperta in basso e a volte tracciata in più tratti.
o <>
E ed F tracciate in due tratti verticali paralleli,
� I� I : I l
-� - -> - ->
secondo un processo evolutivo illustrato dal
disegno.
- - -

t--� 1� - - � 1 : -� I '
R aperta.
J<
Si tratta, in tutti e cinque questi casi, di tracciati dettati dalla tecnica della
scrittura corsiva a sgraffio, che rendeva difficile sia di eseguire tratti orizzontali,
sia di eseguire tratti curvi; se ne trovano esempi in numerosi graffiti latini cli età
antica elencati dal Cencetti.

Ulteriori modificazioni nel campo della capitale corsiva furono dovute alla
progressiva diffusione dell'uso della scrittura in età repubblicana che portò come
conseguenza una più rapida evoluzione dei segni grafici in senso nettamente
corsivo. All'inizio del I secolo a. C. si notano in graffiti pompeiani di età sillana
due elementi nuovi, che da allora saranno tipici della capitale corsiva romana,
evidentemente dovuti ad una modificazione del tratteggio dettata dalla rapidità
del ductus corsivo.
Essi sono:

la B cosiddetta "a pancia a sinistra"

la D ormai di forma che potremmo definire


'preminuscola' , nate ambedue da un proces­
so di semplificazione, che il disegno cerca di
mostrare.

Nel caso della B si assiste alla fusione sia dei tratti 1 e 2 (asta e base della
lettera), sia di quelli corrispondenti agli occhielli (3 e 4); nel caso della D alla
fusione dell' asta e della base in una curva unica. Si tratta in pratica di fusioni
dettate dalla necessità di scrivere rapidamente e di diminuire perciò al massimo
il numero dei tratti (e perciò dei movimenti) da eseguire. Notevole, inoltre,
appare il fatto che in ambedue i casi i tratti diritti siano stati sostituiti da tratti
curvi; ciò può apparire in contrasto con quanto si è finora detto circa le difficoltà

46
esistenti nell ' eseguire curve scrivendo su materie dure. Si può a questo proposito
ipotizzare che l 'evoluzione in senso corsivo e nei modi che abbiamo ricostruito
per le lettere B e D, sia avvenuta da parte di scriventi a sgraffio su tavolette
cerate, cioè su una superficie più morbida dell 'intonaco o della terracotta, e a
calamo su papiro; essa sarebbe stata quindi trasferita nell 'uso generale.
È ben vero infani che l 'estensione dell 'uso delle tavolette cerate e della
scrittura a calamo su papiro fu progressivo e parallelo alla diffusione dell 'uso
della scrittura e dell ' istruzione scolastica e perciò alla fase di tipizzazione della
corsiva; e che le persone di più scarsa cultura grafica (i semialfabeti), che non
possedevano tavolette cerate, né, tanto meno, calamo, inchiostro e papiro, non
adoperavano, come vedremo più avanti, la B "a pancia a sinistra", né la D di

Fra I secolo a. C. e I d. C. la capitale corsiva romana (parallelamente, come


tipo minuscolo (o "preminuscola").

si è visto, alla capitale epigrafica) acquistò un aspetto nettamente tipizzato,


· anche se certo non immune da ulteriori mutamenti , come si deduce da nume­
rosissime testimonianze soprattutto graffite, dalle tavolette cerate superstiti e
dai papiri documentari e privati.
Le caratteristiche principali della capitale corsiva romana ormai tipizzata

C.) di legature e l 'inclinazione verso


sono la netta tendenza alla quadrilinearità e cioè ad una forma "preminuscola",
l 'assenza (almeno per tutto il I secolo d.
destra.

C., di cui si fornisce il disegno e la


Evidente esempio di tale tipizzazione si ha nella tavoletta cerata (trittico)
pompeiana del 23 dicembre del 57 d.
trascrizione.

(facciata 2)

47

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(facciata 4)

11
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A t c;/ \ U -

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48
(facciata 5)

Si legga: (facciata 2) HS n(ummorum) 8562 / quae pecunia in stipu/latum L.Taecilii


Iucundi I venit ob auctionem I Tulliae Lampyridis I mercede minus I persoluta habere .
I (facciata 3) se dixit Tullia I Lampyris ab L. Caecilio I Iucundo. / Act(um) Pomp(eis)
X K(alendas) Ianuar(ias) I Nerone Caesare II I L. Caesio Marti(ale) Cos. / (facciata 4)
L. Vedi Cerati I A. Caecili Philolog(i) I Cn. Helvi Apollon(ii) I M. Stabi Cryserot(is) I
D. Volei Thalli I Sex. Pom(peii) Axsioci I P. Sexti Primi I C. Vibi Alcimi I (facciata 5)
Nerone Caesare II I L. Caesio Martiale Cos. / (in alto a destra): Act. Pompeis) I X. K.
Ianuarias Sex(tus) Pompeius I Axiochus scripsi rogatu I Tulliae Lampyridis eam I
accepisse ab L. Caecilio Iucundo I sestia nummum octo I quingenti sexages dupun/dius
ob auctionem eius I ex interrogatione facta I tabellarum signatarum (C. I. L., IV, S uppl.,
ed. Zangemeister, n. 40).

49
Nel Il secolo d. C. la capitale corsiva romana - ce lo testimoniano anche le
tavolette daciche - subisce un 'ulteriore evoluzione, adottando un certo numero
di legature di lçttere fra loro e, in contrasto con gli esempi del periodo precedente,
una certa inclinazione verso sinistra, anziché verso destra.

La capitale corsiva fu largamente adoperata anche su papiro, con differenze,


rispetto a quella eseguita a sgraffio su materia dura, dettate dalla tecnica di
esecuzione e dalla diversa resistenza della materia. La scrittura eseguita a calamo
presenta cosi un tratteggio progrediente verso destra, è rotondeggiante nelle
forme, scorrevole, tendenzialmente inclinata a destra, con sempre più frequenti
legature fra lettere diverse. Si osservino qui sotto lettere e gruppi di lettere
caratteristici:

A= D= MA= �...,
f
E=

Questa corsiva su papiro si diffuse sempre più nell'uso, fra II e III secolo d.
C., fino a diventare la scrittura esclusiva dell'amministrazione civile e militare
dell'Impero romano in ogrù sua regione; col tempo, le sue caratteristiche di
scorrevolezza e di corsività si accentuarono.
Nel III secolo appaiono tipiche:

· la E angolare

la M con la sola prima asta lunga

O ed U piccole alte sul rigo

la T.
y
Cf. per questo G. Cencetti, Note paleografiche sulla scrittura dei papiri latini dal
I al III sec. d. C., in Memorie deJI' Accademia delle scienze dell'Istituto cli Bologna, cl.
se. morali, s. v , I (1950), pp. 1-58, come anche E. Casamassima E. Staraz, Varianti e
-

cambio grafico nella scrittura dei papiri latini. Note paleografiche, in Scrittura e
Civiltà, I (1977), pp. 9- 1 10.

50
VII
LA CAPITALE ROMANA NELL'USO LIBRARIO («RUSTICA»)

Come si è già detto, numerose testimonianze concordano nell' affermare


l'esistenza, già nella Roma arcaica, di libri scritti su pelli, tessuti o papiro. Nel
periodo repubblicano, con la nascita di una vera e propria letteratura latina e
con una più diretta influenza culturale greca (III-I sec. a. C.), la produzione e
l'uso del libro scritto su papiro (in forma di rotolo) si estesero ulteriormente.
Nel I secolo a. C., all'epoca di Cesare e di Cicerone, la produzione del libro
era organizzata in vere e proprie botteghe artigiane con numerosi dipendenti
(schiavi?), che immettevano continuamente sul mercato quelle che potremmo
definire "edizioni manoscritte" dei testi letterari più diversi. Orazio ci parla della
bottega-officina dei Sosii fratres (cui il Pascoli dedicò uno dei suoi poemetti
latini), contemporaneamente editori e librai; di altri parlano Marziale e Quinti­
liano. All 'epoca imperiale rimonta la fondazione delle maggiori biblioteche del
mondo romano e della città di Roma, fra le quali famosissima rimane l 'Ulpia
costruita da Traiano nel Foro che porta il suo nome.
Il modello 'normale' della capitale libraria romana (detta impropriamente
«rustica» dalla tradizione paleografica, nel confronto con una inesistente «ca­
pitale elegante», per la quale si veda appresso), è assai vicino, nella struttura
dei segni costitutivi, a quello della capitale epigrafica, ma con alcuni adattamenti
dovuti alla flessibilità dello strumento scrittorio (calamo), alla relativa morbi­
dezza della materia (papiro, più tardi pergamena), alla diversa tecnica di ese­
cuzione.
Si tratta in sostanza di una scrittura posata, dal tratteggio fluido, che della
capitale epigrafica mantiene la rigida sep�razione delle lettere fra loro (ma non
delle parole); la verticalità dell 'andamento; l'assoluta uniformità del modulo;
la sicura bilinearità; l' assenza di elementi corsivi.
Caratteristiche peculiari della capitale libraria sono:
il chiaroscuro molto accentuato, con forte contrasto tra filetti e tratti pieni;
l'arrotondamento, più o meno accentuato, degli angoli;

51
l 'aggiunta al tennine delle aste di allargamenti in fonna di spatola o di trattini
di coronamento.

Ci sono stati conservati testi in capitale libraria dal I secolo d. C. sino alla prima

elenco, che appare però ormai superato, sia per la scoperta di nuovi pezzi, sia per la
metà del VI sec. d. C. In Marichal, Paléographie précaroline, cit, se ne legge un

discutibile presenza di esempi che non si possono propriamente considerare in capitale

Le testimonianze giunte fino a noi si possono oggi agevolmente studiare nell 'eccel­
libraria.

zione parziale e la descrizione di tutti i codici in scrittura latina superstiti (integri, mutili,
lente raccolta curata da Elias Avery Lowe (1880- 1969), che comprende una riprodu­

palinsesti) dalle origini sino all'anno 800 circa, cioè sino all'età di Carlo Magno:
Codices latini antiquiores, I-XI, Oxford 1934- 1966; Supplement, Oxford 1971 (opera
abitualmente citata con la sigla C. L. A.).

Queste complessivamente numerose testimonianze si possono considerare


come appartenenti a due diversi periodi, il primo dei quali va dal I al III secolo
d. C. , mentre il secondo abbraccia i secoli IV-VI.
Durante il primo, benché le testimonianze in nostro possesso siano scarse e
frammentarie (fra di esse particolannente importanti appaiono quelle offerte
dai quarantadue papiri latini di Ercolano, dei quali, però, soltanto diciassette
sono parzialmente leggibili), si può affennare che la produzione libraria era
varia e fiorente. La capitale era l 'unica scrittura libraria in uso e soprattutto nei
pezzi ercolanensi (cioè nei più antichi) essa appare caratterizzata dal modulo
grande e largo, dal chiaroscuro fortemente contrastato, ma graduale, dai tratti
di coronamento al tennine delle aste e soprattutto dalla spontaneità, morbidezza
e vivacità dell 'esecuzione e del disegno, quasi come se fosse eseguita non a
calamo, ma a pennello. Tuttavia, nel III secolo d. C. compaiono anche esempi
(come quello, ben noto, del papiro militare detto Feriale Duranum di Dura
Europos), in cui la capitale libraria, tracciata praticamente senza chiaroscuro,
assume un disegno artificioso, ricco di ondulazioni e di elementi ornamentali
di fantasia, in netto contrasto con il canone espresso dagli esempi ercolanensi.

Cf. per tutlo questo e per l'adattamento 'dinamico' della capitale libraria antica alla
disposizione 'aperta' del rotolo, quanto ha osservato G. Petronio Nicolaj, Osservazioni
sul canone della capitale libraria romanafra I e lii secolo, in Miscellanea in memoria
di Giorgio Cencetti, Torino 1973, pp. 23-47.

II secondo periodo, che, come si è detto, abbraccia i secoli IV-VI, è caratte­


rizzato dalla progressiva diffusione, accanto alla capitale, di altre scritture li­
brarie (la semionciale, cioè la minuscola, e l'onciale); dalla progressiva crisi

52
della produzione libraria romana; dalla affennazione del nuovo tipo di libro, in
fonna di codice e membranaceo; da una netta differenziazione nella tipologia
di libro fra esemplari di lusso ed esemplari di uso scolastico o privato, di fattura
trascurata.
Notevole è il numero di testimonianze che di questo secondo periodo ci sono
state conservate, fra le quali alcuni codici integri o quasi, tutti di lusso e ricon­
ducibili all 'ambiente della classe laica colta, e cioè senatoria, del basso Impero,
che contengono testi dell' antico patrimonio letterario latino, polemicamente, in
un revival tradizionalistico, contrapposti alla nuova cultura cristiana: soprat­
tutto Virgilio (Virgilio romano, Vat. lat. 3867, miniato; Virgilio Vaticano, Vat.
lat. 3225, miniato; Virgilio Palatino, Pal. lat. 1 63 1, tutti alla Biblioteca Aposto­
lica Vaticana; Virgilio Mediceo, Firenze, Bibl. Medicea Laurenziana, Laur. 39. 1,
del 494 d. C. circa; Virgilio Sangallese, San Gallo, Stiftsbibl., ms n. 1394, della
fine del V secolo; Virgilio Augusteo, in capitale cosiddetta "elegante", di cui si
dirà appresso); un Terenzio (Terenzio Bembino, Vat. lat. 3226) ed anche un
Prudenzio (Parigi, Bibl. Nationale, Par. lat. 8084), del 527 d. C.
All'interno di queste due grandi periodizzazioni (I-III sec. d. C. e IV-VI sec.
d. C.), basate su elementi più di carattere codicologico che non strettamente
paleografici, non è facile stabilire una datazione più precisa delle testimonianze
in nostro possesso. Tuttavia, mentre per i frammenti del I-III secolo soccorrono
per una datazione preswnibile (almeno in alcuni casi) elementi archeologici
(per i papiri ercolanensi un sicuro tennine ante quem è fornito dalla data del-
1 'eruzione vesuviana, 79 a. C.; per quelli egiziani elementi fomiti dal luogo di
ritrovamento, ecc.), per le testimonianze attribuibili al secondo periodo (IV-VI
sec. d. C.) e in particolare per i codici or ora citati le ipotesi di datazione
rimangono pur sempre dubbie.
Ciò è dovuto soprattutto al fatto che non è possibile individuare un unico
sicuro canone della capitale libraria e seguirne poi lo svolgimento nel tempo.
«Il canone grafico della capitale, osserva Alessandro Pratesi, non è poi così
rigido come solitamente la manualistica lo presenta: le regole generali che
presiedono a questa scrittura si limitano in fondo all'osservanza pressoché co­
stante del tratteggio delle lettere, alla presenza dei trattini di coronamento al-
1 'estremità delle aste verticali, al cont�to tra elementi ingrossati ed elementi
sottili per creare, nell' annoni a della pagina, un effetto di chiaroscuro» (Pratesi,
Considerazioni, citato in fondo al capitolo, p. 253). Nel suo più tardo periodo,
inoltre, la capitale libraria presenta caratteristiche particolari di irrigidimento
del disegno, innaturalezza del tratteggio (con mutamento continuo dell'angolo
di scrittura), esasperata stilizzazione calligrafica, che inducono ad ipotizzare in

53
di
imitazione di esempi più antichi, che non la manifestazione di continuità di una
tutti o quasi gli esempi sopravvissuti più un 'attenta e consapevole opera

scrittura ancora viva nell'uso.

Per quanto riguarda la datazione dei singoli esemplari, allo stato attuale delle
ricerche resta dubbia quella del Virgilio Vaticano (aa. 375-425 per Pratesi; fine sec . V
per Petrucci); il Virgilio Veronese apparterrebbe al 475-490; il Virgilio Mediceo al
494; il Virgilio Romano, quello Palatino, originari del medesimo ambiente (Ravenna?)
e il Terenzio Bambino possono essere attribuiti al periodo goto, la fine del V secolo e
la prima metà del VI. Cf. per questo A. Pratesi, Considerazioni su alcuni codici in
capitale della Biblioteca Vaticana, in Mélanges Eugène Tisserant, VII, Città del
Vaticano 1964 (Studi e Testi, 237), pp. 243-254. Cf. anche A. Petrucci, Virgilio nella
.

cultura scritta romana, in Virgilio e noi, Genova 1982, pp. 5 1 -72 e A. Pratesi, Nuove
divagazioni per uno studio della scrittura capitale. I codices Vergiliani antiquiores, in
Scrittura e Civiltà, 9 (1985), pp. 5-33. Più in generale, per libro e lettura in età romana,
cf. G. Cavallo, Testo, libro, lettura, in Lo spazio letterario di Roma antica, II, La
circolazione del testo, Roma 1989, pp. 307-34 1 .

54
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.. Ùl1 ASl"��:
Virgilio in cattedra, con un rotolo chiuso in mano e la capsa libraria accanto (dal
Virgilio Romano: Bibl. Apost. Vaticana, Vat. lat. 3867)

55
VIII
LA CAPITALE COSIDDETTA "ELEGANTE"
E L'EPIGRAAA DAMASIANA

Sia nei manuali di paleografia ispirati a criteri tradizionali, sia nelle raccolte
di tavole dedicate alla scrittura latina, molto spesso come primo tipo o come
primo esempio di scrittura compare la cosiddetta "capitale elegante'', che co­
stituirebbe una precisa trasposizione della capitale epigrafica in campo librario
e sarebbe stato il più antico tipo di scrittura libraria adoperato nel mondo romano.
Questa scrittura secondo Luigi Schiaparelli (La scrittura latina nell' età ro­
mana, Como 1 92 1 , p. 1 08) conterebbe tre o quattro esempi, tutti appartenenti
a codici pergamenacei, contenenti testi di Virgilio, e tutti attribuibili al IV secolo
d. C. Di essi il più famoso è il cosiddetto Virgilio Augusteo, un frammento di
sette fogli, conservato presso la Staatsbibliothek Preussischer Kulturbesitz di
Berlino e in pane presso la Biblioteca Apostolica Vaticana.
Caratteristiche principali di questo tipo di scrittura (ammesso che di tipo si
possa parlare) sono la rigidezza del disegno, la larghezza delle lettere, il notevole
spessore dei tratti grossi, la prevalenza di angoli reni.
Jean Mallon, fra il 1939 ed il 1 952, ha ampiamente dimostrato che questa
scrittura è un puro e semplice giuoco calligrafico, completamente privo di
regolarità e di spontaneità; in essa infatti non soltanto varia continuamente
l 'angolo di scrittura, ma anche la forma delle lettere (cf. Mallon, Paléographie
romaine, cit., pp. 1 52-1 57).
Le somiglianze riscontrate fra la scrittura degli esempi in capitale elegante
e le epigrafi contenenti carmi di papa Damaso (366-384 d. C.), conservate in
numerose chiese di Roma, relative alla traslazione di reliquie di santi e disegnate
da un calligrafo noto con il nome di Furio Dionisio Filocalo, hanno indotto
numerosi paleografi a considerare la capitale elegante dei codici un'imitazione
della scrittura epigrafica damasiana e a datarla perciò entro la seconda metà del
IV secolo.
Le epigrafi di Furio Dionisio Filocalo presentano anch'esse una scrittura più

56
larga che alta, con forte contrasto fra tratti grossi e tratti sottili, con eleganti
riccioli ornamentali aggiunti alle aste:

In realtà tra lo stile grafico delle epigrafi damasiane e quello del Virgilio
Augusteo esistono profonde differenze, prima di tutto per la diversa disposizione
degli elementi ornamentali. La scrittura del Virgilio Augusteo mostra piuttosto
notevoli somiglianze sia con lapidi romane del periodo fra V e VI secolo, sia
con codici in onciale attribuibili al medesimo periodo e prodotti anch'essi a
Roma. Allo stato attuale delle ricerche sembrerebbe perciò di poter affermare
che il Virgilio Augusteo e gli altri esempi di capitale elegante costituiscono
soltanto delle varietà calligrafiche tarde ed isolate da ricondurre all'ambiente
romano del periodo goto (V ex.-VI in.), in cui, sostenute dalla classe senatoria,
si manifestarono in campo culturale tendenze conservatrici e restauratrici, con
un processo parallelo a quanto avveniva contemporaneamente ad Alessandria,
ove nei medesimi anni veniva prodotta, in maiuscola tonda greca di imitazione,
la famosa Iliade Ambrosiana.

Cf. per questo A. Petrucci, Per la datazione del «Virgilio Augusteo» : osservazioni
e proposte, in Miscellanea in memoria di G. Cencetti, Torino 1973, pp. 29-45; per
l'Iliade Ambrosiana, G . Cavallo, Considerazioni di un paleografo per la data e

lornato alla datazione al IV secolo Cari Nordenfalk nell'introduzione alla edizione


l'origine dell'lliade Ambrosiana, in Dialoghi di archeologia, VII ( 1973), pp. 70-85. È

in facsimile del codice virgiliano, VergiliusAugusteus. Vollstiindige Faksiniile-Ausga­


be . . , Graz 1976.
.

57
IX
ORIGINI DELLA MINUSCOLA

Fra II e III secolo d. C. la scrittura latina subisce una profonda metamorfosi,


poiché sia in campo librario, sia in ambito usuale, sia infine in alcuni esempi
epigrafici si affaccia un tipo di scrittura completamente diverso dalla capitale
precedentemente adoperata a tutti i livelli : una scrittura minuscola, inserita cioè
in uno schema quadrilineare, eseguita con un angolo di scrittura diverso da
quello della capitale e con diverso orientamento dei tratti ' pieni ' , e infine ca­
ratterizzata da forme molto differenti da quelle capitali :

Questo mutamento costituisce indubbiamente uno dei più importanti mo­


menti della storia della scrittura latina nel suo complesso, in quanto esso ha
determinato il modo di scrivere a mano e a stampa di tutte le epoche successive
nell'emisfero occidentale. Esso non è certamente avvenuto di colpo, ma ha
costituito il frutto di un lungo processo che ha investito sin dal I secolo d. C. le
scritture dell'uso scolastico, dell'uso privato e della documentazione del mondo
latino, in cui gradatamente elementi di minuscola sono stati introdotti per ragioni
di economia di esecuzione, attraverso meccanismi di semplificazione del trat­
teggio di singole lettere, particolarmente evidenti nell 'evoluzione della lettera
B. I graffiti dei computisti galli di Condatomagos e quelli di rozzi scriventi della
Carinzia (Magdalensberg), nonché altri esempi provenienti da aree non centrali
dell'Impero rivelano un processo di evoluzione della b dalla forma capitale a
quella minuscola, ricostruibile secondo il seguente schema:

ovvero
B� B� b
58
D'altro canto i documenti su papiro degli uffici dell 'amminis�azione romana
d'Egitto mostrano nel corso soprattutto del II secolo d. C. analoghi processi di
semplificazione del tratteggio della corsiva antica che portano a varianti grafiche
di tipo minuscolo per molte lettere, le quali, col tempo, finiscono per sostituire
le forme precedenti.
Il fenomeno era certamente assai avanzato anche nell'ambito dell'insegna­
mento elementare fra II e III secolo d. C.; la maggior parte dei duecento esempi
di graffiti romani di S. Sebastiano, dovuti a pellegrini provenienti da ogni parte
dell 'Impero e sicuramente attribuibili al III secolo d. C., sono, infatti, in rozza
usuale già ricchissima di forme minuscole.
Con i primi decenni del secolo III d. C., in corrispondenza della grande crisi
che sconvolse l ' Impero e che portò al potere nuove éti.tes militari e provinciali,
le tendenze minuscoleggianti, già presenti nella scuola, nell'amm inistrazione,
nelle scritture dell 'uso, si tipizzarono in alcuni esempi epigrafici e librari, as­
sumendo le forme più o meno definitive esemplificate nel disegno posto all 'i­
nizio di questo capitolo.
Particolarmente significativi da questo punto di vista sono una epigrafe del
foro di Timgad, della prima metà del III secolo (R. Cagnat, Cours d' épigraphie
latine, 4 8 ed., Paris 19 14, tav. XV,4) ed i frammenti di un libro in forma di rotolo
papiraceo, proveniente dall'Egitto e contenente un riassunto didattico di Livio
(Epitome Livii), ambedue in un tipo di scrittura comunemente definito "minu­
scola primitiva".
Fra III e V secolo la produzione di libri in minuscola primitiva, in forma di
rotolo dapprima, ma soprattutto in forma di codice (sia su papiro, sia su perga­
mena) dovette essere gradatamente sempre più ampia e diffusa. Ce ne rimangono
numerosi esempi, tutti appartenenti all' ambito scolastico ed usuale, contenenti
testi di carattere giuridico, autori di scuola (Virgilio), glossari o anche testi
cristiani.
La minuscola antica o primitiva dei secoli IV e V rimase priva di una propria
precisa tipizzazione e fu caratterizzata da forme assai vicine a quelle dell'Epi­
tome liviana del sec. III; se ne conosce anche un tipo "obliquo", fortemente
inclinato a destra, e probabilmente influenzato da scrittura greche coeve.

Il problema delle origini della nuova scrittura comune o minuscola nel corso dei
secoli II-III d. C. ha costituito un territorio di indagine fertile di ipotesi diverse nel corso
dell ' ultimo mezzo secolo.
Secondo Jean Mallon, seguito da altri due esponenti della cosiddetta scuola francese
di paleografia, Robert Marichal e Charles Perrat, i cambiamenti radicali del sistema
grafico romano sarebbero avvenuti nell'ambito della produzione libraria per effetto di

59
una modificazione dell'angolo di scrittura, da acuto ad aperto, dovuta alla sostituzione
del codice al rotolo, che provocò la disposizione dei tratti pieni in senso verticale,
anziché obliquo:

b
Alle tesi della "scuola francese" si sono opposti alcuni
paleografi italiani, ed in primo luogo il Cencetti (Note
paleografiche sulla scrittura dei papiri, cit.), il quale ha
individuato nella scrittura "usuale" e non in quella libra­
ria l'ambiente nel quale sarebbe lentamente maturato il mutamento di cui nel III secolo
si vedono gli esempi. Tale impostazione sembra confermata dall'avvenuto ridimensio­
namento del criterio dell'angolo di scrittura come sicuro elemento critico (cf. Palma,
Per una verifica, cit.) e dalla constatazione (A. Petrucci, Per la storia della scrittura
romana: i graffiti di Condatomagos, in Bullettino dell' «Archivio paleografico italia­
no», 3• s., I, (1962], pp.85-132; Id., Nuove osservazioni sulle origini della b minuscola
nella scrittura romana, ibid., 3• s., II-III [ 1963-1964], pp. 55-72) della presenza di
forme minuscole in graffiti eseguiti da semialfabeti di varie regioni eccentriche del-
1 'Impero.
Recentemente è stata posta in rilievo (Casamassima-Staraz, Varianti e cambio
grafico, cit.) l'importanza nell'evoluzione della scrittura latina da sistema maiuscolo a
sistema nuovo, minuscolo, delle corsive burocratiche adoperate negli uffici ammini­
strativi, militari, giudiziari dell'Impero fra I e III sec. d. C.; all 'intemo di esse, infatti,
le tendenze riduttive e semplificatrici proprie della rapidità di esecuzione produssero
dapprima varianti grafiche di tipo nuovo e quindi la progressiva scomparsa delle forme
di tipo maiuscolo.
Per la tesi della scuola francese cf. R. Marichal, De la capitale romaine à la
minuscule, in M. Audin, Somme typographique, Paris 1948, pp. 63- 1 1 1 , e soprattutto
Mallon, Paléographie romaine, cit., passim; un riassunto della questione in C. Perrat,
Paléographie romaine, in Relazioni del X Congresso internazionale di scienze stori­
che, I, Firenze 1955, pp. 345-384. Per i graffiti gallici, cf. l'edizione e la riproduzione
curata da R. Marichal, Les graffites de la Graufesenque, Paris 1988 (Gallia, XLVII).
Per i più antichi esempi di minuscola primitiva, cf. R. Marichal, L' écriture du Paul de
Leyde, in Pauli Sententiarumfragmentum Leidense, Leiden 1956 (Studia Gaiana, IV),
pp. 25-57.
Cf. inoltre J. O. Tjlider, Considerazioni e proposte sulla scrittura latina nell' età
romana, in Palaeographica, diplomatica et archivistica. Studi in onore di Giulio
Battelli, I, Roma 1979, pp. 31-62; B. Breveglieri, Materiali per lo studio della scrittura
minuscola latina: i papiri letterari, in Scrittura e Civiltà, 7 (1983), pp. 5-49; Id.,
Esperienze di scrittura nel mondo romano (Il sec. d. C.), ibid., 9 (1985), pp. 35- 102.
Per l'evoluzione delle forme artistiche romane nel medesimo periodo, cf. R. Bianchi
Bandinelli, La crisi artistica del mondo antico, in Id., Archeologia e cultura, Napoli
196 1 , pp. 1 97-200.

60
X
LA MINUSCOLA CORSIVA (0 "CORSIVA NUOVA")

Il processo di "minuscolizzazione", affermatosi fra II e III secolo nelle scrit­


ture usuali e in campo librario, nel medesimo III secolo si trasferl, come si è
detto, anche alle scritture documentarie ed amministrative; in un periodo di
trasformazione lungo e graduale la "capitale corsiva" o "corsiva antica" fu
sostituita nell 'uso privato, negli uffici dell'Impero, nelle cancellerie dalla "mi­
nuscola corsiva" o "corsiva nuova".
La struttura fondamentale delle singole lettere della corsiva nuova corrispon­
de a quella della "minuscola primitiva o antica" nell 'uso librario; acquista però
caratteristiche proprie, e cioè:

un tratteggio privo di contrasti, dovuto all 'uso di un calamo (o, più tardi, di
una penna) a punta dura;

frequentissime legature
an= h ag= eco= m
fra lettera e lettera, dovute
alla corsività del ductus;
ce=C'L re=yu
{J, con=�j'"Yl
f< �
eq= �
ep= l
... ...

mutamenti morfologici di numerose lettere dovuti al fatto che le legature


provocano sia l 'unione di tratti di lettere diverse, sia la separazione di tratti di
una medesima lettera;
il cambiamento di modulo di alcune lettere a seconda della loro posizione
rispetto al rigo; a, o, u alzandosi sul rigo assumono un modulo più piccolo; e, l
prolungandosi al di sotto di esso ne assumono uno più grande . .

61
Appai ono caratteristiche le seguenti letnere:

a=
u 6l o apena in alto).
(di tipo cosiddetto onciale, ma tracciata in un
tempo solo

(con pancia a sinistra o a destra).


b=
6 J
(a volte con l'occhiello superiore chiuso).
e= (.,
""
L..
L
L
t.. J
(di fonna maiuscola o minuscola).
n=
"tJ 1'\

(di fonna assai simile).


r ed s= r-' l y
V= � (in un solo tratto).

Si osservino di seguito le altre lettere:

O=
,,,.-
o
""""

o
C=
\... '-

d=
cl � cl p=
F r f
f=
f '(_ q=
1 � r
g=
3 s t=
1:' e
'k �
ly
h= x=

i=
.., y =

l=
t' {
m= m z= L �
62
La presenza di elementi minuscoli nella corsiva antica inizia a manifestarsi
assai presto e si precisa verso la metà del III secolo; ma soltanto con la fine del
secolo, in campo amm inistrativo, si afferma un nuovo tipo di corsiva, ormai
chiaramente minuscola. Con il IV-V secolo la diffusione della nuova corsiva e
la sua tipizzazione si accentuano e con il V essa diventa, anche a livello usuale
e scolastico, l 'unica scrittura corsiva di tutto il mondo romano.
Esempi di minuscola corsiva si hanno infatti non soltanto nei papiri prodotti
da uffici dell ' amministrazione imperiale e contenenti documenti ufficiali, ma
anche in tabellae defixionis, in ostraca (come quelli di Cartagine), in graffiti ed
in documenti privati.

Cf. per esempio, per le tavolette lignee algerine note con il nome di «tablettes
Albertini», degli anni 493-496, Tablettes Albertini. Actes privés de I' époque vandale
(fin du V e siècle ), Paris 1952, con studio paleografico di C. Perrat alle pp. 1 5-62.

Nel corso del V secolo la corsiva nuova acquista caratteristiche differenti


rispetto a quelle del periodo precedente: essa si fa più alta e stretta e si inclina
decisamente a destra, accentuando il "ductus" corsivo. Continuando ad essere
usata come scrittura della documentazione privata e anche di uso nell'alto
medioevo, acquisisce con la metà del VII secolo un notevole irrigidimento delle
forme, un certo disordine nell'allineamento ed una notevole irregolarità nell'uso
delle legature. Molto caratteristica di questo più tardo periodo è la e, tracciata
in un solo tempo, a forma di 8.
Mentre nella cancelleria imperiale d'Occidente fra IV e V secolo continuò
ad essere adoperato un artificioso tipo di scrittura cancelleresca, definito «lit­
terae caelestes», direttamente derivato dalla capitale corsiva ("antica"), nelle
cancellerie provinciali fu usata una tipizzazione della minuscola corsiva esage­
ratamente allungata, diritta, che presentava numerosi artifici ornamentali e di­
versità di modulo fra lettera e lettera e che esercitò una grande influenza sulle
scritture cancelleresche e comunque documentarie dell 'alto medioevo.

Cf. J. Mallon, L' écriture de la chancellerie imperiale romaine, Salamanca 1948;


R. Marichal, L' écriture latine de la chancel/erie imperiale, in Aegyptus, XXXII
(1952), pp. 336-350; G. Cencetti, Dal/' unità al particolarismo grafico. Le scritture
cancelleresche romane e quelle del/' alto medioevo, in Il passaggio dall' antichità al
medioevo in Occidente, Spoleto 1962, pp. 237-264.

63
XI
L 'ONCIALE

Mentre un nuovo pubblico di lettori, quelli cristiani, si avvicinava al libro e


la minuscola si diffondeva come scrittura libraria, la capitale libraria si trovò a
non rispondere più alle nuove esigenze ed al nuovo gusto. Inoltre la diffusione
del Cristianesimo (riconosciuto ufficialmente da Costantino nel 3 1 3) e dei testi
cristiani, poneva i centri culturali dell' area latina dell' Impero in più stretto
contano con quelli dei territori di lingua greca, ove si adoperava già dalla prima
metà del secolo una scrittura libraria greca dalle forme elegantemente rotonde,
definita recentemente "maiuscola biblica".

Cf. G. Cavallo, Ricerche, cit.

Alla nascita di una nuova scrittura latina, che definiamo "onciale", contri­
buirono la necessità di rendere più eleganti e solenni le forme della "minuscola
primi tiva", già tondeggianti ; l 'influenza di retta della già citata maiuscola biblica
greca; l'adozione della penna d 'oca, che permetteva con grande facilità l 'ese­
cuzione delle curve; oltre naturalmente, la precisa volontà di un maestro di
scrittura, che in qualche scrittorio, probabilmente africano, seppe ideare nuove
forme grafiche. Essa può essere considerata essenzialmente maiuscola; «pur
accettando», infatti, «i più caratteristici dei nuovi segni alfabetici minuscoli , ne
riduceva le aste e alcuni occhielli, in modo da contenersi sostanzialmente ancora
in uno schema bilineare» (Cencetti , Lineamenti, cit., p. 67).

Secondo un'ipotesi di J. O. Tjader, non priva di suggestione, l'origine del-


1 'onciale andrebbe piuttosto collocata nell' ambito della cultura latina e preci­
samente nel mondo giuridico romano, i cui «libri legales» membranacei in
"usuale libraria" conterrebbero elementi di onciale già nel li secolo d. C., pre­
senti nella singolare scrittura di un frammento membranaceo dcl De bellis
macedonis, attribuito al tardo I secolo d. C., ma che probabilmente è più tardo.

64
Cf. per tutto ciò J. O. Tjlider, Der Ursprung der Unzialschrift, in Basler 'Zeitschrift
fur Geschichte und Altertumskunde, 74 ( 1974), pp. 9-40.

II nome di onciale attribuito a questo tipo di scrittura deriva da un errore di


interpretazione commesso dai vecchi paleografi a proposito di un passo di s.
Gerolamo, ove si parla di «litterae unciales», intendendo certamente le capitali.
Tale denominazione è tuttavia entrata nell'uso e comunemente usata da tutti gli
studiosi.

Cf. P. Mayvaert, Uncial letters: Jerome' s Meaning of the Term, in The Journal of
theological Studies, n. s. ( 1983), pp. 1 85- 1 88.

L'onciale comincia ad essere adoperata nei codici, soprattutto in quelli con­


tenenti testi di autori cristiani, dal IV secolo. Essa è caratterizzata dall a scrittura
continua e dalla fluidità del tratteggio, che non creano interruzioni di ritmo nella
riga, dalla compressione in un modulo bilineare, che obbliga al richiudersi in
senso circolare delle forme, dal disegno particolare di alcune lettere, realizzate
in modo da non suscitare discrepanze estetiche nel susseguirsi continuo di
elementi circolari, che costituisce lo "stile" proprio della scrittura.
Lettere caratteristiche dell'onciale sono:

A= À D= �
E= e M= C'Yl

Cf. B. L. Ullman, Ancient Writing and its Influence, New York 1 932, ove a p. 64 si
suggerisce di definire l 'onciale "scrittura ADEM".

Mentre le altre lettere sono sostanzialmente derivate dall'alfabeto capitale,


sono minuscole:
h= h p= ,
q= 'l V= \J
L'onciale fu adoperata largamente in tutto l 'occidente latino dal IV all 'VIII­
IX secolo, cioè per tutto l'alto medioevo sino alla cosiddetta "rinascenza caro­
lingia". Per alcuni secoli fu la scrittura libraria più largamente adoperata e, dal
VI secolo, cioè dalla scomparsa dall 'uso della capitale, quella ritenuta più im­
portante e di maggiore dignità. In questo senso, essa può essere considerata la
scrittura della civiltà e della cultura romano-cristiane.
In epoca tardo-antica i maggiori centri di produzione di codici in onciale
furono in Africa e in Italia. Tra la fine del V secolo e gli inizi del secolo seguente

65
in questa scrittura si verifica un mutamento di stile. Si contrappose così , per
usare le espressioni del Lowe, ad un «old style» (secoli IV-V) un «new style»
(secoli VI-VIII). La scrittura andò progressivamente irrigidendosi; il contrasto
fra pieni e filetti si accentuò; il disegno delle lettere assunse forme sempre più
rigidamente geometrizzate; le aste fuoriuscirono dall'originario modulo bili­
neare; la I si trasformò in maiuscola e si innalzò nettamente sul rigo e la e spostò
dall'alto verso il centro il tratto orizzontale; comparvero inoltre trattini, forcel­
lature e triangoletti ornamentali di completamento al termine delle aste oriz­
zontali e verticali di alcune lettere.

Roma, ove intorno a Gregorio Magno si sviluppò un centro scrittorio (latera­


Fra VI e VII secolo il maggiore centro di produzione di codici in onciale fu

nense?) molto attivo, che produsse e diffuse molti codici contenenti testi litur­
gici, patristici ed opere dello stesso pontefice. L'onciale romana era caratteriz­
zata dalle forme schiacciate, dai trattini ricurvi di completamento aggiunti al

frequenti nessi e dalla u angolare che, dopo la q e in fine di rigo, è spostata


termine delle aste orizzontali, dalla d con asta praticamente orizzontale, dai

nell'interlineo. L'onciale di tipo romano fu adoperata sino all'inizio del secolo


IX. Essa influenzò direttamente anche l 'onciale prodotta in Inghilterra fra il VII
e l ' VIII secolo, di cui il massimo prodotto fu la monumentale Bibbia Amiatina
della biblioteca Medicea Lati-
l. �t t "1 t� , � r �"' r é"•u�
'"' renziana di Firenze, e l 'onciale

t � r u � N X �� C� J" X\.l Cl'J


di imitazione prodotta fra la fine
dell 'VIII e i primi decenni del
�:; I �� r r 1 � l.H"\ ' l-'� ���
IX secolo alla corte carolingia,
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-. in codici estremamente lussuosi
U l 'i '-.I J ��'' " '"4\ 1 l I l é!- I'� ed eleganti, che vanno conside­
' t C-1'��fU � l éN.tlu-:

''"" N rati gli ultimi esempi vergati in


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e cui è legata tanta parte della
una scrittura durata molti secoli
'"i 1 5.; �u t t\..t 1'.l � � "- x "'n
f\" ...-, ..,: N I ·'- '-.1-1' () <-�·n J N t �' cultura altomedievale.
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'i '--l I N t J '-.lS $ . t 1 S èo t q.._ ·. ..

,... � 1:... .:: e � é � � '--' 1 t J s é.X�u 1-..


.;1 � N I c, · l°" -3 $1 J U'" "' N 1 l"' 1l Due esempi di onciale a confronto:
f' r..: � ç.1 <·� 1 r s 1 Ll S � r r u �N " il Livio Vaticano (Africa?, IV-V
.,.. 1 � "' .;:.-�, � l.t J:.. u l > s \.1 r .:: r...cs sec.) e, nella pagina a fianco, la
Bibbia Amiatina (VII- VIII sec.,
$ .= r. ,l \...\ S ,,l ) i S J 5 \...1 1 � 11�··
Inghilterra).

66
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Nel corso del VI secolo e precisamente durante il lungo periodo di impero


di Giustiniano (527-565), a Bisanzio, nei territori orientali dell'impero bizantino
e probabilmente anche in Italia fu adoperata una particolare stilizzazione del­
l'onciale, che imitava modelli stilistici del V secolo, detta "onciale BR", in
quanto caratterizzata dalla B alta sul rigo e dalla R con l'ultimo tratto disposto
quasi orizzontalmente sul rigo.

Per l'origine della scrittura cf. G. Cavallo, Ricerche, cit, pp. 124-127; per l'onciale
della Gallia e di Lione, in particolare E. A. Lowe, Codices Lugdunenses antiquissimi,
Lyon 1924; per Roma, A. Petrucci, L'onciale romana, in Studi medievali, 3a s., XII
(197 1), pp. 75- 1 32; per Vivarium, F. Troncarelli, Decora correctio. Un codice emen­
dato da Cassiodoro?, in Scrittura e Civiltà, 9 ( 1985), pp. 147- 168; per Bisanzio, E. A.
Lowe, Greek symptoms in a sixth-century manuscript of st. Augustine and in a group
of latin legai manuscripts, in Didascaliae. Studies in honor of Anselm M. Albareda,
New York 197 1 , pp. 279-289; G. Cavallo - F. Magistrale, Libri e scritture del diritto
nel/' età di Giustiniano, in Il mondo del diritto nell' epoca giustinianea. Caratteri e
problematiche, Bologna 1985, pp. 4 3 - 58 ; per l'Inghilterra, E. A. Lowe, English Uncial,
Oxford I 960.

67
XII
LA SE1\1IONCIALE

Tra la fine del V secolo e l ' inizio del VI la produzione di libri in minuscola
antica, fino ad allora rimasta relegata a livello privato o di apprendimento
scolastico in esempi di fattura trascurata e in realizzazioni ricche di legamenti
e di elementi corsivi, entrò nell 'uso di veri e propri' centri scrittori, in massima
parte (per quello che se ne può supporre) ecclesiastici; in essi (soprattutto,
secondo un'ipotesi plausibile, in alcuni scrittori africani) la minuscola libraria
acquistò caratteristiche diverse da quelle del periodo precedente; in essa, cioè,
si verificarono:
un irrigidimento del disegno;
un appesantimento del tratteggio;
una verticalizzazione dei tratti;
un arrotondamento e schiacciamento delle fonne (soprattutto degli oc­
chielli);
un accorciamento delle aste, sia in alto che in basso;

una limitazione dei legamenti corsivi e delle abbreviazioni .

Questa tipizzazione della minuscola in fonne librarie più rigide e stilizzate


che per il passato, fu probabilmente originata da diverse cause concomitanti.
Innanzitutto dalla dissoluzione del sistema di produzione del libro antico basato
sull'attività artigianale di officine laiche; quindi dalla sostituzione ad esse di
centri scrittori esclusivamente ecclesiastici; infine, dalla diffusione, attraverso
questi ultimi, di un gusto grafico, che contemporaneamente, come si è detto,
aveva provocato un diverso orientamento stilistico anche nell 'onciale, tendente
alla rotondità artificiosa delle fonne e ad un maggiore contrasto fra tratti pieni
e tratti sottili.
Per distinguere questa minuscola del VI e dei secoli seguenti da quella ancora

68
legata ai modelli originari', del III-IV secolo, continua ad essere adoperato dai
paleografi il termine di "semionciale"; ma si tenga presente che si tratta di un
termine soltanto convenzionale e potenzialmente equivoco, in quanto questa
minuscola non ha alcun diretto rapporto (come pure qualcuno ha voluto soste­
nere) con l'onciale. Definizioni medievali per designare questo tipo di minu­
scola libraria erano comunque «litterae affricanae» (con riferimento alla presu­
mibile origine territoriale del tipo) e «litterae tunsae» (con riferimento invece
alle sue tipiche forme schiacciate).
Si ritengono lettere caratteristiche della semionciale, ma sono in realtà forme
già presenti nella corsiva e nell'usuale:
la a aperta

la g

la r

Particolarmente interessante appare il processo di trasformazione della g dal


modello capitale a quello semionciale:

() ç j '5
Fra i primi e più noti esempi della rinnovata minuscola libraria sono il S.
Ilario di S. Pietro a Roma, scritto in ambiente di emigrati africani in Sardegna

.( u.��---:�m 1 h 1 l1 l l 1 1·�J � �� c\.d �" .,.,/ ' '.n


\ �1·��.�-� ,
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o u f' "��
'..i,Ll:·�·H .�'-LI H_-c;.,,_ t' l J 1 -crT'- d�.� � N c:J .._� m.-: .tì 1 1 1 1 c l t•m
�.:h_� �6�L'•m_'"; 'l'.''"'rn f �e:�i8: .� -� ?f f��-, ,
t?-t-t� � . �:� ef'"'"
..

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ij.:: h'a·cq o cl cl 1 c-c-u 1"'


'-' rn (La lp 1 �· 'h. ';I �� e-� li•c
n.. l. l�TTI I H�l e\l �� �� �16 e-o,1/- '} -: .·
u f" Cu C1

' i·
"'i- ·

La semionciale di Ursicino dal ms. della B ibl. capitolare di Verona (XXXVIII [36])
del 5 1 7.

69
poco prima del 5 1 0 (probabilmente annotato da s. Fulgenzio di Ruspe) e il
Sulpicio Severo prodotto nel centro scrittorio della cattedrale di Verona, di mano

Altri importanti codici in semionciale furono prodotti nel corso nella seconda
del locale "lettore" U rsicino nell ' anno 5 1 7.

metà del VI secolo a Napoli, nel centro scrittorio, sito nel castrum Lucullanum,
dove operava un prete Donato nel 570, a Roma e con tutta probabilità anche nel
monastero di Vivariwn (presso Stilo in Calabria), fondato nella seconda metà
del secolo da Cassiodoro.
e 1 u � r: u C l ' I N -cp u..ca p a c a
, 1 p l.è:lrul c rcu.:cl.o n > carncu-.i u p a.u l H l u o d c FG-

.. C1 :-; N u rr ll N O n > N 1 np1 r-c.u lt1 l ;cnf'c 1 '' bo


i-� l'O fH;c 1 '-1 N ·ccr'p o l a rc·cn.du l·ccr'<rcor'Cf'fèl"'1 p
·cu r'<l l'<J r T ) fC n.>pc C' ( Crl':>O .N CJ lU U.l N00 ) N 1 C f >1 L-:.c.u
lufr10 lè:J. l u·c.o:oo N c m l<. J btcr't bcr--c·ccFcu·c.u .......__,
u · .:- [è: J h NO Oìl NC ClC. d c p 1 Fco( a...o cc.cp·co l n L' 1 N O N
p o l TL·cq u uc N O N [!U CC""-' N·c.mO.N U ( � l U rn 1 blc.:1:'1 bl4-
� ""1-) r'4.rC.H1 d N"1 .Y::ù F°>4-X: p1cu roornN 1 �><1 ruob1r. ;
..

h 1...1. .cc fètlu·co.:c:.l.oma. N ua_p o Fco l i co N lcI't b·c..-c:t.ePc


quu'6r'O.:C.tad t-llr:.:il hu..)éplap�Cfccum e1r
Un esempio di semionciale forse napoletano (Abbazia di Montecassino, ms. n. 1 50,
anteriore all'anno 570).

La semionciale fu adòperata non tanto per tramandare i testi biblici o liturgici,


cui venne in prevalenza riservata la più canonica onciale, ma i testi di studio e
di lettura in uso nelle comunità e nelle scuole religiose: Padri della Chiesa, autori
cristiani, raccolte caqonistiche. In complesso, per il periodo che va dagli ultimi
anni del V secolo ai primissimi del VII, si può calcolare che circa il 35 per cento
dei codici prodotti in Italia furono scritti in semionciale; ciò fa della scmionciale
la scrittura libraria del VI secolo più diffusa, dopo l'onciale.
Essa, che nell' alto medioevo non raggiunse mai una vera e propria canoniz­
zazione, venne largamente usata in tutta l 'Europa nel corso del sec. VII e infine
rinacque come fenomeno imitativo nello scrittorio carolingio di S. Manino di
Tours in pochi, elegantissimi esempi fra V III e IX secolo.

Un elenco di codici in semionciale è in E. A. Lowe, A handlist of half-uncial


manuscripts, in Miscellanea F. Ehr/e, IV, Roma 1 924 (Studi e Testi, XL), pp. 37-61 ;
cf. anche Di Majo Federici Palma, La pergamena, cit., e, più in generale, A. Petrucci,
Scrittura e libro, cit

70
QUADRO DEI TIPI DI SCRITTURA DEL MONDO ROMANO
E TARDO-ANTICO (I a.e. VI d. C.)
-

CAPITALE
(normale)

CAPITALE DI CAPITALE CAPITALE


INSEGNAMENTO EPIGRAFICA RUSTICA

[VI sec.] [VI sec.]

CAPITALE
ELEMENTARE

CAPITALE
CORSIVA

/
MINUSCOLA CORSIVA [MAIUSCOLA BIBLICA]
PRIMITIVA CANC. IM� GRECA

SEMI ONCIALE CORSIVA ONCIALE


NUOVA

71
XIII
LE ABBREVIAZIONI NEL MONDO ROMANO
ED IL SISTEMA ABBREVIATIVO MEDIEVALE

A conclusione del panorama fin qui tracciato dei tipi di scrittura latina ap­
partenenti all 'eredità grafica del mondo latino classico, sembra opportuno for­
nire un quadro riassuntivo dei sistemi adoperati nel mondo romano e in quello
medievale, per abbreviare la scrittura di alcune parole, esprimendone, in genere,
soltanto singole parti. Le prassi abbreviative di età antica e alto-medievale
trovarono la loro definitiva collocazione nell ' organico sistema abbreviativo
medievale, usato senza sostanziali variazioni in tutto il mondo occidentale dal-
1 'età carolingia a quella rinascimentale ed ereditato anche dalla stampa. È evi­
dente la necessità di conoscere esattamente tale sistema per poter procedere
senza errori o incertezze alla lettura corretta sia dei manoscritti, sia dei documenti
medievali, nonché dei più antichi libri a stampa, siano essi incunaboli (cioè libri
stampati nel XV secolo) o cinquecentine (cioè libri stampati nel sec. XVI).

Per lo studio delle abbreviazioni della scrittura latina cf. L. Schiaparelli,. Avviamen­
to allo studio delle abbreviazioni latine nel medioevo, Firenze 1 926; W. M. Lindsay,
Notae latinae. An account of abbreviations in latin manuscripts of the early minuscule
period, Cambridge 1915; Battelli, lezioni, cit., pp. 1 0 1 - 1 14; Cencetti, Lineamenti, cit.,
pp. 353-475; per ausilio alla lettura, cf. Cappelli, Dizionario, cit.; M. H. Laurent, De
abbreviationibus et signis scripturae gothicae, Romac 1939; e A. Pelzer, Abbrévia­
tions latines médiévales, Louvain-Paris 1 964.

Nelle epigrafi romane venivano abbreviati, normalmente con l'uso d i sigle


(cioè di singole lettere, così denominate secondo un 'errata etimologia), prenomi
e formule sacrali e giuridiche e così via, che apparivano espressi dalla sola prima
lettera, a volte raddoppiata per esprimere il plurale (per es. : VV CC, per viri
clarissimi). Tali abbreviazioni per sigla erano largamente adoperate anche nelle
tavolette cerate, mentre nei libri manoscritti ci si limitava ad abbreviare solo le
desinenze finali que e bus, ed a volte le nasali (finali e non) m ed n.

72
età romana si venne anche elaborando un complesso ed efficiente sistema
tachigrafico (che con un termine moderno si potrebbe dire stenografico) chia­
In

mato «notae tironianae» dal nome del liberto di Cicerone, M. Tullio Tirone, che
ne sarebbe stato l 'ideatore; si trattava di un sistema basato sull'uso di una serie
di segni principali per indicare il tema ed il prefisso delle singole parole e di
una serie di segni ausiliari (vergati sopra o sotto il rigo) per le desinenze:
complessivamente di un sistema consistente in molte migliaia di segni. Nel
medioevo si adoperò un differente sistema tachigrafico (da non confondere con
le normali abbreviazioni, usate comunemente), basato sulla corrispondenza di
una determinata serie di segni alle sillabe e perciò definito "tachigrafia sillabi­
ca"; già in uso a Ravenna nel VI secolo, ebbe un grande sviluppo fra l 'VIII e
I 'XI secolo.

Per l'uso delle abbreviazioni per contrazione nell'epigrafia, cf. U. lliilvi-Nyberg,

Jahrhundert n. Chr., Helsinki 1988 («Annales Ac. Se. Fennica , Diss. Hum. Litt.», 49);
Die Kontraktionen auf den lateinischen Inschriften Roms und Afrikas bis zum 8.

per la tachigrafia sillabica medievale, cf. G. Costamagna, Tachigrafia notarile e


scritture segrete medievali in Italia, Roma 1968.

Nel mondo romano, e precisamente nell'ambiente giuridico e amministrati­


vo, fu elaborato ed usato, tra il II ed il V secolo d. C., un vero e proprio sistema
abbreviativo, basato sia sulle sigle e sul semplice troncamento delle parole, sia
sulle «notae tironianae»; si tratta del sistema cosiddetto delle «notae iuris», che
influenzò largamente il sistema abbreviativo medievale.
Esso era basato sull 'uso di:

sigle e troncamenti, come nelle epigrafi;

troncamenti sillabici , con i quali di una parola si esprimeva soltanto una


lettera per sillaba (DD = deinde; QQ = quoque, ecc.);

segni tironiani ripresi tali e quali o con lievi variazioni (per es., i segni per
cum, quae, pro);

letterine soprascritte, come nel sistema tironiano (m con la i soprascritta,


per mihi; u con la o soprascritta per vero, ecc.);

contrazioni, per cui di una parola venivano espresse soltanto la prima e


l'ultima lettera, o, oltre a queste, anche alcune di quelle interne;
alcune abbreviazioni convenzionali.

73
0L = '6eoç Nel mondo antico e nelle scritture greca e la­
KL = 1rnp1oç tina, sin dai primi tempi del Cristianesimo, in­
DS = Deus viµse l 'uso di abbreviare per contrazione i no­
IHS XPS= Iesus Christus mina sacra, cioè le parole designanti Dio, Gesù
DNS = Dominus Cristo, santo, e così via.

Il medioevo ereditò dunque dall 'età romana un ricco complesso di modi e


sistemi abbreviativi, di cui utilizzò alcuni elementi e soprattutto i due principi
del troncamento e della contrazione. Nel periodo del cosiddetto particolarismo

abbreviativo fu adoperato con sensibili variazioni da luogo a luogo; con l ' epoca
grafico, e cioè tra VII e VIII-IX secolo, nelle varie regioni d'Europa il sistema

carolingia, però, e soprattutto con quella gotica e l' affermazione della cultura
universitario-scolastica, il sistema stesso, divenuto mezzo indispensabile di
espressione scritta nelle scuole, nelle università, nelle cancellerie, negli studi
notarili, si uniformò in tutto il territorio europeo, rimanendo unificato sino alle
sue ultime manifestazioni.

Distinguendo le abbreviazioni a seconda dei segni simbolici adoperati per


indicarne la presenza, esse si possono raggruppare, secondo uno schema ela­
borato dal B attelli, nel seguente modo:

Punto :

.c. = caput Il punto serve sia nel mondo romano, sia (assai
.i. = id est più raramente) nel mondo medievale a segna­
.s. = scilicet lare un 'abbreviazione per troncamento, o una
.e. = est sigla; in quest'ultimo caso è spesso posto pri­
ma e dopo la sigla stessa.

Lineetta soprascritta:

dns = dominus La lineetta orizzontale soprascritta è il segno


ca = causa abbreviativo più comunemente adoperato nel
ara = anima medioevo; essa può segnalare sia una abbre­
ap = apud viazione per contrazione, sia una per tronca­
mento; sopra una vocale sta a indicare, in ge­
nere, l'assenza di una nasale.

74
Lineetta ondulata, spezzata o obliqua:

f = ser Si tratta di segni che, posti al di sopra di deter­


= liber minate lettere, o attraverso l 'asta di lettere alte
ang�s = angelus (b, [), stanno a rappresentare la mancanza di
IHS

-?Z = . . rum una r accompagnata, in genere ad una e; a volte


rappresentano l'assenza di altre lettere.

Apostrofo:

un'= unus Posto in alto segnala un'abbreviazione per


troncamento e spesso la mancanza della desi­
nenza us.

Punto e virgola e segno informa di tre:

usib ; = usibus Il punto e virgola , spesso tracciato in un tempo


0J = oportet solo e perciò ridotto ad un segno a forma di tre,
atq 3 = atque segnala anch'esso un'abbreviazione per tron­
camento, spesso per indicare la mancanza di
us, di una m finale o, dopo una q, di ue.

Segno soprascritto informa di due:

dicit dicitur Tale segno indica normalmente la mancanza


2

delle desinenze ur o er.


=

Letterina soprascritta:

s = sibi La letterina soprascritta indica di solito l 'esi­


i

= modo stenza di una abbreviazione per contrazione; a


o

s = supra volta indica l'assenza di una sola lettera; in


m
a

com = contra alcuni casi di origine insulare la letterina è so­


a

g = ergo prascritta non alla prima lettera della parola,


o

= igitur ma ad una intermedia.


i
g

75
Segno informa di sette :

Si tratta di un segno derivato dal sistema tiro­


7 =et
s7 =sed
niano, che può essere adoperato per indicare
7 =etiam
un troncamento generico.
at7 =atque

Segno a/orma di nove :

9tinet = continet Ha la medesima origine del precedente ed in­


dica la mancanza di cum o con, in genere al-
1 'inizio di parola.

A bbreviazioni particolari sono:

p = pre
� = qui � = quem

q q2

= per = que = quia

j)-
= pro � = quod

11 = autem
Queste sono abbreviazioni proprie delle scrit-
ture insulari (Irlanda e Gran Bretagna), ado-
JJ =contra
perate poi anche nelle regioni continentali (le
H = enim ultime due di origine tiroruana).
.!..
• = est

76
.
I
Eptiodecimo querU.Vt� aia fepata itèlligat fuhas fef'at.ls. Et

u r � n · erfeél:iori .n , fubé é f feélior Ot>atio.fp ia unÌt.1 cor,ri é
p er f e él1or � fep.uata ut ur. sa q ue l ib3 pars p feél:ior é u n i ta roti
� F .fi igit ai.a unita corpori no pot itelligere fubis fepatas .ur � nec a
co rpo re fepata. p A ia nra aut pot co g n o fcere fu bis fep a ra t as .}? natura
�u t F gram c: m .f1 p er na(am cii n a tale Iit .tie 511 corp or i uniat no ipediretur
.
F unioni ad cor? sn fubas fe par.lt.lS cognofceredi aut per g r.im cii no oés
a ie fef>.J te béant gram fequet ad min9 e;}' n oés Jie fef.UC cognofoit fubfia
tias .fepararas. p A ia u n i t.l i corpori ut perf1c iat i n eo [cìétiis & J&cutib9
.
maxiJ aut perfcélio aie célifiit i cog n i ti o � e fub.ilf fep.lratalt. fi igit' ex hoc
fo l o Si' fe p a rJ t ur cogno fce ret fubas feparatas.frufira ai a corpori un iretur .
p S i aia fe p. aa ta cogno fc i t fubim feparata .03 5.11 co gn o fca t ei u l' per ef
fentia ei9 u f per fpé3 ip1?. f3 ii per e ffe n t i a fubé fepai·ate. �a eena fub!Htie
fepara te no é unu cu fuba feparata .f1l'r,nec per fp é m eius .sa a fubaauis fe
pau tis cii fint fi m p l ic es non pot fieri abfl:ra éèi� fp é i .g0 a ia fep.uata nullo ·

tno cogn o fc i t fub à3 fep arat i . p Si .afa feparata cognofcit fubi3 fepara.ti
. aut co gno fc it e.i fenfu .aut itellcu.miifeflu .e aut 5.11 n cognofcit ei fefu. �a
fu bé fet>ate no funt fen f1biles.GFr e ti a ne <:Jl r itellcm .<p in tel lcus n è fingu
. briu.fubé aut Cerate fut quedi fubé fingul.ues.g0 a ia fcrata nullo mo cog,.
nofci t fubim fe.{?ati. p -l n telle él u s p?lis aie n re pl us dillaub angelo <1
i111 a gi.1ttio n ra ab itel l c u p?li ·�P i m a gi n a to & itelleéì: us p ?l is radi cii i eadé
fubi aie.fed ima ginatìo nullo mo pot apphendere itellcm p?Ié .g" it elleét9
poffibi�is nr nul l o mo pét apphédere fubim fCf.ltJm . p Sicut fe babet
" u olutas ad bonii.ita itelleéèus ad ue�.fed uoliitas i.J'lt'c:li .iìa'i' fef?atalf. f.d.i,.
� natalf no pot ordiart Ì n bonu .g• & it el l cU S Céllf nullo mO pot ordfari ad Uel(
. qd'p o t i ffim e i tel l c u s céfe
st ur j cognitioe fubé fet.i a te . g• n ois ai� feparata
pét cognofcere fu bi m ferati. p Pel icitas ultia f3 pl1os ponit i iteffndo
-
fub.is feflatas ut diélu é. fi igit aie dinatol(> itell igut fub.is fefatas quas no
poffum? bic it ell i gere ; u r ·5.11 d .i a ati fi.i t i'Pin�ores felicitati � nos .quoddl:
. icéue.n iens. p V na in telfn tia in tel l igi t alii I? modu fue fu bé ut di in li"
·de cauf1s .fed a i.1 fef.ata no pot cognofcere fua fubim ut ur ·<:Ia itellelt-9 p�Y
ii jntelf.t feipm nifi l? fp éin a fan tafmatibus·accep ta ut d r in 3° d'aia .g.0 a ia
fe.Fata ii pot intelligere alias fuba s fet?atas. p D u p l ex é rnod? cQg n o f,. ;
cendi.un'J mod1 fm � a p'lt�riorìbus deuenim9 i pora & ficut qu� .fu t m.lgis
n o ta fimpl'r cognofcut i> iea qne fun t m i n? nota fimpPr. alio méi a por1 b us i

p?teriora deuenim?.& fac que fut magt no_:.t


· .
famplicit . f p? c_ognofcuntur .i

In questo esempio di stampa a caratteri mobili tratto da un incunabolo italiano del


1472 sono comprese moltissime abbreviazioni del sistema abbreviativo medievale
espresse con mezzi tipografici: si legga con l 'ausilio della trascrizione allegata alla
pagina seguente.
Septimodecimo queritur utrum anima separata intelligat substantias separatas. Et
videtur quod non, perfectiori <così, ma si intenda perfecùoris::;. enim substantie est
perfectior operati.o, sed anima unita corpori est perfectior quam separata, ut videtur,
quia quelibet pars perfectior est unita toti quam separata; si igitur animà unita corpori
non potest intelligere substantias separatas, videtur quod nec a corpore separata.
Preterea anima nostra aut potest cognoscere substantias separatas per naturam aut per
gratiarn tantum; si per naturarn, cum naturale sit anime quod corpori uniatur, non
impediretur per unionem ad corpus quin substantias separatas cognosceret; si autem
per gratiam, cum non omnes anime separate habeant gratiarn, sequerur ad minus quod
non omnes anime separate cognoscant substantias separatas. Pretera, anima unita est
corpori ut perficiatur in eo scientiis et virtutibus, maxima autem perfectio anime
consistit in cognitione substantiarum separatarum; si igitur ex hoc solo quod separatur
cognosceret substantias separatas, frustra anima corpori unirerur. Preterea, si anima
separata cognoscit substantiam separatam, oportet quod cognoscat earn vel per essen­
tiarn eius, vel per speciem ipsius, sed non per essentiam substantie separate, quia
essentia substantie separate non est unum cum substantia separata, similiter nec per
speciem eius, quia a substantiis separatis, cum sint simplices, non potest fieri abstractio
speciei; ergo anima separata nullo modo cognoscit substantiarn separatam. Preterea, si
anima separata cognoscit substantiarn separatam, aut cognoscit earn sensu, aut intel­
lectu; manifestum est autem quod non cognoscit earn sensu, quia substantie separate
non sunt sensibiles; similiter etiam neque per intellectum, quia intellectus non est
singularium, substantie autem separate sunt quedam substantie singulares; ergo anima
separata nullo modo cognoscit substantiarn separatam. Preterea intellectus possibilis
anime nostre plus distat ab angelo, quam imaginatio nostra ab intellectu possibili, quia
imaginatio et intellectus possibilis radicantur in eadem substantia anime, sed imaginatio
nullo modo potest apprehendere intellectum possibilem; ergo intellectus possibilis
noster nullo modo potest apprehendere substantiarn separatam.
Preterea sicut se habet voluntas ad bonum, ita intellectus ad verum, sed voluntas
quarundam animarum separatarum, scilicet darnnatarum, non potestordinari in bonum;
ergo et intellectus earum nullo modo potest ordinari ad verum, quod potissime intel­
lectus consequitur in cognitione substantie separate; ergo non omnis anima separata
potest cognoscere substantiarn separatarn. Preterea, felicitas ultima secundum philoso­
phos ponitur in intelligendo substantias separatas, ut dictum est; si igitur anime dam­
natorum intelligunt substantias separatas, quas non possumus hic intelligere, videtur
quod darnnati sunt propinquiores felicitati quarn nos, quod est inconveniens. Preterea
una intelligentia intelligit aliarn per modum sue substantie, ut dicitur in libro de causis
<si intenda il De causis di Aristotele>, sed anima separata non potest cognoscere suarn
substantiarn , ut videtur, quia intellectus possibilis non intelligit seipsum nisi per speciem
a fantasmatibus acceptam, ut dicitur in 3 de anima <si intenda il De anima di Aristotele>;
ergo anima separata non potest intelligere alias substantias separatas. Preterea, duplex
est modus cognoscendi: unus modus secundum quod <così, ma si intenda quem> a
posterioribus devenimus in priora, et sicut que sunt magis nota simpliciter cognoscuntur
per ea qùe sunt minus nota simpliciter alio modo a prioribus in posteriora devenimus
et sic que sunt magis nota simpliciter per prius cognoscuntur a . . .

78
XIV
DAL TARDO-ANTICO ALL'ALTO :MEDIOEVO

La tradizione grafica del mondo romano era, o era stata per gran parte unitaria,
anche se diversificata in un ordinato sistema di scritture diverse fra loro; tali
diversi tipi di scrittura, infatti, dalla capitale all'onciale, dalla corsiva (prima
maiuscola e poi minuscola) alla epigrafica, ecc., non soltanto erano diffusi
uniformemente su tutto il territorio dell 'Impero e venivano adoperati contem­
poraneamente in Britannia ed in Mesopotamia, sul Reno ed in Lusitania, ma
erano compresi dalla maggior parte degli alfabeti: facevano insomma tutti parte
di un unico sistema scrittorio e di un 'unica tradizione grafico-culturale.
Tre fattori di carattere generale incrinano fra V e VI secolo e distruggono poi
fra VI e VII secolo questo quadro unitario:
la diss�luzione del sistema di insegnamento inferiore e superiore proprio
dell'Impero e la conseguente progressiva diminuzione del numero degli
alfabeti, e cioè dell'uso sociale della scrittura;
il radicale mutamento intervenuto nel sistema di produzione del libro,
quando con il VI secolo alle officine laiche della tradizione romana si so­
stituiscono i centri scrittori religiosi, siti presso chiese cattedrali o mona­
steri, privi di un diretto rapporto con un pubblico di acquirenti o di utenti
estranei alla comunità;

la sostiruzione all'Impero, tipica struttura unitaria sul piano politico ed am­


ministrativo, dei regni romano-barbarici con il conseguente, anche se relativo,
isolamento delle tradizioni culturali esistenti nelle singole regioni europee.

Cf. G. Cavallo, Scrittura, alfabetismo e produzione libraria nel tardo antico, in La


cultura in Italia fra tardo antico e alto medioevo, Il, Roma 1 981 , pp. 523-538.

Si aggiunga a tutto ciò un fattore complementare, costituito dalla tendenza,


tipica della cultura medievale, a separare rigidamente fra loro i diversi filoni e
le diverse manifestazioni di un 'unica civiltà culturale, per cui (per fare un

79
non sapeva di regola leggere libri, ma solo documenti; il «notarius» longobardo
esempio concreto) il laico alfabeta dell'Italia o della Gallia dei secoli VII-VIII

della medesima epoca non sapeva scrivere (e forse neanche conosceva) scritture
di uso librario, ma solo la corsiva nuova insegnatagli dal maestro; l 'ecclesiastico,
copista di libri, di regola conosceva soltanto la libraria e non sapeva né leggere,
né scrivere la corsiva documentaria.

tradizione culturale e grafica unitaria fu, sul piano della storia della scrittura,
Il risultato di tale processo di diversificazione e di frantumazione di una

quel fenomeno che si usa chiamare (secondo la felice definizione di Giorgio


Cencetti) il particolarismo grafico altomedievale; tale espressione va intesa non
soltanto in senso geografico (scritture diverse, cioè, a seconda delle diverse
regioni o «nazioni» in cui si suddivise l'Europa già romana), ma anche in senso
sociale (cioè scritture diverse a seconda delle diverse categorie o classi compo­
nenti la comunque ristretta comunità degli alfabeti). Ad un particolarismo gra­
fico, per così dire, orizzontale (cioè geografico) possiamo affiancare un parti­
colarismo grafico verticale, che passa attraverso le differenti stratificazioni della
società feudale altomedievale.

romana avvenne generalmente secondo un duplice piano di svolgimento: la


Il processo di diversificazione del patrimonio grafico ereditato dalla civiltà

produzione documentaria (di documenti pubblici o privati) non si distacca dall a


corsiva nuova, che assume, però, atteggiamenti e sviluppi particolari a seconda
delle varie regioni e località; la produzione libraria invece segue tendenze di­
verse ed in un certo senso opposte. Talvolta, infatti, si adoperano ancora (a

ciale, magari inserendovi legamenti ed elementi di corsiva (a Verona, a Lucca,


Roma, a Lione, ecc.) le scritture di antica tradizione, cioè l 'onciale e la semion­

ecc.); talvolta, al contrario, si cerca di rendere posata e calligrafica la corsiva


nuova, dando vita ai numerosissimi tipi di minuscola altomedievale posata, cui
sono stati attribuiti i nomi più diversi e che soltanto in alcuni casi acquistano
una precisa canonizzazione e si diffondono in un vasto ed unitario ambito
geografico, dando vita alle cosiddette "scritture nazionali": beneventana nell'I­
talia meridionale, merovingica in Francia, visigotica in Spagna, insulari nelle
isole Britanniche.

Cf. A. Pratesi, Note per un contributo alla soluzione del dilemma paleografico:
«semicorsiva o precarolina? », in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia del/' Uni­
versità di Bari, III ( 1957), pp. 1 57- 169.

Per quanto riguarda l 'organizzazione della produzione del libro e le diverse


tipologie librarie fra tardo-antico e altomedioevo sono da considerare sia i luoghi

80
e i modi della produzione, sia quelli della circolazione e della conservazione,
senza trascurare i rapporti fra fonna libro e testi trascritti.
Centro ideale della produzione del libro manoscritto delle comunità religiose
tardo-antiche e altomedievali è lo scriptorium, tennine che indica sia il luogo
fisico, all'interno di una grande istituzione religiosa, ove materialmente avve­
niva in modo organizzato e comunitario la copia dei libri, sia più genericamente
l'istituzione stessa in quanto produttrice di libri (lo scriptorium di Montecassino,
lo scriptorium di Corbie, e cosi via). Non tutti gli scriptoria erano anche scuole
calligrafiche, luoghi, cioè, ove sono la direzione di un maestro creatore di
modelli grafici si eseguisse un solo tipo di scrittura nel modo tecnicamente più
corretto e "canonico" (si pensi alla Montecassino desideriana del secondo XI
secolo); molto spesso si trattava di luoghi di copia nei quali ciascun religioso
capace di scrivere copiava testi come poteva e come sapeva. Tanto è vero che
in alcuni casi non si può neppure parlare di scriptorium vero e proprio, ma
piuttosto di semplici operazioni individuali di scrittura, pur se avvenute in un
luogo detenninato. Inoltre nell ' alto medioevo (fino al XII secolo) nelle comunità
religiose molto spesso il compito di copiare codici era affidato a giovani ed
inesperti membri della comunità, i quali assolvevano pessimamente il loro
compito, producendo codici male scritti e male preparati.
Altra istituzione essenziale della cultura scritta altomedievale (come di quella
di tutti i tempi) era la biblioteca; i maggiori monasteri e le grandi chiese cattedrali
possedevano notevoli raccolte librarie. Si trattava, tuttavia, di raccolte non pro­
priamente orgarùzzate in fonna bibliotecaria, con luoghi specifici di lettura,
ambienti di conservazione, collocazioni seriali e razionali; di solito queste rac­
colte cominciarono ad essere ordinate, sviluppate e strutturate in modo diretta­
mente funzionale allo studio soltanto a partire dal IX secolo in avanti, per
raggiungere fonne comparabili a quelle moderne soltanto con le grandi biblio­
teche a basilica degli ordini mendicanti del secolo XIII.
Un ultimo elemento da considerare è quello del rapporto fra testi e libri. Nel
corso del periodo tardo-antico e di quello altomedievale si assiste a questo
proposito alla creazione e quindi alla progressiva diffusione del codice miscel­
laneo, contenente opere diverse di diversi autori, del tutto sconosciuto al mondo
antico, che usava soltanto libri sostanzialmente unitari (costituiti cioè da un 'u­
nica opera di un solo autore o da corpora di opere di un solo autore o al massimo
da corpora strettamente organici di opere riguardanti un medesimo argomento:
grammatica, medicina, diritto, ecc. ). Il libro miscellaneo disorganico, puro e
semplice contenitore di testi, nacque con ogni probabilità presso le comunità
religiose copte dell'alto Egitto (esempi dei secoli I V e V nei ritrovamenti di Nag

81
Hammadi), venne quindi adottato dal monachesimo irlandese e probabilmente
da questo fu esportato sul Continente. Ognuno di questi codici costituiva una
vera e propria piccola "biblioteca portatile", in cui ciascuna comunità (o cia­
scuno scrivente) poteva raccogliere tutti i testi che riteneva utili ai suoi fini,
senza alcuna preoccupazione di ordine o di coerenza (un esempio insigne è
costituito dal ms. n. 490 della Biblioteca Capitolare di Lucca).

Sull'attività di copia, cf. A. Petrucci, Alfabetismo ed educazione grafica degli scribi


alto-medievali (secc. VII-X), in The role of the book in medieval culture, a cura di P.
Ganz, I, Tumhout 1986, pp. 109- 1 3 1 ; sulle biblioteche, cf. G. Cavallo, Dallo «scrip­
torium» senza biblioteca alla biblioteca senza «scriptorium», in Dal/' eremo al cenobio.
La civiltà monastica in Italia dalle origini ali' età di Dante, Milano 1987, pp. 331-422;
per l'Italia indicazioni ulteriori in A. Petrucci, Scrittura, alfabetismo e produzione

Roma 198 1 , pp. 539-55 1 ; per i libri miscellanei altomedievali, cf. A. Petrucci,Da/ libro
libraria nell'alto Medioevo, inLa cultura in ltaliafra tardo antico e alto Medioevo, Il,

unitario al libro miscellaneo, in Tradizioni dei classici trasformazioni della cultura, a


cura di A. Giardina, Bari 1986, pp. 1 73-187.

82
xv
IL PARTICOLARISMO GRAFICO IN EUROPA

Si forniscono qui, oltre ad opportune indicazioni bibliografiche, sommari


cenni sulle principali caratteristiche delle scritture altomedievali europee (esclu­
se quelle italiane, per le quali v. appresso), delle quali è raro rinvenire testimo­
nianze nelle biblioteche e negli archivi italiani, rinviando per maggiori infor­
mazioni alle trattazioni del B attelli o del Cencetti ed ai Codices latini antiquiores
del Lowe.

1. La merovingica e Le scritture altomedioevali francesi.

Com 'è noto, la Gallia tardo-romana, con l'Italia il paese più romanizzato di
tutta 1 'Europa, fra il V ed il VI secolo ebbe il ruolo, anche in campo culturale,
di regione guida dell'occidente. Anche per questa ragione, i Franchi furono tra
i popoli barbari quelli che più direttamente assunsero e fecero propria l'impal­
catura amministrativa dello stato romano, mutuandone abitudini, prassi ed anche
scritture. Non meraviglia perciò rilevare che la scrittura della cancelleria dei re
merovingi fosse nel VII e nell 'VIII secolo una corsiva assai artificiosa, derivata
direttamente dalla corsiva nuova cancelleresca delle cancellerie provinciali ro­
mane, cui si dà comunemente il nome di merovingica.
L'aspetto generale di questa scrittura è quello definito della "compressione
laterale", in quanto le lettere si presentano schiacciate le une contro le altre ed
esageratamente allungate; gli occhielli, per effetto dello schiacciamento laterale,
sono oblunghi; le aste sinuose; le legature numerosissime, e spesso irregolari o
improprie; i segni abbreviativi acquistano carattere ornamentale.
Lettere caratteristiche sono:

a= cr b= � e=
t
g=
o o= '6 t=

83
con qualche punta nel IX; geograficamente la scrittura fu adoperata in tutte le
L'uso della merovingica in campo documentario fu limitato ai secoli VI-VIII,

zone di influenza politica e culturale franca, e perciò, oltre alla Francia centrale,
anche in Borgogna, in Baviera e nell'Italia nord-occidentale.

A proposito del problema delle origini della scrittura, è interessante il confronto fra
il saggio di L. Schiaparelli, Intorno ali' origine e ai caratteri della scrittura merovin­
gica, in Archivio storico italiano, 7a s., XVI (1931), pp. 169-195, e quello, posteriore
di trent'anni, di Cencetti, Dall' unità al particolarismo grafico, cit, pp. 237-264. Cf.
anche P. Gasnault, Documents comptables de Saint Martin de Tours à l' époque
mérovingienne, Paris 1975 (con studio paleografico di J. Vezin).

Gregorio Magno, Moralia (Londra, British Library, ms. Add. 1 1 878; sec. VII).
Si legga: Reficiunt dum adfligunt per illas in adflictione I [m]eror est per haec in
maerore laetitia quia / tamen ipsa conpunctio mentem lacerat ean/dem conpunctionem
non incongrue disciplinam I vocat. Quattuor quippe sunt qualita/tes quibus iusti viri
animam in <agg. nell' interi.> conpunctione I vehementer afficitur cum aut malorum...

84
In campo librario, i diversi centri francesi , oltre ad adoperare ancora le
scritture tradizionali (onciale e semionciale: cf. Lione), ricorsero anche a diversi
processi per rendere la merovingica più posata e adatta all'uso librario, o per
corsivizzare la semionciale. Questo duplice processo raggiunse tipizzazioni
individuabili in centri di fondazione irlandese, come Luxeuil o Corbie, o in altri
appartenenti culturalmente all 'area franca, ma politicamente fuori del regno
franco: Borgogna, Germania meridionale, Svizzera, ove spicca il centro scrit­
torio (anch'esso di fondazione irlandese) di S. Gallo.
Qui basterà ricordare che a Luxeuil nel corso del VII secolo, è testimoniata
una elegante tipizzazione libraria della merovingica, che elimina dalla scrittura
le caratteristiche più evidentemente cancelleresche.

Altra tipizzazione libraria della merovingica


fu quella elaborata a Laon nel corso del secolo
VIII e definita scrittura a - z dal particolare
aspetto di queste due lettere.

Con la seconda metà dell' VIII secolo in Fran­


cia il primato scrittorio viene assunto dal cen-
tro di Corbie, ove coesistono più tipi di scrit-
, I'
tura; alcuni, elaborati dalla semionciale, ed "-"
uno, detto scrittura a b, dalle due lettere più
-

caratteristiche, dalla merovingica.

I due tipi di minuscola (molto vicini alla semionciale nel modulo grande e
nella rigidezza del tratto) elaborati a Corbie sotto gli abati Leucario (75 1 -768)
e Mordramno (772-780) hanno particolare importanza in quanto, nelle forme
particolarmente semplici, rotonde e regolari, preludono a quella che sarà la
minuscola carolina:

Cf. F. Gasparri, Le scriptorium de Corbie à la fin du VIIJ siècle et le problème de


I' écriture A-B, in Scriptorium, XX (1966), pp. 265-72.

2. Le scritture insulari.

Delle varie regioni europee dell'Impero romano la B ritannia fu cenamente


la meno romanizzata e quella in cui la cultura e perciò la scrittura di Roma (pure

85
usata in iscrizioni, tavolette cerate, ecc.) dovettero diffondersi di meno tra i Celti
locali. Poco dopo l 'introduzione del Cristianesimo nell 'isola e l'organizzazione
di un clero locale, i Romani nella prima metà del V secolo abbandonarono la
Britannia; nel frattempo il clero britanno evangelizzava l ' Irlanda, mai toccata
dalle legioni di Roma. Dopo un lungo periodo in cui l 'Inghilterra fu sconvolta
dalle invasioni degli Angli e dei Sassoni, una nuova forma di evangelizzazione
(o meglio di conversione alla liturgia romana), fu avviata da Gregorio Magno,
che nel 597 inviò nell 'isola britannica Agostino (poi detto di Canterbury), con
altri missionari e numerosi codici, mentre contemporaneamente in Irlanda si
era sviluppato un vigoroso movimento monastico, che faceva capo a numerosi
monasteri.
È logico, quindi, presumere che ci fosse almeno dal VI secolo una vivace
produzione di manoscritti sia in Irlanda, sia in Inghilterra. Poiché, però, nelle
due regioni , tra VII e IX secolo furono adoperati i medesimi caratteristici tipi
di scrittura, non sapendo con esattezza datare, né attribuire all'una o all ' altra
isola i più antichi manoscritti superstiti, i paleografi e gli studiosi dell'arte
insulare sono divisi fra due tesi: l'una, tradizionale, vede nell'Irlanda la culla
sia delle scritture che della miniatura insulare; l'altra, invece, più recente, ro­
vescia questa impostazione e vede nei centri inglesi del Nord (Northumbria) le
località da cui provengono i più antichi manoscritti insulari.

Per la tesi tradizionale, cf. L. Schiaparelli, Intorno ali' origine e alcuni caratteri
delle scritture e del sistema abbreviativo irlandese, in Archivio storico italiano,
LXXIV, 2 (1916), pp. 3-126; per la tesi opposta, cf. F. Masai, Essai sur les origines
de la miniature dite irlandaise, Bruxelles - Anvers 1947.

Le scritture insulari sono due. Una, quella dei codici più riccamente miniati
e più noti , usata fra il VII ed il X secolo, è caratterizzata dalla rotondità e dallo
schiacciamento delle forme, dal tratteggio pesante, dallo sviluppo minimo delle
aste, dal triangolo (dente di lupo) applicato alle aste alte ed è denominata "ma­
iuscola o semionciale insulare".

Sue lettere caratteristiche sono:

b= d= "'b cl f= �
g= n=
u
86
L'altra scrittura, adoperata per i manoscritti meno impegnativi e per i docu­
menti, è detta "minuscola insulare" ed è caratterizzata dall'uso di archi acuti
nelle curve, di aste discendenti proJungate, di singolari legamenti verso il basso;
fu adoperata in Inghilterra sino alla conquista normanna e poi ancora in Irlanda,
ove attraverso molteplici modificazioni, passò anche nella stampa (caratteri
gaelici).

Sue lettere e legamenti caratteristici sono:

u, p=
r 1
a= q=

r r
r= s=

nix
mo =


li = ma=

si =
l1
ti =
t)
Dei manoscritti insulari sono tipici sia l'alfabeto maiuscolo, elaborato sono
l'influenza diretta della scrittura runica, propria dei popoli germanici e larga­
mente adoperata per iscrizioni:

1-H
B
A= B= M=

l
0= T=

sia il sistema abbreviativo, che, assai vicino a quello romano delle notae iuris,
ha largamente influenzato il sistema abbreviativo medievale continentale. Si
ricordi infine che in Inghilterra fu adoperata anche l 'onciale come scrittura di
lusso sia in codici, sia nei più antichi documenti dei re locali.

87
Per una nuova e più articolata visione della gerarchia e dei reciproci rapporti dei
vari tipi di scrittura adoperati nelle isole Britanniche nell'alto medioevo, cf. J. T. Brown,
The Irish Element in the Jnsular System of Scripts to circa A. D. 850, in Die lren und
Europa imfrii.heren Mittelalter, l, Stuttgart 1982, pp. 101-1 19.

3 . La scrittura in Spagna e La visigotica.

La Spagna, regione già profondamente romanizzata, fu occupata stabilmente,


nella seconda metà del V secolo, dai Visigoti, anch'essi notevolmente romaniz­
zati e certo in grado di usare la lingua latina. Sotto la loro dominazione, fra VI
e VII secolo, la Spagna conobbe un periodo di notevole fioritura intellettuale,
per illustrare la quale basterà ricordare il nome e l'opera di Isidoro di Siviglia
(t 639). La scrittura vi era diffusa; 46 ardesie graffite, risalenti al VI-VII secolo,
scritte in una corsiva di poco differente da quella "nuova" di origine romana,
ce ne forniscono una diretta testimoruanza.

Per le ardesie spagnole, cf. M. Gomez Moreno, Documentacion goda en pizarra,


Madrid 1966 e M. C. Diaz y Diaz, Los documentos hispano-visigoticos sobre pizarra,
in Studi medievali, 3a s., VII ( 1966), pp. 75-107. La pubblicazione di queste testimo­
nianze rende superato il vecchio saggio di L. Schiaparelli, Note paleografiche. Intorno
alle origini della scrittura visigotica, in Archivio storico italiano, � s., XII (1929), pp.
165-207.

Su questa base si sviluppò in Spagna, fra i secoli VII ed VIII, una corsiva,
convenzionalmente definita "visigotica", caratterizzata da particolarità locali,
come l'inclinazione a sinistra,

'(_ la a aperta, alta e diritta

la t occhiellata eseguita in un tempo solo.


<t"
Dopo la conquista araba (7 1 1 -7 14), nei territori occupati tale corsiva subi
qualche influenza stilistica della scrittura araba, come nei tratteggi sinistrogiri
e nell 'uso di abbreviazioni con omissione delle vocali (comune anche alla
minuscola posata).
Accanto alla corsiva, dall ' VIII all'inizio del XIII secolo, si adoperò in Ispagna
una minuscola posata di tipo librario, detta anch'essa visigotica, caratterizzata
� dalla a aperta ·
dalla g di tipo onciale
dalla t con occhiello chiuso
dalla e alta e aperta

88
dalle aste clavate in alto e dal tratteggio rigidamente verticale. Caratteri­
stico della visigotica posata è anche un alfabeto capitale ricco di elementi
ornamentali, influenzato dalla scrittura araba:

A=
A C=
e M= i(\
N=
N 0=
Q
T=
r V=
V
Nell'ambito della visigotica vanno distinte, secondo il Cencetti (Lineamenti,
cit., pp. 1 4 1 - 1 58), quattro diverse scuole o ambienti di esecuzione, tre dei qua­
li appartenenti al territorio "mozarabo", cioè occupato dagli Arabi, ma abitato
da cristiani (andaluso, toletano, leonese) ed uno, il più importante, relativo al
territorio castigliano, dove si riscontra un notevole mutamento del canone del­
la visigotica, che si presenta piccola, tonda, sottilissima, anzi filiforme, con let­

Intorno al 1 09 1 , secondo una notizia cronistica non altrimenti confermata,


tere addossate le une alle altre.

in un concilio provinciale tenuto a Burgos sarebbe stata decretata la proibizione


dell'uso della scrittura visigotica e la sua sostituzione con quella carolina: «et
etiam de cetero omnes scriptores, omissa littera toletana, Gallicis litteris ute­
rentur. . . ». Ad ogni modo, la diffusione della visigotica già con XII secolo andò
decrescendo e con il XIII essa fu definitivamente sostituita con la gotica.

Per i codici spagnoli, cf. A. Millares Carlo, Tratado de paleografia Espaiiola, 3 ed.,
I-III, Madrid 1 983 (con ampia raccolta di tavole); M. C. Diaz y Diaz, Codices
visigoticos en la Monarquia Leonesa, Leon 1983.

Caratteristiche grafiche analoghe a quelle della minuscola visigotica libraria


si riscontrano in due codici liturgici del IX-X secolo provenienti dal monastero
di S. Caterina nella penisola del Sinai sin dal VII secolo sono la dominazione
islamica. Ivi è anche conservato un terzo codice liturgico scritto in una fitta
corsiva inclinata a destra, che mostra evidenti somiglianze con l'allungata cor­
siva greca di un manoscritto conservato nella Bibl. Apostolica Vaticana (ms. gr.
2200; cartaceo), anch'esso sinaitico.

Per i codici latini del Sinai, cf. Lowe, Palaeographical Papers, ci t. II, pp. 417-440;
,

520-574; Bischoff, Paléographie, cit., p. 1 10.

89
XVI
LA SCRITIURA NELL'ITALIA MERIDIONALE
E LE ORIGINI DELLA BENEVENTANA

Rispetto ad altre regioni d'Europa e alle stesse province dell 'Italia centro­
settentrionale, l'Italia meridionale altomedievale presenta da un punto di vista
grafico un incolmabile vuoto di testimonianze (sia documentarie, che librarie)
per tutto il VII e per quasi tutto l 'VIII secolo; i più antichi documenti pervenutici
in originale risalgono agli ultimi anni del secolo VIII e ai primi del IX (conservati
a Cava dei Tirreni e a Montecassino) e rivelano l'uso della corsiva nuova di
tradizione romana, senza grandi innovazioni. Per quanto riguarda i codici, dopo
quelli in onciale e semionciale del VI secolo attribuibili ai centri di Napoli, di
Capua e di Vivarium, dobbiamo giungere all'ultimo quarto del secolo VIII per
trovare altri libri manoscritti sicuramente originari dell'Italia meridionale; si
tratta di due Isidori, l 'uno conservato a Montecassino (C. L. A . , 38 1), l'altro a
Cava dei Tirreni (C. L. A . , 284), di una raccolta gramm aticale ora a Parigi (C.
L. A., 569), di un Cassiodoro di Bamberga (C. L. A . , 1 029), ecc.
Questi manoscritti presentano caratteristiche comuni sul piano grafico, tanto
da potere essere tutti attribuiti ad una determinata tipizzazione della minuscola
libraria, ricca di elementi corsivi, con parole accostate, aste alte e davate,
irregolarità di allineamento e tratteggio, comunemente giudi cata la fase iniziale
della scrittura "nazionale" dell'Italia meridionale continentale, che si usa defi­
nire "beneventana". Poiché, inoltre, l'origine di tutti questi manoscritti fu attri­
buita al centro scrittorio sito nel monastero benedettino di Montecassino, si è
giudicato che questo centro fosse la culla della nuova scrittura e che in esso la
beneventana avesse trovato successivamente anche il suo sviluppo ulteriore nel
corso dei secoli IX e X e infine la sua canonizzazione definitiva nel corso dell ' XI
secolo, e da lì si fosse rapidamente diffusa ad altri centri benedettini dell 'Italia
meridionale e della costa dalmata, per decadere poi nel corso del XII e XIII
secolo.
L'area di diffusione della scrittura beneventana, usata praticamente dalla fine

90
dell 'VIII sino al XIII secolo (anche se se ne hanno sporadici esempi di imitazione
nel XIV e perfino nel XV-XVI secolo), comprese dunque, oltre Montecassino,
Benevento, Cava dei Tirreni e Salerno, alcuni centri minori degli Abruzzi e, in
Puglia, Troia e Bari; la scrittura fu adoperata anche nelle Isole Tremiti e in
Dalmazia a Zara e in altre località.

Il monastero benedettino di Montecassino fu fondato da S. Benedetto nel 529;


distrutto dai Longobardi nel 577, fu fondato ex novo dall'abate Petronace nel 7 18; fra
VIII e IX secolo fu sede di una nuova scuola ed ospitò Paolo Diacono. Distrutto di
nuovo dai Saraceni nell'883, fu abbandonato dai monaci, che si rifugiarono prima a
Teano, poi a Capua. Nel 949, con l'abate Aligerno, i benedettini ritornano a Montecas­
sino, che si avvia al periodo più ricco della sua storia culturale. Nell 'XI secolo, sotto
gli abati Teobaldo ( 1022-1035), Richerio (1038- 1055) e soprattutto Desiderio (1058-
1087; papa fra il 1086 e il 1087 con il nome di Vittore III), Montecassino conobbe una
grande floridezza economica e una notevole fioritura sul piano culturale ed artistico,
incentrata sulle figure di Alfano da Salerno e di Guaiferio, poeti, del medico e scienziato
Costantino Africano, poi a Salerno, dei cronisti Leone Marsicano, Pietro diacono,
Amato, del grande maestro di ars dictaminis, Alberico. La decadeni.a del monastero,
sia sul piano economico che su quello culturale, iniziò con il XII secolo e continuò con
quello successivo; ai primi del Cinquecento esso passò ai benedettini di S . Giustina di
Padova e conobbe una nuova fioritura; fu distrutto dai bombardamenti bellici il 1 5
febbraio 1944 e quindi ricostruito. Conserva u n imponente archivio con migliaia di
pergamene di molte localil.à dell'Italia meridionale, ed una biblioteca ricchissima di
codici medievali di grande pregio.

La tesi sul ruolo di Montecassino come centro maggiore (se non unico) di

Beneventan Script di E. A. Lowe, è stata superata per merito di due studiosi


nascita, sviluppo e diffusione della scrittura beneventana, consacrata nel The

Nel 1957 il Cencetti formulava l 'ipotesi che nel monastero cassinese durante
italiani, Giorgio Cencetti e Guglielmo Cavallo.

l 'ultimo quarto del secolo VIII si fosse raccolta l 'eredità grafica della minuscola
elaborata nei monasteri benedettini dell ' Italia settentrionale, e in particolare in
quello di Nonantola, minuscola che presenta in effetti notevoli analogie con la

dalla distruzione del Regno longobardo da parte dei Franchi (774) e dal conse­
beneventana delle origini; tale fenomeno sarebbe stato facilitato, se non causato,

guente rifugiarsi di monaci e di dotti longobardi entro i confini della "Longo­


bardia minore" ed in particolare fra le mura ospitali del monastero di Monte­
cassino.
La suggestiva ipotesi del Cencetti ha il merito di aver collegato concretamente
la beneventana con altri tipi di scritture, che si venivano formando nel corso

91
dell'VIII-IX secolo nell'Italia centro-settentrionale e che presentano tutti una
certa somiglìanza fra loro. Tuttavia una derivazione della scrittura del Sud da
quella del Nord non può essere ipotizzata poiché gli esempi più maturi del tipo
nonantolano sono di certo posteriori a quelli cassinesi e poiché, come è stato
rilevato da Marco Palma, alcuni manoscritti ritenuti settentrionali sono in realtà
di area beneventana.
Nel 1970 il Cavallo, studiando le caratteristiche della beneventana del co­
siddetto periodo di formazione (IX-X secolo), rilevava che la scrittura raggiunse
una sua precisa canonizzazione già col X secolo e fuori di Montecassino. Se­
condo il Cavallo il luogo ove tale canonizzazione si è venuta formando non è
il monastero cassinese, ma la città di Benevento, capitale del principato di
Landolfo Capodiferro (943-98 1 ) e dell'arcivescovo Landolfo I.

Per la naturale influenza politica e culturale esercitata nella seconda metà


del sec. X da Benevento, capitale di un vasto stato, questa canonizzazione
beneventana della scrittura meri.dionale si diffuse già prima della fine dello
stesso X secolo in un'area molto vasta, dalla Puglia (ne restano testimonianze
in documenti) a Napoli, mentre Montecassino, appena risorta (949) ad opera di
Aligemo, attraversava ancora un difficile periodo di riorganizzazione. D'altro
canto, come ha rivelato lo studio delle sottoscrizioni autografe di ecclesiastici
e di laici, già dalla metà del secolo IX la beneventana era divenuta l'unica
scrittura adottata a Salerno e nel suo territorio e anche in questa città, capitale
di un principato autonomo dall' 840, esistevano centri e categorie di scriventi di
alte capacità grafiche.

Una vera e propria "biografia di una scrittura" può essere considerato The beneven­
tan Script, Oxford 19 14, di E. A. Lowe, a cui seguì a cura del medesimo autore una
imponente raccolta di facsimili, Scriptura beneventana, Oxford 1929; al Lowe, oltre
allo studio accurato delle caratteristiche grafiche della scrittura, si deve anche un esatto
censimento dei manoscritti superstiti (ampliato e ritoccato di continuo in seguito) e
infine il merito di avere attribuito alla scrittura stessa il nome con il quale oggi è nota,
beneventana, che corrisponde molto esattamente all'area geografico-politica della sua
espansione territoriale, ali 'interno dei confini di quello che fu il principato di Benevento
all'epoca della sua massima espansione. Dell'opera di E. A. Lowe è uscita nel 1980
una nuova edizione, a cura di V. Brown, con indice ed aggiunte (Roma, Ed. di Storia
e Letteratura; 2 voli.).
L 'ipotesi di Giorgio Cencetti è espressa in Scriptoria e scritture del monachesimo
benedettino, in Il monachesimo nell' alto medioevo e la formazione della civiltà
occidentale, Spoleto 1957, pp. 187-219. Per la puntualizzazione sui rapporti fra i codici
nonantolani e quelli cassinesi cf. M. Palma, Nonantola e il Sud. Contributo alla storia
92
della scrittura libraria nell'Italia dell'ottavo secolo, in Scrittura e Civiltà, 3 ( 1979),
pp. 77-88; cf. anche dello stesso Alle origini del tipo di Nonantola: nuove testinwnianze
meridionali, ibid., 7 (1983), pp. 141-149. Per il rilievo avuto da Benevento nella
formazione della scrittura, cf. G. Cavallo, Struttura e articolazione della minuscola
beneventana libraria tra i secoli X-Xli, in Studi medievali, 33 s., XI (1970), pp. 343-368.
Per la situazione salemitana cf. A. Petrucci - C. Romeo, Scrittura e alfabetisnw nella
Salerno del IX secolo, in Scrittura e Civiltà, 7 (1983), pp. 5 1 - 1 12.

ti (duro) = l%J

X secolo, complessivamente, la bene­


ti (ass.) =
Con il
ventana presenta in modo abbastanza unifor­
ei =
me e costante nei vari esempi le caratteristiche
di un tratteggio fluido, di forme tondeggianti,
con lettere accostate; inoltre in essa è presente fi =

l'uso di due legamenti diversi per ti duro o


assibilato, di alcuni legamenti obbligatori e gi =
della i alta in posizione iniziale o in funzione
semivocalica.
li =

ri =

Sono tipiche della beneventana di questo e dei periodi seguenti le lettere:

a=
OC
e= r= t= 't' c (crestata)= (.
Del sistema abbreviativo beneventano si ricor­
deranno in particolare l'uso del segno 3 spostato
in alto per rappresentare in fine di parola I' as­
senza di m e la tipica abbreviazione per eius:

Nei manoscritti in beneventana viene anche comunemente adoperato I 'ac­


cento tonico su monosillabi , polisillabi piani e sdruccioli e su nomi stranieri
accentati sull 'ultima sillaba.

93
XVII
BENEVENTANA BARESE E BENEVENTANA CASSINESE

Con il secolo XI il panorama della scrittura nell 'Italia meridionale si diver­


sifica. Nella zona continentale-campana il ruolo e l'influenza di Montecassino
come centro culturale si rafforzano; mentre in Puglia la riaffermata presenza
bizantina rende più diretta l'influenza anche culturale dei modelli e della scrit­
tura greci.
Con i primissimi decenni del secolo XI a Bari si assiste alla formazione di
una tipizzazione particolare della beneventana, caratterizzata dal modulo assai
grande, dall'arrotondamento delle forme, dalla riduzione delle aste, dal tratteg­
gio sottile e uniforme, dovuto all 'uso di una penna (di tipo greco) a punta rigida;
altre e minori caratteristiche sono l'uso regolare della e alta e crestata, il segno
abbreviativo costituito da una linea sormontata da un punto C.!) e la nota tironiana

Gli esempi più antichi e più caratteristici di questa tipizzazione sono costituiti
per est ( ;)
.

da un rotolo di Exultet, eseguito per la chiesa cattedrale di Bari forse prima del
1 025 (o subito dopo), da tre privilegi dell'arcivescovo Nicola di Bari del periodo
1 036- 1047 e da un Evangeliario del secolo XI, conservato (Ott. lat. 269) nella
Biblioteca Apostolica Vaticana (cf. tav. seguente).
La tipizzazione barese rappresenta in pratica la rielaborazione del canone
della beneventana, così come si era venuto formando nel X secolo, sotto I ' in­
fluenza di modelli esterni , costituiti con tutta probabilità da manoscritti greci
vergati in un particolare tipo di minuscola tondeggiante («Perlschrift»). È pro­
babile che il centro in cui questa tipizzazione fu elaborata sia stato lo scrittorio
arcivescovile di Bari; ma la questione rimane aperta.
La tipizzazione barese si diffuse in tutta la Puglia centrale e fu adoperata
(soprattutto per la trascrizione di documenti) anche nello scrittorio dell 'abbazia
di S. Crisogono di Zara e in altri centri minori della costa dalmata, per evidente
influenza pugliese. Durò in uso, in forme sempre più incerte e stentate, sino al
secolo XIII.

94
Su tutta la questione si vedano: A. Petrucci, Note ed ipotesi sulla origine della
scrittura barese, in Bullettino del/' «Archivio paleografico italiano», n. s., IV-V ( 1958-
1959), pp. 1 0 1 - 1 14; Cavallo, Struttura e articolazione, cit.; A. Pratesi, Influenze della
scrittura greca nellaformazione della beneventana del tipo di Bari, in La chiesa greca
in Italia dall' VII/ al XVI secolo, Padova 1 973, pp. 1095- 1 109.

Nella Montecassino della prima metà del secolo XI, soprattutto sotto gli abati
Teobaldo ( 1022-1035; di lui Leone Marsicano disse: «codices quoque nonnul­
los, quorum hic maxima paupertas usque ad id temporis erat, describi precepit»)
e Richerio (1038- 1 055), si verificò una vigorosa ripresa della produzione cli
manoscritti, in una tipizzazione della beneventana con caratteristiche via via
sempre più precise e costanti e sempre più marcatamente differenti da quelle
che contemporaneamente individuano in Puglia il tipo cosiddetto di Bari, di cui
si è già detto.
La tipizzazione cassinese trovò il suo canone definitivo nella seconda metà
del secolo XI sotto il governo dell' abate Desiderio ( 1 058-1087, che diede «Ope­
ram in ... libris dcscribendis» : Chronica Monasterii Casinensis, a cura cli H.
Hoffmann, III, Hannover 1980, p. 63) e del suo successore Oderisio (t 1 1 05);
è questo il periodo in cui furono prodotti a Montecassino alcuni dei più notevoli
codici, sia dal punto di vista grafico, che da quello artistico-decorativo.
Tale tipizzazione è caratterizzata dal tratteggio fortemente contrastato, do­
vuto all 'uso di una penna mozza a sinistra, per cui i tratti orizzontali, verticali
ed obliqui verso destra sono assai grossi e quelli obliqui verso sinistra sono
ridotti a filetti sottilissimi; inoltre l'allineamento dei tratti orizzontali di colle­
gamento fra le varie lettere fa apparire le parole come attraversate da una spessa
linea orizzontale; le lettere sono spesso così accostate fra loro che i tratti vicini
si sovrappongono; infine le aste verticali brevi appaiono spezzate quasi fossero
composte da due piccoli rombi sovrapposti:

t m

Si venne inoltre precisando fra XI e Xll secolo una stilizzazione cassinese


dcll 'ornamentazione e della miniatura dei codici, con influenze insulari, bizan­
tine cd ottonianc, caratterizzata dagli intrecci e dai motivi zoomorfi, formati
soprattutto da raffigurazioni di cani.

95
Un esempio di beneventana del tipo di Bari: l'Evangeliario Ottob. lat. 296 della Bibl.
AposL Vaticana (sec. XI, I a metà).
Per l'ornamentazione e la miniatura cassinesi, cf. H. Beiting, Studien zur beneven­
tanischen Malerei, Wiesbaden 1968, H. Toubert, Le breviaire d' Oderisius (Paris, Bibl.
Mazarine, ms. 364) et les injluences byzantines auMont-Cassin, inMelanges de lEco/e
française de Rome, LXXXIII, 1 ( 1971), pp. 1 86-27 1 (con bibl.) e L' età dell' abate
Desiderio. II. La decorazione libraria. Atti della tavola rotonda (Montecassino, 17-18
maggio 1 987), a cura di G. Cavallo, Montecassino 1989. Cf. anche la grande sintesi di
H. B loch, Montecassino in the Middle Ages, 3 voll., Roma 1986.

La tipizzazione grafica cassinese della beneventana si diffuse ampiamente


in tutta l'Italia meridionale continentale e fu adoperata in numerosi monasteri
campani, pugliesi, abruzzesi, nelle isole Tremiti ed in alcuni centri della opposta
sponda dalmata, contemporaneamente al tipo pugliese. In particolare, nella
Capitanata, zona di confine fra le aree culturali e politiche longobarda e bizan­
tina, e a Troia, maggiore centro della provincia, si ebbero fra XI e XII secolo
soluzioni di compromesso fra le tendenze grafiche cassinesi e quelle baresi, che
rendono talvolta difficile l'attribuzione dei singoli esempi all'una o all'altra
stilizzazione.
Con l'inoltrato secolo XII e con il secolo XIII la tipizzazione cassinese
divenne più rigida, di modulo più piccolo, fitta ed angolosa nel disegno; vi si
nota inoltre la presenza di alcuni elementi (come la a di forma carolina e la
forcellatura delle aste alte) desunti dalla tarda minuscola carolina e l'aumento
dell'uso delle abbreviazioni.
Nel corso del secolo XIII, parallelamente alla sostituzione in molti monasteri
meridionali dei Cistercensi ai Benedettini, la scrittura beneventana venne rim­
piazzata dalla minuscola gotica, già introdotta ed adoperata sempre più larga­
mente nell'Italia meridionale continentale ed in Sicilia prima dai Normanni (XII
secolo) e poi dalla corte sveva. La beneventana di tipo cassinese rimase in uso
quasi esclusivamente a Montecassino e a Cava dei Tirreni, per scomparire infine
con il XIV secolo anche da queste estreme isole di resistenza (tranne sporadici
casi di imitazione calligrafica ancora verificatisi nel Trecento e perfino nei due
secoli successivi).
A Salerno, in alcuni centri scrittori della città si continuò a scrivere in bene­
ventana anche dopo la conquista normanna (1 077), mentre in altri già fra XI e
XII secolo era stata adottata una elegante minuscola tardo-carolina.

Cf. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, secc. Xl-XVI, in Scrittura


e Civiltà, 13 (1989), pp. 49-328.

97
La beneventana cassinese nel pieno sviluppo del canone (dal Martyrologium cassinese
del 1087 ca; Bibl. Apost. Vaticana, Vat. lat 4958).

98
XVIII
SCRIITURE USUALI E DOCUMENTARIE
NELL'ITALIA MERIDIONALE ALTOMEDIEVALE

Come si è già detto, non esistono per l'Italia meridionale documenti originali
anteriori alla fine del secolo VIII. Quelli a cavallo fra l 'VIII ed il IX secolo
conservati oggi prevalentemente a Montecassino ed a Cava dei Tirreni (dopo
la distruzione dei più antichi fondi del Grande Archivio di Napoli, operata da
truppe tedesche il 30 settembre 1943 a S. Paolo Belsito, nei pressi di Nola),
sono vergati in una corsiva nuova senza apprezzabili differenze rispetto a quella
dei coevi documenti dell' Italia centro-settentrionale. A differenza di quanto
avviene in tali regioni, dai documenti campani o pugliesi di quest'epoca sembra
affiorare la testimonianza di un uso sociale della scrittura abbastanza diffuso,
poiché i testimoni che appongono le loro sottoscrizioni (talvolta in lingua latina,
ma in alfabeto greco) sono nella quasi totalità alfabeti.
È noto che l'Italia meridionale nell'alto medioevo è praticamente divisa in
due zone politicamente e culturalmente assai diverse fra loro: quella "interna",
longobarda per dominazione politica, per ordinamenti amministrativi, per di­
ritto, per cultura, per onomastica; e quella "esterna", dominata dai Bizantini,
legata alle tradizioni romano-greche e aperta alle influenze culturali e religiose
di Bisanzio e delle aree provinciali del mondo bizantino. Mentre la prima zona
faceva capo a Benevento, a Capua, a Salerno, la seconda trovava i suoi centri
maggiori nei ducati costieri campani (Napoli, Gaeta, Amalfi) e nelle città pu­
gliesi; la Puglia, tuttavia, rimasta per un certo periodo sotto la dominazione
longobarda, ne aveva subito l 'influenza nel diritto, nei costwni, negli usi docu­
mentari, nell 'onomastica, e già con il IX secolo aveva adottato la scrittura
beneventana.
Nei territori campani di cultura e di tradizione longobarde, fra il IX e il X
secolo la corsiva nuova dei rogatari assume sempre più precisamente fonne ed
aspetti della beneventana libraria, tanto che si può parlare di una corsiva bene­
ventana di ambito documentario, caratterizzata dalla e alta e strozzata, dalla t

99
nel secolo X questa scrittura acquisterà un tratteggio fluido, fonne tondeggianti,
con occhiello chiuso, dai legamenti tipici della r e della t con la i, ecc. In Puglia

aste clavate (cf. la tav. seguente).

Per la scrittura dei notai pugliesi, cf. F. Magistrale, Notariato e documentazione in


terra di Bari, Bari 1 984.

Il medesimo tipo di corsiva documentaria è alla base delle scritture cancel­


leresche adoperate nelle cancellerie di Benevento, di Capua e di Salerno per i
privilegi emanati da quei principi nel IX e fra il X e l ' XI secolo, sia pure con
particolari accentuazioni di natura ornamentale: aste, svolazzi, maiuscole allun­
gate, ecc. ·

Per la riproduzione dei diplomi dei principi salemitani cf. Diplomata principum.
Beneventi, Capuae et Salerni de gente Langobardorum, in Archivio paleografico
italiano, XV, fase. 62 (1956), fase. 63 ( 196 1), a cura di A. Pratesi, e fase. 67 (1969), a
cura di V . De Donato.

Nei ducati costieri campani la tradizione romana continuava in campo do­


cumentario senza interruzioni e la redazione dei documenti vi era affidata non

dall'inizio almeno del X secolo si usava una scrittura particolare per scrivere i
già a notarii, ma a corporazioni sclwlae - di curia/es, dirette da primarii;
-

documenti detta "curialesca". che non era che una artificiosa elaborazione della
'
100
corsiva nuova, assai si mi l e ad analoghi esiti del! 'evoluzione della medesima
corsiva ve ri lìc a tisi in al tre zone di influenza bi zantina, e cioè a Ravenna ed a
Roma ("curiale nuova" romana). La "curialesca" fu adoperata a Napoli, a Gaeta,
ad Amal fi , a Sorrento, fra X e XIII secolo; a Napoli si usava ancora, sporadi­
camente nel Trecento, anche se Federico II ne aveva nel 1220 proibito l 'uso,
per la sua sempre maggiore incomprensibilità.

a= e=
Le caratteristiche principali della scrittura (di
cui ci sono conservati esempi assai scarsi)
sono: il modulo assai piccolo del corpo delle em=
L

lettere; il tratteggio uniformemente sottile;
l 'uso di aste alte e rigide, di lunghe code a
C=
svolazzo, di fregi esornativi. Q=
Lettere tipiche sono la a, la e e la t, i lega­
menti em, et, ec e fra le maiuscole la grande
C crestata, la Q e la S.

Va infine rilevato che lo studio delle sottoscrizioni testimoniali e della docu­


mentazione pubblica e privata di area geografica meridionale rivela che dalla
metà circa dcl secolo IX, sino a tutto, almeno, il secolo XI la beneventana fu
adoperata in Campania e in Puglia come scrittura "totale'', cioè come scrittura
adoperata per tutti gli usi ed a tutti i livelli: come scrittura dell'insegnamento
primario e dell 'uso com une dei semi alfabeti (elementare di base); come scrittura
usuale degli alfabetizzati colti; come scrittura professionale dei notai; come
scrittura della documentazione pubblica (cancelleresca); come scrittura libraria
dei copisti nei diversi centri scrittorii.
Con l'avvento dei Normanni, anche in campo documentario alla corsiva o
alle cancelleresche di tipo beneventano si sostituì la minuscola diplomatica di
tipo carolino, adoperata sia nelle cancellerie dei signori minori (quella di Enrico
conte di Montesantangelo fra XI e XII secolo, in cui si adopera ancora la
beneventana documentaria, costituisce un'eccezione alla regola generale), sia
infine dai singoli notai per la redazione degli atti privati.

Per i problemi delle scritture documentarie del!' Italia meridionale nell'alto medioe­
vo, l ' unico saggio complessivo è quello di A. Gallo, Contributo allo studio delle
scritture meridionali nel/' alto medio evo, in Bullettino del/' IstituJo storico italiano per
il medio evo, 47 ( 1932), pp. 333-350; c f. anche E. Galasso I caratteri paleografici e
diplomatici del/' atto privato a Capua e Benevento prirria del secolo XII, in Atti del

lOl
convegno naz. di studi storici promosso dalla Società di storia patria di Terra di
Lavoro, Roma 1 967, pp. 29 1 - 3 1 7 . In particolare per la curiale napoletana, cf. A. Gallo,
La scrittura curiale napoletana nel medio evo, in Bullettino dell'Istituto storico italiano
per il medio evo, 45 ( 1 929) , pp. 1 7 - 1 1 2; per quella di Terracina, A. De Luca, La scrittura
curiale di Terracina. Testimonianze, ambiente, scriventi, in Scrittura e civiltà, 1 1
( 1 987), pp. 1 1 7- 188.

Come è stato già detto a proposito di alcune lingue (il celtico, ad esempio),
si può bene a ragione parlare anche dì «morte dì una scrittura». Sì tratta, in
effetti, dell'espressione che meglio rappresenta la fine - traumatica si direbbe
- imposta alla beneventana da una serie dì circostanze esterne, venutesi a creare
in concomitanza con il più sconvolgente mutamento politico che l'Italia meri­
dionale abbia conosciuto prima del 1 86 1 : l 'unificazìone in regno autonomo
operata dai Normanni. Tali circostanze, come si è visto, portarono, tra la fine
dell 'XI e il XIII secolo, prima all 'introduzìone nell'uso cancelleresco e docu­
mentario della minuscola documentaria francese (anzi, praticamente europea),
quindi alla produzione dì codici in gotica primitiva, infine, con gli Svevi, ad
una imponente produzione di manoscritti scolastico-universitari, profani o re­
ligiosi, di lusso o di uso, tutti in gotica, dapprima dì imitazione francese, poi
bolognese. La beneventana libraria e la curialesca documentaria (la beneventana
documentaria era stata la prima a scomparire) finirono così per divenire desuete,
lasciando posto alle nuove scritture importate dall'esterno.
Non si conoscono infatti documenti o codici meridionali in minuscola caro­
lina anteriori alla fine dell 'XI o all 'inizio del XII secolo; ed i più antichi esempi
mostrano un'evidente influenza francese (cioè normanna).
Fa eccezione la città di Napoli, ove probabilmente la beneventana libraria fu
poco usata nell 'alto medioevo (se ne ha però qualche precisa testimonianza) e
dove la scrittura usuale degli alfabeti era (stando a qualche sottoscrizione del X
secolo) una "elementare di base" sostanzialmente di tipo carolino; ivi pare siano
stati prodotti , almeno nel corso del IX-X secolo, codici in minuscola carolina.
La tesi di Jole Mazzoleni, che estendendo il fenomeno a tutta l'Italia meri­
dionale sostenne che una scrittura «con gli stessi caratteri della scrittura minu­
scola rotonda del centro e del nord» (cioè della minuscola carolina) avrebbe
convissuto accanto alla beneventana ed avrebbe finito poi con l' imporsi «al
momento del trapasso della beneventana nella gotica», appare senza solide
prove documentarie.

Cf. J. Mazzoleni, Per lo studio della scrittura minuscola, in Papers o/ the British
School at Rome, XXIV (1956), pp. 60-64, con tavv.

102
Il problema dei rapporti e della eventuale coesistenza fra minuscola carolina
e beneventana va affrontato anche alla luce dei numerosi codici (oltre trenta),
dei secoli X-XII, nei quali mani beneventane si alternano a mani di tipo carolino.

della tarda carolina nell'area meridionale, negli altri a volte il fenomeno è


Mentre i più tardi (XII sec.) sono spiegabili con la presenza ormai affermata

generato da occasionali presenze di scriventi estranei all 'ambiente, a volte da


fenomeni di imitazione.

Cf. su questo argomento C. Tristano, Scrittura beneventana e scrittura carolina in


manoscritti del/' Italia meridionale, in Scrittura e civiltà, 3 ( 1 979), pp. 89- 1 50.

Per quanto riguarda l'ultimo periodo di vita della beneventana come scrittura
libraria, resta da dire che esso coincise con le prime manifestazioni scritte del
volgare nell' Italia meridionale, i cui primi esempi si trovano proprio in codici
cassinesi nell' Italia meridionale. Fra il XII ed il XIII secolo si nota che in tutti
i casi (meno in uno, rappresentato dal famoso Ritmo cassinese) in cui in un

vergati in beneventana e quelli volgari in minuscola tardo carolina o in gotica.


medesimo codice testi latini e testi volgari si trovano accanto, quelli latini sono

Commentava a questo proposito Ignazio B aldelli nel 1 95 8 : «Con la grande


eccezione del Ritmo Cassinese, si direbbe che nel secolo Xlii, mentre la bene­
ventana rimaneva più naturalmente congiunta col latino, quando si scriveva in
volgare si passasse alla nuova grafia» (Glosse in volgare Cassinese del secolo
Xlii, in Studi difilologia italiana, XVI [ 1 95 8 ] , p. 87- 1 8 1 : 99 ).
Nel fenomeno va vista una conferma del carattere sempre più artificioso e
del definitivo isolamento della scrittura beneventana, che, non più adoperata
come scrittura "di uso" in una società ed in un periodo storico (come appunto
era il Duecento in Italia), in cui gli scriventi, a tutti i livelli, erano sempre più
numerosi, era divenuta inadeguata a scrivere il volgare.

103
XIX
LA SCRITTURE ALTOMEDIEVALI NELL 'ITALIA
CENTRO-SETTENTRIONALE

Fra VII e VIII-IX secolo l'Italia centro-settentrionale fu una delle regioni


d 'Europa nelle quali il "particolarismo grafico" ebbe massima e più esasperata
espressione. Nel campo della produzione libraria grandi centri capitolari, legati
a vescovadi di antico ed alto prestigio, come Verona, Lucca, Vercelli, si affian­
cano a centri monastici di nuova fondazione: Bobbio (6 1 3), Novalesa (726),
Nonantola (metà dell' VIII secolo). In tali centri si adoperano diversi tipi di
scrittura; alcuni vicini all'onciale o alla semionciale della tradizione, pur con
elementi corsivi o comunque con forme e tratteggi contrastanti con il canone
classico; altri, al contrario, derivati da un'interpretazione più accurata e posata
della corsiva documentaria locale e perciò ricchi di legamenti e di elementi
corsivi.
Questi ultimi sono i tipi che la tradizione designa con il termine di "preca­
roline" italiane e che il Pratesi ha proposto di denominare più semplicemente
"scritture altomedievali". In essi sono stati individuati alcuni elementi comuni,
ma generici e certamente non costanti, costituiti dalla a a pena, dalla tocchiellata,

Il più antico dei centri scrittori dell' Italia centrosettentrionale è senz'altro


dall'uso della i alta all'inizio di parola e della e crestata.

Verona, di cui abbiamo già ricordato l'esempio di semionciale dovuto ad Ursi­


cino e datato 5 1 7. Fra VII ed VIII secolo Verona ha prodotto numerosi codici

del IX secolo fu uno dei primi centri italiani ad adottare la minuscola carolina,
in semionciale e altri in corsiva, con evidenti influenze merovingiche; all 'inizio

soprattutto per volontà dell'arcidiacono Pacifico (t 844 ), cui si deve la scrittura


o la direzione dell 'opera di copia di ben 2 1 8 manoscritti.
Il massimo centro scrittorio della zona fu indubbiamente in questo periodo
il monastero di Bobbio (Piacenza), fondato dall 'irlandese s. Colombano nel 6 1 3
e ricco, nel IX secolo, di una (per i tempi) imponente biblioteca di circa 700
codici. Ivi si produssero fra VII e IX secolo numerosi manoscritti (oggi conser-

104
vati nell'Ambrosiana di Milano, nella Vaticana e nella Bibl. Nazionale di Torino,
ove molti furono danneggiati o distrutti dall'incendio del 1904) in differenti tipi
di scrittura: alcuni in insulare, per opera dei monaci che avevano seguito Co­
lombano (t 6 15) e che continuarono ad adoperare le scritture della loro isola;
altri in onciale e semionciale; la maggior parte in una minuscola ricca di elementi
corsivi, abbastanza calligrafica, riconoscibile per gli elementi insulari che vi
affiorano, ma mai univocamente tipizzata. Si noti infine che Bobbio è stato per
l'alto medioevo il centro italiano nel quale si è fatto maggiore ricorso all'uso
di palinsesti.
Un caso esemplare (e forse limite) di assenza di un indirizzo grafico comune
ci è fornito dal centro scrittorio di Lucca e anzi dall'unico codice che con
sicurezza gli si possa attribuire: il n. 490 della locale Biblioteca Capitolare. Si
tratta di un codice miscellaneo, composto fra il 796 e 1 ' 8 1 6 per iniziativa del
vescovo Giovanni I, nel quale si alternano circa quaranta mani di scribi diversi,
che adoperano nel modo più disordinato possibile tutti i tipi di scrittura, dall a
capitale e dall'onciale sino alla corsiva dei docwnenti; alcuni degli scribi, del
resto, sono stati identificati dallo Schiaparelli in rogatari di docwnenti della
Lucca del tempo.

Per il ms. 490 di Lucca, cf. L. Schiaparelli, /l codice 490 della Biblioteca Capitolare

minuscolaprecarolina in/talia, Rom a 1 924 e A. Petrucci, Il codice 490 della Biblioteca


di Lucca e la scuola scrittoria lucchese (sec. VIII-IX). Contributo allo studio della

Capitolare di Lucca: un problema di storia della cultura medievale ancora da risol­


vere, in Actum Luce, II ( 1 973), pp. 1 59- 175.

Pochi esempi rimangono dell'attività scritto­


ria del centro di Vercelli, cui si può attribuire
una fluida corsiva accentuatamente inclinata
a destra e ricca di nwnerosi legamenti, ma
regolare e chiara, caratterizzata dalla/con lar-
ga ansa a sinistra.
Il centro scrittorio italiano che fra VIII e IX secolo (e cioè piuttosto in ritardo
rispetto agli altri) diede vita ad una tipizzazione decisamente e precisamente
individuata della minuscola libraria fu Nonantola, un monastero benedettino
fondato alla metà circa del secolo VIII nei pressi di Modena. Da Nonantola
provengono una ventina di manoscritti (quasi tutti oggi nella Bibl. Naz. Centrale
«Vittorio Emanuele» di Roma) caratterizzati da una minuscola larga, tondeg­
giante, dal tracciato pesante, dal tratteggio contrastato, ma privo di spezzature.
Oltre le aste che si ingrossano a clava, sono caratteristiche del "tipo di Nonantola":

105
la a aperta: oppure clùusa: «.

la e crestata: l

la Q maiuscola con svolazzo: 9


la r lunga come nella beneventana:
J
la e alta e strozzata come nella beneventana: 6-

Nel 1927 Luigi Schiaparelli (Influenze straniere nella scrittura italiana dei secoli
Vlll e IX, Roma 1927) ha ipotizzato che nelle scritture italiane, librarie e documentarie,
dell'alto medioevo siano riscontrabili dirette ed indirette influenze delle scritture
insulari, merovingica, visigotica. Tuttavia, piuttosto che testimonianze di improbabili
influenze, in molti dei casi da lui individuati sembra piuttosto che si debbano constatare
sviluppi paralleli di forme derivanti da comuni modelli (di epoca tardo-romana).
Per un caso particolare, cf. P. Supino Martini, Per lo studio delle scritture alto-me­
dievali italiane: la collezione canonica chietina, in Scrittura a Civiltà, I ( 1977), pp.
1 33- 154. Per il centro scrittorio di Novara, cf. E. Cau, Scrittura e cultura a Novara
(sec. Vlll-X), in Ricerche medievali, VI-IX ( 197 1 -1974), pp. 1 -87.

Resta ora da dire qualcosa sulle scritture documentarie italiane dell 'alto
medioevo nell'Italia centro-settentrionale. Nel territorio longobardo dell ' VIII
secolo veniva adoperata una "corsiva nuova" ricca di legamenti, disordinata e
non tipizzata, che in alcuni casi (documenti vescovili lucchesi, documenti di

allungati, ecc.); si può presupporre (ma è pura ipotesi) che anche i documenti
Milano e di Pavia) si arricchiva di elementi cancellereschi (aste alte, occhielli

originali dei re longobardi (di cui non ci è arrivato alcun esemplare) fossero

Diverso è il panorama grafico dei territori "romani" dell 'Italia centro-setten­


scritti in una cancelleresca di tipo forse curiale.

trionale, raggruppati intorno a Ravenna e a Roma. A Ravenna la corsiva nuova,


ancora fedele agli schemi tardo-antichi del V-VII secolo, si trasforma nel IX
secolo in curiale, cioè in corsiva diritta, rigida, caratterizzata dalle aste allungate
rispetto al corpo piccolo delle lettere, dalla a assai grande, dalla e alta e strozzata,
dalla t in forma di 8, dalla g con ampio occhiello. Si tratta di caratteristiche che
avvicinano molto questa curiale ravennate (anche a Ravenna, come a Napoli,
esiste una «schola» di «curiales» che provvedono alla redazione dei documenti)
a quelle meridionali e soprattutto alla curiale romana.

1 06
È possibile seguire l'evoluzione della corsiva ravennate attraverso un notevole
numero di documenti superstiti, prima su papiro, poi su pergamena, provenienti
dal!' archivio arcivescovile e oggi conservati, oltre che in sede, anche in molti altri
centri. Oltre che nella collezione delle Chartae latinae Antiquiores, i papiri ravennati
più antichi sono stati editi e riprodotti da J. O. Tjader, Die nichtliterarischen lateini­
schen Papyri ltaliens aus der Zeit 445-700, I-II, Lund - Stockholm 1 954- 1982 («Acta
lnstituti romani regni Sueciae», series in 4, XIX, 1 -3).

A Roma, infatti, nella cancelleria pontificia, almeno dall 'VIII secolo (il primo
documento pontificio conservato in originale è del 788, su papiro) è in uso una
scrittura cancelleresca assai artificiosa, caratterizzata dall'andamento verticale,
dal fortissimo prolungamento delle aste e dalla perfetta rotondità di occhielli ed
archi; tali caratteristiche pongono la "curiale romana" assai vicina alle coeve

zione (ciò, tuttavia, è ancora da appurare) ad un diretto influsso bizantino.


curiali ravennati e meridionali ed hanno fatto pensare riguardo della sua forma­

Lettere caratteristiche della curiale romana sono:

a=
UJ e= 6- t=

Da notare anche alcuni legamenti con e e con i:

J
et=
--<lcr-
teos= � ea=
� ri=
t
Dalla fine del secolo IX la curiale romana si trasforma gradatamente in una

detta "curiale nuova", usata a Roma anche per i documenti privati, dal X seco­
scrittura più piccola, meno rotonda, più ricca di legature: si tratta della cosid­

lo sino ai primi del XIII, in una situazione in cui gli «Scriniarii» ecclesiastici,
più colti, preparati e più capaci di adattarsi ai nuovi bisogni di documentazio­
ne, vennero sostituendo gli antichi tabellioni laici .

Per la curiale romana, cf. P. Rabikauskas, Die romische Kuriale in der piipstlichen
Kanzlei, Roma 1958, nonché il vecchio saggio di L. Schiaparelli, Intorno ali' origine
della scrit1ura curiale romana, in Archivio storico italiano, s. VII, VI ( 1926), pp.
1 65 - 1 96 e J. O. Tjilder, Le origini della scrittura curiale romana, in Bullettino
del/' «Archivio paleografico italiano», 38 s., II-III (1963- 1964), pp. 7-54.
Per i rapporti tra le due categorie di roga tari nella Roma altomedievale, cf. C.
Carbonetti, Tabellioni e scriniari a Roma tra IX e Xl secolo, in Archivio della Società
romana di storia patria, 102 ( 1 979), pp. 77- 1 56.

107
Sotto,scrizioni autografe di membri del clero lucchese in un documento del 2 giugno
773, rogato a Lucca dal chierico Rachiprando (Lucca, Archivio Arcivescovile).
xx
LA NUOVA SCRITIURA COMUNE: LA MINUSCOLA CAROLINA

1. Il problema delle origini.

Abbiamo finora seguito nelle sue diverse manifestazioni, scalate fra VII ed
VIII secolo, quel fenomeno che si è definito «particolarismo grafico» altome­
dievale e che interessò per più di due secoli l 'intera cultura europea.
Nella seconda metà del secolo VIII il processo di frantumazione e di diver­
sificazione delle forme grafiche era ormai lo specchio di una più profonda e
sostanziale differenziazione che divideva fra loro regioni, ambienti culturali,
aree geopolitiche dell'Europa altomedievale. «A questo punto,» osserva il Cen­
cetti, «alla scrittura romana poteva avvenire quel che avvenne alla lingua: con­
tinuare, anzi accentuare, la propria evoluzione particolarista sino a giungere ad
uno stadio di netta differenziazione delle forme originali e alla creazione di
separate, distinte, difformi scritture per l'Italia, per la Francia, per la Spagna,
per le isole britanniche, cosi come si giunse alla formazione di una lingua
italiana, di una lingua francese, di una lingua spagnola. . . . Questo fatto, che
avrebbe avuto imprevedibili conseguenze per la diffusione e la circolazione dei
libri, e cioè, in sostanza, delle idee e della civiltà del mondo, fu evitato dalla
nascita e dalla progressiva diffusione di una scrittura che ... può considerarsi
l'espressione grafica della cultura romano-cristiana universalistica dell 'Impero
carolingio e non demerita perciò il nome di minuscola carolina con la quale è
quasi concordemente designata, anche se deve certamente escludersi una in­
fluenza diretta di Carlo Magno sulla sua formazione e può seriamente mettersi
in dubbio un'attività cosciente e deliberata di lui per la sua diffusione».

Cf. G. Cencetti, Postilla nuova a un problema paleografico vecchio: l' origine della
minuscola "carolina" , in Nova Historia, VII ( 1955), pp. 9-32: pp. 10-1 1 .

Questa scrittura fu una minuscola rotonda nelle forme, semplice ed equili-

109
brata nel disegno (basata, cioè, su un annonioso rapporto fra corpo delle lettere
ed aste, fra sviluppo orizzontale degli occlùelli e sviluppo verticale dei tratti
alti), ariosa (con netta separazione delle lettere più che delle parole fra loro),
quasi priva di legamenti e di abbreviazioni: nel complesso, cioè, abbastanza
simile alla minuscola primitiva romana dei secoli IV e V ed alla semionciale
del VI secolo.
«La questione dell'origine di questa scrittura (ancora Cencetti, Postilla, cit.,
p. 1 1 ), che, imitata poi dagli umanisti fiorentini, in sostanza si è perpetuata nel
tempo e si è, più ancora che canonizzata, addirittura cristallizzata nei nostri
caratteri tipografici rotondi o "romani", è stata a lungo dibattuta e discussa e
presenta ancora notevole interesse, anche se i più recenti orientamenti degli
studi paleografici le hanno tolto quel carattere di problema centrale e fonda­
mentale che le era stato attribuito dai paleografi della prima metà di questo
secolo».

Il problema fu posto nel 1 886 da Léopold Delisle, massimo codicologo e paleografo


francese di allora, il quale individuò nello scrittorio del monastero di S. Martino di
Tours, diretto da Alcuino, il centro creatore della minuscola carolina, sulla base di
modelli semionciali; tutta opposta fu la tesi sostenuta da alcuni paleografi italiani,
Ignazio Giorgi e Vincenzo Federici soprattutto, tra gli ultimi anni del secolo scorso ed
i primi di questo, secondo la quale la nuova scrittura, elaborata a Roma, sarebbe arrivata

Magno; l'ipotesi, poggiata sull'attribuzione a Roma di un codice del cosiddetto Liber


in quella regione con i codici importati da qui in Francia al tempo di Pipino e di Carlo

diurnus (formulario di cancelleria}, fu smantellata da Ludwig Traube. Alla Francia, ed


anzi ai centri scrittori di Corbie e della scuola palatina raccolta intorno a Carlo Magno,
riportarono più tardi gli studi di A. Hessel, H. Steinacker e Ph. Lauer, il quale ultimo
accentuò il ruolo che nella scelta della carolina e nella sua diffusione potrebbe avere
avuto lo stesso imperatore Carlo. A tutti costoro, in un equilibrato saggio del 1 926
rispose Luigi Schiaparelli, il quale, esponendo, con adeguata documentazione, la tesi
cosiddetta dell 'origine poligenetica, affermava: «Si poté avere contemporaneamente,
possiamo supporre, una minuscola (carolina) di corte, come una minuscola di Corbeia,
ecc., senza vera dipendenza, in origine, di una dall'altra; e può anche darsi che
all'espansione del nuovo genere, come l'influsso da esso esercitato, abbiano concorso
più tipi di minuscola carolina, anziché uno solo (quello di corte o altro): vale a dire che
l'azione della carolina sia partita da più centri». La tesi dello Schiaparelli prevalse
largamente per alcuni decenni e fu raccolta anche a livello manualistico. Il Battelli,
infatti , scriveva: «Si può dire in genere che la minuscola carolina è il risultato di
tendenze scrittorie diverse, che operano in ambienti diversi, pur essendo dirette verso
un medesimo intento, e si sviluppano non per l'opera di una persona o di una scuola,
ma in relazione con un vasto movimento culturale d'indole generale quale fu la rinascita
degli studi al tempo di Carlo Magno».

llO
Il saggio dello Schiaparelli, da cui è tratto il brano precedente (p. 2 1 ) è L. Schiapa­
relli, Note paleografiche. A proposito di ur. recente articolo sull'origine della minu­
scola carolina, in Archivio storico italiano, 78 s., V ( 1926), pp. 3-23. La citazione di
Battelli, Lezioni, cit., è a p. 188.

Due importanti saggi degli anni cinquanta e alcuni altri più re.centi, nati intorno alle
celebrazioni carolinge del 1965 ad Aquisgrana, hanno posto il problema su nuove basi
e riaperto le discussioni su un piano più ampio e con prospettive di orientamento più
diversificato.
Secondo A. Gieysztor le origini della nuova scrittura sarebbero legate alle necessità
di comunicazione proprie della nuova classe feudale, il cui potere politico ed ammini­
strativo si estendeva su un vasto territorio fra Ebro e Reno. Giorgio Cencetti, esponendo
l'ipotesi che la nuova scrittura fosse nata in una vasta zona d'Europa (e non in un unico
centro) fra VIII e IX secolo per effetto dell'imitazione operata dagli scribi del tempo
della minuscola primitiva romana dei secoli IV e V, affermava: «la scrittura carolina
sarebbe dunque frutto non di una nuova creazione ma di un ritorno ali' antico, o meglio
di una coerente prosecuzione e del compimento di un processo implicito in forme
antiche abbandonate e poi riprese: una rinnovazione, se si vuole, che sta alla minuscola
antica press'a poco in un rapporto analogo a quello in cui l' Impero cristiano di Carlo
Magno sta all'Impero cristianeggiante di Costantino e di Teodosio». Al Petrucci si deve
l'ipotesi che uno degli elementi concorrenti alla formazione della nuova minuscola sia
stata fra VIII e IX secolo la minuscola scolastica di base che veniva insegnata a livello
elementare nelle scuole europee altomedievali laiche ed ecclesiastiche e che, al di là di
differenziazioni e divergenze locali, aveva alcuni elementi di fondo comuni di evidente
ascendenza antica. Il Pratesi ha messo, più recentemente, in rilievo come solo dalla
metà del secolo IX si può parlare di una canonizzazione coerente del tipo. «Allora,
afferma, e allora soltanto, la minuscola carolina si presenta come il mezzo tipico di
espressione grafica dell'Impero latino-germanico, uniformemente diffuso in tutto il suo
territorio e come questo limitato da precisi confini paleografici .. . » .
I l saggio dello studioso polacco è: A . Gieysztor, Problem Karolinskiej Reformy
Pisma, in Archeologia, V (1952-1 953), pp. 155- 1 77, con riassunto in francese (pp.
438-440); la citazione di Cencetti, Postilla, cit., è a p. 22.
Bernhard Bischoff nel 1965 ha fornito un ampio e particolareggiato panorama della
produzione libraria nell'Europa carolingia e dei numerosi tipi grafici (onciale, semion­
ciale, minuscola) che la caratterizzano: B. Bischoff, Panorama des Handschriftenu­
berlieferung aus der ùit Karls des Grossen, in Karl der Grosse, Il, Diisseldorf 1 965,
pp. 233-254.
L'ipotesi del Petrucci è in A. Petrucci, Libro, scrittura e scuola, in La scuola
nell'occidente latino dell'alto medioevo, Spoleto 1 972, pp. 3 1 3-337; la citazione (p.
522) del Pratesi è tratta da A. Pratesi, Le ambizioni di una cultur.a unitaria: la riforma
della scrittura, in Nascita dell'Europa ed Europa carolingia: un'equazione da verifi­
care, Spoleto 1981, pp. 507-523. La citazione è a p. ·522.

111
In conclusione, le origini della minuscola carolina vaIUlo individuate in un
complesso movimento di allargamento dell'istruzione a tutti i livelli e di au­
mento (sia sul piano qualitativo che sul piano quantitativo) della produzione
libraria, verificatosi nell 'Europa franco-carolingia fra seconda metà dell 'VIII
secolo (almeno dal 760 in avanti) e primi decenni del secolo seguente.

dell 'uso sociale della scrittura, sia la più diffusa e più qualificata produzione di
Sia il potenziamento delle strutture scolastiche e il conseguente aumento

libri, rappresentarono due fenomeni evidentemente collegati a precise esigenze


di natura politica, amministrativa e ideologica del rinnovato e unitario Impero
carolingio e delle sue classi dirigenti laiche ed ecclesiastiche; a anche, per
conseguenza, a determinate iniziative dello stesso Carlo Magno e del suo am­
biente, come l'affluenza a corte e l' assegnazione di precise funzioni intellettuali
a ciascuno dei maggiori dotti europei del tempo, dall'inglese Alcuino, all'irlan­
dese Dungalo, dal goto Teodulfo agli italiani Pietro da Pisa, Paolino d 'Aquileia,
Paolo Diacono; come la ricca produzione di codici liturgici di lusso in un
apposito centro scrittorio di palazzo, e soprattutto l 'emanazione dell' admonitio
del 23 marzo del 789 sulla necessità di provvedere alla trascrizione corretta dei
testi sacri (M. G. H., Legum sectio li, Capit. /, pp. 52-62).
Effetti secondari, ma importanti, di tale movimento e delle esigenze da esso
suscitate furono la migliore organizzazione dei nuovi centri scrittori carolingi,
spesso diretti da maestri capaci e colti, e la più accurata preparazione grafica e
grammaticale degli scribi, cui lo stesso Alcuino dedicò particolare attenzione.

Cf. per questo, J . Vezin, La répartition du travail dans /es scriptoria carolingiens,
in Journal des savants, 1973, pp. 2 12-237 e D. Ganz, The preconditionsfor caroline
minuscule, in Viator, 18 ( 1 987), pp. 23-44.

2. La rinascenza grafica carolingia.

Comunque si voglia risolvere il problema delle origini della nuova scrittura

1) che la nascita e le prime manifestazioni della nuova minuscola non costi­


occorre tener presenti tre fatti incontrovertibili:

tuiscono l'unica creazione grafica dell 'epoca carolingia, che ne conta altre e
cospicue, come la capitale, l 'onciale e la semionciale di imitazione;
2) che in epoca carolingia nella produzione libraria si impose di nuovo (dopo
secoli) un ordinato sistema gerarchico dei diversi tipi di scrittura, ispirato all 'i­
mitazione dei modelli manoscritti ed epigrafici tardo-antichi;
3) che, mentre per la nuova minuscola si può, anzi si deve, presupporre

1 12
un'origine variamente "poligenetica", i fenomeni imitativi di maggiore impegno
(capitale, onciale, semionciale) nacquero sicuramente e direttamente nell'am­
biente della corte imperiale e in quello, ad esso strettamente collegato, del
monastero di S. Martino di Tours, in virtù di un preciso e documentabile processo
di imitazione di originali tardo-antichi, in parte almeno provenienti da Roma.
Questo fenomeno di rinascita per consapevole imitazione di tutti i tipi tar­
do-antichi di scrittura libraria può bene a ragione essere definito l a "rinascenza
grafica carolingia"; ad esso non si deve tuttavia attribuire un significato culturale
globale, poiché esso fu semplicemente un revival stilistico-grafico di carattere
puramente antiquario, limitato a pochi centri ed ambienti, sia pure di altissimo
livello culturale ed estetico.
La capitale adoperata con eccezionale eleganza nei manoscritti (e anche nelle
lapidi) carolingi fu reinventata, secondo una precisa testimonianza di Lupo di
Ferrières, da un Bertcaudo, di cui non si conosce che il nome; i migliori esempi
di onciale di imitazione provengono dal centro scrittorio palatino di corte, cui
si debbono almeno nove manoscritti riccamente miniati e di grandissima ele­
ganza grafica ed artistica; la semi onciale di imitazione più organica ed elegante
fu invece quella prodotta nel centro scrittorio di S. Martino di Tours.
I generi di pura imitazione (capitale, onciale, semionciale), per la loro stessa
natura altamente artificiosa godettero di scarsissima diffusione fuori dell'élite
di corte e breve vita nel tempo. La minuscola carolina, invece, conobbe rapida
e larghissima diffusione in molti centri franco-carolingi di Francia, di Germania
e d 'Italia e finì per diventare con l 'inoltrato IX secolo e soprattutto con il secolo
seguente la nuova scrittura comune dell'Europa imperiale.
Tra la fine dell ' VIII secolo ed i primi decenni del secolo seguente la minuscola
carolina si presenta in due tipi assai eleganti e precisi soprattutto negli esempi
di S. Martino di Tours e della "scuola di palazzo": «più calligrafico, più posato,
più squadrato, più diritto quello di origine turonese, più rapido nel tracciato, più
tendente ad inclinare le aste e l'asse della scrittura verso destra, più facile a
tollerare legature ed elementi provenienti da minuscole non caroline quello di
origine palatina» (Cencetti, Postilla, cit., p. 2 1 , n. 77).
In generale, le principali caratteristiche della minuscola carolina sono il
modulo equilibrato ed uniforme; il tratteggio non contrastato; la separazione
delle lettere più che delle parole; la leggera inclinazione verso destra; il leggero
ingrossamento delle aste in alto ("aste davate"); la a di tipo onciale; la e rotonda
e con piccolo occhiello chiuso; la n minuscola con tratti leggermente divaricati
in basso; la g con doppio occhiello aperto; i legamenti et e sr, il nesso et; lo
scarso numero di legamenti e di abbreviazioni; la progressiva scomparsa delle

113
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Capitale, onciale, minuscola e semionciale carolinge nella cosiddetta Bibbia di Alcui­
no dell'inizio del sec. IX (Zurigo, Zentralbibliothek, ms. C 1).
varianti (forme di a corsive); la precisa identificabilità di ciascuna lettera.
Per il resto la sua sostanziale corrispondenza nel disegno dei singoli elementi alla
nostra attuale scrittura a stampa dispensa da più minuziose descrizioni ed analisi.

Per una analisi nuova e polemica del concetto stesso di "rinascenza carolingia" si
vedano le pagine di G. Brugnoli, La letteratura latina del sistema feudale dell'alto

per un aggiornamento bibliografico, cf. P. Delogu, Notabibliografica in H . Fichtenau,


Medioevo, in/ntroduzione allo studio della cultura classica, Milano 1972, pp. 683-701 ;
,

tardo-antichi che caratterizzò i prodotti di lusso, cf. A. Petrucci, Aspetti simbolici delle
L'impero carolingio, Bari 1972, pp. 384-390; per il fenomeno di imitazione di modelli

testimonianze scritte, in Simboli e simbologie nell'alto medioevo, Spoleto 1976, pp.

fii.r Geschichte des Buchwesens, XXIV, 1 ( 1983), coli. 257-288; R. Mc Kitterick, The
8 1 3-844; P. Dizenbalcher,Die Bedeutung desBuches in der Karolinger Zeit, in Archiv

duction: Some Problems, in The Library, 68 s., XII (1990), pp. 1 -33.
Carolingians and the Written Word, Cambridge 1989; Ead., Carolingian Book Pro­

3. Funzione e diffusione della nuova scrittura comune.

Nei primi decenni del IX secolo la nuova minuscola carolina si diffuse a tutti
i centri seritton della Francia, della Germania renana e meridionale e ai maggiori
dell 'Italia settentrionale e centrale. In Francia si scrive in minuscola carolina a
Reims, a Lione, a Corbie, a Reury; in Germania a Lorsch, a Salisburgo, a Treviri,
a Colonia, a Magonza, a Fulda, a Costanza, a Reichenau; in Italia a Verona, a
Bobbio, con Wala abate (835-836), a Nonantola, a Lucca prima della metà del
secolo, a Milano e a Monza più tardi.
In ciascuno di tali centri la scrittura viene elaborata secondo modelli formali
ora più, ora meno vicini a quelli, costituenti norma ideale, dei massimi centri
carolingi, ma può anche, in misura ora maggiore, ora minore, risentire, nel
disegno e nel tratteggio delle lettere, delle tradizioni grafiche locali, proprie di
ciascuna regione. Coesistono cosl un gran numero di varietà particolari (per la
maggior parte non ancora bene studiate), dalle quali si distaccano prepotente­
mente i tipi elaborati dai grandi centri carolingi, cui si è già accennato, che
producono sin quasi alla fine del secolo IX un notevolissimo numero di codici
di lusso, scritti e miniati con grande accuratezza.
Per quanto riguarda le caratteristiche della minuscola nei diversi centri eu­
ropei, basterà dire che, a differenza di quanto avviene per la minuscola nei centri
carolingi, per tutto il secolo IX si possono ancora trovare la a aperta e alcuni
dei legamenti di tipo corsivo con la r. Con la fine del secolo IX e con il X secolo
si assiste ad una diminuita attività dei centri tradizionali di ambito carolingio,

1 15
contemporaneamente ad una più scarsa e dimessa produzione libraria. La mi­
nuscola carolina assume un aspetto poco curato, a volte trascurato, con irrego­
larità evidenti nell'allineamento e nelle proporzioni dei singoli elementi grafici.
La scrittura si irrigidisce, diviene meno fluida e spontanea nel disegno e nel
tratteggio, e assume un orientamento prevalentemente diritto (si noti il raddriz­
zamento della schiena della a), oppure appena inclinato a destra. Il modulo si
fa più grande ed il tratteggio più pesante, rispetto agli esempi del pieno IX
secolo; le aste perdono il tipico aspetto "clavato".
Con la fine del secolo X e la prima metà del secolo seguente la produzione
del libro nei vari centri europei ritorna gradualmente a buoni livelli quantitativi
e qualitativi. Le differenziazioni già da tempo in atto fra diverse categorie di
libri (di lusso, di biblioteca, di scuola) si precisano e si accentuano; in particolare
i codici liturgici, patristici, biblici acquistano, prima nei centri scrittori' della
Germania meridionale (cf. per esempio il grande centro scrittorio ottoniano di
Reichenau), poi anche nell' Italia centro- settentrionale, un aspetto caratterizzato
dal grande formato, dallo scarso uso di abbreviazioni, dallo stile artificioso della
scrittura diritta, tondeggiante, di modulo imponente.

La datazione dei manoscritti vergati in minuscola carolina, soprattutto fra X e XII


secolo, presenta notevoli difficoltà; si vedano a questo proposito, soprattutto per gli
esempi italiani, i criteri enunciati in A. Petrucci, Istruzioni per la datazione, in Studi
medievali, 3a s., IX (1968), pp. 1 1 15- 1 126.

Particolare interesse presenta la storia dell 'introduzione e dello sviluppo della


carolina a Roma e nella zona laziale. I primi manoscritti romani in carolina
risalgono all'ultimo quarto del secolo IX e mostrano alcune caratteristiche che
erano già state proprie dell'onciale prodotta a Roma nei secoli precedenti. Da
essa, per evidente influenza dei centri romarù su quelli religiosi sabini (Farfa,
Subiaco), derivò nel corso del X secolo la particolare tipizzazione grafica che
viene comunemente definita "minuscola romanesca".
Caratteristiche principali della romanesca sono il modulo relativamente gran­
de, l'inclinazione a destra, che si conserva fino alla fine dell 'XI secolo, lo
schiacciamento del corpo delle lettere e degli occhielli, la presenza di legamenti,
reali o falsi, eseguiti per alto; inoltre la d di tipo onciale con asta praticamente
orizzontale, la r di tipo beneventano, spesso allungata sotto il rigo, l 'uso del-
1 'abbreviazione r(um) e della S mai uscola in fine di rigo già dalla metà del secolo
XI, mentre la a mantiene la forma inclinata sino alla fine del medesimo secolo.
L'area di diffusione di questa tipizzazione grafica comprende Roma città,
con i grandi centri di S. Pietro, S. Paolo, il Laterano, e altri minori, il Lazio

1 16
Uno splendido esempio di minuscola'.'è:arolina di Tours, in un codice di Quedlinburg
del Dialogus di Sulpicip Severo (da E. Monaci, Esempj di scrittura latina dal secolo
1. delC.eFa � '11__ )(,VIIÌ., n. e., Roma 1906, n. 16).
meridionale con i monasteri di Subiaco e di Farfa (da cui provengono i famosi
codici dello scriba e storico monastico Gregorio di Catino, scritti fra XI e XII
secolo), l'Umbria meridionale, con S. Eutizio di Norcia, alcune zone delle
Marche. Una fascia, cioè, che, partendo da Roma, attraversava tutta l'Italia
centrale, mantenendo evidenti legami col mondo grafico e culturale beneven­
tano ad essa adiacente, da cui la romanesca mutuò, oltre ad alcuni elementi
grafici, anche il sistema interpuntivo.

Per l'introduzione e lo sviluppo della carolina a Roma, cf. P. Supino Martini,


Carolina romana e minuscola romanesca, in Studi medievali, 3• s., XV (1974), pp.
772-783; per una completa ricostruzione della storia della romanesca, dei centri di
produzione e un censimento dei codici, cf. P. Supino Martini, Roma e l'area grafica
romanesca (secoli X-Xli), Alessandria 1987.
Nel corso del IX secolo (e defirùtivamente con la seconda metà) la minuscola
carolina aveva sostituito la vecchia merovingica nella cancelleria imperiale
franca. Con i secoli X ed XI essa si diffuse nella documentazione prima pubblica
e poi privata di tutte le regioni europee (esclusi i documenti emanati dalla cancelleria
pontificia), raggiungendo l'Italia meridionale (come si è già visto) e l'Inghilterra
( 1 066) con i Normanni, nonché la Spagna con la fine dell'XI secolo, ove sostitul
le scritture nazionali locali, sia sul piano documentario, che su quello librario.
Nella documentazione, soprattutto di cancelleria (ma, sia pure con adatta­
menti e soluzioni particolari, anche in quella privata), la carolina venne però
subito modificata da artifici cancellereschi: onde caratteristiche di questa tipiz­
zazione, che è definita "minuscola diplomatica", divennero l 'assenza di lega­
menti, e, con i secoli Xl-XII, anche la rigidezza generale del tracciato, l'allun­
gamento delle aste rispetto al corpo piccolo delle lettere, la trasformazione in
fiocclù o in complicati intrecci della sommità delle aste, l'uso della e crestata,
della codina della g intrecciata, la trasformazione in nodo del segno abbreviativo,
l'uso di maiuscole strette, alte e connesse fra loro («litterae elongatae») nel
primo rigo e in pani dell 'escatocollo dei documenti. Una scrittura con simili
caratteristiche fu adoperata contemporaneamente in tutte le cancellerie europee,
tanto da creare uno stile grafico uniforme dei documenti pubblici e semipubblici,
che nell' XI-XII secolo rese assai simili fra loro gli atti emanati dalle curie di
Francia e d ' Inglùlterra, di Fiandra e di Sicilia, di Toscana e di Germarùa, e che
preparò la koiné grafica del XIII secolo.

Per la minuscola diplomatica, oltre Cencetti, Lineamenti, cit., pp. 200-204, cf. F.
Stiennon, L' écriture diplomatique dans la diocèse de Liège du Xf au milieu du Xl/f
siècle. Reflet d'une civilisation, Paris 1960; F. Gasparri, L' écriture des actes de Louis

118
VI, Loilis VJJ et Philippe Auguste, Genève-Paris 1 973; W. Koch, Die Schrift der
Reichkanzlei im 12. Jahrhundert (1 125-1 190) .. , Wien 1 979 (con 94 ripr.).
.

Con la seconda metà dell 'XI secolo, proprio nel momento in cui, divenuta
linguaggio scrittorio comune a tutta l'Europa alfabeta, aveva ricreato quell'unità
espressiva sul piano grafico, che era stata perduta per secoli, la nuova scrittura

attraverso un complesso processo evolutivo, in quell'àltro tipo di minuscola


veniva sottoposta ad una profonda modificazione stilistica, che la trasfoimò,

libraria che chiamiamo gotica.

119
Un esemp10 di minuscola diplomatica in un privilegio (parte superiore) di Alessandro
III papa del 30 dicembre 1 168 (Bologna, Archivio di Stato).

120
XXI
LA SCRITTURA IN ITALIA NEL SEC. XI: UN PANORAMA

Prima di affrontare i problemi connessi con la nascita e l ' affennarsi della


stilizzazione "gotica" in campo grafico, è opportuno tratteggiare un quadro
complessivo dell'uso della scrittura, dei tipi grafici contemporaneamente ado­
perati, della produzione scrittoria documentaria e libraria propria delle diverse
regioni italiane nel corso del secolo XI. Ciò può servire anche a fornire l'esatta
cognizione di come detenninati tipi di scrittura (per es. la beneventana e la
carolina o, ancora più tardi, la gotica), che per ragioni di praticità didattica sono
stati trattati in tempi successivi, abbiano convissuto, almeno per ceni periodi,
parallelamente nel tempo e nello spazio, e come l'uso contemporaneo di diffe­
renti tipi grafici fosse dovuto alla funzione che di volta in volta essi assumevano
nell'ambito dell 'uso e della produzione di libri e documenti.
D'altra pane il secolo XI appare essere, non solo dal punto di vista grafico,
ma anche da quello linguistico e da quello sociopolitico, come un secolo decisivo
per la storia italiana: nel corso di esso comparvero le prime consistenti tracce
di volgare scritto; allora, proprio alla vigilia della loro definitiva dissoluzione,
si configurarono più nettamente le tradizionali divisioni grafiche dell 'Italia
altomedievale in fasce giustapposte; nacquero nuove figure di intellettuali e di
centri culturali laici (scuola medica di Salerno, insegnamento del diritto a Bo­
logna); la curia pontificia si riorganizzò; il notariato iniziò un decisivo processo
di evoluzione verso fonne più moderne e funzionali di documentazione; infine,
o prima di tutto, l'Italia assistette ad una netta crescita della produzione libraria
e ad un progressivo aumento dell'alfabetismo fra i laici. Già verso la fine del
X secolo Gerbert d 'Aurillac, il più grande intellettuale del suo tempo, poi papa
col nome di Silvestro II (t 1003), poteva affennare che nelle città e nelle cam­

in agris Italiae passim habeantur»: Lettres de Gerbert (983-997), a cura di J.


pagne italiane operavano numerosi scribi (<<nosti quot scriptores in urbibus ac

Havet, Paris 1 889, n 1 30, p. 1 1 7); e nel 1 04 1 Wìpone, cappellano di Enrico III,
contrapponeva all'analfabetismo della gioventù tedesca l'acculturazione di

121
quella italiana; in Italia infatti, al contrario che in Gennania, «sudare scholis
mandatur tota iuventus» (Wiponis Opera, a cura di H. Bresslau, Hannover und
Leipzig 1 9 1 5 , p. 2 1 5).
Il panorama che segue è distribuito geograficamente dal Sud verso il Nord
della penisola, dalle regioni mediterranee, cioè, sottoposte ad influenze estranee
alla tradizione grafico-culturale latina (greche ed arabe) verso quelle, come la
Lombardia e il Veneto, più aperte invece alle influenze europee, di area franco­
tedesca.
La Sicilia per buona parte del secolo XI è regione politicamente araba, anche
se bisogna ammettere la persistenza in essa di isole linguistiche greche e se la
popolazione rimase sostanzialmente latina di lingua, se non di cultura; la con­
quista nonnanna, iniziata da Roberto il Guiscardo nel 1 06 1 e conclusa, dopo la
presa di Palenno nel 1 072, soltanto verso la fine del secolo, introdusse in Sicilia,
sia nell'uso documentario che librario, la scrittura tardo-carolina, seguita ben
presto, coi primi del XII secolo, da fanne chiaramente gotiche. Inoltre, nelle
numerose fondazioni o rifondazioni monastiche greche dovute all 'iniziativa dei
nuovi dominatori, si produssero, già tra la fine del secolo XI ed i primi anni del
secolo seguente, numerosi manoscritti greci; dalla zona di Messina provengono
anche documenti redatti in lingua e scrittura greche. La cancelleria regia nor­
manna di Palenno, del resto, non a caso sarebbe stata trilingue, producendo
documenti in latino, in greco e in arabo e lasciando tale eredità diplomatico­
culturale anche a quella sveva nel corso del XIII secolo.

Per un inquadramento storico generale, cf. A. De Stefano, La cultura in Sicilia nel


periodo normanno, Bologna 1954. Per la diffusione della carolina e della gotica in
Sicilia, cf. C. A. Garufi, I documenti inediti de/i' epoca normanna in Sicilia, Palermo
1899, pp. 276-287, nonché i numerosi codici latini di origine messinese attualmente
conservati nella Biblioteca Nacional di Madrid. Per i documenti greci di Messina, cf.
Lesactes grecs de S. Maria di Messina, a cura di A. Guillou, Palermo 1963. Per l'attività
della cancelleria regia normanna, cf. S. Cusa, I diplomi greci ed arabi di Sicilia, 1-11,
Palermo 1869- 1882.

Fra il X e l ' XI secolo la Calabria fu regione di prevalente cultura greca; nei


numerosi monasteri fondati da monaci profughi dalla Sicilia, o più tardi, pro­
mossi dai signori nonnanni, furono prodotti numerosissimi codici greci, che
presentano caratteristiche proprie. A tale produzione libraria se ne accompagna­
va anche, com 'è ovvio, una documentaria in lingua greca, mentre quella in
lingua latina non sembra sia anteriore all 'XI secolo. Non si conoscono, per il
periodo di cui qui si tratta, codici latini originari della Calabria; soltanto più

122
tardi, fra XII e XIII secolo, i cistercensi di Gioacchino da Fiore daranno vita ad
una vivace produzione di manoscritti e di documenti in lingua latina e in scrittura
gotica.

Per la cultura greca nell'Italia meridionale, cf. P. Canart, Le livre grec en ltalie
méridionale sous les régnes Normand et Souabe: aspects matériels et sociaux, in
Scrittura e civiltà, 2 ( 1 978), pp. 1 03-162; G. Cavallo, La trasmissione scritta della
cultura greca in Calabria e in Sicilia tra i secoli X-XV. Consistenza, tipologia,
fruizione, in Scrittura e civiltà, 4 ( 1980), pp. 1 57-245; Id., La cultura italo-greca nella
produzione libraria, in I Bizantini in Italia, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano
1982, pp. 508-542. Per la documentazione latina calabrese, cf. A. Pratesi, Carte latine
di abbazie calabresi provenienti dall'Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano 1958.

Si è già trattato della presenza della "beneventana del tipo di Bari" nella parte
centro-meridionale della Puglia dell 'XI secolo, che si manifesta contempora­
neamente nei documenti degli arcivescovi, nei codici di lusso, nei grandi rotoli
liturgici riccamente miniati; più a Nord, in Capitanata, la stilizzazione barese si
fonde con elementi campani e cassinesi, mentre la documentazione vede l'uso
di una corsiva di tipo beneventano, fitta, piccola e disordinata. L'avvento dei
Normanni non sembra abbia portato, almeno per tutto l'XI secolo, a profonde
modificazioni nell'uso grafico, in quanto anche signori normanni come Enrico
di Montesantangelo (sul Gargano) furono indotti in un primo momento ad
adottare la scrittura documentaria locale di tipo beneventano; d'altra parte non
si conoscono m anoscritti in tarda carolina o in gotica di origine pugliese prima
del XIII secolo. Va inoltre ricordato che anche in Puglia esistevano isole di
produzione grafica greca e che a Bari la cancelleria dei catapani locali emetteva
privilegi in lingua e in scrittura greche.
Molto più complessa era la situazione in una regione vasta e differenziata
politicamente e culturalmente quale era la Campania. Sulla costa tirrenica, nei
ducati bizantineggianti di Napoli , Amalfi, Sorrento - lo si è già detto - la
documentazione era vergata in curiale, mentre si può supporre che la produzione
libraria avvenisse sia in beneventana, sia in tipi diversi di carolina. A Salerno
proprio fra XI e XII secolo si assiste, in campo librario, alla sostituzione della
beneventana con la tarda carolina, anche se nella prima di queste scritture fu
ancora vergato un codice (quello degli Annales di Romualdo salemitano) alla
fine del secolo XII; in campo documentario, invece, i rogatari locali resteranno
a lungo fedeli alla locale corsiva di tipo beneventano; né si può tacere il fatto
che nel Duomo le iscrizioni di Roberto il Guiscardo (che lo aveva riedificato)
e di Alfano I arcivescovo sono in capitali assai eleganti, completamente estranee

1 23
all 'epigrafia beneventano-campana di tradizione benedettina. Anche a Capua
con l'avvento dei principi nonnanni la scrittura documentaria rimane di tipo
beneventano, anche per i diplomi dei nuovi dominatori. Nella medesima zona
il monastero benedettino della SS.ma Trinità di Cava dei Tirreni rappresenta ­
e manterrà a lungo tale funzione - un grande centro di produzione oi codici in
beneventana. Parimenti, più all'interno della regione campana, Benevento, che
ospita i principi longobardi sino al I 077 , e soprattutto il grande centro religioso
e culturale di Montecassino, che conosce proprio nella seconda metà dell ' XI
secolo, come si è già detto, il periodo di più ampia produzione e di più felice
stilizzazione grafica, si mantengono fedeli alla scrittura locale.
Più a Nord, l 'area di diffusione della scrittura beneventana giunse agli Abruz­
zi, ove però con i primi del secolo XII le si affiancò, come a Teramo, la carolina;
in corsiva di tipo beneventano sono i documenti abruzzesi del secolo XI. La
beneventana sarebbe stata usata anche per la produzione libraria nelle Marche
meridionali, che comunque rimangono caratterizzate dall'uso della minuscola
carolina, come si evince dalla documentazione, nella quale compare una minu­

numerosi esempi anche nell 'Umbria coeva, e particolannente nella zona di


scola assai rozza ed incerta, ma chiaramente di tipo carolino; di essa si trovano

Foligno, mentre a Perugia risulta adoperata nel medesimo XI secolo una lega­
tissima e piccola corsiva ancora di tipo "nuovo".

Cf. V. De Donato, Contributi del paleografo e del diplomatista allo studio delle
fonti dell'Abruzzo medievale, in Abruzzo, VI (1968), pp. 103- 1 15; A. De Luca,
Frammenti di codici in beneventana nelle Marche, in Miscellanea in memoria di
Giorgio Cencetti, Torino 1973, pp. 101-140 (con sedici tavole).

A Roma e nel Lazio più interno, a Farfa e a Rieti, tra X ed XI secolo si tipizza
- lo si è già detto - un tipo particolare di minuscola, la romanesca; in Roma
a questa scrittura si affianca anche un altro e più puro tipo di minuscola carolina
tarda, di grande fonnato, che soprattutto nel XII secolo raggiungerà una grande
eleganza e perfezione di forme; per i documenti, nel corso dell 'XI secolo, a
Roma i rogatari privati rimarranno legati alla curiale locale, mentre la cancelleria
pontificia con Pasquale II ( 1 099- 1 1 1 8) abbandona la curiale per abbracciare
l'uso di una minuscola di tipo carolino.
La Toscana è, nel secolo XI, territorio di scrittura carolina, anche se, almeno
nei primi anni , in qualche centro (Lucca, per esempio) i notai si ostinano ad
usare ancora tipi corsivi di vecchia tradizione; la produzione libraria si avvia
con la fine del secolo all'uso di una minuscola pesante e grande, molto tondeg­
giante, di tratteggio grosso, di cui abbiamo esempi nell 'Evangeliario di Matilde

1 24
di Canossa del 1098 (New York, Pierpont Morgan Library, ms. n 492) e nella
Vita Mathildis di Donizone del 1 1 14- 1 1 15 (Vat. lat. 4922); essa prelude a quella
dei grandi codici liturgici del secolo XII prodotti a Pistoia, a Pisa, a Calci, ecc.
In Emilia e in Romagna l'uso da parte dei rogatari della corsiva "nuova" di
vecchia tradizione altomedievale costituisce sia a Ravenna, sia a Bologna, un
fenomeno di notevole interesse; ma, mentre a Bologna, con gli ultimi due
decenni del secolo X, la minuscola si afferma anche nell'uso documentario, a
Ravenna e in Romagna la vecchia scrittura continuerà ancora ad essere adope­
rata in forme sempre più confuse ed artificiose; in campo librario la carolina,
affermatasi già nel corso del IX secolo nei grandi centri di Nonantola e di Bobbio,
vi continuò il suo sviluppo, di cui si ha diretta testimonianza in molti codici.

Per Nonantola alla fine del secolo XI cf. M. Palma, Da Nonantola a Fonte Aveliana,
in Scrittura e Civiltà, 2 (1978), pp. 221 -230 (con tavole).

Di notevole eleganza appaiono anche i tipi grafici di carolina adoperati nel


corso del secolo XI in alcuni grandi centri scrittori dell'Italia settentrionale,
come Verona e, in Piemonte, la Novalesa, che, in realtà, appartiene più ad area
propriamente francese che non italiana. Pochi dati si hanno della produzione
libraria in Lombardia, ove, comunque, la carolina era adoperata largamente, per
es. a Milano e a Monza e, in eleganti stilizzazioni, anche in campo documentario.
A Genova, infine, sempre nel corso del secolo XI, la minuscola di tipo carotino
sostitui nei documenti la corsiva di tipo tradizionale. Tra gli ultimi decenni del
secolo X e il primo del secolo Xl, sotto l'episcopato di Warmondo, Ivrea era
divenuta un centro di produzione di codici liturgici di gran lusso, caratterizzati
da una carolina artificiosa, di modulo imponente, leggermente inclinata a destra,
ricca di elementi ornamentali cancellereschi.

Per Verona, cf. M. Venturini, Vita e attività dello «scriptorium» veronese nel secolo
Xl, Verona 1930; per Milano e Monza, cf. A. R. Natale, Ricerche paleografiche in carte
lombarde dalla seconda metà del mille al millecento, Milano 1961; per Pavia, cf. E.
Cau, La scrittura carolina in Pavia, capitale del Regno, in Ricerche medievali, II
(1967), pp. 105-132 (con dodici tavole); per Ivrea, cf. L. Magnani , Le miniature del
sacramentario d'Ivrea ... , Città del Vaticano 1934 e M. A. Mazzoli Casagrande,/ codici
warmondiani e la cultura a Ivrea fra IX e Xl secolo, in Ricerche medievali, VI-IX
(197 1 - 1974), pp. 89- 139.

Il periodo compreso fra la seconda metà del secolo XI e i primi decenni del
secolo seguente è quello che ci ha tramandato anche le prime testimonianze
scritte autonome, testualmente complesse e consapevoli della lingua italiana.

125
Fra esse sono di particolare rilievo la «Fonnula di confessione umbra» (Roma,
Bibl. Vallicelliana, ms B 36, cc. 23 l r-233r; ripr.: E. Monaci, Facsimili di antichi
documenti, I, Roma 19 10, tavv. 53-54) scritta da un ecclesiastico del monastero
di S. Eutizio presso Norcia, in minuscola romanesca ed in lingua volgare infar­

integralmente in volgare (un conto di spese occorse in Pisa per la costruzione


cita di latinismi; e la cosiddetta "Carta pisana di Filadelfia", un testo, vergato

di una galera), con ogni probabilità da un laico ignorante di latino in una minu­
scola carolina di tipo notarile notevolmente elegante.

Cf. per quest'ultimo documento I. Baldelli, La Carta pisana di Filadelfia, in Studi


di filologia italiana, XXXI (1973), pp. 5-33.

1 26
Esempio di minuscola carolina di Ivrea (Ivrea, Bibl. Capitolare, ms. LXXXV;
sec. X-XI),;
127
XXII
LE ORIGINI DELLA GOTICA: TEORIE E IPOTESI

Con la seconda metà del secolo XI comincia ad affermarsi, soprattutto in


Francia settentrionale, in Inghilterra (ove era già presente) e in Germania, l'uso
di un nuovo strumento scrittorio, la penna animale con taglio obliquo; essa mutò
radicalmente il tratteggio della tarda minuscola carolina, dando vita ad una
stilizzazione, nella quale ciascuna lettera risulta costituita da una serie di brevi
tratti giustapposti, caratterizzati da un netto contrasto fra quelli grossi e quelli
sottili.

Tale contrasto di tratteggio, caratteristico del


nuovo stile grafico, è particolarmente evidente
nell'attacco delle aste in alto, che risulta di

7
solito tagliato obliquamente verso sinistra, e
nello spessore, non inferiore a quello massimo
dei tratti venicali, dei tratti orizzontali della t
e della nota tironiana per et.

Altra caratteristica del fenomeno è la tendenza delle curve a diminuire bru­


scamente di spessore, fino, a volte, a spezzarsi in veri e propri angoli acuti alla
congiunzione dei tratti che le costituiscono.
Nel 1925 Olga Dobiache-Rojdestvensky, avendo riscontrato le medesime
caratteristiche di scrittura spezzata nella beneventana e nella gotica, affacciò
l'ipotesi che la gotica fosse nata per imitazione della beneventana, esempi della
quale sarebbero stati importati in Normandia a causa dei rapporti che nel me­
dioevo esistevano fra la basilica di S. Michele Arcangelo in Montesantagelo
(Foggia) e il monastero normanno di St. Michel-au-péril de la mer. Tale tesi fu
confutata da Luigi Schiaparelli, il quale osservò che il tratteggio delle due
scritture è completamente diverso; mentre la beneventana infani presenta le aste
spezzate, nella gotica sono spezzate le curve. Basandosi sulla testimonianza di

1 28
alc1:fili esempi dell 'Inghilterra meridionale e della Normandia (in scritture «bri­

numerosissimi monasteri (207 ! ) inglesi e francesi fra il 1 122 e il 1 123 in memoria


sées») del cosiddetto "rotolo del beato Vitale", contenente i testi vergati in

di Vitale abate di Savigny, Jacques Boussard, avendo riscontrato che la penna


mozza a sinistra era adoperata già prima del secolo XI negli scriptoria insulari,
affermò che la nuova tecnica scrittoria nacque in Gran Bretagna, da dove passò
sul Continente.

Cf. O. Dobiache-Rojdestvensky, Quelques considerations sur /es origines de I' é­


criture dite "gotique" , in Mélanges d' histoire du Moyen age offerts à m. F. Lot, Paris
1925, pp. 69 1 -721 ; L. Schiaparelli, Influenze della scrittura beneventana sulla gotica?,
in Archivio storico italiano, 78 s., XI (1929), pp. 12- 19; J. Boussard, lnfluences
insulaires dans la formation de I' écriture gothique, in Scriptorium, 5 (195 1), pp.
238-264.

In realtà, alla nascita di uno stile grafico, diverso dal precedente, come fu
quello poi definito "gotico", cui qui ci si riferisce, non contribui soltanto un
fatto puramente tecnico come l ' adozione di un nuovo strumento scrittorio. Al
cambiamento grafico si associarono anche la nascita di una nuova forma di
libro, di un nuovo tipo di produzione, di un modo nuovo di leggere e di studiare.
Prioritaria fu l'esigenza di una chiara individuazione delle singole parole, a cui
contribuirono l 'accostamento delle lettere fra loro, una più precisa separazione
delle parole fra loro, l'uso della S maiuscola in fine di parola e del trattino di
rinvio a capo.
Notevolissimo elemento innovativo fu l'affermarsi del libro di tipo scolastico
adoperato nelle nuove grandi Università, le cui caratteristiche erano una rinno­
vata impostazione della pagina ed una più precisa individuazione delle singole
parti del testo.
Altre caratteristiche del libro di età gotica sono l'uso accentuato di abbrevia­
zioni, la concentrazione sul rigo e la distribuzione su due colonne delle lettere,
delle parole e quindi del testo, che rendevano più rapida la lettura; inoltre, la
scrittura del testo sotto il primo rigo della rigatura, racchiudendo in una gabbia
il testo stesso, determinava la chiara individuazione dello spazio marginale
destinato al commento. In complesso un codice della metà del XIII secolo,
rispetto ad uno di un secolo prima, presenta pagine più grandi, righe più fitte,
colonne più larghe, un maggior numero di lettere e di abbreviazioni per riga.
Non sempre tali caratteristiche si presentano in modo completo ed uniforme
nelle diverse regioni d 'Europa; troviamo cosl tipi di gotica diversi a seconda
delle zone, degli ambienti ed a seconda del persistere in determinate regioni di

1 29
tipi di tarda minuscola di stile carotino, della "romanesca" nell'Italia centrale
in pieno XII secolo, o della beneventana nell'Italia meridionale.
La scrittura gotica era più esattamente denominata dai contemporanei «littera
moderna» e distinta da varie denominazioni a seconda dell 'uso che se ne faceva
e delle sue caratteristiche stilistiche: «textualis», «de forma», «textura», ecc.; il
nome di "gotica", usato in senso dispregiativo (scrittura di barbari come i Goti),
nacque nel XV secolo come attributo non già di quella che noi chiamiamo gotica,
ma delle scritture altomedievali, quali la beneventana, la merovingica, ecc., che
agli umanisti apparivano complicate, difficili e prive di valori estetici. Solo più
tardi (sec. XVI) la denominazione fu estesa anche alla «littera moderna» (che
ormai moderna non era più), e l'uso continuò fino ai nostri giorni.

Per la storia di questo duplice equivoco, cf. E. Casamassima, Litterae gothicae. Note
per la storia della riforma grafica umanistica, in La Bibliofilia, LXII (1960), pp.
109- 143.

1 30
XXIII
CARAITERISTICHE GENERALI DELLA GOTICA.
LA GOTICA IN ITALIA

Ammesso che si possa parlare di una scrittura gotica come tipo omogeneo
(in realtà, bisognerebbe piuttosto parlare di "stile", al cui interno si individuano
tipi diversi), le caratteristiche generali di questa scrittura, individuabili dall'ul­
timo quarto del secolo XII in avanti, sono:
il disegno angoloso e la spezzatura delle curve, cui si è già accennato;
l'aspetto stretto e serrato della scrittura sul rigo, ove le lettere sono forte­
mente accostate le une alle altre, e nella pagina nel suo complesso, ove
l'interlineo è assai ridotto;
lo scarso sviluppo delle aste superiori e di quelle. che scendono sotto il
rigo;

l 'uruforme andamento dei tratti inferiori delle aste che poggiano sul rigo,
tutti muniti, verso destra, di un filetto o di un trattino spezzato;
l 'uso di un alto numero di abbreviazioni, della e semplice (senza cediglia)
invece del dittongo, di sottili apici sulle i.
Altre caratteristiche sono:
l 'uso della S maiuscola in fine di parola (già ricordato) e della u/v alta
all 'iruzio di parola;
della e muruta di cediglia per la z (ç );
del segno tiroruano ( 9) per conlcum;
dell 'abbreviazione Q2 (normale dal 1 150 in poi) per quia;
e di un particolare alfabeto maiuscolo, largamente adoperato sia nei manoscritti,
sia nelle iscrizioni lapidarie, con rigonfiamenti e raddoppiamenti, derivato
dall' alfabeto onciale e da elementi della capitale.

1! 0 0 8 I O O � Q
131
Cf. B. Breveglieri, Scritture lapidarie romaniche e gotiche a Bologna, Bologna
1986.

Al tennine del secolo scorso Wilhelm Meyer (W. Meyer, Die Buchstaben­
Verbindungen der sogennanten gothischen Schrift, in Abhandlungen der k. Ge­
selleschaft der Wissenschaften zu Gottingen, phil. hist. Klasse, n. F. , 1 , 6 [ 1 897] ,
pp. 1 - 124) ha identificato tre regole che vengono rispettate negli esempi più
rigorosi e fonnali di gotica:

t
1) Alle lettere che presentano una curva con­
vessa a destra segue una r a fonna di 2 e non
la r diritta (minuscola).

ro
2) La curva convessa a destra di una lettera si
fonde con quella convessa a sinistra della let­
tera seguente.
3) La d con asta incurvata a sinistra (cioè, di
ti po onciale) viene adoperata dinanzi a lettera
con corpo tondo, come a, o, e, r a fonna di 2;
la d minuscola diritta è usata dinanzi a lettere
diritte.

Cf. anche S. Zamponi, Elisione e sovrapposizione nella littera textualis, in Scrittura


e civiltà, 1 2 ( 1988), pp. 1 35-176.

La tendenza allo slancio verticale, la spezzatura delle curve, il gusto deco­


rativo «secondo uno stile rabescato», che è proprio degli esempi più manierati
di scrittura gotica, hanno indotto sin dal secolo scorso numerosi studiosi ad
avvicinare lo stile grafico gotico allo stile architettonico che designamo con il
medesimo nome e che è nato e si è diffuso nel medesimo periodo e all 'incirca
nel medesimo ambiente storico e geografico; in effetti un esame comparativo
delle rispettive fonne stilistiche pennette soltanto di stabilire alcune generiche
tendenze comuni di fondo.
Un' ipotesi suggestiva quanto indimostrabile è quella avanzata da Robert
Marichal, che ha posto in rilievo il parallelismo delle tecniche con cui, da una
parte, per mezzo dei procedimenti dialettici della filosofia scolastica, il maestro
scomponeva i membri del discorso in tante parti contrapposte, e dall' altra lo
scriba che scriveva in gotica scomponeva sia i segni in tratti opposti e spezzati ,
sia la pagina in sezioni articolate per mezzo di maiuscole, segni di para­
grafo, ecc.

132
Cf. R. Marichal,L' écriture latine et la civilisation occidentale dul er auXVI e siècle,
in L' écriture et la psychologie des peuples, Paris 1963, pp. 199-247.

Un bell'esempio di gotica formale italiana della prima metà del Trecento: il card.
Iacopo Stefaneschi allo scrittoio (Bibl. Apost. Vaticana, Archivio di S. Pietro, ms. C
1 29, c. 17r).

In Italia «come non si ebbe archltettonicarnente il vero gotico. il gotico fiorito


delle grandi cattedrali nordiche, cosi non si ebbe una vera scrittura gotica»
(Cencetti, Lineamenti, cit., p. 2 1 3); nell'accettare questo sostanzialmente giusto
giudizio, va ricordato che regioni come il Piemonte, la Lombardia ed il Veneto
interno risentivano profondamente di influenze franco-tedesche anche in carn po
grafico. È però vero che soprattutto in Italia, nel corso del XII secolo, si era
formata una carolina tarda, larga e rotonda, di grande formato, priva di spezza­
ture, la quale influi anche sulle prime forme di gotica italiana, contribuendo a
mantenervi un gusto del disegno rotondo e dalle forme larghe, che è in netto
contrasto con le stilizzazioni d' Oltralpe.

1 33
La storia dell 'introduzione della gotica in Italia avviene in modo differenziato
nelle diverse regioni. Per l 'Italia settentrionale, nei due centri di Padova e
Bologna le caratteristiche fondamentali della nuova scrittura (rigidità del dise­
gno, pesantezza del tratteggio per l'adozione della penna mozza) compaiono
prima in documenti privati rogati da notai laici, e subito dopo anche nei codici;
in particolare, a Padova la gotica si affaccia prima della metà del XII secolo,
nei documenti, e con il 1 1 70 anche nei codici; a Bologna i primi esempi di gotica
si notano nell'attività di «Guido tabellio» e della sua scuola nella seconda metà
del XII secolo, mentre uno dei primi esempi di gotica libraria è datato 1 1 80.
Anche i documenti lombardi del XII secolo sembrano mostrare, a Milano e
altrove, un processo analogo. A Perugia invece, ricerche effettuate nelle carte
dell 'Archivio di Stato porterebbero ad ipotizzare l'affacciarsi dello stile gotico
nelle scritture notarili fra XII e XIII secolo.

Cf. B . Pagnin, le origini della scrittura gotica padovana, Padova 1933; G. Orlan­
delli, Ricerche sulla orj.gine della «littera bononiensis» : scritture documentarie bolo­
gnesi del sec. Xli, in Bullettino dell' «Archivio Paleografico Italiano», n. s., II-III, 2
(1956- 1957), pp. 179-214; A. R. Natale, Ricerche paleografiche in carte lombarde, cit.

Mentre non si hanno dati per quanto riguarda Firenze e la Toscana (ove però
la grande carolina tonda del XII secolo aveva uno dei suoi ambienti di massima
produzione), Roma ed il Mezzogiorno d'Italia presentano un quadro assai di­
verso rispetto alle regioni settentrionali. A Roma il protrarsi dell 'uso di una
scrittura documentaria (nei documenti privati) ancora di tipo curiale ostacolò a

importata, se così si può dire, prima dai Normanni, poi, con il XIII secolo, dagli
lungo l'adozione del nuovo stile grafico. Nell' Italia meridionale la gotica fu

Svevi. Un documento pugliese del 1 1 60, scritto probabilmente da un notaio


francese, mostra l'uso di una gotica libraria perfettamente formata (Petrucci,

nali fu piuttosto opera dei Cistercensi, il nuovo ordine monastico che nella prima
Notarii, cit., tav. 22); l'introduzione della gotica libraria nelle regioni meridio­

metà del XIII secolo sostituì i benedettini nella conduzione di molti monasteri
travolti da un inarrestabile processo di decadimento. Nel monastero calabrese
di S. Angelo di Frigilo nei primi decenni del XIII secolo i monaci cistercensi
scrivevano in gotica libraria i documenti dell'abbazia; poco lontano, a Fiore, i
codici contenenti le opere di Gioacchino venivano parimenti scritti in gotica
libraria; nelle isole Tremiti, sede sino al 1 237 di un fiorente convento benedet­
tino, l 'arrivo dei cistercensi segnò, appunto in quell 'anno, la sostituzione della
gotica alla beneventana.
D'altra parte, in Sicilia, la corte normanna e i grandi monasteri locali facevano

1 34
eseguire codici di gran lusso in una gotica di tipo francese, simile a quella che
contemporaneamente veniva adoperata nei centri di produzione del Regno latino
di Gerusalemme in Palestina; relativamente alla gotica, quindi, non sembra del
tutto assurdo parlare di uno stile franco-mediterraneo per i secoli XII-XIII,
incentrato in Sicilia e in Palestina.

Per la funzione dei Cistercensi nella diffusione della gotica nell'Italia meridionale,
cf. A. Pratesi, La scrittura latina nell'Italia meridionale nell'età di Federico Il, in
Arclùvio storico pugliese, XXV (1972), pp. 299-3 16; Id., Un centro scrittorio scono­
sciuto nell'Italia meridionale, in Bullettino dell' «Archivio paleografico italiano», n.
s., II-III, 2 (1956- 1957), pp. 399-42 1 ; per la Sicilia, cf. A. Daneu Lattanzi, Di un
manoscritto miniato eseguito a Palermo nel terzo quarto del secoloXII ... , in Accademie
e Biblioteche d'Italia, XXXII (1964), pp. 225-236, 309-320; contrastanti ipotesi sulla
produzione manoscritta calabrese presentano F. Troncarelli - B . Di Gioia, Scrittura,
testo, immagine in un manoscritto gioachimita, in Scrittura e Civiltà, 5 ( 1981), pp.
149 -1 86; A. Adorisio, Per una storia della scrittura latina in Calabria dopo la
conquista normanna, in Scrittura e Civiltà, 8 (1 985), pp. 105-127; Id., Codici latini
calabresi. Produzione libraria in Val di Crati e in Sila tra Xli e Xlii secolo, Roma 1986;
F. Troncarelli, A proposito di codici latini calabresi, in Florentia, 1 (1 987), pp. 9 1 -99.

Per quanto differenziata sia stata la sua origine nelle diverse regioni, nella
prima metà del XIII secolo, in Italia, o meglio nelle regioni centrali della peni­
sola, fu elaborato un tipo di gotica che ebbe grande fortuna e si diffuse rapida­
mente: la cosiddetta "rotunda". Essa, pur mantenendo le caratteristiche generali
della tipologia grafica, è larga, con lettere schiacciate e rotonde, pochissimo alte
sul rigo, spaziosa, ma accostata e compatta, con poche spezzature, con basi sul
rigo non ricurve, in realtà, assai simile alla tipica scrittura scolastica dell'Uni­
versità di Bologna, la «littera bononiensis», della quale si dirà appresso; fu
adoperata, ed ebbe lunga vita, nei manoscritti liturgici e ricevette, più tardi il

Nel Trecento, a Firenze, a Siena, a Pisa, ad Arezzo fu elaborato un tipo di


nome di "corale".

gotica dal tratteggio ora più, ora meno marcato, anche se mai pesante come
nella bononiensis, con lettere staccate le une dalle altre, modulo piuttosto pic­
colo, forme slanciate, aste relativamente alte sul rigo e munite in fine dì sottili
svolazzi e codine ornamentali, cui corrispondono anche le caratteristiche mi­
nuscole della corsiva documentaria coeva, dì cui si parlerà più avanti. Tuttavia
in altri centri italiani l'influenza della «bononiensis» divenne, come a Napoli,
determinante, e nella medesima Firenze, alcuni centri religiosi sembra ne siano
stati influenzati.

1 35
Sulle caratteristiche formali della "rotunda" italiana, cf. S. Zamponi, La scrittura
del Libro nel Duecento, in Civiltà comunale: libro, scrittura, documento. Atti del
Convegno. Genova, 8- 1 1 novembre 1988, Genova 1989, pp. 3 15-354.

1 36
o

Gotica italiana del primo Trecento: il Virgilio, con commento, posseduto dal Petrarca
(Milano, Bibl. Ambrosiana).

137
XXIV
LIBRO UNIVERSITARIO E «LITfERAE SCHOLASTICAE»

Il XII ed il secolo seguente videro lo sviluppo della istituzione universitaria


in Europa e la nascita di una cultura diversa dalla precedente, in parte sempre
maggiore gestita da laici e direttamente legata alle vicende delle grandi città in
cui trovavano sede le singole università, sorte spesso dalla trasformazione di
precedenti scuole religiose (come, per esempio, quella di Parigi). Nel 1 158 lo
Studium di Bologna ebbe il riconoscimento imperiale; seguì Parigi ai primi del
XIII secolo e subito dopo Oxford; ma Salerno (come scuola di medicina) e
Montpellier erano ancora anteriori. Nella prima metà del XIII secolo ben sei
università italiane, fra cui Padova ( 1 222) e Napoli (1 224), ebbero il riconosci­
mento ufficiale, che fu ottenuto nel secolo seguente anche da Roma ( 1 303),
Perugia ( 1 308), Pisa ( 1 340).
Per illustrare il grande fervore di' operosità culturale, di ricerca, di nuove
conoscenze che il secolo XII portò con sé in tutta l'Europa, Charles H. Haskins
argomentava: «Ancora nel 1 100 una biblioteca poteva essere dotata della Bibbia
e dei testi della Patrologia latina (cioè di opere dei Padri della Chiesa e di autori
altomedievali) con postille di età carolingia, di qualche libro di servizio divino
e di molte vite di santi, delle opere di Boezio (immancabili testi di studio), di

di uno spesso strato di polvere. Nel 1 200 circa, o pochi anni più tardi, possiamo
qualche frammento di storia locale e forse di qualche classico latino, ma coperto

già aspettarci di trovare non solo più copie delle stesse opere, qualitativamente
migliori, ma anche il Corpus iuris civilis, e i classici in parte sottratti all'oblio, le
raccolte di diritto canonico di Graziano e degli ultimi papi, la teologia di Anselmo,
di Pietro Lombardo e d'altri, primi documenti della scolastica, le opere di S.
Bernardo e di altri grandi protagonisti del mondo. monastico, opere di storia, di
poesia, epistolari, la filosofia, le scienze matematiche e l'astronomia, sconosciute
alla prima tradizione medievale e assorbite nel corso del secolo XII dal mondo
greco e da quello arabo. Per non parlare della grande produzione epica francese
e del fior fiore della lirica provenzale, delle prime opere in medio alto tedesco».

138
Cf. C. H. Haskins, La rinascita del XII secolo, Bologna 1972, pp. 14-15.

Tale fervore e le conseguenze che ne derivarono non furono tutti opera delle
università; tuttavia molto contribuirono i nuovi centri culturali che le università
rappresentarono in tutta Europa, l'uniformità di indirizzo che presero i diversi
insegnamenti, l 'internazionalità degli studenti e la loro mobilità, lo scambio
frequente di insegnanti da centro a centro. Ciò portò con sé anche un grande
bisogno di libri e un forte aumento della produzione scrittoria ovunque; si pensi,

nel 1066, erano saliti al nwnero di cinquecento e che ognuno di essi aveva
per esempio, che in Inghilterra nel 1200 i monasteri da trentacinque che erano

naturalmente bisogno di libri per uso liturgico, per la lettura, per la scuola.
Le università e gli studenti avevano in particolare bisogno di molte copie di
libri di testo da leggere e commentare e dei commenti stessi dei vari docenti;
ali 'inizio, fra XII e XIII secolo, il rapporto fra committente e scrittori, preva­
lentemente laici, fu libero e stabilito mediante contratti rogati da notai, ma ben
presto le università intervennero a regolare in modo abbastanza rigido la materia,
soprattutto nei centri maggiori, intorno ai quali si era sviluppato un notevole
commercio librario, con cartolari produttori di pergamena e librai con botteghe
(stationarii). Già nella prima metà del Duecento Parigi prima e Bologna poi
elaborarono il cosiddetto sistema di produzione, incentrato sulla "pecia", che
permetteva un preciso controllo da parte dell'istituzione universitaria sulla dif­
fusione dei testi, sulla loro correttezza e sul loro costo. Il sistema era basato
sull'esistenza di copie autentiche dei singoli testi (gli exemplaria), sottoposte a
controllo periodico e depositate presso gli stationarii ufficiali delle singole
università; gli esemplari erano conservati in fascicoli sciolti, che, per permettere
una produzione numericamente elevata di copie, erano distribuiti contempora­
neamente a più scrittori, in buona parte laici, spesso studenti ed anche donne; i
fascicoli, detti "pecie" (onde il nome del sistema) servivano anche come unità
di misura per il compenso dello scrittore. Un sistema così rigido e complesso
non fu applicato ovunque; in Spagna, Inghilterra, Europa centrale si ebbero
tentativi di organizzazione non giunti a compimento, o altri e diversi sistemi di
diffusione del libro universitario. Diminuisce il valore critico dei testi univer­
sitari, ma ne accresce quello di testimonianza culturale complessiva, il fatto,
che ormai sembra accertato, che i testi approvati ed adoperati nelle singole
università avrebbero rispecchiato, più che il pensiero dell'autore, quello del
corpo dei professori , i quali intervenivano su di essi con manipolazioni ed
aggiunte.

Per lo studio-del sistema di produzione del libro universitario, cf. J�Deruez;J.,apecia

1 39
dans /es manuscrils universitaires du X/lf et du XIV sièc/es, Paris 1935; G. Battelli,
Ricerche sulla pecia nei codici del Digestum vetus, in Studi in onore di Cesare
Manaresi, Milano 1953, pp. 3 1 1 -330 (rist. in G. Battelli, Scrilli scelti, Roma 1975, pp.
149-170); G. Fink Errera, Une institution du monde médiéval: la "pecia" , in Revue
philosophique de Louvain, LX (1962), pp. 184-243 (ristampato, tradotto in italiano, in
Libri e le11ori nel Medioevo, a cura di G. Cavallo, cit., pp. 1 � 1 -165; 284-302); G.
Pollard, The pecia system in the medieval universities, in Medieval Scribes, Manu­
scripts and Libraries. Essays presented to N. R. Ker, London 1978, pp. 145- 161; La
production du livre universitaire au Moyen-Age. Exemplar et pecia. Actes du Sympo­
sium de Grottaferrata, mai 1983, Paris 1988. Per Bologna, cf. G. Orlandelli, Il libro a
Bologna dal 1300 al 1330, Bologna 1959.

Gli scribi che operavano presso le università, al servizio diretto degli «Sta­
tionarii», lavoravano in condizioni assai disagevoli ed era loro proibito riunirsi
in corporazione; essi, dunque, non lavoravano in comune e non formavano centri
scrittori' veri e propri'; eppure, almeno in alcune località, come a Bologna e a
Parigi, diedero vita a particolari tipizzazioni della gotica libraria, che sono state
individuate (anche troppo' generosamente, in verità) dal Destrez, e soprattutto
ad un tipo di libro (con margini larghi per i commenti, con precise partizioni
dei periodi e dei paragrafi, con uso di iniziali e di rubriche particolarmente
evidenti, con sistemi sintetici di citazioni, ecc.) nuovo, moderno, particolarmen­
te funzionale all'insegnamento universitario, e che sarebbe durato assai a lungo,
trasmettendosi anche alla stampa del tardo Quattrocento.

Sulla nascita di questo tipo di libro, caratteristico della nuova cultura universitaria,
cf. M. B. Parkes, The influence of the concept of ordinatio and compilatio in the
developmenl of the book, in Medieva/ Learning and Literature. Essays presented to R.
W. Hunt, Oxford 1976, pp. 1 1 5-14 1 ; C. de Hamel, GlossedBooks of the Bible and the
Origins of the Paris Booktrade, Wordbridge-Dover 1984; R. and M. Rouse, Statim
invenire: Schools, Preachers and new Attitudines to the pages, in Renaissance and
Renewal in the twelfth Century, a cura di R. L. Benson - G. Constable, Cambridge
(Mass.) 1982, pp. 201 -225; ed anche A. Cohen Muslim, The Making of a manuscript:
the Worms Bible of 1 1 48.

Delle quattro litterae scholasticae che il Destrez riteneva di aver individuato,


e cioè bononiensis, parisiensis, oxoniensis e neapolitana, soltanto le prime due
presentano caratteristiche grafiche specifiche.
La littera bononiensis, sviluppatasi praticamente dalla scrittura notarile lo­
cale fra XII e Xlll secolo, è già ricordata nel 1242 dal maestro di arte notarile
Salatiele come «littera nova», ed è frequentemente citata nei contratti di scrittura
deU<\ seconda metà del secolo. Essa non è molto diversa d alla normale gotica
..

1 40
La lettera autografa di Francesco a frate Leone ( 1 224- 1226), conservata nella catte­
drale di Spoleto.

141
testuale italiana, la "rotunda", di cui ripete i singoli segni alfabetici, ma «è più
economica, più pigiata, le aste sono più corte, le interlinee ridotte, i tratti obliqui
(ad esempio nella e) sono molto fini, appena visibili, tanto che la e si distingue
a stento dalla c; l'assenza di zoccoli alla base rende le lettere indipendenti l ' una
dall'altra e le parole, strette le une contro le altre, sono separate male . . . »
(Marichal, La. scrittura, cit., p. 1 286). La bononiensis, tipica scrittura dei testi
giuridici, fu largamente adoperata fra XIII e XIV secolo anche fuori di Bologna,
a Padova e nel Regno di Napoli; altre sue caratteristiche sono il frequente uso
dell'antica nota tironiana per con in forma di nove, corta sul rigo, il rispetto
della prima e della seconda legge del Meyer e la riduzione ad un minuscolo
quadrato del segno abbreviativo.
Confronto alla bononiensis, la littera parisiensis appare più piccola, più
irregolare nell'allineamento e nell'andamento, meno tondeggiante; a volte, a
prima vista, dà un 'impressione spiacevole di disordine; in realtà il suo grado di
leggibilità è assai maggiore che non nella bononiensis, in quanto proprio l'ir­
regolarità di andamento, le frequenti spezzature, l 'allineamento instabile ren­
dono più evidenti e separati (e perciò individuabili) i singoli segni, le righe, le
parti del discorso. Usata largamente, non soltanto per testi universitari, sia nel
secolo XIII che nel XIV, la parisiensis era caratterizzata, oltre che dal tratteggio
pesante e fortemente contrastato, anche dalla lineetta orizzontale che attraversa
la nota tironiana per et.
Non si hanno elementi precisi per distinguere la oxoniensis dalla gotica
libraria inglese del sec. XIII-XIV, che è alta, serrata, rigida nel tratteggio; nel
complesso, i manoscritti universitari inglesi appaiono eseguiti con maggiore
cura calligrafica rispetto a quelli parigini. Ancor meno siamo informati sulle
caratteristiche eventuali dei manoscritti universitari napoletani, di cui pure il
Destrez dà qualche esempio, ma per i quali mancano studi precisi. Si può
supporre che almeno all'inizio una qualche influenza sia stata esercitata sulla
produzione del libro universitario napoletano, oltre che dal grande modello
bolognese, anche dalla ricca e feconda tradizione libraria campana, in cui la
produzione propria della "scuola" medica salemitana doveva occupare (con i
testi di studio e di insegnamento) un posto notevole; anche a questo proposito,
però, manchiamo finora del tutto di indicazioni e di ricerche particolari.

Un altro dei fenomeni che almeno in parte può essere ricondotto al fervore
di produzione di testi suscitato dalla nuova cultura universitaria è quello costi­
tuito dall'affermarsi, presso gli "intellettuali" bassomedievali, della prassi di
scrivere di propria mano le proprie.opere, dalla minuta fino alla stesura defini-

142
ù va. Nell 'anùchità e nell 'alto medioevo un autore componeva di regola dettando
e non scrivendo; con la fine dell 'XI e con il XII secolo si viene diffondendo,
soprattutto presso gli annalisti delle grandi istituzioni ecclesiastiche (che ne
erano spesso anche i bibliotecari e gli archivisti), l'uso della composizione
autografa dei testi storici da loro compilati; tale uso si estese poi anche agli
intellettuali scolastici, in genere insegnanti itineranti fra le varie sedi universi­
tarie d'Europa (ma Tommaso d'Aquino nel Duecento comporrà le sue opere
sia dettando, che scrivendo di propria mano), e quindi agli autori di testi letterari
volgari e agli umanisti (da Francesco da Barberino a Petrarca in Italia), per
rimanere infine proprio e caratteristico degli intellettuali europei del rinasci­
mento e dell'età moderna. Questi fenomeni di autografia presentano interessanti
coincidenze prima di tutto con le pratiche di elaborazione del testo documentario
che furono proprie, dal XII secolo in avanti, del nuovo notaio dotato di publica
fldes e, cronologicamente, con l'introduzione e la diffusione, nell'Europa occi­
dentale, della carta come materia scrittoria poco costosa e perciò atta a favorire
pratiche autografiche di scrittura e di riscrittura.

Su questa problematica, cf. in generale la bella sintesi di J. Le Goff,Les intellectuels


au Moyen Age, Paris 1985 (2 ed.) (trad ital: Genio del Medioevo, Milano 1959); e più
specificamente, M. C. Garand, Auteurs latins et autographes des Xf et X!f siècles, in
Scrittura e civiltà, 5 ( 1981), pp. 77-104; A. Petrucci, Minuta, autografo, libro d' autore,
in/l libro e il testo, a cura di C. Questa e R. Raffaelli, Urbino s. d., ma 1 985, pp. 399-4 14;
Id., Modello notarile e testualità, in /l notariato nella civiltà toscana, Roma 1985, pp.
123-145; Id., La scrittura del testo, in Letteratura italiana, a cura di A. Asor Rosa, IV.
l' interpretazione, Torino 1985, pp. 283-3 10 (con 40 tavole).

143
I SISTEMI DI NUMERAZIONE MEDIEVALE:
xxv

CIFRE ROMANE E CIFRE ARABICHE

Per tutto l 'alto medioevo fu adoperato il sistema romano di numerazione, ma


si usava esprimere il 4 con IIIJ e il 9 con VIIIJ. Altri adattamenti particolari, di
carattere grafico ed ortografico, possono comunque rendere difficile l 'interpre­
tazione delle cifre romane usate in documenti e in libri manoscritti medievali.
Si osservino, per questo, i seguenti esempi, tutti del XV secolo:

=XXI =ducentorum
i, � �c. �
= 1500

...,,. = 1 500 �
=800
f
..J
= quattuor
L L L � 2.
= 1 1000
11)


�f = vigesima prima

Le cifre arabiche, contrariamente a quanto indica il loro nome, sono in realtà


di origine indiana (costituiscono le 1ettere dell 'alfabeto sanscrito iniziali dei
nomi dei numeri); adottate dag1i arabi ne] corso de] secolo VIII, furono introdotte
in Spagna nel corso de1 secolo X e compaiono occasionalmente come segni di
richiamo o di nota in codici latini spagnuoli di quell'epoca; vengono citate e
usate talvolta anche nei secoli seguenti nell 'Europa occidentale, ma mai ado­
perate a fini matematici. Soltanto con l 'inizio del secolo XIII e l'opera de1 grande
matematico Leonardo Fibonacci da Pisa, il Liber abaci, venne insegnato e

144
diffuso l 'uso delle cifra arabiche. Presto se ne impossessarono mercanti ed
artigiarù italiarù e lo resero così normale nel corso del XIV secolo; da allora
esso compare anche nella numerazione delle carte dei codici.
Si osservino le forme originarie adoperate in Europa nel XIII secolo:

Seguono qui alcuni esempi delle forme assunte nelle diverse epoche dai
numeri arabici :

2 l

3 3

4 7 1 r
5 5 1 5
7 1

145
XXVI
L 'UNIFICAZIONE DELLA SCRIITURA DOCUlVIENTARIA
IN EUROPA E LA NUOVA CORSIVA (secc. XII-XIII)

Come si è già detto, la minuscola carolina, affennatasi anche in ambito


documentario con fonne specifiche ("minuscola diplomatica"), soppiantò gra­
dualmente fra X e XII secolo la vecchia corsiva di tradizione classica e altome­
dievale e le si sostitul gradatamente, sia in Francia (ove la merovingica scom­
parve già nel corso del IX secolo), sia in Italia.
Tale processo comportò anche una netta ed improvvisa rinuncia alla corsività;
per un lungo periodo, collocabile soprattutto fra X e XII secolo, l 'Europa dei
documenti ignorò, soprattutto nelle cancellerie, ma ben presto anche nelle sta­
tiones dei notai, l'uso di un sistema regolare di legamenti fra lettera e lettera (e
cioè la condizione necessaria per un andamento corsivo della scrittura), tranne
che nei luoghi ove resisteva ancora la corsiva di tradizione classica (in Italia, lo
si è già detto, i ducati campani, Ravenna, Roma).
La rigidezza generale delle scritture documentarie si accrebbe fra XI e XII
secolo con la diffusione anche fra i notai ed i cancellieri dell'uso della penna
mozza, che rendeva ancora più difficoltosa l'esecuzione di legamenti e di "pon­
ti" di congiunzione fra lettera e lettera. La scomparsa di una scrittura corsiva
ebbe dunque la conseguenza principale di provocare una strettissima analogia
fra scrittura dei libri e scrittura dei documenti. Alla fine del XII secolo numerosi
notai italiani scrivono gli atti nella medesima scrittura che gli scribi adoperano
per i codici, e cioè in gotica testuale; ciò rese possibili influenze reciproche dei
due ambienti di produzione, che abbiamo già avuto occasione di ricordare a
proposito delle origini della gotica in Italia.
Un altro elemento notevole della scrittura diplomatica di tipo carolino ado­
perata in Europa fra X e XII secolo fu, come si è già accennato, la sua unifonnità
e internazionalità; in realtà fra i documenti emanati dalla cancelleria imperiale,
quelli della cancelleria pontificia (dalla fine dell 'XI secolo in poi), quelli di
grandi feudatari o vescovi francesi, belgi, italiani (dell 'Italia centro-settentrio-

146
nale) non esistono differenze notevoli e l'arrivo dei Nonnanni nell' Italia meri­
dionale ed in Inghilterra costituì anche, e soprattutto a livello di scrittura docu­
mentaria, un ulteriore elemento di unificazione.
La diffusione del notariato in ogni nazione europea, l'uso abbondante di
scrittura anche a livello privato imposto dallo sviluppo mercantile e artigianale,
la concentrazione intellettuale promossa dalle università, l' affennarsi della pro­
duzione poetica e narrativa in volgare furono tutti elementi che concorsero fra
XII e XIII secolo a proporre i tennini per la fonnazione di una nuova scrittura
corsiva, che si sviluppò proprio dalla minuscola diplomatica, già internazional­
mente europea, e che ebbe anch'essa, fra XIII e XIV secolo, carattere abbastanza
unifonne in tutta Europa.
Alla base della nascita della nuova corsiva furono alcuni elementi comuni,
all 'inizio del XIII secolo, a tutte le regioni dell'Europa occidentale:
l'esistenza di un sistema grafico (quello costituito dalla minuscola caro­
lina) sostanzialmente unifonne, che diffondeva modelli grafici analoghi
a tutti i livelli (scuola, uso privato, documentazione, libri, ecc.);
un sistema di insegnamento elementare sufficientemente unifonne, che
secondo I. Hajnal aveva centro e svolgimento nelle grandi università sin
dai livelli più bassi; ma ciò sicuramente non avvenne in Italia, ove acce­
devano all 'università giovani già in possesso autonomamente di un certo
grado di educazione grafica;
l'adozione di una penna tagliata centralmente (e non mozza), che produ­
ceva un tratteggio fluido e non contrastato e con la quale si potevano fa­
cilmente eseguire legamenti e tratti di congiunzione ("ponti") fra lettera
e lettera;

l'invenzione di un nuovo modo di eseguire i legamenti fra lettera e lettera,


per il basso, procedendo con un movimento sinistrogiro (cioè antiorario)
e non destrogiro della mano.
«L'esame, anche superficiale, scrive Giorgio Costamagna, di qualsiasi istru­
mento notarile della fine del secolo XIII o dell'inizio del XIV può dare l'idea
del notevole mutamento della tecnica scrittoria. L'analisi dei movimenti con cui
ogni lettera viene tracciata rivela come la gran maggioranza di esse pur termi­
nando di per sé con un tratto vergato dall 'alto verso il basso abbia saputo
sviluppare quest'ultimo in un elemento di collegamento con la lettera seguente
[ . . . ] le lettere a, d, i, 1, m, n, e, in altri casi, la a e la u hanno onnai sviluppato
la legatura con trattino intennedio e con netto movimento sinistrogiro che non
solo appare decisamente affennato, ma si avvia a prendere il sopravvento».

147
Per l'insegnamento e la diffusione dell'alfabeùsnio, cf. in parùcolare di I. Hajnal,
L' enseignement de l' écriture aux universités médiévales, a cura di L. Mezey, 2 ed.,
Budapest 1959; Id., Universities and the development of writing in the Xlfh and Xllfh
centuries, in Scriptorium, VI (1952), pp. 1 77- 195; M. T. Clanchy, From Memory to

tale della tecnica di esecuzione, cf. G. Costamagna, Paleografia latina; comunicazione


written Record. England 1066-1307, 2 ed., London 1990. Per il mutamento fondamen­

e tecnica scrittoria, Milano 1968; la citazione precedente a pp. 44-45.

Sotto l'azione complementare dei fattori tecnici e culturali già indicati, nel
corso del XIII secolo, prima a livello cancelleresco, poi a livello notarile (notai
italiani soprattutto), quindi a livello di uso privato (conti di mercanti, epistole,
ecc.) si venne fonnando un nuovo tipo di corsiva, caratterizzato da un sempre
maggiore numero di legamenti fra lettera e lettera, da prolungamenti, code,
svolazzi aggiunti alle aste alte, notevolmente slanciate sul rigo, dal corpo ton­
deggiante delle lettere, dall 'aspetto ornamentale dei segni abbreviativi, dal chia­
roscuro poco accentuato (almeno per il Duecento) .
Si tratta della scrittura che Emanuele Casamassima ha definìto «littera minuta
corsiva» e che già prima della fine del Duecento aveva raggiunto una piena
autonomia rispetto alla coeva scrittura posata e testuale, mediante la creazione
su base nuova di alcune centinaia di legature eseguite per il basso, con l 'esten­
sione di tratti di congiunzione fra lettera e lettera.

Cf. per questo E. Casamassima, Tradizione corsiva e tradizione libraria nella


scrittura latina del Medioevo, Roma 1988.

Particolannente caratteristica è la corsiva (se così può definirsi) dei docu­


menti pontifici del XIII secolo, di chiara e diretta derivazione dalla minuscola
diplomatica del secolo precedente. Si tratta di una scrittura «snella, elegante,
ariosa, regolare, proporzionata ... » (Cencetti, Lineamenti, cit. , p. 230); nel suo
tracciato essenzialmente posato i veri e propri legamenti sono assai pochi (si
notino et e st) , ma vi sono tutte le premesse e gli elementi (curvatura delle aste
verso destra, tratteggio sinistrogiro, ecc.) perché i legamenti possano svilupparsi.
Assai simili sono le caratteristiche della corsiva adoperata contemporanea­
mente nella cancelleria imperiale di Federico II; mentre una corsiva più fitta,
con più legamenti (possono esservi coinvolte anche tre lettere per volta) compare
in forme meno ariose e leggibili nel registro del medesimo re, oggi distrutto (un
esempio in Federici, La, scrittura, cit., tav. XLI), e nei più tardi registri angioini
(ibidem, tav. XLVI), ove il processo di corsivizzazione appare in fase più
avanzata.

148
..

..

..
•..

La minuscola cancelleresca in litterae gratiosae di Niccolò IV del 9 giugno 1 29 1 .

-149
XXVII
LA MINUSCOLA CANCELLERESCA
NELL'ITALIA DEL DUE-TRECENTO

Nel corso del Due-Trecento la diffusione sociale della scrittura raggiunse


livelli assai notevoli nelle regioni italiane centro-settentrionali, che erano non
soltanto le più colte, ma anche economicamente le più fiorenti. Nelle grandi
città (Firenze, Bologna, Siena, ecc.) l'apprendimento della scrittura, almeno nei
suoi primi rudimenti, divenne comune anche agli strati medi ed inferiori della
popolazione, coinvolgendo artigiani, mercanti, bottegai, donne. Si ripeteva cosi,
dopo più di un millennio, un fenomeno che era stato proprio del periodo più
felice della storia di Roma, il II secolo d. C. La diffusione capillare della capacità
di scrivere fu dovuta, nell'età comunale italiana come sotto gli Antonini, ad un
sistema di istruzione elementare più largamente esteso e più economico che non
per il passato, sorto in funzione delle necessità culturali e documentarie dei
nuovi ceti dediti ad attività artigianali e commerciali che costituivano il "popo­
lo'', cioè la borghesia, ceto dirigente della società comunale.
Nel XIV secolo a Firenze (è questo il centro per il quale possediamo maggiore
documentazione storica) non esisteva una pubblica organizzazione per l 'istru­
zione. Fino dal secolo precedente, tuttavia, si era costituito un sistema di istru­
zione elementare su base privata, omogeneo e, nel medesimo tempo, differen­
ziato a seconda dei bisogni dei diversi strati della società cittadina. «Troviamo,
afferma il cronista Giovanni Villani, che fanciulli e fanciulle che stanno a leggere
da otto a dieci mila; i fanciulli che stanno ad imparare l'abbaco e l'algorismo
in sei scuole da mille a mille e duecento; e quelli che stanno ad apprendere la
grammatica e loica in quattro grandi scuole da cinquecento cinquanta in seicen­
to» (G. Villani, Cronica, XI, 93).
Benché siano stati spesso contestati, tali dati numerici non possono non
impressionare: su un totale di circa centomila abitanti, quanti cioè Firenze ne
doveva contare intorno al 1338, anno cui si riferiscono le statistiche del cronista,
più <li dodicimila erano gli studenti di ambo i sessi: 1.Hla si�azione, cioè, forse

1 50
unica in Italia ed in Europa, che spiega, in un ceno senso, l'altissimo livello
culturale della società fiorentina del Trecento ed il fiorire di tante grandi perso­
nalità nel suo seno. Si noti, infine, come il Villani distingua nettamente tre diversi
gradi o corsi di istruzione (che naturalmente erano indipendenti e non consecu­
tivi l'uno all'altro): insegnamento elementare, insegnamento tecnico (di natura
matematica e mercantile) e insegnamento filosofico superiore, cioè umanistico.

Cf. per questo anche J. Davis, Education in Dante' s Florence, in Speculum, XI


(1965), pp. 4 1 5-435.

La scrittura corsiva che si era venuta formando nel corso della prima metà
del secolo XIII, fra la fine del Duecento e .fa prima metà del Trecento divenne
la scrittura "comune" alla maggior pane degli Italiani scriventi. Poiché essa fu
innanzitutto adoperata nelle cancellerie, da quella pontificia (anche ad Avigno­
ne, sia pure con stilizzazioni di tratteggio abbastanza francesizzanti) a quelle
signorili, a quelle dei maggiori o minori Comuni , a quella regia di Napoli, è
stata definita "minuscola cancelleresca italiana"; occorre, però, tenere presente
che essa fu anche e soprattutto la scrittura dell'uso, della pratica documentaria
notarile, di un certo tipo di produzione libraria.
Le caratteristiche principali della minuscola cancelleresca sono relativamen­
te uniformi su tutto il territorio italiano (ad eccezione del Piemonte, ove si
adopera la corsiva francese, la "bastarda"), anche se nell'Italia settentrionale
l'influenza franco-tedesca si fece sentire ancora in pieno Trecento, con una
decisa accentuazione del contrasto dei tratti ed un forte chiaroscuro; inoltre
nell 'uso privato e notarile la corsività può essere notevolmente accentuata,
mentre nell'uso librario si osserva posatezza di ductus e calligrafizzazione delle
forme.
La minuscola cancelleresca è caratterizzata nei suoi migliori esempi dalla
rotondità del corpo delle lettere, dal tratteggio fluido, dal ductus corsivo, dai
legamenti per il basso, dall'uso di svolazzi, di code ornamentali e di "bandiere"
di forma triangolare a completamento delle aste, dalla notevole estensione e
dalla forma ricurva del segno abbreviativo.
Fra le singole lettere, si notano:

la d con largo occhiello richiuso a bandiera


.�duplice tratteggio;

la b e la L con l'asta desinente in ampia ansa


triangolare;

151
il raddoppiamento delle aste della/ e della s;

gli svolazzi a proboscide delle aste discendenti;

la a di tipo corsivo eseguita in uno o due tempi;

la forma singolare delle maiuscole B e soprat­


tutto R.

Criteri di datazione della scrittura possono essere: l'evoluzione dell'occhiello


della d, aperto negli esempi duecenteschi, chiuso verso la fine del secolo; la
forma della g, che rimane duplice, e cioè testuale, chiusa, e corsiva, aperta, sino
alla metà circa del Trecento, per comparire poi soltanto nella forma corsiva
aperta; la natura del tratteggio, che con la seconda metà e soprattutto l'ultimo
quarto del Trecento si fa più contrastato ed angoloso, con le aste discendenti
desinenti a chiodo.
La minuscola cancelleresca nella fase della sua massima espansione (XIV
secolo) fu, lo si è già accennato, oltre che scrittura della documentazione privata
e pubblica, anche scrittura usuale di notai, giuristi, uomini politici, ecclesiastici,
letterati e ceto alto borghese in genere (esclusi mercanti e artigiani). Divenne
perciò anche scrittura libraria, ed in particolare la scrittura per eccellenza di
quei testi che non appartenevano né alla cultura ecclesiastica, né a quella uni­
versitaria (scritti in gotica), cioè di quei testi in volgare costituiti da volgariz­
zamenti, operette ascetiche e devozionali, raccolte di proverbi e di prediche,
ricettari, bestiari, cronache cittadine, componimenti poetici. La minuscola can­
celleresca fu infatti non soltanto la scrittura professionale di un Cola di Rienzo
o di un Coluccio Salutati, non soltanto la scrittura usuale di Francesco Petrarca
e di Giovanni Boccaccio (oltre che di Dante, del quale però non possediamo
autografi), ma fu la scrittura nella quale sono stati copiati e diffusi, tra la fine
del Duecento e il Trecento, i nostri più antichi testi letterari, anche perché la più
antica tradizione di essi si formò prevalentemente in Toscana.
Nell'uso librario la minuscola cancelleresca acquistò caratteri di eleganza e
di accuratezza non facilmente riscontrabili in quello usuale e documentario; di
solito, infatti, la ammiriamo eseguita con tratteggio sottile, con una moderata
presenza di svolazzi, con una armoniosa corrispondenza di forme, con una
spaziatura regolare.
Esempio di libri volgari di particolare eleganza, che esibiscono una mi­
nuscola cancelleresca di rara armonia sono i due (più un frammento) codici
danteschi firmati da un notaio fiorentino della prima metà del Trecento,

1 52
Protocollo notarile di ser Lapo Gianni (Firenze, Archivio di Stato, Notarile Anùcosi­
miano, I, 76).

1 53
ser Francesco di ser Nardo da Barberino, identificato dall'erudito cinquecente­
sco Vincenzo Borghini (forse arbitrariamente) come «uno che con ciento Danti
ch'egli scrisse maritò non so quante figliuole; e di questo se ne trova ancora
qualcuno, che si chiamano di quei del cento».
Complessivamente ci sono pervenuti oltre quaranta manoscritti di Dante
scritti fra il 1 330 ed il 1 376 all'incirca in minuscola canceijeresca, provenienti
non soltanto dalla Toscana, ma anche da altre regioni; il più antico codice datato
della Commedia, il Landiano 1 90 della biblioteca Comunale di Piacenza, del
1 336, fu scritto probabilmente a Genova da un copista di Fermo; altro codice
assai noto della Commedia in minuscola cancelleresca è il Vat. Lat. 3 1 99, scritto
probabilmente a Firenze intorno al 1 350 e donato dal Boccaccio al Petrarca.

Cf. per questo L. Miglio, Considerazioni ed ipotesi sul libro "borghese" italiano
del Trecento ... , in Scrittura e civiltà, 3 (1979), pp. 309-327; A. Petrucci, Il libro
manoscritto, in Letteratura italiana, a cura di A. Asor Rosa, II. Produzione e consumo,
Torino 1983, pp. 1 193- 1 292; A. Petrucci, Storia e geografia delle culture scritte, ibid.,
VII, 2. Storia e geografia. L' età moderna, Torino 1988, pp. 1 193-1292. In particolare

Commedia», in Studi danteschi, V ( 1922), pp. 41-98; G. Petrocchi , Introduzione a D.


per i codici danteschi, cf. G. Vandelli, Il più antico testo critico della «Divina

Alighieri, La Commedia secondo l antica vulgata, Milano 1 966.

Fine del testo e sottoscrizione (con data


1 34 7) della Commedia di Dante, scritta da
ser Francesco di ser Nardo da Barberino in
minuscola cancelleresca (Firenze, Bibl.
Medicea Laurenziana, ms. 90 sup. 125).

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......

7

Il Canzoniere Chigiano della lirica italiana, scritto a Firenze intorno alla metà del
Trecento (BibL Apost. Vaticana. Chig. L VIII 3DS, c. 7r).
155
XXVIII
UNA SCRIITURA PROFESSIONALE:
LA l\.IBRCANfESCA (secc. XIV-XVI)

Fra Duecento e Trecento l'impetuoso sviluppo di attività artigianali, mercan­


tili, bancarie che caratterizzò la vita economica dei maggiori centri urbani del-
1 'Italia centro-settentrionale (Firenze, Siena, Milano, Bologna, Perugia, Geno­
va, Venezia, ecc.) mise quella parte della borghesia cittadina che era impegnata
con funzioni imprenditoriali in queste attività di fronte alla necessità di prov­
vedersi di un sempre più vasto e vario corredo di documentazione scritta; oc­
correvano, infatti, libri mastri di conti, libri di entrata e uscita, inventari, lettere
di istruzione e lettere di cambio, ecc.; né era possibile ed opportuno rivolgersi
per tutto questo (si trattava infatti, di operazioni che quasi sempre si preferiva
mantenere segrete) ai notai, che redigevano gli atti privati di acquisto, di vendita,
ecc., nonché quelli pubblici del Comune e quelli giudiziari, ma che usavano il
latino (e non il volgare), che pretendevano laute parcelle e che non rimanevano
a disposizione in bottega.
Inoltre, la registrazione di operazioni contabili sempre più complesse, la
necessità di convertire di continuo valori di monete fra loro diversi e di calcolare
noli, danni, interessi, ecc. esigeva da parte del mercante non soltanto la capacità
materiale di scrivere e di far di conto, ma anche una serie complessa ed organica
di conoscenze tecniche precise (di ragioneria ad alto livello, per intenderci). Si
rendevano necessarie, quindi, scuole particolari, di carattere tecnico-professio­
nale, quelle appunto di «abbaco» e di «algorismo» (cioè di matematica e di
algebra), cui si riferisce il Villani nel brano precedentemente citato, che costi­
tuivano un livello di studio separato dagli altri due (elementare e superiore).
I mercanti (cioè le corporazioni artigianali) avevano dunque dovuto crearsi
tali scuole particolari, che fornivano loro una cultura tecnica separata e specia­
listica in lingua volgare; era abbastanza naturale che in scuole di questo tipo si
sviluppasse e venisse insegnata e diffusa quindi nell 'uso una scrittura anch'essa
particolare e separata, propria di una categoria professionale: la "mercantesca".

1 56
Tale scrittura, che si venne lentamente formando nel corso del Duecento in
ambito usuale, a partire dalle scritture semplificate dell'insegnamento primario
del volgare, da Firenze si diffuse in Toscana, e quindi, a poco a poco, all 'inizio
del Trecento, in larga parte d 'Italia: in effetti la scrittura che nei primi decenni
del XIV secolo è adoperata nei libri di conto e nelle epistole dei maggiori
mercanti fiorentini (Alberti, Peruzzi, ecc.) del tempo presenta caratteristiche
notevolmente diverse da quella corsiva che abbiamo definito scrittura comune
a quasi tutti gli italiani scriventi, la minuscola cancelleresca.
La caratteristica principale della mercantesca è la rotondità, anzi lo schiac­
ciamento del corpo delle lettere, cui si accompagna lo scarso slancio delle aste,
anch'esse di regola desinenti in occhielli. Si tratta di una scrittura corsiva,
tracciata con «penna a taglio tondo più o meno largo» (Orlandelli, Osservazioni,
cit. in calce, p. 45 1 ), che produceva un tratteggio piuttosto largo, ma uniforme,
senza chiaroscuro, e poteva provocare la chiusura degli occhielli delle lettere;
pur essendo corsiva, essa è rigidamente diritta e presenta pochi legamenti,
prevalentemente (come nella minuscola cancelleresca) effettuati per il basso e
caratterizzati dal ritorno indietro ininterrotto del tratto dopo gli svolazzi discen­
denti sotto il rigo.

a legha =

Lettere caratteristiche sono la g maiuscola a g=


forma di alambicco, usata anche all' interno di
parola;

la a, soprattutto in fine di rigo, con l'asta di- a=


sposta quasi orizzontalmente;

la e con tratteggio raddoppiato (dalla fine del e=


Trecento in poi).

Fra i legamenti si noti quello della ll =


doppia /;

quello eh, con l ' abolizione del tratto di base eh =


della h (ma solo dalla seconda metà dcl Tre­
cento in poi);

ed alcuni altri, soprattutto dall 'inizio dcl Quat­ altri =


trocento in poi, coinvolgenti più lettere.
quando=

1 57
Un esempio di polizza di assicurazione in mercantesca, stipulata e scritta dal fiorentino
Iacopo Pucci, vicedirettore della compagnia Datini, che ha usato nella datazione (4
febbraio 1394) lo stile dell'Incarnazione secondo il computo fiorentino (da Melis,
Documenti, cit. oltre, tav. 1 13).

Si legga:

Al nome di Dio, a dì 1111 di fcbraio 1 393.


Sia manifesto a qualunque persona vedrà o legierà la presente scritta, fatta anno e
dì sopra detto, chome gli 'nfrascritti uomini e persone, li quali qui a piè sarano <segue
fo depennato> soscritti di loro mano, chonfessano e riconoschono avere auto e riceuto
da ue, Andrea di Banano, cittadino di Fireze, tante di tue mercatantie e cose, per le
quali ti promettono di dare e di pagare, per di qui a mesi tre prossimi che veranno, le
'nfrascriue quantità di denari, cioè ciascuno quella quantità per la quale si soscriverà;
e questo promettono al detto Andrea, al detto tenpo, fare il detto pagamento; e a questo
obrigano loro e loro redi e beni in Genova, in Pisa e in ogn 'altro luogho, sino che paghati
arano la detta quantità di danari. Salvo e risalvato che ...

1 58
Con il secolo XV la mercantesca acquistò un ductu.s più decisamente corsivo,
con legamenti più frequenti, più fitti e coinvolgenti più lettere fra loro, che
possono portare alla dissociazione dei tratti delle singole lettere.

aldassare =

Inoltre nel corso del Quattrocento la scrittura, anche a Firenze, tende a dive­
nire di modulo più piccolo e disordinata nell'uso privato e commerciale, dif­
fondendosi contemporaneamente fuori della Toscana, a Venezia, Bologna, Ge­
nova, con varietà locali, spesso influenzate dalla minuscola cancelleresca.
La mercantesca fu anche adoperata in campo librario, per la copia (eseguita
quasi sempre privatamente) di testi volgari, in codici di aspetto trascurato e
quasi sempre cartacei. In questo caso la scrittura appare più calligrafica e curata,
spesso più diritta e posata (anche nel corso del Quattrocento) che non nell'uso
privato e commerciale. I codici in mercantesca fra XIV e XV secolo contengono
in massima pane opere di natura tecnica (trattati di abaco e di mercatura, ma
anche di agricoltura e di mascalcia, ricettari, ecc.); opere devozionali e volga­
rizzamenti di opere di padri della Chiesa, ecc. (s. Gregorio, D. Cavalca, ecc.),
la Commedia di Dante, il Decamerone e opere minori del Boccaccio, qualche
testo poetico volgare di tradizione religiosa (laudi) o burlesca (Burchiello) e
infine diari e cronache cittadine (Malespini, Villani, ecc.); a tale categoria pos­
sono avvicinarsi anche numerosi libri di memorie e di ricordanze, prodotti
direttamente da mercanti fiorentini e toscani e conservati gelosamente negli
archivi di famiglia.
Alcune caratteristiche particolari della scrittura nel suo complesso, quali
l' assenza di un proprio alfabeto di maiuscole (mutuato dalla minuscola cancel­
leresca), la mancanza di vera e propria punteggiatura e di segni di partizione
del testo (paragrafi, ecc.) qualificano la mercantesca come tipo grafico povero,
scarsamente espressivo e sostanzialmente subalterno in una ideale gerarchia
grafica del periodo cui appartiene; si aggiunga a ciò il fatto che la maggior parte
delle abbreviazioni sono espresse per troncamento o per sigla, cioè in modo
elementare e spesso equivoco e che il sistema abbreviativo adoperato nei testi
tecnici della documentazione mercantile, pur essendo abbastanza nuovo, è di­
sordinato e scarsamente funzionale (basti pensare che la sola lettera m può
significare circa quaranta parole diverse e la r circa trenta).
La notevole durata nell 'uso della scrittura, ancora adoperata nella prima metà
del XVI secolo, è comunque dovuta, più che alla sua notevole diffusione geo­
grafica, a fattori negativi, quali la sua marginalità ed il conservatorismo insito
nell'isolamento in un ambito rigidamente corporativo e professionale.

1 59
Per lo studio della scrittura e della sua diffusione geografica nell'intera area del
Mediterraneo, cf. F. Melis, Documenti per la storia economica dei secoli XlIl-XIV,
Firenze 1972 (importante raccolta di riproduzioni; ivi, E. Cecchi, Nota di paleo­
grafia commerciale, pp. 561-575); per le origini e le caratteristiche, cf. G. Orlan­
delli, Osservazioni sulla scrittura mercantesca nei secoli XIV e XV, in Studi in onore
di Riccardo Filangieri, I, Napoli 1959, pp. 445-460 e L. Miglio, L' altra metà della
scrittura: scrivere il volgare (ali' origine delle corsive mercantili), in Scrittura e
civiltà, 10 (1986), pp. 83- 1 14; cf. poi A. Petrucci /l Libro di ricordanze dei Corsini
,

(1362-1457), Roma 1965, pp. XLVII-LII; alle pp. LXII-LXX osservazioni sul
"genere" dei libri di memorie e di ricordanze; sui medesimi, cf. A. Cicchetti - R.
Mordenti, / libri di famiglia in Italia. I. Filologia e storiografia letteraria, Roma
1985.
L'esame delle opere copiate, diffuse e lette in mercantesca pone direttamente il
problema della cultura della classe mercantile italiana nel Tre-Quattrocento, per il
quale sarà utile tenere presente, oltre il vecchio, ma sempre valido Mercatores di
A. Sapori (Milano 194 1), anche Ch. Bee, Les marchands écrivains à Florence
(1375-1434), Paris 1967, con ampia bibliografia.

Un esempio di mercantesca libraria della seconda metà del Trecento in un codice


fiorentino della Cronaca di Giovanni Villani (Roma, Bibl. dell'Accademia Naz. dei
Lincei e Corsiniana, Cors. 3 1 2 (44 G 4), c. 229r).

160
Un esempio di mercantesca libraria del 1456 circa in un codice fiorentino illustrato
(Firenze, Bibl NaÌ: . Centrale, II II 83, c. 1 94v) della Sfera di Goro Dati.
1 61-
XXIX
REAZIONE ANTIGOTICA E RITORNO ALL'ANTICO:
FRANCESCO PETRARCA E LA SEMIGOTICA

Nella produzione grafica italiana del Trecento esistevano filoni e tendenze


non goticheggianti, in pratica legati ancora a modelli e forme della tradizione
carolina, rappresentati sia da scritture non fortemente chiaroscurate (come per
esempio la mercantesca), vergate con strumenti scrittori a punta non mozza, sia
dalla "rotunda", non a caso così chiamata, sia dai migliori esempi di minuscola
cancelleresca libraria (cf. i codici di ser Francesco di ser Nardo da Barberino),
caratterizzati da una spazieggiatura ariosa, dalla leggerezza del disegno, dallo
slancio delle aste, sia, infine da quel particolare tipo toscano della gotica libraria
italiana, di cui si è già parlato, legato ancora alla tradizione tardo-carolina ed
influenzato dalla minuscola cancelleresca.
Tra la fine del Duecento ed i primi decenni del Trecento il clima culturale in
Italia veniva, ove più lentamente, ove più rapidamente, mutando; l'orizzonte
dell'uomo dono, dell'intellettuale, diremmo oggi, si allargava via via ad un
repertorio di au.ctores che l 'organica architettura dell'educazione scolastica non
aveva permesso di conoscere per il passato; si risvegliava un interesse precipuo
verso il mondo classico; si iniziava sistematicamente la ricerca di testimonianze
dirette ed indirette della cultura antica, dai manoscritti alle iscrizioni; se ne
imitavano la lingua, lo stile, i generi letterari, il mondo fantastico, anche se in
pochi era chiara la coscienza del distacco e l'esigenza di un rinnovamento di
fondo.
Tutte queste tendenze vennero interpretate ed elaborate da una composita
categoria di letterati, fatta di grammatici e di notai, di ecclesiastici minori e di
amministratori comunali, i quali tutti vantavano, come unico denominatore
comune, una precisa specializzazione letteraria, con il conseguente rifiuto della
cultura universalistica del canone universitario. Essi erano concentrati in alcune
zone di elezione, collocate nella Toscana, nel Veneto e presso la corte avigno­
nese; i nomi dei maggiori rappresentanti del movimento (approssimativamente

162
definito "preumanesimo") sono ben noti: Lovato Lovati, Albertino Mussato,
Ferreto Ferretti, Benzo d'Alessandria, Convenevole da Prato, maestro del Pe­
trarca, Giovanni Cavallini, il canonico Landolfo Colonna ed altri ancora.

Un esempio di pic­
cola gotica toscana
del secondo Trecen­
to in un codice della
Cronica del Villani
(Bibl. Apost. Vatica­
na, C h i g . L V I I I
Ì96).

È proprio all'interno di questo movimento che vanno identificati i primi


consapevoli tentativi di imitazione, a noi noti, di modelli grafici vecchi di secoli,
e cioè di tarda carolina del X-XI secolo, dovuti a Lovato Lovati a Padova ed a
Landolfo Colonna ad Avignone; a costui in particolare si deve uno specifico
tipo di scrittura di glossa (cioè di annotazioni marginali ai testi) minuta e rego­
lare, di tratteggio uniforme, priva di legamenti, ornata sobriamente di filetti al
termine delle aste alte, che rivela a prima vista, anche nell 'uso di particolari
segni di nota, l'imitazione diretta di modelli di età tardo-carolina.
Alla base di tali tendenze di ritorno all' antico, che si manifestavano nella
produzione grafica di determinati ambienti e che entravano in contrasto con la
normale produzione libraria dell'epoca, c'erano ragioni più profonde di quelle
puramente grafiche, riassumibili nella inconciliabile diversità di due opposti
mondi culturali; esse erano il sintomo di una crisi, che non tardò a manifestarsi
quando ad avvertirla ed a renderla esplicita intervenne la raffinata personalità
di Francesco Petrarca, cui il contatto frequente con i manoscritti in tarda carolina
aveva rivelato la misura e le forme di un'altra espressione grafica, più congeniale
a lui ed al nuovo ambiente letterario che gli si veniva formando intorno, in diretta
relazione anche con il nuovo gusto estetico, proprio della produzione artistica
italiana del tempo, già volto all 'imitazione dei modelli artistici dell'antichità.
Francesco Petrarca ( 1 304-1 374) ebbe sempre un vivissimo interesse al libro

163
ed alla scrittura; di suo pugno vergò numerosi manoscritti , alcuni dei quali sono
giunti fino a noi. In particolare, egli sviluppò una precisa polemica contro le
scritture scolastiche di tipo gotico del suo tempo e contro gli scribi ignoranti
che corrompevano i testi in trascriziorù eseguite con spirito artigianale e senza
interesse culturale. È famoso il passo di una sua lettera al Boccaccio del 1366,
in cui a proposito della trascrizione del codice contenente le sue epistole Fami­
liares, affidato al suo amanuense preferito Giovaruù Malpaghini, egli afferma:
«quas [le epistole] tu olim illius manu scriptas ... aspicias, non vaga quidem ac
luxurianti litera (qualis est scriptorum seu verius pictorum nostri temporis, longe
oculos mulcens, prope autem afficiens ac fatigans, quasi ad alium quam ad
legendum sit inventa, et non, ut grammaticorum princeps Priscianus ait, litera
quasi legitera dieta sit), sed alia quadam castigata et clara seque ultro oculos
ingerente, in qua nichil ortographicum, nichil omnino grammatice artis amissum
dicas» (Fam., XXIII, 1). In un' altra lettera al medesimo Boccaccio (Fam.,
XVIII, 3 dell' 1 1 aprile 1 355), il Petrarca esprime la sua ammirazione per la
«vetustioris littere maiestas» di un codice in carolina dell 'XI secolo e il suo
«sobrius omatus».
In questi due importanti passi vanno distinti tre elementi diversi:
il giudizio positivo sulla minuscola carolina, che è sobria, elegante, semplice e
chiara;
il giudizio negativo sulla gotica libraria (forse soprattutto quella d 'oltralpe,
esageratamente artificiosa, o quella, fitta e a volte disordinata, delle litterae
scholasticae), ostica alla lettura, tanto da affaticare gli occhi , e troppo ricca di
elementi ornamentali, tanto da apparire più opera di pittori che di scrittori;
l 'enunciazione dei principi teorici cui deve uniformarsi la nuova libraria, basata
sull 'imitazione (indiretta, più che diretta) della minuscola carolina: essa dovrà
essere semplice e chiara («Castigata et clara» ), leggibile al primo sguardo
( «seque ultro oculos ingerens» ), cioè facilmente comprensibile, ed infine
corretta ortograficamente. A questi principi il Petrarca uniformò la sua nuova
scrittura libraria (che si usa definire "semigotica" dietro suggerimento del
Cencetti) e la sua elegantissima scrittura di glossa.
La scrittura di glossa del Petrarca raggiunse eccezionali livelli di eleganza e
di armonia soltanto dopo il contatto con l ' ambiente avignonese e la conoscenza
della scrittura di glossa di Landolfo Colonna, cui quella petrarchesca è molto
vicina già fra il 1 337 ed il 1 340 e che raggiunse il più alto livello nell ' annotazione
per la morte di Laura, tracciata con «amara quadam dulcedine» il 19 maggio
1 348, o qualche giorno appresso, sul foglio di guardia del famoso Virgilio
Ambrosiano; qui la scrittura di glossa del grande letterato appare caratterizzata

164
dalla accentuata sinuosità delle aste, dalla presenza di filetti ornamentali e di
forcellature, dall'assenza di ogni rigidezza, dalla chiara spaziatura dei segni.

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lat. 3359, c. 27v). mo n1l1u.ic. ur nim :t ,� l'nri.mtt .m 1im ftnmtn.i �­ ·

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Assai diversa dalla minuta ed elegante minuscola di glossa era la semigotica


testuale adoperata dal Petrarca per trascrivere interi codici di sua mano, quali
il Vat. lat. 3358, contenente il suo Bucolicum Carmen e risalente al 1357, ove
la scrittura nel suo complesso appare ancora abbastanza vicina alla gotica "ro­
tunda" italiana, anche se le spezzature sono scomparse, i singoli segni grafici
restano bene individuati e le aste finali di m e di n si incurvano a destra secondo
modelli carolini, o il grande e famoso Vat. lat. 3 1 95, ove la mano del Petrarca
vecchio si alterna a quella del Malpaghini, raggiungendo livelli di gracile ele­
ganza, di ariosità, di equilibrio formale difficilmente imitabili con gli strumenti
(penna a punta mozza) e le tradizioni stilistiche gotiche, a cui il Petrarca, pur
attraverso un ostinato sforzo di rinnovamento, rimase sempre legato.
Petrarca non si limitò a contestare da un punto di vista meramente estetico­
grafico la scrittura egemone del suo tempo; nella piena maturità ed in vecchiaia
egli arrivò a rovesciare la gerarchia dei tipi librari dominanti il mondo della
produzione libraria coeva, inventando e ponendo in opera un nuovo modello:
quello del piccolo libretto "da mano", che lodò pubblicamente e di cui lasciò
alcuni esempi autografi. Nella sua polemica contro la produzione manoscritta
coeva, contro l 'ignoranza degli scribi a prezzo, contro l 'indifferenza delle classi
colte nei confronti -della corruzione dei testi, egli avanzò la proposta del "libro
d'autore", cioè del codice scritto dalla mano stessa del creatore del testo, desti­
nato ad una limitata circolazione e ad una riproduzione garantita da altri "col­
leghi autori", dagli amici e dai discepoli.

165
Della importante biblioteca del Petrarca possediamo soltanto le vestigia; comunque,
ci sono pervenuti (per la maggior parte a Parigi, nella Bibliothèque Nationale, ma anche
presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, nell'Ambrosiana, ecc.) una sessantina circa
di manoscritti integralmente o parzialmente autografi del Petrarca o da lui annotati. Cf.
per questo P. de Nolhac, Pétrarque et l' humanisme, Paris 1907; per la scrittura ed i
mss. autografi, cf. A. Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, Città del Vaticano
1967 (con tavv. e bibl.); cf. inoltre E. Casamassima, L'autografo Riccardiano della
seconda lettera del Petrarca a Urbano V (Senile IX 1), Firenze 1986 (Quaderni
Petrarcheschi, III [1985-1986]) e A. C. de la Mare, The Handwriting of italian
humanists, I, Oxford 1973, pp. 1 -16.

166
DIFFUSIONE DELLA SEMIGOTICA:
xxx

COLUCCIO SALUTATI E LA "PREANTIQUA"

La rifonna grafica del Petrarca non rimase un fatto personale ed isolato


nell' ambiente culturale del secondo Trecento italiano. La nuova scrittura libraria
da lui proposta si diffuse'in Italia attraverso l'imitazione fattane dai discepoli
più diretti ed entusiasti e mediante la moltiplicazione delle copie delle sue opere
eseguite nel centro scrittorio organizzatosi a Padova dopo la sua morte sotto la
direzione di Lombardo della Seta.
A Firenze la semigotica petrarchesca fu assunta per imitazione diretta e
partecipe dai suoi maggiori discepoli, fra cui può annoverarsi Giovanni Boc­
caccio. Costui, che come scrittura usuale adoperava (come il Petrarca) la mi­
nuscola cancelleresca e non era estraneo all' uso della mercantesca, modificò,
dopo il famoso incontro con il Petrarca nel 1 350, la sua libraria (una gbtichetta
di tipo toscano piuttosto rigida e disordinata) in una semigotica di tipo petrar­
chesco, molto meno elegante di quella del maestro, caratterizzata da qualche
legamento e da una costante difficoltà di allineamento.

del Petrarca, Roma 1 947, pp. 59-294; per i codici autografi, G. Auzzas , I codici
Sull'incontro con il Petrarca, cf. G. Billanovich, Petrarca letterato. I. Lo scrittoio

autografi, in Studi sul Boccaccio, VIII (1973), pp. 1 -20; per l'unica lettera autografa
in volgare, in corsiva di tipo mercantesco, R. Abbondanza, Una lettera autografa del
Boccaccio nel/' Archivio di Stato di Perugia, in Studi sul Boccaccio, I (1963), pp. 5- 1 3 ;
per l'autografo del Decameron, attribuito agli ultimi anni (Berlino, Staatsbibliothek der
Preussicher Kulturbesitz, ms Hamilton 90), V. Branca - P. G. Ricci, Un autografo del
Decameron, Padova 1962; A. Petrucci, A proposito del manoscritto berlinese Hamil­
toniano 90, in Modern Language Notes, 85 (1 970), pp. 1 - 1 2; sulla scrittura, in
particolare de la Mare, The Handwriting, cit., pp. 1 7-29 ed E. Casamassima, Dentro lo
scrittoio del Boccaccio: i codici della tradizione, in Il Ponte, XXXIV (1978), pp.
730-739.

167
Copia di mano di Coluccio Salutati di lettera della repubblica di Firenze al papa in
data 26 giugno 1 392 (Bibl . Apost. Vaticana, Capponi 147, c. 290r).
Nel quadro del primo Umanesimo la figura di Coluccio Salutati (26 febbraio
1 33 1 -4 maggio 1406) occupa un posto di grande rilievo; anche in campo grafico
l 'eredità della riforma petrarchesca passò, al di là dello stesso Boccaccio, diret­
tamente al Salutati, cancelliere della repubblica fiorentina dal 1 375 alla mone,
il quale ben seppe interpretarne il profondo significato e poname le premesse
alle estreme conseguenze; la sua scrittura libraria costituì infatti l'ideale tratto
di congiunzione fra la semigotica e l"'antiqua" ancora di là da venire.
Nella sua attività di notaio e poi di cancelliere il Salutati adoperò una tradi­
zionale minuscola cancelleresca, spesso di virtuosistica abilità (come nel Regi­
stro delle Riformagioni di Lucca del 1 370- 1 37 1 ); assai caratteristica e ricca di
elementi nuovi è invece la semigotica che egli usò per esemplare, anteriormente
al 1 375, un codice ora a Londra contenente Seneca ed Albenino Mussato (British
Library, Add. Mss. 1 1987), di evidente influenza petrarchesca, ma originalissi­
ma nella puntuale imitazione (per la prima volta organicamente tentata) di
elementi della carolina e cioè del nesso et, dell' apenura a forcella delle aste alte
e di altri particolari.
Più tardi, a Firenze, nel diretto contatto con la tradizione di chiarezza, leg­
gerezza ed eleganza della locale minuscola cencelleresca, il Salutati elaborò un
suo nuovo tipo di semigotica, che è stato definito "preantiqua", in quanto evi­
dente anticipatore della rinascita della carolina ("antiqua" nella nomenclatura
degli umanisti). Tale tipo grafico, presente sia nei registri della cancelleria
fiorentina, sia, con ductus più accentuatamente corsivo, in quelli dei Consigli
della Repubblica, sia, infine, in alcuni altri codici che si è potuto attribuire alla
mano del Salutati, appare caratterizzato dalla ariosità e spaziosità della scrittura,
dal tratteggio sottile ed uniforme (non contrastato come nella semigotica del
Petrarca), dall'andamento sinuoso delle aste, dal tracciato di tipo carolino di
numerose lettere, quali la a, la b, la /, la m, la n, la r, la s, la x. Esso costituisce
un raro esempio di sintesi fra tradizioni grafiche differenti e in pane opposte,
come quella semigotica e quella cancelleresca, nobilitate ambedue dall 'inseri­
mento di elementi estrani, con gusto finemente antiquario, dal repenorio di una
scrittura, la carolina, mona da secoli.
Forse perché risentiva del personalissimo e difficile compromesso da cui
nasceva, ed anche perché poneva essa stessa le premesse peruna pura e semplice
rinascita di quella scrittura, la carolina, di cui veniva imitando sempre più le
forme, tale nuova minuscola, canonizzata con raffinato gusto estetico dal Salu­
tati, non riuscì ad imporsi e venne presto sommersa dalla meccanica imitazione
della carolina operata (si veda il capitolo seguente) da Poggio Bracciolini e dai
suoi seguaci.

1 69
Un esempio di preantiqua di mano del Salutati (Bibl. Apost. Vaticana, Vat. lat. 3 1 10,
c. 1 6v).

Sulla figura del Salutati, cf. B. L. Ullman, The Humanism of Coluccio Salutati,
Padova 1963; A. Petrucci, Coluccio Salutati, Roma 1972; R. G. Witt, Hercules at the
Crossroads. The li/e, works and thought of Coluccio Salutati, Durharn 1983; per la
scrittura, oltre al sempre classico ed utile B. L. Ullman, The origin and development of
humanistic script, Roma 1 960, pp. 1 1 - 19, cf. anche A. Petrucci, Il protocollo notarile
di Coluccio Salutati (1372-1373), Milarto 1 963 (con l'edizione delprotocollo autografo
e numerose tavole); de la Mare, The Handwriting, cit., pp. 30-43 (con nuove attribu­
zioni); B. Ross, Salutati' s defeated candidate for humanistic script, in Scrittura e
civiltà, 5 (198 1), pp. 1 87- 198.

1 70
XXXI
LA RINASCITA DELL "'ANTIQUA"

Come si è già visto, dal Petrarca al Salutati l'influenza della minuscola


carolina divenne sempre più determinante nelle scritture librarie del secondo
Trecento italiano; tuttavia, anche il Salutati, che pure aveva inserito elementi
grafici propri della carolina nella sua libraria, non arrivò a proporre la riprodu­
zione pura e semplice di quella scrittura, certamente chiara ed elegante, ma pur
sempre in disuso da secoli. Ciò che né il Petrarca, né il Salutati avevano fatto,
fu realizzato intorno all'anno 1400 dal mercante ed umanista fiorentino Niccolò
Niccoli (si veda oltre) e dal giovanissimo Poggio Bracciolini ( 1 380- 1459), che
sarebbe divenuto uno dei maggiori scopritori di classici del primo Umanesimo
e cancelliere della Repubblica di Firenze.
Niccoli e Poggio non si limitarono a riprodurre puntualmente la scrittura
carolina, ma anche l 'aspetto generale e la fattura dei codici "antichi'', il loro
formato, cioè, la rigatura, l'ornamentazione. Poggio cominciò a produrre tali
imitazioni probabilmente già prima di avere venti anni e lo stesso Salutati ne
lodò pubblicamente la littere forma. Il più antico manoscritto sicuramente da­
tabile di sua mano è conservato nella biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze
(Strozz. 96), contiene il trattato De verecundia di Coluccio Salutati ed è stato
scritto a Firenze, sotto gli occhi del vecchio cancelliere, fra il 1402 ed il 1403;
esso, insieme ad un altro gruppetto di codici (un Catullo, Mare. lat. XII 80 della
Biblioteca Marciana di Venezia e le prime carte di un Eusebio, Laur. 67. 15 della
bibl. Medicea Laurenziana di Firenze), costituisce il primo esempio di minu­
scola umanistica, cioè di "antiqua" rediviva. In effetti, la nuova scrittura libraria
eseguita dal Bracciolini non è altro che una puntuale imitazione, anche nell 'uso
di determinate abbreviazioni e di determinati particolari grafici, della minuscola
carolina dell 'XI-XII secolo; questi primi esempi, tutti anteriori alla morte del
Salutati (il quale, probabilmente, fornì al giovane scriba i modelli dalla sua ricca
biblioteca), rivelano un tratteggio rigido, un certo impaccio nel tracciato e nei
legamenti, una generale artificiosità di realizzazione.

171
Per il primo periodo dell 'umanistica, cf. A. de la Mare, Humanistic Script: thefirst
ten years, inDas Verhiiltnis der Humanisten zumBuch, Boppard 1977, pp. 89- l lO (con
riproduzioni di manoscritti del Niccoli, di Poggio e di altri); E. H. Gombrich, Dalla
rinascita delle Lettere alla riforma delle arti: Niccolò Niccoli e Filippo Brunelleschi,
in ld.,L' eredità di Apelle. Scudi sull' arre del Rinascimento, Torino 1986, pp. 1 29-153;
G. Billanovich, Alle origini della scrittura umanistica: Padova 1261 e Firenze 1397,
in Miscellanea Augusto Campana, I, Padova 198 1 , pp. 125-140.
Per il termine di «litterae antiquae», e, al singolare, di «antiqua», ereditato dagli
umanisti dalla tradizione grafica precedente, dei secoli XIII e XIV, in cui la gotica
(«littera moderna») era contrapposta alle manifestazioni grafiche precedenti di tipo
diverso, cf. Casamassima, Per una scoria delle dottrine paleografiche, cit., pp. 539-540.

Il Bracciolini continuò a scrivere in "antiqua" (o in minuscola umanistica: i


due tennini sono equivalenti) anche dopo la morte di Coluccio. Mentre i suoi
codici del 1408-1414 rivelano una scrittura ancora troppo legata alla meccanica
imitazione dei modelli in tarda carolina dell' XI-XII secolo, con il periodo suc­
cessivo (esempi datati dal 1425-1427) egli arriva alla canonizzazione di una
minuscola, che, pur partendo dall'imitazione di modelli carolini, acquista un
proprio stile grafico, composto di annonia e fluidità nel tratteggio, nelle pro­
porzioni, nel disegno. Le aste, leggennente marcate, si fanno sinuose e si arric­
chiscono alle estremità di leggeri empattaments triangolari; le fonne divengono
nettamente tondeggianti; assai elegante, anche se corta, la g; costantemente in
tre tratti la x.
Poggio fu rinnovatore anche in quanto alle maiuscole. Grande studioso di
lapidi antiche, egli creò un nuovo alfabeto maiuscolo completamente diverso
da quello della tradizione gotica, ancora adoperato dal Petrarca e dal Salutati.
Le sue maiuscole, che ebbero larghissima fortuna nella prima metà del Quat­
trocento, sono esemplate sul modello delle capitali manoscritte ed epigrafiche
di età romanica, con liberi adattamenti, soprattutto di carattere ornamentale.
Resta infine da dire che come scrittura professionale ed usuale Poggio ado­
però sempre la corsiva semigotica propria dell 'uso documentario contempora­
neo, che solo col tempo avrebbe acquisito qualche elemento di umanistica; in
tale scrittura ci rimangono alcuni codici, copiati dal Bracciolini rapidamente o
per uso personale.

1 72
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Primo esempio databile ( 1402- 1403) .
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fi. t'aJ.lru{uai:un.t � offi.cu fWa yrdhnffcm .. 9ue m...i.m l14( fi..udJ.crn f"nl"°.ur
J"'lfmi . ft:ul ruic. t"tYme: oinnu �"'- l.cntu..U.. yrocuro . (uthn.co. mai : offia
'l ll.m

Un brano delle Epistole ad Attico di Cicerone, scritto dal Bracciolini nel 1425 (Firenze,
Bibl. Medicea Laurenziana, ms. 49 24) .

173
XXXII
LE SCRITIURE DOCUMENTARIE DEL QUATIROCENTO
E L 'UMANISTICA CORSIVA

Il lento processo di fonnazione di una nuova corsiva che, partendo dalla


tradizione trecentesca, finisce per affiancarsi alla umanistica libraria, culminato
intorno alla metà del secolo nella nascita della umanistica corsiva, fu preceduto
a Firenze, in ambiente dotto, dalla solitaria invenzione grafica del già ricordato
umanista fiorentino Niccolò Niccoli, amico e protettore di Poggio Bracciolini,
oltre che legato a Cosimo il Vecchio. Di lui ci rimangono dieci codici cartacei
in corsiva, databili fra il 1423 ed il 1433, tutti contenenti testi di autori classici
latini. Nella corsiva del Niccoli si possono distinguere caratteri propri della
tradizione semigotico-notarile (e magari mercantesca, cioè, insomma, di ambito
usuale) ed elementi mutuati invece dalla umanistica libraria; alla prima categoria
appartengono la e aperta in due tratti, la a di tipo corsivo, la r e la s in un solo
tratto, la g corsiveggiante aperta in basso, i numerosi legamenti, il tratteggio
decisamente inclinato a destra; alla seconda lame la n con l 'ultimo tratto ricurvo,
il legamento et, il nesso et, le abbreviazioni e l 'uso di capitali di tipo poggiano .
.I\. tT.<. : · Vf(wm�1'fl.. t-r:>+(l{frxtwm Ju-..-rrél 11Af<'ffe- 11wfi fMIAfu11f41u"( .
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Un esempio della corsiva di Niccolò Niccoli (Celso; Firenze, Bibl. Naz. Centrale,
Conv. Soppr., I IV 26). Si notino le espressioni in greco, vergate in maiuscole.
174
La sintesi mirabilmente operata dal Niccoli fra le tre tradizioni grafiche a lui
note (umanistica, semigotica delle carte, mercantesca: è praticamente in mer­
cantesca una sua lettera in volgare a Cosimo) per giungere alla creazione di una
corsiva personale, riservata all'esecuzione di copie private, non ebbe né diffu­
sione, né fortuna; del resto lo stesso Niccoli nell'eseguire copie di apparato in
pergamena usava una umanistica posata assai rigida e calligrafica, molto simile
a quella usata nel primo periodo da Poggio Bracciolini.

Per la lettera a Cosimo, cf. T. Foffano, Niccoli Cosimo e le ricerche di Poggio nelle
,

bibliotechefrancesi, in Italia medioevale e umanistica, XII (1969), pp. 1 13-28.

La minuscola umanistica era una tipica scrittura d'élite, sia perché era l'e­
spressione di una cultura dotta, basata esclusivamente su un'istruzione di tipo
superiore e sulla perfetta conoscenza del latino classico, sia perché il libro scritto
in umanistica era di solito un libro di lusso, elegante, costoso, curato nei minimi
particolari. Inoltre, l'umanistica non era normalmente insegnata nelle scuole,
ma si riproduceva esclusivamente per imitazione dei modelli antichi in carolina
o di modelli contemporanei dovuti a scribi particolarmente noti ed autorevoli
(come il Bracciolini o lo Strozzi) . Se per tali ragioni il suo ambito di diffusione
sociale era limitatissimo, l'ambito geografico di diffusione era vastissimo e si
allargava a tutte le regioni italiane.
Nell'uso privato della scrittura, ormai diffuso a larghi strati sociali, e in quello
documentario, sia pubblico (di uffici amm inistrativi, finanziari, ecc.), sia nota­
rile, veniva adoperata, all' incirca dall'inizio del Quattrocento, una corsiva de­
rivata direttamente, anche se più chiara, semplice, ariosa, dalla minuscola can­
celleresca del secolo precedente, che Cencetti propone di chiamare «Semigotica
delle carte», difficilmente, tuttavia, riconducibile ad una precisa tipologia. Essa
è caratterizzata dall'uso della v alta all'inizio di parola, dalla e con occhiello
aperto, dalla t in legamento in un tratto solo, dal ductus a volte decisamente
corsivo, a volte quasi posato.
In alcuni prodotti della cancelleria fiorentina fra il secondo ed il quarto
decennio del secolo ( 14 12- 1440) si sviluppa un 'ulteriore tendenza all 'arroton­
damento delle forme e all'introduzione nel contesto della corsiva di forme
desunte direttamente dalla minuscola umanistica; tale tendenza si manifesta più
o meno prima della metà del secolo anche in altri centri, come a Roma nella
segreteria dei brevi della Cancelleria pontificia e in altri uffici della curia, a
Milano nella cancelleria visconteo-sforzesca, ecc., dando vita ad una corsiva
lievemente inclinata a destra, ricca di �lementi della umanistica, dalle aste
lunghe, dalla a tonda. Poiché essa finisce per riprodurre quasi integralmente le

175
fonne della minuscola umanistica posata, sia pure modificata da un ductus
corsivo e dall'inclinazione, può essere legittimamente definita "umanistica
corsiva".

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Un esempio di umanistica corsiva di mano di Antonio Sinibaldi negli Apologi di


Bartolomeo Scala, del 1481 (Firenze, Bibl. Medicea Laurenziana, ms. 543).

176
Florentiner BehOrden in der Fruhrenaissance . .. , in Archiv far Diplomatik, XVII
Per la corsiva prodotta nella cancelleria fiorentina, cf. P. Herde, Die Schrift der

( 197 1), pp. 302-335.

Fra la prima e la seconda metà del XV secolo l'umanistica corsiva, prima


usata soprattutto per le copie cartacee, che gli umanisti solevano eseguire per
il proprio uso privato, fu adoperata in campo librario sempre più largamente;
sono in particolare degni di ricordo i codici scritti dall'umanista romano Giulio
Pomponio Leto (1428- 1498) in una corsiva assai elegante, minuta, equilibrata
nelle proporzioni, caratterizzata dalla g di tipo capitale rustico, dalla/con grande
occhiello, dalla e alta; e quelli del mercante ed epigrafista Ciriaco Pizzicolli
d'Ancona ( 1 39 1 - 1452) in una corsiva assai personale, ricca di bizzarre varia­
zioni e di inserimenti di elementi alfabetici greci.
La corsiva umanistica fu adoperata anche da alcuni fra i maggiori scribi
professionisti di umanistica posata, come Antonio Sinibaldi, il quale ne ha
lasciato esempi di irraggiungibile eleganza, caratterizzati dalle aste lievemente
inclinate in cima e desinenti "a bottone", dall 'andamento sinuoso, dai graziosi
prolungamenti dei tratti orizzontali, dagli svolazzi ornamentali.

La critica non ha ancora chiarito le motivazioni e i termini delle origini e


della diffusione della corsiva di tipo umanistico in Italia, strettamente connessi
all'origine della sua tarda tipizzazione, nota come "italica", di cui si parlerà più
oltre.

N'°11 er.ttr �1lT'{' / /'�' . ... "".'"C'H''\ f I <l l4 � �. 1 �,t f1'" .., l (n- (}.--
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T. �.�.:r;

Un esempio di corsiva di mano di Biondo Flavio (Bibl. Apost. Vaticana, Ottob. lat.
1 592, c. 58r) (da Casamassima, Literulae latinae, cit. ollre, p. XVII).

177
Cf. per la corsiva personale di Niccolò Niccoli, ingiustificatamente considerata da
B . L. Ullman (che scoprì i codici niccoliani) come «a rivai system» della umanistica
posata, lo stesso Ullman, The origin, cit, pp. 58-77, e de la Mare, The Handwriting,
cit, pp. 44-61 ; per Pomponio Leto, cf. G. Muzzioli, Due nuovi codici autografi di
Pomponio Leto, in Italia medioevale e umanistica, Il (1959), pp. 337-35 1; per Ciriaco
d'Ancona, D. Fava, La scrittura libraria di Ciriaco d'Ancona, in Scritti di paleografia
e diplomatica in onore di V. Federici, Firenze 1945, pp. 295-305. Per l'uso progressi­
vamente più esteso e differenziato fra ufficio e ufficio della corsiva umanistica nella
cancelleria pontificia, ampie testimonianze sono raccolte in T. Frenz, Das Eindrigen
humanistischer Schriftformen in die Urkunden und Akten der piipstlichen Kurie im 15.
Jahrhundert, inArchivfiirDiplomatik, 19 ( 1973), pp. 287 - 418; 20 (1974), pp. 384-506.
Un filone della corsiva quattrocentesca con influenze umanistiche, frequentemente
eseguita con una «penna temperata a punta sottile» si sviluppò soprattutto in area
padana; basata sulla diretta imitazione della carolina più antica (del IX secolo, cioè),
manteneva elementi corsivi sia nell'inclinazione delle aste verso destra, sia nei lega­
menti. A questo filone apparterrebbero le scritture corsiveggianti o corsive di Giovanni
Aurispa (già nel 14 13!), di Guarino veronese, di Biondo Flavio, di Ciriaco Pizzicolli
o ·.\ncona e infine, fra XV e XVI secolo, anche quella del fiorentino Bartolomeo
Ponzio. Cf. per questo E. Casamassima, Literulae latinae. Nota paleografica, in S.
Caroti S. Zamponi, Lo scrittoio di Bartolomeo Fonzio umanistafwrentino, Milano
-

1974, pp. IX-XXXIII.

178
XXXIII
SVILUPPO E DIFFUSIONE DELLA MINUSCOLA UMANISTICA
A ARENZE ED IN ITALIA

Sotto l'influenza del Salutati, di Niccolò Niccoli e sull'esempio di Poggio,


nella Firenze del primo Quattrocento altri scribi si posero sulla strada dell' imi­
tazione della minuscola carolina; di alcuni soltanto di essi conosciamo i nomi
(G. F. Tanaglia, Spina Azzolini, ecc.). Il più rappresentativo scriba fiorentino di
umanistica della prima metà del secolo è Antonio di Mario, notaio della Signoria
fra il 1436 ed il 1446, ancora vivo nel 146 1 . Di lui ci rimangono più di quaranta
manoscritti, molti dei quali eseguiti per arricchire la grande biblioteca di testi
classici che Cosimo e Piero di Cosimo de' Medici venivano costituendo a
Firenze; la sua scrittura, influenzata da modelli toscani di tarda carolina del XII
secolo, è di modulo piuttosto grande, con fonne alte e strette, caratterizzata
dall'assoluta mancanza di unifonnità nel tratteggio delle singole lettere, anche
all'interno di un medesimo manoscritto.

-f' � tnuetfo murabtlif oiy- : rcwftt .


..

A tl:]; m trr' f-lm.tf' pml:ar durata fuwll\f


di umanisti­
Un esempio
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baldi del Q..._ uo..{ uoilur nof fore· da.� quodrurui• fet.;,uet1dum �
148 1 (Pru­
d e n z i o ; ti ub nofha dtttone- ftn1m: p3.tTun9� mm i:um .
":\.., lret-utt-am calcari..- w..\m ; duo c�e-t°f.' uufi
Bibl. Apost.
Va t i c a n a ,
Urb . lat. D c- fodom if .-tlm- (� cfl' pir: alum ttmffu-'.
666) .
I Ue- or�dum cderar fuoi� . CL.,ntra tl!J 1·ttmrar:'1
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D uudir huc tiluc rd.pten� tùa �Ui:tn.Cf: UlndL'.
1 79
La seconda generazione degli scribi fiorentini di wnanistica è ben rappre­
sentata da Gerardo del Ciriagio («Cerasius», in latino), anch'egli notaio della
Signoria, morto nel 1472, di cui rimangono oltre trentacinque codici, molti dei
quali eseguiti per i Medici o per il grande libraio fiorentino Vespasiano da
Bisticci; la sua minuscola umanistica è ferma ed elegante, di pura tradizione
poggiana, caratterizzata da un moderato chiaroscuro e dall'andamento dritto
delle aste. A lui può essere accostato Piero Strozzi, attivo come copista fra il
1443 ed il 1483, che esemplò, con la sua wnanistica sinuosa in quanto alle aste
e ricca di trattini di complemento, molti manoscritti finiti nelle maggiori biblio­
teche del tempo.
Ultimo grande rappresentante di questa scuola è il già ricordato Antonio
Sinibaldi (nato a Firenze nel 1443, morto dopo il 1499), che svolse la sua attività
(oggi testimoniata da oltre cinquanta codici) sia nella sua città natale, sia a
Napoli, al servizio di Ferrante d'Aragona. Egli è il creatore di una umanistica
lieve ed aggraziata, abbastanza originale nelle forme e nei tratteggi e basata su
un chiaroscuro sottile e sapientemente misurato, sulla leggera sinuosità delle
aste, sugli eleganti "bottoni" ornamentali.
Da Firenze la minuscola umanistica di stile fiorentino si diffuse rapidamente
in tutta Italia, parallelamente alla diffusione della nuova cultura dotta, dei testi
prevalentemente di classici latini riscoperti, dei grammatici e letterati che svol­
gevano funzioni di segretari, di cancellieri, di bibliotecari in tutte le corti dei
signori e dei principi italiani, degli scribi itineranti, che esercitavano la loro arte
spostandosi da una città all 'altra. Dapprima la diffusione della nuova scrittura
libraria fu occasionale, ma ben presto, verso la metà del secolo, nelle singole
città sorsero, accanto alle grandi biblioteche signorili, botteghe scrittorie affidate
a copisti di vaglia, in grado di imitare l "'antiqua" di scuola fiorentina o, addi­
rittura, di modificarne il canone. Una delle maggiori biblioteche italiane del
Quattrocento fu quella costituita ad Urbino da Federico da Montefeltro (1442-
1472), oggi conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana; formata in gran
parte di codici importati da Firenze e fomiti dalla bottega del già ricordato
Vespasiano da Bisticci, essa contava anche alcuni manoscritti opera di scribi
locali, come quel Federico Veterano, che fu anche segretario e bibliotecario del
duca.
Più o meno nel medesimo periodo si costituiva a Cesena, in Romagna, un'al­
tra splendida biblioteca umanistica, più piccola e raccolta di quella urbinate, ma
in compenso più omogenea, dovuta all ' iniziativa di Malatesta Novello Malate­
sta, fratello di Sigismondo Pandolfo, signore di Rimini, a cui si deve l'edifica­
zione del tempio malatestiano. Costruita in purissime forme rinascimentali fra

180
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Un esempio di antiqua L 0L xtu1 on : s.t:-: 1 p..:l �1 . l1-1 (1. , � · � ... l . 1 1
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del 1454 (Roma, Bibl. A


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Ani.ua un flum t c�� nafctt tn��na..
A mor m1dte pt't- lc1 fì Lun� �cn-a
e h� bmcrnorta an cora tl'rorc acenn� .
il 1447 ed il 1452, la
biblioteca malate­ -f dice fa)Co �lbcl lllfo (cn�
stiana (tuttora esi­ e �� peri d,ara nprdò tltù o hd. u do
stente) fu arricchita,
oltre che di codici
S e fu bea to c h t b u 1 d t 1 1 ' ttii°À

fiorentini, soprattut­
O r che fta adun�u� anu�Jerb. 1n cclo .

to di manoscritti pro­
dotti in situ in -� RAl�CISCf P ETRA"R..C f T R.J VM
umanistica di tipo
fiorentino.
Grande centro di
-PH OR'J/\1 LI B E J\.. .E,ìCPL1 CJT . SCRJ
raccolta di umanisti,
dotti e copisti fu nel
secondo Quattrocen­
to la Napoli capitale
del regno aragonese,
li /t:N N I S CE MSJi. OE fLOf\ENTlA
ove prima Alfonso
I

. ...

d' Aragona, poi suo


t:i11 1 . M . cece L111 1 .
,- o o o
DE A1'\1-1 CJ

fi glio Ferdinando ,
succeduto al padre nel 1458, raccolsero un 'imponente biblioteca di codici, in
pane eseguiti a Firenze, in parte a Napoli; quivi, sotto Alfonso, furono attivi
copisti come Giacomo Curio, dalla scrittura gracile e sinuosa, di tipo fiorentino,
e come Pietro Ursuleo, la cui scrittura era, al contrario, una minuscola pesante
e rotonda, con forcellature alle aste alte. Durante il regno di Alfonso l "'antiqua"

181
entrò anche nell'uso documentario della cancelleria aragonese, con esempi di gran­
de calligraficità, alcuni dei quali opera di Antonio Beccadelli, detto il Panonnita.
Sotto Ferdinando I la biblioteca aragonese ebbe uno sviluppo ancora più
ampio, e, parallelamente, s ' accrebbe il numero dei copisti attivi a Napoli e si
venne precisando uno stile grafico rinnovato rispetto al canone fiorentino. Di
esso furono rappresentanti Giovanni Marco Cinico da Parma, letterato, editore,

marcato, e i salemitani Giovanni Rinaldo Mennio (attivo fra il 1472 e il 1494),


bibliotecario, che usava una umanistica grande e rotonda, dal tratteggio piuttosto

che scriveva una minuscola rotonda, pesante, caratterizzata da "bottoni" coro­


nanti le aste alte, e Clemente Genovesi («Clemens Salemitanus»).
Nel Nord d 'Italia altre grandi biblioteche signorili furono quelle degli Estensi

( 1450-147 1 ), patrocinatore dell'esecuzione della famosissima B ibbia miniata,


a Ferrara, che conobbe un grande periodo di splendore sotto Borso d 'Este

scritta però in semigotica, e quella dei Gonzaga a Mantova, ove pure la semi­
gotica si alternò per tutto il Quattrocento alla umanistica di tipo fiorentino. A
Milano la biblioteca degli Sforza, sviluppatasi soprattutto sotto i successori di

(1480-1499), vide ben presto l 'affermazione di un nuovo tipo di minuscola


Francesco I e in particolare sotto il governo munifico di Lodovico il Moro

umanistica, quella rotonda, di cui si parlerà nel capitolo seguente.

Per lo sviluppo e la diffusione della minuscola umanistica di tipo fiorentino, cf.


Ullman, The origin, cit., passim; inoltre si vedano alcuni dei saggi contenuti nella
raccolta Calligraphy and Palaeography. Essays presented to Alfred Fairbank, London
1965, e soprattutto A. Derolez, Codicologie des manuscrits en écriture humanistique
sur parchemin, I-II, Tumhout 1984; A. de la Mare, Reserch on Humanistic Scribes in
Florence, in A. Garzelli, Miniatura.fiorentina del Rinascimento .. . , I, Firenze 1985, pp.
393-600. Più in generale, per utili elementi e dati, cf. S. Rizzo,11 lessicofilologico degli
umanisti, Roma 1 973. Per le biblioteche, cf. A. Petrucci, Le biblioteche antiche, in
Letteratura italiana, a cura di A. Asor Rosa, II. Produzione e consumo, Torino 1983,
pp. 527-554; L. Gargan, Gli wnanisti e la biblioteca pubblica, in Le biblioteche nel
mondo antico, cit., pp. 163- 1 86. Per Cesena cf. A. Campana, Cesena, in Tesori delle

Napoli, T. De Marinis, La biblioteca napoletana dei re d'Aragona, I -IV , Milano


Biblioteche d'Italia. Emilia e Romagna, a cura di D. Fava, Milano 1 932, pp. 83-94; per

194 7-1952; Supplemento, Verona 1969; A. Petrucci, Biblioteca, libri, scrittura nella
Napoli aragonese, in Le biblioteche nel mondo antico, cit., pp. 1 87-202; per Milano,
E. Pellegrin, La bibliothèque des Visconti et des Sforza ducs de Milan au XV siècle,
Paris 1955; Supplément, Aorence-Paris 1969; U. Rozzo, La biblioteca visconteo-sfor­
zesca di Pavia, in Storia di Pavia, III, 2, Pavia 1990, pp. 235-266. Più in generale, cf.
i saggi raccolti in Renaissance und Humanistenhandschriften, a cura di J. Autenrieth,
MUnchen 1988.

1 82
XXXIV
ANTIQUA TONDA E CAPITALE LAPIDARIA
DAL CODICE ALLA STAMPA

Con la seconda metà del Quattrocento in molti centri italiani e soprattutto in


quelli (come Roma o Milano) ove l 'influenza dell "'antiqua" fiorentina era meno
diretta, si venne manifestando una precisa modificazione del canone della mi­
nuscola umanistica posata, la quale, fra il 1455 ed il 1470 all'incirca, si trasformò
in quel tipo di scrittura, che, con termine proprio dei calligrafi del Cinquecento,
usiamo chiamare "antiqua tonda". Essa è caratterizzata, rispetto alla minuscola
umarùstica di tipo fiorentino, dai seguenti elementi:
tracciato rigido, diritto, urùforme, non più sinuoso, con aste fortemente
marcate;
forme perfettamente rotonde (cf. in particolare la g), a volte addirittura
schiacciate;
assunzione al termine delle aste di grazie ornamentali;
modulo assai grande;
tracciato isolato lettera per lettera; nell'antiqua tonda, infatti, l 'elemento
fondamentale della scrittura non è più la parola, ma la singola lettera, così
come sarà anche nella stampa a caratteri mobili, il cui periodo di prima
diffusione coincide con quello di formazione e di tipizzazione di questa
scrittura.

In tal modo la minuscola umanistica si modifica profondamente e da scrittura


di imitazione, sì, ma non priva di spontaneità, si trasforma in vero e proprio
disegno, «una cosa, cioè, per usare le parole del Cencetti (Lineamenti, cit., p.
288), fatta con deliberazione, con calcolato artificio, con cerimorùa e con digrùtà».
I primi esempi datati o databili della nuova stilizzazione grafica vengono da
Roma e appartengono agli ultimi anni di pontific�to di Niccolò V e a quelli dei
suoi successori, soprattutto Pio II (Enea Silvio Piccolomirù, pontefice dal 1458
.

1 83
al 1464); essi sono rappresentati da codici prevalentemente di autori classici,
riccamente miniati e scritti da amanuensi non romani e molto spesso non italiani,
bensì tedeschi attivi in Curia come scribi al servizio della Camera apostolica o
dei maggiori cardinali ed ecclesiastici residenti a Roma; fra essi si ricordano
Giovanni da Miinster, Giovanni Gobelin, al servizio di Pio II, e l'italiano, anzi
il laziale, Antonio Tofio. La antiqua tonda degli scribi romani appare grande di
modulo, spaziata, ma anche leggermente inclinata e con la g dall'occhiello
schiacciato anziché rotondo (probabile influenza indiretta dei modelli locali di
minuscola carolina tarda e cioè della romanesca dei secoli XI e XII).

Un carattere tondo e spaziato assai vicino all'antiqua tonda manoscritta fu adottato


nel 1467, quando si trasferirono da Subiaco a Roma, dai prototipografi tedeschi Konrad

i contatti e le influenze delle scritture a mano sulle prime realizzazioni di alfabeti a


Sweynheim e Arnold Pannartz, introduttori della stampa a caratteri mobili in Italia Per

stampa, cf. O. Mazal, Paliiographie und Paleotypie: zur Geschichte der Schrift im
Zeitalter der lnkunabeln, Stuttgart 1984.

Un gruppo particolarmente importante di codici scritti nella nuova tipizza­


zione della umanistica libraria proviene dalla biblioteca di Francesco I Sforza
e di Galeazzo Maria, suo figlio, ambedue duchi di Milano, e risale agli aruù
1460- 1476; si tratta, con tutta probabilità, di codici scritti proprio a Milano o in
altri centri della zona lombardo-padana, come rivelano anche le miniature che
li corredano. La scrittura di tali esempi è una antiqua tonda grande, spaziosa,
diritta, ferma e regolare (a differenza di quella romana), con tratteggio a volte
pesante e chiaroscurato.

Fcunuf anrr. h,1ru:. m t:ot11 1f fu ·

m c cont?"..tl.1 hlrr. rerum ca ru

qua.e: anre tril1et:'honem x e.r.f15


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U é't l� : t é)�l� C'O!" ! ?idnf clc Gdo
C"T-O!"fn'lm
Un esempio di antiqua tonda romana
r.1ffhc.1rtatt"; t r...:i. di mano di Giovanni da Mtinster in
lh1re fu crr.. ,àrou&tJ-é'fXJfittonr4 una traduzione latina di Diodoro Si­
culo (Bibl. Apost. Vaticana, Vat. lat
coti dnfu.fcf1 . 1 n hx:, u r:ro Ptr -- 1816).

184
In Padova un gruppo di artisti, umanisti, calligrafi ed archeologi, fra i quali
vanno ricordati Andrea Mantegna, Felice Feliciano ed altri, promossero già
prima del 1460 la rinascita della capitale lapidaria romana di tipo "quadrato",
la riprodussero nei dipinti e ne introdussero il canone e le forme anche nei codici
in minuscola umanistica per i titoli, i frontespizi ornati, le rubriche, le iniziali,
ecc. Nel medesimo periodo a Rimini Matteo de' Pasti e Leon Battista Alberti
adoperavano la capitale lapidaria romana pura nelle iscrizioni del tempio ma­
latestiano ( 1 455- 1456); per la prima volta con loro nelle lapidi quattrocentesche
riappariva, dopo più di un millennio, la scrittura lapidaria di epoca classica, di
forme regolari e squadrate, con chiaroscuro, proporzioni e ornati fino ad allora
mai organicamente e consapevolmente riprodotti.

Cf. per questo Petrucci la scrittura. Ideologia, cit., pp. 21-33; per il Feliciano, A.

territorio, IV, 2, Verona 1984, pp. 1 1 3- 144. Cf. anche A. Petrucci, <<1-'antiche e le
Avesani, Felice Feliciano artigiano del libro, antiquario e letterato, in Verona e il suo

moderne carte»: imitatio e renovatio nella riforma grafica umanistica, in Renaissan­


ce-und Humanistenhandschriften, cit., pp. 1-12.

Ancora più significativo fu, comunque, il trasferimento di questo nuovo-an­


tico alfabeto maiuscolo e la sua giustapposizione alla minuscola umanistica
nell'uso dei codici manoscritti (e quindi nella stampa). «Nel corso del secolo
XV, come scriveva il Casamassima, assistiamo per la prima volta nella storia
della scrittura latina, con l 'asswizione nel codice delle lettere lapidarie pure,
alla contaminatio programmatica, più tardi all ' accordo stilistico, cristallizzato
nei tipi della stampa, di due forme distinte; le quali oggi ci appaiono, con tutta
naturalezza, come i due aspetti di un medesimo alfabeto» .

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Libro d'ore di mano del Sallando.

1 85
Cf. E. Casamassima, Trattati di scrittura del Cinquecento italiano, Milano 1966 (la
citazione è a p. 19).

Con l'ultimo quarto del XVI secolo l 'antiqua tonda ed anche la capitale
romana di tipo lapictario si diffusero in quasi tutti i centri della Penisola ed anche
nelle zone, come Firenze e Napoli, ove più a lungo aveva resistito l ' antica
tipizzazione maiuscola di tipo fiorentino. Fra i maggiori copisti nel nuovo stile
citeremo il già nominato Federico Veterano, Alessandro da Verrazzano, Matteo
Contugi ed altri, molti dei quali fornirono manoscritti di lusso per la ricca
biblioteca, che, sull'esempio dei maggiori signori italiani, il re d 'Ungheria Mat­
tia Corvino (t 1490) veniva costituendo a Buda.
Tra la fine del Quattrocento ed i primi decenni del Cinquecento l' antiqua
tonda si arricclù di un' ulteriore tipizzazione in Bologna ad opera di due scribi
al servizio di Giovanni II di Bentivoglio signore della città, che furono anche
maestri di ars scribendi nello Studio bolognese: Pierantonio Sallando da Reggio,
attivo fino al 1 540, e Gerolamo Pagliarolo, morto nel 1539. Nei loro eleganti
prodotti la scrittura si irrigidisce definitivamente, venendo ad assomigliare sem­
pre più alla pagina a stampa; le lettere e le righe sono decisamente separate; il
chiaroscuro è verticale; le aste corte; limitati e sempre identici i trattini di
complemento. Sarà questa la tipizzazione definitiva della umanistica libraria,
passata nella stampa ed usata anche nei manoscritti di lusso del pieno Cinque­
cento.

Il problema della fonnazione della tipizzazione rotonda dell'antiqua è stato posto


dalla critica paleografica soprattutto anglosassone; per alcuni studiosi l'origine di
questo nuovo stile grafico dipese direttamente dalla riscoperta delle capitali lapidarie
romane, avvenuta nel medesimo periodo; in verità la tipizzazione dell'antiqua tonda
sembra essersi manifestata non tanto prima, quanto in ambienti diversi (Roma e Milano)
rispetto a quelli (Padova) ove avvenne la resurrezione della maiuscola lapidaria e la
sua introduzione nei codici. Cf. comunque, J. Wardrop, The script o/Humanism. Some
aspects o/ humanistic Script, 1460-1560, Oxford 1963; Casamassima, Trattati, cit.; J.
J . G. Alexander, lnitials in Renaissance illuminated manuscripts: the problem o/ the
socalled «litera Mantiniana», in Renaissance-und Humanistenhandschriften, cit., pp.
145-1 55; per i codici romani, J. Ruysschaert, Miniaturistes "romains" sous Pie Il,
Siena 1968; per il Sallando ed il Pagliarolo, Cenceui, Lineamenti, cit., pp. 285-289.

186
CRITERI DI DATAZIONE DEI MANOSCRITTI
xxxv

IN SCRITTURE DI TIPO UMANISTICO

Per datare con qualche approssimazione i codici vergati in tipologie grafiche


umanistiche possono servire i seguenti criteri di massima, da applicare comun­
que ai singoli casi con la massima prudenza:
fino al 1430 circa nell'antiqua tonda prevale la g di forma allungata, co­
stituita da due piccoli occhielli rotondi collegati da un tratto verticale;
fino al 1430 circa la rigatura è di regola a secco;

fino a circa la metà del secolo (e non oltre,


come pare) si trova la forma alta e inclinata in
avanti del nesso er,

fino a circa il 1 450- 1460 sono adoperate, so­ A


prattutto nell'Italia padana (ma anche nel re­
gno di Napoli) alcune maiuscole "alla greca",
imitate dall ' epigrafia romanica; Irl
dal 1 450- 1460 in avanti l'apice sulla i viene sostituito dal puntino, già da
decenni adoperato nella mercantesca ed eccezionalmente da qualche scri­
ba di antiqua, come Giacomo Curlo;
tra il 1430 e il 1480 all ' incirca prevale di nuovo la tradizionale rigatura
visibile a piombo o ad inclùostro chiaro;
dal 1 450- 1460 in avanti si introducono nei codici le capitali "intagliate"
di tipo epigrafico classico;
il richiamo in fine di fascicolo è disposto orizzontalmente al centro dcl
margine inferiore del verso dell'ultima carta (cioè nel modo tradizionale)
sino al 1435 circa; è prevalentemente in posizione orizzontale, ma spostato

187
verso destra, subito dopo la metà del secolo; è in posizione verticale molto
spesso fra il 1450 e il 1465 circa e di nuovo dagli aruù ottanta in poi del
secolo;
dal 1480 in avanti nella produzione di codici membranacei di lusso si ri­
torna alla rigatura a secco;
dal 1480 in avanti si adoperano sempre più largamente veri e propri fron­
tespizi. «Any manuscript, afferma Hirsch, with a title page can therefore
safety be dated post 1480».

Per questo cf. R. Hirsch, Scriba/ Tradition and lnnovation in early printed Books,

Per gli aspetti codicologici di questi criteri, cf. Derolez, Codicologie, cit., e Id.,
in Id., The Printed Word: its lmpact and Diffusion, London 1978 , cap. XV, p. 4.

Datierung und Lokalisierung humanistischer Handschriften des Quattrocento auf


Grund kodikologischer Merkmale, in Renaissance und Humanistenhandschriften, cit.,
pp. 109-121.

1 88
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&.�imo hi.(h,�: ctfc.riuecomeptlJo

Un codice di G iovan Marco Cinico contenente il suo Elencho Historico (Bibl. Apost.
Vaticana, Chig. M V III 1 54, c. 5r).

1 89
XXXVI
SCRITIURE E LIBRI DELLA CULTURA NON UMANISTICA

Si è già detto che la scrittura ed il libro umanistici costituivano uno strumento


di comunicazione ed un prodotto limitati ad una ristretta élite intellettuale e
sociale dell'Italia del Quattrocento; si aggiunga a ciò che la scrittura umanistica,
proprio per la sua specializzazione culturale, serviva per trascrivere quasi esclu­
sivamente testi latini e in particolare testi di classici e di autori moderni dell'U­
manesimo. Quali tipi di scrittura e quali tipi di libro adoperavano nel medesimo
secolo quegli italiani colti (teologi, medici, filosofi, giuristi, ecc.) che apparte­
nevano più alla cultura tradizionale, tecnico-filosofica (ancora in auge nelle
grandi università), che non a quella meramente umanistica, e, dall 'altra parte,
tutti coloro (e fra gli scriventi erano la maggioranza) che, pur sapendo scrivere
e volendo leggere, ignoravano il latino ed erano quindi esclusi sia dalla cultura
universitaria e dalla sua scrittura, la gotica, sia da quella umanistica e dalla
relativa scrittura?
In realtà per tutto il secolo XV continuò in Italia, in ambito privato ed in
ambito librario, l'uso di scritture non umanistiche di tradizione trecentesca; in
ambito universitario continuò la produzione del libro scolastico di grande for­
mato, col testo a due colonne, coi grandi margini utilizzabili per il commento,
l'ornamentazione di gusto gotico, scritto in rigide gotiche testuali; per il pubblico
semicolto delle città, dei borghi, delle campagne esisteva invece il libro "popo­
lare", prodotto in ambiente privato da scribi occasionali, di formato piccolo,
cartaceo, di aspetto trascurato, di ornamentazione semplice o rozza, privo, o
quasi, di margini, con il testo spesso a doppia colonna, scritto in mercantesca,
in rozze gotiche o semigotiche, in corsive difficilmente definibili, talvolta illu­
strato da disegni, anche colorati, ma quasi mai da vere miniature. Molto simile
a questo era il libro prodotto ed adoperato in ambienti religiosi arretrati o mar­
ginali, come alcuru monasteri benedettini rimasti esclusi dal nuovo sviluppo
culturale (Subiaco, Farfa, nel Lazio, Montecassino nel Regno, ecc.) o nei mo­
nasteri femminili (in quello di Monteluce, presso Perugia, si trascriveva ancora

190
ai primi del Cinquecento un volgarizzamento di S. Gregorio Magno in una
rozzissima gotica di tipo trecentesco). Il libro popolare di questo genere e di
questo periodo conteneva i medesimi testi che si riproducevano per il pubblico
borghese di un secolo prima, e cioè volgarizzamenti, operette devozionali, trat­
tati tecnici, ricettari, la Commedia di Dante, cantari, novellistica, ecc. , o, in
ambito religioso, sermonari, opere di padri della Chiesa e cosl via.
La formazione e la cristallizzazione di tipi diversi di libro a seconda del
genere di testo e di lingua (latina o volgare) corrispondeva ad una precisa
spaccatura, che era culturale, ma anche sociale, del pubblico, diviso nettamente
fra coloro che avevano fatto studi superiori e conoscevano il latino (fossero essi
di cultura tradizionale o di cultura umanistica) e coloro che dalla cultura supe­
riore erano rimasti esclusi e restavano relegati all 'uso della lingua volgare ed
alla conoscenza di testi legati alla tradizione di questa lingua.
Tale tipo di spaccatura si rifletteva, nel Quattrocento, anche nel campo delle
scritture usuali proprie dell'ambito privato, ove per epistole, dichiarazioni fiscali
(importanti e ricchissime quelle del Catasto fiorentino, autografe dal 1427 al
1486), ricevute, annotazioni, appunti, ecc., si adoperavano da una parte corsive
più o meno eleganti, tutte riconducibili al modello "umanistico", e perciò sim­
bolo e sintomo di un elevato grado di acculturazione, e dall' altra corsive molto
spesso rozze ed incerte, tutte riconducibili all'opposto modello "mercantesco",
e perciò simbolo e sintomo, a loro volta, di un grado di acculturazione mediocre
o infimo; tale separazione coinvolgeva anche personaggi noti quali tecnici di
particolari settori della produzione culturale, come librai, architetti, pittori, scul­
tori, miniatori, ecc. Tipico è il caso del fiorentino Vespasiano da Bisticci
(t 1498), il «princeps librariorum» del secolo, che fornì lussuosi codici umani­
stici alle maggiori biblioteche d'Europa, rimanendo egli stesso ignorante di
latino e scrittore di una rozzissima mercantesca corsiveggiante. Anche alcuni
dei maggiori artisti italiani del Quattrocento, legati come artigiani alla realtà
della bottega, ad un ruolo sociale subalterno e ad una cultura limitata di carattere
tecnico, usavano la mercantesca: così il Brunelleschi, cosi Donatello e, caso più
noto di tutti, lo stesso Leonardo da Vinci (sia pure in una sua singolare versione
scritta a rovescio, cioè da destra verso sinistra), che definiva se stesso «homo
sanza lettere», cioè ignorante di latino. Al contrario, artisti più direttamente
legati alle classi dirigenti e personalmente partecipi della cultura umanistica,
come Mantegna o, fra i due secoli, Raffaello da Urbino, usavano elegantissime
corsive di tipo umanistico.
La situazione di profonda diversità, che implicava anche un certo grado di
reciproca incomunicabilità fra mondo del volgare e mondo del latino (non a

191
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Portata al catasto del pittore fiorentino Apollonia di Giovanni in mercantesca usuale


(Firenze, Archivio di Stato, Catasto 796, c. 21r).

192
caso il Quattrocento rappresenta, tranne poche eccezioni, un periodo di eclissi
della cultura e della letteratura volgare), era ben presente anche alla coscienza
dei contemporanei, che a volte, ampliando o comunque modificando il tonq
della propria cultura, adottavano un altro tipo di scrittura, passando, per esem­
pio, dalla mercantesca alla corsiva umanistica.
Enea Silvio Piccolomini, rispondendo ad un amico che gli aveva scritto in
mercantesca, asseriva di non aver capito nulla e dichiarava di avere appreso
«latinas litteras» e non «uncinos mercatorios», e il greco Giano Lascaris, verso
la fine del secolo, definiva la mercantesca «mercatorum indiscretas notas».

La citazione del Piccolomini in Rizzo, Il lessico, cit, pp. 142-143; quella del
·

Lascaris nella sua prefazione dell 'Anthologia graeca, Firenze 1494.

Nell 'uso quotidiano, tuttavia, soprattutto nelle regioni non completamente


dominate dalla mercantesca toscana, fra Quattro e Cinquecento si manifestarono
anche tipizzazioni miste tra mercantesca ed italica, con elementi e legature
dell 'uno e dell 'altro sistema, che andrebbero individuate e studiate.
Un'ultima conseguenza si ebbe infine nella stampa; i decermi finali del Quat­
trocento videro nascere e diffondersi rapidamente il libro "popolare" a stampa,
maneggevole, semplice, stampato in caratteri grandi, generalmente (meno che
a Firenze) di tipo gotico, illustrato in modo suggestivo, ma spesso rozzo; carat­
teristiche di fondo già proprie, come si è visto, della specifica tradizione mano­
scritta, che il libro popolare manterrà per secoli, sino alle soglie dell'età con­
temporanea.

Non esiste una trattazione sul libro popolare del Quattrocento italiano, né studi
particolari sulla produzione manoscritta di testi volgari; qualche accenno in A. Petrucci,
Alle origini del libro moderno. Libri da banco, libri da bisaccia, libretti da mano, in

pubblico nel Rinascimento, cit , pp. 1 37-156; Id., Il libro manoscritto, cit.; L. Miglio,
Italia medioevale e umanistica, XII (1969), pp. 295-3 13, ora in Libri, scrittura e
.

L' avventura grafica di Iacopo Cocchi Donati. funzionario mediceo e copista (141 1 -
1479), i n Scrittura e civiltà, 6 (1982), pp. 1 89-232; G . Guerrini, Per un'ipotesi di
petrarchismo "popolare" : "vulgo errante" e codici dei Trionfi nel Quattrocento, in
Accademie e Biblioteche d' lfalia, LIV (1986), pp. 12-33.

193
XXXVII
FRA I DUE SECOLI: L'"ITALICA" ED
I TRATIATI DI CALLIGRAFIA

Negli ultimi deceruù del Quattrocento e nei primi anni del secolo seguente
in alcuni codici dovuti alla mano di abili amanuensi e nei documenti emanati
dalle maggiori cancellerie italiane (e da quella pontificia in particolare) compare
un nuovo tipo di corsiva, sostanzialmente derivata dall'umanistica corsiva, ma
caratterizzata da precisi elementi cancellereschi; ad essa si suole dare il nome
di "cancelleresca italica" o di "italica testeggiata", per la tipica voluta verso
destra che chiude in alto le aste ascendenti. Elementi individuanti di questa
elegante e raffinata scrittura, passata poi nella stampa e divenuta il nostro corsivo
tipografico, sono: l'uso della s finale di tipo maiuscolo e del puntino sulla i; la
presenza di trattini complementari obliqui aggiunti al termine delle aste discen­
denti; la g corsiva chiusa di tipo moderno.
Di questo tipo di corsiva si possono indicare almeno due iniziatori , Antonio
Tofio, attivo a Roma sotto Paolo II, già citato come scrittore di antiqua tonda,
e il padovano Bartolomeo Sanvito, definito dal Wardrop «non umile copista,
ma raffinato dilettante». L'italica del Sanvito, di grande eleganza ed artificio, è
caratterizzata dalle legature cted st allungate ed arricciate, dall'uso di maiuscole
di tipo onciale all'interno delle parole, dal corpo minuto della scrittura. Non
sembra inoltre dubbio che a lui si debba l'invenzione dell'elegante libretto da
mano che nel 1501 Aldo Manuzio a Venezia trasferirà nella stampa, lanciando
la prima collana al mondo di libretti tascabili, stampati in un corsivo esattamente
esemplato sul modello del Sanvito.
L'italica come scrittura corsiva dell 'uso documenatrio, oltre che librario, non
era ristretta in Italia alla produzione del Sanvito o del Tofio. Accanto a questo
importante, ma relativamente esile filone, correva l'altro, ricco e complesso,
delle scritture di cancelleria, da Roma a Ferrara, a Firenze, a Milano, a Venezia,
ove scrittori di «brevi», calligrafi, cancellieri, scrivani giorno dopo giorno in­
segnavano, imparavano, elaboravano, diffondevano in centinaia e centinaia di

1 94
esempi una corsiva abbastanza vicina a quella del Sanvito, ma di essa, per le
ragioni stilistiche che sempre distinguono il gusto cancelleresco da quello li­
brario; più fluida, più sinuosa, più allungata e libera.
Proprio nell' ambiente dei maestri di calligrafia del primo Cinquecento tro­
vi.amo i definitivi canonizzatori del nuovo stile di corsiva: Ludovico degli Ar­
righi, detto il Vicentino, e Giovannantonio Tagliente, i quali svilupparono e
fissarono per sempre i caratteri di decoratività, artificio e solennità cancelleresca
dell'italica testeggiata, fornendone i modelli a stampa.
L' Arriglù, la personalità più notevole e complessa fra i due, era copista di
codici, scrittore della Segreteria dei brevi nella Curia romana, autore di trattati
di calligrafia, editore-tipografo e disegnatore di caratteri per la stampa. Nei
codici di sua mano l' Arrighi adopera una italica di moderata artificiosità, clùara,
marcata nel tratteggio, incurvata nelle aste. Di questa scrittura egli diede una
versione a stampa (se si può dire cosi) nei caratteri elegantissimi e sobri disegnati
per la propria tipografia (attiva a Roma fino al 1527) e una completa teorizza­
zione in due opere didattiche di calligrafia: l'Operina da imparare di scrivere
littera cancellerescha, Roma 1 523- 1524, e il Modo di temperare le penne,
Roma 1525- 1526.
Meno elegante e sobria di quella dell 'Arriglù, più complicata e ricca di
pesante ornamentazione grafica a base di ghirigori e svolazzi, è l 'italica del
Tagliente, autore anch'egli (fra l'altro) di un trattatello di calligrafia, pubblicato
a Venezia nel 1524: La vera arte de lo excellente scrivere.
Il canone dell'italica, fissato nella stampa e diffuso in tutta la Penisola dai
trattatisti di calligrafia del primo Cinquecento, forni all'Italia il modello, presto
diventato unico, di scrittura a mano per l'uso privato, amm inistrativo e cancel­
leresco, nonché per la didattica, anche (come pare) a livello elementare. Cosi,
nei medesimi anni in cui Pietro Bembo avviava un processo di nobilitazione
della produzione letteraria volgare e di normalizzazione della lingua italiana (le
Prose della volgar lingua sono del 1525), anche la tipologia grafica più diffusa
si canonizzava e si normalizzava; contemporaneamente le vecchie scritture di
tradizione trecentesca, quali la mercantesca o anche la gotica, già da tempo
relegate ad un ruolo subalterno e "separato", si avviavano rapidamente al tramonto.
Dalla seconda metà del Cinquecento l'Italia conoscerà (oltre il latino) sol­
tanto una lingua scritta, di modello dotto, e una scrittura (di modello cancelle­
resco), per fissarla; per le altre forme espressive, linguistiche e grafiche, fino
ad allora sopravvissute in loro specifici spazi di autonomia, non vi sarebbe stata
più la possibilità di conservazione, se non nel limbo oscuro del semialfabetismo
e dell'analfabetismo.

195
Per il Sanvito, si veda soprattutto Wardrop, The script, cit.; per i trattatisti, Casa­
massima, Trattati, cit.; S. Morison, Early ltalian Writing-Books Renaissance to Baro­
que, a cura di N. Barker, Verona 1 990; per i vari tipi di scrittura in uso, A. Petrucci,
Scrittura, alfabetismo ed educazione grafica nella Roma del primo Cinquecento, in
Scrittura e civiltà, II ( 1 978), pp. 163-207; per l'istruzione elementare, P. Lucchi, La
santacroce, il salterio e il babbuino, in Quaderni storici, 38 (1978), pp. 593-630; Id.,
Leggere, scrivere e abbaco: l' istruzione elementare agli inizi dell' età moderna, in
Scienze, credenze occulte, livelli di cultura, Firenze 1982, pp. 1 0 1 - 1 19.

1 96
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b)
to!io iopeflaj1tich!( aaio c[e fi/} icr1e�ijmtcrii ;,o
a)
L'italica nei primi decenni del cl
XVI secolo .
\O a) Un esempio di mano di Ludo­
_,
....
vico degli Arrighi (Roma, Bibl. b) L'italica ne La operina di Lu­ c) L'italica ne La vera arte di Gio­
dell'Accademia Naz. dei Lincei e dovico degli Arrighi, edita a Roma vanni Antonio Tagliente, edito a
Corsiniana, Cors. 44 E 23). nel 1 523- 1524. Venezia nel 1 524.
XXXVIII
DALLA CORSIVA CANCELLERESCA
ALLA BASTARDA ITALIANA

Nel corso del Cinquecento il ruolo di Roma come centro di elaborazione e


di diffusione di modelli grafici si rafforzò e si precisò ulteriormente. Già nel
1 525 Ugo da Carpi, fecondo incisore in legno ed inventore della tecnica del
chiaroscuro, pubblicava in Roma un nuovo libretto di esempi di scritture (The­
sauro de' scrittori, opera artificiosa . , Roma 1525) ricalcati su quelli del
Vicentino e del Tagliente. Ma fu soprattutto dopo il superamento della grave
. .

crisi del Sacco del 1527, che aveva portato alla dispersione dei calligrafi, tipo­
grafi ed editori, che Roma riprese il suo ruolo di guida nel campo della creatività
grafica attraverso l'opera del calabrese Giovanni Battista Palatino, che divenne
nel 1564 «scrittore delle lettere antiche romane» del Comune di Roma. Il Pala­
tino pubblicò nel 1 540 Il libro nuovo d' imparare a scrivere tutte sorte lettere
antiche e moderne (Roma 1 540), in cui compaiono moltissimi esempi di scritture
diverse, fra cui alcuni di mercantesca, e molti di scritture non italiane; partico­
larmente importante e fortunata riuscì l'interpretazione che il Palatino diede
della corsiva cancelleresca sulla base dei modelli del Vicentino. La corsiva
cancelleresca "romana" del Palatino rappresentò un 'evoluzione in senso calli­
grafico della stilizzazione dcl!' Arrighi, caratterizzata, rispetto ad essa, da mag­
giore rigidezza, da un notevole abbassamento delle aste e da un contrasto di
tratteggio più forte, ottenuto con l 'uso di una penna tagliata mozza («alquanto
zoppa» secondo le sue stesse parole), cioè secondo i vecchi dettami dell 'età
gotica. Il Palatino pubblicò negli anni seguenti altre e più ampie raccolte di esempi
(Ubro . . , Roma 1545; Compendio del gran volume, Roma 1 566), in cui la stiliz­
zazione grafica della corsiva cancelleresca rimase sostanzialmente immutata.
.

Negli anni a cavallo della metà del secolo i modeIH.del Palatino costituirono
in tutta l 'Italia la regola stilistica più ampiamente seguita nella pratica dai nu­
merosi segretari operanti presso tutte le coni e tutte le famiglie nobili italiane
e cui si uniformarono sul piano teorico anche altri calligrafi; essa, inoltre, con-

198
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Lettera di Giovanni Francesco Cresci al card. Guglielmo Sirleto del 1 5 72 (Bibl. Apost.
Vaticana, Vat. lat. 6 1 85).

1 99
tribul, fuori d 'Italia, in Francia, in Inghilterra, in Spagna, all 'affennazione della
corsiva cancelleresca all'italiana.
Tuttavia i suoi difetti di rigidezza � di artificiosità, di scrittura più disegnata che
scritta, più impostata che legata, erano evidenti. Essi sempre di più contrastavano
con la frenetica pratica di scrittura che, nella seconda metà del secolo, obbediva
alla crescente necessità di documentazione, di infonnazione e di scambio epistolare,
che caratteri:zzavano l'epoca. La stilizzazione palatiniana era, d'altra parte, estranea
anche al nascente gusto manieristico, che pose le basi per un mutamento radicale.
Di tale esigenza di mutamento si fece interprete, ancora una volta a Roma,
quello che deve essere considerato il più grande calligrafo del suo tempo, e cioè
il milanese Giovanni Francesco Cresci, divenuto scrittore della Cappella Sistina
e della B iblioteca Vaticana, il quale pubblicò nel 1 5 60 l 'Essemplare di più sorti
lettere (Roma 1 5 60), nel quale, dopo una vivace ed acuta critica alla inter­
pretazione del Palatino, giudicata «troppo appuntata et acuta», veniva proposta
...

una nuova corsiva cancelleresca fortemente inclinata a destra e riccamente


legata, caratterizzata dal corpo piccolo e tondeggiante delle lettere, dalle aste
alte e ricurve culminanti in un bottone ornamentale e fortemente allungate al
disotto del rigo; il tratteggio è fluido e non più contrastato; la e è scomposta in
due tratti; la h è fusa in un tratto solo; nella r si affaccia la fonna moderna tonda;
la p ha l 'occhiello aperto. «Tutto l'insieme della scrittura, scrive il Cencetti
(Lineamenti, cit., p. 3 1 0), che ha proposto per questa stilizzazione il nome di
"bastarda", è schiettamente cancelleresco e si presta a tracciati fortemente cal­
ligrafici, ha effetti decorativi e ritmo assai mosso», mentre il Casamassima
(Trattati, cit. p. 66) ne pone in rilievo il «gusto stilistico verso l'ampiezza
generosa delle fonne, verso il movimento», il «contesto rapido, curvilineo», la
«rotondità e fluidità del tracciato», la «facilità e rapidità delle legature».
La bastarda italiana, inaugurata dal Cresci nel 1560, si affennò rapidamente
come scrittura delle cancellerie, delle segreterie, dell'uso comune delle persone
mediamente colte in versioni ora più, ora meno corsive, fino a trovare espres­
sione in esempi personali, in cui l'eccessiva corsività porta a dissociazioni di
tratti ed a ricchezza di legamenti che a volte ne rendono ardua la lettura. Il
Cresci, che pubblicò ancora Il perfetto scrittore, I e II (Roma 1 570), /l perfetto
cancelleresco corsivo (Roma 1579) e di cui, infine, uscì postuma l 'Idea . . . per
voler legittimamente possedere l' arte maggiore e minore dello scrivere (Milano
1 622), fornì una diversa e più libera interpretazione delle capitali epigrafiche
secondo modelli antichi e rinascimentali, che influenzò grandemente il suo
migliore allievo, Luca Orfei da Fano, cui si debbono le maggiori e più eleganti
epigrafi pubbliche della Roma di Sisto V.

200
Oltre a Cencetti, Lineamenti, cit, a Casamassima, Trattati, cit., e a Morison, Early,
cit., cf. anche, soprattutto per quanto riguarda il ruolo cli Roma rispetto alla tipimizione
delle scritture epigrafiche monumentali, A. Petrucci, La scrittura. Ideologia, cit., pp.
2 1 -64. Sul Palatino cf. anche V. Romani, Tessere bibliologiche, in Accademie e
biblioteche d'Italia, L ( 1982), pp. 76-77. Ed inoltre, A. S. Osley, Luminaria. An
introduction to the Italian Writing-Books of the Sixteenth and Seventeenth Century,
Nieuwkoop 1972; Id., Scribes and Sources. Handbook of the Chancery Hand in the
Sixteenth Century, London - Boston 1980 (antologia di testi con traduzione inglese);
A. Petrucci, Per una strategia della mediazione grafica nel Cinquecento italiano, in
Archivio storico italiano, CXLIV (1986), pp. 1 00-1 1 2; Id., Pouvoir de I' écriture,
pouvoir sur l' écriture dans la Renaissance italienne, in Anna/es E. S. C., 43 (1988),
pp. 823 -847.

201
XXXIX
LA SPINTA ALL'ALFABETISMO E L' UNIFICAZIONE GRAFICA

La scuola del Cresci dominò la produzione dei trattati di scrittura in Italia tra
la fine del Cinquecento ed i primi decenni del Seicento. Si ricordano qui appena
Il secretario di Marcello Scalzini (Venezia 1 5 8 1 ), le varie e fortunate opere di
Ludovico Curione ed infine il Giardino de' scrittori del romano Marcantonio
Rossi (Roma 1 598), di ispirazione stilistica decisamente barocca.
Intanto l'Italia tutta, ed in particolare le grandi città, come Roma e Milano,
conoscevano una forte spinta all 'alfabetismo, che investiva anche alcune fasce
delle classi popolari, gli artigiani minori, le categorie commercianti, i traspor­
tatori, un certo numero di donne, i servitori domestici e così via. Parallelamente
si assiste allo sviluppo delle orgarùzzazioni scolastiche; a Roma, appunto alla
fine del Cinquecento, san Giuseppe Calasanzio fonda le Scuole Pie gratuite ed
aperte ai bambini e fanciulli delle classi subalterne, femmine comprese: un'i­
rùziativa fortunata, presto seguita nel corso del Seicento da altre analoghe,
promosse da ordirù religiosi maschili e femminili o direttamente dalle autorità
centrali di governo.
Ai primi del Cinquecento il tipo di scrittura diffuso fra i popolani alfabetizzati
era la mercantesca, o meglio un genere degradato e semplificato di mercantesca
elementare. Con il secondo Cinquecento, però, anche ai livelli sociali più bassi
si afferma come scrittura dell 'uso la cancelleresca italica, finché verso la fine
del secolo la presenza della mercantesca diviene sempre più rara e sporadica
ad ogrù livello culturale e grafico. Contemporaneamente e parallelamente mo­
delli di mercantesca non vengono più inclusi nei libri di scrittura e probabilmente
essa non viene più insegnata nelle scuole; prima della fine del Cinquecento
questa vecchia tipologia, mai passata nella stampa, non è più adoperata comu­
nemente e scompare dall 'uso.
All'aprirsi del Seicento la situazione grafica italiana appare dunque radical­
mente mutata rispetto a quella di un secolo prima; l 'alfabetismo è aumentato,
le strutture scolastiche si sono razionalizzate nei metodi, l 'ultima delle scritture

202
di tradizione medievale è scomparsa ed al suo posto si è affermato l'uso della
nuova corsiva bastarda. Qualche decennio dopo l 'unificazione della lingua scrit­
ta, si è così definitivamente compiuta, al di là delle divisioni politiche, l 'unifi­
cazione grafica della Penisola.

Cf. A. Petrucci, Scrittura e popolo nella Roma barocca, Roma 1982 (catalogo della
mostra); ed anche A. Petrucci, Scrittura, alfabetismo ed educazione grafica, cit.

203
RAPPORTO FRA SCRITTURE E TIPOLOGIE LIBRARIE IN ITALIA
(SEC. XIII - XVI)
N Scritture Tipologie di libro

Libro universitario scolastico

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uallO Qllfi.ll nlrii Cl.'P llLI , Libro cortese
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1 380
1 390 o

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1415
1 420 I
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1450 8
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1460
1 470
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1 480 I
§
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I
1 500
8
1520
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I I
8 §
I I
1 550
8 §
I
8 I
1 580 I 8
1600
8
I
I
8
8
I I
207
INDICE DELLE OPERE CITATE

R. Abbondanza, Una lettera autografa I. Baldelli, La Carta pisana di Filadelfia,


del Boccaccio nell'Archivio di Sta­ in Studi difilologia italiana, XXXI
to di Perugia, in Studi sul Boccac­ (1973), pp. 5-33.
cio, I (1963), pp. 5-1 3. - Glosse in volgare Cassinese del seco­

a cura di A. Guillou, Palermo 1 %3.


Actes (Les) grecs de S . Maria di Messina, lo XIII, in Studi difilologia italiana,
XVI (1958), p. 87- 1 8 1 .
A. Adorisio, Codici latini calabresi. Pro­ N. Barker v . S. Morison, Politics and
duzione libraria in Val di Crati e in Script; Early.
Sila tra XII e XIII secolo, Roma G. Battelli, Acta pontificum, 2 ed., Città
1986. del Vaticano 1965.
- Per una storia della scrittura latina in - Lezioni di paleografia, Città del Vati­
Calabria dopo la conquista nor­ cano 1949.
manna, in Scrittura e Civiltà, 8
( 1985), pp. 105- 127. - Ricerche sulla pecia nei codici del
Digestum vetus, in Studi in onore di
J. J. G. Alexander, Initials in Renaissan­ Cesare Manaresi, Milano 1953, pp.
ce illuminated manuscripts: the 3 1 1 -330 (rist. in G. Battelli, Scritti
problem of the so-called «litera scelti, Roma 1975, pp. 149- 1 70).
Mantiniana», in Renaissance-und
Humanistenhandschriften (v.), pp. - v. B. B ischoff - G. I. Lieftinck G. -

145- 155. Battelli, Nomenclature des écritu­


res.
Alfabetismo e cultura scritta nella storia
della società italiana. Atti del Se­ Ch. Bee, Les marchands écrivains à Flo­
minario tenuto a Perugia nel marzo rence (1375-1434), Paris 1967.
1977, Perugia 1978 (editi parzial­ H. Belting, Studien zur beneventanischen
mente anche in Quaderni Storici, n. Malerei, Wiesbaden 1968.
38, 1 978). R. Bianchi Bandinelli, La crisi artistica
H. Atsma v. B. Bischoff, Paliiographie del mondo antico, in Archeologia e
des romischen Alterturms. cultura, Napoli 1 961, pp. 197-200.
J . Autenrieth v.Renaissance- und Huma­ Biblioteche (Le) nel mondo antico e me­
nistenhandschriften. dievale, a cura di G. Cavallo, Bari
G. Auzzas, I codici autografi, in Studi 1988 (BUL 250).
sul Boccaccio, VIII (1973), pp. 1- L. Bieler v. E. A. Lowe,Palaeographical
20. Papers.
A. Avesani, Felice Feliciano artigiano G. B illanovich, Alle origini della scrittura
del libro, antiquario e letterato, in umanistica: Padova 1261 e Firenze
Verona e il suo territorio, IV, 2, 1397, in Miscellanea Augusto Cam­
Verona 1984, pp. 1 13-144. pana, I, Padova 1 98 1 , pp. 125- 140.

209
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Petrarca, Roma 1947. Scriptorium, 5 (195 1), pp. 238-264.
B. B ischoff, Mittelalterliche Studien, I� A. K. Bowman - J. D. Thomas, Vindolan­
III, Stuttgart 1966-198 1 . da: the latin writing-tablets, Lon­
don 1983.
- Paliiographie, i n F . C . Dahlmann - G.
Waitz, Quellenkunde der deutschen C. Bozzolo - E. Ornato, Pour una histoire
Geschichte, Stuttgart 1967, 14, nn. du livre manuscrit au Moyen Age.
1 -275. Trois essays de codicologie quanti­
tative .. ., Paris 1980; Supplément,
- Paliiographie des romischen Alter­ ibid. 1983.
turms und des abendliindischen Mit­
V. Branca - P. G. Ricci, Un autografo del
telalters, Berlin 1979 («Grundlagen
Decameron, Padova 1962.
der Germanistik», 24) (trad. france­
se: Paléographie de l'Antiquité ro­ B. Breveglieri, Esperienze di scrittura nel
maine et du Moyen Age occidenta/, mondo romano (Il sec. d. C.), in
a cura di H. Atsma - J. Vezin, Paris Scrittura e Civiltà, 9 (1985), pp. 35-
1985). 102.
- Panorama des Handschriftenuberlie­ - Materiali per lo studio della scrittura
ferung aus der Zeit Karl des Gros­ minuscola latina: i papiri letterari,
sen, in Kar/ der Grosse, II, Diissel­ in Scrittura e Civiltà, 7 (1 983), pp.
dorf 1965, pp. 233-254. 5-49.

- - V. Brown, Addenda to Codices - Scritture lapidarie romaniche e goti­


latini antiquiores, in Mediaeval Stu­ che a Bologna, Bologna 1986.
dies, XLVII (1985), pp. 3 17-366. J. T. Brown, The lrish Element in the
Insular System ofScripts to circa A.
- - G. I. Lieftinck - G. Battelli, Nomen­
D . 850, in Die lren und Europa im
clature des écritures livresques du
fruheren Mittelalter, I, Stuttgart
1xe au XV� siècles, Paris 1954.
1982, pp. 101-1 19.
A. Blanchard v. Débuts (Les) du codex. - E. A. Lowe and «Codices latini anti­
H. Bloch, Montecassino in the Middle quiores», in Scrittura e Civiltà, I
Ages, I-III, Roma 1986. ( 1977), pp. 177- 197.
R. Bloch, Etrusques et Romains. Problè­ V. Brown v. B. Bischoff - V. Brown,
mes et histoire de l' écriture, in L' é­ Addenda to Codices.
criture et la psychologie des peu­ A. Bruckner - R. Marichal, Chartae lati­
ples, Paris 1963, pp. 183- 198. nae antiquiores, I-XXXIX, Olten­
- Le origini di Roma, Milano 1963.
Lausanne, poi Ztirich 1954- 199 1
(l 'opera continua).
L. Boyle, Medieval Latin Palaeography.
G. Brugnoli, La letteratura latina del siste­
A bibliographical lntroduction, To­
mafeudale del/' alto Medìoevo, in In­
ronto 1984.
troduzione allo studio della cultura
J. Boussard, Influences insulaires dans la classica, Milano 1972, pp. 683-70 1 .

210
R. Cagnat, Cours d' épigraphie latine, 48 - Note sul metodo della descrizione dei
ed., Paris 1914. codici, in Rassegna degli Archivi di
Calligraphy and Palaeography. Essays Stato, XXIII ( 1963), pp. 1 8 1 -205.
presented to Alfred Fairbank, Lon­ -Per una storia delle dottrine paleogra­
don 1%5. fiche dall' Umanesimo a Jean Ma­
billon, in Studi medievali, s. 3a, V
A. Campana, Cesena, in Tesori delle Bi­
(1964), pp. 525-578.
blioteche d'Italia. Emilia e Roma­
gna, a cura di D. Fava, Milano 1932, - Tradizione corsiva e tradizione libra­
pp. 83-94. ria nella scrittura latina del Me­
dioevo, Roma 1988.
P. Canart, Le livre grec en Italie méridio­
nale sous les règnes Normand et - Trattati di scrittura del Cinquecento
Souabe: aspects matériels et so­ italiano, Milano 1 966.
ciaux, in Scrittura e civiltà, 2 - - E. Staraz, Varianti e cambio grafico
(1978), pp. 103-162. nella scrittura deipapiri latini. Note
A. Cappelli, Dizionario di abbreviature paleografiche, in Scrittura e Civil­
latine ed italiane, Milano 1949. tà, I (1977), pp. 9- 1 10.

C. Carbonetti, Tabellioni e scriniari a Catalogo dei manoscritti in scrittura la­


Roma tra IX e Xl secolo, in Archivio tina datati o databili, I, Biblioteca
della Società romana di storia pa­ Nazionale Centrale di Roma, a cura
tria, 102 ( 1979), pp. 77-1 56. di V. Jemolo, Torino 1971 ; II, Bi­
blioteca Angelica diRoma, a cura di
G. R. Cardona, Antropologia della scrit­ F. Di Cesare, Torino 1982.
tura, Torino 198 1 .
Catalogue des manuscrits en écriture la­
- Storia universale della scrittura, Mi­ tine portant des indications de date,
lano 1988. de lieu ou de copiste, a cura di Ch.
E. Casamassima, L' autografo Riccar­ Samaran e R. Marichal, I-VII, Paris
diano della seconda lettera del Pe­ 1959- 1984.
trarca a Urbano V (Senile IX 1 ), E. Cau, La scrittura carolina in Pavia,
Firenze 1986 (Quaderni Petrarche­ capitale del Regno, in Ricerche me­
schi, III [1985- 1986)). dievali, II (1967), pp. 105-132.
- Dentro lo scrittoio del Boccaccio : i - Scrittura e cultura a Novara (sec. VII/­
codici della tradizione, in Il Ponte, X), in Ricerche medievali, VI-IX
XXXIV (1978), pp. 730-739. (197 1 -1974), pp. 1 -87.
- Literulae latinae. Nota paleografica, G. Cavallo, Considerazioni di un paleo­
in S. Caroti - S. Zamponi, Lo scrit­ grafo per la data e l' origine dell' I­
toio di Bartolomeo Fonzio umanista liade Ambrosiana, in Dialoghi di
fiorentino, Milano 1974, pp. IX­ archeologia, VII (1973), pp. 70-85.
XXXIII.
- La cultura italo-greca nella produzio­
- Litterae gothicae. Note per la storia della ne libraria, in I Bizantini in Italia, a
riforma grafica wnanistica, in La Bi­ cura di G . Pugliese Carratelli,
bliofilia, LXII (1 960), pp. 109- 143. M i l ano 1 982, pp. 508-542.

211
- Dallo «scriptorium» senza biblioteca storia econorruca (v.), pp. 561 -575.
alla biblioteca senza «scriptorium», G. Cencetti, Dall' unità al particolari­
'in Dall'eremo al cenobio. La civiltà
smo grafico. Le scritture cancelle­
monastica in Italia dalle origini al­ resche romane e quelle del/' alto
i' età di Dante, Milano 1987, pp. medioevo, in Il passaggio dall' anti­
3 3 1 -422. chità al medioevo in Occidente,
- Ricerche sulla maiuscola biblica, I-II, Spoleto 1 962, pp. 237-264.
Firenze 1 967. - Lineamenti di storia della scrittura
- Scrittura, alfabetismo e produzione latina, Bologna 1 956 (ciclostilato).
libraria nel tardo antico, in La cul­
- Note paleografiche sulla scrittura dei
tura in Italia fra tardo antico e alto
papiri latini dal I al lll sec. d. C., in
medioevo, Il, Roma 198 1 , pp. 523-
Memorie dell'Accademia delle
538.
scienze dell'Istituto di Bologna, cl.
- Struttura e articolazione della minu­ se. morali, 58 s., I (1950), pp. 1-58.
scola beneventana libraria tra i se­
- Paleografia latina, a cura di P. Supino
coli X-XII, in Studi medievali, 38 s.,
Martini, con tavv. e bibl. aggiornata,
XI (1970), pp. 343-368.
Roma 1978.
- Testo, libro, lettura, in Lo spazio let­
- Postilla nuova a un problema paleo­
terario di Roma antica, Il, La circo­
grafico vecchio: lorigine della mi­
lazione del testo, Roma 1989, pp.
nuscola "carolina" , in Nova Histo­
307-34 1.
ria, VII (1955), pp. 9-32.
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