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Il mondo bizantino

ii

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Pagina iv

Il mondo bizantino
i
LImpero romano dOriente (330-641)
a cura di Ccile Morrisson
ii
LImpero bizantino (641-1204)
a cura di Jean-Claude Cheynet
iii
LImpero greco (1204-1453)
a cura di Angeliki Laiou

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Il mondo bizantino
ii
LImpero bizantino (641-1204)
a cura di Jean-Claude Cheynet
Edizione italiana
a cura di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini

Giulio Einaudi editore

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Redazione: Mario Spina.


Ricerca iconografica: Maria Virdis.
Traduzioni: Tommaso Braccini, pp. xix-lxxxi, 77-328, 513-40; 553-64;
Massimo Scorsone, pp. 1-76; 329-511.
Titolo originale Le monde byzantin, II. LEmpire byzantin (641-1204)
2006 Presses Universitaires de France
2008 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
www.einaudi.it
ISBN

978-88-06-18915-0

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Indice

p. xix
xxi

Premessa
Introduzione metodologica e bibliografica

LImpero bizantino (641-1204)


parte prima La formazione e levoluzione dellImpero
nel Medioevo: gli avvenimenti
jean-claude cheynet
i. Bisanzio sulla difensiva: la stabilizzazione delle frontiere
(dal vii secolo alla met del ix)
5
11
13
16
21

1.
2.
3.
4.
5.

Lavanzata dellIslam
Il temporaneo rinnovamento dellImpero
La minaccia del disastro finale
Il consolidamento isaurico (717-80)
Alla ricerca dellequilibrio (780-867)

jean-claude cheynet
ii. Lespansione bizantina durante la dinastia macedone (867-1057)
29
33
35
36
37
39
43
46

1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.

Linstaurazione della dinastia macedone


La politica estera di Leone VI
La ripresa delle ostilit con i Bulgari
I successi contro i musulmani
La presa di potere di Costantino VII
Il trionfo in Oriente
Basilio II, lespansione in Occidente e la salvaguardia dellOriente
I successori di Basilio

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viii

p. 51
55
58
62
66
68
72
74

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Pagina viii

Indice

jean-claude cheynet
iii. Bisanzio fra i Turchi e le crociate (1057-1204)
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.

LImpero assalito su tutti i fronti


Lavvento di Alessio Comneno
Il trauma della crociata
Il regno di Giovanni II
Le ambizioni di Manuele Comneno
Il rapido indebolimento sotto gli Angeli
La quarta crociata

parte seconda Le istituzioni dellImpero


jean-claude cheynet
iv. Limperatore e il Palazzo
79
85
88
88
90
95
96

99

1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.

marie-hlne congourdeau e bernadette martin-hisard


v. Le istituzioni della Chiesa bizantina
i.

100
104
106
109

il patriarcato
1.
2.
3.
4.

ii.
112
115
120

Limperatore e la sua famiglia


Dirigere limpero
Le cerimonie imperiali
Il Gran Palazzo
I titoli imperiali
La Corte
Gli eunuchi

Il territorio del patriarcato (vii-xii secolo)


Il patriarca
Il patriarca e limperatore
Lamministrazione patriarcale

il governo della chiesa


1. Gli organi principali
2. Le norme dellortodossia bizantina
3. Il rito di Santa Sofia

iii. il patriarca di costantinopoli nella chiesa universale


121
122

1. Il declino dei patriarcati orientali


2. Roma e Costantinopoli

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Indice
iv. lorganizzazione del clero
p. 125
126
128

1. La carriera ecclesiastica
2. Il vescovo
3. La predicazione
iv. le minoranze non ortodosse

129
130
132
134

1.
2.
3.
4.

I monofisiti
I movimenti settari
Gli ebrei
I musulmani

jean-claude cheynet
vi. Lamministrazione imperiale
137
140
142
143
144
145
147

i. la fiscalit
1. I fondamenti
2. Le imposte principali
3. Le imposte complementari
4. La pressione fiscale
5. Lesenzione fiscale
6. Levoluzione dellxi e del xii secolo
7. Il ruolo dello Stato nelleconomia
ii. la legge

149
150
151

1. I codici
2. Le novelle
3. La formazione dei giuristi
iii. lamministrazione centrale

152
153
154
155
155
156
157
158
158

1. I consiglieri dellimperatore
2. Il reclutamento e la remunerazione dei funzionari
iv. i principali servizi statali
1.
2.
3.
4.
5.
6.

La cancelleria
Le finanze
Le istituzioni pie
Il dromo
La giustizia
Levoluzione dellamministrazione sotto i Comneni

v. lamministrazione provinciale
159
161

1. I temi
2. Levoluzione dei temi

ix

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Pagina x

Indice

jean-claude cheynet
vii. Lesercito e la marina
p. 165
182
187
189

191
192
200
210

1.
2.
3.
4.

Themata e tagmata
Il finanziamento dellesercito e il pagamento dei soldati
Perch lesercito combatte?
Conclusione

jean-claude cheynet
viii. Le classi dirigenti dellImpero
1. Il rinnovamento dellalta aristocrazia
2. Linfluenza delle lites e le sue modalit
3. Le rivolte

parte terza I fondamenti della civilt bizantina

jacques lefort
ix. Popolazione e demografia
219
227
230

1. La popolazione
2. La politica degli imperatori
3. Questioni demografiche

jacques lefort
x. Economia e societ rurali
i.
237

le condizioni della produzione agricola


1. Le condizioni geografiche

ii. i fattori dello sviluppo


249
252
256

1. La crescita demografica e laumento della richiesta


2. Il ruolo della struttura del villaggio
3. Il ruolo della struttura latifondistica
iii. le forme di sviluppo

262
263

1. La ripartizione delle rendite fondiarie


2. Lartigianato rurale

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Pagina xi

Indice

xi

michel kaplan
xi. Costantinopoli e leconomia urbana
p. 265

i. lo sviluppo urbano
1. La popolazione
ii. lorganizzazione dello spazio e il paesaggio urbano

268

1. Dalla met del vi alla fine del ix secolo

269

2. I nuovi sviluppi

271

3. I quartieri portuali
iii. la citt capitale

273
279
281
284

1.
2.
3.
4.

La capitale dellImpero
Le istituzioni di Costantinopoli
La citt santa
La capitale delle reliquie

iv. leconomia
285
288
292
295

1.
2.
3.
4.

I mestieri
Strutture sociali della produzione
Il grande commercio
Il rifornimento della capitale

v. la societ di costantinopoli
297
298
299
303

1.
2.
3.
4.

Il ruolo preponderante dellaristocrazia


Lascesa della borghesia
Lartigianato e i suoi impiegati
Esclusi ed emarginati

ccile morrisson
xii. Moneta, finanze e scambi
i. lorganizzazione delle emissioni monetarie
305
307
310
310

1.
2.
3.
4.

Le fonti del metallo: miniere e riserve monetarie


Cenni del sistema monetario
Lorganizzazione dellemissione monetaria
Le zecche

ii. contrazione, resistenza e adattamento: il secolo buio (fine del vii met del ix secolo)
312
315

1. Contrazione e adattamenti
2. La sopravvivenza della sfera monetaria e i suoi limiti

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xii

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Pagina xii

Indice
iii. una prima rinascita monetaria: da teofilo a costantino vii (met
del ix-x secolo)

p. 318
319
320

1. Una produzione e una circolazione pi intense


2. Il contesto fiscale e di bilancio
iv. lespansione e i suoi problemi (fine del x - fine del xii secolo)

321
323
324
325
326

329

1.
2.
3.
4.
5.

Lespansione dellxi secolo


La crisi di fine xi secolo
La riforma di Alessio I e il sistema delliperpero
La monetarizzazione dellepoca di Manuele I e le finanze dellImpero
Il bisante nel commercio mediterraneo

batrice caseau e marie-hlne congourdeau


xiii. La vita religiosa
i.

330
339

lordinamento dei fedeli


1.
2.

I ritmi della vita


La Chiesa e la societ

ii. le forme della piet


343
348
350
353
354
355

1.
2.
3.
4.
5.

iii. il monachesimo

356
357

363
364
371
376
381
385

397

1.
2.

Fondare un monastero
Una nuova geografia monastica

bernard flusin
xiv. Linsegnamento e la cultura scritta
1.
2.
3.
4.
5.

I secoli oscuri
Il rinnovamento (fine dellviii-ix secolo)
Fozio, Areta e il loro tempo
Il regno di Costantino Porfirogenito
Lapogeo: xi e xii secolo

jean michel spieser


xv. Larte
i.

398

La vita liturgica
I santi e il loro culto
Il ruolo delle immagini
La tradizione ostile alle immagini
La tendenza mistica: Simeone il Nuovo Teologo

linee generali
1. 650-886

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Pagina xiii

Indice
p. 399
400

2.
3.

xiii

886-1025
1025-1204

ii. i grandi ambiti artistici


402
408
417

1.
2.
3.

Larchitettura
La pittura monumentale e le icone
Dalla Corte alla citt e alla campagna: arte profana, arti suntuarie,
oggetti quotidiani

parte quarta Le regioni dellImpero

429
432
433
440
448
450
460

bernadette martin-hisard
xvi. LAnatolia e lOriente bizantino
i.

dalloriente allanatolia (vii - fine del ix secolo)


1.
2.

LAnatolia in guerra
La nuova Anatolia

ii. lanatolia e i suoi nuovi confini (fine del ix - met dellxi secolo)
1.
2.

Lespansione dellAnatolia
LAnatolia e lillusione della pace

iii. la spartizione dellanatolia (met dellxi secolo - 1204)


466
472
478

481
483
489
496
501

513
515
523
535

1.
2.

Il ripiegamento della seconda met dellxi secolo


La spartizione del xii secolo

iv. le isole

jean-claude cheynet
xvii. I Balcani
1.
2.
3.
4.

Le nuove strutture
La questione bulgara
I Balcani bizantini
Lespansione economica

jean-marie martin
xviii. LItalia bizantina (641-1071)
1. I territori dellEsarcato di Ravenna (641-751) e la Sicilia bizantina
(641-902)
2. I temi di Langobardia/Italia e di Calabria (fine del ix secolo - 1071)
3. Considerazioni finali

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xiv

Indice

p. 537

Conclusioni

15:20

Pagina xiv

Appendici
543
553
561
563

565

Sintesi cronologica di Tommaso Braccini


Glossario
Imperatori bizantini
Patriarchi di Costantinopoli

Indice analitico

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Pagina xv

Indice delle illustrazioni

nel testo:
Carte.
p. 6

1. LImpero intorno al 750.

24

2. LImpero a met dellxi secolo circa.

52

3. LImpero a met del xii secolo circa.

266

4. Costantinopoli medievale.

430

5. LOriente.

449

6. Le frontiere dei confini orientali.

482

7. I Balcani.

514

8. LItalia (viii-xi secolo).


Figure.

197

1. La discendenza maschile dei Comneni (x-xii secolo).

201

2. Prospetto genealogico dei Focadi (dal ix secolo allinizio dellxi).


Tabelle.

92

1. Le dignit a Bisanzio (dallviii al xii secolo).

173

2. Strutture comparate del tema e del tagma.

178

3. Gli effettivi dei vari temi.

308

4. Il sistema monetario bizantino (641-1204).

311

5. Le zecche bizantine (met del vii - fine del xii secolo).

322

6. Le principali tappe della svalutazione del nomisma (914-1092).

Tavole fuori testo, tra le pp. 206 e 207:


1. Istanbul, Santa Sofia, mosaico della galleria sud, la Theotokos, xii secolo, particolare.
(Foto Lessing/Contrasto).

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Indice delle illustrazioni

2. Istanbul, Santa Sofia, mosaico del nartece, Leone VI si prosterna ai piedi del Cristo, ix
secolo.
(Foto Lessing/Contrasto).

3. Istanbul, Santa Sofia, mosaico del vestibolo meridionale, Vergine in trono con il Bambino tra gli imperatori Costantino e Giustiniano, x secolo.
(Foto Lessing/Contrasto).

4. Istanbul, Santa Sofia, mosaico della galleria sud, gli imperatori Costantino IX Monomaco e Zoe, xi secolo.
(Foto Lessing/Contrasto).

5. Istanbul, Santa Sofia, mosaico della galleria sud, gli imperatori Giovanni II Comneno e
Irene, xii secolo.
(Foto Lessing/Contrasto)

6. Monastero di Hosios Loukas (Grecia), volta decorata a mosaico, xi secolo.


(Foto Lessing/Contrasto).

7. Monastero di Dafni (Grecia), Nativit, mosaico, inizi del xii secolo.


(Foto Photoservice Electa / AKG Images).

8. Monastero di Dafni (Grecia), Cristo Pantocrator, mosaico, inizi del xii secolo.
(Foto Lessing/Contrasto).

9-10. Trittico di Harbaville, fronte e retro, avorio, met del x secolo.


Parigi, Muse du Louvre. (Foto RMN / Daniel Arnaudet / Archivi Alinari).

11.

Placca raffigurante Cristo che incorona gli imperatori Romano II e Berta di Arles o
Romano IV Diogene e Eudocia Macrembolitissa, intaglio in avorio, x-xi secolo.
Parigi, Bibliothque Nationale. (Foto Bridgeman / Archivi Alinari).

12.

Cristo incorona limperatore Costantino VII, intaglio in legno, x secolo.


Mosca, Museo Pukin. (Foto Bridgeman / Archivi Alinari).

13.

LArcangelo Gabriele, intaglio in steatite, xii secolo.


Fiesole, Museo Bandini. (Foto Scala, Firenze, 1995).

14.

Reliquiario della Vera Croce, interno, smalto cloisonn, 964-65 circa.


Limburg an der Lahn, Dommuseum. (Foto Werner Forman Archive / Scala, Firenze, 2008).

15-16. Reliquiario della Vera Croce, particolari dellesterno, smalto cloisonn, 964-65 circa.
Limburg an der Lahn, Dommuseum. (Foto Lessing/Contrasto).

17.

Nicandro, Theriaca, uomo inseguito dalle api, miniatura su pergamena, met del x
secolo.
Parigi, Bibliothque Nationale, ms Suppl. Gr. 247, f. 3. (Foto Bridgeman / Archivi Alinari).

18.

Basilio II, miniatura su pergamena, xi secolo.


Venezia, Biblioteca Marciana, Cod. Gr. Z. 17., f. IIIr. (Foto Scala, Firenze, 1990).

19.

Codice di Scilitza, assedio di Costantinopoli, miniatura su pergamena, xii secolo.


Madrid, Biblioteca Nacional, Cod. Vitr. 26-2, f. 32v. (Foto Werner Forman Archive / Scala, Firenze, 2008).

20.

Codice di Scilitza, battaglia fra la cavalleria bizantina e i Selgiuchidi, miniatura su


pergamena, xii secolo.
Ibidem, 234v.

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Indice delle illustrazioni


21.

xvii

Codice di Scilitza, limperatore Teofilo, miniatura su pergamena, xii secolo.


Ibidem, 42v.

22.

Maestro di Kokkinobaphos, Omelie della Vergine, Cristo in Maest, miniatura su


pergamena, xii secolo.
Parigi, Bibliothque Nationale, ms Gr. 1208, f. 162. (Foto Bridgeman / Archivi Alinari).

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Premessa

Questo secondo volume della serie di tre che saranno dedicati al


mondo bizantino prende le mosse dal primo, diretto da Ccile Morrisson, e si sforza di rispettarne lo spirito. La data con cui si apre questo volume, il 641 che vide la morte di Eraclio, ripresa dal precedente. Come ogni cesura, essa comporta un elemento di arbitrariet, giacch le radici del declino dellImpero, che caratterizza il primo secolo
dellepoca medievale, affondano in un periodo molto anteriore, a partire dallepoca di Giustiniano, con il ritorno delle grandi pandemie e lindebolimento delleconomia mediterranea. Tuttavia, una simile data
facilmente giustificabile. Agli occhi dei Bizantini, Eraclio figurava tra i
pochi imperatori, insieme a Giustiniano, il cui glorioso ricordo aveva superato i secoli, nonostante le disfatte che funestarono la fine del suo regno; inoltre, era stato il primo a utilizzare ufficialmente il titolo di basileus. Ancora, lImpero nel 641 aveva ormai acquisito la propria identit religiosa e linguistica, e i suoi confini, anche se ci sarebbe voluto
ancora quasi un secolo per fissare al Tauro il limite delle conquiste califfali. La scelta del 1204 si giustifica senza difficolt, se si tiene presente quanto la perdita della capitale abbia provocato nei Bizantini un crollo politico e mentale, finendo per trasformare la natura stessa del loro
Stato.
La ripartizione cronologica dei tre volumi lascia agli autori del secondo il compito di trattare cinque secoli e mezzo della storia imperiale, ovvero una durata pari a quella trattata dagli altri due volumi messi insieme. Questa sproporzione si spiega sia per una volont di coerenza, sia
per una concomitante disuguaglianza della distribuzione delle fonti: tra
la notevole abbondanza delle fonti tardoantiche e quella, agevole se si
tiene conto dellesiguit di Bisanzio allepoca del periodo dei Paleologhi, lepoca di mezzo sfavorita, bench la scarsit di documentazione
si attenui a partire dallxi secolo.
La volont di rendere comprensibile levoluzione dellImpero in un
arco di pi di cinque secoli richiedeva di sviluppare maggiormente la

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Premessa

narrazione degli avvenimenti, rispetto al primo volume. Talora in questa prima parte sono state inserite delle trattazioni di una certa lunghezza su argomenti che non erano trattati altrove: lAfrica perduta alla fine del vii secolo, o i rapporti tra lImpero e i crociati occidentali.
Allo stesso modo, sono state inevitabili alcune sovrapposizioni con
il primo volume, in quanto si voluto evitare di rimandare sistematicamente a esso, e ci ha comportato alcune ripetizioni nella bibliografia
e, pi di rado, nel testo. La struttura di questo volume molto simile al
precedente: presentazione dei lineamenti principali della storia evenemenziale, analisi delle principali strutture, fondamenti della civilt e studi sulle regioni. Alle strutture tradizionali, limperatore, la Chiesa e lesercito, sono stati aggiunti un saggio sullaristocrazia bizantina, che ha
alimentato i quadri di queste istituzioni per tutto il corso dellepoca in
esame, e una descrizione del mondo rurale, che ha contribuito in maniera preponderante al rifornimento della megalopoli costantinopolitana,
al finanziamento delle guerre quasi permanenti, e al reclutamento dellesercito. In linea di massima, stato dato un ruolo in qualche misura
pi importante alla storia sociale. Dal momento che i fondamenti della
civilt bizantina erano stati gettati nel periodo tardoantico, essi restano identici, mentre gli studi sulle regioni sono pi ridotti che nel volume precedente, per tenere conto della forte diminuzione del territorio
bizantino. Ai territori occidentali, con leccezione dellItalia, non stato dedicato alcun capitolo specifico, poich restarono poco sotto la dominazione bizantina e gi intorno al 700 erano stati quasi completamente sommersi dalla conquista araba. La situazione dellAfrica sommariamente evocata nel primo capitolo di storia evenemenziale.
La bibliografia deve limitarsi a presentare una scelta ridotta di una
produzione immensa. Abbiamo privilegiato le opere in francese e in inglese, limitando i riferimenti alle opere in altre lingue ai lavori di cui non
esisteva lequivalente nelle due lingue summenzionate. Allo stesso modo, viene presentato un numero limitato di fonti, perlopi nella bibliografia generale, anche se alcune pi specifiche sono precisate nella bibliografia dei singoli capitoli. Ci siamo sforzati di segnalare le traduzioni esistenti. Infine, quando alcuni soggetti, come il ruolo del commercio, sono
dispersi in pi capitoli, lindice permette di raccogliere le informazioni.

Ringrazio di cuore i colleghi che hanno accettato di rileggere questo libro, tutto o
in parte: Marie-France Auzpy, Jolle Beaucamp, Batrice Caseau, Vincent Droche,
Bernadette Martin-Hisard, Sophie Mtivier, Paule Pags e Constantin Zuckerman.

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Introduzione metodologica e bibliografica

abbreviazioni di opere e riviste.


AASS
AB
ACO
AnnalesESC
AOC
BAR
BBA
BBS
BCH
BEFAR
BHG
BMGS
BS
BSl.
Byz.
ByzF
BZ
CArch.
CCG
CCCM
CCM
CFHB
CI
CIG
CISAM
CRAI
CSCO
CSHB
DACL
DHGE
DOC
DOP
DS

Acta Sanctorum [6]


Analecta Bollandiana
Acta conciliorum oecumenicorum [7]
Annales. conomies, Socits, Civilisations
Archives de lOrient chrtien
British Archaeological Reports
Berliner byzantinische Arbeiten
Berliner byzantinische Studien
Bulletin de Correspondance hellnique
Bibliothque des coles franaises dAthnes et de Rome
Bibliotheca hagiographica graeca e Novum auctarium [90]
Byzantine and Modern Greek Studies
Byzantina Sorbonensia
Byzantinoslavica
Byzantion
Byzantinische Forschungen
Byzantinische Zeitschrift
Cahiers archologiques
Corpus christianorum. Series graeca [10]
Corpus christianorum. Continuatio medievalis [11]
Cahiers de civilisation mdivale
Corpus Fontium Historiae Byzantinae [12]
Codex Iustinianus, a cura di P. Krger
Corpus Inscriptionum Graecarum, Berlin
Centro italiano di Studi sullalto Medioevo, Spoleto
Comptes rendus de lAcadmie des Inscriptions et Belles-Lettres
Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium [13]
Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae [14]
Dictionnaire darchologie chrtienne et de liturgie
Dictionnaire dhistoire et de gographie ecclsiastiques
Dumbarton Oaks Collection [34]
Dumbarton Oaks Papers
Le Dictionnaire de Spiritualit, 21 voll., Paris 1932-95

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Introduzione metodologica e bibliografica

DTC
EEBS
EHB
EI
FM
GRBS
HC IV e V
Hommes
IstMitt
JB
Mansi
MB I
MEFRM
MGH
Nov.
OCA
OCP
ODB
PG
PL
PO
RE
REB
RESEE
RH
RHC
RHM
RHR
RN
RP
RSBN
SBS
SC
Scriptores
TIB
TM
TM, Monogr.
TRW
VR
VTIB
ZRVI

Dictionnaire de thologie catholique


Epeteris Hetaireias Byzantinon Spoudon
Economic History of Byzantium [548]
Encyclopdie de lIslam, I e II ed., Leiden 1960 sgg.
Fontes Minores
Greek Roman and Byzantine Studies
Histoire du christianisme des origines nos jours [114]
Hommes et richesses dans lEmpire byzantin [489]
Istanbuler Mitteilungen
Jahrbuch der sterreichischen Byzantinistik (prima del 1969,
JBG)
Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio [15]
Il mondo bizantino, I. LImpero romano dOriente (330-641), a cura
di C. Morrisson, ed. it. a cura di S. Ronchey e T. Braccini, Torino
2007
Mlanges de lcole franaise de Rome. Moyen ge
Monumenta Germaniae Historica
Corpus Iuris Civilis III. Novellae, a cura di Schoell-Kroll
Orientalia Christiana. Analecta
Orientalia Christiana. Periodica
The Oxford Dictionary of Byzantium [121]
Patrologiae cursus completus. Series graeca, a cura di J.-P. Migne
Patrologiae cursus completus. Series latina, a cura di J.-P. Migne
Patrologia orientalis [19]
Realencyclopdie der classischen Altertumswissenschaft [781]
Revue des tudes byzantines
Revue des tudes du Sud-Est europen
Revue Historique
Recueil des Historiens des Croisades
Rmische historische Mitteilungen
Revue de lhistoire des religions
Revue numismatique
rhalles-potles [20]
Rivista di studi bizantini e neoellenici
Studies in Byzantine Sigillography
Sources chrtiennes [21]
Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. vi-ix
Tabula Imperii Byzantini [2]
Travaux et Mmoires, Cnrs - Collge de France
Travaux et Mmoires, Monographies
Transformation of the Roman World
Variorum Reprints (Collected Studies)
Verffentlichungen der Kommission fr die Tabula Imperii Byzantini
Zbornik Radova Vizantolokog Instituta

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strumenti bibliografici generali.


In questa sede non verranno ripresi sistematicamente gli strumenti bibliografici gi forniti in MB I, al quale si rinvia per le biblioteche e i siti online, limitandosi a ricordare
lindirizzo del principale sito francese, che presenta collegamenti con gli altri siti bizantinistici francesi e stranieri: www. college-de-france/chaires.
In maniera analoga, si rinvia a MB I per la lista dei dizionari, delle enciclopedie e delle
storie della letteratura.
Topografia.
[1] talbert r. (a cura di), Barrington Atlas of the Greek and Roman World, Princeton 2000 (eccellente cartografia in scala 1:500.000 e 1:1.000.000).
[2] Tabula Imperii Byzantini, Wien 1976 (repertorio e commenti dei siti conosciuti
tramite i testi e larcheologia, con eccellenti carte in scala 1:800.000; i volumi finora pubblicati riguardano lEgeo settentrionale, lEllade, la Tessaglia, la Cappadocia, Nicopoli e Cefalonia, Galazia, Licaonia, Cilicia, Isauria, Tracia, Frigia,
Pisidia, Paflagonia e Onoriade, Licia, Panfilia).
[3] haldon j., The Palgrave Atlas of Byzantine History, Basingstoke 2005.
[4] riley smith j., Atlas des croisades, ed. francese rivista e introdotta da M. Balard,
Paris 1996.
[5] jedin h., latourette k. s., martin j., Atlas dhistoire de lglise. Les glises chrtiennes hier et aujourdhui, Turnhout 1990.

fonti.
In questa sezione sono riunite le principali fonti per la storia bizantina del periodo in
esame. Allinizio di ciascun paragrafo, se necessario, saranno fornite informazioni complementari.
Repertori.
Le fonti in greco, in latino e nelle lingue orientali sono abbondanti e la selezione necessariamente arbitraria. Le traduzioni, nel caso ne esistano, vengono sistematicamente indicate. Il Thesaurus Linguae Graecae (TLG) informatizzato, pur non sostituendo le
edizioni critiche, uno strumento di lavoro indispensabile sia per la quantit di testi
che include (in costante accrescimento), sia per la facilit di consultazione. possibile
fruire di un repertorio ormai datato, quello di i. e. karayannopoulos, g. weiss, Quellenkunde zur Geschichte von Byzanz 324-1453, Wiesbaden 1982. Sar possibile completarlo con lultima edizione del Dictionnaire des auteurs grecs et latins de lAntiquit et
du Moyen ge, a cura di W. Buchwald, A. Hohlweg, O. Prinz, tradotto e aggiornato da
J.-D. Berger e J. Billen, prefazione di J. Billen, Turnhout 1991.

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Collezioni.

[6] Acta Sanctorum, collecta a Sociis Bollandianis, Paris 18633 sgg. (testi agiografici greci e latini; alcune edizioni restano insostituite).
[7] Acta conciliorum oecumenicorum, a cura di E. Schwartz, Berlin 1914-40; J.
Straub, 1970-74.
[8] Archives de lAthos, 22 voll., Paris 1945- (la pubblicazione degli archivi conservati nei monasteri del Monte Athos, iniziata nel 1945, sta ancora proseguendo).
[9] Bibliotheca Teubneriana (collezione di autori greci e latini dallAntichit al
Medioevo, senza trad.).
[10] Corpus christianorum. Series Graeca, Turnhout-Leuven 1977 sgg. (testi patristici;
senza trad.).
[11] Corpus christianorum. Continuatio medievalis, Turnhout 1953 sgg. (come sopra).
[12] Corpus Fontium Historiae Byzantinae, 1967 sgg. (varie serie, con diversi luoghi di
edizione; edizioni di riferimento per numerosi storici bizantini; alcune serie sono accompagnate da una trad.).
[13] Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium, Paris poi Louvain 1903 sgg. (ricca
collezione di studi e testi nelle lingue dellOriente cristiano, con trad.).
[14] Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae, Bonn 1828-97 (collezione di storici greci, con trad. latina; invecchiato, ma alcune edizioni restano insostituite).
[15] mansi j. d., Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia
1759-98 (atti dei concili in greco e latino).
[16] Patrologiae cursus completus. Series Graeca, a cura di J.-P. Migne, 161 voll., Paris
1857-66 (la pi ricca collezione di edizioni di testi patristici, con trad. latina; numerose fonti narrative; riprende i testi di CSHB).
[17] Patrologiae cursus completus. Series Latina, a cura di J.-P. Migne, 221 voll., Paris
1844-55.
[18] Monumenta Germaniae Historica, Berlin 1826 sgg. (in parte digitalizzato su
www.gallica.fr).
[19] Patrologia orientalis, a cura di R. Graffin e F. Nau, Athenesin poi Turnhout 1903
sgg. (testi nelle lingue dellOriente cristiano, con trad.).
[20] rhalles g. a., potles m., Syntagma ton theion kai hieron kanonon, 6 voll., 18521859 (testi canonici in greco).
[21] Sources chrtiennes, Lyon-Paris 1941 sgg. (testi con trad. e note; autori greci e latini, essenzialmente patristici; vite di santi; storici della Chiesa).
[22] Studi e Testi, Citt del Vaticano 1900 sgg.
[23] Subsidia hagiographica, Bruxelles (studi di agiografia; ed. di testi agiografici).

fonti documentarie.
Diplomatica.
[24] dlger f., karagiannopoulos i. e., Byzantinische Urkundenlehre, Mnchen 1968.
Epigrafia.
[25] allen j. s., evcenko i. (a cura di), Dumbarton Oaks Bibliographies, based on Byzantinische Zeitschrift, 2 serie, vol. I, Epigraphy, Washington DC 1981.

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[26] brard f. e altri, Guide de lpigraphiste. Bibliographie choisie des pigraphies antiques et mdivales, Paris 20003 (strumento di lavoro essenziale).
[27] feissel d., Bulletin pigraphique. Inscriptions chrtiennes et byzantines, 1987(bibliografia analitica che compare ogni anno nella Revue des tudes grecques). Questo materiale stato di recente riunito in un comodo volume: d.
feissel, Chroniques dpigraphie byzantine, 1987-2004, TM, Monogr., n. 20,
2006.
Fonti geografiche e amministrative.
[28] oikonomides n., Les listes de prsance byzantines des ixe et xe sicles, introduzione, testo, traduzione e commento, Le Monde byzantin, Paris 1972 (fondamentale).
[29] darrouzs j., Notitiae episcopatuum Ecclesiae Constantinopolitanae, testo critico,
introduzione e note, Paris 1981.
[30] costantino porfirogenito, De thematibus, a cura di A. Pertusi, Citt del Vaticano 1952.
[31] constantine porphyrogenitus, De administrando imperio, CFHB 1 [trad. ing. a
cura di G. Moravcsik, Washington 19672].
Numismatica e metrologia.
[32] bertel t., Numismatique byzantine, a cura di C. Morrisson, Wetteren 1978 (introduzione estremamente chiara).
[33] grierson ph., Byzantine Coins, London - Los Angeles 1982.
[34] grierson ph. e altri, Catalogue of the Byzantine Coins in the Dumbarton Oaks Collection and in the Whittemore Collection, II. 602-717; III. 717-1081, Washington DC 1968-73; hendy m., IV. 1081-1261, Washington 1999 (vastissima collezione; le introduzioni sono notevolmente ricche).
[35] morrisson c., Catalogue des monnaies byzantines de la Bibliothque nationale, 2
voll., Paris 1970 (catalogo ragionato; brevi introduzioni).
[36] schilbach e., Byzantinische Metrologie, Mnchen 1970.
[37] schilbach e., Byzantinische metrologische Quellen, Thessaloniki 1982.
Sigillografia.
[38] cheynet j.-c., Lusage des sceaux Byzance, in Sceaux dOrient et leur emploi, Louvain 1997, pp. 23-40.
[39] cheynet j.-c., morrisson c., seibt w., Les sceaux byzantins de la collection Henri Seyrig, Paris 1991.
[40] jordanov i., Corpus of Byzantine Seals from Bulgaria, I. Byzantine Seals with Geographical Names, Sofia 2003 (rec. di W. Seibt, BZ, 98/1 [2005], pp. 129-33).
[41] laurent v., Le Corpus des sceaux de lEmpire byzantin, II. Ladministration centrale, Paris 1981; V. Lglise, Paris 1963-72, capp. i-iii (incompiuto).
[42] nesbitt j., oikonomides n., Catalogue of the Byzantine Seals at Dumbarton Oaks
and in the Fogg Museum of Art, 5 voll., Washington 1991-2005 (sono stati pubblicati i cinque volumi dedicati alle regioni).
[43] schlumberger g., Sigillographie de lEmpire byzantin, Paris 1884 (invecchiato,
ma alla base della sigillografia moderna).

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[44] seibt w., Die byzantinischen Bleisiegel in sterreich, I. Kaiserhof, Wien 1978; seibt
w. (con a. wassiliou), II. Zentral-und Provincialverwaltung, Wien 2004.
[45] zacos g., veglery a., Byzantine Lead Seals, 3 voll., Basel 1972, vol. I.
[46] zacos g., Byzantine Lead Seals, a cura di J. W. Nesbitt, Bern 1985.
Cronologia e regesti, prosopografia.
[47] grumel v., La chronologie, Paris 1958.
[48] dlger f., Regesten der Kaiserurkunden des ostrmischen Reiches von 565-1453, 5
voll., Mnchen 1924-65.
[49] Prosopographie der mittel-byzantinischen Zeit, compilato, sulla base di un lavoro
preparatorio di F. Winkelmann, da R.-J. Lilie, C. Ludwig, T. Pratsch, I. Rochow, in collaborazione con W. Brandes, J. R. Martindale, B. Zielke, Berlin New York 1998-2002.
[50] The Prosopography of the Byzantine Empire, I. 641-867, a cura di J. Martindale,
Aldershot 2001 (cd-rom).
[51] Les Regestes des Actes du patriarcat de Constantinople, I. Les Actes des patriarches,
fasc. 1, Les Regestes de 381 715, a cura di V. Grumel, 2a ed. rivista e corretta,
Paris 1972; fascc. 2 e 3, Les Regestes de 715 1206, a cura di V. Grumel, 2a ed.
rivista e corretta da J. Darrouzs, Paris 1989.
Le fonti narrative.
Fonti greche.
[52] Theophanis Chronographia, 2 voll., a cura di C. de Boor, Leipzig 1883-85 [trad.
ing. The Chronicle of Theophanes Confessor. Byzantine and Near Eastern History
AD 284-813, a cura di C. Mango e R. Scott, in collaborazione con G. Greatrex,
Oxford 1997].
[53] nicephoros patriarch of constantinople, Short History, CFHB 13 [trad. ing.
a cura di C. Mango, Washington DC 1990].
[54] georgius monachus, Chronicon, a cura di C. de Boor (con P. Wirth), Stuttgart
1904, 19782.
[55] Iosephi Genesii regum libri quattuor, CFHB 4, a cura di A. Lesmueller-Werner e
I. Thurn, Berlin 1978.
[56] theophanes continuatus, CSHB, a cura di I. Bekker, Bonn 1838 (contiene anche le edizioni di Simeone Magistro e di Giorgio Monaco).
[57] leonis diaconi calonsis, Historiae libri decem, CSHB, a cura di C. B. Hase,
Bonn 1828 [trad. ing. The History of Leo the Deacon. Byzantine Military Expansion in the Tenth Century, a cura di A.-M. Talbot e D. F. Sullivan, Washington
DC 2005].
[58] ioannis scylitzae, Synopsis Historiarum, CFHB 5, a cura di I. Thurn, Berlin New York 1973 [trad. fr. di B. Flusin con annotazioni di J.-C. Cheynet, Empereurs de Constantinople, Paris 2003].
[59] miguel ataliates, Historia, a cura di I. Prez Martn, Madrid 2002.
[60] michel psellos, Chronographie, 2 voll., a cura di . Renauld, Paris 19672; edizione it. Imperatori di Bisanzio. Michele Psello. Cronografia, 2 voll., a cura di S.
Impellizzeri, trad. dal greco S. Ronchey, Milano 1984.
[61] Nicephori Bryennii historiarum libri quattuor, CFHB 9, a cura di P. Gautier, Bruxelles 1975.

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[62] anne comnne, Alexiade, a cura di B. Leib, Paris 1967 ; nuova ed. (senza trad.)
Annae Comnenae Alexias, Pars prior. Prolegomena et textus, CFHB 40.1, a cura di
D. R. Reinsch e A. Kambylis, Berlin - New York 2001.
[63] Ioannis Cinnami, Epitome, CSHB, a cura di A. Meineke, Bonn 1836; trad. fr.
jean kinnamos, Chronique, a cura di J. Rosenblum, Paris 1972].
[64] Nicetae Choniatae Historia, CFHB 9, a cura di I. A. Van Dieten, Berlin - New
York 1975 [trad. ing. O City of Byzantium. Annals of Niketas Choniates, a cura di
H. J. Magoulias, Detroit 1984]; ed. it. niceta coniata, Grandezza e catastrofe
di Bisanzio, vol. I, introduzione di A. Kazhdan, testo critico e commento a cura di R. Maisano, trad. di A. Pontani, Milano 1994; vol. II, a cura di A. Pontani, Milano 1999 (i due volumi finora pubblicati giungono fino al libro XIV del
testo).
Fonti arabe.
[65] The History of al Tabar, 36 voll., Albany (N.Y.) 1989-92.
[66] yahy di antiochia, Histoire de Yahy ibn-Sad al-Antki, Continuateur de Sad
ibn-Bitriq, a cura di I. Kratchovsky e A. Vasiliev, I. PO, XVIII (1924), pp. 700833; II. PO, XXIII (1932), pp. 347-520; III. a cura di I. Kratchovsky con trad.
fr. annotata di F. Micheau e G. Troupeau, PO, XLVII, fasc. 4, Turnhout 1997
[trad. it. yay al-an<ak, Cronache dellEgitto fatimide e dellImpero bizantino
(937-1033), a cura di B. Pirone, Milano 1998].
Fonti armene.
[67] pseudo sebeos, The Armenian History attributed to Sebeos, a cura di R. W. Thomson, commento storico di J. Howard-Johnston, 2 voll., Liverpool 1999 [trad. it.
sebos, Storia, a cura di C. Gugerotti, Verona 1990].
[68] yohannes drasxanakertc, Histoire dArmnie, a cura di P. Boisson-Chnorhokian, CSCO 605, Louvain 2004.
[69] tienne asolik de taron, Histoire universelle, a cura di F. Macler, Paris 1917.
[70] aristaks de lastivert, Rcit des malheurs de la nation armnienne, trad. fr. con
introduzione e commento di M. Canard e H. Berbrian sulla base delled. russa
di K. Yuzbashian, Bruxelles 1973.
[71] Armenia and the Crusades Tenth to Twelfth Centuries. The Chronicle of Matthew of
Edessa, a cura di A. E. Dostourian, New York - London 1993.
Fonti latine.
[72] Recueil des historiens des croisades. Historiens occidentaux, 5 voll., Paris 1844-95.
[73] willelmus tyrensis, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, CCCM,
63A, a cura di R. B. C. Huygens, Turnholt 1986 [trad. fr. Guillaume de Tyr,
Chronique du royaume franc de Jrusalem de 1095 1184, a cura di G. e R. Mtais, Paris 1999].
[74] de villehardouin g., La conqute de Constantinople, 2 voll., a cura di . Faral,
Paris 1973 [trad. it. La conquista di Costantinopoli, a cura di A. Meliciani, Napoli 1992; a cura di F. Garavini, Torino 1962].
Fonti documentarie.
[75] Actes de Lavra, 4 voll., a cura di P. Lemerle e altri (Archives de lAthos, V, VIII,
X, XI), Paris 1970-82.

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Introduzione metodologica e bibliografica

[76] Actes de Xropotamou, a cura di J. Bompaire (Archives de lAthos, III), Paris 1964.
[77] Actes dIviron, 4 voll., a cura di J. Lefort e altri (Archives de lAthos, XIV, XVI,
XVIII, XIX), Paris 1985-95.
[78] Actes du Prtaton, a cura di D. Papachryssanthou (Archives de lAthos, VII), Paris 1975.
[79] miklosich f., mller i., Acta et Diplomata Graeca medii aevi sacra et profana, 4
voll., Wien 1860-90.
[80] Byzantine Monastic Foundations Documents, 5 voll., a cura di J. Thomas, A.
Constantinides-Hero, Washington DC 2000. (Questopera comprende la traduzione di tutti i typika bizantini conservati, con una introduzione per ognuno di essi).
Fonti giuridiche.
[81] Basilicorum Libri LX, a cura di H. J. Scheltema e N. Van der Wal, 7 voll., Groningen 1955-88.
[82] Ecloga = Das Gesetzbuch Leons III. und Konstantinos V., a cura di L. Burgmann,
Frankfurt 1983.
[83] joannou p., Discipline gnrale antique. iie-ixe s., I/1. Les canons des conciles cumniques; I/2. Les canons des synodes particuliers, II. Les canons des Pres grecs, Roma 1962-63.
[84] koder j., Das Eparchenbuch Leons des Weisen (CFHB 33), Wien 1991.
[85] svoronos n. g., La Synopsis major des Basiliques et ses appendices, Paris 1964.
[86] svoronos n. g., Les novelles des empereurs macdoniens concernant la terre et les
stratiotes, a cura di P. Gounaridis, Athnes 1994 [trad. ing. di E. McGeer, The
Land Legislation of the Macedonian Emperors, Toronto 2000]. Le novelle di Leone VI sono edite e tradotte in Les novelles de Lon VI, a cura di P. Noailles e A.
Dain, Paris 1944.
[87] svoronos n. g., Recherches sur le cadastre byzantin et la fiscalit aux xie et xiie sicles. le cadastre de Thbes, in 520, n. III.
[88] van der wal n., lokin h. a., Historiae iuris graeco-romani delineatio. Les sources
du droit byzantin de 300 1453, Groningen 1985.
[89] zepos j. e p., Jus Graecoromanum, 8 voll., Athena 1930-31. Il vol. IV comprende la Peira (pp. 9-260), unimportante raccolta giurisprudenziale dellxi secolo.
Fonti agiografiche (ordine cronologico delle Vite).
[90] Bibliotheca hagiographica graeca (1957), a cura di F. Halkin, Bruxelles 19673, e
Novum auctarium bibliothecae hagiographicae graecae, Bruxelles 1984.
[91] Les plus anciens recueils des miracles de saint Dmtrius et la pntration des Slaves
dans les Balkans, I. Le texte, a cura di P. Lemerle, Le Monde byzantin, Paris
1979.
[92] The Life of St Philaretos the Merciful written by his Grandson Nicetas, a cura di L.
Ryden, Uppsala 2002.
[93] La Vie dtienne le Jeune par tienne le Diacre, BHG, 1666, a cura di M.-F.
Auzpy, Birmingham 1997.
[94] efthymiadis, s. (a cura di), The Life of the Patriarch Tarasios by Ignatios the Diacon, Aldershot 1998.
[95] Vie dEuthyme de Sardes, a cura di J. Gouillard, TM, 10 (1981), pp. 1-101.
[96] Vita Euthymii Patriarchae Cp., a cura di P. Karlin-Hayter, Bruxelles 1970.

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[97] Vie dAndr Salos, BHG, 115 z, a cura di L. Ryden, Uppsala 1995.
[98] The Life of Saint Nikon, a cura di D. F. Sullivan, Brooklyn 1987.
[99] The Life of Lazaros of Mt. Galesion. An eleventh-century pillar saint, a cura di R.
P. H. Greenfield, Washington DC 2000.
[100] La vie de saint Cyrille le Philote moine byzantin, a cura di . Sargologos, Subsidia hagiographica, 39 (1964).
[101] The Life of Leontios patriarch of Jerusalem, BHG, 985, a cura di D. Tsougarakis,
Leiden - New York - Kln 1993.
Gli epistolari.
[102] mango c. e efthymiadis s. (a cura di), The correspondence of Ignatios the Deacon,
CFHB 39, Washington DC 1997.
[103] fatouros g. (a cura di), Theodori Studitae epistulae, CFHB 31, Berlin 1991.
[104] photios, Epistulae et Amphilochia, a cura di B. Laourdas e L. G. Westerink, 3
voll., Leipzig 1983-85.
[105] nicholas i, patriarch of constantinople, Letters, CFHB 6, a cura di R. J. H.
Jenkins e L. G. Westerink, Washington DC 1973.
[106] markopoulos a. (a cura di), Anonymi Professoris Epistul^, CFHB 37, Berlin New York 2000.
[107] darrouzs j., pistoliers byzantins du xe sicle (AOC 6), Paris 1960 (contiene lettere di Leone di Sinada, Niceforo Urano, Teodoro di Cizico ecc.).
[108] georges e demetrios tornikes, Lettres et Discours, a cura di J. Darrouzs, Le
Monde byzantin, Paris 1970.
[109] michel italikos, Lettres et Discours, a cura di P. Gautier (AOC 14), Paris 1972.
[110] lampros s., Michael Akominatou tou Choniatou ta sozomena, 2 voll., Athena
1880; nuova ed. delle lettere in f. kolovou (a cura di), Michaelis Choniatae Epistulae, CFHB 41, Berlin - New York 2001.
Manuali.
[111]
[112]
[113]
[114]

[115]
[116]
[117]
[118]
[119]

cavallo g. (a cura di), Luomo bizantino, Roma-Bari 1992.


cheynet j.-c., Byzance. LEmpire romain dOrient, Paris 2001.
cheynet j.-c., Byzance, Paris 2005.
dagron g., rich p., vauchez a. (a cura di), vques, moines et empereurs (6101054), vol. IV, Paris 1993 (fondamentale; contributi di G. Dagron, B. Martin,
J.-M. Martin, J. P. Mah e G. Troupeau), e vauchez a. (a cura di), Apoge de la
papaut et expansion de la chrtient (1054-1274), vol. V, Paris 1993 (contributo
di . Patlagean, pp. 27-56 e 329-48, 451-59, 473-85).
ducellier a. e altri, Bisanzio, ed. it. Torino 1988.
ducellier a., kaplan m., martin b., Le Moyen ge en Orient, Byzance et lIslam,
des Barbares aux Ottomans, Paris 2003.
mango c., La civilt bizantina, ed. it. Roma-Bari 1991, 20086.
mango c. (a cura di), The Oxford History of Byzantium, Oxford 2002.
New Cambridge Medieval History, II. ca 700 - ca 900, a cura di R. McKitterick,
Cambridge 1995; III. ca 900-1024, a cura di T. Reuter, Cambridge 1999;
IV. ca 1024-1198, a cura di D. Luscombe e J. Riley-Smith, Cambridge 2004;
V. ca 1198 - ca 1300, a cura di D. Aboulafia, Cambridge 1999 (estremamente
aggiornato).

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[120] ostrogorsky g., Storia dellimpero bizantino, ed. it. Torino (1968) 2005 (buona
trama cronologica, ma invecchiato dal punto di vista delle problematiche).
[121] The Oxford Dictionary of Byzantium, 3 voll., a cura di A. P. Kazhdan, New York
- Oxford 1991 ( in preparazione una nuova edizione).
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prelievo fiscale nel vi e nel vii secolo).
La formazione della legge.
Nella serie FM (Fontes Minores, Frankfurt a. M.) compaiono edizioni e commenti
di numerosi testi giuridici.
[331] burgmann l., Lawyers and Legislators. Aspects of Law-Making in the Time of
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teologo, Catechesi, a cura di U. Neri, Roma 1995); Traits thologiques et thiques, a cura di J. Darrouzs (SC, 113-22), Paris 1966-67; Hymnes, 41-58, a cura
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adiectis synaxariis selectis opera et studio, a cura di H. Delehaye, Bruxelles 1902.
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Introduzione metodologica e bibliografica

[1080] todt k.-p., Region und griechisch-orthodoxes Patriarchat von Antiocheia in mittelbyzantinischer Zeit und im Zeitalter der Kreuzzge (969-1204), BZ, 44 (2001),
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[1082] vryonis s., The decline of Medieval hellenism The Book in the Light of subsequent scholarship, in 1053, pp. 1-15.
[1083] walter c., The Warrior Saints in Byzantine Art and Tradition, Aldershot 2003.
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Le isole.
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xvii. i balcani
Fonti.
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P. Odorico, Paris 2005, pp. 57-138].
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[1092] beevliev v., Die Protobulgarischen Inschriften, Berlin 1963.
[1093] feissel d., spieser j.-m., Les inscriptions de Thessalonique, supplemento a TM,
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[1094] asdracha cura, Inscriptions protobyzantines et byzantines de la Thrace orientale
et de lle dImbros (iiie-xve sicle): prsentation et commentaire historique, Athnes 2003 (riprende alcuni articoli comparsi in precedenza in Archaiologikon Deltion).
Letteratura secondaria.
Opere generali.
[1095] bon a., Le Ploponnse byzantin jusquen 1204, Paris 1951.
[1096] browning r., Byzantium & Bulgaria. A comparative Study across the Early Medieval Frontier, London 1975.
[1097] fine j. v. a. jr, The Early Medieval Balkans. A Critical Survey from the Sixth to the
Late Twelfth Centuries, Ann Arbor 1983.

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Introduzione metodologica e bibliografica

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[1098] franklin s., shepard j., The Emergence of Rus 750-1200, London - New York
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[1099] kravari v., Villes et villages en Macdoine occidentale, Paris 1989.
[1100] obolensky d., Il Commonwealth bizantino: lEuropa orientale dal 500 al 1453,
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[1101] stephenson p., Byzantiums Balkan Frontier. A Political Study of the Northern
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[1102] soustal p., koder j., Nikopolis und Kephallenia (TIB, 3), Wien 1981.
[1103] soustal p., Thrakien (Thrake, Rodope und Haimimontos) (TIB, 6), Wien 1991.
[1104] gjuzelev v., Forschungen zur Geschichte Bulgariens im Mittelalter, Wien 1986.
Gli Slavi.
[1105] anci m., The waning of the Empire. The disintegration of Byzantine rule on the
Eastern Adriatic in the 9th Century, Hortus Artium Medievalium, 4 (1998), pp.
15-24.
[1106] kountoura-galake e., New fortresses and bishoprics in 8th Century Thrace, REB,
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[1107] lemerle p., Invasions et migrations dans les Balkans depuis la fin de lpoque romaine jusquau viiie sicle, RH, 211 (1954), pp. 265-308, poi in 501, n. I.
[1108] lemerle p., La Chronique improprement dite de Monemvasie: le contexte historique et lgendaire, REB, 21 (1963), pp. 5-49, poi in 501, n. II.
[1109] obolensky d., Le culte de Saint Dmtrius Thessalonique dans les relations byzantino-slaves, Thessaloniki 1974.
[1110] oikonomides n., St Andrew, Joseph the Hymnographer, and the Slavs of Patras, in
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sixty-fifth Birthday, Uppsala 1996, pp. 71-78, poi in 635, n. XXIV.
[1111] oikonomides n., A note on the campaign of Staurakios in the Peloponnese (783784), ZRVI, 38 (1999-2000), pp. 61-66, poi in 635, n. XXVI.
[1112] seibt w., Siegel als Quelle fr Slawenarchonten in Griechenland, SBS, 6 (1999),
pp. 27-36.
[1113] turlej s., The legendary motif in the tradition of Patras. St. Andrew and the dedication of the Slavs to the Patras church, BSl., 60 (1999), pp. 374-99.
Le conversioni.
[1114] franklin s., The reception of Byzantine culture by the Slavs, in The 17th International Congress of Byzantine Studies. Major Papers, New York 1986, pp. 383-97;
poi in id., Byzantium, Rus, Russia. Studies in the translation of Christian culture
(VR), Aldershot 2002, n. I.
[1115] hannick c., Les enjeux de Constantinople et de Rome dans la conversion des Slaves mridionaux et orientaux, Settimane CISAM 51, Spoleto 2004, pp. 171-204.
[1116] peri v., Lingresso degli Slavi nella cristianit altomedievale europea, Settimane
CISAM 49, Spoleto 2002, pp. 401-53.
[1117] poppe a., The Political Background to the Baptism of Rus. Byzantine-Russians
between 986-989, DOP, 30 (1976), pp. 197-244; poi in id., The Rise of Christian
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[1118] thomson f. j., The Reception of Byzantine Culture in Medieval Russia (VR), Aldershot 1999.
[1119] Harvard Ukrainian Studies, 12-13 (1988-89), n. speciale dedicato alle missioni di conversione, tra cui quelle verso la Russia.

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Introduzione metodologica e bibliografica

I Bulgari e i loro vicini.


[1120] csernus s., korompay k. (a cura di), Les Hongrois et lEurope: conqute et intgration, Paris-Szeged 1999.
[1121] hanak w., The Infamous Svjatoslav. Master of Duplicity in War and Peace, in 366,
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[1122] malamut ., Les adresses aux princes des pays slaves du Sud dans le Livre des Crmonies, II, 48: interprtation, TM, 13 (2000), pp. 595-615.
[1123] pirivatri s., Samuilos State, Belgrade 1997 (in serbo-croato, ma con un riassunto in inglese).
[1124] shepard j., Symeon of Bulgaria - Peacemaker, Annuaire de lUniversit SaintClment dOchride - Centre de Recherches slavo-byzantines Ivan Dujcev, 83,
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[1125] shepard j., A marriage too far? Maria Lekapena and Peter of Bulgaria, in The Empress Theophano; Byzantium and the West at the Turn of the First Millennium, Cambridge 1995, pp. 121-49.
[1126] tapkova-zaimova v., Byzance et les Balkans partir du vie sicle (VR), London
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[1127] yannopoulos p. a., Le rle des Bulgares dans la guerre arabo-byzantine de 717718, Byz., 67 (1997), pp. 483-516.
[1128] zuckerman c., Les Hongrois au pays de Lebedia: une nouvelle puissance aux confins de Byzance et de la Khazarie ca 836-889, in 368, pp. 51-74.
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[1131] nasturel p. s., Les Valaques balcaniques aux xe-xiiie sicles, ByzF, 7 (1979), pp.
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[1132] ducellier a., La faade maritime de lAlbanie au Moyen ge, Thessaloniki 1981.
[1133] von falkenhausen v., Eine byzantinische Beamtenurkunde aus Dubrownik, BZ,
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[1134] ferluga j., Lamministrazione bizantina in Dalmazia, Venezia 1978.
[1135] ferluga j., Byzantium on the Balkans. Studies on the Byzantine Administration
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[1136] herrin j., Realities of Byzantine Provincial Governement. Hellas and Peloponnesos, 1180-1205, DOP, 29 (1975), pp. 253-84.
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[1140] milanova a., Lhabitat en Bulgarie byzantine (fin xe - fin xiie sicle): lapport de
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[1141] oikonomides n., Recherches sur lhistoire du Bas-Danube aux xe-xie sicles: la Msopotamie de lOccident, RESEE, 3 (1965), pp. 57-79, poi in 337, n. XII.
[1142] shepard j., Tzetzes letters to Leo at Dristra, ByzF, 13 (1979), pp. 191-239.

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Leconomia dei Balcani.


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[1145] kalligas h., Monemvasia, Seventh-Fifteenth Centuries, in EHB, II, pp. 879898.
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[1147] mcdonald w. a., coulson w. e., rosser j., Excavations at Nichoria in Southwest Greece, III. Dark Ages and Byzantine Occupation, Minneapolis 1983.
[1148] malamut ., Thessalonique 830-904, in l. m. hoffmann (con a. monchizadeh)
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[1149] oikonomides n., Le kommerkion dAbydos, Thessalonique et le commerce bulgare au ixe sicle, in Hommes, II, pp. 241-48.
[1150] oikonomides n., Presthlavitza, the Little Preslav, Sdost-Forschungen, 42
(1983), pp. 1-9, poi in 338, n. XIV.
[1151] patlagean ., Limmunit des Thessaloniciens, in 146, pp. 591-601.
[1152] sanders g. d. r., Corinth, in EHB, II, pp. 647-54.
[1153] setton k. m., Athens in the Later Twelfth Century, Speculum, 19 (1944), pp.
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[1154] dujcev i., Der Aufstand von 1185 und die Entstehung des zweiten bulgarischen
Staates, Sofia 1985.
[1155] maksimovi l., suboti g., La Serbie entre Byzance et lOccident, in ByzantinaMetabyzantina, La priphrie dans le temps et lespace, Paris 2003, pp. 169-84.

xviii. litalia bizantina (641-1071)


Fonti.
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quando mancata nel 2002.
[1160] CAG = Corpus des actes grecs dItalie du Sud et de Sicile. Recherches dhistoire et
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[1161] guillou a., Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), 1967.
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[1162]
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[1169]
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[1171]
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[1174]
[1175]
[1176]
[1177]
[1178]
[1179]
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Introduzione metodologica e bibliografica

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Introduzione metodologica e bibliografica

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LImpero bizantino
(641-1204)

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parte prima
La formazione e levoluzione dellImpero nel Medioevo:
gli avvenimenti

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jean-claude cheynet
i. Bisanzio sulla difensiva: la stabilizzazione delle frontiere
(dal vii secolo alla met del ix)

1. Lavanzata dellIslam1.
a) Il fallimento delle controffensive bizantine.
Nel gennaio del 641 Eraclio muore, lasciando lImpero in una situazione critica tanto allinterno quanto allesterno dei confini. Vari pretendenti, figli di letti diversi, si disputavano la successione. Il maggiore degli eredi di Eraclio e gi suo successore designato, Costantino III, moriva di malattia dopo soli tre mesi di regno. Limperatrice Martina voleva
a questo punto porre a capo dellImpero il figlio Eracleona, ma si era inimicata le guarnigioni dOriente al comando di Valentino, il quale laveva privata del potere soltanto per venire eliminato a sua volta, nel 644,
mentre tentava dimpadronirsi del trono. Fu a quel tempo che Costante II, allepoca un fanciullo di appena 14 anni, assunse il governo dellImpero. Sul fronte delle invasioni, alla morte di Eraclio gli Arabi musulmani erano sul punto di impadronirsi dellEgitto, per lo Stato bizantino fonte primaria di approvvigionamenti granari e fiscali. Appunto per tentare
di stornare tale pericolo limperatore vi aveva fatto sbarcare le truppe di
stanza in Tracia, poi respinte dagli Arabi i quali avevano ricevuto rinforzi a seguito dello sfondamento del fronte persiano. Ciro, patriarca di
Alessandria, che a titolo eccezionale era stato nominato governatore
dellEgitto, fu costretto nellautunno del 641 a consegnare la citt nelle
mani del generale arabo Amr, al quale lo stesso califfo Umar aveva affidato il compito di amministrare il paese conquistato.
Ormai gli imperatori non hanno che lo scopo di contenere le offensive degli Arabi che giungono a minacciare la stessa Costantinopoli [Bonner 124; Kaplony 130]. Le operazioni condotte sugli altri fronti sono finalizzate al conseguimento di questo obiettivo prioritario. Costante II
agisce con determinazione allo scopo di salvare quel che si pu. Le regioni dellImpero maggiormente sottoposte alla minaccia araba erano
tre: lAfrica, la Cilicia e lArmenia. LAfrica costituiva un altro importante granaio, bench certo pi modesto dellEgitto. La Cilicia, anche
questa una fertile pianura, rappresentava unaltra preda appetibile per

ar

rd

Corinto

Slavi

Gortina

ellade

Slavi

Carta 1. LImpero intorno al 750 circa.

creta

Gangra

Mar Nero

Alessandria

Rodi

Mira

Sinada

Amasea

cipro

Cesarea

Tripoli

Eufrate

Gerusalemme

Damasco

Kur

Mosul

Ti
gri

califfato omayyade

califfato omayyade

Trebisonda

Costanza

Seleucia

Tiana
Amorio
Iconio
anatolici

Claudiopoli
Nicomedia
opsikion Ancira

Mileto

tracesi

Smirne

Parion

Costantinopoli
tracia

Filippopoli

Anchialo

Dristra
B u lgari

io

b
anu

califfato omayyade

Mare Mediterraneo

Condominio arabo-bizantino
Confini dei temi

Siracusa

Reggio

Va

Tessalonica

Skopje

Otranto

Durazzo

Nissa
Slavi

Sirmio

Cherson

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Bisanzio sulla difensiva

via del fatto che il suo possesso avrebbe potuto far sperare in una controffensiva indirizzata su Antiochia e sul resto della Siria, nei territori
in cui delle popolazioni ribelli, i Mardaiti, continuavano a opporsi alloccupazione araba. LArmenia, infine, era celebre per aver sempre
rifornito di buoni combattenti gli eserciti imperiali. Per lo Stato bizantino, mantenere il controllo sugli altopiani armeni significava sottoporre la Mesopotamia a una minaccia, salvaguardando tuttavia lAnatolia.
Riconquistare lEgitto da poco sottomesso, che mal tollerava lautorit
del califfo e, senza dubbio, le sue esigenze fiscali, non pareva un piano
irrealizzabile, tenendo conto che gli Arabi non disponevano ancora di
una flotta.
Nel 645, un esercito al comando del generale Manuele era sbarcato
senza incidenti a Alessandria, accolto con favore dalla popolazione cittadina ma incapace di tenere le posizioni nel momento in cui Amr pass al contrattacco tornando in forze lanno successivo. Limperatore fu
pi fortunato in Africa. I musulmani, desiderosi di stabilirsi in quella
ricca provincia da quando, nel 642, avevano celermente portato a termine la conquista della Libia e sottomesso le locali trib berbere, che
sembra si siano convertite piuttosto rapidamente alla nuova religione,
nel 647 attaccarono e sconfissero a Sufetula lesarca Gregorio, ribellatosi nella speranza di rinnovare il successo di Eraclio, ma successivamente acconsentirono a ritirarsi non senza aver ottenuto il pagamento dun
enorme tributo. In compenso, gli Arabi avevano aperto un nuovo fronte e, mettendo a profitto lesperienza maturata durante la spedizione di
Manuele, avevano deciso di munirsi duna flotta militare. Il generale Muawiyya, nominato da Umar governatore della Siria ruolo che
conserv anche sotto il califfato di suo cugino Uthman, succeduto a
Umar , era a questo punto libero di sferrare le prime offensive sullAnatolia e sulle isole del Mediterraneo, prima fra tutte Cipro, saccheggiata in due riprese nel 649-50 e nel 654.
Gli Arabi si erano rafforzati giacch, dopo essersi aperti il cammino
verso laltopiano iranico nel 642 con la vittoria riportata a Nihawand
sul sassanide Yazdagirt, erano riusciti ad aver ragione dei loro avversari abbattendone le ultime resistenze grazie alla complicit del comandante di uno degli ultimi eserciti persiani, costringendo il sovrano a riparare nel Khorasan e facendo fallire il suo tentativo di alleanza con i
Turchi. La sconfitta e la morte del monarca sassanide portarono al crollo definitivo del regno persiano, che cess di esistere nel 652. La cronologia delle operazioni di guerra condotte dagli Arabi in Persia permette
di comprendere quali truppe arabe fossero disponibili per fronteggiare
gli eserciti bizantini.

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La formazione e levoluzione dellImpero nel Medioevo

Il 5 ottobre 641 gli Arabi avevano espugnato Dvin, sede del patriarcato dArmenia, facendo numerosi prigionieri. Tuttavia gi nel 643, nel
corso duna nuova, massiccia offensiva araba, larmeno Teodoro Restuni, eletto dai Bizantini governatore della paese, riusc ad annientare uno
dei corpi darmata musulmani. Questa campagna, se da un lato rese evidenti le difficolt incontrate dal nemico nel concretizzare un piano di
conquista dellArmenia, rivel daltro canto alle popolazioni locali lenergia delloffensiva araba. I Bizantini da allora si sforzarono di non
contrariare i principi armeni per evitare il rischio di defezioni e alleanze con gli Arabi. Un concilio tenuto a Dvin nel 648 conferm il definitivo rifiuto dei canoni calcedonesi da parte della Chiesa armena. Teodoro Restuni opt per la sottomissione al califfo, a dispetto delle pressioni esercitate da Bisanzio sullArmenia quando, nel 653, Costante II,
alla testa di un poderoso esercito, era giunto di persona in Oriente. Le
prime richieste degli Arabi furono modeste, giacch il tributo da essi reclamato era rappresentato da una somma negoziabile e, senza pretendere che sul territorio rimanessero di stanza contingenti armati, si erano
limitati a esigere dalle truppe armene che fossero disposte a difendere il
loro paese, ovviamente in funzione anti-bizantina. Laccordo stipulato
da Restuni non fu accolto con unanime favore dai principi locali, che
specialmente i residenti nelle province armene occidentali guardavano in gran parte ancora a Costantinopoli.
Nelle province da poco occupate dagli Arabi, una volta evacuata la
regione dalle truppe bizantine, la popolazione non dovette accettare con
troppa difficolt linsediamento degli invasori, i quali non avevano n
modificato i quadri amministrativi del paese n, senza dubbio, sconvolto in alcun modo il vigente sistema fiscale. Soltanto tra le montagne del
Libano, in luoghi pi propizi alla resistenza, i Mardaiti continuarono a
compiere scorrerie che preoccuparono a lungo i califfi, in particolare
quando questi ultimi vennero a risiedere nella vicina Damasco. I cristiani in un primo tempo attesero il ritorno del basileus, ricordando la riscossa di Bisanzio che aveva infine visto Eraclio trionfare sui Persiani;
in seguito, tuttavia, il trascorrere dei decenni fece svanire anche questa
speranza, forse per breve tempo ravvivata alla notizia della sconfitta di
Muawiyya dinanzi a Costantinopoli, nel 677. Anastasio Sinaita ha descritto le condizioni in cui versavano allepoca i fedeli, una minoranza
dei quali in parte prigionieri di guerra che, grazie alla conversione volontaria, potevano essere restituiti alla libert si islamizz, mentre il
resto continu a sopportare il giogo imposto dai conquistatori.
I vincoli tra lImpero e le sue antiche province si allentarono senza
dubbio pi lentamente di quanto la rapidit della conquista possa far so-

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Bisanzio sulla difensiva

spettare. Simboli dellantico governo, quali le consuetudini monetarie


o le misure di datazione dei documenti, contrassegnati ancora in base
agli anni di regno dellimperatore, non scomparvero immediatamente.
La libera circolazione dei mercanti fra le due potenze non fu mai del tutto interrotta, ma le conoscenze di cui disponiamo relativamente a questa fase di transizione permangono ancora troppo frammentarie. La capitale bizantina continu a tenersi informata sui fatti di Siria e di Palestina, come possono testimoniare le fonti della Cronaca di Teofane, che
presupporrebbe la presenza di numerosi monaci palestinesi a Costantinopoli fino allinizio del ix secolo.
b) Abbattere lImpero.
Dopo la disfatta della Persia Muawiyya, governatore della Siria, giudicava fosse finalmente giunto il momento dellassalto definitivo a Bisanzio. Grazie agli arsenali siriani ed egiziani, poteva ormai disporre di
una flotta, e dal 654 preparava un attacco diretto contro la capitale bizantina. Lanno seguente, la flotta araba si era gi dimostrata in grado
di trionfare al largo delle coste della Licia su quella di Costante II. LImpero pot per godere ancora dun po di respiro a causa di una sconfitta subita in Armenia dagli Arabi, i quali dovettero altres fronteggiare
nello stesso periodo una violenta rivolta nella Media e soprattutto la
guerra civile scoppiata in seguito alluccisione del califfo Uthman, nel
656. Nel corso dei quasi cinque anni successivi allassassinio di Uthman, gli eserciti di Muawiyya e del suo rivale Ali, anchegli pretendente alla successione califfale, continuarono ad affrontarsi.
Costante II ottenne da Muawiyya, che temeva di essere attaccato
alle spalle, una momentanea cessazione delle ostilit dietro il versamento di un tributo di 1000 nomismata, oltre a uno schiavo e a un cavallo
per ogni giorno di tregua. Limperatore ebbe cos il tempo di liberare,
nel 658, parte della Tracia, ove fece prigionieri numerosi Slavi, riaffermando la sua autorit sui territori balcanici ancora controllati dallImpero. Sembra assai verisimile che Costante II avesse concepito, in termini pi ampi, un vasto disegno inteso a riequilibrare lassetto dellImpero rinforzando le province dOccidente. Il progetto era forse connesso
alla notizia della definitiva vittoria conseguita da Muawiyya su Ali,
che faceva presagire la ripresa delloffensiva araba? La data dellassassinio del califfo Ali non pu essere determinata con precisione, ma si
concorda generalmente che la sua morte sia avvenuta nel 661. Lanno
seguente, affidato al figlio il governo di Costantinopoli, Costante II salp
per Tessalonica a capo di una flotta, dirigendosi quindi verso Atene pri-

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ma di approdare, nella primavera successiva, a Taranto. A Roma fu ricevuto da papa Vitaliano, per poi in autunno raggiungere la Sicilia,
senza in effetti aver neppure tentato di liberare lItalia meridionale dai
Longobardi. Stabilendosi a Siracusa, limperatore aveva deciso di risiedere in una delle rare province risparmiate dalle guerre e ancora molto
ricche, da cui poteva rapidamente intervenire tanto in Italia quanto in
Africa. La sua assenza consent tuttavia ai musulmani di rinnovare con
maggiore frequenza le loro scorrerie in Anatolia sotto la guida di
Muawiyya, stratega di notevole esperienza e califfo ormai incontestato. La tensione che ne deriv in seno allesercito bizantino forn senza
dubbio il pretesto per lassassinio di Costante II, compiuto nellautunno del 668 da un armeno, Mzezio, comes dellOpsikion.
Costantino IV, rimasto erede dellImpero, giunse in Sicilia per far
rimpatriare lesercito che, fedele alla dinastia regnante, aveva immediatamente provveduto a catturare e giustiziare lufficiale ribelle. La partenza dellesercito si rivel peraltro funzionale alla strategia degli Arabi, i quali non persero loccasione di attaccare lAfrica e addirittura di
saccheggiare Siracusa, sferrando il loro primo attacco, che tuttavia non
ebbe seguito, contro la Sicilia. Daltra parte, da vari indizi era possibile arguire che il califfo si accingeva a far ritorno al suo antico progetto,
mirante a distruggere lultimo Stato organizzato che ancora resisteva ai
cavalieri di Allah. Fino a quel momento i Bizantini avevano, tutto sommato, resistito piuttosto bene rispetto agli ultimi anni del regno di Eraclio, ma cominciavano ormai a perdere terreno. Conducendo una serie
di incursioni in profondit nel territorio nemico alcuni Arabi, nel 670,
avevano trovato riparo a Cizico, uno sguarnito centro urbano posto sul
litorale meridionale del Mar di Marmara. Muawiyya moltiplic allora
le spedizioni: lImpero perdette la Cilicia e Tarso, Rodi venne conquistata e vi fu dislocata una guarnigione araba; infine, nel 674, una poderosa flotta araba entr nelle acque del Mar di Marmara compiendo per
sei mesi scorrerie ai danni delle citt costiere prima di far ritorno a Cizico, occupata gi dal 670, per svernare. Costantino IV, posto cos sotto continua minaccia, difese il resto dellImpero con difficolt. Nel 676,
un capo slavo, Perbundo, che mirava a conquistare Tessalonica, vi venne catturato e messo a morte; gli Sclaveni, per vendicarsi, posero sotto
assedio la citt. In Italia, nel frattempo, i Longobardi erano giunti a
Brindisi e a Taranto, di cui si erano impadroniti.
Dopo un triennio di frequenti incursioni nelle regioni vicine alla capitale e la marcia attraverso lAnatolia di un numeroso esercito al comando di Yazid, figlio del califfo, Costantino IV prese la risoluzione di
combattere, e radun la sua flotta munendola di fuoco greco. Nellesta-

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Bisanzio sulla difensiva

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te del 677, i Bizantini bruciarono parte della flotta nemica, che fu costretta alla ritirata e che, sulla rotta del ritorno, incapp inoltre in una
disastrosa tempesta. Il primo assedio di Costantinopoli da parte delle
forze di Muawiyya era fallito.
2. Il temporaneo rinnovamento dellImpero.
La vittoria di Costantino IV ebbe immensa risonanza poich per la
prima volta gli Arabi avevano subito una gravissima sconfitta, tale da
impedire loro a lungo di tornare a vagheggiare un attacco in forze alla citt imperiale. Dai territori balcanici, i capi degli Slavi e perfino il
qaghan degli Avari inviarono ambasciate allo scopo di felicitarsi con limperatore. Pi in concreto, questi provvide a inviare una flotta in soccorso di Tessalonica, che venne cos liberata dallassedio degli Sclaveni [Lemerle 91], guidando personalmente via terra una spedizione che liber
i dintorni della metropoli balcanica.
Costantino IV riguadagn in gran parte il terreno perduto durante le
vicende del conflitto arabo-bizantino, costringendo Muawiyya a negoziare una tregua, senza dubbio conclusa nel 679, in base alla quale il califfo si impegnava a versare annualmente allimperatore 216 000 pezzi
doro, oltre a 50 schiavi e ad altrettanti cavalli pregiati. Le basi navali
arabe nel Mediterraneo Cizico, Chio e Rodi vennero riconquistate o
evacuate dal nemico. Cipro venne smilitarizzata, nessuna flotta da guerra vi avrebbe pi potuto stazionare, e il prodotto della fiscalit insulare
fu spartito a met tra gli avversari. Fortunatamente per lImpero, in seguito alla morte prematura di Yazid, il califfato conobbe una crisi di successione presto degenerata in guerra civile che, aggravata dalle frequenti ribellioni sciite capeggiate dagli Alidi, offr lopportunit di una controffensiva bizantina. Limperatore riprese possesso della Cilicia, mentre
la sua flotta continu a compiere lungo la costa siriana scorrerie che cessarono solamente quando egli accett infine lofferta di un incremento
del tributo annuale, propostagli nel 685 dal califfo Abd al-Malik.
Il successo della politica estera di Costantino IV sarebbe stato perfetto se non fosse stato per il problema bulgaro. Occupando il loro territorio, pressappoco lattuale Ucraina, i Cazari avevano dissolto la confederazione dei Bulgari, i quali si erano diretti a loro volta a ovest. Il loro khan, Asparuch, aveva attraversato il Danubio, rifiutandosi di lasciare
le terre che aveva occupate. Costantino IV si era mosso contro di lui alla testa di un esercito nel 681, ma era stato sconfitto. Limperatore, che
non poteva permettersi di sostenere a lungo una guerra su un fronte se-

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condario, dovette cos concedere ad Asparuch le terre comprese tra il


Danubio e lEmo oltre al pagamento di un tributo. I Bulgari stabilirono perci un campo permanente a Pliska, che divenne la loro prima capitale. Con il tempo, essi assorbirono i numerosi Slavi che li avevano
preceduti, finendo per abbandonare la propria lingua prototurca. Gli
imperatori considerarono la compagine bulgara alla stregua di uno stato cliente. Ad altri Bulgari, guidati da Kuber, Costantino IV concedeva di insediarsi presso Tessalonica.
Limperatore si diede inoltre da fare per consolidare la sua posizione allinterno dellImpero provando a deporre dal loro rango i co-imperatori suoi fratelli, ma una reazione militare lo fece presto desistere dal
tentativo. Nondimeno, fece in modo dimporre come unico erede al trono suo figlio, al quale aveva dato il nome indubbiamente allusivo di Giustiniano. In altro ambito, Costantino riusc a sistemare la questione monotelita durante il concilio di Costantinopoli, nel 680-81. Gli sforzi fatti allo scopo di conciliarsi, attraverso il favore riconosciuto a tale
dottrina, popolazioni orientali ormai sottoposte a una dominazione araba che, nonostante i recenti successi, non pareva affatto dovesse essere
rimessa in causa, perdevano di interesse nel momento in cui le genti occidentali continuavano fermamente a professare la loro adesione al credo di Calcedonia.
Nel 685 Giustiniano II, assurto al potere allet di 16 anni, poteva
ritenere ormai giunto il momento di riprendere loffensiva contro il califfato, tuttora debilitato per via delle guerre civili accese in Mesopotamia da Mukhtar, fra il 685 e il 687, e dagli Zubayridi in Arabia, ove durarono fino al 692. Abd al-Malik non protest contro il ristabilimento
dellinfluenza bizantina in Armenia e negozi, in due riprese, un trattato che rinnovava il tributo da versare allImpero, ma ottenne che i
Mardaiti libanesi andassero a stabilirsi allinterno dei confini dellImpero liberandosi cos duna fonte di continue preoccupazioni. Nel 688,
tranquillo sul fronte arabo, Giustiniano II condusse una vasta spedizione lungo la via Egnatia, da Costantinopoli a Tessalonica, facendo numerosi prigionieri slavi che provvide a deportare in Bitinia e che arruol in
massa nel suo esercito. Allo stesso modo, sempre preoccupato di rinforzare i territori pi vicini alla capitale, limperatore trasfer in Bitinia anche una parte della popolazione cipriota.
Vinti finalmente quanti si ribellavano al suo governo, Abd al-Malik, da sovrano energico qual era, decise di rompere in maniera pi netta con le tradizioni ereditate da Bisanzio; di conseguenza, procedette ad
arabizzare lamministrazione ed emise una nuova moneta, il dnr, su
cui non figuravano pi n leffigie imperiale n il busto di Cristo. Giu-

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stiniano II ne fece un casus belli, rifiutando il tributo inviatogli; tuttavia, nel 692 fu vinto in battaglia dagli Arabi a Sebastopoli, tradito proprio nel vivo del combattimento dal contingente dei suoi Slavi. Limperatore si vendic vendendo come schiavi gli Slavi sopravvissuti, ma perse quanto aveva conquistato fino allora: lArmenia pass sotto lautorit
del califfo, e lesercito imperiale non fu pi capace di impedire le scorrerie nemiche in Cilicia e nel Tauro.
Giustiniano II riun un concilio nel 691-92, noto successivamente
come in Trullo o Quinisesto, in occasione del quale vennero promulgati diversi canoni senza tuttavia tener conto delle consuetudini degli Occidentali, dal momento che erano pochi i vescovi latini presenti. Papa
Sergio sconfess i suoi legati e disconobbe lautorit del concilio. Quando, per, Giustiniano II invi a Roma un suo rappresentante incaricato di imprigionare il papa, gli eserciti di stanza a Roma e a Ravenna presero le parti di Sergio, manifestando in questo modo lemergere in Italia centrale dun nuovo sentimento unitario, ostile allautorit imperiale.
Daltra parte, le necessit belliche avevano gi avuto come conseguenza un inasprimento della pressione fiscale, suscitando il malcontento delle lites, giustificato per di pi dal fatto innegabile che fino a quel momento i loro sforzi tributari erano serviti a finanziare soltanto delle sconfitte. Nel 695, una rivolta a Costantinopoli port al trono Leonzio, gi
stratego degli Anatolici, e Giustiniano II, dopo aver subito lamputazione del naso, fu mandato in esilio.
3. La minaccia del disastro finale.
La deposizione di Giustiniano II apr un periodo di instabilit pregiudiziale per lImpero che, dopo larretramento degli anni quaranta del
vii secolo, era riuscito pi o meno a mantenere le sue posizioni. Fra il
695 e il 717, ben sei imperatori si avvicendano sul trono di Costantinopoli, ciascuno destituito con la violenza dal suo successore, provocando
ogni volta in seno allesercito epurazioni particolarmente controproducenti sotto il profilo della continuit della resistenza bizantina agli Arabi, e proprio nel momento in cui le forze di questi ultimi potevano nuovamente godere di condottieri efficienti come Maslama, che capitan
una serie di spedizioni nel cuore dellAnatolia. Vi furono anche tra i Bizantini uomini di guerra capaci di infliggere sconfitte al nemico, come
nel 699 Eraclio, fratello dellimperatore Apsimaro, che per venne giustiziato insieme al suo stato maggiore nel 705, quando Giustiniano II riprese il potere.

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a) La perdita dellAfrica.
Il bilancio di questo ultimo quarto di secolo disastroso. Dopo una
riconquista difficile, lAfrica bizantina aveva conosciuto finalmente una
certa stabilit che aveva consentito allimpresa di Eraclio di essere coronata dal successo nel 610. La perdita dellEgitto, presto seguita dallabbandono della Cirenaica, lasci lAfrica esposta alle incursioni da
Oriente. LAfrica bizantina nel vii secolo era costituita da una regione
molto meno estesa dei territori che avevano visto la riconquista giustinianea. Le trib dei Mauri di Numidia, bench avessero acquisito la loro indipendenza, erano per ampiamente cristianizzate. Le guarnigioni
bizantine, i Rum cui alludono le fonti arabe della conquista, si erano ritirate nelle citt delle due province della pianura, le pi ricche, la Bizacena a sud e la Proconsolare a nord. La salvaguardia del paese, del resto, non dipendeva tanto da un esercito regolare quanto dalle trib maure, sia quelle attestate nelle province bizantine dellinterno sia quelle
della vicina Numidia, di cui gli esarchi avevano ottenuto il sostegno. Di
fatto, gli Arabi dovettero essere ostacolati pi dalla resistenza dei Berberi che dai Bizantini stessi. Nel 669-70, approfittando della confusione che regnava in Occidente a seguito dellassassinio dellimperatore Costante II a Siracusa, gli Arabi, guidati da Uqba ibn Nafi, sferrarono
una nuova offensiva nel cuore della Bizacena. I capi musulmani entrarono cos in contatto con le trib maure la cui recente cristianizzazione
rimaneva superficiale, inducendone alcune a converstirsi allislamismo.
Furono cos gettati i fondamenti per la costituzione di una base musulmana permanente nella stessa Africa, a Qayrawan.
I Bizantini erano ormai confinati alla sola provincia dAfrica che aveva per centro Cartagine. La metropoli era in declino, poich le antiche
dimore a peristilio erano state occupate da costruzioni modeste e, a quel
che pare, i porti avevano cessato di essere utilizzati. Tali condizioni di
fatiscenza spiegano le ragioni per cui la citt antica dovette scomparire
a favore di Tunisi durante i primi secoli di sovranit musulmana. Tuttavia la prosperit, sostenuta da una produzione ancora abbondante di
grano e di olio, si mantenuta assai pi a lungo, nel corso del vii secolo, di quel che si credesse un tempo: gli Arabi stessi si rallegrarono del
copioso bottino in oro che si erano procurati al momento della conquista. Del resto, la moneta doro battuta a Cartagine non aveva subito sensibili alterazioni prima della caduta della citt.
Negli anni 680 la vittoria riportata da Qusayla, capo di una coalizione berbero-bizantina, su Uqba ibn Nafi, che trov la morte sul campo
di battaglia, permise di respingere gli invasori, anche se solo per pochi

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anni ancora. Il califfo Abd al-Malik invi in Africa al comando di un


immenso corpo di spedizione Hasan ibn an-Numan al-Ghassani il quale, grazie allappoggio fornitogli dalle trib maure di Libia, considerate
alleati molto affidabili, simpadron verso il 695 dellintera provincia e
della stessa citt di Cartagine. La definitiva conquista araba dellAfrica
fu tuttavia ritardata ancora dalla resistenza opposta da altre trib di
Mauri, guidate da una profetessa, al-Kahina2, desiderose di salvare la
loro indipendenza. Dopo una vittoria conseguita dalle trib di al-Kahina, limperatore Leonzio, come gi il suo illustre predecessore Giustiniano, fece sbarcare in Africa un esercito che riprese temporaneamente
possesso della capitale della provincia, dovendo tuttavia ritirarsi dinanzi al sopraggiungere di rinforzi arabi. Sulla via del ritorno, i marinai proclamarono imperatore Apsimaro, drungario della flotta, il quale depose
Leonzio nel 698 assumendo il nome di Tiberio III. Durante questo lasso di tempo, al-Kahina fu finalmente sconfitta, aprendo la via del Maghreb ai conquistatori [Modran 135].
Ne risult la perdita definitiva dellAfrica, che priv lImpero del
grano africano e lasci esposto alla conquista il ricco tema di Sicilia. Il
cristianesimo africano, dal passato cos glorioso, si indebol pi rapidamente che in Oriente, indubbiamente a motivo del fatto che i suoi quadri dirigenti, fra cui i vescovi, si rifugiarono in massa in Sicilia lasciando le loro comunit prive dun pastore, fatto tantopi grave in quanto
il monachesimo africano, poco sviluppato, non poteva supplire a questa
mancanza. Della prefettura dAfrica altro non rimaneva che le isole, Sardegna, Corsica, Baleari, che progressivamente abbandonarono lorbita
bizantina senza violenza. Nell800, la Sardegna riconosceva ancora lautorit dellImpero.
b ) La preparazione del secondo assedio di Costantinopoli.
In Oriente lArmenia, nonostante una rivolta nel 702, e lIberia, cos come provvisoriamente anche la Lazica, furono tenute sotto saldo controllo dagli Arabi. Nei primi anni dellviii secolo, le truppe arabe scacciarono definitivamente i Bizantini dalla Cilicia e fortificarono Mopsuestia, rendendo la provincia una base per lespansione nellaltopiano
anatolico. Tiberio III era stato a sua volta rovesciato da Giustiniano II,
il quale era riuscito a rientrare a Costantinopoli grazie a uno stratagemma e forte dellappoggio assicuratogli dal khan dei Bulgari, Tervel, che
egli ricompens innalzandolo alla dignit di cesare. Le localit periferiche dellImpero, da Ravenna a Cherson, parevano pronte alla dissidenza. In questultima citt sarebbe scoppiata la rivolta che, eliminando una

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volta per tutte Giustiniano II nel 711, avrebbe posto fine alla dinastia
di Eraclio.
Gli Omayyadi reputarono fosse giunto il momento propizio per riprendere loffensiva contro Costantinopoli. Linstabilit politica giunse al suo apice nel momento in cui Filippico, il vittorioso avversario di
Giustiniano II, volle restaurare il monotelismo e, rendendosi di conseguenza impopolare, venne rovesciato nel giugno del 713 a favore di un
civile, Anastasio, cacciato a sua volta nel 715 da Teodosio III. Maslama, figlio di Abd al-Malik e governatore di Armenia3, attravers lAnatolia senza incontrare alcuna sostanziale resistenza, mentre il naviglio
arabo gett lancora senza incidenti dinanzi alle coste della Licia per
rifornirsi di legname dopera. Nel 716, due forti contingenti militari arabi penetrarono in Asia Minore per assediare la capitale, proprio mentre
lo stratego degli Anatolici, Leone, si era ribellato al governo centrale
con la complicit dun collega, lo stratego degli Armeniaci Artavasde, al
quale aveva dato in sposa sua figlia. Leone negozi un accordo con Maslama, facendogli intendere che, qualora avesse cinto la corona imperiale, avrebbe riconosciuto la sovranit del califfo, riuscendo cos a evitare lo scontro diretto con gli Arabi e a entrare in Costantinopoli nella primavera del 717, dopo che Teodosio III ebbe rinunciato al potere per
abbracciare la vita monastica a Efeso.
4. Il consolidamento isaurico (717-80).
Il nuovo imperatore venne assediato, nel luglio del 717, dalle forze
di terra e di mare del califfo, molto superiori per numero alle truppe a
sua disposizione. Il suo predecessore, Anastasio, aveva provveduto a
rinforzare le difese marittime e a immagazzinare provvigioni in previsione di un lunghissimo assedio. Le mura di terra dissuadevano gli Arabi dallosare un attacco diretto e venne cos messo in opera il blocco navale, ma una piccola vittoria della marina bizantina, che riusc a bruciare alcuni legni del nemico, rialz il morale degli assediati. Gli Arabi
furono costretti a svernare, bench le truppe fossero numerose, i viveri scarseggiassero e linverno si rivelasse particolarmente rigido, causando forti perdite tra le loro file. In primavera, imponenti rinforzi giunsero dallEgitto e dallAfrica, ma una parte degli equipaggi, composti di
cristiani, defezion schierandosi con Leone III, mentre il fuoco greco,
disperdendo il naviglio avversario, offr agli uomini dellimperatore maggiori possibilit di manovra. Questi tesero una serie di fortunate imboscate in Bitinia ai danni dei rinforzi musulmani che stavano sopraggiun-

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gendo via terra attraverso lAsia Minore. Finalmente Maslama, i cui contingenti continuavano a essere falcidiati dallepidemia e attaccati alle
spalle dai Bulgari, lev lassedio nellagosto del 718. Sulla rotta del ritorno, la flotta musulmana venne distrutta da una tempesta.
Il trionfo di Leone era completo, e gli permise di aver ragione di ben
due rivolte, luna in Sicilia, laltra scoppiata nella capitale stessa e fomentata dal suo predecessore, lex imperatore Anastasio. Gli Arabi continuarono tuttavia a dominare incontrastati per terra: devastarono Iconio, Cesarea, Gangra, e per poco non simpadronirono di Nicea nel 727.
Quello stesso anno, Leone aveva respinto una offensiva dei marinai dellEllade e del tema dei Carabisiani, che avevano sostenuto un usurpatore. Per limperatore, come per i suoi contemporanei, tali difficolt rappresentavano altrettanti segni dellira divina, tantopi che nel 726 una
terribile esplosione vulcanica avvenuta nei pressi dellisola di Thera aveva ricoperto le coste egee con una coltre di fumo e di ceneri.
Nel momento in cui ormai tutte le antiche eresie erano state confutate, Leone credette di ravvisare nella venerazione eccessiva tributata
alle icone la causa di tale collera. Aveva perci ordinato di rimuovere
leffigie del Cristo che ornava la Chalke, la porta del Gran Palazzo
[Auzpy 123], e nel 730, nel corso di una solenne udienza, dichiar la
sua ostilit al culto delle immagini. Il patriarca Germano, rigettando liconoclasmo, lasci la cattedra costantinopolitana per terminare i suoi
giorni in monastero, senza venire ulteriormente disturbato. Anastasio,
che gli succedette in carica, ufficializz la nuova dottrina, che insisteva
sulla venerazione esclusiva della croce, informandone con una lettera sinodale papa Gregorio II, il quale censur liniziativa. Il suo successore,
Gregorio III, la fece addirittura condannare da un sinodo nel 731. Durante il suo regno, Leone III non prese altre iniziative.
La disputa sulle immagini non costituiva lunico punto del contenzioso che separava Roma dallImpero. Leone III, in data imprecisata,
defraud il papa degli importanti benefici ecclesiastici che gli derivavano dai territori siciliani e calabresi, deliberando inoltre di adattare la
geografia ecclesiastica al quadro politico e di riunire al patriarcato di Costantinopoli la parte orientale dellIllirico (Macedonia, Grecia, Peloponneso), fino ad allora dipendente dal patriarcato di Roma. Le vibrate proteste del papa si fecero sentire ben oltre let delliconoclastia (cfr. cap.
v, pp. 100-1).
Sul piano militare, Leone III non rec alcun aiuto allesarca di Ravenna, il quale perdette temporaneamente la sua capitale, presa dai Longobardi che in Liutprando avevano trovato un sovrano energico e vittorioso. Nel frattempo, le scorrerie arabe continuavano; nel 740, tutta-

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via, Leone insieme a suo figlio Costantino sorprese uno dei loro eserciti nei pressi di Akroinos e lo distrusse completamente, il che rappresent dopo molti decenni il primo trionfo riportato in campo aperto dalle armi bizantine. I Cazari costituivano sin dal regno di Eraclio un asso
nella manica della diplomazia costantinopolitana, grazie al quale lImpero fu in grado di esercitare pressioni a nord del Caucaso dapprima sui
Persiani, quindi sul califfato, giacch questi nomadi erano attirati dalle
ricchezze della Mesopotamia [Noonan 136]. Leone III, riconoscendo
limportanza di tale alleanza, scelse la figlia del loro qaghan come sposa
per Costantino, lerede al trono. Tuttavia, verso il 737, il futuro califfo
Marwan riusc a sorprendere e a sconfiggere i Cazari, inducendo il loro
capo ad accettare la conversione allIslam.
Malgrado tali rovesci, e un terribile terremoto nellautunno del 740
che fece crollare intere fortezze in Bitinia e in Tracia, danneggiando
in parte anche le mura di Costantinopoli, per la ricostruzione delle quali Leone var una nuova imposta dellentit di un miliaresion , il bilancio del regno era soddisfacente. Quando Leone III mor, nel giugno
del 741, la successione avrebbe dovuto in maniera assolutamente naturale passare a Costantino [Rochow 137], il quale per, pur avendo condotto lesercito bizantino alla vittoria durante lestate del 741 impadronendosi di Melitene, fu attaccato nel giugno del 742 dal cognato
Artavasde che, radunate le truppe di Tracia e fatta correre la voce della morte del giovane imperatore, era riuscito a farsi aprire le porte
della capitale senza colpo ferire. Pare che lusurpatore avesse anche giocato la carta del sostegno accordato agli iconoduli allo scopo di aumentare il numero dei suoi sostenitori. Entrambi gli avversari sollecitarono a turno lappoggio del califfo omayyade. Da parte sua Costantino,
soccorso dalle truppe degli Anatolici e dei Tracesi, nel 743 vinse in due
scontri successivi Artavasde e suo figlio Niceta; dopo di che, ricevuti
rinforzi anche dal tema navale dei Cibirreoti, pose sotto assedio la capitale. Nel novembre del 744 costrinse alla resa Costantinopoli, ridotta alla fame, e pose cos fine a una guerra civile durata pi di due anni.
La contesa tra i due pretendenti al trono indicativa dei contrasti che
dividevano la societ bizantina: rivalit regionali, iconoclasmo contrapposto a iconodulia. Per buona ventura di Costantino V, gli Omayyadi
non ne poterono trarre alcun vantaggio, perch gi impegnati essi stessi nei conflitti che costituirono i prodromi alla rivolta abbaside [Nichanian 429].
Una nuova epidemia di peste colp lImpero nel 747, e in special modo la capitale che, per ripopolarsi, dovette addirittura fare appello agli
abitanti delle isole e dellEllade. Nessuno poteva sapere che quella era

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lultima occorrenza del fenomeno cominciato sotto Giustiniano I. Sul


fronte orientale, Costantino V benefici della rivoluzione abbaside, che
intorno al 748-50 mobilit le forze dellintera ecumene islamica. I vincitori, che si erano avvalsi degli eserciti arabi del Khorasan, ricollocarono il centro del califfato in Iraq fondando Bagdad, a maggiore distanza
dal confine siriano. In un primo tempo, i califfi abbasidi si applicarono,
da veri musulmani rigoristi, allosservanza del jihad guidando spedizioni in territorio cristiano, tantopi temibili in ragione della capacit degli Arabi di mobilitare risorse finanziarie e umane, giunta ormai al suo
apogeo medievale; ma, in ultima analisi, il trasferimento da Damasco a
Bagdad signific che la distruzione dellImpero di Bisanzio non rappresentava pi un obiettivo prioritario. Nel 751 limperatore assedi Melitene, deportando dalla citt espugnata un gran numero di prigionieri
che fece insediare in Tracia; quindi, nel 755, avanz fino a Teodosiopoli agendo allo stesso modo, a testimonianza di quali fossero il valore
degli uomini e la loro rarit. Sul mare, la marina dei Cibirreoti distrusse una flottiglia nemica nelle acque di Cipro. Costantino ripopol la Tracia, stabilendovi delle guarnigioni e garantendo cos a Costantinopoli
una difesa a distanza, completata con la sottomissione di sclavinie (regioni abitate da Slavi) in Macedonia.
Costantino V aveva chiaramente considerato primaria la difesa di
Costantinopoli, quindi non invi contingenti militari alla difesa degli
ultimi resti dellesarcato di Ravenna, che and perduto nel 751. Limperatore mirava a recuperare i possedimenti italici facendo affidamento su mezzi diplomatici, e, contando sulla tradizionale amicizia dei Franchi, non distolse papa Stefano II dal recarsi in Gallia a sollecitare laiuto di re Pipino.
Forte dei suoi successi, Costantino decise di riunire un concilio ecumenico sulla questione delle immagini, facendo a meno di rappresentanti del papa ostile alliconoclasmo, e convocando invece la maggioranza
dei vescovi dellImpero che, da pi di ventanni, venivano eletti tra gli
avversatori delle icone. Il concilio, riunito nel 754 nel Palazzo di Hieria, condann il culto delle immagini in un horos, documento che definiva il dogma professato unanimemente dalla Chiesa di Bisanzio. Limperatore poteva inoltre contare sullappoggio incondizionato dei tagmata, i corpi scelti che egli stesso aveva ricostituito e di cui sceglieva
personalmente gli effettivi.
Costantino riprese loffensiva nei Balcani, poich gli Abbasidi stavano ancora provvedendo a consolidare il loro nuovo regime, e a pi riprese nel 759 e soprattutto nel 763 sconfisse i Bulgari, rendendo cos sicure le sue conquiste in Tracia e in Macedonia. Gli ultimi anni del

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suo regno furono meno fortunati una intera flotta inviata contro i Bulgari venne distrutta da una tempesta, rendendo impossibile continuare
la spedizione via terra , ma nel 774 riport una nuova vittoria sul khan
Telerig. Sul fronte orientale, gli Abbasidi ripresero loffensiva compiendo temibili scorrerie. Nel 770 fu devastato il territorio degli Anatolici,
e nel 772 perfino gli eserciti riuniti dei temi dOriente non furono in
grado di fermare sulla via del ritorno gli Arabi carichi di bottino.
Lenergia dimostrata dalla contestazione iconodula difficile da apprezzare, dal momento che lopposizione alla decisione dellimperatore
era equiparata a un crimine di lesa maest. certo che ci fossero ancora ferventi iconoduli, soprattutto fra i membri dellaristocrazia costantinopolitana e fra i monaci. Per garantirsi la lealt delle province, Costantino faceva affidamento su alcuni strateghi fedeli. Il pi famoso tra
questi, Michele Lacanodracone, il quale fu a lungo stratego dei Tracesi, pare abbia condotto contro i monaci una lotta senza quartiere, trasformando interi monasteri in scuderie per la cavalleria imperiale. Nel
novembre del 765 un monaco, Stefano il Giovane, venne lapidato con
lapprovazione dellimperatore dalle scholae e dalla folla della capitale.
La Vita di Stefano offre del monaco il ritratto di un martire delliconodulia, bench la sua morte debba essere messa senza dubbio in relazione con la congiura del 766 che vedeva coinvolti parecchi alti funzionari prossimi al sovrano, e per giunta lo stesso patriarca Costantino, il quale venne umiliato pubblicamente prima di essere decapitato. Sta di fatto
che il capo della Chiesa era stato scelto dallimperatore al momento del
concilio di Hieria, e non pu perci passare per convinto iconodulo.
Linterpretazione delle lotte intestine che ebbero luogo durante il regno
di Costantino V resa difficoltosa dalla griglia di lettura imposta dalle
fonti conservate, tutte iconodule ed evidentemente maldisposte nei confronti del sovrano, soprannominato il Copronimo perch avrebbe lordato lacqua del suo battesimo.
Leone IV, che succedette a suo padre senza incidenti nel 775, lasci
da parte le personali posizioni di Costantino V, che si era dimostrato
ostile anche al culto della Vergine, mai condannato dalla Chiesa. Il suo
regno pareva perci promettere una certa distesione e, grazie a una vittoria riportata da Michele Lacanodracone nella regione di Germanicea
sugli Arabi nel 778 e allinsuccesso della loro offensiva sferrata lanno
seguente, cominciava sotto buoni auspici. Leone IV mor per nel 780.
Il bilancio del periodo dei tre imperatori isaurici notevole. Ottennero il potere nel momento in cui era in gioco lesistenza stessa dellImpero, e tre quarti di secolo dopo gli Arabi, quantunque sempre pericolosi, erano tenuti a freno, i Bulgari soggiogati, le province di Tracia e di

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Macedonia riorganizzate e ripopolate. Il nuovo esercito dei tagmata era


stato messo alla prova e veniva, pare, regolarmente pagato, segno di un
ritorno allequilibrio delle finanze pubbliche. La stabilit politica nonostante la guerra di successione di Leone III era ormai consolidata,
e questo consent di riorganizzare profondamente le strutture dellImpero. Tale rinnovata sicurezza delle autorit ebbe per effetto, nel 741,
la promulgazione di un codice, lEcloga, primo tentativo di riorganizzazione delle leggi dal tempo di Giustiniano I. Ma lo Stato era ancora
straordinariamente carente di uomini, e le sue risorse rimanevano ben
inferiori rispetto a quelle di cui poteva disporre il califfato abbaside, unica potenza universale dellepoca.
5. Alla ricerca dellequilibrio (780-867).
a) Una nuova crisi del potere imperiale.
La prematura morte di Leone IV permise a Irene, sua vedova, di divenire reggente per conto del figlio, Costantino VI [Lilie 134; Treadgold 140]. Limperatrice, che avrebbe voluto governare da sola e non
essere sorvegliata n dai suoi cognati n dai congiunti di Costantino V,
non poteva trovare sostegno che presso gli avversari degli iconoclasti,
senza dubbio numerosissimi nella capitale. Per assicurarsene la lealt,
fu indotta a trovare un accordo con gli iconoduli, aumentando al tempo stesso la sua popolarit per mezzo di sgravi fiscali. Suo proposito era
perci epurare la Chiesa e i tagmata, le due istituzioni-chiave del regime. Con laiuto del patriarca Tarasio, gi alto funzionario della capitale, limperatrice convoc nel 786 un concilio nella chiesa costantinopolitana dei Santi Apostoli, ma i tagmata riuscirono a disperdere questa
prima riunione. Lanno successivo, convoc un nuovo concilio a Nicea,
chiamando a raccolta inedita iniziativa numerosi igumeni, non senza aver preso la precauzione di allontanare le truppe con il pretesto di
una nuova campagna contro gli Arabi. Irene ottenne cos che il culto
delle icone venisse dichiarato conforme allortodossia e che lalto clero
si allineasse alla posizione difesa da Tarasio. Nel 790, la pressione degli
eserciti tematici la obblig a cedere il potere al figlio che, per, accumul un errore dopo laltro, maltrattando il tema degli Armeniaci che
laveva sostenuto , facendosi sconfiggere dai Bulgari nel 792, ripudiando la moglie per sposare la sua concubina e provocando cos per iniziativa di Teodoro Studita lo scisma cosiddetto mechiano, di modo che Irene fece destituire e accecare Costantino nel 797, esercitando

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da sola il potere fin quando non venne detronizzata dal suo logoteta del
genikon, Niceforo.
Dallascesa al potere di Irene fino all815 circa, si assiste ad una fase di indebolimento dellImpero. Il governo di una donna istig gli avversari dellImpero a riprendere loffensiva. Gli Arabi, rinnovando le
loro incursioni fra cui una, guidata da Harun al-Rashid, il figlio del califfo, giunse sino in Bitinia , costrinsero lImpero a versare loro un tributo. N il successore di Irene, Niceforo, fu pi fortunato con Harun,
ormai califfo, al quale dovette pagare la capitazione per se stesso e per
suo figlio Stauracio.
Krum, khan dei Bulgari, scagli la sua offensiva nell809 e simpadron di Serdica (Sofia). Niceforo reag con due campagne belliche, la
seconda delle quali, nell811, si risolse in un disastro, giacch limperatore stesso cadde sul campo di battaglia; dal suo cranio ricav un calice
il khan vittorioso che, saccheggiata senza difficolt la Tracia, si apr la
strada per Costantinopoli grazie a un nuovo trionfo riportato a Versinikia, nell813, sul genero di Niceforo, Michele I Rangabe, succedutogli sul trono. Tale grave disfatta fu causa di un colpo di stato a Costantinopoli, dove si aspirava a un potere militare forte. Leone, gi stratego
degli Anatolici, fu acclamato imperatore con lassenso del patriarca Niceforo, sostituendo cos il debole Michele [Turner 139]. Il nuovo sovrano difese Costantinopoli dallassalto di Krum, che morir nell814, e riport lanno seguente una vittoria tale da persuadere i Bulgari a sottoscrivere una pace duratura, pur lasciando loro buona parte delle loro
conquiste.
In Occidente, Carlo, re dei Franchi e ormai anche dei Longobardi,
divenne il difensore del pontefice romano, decidendo di fregiarsi del titolo imperiale nell800. I Bizantini temettero in un primo tempo che il
nuovo imperatore volesse marciare su Costantinopoli. Niceforo rifiut
per giunta di riconoscergli il titolo di imperatore, e ci caus una guerra a bassa intensit nelle regioni dellAdriatico, in particolare per il controllo di Venezia, che vide affermarsi i Franchi sulla terraferma e prevalere i Bizantini sui mari. Infine, nell812, ad Aquisgrana i legati di
Michele I acclamarono Carlo imperatore dei Franchi, ma non dei Romani. Lassai rapido indebolimento dei Carolingi contribu tuttavia ad
attenuare le tensioni sotto questo riguardo.
Lepoca non godette che dun momento di splendore, coincidente
con la sottomissione degli Slavi di Grecia e del Peloponneso. Stauracio,
il fedele eunuco di Irene, guid un esercito da Costantinopoli a Tessalonica per poi recuperare il Peloponneso, accumulando bottino e facendo rispettare lautorit imperiale. In seguito limperatrice sottomise gli

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Slavi della Tracia occidentale fino a Filippopoli, bench tali territori venissero perduti dopo le vittorie di Krum. Niceforo vi rinforz lelemento greco ordinando un trasferimento di popolazione dalle isole e dallAsia Minore. Gli Slavi del Peloponneso settentrionale, che si erano ribellati, furono sottomessi alla metropoli di Patrasso.
b) Il secondo iconoclasmo.
Leone V ma anche parecchi Bizantini con lui, fra i quali senza alcun dubbio parte dello stato maggiore dellesercito aveva constatato
che, dopo la condanna delliconoclasmo, gli affari dellImpero, segnati
da pesanti insuccessi, da uccisioni o rovesciamento dei sovrani, non sembravano affatto beneficiare dellapprovazione divina. Nell815, dopo
una estesa consultazione ma contro il parere del patriarca Niceforo e di
Teodoro Studita, principale rappresentante del monachesimo costantinopolitano e bitinico, Leone V fece riunire un sinodo che rimise in vigore lo horos promulgato in occasione del concilio di Hieria. La seconda fase delliconoclasmo fu alquanto diversa dalla prima, connotandosi
rispetto a questa come pi intellettuale e temperata, per quanto Teodoro Studita abbia dovuto subire comunque i rigori dellesilio, e anche se
alcuni notori iconoduli vennero maltrattati da Teofilo: si possono citare il martirio di Eutimio di Sardi e la cattivit del suo discepolo Metodio [Vita Euthymii 96], nonch il supplizio dei graptoi (i marchiati),
due monaci palestinesi sulla fronte dei quali limperatore fece imprimere a fuoco dei versicoli satirici di ispirazione iconoclastica.
Caduto Leone V vittima di una congiura di palazzo nel Natale dell820, il trono pass a uno dei suoi antichi complici, Michele II lAmoriano. Un altro loro collega, Tommaso soprannominato lo Slavo, si present come vendicatore di Leone, si assicur con grande rapidit ladesione di gran parte dellAsia Minore nel corso dell821 e trov appoggio
preso gli Arabi, facendosi quindi acclamare imperatore dai temi occidentali e dotandosi contemporaneamente di una flotta. La posizione di
Michele II, il quale non disponeva che dei contingenti dellOpsikion e
degli Armeniaci, era difficile, ma la capitale gli rimase fedele obbligando cos Tommaso a svernare in Tracia. Michele ebbe infine ragione dellavversario nell823, dopo una guerra civile durata tre anni [Lemerle
132]. Ne dovette soffrire particolarmente la flotta, ci che permise agli
Arabi dAfrica, nell826, di sostenere in Sicilia un ribelle autoproclamatosi imperatore, Eufemio, e di consentire a una banda di musulmani originari dellAndalusia, ed esiliati ad Alessandria prima di venirne scacciati, di impadronirsi di Creta. Michele invi il naviglio disponibile in

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Sicilia, dove fu recuperata gran parte del terreno perduto, bench nell831 Palermo cadesse infine in mano araba. A Creta, marinai e soldati
del contingente imperiale furono messi completamente in rotta dagli
Arabi, i quali si annetterono lisola a prezzo di una lenta conquista durata parecchi decenni.
Teofilo, che succedette al padre nell829, era stato educato nellarte di regnare da uno dei pi grandi sapienti del tempo, Giovanni il Grammatico, anchegli iconoclasta convinto. Teofilo aspirava a rinnovare i fasti della dinastia isaurica, allo scopo di corroborare liconoclasmo con
una serie di trionfi militari. Dopo un esordio incerto, il sovrano bizantino ottenne linopinato soccorso di ribelli fuggiti dalla Persia califfale.
Limperatore ne fece battezzare a Costantinopoli il capo il quale, assunto il nome cristiano di Teofobo e insignito del titolo di patrizio, ricevette in seguito dallo stesso Teofilo la mano di una principessa imperiale. Accresciute cos le sue forze e messosi a capo di un potente esercito, limperatore simpadron di Sozopetra facendovi copioso bottino,
ritorn senza problemi a Costantinopoli e vi celebr un trionfo. AlMutasim si vendic lanno successivo ponendosi al comando di una poderosa spedizione diretta in Anatolia, lultima personalmente guidata
da un califfo. Lesercito di Teofilo venne sconfitto da uno dei corpi darmata nemici e poco manc che limperatore stesso fosse fatto prigioniero dagli Arabi a Dazimon. Bisanzio dovette cos lasciare campo aperto
ai nemici, i quali simpadronirono di Ancira per dirigersi poi allassedio
di Amorio, culla della dinastia regnante e capitale del tema degli Anatolici. La citt fu presa dassalto dagli Arabi, che uccisero o catturarono il meglio delle truppe bizantine. Gli ufficiali superiori presi prigionieri vennero poi giustiziati, andando cos a formare la coorte dei martiri di Amorio. Fu un disastro pi sotto il profilo psicologico che dal
punto di vista militare (anche se il sovrano sped delle ambasciate in Occidente per caldeggiare una cooperazione militare [Shepard 138]), giacch il tema dei Tracesi fu in grado con le sue sole forze di annientare
una grossa banda di pirati arabi nel corso dellestate dell841.
Teofilo mor prematuramente, lasciando un figlio di due anni, Michele III, per il quale si annunciava una lunga reggenza. Teodora, la giovane vedova, poteva contare sui suoi fratelli, Barda e Petrona, che avevano maturato esperienza come ufficiali [Herrin 127]. Labbandono delliconoclasmo fu rapido, bench la dottrina venisse ancora professata da
una parte del clero a cominciare da Giovanni il Grammatico, gi elevato da Teofilo alla cattedra patriarcale. Ci volle poco pi di un anno per
destituire Giovanni, ritornare l11 marzo 843, nel corso di un semplice sinodo alle posizioni di Nicea II e intronizzare lo stesso giorno Me-

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todio, un siciliano che era vissuto alla corte di Teofilo. Teodora si era
preoccupata che la condanna delliconoclasmo non implicasse una condanna per la dinastia che laveva sostenuto, salvaguardando per tali motivi la memoria del marito. Alla morte del patriarca Metodio, limperatrice si rivolse a Ignazio, un monaco rigorista, figlio castrato dellimperatore Michele I, sperando che questi sarebbe riuscito a placare le
persistenti agitazioni in seno alla Chiesa e soprattutto a riprendere i rapporti con i monaci studiti.
Durante il primo periodo di reggenza, Teodora fece affidamento su
un eunuco, Teoctisto, capo della segreteria imperiale. Teodora, confrontatasi a differenza di Irene con problemi di minore entit, non dovette di conseguenza patire che sconfitte minori (a parte in Sicilia, dove gli Arabi continuarono la loro avanzata verso la parte orientale dellisola), riportando pure qualche successo per alcune incursioni in
profondit nel territorio nemico, da cui si ricavavano bottino e prigionieri. Lintransigenza del suo atteggiamento nei confronti dei rappresentanti della setta dualista dei Pauliciani, che quantunque gi condannati a morte dal patriarca Niceforo andavano moltiplicandosi nei
temi orientali, li costrinse a emigrare al di fuori dei confini dellImpero, trovando rifugio presso gli Arabi. Essi diedero vita prima sotto
lautorit di Carbea, poi di Chrysocheir a un piccolo ma alquanto combattivo stato militare concentrato attorno alla piazzaforte di Tefrice, in
territorio musulmano ma prossima alla frontiera bizantina [Lemerle 500].
c) I successi di Michele III.
Nell856, Barda fece assassinare Teoctisto con il pretesto di voler
conferire il potere a suo nipote, Michele III. In realt, fu lui a governare di fatto lImpero, ricevendo il titolo di cesare. Il potere degli Abbasidi cominciava allora ad affievolirsi e il loro immenso impero a sgretolarsi. Sotto il controllo nominale dei califfi, il compito del jihad era ormai affidato agli emiri di frontiera, signori di Tarso e di Melitene, che
con laiuto dei Pauliciani logoravano con continue scorrerie i temi dOriente. Nell863 Petrona, comandante di fatto dellesercito imperiale,
riusc ad accerchiare e a distruggere lesercito dellemiro di Melitene,
Amr, che cadde in combattimento. Nel medesimo anno morirono sia
Ali, gi emiro di Tarso e governatore dellArmenia, sia Carbea, capo
dei Pauliciani. Lemirato di Melitene non riusc pi a sollevarsi del tutto dopo questo rovescio, che apr agli eserciti bizantini la via dellArmenia, provincia ancora sottomessa al califfato. Una nuova campagna militare per la riconquista di Creta era stata programmata per l866, ma

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venne annullata in seguito allassassinio di Barda. Unica fonte di nuove


preoccupazioni erano state, nell860, delle popolazioni del settentrione,
i Rhos4, che avevano compiuto una incursione ai danni di Costantinopoli e del suo immediato circondario, facendo quindi ritorno indisturbati alle loro basi di partenza.
Il patriarca Ignazio che, rimasto fedele a Teodora, criticava la cattiva condotta di Barda, fu accusato di complotto ed esiliato nell858. Al
suo posto venne elevato al soglio episcopale della capitale un alto funzionario laico, il letterato Fozio (a quel tempo capo della cancelleria imperiale) che, nellarco di una settimana, ricevette gli ordini minori e maggiori. Tale elezione poco canonica quantunque non del tutto priva di
precedenti fu contestata dai fautori di Ignazio, che si appellarono al
papa. Michele III, dietro proposta di Fozio stesso, decise di convocare
un concilio sulla questione delle immagini, che si tenne nell860-61 e
condusse al trionfo del patriarca. Papa Niccol I, gi maldisposto per il
fatto che nel frattempo la rivalit tra le due Chiese si accentuava in Bulgaria, disconobbe i suoi legati. Nell867, Fozio riun un nuovo concilio
che, messo per la prima volta a profitto il disaccordo sul Filioque (cfr.
cap. v, p. 123), scomunic il papa con laccusa di eresia. La situazione
tuttavia cambi immediatamente per la caduta di Michele III e la deposizione di Fozio.
Il primo patriarcato di Fozio fu caratterizzato da un insolito fervore missionario, i cui due obiettivi maggiori erano rappresentati inizialmente dalla conversione della Cazaria e della Moravia, due Stati che giocavano un ruolo essenziale allinterno delle strategie diplomatiche bizantine. Costantino il quale prese pi tardi il nome di Cirillo e suo
fratello Metodio vennero inviati nell860 in Cazaria via Cherson, in Crimea, che rimaneva per i Bizantini il punto privilegiato dosservazione
dei popoli della steppa. Limpresa si risolse in un insuccesso giacch i
Cazari il cui qaghan nell861 aveva ricevuto rappresentanti delle tre
religioni monoteistiche si erano gi convertiti per loro libera scelta al
giudaismo [Zuckerman 141]. Per reazione, limperatore allora regnante, Basilio il Macedone, tent di convertire al cristianesimo gli ebrei dellImpero, pi con la prospettiva di promozioni che con limpiego di mezzi coercitivi.
Nell863 Fozio, acconsentendo a una richiesta fattagli pervenire da
Ratislav, principe di Moravia, invi in missione presso di lui Costantino e Metodio con il compito di formare il clero slavo locale. Costantino, da filologo esperto qual era, mise a punto un alfabeto che per la prima volta permetteva di scrivere in lingua slava e di tradurre i testi utili
alla liturgia. La missione, le cui vicende sono complesse, doveva scon-

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trarsi con lostilit dei missionari franchi. Dopo la scomparsa di Metodio nell885 (Costantino era gi morto nell869), i loro ultimi discepoli, scacciati dalla Moravia, trovarono rifugio in Bulgaria, dove corroborarono la politica di cristianizzazione allora in corso. In effetti Boris,
khan dei Bulgari, aveva manifestato un certo interesse per il cristianesimo, che gli permetteva di consolidare maggiormente il suo potere presso i boiardi e di far entrare il suo paese nel consorzio delle nazioni cristiane.
Fin dal tempo delle conquiste di Krum, una parte dei sudditi dei khan
bulgari vecchi prigionieri di guerra o nuovi convertiti che fossero
era gi cristiana. Boris si volse a Costantinopoli e ottenne il battesimo
nell864, assumendo il nome del suo padrino, limperatore Michele. Gli
restava da organizzare la Chiesa bulgara. Boris per temeva che questa
avrebbe aumentato linfluenza di Costantinopoli nel suo paese: desiderava perci per essa uno statuto indipendente. Boris-Michele contava
sulla rivalit tra Roma e Costantinopoli per giungere ai suoi scopi, ma
dovette accettare che larciepiscopato bulgaro dipendesse dal patriarcato di Costantinopoli.
Michele III, stanco di subire linfluenza di Barda, strinse amicizia
con Basilio, un contadino dorigine armena, giunto nella capitale dalla
Macedonia, uomo vigoroso e abile a domare i cavalli, per i quali pare
che limperatore nutrisse una vera passione. Barda tent di eliminare
questo rivale, ma venne battuto sul tempo e massacrato nella primavera dell866. Linfluenza di Basilio presso limperatore si accrebbe al punto che Michele gli diede in sposa la propria amante, Eudocia Ingerina,
facendo di lui un co-imperatore. Tali gesti suscitarono, allepoca dei fatti, molti commenti, e si arriv a mettere in dubbio la paternit del figlio
di Eudocia, Leone, nato nel settembre dell867. Qualche giorno dopo
Michele, che meditava di destituire Basilio dalla sua carica, fu assassinato da questo nella sua residenza suburbana di San Mamante, la notte del 23 settembre 867.
Il bilancio del regno di Michele III, cos come stato tendenziosamente dipinto dagli storici della dinastia macedone, ha influenzato a
lungo i moderni. Limperatore, che era necessario infamare al fine di
giustificare lascesa al potere di Basilio, ottenuta per mezzo dellassassinio del suo benefattore, venne rappresentato sia come un vizioso che
non rispettava neppure le istituzioni pi sacre, sia come un incapace
che non si curava minimamente degli interessi dello Stato, un uomo che
avrebbe ordinato di spegnere i fal che segnalavano una incursione nemica per non dover interrompere la corsa in programma nellIppodromo; un uomo, infine, la cui smodata prodigalit nei confronti dei suoi

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favoriti avrebbe completamente vuotato le casse dello Stato. Senza poter esprimere giudizi sulla personalit di Michele, bisogna per ammettere che proprio nel corso del suo regno linfluenza bizantina, grazie alla politica ecclesiastica di Fozio, si fa sentire pi fortemente nei Balcani, mentre in Oriente si delinea per la prima volta la prospettiva di
riprendere terreno sui musulmani.

A proposito del conflitto arabo-bizantino, vedi anche cap. xvi (sul teatro di guerra anatolico).
Non nome proprio, bens appellativo femminile dellar. khin, indovino, veggente
attribuitole per antonomasia dalle fonti arabe (N.d.T.).
3
O, pi precisamente, di Arminiyya, secondo la denominazione attribuita dagli Arabi al governatorato creato ex novo allo scopo di riunire in una sola unit amministrativa le regioni di Armenia, Iberia ossia Georgia orientale e parte dellAghwania, corrispondente allincirca ai
territori dellattuale Atrpatakan/Azerbaigian (N.d.T.).
4
la trascrizione fonetica di Rus adoperata dai Bizantini (N.d.T.).
2

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ii. Lespansione bizantina durante la dinastia macedone
(867-1057)

Allepoca della sua ascesa al potere Basilio il Macedone, contestato


da qualche stratego, seppe guadagnarsi ladesione di molti attraverso
unabile distribuzione dei ruoli e delle dignit che rafforz la poderosa
fazione gi da lui in precedenza costituita fondandosi sul sostegno accordatogli da parenti prossimi e su una rete di conoscenze estranee al
suo pi stretto nucleo familiare, fra cui vari Armeni. Il suo potere non
venne mai minacciato se non da congiure di palazzo, documentate fino
alla fine del suo regno. Nell867 limperatore costrinse Fozio, ai suoi occhi troppo legato al passato regime di governo, ad abbandonare la cattedra patriarcale, su cui reinsedi Ignazio, senza tuttavia che ci gli impedisse, alla morte di questultimo, di richiamare nuovamente Fozio, la
cui rete di influenze in Costantinopoli era troppo salda ed estesa per poter essere trascurata da un usurpatore.
1. Linstaurazione della dinastia macedone.
Lavvento di Basilio I non mut per nulla i rapporti di forza in Oriente, anche se la propaganda cui d voce la Vita Basilii vorrebbe far credere il contrario e presentarlo come il primo imperatore dellespansione bizantina. pur vero tuttavia che il primo secolo di regno della dinastia macedone vede affermarsi la potenza bizantina su tutti i fronti.
Basilio stesso non era un condottiero geniale, mancava desperienza, e
le campagne da lui personalmente guidate non hanno portato a grandi
risultati, ma i suoi generali furono pi fortunati. Nell871 limperatore
mosse contro i Pauliciani, ma i suoi tentativi dimpadronirsi di Tefrice
e di Melitene furono entrambi frustrati. Lanno seguente Cristoforo, un
parente dacquisto eletto domestico delle scholae, sorprese lesercito dei
Pauliciani a Bathyryax, lo disperse e ne uccise il comandante in capo,
Chrysocheir, mettendo cos fine alla fase militare del paulicianesimo.

alon

Nicopoli
ellade

Dristra

paflagonia armeniaci

Mar Nero

creta

Candace

Alessandria

cipro

Damasco

Fatimidi

Gerusalemme

Tripoli

caldea
colonea

Trebisonda
iberia

Kur

vaspurakan
taron
buccellari
sebastea mesopotamia
Lago di Van
charsianon
Ancira
M
a
r
w
anidi
abido opsikion
cappadocia
Cesarea
melitene
Ti
gri
aigaion
Amorio
pelagos
edessa
licando teluch
anatolici
Smirne
Mosul
Iconio
chio
tracesi
cilicia
samo
Attalia
Aleppo Eufrate
seleucia Antiochia
antiochia
cibirreoti
Mirdasidi
Rodi
Costanza

Preslav
Anchialo
macedonia
Adrianopoli
Costantinopoli
Filippopoli
tracia
strimone
ottimati

Carta 2. LImpero a met dellxi secolo circa.

Mare Mediterraneo

io

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Tessalonica

Corinto
peloponneso

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Siracusa

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sicilia

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Cherson

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(Russi)

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Una parte dei prigionieri sopravvissuti and a formare un reggimento


dellesercito bizantino.
Nell878, accompagnato dal figlio maggiore Costantino, Basilio si
stabil a Cesarea di Cappadocia e, da l, prese a distruggere numerose
piazzeforti dimportanza secondaria, senza tuttavia potersi impadronire di Adata, la fortezza che custodiva uno dei valichi per la Siria sul Tauro. I suoi generali riuscirono comunque a stornare una scorreria degli
Arabi di Tarso e Basilio pot cos ritornare a Costantinopoli per celebrare il suo trionfo, abile operazione di propaganda per un usurpatore.
Ma ci che ai successi bizantini mancava era la continuit. Un esercito
inviato contro Melitene venne respinto e un altro contingente, nell883,
comandato da Stippeiota, domestico delle scholae, fu annientato dai Tarsioti.
In Occidente, il bilancio ugualmente controverso. Venne perduta
la Sicilia, giacch la negligenza di Basilio provoc la caduta di Siracusa
nell878. I Bizantini continuarono a mantenere qualche fortezza nella
parte orientale dellisola, ove la popolazione greca era concentrata, ma
nel 902 la presenza ufficiale bizantina venne a cessare con la caduta di
Taormina. In compenso, Basilio ripristin le posizioni bizantine in Italia meridionale, gi quasi completamente in mano agli Arabi. Limperatore gioc la carta dellalleanza con Ludovico II, sovrano carolingio dItalia, il quale riconquist Bari nell871. Dopo la morte di Ludovico,
nell876 Bari si consegn ai Bizantini, i quali coordinarono unalleanza
di Stati italiani in funzione antiaraba, distruggendo lemirato di Taranto nell880. Infine un potente esercito al comando di Niceforo Foca il
Vecchio, che fece allora il suo brillante esordio sulla scena bellica, riconquist la Calabria settentrionale e la Puglia. Il generale vigil affinch
le locali popolazioni longobarde non dovessero subire saccheggi da parte delle sue truppe [Gay 1203]. Qualche anno pi tardi veniva creato il
tema di Langobardia.
Basilio, deponendo Fozio a favore di Ignazio, si riavvicinava a Roma, bench pi tardi anche il pontefice romano, in occasione del concilio tenuto a Costantinopoli nell879-80, accettasse il ritorno di Fozio sul
seggio patriarcale (laiuto da parte della flotta bizantina era infatti per
papa Giovanni VIII, a fronte della minaccia araba incombente sullItalia centrale, una necessit inderogabile). Fozio prosegu la sua politica
missionaria cristianizzando i Russi che avevano attaccato Costantinopoli nell860, ma questa prima conversione non ebbe seguito, giacch il
qaghanato russo del nord presso il quale Fozio aveva inviato un vescovo cess di esistere prima del 900. Pare che il patriarca avesse inoltre
giocato un ruolo nella singolare vicenda che amareggi gli ultimi anni di

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Basilio. Limperatore, il quale aveva perduto nell879 Costantino, il prediletto figlio maggiore destinato alla successione, si era rassegnato a designare come erede al trono Leone, che non amava affatto, forse a causa dei mormorii che circolavano a corte a proposito della sua nascita. La
fine del regno fu segnata da complotti covati in seno allaristocrazia e
Leone, accusato da una persona vicina a Fozio di progettare lassassinio
del padre, venne imprigionato pur senza essere sottoposto ad accecamento, e non venne reintegrato nei suoi diritti se non pochi mesi prima
della morte accidentale di Basilio, nell886.
Il primo gesto di Leone VI, intronizzato il 20 agosto 886, fu quello
di rendere tutti gli onori imperiali ai resti di Michele III, che egli fece
traslare nella chiesa dei Santi Apostoli [Tougher 162]. Il giovane imperatore desiderava cos affrancare la dinastia dal suo peccato originale,
sicuramente meno per onorare colui che molti pensavano fosse suo padre naturale che per conciliarsi i seguaci degli Amoriani e unificare le
lites di governo. Poi pass a vendicarsi degli amici di suo padre, coloro che gi avevano consigliato a Basilio di allontanarlo dal potere. Il patriarca Fozio venne destituito dalle sue funzioni e sostituito da Stefano, fratello di Leone.
Una delle prime preoccupazioni dellimperatore fu quella di assicurarsi una discendenza. Egli era stato costretto a sposare la pia Teofano,
discendente di una tra le pi nobili famiglie costantinopolitane, quella
dei Martinaci, legati alla dinastia di Amorio, la quale non gli diede che
una figlia, morta in tenera et. Inoltre, n dalle seconde nozze con Zoe
Zautzena, i cui parenti avevano complottato contro di lui dopo la morte della loro congiunta, n dal successivo terzo matrimonio con Eudocia Baiana gli era nato alcun figlio maschio vitale. Infine si prese una
concubina, Zoe Carbonopsina, che nel settembre del 905 gratific limperatore dellerede tanto a lungo atteso, dando alla luce Costantino. Poich desiderava che la legittimit di suo figlio fosse incontestabile, Leone ottenne dal patriarca Nicola Mistico il permesso di battezzare il figlio e, bench gi tale compromesso, necessario per la pace civile, non
fosse ben accetto alla Chiesa, Leone decise per giunta di sposare Zoe.
La Chiesa bizantina per, che considerava di fatto gi passibile di penitenza chi fosse passato a una seconda unione coniugale, rifiutava recisamente le terze e le quarte nozze. Limperatore stesso, grande legislatore che aveva portato a termine lopera pianificata da suo padre facendo redigere lIsagoge e un nuovo codice giuridico, i Basilika, bene attento
a conciliarsi la Chiesa aveva promulgato una novella in virt della quale si proibivano le terze nozze. Leone per non se ne preoccup, e fece
celebrare il suo quarto matrimonio in Santa Sofia. Tuttavia, per quan-

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to avesse gi sollecitato e ottenuto con successo il benestare del papa e


degli altri patriarchi, limperatore incontr lopposizione di Nicola, spinto dalle gerarchie ecclesiastiche. Il sovrano trov cos sbarrate le porte
di Santa Sofia nel corso della solenne processione del Natale 906. Nicola venne deposto e sostituito da Eutimio, ma lo scisma che ne risult
dur a lungo in seno alla Chiesa bizantina. In compenso, il confronto
aveva avvantaggiato Leone sotto il profilo politico, e durante la Pentecoste del 908 Eutimio coron co-imperatore Costantino, che suo padre
non menzionava se non come il Porfirogenito. Ma Leone VI non visse tanto a lungo da evitare al giovane principe un periodo di reggenza,
dopo il maggio 912.
2. La politica estera di Leone VI.
Sul piano della politica estera Leone VI, il quale bench interessatissimo ai problemi militari, come pu testimoniare la dottrina chegli
mise a profitto nei suoi trattati Tactica e Naumachica non fu mai di
persona al comando dei suoi eserciti, dovette comunque far fronte ai nemici tradizionali dellImpero, Bulgari e Arabi musulmani, i quali manifestarono un rinnovato vigore offensivo. Il successore di Boris sovrano
dei Bulgari, Vladimir, che desiderava ritornare al paganesimo, venne
scacciato dal suo stesso padre e sostituito nell893 da Simeone, suo fratello cadetto il quale, destinato a divenire un alto dignitario della Chiesa bulgara, era stato educato a Costantinopoli. Simeone si mostr preoccupato di non apparire come una pedina dei Bizantini, e reag nell894
con una dimostrazione di forza a una malaccorta iniziativa di Leone VI,
che aveva trasferito dalla capitale a Tessalonica il centro degli scambi
commerciali con i Bulgari. I Bizantini avevano goduto del vantaggio della prima mossa, scatenando gli Ungari contro Simeone, ma questo,
nell896, aveva riportato una netta vittoria sulle truppe raccolte dal domestico delle scholae Leone Catacalone, sbaragliandole completamente.
Leone VI prefer a questo punto negoziare e, a prezzo di un tributo annuale e di qualche fortezza di confine ceduta ai Bulgari, ottenne la restituzione dei prigionieri e una pace durevole.
La guerra terrestre contro gli Arabi si tradusse principalmente in una
serie di scorrerie da parte degli emiri di Tarso, alle quali i generali bizantini risposero penetrando fino in Mesopotamia e umiliando a pi riprese i Tarsioti. Tali operazioni non mutarono sostanzialmente lequilibrio delle forze. Vennero tuttavia creati ai confini orientali vari nuovi temi o clisure: il tema di Mesopotamia, le clisure di Sebastea e di

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Licando. Questo comprensorio era stato istituito dallarmeno Melia


(lImpero continuava infatti a chiamare al proprio servizio degli Armeni, che rispondevano sempre pi numerosi allappello). Melia, un avventuriero a capo di una banda di combattenti, ritagli per s un territorio
allinterno di una regione desertica di frontiera, il Licando, che sviluppato da Melia stesso divenne un tema di cui egli fu il primo stratego.
Lungo i confini della Cilicia venivano scambiati prigionieri a intervalli
regolari e, nel corso del x secolo, il progressivo successo degli imperiali
poteva essere valutato in base al crescente squilibrio creato dal surplus
di combattenti arabi catturati dai Bizantini, il cui riscatto, a un prezzo
generoso, divenne per gli emiri un punto donore.
Ma era la condotta dei generali dOriente a cagionare allimperatore pi gravi preoccupazioni, poich le vittorie che conseguivano, sempre pi frequenti, conferivano loro un ascendente in continuo aumento
sulle popolazioni anatoliche da essi meglio protette. Uno di tali generali, Andronico Duca, il quale aveva riportato numerose vittorie sugli Arabi, sia che fosse vittima della rivalit che lo opponeva a Samona, un eunuco di corte, sia che aspirasse realmente al trono imperiale con la complicit del patriarca Nicola, nel 906 defezion dallesercito bizantino,
passando prima a Tarso e poi a Bagdad, per essere infine dopo vari negoziati perdonato dallimperatore: Leone VI non poteva permettersi
di privarsi di un generale di cos provate capacit, oltre a rischiare di affrontarlo su un terreno che egli conosceva troppo bene.
Sul mare, gli Arabi si dimostrarono pi aggressivi, giacch potevano
fare affidamento sulle flotte degli emiri di Tarso e di Creta, che saccheggiavano con regolarit le coste dellEgeo, e su quelle di Siria, comandate da formidabili ammiragli, spesso dei rinnegati, quali i famigerati Leone di Tripoli o Damiano. Ma Leone VI non rest inoperoso e la marina
bizantina, sottoposta al comando di un familiare dellimperatore, Imerio, continu sistematicamente a osteggiare gli Arabi. Il naviglio imperiale era tuttavia insufficiente ad affrontare le pi poderose squadre navali allestite dagli Arabi, e lammiraglio bizantino non pot impedire che
Leone di Tripoli attaccasse Tessalonica, difesa a quel tempo da fortificazioni marittime inadeguate, sicch la citt fu presa dassalto e saccheggiata nel 904, avvenimento di grande portata psicologica, anche se lequilibrio strategico nei Balcani non ne venne influenzato. La distruzione della citt fu evitata grazie al versamento di un tributo; dei
prigionieri, moltissimi furono riscattati, mentre altri furono venduti sul
mercato cretese. Imerio si prese tuttavia una bella rivincita sugli Arabi
nellottobre 906. In seguito limperatore, avendo ormai compreso che il
predominio marittimo non poteva essere ristabilito se non a seguito del-

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la neutralizzazione degli arsenali siriani e cretesi, fece armare una enorme flotta provvista di truppe scelte e ne affid ancora una volta il comando a Imerio, ma lammiraglio bizantino fu sconfitto dalle forze alleate di Leone di Tripoli e di Damiano nel 911.
3. La ripresa delle ostilit con i Bulgari.
Il regno di Alessandro, fratello di Leone VI, fu breve ma non privo
di conseguenze, avendo egli reintegrato Nicola Mistico nelle sue funzioni di patriarca e rifiutato di pagare ai Bulgari il tributo, fatto questo che
indusse Simeone a prepararsi alla guerra. Nel giugno 913, alla morte dellimperatore, dal momento che Costantino risultava ancora troppo giovane per regnare, venne convocato sotto la presidenza del patriarca un
consiglio di reggenza dal quale fu esclusa la madre dellimperatore, Zoe.
Il conseguente vuoto di potere eccit in particolare le ambizioni del domestico delle scholae, Costantino Duca, che venne ucciso nel luglio 913
mentre cercava di impossessarsi del Palazzo. Nellagosto del medesimo
anno, Simeone si present alla testa delle sue truppe dinanzi alle mura
di Costantinopoli. I negoziati fra il khan bulgaro e il patriarca condussero al riconoscimento del titolo imperiale per Simeone, che se ne pot
fregiare sotto la designazione restrittiva di basileus dei Bulgari, e al
fidanzamento di sua figlia con Costantino VII. Tali concessioni parvero eccessive alla corte, e Nicola dovette cedere il potere a Zoe, che si
imbarc in una politica militare attiva. Sul fronte orientale, nel 915,
limperatrice riusc a reinsediare sul trono dArmenia Asot II a seguito
di una vittoria sugli Arabi durante la quale Melia si distinse particolarmente. Tuttavia, nel 917 le truppe dOriente, comandate dal domestico delle scholae Leone Foca, fallirono sul Danubio unoperazione combinata con il drungario della flotta, Romano Lecapeno, subendo una disfatta rovinosa a Anchialo.
Si apr allora la contesa tra chi era intenzionato a sostituire Zoe. La
posizione di Leone Foca, forte del sostegno assicuratogli dalle truppe
dOriente, sembrava la pi forte, ma Romano Lecapeno lo precedette,
penetrando nel Palazzo grazie allaiuto dei suoi marinai. Nel maggio 919
questultimo diede cos in sposa sua figlia Elena a Costantino VII e, nel
dicembre 920, venne incoronato imperatore. Leone Foca si ribell ma
fu sconfitto e accecato. Lecapeno mantenne sulla cattedra patriarcale
Nicola, il quale nel luglio 920 riun un concilio e ristabil lunit della Chiesa, compromessa dalla disputa sulla tetragamia e dalla rivalit fra
i suoi fautori e i partigiani di Eutimio. Limperatore, sempre diffiden-

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te nei confronti di un patriarca eccessivamente influente, fece nominare nel 933 suo figlio Teofilatto al posto di Nicola.
Simeone, offeso alla notizia del matrimonio tra Costantino VII ed
Elena Lecapena, che faceva naufragare per lui la speranza di governare
lImpero dei Romani per conto di suo genero, cinse dassedio Costantinopoli e, nel 924, ebbe un colloquio con lo stesso Romano Lecapeno che
rinnov la promessa di riconoscergli il titolo imperiale e di versargli un
tributo annuo [Shepard 1124]. Nel maggio 927 la morte di Simeone, che
aveva tentato con successo di sottomettere i Serbi questi ultimi, dietro istigazione bizantina, erano intervenuti a pi riprese contro di lui
e poi, inutilmente, i Croati, lasci la Bulgaria in una condizione di grande debolezza. Tuttavia Pietro, figlio di Simeone, a prezzo di una marcia intimidatoria sulla capitale, ottenne da Lecapeno, al quale poco premeva intraprendere un nuovo, incerto conflitto nei Balcani, il riconoscimento del titolo imperiale, il rinnovo del tributo e la mano di Maria,
nipote dellimperatore bizantino. Iniziava cos un periodo di pace con
Bisanzio che sarebbe durato fino al 965.
4. I successi contro i musulmani.
Lecapeno e il suo generale favorito, Giovanni Curcua, che continu
a ricoprire la carica di domestico delle scholae per ventidue anni fino al
944, ripresero liniziativa in Oriente, in condizioni pi favorevoli. Lindebolimento del califfato abbaside, conseguenza dellautonomia di cui
sempre di pi godevano le grandi province che lavevano costituito, era
diventato ormai evidente. N il califfo n lemiro degli emiri il comandante in capo degli eserciti musulmani che pi tardi, a Bagdad, fu
il solo vero depositario del potere erano in grado di coordinare la lotta contro i cristiani, lasciata alliniziativa degli emiri di frontiera. La
tenacia di Giovanni Curcua ebbe definitivamente ragione di Melitene,
che venne presa nel 934, non senza che le campagne circostanti, devastate al fine di ridurre alla fame la popolazione, ne facessero le spese.
Tale vittoria impression i combattenti dellIslam, e i Tarsioti desistettero per parecchi anni dalle loro scorrerie in Anatolia. Certamente i
musulmani dovettero nutrire qualche speranza nel momento in cui un
energico emiro, Sayf ad-Dawla, si insedi ad Aleppo. Questi, dopo aver
fatto unincursione in direzione di Bitlis e dellArmenia, intimor i principi armeni al punto di ottenere che essi riconoscessero nuovamente
lautorit del califfo, di cui lemiro si riteneva il rappresentante. Ma
Sayf ad-Dawla non pot al momento impegnarsi in un conflitto totale

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con i Bizantini, poich doveva ancora far accettare le sue conquiste ai


poteri musulmani rivali, tra cui lemiro dEgitto.
Lavanzata dei Bizantini in Oriente fu inizialmente compromessa nel
941 a causa di un attacco russo a Costantinopoli guidato da Igor e Oleg
[Zuckerman 141]. La flotta russa venne vinta in due riprese, quantunque un grosso contingente sbarcasse in Bitinia e non venisse respinto
che dallesercito di Curcua di ritorno dallOriente. Nel 944 Igor rinnov
gli accordi commerciali che i Bizantini avevano gi concluso nel 911 con
Oleg, forse a causa della rottura dei rapporti fra i Cazari e i Russi, che
aveva precluso ai Russi laccesso al Caspio e da l al califfato.
Curcua riprese loffensiva, concentrata in particolare sulla Mesopotamia, conquistando Amida, Nisibi e devastando i dintorni di Edessa.
Nel 944 gli abitanti di questa citt negoziarono la partenza del domestico a prezzo della consegna del mandylion ai Bizantini. Il prezioso tessuto, attestato a Edessa fin dal vi secolo, recava una effigie miracolosa
acheropita del volto di Cristo (cfr. cap. xi, p. 284).
Romano Lecapeno si preoccup di mantenere gli effettivi del suo
esercito in unepoca in cui una parte dei soldati veniva ancora reclutata
tra i piccoli e medi proprietari terrieri. Il terribile inverno del 927-28
aveva causato una diffusa carestia e la scomparsa di moltissimi piccoli
possidenti, costretti a vendere le propriet. Inoltre, combattendo la voracit dei grandi proprietari fondiari, limperatore mirava a colpire una
parte dei suoi avversari politici. In due novelle, nel 928 e nel 934, Romano annull tali vendite, limitandone da allora in avanti la liceit. Al
termine dei suoi giorni, il sovrano rimise i debiti dei costantinopolitani
nei confronti del Tesoro.
Notiamo infine che i possedimenti bizantini in Italia erano sotto la
minaccia costante dei turbolenti principi longobardi, ma unalleanza con
lallora re dItalia, il franco Ugo di Provenza, unitamente allinvio di
due modesti contingenti militari nel 934 e nel 935, fu sufficiente per
scoraggiare il principe di Benevento, Atenolfo II, dallintenzione di annettersi il tema di Langobardia.
5. La presa di potere di Costantino VII.
Nel dicembre 944, Costantino VII riusc infine a sbarazzarsi di Romano Lecapeno grazie allaiuto dei suoi stessi figli, impazienti di regnare e preoccupati dal comportamento del padre che pareva pentito di aver
esautorato lerede legittimo. Il mese seguente Costantino, con lapprovazione della moglie Elena, allontan dalla capitale i cognati, riunendo-

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li al padre in esilio. Divenuto finalmente signore dellImpero, Costantino decise di fare assegnamento sui Focadi, antichi rivali dei Lecapeni,
ed elev al rango di domestico delle scholae Barda, i cui tre figli ottennero di comandare i temi di frontiera orientali: quello degli Anatolici,
la Cappadocia e Seleucia. Anche Costantino si dedic a una intensa attivit diplomatica, come testimonia lelenco delle ambasciate ricevute
durante i suoi primi anni di regno e conservate nel De cerimoniis. Nel
946, la principessa russa Olga giunse a Costantinopoli allo scopo di sollecitare il sostegno imperiale per conto del suo giovane figlio, Svyatoslav. Fu nel corso di questo viaggio che ella si sarebbe convertita al cristianesimo, bench a titolo esclusivamente personale (le lites russe erano rimaste pagane, anche se attestata la presenza di una comunit
cristiana a Kiev [Zuckerman 166]). Costantino si sforz inoltre di attirare nellorbita bizantina gli Ungari, dei quali erano state respinte numerose incursioni. Nel 948 due loro capi furono battezzati a Costantinopoli, ma gli Ungari finirono per passare sotto linfluenza di Roma (cfr.
cap. xvii, p. 492).
La lotta contro gli Arabi costitu la priorit del regno. Nella speranza di riconquistare Creta, Costantino organizz nel 949 una nuova spedizione che per, mal comandata da Costantino Gongilio, suo fedele
eunuco, e troppo inferiore numericamente, si risolse in una disfatta
completa. In compenso, sulla frontiera orientale, cadde infine la fortezza di Qlqal/Teodosiopoli, una delle vie daccesso allArmenia.
Barda Foca, capo dellesercito dOriente, si scontr con lemiro di Aleppo, lo hamdanide Sayf ad-Dawla, nel quale trov un temibile avversario [Canard 144]. Lemirato di Aleppo, anche se unito a quello di Tarso, disponeva di risorse umane e finanziarie limitate, ma Sayf ad-Dawla
seppe presentarsi, grazie a unabile propaganda, come lunico condottiero musulmano che adempisse al dovere del jihad contro i Bizantini.
Moltissimi volontari della guerra santa provenienti da tutto il Vicino
Oriente si unirono cos a lui. Al comando di grandi armate lemiro di
Aleppo fu, in questo modo, in grado di rimediare alle precedenti sconfitte. Lemiro e i Focadi iniziarono cos a combattere una guerra di movimento intorno ai valichi del Tauro. Barda, meno abile di Sayf ad-Dawla nelle manovre, sub parecchie sconfitte e uno dei suoi figli, Costantino, fin i suoi giorni prigioniero ad Aleppo. Leone Foca riusc tuttavia,
nel 950, a infliggere infine una sonora sconfitta allemiro. Nel 955 Costantino VII sollev Barda dallincarico, affidato al figlio maggiore, Niceforo, che era stratega migliore del padre. Il cambiamento ai vertici
dellesercito produsse i suoi effetti e, durante gli ultimi anni del regno,
gli eserciti bizantini presero il sopravvento sulle truppe dellemiro di

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Aleppo. Nel 958 un giovane generale, Giovanni Tzimisce, della famiglia dei Curcui, sostenuto dal parakoimomenos Basilio Lecapeno, sferr
un attacco in Mesopotamia, distruggendo lesercito di Sayf ad-Dawla
e impadronendosi di Samosata sullEufrate prima di trionfare nuovamente sullemiro.
Nel medesimo anno, lesercito bizantino si dimostr capace di rintuzzare una scorreria di Ungari in Tracia. Soltanto in Italia i Bizantini
non cessavano di registrare delle sconfitte, prive di gravi conseguenze,
se non per gli indigeni che continuavano a essere sottoposti alle incursioni degli Arabi siciliani, sostenuti dai Fatimidi di Ifriqiya.
Costantino VII mor nel novembre del 959, lasciando il potere al
figlio, Romano II, sulla cui educazione egli stesso aveva vigilato, facendo redigere a suo uso il solo manuale noto di diplomazia bizantina, il De
administrando imperio.
6. Il trionfo in Oriente.
Romano II lasci che la famiglia dei Focadi si occupasse del comando dellesercito e della politica imperiale in Oriente. Niceforo Foca si
vot alla riconquista di Creta: allest una poderosa spedizione e, sbarcando nel 960 sullisola, assedi gli Arabi a Candace senza che i Fatimidi del Maghreb e gli Ikhshididi dEgitto, sospettosi gli uni degli altri,
facessero alcunch per recare rinforzi agli assediati. Sayf ad-Dawla,
traendo profitto dallassenza dellesercito dOriente, aveva saccheggiato Charsianon durante unincursione ma Leone, fratello di Niceforo, lo
sorprese sulla via del ritorno mentre attraversava una gola, annientando il suo esercito. Lemiro hamdanide riusc ancora una volta a darsi alla fuga ma la sua potenza era ormai spezzata definitivamente. A Creta
Niceforo, dopo un lungo assedio, si impadron di Candace e lisola, ridivenuta bizantina, fu costituita in tema [Tsougarakis 1088]. La popolazione islamica divenne oggetto di missioni alle quali prese parte in particolare san Nicone il Metanoita. Parte del bottino raccolto da Niceforo
fu donato a un monaco di nome Atanasio, intimo del generale. Il monaco, nel 962-963, fond il convento di Lavra sul Monte Athos, il pi grande monastero cenobitico del Santo Monte, dove Niceforo sperava di
finire i suoi giorni. A Leone e a suo fratello Niceforo fu riconosciuto il
diritto di celebrare il trionfo a Costantinopoli, nel 961 e nel 963 rispettivamente. Nel 962, a due riprese, in primavera e al termine dellautunno, Niceforo comand un grande esercito contro lemiro di Tarso,
respinse Sayf ad-Dawla e mise sotto assedio Aleppo: di essa, soltanto la

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rocca resistette allattacco bizantino. Niceforo si ritir senza problemi


portando con s un bottino senza precedenti.
Romano II mor nella primavera del 963 lasciando una vedova, Teofano, e due figli minori, i porfirogeniti Basilio e Costantino. La reggenza fu breve poich a luglio lesercito dOriente proclam imperatore Niceforo Foca a Cesarea di Cappadocia. Solo il parakoimomenos Giuseppe Bringa, fedele a Costantino VII e a Romano II, tent di opporsi alla
marcia di Niceforo verso la capitale, facendo invano appello allarmata
dOccidente, posta sotto il comando di Mariano Argiro. Niceforo fu aiutato da un bastardo di Romano Lecapeno, Basilio, che riprese cos il suo
rango di parakoimomenos e, il 15 agosto, il generale fece il suo ingresso
a Costantinopoli. Incoronato imperatore, Niceforo spos un mese pi
tardi Teofano, promettendo di tutelare i diritti dei figli di Romano.
Niceforo Foca nomin domestico delle scholae dOriente suo nipote, Giovanni Tzimisce, il quale continu la campagna militare in Cilicia. Nel 964 e nel 965, Niceforo in persona pose lassedio a Mopsuestia,
una delle vie daccesso alla provincia, svernando in Cappadocia. I Tarsioti capitolarono nella primavera del 965, e la Cilicia divenne un tema.
Dopo due secoli di stabilit, la frontiera del Tauro veniva sfondata dai
Bizantini. Quello stesso anno, Niceforo aveva riguadagnato lintera isola di Cipro allautorit imperiale. Aveva inoltre inviato un suo nipote
contro gli Arabi di Sicilia, ma il corpo di spedizione, mal guidato, fu battuto dagli Arabi e il suo comandante ucciso. Niceforo fece ritorno in Siria e in Mesopotamia a due riprese quando lemirato di Aleppo perse il
suo signore, Sayf ad-Dawla, morto allinizio del 967. Limperatore bizantino raggiunse Antiochia, sottoposta a breve assedio nel 968, e si annesse anche il Taron, il cui principe era morto recentemente. Il contingente lasciato di stanza nei pressi di Antiochia, comandato da Pietro,
eunuco di fiducia dellimperatore, e dallo stratego Michele Burtza, si
impadron della citt il 28 ottobre 969, restituendo allImpero un secondo seggio patriarcale e facendo cos balenare la possibilit di una riconquista dellintera Siria, e forse di Gerusalemme. Per ripopolare la Cilicia, i cui abitanti erano per la maggior parte morti, prigionieri o in fuga, Niceforo fece appello con successo alle comunit cristiane monofisite
sparse nei territori musulmani, permettendo loro di fondare vescovati e
conventi [Dagron 478; Ddyan 1009].
In Occidente, Niceforo rifiut ai Bulgari il tributo loro dovuto dallImpero, impadronendosi di qualche fortezza sul confine. Decise quindi di fare appello al principe russo Svyatoslav allo scopo di attaccare i
Bulgari sulla loro frontiera settentrionale, evitando di disperdere le proprie truppe lungo un fronte che giudicava secondario. Svyatoslav fece

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una prima incursione che persuase Pietro, czar dei Bulgari, a concludere la pace con Niceforo. Poi il principe russo, dopo essere rientrato a
Kiev per respingere un attacco dei suoi nemici tradizionali, i Peceneghi della steppa, ritorn in Bulgaria dove nel frattempo allinizio del
969 Pietro era deceduto e, sconfitto senza fatica il suo successore, Boris II, conquist Preslav e lintera Bulgaria orientale, guadagnando cos
un potere superiore a quello del regno che aveva appena annientato e
meditando di conservare i suoi nuovi acquisti. In Italia, Ottone I, che
aveva a sua volta ottenuto il trono dellImpero dOccidente, aveva ormai stabilito il suo dominio sulla penisola, compresi i due principati longobardi di Capua e di Benevento, e reclamava la mano di una principessa bizantina per suo figlio, Ottone II. Per sostenere la sua richiesta, limperatore sassone tent unincursione fallita ai danni dei possedimenti
bizantini sul territorio italiano, quindi invi, come ambasciatore in
Oriente, Liutprando di Cremona, che ricevette il rifiuto di Niceforo alla domanda di Ottone.
Per era stato pagato un prezzo per questa serie pressoch ininterrotta di trionfi. Niceforo aveva inasprito la fiscalit, aumentando limposta che dispensava dal servizio, per poter stipendiare un esercito numericamente pi cospicuo e costantemente in stato di guerra. Alla fine,
le acquisizioni territoriali in Oriente, con le molte citt commerciali conquistate e i tributi versati da emirati come quello di Aleppo, offrirono
allImpero risorse fiscali supplementari e abbondanti, ma, ben prima di
poter fruire dei frutti della vittoria, i Bizantini furono pesantemente
tassati. Una novella di Niceforo del 964, che proibiva a monasteri e fondazioni caritatevoli lacquisto di nuovi beni fondiari, per motivi di buona gestione economica, irrit la Chiesa. Il sovrano rimaneva certamente molto popolare in Cappadocia, sua terra dorigine, ma a Costantinopoli poteva annoverare parecchi nemici. La Chiesa rifiut di dar corso
alla sua richiesta di onorare alla stregua di martiri i soldati morti. In seguito, limperatore si alien la popolazione stessa della capitale quando,
in occasione di una carestia, suo fratello specul sul prezzo del grano.
Anche nellesercito non mancavano generali destituiti e condannati
dallimperatore allesilio, come Tzimisce, oppure che ritenevano di esser stati mal ricompensati, come Michele Burtza pronti a rovesciarlo.
Limperatrice Teofano, forse stanca dellausterit e dellascetismo di Niceforo, temeva inoltre che i suoi figli sarebbero stati messi da parte per
favorire la progenie del curopalate Leone Foca.
Una congiura palatina di palazzo, diretta da Tzimisce con la complicit di Teofano, termin con lassassinio di Niceforo Foca nella notte
del 10 dicembre 969. Il patriarca Polieutto costrinse il nuovo imperato-

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re a scacciare dal Palazzo Teofano, sospettata di esserne lamante. Tzimisce epur lesercito dai partigiani dei Focadi, ma dovette far fronte a
numerose rivolte capeggiate da membri di questa famiglia, tra cui quella di Leone, fratello del defunto imperatore, e di Barda, un suo nipote
dotato di grandi qualit strategiche. Tzimisce aveva ereditato una situazione difficile nei Balcani, da dove un esercito russo si era spinto fin nelle immediate vicinanze della capitale prima di essere respinto dalle truppe frettolosamente raccolte al comando del cognato di Tzimisce, Barda
Sclero. Ci vollero due anni allimperatore per aver ragione di Svyatoslav e costringerlo a lasciare la Bulgaria dopo duri combattimenti intorno a Preslav e a Dristra [Hanak 1121]. La conclusione di un trattato che
rinnovava i privilegi commerciali accordati ai Russi pu far supporre
che la vittoria bizantina non fosse stata affatto cos schiacciante come
lasciava credere la martellante propaganda imperiale, animata dalla
preoccupazione di legittimare lusurpazione di Tzimisce. Il sovrano celebr un trionfo a Costantinopoli nel corso del quale, dietro licona della Vergine, sfilarono in corteo limperatore accompagnato da Boris, lex
sovrano dei Bulgari, ormai ridotto al rango di semplice dignitario bizantino.
In Occidente, il nuovo sovrano si mostr meno intransigente del suo
predecessore e, nella primavera del 972, accord la mano di una principessa bizantina, sua nipote Teofano, che non era porfirogenita, a Ottone II, che ne fu soddisfatto. Il gesto garant la sicurezza dellItalia bizantina e favor la penetrazione in Germania dellinflusso bizantino,
particolarmente sensibile in ambito artistico. Rimasta vedova, Teofano
govern durante la minore et del figlio, Ottone III.
Tzimisce riprese loffensiva in Oriente. Dopo che larmeno Melia,
suo domestico delle scholae, fu vinto in combattimento dallemiro di
Mosul, limperatore per due anni di seguito dette dimostrazione di forza giungendo, nel 974, a costringere lemiro a versare un tributo annuo;
lanno successivo, poi, a capo di un forte esercito, avanz in profondit
nel territorio siriano, e ottenne un tributo da Damasco, ma poi dovette
tornare indietro senza essere arrivato a Gerusalemme. Le linee di collegamento dellesercito, infatti, si erano troppo allungate, mentre lEgitto era tornato a essere un avversario temibile in seguito allinsediamento dei Fatimidi. Una lettera di Tzimisce a Asot III di Ani, indipendentemente dalla sua autenticit, riflette la mentalit delle popolazioni e
delle truppe anatoliche. Limperatore si presentava come il capo di tutti i cristiani, anche non calcedonesi, investito del compito di chiamarli
a raccolta per combattere il comune nemico islamico. Fra i musulmani,
negli ambienti pi radicali ci si rattristava profondamente per la man-

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canza di unit di cui soffriva il mondo dei credenti, oltre che per la perdita dello spirito del jihad. Tzimisce non ebbe il tempo di realizzare i
suoi progetti, che forse comprendevano una visita ai Luoghi Santi, giacch mor improvvisamente nel gennaio 976. Basilio Lecapeno fu sospettato di aver avvelenato il sovrano, che si era adirato con lui quando era
venuto a conoscenza delle propriet di cui Basilio si era illegittimamente impadronito, a spese della corona, nei territori riconquistati. La morte di Tzimisce segn la fine della rapida avanzata dei Bizantini verso
Oriente, dovuta senza dubbio alla competenza dei generali ma facilitata, altres, dalla inevitabile disgregazione del califfato abbaside e dallimpossibilit per gli emiri di frontiera di fondare uno Stato fornito di
risorse comparabili a quelle degli avversari cristiani.
7. Basilio II, lespansione in Occidente e la salvaguardia dellOriente.
Alla morte di Giovanni Tzimisce, Basilio, peraltro giunto alla maggiore et e dunque in condizione di regnare autonomamente, continu
a essere sotto la tutela del parakoimomenos, suo prozio. Nel 976, Barda
Sclero, frustrato dal prolungato confinamento in un comando subalterno lungo la frontiera, forte dellausilio di contingenti armeni, di alleati
arabi e di una parte degli ufficiali superiori dellesercito dOriente, si ribell. Per far fronte alla minaccia portata da questo temibile generale,
il parakoimomenos si rivolse a Barda, nipote dellimperatore Niceforo
Foca, che in tre anni di guerra civile, sostenuto da contingenti georgiani, costrinse Sclero e i suoi a rifugiarsi presso la corte di Bagdad. Il bottino del sacco a cui fu sottoposto il campo dei rivoltosi, consent al georgiano Tornicio di fondare uno dei pi grandi monasteri atoniti, il cenobio di Iviron o degli Iberi. Un Foca guid una seconda volta con
successo gli eserciti bizantini dOriente contro Aleppo, cui il generale
impose nuovamente il tributo annuo dovuto allImpero [Cheynet 461;
Holmes 151].
Nel 985, Basilio II decise di sbarazzarsi del parakoimomenos, confiscando brutalmente la sua immensa fortuna. Il sovrano desiderava imprimere il suo marchio in ambito politico-militare abbandonando il fronte orientale e conducendo personalmente una campagna contro i Bulgari i quali, sotto il regno di Samuele, avevano ritrovato lindipendenza.
La rovinosa disfatta dellimperatore, al ritorno dallinfruttuoso assedio
di Serdica, nellagosto 986, giustific le critiche che gli vennero indirizzate dallesercito. Barda Foca, gi destituito dal suo ufficio di domestico delle scholae, riun a Cesarea di Cappadocia gli ufficiali dellesercito

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dOriente e si fece proclamare imperatore il 15 agosto 987. Basilio II


perdette in poco tempo lintera Asia Minore, conservando tuttavia il
possesso del Tesoro. Alla ricerca di alleati, si rivolse al principe russo
Vladimiro (gesto audace, considerato il timore che i Russi ispiravano ai
costantinopolitani). Vladimiro accett di inviare un forte contingente
militare in cambio, per, della mano di Anna, sorella di Basilio, una principessa porfirogenita. Basilio, che non si trovava nelle condizioni di rifiutare, pretese a sua volta che Vladimiro si battezzasse: questi accett
poich tale matrimonio gli garantiva una posizione di preminenza su tutti i principi della steppa. Il principe di Kiev si impadron poi di Cherson, forse a quel tempo alleata ai ribelli, impossessandosi delle reliquie
di san Clemente che vi erano venerate. Vladimiro fu battezzato insieme alla sua druina (guardia personale) a Kiev, senza dubbio nel 988
[Poppe 1117]. Con il contingente russo, Basilio II ebbe la meglio a Abido, nellaprile 989. Barda Sclero, tornato dalla corte califfale e lasciato
in disparte da Foca, continu per alcuni mesi la resistenza insieme ad
alcuni partigiani di questultimo, prima di arrendersi nellottobre 989.
Basilio risparmi Sclero e i suoi, ma pun i Focadi, i loro parenti pi
prossimi e i loro alleati georgiani. Inaspr nel 996 le leggi che proteggevano i diritti dei piccoli proprietari e cre lallelengyon, procedura che
rendeva i potenti responsabili del pagamento delle imposte fondiarie che i meno abbienti non sarebbero stati in grado di soddisfare; tale misura venne recepita come una sanzione. Sotto la sua influenza,
qualche mese pi tardi, il patriarca Sisinnio rese pi severe le proibizioni del matrimonio per legami di parentela, fornendo cos al sovrano
un mezzo per controllare la formazione delle fazioni aristocratiche
[Laiou 733, p. 25].
Limperatore, desideroso di cancellare il ricordo dello smacco del 986
e preoccupato del progresso dei Bulgari al tempo delle guerre civili, apr
le ostilit contro Samuele di Bulgaria. Tale guerra non era senzaltro
mirata allannessione dellintera Bulgaria, ma semplicemente a dare nuovo lustro al prestigio imperiale nei Balcani. La cronologia delle operazioni tra il 990 e il 1018 resta incerta. Samuele dimostr di essere un
avversario valoroso, capace di compiere audaci incursioni in Grecia o
contro Adrianopoli. Alla lunga, tuttavia, le maggiori risorse dellImpero consentirono a Basilio di riconquistare velocemente le province orientali della Bulgaria, di controllare meglio il Danubio, e infine di colpire,
per mezzo di campagne ripetute, il centro dello Stato di Samuele concentrato intorno a Ocrida, in Macedonia. Infine, nel 1014, nella battaglia di Kleidion, Basilio II cattur parte dellesercito di Samuele, il quale mor poco dopo. Ci vollero tuttavia ancora quattro anni di combatti-

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menti, spesso incerti, per soggiogare completamente i Bulgari. Nel 1018,


il sovrano bizantino ebbe il sopravvento, tanto con loculata distribuzione di dignit e titoli ai quadri militari bulgari quanto grazie alla forza delle sue armi. La famiglia reale bulgara fece atto di resa formale, venendo trattata con tutti gli onori del caso. Limperatore comp un viaggio trionfale nei Balcani, celebrando la sua vittoria ad Atene prima di
fare ritorno a Costantinopoli. La frontiera bizantina era adesso nuovamente estesa fino al Danubio, e i principi slavi vicini allImpero stipularono prudentemente nuove alleanze con limperatore.
In Oriente, Basilio II salv in due occasioni, nel 995 e nel 999, Antiochia e gli alleati di Aleppo, attaccati da eserciti fatimidi [Farag 149;
Micheau 1052], pattuendo infine una tregua di dieci anni con il califfo
fatimide del Cairo, al-Hakim. Cerc quindi, invano, di consolidare i possessi bizantini in Siria impadronendosi di Tripoli, e approfitt del suo
secondo soggiorno in Oriente per regolare i conti con i Georgiani, obbligandoli, nel 1001, a restituirgli i territori che il principe David di Tao,
antico alleato di Foca, pi o meno costretto gli aveva destinato come legato. Una volta liberatosi di ogni preoccupazione sul fronte bulgaro, Basilio II si volse nuovamente a Oriente. Il re armeno del Vaspurakan, Senacherim Artzruni, gli fece omaggio del proprio regno, sentendosi ormai incapace di difenderlo contro nuovi aggressori senza dubbio, le
prime bande turche giunte nel Vicino Oriente capaci di adoperare metodi di combattimento terrificanti e mai prima sperimentati. Nel 1021
Basilio prese possesso di queste terre, poste sulle sponde del lago di Van,
organizzandole come nuovo catepanato; svern poi a Trebisonda, dove
accolse la proposta recatagli dal katholikos armeno Pietro del re di
Ani, Smbat, il quale lo designava erede del proprio regno, di cui avrebbe preso possesso alla sua morte. Affront limperatore soltanto Giorgio, re dei Georgiani, che si era alleato ai Fatimidi e sapeva di poter contare sul malcontento di una parte dellaristocrazia microasiatica; malcontento che si tradusse, nel 1022, nellultima rivolta capeggiata da un
Foca, votata a un rapido fallimento. Basilio condusse contro Giorgio
una campagna molto dura, nel corso della quale si distinse particolarmente il contingente russo che costrinse alla sottomissione lavversario.
La preminenza bizantina in Armenia era ormai assicurata, senza troppe
difficolt [Cheynet 999; Holmes 152].
Basilio II non trascur lItalia, dove lopera dei precedenti imperatori fu consolidata dai catapani, nominati per rimanere in carica a lungo (cfr. cap. xviii, p. 524). Questi seppero contenere il malcontento dei
notabili longobardi, a capo dei quali si era posto Melo Meles nelle fonti greche che, prima nel 1009 poi nel 1017, si ribell apertamente al-

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lautorit bizantina. Per il suo secondo tentativo di rivolta, Melo aveva


arruolato un contingente di Normanni, i quali intervennero cos negli
affari bizantini per la prima volta. Limperatore germanico Enrico II,
ritenendo che lItalia spettasse di diritto allImpero dOccidente, fece
una campagna militare contro i possedimenti bizantini nella penisola,
senza tuttavia riuscire a impadronirsi delle piazzeforti. Solo gli Arabi di
Sicilia continuavano a compiere le loro scorrerie. Alla fine del suo regno, Basilio II, desiderando riconquistare lisola, aveva inviato come
avanguardia un forte contingente nel 1025, ma la morte del sovrano, nel
dicembre dello stesso anno, quando anche le truppe del koitonites Oreste erano state battute dai musulmani [Felix 150], fece rinunciare a tale progetto.
Il grande imperatore acquist gi presso i contemporanei una fama
considerevole, che lo pose allo stesso livello dei grandi sovrani del passato, Giustiniano e Eraclio. Alla fine del xii secolo, quando le frontiere
dellImpero collassarono, i Bizantini ricordavano con nostalgia le vittorie di colui che ormai chiamavano il Bulgaroctono.
La determinazione del personaggio dinanzi agli avversari e i suoi successi in campo politico e militare hanno affascinato a lungo gli storici
moderni. Gustave Schlumberger [160] lo considerava il terzo degli imperatori militari che avevano guidato lepopea bizantina. Con Michael Angold e altri insieme a lui si giunti a una considerazione pi
temperata della sua figura. Senza voler negare i suoi successi, bisogna
tener conto che non fu facile per Basilio farsi carico delleredit politica quando le frontiere erano attaccate da tutte le parti. Lo sforzo militare era stato portato al massimo grado e le finanze pubbliche non potevano essere sollecitate ulteriormente. Lassorbimento di Stati cuscinetto nei Balcani e nel Caucaso, pratica largamente adottata durante il
regno di Basilio e continuata con i suoi successori, pu di fatto aver facilitato le invasioni della seconda met dellxi secolo.
8. I successori di Basilio.
Alla morte di Basilio, celibe per tutta la vita, il potere pass al fratello, Costantino VIII, provvisto a sua volta di sole figlie che lo zio non
si era mai preoccupato di far maritare. A dire il vero, Zoe era stata fidanzata a Ottone III, ma il pretendente era morto proprio mentre la
principessa sbarcava a Bari nel 1002. Nel novembre 1028, Costantino,
alla vigilia della sua morte, la diede in sposa a un lontano cugino, Romano Argiro, ma fu poi chiaro che da tale matrimonio non sarebbe sor-

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tito alcun frutto e che la dinastia macedone era destinata a estinguersi


alla morte delle principesse porfirogenite, Teodora e Zoe. La loro legittimit era incontestabile e riconosciuta con entusiasmo dalla popolazione, in particolare dai costantinopolitani. Lunica via per ottenere il potere supremo era legarsi alle principesse, per matrimonio o per adozione, qualora non si volesse tentare la fortuna con un atto di forza. Si
spiega cos, dopo mezzo secolo di calma, il moltiplicarsi di congiure e di
colpi di stato.
Romano III, tentato anchegli dalla gloria militare, sullesempio dei
Focadi decise di annettersi lemirato di Aleppo, governato allora dai
Mirdasidi, essi stessi premuti sul fronte interno dai Fatimidi. La spedizione condotta nellestate del 1030 evidenzia la mancanza di esperienza militare di Romano, il cui esercito venne sbaragliato dai Mirdasidi
durante la marcia verso Aleppo. I duchi di frontiera posero rapidamente riparo a tale disfatta e, nel 1031, gli emiri aleppini pagarono nuovamente il tributo a Bisanzio. Giorgio Maniace, stratego di Teluch, si impadron di Edessa e mantenne il possesso della citt contro lemiro
marwanide di Amida [Felix 150]. Lespansione dellImpero si attuava
da s, quali che fossero le capacit personali degli imperatori, per la debolezza dei suoi nemici. Alla morte di Romano III, nel 1034, Zoe si spos una seconda volta con il suo amante, il paflagone Michele IV, fratello di Giovanni Orfanotrofo, funzionario tra i favoriti di Basilio II.
Giorgio Maniace fu scelto per portare a compimento lultimo progetto di Basilio II, riguadagnare la Sicilia allImpero. Lo stratego bizantino simpadron di Siracusa allinizio del 1040, conseguendo un grande successo che pareva dover preludere alla riconquista dellintera isola. Il suo contingente longobardo tuttavia si ribell, dirigendosi a Bari
per sostenere una rivolta capeggiata da Argiro, figlio di Melo. Maniace
venne richiamato in patria da Michele IV, timoroso delle ambizioni del
generale. Nel medesimo anno i Bulgari si sollevarono, spinti in parte dalla pressione fiscale, riunendosi prima sotto la bandiera di Pietro Deljan,
che vantava una discendenza dai sovrani bulgari, poi di Alusiano, membro autentico della famiglia reale. Al principio del 1041, Michele IV mise rapidamente fine alla sedizione giocando sulle divisioni che si erano
create fra i ribelli e i sostenitori di Alusiano. Limperatore, epilettico,
mor giovane nel dicembre del 1041; il potere pass quindi al nipote Michele V, adottato precedentemente da Zoe.
Il neoeletto sovrano, bramoso di dirigere personalmente gli affari
dellImpero, allontan dapprima lo zio, Giovanni Orfanotrofo, ormai
impopolare tanto per il suo rigorismo in materia fiscale quanto per essersi recentemente arricchito. Poi, durante la Pasqua del 1042, Miche-

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le credette possibile relegare la madre adottiva in un convento nei pressi della capitale. La popolazione di Costantinopoli reag con inattesa
energia, fece uscire dal suo ritiro Teodora, lultima porfirogenita, e scacci dal trono Michele che venne accecato (cfr. cap. xi, pp. 277).
Dopo due mesi di regno congiunto di Teodora e Zoe, nel luglio 1042
questultima si rispos con Costantino IX Monomaco. Michele V aveva liberato Maniace, rimandandolo in Sicilia. Si dava il caso che Costantino IX avesse per amante Maria Sclerena, il cui fratello, Romano Sclero, chiamato ad assolvere alle pi alte funzioni dello Stato, era nemico
giurato di Maniace; nel settembre 1042 questo si ribell e, nella primavera dellanno successivo, si trasfer con il suo esercito nei Balcani, morendo per dopo uno scontro con gli imperiali quando gi aveva sfondato le linee nemiche. Nello stesso anno, una flotta russa inviata da Jaroslav, principe di Kiev, attacc la capitale venendo respinta con difficolt
dalla marina bizantina. Alcuni storici hanno accostato i due avvenimenti sospettando, nella loro simultaneit, qualche cosa di pi della semplice coincidenza, bench non esista alcuna prova di una reale collusione.
Il lungo regno del Monomaco segnato dallinvasione dei Balcani da
parte dei nomadi peceneghi, che ormai non si accontentavano pi di
compiere semplici incursioni, e dallannessione dellArmenia, che mise
i Bizantini a diretto contatto con nuovi arrivati, i Turchi selgiuchidi.
Limperatore privilegi sempre le soluzioni pacifiche. Quando, nel corso dellinverno 1046-47, una massa di Peceneghi attravers il Danubio,
venne respinta dallesercito dOccidente e da una banda di irregolari appartenente alla medesima razza degli invasori, gi da tempo passata al
servizio dellImpero, e il cui capo, Kegenes, una volta battezzato, ricevette titoli e terre. Limperatore, senza dubbio incoraggiato dalla condotta leale di Kegenes e preoccupato dal calo della popolazione nei Balcani, fece insediare i Peceneghi sconfitti su territori dello Stato e ne arruol una parte. Tale decisione, che aveva molti precedenti nel passato,
suscit per lopposizione dellesercito dOccidente, che si ribell, beneficiando successivamente di una amnistia imperiale nella primavera
del 1047. Qualche mese pi tardi, tuttavia, Leone Tornicio, appartenente a una illustre famiglia di Adrianopoli, sollev nuovamente le truppe occidentali e tent dimpadronirsi della capitale, rimasta sguarnita di
difensori, prima di essere catturato e accecato nel dicembre 1047 [Lefort
822].
Nel 1041 mor Smbat, re di Ani, ma le agitazioni interne dellImpero non permisero di dar corso immediato al suo testamento. Solo nel
1045 Costantino IX invi un esercito a prendere possesso della citt,
mentre il nuovo sovrano Gagik II, attirato con uno stratagemma a Co-

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stantinopoli, riceveva titoli onorifici e rendite fondiarie quale compenso. Nel 1048, una banda turca assai numerosa, comandata da Ibrahim
Inal, fratellastro del sultano selgiuchide Tughril Beg, si spinse a saccheggiare lArmenia, indebolita dallassenza degli eserciti dOriente richiamate in Europa per contrastare la rivolta di Tornicio. Finalmente, nel
settembre 1048, le truppe dei catapanati di frontiera, rinforzate da un
forte contingente georgiano, si scontrarono a Kaputru con i Turchi i
quali, dopo una battaglia dallesito incerto, si ritirarono. Nel 1054 il sultano, divenuto signore dellAzerbaigian, volle saggiare le difese bizantine assediando Mantzikert che, ben difesa dal dux di Vaspurakan, larmeno Basilio Apocapa, resistette con successo.
Limperatore contro i Turchi aveva mobilitato i Peceneghi, che per
si rifiutarono di allontanarsi dalle loro sedi e si rivoltarono. La reazione
imperiale fu energica: Costantino IX invi contro di loro numerosi eserciti che, pur battuti in un primo tempo, riuscirono infine a sorprendere i rivoltosi e finalmente a restringere larea delle loro incursioni, persuadendoli quindi, alla fine del suo regno, a firmare una pace durevole.
La pertinacia dimostrata dal Monomaco, il quale pi volte ricostitu i
suoi eserciti decimati dai Peceneghi, annulla le accuse rivoltegli dai contemporanei, riprese talora dai moderni storici, che gli rimproveravano
la negligenza degli affari militari, e testimonia anzi che le risorse dellImpero erano ancora in grado di finanziare un importante sforzo bellico nellarco di diversi anni [Malamut, in 1119].
In Italia, i Normanni consolidavano le loro posizioni, attaccavano i
castra bizantini e avevano il sopravvento sui vari catapani, che pure ricevevano rinforzi. Costantino contava sul sostegno di papa Leone IX,
poich i Normanni saccheggiavano anche il patrimonio della Chiesa, e
si appell al notabile longobardo pi influente, Argiro, gi fedele servitore dellImpero e nominato duca dItalia al tempo in cui aveva contribuito a sedare la rivolta di Maniace. Nel 1053 tuttavia i Normanni sbaragliarono sia le truppe pontificie sia quelle di Argiro. Poco dopo, il papato si volse dalla parte dei Normanni, investendoli nel 1059 della
signoria dei territori dellItalia meridionale. Nella volont, tuttavia, di
riconfermare comunque lalleanza e discutere su determinate misure
adottate contro le chiese latine della capitale bizantina dal patriarca Michele Cerulario il quale pretendeva, inoltre, di rivestire un ruolo direttivo nei confronti delle Chiese dOriente , Leone IX invi a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silva Candida a capo di una delegazione. I negoziati con limperatore, influenzato favorevolmente da Argiro,
erano gi giunti a un buon punto, ma i legati, ormai sicuri del fatto loro, si dimostrarono intransigenti durante il colloquio privato con il pa-

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triarca, che godeva nella capitale di un vasto sostegno popolare. Infine,


nel luglio 1054, i legati pontifici deposero una bolla di scomunica sullaltare di Santa Sofia. Costantino non pot fare altro se non lasciare
che il sinodo e il patriarca rispondessero allaffronto lanciando un anatema contro i legati del papa [Kaplan 182]. Questo scisma era solo frutto delle circostanze, se si tiene anche conto del fatto che Leone IX, nel
frattempo, era morto. Del resto, i negoziati ripresero con il suo successore, Vittore II, sulle stesse basi. Tuttavia lavvenimento sintomatico
della direzione presa dal papato, che comincia a prendere le distanze dai
poteri politici rivendicando la libert della Chiesa, un problema incomprensibile per i Bizantini.
Il regno del Monomaco fu inoltre caratterizzato da una serie di riforme. Limperatore istitu una nuova casa pia, che forn ampiamente di
ricchi beni, intitolata a San Giorgio il Tropeoforo, insediandovi un nomophylax, funzione creata appositamente per Giovanni Xifilino, incaricato della formazione giuridica degli alti funzionari. Il sovrano inoltre
ampli la fiscalizzazione della strateia ai territori di recente acquisizione, in particolare smobilitando lesercito di Iberia (cfr. cap. vii, p. 184).
Alla sua morte, nel gennaio del 1055, Costantino IX lasciava un impero intatto, avendo reagito con notevole vigore alle sfide provenienti dallesterno.
Teodora la Porfirogenita, gi avanti con let, conserv da sola il potere per i diciotto mesi che le rimanevano da vivere, a dispetto delle critiche che le furono mosse per il fatto che lImpero avrebbe avuto bisogno di un sovrano energico. La morte dellimperatrice, nellagosto del
1056, non apr alcuna crisi istituzionale, dal momento che lultima rappresentante della dinastia macedone aveva trasmesso il potere a Michele Bringa in maniera legalmente ineccepibile. Tuttavia, il nuovo imperatore, burocrate costantinopolitano, anziano e mal consigliato, si comport da sprovveduto con alcuni generali che avevano comandato gli
eserciti di Bisanzio sotto il Monomaco. Quando Teodora, e poi Michele VI, destituirono dei generali gi favoriti da Costantino IX, rifiutando loro le promozioni che speravano, molti Catacalone Cecaumeno e
Costantino Duca, fra i tanti si unirono a Isacco Comneno, proclamandolo imperatore nel giugno del 1057. Dopo una breve ma sanguinosa
guerra civile, Isacco Comneno, sostenuto nella capitale da una potente
fazione guidata dal patriarca Michele Cerulario, entr in Costantinopoli senza colpo ferire, facendosi incoronare imperatore il 1 settembre
1057. Le due grandi famiglie che avrebbero dominato Bisanzio per i centocinquantanni seguenti, i Comneni e i Duca, si insediavano cos nel
cuore dellImpero.

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jean-claude cheynet
iii. Bisanzio fra i Turchi e le crociate (1057-1204)

Il neoimperatore Isacco Comneno guid una trionfale spedizione


contro i Peceneghi rifugiatisi a nord del Danubio, perdendo tuttavia
parte delle sue truppe sulla via del ritorno a causa di una violenta inondazione. Preoccupato di risanare lo stato delle finanze pubbliche, decise di annullare alcune donazioni e di ridurre i versamenti effettuati a
titolo di roga, specialmente a favore dei monasteri, guadagnandosi cos lostilit degli antichi beneficiari. Deluse inoltre parte dellesercito
nel momento in cui, realisticamente, mise da parte ogni velleit di conquista. La sua posizione fu inoltre compromessa quando ruppe i rapporti con lambizioso Michele Cerulario, cosa che gli alien in parte le
simpatie dei costantinopolitani. Ammalatosi, limperatore abbandon
il trono nel 1059, forse indotto a tale passo da Michele Psello, a favore di un antico compagno darmi, Costantino Duca.
La scelta di Isacco si rivel deludente poich Costantino si dimostr incapace, nonostante una politica fiscale rigorosa, di far fronte alle invasioni turche, peceneghe e uze, anche quando minacciarono direttamente la capitale. Costantino mor nel 1067, prima di vedere gli
effetti della sua politica creare una serie di rivolte generalizzate. Oltre alla vedova, Eudocia Macrembolitissa, imparentata con i Cerulari, limperatore lasciava dei figli il maggiore dei quali, Michele, bench in et per regnare, venne giudicato ancora inadatto ad assumere
responsabilit di governo. Eudocia perci fu nominata reggente; ma,
con laggravarsi della situazione oltre i confini dellImpero, il patriarca e il Senato la sollevarono dal giuramento che le era stato imposto
dal defunto marito, al quale aveva giurato che, dopo la sua morte, non
si sarebbe pi risposata per preservare i diritti dinastici. Eudocia spos quindi, nel gennaio del 1068, in seconde nozze, Romano Diogene,
un generale di buona reputazione (bench membro di una famiglia alquanto turbolenta), facendolo al contempo incoronare co-imperatore
e provocando dunque una sorta di colpo di stato a spese della famiglia
dei Duca.

Siracusa

Mare Mediterraneo

Gortina

Corinto Ate
ne

Carta 3. LImpero a met del xii secolo circa.

sicilia

Reggio

Tebe

Larissa

Anchialo

creta

Eraclea

Bursa
Ancira

Trebisonda

emirato
danismendide

Sinope

Alessandria

Rodi

Seleucia

Tripoli

Fatimidi

regno di
gerusalemme

Damasco

Laodicea diprincipato
antiochia

Antiochia Aleppo Eufrate

Gerusalemme

Costanza
cipro

Attalia

Cesarea
sultanato
di
rum
Filadelfia
Filomelio
Smirne
Iconio (Konya) Anazarbo
Edessa
Laodicea
Miriocefalo
Cone
Zengidi

Lopadion

Mar Nero

Amastri

Cherson

Costantinopoli

Adrianopoli

Preslav

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nu
Da
Dristra

Filippopoli

Sofia

ar
Ocrida
Serre
Tessalonica
Castoria

Skopje Va

rd

Vidin
Nissa

Sirmio

Cumani

Mosul

Ti
gri

Kur

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regno normanno

Durazzo
Bari Brindisi

tic

Ad
ria

Ragusa

dalmazia

Sava

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Palermo

Ancona
Ma
re

Drava

ungheria

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Bisanzio fra i Turchi e le crociate

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Nel corso del regno di Romano, durato tre anni e mezzo, le ambizioni delle diverse fazioni che aspiravano al potere ebbero libero corso. I
Diogeni desideravano garantire la continuit della successione (il matrimonio di Eudocia con Romano non era stato infecondo). Anna Dalassena, cognata di Isacco Comneno, mirava a porre uno dei suoi figli sul
trono, che giudicava dovesse ritornare a un Comneno; i Duca stessi, infine, guidati dal fratello di Costantino X, il cesare Giovanni Duca, temevano di essere estromessi dal potere qualora Romano Diogene con le
sue vittorie avesse acquisito eccessiva popolarit. Daltra parte Romano, che comandava in prima persona lesercito, stava appunto mettendo in opera un disegno di parziale rinnovamento della compagine militare condotto attraverso un migliore addestramento e il reclutamento
forzato. Tuttavia non consegu grandi successi bellici e alcuni suoi generali, come Manuele Comneno, furono addirittura sconfitti. Durante
la battaglia di Mantzikert il figlio del cesare Giovanni, Andronico, privilegi senza dubbio i propri interessi familiari a scapito di quelli dellImpero nel momento in cui, al comando della retroguardia dellesercito bizantino, permise che i Turchi catturassero Romano Diogene dopo
averlo circondato. Quando il sultano liber Romano assegnandogli una
scorta turca, i Duca presero questo fatto a pretesto per scacciare Eudocia e, nellottobre del 1071, porre sul trono Michele VII Duca, sostenuto attivamente dal cesare.
Romano Diogene non si rassegn affatto a tutto questo e, forte della popolarit di cui godeva in Oriente, soprattutto in Cappadocia, raccolse delle truppe. Sconfitto per ben due volte, infine si arrese ma contrariamente a quanto gli era stato promesso fu accecato in maniera
cos brutale da portarlo rapidamente alla morte il 4 agosto del 1072. I
Duca avevano vinto, a prezzo per di una sanguinosa guerra civile che
li rese impopolari in parte dei territori dOriente, guerra che introdusse i Turchi allinterno del gioco politico dellImpero. Il potenziale pericolo duna tale strategia, tuttavia, non era percepito dal momento che
Andronico Duca, come ricompensa per la vittoria su Diogene, accett
dei possedimenti situati proprio in Asia Minore.
Una volta giunto al potere, Michele VII non pot impedire lavanzata dei nemici dellImpero. Un ministro, leunuco Niceforitza, per molto tempo denigrato sulla scorta delle cronache contemporanee, prese una
serie di energiche decisioni [Lemerle 631], tentando di ripristinare alcune fonti di reddito a favore delle pubbliche finanze giacch su vaste aree dellAsia Minore gli esattori imperiali non erano pi in grado di
riscuotere le tasse e instaurando un monopolio del commercio del grano destinato a Costantinopoli. Sempre in Asia Minore, inoltre, Nicefo-

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ritza si sforz di ricostituire una unit di lite basata su forze indigene


e in grado di combattere il pericolo turco.
Tali sforzi per furono inutili, giacch loperato di Michele VII venne contestato da ogni fronte, e nel 1077 scoppiarono due grandi rivolte militari. Lesercito dOccidente, ancora in gran parte intatto, sostenne un suo generale, Niceforo Briennio, imparentato con alcune famiglie
di maggiorenti di Adrianopoli, mentre quanto rimaneva dei reggimenti
dOriente si radun perlopi sotto i vessilli di un altro comandante di
prestigio, Niceforo Botaneiata. Limperatore fece appello a truppe straniere, franche e turche, ma il Botaneiata riusc a respingere i Turchi del
selgiuchide Sulayman inviatigli contro. I costantinopolitani, preoccupati per il numero via via crescente di profughi dallAnatolia che trovavano ricetto nella capitale, oppressi dalla penuria di viveri e dal rincaro del
prezzo del grano, si consegnarono ancora una volta al condottiero che
giungeva dallOriente, Niceforo Botaneiata, che nellaprile 1078 entr
trionfalmente in citt.
Divenuto imperatore, Niceforo sostenuto in un primo tempo dai
Comneni per legittimare la propria posizione spos limperatrice Maria dAlania, moglie separata di Michele VII, ma dovette reprimere con
la forza le ribellioni degli eserciti dOccidente, guidati, prima, ancora
da Briennio, che non aveva affatto rinunciato al suo progetto, quindi da
Niceforo Basilace, dux di Durazzo. Niceforo III ebbe ragione degli avversari soprattutto grazie allappoggio dei Turchi, i quali per la prima
volta si trasferirono in gran numero in Europa con il consenso delle
autorit. Limperatore ormai anziano, non lasciava pi il Gran Palazzo , prigioniero della sua inerzia, non fu in grado di comandare lesercito in una campagna contro i Turchi, ormai visibili lungo la sponda
asiatica del Bosforo. Gli intrighi di Corte condussero quindi a una serie di intese momentanee tra le fazioni in campo. Anna Dalassena si rivel particolarmente abile nei maneggi, rafforzando linfluenza della
sua famiglia peraltro molto numerosa con matrimoni combinati che
la imparentarono e crearono alleanze con i pi illustri casati dellepoca
(eccezion fatta per i Macedoni, residenti a Adrianopoli). I suoi figli,
Isacco e Alessio, mentre continuavano a beneficiare della fiducia del Botaneiata, riuscirono anche a entrare nei favori dellimperatrice Maria
dAlania, preoccupata per il futuro di suo figlio Costantino, erede dei
Duca. Quando Botaneiata, privo di prole, deliber di trasmettere lImpero a un nipote, i Comneni, approfittando del fatto di aver radunato
un esercito nei pressi della capitale con il pretesto di far fronte alla minaccia turca, si ribellarono ponendosi sotto la guida di Alessio, il quale
godeva delle migliori relazioni parentali. Le loro truppe raccogliticce en-

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trarono in Costantinopoli il 1 aprile del 1081 e si abbandonarono a un


saccheggio di cui rimase a lungo il ricordo fra i cittadini della capitale.
Alessio Comneno, una volta persuaso il cognato Niceforo Melisseno, altro ribelle, a lasciar da parte le sue ambizioni al trono in cambio del titolo di cesare e di una buona rendita fiscale, fu incoronato imperatore
allet di 24 anni, sicuramente il 4 aprile. La dinastia da lui fondata
avrebbe da allora dominato per pi di un secolo sullImpero.
1. LImpero assalito su tutti i fronti.
Le rivalit che insorgevano tra le fazioni pi potenti (il cui scopo finale era quello di stabilire sul trono una dinastia in grado di rilevare in
modo durevole leredit dei Macedoni) troppo spesso avevano fatto perdere di vista i pericoli esterni a dei generali preoccupati di partecipare
ai conflitti unicamente per accaparrare i profitti (promozioni e dignit),
sicch le frontiere erano state a pi riprese pericolosamente sguarnite,
creando una situazione di cui avevano approfittato gli avversari dellImpero che si erano fatti avanti dalla morte di Basilio II: i Normanni in
Italia, i Peceneghi e altri nomadi nei Balcani e, per finire, i Turchi selgiuchidi, fiancheggiati da bande irregolari di Turcomanni. Fino alla met
dellxi secolo, le frontiere avevano retto abbastanza, ma dalla seconda
met del secolo tutti i fronti avevano ceduto.
In Italia, dopo la disfatta di Civitate, Bisanzio cerc un alleato sussidiario contro i Normanni, i quali dopo il sinodo di Melfi (1059) erano
riusciti a riconciliarsi con il papato, e manifest delle aperture nei confronti dellimperatore tedesco. I Normanni, per la maggior parte ormai
uniti intorno a una notevole figura di condottiero, Roberto il Guiscardo riconosciuto ufficialmente dalla Santa Sede come duca di Puglia,
di Calabria e di Sicilia , avanzarono lentamente in Italia meridionale
poich gli imperatori, e fra di essi in particolare Costantino X, non avevano affatto rinunciato a quelle ricche province che, inoltre, rappresentavano un baluardo per la penisola balcanica, e continuarono a inviare
in Italia truppe scelte, fra cui dei Variaghi, che talvolta seppero perfino
recuperare il terreno perduto. Ma Roberto il Guiscardo, che aveva dato manforte a suo fratello Ruggero in occasione della conquista della Sicilia, seppe guidare con tenacia le sue truppe numericamente ancora
modeste in termini di effettivi, ma sempre pi numerose al punto che
fin per isolare Bari, la capitale dellItalia bizantina. Il duca era riuscito
a creare in seno alla popolazione cittadina un partito favorevole ai Normanni. Dopo lungo assedio e senza pi speranze di soccorso, la citt ca-

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pitol nella primavera del 1071. Bisanzio era ormai esclusa dallItalia
per la prima volta dallepoca della riconquista giustinianea, e proprio in
un momento in cui la penisola beneficiava particolarmente del rinnovamento demografico ed economico che coinvolgeva lintero Occidente.
Michele VII si sforz di riprendere i territori perduti con i mezzi diplomatici, riconoscendo anchegli al Guiscardo il titolo di duca di Puglia, che lo integrava allinterno della gerarchia bizantina, e accordando
ai suoi luogotenenti dignit elevate (e perci remunerative). Una proposta di matrimonio fra Costantino, lerede al trono imperiale, e la figlia
del Guiscardo la giovanissima Olimpia, mirava a consolidare tale accordo e a persuadere Roberto a raggiungere lAnatolia per combattere i Turchi. La caduta di Michele VII mise tuttavia fine a ogni progetto, e Olimpia venne rispedita al padre dal Botaneiata. Il Guiscardo, si sent offeso e si accinse a effettuare uno sbarco in forze nei Balcani, preludio alla
conquista dellImpero indebolito. La comparsa di Alessio Comneno sulla scena non lo dissuase dal perseguire i suoi disegni, e nella primavera
del 1081 il duca di Puglia sbarc dinanzi a Durazzo dopo essersi impadronito di Corf.
Nei Balcani, gli imperatori avevano deciso di seguire una politica
conciliatrice nei confronti dei Peceneghi che, come lesperienza aveva
insegnato, si erano rivelati difficili da respingere facendo uso della forza. Quando una massa di nomadi uzi dei Turchi ancora pagani attravers il Danubio e Costantino X si rifiut di affrontarli, fu accusato
di inerzia; fortunatamente, tuttavia, gli invasori furono decimati da unepidemia e si dispersero quasi per miracolo. LImpero aveva il controllo
delle ben fortificate piazzeforti danubiane ma, nel 1072, i Peceneghi si
ribellarono allorch Niceforitza, alla ricerca di fondi per lesercito, ridusse i sussidi che periodicamente venivano loro inviati. I nomadi compensarono il mancato guadagno allargando sempre di pi il raggio delle
loro scorrerie nelle province bizantine e spingendosi dalle loro basi fino
in Tracia, sottraendo in larga parte al controllo imperiale il catepanato
di Paradounavon.
Il nemico pi formidabile si trovava per a Oriente. Nel 1063 il sultano Alp Arslan, succedendo allo zio Tughril Beg alla testa dellimmenso impero dei Grandi Selgiuchidi, prov a restaurare lunit del mondo
islamico (il che implicava lannientamento del califfato sciita del Cairo). Il sovrano turco, come gi aveva fatto Tughril Beg, lasci che le bande turcomanne le quali non dovevano indugiare troppo a lungo nelle
vicinanze dei ricchi territori dellIraq saccheggiassero le regioni abitate dai cristiani. I Bizantini non erano peraltro veramente minacciati
da tali incursioni, che non avevano per obiettivo una occupazione per-

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manente del territorio. Tuttavia, le devastazioni compiute ai danni del


grande santuario di San Michele a Cone, della ricca citt commerciale
di Arzn, o il saccheggio di Cesarea di Cappadocia, esasperarono lopinione pubblica. Lesercito bizantino che doveva salvaguardare le frontiere fu, troppe volte, incapace di catturare i saccheggiatori carichi di
bottino, riuscendo per talvolta a riportare dei buoni successi con laiuto delle popolazioni di confine. La pressione dei Selgiuchidi si fece sentire anche in Armenia, quando Alp Arslan si impadron di Ani nel 1064
e due anni dopo di Kars, che da qualche tempo, dietro istanza del legittimo sovrano, il principe Gagik, i Bizantini avevano preso sotto la loro
protezione.
Quando, nel 1071, il sultano intraprese una grande spedizione contro i Fatimidi del Cairo, nella sua marcia pass vicino ai confini bizantini, richiedendo per loccasione vettovagliamenti al governatore di
Edessa. Informato del prossimo arrivo di Romano Diogene con il suo
esercito, Alp Arslan non desiderava attaccar battaglia ma semplicemente negoziare. Limperatore, dopo qualche esitazione, rifiut, tanto per
ragioni di politica interna in effetti, doveva giustificare con un grande successo militare le sue pretese di governare lImpero senza i Duca
quanto per motivi di ordine esterno riteneva infatti che una vittoria
avrebbe potuto metter fine alle incursioni turche. Il sovrano bizantino
si accamp presso la grande fortezza di Mantzikert, che si era preoccupato di sottrarre nuovamente ai Turchi per non doversi guardare le spalle da possibili minacce; tuttavia, male informato, aveva lasciato partire
gran parte delle sue truppe scelte. Il 26 agosto del 1071, Romano fu
sconfitto e catturato dai Turchi, mentre lesercito venne disperso senza
peraltro patire troppe perdite a eccezione dei reggimenti cappadoci
[Cheynet 176; Vryonis 400].
Il disinteresse di Alp Arslan per la conquista dellAnatolia fu chiaro
nel momento in cui si dimostr in definitiva clementissimo nei confronti del sovrano vinto. Il sultano tratt con limperatore esigendo da lui
soltanto che venissero restituite ai musulmani le conquiste fatte a loro
spese nellarco di un secolo, incluso lo stesso ducato di Antiochia. Romano fu liberato e gli fu assegnata una scorta turca, ma il colpo di stato dei Duca rimise in discussione gli accordi presi sicch Alp Arslan, e
poi suo figlio Malik Shah, si diedero da fare per conquistare i territori
di Edessa, Antiochia e lArmenia, gi promessi da Diogene ai Turchi.
La guerra civile quasi permanente che infuri dallascesa al trono di
Michele VII a Alessio Comneno consent ai Turchi di penetrare facilmente in Asia Minore, perch tanto gli imperatori quanto i loro nemici
si avvalsero di contingenti turchi allo scopo di ingrossare rapidamente

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e a un prezzo relativamente modesto le rispettive fila. Raramente i Turchi trovarono una resistenza organizzata, che incontrarono solamente
nei ducati orientali di Antiochia, Edessa e Melitene, le province in cui
erano concentrate le forze dellesercito bizantino dOriente al comando di un generale dorigine armena, Filareto Bracamio. A cominciare dal
regno del Botaneiata, Filareto a quanto pare govern i territori a lui sottoposti in modo autonomo, non per ostilit nei confronti degli imperatori ma a causa del fatto che i Turchi lo avevano isolato dal resto dellImpero [Ddyan 178]. Michele VII Duca si era giovato dei servigi del
turco Artuq per sbarazzarsi di Roussel de Bailleul, comandante della cavalleria franca, il quale con la complicit dei notabili locali, soddisfatti di essere finalmente ben difesi aveva creato per s un principato autonomo nel territorio degli Armeniaci [Cheynet 382; Shepard 390]. Poco dopo, lo stesso Michele fece appello a Sulayman, un cugino dei Grandi
Selgiuchidi inimicatosi con i potenti congiunti, ma lemiro prese a parteggiare per Niceforo Botaneiata. Un altro ribelle, Niceforo Melisseno,
ostile al Botaneiata, percorse le regioni occidentali dellAsia Minore
prendendo al suo servizio dei Turchi, che insedi di guarnigione in citt
di cui essi non avrebbero potuto impadronirsi senza alcuna nozione di
poliorcetica. In questo modo Sulayman divenne signore di Nicea, piazzaforte dalle mura poderose posta nel cuore della Bitinia, di fronte a Costantinopoli [Cahen 173 e 174].
2. Lavvento di Alessio Comneno.
Al momento dellascesa al trono, Alessio Comneno persegu due
obiettivi: conservare il potere cosa che da circa mezzo secolo nessuno
tra gli imperatori, a parte Costantino X, era pi riuscito a fare e respingere i nemici dellImpero. Il sovrano poteva fruire di un valido sostegno presso laristocrazia, a patto per di consolidare la sua alleanza
con la famiglia dei Duca. Dopo qualche indugio, Alessio spos cos la
nipote del cesare Giovanni, Irene, lasciando che a indossare i calzari
purpurei fosse Costantino, figlio di Michele VII, che un al pi presto
in fidanzamento con la maggiore delle sue figlie, Anna Comnena. Alessio contava tuttavia principalmente sui suoi familiari: sul fratello Isacco, per il quale venne appositamente creata la dignit di sebastokrator,
che lo poneva al di sopra di ogni altro funzionario aulico, e sulla madre
Anna Dalassena, alla quale prima di intraprendere la campagna militare affid il compito di reggere lImpero, dotandola di pieni poteri di governo. N le carte di cui disponeva erano meno apprezzabili sotto il pro-

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filo militare, poich lesercito dOccidente era largamente intatto mentre lo stato delle cose in Anatolia rimaneva fluido. Agendo celermente
e appoggiandosi sulle forze messe in campo da Filareto Bracamio e sulle altre guarnigioni bizantine, un abile generale avrebbe senzaltro potuto riprendere in mano la situazione.
Sbarcati sulle coste balcaniche al comando di un forte esercito, Roberto il Guiscardo e suo figlio Boemondo di Taranto posero lassedio a
Durazzo, la fortezza che difendeva lingresso alla via Egnatia posta sotto lautorit di Giorgio Paleologo, cognato di Alessio. Nellottobre del
1081 limperatore venne duramente sconfitto dal Guiscardo dinanzi a
Durazzo che, poco pi tardi, doveva cadere in pugno al condottiero normanno aprendogli la strada per Tessalonica. Alessio aveva subito perdite ingenti, che gli impedivano ormai di vagheggiare lallestimento di operazioni contro i Turchi in Oriente. Allo scopo di contenere lavanzata
normanna, il sovrano ricorse alla diplomazia, cercando lappoggio dei
Veneziani preoccupati del fatto che il Guiscardo, impadronitosi delle
due sponde del canale dOtranto, fosse ormai in grado di intercettare le
navi veneziane provenienti dallAdriatico. Limperatore concluse perci un accordo con i Veneziani nel 1082, con ogni evidenza i quali,
in cambio di privilegi commerciali, misero la loro flotta al suo servizio
allo scopo di tagliare le linee di rifornimento del duca normanno [Lilie
613]. Daltra parte, Alessio sollecit pure, a prezzo duna considerevole somma di denaro, lintervento dellimperatore germanico Enrico IV,
allarmato per linfluenza esercitata dal Guiscardo su Roma. La resistenza di Castoria e il disimpegno dei Bizantini dalle battaglie campali arrestarono lavanzata dei Normanni, comandati per loccasione da Boemondo. Ma sar soltanto la morte del Guiscardo, avvenuta nel 1085, a metter fine alla guerra.
Alessio continu a dare la priorit alla difesa dei Balcani, combattendo contro i Peceneghi che, approfittando della guerra contro i Normanni, avevano esteso il raggio delle loro incursioni, che giungevano
ormai fino ai sobborghi di Costantinopoli. Egli desiderava riprendere
il controllo del Danubio ma, stratega piuttosto mediocre, fu di nuovo
sonoramente sconfitto nel 1087 a Dristra/Silistria, fortezza eretta a
controllo del Basso Danubio, e negli anni successivi si dovette accontentare di condurre operazioni limitate ad arginare lavanzata pecenega. Incapace con le sue sole forze di metter fine a tali scorrerie, cerc
laiuto di altri nomadi stabilitisi nelle regioni danubiane settentrionali, i Cumani; nellaprile del 1091, i Peceneghi furono infine vinti nella
battaglia di Levunion, e successivamente perfino i prigionieri catturati vennero in gran parte massacrati. La minaccia dei Peceneghi venne

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eliminata e i sopravvissuti furono in parte arruolati nellesercito bizantino.


Rispetto ai Turchi, limperatore si accontent di mettere in opera
misure difensive alquanto limitate. Sulayman, al riparo dei solidi bastioni di Nicea, afferm la sua autorit sui Turchi dAnatolia senza peraltro controllare gli emiri che continuavano ad avanzare in direzione dellEgeo a spese dei Bizantini e si fregi del titolo di Sultano, con grande disappunto di Malik Shah successore di Alp Arslan creando quello
chegli avrebbe chiamato sultanato di Rum per il fatto di essere stato fondato in Anatolia, nel territorio dei Romani. Prima di ogni altra
cosa, Sulayman si preoccupava di non distaccarsi dallest, da cui potevano sempre giungergli eventuali rinforzi. Seguendo la grande strada
militare che attraversava lAnatolia e approfittando dellassenza di Filareto Bracamio, il novello sultano simpadron di sorpresa, nel dicembre del 1084, di Antiochia, ma si trov coinvolto in una serie di conflitti interni fra i Selgiuchidi trovandovi la morte nel 1086, nei pressi di
Aleppo. Alessio si accontent di difendere la costa meridionale del Mar
di Marmara e di riprendere Nicomedia, che gi era passata nelle mani
dei Turchi.
La morte di Sulayman non apport alcun beneficio alla situazione,
perch i Turchi rimasero fedeli a Kilig Arslan, figlio del sultano. Malik
Shah, che bramava eliminare il sultanato rivale di Nicea, contro cui aveva inviato delle truppe, propose ad Alessio di ritirare i Turchi dallAnatolia in cambio del matrimonio di suo figlio con Anna la porfirogenita,
figlia del basileus. Questultimo, che temeva la vicinanza di un impero
turco e non aveva colto le motivazioni sottintese allofferta di Malik
Shah, ritard tanto la sua risposta che lambasciata inviata alla Corte
persiana giunse a destinazione solo dopo la morte del sultano. Due degli emiri operanti in Anatolia si rivelarono particolarmente temibili: un
nuovo venuto, Danismend al nord-est e Tsacha (aka) nei territori pi
a ovest dellAsia Minore.
Stabilitosi in Paflagonia, Danismend ebbe modo di scontrarsi non
gi con Alessio bens con Teodoro Gabra dux di Trebisonda, allepoca
pi o meno indipendente da Costantinopoli. Morto Teodoro nel 1090
subendo il martirio, la Paflagonia, insieme a Neocesarea e a Castamone, pass in mani turche, bench la Caldea bizantina riuscisse a sfuggire alle brame di Danismend. Lemiro Tsacha, che un tempo aveva servito i Bizantini, approfitt della disorganizzazione del giovane sultanato di Rum per ampliare i propri possessi nella regione di Efeso e di
Smirne. Incoraggiato dallassenza di qualunque reazione da parte bizantina, Tsacha arm una flotta con lintento di conquistare larcipelago

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microasiatico. Soltanto quando fu evidente il rischio dun attacco via


mare a Costantinopoli, favorito da unoffensiva pecenega sul fronte terrestre, limperatore si decise a inviare una flotta contro Tsacha, che venne sconfitto [Cahen 174].
Verso il 1091, per la prima volta dallascesa al trono di Alessio, lImpero lImpero non era pi minacciato da invasioni imminenti. Nel corso
degli anni successivi, limperatore intraprese un disegno di riorganizzazione dello Stato: il suo potere era ormai consolidato e le principali cariche erano state assegnate ai suoi familiari pi prossimi, i quali agli occhi
dei dignitari ordinari si erano scandalosamente arricchiti. Questi ultimi
avevano inoltre perduto vari uffici, in conseguenza del processo di sensibile riduzione e snellimento dellapparato amministrativo, soprattutto nellambito delle pubbliche finanze. Ma era lautorit personale dellimperatore a essere criticata, come testimoniano i numerosi complotti orditi, in
particolare nellintento di favorire Niceforo Diogene, da una parte degli
ufficiali. Giovanni Comneno, il figlio maggiore di Alessio, co-imperatore
fin dal battesimo celebrato nel 1088, venne proclamato erede al trono nel
1092, escludendo Costantino Duca dalla linea di successione. Dopo la
morte prematura di Costantino, Anna Comnena and in sposa a Niceforo Briennio nel 1096-97, fornendo ad Alessio il sostegno della famiglia
macedone allepoca egemone. Le finanze dellImpero si erano dissestate
man mano che avanzavano i nemici, privando lo Stato di risorse fiscali nel
momento in cui aumentava la spesa militare. La svalutazione del nomisma, iniziata sotto Costantino IX, sub unaccelerazione durante il primo
decennio di regno di Alessio. Risollevando la situazione nei Balcani e in
assenza di conflitti di maggior portata, Alessio pot ritrovare una base
fiscale pi solida e dar corso a una moneta aurea stabile e di buona lega,
liperpero, coniato a partire dal 1092 (cfr. cap. xii, p. 325-26).
Un usurpatore era costretto a mettere continuamente in risalto il sostegno divino mostrandosi un perfetto ortodosso. Alessio aveva inoltre
bisogno di far dimenticare la brutale confisca dei beni della Chiesa, allinizio del suo regno, per assoldare nuovi reggimenti. Permise dunque
che fosse multato? Giovanni Italo che, oltre a voler trattare la teologia
come un ramo della filosofia, era inoltre molto vicino ai Duca. Nel marzo del 1082, il filosofo fu costretto a ritrattare le proprie posizioni davanti allimperatore e al sinodo. Alessio fece poi condannare i Bogomili e bruciare Basilio, capo della setta nella capitale. Favor il clero di Santa Sofia a spese dei metropoliti provinciali in seno al sinodo permanente
che governava la Chiesa. Infine, nel 1107, patrocin la creazione di un
corpo di predicatori per migliorare linsegnamento dei Vangeli tra la popolazione della capitale.

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3. Il trauma della crociata.


Dopo qualche anno di calma, turbato appena nel 1095 da una invasione dei Cumani e da incursioni serbe, Alessio Comneno si volse nuovamente verso lAsia Minore. La situazione era favorevole, poich al
momento possedeva saldamente la costa del Mar Nero, controllava la
Caldea bizantina e aveva recuperato senza colpo ferire il porto di Sinope. Il sovrano non intendeva affrontare i Selgiuchidi di Rum guidati da
Kilig Arslan, figlio di Sulayman, poich costui non tentava di espandersi a Occidente ma verso Oriente, per tenersi in contatto con il serbatoio
dei combattenti turcomanni. Poich mirava a conquistare Melitene, ancora tenuta da Gabriele, un ex generale bizantino, il sultano selgiuchide
si scontrava con la potenza concorrente degli emiri danismendidi.
Tuttavia, limperatore non osava intraprendere operazioni troppo
ambiziose senza il sostegno dellOccidente. I Bizantini, che da molto
tempo apprezzavano i cavalieri franchi, li reclutavano soprattutto fra i
numerosi pellegrini che passavano da Costantinopoli. Il conte Roberto
di Fiandra, sollecitato in proposito in occasione del suo passaggio dalla
capitale, invi un contingente di 500 uomini che Alessio pose di guarnigione in Bitinia [Schreiner 194]. Molti soldati franchi, dopo aver servito in Anatolia fra laltro, erano la maggioranza della guarnigione
edessena , tornavano nei paesi dorigine lodando la generosit degli imperatori, contribuendo cos a diffondere una immagine favorevole dellImpero.
La disputa tra le Chiese non pareva affatto aver imboccato un cammino irreversibile. Sembrava anzi possibile, oltre che conveniente per
entrambe le parti, tornare a riunirsi. Urbano II, eletto papa nel 1088, dovendo affrontare una opposizione nata in seno alla sua stessa Chiesa circa lantipapa Clemente III, aveva moltiplicato i gesti di riconciliazione
con lOriente. Domand che il suo nome fosse reinserito nei dittici costantinopolitani e, nel settembre del 1089, annull la scomunica che gravava sullimperatore Alessio (era stato il suo predecessore, Gregorio VII,
a interdire Niceforo III). Tuttavia, il progetto di un concilio a Costantinopoli con lobiettivo di unire le due Chiese non approd a nulla, poich limperatore era convinto che il clero greco non avrebbe mai riconosciuto la supremazia della sede romana, un punto su cui un partigiano della riforma gregoriana come Urbano II non poteva transigere.
Alessio sped delle lettere dove, ricordando le condizioni miserande
in cui versava la cristianit dOriente e, a quel che sembra, ipotizzando
una spedizione comune che avrebbe condotto Franchi e Bizantini fino

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a Gerusalemme, invocava il soccorso di tutti i principi dellOccidente


[Shepard 198]: la sua attivit diplomatica non manc di avere effetto.
Non sorprendentemente limperatore il quale sperava anche che Urbano II fosse in grado di esercitare uninfluenza moderatrice sui suoi alleati normanni invi nel 1095 dei legati al concilio di Piacenza a sollecitare il soccorso dellOccidente dipingendo un quadro pietoso delle
condizioni dei cristiani orientali, minacciati fino alle soglie di Costantinopoli. Gi Michele VII aveva rivolto una identica richiesta a Gregorio VII, che laveva accolta con favore, bench poi non ne fosse risultato nulla di concreto. Urbano II, cos come Gregorio VII prima di lui,
incit i principi europei a combattere in Oriente prestando giuramento
di fedelt allimperatore. Il papa lanno seguente rinnov il suo appello
al concilio di Clermont, iniziando un movimento che avrebbe messo in
marcia sulla via di Gerusalemme una moltitudine di pellegrini armati
mai vista prima. Molti di questi uomini darme venivano dalla Francia,
e alcuni di essi o i parenti avevano combattuto i musulmani in Spagna, chiamati dai re cristiani timorosi della potenza almoravide.
Le flotte italiane dellepoca non erano ancora abbastanza progredite da consentire il trasporto di una tale massa di uomini e animali. Solo le vie di terra erano praticabili, e questo obbligava passare da Costantinopoli.
I soldati, al comando dei rispettivi principi, provenivano da molti
paesi dellOccidente. In tale moltitudine si potevano distinguere quattro gruppi principali: gli uomini di Goffredo di Buglione; le truppe di
Raimondo di Saint-Gilles, conte di Tolosa; i guerrieri del duca normanno Boemondo e, finalmente, i contingenti eterogenei sotto lautorit di
Roberto di Normandia, Roberto di Fiandra e Stefano di Blois. Questi
soldati erano a loro volta preceduti da un esercito pi raffazzonato, composto in gran parte da non combattenti guidati da Pietro lEremita. La
presenza di guerrieri franchi sul suolo bizantino non era pi una novit
da molto tempo. I basileis se ne servivano regolarmente arruolandoli nellesercito, dove per combattevano sotto il comando di ufficiali imperiali, mentre i nuovi venuti avevano obiettivi autonomi: lespulsione dei
Turchi dallOriente e la liberazione del Santo Sepolcro. Questo ruolo
attivo di Alessio nella preparazione di ci che siamo soliti chiamare,
a posteriori, la prima crociata stato celato dalla figlia Anna Comnena nella sua Alessiade per lopinione sempre pi negativa dei Bizantini
riguardo ai crociati, tantopi che non mancava chi tacciava Alessio di
essere stato il principale responsabile del loro arrivo. Anna, passando
sotto silenzio lazione diplomatica svolta dal padre, volle preservare la
sua memoria ed esonerarlo da ogni possibile colpa [Shepard 197].

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La collaborazione fra limperatore e i capi crociati era tuttavia indispensabile, poich bisognava prevedere la fornitura di guide, il vettovagliamento dei pellegrini e dunque lorganizzazione di mercati, con la partecipazione di cambiavalute, a meno di non voler vedere il saccheggio
delle regioni attraversate. Daltra parte, gli Occidentali sarebbero stati
guidati attraverso lAsia Minore, scacciandone i Turchi, e ci comportava la necessit di precisare la condizione dei territori cos riconquistati. Tra i crociati, infine, si trovava Boemondo, contro il quale Alessio
aveva fieramente combattuto quindici anni prima. I Latini arrivarono
dinanzi a Costantinopoli in ordine sparso nel 1096, e altri ne sopraggiunsero fino alla primavera del 1097. Alessio desiderava farli passare
al pi presto in Asia Minore per evitare la concentrazione eccessiva di
truppe straniere di fronte a una citt tanto ricca.
Pietro lEremita e i suoi, giunti sul posto per primi, furono traghettati rapidamente sulla costa settentrionale della Bitinia, nei pressi della
nuova fortezza di Kibotos Civetot per i Latini , fatta edificare da
Alessio. Disobbedendo alle consegne ricevute e attirati dalla ricchezza
delle campagne circostanti, si avventurarono imprudentemente sotto le
mura di Nicea, dove furono sorpresi e massacrati dai Turchi. Le negoziazioni con i comandanti crociati ebbero luogo nel corso dellinverno
1096-97 e furono difficili: non tanto quelle con Boemondo il quale,
avendo familiarit con la diplomazia bizantina e disponendo di forze
piuttosto modeste, cercava di mettersi al servizio dellimperatore in cambio di titoli di prestigio [Shepard 196] , quanto piuttosto con il conte
di Tolosa, meno incline a prestare un giuramento di fedelt a causa delle illustri origini. Laccordo fu finalmente concluso grazie allausilio
delle largizioni imperali: le sue clausole prevedevano che, in cambio del
vettovagliamento dei Latini, della fornitura di guide e dellappoggio dove possibile dellesercito imperiale, i crociati dovessero porre nelle mani dei funzionari imperiali le citt e le province riconquistate ai Turchi.
Il destino riservato ai territori che non appartenevano pi allImpero bizantino da lungo tempo, come la Siria meridionale e la Palestina, era incerto e Alessio evitava di avanzare apertamente pretese su di essi.
Nella primavera del 1097 i crociati posero Nicea sotto assedio, respingendo i rinforzi inviati dal sultano. Alla vigilia della caduta della
citt, i Turchi preferirono negoziare direttamente la resa con Alessio, il
quale imped che Nicea venisse presa dassalto. Di conseguenza, molti
crociati se ne risentirono, ritenendo di essere stati privati di un bottino
legittimo. I pellegrini confermarono la loro vittoria travolgendo nuovamente le forze selgiuchidi a Dorileo il 30 giugno 1097, e respingendo, presso Eraclea, una offensiva dellemiro di Cappadocia, sostenuto

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dai Danismendidi, per poi avanzare fino a Antiochia che fu cinta dassedio. Alcuni condottieri franchi approfittarono della calorosa accoglienza riservata loro dagli Armeni di Cilicia per stabilirsi in quella regione,
come fece Baldovino di Boulogne a Edessa [Ddyan 178]. Antiochia
era saldamente difesa da un emiro turco, Yagi-Siyan, e resistette per mesi allassedio. I Latini soffrivano gravemente per la mancanza di vettovagliamenti, a dispetto degli sforzi compiuti da Alessio per farli giungere da Cipro. Limperatore, che avanzava alla testa del suo esercito per
recare soccorso agli alleati occidentali, torn indietro prestando fede a
quanto riferitogli da Stefano di Blois che, giudicando ormai fatalmente
compromessa la situazione, era fuggito dal campo latino. I crociati per,
dopo aver respinto il 28 giugno 1098 lesercito dellemiro di Mosul, Karbuqa, erano entrati in Antiochia. Boemondo, dopo lunghe discussioni
con i capi crociati, era riuscito a farsi attribuire il possesso della citt a
titolo personale. Alessio, furibondo, ritenne infranto laccordo di Costantinopoli e tent di riprendere possesso della regione iniziando una
disputa durata vari decenni, e che sfoci in una serie di scontri militari
con i principi latini di Antiochia [Lilie 186].
Dopo il successo dellimpresa si concluder con la presa di Gerusalemme nel luglio del 1099 , nel 1100 e nel 1101 vennero inviati dei
rinforzi, ma nessun contingente riusc a giungere in Siria. Le colonne
crociate, contro il parere di Alessio, attraversarono imprudentemente
lAnatolia in ordine sparso, facendosi sorprendere dai Turchi. Uno dei
contingenti pi numerosi, comandato da Raimondo di Saint-Gilles, ritornato in Occidente ma divenuto leale partigiano di Alessio perch odiava Boemondo, si scontr con i Danismendidi in Paflagonia e ne fu distrutto. Sforzi tanto grandi non avevano sortito alcun risultato e alcuni
fra i crociati i quali sospettavano che limperatore avesse favorito la
disfatta degli alleati temendo di vedere nascere in Oriente degli Stati latini troppo potenti contribuirono a consolidare e a diffondere in Occidente la fama di perfidia dei Greci. Boemondo, signore di Antiochia,
minacciato dagli attacchi bizantini, affid il principato al nipote Tancredi e torn in Occidente per allestire una spedizione contro Alessio.
Ricevuto il sostegno di papa Pasquale II, Boemondo radun un esercito numeroso e, sulle orme di suo padre, sbarc nel 1107 a Durazzo. I
progressi fatti dai Bizantini rispetto alla precedente invasione normanna furono allora evidenti. Alessio tagli le linee di rifornimento di Boemondo, assold una parte dei suoi baroni e rifiut di affrontarlo in campo aperto. Il trattato di Deaboli, firmato nel 1108, segn il fallimento
di Boemondo, anche se Tancredi rifiut di applicare le clausole riguardanti Antiochia, che teoricamente doveva essere restituita allImpero.

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Il bilancio della crociata fu comunque positivo per lImpero, poich


(dopo che i Latini ebbero respinto i Turchi sullaltopiano microasiatico)
Alessio con i suoi generali riprese possesso di Smirne, di Efeso, quindi
di Filadelfia, regioni che, con la Bitinia resa allImpero dai crociati, offrivano al sovrano bizantino le pi ricche pianure dellAsia Minore, anche se molti di quei territori risultarono ormai devastati e spopolati. Negli ultimi anni del suo regno, Alessio respinse varie incursioni da parte
dei Selgiuchidi, senza per trovare la soluzione per una pace durevole,
in grado di garantire sicurezza alle terre riconquistate. Senza pi la speranza di riprendere laltopiano centrale anatolico, Alessio cre una terra di nessuno fra i possedimenti bizantini e il cuore del sultanato selgiuchide, che aveva ripiegato sulla regione di Iconio/Konya come nuova capitale dopo la perdita di Nicea. Nel 1116, Alessio si pose di persona
al comando di un esercito con lobiettivo di arginare le incursioni turche e riport presso Filomelio una vittoria su Shahanshah, figlio di Kilig Arslan. Al suo ritorno verso Costantinopoli, deport la popolazione
cristiana della regione alla quale non poteva garantire protezione.
4. Il regno di Giovanni II.
La morte di Alessio, nel 1118, non consent una tranquilla successione, anzi rivel una debolezza della nuova organizzazione dellImpero strutturata intorno a un compatto nucleo familiare quando Irene
Duca, sostenuta dalla figlia Anna, volle dare lImpero in eredit al genero, Niceforo Briennio. Giovanni II, forte dellappoggio di suo fratello Isacco, con il tacito consenso del padre ag rapidamente e si sbarazz
dei congiurati. Tuttavia Isacco, qualche anno dopo, fugg insieme al figlio da Costantinopoli trovando rifugio presso il sultano di Konya. La
contesa per il trono non era pi un conflitto tra famiglie rivali, ma ormai era allinterno alla dinastia regnante.
Giovanni II govern con il sostegno di Giovanni Assuco, un turco
fatto prigioniero da bambino e cresciuto con il nuovo imperatore al quale doveva tutto, e che lo nomin comandante dei suoi eserciti [Brand
432]. Il regno di Giovanni II poco noto, dal momento che non fu descritto da alcuno storico suo contemporaneo; comunque, ha lasciato il ricordo di unepoca felice. Il sovrano, prima di tutto, un soldato, condusse campagne militari su tutti i fronti, creando in Asia Minore il campo
fortificato di Lopadion per sostituire Dorileo, rimasto in territorio turco, e per disporre cos duna solida base dattacco contro i Turchi. Giovanni II rese nuovamente praticabile la valle del Meandro e mantenne

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aperta la strada per Attalia, impadronendosi di Sozopoli in Pisidia. Respinse unultima offensiva dei Peceneghi nel 1123, quindi disperse un
esercito serbo, e una parte di esso, prigioniera, fu deportata in Bitinia.
Quantunque avesse sposato una principessa ungara, il sovrano bizantino
venne attaccato dagli eserciti di quel popolo, che iniziavano a far sentire la loro potenza a nord dei Balcani, ma riusc di nuovo ad avere la meglio. Non ebbe la stessa fortuna con i Veneziani, con i quali non desiderava affatto rinnovare lantico trattato di alleanza poich non vi era pi
alcuna minaccia dal mare per lImpero. Tuttavia, limperatore, sostanzialmente privo duna marina da guerra, nel 1126 fu costretto a cedere.
Giovanni II aveva due priorit ambiziose e fra loro connesse: respingere i Danismendidi, a quel tempo pi potenti dei loro rivali, i Selgiuchidi, e recuperare Antiochia allImpero, sottomettendo al tempo stesso gli Armeni ormai signori della Cilicia, regione loro contesa pure dai
Franchi di Antiochia. Per molti anni consecutivi lesercito bizantino aveva condotto operazioni militari tra le montagne della Paflagonia riuscendo a conquistare Castamone e Gangra, ma tutte le volte che limperatore vittorioso si era ritirato il nemico aveva poi avuto ragione delle truppe lasciate di guarnigione nelle due fortezze. Il principato antiocheno si
era fortemente indebolito da quando Ruggero di Antiochia, nel 1119,
era morto in battaglia sullAger Sanguinis insieme ai migliori cavalieri
normanni [Setton 195, vol. I]. Nel 1138, Giovanni condusse in Cilicia
e nel principato di Antiochia un poderoso esercito, esibendosi in una dimostrazione di forza notata non soltanto dagli Armeni e dai Latini ma
anche dai musulmani di Zengi, emiro di Mosul. Limperatore bizantino
giunse cos fino a Shaizar, una fortezza a sud di Antiochia, assediandola fino a quando non gli fu versato un indennizzo. Quindi, entr solennemente a Antiochia nel 1139 a fianco del principe Raimondo, ma si
ritir dinanzi a una sommossa segretamente istigata contro di lui dai
capi latini [Lilie 186]. Dopo una nuova campagna nel 1140 contro i Danismendidi, peraltro non coronata da grandi successi Neocesarea infatti non fu riconquistata , limperatore part alla volta di Antiochia
nel 1142 preparandosi a sferrare il colpo decisivo lanno seguente, ma
nella primavera del 1143 mor per un incidente di caccia.
Il regno di Giovanni II si colloca in parziale continuit con quello
del padre, per il quale gli obiettivi principali erano stati, in maniera analoga, salvaguardare i Balcani in modo tale da disporre dei mezzi per espellere i Turchi dallaltopiano anatolico e sottomettere con la forza il principato di Antiochia. Sotto altri aspetti, il suo regno preannuncia il fulgore di quello successivo: lesercito di terra in perenne assetto di guerra
e il proposito di dimostrarsi un alleato utile ai crociati di Terrasanta,

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soggetti alla pressione sempre maggiore dei musulmani. In termini di


ampliamenti territoriali, il bilancio finale non affatto spettacolare, ma
le conquiste del regno precedente sono ormai consolidate e Giovanni II
consegna al suo successore un esercito efficiente, tale da suscitare il rispetto dei possibili avversari.
5. Le ambizioni di Manuele Comneno.
Prima di morire, Giovanni II fece giurare allesercito fedelt a Manuele, il pi giovane dei suoi figli superstiti. Dopo qualche esitazione,
questi consolid la tradizionale alleanza con lImpero germanico in funzione antinormanna sposando Berta di Sulzbach, parente dellimperatore Corrado III. Manuele in seguito dovette fare i conti con larrivo di
una nuova crociata organizzata in seguito alla caduta di Edessa nel 1144.
Seguendo lesempio del nonno, Alessio Comneno, nel 1146 promise aiuto ai crociati, ma la nuova spedizione differiva di molto dalla precedente, in quanto due tra i pi potenti sovrani dellOccidente, Luigi VII e
Corrado III, erano al comando dei loro eserciti. Manuele dunque non
poteva trattare con essi da una posizione di superiorit, come Alessio
aveva fatto a suo tempo. La notevole consistenza dellesercito germanico provoc qualche incidente e inquiet Manuele e i costantinopolitani
quando se lo ritrovarono sotto le mura della capitale. Corrado, per, ansioso di giungere in Asia Minore senza attendere Luigi VII, permise che
i Turchi lo sbaragliassero a Dorileo, disperdendo le sue truppe. Limperatore germanico cos fece ritorno a Costantinopoli, dove fu soccorso da
Manuele stesso. Luigi VII a sua volta fu munificamente ricevuto nella
capitale, ma anche il suo esercito non conobbe sorte migliore di quella arrisa al predecessore, poich il re fin per imbarcarsi ad Attalia abbandonando la fanteria. La crociata si rivel dunque, un fallimento totale, e Odone di Deuil, il cronista al seguito di Luigi VII, testimonia
che, secondo molti crociati, ancora una volta gli avvenimenti confermavano la perfidia dei Greci [Setton 195, vol. I]. A quel punto i regni latini dOriente non potevano pi aspettarsi significativi rinforzi da Occidente, mentre Manuele ormai si poteva presentare a loro come possibile salvatore, vicinissimo per giunta al campo di battaglia.
Nellestate del 1147, Ruggero II di Sicilia, approfittando della concentrazione delle truppe bizantine nei pressi di Costantinopoli, attacc
lImpero. Impadronitosi dapprima di Corf, sbarc e saccheggi Tebe
e Corinto, impadronendosi di tessuti pregiati e catturando numerosi prigionieri, fra i quali molti tessitori. La perdita di Corf, ora una base

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avanzata nemica, era inaccettabile per Manuele, che rinnov i privilegi


ai Veneziani per disporre quanto prima di una flotta. Lassedio della fortezza dur a lungo, si verificarono degli incidenti tra Veneziani e Greci, quantunque alleati, e fu necessario attendere il 1149 per vedere la
resa della guarnigione nemica.
Manuele decise di attaccare i Normanni sul loro territorio, con laiuto dei Veneziani e di Corrado di Germania, alla morte di Ruggero II nel
febbraio del 1154. Due generali, forniti di una gran quantit doro, furono inviati in Italia meridionale al comando dun modesto contingente militare e ottennero il sostegno duna parte della popolazione, stanca della tutela normanna e nostalgica dei tempi in cui governava il catapano imperiale. I Bizantini simpadronirono facilmente di Bari ma si
arrestarono dinanzi alla cittadella di Brindisi, e furono vinti nel maggio
del 1156 da re Guglielmo. Questa spedizione bizantina stata interpretata come la prova degli ambiziosi disegni di Manuele, che avrebbe voluto far risorgere lImpero di Giustiniano. Tuttavia, tenuto conto delle
forze coinvolte soltanto qualche migliaio di uomini , senza dubbio
limperatore non poteva mirare che ad assicurarsi alcuni porti pugliesi
al fine di impedire un nuovo sbarco normanno sulla costa balcanica.
Manuele non rinunci a intervenire negli affari italiani, perch aveva compreso che la potenza dei Latini cresceva con rapidit e che era
necessario evitare che, animati da comuni sentimenti di ostilit nei confronti dei Greci, facessero lega contro Bisanzio. Prima ancora delloffensiva italiana, limperatore era riuscito a rendere accetta la sua autorit agli abitanti di Ancona, da dove partivano i sussidi destinati a reclutare partigiani dellImpero bizantino nelle varie citt dItalia. Tale
attivit alla fine gli alien lalleanza germanica, tantopi che Federico
Barbarossa, succeduto allo zio Corrado sul trono imperiale di Germania, era deciso a far valere i suoi diritti sullItalia. Manuele giunse a un
trattato di pace con Guglielmo di Sicilia nel 1158, senza tuttavia che ci
significasse rovesciare le alleanze [Lilie 188].
La pace nei Balcani era indispensabile poich quelle province fornivano allora la maggior parte del gettito fiscale e costituivano il legame
indispensabile con lOccidente, allora in pieno sviluppo, ma era anche
necessario neutralizzare la crescente potenza ungherese. Attraverso una
serie di conflitti militari, i pi numerosi di tutto il suo regno, e di interventi diretti nelle dispute dinastiche degli Arpadi (la famiglia regnante
ungherese), Manuele trasform il loro regno in uno Stato cliente, imponendo come erede al trono Bela (fidanzato alla porfirogenita Maria, figlia
di Manuele), e dominando sulla Dalmazia, oggetto delle mire degli stessi re ungheresi.

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Allo stesso modo, Manuele tent di ristabilire la preminenza bizantina in Asia, pur senza ripristinare necessariamente lamministrazione
diretta. Per prima cosa rinforz i territori propriamente bizantini, completando la rete di fortificazioni difensive e creando un nuovo tema, denominato significativamente Neakastra (le nuove fortezze), per garantire una migliore continuit territoriale fra la Bitinia e la valle del
Meandro. Si preoccup inoltre di proteggere lalta valle del Meandro
per impedire ai nomadi turchi laccesso alle ricche piane dei Tracesi.
Quindi, deport in Bitinia dei prigionieri catturati nel corso delle guerre balcaniche, ripopolando cos Adramittio.
Per convincere il sultano selgiuchide e lemiro danismendide ad accettare la sovranit bizantina, limperatore condusse una politica oscillante tra la forza esibita attraverso dimostrazioni di potenza militare e la seduzione, e credette di aver raggiunto il proprio obiettivo nel
momento in cui Kilig Arslan, nel 1161, gli fece visita a Costantinopoli dove, adottato come figlio da Manuele, si dichiar doulos, servo
dellimperatore. Manuele gli concesse dei sussidi, domandandogli in
cambio alcune delle citt che il sultano avrebbe conquistato. Tuttavia,
Kilig Arslan approfitt della pace per eliminare i Danismendidi ormai
senza forze e unificare i Turchi dellAsia Minore senza offrire alcuna
contropartita.
Anche Manuele si interess come gi i suoi predecessori ai regni
franchi di Terrasanta; ma, rinunciando a governare Antiochia direttamente, inizi invece ad attirare i Franchi dOriente sotto la sua protezione, nelleventualit di doversene servire, in caso di necessit, come
alleati collocati alle spalle dei Turchi. Sotto questo riguardo, trov degli interlocutori attenti, poich la situazione dei Franchi si era aggravata a causa della riunificazione della Siria operata da Nur al-Din, e non
si erano manifestati altri progetti di spedizione dopo il fallimento della
seconda crociata [Lilie 186]. Questo riavvicinamento fu ratificato da
una serie di alleanze matrimoniali: Manuele spos in seconde nozze Maria dAntiochia, mentre gi prima Baldovino III di Gerusalemme e suo
fratello Amalrico avevano sposato delle principesse bizantine, entrambe con una ricca dote in denaro. Manuele fece il suo ingresso solenne a
Antiochia in occasione della Pasqua del 1159, dopo aver sottomesso lungo il percorso i Rupenidi di Cilicia, sempre restii ad accettare il dominio di Bisanzio. Per due volte limperatore, che aveva ricostituito una
flotta da guerra efficiente, aveva concepito una spedizione comune con
i Franchi di Gerusalemme contro lEgitto fatimide allora in piena decadenza militare, ma le cui ricchezze avrebbero potuto rinsanguare le
finanze dei regni di Terrasanta. I ripensamenti dei due alleati, tuttavia,

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impedirono di approfittare dei successi iniziali, permettendo cos a Saladino di impossessarsi dellEgitto.
I Bizantini contemporanei rimproverarono a Manuele una certa condiscendenza verso gli Occidentali, accolti numerosi non soltanto in seno
allesercito ma anche a corte, doverano utilizzati in missioni diplomatiche. Manuele aveva capito che la forza dellImpero avrebbe potuto essere restaurata con la collaborazione dei Latini, a quel tempo in pieno rigoglio demografico ed economico, e non contro di essi. Le divergenze religiose non costituivano un ostacolo alla realizzazione di tale disegno,
anche se limperatore era pronto a condurre una strenua difesa dei diritti della Chiesa greca. Quando ritenne che fossero lesi gli interessi dellImpero, Manuele non esit a intervenire. Cos, nel 1171, ordin di arrestare tutti i Veneziani dellImpero e di confiscare i loro beni, poich
giudicava troppo vantaggiosa la loro posizione e negativo il loro ruolo
negli affari italiani da lui condotti. Il sovrano gioc perci sulla rivalit
dei Veneziani nei confronti dei Genovesi negoziando con questi ultimi
un trattato commerciale meno favorevole ai mercanti latini.
Nel 1176, Manuele prepar la sua pi grande campagna militare,
che aveva diversi obiettivi. Prima di tutto sperava di colpire il sultano
in modo decisivo assediando la sua capitale, giacch i Selgiuchidi di
Rum erano divenuti troppo potenti da quando si erano annessi i territori danismendidi; per giunta, dopo la morte del sultano di Damasco,
Nur al-Din, nel 1174, il signore di Iconio non rivestiva pi alcuna utilit per controbilanciare la sua influenza alleggerendo indirettamente
la pressione sui regni crociati. Infine, grazie alla riuscita di tale impresa, che avrebbe permesso allImpero di tornare a essere un potente vicino per i Franchi dOriente, Manuele vagheggiava una sorta di crociata per proteggere i Franchi che si trovavano in una situazione critica
sotto la minaccia di Saladino, nuovo padrone dellEgitto. Manuele fece fortificare Dorileo e Subleo per riprendere possesso poco per volta
dellaltopiano anatolico e controllare i nomadi turchi. Ma limpresa si
concluse presto, quando limperatore con lesercito fu sorpreso ai valichi di Miriocefalo. Manuele perse tutti i macchinari da assedio oltre a
parte delle sue truppe, per quanto anche lesercito del sultano fosse uscito fortemente provato dallo scontro. La sconfitta era la fine di ogni speranza di riconquista dei territori in mano ai Turchi. Tuttavia, lesercito bizantino continuava a essere efficiente se lanno seguente fu in grado di distruggere un grosso contingente turco nella valle del Meandro
[Lilie 190].
Manuele consider con molta attenzione i suoi doveri di sovrano, occupandosi come pochi imperatori prima di lui anche di questioni

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ecclesiatiche (e dogmatiche, addirittura), senza peraltro suscitare le reazioni che ci si sarebbe attesi dinanzi a questo genere di intrusioni, e interessandosi alla riforma delle comunit monastiche nei confronti delle
quali si dimostr generoso, in particolare allinizio del suo regno.
Riform inoltre i tribunali costantinopolitani per renderne pi spedite
le decisioni e pi efficace la lotta alla corruzione.
Nel settembre del 1180 Manuele mor, lasciando il potere nelle mani del figlio, Alessio, troppo giovane per regnare, e della sua vedova,
Maria dAntiochia, nominata reggente. Il bilancio complessivo di questo regno brillante stato molto discusso. Secondo alcuni, sulle orme di
Niceta Coniata, Manuele avrebbe dato fondo alle risorse imperiali per
conseguire risultati mediocri, dal momento che la sua politica estera sarebbe risultata in definitiva fallimentare tanto in Occidente [Lilie 188]
quanto in Oriente. Paul Magdalino [192] ha sottolineato lillegittimit
di tale giudizio, poich Manuele alla sua morte lasci un Impero ricco e
pacificato; aveva firmato trattati con tutti i vicini e, anche in Italia, si
era garantito molti amici, tra i quali linfluente famiglia marchionale di
Monferrato; la sua reputazione in Occidente e in Terrasanta era eccellente, come testimonia anche la Historia di Guglielmo di Tiro [73].
6. Il rapido indebolimento sotto gli Angeli.
I punti deboli del sistema istituito sotto i Comneni erano sempre pi
evidenti. Tutto riposava sulla capacit dellimperatore di farsi obbedire dai familiari e di soddisfare le loro velleit. Nella fattispecie, la reggente Maria dAntiochia era priva, a causa della sua origine latina, di
una rete dinfluenze. Un cugino di primo grado dellimperatore Manuele, Andronico, cavalcando i sentimenti xenofobi di una parte dei costantinopolitani usurp il potere nella primavera del 1182 a prezzo di
un terribile eccidio di Latini abitanti nella capitale. Andronico fece certamente avvelenare Maria, figlia di Manuele, e suo marito, Ranieri di
Monferrato, mentre lanno seguente fece giustiziare Maria dAntiochia
e strangolare Alessio II, suscitando contemporaneamente la rivolta dei
parenti di Manuele e numerosi attacchi di vicini dellImpero che Manuele aveva preso come garanti dellincolumit di suo figlio. Le province dAsia sostennero Giovanni Comneno, il domestico delle scholae designato da Manuele, ma furono severamente punite a Nicea e a Bursa,
riprese dallusurpatore che era sostenuto dalle truppe dOccidente. Temendo ogni parente di Manuele come un potenziale rivale, Andronico
si sbarazz della maggior parte dellalta aristocrazia, privando cos le-

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sercito imperiale di gran parte dei quadri. Una prima provincia, Cipro,
si ribell sobillata da un discendente di Alessio I, Isacco Comneno, che
si autoproclam imperatore.
Allesterno, Bela di Ungheria apr le ostilit, ma lattacco pi pericoloso allImpero venne sferrato dai Normanni che, nel 1185, sbarcarono a Durazzo impadronendosi della citt senza colpo ferire e raggiungendo rapidamente Tessalonica, caduta nellagosto dello stesso anno. La
strada per Costantinopoli era ormai aperta dinanzi a essi, e la popolazione della citt, allarmata, sosteneva un pronipote di Alessio I, Isacco
Angelo, il quale aveva cercato rifugio in Santa Sofia quando Andronico aveva deciso di farlo giustiziare. Isacco, che in un primo momento
aveva cercato solamente di salvarsi la vita, incoraggiato dalla folla che
lo attorniava domand la corona imperiale. Andronico, tornato troppo
tardi a Palazzo, cerc di darsi alla fuga ma, raggiunto, fu massacrato a
settembre.
Il nuovo imperatore, assurto al potere per un mero concorso di circostanze, non ispir grande fiducia favorendo cos diverse sommosse. La
pi grave, quella capeggiata nel 1187 da Alessio Brana, per poco non
giunse a prendere la capitale, salvata da un contingente latino comandato da Corrado di Monferrato. Isacco Angelo si rivel anche incapace di
riprendere Cipro a Isacco Comneno, sostenuto da una flotta normanna.
Ancora pi grave fu che i Bulgari, gravati da una fiscalit eccessiva, si
sollevarono a loro volta al comando dei fratelli Pietro e Asen, con laiuto di pastori nomadi valacchi, e riuscirono in pi occasioni a battere i Bizantini. Era stato fondato il secondo Impero bulgaro, che si sarebbe sviluppato poi sotto la guida di Kalojan (cfr. cap. xvii, p. 509). I Turchi si
avvantaggiarono della debolezza dellImpero per riprendere la loro avanzata in Anatolia, pur senza impadronirsi di alcun centro di rilievo ma trovando talora sostegno nella popolazione locale e, a loro volta, aiutando
numerosi ribelli. Tra questi, il pi degno di nota fu Teodoro Mancafa
che, stabilitosi a Filadelfia, si fece incoronare imperatore e batt moneta, senza peraltro aver mai preteso di marciare su Costantinopoli.
Nella primavera del 1195, il rovesciamento di Isacco da parte del fratello Alessio, che gli ufficiali dellesercito speravano si rivelasse un imperatore pi energico, non mut affatto lo stato delle cose. Nei Balcani, alcuni capi locali divennero pi o meno indipendenti dal trono, accelerando il processo di disgregazione dellImpero. Tuttavia, nei primi
anni del xiii secolo, Alessio Paleologo e Teodoro Lascaris, generi dellimperatore (il quale non aveva figli maschi), tennero sotto controllo la
situazione militare, mantenendo lautorit imperiale su tutti i territori
popolati da Greci.

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Le relazioni con lOccidente erano divenute pi problematiche dopo leccidio dei Latini avvenuto nel 1182, al quale tre anni dopo risposero i Normanni massacrando i Greci a Tessalonica. I Latini dOriente,
privati degli aiuti di Bisanzio dopo che la Cilicia armena ebbe acquisito
lindipendenza, avevano infine capitolato dinanzi a Saladino, perdendo
Gerusalemme nel 1187 [Brand 172]. La caduta della citt provoc una
nuova crociata alla quale presero parte i grandi sovrani dellOccidente:
Federico Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto. Preoccupatissimo per lo spiegamento di tali forze congiunte, Isacco Angelo
tratt con Saladino, fatto che, una volta noto in Occidente, allontan
ulteriormente Bisanzio dai Latini.
I re di Francia e dInghilterra viaggiarono per mare e raggiunsero direttamente Acri, anche se Riccardo durante la traversata si impadron
di Cipro a spese dellusurpatore Isacco Comneno, il quale non aveva soccorso dei pellegrini inglesi in difficolt al largo dellisola. Le trattative
tra Federico Barbarossa e Isacco Angelo furono difficili e gravi incidenti si moltiplicarono mentre i crociati tedeschi attraversavano i Balcani.
Alcuni intimi del Barbarossa gli consigliarono di impadronirsi di Costantinopoli, cos da mettere le risorse dellImpero bizantino al servizio della crociata e sbarazzarsi dei Greci, perfidi e scismatici nei confronti della Chiesa romana. Isacco II, impotente dinanzi alla superiorit militare
del Barbarossa, cedette a tutte le richieste dellimperatore germanico, il
quale attravers lAnatolia e saccheggi Konya, ma mor annegato in Cilicia, nella primavera del 1190 [Setton 195, vol. I].
7. La quarta crociata.
Sotto Alessio III furono ristabiliti dei rapporti pi pacifici con le
citt italiane: a Venezia furono rinnovati i privilegi commerciali nel
1198, e anche Genova e Pisa ottenero, bench solo in seguito, le loro
concessioni. La minaccia pi vicina nasceva ora dallunione della Sicilia con lImpero germanico sotto un solo sovrano, Enrico VI, il quale
con lisola ereditava le rivendicazioni tradizionali dei Normanni. Alessio III era sul punto di corrispondergli un enorme tributo, prelevato
grazie allistituzione di una imposta specifica, lalemanikon, quando Enrico VI, nel settembre del 1197, mor. La terza crociata non era riuscita a riprendere Gerusalemme e papa Innocenzo III, molto compreso
dellimportanza del suo ruolo, appena eletto, nel 1198, ind la nuova
crociata, incontrando il consenso dei grandi baroni in mancanza di quello dei sovrani dOccidente, occupati a guerreggiare fra loro. A questo

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punto era necessaria una flotta, poich lobiettivo segreto della spedizione consisteva nella conquista dellEgitto. Venezia, a quel tempo, era
la sola potenza in grado di allestire la squadra navale richiesta, e il doge Enrico Dandolo negozi con i capi crociati, fra i quali Bonifacio di
Monferrato, il trasporto di 35 000 uomini e delle loro cavalcature, proponendo inoltre la partecipazione diretta di Venezia, con 50 galere, allimpresa militare. Nellestate del 1202, i combattenti riuniti erano meno numerosi del previsto e non disponevano che di met della somma
richiesta.
Alessio III, informato dei preparativi della spedizione, si allarm veramente solo quando apprese che il giovane nipote Alessio (il figlio del
fratello che egli aveva deposto dal trono) era riuscito a evadere dalla sua
prigione costantinopolitana, domandando laiuto dei crociati per riconquistare il trono paterno. Limperatore, ansioso di impedire tale disegno, scrisse a Innocenzo III. Il papa rispose rassicurandolo che non
avrebbe sostenuto le pretese del giovane Alessio, nonostante le pressioni che riceveva e che gli ricordavano che la Chiesa greca rifiutava la sottomissione a Roma.
Il doge prospett una prima deviazione della spedizione, con la promessa di ridurre il debito dei crociati se avessero contribuito a ristabilire la signoria veneziana sulla citt dalmata di Zara, obiettivo raggiunto nel novembre del 1202 non senza una vivace discussione preliminare nel campo crociato, dove un gruppo di combattenti decise di
raggiungere direttamente la Terrasanta. I comandanti crociati finalmente accettarono ancora una volta contro il parere di una parte dellesercito le proposte del giovane Alessio, che si rivelarono irresistibili quando questi simpegn a versare una quantit enorme di denaro e a inviare un grosso contingente militare in Oriente (promesse irrealizzabili, ma
il pretendente al trono bizantino ignorava la reale situazione dellImpero, come senza dubbio i suoi stessi interlocutori).
Alessio III, privo di flotta, non si oppose minimamente allo sbarco
dei crociati dinanzi a Costantinopoli nel giugno del 1203. Questa nuova deviazione favorita, se non incoraggiata, dai Veneziani, messi in
disparte dopo la presa di Zara fu formalmente censurata da Innocenzo III. Alessio III disponeva di truppe numerose e le mura della capitale si erano sempre dimostrate invalicabili negli assedi subiti in precedenza, ma limperatore non era altrettanto sicuro del sostegno dei cittadini. Dopo una prima sconfitta, Alessio III abbandon la capitale, e
gli abitanti, per evitare lentrata in citt dellesercito nemico, scarcerarono Isacco II e lo rimisero sul trono, accogliendo quindi suo figlio Alessio IV nel luglio del 1203.

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La formazione e levoluzione dellImpero nel Medioevo

Il giovane imperatore doveva a questo punto mantenere le promesse, in particolare quelle economiche, proprio nel momento in cui la maggior parte delle province dellImpero si era schierata contro di lui e Alessio III aveva lasciato le casse del tesoro vuote. Le sole risorse di cui disponeva erano costituite dalla confisca dei beni degli avversari politici
e dalle tasse inflitte ai cittadini di Costantinopoli, tutte misure che lo
resero presto impopolare, tantopi che il denaro cos raccolto pareva destinato ai sempre pi detestati Latini. In seguito a una rissa, la maggior
parte della citt bruci nel terribile incendio che nellagosto del 1203
devast il cuore della capitale, fatto che accrebbe ulteriormente lostilit nei confronti dei crociati.
Unintera fazione, radunata intorno a Alessio Duca Murtzuflo, un
cugino di Alessio, era favorevole a espellere con la forza i Latini dalla
capitale. Murtzuflo fece uccidere Alessio IV e apr le ostilit verso i crociati, i quali decisero di vendicare il loro protettore e, ritenendo che non
vi fosse alcun greco degno di succedergli, di conquistare direttamente
Costantinopoli una decisione rivoluzionaria , prevedendo da subito
la spartizione delle province dellImpero bizantino. Dopo un primo assalto respinto il 9 aprile, tre giorni dopo i crociati penetrarono nella citt
attraverso le mura marittime, pi facili da espugnare, e poi misero a sacco la citt pi ricca della cristianit.
La deviazione della quarta crociata resta un problema non chiarito.
Vi si visto il frutto di una machiavellica premeditazione di Enrico Dandolo, il quale si sarebbe cos vendicato dei maltrattamenti che aveva subito nel 1171 da parte dei Bizantini. Tuttavia, osservando levolversi
degli eventi, analizzando le situazioni impreviste che i crociati si trovarono a dover affrontare, e le decisioni prese di conseguenza, emerge lassenza di qualunque piano deliberato mirante a raggiungere Costantinopoli. La principale differenza tra la quarta crociata e le precedenti il
disaccordo dei Greci, effetto della presenza dun pretendente al trono
in seno allesercito latino. Per di pi, la reciproca ostilit fra Greci e Latini si era certamente rafforzata dallepoca della morte di Manuele Comneno, rendendo cos possibile limpensabile: la presa della capitale dei
cristiani greci da parte dei fratelli latini [Angold 171; Laiou 202].

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parte seconda
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iv. Limperatore e il Palazzo

1. Limperatore e la sua famiglia.


a) La scelta dellimperatore.
Lassassinio di Maurizio da parte di Foca segn una svolta nella vita politica dellImpero: ricompariva la violenza nella successione imperiale, proprio quando sembrava nuovamente possibile il ricorso allereditariet, dal momento che Maurizio era il primo imperatore, da pi di
un secolo, ad aver generato numerosi figli. Eraclio fu pi fortunato e
riusc a trasmettere il potere alla sua discendenza, anche se non senza
difficolt, poich aveva figli nati da diversi letti. Nel corso del vii secolo, il potere si concentr nelle mani dellimperatore a discapito dei parenti stretti, in particolare dei fratelli, precedentemente associati al trono. Ormai, anche se rimanevano alcuni co-imperatori, lunico a regnare effettivamente era il basileus autokrator.
Senza dubbio la legittimit del sovrano, dopo che Dio aveva manifestato la sua preferenza, continuava a poggiare sullacclamazione dellesercito, del Senato e del popolo, ma lopinione pubblica fin per abituarsi al fatto che il primogenito succedesse al padre. Si giunse al punto che le ultime due esponenti della dinastia macedone, Zoe e Teodora,
poterono rivestire il potere supremo, sia associandovi un consorte o un
figlio adottivo, nel caso della prima, sia regnando da sola fino alla morte per la seconda. Questa evoluzione arriv a definirsi lentamente e, per
lungo tempo, gli imperatori ebbero cura di far incoronare i propri eredi
presunti gi in tenera et. La qualifica di porfirogenito, nato nella porpora, fu sempre pi una carta vincente per ereditare il potere, poich,
secondo i retori ufficiali, il neonato era stato distinto da Dio fin dal concepimento [Dagron 207].
Mentre si ampliava il sentimento legittimista, sussisteva lidea che
non si potesse comunque limitare la libert di scelta di Dio, che non
avrebbe mai potuto sostenere un imperatore che non si fosse conformato ai precetti cristiani di equit e filantropia, o che addirittura avesse
deviato verso leresia. Gli oppositori alla politica imperiale del momen-

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to tenevano docchio con impazienza i segnali della collera divina: catastrofi naturali, epidemie, guerre, disastrose quando conducevano alla disfatta dellesercito. Linterpretazione di questi segnali non era per univoca, e il popolo poteva essere anche ritenuto responsabile delle proprie
disgrazie. La lunga serie di sconfitte consecutive di fronte agli attacchi
arabi giunse a mettere in discussione la stessa istituzione imperiale, in
particolare a cavallo tra vii e viii secolo, quando gli imperatori non riuscivano a rimanere sul trono per pi di pochi anni. A dire il vero, le disfatte militari provocavano solo di rado il rovesciamento dellimperatore in carica: si pu citare un unico caso inconfutabile, quello di Michele I Rangabe, spinto allabdicazione a causa duna irresistibile avanzata
vittoriosa dei Bulgari, giunti vicino alla capitale. Le discordie religiose
dei secoli viii e ix costituirono in maniera analoga loccasione per contestare la legittimit imperiale, giacch i sovrani iconoclasti erano visti
come eretici dagli avversari. Le sconfitte di Dazimon e di Amorio non
furono senza conseguenza per la popolarit di Teofilo, n senza conseguenze per lindebolimento definitivo delliconoclasmo, che aveva ripreso quota dopo linsuccesso degli imperatori iconoduli e le vittorie di
Leone V.
Il sistema politico bizantino, dunque, non ha mai impedito la contestazione del potere in carica, poich leredit non sufficiente per lesercizio del potere in quanto lerede deve agire per il bene comune con
laccordo di Dio. sulla base di questo concetto che fin cassato il giuramento prestato da Eudocia Macrembolitissa al suo sposo, Costantino X, su richiesta di questultimo. La promessa fatta dallimperatrice di
non risposarsi, infatti, derivava da un sentimento personale, la gelosia
dellimperatore, e andava contro gli interessi dellImpero i quali esigevano invece che Eudocia sposasse un generale di talento, Romano Diogene, a causa della minaccia turca. I sudditi dellImpero non scordavano mai che, bench la funzione imperiale fosse sacra, il suo detentore
rimaneva un uomo fallibile e mortale. Contemporaneamente alle insegne del potere, il nuovo sovrano riceveva lakakia, un sacchetto di seta
purpurea contenente della polvere che gli avrebbe dovuto ricordare la
sua condizione di semplice mortale [Pertusi 211].
Quando un imperatore, agli occhi dellopinione pubblica, sembrava
animato da motivi personali o da idee eterodosse, si trasformava in tiranno e a quel punto era lecito opporglisi, sia con luso della forza, alla testa dun esercito, sia per mezzo dun complotto destinato a portare
allassassinio del tiranno. Il successo dun usurpatore lo legittimava
ipso facto, bench vi siano stati numerosi imperatori, giunti al potere per
questo tramite, che ritennero opportuno consolidare il loro successo con

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una propaganda giustificatrice [Cheynet 461]. Gli sforzi di Basilio I e di


suo nipote Costantino VII per giustificare lassassinio di Michele III, allorigine della dinastia macedone, influenzarono la storiografia del x secolo che denigr efficacemente limmagine di Michele III, i cui successi
vennero minimizzati, o attribuiti al successore. La flessibilit del sistema permise leliminazione di imperatori mediocri, e lascesa al potere di
sovrani energici in momenti cruciali, come nel caso di Leone III contro
gli Arabi, di Leone V contro i Bulgari, o dei generali Niceforo Foca e
Giovanni Tzimisce affiancati ai giovani Basilio II e Costantino VIII.
Senza spingersi fino allaperta ribellione, lopposizione agli imperatori in carica fu costante [Magdalino 210], bench le fonti non ne conservino che un ricordo attenuato, salvo che per il periodo iconoclasta.
Vari indizi suggeriscono in particolare che, dopo un colpo di stato, il
nuovo basileus non era accettato dai partigiani del sovrano spodestato
cos facilmente come vorrebbero far credere le fonti narrative, spesso
redatte su istigazione del vincitore. Questo risentimento assumeva diverse forme. Nel Palazzo circolavano libelli che talora annunciavano la
morte imminente del basileus. Alcuni dignitari si ritenevano vittime dun
trattamento ingiusto: Giovanni Geometra, parente di Niceforo Foca,
nei suoi poemi attacca persino il grande Basilio II [Lauxtermann 209].
Pi di un sovrano fu accusato di dilapidare il Tesoro per arricchire i suoi
compagni di bagordi (Michele III) o intraprendere una dispendiosa campagna edilizia (Costantino IX). Giovanni Zonara ha scritto una vera requisitoria contro Alessio Comneno: la cura della giustizia, la preoccupazione per i sudditi, la custodia delle antiche tradizioni dello Stato, queste sono le qualit che convengono a un imperatore.
Ma [Alessio] cercava di mutare le antiche tradizioni politiche: e questa per lui
era la pi urgente delle preoccupazioni, e non trattava lo Stato come un bene comune o appartenente a tutti, e non se ne considerava il gestore (oikonomos), ma il signore (despotes) Non si curava minimamente della giustizia, giacch lessenza di
questa virt lassegnare a ciascuno ci che merita, mentre egli distribuiva il denaro pubblico ai parenti e ad alcuni dei suoi seguaci a carrettate intere, e assegnava
loro grasse pensioni, dimodoch si circondavano di una grande ricchezza e di una
servit che convenivano pi a re che a privati cittadini, e si procuravano delle dimore, che per grandezza erano pari a una citt, e per sfarzo non erano inferiori a
una reggia. Gli altri aristocratici, invece, non godevano di un tale favore1.

Listituzione imperiale era per inficiata da debolezze strutturali, in


particolare nel caso duna reggenza, che provocava inevitabilmente un
vuoto di potere. La salute degli imperatori, peraltro favoriti dalle cure
prodigate dai migliori medici del tempo, non era molto pi soddisfacente di quella del resto delle lites e molti sovrani morivano prematura-

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mente lasciando dei figli in minore et. Un adolescente poteva accedere al potere effettivo a 14 anni in teoria, unet acerba per i nostri canoni. In pratica, Costantino IV succedette a 16 anni al padre Costante
II, morto a 36 anni, ed egli stesso lasci il trono al figlio Giustiniano II,
sempre a 16 anni. Perlopi, la reggenza era stata organizzata dal sovrano defunto e in linea di massima veniva assunta da un consiglio, al quale partecipava il patriarca ma che era diretto dallimperatrice, madre dellerede. In realt, tutte le reggenze, con leccezione di quella di Teodora vedova di Teofilo, sfociarono in colpi di stato, sia con limposizione
di co-imperatori, quando la dinastia era saldamente stabilita, come nel
caso dei Macedoni, sia con leliminazione dellerede: Andronico Comneno fece mettere a morte prima la vedova di suo cugino Manuele e poi
il giovane Alessio II. A partire dai Comneni, come nel caso precedente,
e poi sotto i Lascaridi e i Paleologhi, la difesa dellerede al trono costitu per i principi stranieri un pretesto per intervenire negli affari dellImpero.
In due occasioni una donna regn come imperatore autokrator, Irene dal 797 all802, e poi Teodora nel 1055-56. In entrambi i casi, per
quanto la legittimit dellimperatrice non fosse apertamente contestata,
la situazione era percepita come anormale. Irene, che aveva eliminato
lerede naturale al trono, suo figlio Costantino VI, fu rovesciata senza
grandi difficolt da un colpo di stato organizzato a Palazzo, mentre Teodora, ultima esponente della dinastia macedone, sfugg a questa sorte
solo per la brevit del proprio regno.
Gli imperatori furono perlopi reclutati fra laristocrazia dellAsia
Minore, e rari furono i candidati di modesta estrazione che giunsero al
trono e poterono richiamarsi al modello davidico, come nel caso di Basilio il Macedone.
Quando Dio ha designato il suo rappresentante, lesercito, il Senato
e il popolo ovvero gli abitanti di Costantinopoli radunati nellIppodromo acclamano il fortunato eletto, lunto del Signore. Il patriarca non interviene dunque in questa scelta, e colui che viene incoronato
a Santa Sofia, a partire da Costante II nel 641, dunque gi un basileus.
Nessun imperatore si sottrae, peraltro, a una cerimonia che sottolinea
la sua alleanza divina e la sua ortodossia, e manifesta per giunta il suo
potere sulla capitale [cfr. cap. v].
Per celebrare la cerimonia con maggiore solennit, gli imperatori attendevano spesso una delle grandi feste dellanno, Pasqua o Natale. Non
c un modello prefissato di incoronazione, ma ci si adatta alle circostanze, a seconda che venga onorato un homo novus o un erede [Dagron 206].

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b) Imperatrici e porfirogeniti.
La scelta della sposa destinata a unirsi solennemente al sovrano o allerede al trono, e benedetta dal patriarca a Santa Sofia in occasione del
matrimonio, non dipendeva solo dalle prospettive di procreazione ma
costituiva un atto politico del massimo rilievo, nella misura in cui la famiglia della sposa ne ricavava potere e dunque influenza. Il precedente
di Artavasde, genero di Leone III, che tent inutilmente di rovesciare
il cognato Costantino V, fece profonda impressione. Fino allxi secolo i
sovrani in cerca duna sposa per il successore si volsero ad aristocratiche dellImpero; solo in circostanze eccezionali ci si un a principesse
straniere, come nel caso di Costantino V che si leg con una principessa cazara, ma perch si aspettava da questo popolo una solida alleanza
contro gli Arabi. Nellviii e nel ix secolo, la scelta fu effettuata a pi riprese tramite un concorso che riuniva a Costantinopoli una selezione di
giovani aristocratiche. Si dubitato dellesistenza di simile competizione, ma questo modus operandi permetteva evidentemente di evitare gli
scontri tra le fazioni della Corte, e di coniugare simbolicamente la legittimit dinastica con la legittimit elettiva, come stato sottolineato da
Gilbert Dagron [206, p. 68].
Costantino VII Porfirogenito proclamava ancora il proprio malumore per il matrimonio tra Maria, nipote di Romano Lecapeno, e Pietro sovrano dei Bulgari (una nazione settentrionale, cosa che rendeva lo scandalo ancora pi grave), o per la futura unione tra il figlio Romano II e
una principessa occidentale; allo stesso modo, Vladimiro di Kiev riusc
solo in circostanze eccezionali a estorcere la mano della sorella Anna a
Basilio II. Dalla seconda met dellxi secolo si nota invece un cambiamento significativo: i sovrani cercano infatti per i figli quasi esclusivamente principesse straniere, caucasiche od occidentali, in ragione dei nuovi equilibri diplomatici. In una prima fase, seguendo lesempio di Basilio II, la questione consisteva nellattirare al servizio dellImpero una
potenza di medio rango. Il figlio di Costantino X, Michele VII, si un a
Maria di Alania. Il figlio della coppia, Costantino, fu fidanzato a Olimpia, figlia di Roberto il Guiscardo, dal quale si sperava di ottenere soccorsi in Asia Minore. Alessio Comneno fece eccezione, in quanto, dopo
il successo della sua usurpazione, spos Irene Duca per rafforzare il proprio potere tramite un avvicinamento con la dinastia precedente; suo figlio Giovanni II, per, prese per moglie una principessa ungherese. Con
Manuele Comneno, le cui due consorti furono latine, il gioco si allarg a
numerose principesse imperiali, delle quali alcune costituirono la migliore ricompensa per i pi valenti generali dellImpero, mentre altre furono

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date a sovrani di secondo rango, suscettibili tuttavia di sostenere gli interessi dellImpero: in due occasioni i re di Gerusalemme ottennero la
mano duna parente di Manuele. Infine, riflesso dun nuovo equilibrio
delle forze, i matrimoni coinvolsero dei contraenti ormai quasi sullo stesso piano: Alessio II spos Agnese, figlia del potente re di Francia Luigi
VII, mentre Isacco II si un a Margherita di Ungheria, figlia di Bela III,
allepoca il pi influente monarca dei Balcani.
Al di l di casi eccezionali in cui, con il titolo di reggente o di autokrator, assumeva il potere effettivo, limperatrice aveva il dovere di presenziare, in qualit di consorte del sovrano, alle cerimonie cui partecipavano le dame della Corte, per esempio il ricevimento delle patrizie
con cintura. Alcune imperatrici esercitarono una notevole influenza sui
mariti: ci pu essere supposto nel caso di Elena, moglie di Costantino VII, mentre rivendicato esplicitamente per Irene Duca unita ad
Alessio Comneno. Talora intercedevano a favore dei condannati politici: Teodosia peror presso Leone V la causa di Michele di Amorio, che
sfugg alla propria esecuzione programmata per il giorno di Natale, e riusc la notte stessa ad assassinare limperatore.
Vari usurpatori sposarono la figlia del basileus o limperatrice vedova per consolidare la propria legittimit: Michele II scelse in seconde
nozze Eufrosine, figlia di Costantino VI; Niceforo Foca si un a Teofano, vedova di Romano II; Romano Diogene spos Eudocia Macrembolitissa vedova di Costantino Duca
Lintimit delle principesse negli appartamenti del Palazzo era protetta e sorvegliata dagli eunuchi del cubiculum. Le imperatrici disponevano della propria famiglia, che comprendeva tra gli altri un preposito della tavola, e possedevano grandi tenute che garantivano loro cospicue rendite. Teodora si sarebbe spinta addirittura a praticare il
commercio con lestero, provocando una memorabile sfuriata dello sposo, Teofilo.
La nascita dun principe era occasione di festeggiamenti per gli abitanti di Costantinopoli, e la scelta del nome costituiva di per se stessa un
atto programmatico, in quanto si poteva scegliere quello dun illustre antenato della dinastia, oppure quello del fondatore dellImpero cristiano,
Costantino. Ci furono usurpatori che non esitarono a ribattezzare Costantino il figlio maggiore, come nel caso di Leone V. I corpi costituiti, lesercito, il Senato e i demi, erano talora invitati a scegliere il nome
del neonato tramite una serie di acclamazioni, minuziosamente organizzate in anticipo. Lo scopo poteva essere quello di prevenire ogni contestazione della successione futura: il giovane Leone VI aveva come proprio padrino il corpo degli ufficiali del tema degli Anatolici [Dagron 207].

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2. Dirigere limpero.
a) La propaganda imperiale.
Limperatore eccelle nelle virt cristiane, la filantropia, la giustizia
e lumilt verso il sovrano celeste. Questultima, necessaria a sovrani
che si macchiarono spesso di gravi colpe, sul modello biblico di re Davide, si esprime pubblicamente, rafforzando la legittimit imperiale.
Leone VI (o forse suo padre Basilio, che non gli era inferiore come peccatore) si fatto rappresentare in maniera anonima, in atto di proskynesis, in un mosaico del nartece di Santa Sofia, come sovrano esemplare,
di fronte alla Vergine che intercede presso Cristo in suo favore [Dagron
206, pp. 129-38].
Kazhdan [214] ha rilevato un cambiamento nel modello del buon imperatore, databile allxi secolo, con larrivo al potere dei Comneni. innegabile che gli imperatori di questa dinastia amassero udire i retori esaltare le loro qualit guerriere, ma questa valorizzazione dei risultati ottenuti sul campo di battaglia, spiegabile in parte con lemulazione nei
confronti dei cavalieri occidentali, contraddistingue piuttosto un semplice filone, perch la tematica dellimperatore pacifico e filantropico
parallelamente attestata. Teofilatto di Bulgaria si congratula che Alessio Comneno abbia riportato una vittoria incruenta sui Peceneghi in
occasione del trattato di pace stipulato con essi. Allo stesso modo, Anna Comnena scagiona il padre da ogni responsabilit per il massacro degli stessi Peceneghi, che aveva fatto seguito alla loro sconfitta a Levunion. Nessuna di queste tematiche nuova, e tutte appartengono al repertorio dei retori dellAntichit, come pu essere rivelato, per limitarsi
a un esempio, dai discorsi di Temistio. Larte delloratore consiste nello scegliere i motivi in funzione della personalit dellimperatore e dellimmagine che questultimo desidera dare di se stesso.
La vittoria legittima il potere imperiale, come nota con tratti quasi
caricaturali un arabo della fine dellxi secolo, Marvazi:
Quando il re (ossia limperatore) combatte il nemico e torna vittorioso e trionfante, la sua posizione e il suo ruolo nel regno si rafforzano. Se gli capita di essere
battuto e di mostrarsi debole, estromesso dal potere [citato da McCormick 233,
p. 165].

Lascesa al potere di Leone V a discapito di Michele I, deposto, dopo una serie di sconfitte subite dai Bulgari, grazie a un accordo tra il patriarca, il Senato e gli alti ufficiali dellesercito, illustra perfettamente
questa osservazione.

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Gli imperatori disponevano di vari canali per diffondere la loro propaganda. Citiamo, senza essere esaustivi: le lettere inviate nelle province in occasione di un importante avvenimento, come lassunzione al trono dun principe; le introduzioni alle leggi; i comunicati militari, che
erano letti a Costantinopoli e che in qualche caso hanno fornito la trama delle cronache del regno di Giovanni Tzimisce. Talora nel Palazzo
erano raffigurate le gesta imperiali, per essere ammirate dai visitatori di
riguardo: gli iconoduli hanno accusato Costantino V di aver sostituito
le immagini delle proprie prodezze militari a quelle della Vergine e dei
santi.
b) La diplomazia bizantina.
Il basileus dei Romani domina lImpero cristiano universale, ma deve comunque definire i propri rapporti con gli altri principi cristiani,
nonch con i capi pagani o musulmani [Byzantine Diplomacy 220]. La
diplomazia bizantina medievale, in linea di massima, non concedeva a
nessun altro sovrano il titolo di basileus, giacch, dopo la translatio imperii, solo il signore della Nuova Roma aveva diritto a tale titolo. Un falso pontificio, risalente probabilmente alla seconda met dellviii secolo,
la Donazione di Costantino, fu accolto favorevolmente a Costantinopoli
poich, sostenendo le pretese temporali del papa (con il pretesto che Costantino, al momento di lasciare Roma, avrebbe consegnato le insegne
imperiali a papa Silvestro), questo testo giustificava lassenza dun imperatore nella Vecchia Roma.
A due riprese, in Occidente, un rivale pretese di rilevare il titolo imperiale: Carlo Magno nell800, e poi Ottone I nel 962. Fu fonte di inquietudine per la diplomazia bizantina, non tanto perch il basileus di
Costantinopoli mirasse allesclusivit del titolo, quanto per il timore che
limperatore occidentale, signore della Vecchia Roma, cercasse di conquistare Costantinopoli o comunque lItalia intera. In effetti, a questo
proposito scaturirono dei conflitti tra Carlo Magno e Niceforo I per il
possesso di Venezia, e tra Niceforo Foca e Ottone I, che intraprese
una spedizione contro Bari e i territori bizantini dellItalia meridionale [McCormick in 119, II, pp. 366-73]. Quando le apprensioni bizantine si furono calmate, si trov un compromesso che accordava agli interessati il titolo di basileus, senza menzionare il nome dei Romani nella
titolatura, e Ottone II spos infine una principessa bizantina, Teofano.
Ottone III, il figlio nato da questo matrimonio, mor prematuramente
prima di poter sposare la porfirogenita Zoe che gli era stata destinata.
Questo stesso atteggiamento fu adottato nei confronti dei Bulgari e di

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Simeone che, grazie alla propria ostinazione, riusc a farsi accordare il


titolo di basileus dei Bulgari.
Il basileus di Costantinopoli si considerava superiore a tutti i re, una
sorta di padre allinterno duna ideale famiglia cristiana. Nei fatti, la diplomazia bizantina teneva accuratamente conto dei rapporti di forza, e
quando il sovrano corrispondeva con il califfo di Bagdad o con quello
del Cairo, sigillava il documento con una bolla doro del peso di quattro nomismata, mentre quella accordata al papa o ai principi armeni ne
pesava solamente tre. In sostanza, al califfo era riconosciuta una sorta
di parit, come si faceva in precedenza con il sovrano persiano, mentre
i regoli del Caucaso erano considerati tuttalpi dei clienti di cui si coltivava lamicizia mediante la concessione di dignit, ma che dovevano
obbedire agli ordini (keleuseis) imperiali. In tale parentela fittizia, limperatore dOccidente diveniva il fratello del basileus di Costantinopoli,
e i re, come il capo dei Bulgari, ne erano i figli, tenuti a comportarsi come tali, rispettosi e sottomessi.
Lazione dei diplomatici bizantini dominata dal pragmatismo: il loro obiettivo primario fu sempre quello di evitare, finch possibile, i conflitti inutili. I negoziatori bizantini tenevano conto dei costumi della
controparte, fornendo quindi un ulteriore esempio di flessibilit. Cos,
i Russi nel x secolo giurarono sui loro di pagani. Nel 1108, limperatore Alessio I accett il giuramento di fedelt del latino Boemondo, prestando anchegli giuramento, cosa inconcepibile nella tradizione bizantina. Si pu citare un ulteriore esempio assolutamente notevole: in seguito a un accordo stipulato nel febbraio del 1190, Isacco II e Federico
Barbarossa si scambiarono dei giuramenti non direttamente ma tramite propri rappresentanti.
Si possono individuare degli obiettivi costanti della diplomazia imperiale [Shepard 227]? I retori danno spesso limpressione che il sovrano oggetto dei loro elogi si stia apprestando a conquistare luniverso, ma
lanalisi dei negoziati effettivi induce a pensare che lImpero fosse quasi sempre sulla difensiva, e che cercasse solamente di recuperare i territori recentemente perduti. Anche nei periodi di espansione, gli obiettivi prefissati restano modestissimi. Quando Niceforo Foca negozia con
l'emiro di Aleppo sconfitto, non cerca di annettere la citt, ma di costituire uno Stato cuscinetto; quando Manuele Comneno si riaffaccia in
Italia, non cerca affatto di ricostituire lImpero di Giustiniano [Magdalino 192]. Del resto gli imperatori, pur disponendo dei rapporti degli
strateghi delle frontiere, non erano sempre ben informati, come mostrano le lacune del De administrando imperio di Costantino VII [31]. Sotto
i Comneni, tuttavia, le informazioni circolano con molta pi facilit, in

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parte grazie allespansione della navigazione nel Mediterraneo. Lazione diplomatica si afferma sempre come lalternativa efficace e necessaria allimpiego di eserciti di dimensioni troppo esigue. Alla forza delle
armi si preferivano la seduzione delloro e i titoli imperiali, la cui attrattiva and scemando solo negli ultimi decenni prima del 1204.
3. Le cerimonie imperiali.
Gli imperatori, con leccezione di Costante II, avevano fatto di Costantinopoli la loro capitale esclusiva. Alcuni, come Leone VI o suo figlio Costantino VII, non lasciarono spesso la citt, se non per recarsi
nella sua periferia bitinica o nei palazzi suburbani lungo il Bosforo, mentre altri, come Basilio II o Alessio Comneno, che conducevano personalmente lesercito, risiedevano per mesi interi lontano dalla capitale e
si facevano accompagnare nellaccampamento da una parte del personale amministrativo. A Costantinopoli si manifestava il fulgore della maest imperiale, perlopi tramite cerimonie che glorificavano la vittoria
eterna dellimperatore, e la teatralizzazione del potere raggiungeva i propri vertici nel Gran Palazzo. Sarebbe errato credere che le cerimonie
fossero fissate secondo un ordine immutabile. In caso di bisogno, si aggiungevano nuove ricorrenze: il caso della festa di SantElia, il 20 luglio, introdotta da Basilio I per commemorare la visione in cui sua madre aveva ricevuto dal santo la profezia del futuro regno del figlio.
In realt come risulta dal De cerimoniis, opera redatta su iniziativa di Costantino VII si conservavano i resoconti delle antiche cerimonie, e gli imperatori ne recuperavano gli elementi che sembravano opportuni per le nuove ricorrenze da essi progettate.
4. Il Gran Palazzo.
Il carattere sacro del potere imperiale era messo in scena nel Gran
Palazzo [cfr. cap. xi, pp. 275-76]. Quando il sovrano convocava unassemblea per comunicare una decisione importante, prima di comparire
faceva imporre il silenzio da alcuni eunuchi, i silenziari. In questo modo, Leone III rese pubblica la sua adesione alliconoclasmo tramite il silention del 730. Quando il sovrano era seduto sul trono in una delle sale di ricevimento la pi imponente delle quali, detta Magnaura, comprendeva unabside in cui si trova il cosiddetto trono di Salomone,
dominato da una rappresentazione del Cristo il suo interlocutore non

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si rivolgeva a lui direttamente. Il sovrano era salutato con una proskynesis, gesto che andava dalla completa prosternazione alla semplice genuflessione. Quando venivano ricevuti degli ambasciatori stranieri, nel
ix e x secolo, entravano in funzione degli automi destinati a impressionarli: dei leoni ruggivano, degli uccelli cantavano, mentre il trono si sollevava in alto, sottraendo limperatore alla vista dei cortigiani. Non tutti erano impressionati da tale messinscena: linviato di Berengario re dItalia, Liutprando da Cremona [204], avvisato in anticipo, non se ne
mostr colpito in modo evidentemente ostinato, secondo quanto si legge nel resoconto della sua ambasciata.
Sotto i Comneni, il Gran Palazzo rest in servizio per una parte delle cerimonie ufficiali, ma gli imperatori preferirono stabilirsi presso il
Palazzo delle Blacherne, allestremit del Corno dOro. Gli imperatori
adottarono, per calcolo, unabitudine meno ieratica nei confronti dei visitatori occidentali, com il caso di Alessio verso i capi dei crociati, con
scandalo dei cortigiani. Bisogna tuttavia accreditare senza alcun dubbio
a Manuele Comneno linvenzione della prokypsis, una messinscena che
faceva apparire allimprovviso e in piena luce limperatore e la sua famiglia, dopo che veniva sollevato il tendaggio che li nascondeva alla vista
degli spettatori [Jeffreys 234]. Inoltre, alcuni poemi del xii secolo ci
informano che le pareti del Palazzo delle Blacherne erano decorate con
scene che glorificavano le vittorie degli imperatori Comneni o la loro sublime posizione di rappresentanti di Dio sulla terra [Magdalino 219].
Il Gran Palazzo era organizzato come gli oikoi aristocratici, ma la
sua ricchezza favolosa, il numero immenso e la variet dei servitori lo
ponevano al di sopra di ogni paragone. La sorveglianza del Palazzo era
assicurata da varie unit dlite, nonch, per impressionare i visitatori
e rivaleggiare con la Corte del califfo, da mercenari reclutati in paesi
lontani, come la Cazaria, la Fergana o il Khorasan. Infine, il gran numero di eunuchi dava alla Corte imperiale il suo carattere pi specifico.
Due momenti privilegiati mettevano in scena la maest imperiale:
uno era il trionfo, di solito molto irregolare; laltro era il banchetto, regolato da un calendario annuale.
Quando veniva riportata una vittoria importante (o presunta tale),
gli imperatori volevano dimostrarne leffettivit mediante lorganizzazione dun trionfo attraverso la citt. Talora lo accordarono ai propri
generali, come nel caso di Niceforo Foca dopo la riconquista di Creta,
ma perlopi erano gli imperatori a condurre lesercito vittorioso. Alla
testa del corteo, Giovanni Tzimisce e Giovanni II Comneno collocarono limmagine della Theotokos, sottolineando cos di essere i semplici
strumenti di Dio. Pi tradizionalmente, secondo lantico modello roma-

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no, gli imperatori poggiavano simbolicamente il piede sulla nuca dei nemici sconfitti (calcatio) di fronte al popolo radunato nellIppodromo, e
facevano sfilare i prigionieri di guerra, testimoni involontari del successo degli eserciti bizantini [McCormick 233].
Gli imperatori riunivano regolarmente i pi importanti personaggi
della Corte, ai quali aggiungevano gli ospiti stranieri di riguardo presenti in quel momento sempre che il banchetto non fosse organizzato proprio in onore di questi ultimi, come per la principessa russa Olga sotto
Costantino VII, nel 946. Ogni minimo dettaglio era regolamentato. I
dignitari e i funzionari si presentavano nei loro costumi ufficiali di seta
di diversi colori, mentre gli imperatori si riservavano il monopolio esclusivo delle vesti interamente tinte di porpora; potevano per offrire piccole pezze di tessuti purpurei a coloro che volevano onorare, servitori
fedeli o ospiti di rango. Il posto di ognuno era determinato dalla taxis,
ossia dallordine di precedenza. Lessere collocati alla tavola imperiale
costituiva lonore pi grande, e il digradare della gerarchia era esplicitato dallallontanamento progressivo da questa tavola centrale [Liutprando 204; Malmberg 235].
5. I titoli imperiali.
a) Il conferimento delle dignit e delle funzioni.
La posizione sociale degli aristocratici e il loro grado di vicinanza nei
confronti dellimperatore si manifestavano principalmente tramite i titoli loro assegnati. Questi titoli dipendevano anche dalle funzioni affidate dal sovrano. Pi gravosa era la responsabilit, pi elevati erano i
titoli, bench non vi fosse una correlazione perfetta tra le due gerarchie
[Oikonomides 28 e 240]. Il sistema non era immutabile e anzi si evolveva costantemente, spesso con la trasformazione di antiche funzioni,
come quelle di hypatos (console), protospatario (originariamente, un eunuco a capo delle guardie del corpo), proedro (inizialmente il capo del
Senato), che finivano per divenire semplici dignit. La premura di rispettare tale gerarchia a livello teorico inalterabile, in quanto riflesso
della gerarchia divina, ma in pratica fluida ha dato origine ai taktika,
documenti redatti da uno specialista, latriklines; il pi completo di essi, quello del Cletorologio di Filoteo redatto nell899 sotto Leone VI,
conservato nella raccolta del De cerimoniis. Tale documento regola anche le precedenze fra i titolari della medesima dignit: i patrizi provvisti di una funzione passavano davanti a quelli che ne erano sprovvisti,

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e i patrizi eunuchi erano superiori a quelli barbuti. Pi concretamente, questi documenti servivano anche a collocare gli invitati ai banchetti imperiali secondo il corretto ordine di precedenza (taxis).
Si possono distinguere tre fasi nella formazione di questo ordine di
precedenza. La prima vede le dignit senatorie, apo hypaton o apo eparchon, declinare e poi scomparire a tutto vantaggio delle dignit imperiali, tra il vii e il ix secolo. Successivamente, in maniera molto lenta a partire dal x secolo, ma con unaccelerazione dalla seconda met dellxi, le
dignit si svalutano e compaiono nuovi titoli destinati a compensare lindebolimento delle dignit inferiori [Cheynet 237]. In questa seconda
fase, il numero di beneficiari si accresce considerevolmente e si assiste
alla progressiva scomparsa della distinzione in atto fra le dignit riservate agli uomini barbuti e quelle assegnate agli eunuchi (proedro, o vestarca, per esempio), per quanto le dignit legate al servizio della camera imperiale, come quelle di preposito o di cubiculario, restino indubbiamente appannaggio degli eunuchi. Una simile confusione finisce per
estendersi ad alcune funzioni: il parakoimomenos pu essere scelto, a
partire dai Comneni, tra i parenti dellimperatore, i quali, in questepoca, non sono mai eunuchi.
Nellxi secolo, il conferimento delle dignit, in particolare quella di
protospatario e dei ranghi superiori, permette agli imperatori di ricompensare personaggi che non appartengono ai livelli pi elevati dellamministrazione, ma alllite dei commercianti, dei banchieri e forse degli
artigiani specializzati nelle produzioni di lusso. Questi ultimi poterono
accedere al Senato, e gli antichi beneficiari percepirono questo fatto come una rivoluzione scandalosa. Furono perci accusati di demagogia gli
imperatori Costantino IX Monomaco e Costantino X, che furono i pi
generosi nella volont di conciliarsi la popolazione costantinopolitana e,
senza dubbio, di rimpinguare le casse dello Stato.
Alessio Comneno riform la gerarchia delle dignit, divenuta inservibile giacch il numero eccessivo di beneficiari le svalutava e non permetteva pi di pagare le rogai; alcune dignit anticamente prestigiose,
come quelle di magistro e di proedro, prima di scomparire definitivamente furono conferite ancora per qualche tempo a modesti notabili provinciali [Cheynet 237]. Per rendere di nuovo visibile llite imperiale, il
nuovo imperatore cre nuovi titoli. Li organizz intorno al termine di
augustus (in greco, sebastos), che fino ad allora era un appellativo che accompagnava la dignit imperiale. I primi titoli di sebastai furono elargiti per gratificare la favorita dellimperatore in carica, come Maria Sclerena, legata a Costantino IX quando divenne imperatore nel 1042. Il titolo di sebasto, presente gi sotto il regno di Michele VII, corrisponde

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da allora al livello superiore delle dignit e, fatto nuovo, con il tempo


diviene riservato ai soli membri della famiglia imperiale dei Comneni al
punto che, sotto Manuele Comneno, chi detiene il titolo di sebasto necessariamente un Comneno per nascita o parentela acquisita. Non si tratta comunque di una novit assoluta, poich, prima del 1050, le dignit
pi alte, come quella di cesare o di nobilissimo, erano riservate alla famiglia imperiale. Il titolo di sebasto serve a formarne di ulteriori, come
quello di sebastocratore che designa il fratello dellimperatore in carica.
Sotto Manuele fa la sua comparsa il despota, altra dignit il cui nome
deriva da un appellativo imperiale, e che designa il genero dellimperatore, suscettibile dessere chiamato a regnare quando non vi sia un erede maschio.
I Comneni hanno imposto una concezione familiare della gerarchia
delle dignit, che non dipende pi dalla funzione esercitata, ma dalla
strettezza dei legami di sangue con il sovrano. Le liste di dignitari del
xii secolo che sono state conservate, riferite in particolare ai sinodi riuniti a Costantinopoli, confermano un ordine di precedenza fondato uni-

Tabella 1.
Le dignit a Bisanzio (dallviii al xii secolo; in ordine gerarchico decrescente).
intorno al 750

cesare
nobilissimo
curopalata
patrizio
protospatario

spatario
hypatos
apo hypaton
apo eparchon

intorno al 1060-70

cesare
nobilissimo
curopalata
protoproedro (prima del 1070)
proedro
magistro
protovestarca (dopo il 1070)
vestarca

alla met del xii secolo


Dignit riservate alla famiglia imperiale

despota
sebastocratore
protosebasto
panipersebasto
sebastohypertatos
sebasto

Altre dignit

protonobilissimo
nobilissimo
protocuropalata
curopalata

protovestes
vestes
illoustrios
anthypatos
patrizio
dishypatos
hypatos
protospatario,
spatarocandidato

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camente sulla parentela. Tale ordine permette anche di determinare lordine delle nascite, poich il fratello maggiore superiore al cadetto, e i
nipoti sono classificati secondo let del padre o della madre e sono essi stessi inquadrati in funzione della loro et [Magdalino 192]. Alla fine
del xii secolo, come un secolo prima, parallelamente al calo del valore
della moneta doro anche le dignit conoscono una nuova fase di svalutazione sotto gli Angeli, quando dei droghieri divengono sebasti.
Le dignit, vitalizie, sono attribuite tramite un brevetto imperiale
(axia dia brabeiou), per il quale il beneficiario deve versare delle sportule agli altri dignitari. Le funzioni, chiamate anche axiai, sono accordate
tramite un ordine dellimperatore (axia dia logou).
b) La roga.
Uno stipendio o roga versato non solo ai funzionari, ma anche ai
dignitari: nel primo caso per il tempo durante il quale il beneficiario
in carica, nel secondo a titolo vitalizio, per quanto sussista un dubbio
nel caso in cui linteressato entri in un monastero. Catacalone Cecaumeno, brillante generale che aveva contribuito alla vittoria di Isacco
I Comneno, divenuto monaco al termine della sua vita, si lamentava
di non percepire pi la sua roga di curopalata. Questo reclamo sembra
implicare, a priori, che la roga avrebbe dovuto essergli versata, ma che
non lo fosse, sia per punire politicamente il vecchio generale, sia per
penuria di denaro nelle casse dello Stato, comera il caso sotto Michele VII.
Le rogai potevano essere cumulate. Erano distribuite una volta allanno, per Pasqua. Per tutte le rogai di importo pari o superiore a una
libbra doro, era limperatore in persona a corrispondere il dovuto al
funzionario, sottolineando cos il legame che univa il sovrano ai grandi
servitori dello Stato.
Le rogai erano versate sotto forma di borse piene doro dette
apokombia e di preziosi tessuti di seta, nonch talora di altri articoli di
lusso, fabbricati senza dubbio nei laboratori del Gran Palazzo. Era inoltre concesso un complemento in natura, sotto forma di rendita in moggi di grano. Lambasciatore Liutprando da Cremona assistette alla cerimonia dellanno 950 [cfr. cap. xii, pp. 319-20]. I funzionari al vertice della gerarchia ricevevano fino a 40 libbre doro, che cumulavano
con la roga delle alte dignit che avevano parallelamente ottenuto. Non
conosciamo perfettamente la scala delle rogai accordate alle differenti
dignit, rogai che sembrano essere rimaste stabili nel corso dei secoli
dal momento che gli imperatori preferivano accordare una promozio-

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ne piuttosto che scompigliare il tenore delle remunerazioni. Il titolo di


protospatario, il primo a spalancare le porte del Senato, rendeva una
libbra doro allanno.
c) La vendita delle dignit e delle funzioni.
Si visto come limperatore nominasse, in linea di principio, i funzionari. Tuttavia le fonti attestano a pi riprese, in occasione di difficolt finanziarie, lappalto di alcune funzioni, in particolare fiscali. Sembra che nel vii e nellviii secolo gli incarichi di commerciario, che avevano raggiunto un livello economico considerevole, fossero attribuiti per
aggiudicazione a un ristretto numero di ricchissimi personaggi vicini agli
imperatori [Brandes 640]. Nellxi e xii secolo, gli esempi di appalto si
moltiplicano, talora con risultati infelici. Gli esattori ne furono, come
in passato, i maggiori beneficiari, poich avevano la possibilit di recuperare i loro investimenti e ottenere dei guadagni bench si conoscano dei fallimenti che portarono alla rovina di alcuni funzionari ma la
venalit delle cariche fu estesa allesercito. Larmeno Pancrazio (Bagrat)
ottenne il governo dellArmenia con Ani, senza domandare alcun salario in contraccambio, ma perdette rapidamente questa citt di fronte allavanzata turca non avendo dedicato abbastanza risorse alla sua difesa.
Anche le dignit costituirono un investimento per i Bizantini agiati
[Lemerle 630; Oikonomides 239]. Era infatti possibile acquistare un titolo con il versamento dun cospicuo capitale, per poi percepirne le rendite a titolo vitalizio. Gli imperatori furono inizialmente restii a vendere le dignit senatorie ma, nel corso dellxi secolo, questi scrupoli furono dimenticati e la vendita divenne generalizzata, in funzione dei bisogni
del Tesoro, dimodoch labbondanza del capitale disponibile avrebbe
provocato un calo del rendimento da 7 nomismata per libbra a 6 soltanto. Vendendo le dignit, lo Stato otteneva una forte somma in contanti che entrava immediatamente nelle casse, mentre lacquirente, oltre al
prestigio che ancora circondava i titoli imperiali, si assicurava una rendita annuale elevata e dallammontare predeterminato. Le dignit erano vitalizie, cosicch il loro profitto dipendeva dalla speranza di vita del
detentore, ma si osserva che nellxi secolo la dignit era considerata come un capitale liquido che poteva essere trasmesso (al massimo una volta), o addirittura costituire parte di una dote [Guilland 238].
Il sistema tradizionale delle rogai pagate annualmente dallimperatore non sopravvisse alla crisi del nomisma. Niceforo III Botaneiata, che
aveva distribuito con prodigalit le dignit pi elevate, non fu in grado
di versare le rogai corrispondenti. Levoluzione della met dellxi seco-

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lo, che aveva visto lo sviluppo dellappalto delle funzioni, offriva una
soluzione semplice, ossia la generalizzazione di tale appalto, che evitava allo Stato di ricostituire unamministrazione numerosa che i suoi mezzi finanziari, almeno sotto Alessio Comneno, non gli permettevano pi
di retribuire, dopo la perdita della maggior parte dellAsia Minore e le
devastazioni subite dalle zone che erano state riconquistate.
6. La Corte.
Intorno allimperatore vivevano permanentemente, con ogni verosimiglianza, alcune migliaia di cortigiani e di servitori. Questo ambiente
specifico non si identifica, bench vi fosse una sovrapposizione, con lamministrazione centrale, e si suddivide in numerosi sottogruppi. Si trattava di un microcosmo molto variegato e che non pu essere assimilato pi
di tanto alle corti europee posteriori, che avevano elaborato un vero e
proprio modus vivendi di Corte [Maguire 236; Magdalino 192]. Il pi influente dei gruppi era formato dai favoriti di ogni condizione, che limperatore riuniva intorno a s per governare ma anche per partecipare ai
suoi piaceri e ai suoi divertimenti. Spesso comprendeva parenti del sovrano, e sotto i Comneni ne era composto quasi esclusivamente. Una simile situazione era indubbiamente meno innovativa di come alcuni storici [per es. Kazhdan 424 e 808] lhanno dipinta, perch fin dallviii e dal
ix secolo la parentela imperiale dominava la Corte. Questa situazione era
in parte celata dal fatto che i cronisti non notavano sistematicamente tale relazione di parentela, poich non era ancora una condizione necessaria allascesa sociale come divenne poi sotto i Comneni.
Gli intimi dellimperatore condividevano ovviamente la sua tavola e
potevano accedere direttamente alla sua persona, ottenendo di conseguenza un elevato potere. Una parte di essi, naturalmente, occupava le
pi alte cariche dellImpero, ma si incontravano anche alti dignitari senza funzioni particolari.
Le donne erano presenti a Corte, ma in posizione secondaria, poich
non prendevano parte a tutte le cerimonie. Tuttavia, il funzionamento
regolare della Corte richiedeva la presenza di una imperatrice, visto che
proprio per questa ragione Leone VI, in quel momento vedovo, decise
di proclamare imperatrice sua figlia. Le donne dovevano la loro posizione a quella del marito, dal quale ottenevano indirettamente la propria
dignit. La magistrissa era semplicemente la moglie di un magistro. Un
unico titolo era riservato alle donne, quello di patrizia con cintura, ed
era distribuito con grande parsimonia [Oikonomides 28].

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Presso la Corte imperiale erano presenti anche numerosi stranieri.


Tra questi, occorre segnalare i giovani principi dei paesi limitrofi dellImpero, ospitati per essere allevati in un contesto di ammirazione per
lordine bizantino, ma anche, contemporaneamente, per fungere da
ostaggi. La loro presenza garantiva che i loro parenti non avrebbero aggredito i Bizantini. Simeone, il futuro signore di Bulgaria, aveva soggiornato a Costantinopoli in questa veste. Anche dei giovani di buona
famiglia provenienti dalle province erano integrati nelle etere di Palazzo, dove erano allevati per divenire futuri ufficiali in uno spirito di lealt
nei confronti del sovrano che avevano la possibilit di incontrare di persona. I prigionieri di guerra di alto rango erano similmente ricevuti a
Palazzo imperiale e potevano, in certe circostanze, conversare con il sovrano. Infine cerano altri stranieri che andavano a Bisanzio a cercare
fortuna: Variaghi, come Harald, poi re di Norvegia, Armeni, Georgiani, o anche Latini, numerosissimi a partire dallxi secolo. Manuele Comneno fu rimproverato di essere troppo influenzato dai Latini, tanto erano diffusi a Corte e non solo come soldati.
7. Gli eunuchi.
Gli eunuchi, gi ben attestati in epoca protobizantina, cominciarono a svolgere un ruolo politico di primo piano in seguito allo sviluppo
del cubiculum imperiale [Guilland 238]. Erano concentrati a Costantinopoli e in particolare nel Palazzo, anche se in provincia non mancavano personaggi di rango elevato che, a imitazione dellimperatore, disponevano del proprio cubiculum. Il loro reclutamento, per molto tempo
avvenuto da paesi stranieri perch la legge cristiana proibiva la castrazione volontaria, sub un mutamento dopo il vii secolo, quando lAsia
Minore e in particolare la Paflagonia fornirono la maggior parte degli
eunuchi imperiali [Ringrose 241]. Non mancavano infatti genitori che
non esitavano a far castrare illegalmente i figli sperando che avrebbero
avuto una brillante carriera utile anche al resto della famiglia. Lesempio della dinastia paflagonica illustra la lucidit di questo calcolo: leunuco Giovanni, gi notato da Basilio II, divenne il principale consigliere di Romano Argiro, ottenne la carica di orfanotrofo e quindi introdusse a Corte il giovane fratello Michele; questultimo sedusse limperatrice
Zoe, che lo spos nel 1034 offrendogli il trono.
Di norma, linfluenza degli eunuchi si attenuava quando limperatore era di temperamento guerresco, poich gli ufficiali li vedevano con
un certo disprezzo. Vari eunuchi, vero, condussero le truppe alla vit-

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toria, ma negli accampamenti erano spesso visti pi come una sorta di


commissari politici. Sotto imperatori casalinghi come Leone VI, o ancora pi in occasione delle reggenze, gli eunuchi occupavano posti di
maggior spicco dal momento che erano percepiti come uomini di fiducia in grado di aiutare il governo senza poter pretendere di regnare. Cos Teodora, vedova di Teofilo, govern per molti anni con lappoggio
del logoteta Teoctisto, un eunuco. Qualche tempo prima, Irene si era
circondata di eunuchi, prima e soprattutto dopo aver detronizzato il figlio Costantino VI. Sotto i Comneni, imbevuti di tradizioni militari e
forse influenzati dallOccidente ostile alla castrazione, gli eunuchi retrocedettero a una posizione politica di secondo piano, ma gli imperatori, compreso Manuele, continuarono ad affidar loro missioni diplomatiche. Occorre attendere lepoca nicena perch scompaiano dalla Corte.
Nessuna carica era preclusa agli eunuchi, salvo quella di imperatore.
Degli eunuchi divennero patriarchi (Ignazio), comandarono eserciti, diressero i servizi fiscali Leone VI, per motivi umanitari, concesse loro
il diritto di adottare dei figli. Peraltro, si riteneva che non fossero particolarmente inclini a costituire potenti clan familiari, bench gli eunuchi provenienti dalla filiera paflagonica esercitassero, tra ix e xi secolo, uninfluenza intermittente ma considerevole.
La gerarchia (taxis) degli eunuchi era esclusiva e, nel ix e x secolo, alcune funzioni e dignit erano riservate a loro. Servivano negli appartamenti privati dellimperatore e della moglie. Il parakoimomenos vegliava personalmente sulla camera imperiale garantendone la sicurezza, e
pertanto avvicinava costantemente il sovrano. Il pi famoso, Basilio, bastardo dellimperatore Lecapeno, fu il parakoimomenos di diversi imperatori e govern da solo lImpero, tra il 976 e il 985, per conto dei pronipoti. I prepositi e i cubiculari lo aiutavano, cos come i servitori che
si avvicinavano alla coppia imperiale: il preposito della tavola, il pincerna o coppiere, il papias o portiere, il nipsistarios che porgeva la bacinella
in cui i sovrani si lavavano le mani
La castrazione era proibita nellImpero e Leone VI aveva rinnovato
questo divieto (novella 60), autorizzandola per per ragioni mediche,
aprendo cos la porta ad abusi di vario genere. Dopo che i paesi del Caucaso, i quali nellepoca pi antica fornivano la maggior parte degli eunuchi, furono separati dallImpero dalle invasioni arabe, il reclutamento proveniva perlopi dal territorio imperiale. Erano utilizzati, naturalmente, gli eunuchi naturali, ma si praticava anche la castrazione. Il tasso
di mortalit a causa di questa mutilazione discusso, ma ne valeva la pena perch la famiglia dun bambino che diventava eunuco e che riceveva, se ne aveva i mezzi, una educazione adeguata, poteva nutrire la spe-

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ranza di introdursi ai pi alti livelli di Corte e di beneficiare della generosit imperiale. Tale speranza non era vana: limperatore Michele VI
Bringa era imparentato con Giuseppe Bringa, parakoimomenos sotto Romano II. Allo stesso modo, come si visto, Giovanni lOrfanotrofo riusc a portare sul trono il fratello Michele. Gli eunuchi provenivano dunque da tutti i livelli sociali.

zonara, Epitome historiarum, CSHB, III, a cura di T. Bttner-Wobst, Bonn 1897, pp. 766767 (N.d.T.).

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marie-hlne congourdeau e bernadette martin-hisard1


v. Le istituzioni della Chiesa bizantina

Gli Arabi, occupando dalla met del vii secolo la Palestina con Gerusalemme, la Siria con Antiochia e lEgitto con Alessandria, posero sotto la propria autorit tre delle sedi patriarcali dOriente. Roma, sempre
pi isolata a causa delle invasioni longobarde e slave, alla met dellviii
secolo mut la dominazione bizantina con quella carolingia. Constantinopoli rimase dunque presto lunica sede patriarcale in terra bizantina,
e impiant la sua autorit sui Balcani. Ora pi che mai il destino della
sua Chiesa, che aveva finito per coincidere con la Chiesa bizantina, si
leg a quello dellImpero e ne segu le fluttuazioni.
La fine dei grandi dibattiti teologici alla fine del ix secolo segn anche la fine dei concili ecumenici, espressione delluniversalit della Chiesa. Al brulichio intellettuale e alle esclusioni della cosiddetta epoca conciliare fa seguito, per Costantinopoli, una fase gestionale in cui il patriarca, fiancheggiato da un accresciuto clero patriarcale, tenta di
accompagnare levoluzione della societ e di rispondere ai suoi interrogativi, appoggiandosi ai metropoliti del sinodo permanente: lepoca sinodale, che pu essere ancora chiamata lepoca dellOrtodossia. Liturgia, diritto canonico applicato in uno spirito di economia piuttosto che
di acribia, cauta caccia alleresia modellano la facies di una Chiesa la cui
influenza va al di l delle frontiere, ma in cui si realizza difficilmente
lequilibrio dei poteri. Sempre pi distinta dalla Chiesa di Roma, che si
evolve in un altro contesto emancipandosi dai poteri laici e affermando
la propria cattolicit, ma sempre in comunione e dialogo con essa e con
gli altri patriarcati, la Chiesa di Costantinopoli e rimane una Chiesa
imperiale.

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i. il patriarcato.
1. Il territorio del patriarcato (vii-xii secolo).
Nel 640, il territorio del patriarcato di Costantinopoli corrispondeva alle tre diocesi civili che gli erano state assegnate nel v secolo. Organizzato in una rete di 33 province metropolitane o eparchie, con in pi
26 arcivescovati autocefali (ossia vescovati senza suffraganei, dipendenti direttamente da Costantinopoli), era essenzialmente anatolico, dal
momento che lAsia e il Ponto, per il numero e lantichit delle loro sedi, avevano un peso ben maggiore della Tracia, ridotta a 5 eparchie. La
sede di Roma, che faceva sempre parte dellImpero, aveva sotto la sua
giurisdizione lintera penisola balcanica, allora conosciuta come Illirico,
con leccezione della Tracia [Bavant in MB I, Carta 5, p. 327]. Questa
regione era divisa in Illirico occidentale, di tradizione essenzialmente
latina e facente parte dellImpero dOccidente, e in Illirico orientale,
amministrativamente connesso a Costantinopoli; sul piano ecclesiastico, tuttavia, lIllirico conserv la sua unit sotto la guida di Roma, il cui
primato si afferm nel v secolo tramite il vicariato della propria autorit, affidato al vescovo di Tessalonica.
a) Il decreto di Leone III.
Allinizio dellviii secolo, limperatore, avvalendosi dei propri diritti [Michel 304], prese un duplice provvedimento: trasfer sotto la giurisdizione ecclesiastica di Costantinopoli le Chiese dellIllirico orientale
(Dacia e Macedonia) e fece incamerare dal fisco imperiale i patrimoni
pontifici della Sicilia e della Calabria misura che implicava lannessione delle loro Chiese a quella della capitale. La perdita dei decreti imperiali impedisce di conoscerne la data, il contenuto esatto e le motivazioni; la migliore esposizione dei fatti data all860 ed dovuta a papa Niccol I, che pretendeva il ristabilimento del vicariato ecclesiastico di
Tessalonica e la restituzione del suo patrimonio italiano.
Leone, forse, cercava di rafforzare, sfruttando il fattore ecclesiastico, lautorit dellImpero su territori separati da Roma, in un caso dallespansione slava, nellaltro dai Longobardi di Benevento e dagli Arabi. Per quanto riguarda i Balcani, non sembra che i provvedimenti imperiali abbiano riguardato anche lIllirico occidentale, bench pi tardi

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sia emersa la questione dellepiscopato dalmata; sul fronte italiano, gli


altri possedimenti bizantini, come Ravenna e Napoli, non furono interessati, nonostante un possibile tentativo a Napoli. I decreti di Leone III avevano conseguenze pratiche diverse nei due casi in questione.
NellIllirico, il trasferimento colpiva giuridicamente lesistenza di un vicariato romano a Tessalonica, ma la sua soppressione lasciava intatta una
rete di eparchie, gi insediata in terra ellenofona. In Italia, al contrario,
dal momento che le Chiese di Sicilia e Calabria avevano Roma come unica metropoli allinterno della provincia di Italia suburbicaria, la loro annessione comportava la definizione di nuove metropoli, se non di arcivescovati autocefali, e leventuale fondazione di vescovati in zone nuovamente ellenizzate.
Le fonti in nostro possesso non permettono di seguire concretamente la messa in atto del decreto, ma il suo effetto era gi percepibile nel
787, e si afferm chiaramente allinizio del x secolo.
b) La taxis del 901-905.
Non possediamo liste episcopali ufficiali, con leccezione della taxis
del 901-905 redatta sotto Nicola Mistico e Leone VI, che fornisce una
lista di 51 metropoli. LOriente conserva la propria superiorit tanto
per numero di metropoli (33 sedi) quanto per quello di arcivescovati autocefali (31 su 50); tra i 19 arcivescovati creati ex novo dalla taxis, peraltro, 6 sono in Occidente (Rhousion, Nike, Brysis, Serre, Karabizye,
Corf), uno ancora pi a ovest, in Italia (Otranto), e 3 in Crimea (Gottia, Sugdia, Phoulloi).
dunque possibile constatare lincorporazione delle metropoli dei
Balcani e la creazione di una struttura metropolitana in Sicilia e Calabria. Si nota anche, nei territori occupati da Bulgari e Serbi, la scomparsa delle eparchie dellantica diocesi di Dacia, Mesia e Scizia, e daltra parte una evoluzione nelle regioni del Ponto, dove lo sviluppo della
Crimea compensa la somparsa dellarcivescovato di Zichia e delleparchia di Fasi, il cui nome (Lazica) trasferito alla nuova metropoli di Trebisonda.
Si noter infine che lapparente tendenza a far coincidere il territorio imperiale con il territorio patriarcale di Costantinopoli, suggerita dal
decreto di Leone III, non riceve conferme, dal momento che non risulta menzionata nessuna eparchia costantinopolitana nei nuovi temi di
Dalmazia e soprattutto di Langobardia, i cui titolari sono Latini e le cui
Chiese dipendono ecclesiaticamente da Roma, bench limperatore si riservi il diritto di intervenire a livello circoscrizionale.

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Il patriarcato di Costantinopoli esce trasformato da questo rinnovato equilibrio tra Oriente e Occidente. Al posto duna sessantina di vescovi, perlopi orientali, ci si trova adesso di fronte a un centinaio di
presuli che, sotto limmediata giurisdizione del patriarca, inquadrano la
maggior parte dellImpero. Il territorio coperto da questa rete ha una
certa coerenza sul piano linguistico il greco vi si sta imponendo ovunque e dogmatico: globalmente popolato da ortodossi, e gli sforzi inutili di Fozio per ricondurre la Chiesa dArmenia e il suo catholicos nellorbita di Costantinopoli non hanno prodotto cambiamenti [Mah in
HC IV].
c) Gli sviluppi dal x al xii secolo.
La rete metropolitana e arciepiscopale ritoccata dallimperatore,
che ne ha il diritto [Michel 304], in funzione dellespansione o della contrazione territoriale dellImpero. Le numerose notizie episcopali, che
non hanno carattere ufficiale e risultano incomplete, per di pi di difficile datazione, e riflettono pi o meno correttamente la realt, possono
essere confrontate con le liste di presenza risalenti alle riunioni sinodali, ben datate, che si moltiplicano nellxi e nel xii secolo. Ci permette
di controllare, per momenti precisi, lesattezza di una parte delle informazioni veicolate dalle notizie.
Il x secolo, momento di espansione, vede pochi cambiamenti, salvo
la creazione della metropoli di Keltzene, e la promozione di una serie di
arcivescovati in metropoli, gli uni in Oriente (Amastri, Cone, Colonea),
dove fu promosso anche il vescovato di Pompeiopoli, gli altri in Occidente: Otranto (creato nel 968), Tebe, Serre; tali promozioni sono il segnale di unaumentata influenza locale. Nellxi secolo, il numero di metropoli si accresce considerevolmente, con la promozione, in date perlopi ignote, di 20 sedi arciepiscopali o episcopali, tra cui si segnalano
le metropoli di Alania e di Russia.
La promozione in metropoli di Attalia nel 1083-84 fu lultima di un
movimento che si era intensificato allinizio del regno di Alessio, e che
fin per provocare la reazione dei metropoliti, privati del territorio dei
loro vecchi suffraganei; un lungo tomo sinodale, promulgato dal patriarca Nicola III, dimostr ad Alessio I sulla base dei canoni e delle leggi
che le sue fondazioni, che separavano alcuni vescovati dalle loro metropoli, erano abusive. Prendendo atto di questa protesta senza per tornare sulle proprie creazioni, Alessio promulg nel 1087 un decreto imperiale [Dlger 48] in cui ammetteva che ogni nuova fondazione avrebbe dovuto essere il frutto di un accordo tra limperatore e il patriarca

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con il suo sinodo. Segu un netto rallentamento del movimento di fondazioni, ma lultimo quarto del xii secolo fu testimone di un nuovo sviluppo delle promozioni.
Il territorio del patriarcato di Costantinopoli, comera emerso dalla
riforma di Leone III, rimane dunque tutto sommato stabile, con leccezione dellItalia dove la conquista normanna ricolloc le Chiese di Calabria e di Sicilia nellambito della Chiesa romana. In compenso, si pu
riscontrare unevoluzione della sua suddivisione interna. Le perdite territoriali in Oriente non hanno fatto scomparire le circoscrizioni, molti
titolari delle quali, nominati senza soluzione di continuit, si ritrovarono a Costantinopoli. Occorre infine sottolineare una trasformazione i
cui effetti non sono ancora stati apprezzati: le riforme amministrative
dellImpero, in particolare lo sviluppo dei temi, hanno messo fine al parallelismo delle circoscrizioni politiche con quelle ecclesiastiche.
d) Il patriarcato e le Chiese nazionali.
Nel corso di questo periodo, e soprattutto a partire dalla fine del ix
secolo, la formazione dello Stato bulgaro, creato su un territorio sottratto allImpero, e la sua conversione al cristianesimo, posero il problema
dellaffiliazione ecclesiastica dei vescovati creati o ricreati in regioni la
cui dipendenza un tempo era divisa fra il patriarcato di Costantinopoli
e Roma [Hannick in HC IV]. Si cominci allora a pensare alla possibilit di creare patriarcati nuovi, distinti dai 5 patriarcati canonici. A partire dalla fine del ix secolo, i Bulgari privilegiarono la soluzione del cosiddetto patriarcato autocefalo, la cui suprema autorit era scelta localmente senza lintervento del patriarca di Costantinopoli. Ci
comportava dunque la formazione di una Chiesa nazionale. Dopo lannessione della Bulgaria nel 1018, il patriarcato fu soppresso e trasformato in arcivescovato, con sede a Ocrida, dotato di numerosi vescovati da Basilio II e presto divenuto appannaggio di Greci; i pi eminenti
furono Leone (1037-55), gi chartophylax, cui attribuita la famosa lettera a Giovanni di Trani del 1053, e Teofilatto (c. 1082 - aprile 1125),
gi diacono di Santa Sofia [Angold 260].
La questione di una Chiesa nazionale si pose anche per la Russia, ufficialmente convertita alla fine del x secolo ma al di l dei limiti dellImpero bizantino. Anche in questo caso la soluzione fu quella di un arcivescovato stabilito a Kiev, al quale furono sottoposti dieci suffraganei,
e che dipendeva da Costantinopoli [Vodoff 326]. In entrambi i casi, bulgaro e russo, indipendentemente o al di l dellappartenenza giuridica
al patriarcato di Costantinopoli, la traduzione in lingua slava dei testi

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fondamentali del cristianesimo ortodosso da parte di Cirillo e Metodio


assicur la diffusione dellinfluenza bizantina. Fu riconnessa al patriarcato anche unultima Chiesa nazionale, la Chiesa caucasica di Alania, il
cui nome appare nelle notizie episcopali.
2. Il patriarca.
Il patriarca, traendo beneficio dallindebolimento dei patriarcati
orientali e dallallontanamento politico del papa, rafforz la propria condizione di interlocutore privilegiato dellimperatore per tutti gli affari
della Chiesa. Con lappoggio del clero di Santa Sofia, le cui funzioni andarono precisandosi e sviluppandosi, la sua importanza si accentu nellImpero sempre pi centralizzato a partire dallxi secolo.
a) La titolatura.
Vescovo di Costantinopoli, il patriarca occupava una sede i cui titoli, di origine conciliare, furono ricordati dal concilio in Trullo:
Rinnovando la legislazione dei 150 padri riunitisi in questa citt protetta da Dio
(= Costantinopoli I, 381) e dei 630 radunati a Calcedonia, decretiamo che la sede
di Costantinopoli godr dei medesimi privilegi (presbeia) della sede dellantica Roma, e otterr negli affari ecclesiastici la medesima importanza di essa, venendo per
seconda dopo di essa (canone 36).

Si tent di sovrapporre a questa definizione, sempre respinta da Roma, una definizione apostolica, fondata sulla leggenda dellapostolato di
Andrea [Dvornik 281]. Pi tardi, nel xii secolo, una nuova lettura della Donazione di Costantino effettuata da Balsamone avrebbe permesso
di recuperare altri aspetti storici [Spiteris 319; Angold 260], che a loro
volta condussero intorno al 1200 il patriarca Giovanni X Camatero a
tornare alle origini cristiane di Costantinopoli e dellImpero.
La titolatura del patriarca fa comparire la qualifica di ecumenico, che
sotto Fozio appare normativamente nel protocollo per rivolgersi al presule di Costantinopoli, ma continua a suscitare problemi con il papa. Cerulario sar il primo a farla figurare sui propri sigilli [Laurent 41, V, cap.
i, n. 16] che recano la formula ormai adottata: Per grazia di Dio arcivescovo di Costantinopoli, Nuova Roma, e patriarca ecumenico.
b) Lelezione.
Le modalit di elezione, fino a quel momento identiche a quelle dei
metropoliti, si fanno pi specifiche, fino ad arrivare a una procedura

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ben descritta nel Libro delle cerimonie (II, 14 e 38). I canoni dei concili di Nicea II (canone 3) e di Costantinopoli IV nell870 (canone 12) ricordano la regola del non-intervento delle autorit laiche nellelezione di un vescovo, ma il caso del patriarca particolare. La scelta di un
nuovo patriarca comportava tre fasi distinte. Alla base si collocava una
votazione (psephos) dei metropoliti presenti nella capitale, in seguito alla quale essi presentavano allimperatore una lista di tre nomi; il sovrano sceglieva quello che gradiva maggiormente, ne dichiarava il nome e
lo promuoveva al Palazzo della Magnaura, come ciascun altro funzionario, proclamando:
La grazia divina e il nostro potere che ne deriva promuovono il piissimo N.N.
a patriarca di Costantinopoli [De cerimoniis 205, II, pp. 14 e 38].

La cerimonia religiosa di consacrazione (cheirotonia) da parte del


primo dei metropoliti, quello di Eraclea di Tracia, aveva luogo la domenica seguente a Santa Sofia. Secondo unantica usanza, il nuovo patriarca inviava allora, di solito agli altri quattro patriarchi, una lettera
detta sinodica che conteneva la notizia della sua consacrazione e la sua
professione di fede. Il suo nome figurava allora nei dittici delle loro
Chiese. Lassenza del suo nome significava la rottura tra due Chiese.
Lelezione era, in linea di principio, a vita come nel caso di tutti i vescovi; vi furono tuttavia casi di patriarchi che dettero le dimissioni per
malattia. Perlopi, tuttavia, era un conflitto con il potere imperiale che
portava alla deposizione del patriarca, talora fino a provocare uno scisma
come nella diatriba Ignazio/Fozio alla fine del ix secolo, o come nella questione Eutimio/Nicola allinizio del x secolo. Pi rari furono i casi di sede vacante, che tuttavia non mancano nella seconda met del x secolo,
come la vacanza di tre anni prima dellelezione di Sisinnio nel 996.
c) Lorigine dei patriarchi.
Lassenza di un Liber pontificalis della Chiesa di Costantinopoli impedisce di ricostruire la storia concreta dei patriarchi: di essi talora si
ignorano lorigine familiare, geografica, sociale, etnica, nonch le circostanze dellelezione e il tenore esatto del loro potere. Esistono per degli elenchi che citano la precedente carriera delleletto, integrabili per
mezzo degli elogi funebri dei patriarchi e dei regesti dei loro atti, che
permettono di fare qualche luce sul loro governo.
Tra il 641 e il 1203 vi furono 63 patriarchi, il cui pontificato dur
mediamente circa nove anni; la durate reale, tuttavia, vari moltissimo,
da meno dun anno a ventisette anni per Nicola III Grammatico. Il tra-

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sferimento da una sede allaltra proibito dal diritto canonico, e dunque gli eletti raramente erano gi vescovi. Si contano comunque sei casi tra il 715 e il 1204: per esempio Germano, vescovo di Cizico, divenuto patriarca nel 715. Fino allviii secolo, il reclutamento fu perlopi
effettuato tra il clero: 15 casi dal 705 al 1204, provenienti perlopi dal
clero di Santa Sofia. Vi furono anche dei laici: 6 dal 705 al 1204, come
Tarasio o Fozio, entrambi due ex protoasekretai. Il fatto pi notevole
per lo sviluppo del reclutamento monastico, in particolare dallambiente studita, privilegiato sotto i Macedoni: 5 casi prima dellviii secolo, 7
dall815 al 912, 4 nel x secolo, 14 nellxi e xii secolo.
d) Le funzioni.
I patriarchi erano definiti nellepoca precedente come autorit giuridiche sovrametropolitane, deputate a dirimere i conflitti sorti a livello metropolitano e a risolvere, con modalit collegiali, ogni problema,
dogmatico, liturgico o morale, che mettesse in causa lunit della Chiesa universale [Flusin in MB I]. La definizione continu a essere valida
anche oltre il vii secolo. Sul modello di ogni vescovo, il patriarca assicura i diversi aspetti della funzione spirituale e sacramentale: insegnare
la fede, proteggere gli ortodossi dalleresia e ricondurre gli eretici allortodossia, convertire i pagani, rendere i cristiani in grado di raggiungere
la vita eterna, prendersi cura dei peccatori e redimerli; a livello patriarcale, questa funzione comportava anche di rispondere alle domande esegetiche suscitate dal dogma, dal diritto canonico o dalla liturgia, e, sempre di pi, agli interrogativi nati dallevoluzione della societ.
Il patriarca poteva rispondere direttamente a singoli individui, inviare lettere di consolazione o raccomandazione, dare consigli, come si
evince dalla corrispondenza di Fozio o di Nicola Mistico; ogni questione importante, la cui soluzione poteva fare giurisprudenza, era studiata a livello sinodale. Dopo lepoca detta conciliare quella dei concili
ecumenici ai quali erano invitati tutti i vescovi a partire dal ix secolo
cominci dunque lepoca detta sinodale, poich lorgano di governo del
patriarcato fu il sinodo permanente dei metropoliti, che trattava dei soli
problemi della Chiesa bizantina, sempre sotto locchio dellimperatore.
3. Il patriarca e limperatore.
La cristianit una sola, ma comprende due ambiti. Date a Cesare
quel che di Cesare dice il Nuovo Testamento e a Dio quel che di

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Dio (Matteo 22.21). Sia limperatore sia il patriarca potevano rivendicare il primato, poich il patriarca un suddito dellimperatore, mentre
limperatore un figlio della Chiesa.
a) Armonia o rivalit?
In teoria, dunque, non ci poteva essere alcun conflitto, poich limperatore e la Chiesa servono lo stesso Dio, e lambito temporale e quello spirituale sembrano ben delimitati. Questo concetto alla base della
novella 6 di Giustiniano, risalente al 535: Dio ha dato agli uomini il Sacerdozio e lImpero (concepito come potenzialmente universale). Il primo si occupa dellambito spirituale, il secondo di quello temporale. Entrambi, procedendo da un unico e medesimo principio, rendono migliore la vita degli uomini [Dagron 206, p. 202]. Limmagine quella di
unarmonia tra due poteri che derivano dal medesimo principio e concorrono al medesimo scopo.
Fozio lautore dellunico testo che cerca di delineare gli esatti confini tra i due ambiti e di esplicitare le relazioni tra i due poteri. Si tratta dellIsagoge, introduzione alla raccolta di leggi dei Basilika, redatta da
Fozio intorno all880 [Dagron 206, pp. 203-7]. Non casuale che sia un
patriarca a sobbarcarsi il compito di razionalizzare i rapporti tra Stato
e Chiesa [ibid.], dal momento che lincertezza va a tutto vantaggio del
pi forte, ossia del basileus. I titoli II e III dellIsagoge descrivono i rispettivi poteri dellimperatore e del patriarca, questultimo presentato
come limmagine vivente e incarnata di Cristo, mentre limperatore,
con i suoi diversi obblighi concernenti la difesa della Chiesa, appare piuttosto come il suo servitore. Laccento, peraltro, sempre mantenuto sullarmonia dei due poteri: La pace e la felicit dei sudditi, nellanima e
nel corpo, risiedono nella concordia e nel completo accordo tra limperatore e il patriarca (Titolo III, 8). Questa specie di costituzione certamente non fu mai promulgata, poich dopo la sua assunzione al trono
Leone VI ottenne le dimissioni di Fozio, mostrando cos i reali rapporti di forza tra i due uomini.
Bisanzio non conobbe lequivalente della riforma gregoriana, perch la sede patriarcale era a pochi passi dal Palazzo imperiale e questo impediva, salvo rare eccezioni, qualsiasi politica personale del patriarca, mentre invece il papa beneficiava
della lontananza dallimperatore germanico. Tuttavia Michele Cerulario, appoggiato politicamente da uninfluente fazione della capitale, os sfidare Isacco Comneno portando dei calzari purpurei, pretendendo di dominare un imperatore che aveva contribuito a mettere sul trono, e reclamando lautonomia della Chiesa nel suo
ambito. Il sovrano lo fece arrestare (ma fuori dalla capitale, per timore di una rivolta), e la morte del patriarca evit un processo il cui esito inquietava Isacco. Gli al-

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tri conflitti che contrapposero imperatori e patriarchi non ebbero questa intensit.
Talora era limperatore che voleva sbarazzarsi di un patriarca nominato dal suo predecessore, come nel caso di Niceforo deposto da Leone V o Fozio da Leone VI, talaltra il patriarca si opponeva alla violazione del diritto canonico, come nel caso di
Nicola Mistico ostile al quarto matrimonio di Leone VI.

b) I poteri dellimperatore nella Chiesa.


Bisogna fare una distinzione tra i diritti dellimperatore che non furono contestati dal clero, e quelli che incontrarono unopposizione pi
o meno vigorosa a seconda del periodo. Limperatore bizantino , infatti, provvisto di importanti prerogative nellambito religioso. Innanzitutto il garante dellortodossia, e svariati imperatori, da Eraclio a Leone III a Manuele Comneno, rivendicano questo ruolo. Limperatore svolge il ruolo di arbitro nelle controversie.
Una volta definito il dogma, limperatore incaricato di imporlo, applicando contro gli eretici i rigori della legge: per questo che il patriarca Niceforo (806-15) domanda di far rispettare le leggi che condannavano a morte i manichei. Il ruolo dellimperatore non si limita tuttavia
a quello di un semplice potere esecutivo, una sorta di braccio secolare al
servizio della Chiesa.
Il basileus disponeva di numerosi mezzi per manovrare la Chiesa terrena, ma la questione che provoc la controversia riguardava i diritti
specifici del sovrano rispetto a tutti gli altri laici [Dagron 206]. Tali diritti sono elencati nel xii secolo da un canonista particolarmente favorevole alle tesi imperiali, Teodoro Balsamone, nel suo commentario al
canone 69 del concilio in Trullo, che proibisce ai laici di penetrare nel
santuario. Il canonista, in questa occasione, ricorda che limperatore non
un laico ordinario. Il sovrano lUnto del Signore e come tale pu entrare nel santuario (bema), utilizzare il turibolo, benedire con il triplo
candeliere, pronunciare omelie [Antonopoulou 261]: tutte funzioni proibite ai laici.
Alcuni imperatori intervennero persino nella definizione del dogma:
basta pensare alla politica monotelita di Costante II o allazione di Leone III e Costantino V contro gli iconoduli. Essi incontrarono la virulenta resistenza di alcuni fedeli, in particolare dei monaci, come Massimo
il Confessore, che in riferimento a Costante II affermava che limperatore non era un sacerdote [Dagron 206], o come Teodoro di Studio in
opposizione a Leone V. Il fallimento degli imperatori iconoclasti ha ridimensionato linterventismo imperiale in materia teologica. Nel xii secolo, tuttavia, la dinastia dei Comneni impone la visione di un impera-

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tore epistemonarca. Con questo termine fino a quel momento si designava il monaco che, nei monasteri studiti, richiamava al dovere i confratelli negligenti, e in questo caso indica la responsabilit, attribuita allimperatore, di mantenere la Chiesa sulla retta via. Appoggiandosi al
clero di Santa Sofia, ostile alle pretese del patriarca e dei metropoliti da
cui era attorniato, Alessio I impone una riforma del clero sfidando lopposizione del sinodo (1107). Manuele I, che riprende le ambizioni religiose di Leone VI, redige omelie, simmischia nelle diatribe teologiche,
convoca sinodi che, sotto la sua presidenza, pronunciano anatemi (processo di Nifone o Panteugeno) o impongono scelte teologiche (sinodo
del 1166 su il Padre pi grande di me).
4. Lamministrazione patriarcale.
a) La sede del patriarcato.
Nel vii secolo, il Patriarcheion, residenza del patriarca e della sua
amministrazione, si trasform fissandosi e sdoppiandosi [Janin 574, pianta, p. 61]. Si stabil definitivamente sullAugusteo, a sud di Santa Sofia
con cui era comunicante. Il lungo edificio del palazzo propriamente detto ospitava numerosi uffici (in particolare due sekreta) e tribunali, e poteva accogliere sinodi e ricevimenti; vi si aggiunsero dei nuovi appartamenti nellxi e nel xii secolo. Non lontano dal palazzo, il triclinio del
Thomaites ospitava la Biblioteca patriarcale e grandi sale che facilitavano la riunione dei sinodi. Il patriarcato disponeva di rendite, principalmente immobiliari, la cui gestione spettava a differenti uffici (scrinia) la
cui competenza era definita su base geografica. Siamo per scarsamente informati sullevoluzione di questi scrinia e sul considerevole patrimonio del patriarcato, costituito sia da botteghe costantinopolitane, sia
da vasti possedimenti sparsi per lImpero. Almeno una parte delle rendite serviva ad alimentare le opere di carit del patriarcato. Diverse chiese di Costantinopoli erano poste sotto lautorit diretta del patriarca,
come SantIrene e la Theotokos delle Blacherne, ma Santa Sofia costituiva la chiesa cattedrale per eccellenza, il cui splendore e i rituali impressionavano tanto i Bizantini quanto gli stranieri.
b) Il clero patriarcale.
Si intende con questo termine il clero che serviva la Grande Chiesa,
e che per questo riceveva un salario. I suoi imponenti effettivi erano sta-

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ti limitati nel 612 a 600 persone: i pi numerosi erano i lettori (160), i


diaconi (150), poi i preti (80); non mancava un corpo di 40 diaconesse.
Esisteva anche un clero soprannumerario, in attesa dun posto salariato. Alla fine dellxi secolo il loro numero si era accresciuto, in particolare sotto Costantino Monomaco, fino a raggiungere approssimativamente la cifra di 500-700 ecclesiastici salariati ai quali si aggiungevano
1500 soprannumerari [Angold 260; Papagianni 306]; facile immaginare le rivalit che potevano esistere tra questi due gruppi, nonch le preoccupazioni di alcuni patriarchi circa il reddito del loro clero [Herman
292]. La pretesa negligenza del clero in materia di pastorale e di insegnamento, il carrierismo e la probabile ignoranza del diritto canonico
avrebbero finito per suscitare la viva preoccupazione di Alessio Comneno, come testimonia leditto che promulg nel 1107 [Gautier 248; Angold 260].
A partire dallxi secolo, comunque, i diaconi formarono llite di questo clero, il cui livello intellettuale si innalz sensibilmente: al suo interno, e in particolare tra i diaconi, che furono condotti sotto i Comneni i dibattiti teologici, al punto che lespressione di guardiani dellortodossia, coniata da Paul Magdalino [192], stata specificamente
attribuita a essi [Angold 260].
c) Gli arconti patriarcali.
Come ogni vescovato, anche quello di Costantinopoli aveva degli amministratori con incarichi che comportavano responsabilit amministrative. Tali incarichi erano chiamati offikia ed erano appannaggio degli ecclesiastici. La loro importanza era cresciuta parallelamente a quella del
patriarcato: allinizio del vii secolo, vi erano cos un sincello per lamministrazione in generale, un chartophylax e dei notai per la cancelleria,
un economo e dei cartulari per la gestione dei beni e delle propriet fondiarie, uno skeuophylax per il tesoro e la gestione della liturgia, degli ekdikoi per la disciplina e il mantenimento dellordine. Gli offikia erano
normalmente riservati a membri del clero di Santa Sofia, denominati arconti, sul modello dei funzionari civili. Limportanza delle loro responsabilit non era legata alla loro posizione nella gerarchia sacerdotale: i
diaconi occupavano spesso cariche pi elevate dei preti.
Lestensione del territorio del patriarcato accrebbe naturalmente il
lavoro e limportanza dei funzionari degli offikia, sui quali non si sa
molto se non che limperatore in qualche caso li accoglieva alle cerimonie del Palazzo, dove costituivano peraltro una gerarchia distinta da
quella dei laici, come testimonia, nel 934-44, il Taktikon Benesevi

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[Oikonomides 28]. Il sacellario cura le finanze di Santa Sofia; il protonotario un segretario del patriarca; il logoteta ha soprattutto il compito di pronunciare discorsi in occasione di festivit, mentre lipomnematografo, che compare nel x secolo, in quellepoca un ufficiale di
giustizia e successivamente diviene il secondo del chartophylax; il kanstresios deputato al vestiario liturgico; il referendario, forse, ancora
lintermediario fra il patriarca e limperatore. La lista non menziona il
sincello, che si tende erroneamente a considerare come il successore ufficioso del patriarca [Darrouzs 279]. Nel x secolo, linfluenza crescente dellimperatore si manifesta in due tendenze: la nomina imperiale
dei principali arconti in particolare leconomo e lo skeuophylax e la
scelta frequente di laici al posto di ecclesiastici; questo interesse imperiale indubbiamente dettato dalla premura di controllare la ricchezza della Chiesa. Nel 1057, Isacco Comneno restitu al patriarca il diritto di decidere le nomine per tutti gli uffici patriarcali e rinunci a
ogni ingerenza nellamministrazione dei beni ecclesiastici, una decisione che liber il patrimonio della Chiesa e rese al patriarca mano libera
sul suo governo.
Nel turbolento contesto degli inizi del suo regno (confisca dei beni
ecclesiastici, processo di Giovanni Italo), Alessio Comneno pubblic nel
1094 un prostagma che chiarifica lorganizzazione del patriarcato e mette in luce levoluzione che era destinata a dare un ruolo eminente al chartophylax [Darrouzs 279; Angold 260]. Si nota che il patriarcato comprendeva cinque dipartimenti i cui responsabili avevano funzioni precise riguardo agli interessi della Grande Chiesa: il grande economo, il gran
sacellario, il grande skeuophylax e il preposito del sacello o sakelliou.
Daltro canto, il quinto arconte, il chartophylax, oltre al potere che deteneva a Santa Sofia, di cui era larchivista, era definito la bocca e la
mano del patriarca; lo rappresentava nel governo spirituale della Chiesa e ci giustificava agli occhi dellimperatore il fatto che, con buona pace dei metropoliti, il chartophylax, pur essendo un semplice diacono,
avesse la precedenza su tutti, metropoliti inclusi. Il sakelliou aveva giurisdizione sui luoghi di culto e i loro cappellani. Questo prostagma mostra una tappa ulteriore nellevoluzione degli uffici patriarcali. Non si
tratta pi, chiaramente, di servizi domestici; la definizione del chartophylax come il delegato del patriarca consolida il potere centrale della Grande Chiesa, conferendo agli arconti patriarcali la posizione di
struttura intermediaria tra il patriarca e il sinodo.
Il maestro (didaskalos) del Salterio, il maestro del Vangelo e il maestro dellApostolo [cfr. cap. xiv, pp. 390-91], anchessi scelti tra i diaconi, forse in base a una iniziativa di Nicola Grammatico (1084-1111)

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appoggiata da Alessio Comneno, sono annoverati tra gli arconti patriarcali, dove, secondo Michael Angold, sarebbero divenuti, a causa delle
loro conoscenze scritturali, come i cantori dei patriarchi, dei quali redigevano elogi (enkomia). In seno al clero patriarcale si svilupparono lotte di potere, alle quali i summenzionati maestri non furono estranei; e
tale clero poteva anche costituire per il potere imperiale un prezioso alleato contro la potenza dei metropoliti e la loro aumentata presenza a
Costantinopoli [Tiftixoglu 323].
Negli anni seguenti, si possono notare numerose trasformazioni nellambito degli arconti, come lingresso dei maestri nella loro gerarchia,
la specializzazione del sacellario nella gestione dei monasteri sempre pi
assediati dal problema del patronaggio laico, o ancora lo sviluppo nel xii
secolo del protekdikos che presiede il tribunale ecclesiastico dellekdikeion, competente sulle questioni interne, sulle questioni dasilo a Santa Sofia e sulla liberazione degli schiavi [Macrides 299]. Gli atti imperiali e patriarcali, che riguardano pi diffusamente il clero di Santa Sofia, rivelano anche la lotta contro varie forme di cumulo delle cariche,
contro la venalit, gli scambi, il favoritismo, contro lesercizio di certi
mestieri da parte del clero, come nel 1157 sotto Luca Crisoberge; chiaro che laumentato potere degli arconti comportava spiacevoli risvolti.
I commentari canonici che si sviluppano nel xii secolo mostrano per
che la posizione degli arconti nella struttura della Chiesa bizantina non
era ancora ben definita a livello canonico. La loro maggior importanza
fu infatti la conseguenza pratica dello sviluppo della funzione patriarcale e di una crescente centralizzazione nel governo della Chiesa.

ii. il governo della chiesa.


1. Gli organi principali.
a) Il sinodo permanente.
La synodos endemousa, il sinodo permanente, composto da vescovi
che si trovano a soggiornare nella capitale, era comparso prima del vii
secolo come organismo che partecipava al governo patriarcale della Chiesa [Flusin in MB I]. La sua attivit divenne particolarmente intensa a
partire dal x secolo, man mano che la fine delle grandi controversie teologiche comport la cessazione dei concili ecumenici. Limportanza as-

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sunta dal sinodo permanente condusse peraltro a una netta evoluzione


nellecclesiologia bizantina.
La sua composizione si limit presto ai metropoliti e agli arcivescovi, bench i vescovi non ne fossero esclusi, e talora neppure i monaci o
i semplici chierici, ed noto che gli arconti del patriarcato partecipavano ai lavori. Il sinodo era presieduto dal patriarca e riunito su sua iniziativa o su quella dellimperatore.
Dotato dun potere giudiziario in qualit di corte dappello, interveniva in questioni concernenti la liturgia, la disciplina degli ecclesiastici
e dei laici, lamministrazione delle chiese e dei loro beni, ma anche il
dogma. Gli atti sinodali permettono dunque di seguire levoluzione interna della Chiesa bizantina e i problemi sociali che i cristiani si trovarono allora ad affrontare. I metropoliti sottoponevano allattenzione del
patriarca i problemi provinciali e, in ambito sinodale, cercavano di risolvere questioni di ampiezza generale o che non trovavano soluzioni locali; in tali casi il sinodo promulgava dei decreti, spesso denominati tomi, che ricavavano la loro autorit non solo dalla firma dellimperatore
e del patriarca, ma anche dalla collegialit della decisione. I metropoliti erano dunque strettamente associati allesercizio del potere.
La configurazione del sinodo variava in funzione della presenza dei
metropoliti. La riequilibrazione del territorio patriarcale in direzione
dellOccidente accrebbe in ogni caso le possibili partecipazioni e rese il
sinodo un organo pi rappresentativo delle diverse regioni dellImpero.
A partire dallxi secolo, le invasioni spinsero molti metropoliti anatolici a sottrarsi allobbligo di residenza per stabilirsi nella capitale, e i loro colleghi dOccidente non tardarono a imitarli; i Comneni tentarono
di frenare questo movimento, che Manuele Comneno ratific poi nel
1173.
b) La cancelleria patriarcale e sinodale.
Lestensione del territorio patriarcale e laumentata attivit del sinodo permanente contribuirono al rafforzamento del ruolo della cancelleria patriarcale e del suo arconte, il chartophylax, che ricopriva il duplice ruolo di cancelliere del patriarca e del sinodo, redigendo e conservando gli atti delluno e dellaltro. Pochi atti originali sono conservati,
quattro solamente anteriori al 1204, ma varie allusioni a tali atti sono
registrate anche nei Regesti degli atti patriarcali [51], che ne repertoriano circa 900, tra 715 e 1204. Questi atti sono dotati di nomi diversi che
forse non sono originali: tomo, psephos, lettera (graphe o gramma), lysis,
krisis, hypomnema, pittakion. A partire dal x secolo, il diploma o privi-

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legio patriarcale solenne porta il nome di hypomnema. I tomi sinodali,


che tendevano a essere considerati come leggi generali della Chiesa bizantina e dello Stato, finirono dunque per sostituire le decisioni dei concili ecumenici. Essendo inoltre puramente costantinopolitani, contribuirono a modellare la facies propria della Chiesa bizantina, e ci spiega le
differenze crescenti con la Chiesa romana, che aveva parallelamente intrapreso la medesima attivit.
c) Un difficile equilibrio di poteri.
Il ruolo crescente di un sinodo permanente, potenzialmente sempre
pi numeroso, comportava una serie di questioni relative alla sua indipendenza in rapporto al patriarca, alla sua funzione e alla sua posizione
in rapporto agli arconti patriarcali. La questione centrale era tuttavia
quella del potere allinterno della Chiesa. Il canone 28 di Calcedonia,
che distingueva accuratamente il caso dei vescovi suffraganei da quello
dei metropoliti, aveva prescritto che la consacrazione (cheirotonia) dei
metropoliti fosse operata dal patriarca dopo la loro elezione consueta.
Ma secondo il rituale attestato nel ix secolo, lelezione di un metropolita dipendeva dal sinodo permanente, riunito dal patriarca; senza la presenza di questultimo, che poteva peraltro far conoscere le proprie preferenze, i metropoliti presenti esaminavano le candidature possibili o
dichiarate, sceglievano tre nomi e ne facevano notifica (anaphora) al patriarca, che soltanto allora interveniva per scegliere un nome e procedere alla consacrazione. Daltro canto, lelezione e la consacrazione dun
semplice vescovo avvenivano nelleparchia senza alcun intervento del
patriarca, al quale dunque sfuggiva, teoricamente, ogni voce in capitolo sul clero episcopale, mentre i suoi diritti sui metropoliti si riducevano alla loro consacrazione. Su questo piano, il sinodo permanente era
ancora pi indipendente dai patriarchi per il fatto che questi ultimi ereditavano degli eletti consacrati dai propri predecessori. Il ruolo in ascesa del sinodo permanente non poteva che rendere sensibile la questione
della designazione dei suoi membri, questione che condusse a un aspro
scontro sotto il patriarcato di Polieutto (956-70), che aveva preteso di
assistere alle deliberazioni elettorali; la crisi, incentrata sullinterpretazione del canone 28 di Calcedonia e fomentata da Niceforo Foca (96369), che pretendeva di dover dare il suo benestare alla scelta di un metropolita, fu risolta dallimperatore Giovanni Tzimisce (969-76) in favore dei metropoliti: il patriarca, riguardo al quale si sottoline che non
aveva e non aveva mai avuto suffraganei, fu ridotto al ruolo di consacratore e di semplice presidente donore.

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A partire dallxi secolo, la questione del potere allinterno della Chiesa sub un mutamento e fu risolta dallautorit imperiale. Si sono gi
menzionate le tensioni che si manifestarono tra il corpo dei metropoliti, gelosissimi dei propri diritti sulla rete delle metropoli e sui loro suffraganei, diritti compromessi nel 1087 da Alessio Comneno [Darrouzs
244], e il corpo degli arconti patriarcali, in particolare il chartophylax e,
attraverso lui, i diaconi che detenevano le principali funzioni. Il rafforzamento del corpo degli arconti contribu ad assicurare la loro indipendenza nei confronti del sinodo dei metropoliti, fino a divenirne in una
certa misura il contrappeso, al punto che Jean Darrouzs si spinto a
parlare di una certa separazione tra legislativo ed esecutivo nel governo della Chiesa bizantina. In maniera parallela, la funzione del patriarca oscill tra laffermazione di una superiorit, ovvero la concretizzazione di un primato che gli avrebbe assicurato il controllo dellelezione
dei metropoliti, e lesercizio della collegialit.
chiaro che lequilibrio dei poteri nel governo della Chiesa costitu
un problema difficile da gestire. Lo fu a maggior ragione, sia in quanto la soluzione dipendeva in grande misura dai diritti dellimperatore
nella Chiesa, diritti ai quali si rispose con labbozzare una sorta di regalit del patriarca [Dagron 206], sia in quanto le diatribe sul potere del
patriarca nella sua Chiesa furono accompagnate dalle diatribe con Roma sulla sua posizione nella Chiesa universale [Peri 308; Gahbauer 284;
Herrin 269].
2. Le norme dellortodossia bizantina.
Il patriarca di Costantinopoli era vincolato a testi che definivano il
dogma della Chiesa, inquadravano la sua organizzazione e fissavano le
norme della vita dei cristiani; questinsieme di definizioni, canoni ecclesiastici e disciplinari non proveniva dal patriarca, ma fino al termine
del ix secolo era stato elaborato nel quadro dei concili ecumenici e a questo materiale si erano poi aggiunte le leggi varate dallimperatore in virt
delle sue competenze ecclesiastiche [Congourdeau 268]. Il patriarca di
Costantinopoli non era dunque la fonte diretta dei testi che regolamentavano la sua Chiesa, ma in compenso ne era il garante ed era tenuto a
farli applicare, a spiegarli, eventualmente a interpretarli e a risolvere i
casi dubbi, esercitando questa competenza con il sinodo permanente.
cos che la giurisprudenza e lesegesi dei testi antichi, a opera esclusiva
della Chiesa di Costantinopoli, plasmarono e unificarono la sua Ortodossia e lortoprassia dei suoi fedeli. Una storiografia dura a morire, che

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trascura o ignora la straordinaria diversit delle Chiese primitive, tende a drammatizzare la differenziazione della Chiesa greca e di quella latina vedendovi lombra o la realt di uno scisma.
a) Gli ultimi concili universali.
Due concili detti ecumenici si riunirono ancora nel vii e nellviii secolo per porre fine alle ultime grandi discussioni cristologiche. La definizione (horos) del sesto concilio ecumenico, riunito a Costantinopoli
nel 680-81 (Costantinopoli III) respinse il monoenergismo e il monotelismo [Flusin in MB I], e le sue decisioni furono ufficialmente ratificate
dallautorit imperiale. Tale concilio, per, ebbe luogo quando le invasioni arabe avevano gi separato la Siria dallImpero, e un certo numero di melchiti del patriarcato di Antiochia, in particolare i monaci del
convento di San Marone, restarono legati al monotelismo, e alla met
dellviii secolo gettarono le basi di una Chiesa detta maronita che si dot
dun patriarcato [Dagron in HC IV]. Il concilio in Trullo, riunito a Costantinopoli nel 691 (e designato come Quinisesto a partire dal xii secolo, per il fatto che aveva completato lopera del quinto e del sesto concilio), fu solo parzialmente riconosciuto da Roma, poich parecchi dei
suoi canoni erano contrari alla disciplina romana.
Nel 787, il settimo concilio ecumenico di Nicea (Nicea II) si riun
per annullare il concilio di Hieria, sedicente concilio ecumenico che nel
754 aveva proclamato liconoclasmo: lhoros che fu letto il 6 ottobre 787
ammette e giustifica la venerazione non ladorazione (latreia) delle
immagini. I sette concili ecumenici erano oggetto di feste, distribuite
nel corso dellanno liturgico, in occasione delle quali erano lette le loro
definizioni, come per esempio il caso, a partire dall843, della prima
domenica di Quaresima, durante la quale viene letto il synodikon dellOrtodossia. Diversi ulteriori concili si tennero a Costantinopoli alla fine del ix secolo nellambito della crisi foziana, come il concilio dell861
detto Primo-secondo perch si svolse in due fasi (giudiziaria e canonica), riunito per deporre il patriarca Ignazio e che non fu riconosciuto da
Roma, o ancora il concilio dell869-70, incaricato di riconciliare ignaziani e foziani, e del quale la Chiesa bizantina non accolse i canoni.
b) Il Nomocanone.
Il diritto ecclesiastico, che regola il clero e i laici, nel mondo bizantino deriva da una duplice fonte, i canoni dei concili ecumenici e le leggi imperiali; nomos e canone si influenzano e si compenetrano in un equi-

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librio talora difficile [Beck 263; Macrides 300; Troianos 324; Schminck
255; Pitsakis 269; Beaucamp 269]. Di ci un perfetto esempio il diritto matrimoniale. Il diritto canonico bizantino, assai eterogeneo, fu inizialmente una massa sovrabbondante in cui, a fianco dei canoni promulgati dai concili ecumenici, figuravano i canoni degli Apostoli, i canoni
dei concili locali anteriori al 325, nonch le prescrizioni di alcuni Padri
della Chiesa, e infine costituzioni e novelle promulgate dagli imperatori, in particolare Giustiniano.
A partire dalla fine del vi secolo erano comparse, a titolo pi o meno privato, le prime raccolte sistematiche di canoni [Van der Wal 88],
tra cui il Syntagma (ci che radunato e disposto in maniera ordinata,
redatto intorno al 580), che si presentava come un repertorio di canoni
organizzato in 14 titoli suddivisi in capitoli classificati per soggetto. Il
repertorio era seguito da una collezione che forniva il testo completo degli stessi canoni. Tale raccolta, intorno al 615, fu sviluppata in una nuova opera che incorporava, organizzandoli sotto i medesimi titoli e capitoli, canoni ecclesiastici ed estratti di leggi che concernevano argomenti di interesse per la Chiesa. Questopera fu conosciuta con il nome di
Nomocanone dei 14 titoli: si trattava di una collezione privata che non
doveva la sua autorit a una condizione o a un redattore ufficiale, ma
alle autorit che di volta in volta avevano originariamente promulgato i
canoni e le leggi che lo componevano [Stolte 322]. Poco tempo dopo,
il canone 2 del concilio in Trullo stabil una lista di canoni passibili di
accettazione nella Chiesa bizantina: questa fu una tappa importante nella formazione del diritto canonico orientale, che stava gi prendendo
una certa distanza dallOccidente, poich il patriarcato di Costantinopoli cercava di sancire e imporre le proprie tradizioni, senza tener conto delle pratiche delle Chiese vicine, e senza esitare a criticarle in caso
di divergenza.
Il corpus ufficiale dei canoni di origine ecclesiastica si arricch fino
alla fine del ix secolo: i 102 canoni che, nel concilio in Trullo, riguardavano chierici, laici e monaci, alle prese con le conseguenze problematiche del vii secolo [Nedungatt 256; Dagron in HC IV], furono completati o ripresi dai 22 canoni del concilio di Nicea II, che contribuirono a
loro volta a regolare le conseguenze pratiche delliconoclasmo: vi vengono menzionati il ruolo dei potenti e del denaro nonch la questione
della cultura degli ecclesiastici. I 17 canoni del concilio Primo-secondo
dell861 sono dedicati ai monaci e ai sacerdoti. Due dei tre canoni del
concilio dell879 riguardano esclusivamente i vescovi. Nell882-83, questi 144 nuovi canoni furono integrati in una nuova edizione del Nomocanone, sintesi del diritto canonico bizantino che nel xii secolo era at-

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tribuita al patriarca Fozio [Stolte 321]. Dopo il ix secolo, rimangono


fuori dal Nomocanone le Novelle (in particolare quelle di Leone VI) e la
giurisprudenza sinodale. Nel 1089-90 vide la luce unultima edizione del
Nomocanone, che tuttavia si limitava a sostituire i rimandi alle compilazioni giustinianee con riferimenti ai Basilika [Schminck 313].
In questepoca, in cui il testo del Nomocanone si fissa definitivamente mentre leggi e decreti imperiali si moltiplicano, si colloca la comparsa pi frequente di questioni sul rapporto fra le leggi e i canoni [Macrides 300; Dagron 206; Oikonomides 338], sulle loro eventuali contraddizioni, con particolare riferimento alle cause ostative del matrimonio
[Pitsakis 269], sulla superiorit di un diritto sullaltro, ma anche sulla
validit permanente o la desuetudine di certi canoni [Perentidis 307],
nonch sullacribia, leconomia e la filantropia da seguire nella loro interpretazione. facile comprendere limportanza che rivestirono per la
Chiesa i grandi commentari canonici comparsi nel xii secolo, quelli di
Zonara, Aristeno e Balsamone, il quale, significativamente, intraprese
la propria opera su ordine congiunto dellimperatore e del patriarca [Angold 260].
c) Il Synodikon dellOrtodossia.
Al termine del secondo iconoclasmo, l11 marzo 843, prima domenica di Quaresima, nel corso di una solenne cerimonia di ringraziamento fu letto pubblicamente un testo sinodale, che costituiva unestensione dellhoros di Nicea II. Si decise che, ogni prima domenica di Quaresima, avrebbe avuto luogo una liturgia commemorativa per celebrare il
trionfo sulliconoclasmo. Gi attestata alla fine del ix secolo, la domenica dellOrtodossia comportava processioni, inni e letture edificanti,
ma il suo pezzo forte restava la lettura del Synodikon dellOrtodossia
[Gouillard 250], testo che proclama i dogmi delliconodulia, esaltandone in particolare gli araldi della fede, che reitera la condanna delliconoclasmo con anatemi concreti contro gli eresiarchi, e che seguito da acclamazioni di lunga vita (polychronia) per i vivi e i morti (imperatori, imperatrici, patriarchi).
Questo Synodikon originale non reitera la condanna delle grandi eresie a opera dei sei concili ecumenici, e si tramanda senza particolari alterazioni per due secoli. Sotto i Comneni, a partire dalla fine dellxi secolo, il memoriale della restaurazione delle immagini fu modificato mediante linserzione di elementi nuovi, che celebravano o registravano un
certo numero di decisioni dottrinali del sinodo di Costantinopoli posteriori all843, mentre contemporaneamente venivano completate le liste

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degli imperatori e dei patriarchi. Tra queste novit non c niente che
riguardi le dottrine dualiste, le deviazioni mistiche o gli errori dei Latini, considerati per certi versi come affari esteri, e non vi sono nemmeno riferimenti al monofisismo dei giacobiti e degli armeni, che nel
frattempo era divenuto un problema interno.
In compenso, il testo del nuovo Synodikon condanna diversi pensatori non conformisti. Giovanni Italo, accusato di professare opinioni
eretiche, e costretto nel 1076 a redigere una professione di fede ortodossa, fu infine anatematizzato, interdetto dallinsegnamento e rinchiuso in un monastero nel 1082, sotto Alessio I [cfr. cap. xiv, pp. 389-90;
Clucas 701; Gouillard 804]. Laccanimento del basileus lascia trapelare
motivi non dottrinali: fattori politici legati a una nuova dinastia, divisioni in grembo alla Chiesa, volont dei Comneni di estirpare ogni dissidenza intellettuale. Poco tempo dopo, Nilo di Calabria, asceta autodidatta, e Eustrazio, discepolo pentito di Italo, metropolita di Nicea e consigliere di Alessio, furono accusati di applicare la dialettica alla riflessione
cristologica, pratica che era stata proibita dal primo anatema contro Italo [Gouillard 719].
Nel 1143, due vescovi di Cappadocia furono condannati per bogomilismo insieme a un monaco, Nifone, che aveva preso le loro difese; il
patriarca Cosma II, che aveva rifiutato di anatematizzare Nifone, fu deposto. Nello stesso periodo scoppiarono altre polemiche. Una era incentrata sul fatto di sapere a chi offerto il sacrificio del Cristo, se solamente al Padre o alla Trinit. Nel 1156, il sinodo concluse che offerto alla Trinit; un arconte promosso patriarca di Antiochia, che
difendeva la posizione opposta e proponeva uninterpretazione simbolica delleucaristia, fu deposto nel 1157, in occasione di un sinodo tenuto alle Blacherne e presieduto da Manuele I [Congourdeau 696]. La frase di Cristo il Padre pi grande di me riguarda linferiorit di Cristo in quanto uomo o in quanto Figlio di Dio? Per rispondere a tale
questione, importata dallOccidente, Manuele I, in occasione di un sinodo nel 1166, impose un editto in cui si affermava che Cristo inferiore in quanto uomo [Mango 743]; due teologi recalcitranti di fronte a
questa idea furono condannati nel 1170 e 1171. Un ultimo problema era
incentrato sulla questione se il corpo di Cristo nelleucaristia fosse il suo
corpo resuscitato oppure il suo corpo corruttibile al momento della cena. Un sinodo riunito nel 1200 non arriv a risolvere la controversia. La
presa di Costantinopoli da parte dei Latini spense la diatriba, che pure
conobbe delle recrudescenze sotto lImpero di Nicea [Magdalino 193;
Congourdeau 696].
Come ha dimostrato Jean Gouillard, il Synodikon fin cos per assu-

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mere la fisionomia di un memoriale per cos dire domestico degli affari propri della Chiesa bizantina, e il sinodo permanente, autore delle
varie aggiunte, poteva atteggiarsi a successore ed erede dei grandi concili ecumenici anche se questo non aveva impedito allimperatore di
atteggiarsi contemporaneamente a epistemonarca della Chiesa [Magdalino 192; Dagron 206; Angold 260]. Nel xii secolo, i dibattiti dogmatici interni alla Chiesa bizantina avevano rivelato che essa limitava la propria missione, sul piano della fede, alla conservazione di una teologia
clericale, impedendo ogni accesso al dogma ai laici e ai filosofi, in netto contrasto con la parallela fioritura della teologia occidentale.
Il Synodikon nella sua seconda forma traccia i contorni di unortodossia bizantina dai tratti ben specifici.
3. Il rito di Santa Sofia.
Oltre al suo ruolo essenziale di culto reso a Dio [cfr. cap. xiii, p. 344],
capace di contribuire alla diffusione del dogma o del diritto canonico
[Konidaris 296], la liturgia della Grande Chiesa contribu anche allaffermazione, a Costantinopoli, del patriarca, le cui cerimonie corrispondevano alle cerimonie imperiali. Non un caso se i riti della Grande
Chiesa svolsero un ruolo importante, a fianco delle innovazioni studite, nello slittamento liturgico tra le usanze di Gerusalemme e quelle
di Costantinopoli che ebbe luogo nel ix e x secolo [Pott 757]. Tali riti
si fissarono in questepoca e, bench non esista un De cerimoniis del patriarca, perlomeno si possono conoscere le norme liturgiche grazie a una
serie di libri comparsi allora, come il Typikon, il Sinassario, lEucologio,
ai quali si aggiungono diverse raccolte innografiche: Triodion, Pentecostario, Ottoeco, Parakliton [Taft 762; Mateos 252]. Rituale, colore, oro,
luci e musica fecero di Santa Sofia un luogo che, pur non essendo ancora il cielo, sicuramente non era nemmeno pi la terra, e contribuirono,
anche grazie alla traduzione in slavonico dei testi liturgici greci, al prestigio del patriarcato di Costantinopoli nelle Chiese del mondo slavo.
NellImpero rimaneva uneffettiva variet di usanze liturgiche, come testimonia la diversit dei typika e degli eucologi, ma alle tradizioni antiche se ne sovrappongono di nuove (preghiere o pratiche) che rivelano
linfluenza di Costantinopoli.

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iii. il patriarca di costantinopoli nella chiesa universale.


Il cristianesimo, diffusosi nellambito dellImpero romano, nel corso dei primi quattro secoli si organizzato in grandi aree geografiche incentrate su cinque sedi episcopali prestigiose, elevate al rango di patriarcati dal concilio di Calcedonia: Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Questi cinque patriarcati assumono la
responsabilit collettiva della direzione della Chiesa nellImpero [Herrin 269] tramite i concili ecumenici. Si tratta della cosiddetta pentarchia. Nel 645, nella sua Disputa con Pirro, Massimo il Confessore afferma che un concilio ecumenico deve obbligatoriamente comprendere rappresentanti dei cinque patriarchi (tale affermazione sarebbe servita agli
iconoduli per negare il titolo di concilio ecumenico al concilio iconoclasta di Hieria). Allinterno di questa pentarchia, la sede di Roma gode di un primato onorifico, e Costantinopoli, che ricopre il secondo posto, gode dei medesimi privilegi (canone 36 in Trullo).
1. Il declino dei patriarcati orientali.
La conquista araba indebol i patriarcati ortodossi di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. Gli ortodossi, chiamati melchiti, si ritrovano
in minoranza e sono sospettati a priori di connivenze con il sovrano di
Costantinopoli. Durante i primi decenni della dominazione musulmana, le sedi episcopali restarono senza titolari. Successivamente, le nomine avvennero sotto il controllo delle autorit locali, e dietro esborsi di
denaro. Le relazioni dei patriarcati orientali, adesso in territorio arabo,
con Costantinopoli, capitale del nemico, rimasero, rimasero sotto stretta sorveglianza e si limitarono alle lettere sinodiche per mezzo delle quali un patriarca informava i confratelli della sua consacrazione. Le crisi
favorirono un maggiore impegno di comunicazione: nell843, per esempio, il patriarca Metodio consulta i patriarchi orientali sullatteggiamento da assumere nei confronti del clero iconoclasta. Anche dopo la ripresa dellImpero, le comunicazioni dei patriarcati orientali con Costantinopoli rimasero comunque difficili.
La dottrina di un governo collettivo della Chiesa viene elaborata soprattutto in Oriente (Roma, dal canto suo, va sviluppando una dottrina del primato romano), e vi si conserva in maniera intermittente dal

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momento che, perlopi, risulta privilegiata la diarchia Roma-Costantinopoli. Nel ix secolo, Teodoro di Studio afferma ancora che il potere
di legare e sciogliere (Matteo 16.19) stato affidato ai successori degli Apostoli, ossia alle cinque sedi patriarcali che formano il corpo a
cinque teste (pentakoryphon soma) della Chiesa. Ogni patriarca amministra la propria circoscrizione e, per gli affari comuni, occorre laccordo degli altri quattro.
Quando scoppiarono dei conflitti con Roma, come al tempo di Fozio, i patriarchi della Nuova Roma cercarono il sostegno dei loro colleghi orientali. Nel 1054, Michele Cerulario cerca ancora una volta
alleati contro Roma presso i patriarchi orientali: in una lettera dichiarava che questi gli dovevano obbedienza giacch il papa si era separato dalla loro comunione. Questa operazione fu resa pi facile dal fatto che Antiochia era stata riconquistata nel 969, e ci permetteva di
mantenere sotto lo stretto controllo di Costantinopoli la nomina dei
suoi patriarchi, con laccordo dellimperatore. In particolare, essi furono spesso scelti tra le fila del clero della Grande Chiesa, anche se alcuni di essi erano originari della Siria, come Pietro di Antiochia (10521056); daltra parte, nel 1027, limperatore Costantino VIII ottenne
che il patriarca di Gerusalemme fosse elevato dal basileus e non pi dal
califfo fatimida.
La formazione degli Stati latini dOriente complica la situazione. Le
relazioni spesso difficili tra il principato di Antiochia e il regno di Gerusalemme fanno s che i titolari greci solo di rado siano autorizzati dai
sovrani franchi a risiedere nella loro circoscrizione, e debbano dunque
restare a Costantinopoli nelle residenze monastiche loro assegnate dagli imperatori.
2. Roma e Costantinopoli.
a) I motivi di dissenso.
La rottura del 1054 tra Roma e Costantinopoli costituisce latto finale dun lento processo di allontanamento [Dagron in HC IV]. Tale allontanamento spiegato da una serie di differenze culturali: Occidentali e Orientali non parlano la stessa lingua, e i problemi di traduzione
inaspriscono i contrasti gi esistenti. Anche le due tradizioni teologiche
sono divergenti, in quanto i Padri greci testimoniano una visione pi filosofica, mentre i Padri latini una visione pi giuridica.
Tra le questioni in causa, la pi conosciuta laggiunta in Occiden-

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te, sotto i Carolingi, del Filioque al simbolo della fede. Il problema, sollevato da alcuni monaci palestinesi al tempo delliconoclasmo [Herrin
269] e poi da Fozio nel contesto dellevangelizzazione rivale delle popolazioni slave da parte delle due Chiese, comporta una dimensione liturgica e una dimensione teologica (i Latini aggiungono al simbolo della fede, il Credo, che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio, mentre per i
Greci procede solamente dal Padre), in quanto le due formulazioni corrispondono a due differenti comprensioni del mistero trinitario.
Pi delicata la questione del primato del papa, nella quale si scontrano due diverse visioni della Chiesa. In Occidente, il primato fondato sulla persona dellapostolo Pietro, al quale Cristo ha dato la missione di fondare la sua Chiesa. I vescovi di Roma ritengono di aver ereditato un ruolo particolare di guardiani della fede in qualit di successori
di Pietro, e appoggiano le proprie pretese alla presenza a Roma delle reliquie di Pietro e Paolo. Ne risulta unecclesiologia universalista che d
unautorit particolare al titolare della sede di Roma. La riforma gregoriana dellxi secolo, con il dictatus papae di Gregorio VII, proclama un
diritto dingerenza del papa negli affari delle altre Chiese: si tratta di
una visione giuridica del primato romano. In Oriente, si ritiene invece
che la cura della Chiesa sia stata affidata al collegio degli Apostoli, dei
quali Pietro il primo; la sede di Costantinopoli, Nuova Roma, riceve
gli stessi privilegi della Vecchia Roma secondo il canone 28 del concilio
di Calcedonia, il quale spiega che Roma aveva ricevuto delle prerogative in qualit di citt imperiale. Questa visione politica inaccettabile
per Roma, poich giustifica il fatto che la sede di Costantinopoli possa
godere dei medesimi privilegi, in qualit di nuova capitale. Tale disaccordo una fonte di conflitti.
A ci si aggiungono divergenze liturgiche (nelleucaristia i Latini utilizzavano pane azzimo, i Greci pane lievitato) e disciplinari (celibato
progressivamente imposto ai sacerdoti latini, regole di digiuno), per non
parlare di una serie di lagnanze minori e di malintesi [Kolbaba 295].
Prima della crisi foziana, le frizioni non impediscono che Roma rappresenti per gli Orientali la possibilit di un ricorso contro le posizioni
imperiali o patriarcali: al tempo delle crisi monotelita e iconoclasta, gli
oppositori (Massimo, Teodoro di Studio) si rivolgono al papa. Perlopi,
tra laltro, le relazioni tra le due sedi sono armoniose: nel ix secolo Metodio, un greco, fratello di Costantino-Cirillo, inviato da papa Adriano II a organizzare, per conto di Roma, la Chiesa di Moravia.

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b) Le tappe della rottura.


Nell858, Fozio diviene patriarca al posto di Ignazio, deposto per
motivi politici. Nell861, un sinodo al quale assistono alcuni delegati di
papa Niccol I conferma la deposizione di Ignazio. Il papa tuttavia sconfessa i suoi delegati e, nel corso di un sinodo lateranense, depone Fozio
e i vescovi da lui consacrati (863), affermando il suo primato e il suo diritto di intervento negli affari del patriarcato di Costantinopoli. Fozio
replica con una enciclica ai patriarchi orientali e con un concilio che depone e scomunica il papa (867). Una rivoluzione di palazzo a Costantinopoli comporta la disgrazia di Fozio e il ritorno di Ignazio. Nell869,
un concilio a Costantinopoli (per i Latini, lottavo concilio ecumenico),
sotto la direzione dei delegati papali, conferma la condanna di Fozio e
dichiara Roma lunica garante dellortodossia. In seguito, Ignazio e Fozio si riconciliano e, alla morte di Ignazio nell876, papa Giovanni VIII
ratifica il ritorno di Fozio, riabilitato trionfalmente nell879 da un nuovo concilio a Costantinopoli.
Occorre notare, in questa vicenda, lindurimento delle posizioni: Roma rivendica una voce in capitolo negli affari del patriarcato di Costantinopoli; Fozio, nella sua enciclica ai patriarchi orientali, reclama per
Costantinopoli il primato in Oriente, e per la prima volta enumera gli
errori dei Latini, primo tra i quali il Filioque.
A partire dalla fine del vi secolo, i patriarchi di Costantinopoli rivendicano il titolo di patriarca ecumenico, ossia universale, e questo suscita le proteste dei papi. Le possibilit di conflitto si accrescono quando sono elette personalit decise, come Fozio o Michele Cerulario. Nel
1052, Leone di Ocrida mette in guardia larcivescovo di Trani contro
lusanza latina del pane azzimo per leucaristia. Nonostante la mediazione del patriarca di Grado, la controversia si inasprisce quando il patriarca Michele Cerulario, stando alle fonti latine, fa chiudere le chiese
latine a Costantinopoli. Papa Leone IX, allora alleato dei Bizantini contro i Normanni, invia degli ambasciatori a Costantinopoli, guidati dal
cardinale Umberto. Il negoziato tra questo campione della riforma della Chiesa e Cerulario, geloso delle sue prerogative di patriarca ecumenico, chiaramente votato allinsuccesso. Dopo un dialogo tra sordi che
ha luogo tra gli ambasciatori e il teologo Niceta Stetato, il cardinale depone sullaltare di Santa Sofia, il 16 luglio 1054, una bolla che scomunica il patriarca, che risponde scomunicando gli ambasciatori. La rottura compiuta mentre Leone IX, che aveva inviato la missione, era gi
morto dal 19 aprile [Kaplan 182].
Nessuno in questo periodo la percep come una rottura destinata a

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rimanere. Tra il 1054 e il 1204 furono effettuati numerosi passi per cercare di ristabilire la comunione. Gregorio VII cerca di radunare delle
truppe per soccorrere i cristiani dOriente minacciati dai Turchi, e questa mossa, che condurr alla I crociata, rinnovata da Urbano II. Mercenari latini e mercanti italiani possono vivere in pace nella capitale fino al massacro del 1182. Le crociate, per, avvelenano le relazioni e la
polemica comporta la diffidenza reciproca tra gli oltranzisti delle due
parti. La IV crociata e il sacco di Costantinopoli rendono infine lUnione delle Chiese una mera utopia.

iv. lorganizzazione del clero.


1. La carriera ecclesiastica.
Lorganizzazione del clero, ereditata dai primi canoni conciliari e
dalla legislazione giustinianea [Flusin in MB I], non cambia molto dopo il vii secolo. Resta fondamentale la distinzione tra chierici e laici,
ma linsistenza che viene dedicata alla sua precisazione nel corso dei
concili e poi dei sinodi permanenti (distinzione delle vesti, dei mestieri, dei comportamenti, nel matrimonio, nella manipolazione del denaro ecc.) mostra che non era cos scontata. Il clero organizzato secondo una gerarchia in cui gli avanzamenti di carriera dipendono dallet
(secondo i canoni, peraltro non sempre rispettati, occorrono 18 anni
per il lettore, 25 per il diacono, 30 per il prete, 35 per il vescovo; solamente let del suddiacono passata da 25 a 20 anni), dal talento e talora dal denaro.
Al culmine si trova sempre il vescovo, caratterizzato come pastore
per eccellenza, unico responsabile del cammino del suo gregge verso la
salvezza, dal fatto di indossare lomophorion. In rappresentanza del vescovo e al suo servizio si trovano numerosi chierici, semplicemente benedetti (ordini minori, in particolare cantori e lettori), o consacrati con
limposizione delle mani (ordini maggiori: diaconi, preti, vescovi). C
un intervallo di tempo da rispettare tra un grado e laltro, ma tale regola ha subito varie eccezioni. C chi resta tutta la vita nei gradi inferiori, come quello di portiere; al contrario, Fozio passato dallo stato di
laico a quello di vescovo in una settimana. A ciascun gradino corrisponde una cerimonia liturgica che conferisce al titolare una carica accompagnata dalle sue insegne. Con lunica eccezione dellimperatore, gli uni-

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ci a poter accedere al santuario e allaltare sono i chierici consacrati, che


vengono dunque chiamati i chierici del santuario (bema).
I chierici bizantini possono sposarsi prima di entrare nel clero, e tenere la loro consorte anche dopo la consacrazione. Daltro canto, i vescovi sono ormai scelti quasi esclusivamente tra i celibi per evitare problemi legati alleredit dei loro beni, e, dal momento che i diaconi e i
preti maritati sono numerosi, la tendenza quella di reclutare i vescovi
in ambito monastico. Linfluenza della spiritualit monastica negli ambienti episcopali dunque importante.
I chierici addetti alle chiese rurali, in linea di massima un diacono e
un prete, devono lavorare per dare da vivere alla loro famiglia, dal momento che a Bisanzio non ci sono decime. Conducono una vita vicina a
quella dei laici. I chierici ricevono dei canoni a tariffa fissa per i loro servizi (battesimi, matrimoni), ma quelli stabiliti in citt si dedicano spesso ad attivit lucrative, come lintendenza, il commercio, lusura, che
pure i canoni condannano. Essi devono versare un tributo, il kanonikon,
al vescovo.
I vescovi e i metropoliti provengono molto spesso da famiglie aristocratiche, specie per quanto concerne le metropoli pi prestigiose, ma laristocrazia non ha il monopolio sui vescovati. I vescovi tuttavia, a causa delle loro rendite (da 1-2 libbre doro a parecchie decine) e dei beni
posseduti dalle loro Chiese, sono collocati tra i potenti dalle Novelle
degli imperatori macedoni. I metropoliti si distinguono dai semplici vescovi per la responsabilit di coordinare i propri suffraganei, riuniti in
sinodi, e costituiscono lanello di congiunzione tra il patriarca e i vescovi. Lo sviluppo del sinodo permanente, come si visto, li rese attori di
primo piano nel governo della Chiesa e li attir a Costantinopoli, al punto che la regolarit dei sinodi provinciali fin per risentirne.
2. Il vescovo.
Nel Medioevo, i vescovi non sono pi eletti dal clero e dal popolo
della loro citt: ormai sono scelti, tra le fila del clero locale o dei monaci, dai loro pari riuniti in un sinodo provinciale. I laici sono promossi allepiscopato molto pi raramente. Il metropolita sceglie e consacra uno
dei tre candidati, dopodich questultimo pronuncia la confessione di
fede ortodossa. Questa prassi permette di controllare che le preferenze
teologiche del neoeletto corrispondano a quelle del metropolita e dunque, in linea di principio, a quelle del patriarca nominato dallimperatore. Lautorit dei vescovi locali nella designazione dei loro pari in-

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taccata, a partire dalla fine dellxi secolo, dallintervento dellimperatore nella scelta dei prelati.
Il metropolita in primo luogo il vescovo di un capoluogo di provincia. designato dal patriarca a partire da una lista di tre nomi presentati dai soli metropoliti, ed sempre il patriarca che lo consacra. Il metropolita assistito nel suo compito dal clero della cattedrale e, sul modello dellamministrazione patriarcale, da arconti provinciali, in
particolare da un economo (funzione obbligatoria dopo il concilio in Trullo per garantire una buona amministrazione dei beni delle Chiese). Le
metropoli pi agiate si dotano di maestri e di servizi amministrativi gestiti principalmente da diaconi. Limportanza locale di tali arconti va
crescendo, man mano che i metropoliti passano sempre pi tempo a Costantinopoli. Il metropolita deve riunire una volta lanno il sinodo provinciale (canone 8 in Trullo, e canone 6 di Nicea II), non pi due volte
comera stato previsto dai primi concili, e ci a causa dei costi e delle
invasioni. Il canone 37 del concilio in Trullo, che concerne i casi dei vescovi allontanati dalle loro sedi a causa delle invasioni, mantiene il rango gerarchico di questi presuli non residenti, e ci permette loro di procedere a delle ordinazioni. La stessa economia adottata da Manuele Comneno in riferimento alla conquista turca e al gran numero di
vescovi che non potevano o non volevano recarsi alla sede di cui erano
titolari, e che vengono autorizzati a risiedere a Costantinopoli. Tali misure, che tengono conto delle difficolt incontrate dai vescovi, ma molto meno di quelle del loro gregge, spiegano per certi versi limpressione
di abbandono in cui versano le eparchie in terra islamica.
Il vescovo responsabile degli affari spirituali e temporali della Chiesa nella sua diocesi. Il vescovo ha autorit sul clero e sui monasteri che
dipendono da lui, peraltro sempre meno numerosi giacch le nuove fondazioni monastiche sono generalmente poste sotto la dipendenza diretta del patriarca, quando non siano semplicemente indipendenti. Il presule ha giurisdizione sulle controversie tra ecclesiastici e laici, e sulle
questioni tra laici quando sia richiesto il suo arbitrato. Si pronuncia su
diverse questioni canoniche, come gli impedimenti del matrimonio. Deve anche istruire il suo gregge: la predicazione uno dei suoi principali
doveri, nonch suo privilegio perch nessuno, nemmeno un altro vescovo, pu predicare nella diocesi senza la sua autorizzazione. Inoltre lunico a preparare il myron, lolio profumato utilizzato per il battesimo,
la consacrazione di un altare o la dedicazione di una chiesa. Veglia infine sullamministrazione dei sacramenti.
Il vescovo spesso invischiato in problemi economici che gli impediscono di consacrarsi ai suoi doveri spirituali e amministrativi. Vi fu-

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rono dei vescovi tentati di mescolare il proprio patrimonio con quello


della loro Chiesa, o dei monasteri posti sotto la loro giurisdizione, o addirittura di angariare i chierici esigendo da loro dei tributi indebiti. Da
ci derivano numerose ammonizioni, che ricordano lobbligo di affidare la gestione patrimoniale a un economo, o la sottomissione obbligatoria dei vescovi ai loro metropoliti, i quali daltro canto non si devono
impadronire dei beni di un vescovo defunto (in Trullo, canone 35).
Il vescovo ricopre il ruolo di un notabile allinterno della sua provincia, e a volte si trova a rivaleggiare con linfluenza di un monaco carismatico, com il caso del vescovo di Lacedemone contrapposto a san
Nicone il Metanoita. La sua autorit morale lo fa sentire in dovere di
proteggere i deboli (vedove, orfani, prigionieri) o di intercedere contro
la rapacit degli agenti del fisco. D da mangiare ai poveri, partecipa al
riscatto dei prigionieri di guerra. A volte sostituisce le autorit laiche,
in caso di debolezza del potere imperiale, come quando alcune citt furono isolate dalle invasioni arabe e slave, e poi turche. Se i metropoliti
sono pi sensibili al fascino della capitale e della Corte, i vescovi invece tendono pi spesso a rimanere nelle proprie province.
Quando infatti una regione cade sotto la dominazione araba (nel vii
secolo) o turca (a partire dallxi), sfuggendo cos alla giurisdizione imperiale, il vescovo resta per i cristiani della regione lunica giurisdizione, e per loccupante lunico interlocutore legittimo. Secondo i patti stipulati con i conquistatori, il vescovo responsabile di tutto quel che riguarda i suoi fedeli, compresi gli atti quotidiani della vita civile. inoltre
responsabile della fondazioni caritatevoli. Tale aggravio delle responsabilit tanto pi difficile da gestire in quanto, spesso, le rendite diminuiscono in proporzione. A partire dal xii secolo, alcuni vescovati sono
donati a certi vescovi che hanno gi una propria sede, per aumentarne le risorse: si tratta del fenomeno dellepidosis [Vryonis 523].
3. La predicazione.
La Chiesa bizantina esprime e diffonde la coscienza della propria
identit tramite la predicazione. Il Synodikon dellOrtodossia, letto la
prima domenica di Quaresima, con le sue acclamazioni e i suoi anatemi,
acquista di conseguenza uno status omiletico [Gouillard 287]. Le funzioni della predicazione sono tre: insegnare il dogma, spiegare la Scrittura, esortare. I vescovi e i sacerdoti predicano nel corso della Divina
Liturgia, dopo le Letture che occorre interpretare, ma anche, sempre
pi spesso, durante la liturgia delle ore [cfr. cap. xiii, pp. 343-48].

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Il concilio in Trullo, nel 692, esclude i laici da questa funzione e raccomanda ai predicatori di ricavare le proprie omelie dai Padri: linsegnamento patristico formava come un filtro obbligato tra la Scrittura e il
fedele, o addirittura il clero (canone 19). In seguito, alcuni vescovi continuano a scrivere omelie (Germano di Costantinopoli nellviii secolo,
Fozio nel ix, Eustazio di Tessalonica nel xii), ma allo stesso tempo vengono a formarsi delle raccolte di omelie patristiche, a beneficio dei predicatori, organizzate secondo il ciclo dellanno liturgico. Lo stesso patriarca di Costantinopoli fa ricorso, a partire dal xii secolo, a un Omeliario patriarcale alimentato da alcuni patriarchi competenti.
Listruzione del popolo ha sempre preoccupato imperatori e patriarchi, ma la misura pi spettacolare quella adottata da Alessio Comneno con il suo editto del 1107 [cfr. cap. xiv, p. 390]. Per parte loro, i vescovi sono invitati a visitare le proprie diocesi e a delegarvi sacerdoti
qualificati per la predicazione [Gautier 248; Darrouzs 279].

iv. le minoranze non ortodosse.


1. I monofisiti.
La conquista araba ha mutilato Bisanzio dei suoi territori a maggioranza eterodossa, come lArmenia. Limperatore e il patriarca per desideravano reintegrare questa provincia orientale nellorbita bizantina
e i tentativi di unione si susseguirono, come testimoniato dalle lettere
indirizzate dai patriarchi Germano (viii secolo) e Fozio (ix secolo) ai
catholicoi (monofisiti) e ai principi armeni per incitarli a riconoscere il
dogma calcedoniano. La maggior parte degli Armeni stabiliti nellImpero senza dubbio calcedoniana, ma questo non il caso degli Armeni
stanziati al di fuori di esso.
A partire dal x secolo, con la riconquista della Siria, la questione delle relazioni con i monofisiti torna di attualit; la politica bizantina oscilla tra la ricerca dellunit religiosa al prezzo della repressione delle minoranze, e il desiderio di conciliarsi popolazioni che risultavano maggioritarie a livello locale.
I giacobiti monofisiti furono invitati da Niceforo Foca a ripopolare
le province confinarie della Siria e della Mesopotamia. Vengono creati
nuovi vescovi e il patriarca giacobita si stabilisce a Melitene questo
il motivo per cui il metropolita calcedoniano di questa citt fu spesso in

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prima linea contro i monofisiti. Niceforo, alla fine del suo regno, avrebbe tentato di ricondurre i giacobiti allortodossia. Il loro patriarca, imprigionato a Costantinopoli, fu poi liberato da Tzimisce. Lelemento armeno daltro canto si rafforz quando truppe armene furono stanziate
in tutto lOriente, senza contare lannessione dei regni armeni. Nella regione di Antiochia, delle frizioni occasionali contrapponevano i calcedoniani, il cui numero era probabilmente aumentato, i giacobiti e gli Armeni.
Le tensioni si acuirono nellxi secolo, quando Romano III, frustrato
dal suo fallimento in Siria, fece convocare il patriarca giacobita a Costantinopoli e lo esili. Sotto Costantino X, in seguito a un nuovo innalzamento della tensione, la gerarchia giacobita fu nuovamente convocata a Costantinopoli per obbligarla invano a riconoscere Calcedonia. Nel 1063 fu dato lordine di cacciare i monofisiti da Melitene, e il
sinodo ordin che i libri dei Siriani e degli Armeni fossero bruciati. Lanno seguente, il patriarca giacobita di Antiochia mor nel corso del proprio trasferimento a Costantinopoli, e il metropolita giacobita di Melitene fu condannato allesilio. La conquista turca e linsediamento dei
Latini ad Antiochia non posero fine alle discussioni. Manuele Comneno, desideroso di arruolare tutti i cristiani nella sua lotta contro i Turchi, e di affermare la sua autorit sulla Piccola Armenia, favor i contatti con la Chiesa armena allora stabilita in Cilicia: nel 1171 limperatore
attendeva dagli Armeni il riconoscimento dellortodossia calcedoniana,
e nel 1177 riconosceva la loro riunione allortodossia [Aug 690]. Secondo il concilio armeno di Cilicia nel 1178, il catholicos aderiva alla fede calcedoniana in cambio della sua nomina a patriarca di Antiochia da
parte dellimperatore, e alla fusione delle due gerarchie. Questo tentativo di riavvicinamento estremamente politico, tuttavia, fin nel nulla
alla morte di Manuele.
2. I movimenti settari.
Lortodossia, peraltro, affronta una nuova sfida: una serie di movimenti settari non caratterizzati dalle deviazioni dogmatiche ma da pratiche che rivelano lesistenza di corpi estranei refrattari a certe forme
di ellenizzazione e di bizantinizzazione [Gouillard 287]. Tali movimenti riguardano popolazioni perlopi non ellenofone, che popolano le frange orientali (Frigia, Licaonia, Armenia) o settentrionali (Balcani) dellImpero.
Questi movimenti settari, uniti dalla tendenza al sincretismo e al ri-

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fiuto dellortodossia, si suddividono in due grandi categorie: le sette giudaizzanti e le sette dualiste. Dalla nebulosa giudaizzante [Dagron 273],
caratterizzata dalla contemporanea osservanza della legge giudaica e dei
riti cristiani, si distinguono i montanisti che forse in questepoca sono degli ebrei battezzati a forza o tentati da un sincretismo giudeo-cristiano [Sharf 315] e gli atingani, le cui pratiche presentano un sincretismo tra giudaismo (shabbat), samaritanesimo (rifiuto della resurrezione), cristianesimo (battesimo) e paganesimo (magia, culto degli astri). La
confusione delle fonti, distorte da secondi fini politici (in questa maniera Niceforo I fu accusato di favorire gli atingani e Michele II di farne
parte) ha indotto Paul Speck a supporre che gli atingani fossero una
creazione artificiale degli eresiologi bizantini [318]. Dopo il ix secolo,
montanisti e atingani scompaiono quasi del tutto dalle fonti.
I dualisti [Christian Dualist 266] costituiscono un pericolo permanente, sotto forma di ondate settarie che scatenano una reazione brutale.
Per i Bizantini, non c alcun dubbio sulla derivazione manichea di tali sette (Anna Comnena, Alessiade, 14.8.3 e 15.8-10). parimenti costante lamalgamazione tra dualisti e messaliani, secondo la pratica di
ricondurre a uneresia antica ogni eresia nuova. La pratica della dissimulazione, attestata presso i manichei, i pauliciani e i bogomili, ha potuto suscitare il sentimento di una filiazione e il timore di una sovversione sotterranea [Dagron in HC IV] che spiega la violenza della reazione.
Le fonti bizantine, che mescolano osservazioni dirette e stereotipi,
fanno trasparire una mescolanza di dualismo teologico (due divinit, due
mondi) pi o meno radicale e di pratiche che esprimono il rifiuto della
mediazione ecclesiale (clero, sacramenti, immagini). Tuttavia a volte esse interpretano come dualismi dottrinali anche semplici movimenti spiritualisti che cercano solo una risposta allo scandalo del Male nel mondo [Garsoian 285].
Lortodossia bizantina dovette affrontare due grandi movimenti dualisti. I pauliciani [Astruc 676], adepti di un sincretismo manicheo-cristiano, apparvero nellImpero bizantino nel vii secolo. La repressione
scatenata nel ix secolo caus la formazione di uno Stato pauliciano che
fu difficile da sopprimere [cfr. cap. ii]. Pietro di Sicilia fu inviato a Tefrice per negoziare uno scambio di prigionieri, e le ricerche che vi svolse sono allorigine della nostra conoscenza della setta. Ai pauliciani fece seguito il pericolo bogomilo [Rigo 311]. Nel x secolo, il prete Cosma
menziona il successo di un movimento predicato da un tal Bogomil in
Bulgaria [Vaillant 765]. Tale movimento sembra essere nato dallincontro tra missioni dualiste, forse pauliciane, con un movimento di rivolta

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contro la tutela del patriarcato di Costantinopoli e limposizione del modello culturale bizantino. Nellxi secolo il pericolo penetra nellImpero
con i fundagiagiti, attivi nei monasteri orientali. Alla fine del secolo, il
proselitismo bogomilo coinvolge i circoli aristocratici di Costantinopoli, scatenando una forte reazione di Alessio I che culmina nellarresto
di Basilio, il capo della setta, arso sul rogo nel 1099. Linterrogatorio di
Basilio da parte di Eutimio Zigabeno, leresiologo ufficiale, una delle
fonti principali su questo bogomilismo bizantino. In seguito, i bogomili continuano a turbare la vita della Chiesa bizantina, sia nelle province
che nella capitale. Alcune fonti occidentali lasciano supporre che nel xii
secolo sia avvenuto uno scisma tra dualisti moderati (un principio del
male subordinato al principio del bene) e dualisti radicali (due princip
uguali), i quali sarebbero stati allorigine del movimento cataro in Occidente [Hamilton 266]. Laccusa di bogomilismo, pi o meno fondata,
rimane unarma contro tutti i dissidenti.
3. Gli ebrei.
La situazione legale degli ebrei fissata dal Codice giustinianeo [Rabello 310], ripreso nei Basilika. Gli ebrei sono tollerati, e come tali protetti contro le estorsioni; possono esercitare liberamente la loro religione e nessuno li pu obbligare a trasgredire alle loro usanze; ogni questione interna di competenza dei tribunali giudaici. In compenso, non
possono esercitare il bench minimo proselitismo, n perseguitare chi di
loro si faccia cristiano. La costruzione di nuove sinagoghe, ufficialmente proibita, in pratica tollerata. Chi esorta i cristiani a convertirsi al
giudaismo punibile con la morte.
La legislazione ecclesiastica cerca di separare le due comunit per
prevenire ogni rischio di sincretismo: c la proibizione dei matrimoni
misti, del ricorso a medici ebrei, dellastenersi dal lavoro il sabato, di
partecipare alle feste giudaiche, di pregare in una sinagoga. La sorte degli ebrei dellImpero, pur non essendo invidiabile, comunque meno
tragica di quella degli ebrei dOccidente [De Lange 707]. Se si eccettuano le violenze del vii secolo, pi politiche che religiose [Sharf 315], lOriente cristiano medievale non sembra aver conosciuto veri e propri pogrom. Alcune iniziative locali, tuttavia, come quella di Nicone il Metanoita a Sparta nel x secolo, condussero allespulsione temporanea?
degli ebrei da una citt, non senza lopposizione di una parte dei notabili. Nel xii secolo, Beniamino di Tudela ha lasciato una descrizione delle comunit ebraiche dellImpero, allapparenza prospere.

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La vita religiosa delle comunit ebraiche pu essere evocata solo sommariamente [Starr 518; Sharf 316 e 315]. La novella 146 di Giustiniano rivolta a comunit che parlano greco, ma nei secoli seguenti ci sar
un ritorno allebraico: nella Geniza di Il Cairo sono stati trovati documenti bizantini in ebraico. Le relazioni tra gli ebrei bizantini e i loro
correligionari dellOccidente, di Gerusalemme, del Cairo o di Bagdad
sono attestate da corrispondenze personali, di affari e tra intere comunit.
Notevole la presenza di numerosi caraiti (i caraiti rifiutano il Talmud
limitandosi alla Bibbia) giunti dalla Palestina nel x secolo. Questa comunit annovera dotti come Tobia ben Moses di Costantinopoli (xi secolo) o Tobia ben Eliezer di Castoria (xii secolo). Costantinopoli teatro di controversie tra rabbaniti e caraiti, che talora raggiungono un livello violento, come nel 1092 a proposito del calendario. La presenza di
questi caraiti pu spiegare la tendenza antitalmudica dei formulari dabiura pi tardi [Ankori 687].
I Bizantini si considerano come il nuovo popolo eletto, e presentano
Costantinopoli come la nuova Gerusalemme [Flusin 712]. Secondo questo schema, il popolo ebraico destinato a convertirsi alla fine dei tempi. I tragici avvenimenti del vii secolo in Oriente, e unabbondante letteratura apocalittica, spiegano forse la decisione di Eraclio di imporre il
battesimo agli ebrei dOriente. Il tentativo di conversione fu rinnovato a pi riprese da vari imperatori: Leone III, Basilio I e Romano Lecapeno, tutti imperatori che cercavano di affermare la propria legittimit.
Si trova uneco del decreto di Basilio nella storia di Ahimaatz di Oria,
citt dellItalia bizantina che ospitava unimportante comunit ebraica.
Lautore ricorda che un suo antenato usc vittorioso da una controversia con il vescovo locale e che pi tardi fu trattato con rispetto dallo stesso imperatore.
Le conversioni forzate sono malviste da un parte della Chiesa, da
Massimo il Confessore nel vii secolo fino a Gregorio di Nicea nel ix. Nel
suo Trattato sul battesimo dei Giudei, scritto intorno all878-79, Gregorio condanna severamente liniziativa imperiale, che rischia di mescolare dei criptogiudei alla comunit dei fedeli.
Sono del vii secolo una profusione di dialoghi giudaico-cristiani che
non cercano tanto di convertire gli ebrei, quanto piuttosto di distogliere i cristiani dallattrattiva dellebraismo [Olster 750]. La maggior parte dei testi costituita da ricostruzioni fittizie che seguono tutte pressappoco lo stesso scenario: pretesa provocazione dellebreo, discussione
pubblica, conversione dellebreo. Solo la Doctrina Jacobi rispecchia probabilmente un confronto reale che ebbe luogo intorno al 634 tra un ebreo

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convertito e alcuni suoi correligionari battezzati a forza sotto Eraclio


[Droche 709].
Dopo il vii secolo, lantigiudaismo si esprime soprattutto nelle omelie e nellagiografia, segno che si tratta di una apologetica ad intra. Ai temi teologici, presenti fin dal ii secolo (caducit della Legge, Verus Israel,
profezie sul Cristo, deicidio), si aggiungono tematiche nuove: difesa delle immagini, destino escatologico degli Ebrei.
4. I musulmani.
I Bizantini percepirono inizialmente lIslam come uneresia cristiana, prima di prendere coscienza del carattere autonomo della nuova religione. Il comportamento dei Bizantini nei confronti dei musulmani
simmetrico rispetto a quello di questi ultimi nei loro confronti. In entrambi gli Imperi, lapostasia punita con la pena di morte. Alcuni cristiani subiscono il martirio per aver criticato lIslam o per aver rifiutato di abiurare dopo la loro cattura, come nel caso dei martiri di Amorio
ma questultimo un fatto eccezionale. Esiste per anche un modus
vivendi tra i due Imperi, nonostante alcune frizioni occasionali. La condotta del califfo fatimida Al Hakim, che ha dato lordine di distruggere tutte le chiese del suo territorio, compresa dunque quella dellAnastasis a Gerusalemme nel 1019, atipica. Fin dallviii secolo esiste una
moschea a Costantinopoli; commercianti e soldati (impiegati occasionalmente come mercenari negli eserciti bizantini), cos come i prigionieri
arabi, possono praticare la loro religione in terra bizantina. Una seconda moschea, costruita nel quartiere dei commercianti musulmani dopo
un accordo tra Isacco II e Saladino nel 1189, fu incendiata da alcuni Latini nellagosto 1203 [Reinert 581]. Nel corso dei secoli, i contatti permettono una migliore conoscenza non tanto della teologia coranica (allo stato embrionale), ma delle credenze e delle pratiche popolari dellIslam.
Se fin dal vii secolo la conquista araba aveva ispirato delle inquietudini sulle cause della vittoria degli eserciti arabi e sulle conversioni alla
loro religione (se ne trovano degli echi in Anastasio Sinaita), il primo
teologo cristiano che scrive sullIslam con unottima conoscenza di questa religione , tra 720 e 754, Giovanni Damasceno [Auzpy 693]. Gi
funzionario al servizio del califfo a Damasco, Giovanni presenta lIslam
come uneresia rozza che non minaccia la religione, ben pi sottile, dei
cristiani. Cita alcune sure del Corano, ma conosce soprattutto la tradizione orale. Nella sua Controversia tra un musulmano ed un cristiano (SC,

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n. 383), manuale a uso dei cristiani, traspaiono di volta in volta la condiscendenza verso una religione primitiva e la prudenza verso la religione dei governanti. Nella generazione successiva Teodoro Abu Qurrah,
discepolo di Giovanni, scrive decine di opuscoli apologetici [Griffith
720].
Nello stesso mondo bizantino la conoscenza dellIslam sembra molto limitata, nonostante i contatti con i mercanti o i prigionieri musulmani. Nel ix secolo Michele III, dopo aver ricevuto alcune lettere di teologi musulmani che attaccavano il cristianesimo, incaric Niceta di Bisanzio di rispondervi. Nella sua Esposizione dimostrativa il letterato greco
non cerca di convertire, ma di abbagliare i musulmani con la dialettica
bizantina. La sua Risposta agli Agareni respinge lidea che le vittorie degli Arabi provino la superiorit della loro religione. Nella Confutazione
del Corano utilizza una delle prime traduzioni greche di questo testo. La
polemica cristiana sviluppa tradizionalmente alcune tematiche costantemente ripetute: la crudelt, raccomandata da Maometto che incitava
a versare il sangue, e la lussuria connessa alla poligamia e alla concezione del Paradiso [Khoury 294].
La polemica pu arrivare allinsulto. Nel ix secolo, Giorgio Monaco
si scaglia contro la follia, la demenza grottesca di questo mago scellerato (Maometto). Questi rapporti conflittuali non impediscono che,
occasionalmente, vengano stretti legami pacifici tra cristiani e musulmani. Nicola Mistico dichiara al califfo di Damasco che cristiani e musulmani devono nutrire sentimenti fraterni. I musulmani visitano i Luoghi
Santi del cristianesimo, in particolare allepoca degli Omayyadi. Compaiono fenomeni di sincretismo: una decisione sinodale del xii secolo
evoca il costume degli Agareni di far battezzare i figli da sacerdoti ortodossi per evitare che siano posseduti dal demonio e puzzino come cani [Grumel 51, Regestes 1088]. Alcuni di questi musulmani erano nati
da una madre cristiana, nellAsia Minore conquistata dai Turchi.

Bernadette Martin-Hisard responsabile delle pp. 99-106 e 109-20, Marie-Hlne Congourdeau delle pp. 106-9 e 120-35.

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jean-claude cheynet
vi. Lamministrazione imperiale

LImpero medievale ha ereditato dallAntichit unamministrazione


complessa, costosa e popolata da funzionari ben istruiti. La crisi del vii
secolo comport una profonda riorganizzazione che adegu le strutture
di uno Stato, dallestensione e dalle risorse fortemente ridotte, con il
rafforzamento della centralizzazione, dal momento che Costantinopoli
rimaneva lunica citt che meritasse ancora di essere chiamata megalopolis. I principali funzionari dellepoca protobizantina scompaiono o perdono progressivamente la loro importanza, che si tratti del prefetto del
Pretorio, del magister officiorum o dei responsabili finanziari. Si nota peraltro che diversi nuovi servizi sono diretti dagli antichi subordinati di
tali funzionari.

i. la fiscalit.
1. I fondamenti.
La forza dellImpero consiste nel mantenimento di un sistema fiscale sufficientemente efficace da assicurare il sostentamento di eserciti numerosi, almeno fino al 1204. Non cera un budget previsionale come
negli Stati moderni, ma limperatore conosceva in maniera approssimativa lammontare degli introiti che si doveva aspettare. Nicolas Oikonomides ha avanzato lidea che, tra lAntichit e il Medioevo, si sarebbe passati dalla tassazione di ripartizione a quella di quotit. Nel primo
caso, i consiglieri finanziari dellimperatore stabilivano il livello dei bisogni per lanno seguente e la somma era in seguito ripartita tra le diverse province, che a loro volta redistribuivano lammontare richiesto tra le
diverse citt. Nel sistema medievale invece, per quel che sappiamo,
le tasse erano riscosse in funzione delle capacit contributive di ognuno,

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secondo un tariffario che variava a seconda delle province ma che, grosso modo, permetteva di stabilire lammontare delle imposte in funzione
della ricchezza di ciascun contadino, ossia dalla superficie di terra arabile che questi poteva coltivare, dipendente essa stessa dalle modalit di
coltivazione di cui disponeva. Una simile contrapposizione comunque
esagerata, dal momento che la fiscalit egiziana mostra come il tasso dimposta non variasse di anno in anno, e come fosse gi in uso un sistema vicino a quello dellepoca medievale [Zuckerman 330]. In realt, la continuit a dominare tutta lepoca medievale, per quanto con modalit che
variano nel tempo. Le necessit fondamentali dello Stato sono coperte
dallimposta fondiaria di base, e le spese straordinarie sono alimentate
con misure accessorie, definite estorsioni dai testi, ripartite su una data popolazione. a tale pratica che fa riferimento Cecaumeno nei suoi
Raccomandazioni e consigli, quando invita i figli a non ricoprire delle funzioni fiscali, perch sarebbero indotti a favorire parenti e amici o finirebbero per essere accusati di farlo [Cecaumeno 415, 100].
I funzionari del fisco della capitale conoscevano dunque in anticipo
il livello degli introiti, che variavano poco nel corso degli anni, salvo catastrofi naturali o avvenimenti bellici. comunque naturale che, a lungo andare, le variazioni dipendessero dalla demografia che a sua volta
determinava la superficie utilizzata delle terre. Per questo motivo si pu
supporre che gli Isaurici fossero meno favoriti rispetto agli imperatori
del x e xi secolo. La pressione fiscale poteva anche variare a seconda delle necessit. Gli imperatori inclini alle grandi operazioni militari, che
esigevano permanentemente un numero imponente di effettivi, com
il caso di Niceforo Foca, erano costretti ad aumentare le tasse con leffetto, nel caso di Foca, di procurarsi una reputazione odiosa. Lo Stato,
infatti, ignora il credito, e ci spiega, in caso di assoluta urgenza, limpiego di metodi contestabili: per esempio, lannullamento di privilegi
precedentemente concessi o la confisca del patrimonio degli avversari
politici, come avvenne nella seconda met dellxi secolo, o tra le due prese di Costantinopoli a opera dei Latini.
Le fonti non forniscono stime sullammontare annuale degli introiti
fiscali, e i ricercatori contemporanei devono ricorrere a congetture. Uno
studioso, per esempio, lha valutato a 5 o 6 milioni di nomismata allepoca di Giustiniano, un altro li stima, intorno all800, meno di due milioni con ogni probabilit [Hendy 651, p. 172] e anche cos sembra eccessivamente ottimista. In seguito il totale crebbe notevolmente sotto i
Macedoni, e senza dubbio ulteriormente sotto i Comneni giacch la perdita dellaltopiano anatolico era compensata dalla conquista dei Balcani e dal dinamismo delleconomia.

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La nozione di un budget statale evidentemente anacronistica, poich ogni istituzione pubblica era indipendente e possedeva beni fondiari o risorse fiscali destinate a sopperire alle spese della sua amministrazione, persino con la possibilit di un avanzo. per questo motivo che
la direzione di un servizio statale, un sekreton o un oikos, offriva una
prospettiva di rapido arricchimento. Niceforitza, ministro di Michele VII, fu torturato a morte dagli uomini di Botaneiata per costringerlo
a restituire il maltolto. Alcuni sekreta furono anche distribuiti a titolo
di liberalit imperiale, per il fatto che procuravano delle rendite. Lex
imperatrice Eudocia Macrembolitissa ricevette cos le rendite di tre di
essi, rendite che sembrerebbero essere state considerevoli, nellordine
di parecchie centinaia di libbre doro [Attaleiata 59, p. 217].
La struttura di base per la riscossione delle tasse aveva cessato di essere la citt, le cui istituzioni erano in dissoluzione gi nel secolo precedente ed erano quasi scomparse nella tormenta del vii secolo, e si era naturalmente identificata con il villaggio. I contadini, che in questepoca
erano senza dubbio per la maggior parte proprietari delle loro terre, erano collettivamente responsabili del pagamento delle tasse, cosa che non
costituiva una novit, e lammontare delle imposte dovute era registrato in un kodix provinciale, una copia del quale era conservata nella sede del genikon nella capitale. Quando un contadino fuggiva e abbandonava la propria terra, i vicini pagavano la sua quota di tasse e avevano
dunque ogni interesse a coltivare i suoi campi per far fronte a questo
carico supplementare. Un simile sistema garantiva allo Stato delle entrate stabili, ma funzionava solamente a patto che il numero dei contribuenti restasse alto in rapporto a quelli che erano scomparsi, dimodoch la pressione fiscale si mantenesse a un livello sopportabile [cfr.
cap. x, p. 255]. Quando non era cos, lesattore concedeva uno sgravio
temporaneo.
I proprietari erano responsabili del pagamento delle tasse al punto
che liscrizione a tale titolo nel registro fiscale costituiva una presunzione di propriet sulla terra in questione. Quando leconomia latifondistica fu divenuta predominante [cfr. cap. x, pp. 256-58], il contadino trasformato in pareco non era pi in rapporto diretto con il fisco, ma continuava a pagare le tasse con lintermediazione del suo proprietario, che
faceva in modo di includerle, insieme allaffitto vero e proprio, nel canone versatogli dal pareco. Tale evoluzione si tradotta nella comparsa dei praktika, documenti in cui sono determinati i limiti del latifondo,
enumerati i contadini che lo coltivano, con una breve descrizione della
composizione della loro famiglia e delle terre coltivate, e precisata la lista delle tasse dovute. Eventualmente si aggiungono i vantaggi fiscali

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ottenuti dal proprietario. In seguito allo sviluppo costante della grande


propriet, il praktikon destinato a sostituirsi al kodex come documento fiscale di riferimento.
2. Le imposte principali.
Dal punto di vista documentario occorre distinguere due epoche: la
prima, fino al ix secolo, per la quale i testi pratici sono inesistenti, dunque ricostruibile su alcuni testi normativi e qualche osservazione generale di ordine monetario ed economico; la seconda, dal x secolo, per la
quale le direttive fornite dalle novelle o dai trattati fiscali possono essere verificate nella pratica [per la presentazione delle fonti sulla fiscalit,
cfr. Oikonomides 328, che offre anche una panoramica estremamente
dettagliata delle diverse imposte].
a) Il demosion o imposta fondiaria di base.
Il calcolo di questa imposta era basato sullappezzamento di terreno,
al tasso teorico di 1/24 del suo valore fiscale, cos comera definito nei
trattati fiscali e nei tariffari che gli apographeis (rilevatori del fisco) portavano con s. Si teneva conto della capacit di produzione delle terre
ripartite in tre categorie e della natura della produzione: i vigneti erano
pesantemente tassati, e anche gli animali erano oggetto dellimposta. Le
regioni in cui si praticava lallevamento erano sottoposte a un tributo
forfettario, giacch non c motivo di supporre che si sia mai arrivati a
concludere liscrizione al catasto dellintero Impero. Unimposta specifica pesava sulle pescaie e sulle tonnare che, nella regione di Costantinopoli, erano piuttosto redditizie. La tassazione era dunque, in una certa misura, proporzionale alla capacit contributiva dei contadini. Gli
ispettori del fisco disponevano di tariffari, ma dovevano tener conto delle usanze locali.
Sotto Alessio Comneno comparve una nuova procedura fiscale, lepibole, senza alcun rapporto con lomonima istituzione dellepoca tardoantica che mirava a far pagare le tasse sulle terre abbandonate. Lesattore calcola la tassazione globale di una regione e la rapporta alla superficie delle terre, ottenendo il tasso di quanti modioi di terra coltivata
corrispondono a ogni moneta doro pagata. A questo punto basta misurare gli appezzamenti per determinare limposta. Modificando il tasso
di epibole, limperatore aumentava dunque la tassazione, secondo lantica procedura dellhikanosis, che permetteva al fisco di verificare che

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limposta pagata da un contribuente corrispondesse alle sue propriet,


confiscando le eccedenze, se ne venivano trovate. Pertanto sotto i Comneni o il contribuente pagava di pi sulla base del nuovo tasso, oppure
doveva restituire ci che lo Stato finiva per considerare uneccedenza
di terre, giacch il proprietario pagava adesso soltanto per una parte dei
suoi beni. Questa misura cercava di mantenere costanti o aumentare le
risorse dello Stato, anche in caso di turbolenze monetarie, e forse cercava anche di stimolare a valorizzare le terre improduttive [Oikonomides 328, pp. 56-60].
b) Il kapnikon o focatico.
Questa imposta personale attestata dal vii secolo [Zuckerman 376]
ed pagata da tutti i coltivatori, liberi o pareci.
c) La synone o coemptio.
Nellepoca protobizantina, la synone designa le derrate acquistate anticipatamente dallo Stato a prezzo fisso, e poi dedotte dallimposta ordinaria. Nellxi secolo, questa tassa aveva cambiato natura ed era ripartita sui contadini, in funzione della forza lavoro di cui disponevano: uno
zeugaratos che possedeva una coppia di buoi pagava il doppio di un coltivatore che disponeva di un solo animale da tiro. La synone costituiva
uno dei prelievi complementari dellimposta di base.
Ancora una volta sono i secoli bui a creare difficolt. Secondo John
Haldon, in questepoca la synone avrebbe costituito il prelievo principale. Tale ipotesi si fonda sullidea che, a causa del forte declino della circolazione monetaria, la parte dellimposta versata in natura fosse nettamente cresciuta. Questa soluzione compatibile con il nuovo ruolo che
alcuni storici, a partire da Michael F. Hendy, hanno attribuito ai commerciari del vii e dellviii secolo. stato suggerito [Hendy 651; Haldon
386; Brandes 641] che questi ultimi avrebbero accumulato nei loro depositi le derrate provenienti dalla tassazione, e che le avrebbero redistribuite ai soldati dei temi. Nicolas Oikonomides ha giustamente obiettato che nessun testo mette i commerciari in rapporto con lesercito [635,
n. XII]; tuttavia, allo stato attuale della ricerca, non si vede unalternativa soddisfacente che possa spiegare nello stesso momento la creazione
temporanea di questo tipo di commerciario, limportanza apparente della synone e la struttura di rifornimento degli eserciti, tanto pi che la fine dei commerciari di questo tipo coincide con il ritorno alla monetarizzazione, percepibile a partire da Costantino V e di poco preceduta dal-

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lattestazione dei protonotari tematici, ai quali fu devoluta questa funzione. Bisogna per riconoscere che le nostre conoscenze sui meccanismi finanziari dei secoli bui sono ancora troppo imperfette per arrivare
a una conclusione definitiva su tali questioni.
3. Le imposte complementari.
Oltre allimposta di base, i contribuenti erano sollecitati anche quando bisognava finanziare spese straordinarie, come lequipaggiamento di
un esercito per opporsi a uninvasione nemica imprevista, nonch per
spese ricorrenti, come le corves, laccoglienza dei funzionari e le varie
sportule. Tra questi oneri, il mitaton o accoglienza dei soldati e degli ufficiali costituiva uno dei pi gravosi e dunque dei pi temuti. Questo
il motivo per cui figura al primo posto tra le servit cui domandavano
lesenzione i contribuenti influenti, in particolare i monasteri. I contadini erano colpiti da numerose corves, come la manutenzione delle strade e dei ponti, la costruzione di fortezze
Lo Stato si sforzava di moderare gli effetti negativi di queste imposizioni supplementari, talora designate con il significativo nome di epereiai o estorsioni, delimitandole con grande precisione: per esempio,
nel corso dun anno un funzionario poteva insediarsi in casa di un contribuente, o alloggiare a spese di questo, solo per un numero determinato di giorni. Tali misure lasciavano ci nondimeno adito ai peggiori abusi fiscali. Bisogna guardarsi bene dal contrapporre epoche in cui gli imperatori sarebbero riusciti a diminuire gli abusi ad altre in cui i sovrani
avrebbero dato prova di lassismo. Senza dubbio gli imperatori isaurici,
o Andronico Comneno tra 1183 e 1185, presero delle misure rigorose,
ma la corruzione rimase sempre a livello endemico, anche se qualche
esattore si distinse per abusi particolarmente gravi. Gli eccessi, per,
conducevano a confische a danno degli esattori pi avidi o maldestri, e
a rivolte dei contribuenti che talora massacravano il colpevole.
Cerano anche alcune imposte che non gravavano sulla terra, tra le
quali la pi conosciuta il kommerkion, attestato a partire dallviii secolo. riscosso da un commerciario, che per non lerede diretto dei
commerciari dellepoca alta [cfr. sopra], e si applica a tutte le transazioni mercantili al tasso normale del 10%. Sotto i Comneni, i Latini ottennero una riduzione sostanziale e, nel caso dei Veneziani, una soppressione di questa tassa, permettendo cos una concorrenza sleale e scontentando i mercanti bizantini. Il pagamento, di norma, era suddiviso a
met fra acquirente e venditore.

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4. La pressione fiscale.
La pressione fiscale ha subito delle variazioni nel corso dei secoli,
anche se le condizioni tecniche dellagricoltura hanno certo impedito
evoluzioni troppo marcate. I cronisti sono sensibili agli aumenti delle
tasse, che evidentemente scontentano i contribuenti. Sembra che tali
aumenti, sempre in relazione con limpegno militare, siano stati percepibili dapprima sotto Niceforo I, che difatti annull degli sgravi concessi precedentemente da Irene, desiderosa di crearsi un partito fedele, poi sotto Niceforo Foca, che impose a ogni categoria di soldati un
carico fiscale superiore al passato e fece finanziare il resto delle spese
militari a coloro che non partivano per il fronte, e infine sotto Alessio
Comneno, a corto di denaro allinizio del suo regno. Si possono solo fare ipotesi sui periodi di alleggerimento fiscale, con leccezione del caso
noto di Irene. possibile che la svalutazione monetaria dellxi secolo
sia stata favorevole per i contribuenti, almeno in un primo tempo, prima che lo Stato vi adattasse i suoi meccanismi di esazione [Morrisson
663]. In compenso, risulta sospetta lidea che il vii e lviii secolo siano
stati unet doro fiscale per i contadini bizantini, giacch proprio questo periodo corrisponde a uno sforzo bellico considerevole per assicurare la sopravvivenza dellImpero. I contadini hanno peraltro sicuramente beneficiato di un prelievo minimo sulla produzione, dal momento che non dovevano pi vettovagliare le citt, allora in pieno declino.
A titolo di semplice ipotesi, ci si potrebbe domandare se non sia stata
la rendita dei proprietari a fare le spese degli adeguamenti fiscali
[Zuckerman 330]. Il vii e lviii secolo potrebbero aver conosciuto un
altissimo livello di prelievo statale, inevitabile a causa delle spese, a
prezzo di un calo della rendita, che spiegherebbe la presunta minore
proporzione di grandi proprietari in questepoca; in seguito, con il ritorno della sicurezza e lacquisizione di qualche progresso agricolo, la
possibilit di una rendita pi cospicua avrebbe di nuovo reso attraente la grande propriet.
Nellxi-xii secolo, la quota delle tasse rappresentava tra un quarto e
un terzo abbondante del reddito dei contadini, a seconda che fossero locatari, e che disponessero di appezzamenti pi o meno grandi. Tali calcoli rimangono comunque semplici stime [Oikonomides 328, pp. 129135].

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5. Lesenzione fiscale.
Lestensione delle esenzioni (o exkousseiai, dal latino excusare, dispensare da un obbligo) ha provocato discussioni tra i bizantinisti, perch alcuni vi hanno visto uno dei tratti pi importanti della feudalit
bizantina e sono arrivati a fare paragoni con limmunit occidentale
[Ostrogorsky 460]. La realt sembra piuttosto differente, dal momento
che fino alla fine dellxi secolo, di norma, limposta di base, la pi importante, stata raramente oggetto di esenzione, fatti salvi gli sgravi
temporanei accordati quando un disastro aveva provocato la distruzione dei raccolti. Alcuni monasteri, vero, ottennero dei logisima (la concessione da parte dellimperatore di una somma pari alla tassa da pagare, che dunque ne risultava annullata) su una parte modesta dei loro beni. Alcune categorie della popolazione, come gli ecclesiastici o, nel x
secolo, alcuni funzionari palatini, hanno beneficiato di privilegi globali. Altri sono stati scusati perch assolvevano altri obblighi, come gli
exkoussatoi del dromo, che mantenevano i cavalli della posta imperiale
[Oikonomides 328].
Le esenzioni dalle tasse straordinarie sono in compenso ben attestate a partire dallxi secolo, quando la nostra documentazione si fa pi ricca. Si pu chiaramente evincere, sulla base dei registri di possedimenti
laici conservati, che un proprietario, quando si innalza nella scala sociale, come il gran domestico di Alessio Comneno, Gregorio Pacuriano, o
quando fa parte dellaristocrazia fin dalla nascita, come Andronico Duca, cugino di Michele VII, allora riesce a ottenere delle esenzioni importanti. I monasteri influenti, come quelli del Monte Athos, riescono
anchessi a strappare privilegi, a forza di maneggi nella capitale. I beneficiari se ne avvantaggiavano per attirare nei loro possedimenti la manodopera, sempre rara, essendo in grado di offrire ai contadini condizioni migliori rispetto ai propri concorrenti tassati per intero. Potendo
cos mettere a coltura pi terreni, si arricchivano pi rapidamente.
I privilegi legati a dei beni erano ereditabili, e, con la moltiplicazione delle donazioni imperiali (finalizzate a procurarsi dei fedeli, in particolare in periodi di instabilit politica), le perdite del fisco dovettero
accrescersi regolarmente. Due movimenti, daltro canto, ostacolavano
questa espansione. Alcuni imperatori abolivano o riducevano i vantaggi concessi dai predecessori, come nel caso di Isacco Comneno che, di
fronte alla casse vuote del Tesoro, dovette ricorrere a questa misura che
lo rese impopolare e contribu alle sue dimissioni, poich toccava laristocrazia e i monasteri della capitale. Su scala pi modesta, ma pi si-

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stematica, i funzionari del fisco tendevano a rimettere in discussione i


favori accordati. Approfittavano della perdita di documenti ufficiali o
rifiutavano di prenderli in considerazione se erano molto vecchi. La documentazione in nostro possesso prova che i proprietari cercavano di far
confermare le vecchie crisobolle dai nuovi sovrani. dunque poco probabile che le esenzioni fiscali abbiano contribuito a svuotare irreparabilmente il Tesoro prima del 1204, bench questo punto resti discutibile, ma senzaltro hanno contribuito a modificare il sistema per mezzo
del quale lo Stato si procurava entrate sufficienti.
6. Levoluzione dellxi e del xii secolo.
Occorre notare due cambiamenti principali. Da una parte lo Stato si
preoccupa sempre meno di percepire limposta fondiaria tradizionale,
sviluppando altre risorse, e daltro canto, a partire dai Comneni, riscuote meno di frequente le tasse direttamente dai contribuenti, e istituisce
la pronoia. Levoluzione della posizione statale verso tali questioni pu
essere ricostruita attraverso la sua politica riguardo alla terra clasmatica. A partire dalla fine del ix secolo, quando in una comunit una terra
abbandonata non produceva pi tasse per trentanni, era separata dal
registro comunitario e diveniva propriet statale [cfr. cap. x]. Nel x secolo, il fisco rivendeva le terre clasmatiche a un prezzo spesso ridicolo,
mentre dopo, a partire dallxi secolo, perlopi decise di tenersi le terre
e di sfruttarle per conto proprio, a causa dellaumento della manodopera. Allimposta fondiaria si aggiungeva cos la rendita dellaffitto pagato da ogni contadino al proprietario. Limpulso potrebbe essere stato
fornito da Basilio II, dato che soprattutto, avendo eseguito vaste confische, aveva accresciuto la quota delle terre pubbliche. In ogni caso, lufficio incaricato di gestire le terre possedute in proprio dal fisco (oikeiaka)
compare nella documentazione a partire dal 1030 e assume importanza
crescente per divenire, nel xii secolo, la principale cassa del fisco in provincia [Oikonomides 340].
La pronoia offre rendite statali al suo beneficiario. La devoluzione
di una rendita fiscale a un privato non una novit dalla fine dellxi secolo, poich, si visto, gli imperatori concedevano dei sekreta ai loro intimi. Lo stesso Basilio II, dopo aver vinto Barda Sclero nel 989, lo perdon e gli offr le rendite fiscali di due province dOriente. In maniera
analoga, Costantino Leicuda, prima di essere nominato patriarca, aveva dovuto restituire i documenti che gli concedevano diritti sulle enormi rendite del sekreton che gestiva la pia fondazione dei Mangani. Li-

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stituzione della pronoia inquadra definitivamente questa pratica. Si tratta dellattribuzione vitalizia, da parte dellimperatore, di una rendita
statale (imposta fondiaria di un terreno, diritti doganali ecc.) a un personaggio, non necessariamente un militare, in ricompensa di servizi resi o da rendere, se non addirittura a titolo di semplice liberalit imperiale. Lo Stato non abbandona dunque i suoi diritti teorici e pu riprendersi il suo bene nel caso il servizio in questione non sia reso. Lo Stato
concede perlopi una quantit di tasse che i contribuenti non versano
pi allesattore, ma al pronoiaro; e pu eventualmente accordare delle
donazioni di pareci; ovvero, i pareci che lavorano sulle terre dello Stato e pagano contemporaneamente una tassa e un affitto pi o meno fusi nello stesso versamento, il pakton, adesso versano la somma al beneficiario della pronoia [Kazhdan 389].
Lo Stato evitava cos ogni intermediario tra il contribuente e il funzionario, in un momento in cui cercava di ridurre il costo dellamministrazione. Il beneficiario si vedeva procurate rendite pi regolari, perch se le procurava egli stesso. In precedenza, non era raro lamentare
gravi ritardi nel versamento delle rogai, che condussero a ribellioni militari, in particolare durante la crisi monetaria della seconda met dellxi secolo, mentre non si notano simili movimenti presso i pronoiari,
prima del 1204.
In linea di principio, per il contribuente non cambiava nulla, in quanto lagente del pronoiaro si sostituiva al funzionario del fisco. Il versamento delle tasse a un privato non era una pratica radicalmente nuova,
poich la tecnica del logisimon o del solemnion autorizzava il beneficiario a percepire per proprio conto le imposte dovute per i suoi possedimenti terrieri, che cos dunque aumentavano notevolmente la propria
rendita.
I primi casi noti di pronoia hanno riguardato alcuni parenti stretti di
Alessio Comneno, i suoi fratelli Isacco e Adriano e suo cognato Niceforo Melisseno. Quando i monaci di Lavra, sul Monte Athos, appresero
che avrebbero dovuto pagare le tasse a Isacco, fratello di Alessio, divennero inquieti per il timore di essere espropriati dei beni a profitto di
Isacco, e per rassicurarli ci volle la garanzia dellimperatore che le cose
non stavano affatto cos. I pronoiari non avevano il diritto di modificare il tasso dimposta, ma il contribuente non aveva pi legami diretti con
lamministrazione fiscale centrale.
Nel corso del xii secolo, la pronoia si diffuse per pagare i funzionari,
in particolare i soldati [cfr. cap. vii, pp. 185-86], per somme molto pi
modeste di quelle accordate ai membri della famiglia imperiale. Questi
ultimi peraltro continuarono a riceverne, com il caso del cesare Gio-

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vanni Rogerio nella regione di Strumitza o del cesare Ranieri di Monferrato, genero di Manuele Comneno, che ottenne le tasse di Tessalonica. A paragone dellexkousseia, la pronoia aveva il vantaggio di essere
commisurata alla durata del servizio reso. Era per sua natura vitalizia e
non trasmissibile. Quando un funzionario non risultava soddisfacente,
gli veniva ritirata.
A lungo andare, tuttavia, il fisco rischiava di rimetterci, soprattutto
in caso di espansione economica. Se al pronoiaro veniva assegnato un
villaggio, questultimo poteva svilupparsi nel contesto favorevole del xii
secolo, dimodoch il pronoiaro vedeva aumentare le proprie rendite senza che lo Stato gli riprendesse le eccedenze, perch i funzionari incaricati della perequazione fiscale nelle province, gli exisotai, passavano solo di rado nei villaggi. Se, per disgrazia, le rendite del pronoiaro non corrispondevano pi a quanto gli era dovuto, questi non mancava di
rivolgersi al fisco per farsi integrare la pronoia. Infine, poteva stabilirsi
una relazione di dipendenza tra un grande pronoiaro e i suoi contribuenti, cosa che dava al primo uninfluenza sociale suscettibile di essere esercitata a discapito dellimperatore. I pronoiari pi importanti mantenevano unamministrazione parallela i cui responsabili ottenevano, tramite il proprio capo, varie dignit imperiali e si facevano rispettare con
guardie del corpo. Queste amministrazioni finivano dunque per sostituirsi a quella statale, e davano loro unautorit diretta sui sudditi del
basileus. Nel 1204, dopo la caduta di Costantinopoli, questi grandi pronoiari negoziarono spesso la loro resa di fronte ai conquistatori latini,
come nel caso del Peloponneso. La pronoia conobbe unevoluzione che
accentuava i suoi inconvenienti e fin tardivamente per divenire ereditaria, ma solo dopo il 1204.
7. Il ruolo dello Stato nelleconomia.
Per il tramite della fiscalit, lo Stato prelevava una parte della produzione e disponeva duna gran quantit di denaro contante, che non
solo costituiva il suo principale strumento dinfluenza sociale ma ne faceva anche, necessariamente, il primo attore delleconomia bizantina.
inutile insistere sulla sua funzione di redistribuzione per mezzo del
versamento delle rogai e pi tardi della concessione delle rendite. Il ruolo dello Stato nelleconomia stato oggetto di interpretazioni divergenti. Nessuno difende pi lidea di uno Stato che controllava gli scambi,
eccezion fatta per qualche prodotto strategico, come le armi, il legno
da costruzione e i tessuti di porpora. Lo Stato si limitava a regolare i

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mercati, compresi quelli concessi a potenze straniere (Bulgaria o principato di Kiev, emirato di Aleppo, pi tardi Venezia). Si ignora per
quale parte rappresentasse il mercato nel contesto degli scambi. La risposta deve essere calibrata a seconda delle epoche. Prima del x secolo, lo Stato sembra intervenire per stimolare il grande commercio reso
letargico dalle circostanze. Pu essere spiegato cos il prestito forzato
imposto agli armatori da Niceforo I [cfr. cap. xii, p. 317]. Leconomia
di mercato, se possiamo concederci questo anacronismo, vede aumentare la propria importanza nel corso dei secoli, con limpiego ritrovato
della moneta e, senza dubbio, laccrescimento delle eccedenze agricole che provoca, indirettamente, un nuovo sviluppo delle produzioni di
lusso. Questo sviluppo non impedisce peraltro la sopravvivenza del baratto, anche nellepoca in cui la monetarizzazione pi avanzata [Saradi 329]. La parte sempre pi importante che svolsero negli scambi i
mercanti italiani, i migliori rappresentanti di questa libert di scambio,
caratteristica di tale evoluzione. Angeliki Laiou accetterebbe lipotesi alta di una parte del 40% occupata da prodotti non agricoli nel
contesto della parte monetarizzata delleconomia del xii secolo [612,
p. 691]. Lo Stato interviene nel commercio degli oggetti di lusso, sia
come committente sia come fornitore sia, infine, come regolatore. Le
sete tessute nel laboratorio del blattion sotto lautorit di un arconte
costituiscono una risorsa politica e diplomatica. Il valore dei beni preziosi stoccati nelle riserve delleidikon o dei vestiaria, il pubblico e il privato, tutti situati nel Gran Palazzo, era sicuramente considerevole, salvo in tempo di crisi. La legislazione interviene per far rispettare una
concorrenza leale, in particolare per evitare che i magnati o i ricchi proprietari privino gli artigiani di materie prime o invadano il mercato con
i propri prodotti, o ancora non volgano a proprio profitto lorganizzazione delle fiere.
Come ha ben sintetizzato Laiou nel suo contributo allEconomic History of Byzantium [612, pp. 681-96] sugli scambi non commerciali, i doni degli imperatori ai sovrani stranieri comportano a volte somme considerevoli, in beni preziosi o in contanti, e raggiungono lequivalente di
parecchie centinaia di migliaia di monete doro, mentre le somme registrate nei contratti italiani tra commercianti nel xii secolo si esprimevano ancora in centinaia o al massimo migliaia di iperperi.

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ii. la legge.
Limperatore resta lunica fonte delle leggi, alle quali non personalmente sottoposto (princeps legibus solutus est), con leccezione delle consuetudini locali che sono utilizzate per difetto, relativamente a questioni secondarie, quando non contraddicano la legislazione imperiale. Limperatore affida a dei professionisti, come i questori, la redazione dei testi
giuridici. A questa attivit legislatrice si aggiungono le numerose risposte alle questioni di diritto sollevate dai funzionari dellImpero. Queste
lyseis costituiscono la giurisprudenza. Ci si interrogati sullinfluenza
della cristianizzazione sullevoluzione del diritto bizantino. Dopo aver
stimato in passato che tale influenza fosse nettamente percepibile a partire dallepoca di Giustiniano, oggi gli specialisti sono pi prudenti, considerando che le pratiche sociali e le tradizioni, talora ereditate dallantichit pi remota, hanno anchesse influenzato il diritto imperiale, al
punto che difficile determinare i vari apporti [Beaucamp 269]. In alcuni ambiti tuttavia, come il diritto matrimoniale, linfluenza della Chiesa si manifesta nella riduzione delle possibilit di divorzio, e si accresce
al punto che le controversie in questo ambito furono progressivamente
risolte solo davanti a tribunali ecclesiastici.
1. I codici.
a) LEcloga.
LEcloga (scelta di leggi) costituisce il primo tentativo di rinnovamento globale della legge in vigore dal tempo di Giustiniano. Non
un caso se fu promulgata nel 741, quando si affermava il potere degli
Isaurici. molto breve rispetto al Codice giustinianeo, ma i suoi 18 titoli affrontavano i principali aspetti della vita quotidiana. LEcloga fu
accresciuta di appendici che riprendevano testi anteriori, tra cui la Legge agraria. Questa non un testo imperiale, daterebbe allepoca di Giustiniano II, comprende 85 articoli e tratta di problemi pratici del mondo rurale, come il furto di bestiame, lo spostamento di recinti, i danni
al raccolto. La popolarit di questopera fu tale che il suo contenuto
venne incorporato nellHexabiblos, compilazione del giurista Costantino Armenopulo risalente al xiv secolo. La Legge militare ricorda che i

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soldati sono immuni dalla giurisdizione civile, salvo in caso di adulterio, e tratta principalmente delle punizioni da infliggere ai soldati colpevoli di diserzione, insubordinazione o saccheggio. Le Legge rodia concerne le questioni marittime, e annovera delle clausole che regolano la
spartizione dei profitti tra lequipaggio e larmatore. In questi casi, linfluenza del cristianesimo si fa sentire nella relativa moderazione delle
punizioni, in cui alla pena capitale si sostituiscono le mutilazioni, o, al
contrario, riducendo i casi in cui un matrimonio o un fidanzamento potevano essere rotti.
b) I Basilika.
Lusurpatore Basilio I, desideroso di atteggiarsi a buon sovrano, affront il problema del riordino delle leggi e decise di rielaborare un nuovo codice. LEpanagoge o meglio Isagoge (Introduzione), composta da
40 titoli, in parte sotto linfluenza del patriarca Fozio, fu la prima raccolta a comparire, ma venne sostituita poco dopo dal Procheiron (Manuale), anchesso composto da 40 titoli, in cui si correggevano i presunti errori di Fozio. I due codici avevano per fonte comune il Corpus
Iuris Civilis. I Basilika, promulgati sotto Leone VI, comprendevano 60
libri organizzati tematicamente. Il testo ancora una volta basato sulla
compilazione del Digesto e del Codice di Giustiniano, in traduzione greca, nonch sulle novelle di questo sovrano, con leliminazione delle disposizioni giudicate superflue o obsolete. I giurisperiti hanno rapidamente aggiunto dei commentari (scoli), spesso derivati da commentatori del vi e vii secolo. Altri ancora hanno elaborato delle opere che
facilitavano la consultazione dei Basilika, la pi conosciuta delle quali,
la Synopsis Basilicorum Maior, ha goduto di unampia diffusione. Numerosi manoscritti conservano anche, in appendice, le novelle degli imperatori macedoni e dei Comneni.
2. Le novelle.
Gli imperatori completavano incessantemente le leggi esistenti, in
qualit di fonti della Legge. La difesa dei beni stratiotici gener tutta
una serie di novelle promulgate dagli imperatori che vanno da Leone
VI a Basilio II. Leone VI fu un legislatore particolarmente prolisso, e
ci pervenuta una collezione di 113 sue novelle, che cercavano in particolare di armonizzare il diritto imperiale e il diritto canonico [Noailles 86]. La prima met di queste leggi riguarda il diritto delle persone,

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il matrimonio limperatore della Tetragamia condanna formalmente


le terze nozze! , le doti, leredit, ladozione, ormai resa possibile per
gli eunuchi.
3. La formazione dei giuristi.
Qualsiasi insegnamento pubblico del diritto era cessato dopo il vii
secolo. Le esigenze non erano le stesse per i futuri funzionari o per i
giovani destinati a divenire notai o tabulari. I funzionari dellImpero,
in particolare i giudici, non erano necessariamente tenuti ad acquisire
conoscenze giuridiche approfondite, in quanto erano aiutati da giurisperiti. Lidea di educare a Palazzo gli ausiliari diretti del potere risale allepoca del cesare Barda, ma fu Costantino Monomaco a rifondare
una cattedra pubblica, quella di nomophylax, che affid a uno dei suoi
vecchi consiglieri, Giovanni Xifilino, futuro patriarca, e che fu installata nella grande fondazione imperiale dei Mangani. Questo insegnamento era in primo luogo destinato a formare alti funzionari competenti. Si ha la sensazione che il livello e il numero di buoni giuristi sia
regolarmente aumentato nellxi e xii secolo, e che la precisione degli
atti conservati, in particolare quelli dellAthos, vada regolarmente crescendo, senza che il 1204 causi in questambito una flessione duratura. Leducazione di tabulari o notai nota dal Libro delleparco. Per ottenere uno dei 24 posti di notaio privato a Costantinopoli, gli apprendisti dovevano conoscere a mente i 60 libri dei Basilika. Esistevano
delle scuole professionali, che sembrano legate a quelle che fornivano
un insegnamento generale, come la scuola situata nella chiesa dei Quaranta Martiri [Magdalino 570, pp. 34-37]. Si poteva anche assistere ai
corsi del nomophylax, a meno che questultimo non si fosse limitato a
formare i notai pubblici.
Chi praticava la giurisprudenza disponeva di manuali: oltre alla Synopsis dei Basilika, il Tipoukeitos, redatto prima del 1100, costituiva un
indice dei Basilika, integrato da riferimenti alle fonti. Nel 1142 un giurista rimasto anonimo inizi un commentario dei Basilika intitolato Ecloga Basilicorum, ma tratt solo dieci libri su sessanta, con linclusione di
elementi della legislazione pi recente e di esempi concreti.

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iii. lamministrazione centrale.


Limperatore governa con lintermediazione dei suoi subordinati, i
funzionari, che hanno il potere solamente per delega del sovrano. Di
conseguenza, la responsabilit di eventuali abusi imputata allimperatore in carica e talora giustifica delle rivolte. Limperatore emette documenti tramite la cancelleria. Il pi solenne, attestato fin dal tempo
della dinastia macedone, il logos crisobollo, suggellato, come indica
il nome, da una bolla doro. La parola logos, la data (mese e indizione),
il legimus e la firma completa dellimperatore (N., basileus e autocratore dei Romani, fedele in Cristo Dio) sono vergati in cinabro (inchiostro
vermiglio). Questa serie di parole scritte di pugno dal sovrano porta il
nome di menologio. Le crisobolle sono destinate a garantire dei privilegi, compresi trattati con potenze straniere, come nel caso dei privilegi
accordati ai Veneziani da Basilio II o Alessio Comneno.
Per rendere nota la sua volont, limperatore inviava prostagmata o
prostaxeis, brevi documenti che recavano la firma del sovrano vergata
con il cinabro, ai funzionari, affinch applicassero la decisione imperiale.
1. I consiglieri dellimperatore.
Nel Medioevo nessuna istituzione paragonabile al concistoro dellepoca costantiniana. Limperatore sceglie secondo la sua volont la cerchia ristretta dei consiglieri. Di norma, sono presenti i pi elevati funzionari civili e i generali pi importanti. Un imperatore come Leone VI,
che non condusse mai un esercito, sembra avere a lungo contato sui consigli di Niceforo Foca il Vecchio, da lui promosso a domestico delle scholae. Le reggenti dellImpero sentirono spesso la necessit di appoggiarsi a un consigliere privilegiato: Teodora, madre di Michele III, si pose
sotto linfluenza di un eunuco, il logoteta del dromo Teoctisto; Maria
di Antiochia, madre di Alessio II Comneno, affid il potere a un parente del defunto sposo, il protosebasto e protovestiario Alessio Comneno.
Nellxi secolo, durante il quale si susseguirono imperatori a volte inesperti e poco inclini a interessarsi ai dettagli del governo, il consigliere
privilegiato aveva una posizione riconosciuta e nei testi viene definito
il mesazon (intermediario) o il paradynasteuon (colui che affianca il

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potere), titoli peraltro che non furono mai ufficiali. A partire dal regno di Alessio Comneno, il consiglio imperiale si confonde con la riunione dei parenti stretti dellimperatore, i quali ormai occupano anche
le pi alte funzioni. Possediamo pochissimi resoconti di tali riunioni.
Michele Attaleiata, che assistette al consiglio precedente alla battaglia
di Mantzikert, ci mostra Romano Diogene che sollecita il parere dei partecipanti, i quali sembrano esprimersi con una certa libert esponendo
opinioni divergenti sul modo di difendere le frontiere orientali dellImpero. La decisione finale presa dallimperatore.
Alessio Comneno, appena arrivato al potere, affid gli affari interni
dellImpero alla madre, Anna Dalassena, poco esperta e dotata senza
dubbio di scarsa istruzione. Per aiutarla, cre la funzione di logoteta dei
sekreta, incaricato di supervisionare lamministrazione civile, funzione
che rimase anche dopo lallontanamento di Anna.
2. Il reclutamento e la remunerazione dei funzionari.
Il reclutamento dei burocrati si effettuava, naturale, anche in funzione delle competenze dellinteressato, in particolare nellambito del
diritto e della retorica, ma soprattutto per raccomandazione. I legami
di parentela, di clientela, una provincia dorigine comune facilitavano
linizio della carriera. Spesso, un funzionario o un membro dellalto clero intercedevano presso il sovrano per collocare elementi brillanti della
loro citt dorigine, e questi ultimi, a loro volta, introducevano i loro cadetti. cos che i fratelli Coniati giunsero al culmine della gerarchia, civile per Niceta ed ecclesiastica per Michele. Erano tenuti a essere leali
e gli imperatori, dai quali ottenevano il proprio potere, pretendevano
da loro un giuramento di fedelt (pistis).
Le modalit di retribuzione dei funzionari sono variate a seconda del
tempo e della funzione esercitata. Di norma, come si visto [cfr. cap.
iv, p. 93], lo Stato assicurava loro una rendita regolare sotto forma duno stipendio (roga), accresciuto da unannona proporzionale allimportanza della carica. A questo si sommavano i vantaggi in natura forniti
dagli amministrati, vitto e alloggio. Numerosi funzionari ricevevano una
gratificazione (synetheia o sportula) per gli atti che redigevano in favore di un beneficiario. Le somme erano in linea di principio fissate per
legge, ma non mancavano gli abusi, a prestar fede alle lamentele degli
amministrati.
I funzionari civili sembrerebbero aver goduto di introiti pi cospicui di quelli dei colleghi che servivano nellesercito. Non erano tanto le

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rogai a essere pi elevate, quanto le synetheiai che fornivano sostanziosi complementi. Non abbiamo esempi concreti anteriori allepoca tardoantica, ma ricordiamo che nel vi secolo il giovane Giovanni Lido riceveva come exceptor presso la prefettura del pretorio un salario da 10
a 20 nomismata, ma ne aveva guadagnati 1000 a titolo di emolumenti
per i suoi atti, cifra di sicuro eccezionale per un debuttante. In epoca
medievale, una parte dei funzionari civili subalterni era direttamente remunerata dagli utenti, e doveva acquistare la propria carica a carissimo
prezzo, da 20 a 60 libbre doro per gli esempi conosciuti. Le rendite risultanti erano per considerevoli, almeno per quanto riguarda i funzionari del fisco. Alcuni militari erano pagati secondo modalit analoghe.
il caso dello stratego di Mesopotamia, che tradizionalmente percepiva le imposte commerciali della sua provincia di frontiera. Si noter comunque lassenza di uniformit e lesistenza di numerose pratiche specifiche dovute alle tradizioni locali.
Gli imperatori avevano accordato elevate rendite di questo tipo nella speranza di ridurre lendemica corruzione; quella dei giudici di tema
era la pi criticata, perch comportava delle sentenze inique. Limperatore Andronico I Comneno decise di innalzare notevolmente il loro stipendio, a condizione che rinunciassero a intascare bustarelle. Leffetto
della riforma non super la breve durata del regno di questo sovrano.
In aggiunta ai loro introiti monetari, i funzionari in missione fuori dalla capitale potevano esigere lalloggio per s e per il seguito, oltre il vettovagliamento, sotto forma di kaniskia, piccoli panieri che contenevano per esempio del pollame. Anche queste prestazioni secondarie erano strettamente regolamentate da testi, ma ci non impediva gli abusi.
Le rendite dei funzionari pi elevati servivano anche a retribuire il
loro entourage, il seguito che li accompagnava nellesercizio della loro
funzione, in particolare in provincia, e che li distingueva dagli altri funzionari subalterni inviati da Costantinopoli. Questo entourage permetteva a uno stratego di tema, per esempio, di farsi rispettare dagli aristocratici della sua provincia, anchessi provvisti del loro seguito personale [Oikonomides 240].

iv. i principali servizi statali.


Nelle pagine seguenti verranno menzionati solo i principali servizi e
i relativi funzionari [per lamministrazione di Costantinopoli, cfr. cap.

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xi]. Gli uffici di Costantinopoli erano popolati anche di giovani segretari (grammatikoi), i pi talentuosi dei quali potevano sperare in una bella carriera, e di un personale subalterno di notai, incaricati di redigere
i documenti amministrativi, spesso reclutati nelle famiglie dellaristocrazia civile.
1. La cancelleria1.
In epoca medievale, la cancelleria diretta da un protoasekretis che
ha al suo servizio dei notai (asekretai). Questo ufficio approntava gli atti imperiali, tra cui le crisobolle, i prostagmata e le leggi, scritte in reparti specializzati. Il contenuto degli atti era verificato dal preposito del
calamaio (epi tou kanikleiou), che successivamente apponeva i segni di
autenticazione in inchiostro purpureo (cinabro) prima di farli firmare,
se necessario, dallimperatore.
2. Le finanze.
NellAntichit, i servizi finanziari erano stati dominati dal prefetto
del pretorio, dal comes delle sacre largizioni (comes sacrarum largitionum)
e dal comes del patrimonio privato (comes rei privatae), che scomparvero tutti nel corso della prima met del vii secolo [Haldon 126]. Furono
sostituiti da diversi grandi sekreta, diretti da funzionari chiamati logoteti, spesso antichi subordinati del prefetto e dei comites scomparsi. Lantica distinzione tra beni della Corona e beni fiscali fu mantenuta.
Il logoteta del genikon (generale) dirige il principale servizio fiscale e riscuote limposta sulla terra. I suoi sottoposti hanno competenza
per stabilire i registri fiscali (cartulari), rivedere il catasto, laddove esiste (epopti), riscuotere le tasse (dieceti). Nicolas Oikonomides, in un
saggio fondamentale [635, n. VIII], ha mostrato levoluzione della funzione del commerciario, che appaltata, dalla met del vii secolo fino
allepoca di Leone III, ai pi importanti personaggi dello Stato. In questa stessa epoca, i depositi (apothekai) dei commerciari sono attestati in
tutte le province dellImpero e non pi solo in Oriente, come nel vi secolo. Lautore attribuisce questa estensione allo sviluppo della sericoltura e della produzione di seta, ipotesi che stata accolta con scetticismo. Eppure, come si visto, laltra ipotesi proposta, la raccolta della
synone, si scontra con pesanti obiezioni. A partire dal ix secolo, i commerciari divennero semplici esattori dei diritti di transazione sui mer-

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cati, e i loro sigilli perdono limmagine dellimperatore in carica che li


distingueva dagli altri funzionari.
Il comes delle acque, incaricato di riscuotere le tasse sulla distribuzione dellacqua, e il comes della Lamia, incaricato di raccogliere e senza dubbio di distribuire il grano annonario destinato ai funzionari, dipendono anchessi dal logoteta del genikon.
Il logoteta dello stratiotikon si occupa del reclutamento e del finanziamento dellesercito. Aggiorna inoltre i ruoli militari, in particolare
quelli dove sono registrate le strateiai che compongono le liste dei soldati mobilitabili dei vari temi.
Il preposito della sacella, apparso solo nel ix secolo, responsabile
del Tesoro statale. Come riflesso della molteplicit dei suoi compiti, dispone di numerosi subordinati. Ha autorit, tra laltro, sui protonotari
dei temi, sui controllori dei pesi e delle misure (zygostatai), e sui responsabili delle pie fondazioni che non sono indipendenti, come gli xenodochoi (ospitalieri), gerokomoi (direttori dospizio).
Il cartulario del vestiarion pubblico era responsabile dellarsenale, dove erano conservati il necessario per equipaggiare una flotta nonch, senza dubbio, riserve di metalli preziosi, giacch da lui dipendevano non
solo lexartistes (capo dellarsenale), ma anche larconte tes charages, direttore del dipartimento dove si batteva moneta.
Il preposito alleidikon o idikon, ossia il Tesoro speciale o privato, disponeva di riserve monetarie e di oggetti preziosi (doro e di seta) che
utilizzava per equipaggiare una flotta e per pagare le rogai. Comandava
inoltre i capimastri degli opifici (arconti degli ergadosia) che fornivano
gli oggetti preziosi distribuiti a Palazzo.
Infine, il sacellario, la cui prima funzione risale a Zenone, era in origine un membro del sacrum cubiculum. A partire dal vii secolo, gli imperatori hanno affidato ai sacellari, loro uomini di fiducia, dei comandi
che non si limitavano alle loro competenze finanziarie. Nellviii secolo,
il sacellario divenuto il controllore delle finanze dello Stato, e ha notai che lo rappresentano in ciascun ufficio.
3. Le istituzioni pie.
Le case pie (euageis oikoi) sono strutturate sullo stesso modello dei
grandi oikoi laici, e possiedono vaste propriet fondiarie in tutto lImpero, amministrate da un personale di intendenti specializzati. Le loro
rendite erano, in linea di principio, destinate a opere di carit, ma furono spesso stornate in favore di protetti dellimperatore. Tali fondazio-

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ni ottennero unimportanza crescente a partire dal ix secolo, e in numerosi casi ottennero lindipendenza amministrativa. Il grande curatore
gestisce i possedimenti imperiali, nello specifico con lintermediazione
di intendenti (episkeptitai), per essere sostituito nellxi secolo dalleconomo delle case pie. Il curatore dei Mangani ha la responsabilit di uno
dei pi grandi possedimenti imperiali, riorganizzato e dotato di almeno
una grande propriet da Basilio I, e poi di nuovo largamente dotato da
Costantino IX Monomaco. Lorfanotrofo dirige il grande orfanotrofio
di Costantinopoli [Miller 634], che acquista importanza a partire dallxi
secolo:
gli abitanti hanno un alloggio, e ottengono senza sforzo vesti e nutrimento dalla mano imperiale. La cosa pi sorprendente che questi indigenti, come se fossero ricchi proprietari terrieri dotati di rendite dogni sorta, hanno come intendente
e amministratore dei loro mezzi di sussistenza limperatore in persona e i suoi collaboratori [Anna Comnena, Alessiade, 15.7.5].

4. Il dromo.
A partire dallviii secolo, il logoteta del dromo (lantico cursus publicus), aiutato da un protonotario, si occupa della manutenzione della rete stradale, fa circolare corrieri che portano i messaggi imperiali, sorveglia i funzionari provinciali e dirige i servizi di spionaggio [Koutrakou
223; Jacoby 222]. Il logoteta riceve le ambasciate straniere e garantisce
il loro alloggio e la loro sicurezza. Fungendo contemporaneamente da
capo dei servizi segreti e da ministro degli Esteri, dunque sempre un
intimo dellimperatore.
Gli ambasciatori non erano professionisti, ma erano scelti per la loro
lealt e la conoscenza del paese in cui si recavano, o almeno del suo sovrano. Perlopi partivano in coppia, e uno dei due era un ecclesiastico,
in particolare quando si recavano in un paese musulmano. Portavano con
s propri servitori e i regali da offrire, dei quali si redigeva una lista dettagliata affinch non se ne perdesse qualcuno per strada. Avevano il diritto di portarsi dietro mercanzie da vendere, e questo permetteva loro
di rientrare nelle spese e di essere remunerati per queste lunghe missioni. In linea di massima i salvacondotti erano rispettati, ma Leone Cherosfacta trascorse qualche tempo nelle prigioni dello zar Simeone, e Niceforo Urano fu detenuto per anni a Bagdad dal califfo. Non bisogna per
dimenticare che Urano fu accusato di aver tentato di avvelenare Barda
Sclero, allora rifugiato in quella citt [Shepard 1067].

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5. La giustizia.
La responsabilit della giustizia era suddivisa tra numerose istituzioni di cui non sempre facile definire le competenze, che per giunta cambiavano nel corso del tempo. Se limperatore chiaramente il giudice
supremo che pu avocare qualsiasi processo in appello, ogni funzionario a capo dun servizio detiene una parte del potere giudiziario: lo stratego dispone di unampia autorit disciplinare sui suoi soldati, il questore tratta questioni di eredit, il prefetto di questioni commerciali, il genikos di contenziosi fiscali Tali funzionari non sono necessariamente
giuristi di formazione, ma sono assistiti da esperti. Se ignoriamo gran
parte del funzionamento del sistema giudiziario nei secoli bui, che comunque doveva essere perlopi in continuit con lepoca precedente,
con i governatori (o arconti) che esercitavano tale funzione nelle province, a partire dal ix secolo si vede emergere invece un gruppo di giudici
specializzati. I collegi dei giudici dellIppodromo e del Velo sono attestati per la prima volta nel Taktikon scorialensis (971-75). Si riunivano
in seduta nellippodromo coperto del Gran Palazzo. probabile che i
giudici del Velo rappresentassero unlite, selezionata tra quelli dellIppodromo. Parecchi di loro servivano fuori dalla capitale per presiedere
i tribunali dei temi.
In seguito allaccrescersi del numero di cause, come portato dello sviluppo demografico ed economico, apparvero nuovi presidenti di tribunale. Il drungario della Veglia cessa, intorno al 1030, di essere un capo
militare per presiedere al pi importante tribunale di Costantinopoli.
La Peira, raccolta giurisprudenziale, testimonia dellattivit di uno dei
primi titolari di questa carica nonch uno dei pi innovatori, Eustazio
Romeo [Oikonomides 346]. Sappiamo grazie a una novella di Manuele
Comneno che nel xii secolo la giustizia era amministrata da quattro funzionari: il drungario della Veglia, il protoasekretis, il dikaiophylax e il misterioso prokathemenos ton demosiakon [Macrides 299; Gkioutzioukosta 347].
6. Levoluzione dellamministrazione sotto i Comneni.
Le riforme di Alessio Comneno, nelle quali non si distingue un piano dinsieme, miravano a ridurre il numero dei servizi e ad adattare lamministrazione alle nuove realt fiscali [Magdalino 344]. Cos il genikon,
lo stratiotikon e leidikon declinano prima di scomparire del tutto. Cam-

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biano le attribuzioni di altri uffici: il sacellario cessa di controllare le finanze per divenire il capo dun servizio che ha giurisdizione sugli scali
marittimi e la marina mercantile. Nel xii secolo, lepi ton oikeiakon riscuote la maggior parte degli introiti provinciali, e il vestiario pubblico
diventato la principale cassa fiscale, mentre il Phylax la cassa privata dellimperatore. Due capi contabili, il gran logariasta degli uffici e il
logariasta degli uffici pii, che sostituisce leconomo delle case pie e il curatore dei Mangani, dirigono la contabilit del fisco; la distinzione tra
beni del fisco e beni della corona resta in vigore. Le funzioni di beneficenza del vecchio economo delle case pie passano allorfanotrofo, che
presiede un ufficio rafforzato dallassegnazione di altre fondazioni decadenti, e assicura i principali servizi sociali: ricoveri per vecchi, ospedali, ostelli e naturalmente orfanotrofi, tra cui quello di Costantinopoli che ospitava una scuola per i bambini pi dotati, di ogni origine.

v. lamministrazione provinciale.
1. I temi.
Le circoscrizioni in cui venivano reclutati i corpi darmata [cfr. cap.
vii, p. 167] divennero dei temi e formarono i nuovi quadri dellamministrazione provinciale. Queste strategie (sedi di strateghi) sono poco numerose intorno al 700: gli Anatolici, gli Armeniaci, i Tracesi e lOpsikion in Oriente, la Tracia, lEllade e la Sicilia in Occidente. Successivamente i temi si moltiplicano, a partire dallviii secolo a causa della
suddivisione delle grandi circoscrizioni dellAsia Minore, dove il potere degli strateghi appariva troppo minaccioso nei confronti dellimperatore, e poi, nel ix e x secolo, a causa della riconquista progressiva dei
territori perduti nei Balcani e nellAsia Minore.
Due regioni si sottraggono a questa evoluzione, lAfrica e lItalia continentale che restano entrambe sotto lautorit di un esarca. Questo funzionario, che gestisce le province pi lontane da Costantinopoli, riunisce in s la duplice autorit civile e militare, a motivo della necessit di
prendere iniziative rapide, di fronte alla minaccia dei Longobardi in Italia e dei Mauri, seguiti dagli Arabi, in Africa. Queste province furono
perdute prima che i temi avessero assunto la propria forma definitiva.
Il comandante della circoscrizione cessa di essere un magister militum
o stratelates ed ormai chiamato stratego. In un primo tempo, esercita

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solamente responsabilit militari sui suoi uomini e, oltretutto, i sigilli


dei primi strateghi non precisano nemmeno il luogo dove esercitano la
propria autorit. I governatori o arconti continuano, fino alla prima met
del ix secolo, a esercitare le funzioni civili: nel taktikon Uspenskij (842843) vengono ancora menzionati simultaneamente larconte e lo stratego di Creta. Anche la prefettura del pretorio dellIllirico, arretrata a
Tessalonica, menzionata fino agli inizi del ix secolo. In seguito lo stratego o il drungario per i temi marittimi risulta lunica autorit dellamministrazione provinciale [Winkelman 341].
Lo stratego dispone, nellambito del tema, dei poteri che il sovrano
gli ha delegato. La durata del suo comando resta a discrezione dellimperatore. Alcuni basileis, come Costantino V o Basilio II, lasciarono gli
strateghi in carica per molti anni, mentre altri sovrani li trasferirono dopo uno o due anni di esercizio. Lo stratego dirige le operazioni militari,
accompagnato dai suoi turmarchi e circondato dal suo stato maggiore:
il suo comes della tenda, il suo comes delleteria, il suo centarca (capo di
un battaglione di 100 soldati), il suo domestico, ossia lufficiale a capo
dei soldati dei tagmata stazionati sul territorio del tema. Ai suoi ordini,
un cartulario aggiorna i ruoli militari e fa rapporto al logoteta dello stratiotikon, mentre il protonotario raccoglie lequipaggiamento militare e
controlla anche lamministrazione civile.
Lamministrazione civile dei temi conosciuta male fino al x secolo. Il dieceta riscuote le tasse nellambito di una circoscrizione pi piccola del tema. Il krites o giudice non appare sui sigilli prima del x secolo, proprio lepoca in cui gli strateghi cominciano a lamentarsi della sua
attivit, in particolare a danno dei soldati [Vlyssidou 352]. Questi giudici di tema, perlopi connessi ai tribunali della capitale [cfr. sopra], sono inviati in missione nei temi al massimo per qualche anno. Il loro potere si accresce costantemente, al punto che nellxi secolo sono divenuti i veri capi dellamministrazione provinciale al posto degli strateghi, e
hanno autorit su tutto lapparato fiscale che nel frattempo si sviluppato, con i cartulari, gli epopti (revisori del catasto) e gli anagrapheis (dotati di funzioni molto simili ai precedenti, appaiono frequentemente sui
sigilli a partire dallepoca iconoclasta, ma non nei taktika). In alcune province, lamministratore civile prende il nome di praitor. Per limitare lonnipotenza dei giudici, fu creata la carica di epi ton kriseon, il cui titolare rispondeva alle questioni tecniche poste dai giudici provinciali ed esaminava in appello le loro decisioni.

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2. Levoluzione dei temi.


I temi diminuirono progressivamente di superficie a mano a mano
che i grandi temi delle origini venivano divisi, bench questi ultimi conservassero unestensione pi grande di quella delle nuove creazioni. Alle frontiere, i valichi (kleisourai) erano difesi da un ufficiale, il clisurarca, che era indipendente dallo stratego; queste clisure avevano la tendenza, con lavanzamento delle frontiere, a trasformarsi in temi, come
attesta la storia della clisura di Seleucia. Nella seconda met del x secolo, con laccentuarsi dellavanzata vittoriosa dei Bizantini, furono annessi nuovi territori, principalmente in Oriente, ma furono divisi in piccoli temi il cui territorio, a volte, non racchiudeva molto pi duna fortezza e dellimmediato circondario. Una parte di questi nuovi temi
furono designati con il nome di armenika themata, poich erano situati
nelle antiche province dellArmenia depoca giustinianea ed erano in
parte popolati di Armeni ma non disponevano delle infrastrutture dun
tema tradizionale [Seibt 350]. A partire da Basilio II, pertanto, un unico giudice provinciale aveva competenza sugli armenika themata nel loro insieme.
Le decine di nuovi temi censiti nel taktikon dellEscorial non potevano ospitare permanentemente guarnigioni sufficienti. Quando Giovanni Tzimisce sal al potere, decise di riformare lorganizzazione dei
temi di confine, creando una nuova circoscrizione militare molto pi vasta, il ducato o catapanato. Il suo capo, il dux (duca) o catapano, raggruppava le truppe di numerosi temi, formando cos una forza operativa sufficiente per far fronte agli attacchi nemici. Il dux di Antiochia,
che difendeva la metropoli riconquistata nel 969, disponeva di parecchie migliaia di uomini, composte da distaccamenti dei tagmata, tra i
quali spesso le scholae. Non certo che i duces abbiano avuto autorit
sui giudici dei temi posti sotto la loro responsabilit. I grandi temi tradizionali furono a loro volta comandati da duces, nel corso della seconda met dellxi secolo, in concomitanza con la scomparsa delle truppe
tematiche [Cheynet 369].
In maniera analoga, a dei funzionari civili furono affidate missioni
che debordavano dal quadro del tema e si estendevano a tutto lOccidente o a tutto lOriente. Si conoscono cos degli exisotai dOccidente,
incaricati di ripartire pi equamente il carico fiscale, nonch degli economi delle case pie dOccidente.
Sotto Alessio Comneno lorganizzazione dellAsia Minore fu sconvolta dallinsediamento dei Selgiuchidi. La nomina dei duces si genera-

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lizz persino nei vecchi piccoli temi e, nei primi anni del regno, sono attestati duces la cui autorit non si estendeva molto al di l di una citt
fortificata e del suo territorio. Dopo lo sforzo bellico dei primi due decenni e la parziale riconquista, Alessio e i suoi successori restaurarono i
temi dellovest e del nord dellAsia Minore, ai quali si aggiunse la Cilicia nei periodi di controllo bizantino. Nel xii secolo il dux, che domina
nuovamente una vasta circoscrizione, ha ormai autorit su tutti i funzionari del suo tema, e cessano di essere menzionati il krites o il praitor,
salvo nellEllade-Peloponneso, sfuggito alla militarizzazione e posto sotto il megaduca al quale fornisce i mezzi per mantenere la flotta. Alla vigilia della IV crociata, si assiste a una nuova frammentazione delle circoscrizioni che risulta rispecchiata nella Partitio Romaniae, redatta nel
1204 per conto dei conquistatori latini.
I rapporti degli abitanti con lamministrazione restano pochissimo
conosciuti. Si colpiti dal contrasto tra quanto riportato dai testi narrativi e dalla Peira dove spiccano i casi di malversazioni, estorsioni, a
volte di ribellioni degli interessati da una parte, e dallaltra limpressione duna amministrazione che funzionava conformemente alle regole, quale emerge dalla documentazione superstite, principalmente quella degli archivi monastici. Senza dubbio i monasteri dovettero battersi
per limitare gli sconfinamenti degli esattori, ma questi ultimi sembrerebbero agire sempre nel nome degli interessi del fisco, e non a loro vantaggio. ugualmente difficile scovare casi inconfutabili di intervento
iniquo a favore dei potenti a danno dei deboli. A volte un imperatore, come Costantino VII, spediva in provincia degli inviati personali
per porre fine agli abusi pi flagranti, o che provocavano laperto malcontento dei sudditi.
I giudici e gli esattori si scontravano talora con i notabili locali, sotto la cui egida si poneva volentieri la popolazione rurale nella speranza
di essere protetta dagli abusi. per questo motivo che i contadini scelsero spesso di abbandonare la loro comunit per stabilirsi nei latifondi,
bench a priori ci fossero maggiori gravami. Alla fine del xii secolo, Michele Coniata, metropolita di Atene, si lamentava di dover vedere i suoi
concittadini privi di protettori che limitassero le estorsioni come in Euripo o a Tebe. Per fare un esempio, il megaduca Michele Strifno aveva
fatto riscuotere per due volte la stessa tassa destinata a equipaggiare una
flotta.
I presunti misfatti dellamministrazione hanno contribuito allindebolimento dellImpero, erodendo i sentimenti di lealt dei provinciali
nei confronti del centro? A leggere i fratelli Coniati, si sarebbe tentati
di rispondere di s [Herrin 1136]. Michele Coniata riporta i sentimenti

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del suo gregge nei confronti di Costantinopoli, che si nutre di tutta la


ricchezza delle province senza fornire nulla di buono in cambio, soprattutto la cosa pi importante, la sicurezza delle persone e dei beni minacciati dal banditismo terrestre e marittimo. Niceta Coniata conserva lamaro ricordo dei contadini che videro i profughi del 1204 espulsi dalla capitale e non mostrarono alcuna compassione, ritenendo che quegli
sventurati si trovassero adesso nella condizione di tutti gli altri. Senza
dubbio tali testimonianze risalgono a un periodo di problemi acuti, quello della dinastia degli Angeli, ma altri indizi mostrano che, se i provinciali non ottenevano la sicurezza da essi pretesa in cambio del pagamento delle tasse, e se limperatore non dava ascolto ai notabili scelti per
rappresentarli al suo cospetto, allora si arrogavano il diritto di trattare
con gli invasori, pagani o musulmani che fossero, per ottenere migliori
condizioni. La lunga esistenza dellImpero prova per che tali circostanze si verificarono solo raramente.
Bisogna distinguere due momenti nella storia dei rapporti dellautorit centrale con i provinciali. Fino allxi secolo, numerosi funzionari
e anche alcuni ecclesiastici ottenevano degli incarichi nella provincia dorigine. Nonostante fosse proibito per legge, vi furono numerosi
strateghi e anche qualche dux che servirono dove le loro famiglie erano
influenti: per esempio i Focadi, i Maleini, i Diogeni nel cuore dellAsia
Minore. Pur servendo limperatore, questi aristocratici governavano la
provincia con laiuto della propria clientela, dal momento che collocavano dei parenti tra i funzionari subordinati, indubbiamente pi spesso di quanto ci permettano di dimostrare i testi conservati. I provinciali cos trovavano un appoggio naturale presso il sovrano, che per correva il rischio, in caso di rivolta, dun loro eccessivo attaccamento allo
stratego. La frequente rotazione degli strateghi tentava di ovviare a questo pericolo. Alcuni strateghi non servivano per molto pi dun anno,
ma alcuni imperatori, fiduciosi nella propria autorit, come Basilio II,
costituirono una sorta di squadra mantenendo a lungo in carica i medesimi strateghi, o duces. Nel corso dellxi secolo e dopo la perdita dellAsia Minore, questo legame tra le province e la capitale si and modificando, giacch laristocrazia si concentrava sempre pi, per volont dei
sovrani, a Costantinopoli. I duces o pretori dei temi furono sempre pi
spesso considerati dagli autoctoni come inviati del potere centrale.

Le informazioni sullamministrazione centrale e provinciale provengono da Oikonomides [28


e 345], Ahrweiler [335] e Magdalino [344].

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jean-claude cheynet
vii. Lesercito e la marina

Per comprendere il ruolo vitale dellesercito basta osservare che esso permise allImpero di sopravvivere alla peggiore crisi esterna che abbia conosciuto, nel vii e nellviii secolo, e poi di ristabilire la sua situazione nellepoca successiva. Costantino VII non affermava forse: Lesercito costituisce la testa del corpo dello Stato [Zepos 89, I, p. 222]?
La storia dellesercito non pu essere separata da quella della fiscalit,
dal momento che la maggior parte delle risorse dellImpero fu sempre
consacrata alla sua difesa. Tale storia, daltronde, illustra perfettamente le capacit riformatrici di Bisanzio, dal momento che, nel corso di alcuni secoli, lorganizzazione militare fu ripetutamente stravolta per adattarla alle nuove situazioni. Le fonti narrative, tuttavia, menzionano solo in maniera allusiva tali cambiamenti, mentre i trattati militari, ispirati
a modelli antichi a volte copiati di peso ma anche attualizzati in funzione dellesperienza dei contemporanei (in particolare nel ix e nel x secolo), sono difficili da interpretare. Ulteriori informazioni sono fornite
dalle liste di precedenza, sempre per lepoca del ix-x secolo, nonch, per
tutto il periodo, dai sigilli degli ufficiali. Tramite tali fonti si pu apprendere, almeno parzialmente, comera reclutato il corpo ufficiali e quali erano i reggimenti in servizio o le circoscrizioni provviste di effettivi.
1. Themata e tagmata.
a) La presunta riforma dei temi.
La brutalit della conquista persiana e poi araba non lasci alle autorit militari bizantine il tempo di attuare riforme a breve termine, ammesso che avessero concepito una simile idea. Gli storici moderni, in
particolare sulla scia di Georg Ostrogorsky, hanno per molto tempo attribuito a Eraclio la riforma tematica, che spiegherebbe la ripresa avvenuta nellultima fase della guerra persiana con la trasformazione di un

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esercito di mercenari in un esercito reclutato nellImpero allinterno di


nuove, ampie circoscrizioni militari. Inoltre aveva un certo fascino attribuire allultimo grande imperatore militare dellAntichit la paternit
delle misure che alla fine assicurarono la sopravvivenza dellImpero.
Come ha ricordato Constantin Zuckerman nel primo volume di Il
mondo bizantino (p. 153), tra lesercito romano e il cosiddetto esercito
bizantino prevale in realt il principio di continuit, e nel corso del millennio bizantino, per quanto una serie di lente mutazioni abbia provocato ampie trasformazioni negli eserciti imperiali, sempre possibile osservare, anche dopo i cambiamenti avvenuti, tracce delle antiche strutture.
Quando Costante II eredit lesercito del nonno nel 641, lo trov in
piena riorganizzazione. Le grandi unit del passato restano identificabili, dal momento che i contingenti degli eserciti dOriente (Anatole) ripiegarono in Asia Minore, mentre quelli insediati nellArmenia bizantina (le quattro province create da Giustiniano) tennero probabilmente
la posizione, giacch queste province furono salvate infatti solamente lArmenia esterna, in cui non erano stanziate in permanenza truppe
bizantine, pass progressivamente sotto il dominio degli Arabi. Lesercito di Tracia, utilizzato invano per riconquistare lEgitto prima della
morte di Eraclio, fu infine stanziato nella parte occidentale dellAsia
Minore, non subito dopo la sua sconfitta ad Alessandria ma in una data anteriore al 711. Gli eserciti dItalia e dAfrica sopravvivevano, pur
sottoposti a una forte pressione dai rispettivi avversari, Longobardi e
Mauri, ma furono costretti a notevoli arretramenti senza che si possa
dire se le guarnigioni dei territori perduti si fossero ritirate oppure se
fossero semplicemente diminuiti gli effettivi, anche se la seconda ipotesi quella di gran lunga pi plausibile. Nel corso della seconda met del
vii secolo, gli elementi stanziati in Asia Minore furono mantenuti in
quella posizione, dal momento che la prospettiva di una riconquista si
faceva sempre pi remota. Il corpo dlite (obsequium/opsikion), erede
dei praesentales, che attorniava Eraclio al tempo della guerra persiana,
si stabil nel nord-ovest dellAsia Minore. Nel 687 una jussio di Giustiniano II, conservata nel Liber pontificalis, si rivolge agli eserciti dellOpsikion, degli Anatolici, della Tracia, degli Armeniaci, ma anche a quelli dItalia, dei Carabisiani, di Septem (Ceuta), di Sardegna e dAfrica,
situati in regioni che non si trasformarono in temi. In quella data, i futuri temi sono ancora dei corpi darmata, ma la zona dove essi reclutavano i propri effettivi prese progressivamente il nome delle truppe che
vi erano stanziate. In un primo tempo, queste circoscrizioni avevano solamente carattere militare, e lamministrazione civile fu esercitata nel

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quadro delle province tradizionali (Bitinia, Ellesponto, Asia ecc.) fino


alla prima met del ix secolo, quando il tema territoriale divenne lunico riferimento amministrativo [sullorganizzazione dei temi, cfr. cap.
vi]. Si trovano per tracce dellorganizzazione originaria, giacch in tutti i taktika gli strateghi dei quattro grandi temi originari dOriente,
essi stessi successori dei contingenti dellinizio del vii secolo, mantengono la precedenza su tutti gli altri strateghi.
Questi temi non sono dunque il frutto di una riforma che potrebbe
essere accreditata a un imperatore preciso, ma derivano semplicemente
dallantico esercito centrale dellImpero, ridispiegato nelle province
orientali che si era riusciti a conservare. N, daltro canto, costituiscono la prosecuzione dei limitanei del Basso Impero, contrariamente alla
vecchia opinione ancora difesa da Martha Gregoriou-Ioannidou [385],
dal momento che i limitanei erano scomparsi anche prima delle trasformazioni della seconda met del vii secolo. La sopravvivenza di antiche
unit pu essere nuovamente osservata quando si verifica la suddivisione di tali temi: lopsikion, per esempio, aveva incorporato i buccellari e
gli ottimati. Nellviii secolo furono creati due temi omonimi, ricavati
dallantica circoscrizione dellOpsikion. Allo stesso modo, lunit di lite dei federati [Zuckerman in MB I, pp. 178-79], associata allesercito
di Oriente, agli inizi del ix secolo ben attestata in Pisidia, regione che
dipendeva dal tema degli Anatolici. Ancora pi significativamente, tra
le unit menzionate nel contesto della preparazione della spedizione del
911 contro Creta, risultano ancora mobilitati, precisamente nel tema dei
Tracesi, il turmarca dei Victores e quello dei Theodosiaci, reggimenti anticamente posti sotto lautorit del magister militum per Thracias secondo la Notitia Dignitatum [Haldon 387].
Quando la situazione militare ebbe bisogno di una nuova ripartizione delle truppe, questa ebbe luogo in una forma che preannuncia il tema. La Sicilia, ormai in prima linea contro i musulmani stabiliti nella
prefettura dAfrica, divenne una circoscrizione a parte alla fine del vii
secolo. Il consolidamento delle posizioni bizantine contro gli Slavi permise la creazione, nel medesimo periodo, delle strategie dellEllade e
di Tracia. In maniera pi generale, il numero di circoscrizioni si accrebbe, sia per suddivisione delle grandi entit originarie, a partire dallviii
secolo, sia tramite la creazione di nuovi temi ricavati dai territori riconquistati, a partire dalla seconda met del ix secolo. Nel ix secolo e nella prima met del x le armate tematiche difesero lAnatolia contro le incursioni, ormai pi limitate, dei musulmani, appoggiandosi a un servizio di guardia sui passi del Tauro che permetteva di proteggere le
popolazioni, e su una tattica basata sulle imboscate e sulluso delle for-

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tezze per indebolire lavversario prima di sferrargli lultimo colpo e liberare i prigionieri. Limportanza dei valichi fu riconosciuta con la creazione di clisure, come nel caso di Seleucia dIsauria, le quali, affidate a
un clisurarca, qualche volta si svilupparono in un tema [Ferluga 370].
Questa guerra di frontiera, acritica, cre una temperie spirituale che
glorificava le prodezze militari degli ufficiali al comando dei difensori
bizantini, la cui eco era diffusa in tutta lAnatolia dai poemi e dai canti acritici.
b) Lorganizzazione e il reclutamento dellesercito tematico.
Lo stratego del tema comandava da due a tre turmarchi, talora chiamati merarchi, che a loro volta avevano autorit sui drungari e i comites posti a capo dei banda [Ahrweiler 355]. Poteva peraltro capitare che
pi temi fossero temporaneamente riuniti sotto lautorit di uno stratego unico designato nelle fonti con il titolo di monostratego. Le modalit di reclutamento dei soldati tematici sono essenzialmente conosciute tramite i testi giuridici. Il titolo 16 dellEcloga permette di conoscere la situazione sotto gli Isaurici. Il soldato un volontario, proprietario
delle sue armi, che dipende dalla famiglia per lacquisto dellequipaggiamento e il sostentamento; di conseguenza, deve dividere i frutti del suo
lavoro, a eccezione delle gratifiche eccezionali ottenute per eventi bellici, almeno durante i primi tredici anni di servizio. Passato questo tempo, il soldato possiede a titolo personale il proprio equipaggiamento e
diviene padrone del proprio salario. Chiaramente, la famiglia che ha investito nellequipaggiamento e nel sostentamento di uno dei suoi membri ha diritto, in cambio, a un rimborso delle spese.
Nel x secolo, il sistema ha subito unevoluzione: parecchi soldati dei
temi combattono solo occasionalmente, ma a fianco dello stratego si
formato un nucleo di soldati dlite, sempre a disposizione. Le famiglie
devono fornire un combattente equipaggiato di armi (lancia, scudo, spada e, per la minoranza dei pi ricchi, unarmatura) e munito di cavallo,
in quanto i temi sono ancora eserciti di cavalleria. Quando per la famiglia non era in grado di inviare un uomo allesercito, per esempio se
il marito ucciso in guerra o fatto prigioniero aveva lasciato solo figli in
minore et, allora era tenuta a pagare una compensazione, o a trovare
un sostituto. Veniva espressamente raccomandato agli strateghi, quando convocavano gli uomini registrati nei ruoli, di scegliere solamente
quelli atti al combattimento: dovevano, di conseguenza, scartare i pi
giovani e i pi anziani. Queste disposizioni presuppongono che il nume-

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ro di famiglie registrate fosse nettamente superiore al numero di soldati effettivamente mobilitati. Oltre a questi arruolamenti regolari, era
sempre possibile fare appello a contadini muniti dun armamento pi
leggero, archi o lance, per svolgere mansioni difensive, in particolare
rinforzare le guarnigioni o bloccare un valico.
Il soldato, mobilitabile a partire da 18 anni, serviva per ventiquattro anni. Possedeva le proprie armi e almeno un cavallo, perch in origine le truppe sono composte quasi esclusivamente da cavalieri (kaballarika). Doveva presentarsi allappello (adnoumion) munito duna scorta di vettovaglie per qualche settimana.
c) La costituzione duna marina da guerra.
LImpero non aveva una vera e propria marina da guerra, in mancanza di avversari pericolosi nel Mediterraneo orientale, prima della
met del vii secolo. In quellepoca gli Arabi si erano impadroniti degli
arsenali della Siria-Palestina e dellEgitto e avevano costruito una flotta, indispensabile se si voleva intraprendere lassedio di Costantinopoli. Dopo che gli Arabi, in seguito alle incursioni su Cipro, ebbero dimostrato daver fatto rapidi progressi, Costante II li affront nel 655 nei
pressi della costa licia, con una flotta che sembra essere stata scarsamente manovrabile rispetto a quella nemica, composta, a quanto pare, da
imbarcazioni di taglia molto ridotta, ma maneggevoli. Il primo assedio
di Costantinopoli sottoline la vulnerabilit della difesa bizantina, impotente a fermare lavanzata delle navi arabe. Nel 687, nella lista fornita dalla jussio di Giustiniano II, sono attestati i Carabisiani, identificati come marinai da altri testi. Secondo Hlne Ahrweiler, essi servivano in una flotta creata per opporsi alle navi arabe [377]. Si anche
proposto di individuare nei Carabisiani gli eredi della Quaestura exercitus istituita da Giustiniano I, che comprendeva le Cicladi e Cipro [Hendy
652, pp. 652-53], ma questa nuova prefettura aveva come unico obiettivo quello di sostenere finanziariamente le province danubiane devastate, e non di formare ununit da combattimento. Questa squadra potrebbe allora derivare dalle imbarcazioni costruite da Costante II al tempo della sua spedizione in Sicilia, a partire da una nuova corve pubblica
imposta per la prima volta in questa provincia [Zuckerman 376], ma lipotesi contestata [Prigent 1228]. I Carabisiani, forse per non aver saputo intercettare le flotte arabe che bloccarono Costantinopoli nel 717718, decaddero poco dopo a vantaggio delle flotte tematiche, la principale delle quali, quella dei Cibirreoti, era reclutata nel sud-ovest dellAsia
Minore e nelle isole vicine. Il suo stratego era assistito da alcuni drun-

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gari marittimi che, a differenza dei colleghi dellesercito terrestre, avevano competenza su una circoscrizione molto ampia: il Mar Egeo, il Kolpos, le Cicladi. Questultima circoscrizione costituiva lunico vero vantaggio dei Bizantini nella guerra contro gli Arabi, giacch disponeva di
abbondanti riserve di legname da costruzione, mentre gli avversari erano costretti a servirsi nelle foreste della Licia.
Nel ix secolo, ovvero pi tardi di quanto era avvenuto per lesercito
terrestre, nella capitale fu insediata una squadra centrale sotto il comando del drungario ton ploimon, ulteriormente rafforzata nel secolo successivo. Fu essa a costituire il cuore delle grandi spedizioni offensive. A
partire da questa data, per circa due secoli, la difesa marittima si suddivise a tre livelli: la flotta costantinopolitana, le flotte provinciali e le flottiglie dei temi terrestri dotati dun litorale. Gli arsenali, le imbarcazioni, lequipaggiamento, il fuoco greco erano dispersi nellImpero, ma per
la massima parte erano concentrati a Costantinopoli, sotto la responsabilit del preposito alleidikon o nei porti della Propontide. I marinai
delle flotte provinciali furono reclutati secondo le stesse modalit dei
soldati dei temi. La strateia marittima, meno costosa, si mantenne pi a
lungo giacch ancora attestata sotto Michele VII (1071-78) [Ahrweiler 377; Eickoff 379].
La residenza prolungata dei soldati in uno stesso tema e il reclutamento regionale rafforzarono lo spirito di corpo delle unit, costituendo un
innegabile vantaggio nei confronti degli Arabi. Queste unit tuttavia manifestarono la tendenza a seguire fedelmente i propri strateghi quando
questi si ribellavano, e non un caso se il momento della formazione delle truppe tematiche coincide con il maggior peso dellesercito nella vita
politica dellImpero. A numerose riprese, gli strateghi degli Anatolici trascinarono i propri uomini alla conquista del potere, e due di essi, i futuri imperatori Leone III e Leone V, ebbero successo.
d) La formazione dun nuovo esercito da campagna.
Quando gli Isaurici salirono al potere, lesercito era ampiamente distribuito nelle province, anche se un contingente pi importante era stato insediato nei pressi di Costantinopoli, nellOpsikion, a costituire il
nucleo delle truppe che accompagnavano limperatore nelle spedizioni
militari. Questa ripartizione era pi adatta a una posizione difensiva,
ma nel corso dellviii secolo gli imperatori furono sempre pi in grado
di condurre delle offensive organizzate, dapprima contro gli Slavi poi
contro i Bulgari e gli Arabi. La mobilitazione degli eserciti provinciali
richiedeva del tempo e solo eccezionalmente poteva durare pi di qual-

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che mese. Inoltre, gli imperatori erano privi di truppe per la loro protezione personale. Liniziativa della creazione dun nuovo esercito permanente sembra risalire a Costantino V. Dopo la fallita rivolta di Artavasde, sostenuto dallOpsikion e dagli Armeniaci, Costantino V comprese al contempo la necessit di diminuire gli effettivi dellOpsikion,
troppo vicini alla capitale in caso di rivolta, e lutilit di disporre di truppe totalmente fedeli, capaci di sostituire lOpsikion e di assicurare la difesa della capitale. Sembra che in questa data limperatore abbia avuto
a sua disposizione, grazie a una fiscalit adesso pi produttiva, somme
pi rilevanti che gli permettevano di pagare nuovamente in contanti un
maggior numero di soldati. I contemporanei erano coscienti della natura differente dei themata e dei nuovi battaglioni chiamati, per distinguerli, tagmata [Haldon 371]. Le scholae avevano formato fino al vi secolo una unit dlite, prima di divenire un reggimento da parata, ma
Costantino V le fece tornare una unit combattente ponendo a capo di
essa un domestico, destinato a divenire, nel ix secolo, capo di stato maggiore dellesercito e comandante delle truppe in assenza dellimperatore. Anche il reggimento degli escubiti (excubitores), comandato da un comes e poi da un domestico, fu integrato nella guardia personale dellimperatore. Costantino V supervision il reclutamento dei soldati e ne fece
uno dei pilastri della sua politica iconoclasta.
Limperatrice Irene purg i tagmata esistenti, giudicando peraltro pi
sicuro crearsi un reggimento dalla fedelt assoluta. Organizz cos lArithmos, noto anche come la Veglia, sotto gli ordini di un drungario, senza dubbio a partire da elementi provinciali [Haldon 371]. Numerosi successori la imitarono. Niceforo I, che la spodest nell802, si appoggi ai
Federati che fece giungere dalla Licaonia e a una nuova unit, gli Icanati. Giovanni Tzimisce infine cre, dopo il suo colpo di stato del 969, il
reggimento degli Athanatoi (Immortali) per disporre duna unit affidabile allinterno dun esercito ancora in gran parte fedele ai parenti del
predecessore, Niceforo Foca. Gli Immortali furono sciolti, a quanto pare, sotto Basilio II, forse perch troppo legati allesercito dOriente, che
gli si era ribellato. Sotto Basilio II e i suoi successori, fu il reggimento
straniero dei Variaghi ad assicurare la sicurezza del Gran Palazzo, pur
essendo anche impegnato in maniera decisiva contro il nemico, che fosse bulgaro, pecenego o franco.
I soldati dei tagmata, originariamente cavalieri ai quali, a partire dal
x secolo, furono aggiunti dei fanti, erano reclutati su base volontaria,
sia tra i pi valorosi soldati dei temi, previa valutazione e beneplacito
del loro stratego, sia tra i giovani pi aitanti. Come i soldati dei temi,
erano reclutati a partire dai 18 anni e servivano fino a 40; in compen-

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so, erano meglio retribuiti e ricevevano le armi dallo Stato. A Costantinopoli, larconte dellarmamenton era responsabile dellarmeria [Haldon 371, pp. 297-325].
La moltiplicazione dei tagmata corrisponde anche a una necessit di
ordine strategico. Quando lImpero, nel x secolo, riprese liniziativa su
tutti i fronti, i generali ebbero bisogno di reggimenti costantemente
pronti alla mobilitazione e capaci di condurre delle campagne della durata di pi anni, per giunta lontano dalle proprie basi. Lesercito fin
progressivamente per essere composto da soldati professionisti, con una
evoluzione che corrispondeva al concomitante declino dei themata e allo sviluppo economico che forniva al Tesoro i mezzi per pagare in denaro contante una gran massa di combattenti.
In un primo tempo gli imperatori, in particolare Niceforo Foca, cercarono di rafforzare il nucleo dei soldati permanenti dei temi e di creare una cavalleria pesante, i catafratti, incaricati di sfondare le linee nemiche con la loro carica. Equipaggiati con un armamento difensivo pi
costoso, il corpo protetto da una corazza, in groppa a un cavallo parimenti protetto, si distinguevano infine per il fatto di servirsi, oltre che
di spada e lancia tradizionali, della mazza da guerra. Nel secolo successivo, questa cavalleria fu sostituita dai Franchi. Nella seconda met dellxi secolo, levoluzione aveva raggiunto la sua conclusione e i themata,
teoricamente ancora mobilitabili, non avevano pi alcuna efficacia operativa, come mostra lo sfortunato tentativo di radunarli a opera di Romano IV Diogene al principio del suo regno [Cheynet 396]. Limperatore vide arrivare solamente delle truppe cenciose, mal equipaggiate,
perch lesercito effettivo era composto solamente dai tagmata comandati da duces o catapani, anche negli antichi temi. Difatti, sotto Michele VII, il futuro imperatore Niceforo Botaneiata fu promosso dux degli
Anatolici. Il nucleo permanente dellesercito di questo tema era divenuto a sua volta un tagma.
La gerarchia dei tagmata era differente da quella dei temi. Le unit
erano poste sotto gli ordini di domestici, come quello delle scholae. Con
laumento delle attivit militari, il comando di queste grandi unit fu diviso in due. A partire da Romano II, vi fu un domestico delle scholae
per lOriente e uno per lOccidente, e poi anche le altre unit, come
quella degli escubiti, furono divise secondo questo modello. Le grandi
circoscrizioni confinarie, create a partire dal regno di Giovanni Tzimisce, furono poste sotto lautorit di duces o catapani, assistiti da un topoteretes. Avevano ai loro ordini dei tassiarchi, alla testa dun reggimento di mille fanti, la met dei quali armati di lance e laltra di giavellotti
o di archi. La fanteria tagmatica, quandera radunata, obbediva a un ar-

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chegetes dOriente o dOccidente. Letnarca era a capo dei mercenari


stranieri, e lacoluto, sicuramente, dei Variaghi [Oikonomides 28;
Ahrweiler 335].
Sotto i Comneni, la struttura dellesercito non sub cambiamenti, nonostante il rovescio subito in Anatolia di fronte allavanzata dei Selgiuchidi. Continu a essere composta unicamente da reggimenti professionali. Gli antichi tagmata imperiali, come gli icanati e lArithmos, non superarono il regno di Basilio II, mentre le scholae e gli escubiti
scomparvero prima della fine dellxi secolo. Molti tagmata continuarono a essere reclutati fra gli stranieri, perlopi Franchi, ma anche Turchi. I primi erano spesso ingaggiati per un tempo limitato, e quando rientravano nel paese dorigine servivano da agenti reclutatori. Per ragioni
di efficacia, il reggimento era di norma costituito da una sola etnia e il
comandante apparteneva spesso alla stessa popolazione. Possediamo una
lista di comandanti di tagmata franchi della seconda met dellxi secolo: Herv, Crispin, Roussel de Bailleul, Umbertopulo, questo appartenente alla seconda generazione dei Franchi stanziati nellImpero [Shepard 437; Cheynet 382]. Nelle liste di esenzione dal mitaton accordate
ai monasteri atoniti, si pu rilevare, a partire dalla pi sviluppata, nel
1088, che in Macedonia potevano essere alloggiati dei Russi, Variaghi,
Culpingi (non identificati), Inglesi, Franchi, Nemitzi (Bavaresi), Bulgari, Saraceni, Alani e Abasgi, senza contare i Romani [Oikonomides 328,
pp. 264-72]. Occorre precisare che non bisogna vedere in questa lunga
lista la prova duna pressione fiscale insostenibile, ma soltanto la precauzione dei monaci contro ogni domanda degli agenti del fisco che avrebbero potuto attaccarsi a una lacuna del documento per farli pagare.

Tabella 2.
Strutture comparate del tema e del tagma.
Fonte: Oikonomides 28; Ahrweiler 335.
thema

comandante
comandante in seconda
stato maggiore
ufficiali superiori
ufficiali subalterni
a

stratego
ek prosopou
un comes della tenda
un domestico
un cartulario
turmarchi o merarchi
drungari e comites

tagma (scholae)

domestico (o comes)a
topoteretes
un cartulario
un proximos
comites
domestici e protiktores

A partire dallxi secolo, i tagmata possono essere agli ordini di duchi o catapani.

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Gli imperatori cercarono tuttavia di conservare un reclutamento autoctono. Michele VII Duca, di fronte alla ribellione di una parte dei suoi
tagmata franchi, aveva ricostituito il tagma degli Athanatoi radunando
soldati dellAsia Minore, ma tale reggimento scomparve rapidamente.
Il destino del tagma degli Archontopouloi, creato da Alessio Comneno
raggruppando i figli dei caduti in combattimento, non fu molto pi felice, giacch fu decimato dai Peceneghi.
Sotto i Comneni lesercito conserv sempre dei reggimenti indigeni,
come testimoniano le numerose attestazioni di tagmata composti da soldati macedoni, alcuni dei quali sorvegliavano il Palazzo imperiale sotto
gli Angeli. Il continuo ricorso allesercito professionale si spiega grazie
alla sua efficacia, giacch il reclutamento veniva effettuato in funzione
delle armi. Gli arcieri a cavallo erano appannaggio dei Peceneghi o dei
Turchi, i popoli pi esperti nella pratica del tiro con larco. La cavalleria pesante era fornita dai Latini, preferibilmente i Normanni, perch
nessuno meglio di loro sapeva caricare in maniera irresistibile. Nonostante gli sforzi degli imperatori, in particolare Manuele Comneno, i Bizantini non giunsero mai a competere con i Latini in questo settore, e
questa fu una delle ragioni che provoc linquietudine dei Greci verso i
crociati, in particolare in occasione della IV crociata quando linferiorit tecnica dei cavalieri greci fu evidente.
e) Levoluzione della marina.
Dopo la riconquista di Creta nel 961 e lindebolimento delle flotte
arabe, la marina, il cui mantenimento sempre costoso, non ha pi un
ruolo prioritario e cade rapidamente in decadenza. Le sue missioni si limitano alla caccia ai corsari musulmani che realizzano ancora dei colpi
notevoli. Nellxi secolo, i suoi quadri sono in parte costituiti da ufficiali in congedo dellesercito di terra, poco motivati. Larrivo dei Turchi
non cambi immediatamente la situazione al punto che Alessio Comneno, di fronte allinvasione normanna del 1081, non aveva pi una flotta capace di opporsi al passaggio del canale di Otranto, e non aveva risorse finanziarie da dedicare agli arsenali. Questo stato di necessit lo
spinse a fare appello alla flotta veneziana, a prezzo di concessioni commerciali. Il trattato con i Veneziani comport conseguenze economiche
non da poco, a lungo termine, ma al momento della stipula, senza dubbio nel 1082, rappresentava la soluzione pi razionale su un piano strategico ed economico.
Nel momento in cui ne ebbe la possibilit materiale, Alessio ricostru
una squadra navale capace di respingere lemiro Tsacha, che a sua vol-

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ta si era fabbricato una flotta negli arsenali di Smirne per depredare le


isole. Limperatore impieg la nuova flotta anche per sorvegliare lavanzata dei crociati. Le navi bizantine furono affidate a duces e la funzione di megaduca attestata per la prima volta intorno al 1092. Questo
ufficiale comandava linsieme della flotta e a volte coordinava delle operazioni combinate navali e terrestri. Sotto i Comneni e gli Angeli questa carica cos importante fu quasi sempre affidata a un parente dellimperatore. Nel xii secolo Manuele Comneno, consapevole dellaccrescimento della potenza navale dei Latini in particolare i Normanni di
Sicilia, che allinizio del suo regno avevano devastato gran parte dellEllade e del Peloponneso , decise di riappropriarsi della sua libert di manovra nel Mediterraneo orientale e ricostitu una flotta operativa, capace di trasportare un forte esercito in Egitto. Un simile sforzo non pot
essere portato avanti sotto la dinastia degli Angeli per motivi economici. Isacco II fece ancora sbarcare un corpo di spedizione a Cipro, allora
governata da Isacco Comneno che non riconosceva pi il governo di Costantinopoli, ma la sua squadra navale fu dispersa da quella dun ammiraglio siciliano. Alessio III fece appello a degli avventurieri latini per
contrastare la crescente pirateria degli Occidentali, soprattutto Genovesi e Pisani, ma non riusc a rendere sicure le vie commerciali marittime. Nel 1203, il sovrano pot contrapporre soltanto una miserabile flottiglia alla potente squadra veneziana che trasport i crociati fino a Costantinopoli [Ahrweiler 377].
f) Il ruolo degli stranieri.
I Bizantini accolsero sempre i volontari che desideravano servire lImpero, o reclutarono i pi temibili fra i propri avversari. Nel vi secolo,
numerosi corpi dlite erano di origine barbarica, gotica o longobarda.
Successivamente, nel corso dei peggiori decenni dellarretramento bizantino, gli stranieri furono meno invogliati a servire lImpero, con lunica eccezione degli Armeni. Questi ultimi fuggivano dal loro paese, sia
che disapprovassero la politica di conciliazione con gli Arabi applicata
dai loro governanti, sia che vi fossero costretti, a causa della repressione delle rivolte al momento in cui i califfi svilupparono la provincia di
Arminiya. Il tentativo di Giustiniano II di arruolare in massa gli Slavi,
ai quali aveva dato delle terre, fu un fallimento, ma rimasero unit slave pi modeste. Occorre attendere il ix secolo perch un forte contingente di Persiani sotto Nasr/Teofobo si insedi in Asia Minore. Nel secolo successivo, i Banu Habib, degli arabi cristiani, disertarono e giunsero a rinforzare in modo cospicuo le truppe di frontiera. Gli Armeni

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continuarono ad affluire, ma a partire dal x secolo gli eserciti bizantini


divennero pi compositi, come sottolineano le fonti arabe: vi si trovano Franchi [Cheynet 382], Bulgari, Arabi, e sempre parecchi Armeni.
Lattrattiva di Bisanzio, che ha fama di essere generosa, spinge i capi stranieri ad andare a cercar fortuna nellImpero, dove vengono ingaggiati con le proprie truppe. Talvolta laffare andava a finire male: il russo Chrysocheir, parente di Vladimiro di Kiev, fu massacrato con i suoi
uomini dei quali si temeva il comportamento, ma al contrario Harald, futuro re di Norvegia, giunto a Costantinopoli con alcune centinaia dei
suoi, fu uno degli eroi delle guerre di Sicilia e di Bulgaria, prima di tornare a casa ricoperto di ricchezze. Altri, come il georgiano Gregorio Pacuriano, restarono per sempre nellImpero e vi fondarono una famiglia
dal brillante destino. Lo stesso Gregorio giunse alla posizione di domestico delle scholae sotto Alessio I e fond a Bakovo, in Bulgaria, un monastero dove accolse i suoi compagni scampati a numerose guerre. Gli
stranieri furono dunque ben accolti, soprattutto quelli che venivano da
Oriente ma nel xii secolo anche degli ufficiali latini misero radici. A
questi stranieri, giunti dalle terre al di fuori dei confini, si aggiungevano
i contingenti delle popolazioni sconfitte stabilite allinterno dellImpero
(e perci non pi veramente stranieri), come gli Slavi delle sclavinie nel
vii-ix secolo, i Bulgari o i Peceneghi, attivi negli eserciti dei Comneni.
Limperatore rinforzava puntualmente le proprie truppe convocando gli alleati (symmachoi), compresi alcuni pagani, ingaggiati per il tempo di una campagna, che non integravano i quadri dellesercito regolare ma venivano lasciati combattere sotto i propri capi. Nel 1091, Alessio Comneno, disperatamente a corto di effettivi, si alle con i Cumani
per sbarazzarsi dun altro popolo nomade, i Peceneghi. Dopo la vittoria
comune, i Cumani tornarono nel loro accampamento situato a nord del
Danubio, carichi della parte di bottino attribuita loro in anticipo daccordo con limperatore.
Larruolamento di stranieri suscit spesso delle critiche, man mano
che il loro numero aumentava. Nellxi secolo, una parte dellopinione
pubblica, rispecchiata da Cecaumeno [415], giudicava eccessivi i favori
loro accordati dagli imperatori. Questa lamentela non era infondata, poich gli stranieri, nella seconda met dellxi secolo, ottennero spesso delle dignit superiori a quelle assegnate agli autoctoni di rango equivalente. Nel xii secolo, il tono divenne pi esasperato: Niceta Coniata, portavoce di una parte delle lites di Costantinopoli, accusava limperatore
Manuele di avere accordato agli stranieri troppi vantaggi, senza distinguere i meriti e ponendo spesso alle loro dipendenze dei Greci autoctoni. Se i Variaghi godevano duna lusinghiera reputazione di fedelt, lin-

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disciplina e la rapacit dei Latini, invece, erano proverbiali. I reggimenti latini furono riottosi in pi duna occasione, al tempo dei conflitti
interni o esterni della seconda met dellxi secolo, ma perlopi si limitavano a pretendere un pagamento puntuale del soldo. Lunico a fare
decisamente il proprio gioco, Roussel de Bailleul, peraltro popolarissimo presso i notabili del tema degli Armeniaci che difendeva dai Turchi,
non poteva aspirare personalmente al trono e si dovette alleare con il cesare Giovanni Duca per fare pressione sullimperatore Michele VII. I
mercenari stranieri rappresentarono dunque un pericolo minore per il
potere centrale. In linea di massima, combattevano con grande coraggio per il datore di lavoro, come testimoniano le gravi perdite subite dai
Latini a Durazzo nel 1081 e a Miriocefalo nel 1176. Lapporto degli stranieri, in particolare dei Latini, ha in realt permesso agli eserciti bizantini di seguire levoluzione delle tecniche di combattimento e di adattarsi meglio ai nuovi avversari.
g) Gli effettivi.
Non risulta conservato nessun testo paragonabile alla Notitia Dignitatum per valutare gli effettivi globali dellesercito bizantino nel Medioevo. Bisogna accontentarsi dei dati forniti dalle fonti narrative, bizantine o di altra origine, nonch delle informazioni spigolate dai trattati
militari e da qualche archivio. Peraltro, come difficolt supplementare,
noto che la maggior parte dei numeri riferiti da tali testi non sono affidabili, dal momento che perlopi sono destinati a suggerire limportanza dun esercito. Nessuno storico accorda il minimo credito a un esercito che avrebbe contato 300 000 combattenti, ma come si devono giudicare le cifre nettamente inferiori? Bisogna basarsi sui rari documenti
disponibili, e accettare di conseguenza solo le stime compatibili con i
dati, ma ci significa introdurre un elemento soggettivo, che ha provocato una profonda divergenza tra Warren Treadgold [367], molto ottimista sulla capacit di mobilitazione dellImpero, e dallaltra parte John
Haldon [363], al quale pu essere affiancato Ralph-Johannes Lilie, entrambi pi sensibili alle limitazioni economiche e logistiche. Infine, bisogna comprendere cosa si intende per soldato, giacch non si possono
paragonare n per costo n per efficienza il cavaliere pesante con il fante equipaggiato solamente di lancia, n un combattente dlite con un
soldato che non lascia mai la propria guarnigione. Bisogna infine distinguere, come si gi detto, tra gli effettivi teorici registrati nei ruoli militari, il numero di soldati che si presentavano alladnoumion (appello),
e infine quelli che lo stratego teneva presso di s.

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La stima di 150 000 uomini fornita da Agazia per tutto lesercito


sotto Giustiniano I generalmente accettata. Il declino numerico gi
iniziato prima della conquista araba, poich Eraclio, alla testa dun esercito dagli effettivi ridotti, riesce a vincere i Persiani solo grazie al suo
genio strategico. Lo sbandamento provocato dalle incessanti offensive
arabe e le perdite successive alla battaglia dello Yarmuk hanno accentuato la tendenza negativa, e questa senza dubbio la ragione per cui
i grandi eserciti arabi attraversarono lAnatolia senza grande opposizione, dal momento che gli imperatori non erano in grado di radunare
un esercito in grado di avere la minima speranza di successo in campo
aperto.
Le informazioni in nostro possesso aumentano per il ix secolo, quando lesercito dei temi conobbe il suo apogeo. Un prigioniero arabo, alJarmi, aveva conosciuto gli effettivi dellesercito bizantino. La precisione amministrativa del suo resoconto, ripreso successivamente dai geografi arabi, corroborata dal taktikon Uspenskij, di poco posteriore.
Questi dati sono compatibili con gli 80 000 uomini che Teofane sembra attribuire allintero esercito di Costantino V nel 783, nonch con
gli effettivi ascritti ai grandi temi da Leone VI, pur tenendo conto del
margine di esagerazione da parte dun imperatore che si guarda bene
dallo svelare uninformazione strategica. Gli effettivi che combattevano veramente erano senza dubbio molto inferiori. Forse questi numeri
corrispondevano alle famiglie registrate nei ruoli militari dellufficio dello stratiotikon? Dopo questa data, non disponiamo di altre stime generali. Il considerevole impegno militare del x secolo deve aver prodotto
un aumento degli effettivi, in rapporto con laccrescimento del numero

Tabella 3.
Gli effettivi dei vari temi (secondo Ibn al-Faqih).
Anatolici
Armeniaci
Caldea
Tracesi
Buccellari
Opsikion
Tracia, Macedonia, Paflagonia
Ottimati, Cappadocia, Charsianon

15 000
10 000
10 000
10 000
8000
6000
5000 ciascuno
4000 ciascuno

Totale

85 000 uomini

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dei temi, seguito da un calo nel secolo successivo, provocato sia dal massiccio impiego di mercenari ben pi costosi, e dunque meno numerosi
dei soldati che andavano a sostituire, sia dalla perdita dellAsia Minore, prima che i Comneni ristabilissero la situazione, valendosi dun potenziale demografico cresciuto e dun ritorno alla prosperit. Occorre
evitare di prendere la lista dei temi e di moltiplicare il numero dei combattenti per quello dei temi, pur tenendo conto delle dimensioni di questi ultimi, in quanto certo che non si arriv mai a raggiungere il numero di effettivi teorici. Quando furono creati nuovi temi di confine, i loro soldati furono prelevati, almeno parzialmente, dalle vecchie unit. Al
momento in cui sinterrompe la minaccia nemica, cessa di essere assicurato il mantenimento di tutte le fortezze di confine [Holmes 388].
Anche le stime riguardanti i tagmata sono estremamente divergenti.
Warren Treadgold, basandosi sulle fonti arabe, accetta per i quattro primi tagmata un numero globale di 12 000 o addirittura 24 000 uomini
[367], cifra elevata giustamente respinta da John Haldon [387] per motivi finanziari. Gli effettivi ufficiali dei soldati e dei marinai impegnati
nelle spedizioni cretesi nel 911 e nel 949 offrono una base incompleta,
ma certa. Furono mobilitati il domestico degli icanati con il suo intero
reggimento, ovvero 456 uomini, e il domestico degli escubiti con tutti i
suoi, ovvero 700 combattenti, anche se gli effettivi possono essere variati con il tempo. Le scholae dOccidente avevano 869 combattenti, segno che tale reggimento era pi importante degli altri. Infine, la cavalleria pesante dei catafratti mobilitata da Niceforo II Foca, punta di diamante del suo esercito, non superava di molto i 500 uomini, secondo la
testimonianza dei trattati militari [Dennis 355].
Gli effettivi dei vari tagmata erano dunque disparati. I Variaghi costituivano lunit pi importante, e secondo le fonti erano composti da
4000 o 6000 uomini, ma si ignora se abbiano mantenuto questo livello
nei due secoli seguenti. Poi, in ordine di importanza, le scholae comprendevano 30 squadroni (banda), probabilmente di 50 uomini ciascuno. Un
tagma formato di autoctoni, come quello degli arcontopuli creato da Alessio Comneno, era composto da 2000 uomini, mentre la maggior parte
dei tagmata stranieri, in particolare franchi, a quanto pare riuniva da 500
a 1000 combattenti.
Se difficile determinare gli effettivi globali dellesercito in una data epoca, la dimensione degli eserciti in campagna pi facile da stabilire sulla base delle fonti narrative e dei trattati militari, e non molto
variata nel corso dei secoli. Quando lesercito dei temi di confine respingeva unincursione araba, non comprendeva pi di alcune migliaia di cavalieri [Dagron 357]. Nel x secolo, secondo un trattato militare, quan-

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do limperatore prende parte a una campagna accompagnato da 15 000


a 25 000 uomini, cifra corroborata dalle altre fonti [Dennis 355; Cheynet 381]. Tale numero si spiega con dei limiti logistici, in particolare
limpossibilit di accumulare vettovaglie sufficienti per eserciti numerosi. Le difficolt incontrate dai crociati, nonostante gli accordi preliminari stretti fra Alessio e il loro comandante per stabilire mercati convenienti, ne sono la prova. Gli effettivi della flotta sono conosciuti ancora peggio, ma nel 911 la marina imperiale aveva mobilitato 19 600
marinai.
Tutto sommato, anche a partire dal x secolo quando il comando operativo delle forze bizantine fu diviso tra Oriente e Occidente, lImpero
ha sempre avuto a disposizione un solo esercito capace di opporsi a uninvasione in grande stile, e questo spiega perch, prima di attaccare una
battaglia giudicata decisiva, che fosse o meno presente limperatore, lesercito dOriente e quello dOccidente non mancavano mai di unirsi,
pur lasciando come copertura, nella parte dellImpero che non era teatro delle operazioni, delle truppe di qualit inferiore ma capaci di combattere sotto un buon comando.
Fu in questa maniera che Leone Foca riport su Sayf ad-Dawla una
delle sue pi belle vittorie con i contingenti di riserva, mentre suo fratello Niceforo assediava Chandax, a Creta, con le truppe migliori [Dagron 357].
h) Un esercito molto tecnico.
Bisanzio ha ereditato le tradizioni dellesercito romano, dove si insisteva molto sullallenamento delle giovani reclute ai diversi movimenti sul campo di battaglia. La qualit della manovra era spesso destinata
a compensare linferiorit numerica degli eserciti bizantini. In mancanza di scuole militari, gli ufficiali si formavano sul campo, spesso presso
parenti pi anziani, o uscivano dai ranghi dopo aver mostrato la loro
prodezza. I pi benestanti e i pi curiosi leggevano i trattati di strategia. Tra il ix e il x secolo, Bisanzio ha prodotto una serie di Taktika e
Naumachika, perlopi compilati da ufficiali veterani, ma ci fu anche un
imperatore, Leone VI, che ebbe lambizione di far rivivere grazie ai propri Taktika la scienza della guerra che, a suo parere, i Bizantini avevano dimenticato. Dalla lettura di questi manuali si ricava limpressione
che i generali bizantini risparmiassero il sangue dei propri uomini in
combattimento, a causa della persistente scarsit di effettivi, e che evitassero le battaglie campali a meno di non essersi assicurati una superiorit momentanea. Venivano privilegiate le ricognizioni, limpiego di stra-

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tagemmi, la guerra di logoramento tramite un uso accorto delle postazioni fortificate, dove la popolazione e le truppe erano al riparo delle
mura delle citt.
I Bizantini, il cui armamento ha seguito levoluzione di quello degli
avversari [Kolias 407], in Oriente si distinguevano per la scienza della
poliorcetica, in particolare nella costruzione e nellimpiego di macchine
dassedio [Sullivan 410]. Indubbiamente la loro arma pi nota il fuoco greco, miscela infiammabile di pece e nafta, scagliata da un sifone
o da catapulte che lanciavano recipienti pieni di questo prodotto. Esistevano anche dei vasi che potevano essere lanciati dal singolo soldato.
Limpatto di questarma difficile da quantificare; fu indubbiamente
utile contro le popolazioni che la ignoravano, ma fu rapidamente copiata e contrastata con luso di pelli umide che impedivano lappiccarsi del
fuoco [Korres 408]. I Bizantini avevano a propria disposizione un intero campionario di macchine dassedio, tra cui catapulte di vario tipo che
rimasero insuperate fino alle crociate [Foss 403; Chevedden 401; Dennis 402]. Daltro canto, furono anche abili a fortificare i punti strategici, riparando con cura, a costi elevatissimi, le mura di Costantinopoli.
A numerose riprese fu edificata tutta una serie di fortificazioni, il cui
ricordo conservato da iscrizioni, sotto Costantino IV, Michele III (ad
Ancira, Nicea e Smirne), e ancora sotto Romano IV Diogene. Questa
politica coerente con i precetti dei trattati militari.
I Bizantini disponevano di un sistema logistico di primordine, basato su una complessa amministrazione. Erano in grado di radunare tutto lequipaggiamento necessario, una parte del quale era conservato a
Costantinopoli nei depositi dellarmamenton, che dipendeva dal preposito alleidikon. I preparativi delle fallite spedizioni contro Creta del 911
e del 949 mostrano la precisione e lefficacia della catena logistica [Haldon 387].
Fino allxi secolo, le truppe erano convocate in accampamenti prestabiliti in ciascuno dei grandi temi, gli aplekta, collocati in Asia Minore lungo i percorsi che conducevano alle frontiere orientali. Sotto i Comneni, Cipsela in Tracia e Lopadio in Bitinia svolsero il medesimo ruolo.
Le scuderie imperiali erano sottoposte al protostrator e al comes stabuli,
addetti alle scuderie di Costantinopoli e di Malagina, che era il primo
aplekton (campo di raduno delle truppe) sulla principale strada dellAsia Minore, che conduceva in Cilicia. Il logoteta delle mandrie controllava la fornitura di cavalli, una parte dei quali proveniva dagli allevamenti (metata) di Asia e di Frigia, gi attivi allepoca romana [Oikonomides 28].

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2. Il finanziamento dellesercito e il pagamento dei soldati.


Molte caratteristiche dellesercito bizantino dipendevano dal suo finanziamento: il numero di combattenti, la loro distribuzione sul territorio, lequipaggiamento. Dopo la perdita delle province orientali e la
riduzione delle risorse fiscali della met o forse di due terzi, il finanziamento dellesercito, gi problematico dalla seconda met del vi secolo e
soprattutto a partire da Eraclio (costretto a servirsi dei tesori della Chiesa), divenne estremamente difficile. Il denaro contante si era rarefatto
e si comprende quale sia stato il sollievo procurato dal versamento dun
tributo da parte di Muawiya, al di l del suo lato simbolico. certo che
il valore dei donativa in denaro diminu fortemente. La maniera in cui
furono remunerate le truppe reinsediate in Asia Minore oggetto di discussioni su due punti fondamentali: il ruolo dei commerciari nel vii-viii
secolo [cfr. la parte sulla fiscalit, cap. vi, p. 142], e la data di comparizione delle terre stratiotiche.
a) La questione delle terre militari.
Vi sono due teorie contrapposte. Secondo alcuni, tra i quali Georg
Ostrogorsky, che stato il primo a mettere insieme chiaramente tutti
gli elementi di questa ricostruzione, e Warren Treadgold [394], il rappresentante attuale pi eminente di tale visione, gli imperatori, a partire da Eraclio, avrebbero distribuito ai soldati trapiantati una serie di
terre ricavate dai latifondi imperiali, ancora ben attestati nel vi secolo
e scomparsi invece nel Medioevo. Beneficiando di rendite fondiarie integrate da esenzioni fiscali, questi soldati avrebbero potuto assicurare il
mantenimento delle famiglie e dei cavalli, nellattesa di essere richiamati in servizio effettivo. Altri storici, in primo luogo Paul Lemerle [553],
Hlne Ahrweiler [334 e 335] e John Haldon [337], ritengono invece
che le terre stratiotiche abbiano acquisito uno statuto ufficiale solo poco prima della promulgazione, da parte degli imperatori macedoni, delle prime leggi destinate a proteggerle.
La prima teoria ha ricevuto obiezioni fondate, a partire dallassenza
dei temi sotto Eraclio e i suoi successori immediati. Non c dubbio che
gli imperatori abbiano sempre insediato su terreni pubblici varie popolazioni straniere trasferite volenti o nolenti, come alcuni Armeni sotto
Maurizio o alcuni Slavi sotto Giustiniano II, secondo una pratica che
prosegu fino al termine dellImpero. Ma a un livello commisurato allintero esercito imperiale, la disponibilit di immensi appezzamenti di

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terreno dotati dun numero di contadini sufficiente a mantenere decine di migliaia di uomini inverosimile in un contesto di declino demografico marcato. Nicolas Oikonomides ha ritenuto di scorgere in una disposizione dellEcloga un notevole indizio che il servizio sarebbe gi stato legato al possesso dun terreno sotto gli Isaurici [Oikonomides 392],
ma tale interpretazione stata giustamente contestata [Haldon 372].
Nessun testo, infatti, connette formalmente il servizio militare allesistenza delle terre stratiotiche prima del x secolo, e ci lascia aperta la
questione del mantenimento dei soldati prima della implementazione
delle terre stratiotiche, bench queste ultime siano sicuramente esistite
prima che la minaccia della loro sparizione inducesse gli imperatori a legiferare in merito.
Lo Stato cercava innanzitutto di disporre di effettivi numerosi, stabili e preventivabili. Lo stratiota era ormai tenuto, di norma, a possedere
proprie armi personali, giacch lo Stato aveva perduto nel corso del vii
secolo le sue fabbriche pubbliche di armi, eccetto quella di Cesarea di
Cappadocia, e a differenza dellepoca precedente non le forniva pi. La
condizione sociale dei soldati era dunque lungi dallessere uniforme; di
conseguenza, in numerose vite di santi, il protagonista rappresentato
mentre soccorre uno stratiota privo di cavalcatura e incapace di procurarsene, senza contare che fu spesso lintendenza a fornire le vettovaglie.
Fin dallorigine dellesercito tematico, il servizio risulta ereditario,
e ci finisce per implicare numerose difficolt: che fare se la famiglia
non ha un uomo abile al servizio? Che fare quando un soldato divenuto troppo povero per assicurare il proprio mantenimento? Si rapidamente imposta la distinzione tra chi era iscritto nei registri e chi serviva a tutti gli effetti. Daltro canto, si fatto appello a dei co-contribuenti (syndotai) per equipaggiare un soldato a corto di mezzi, ed
eventualmente pagarne anche le tasse. Gi una novella di Niceforo I valuta a 18,5 nomismata la somma necessaria.
Per stabilizzare il sistema, gli imperatori macedoni decisero di stilare registri delle case militari con le terre annesse (stratiotikoi oikoi).
Da dove venivano queste terre? I soldati risiedevano a lungo nello stesso villaggio, e disponevano dun po di denaro liquido che permetteva
loro di acquistare dei terreni e li rendeva dei partiti molto interessanti
per le ereditiere. Questo processo di radicamento dei soldati nonch,
per i pi fortunati, di integrazione alla nuova aristocrazia in via di formazione risulta ben osservabile in Italia [Brown 1188]. Queste terre continuavano a pagare limposta fondiaria di base, ma i proprietari erano
esentati da tutte le imposte straordinarie in ragione della fornitura dun
combattente.

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Nel x secolo, il valore delle terre iscritte nei registri fiscali dipendeva dal valore del servizio reso. Per un soldato semplice, occorreva iscrivere 4 libbre doro di terreni: ci lo rendeva dunque un proprietario importante (600 modioi, ossia circa 60 ettari di terre arabili, lequivalente
di 6-10 fattorie) e lo poneva ben al di sopra dei contadini, per quanto
agiati. Un marinaio semplice aveva terre per 2 libbre doro. Quando Niceforo II arruol la cavalleria pesante, che esigeva un equipaggiamento
costosissimo, implement una nuova categoria di proprietari che iscrivevano un minimo di 12 libbre doro di terreni, e questo spiega lo scarso numero di combattenti reclutati.
Senza dubbio, pochi soldati tematici ebbero i mezzi di far registrare possedimenti duna tale superficie, tanto pi che i vari lotti erano occasionalmente frammentati dalle eredit. Numerosi proprietari di una
parte della strateia potevano associarsi per fornire un combattente. Nel
caso in cui lo stratiota non potesse stabilmente mantenere le proprie capacit, la procedure di adoreia permetteva di trasferire ad altri le sue terre, nellattesa che recuperasse le sue facolt contributive [Gorecki 384].
b) La trasformazione del x e dellxi secolo: la fiscalizzazione della strateia.
A partire dal x secolo, lesercito si professionalizza e i generali si lagnano della mediocre qualit dei soldati tematici, a eccezione del nucleo
di soldati al servizio permanente dello stratego, gli epilektoi. Gli altri, a
volte, avevano venduto lequipaggiamento e si dedicavano alle attivit
agricole. In pratica, si fa strada lidea che il servizio effettivamente reso non abbia pi molto interesse sul piano militare; sarebbe meglio che
questi stratioti demotivati versassero unimposta di riscatto il cui importo complessivo possa permettere di assoldare dei combattenti, autoctoni o stranieri, ma combattivi. Gli imperatori furono dunque indotti a
trasformare degli oneri in tasse, secondo il processo denominato fiscalizzazione della strateia. Il momento era favorevole perch la liquidit
era tornata abbondante. Sembra probabile che questa tassa sia stata poi
estesa a chi non dipendeva dalle case militari tradizionali. Una delle misure di Niceforo Foca, quando cre la categoria dei possessori di 12 libbre doro di terre, aveva per obiettivo anche quello di far partecipare allo sforzo bellico i civili agiati, e ci lo rese impopolare, soprattutto a Costantinopoli [Dagron 357].
La fiscalizzazione della strateia si va generalizzando nellxi secolo, e
finisce per confondere la distinzione tra oikoi politikoi e oikoi stratiotikoi. La strateia compare allo stesso titolo delle altre imposte nelle liste

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di esenzione in favore dei monasteri. Parallelamente, i combattenti dei


temi non erano pi mobilitati, a eccezione del nucleo di soldati permanenti che formavano i tagmata tematici. Quando lImpero si procacci
nuovi territori, gli imperatori cercarono in modo analogo la conversione in oro dei servizi dovuti. La dissoluzione da parte di Costantino Monomaco dellesercito di Iberia, che sarebbe stato composto da decine di
migliaia di uomini, suscit il biasimo dei contemporanei che ritennero,
senza dubbio a torto, che tale riforma avesse facilitato linvasione turca [Oikonomides 345; Lemerle 553; Haldon 362].
Lo Stato perse la battaglia per difendere la piccola e la media propriet, e per molto tempo gli storici hanno associato questo fallimento
al declino dellImpero nellxi secolo. In realt, oggi si ritiene che lespansione demaniale non abbia affatto condotto a un indebolimento delle
sue risorse, dal momento che le istituzioni pubbliche si dettero sistematicamente a sfruttare i propri possedimenti raggruppati in curatorie e in
episkepseis, alcune delle quali furono forse direttamente consacrate al finanziamento delle truppe. I civili daltro canto erano costretti ad alloggiare i soldati che svernavano lontano da casa, in particolare i reggimenti stranieri, e questonere, il mitaton, era particolarmente temuto perch comportava facilmente degli abusi.
c) Lo sviluppo della pronoia.
A partire dal regno di Alessio Comneno, una volta superata la terribile crisi finanziaria, la remunerazione dei servitori dello Stato viene
perlopi effettuata sotto forma di pronoiai [cfr. cap. vi, e Kazhdan 389;
Magdalino 391]. Queste ultime restarono eccezionali sotto i due primi
Comneni, ma Manuele Comneno generalizz limpiego della pronoia per
il pagamento dei soldati. Un brano famoso di Niceta Coniata ricorda
che gli antenati di Manuele avevano conferito delle pronoiai solamente
ai guerrieri pi valorosi che si erano distinti di fronte al nemico, e ci le
aveva rese ricercatissime. Generalizzando questa pratica, tuttavia, secondo Coniata limperatore avrebbe demotivato i pi coraggiosi, poich
tutti beneficiavano di questo favore, al punto che ci si sarebbe precipitati in massa verso i ruoli militari, se necessario corrompendo gli ufficiali reclutatori perch accettassero anche uomini inabili alla guerra. Ci
sarebbero stati degli artigiani che, pur non avendo mai toccato una spada, avrebbero abbandonato un mestiere che, in confronto, li manteneva miseramente. La riflessione di Coniata riecheggia una deplorazione
di Michele Psello che descriveva, nel secolo precedente, una situazione inversa, in cui tutti si allontanavano dalle armi per abbracciare la car-

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riera dellavvocato. Coniata sottolinea infine una conseguenza nefasta


della riforma, quando i contribuenti divenivano vittime dei rappresentanti dei pronoiari che avrebbero loro sottratto, a quanto afferma, fino
allultima delle vesti. Queste critiche sono eccessive, dal momento che
lo Stato, rispettato sotto Manuele, disponeva dei mezzi per reprimere
gli abusi, ma il nuovo sistema celava effettivamente dei potenziali pericoli in caso di indebolimento dellautorit centrale. Lo scetticismo
dobbligo nei confronti del preteso afflusso di artigiani nei ranghi dellesercito, giacch, prima del 1204, non si nota nessuna evoluzione particolare nella composizione dellesercito. In realt, si ignora quale fosse
la proporzione dei soldati che beneficiavano di questo sistema di remunerazione, e si ignora anche se gli ufficiali ne fossero stati interessati in
misura massiccia e quale impatto sociale ebbe la donazione di grandi pronoiai, bench prima del 1204 gli imperatori avessero comunque conservato, a quanto pare, il controllo dellistituzione.
Daltro canto, il pagamento delle truppe in denaro risulta ampiamente attestato per tutto il corso del xii secolo: nellaprile 1204, i Variaghi
domandarono un aumento del soldo nel momento stesso in cui i Latini
penetravano in citt.
d) I soldati, dei privilegiati?
Gli introiti del combattente dipendevano da una serie di elementi:
la categoria cui apparteneva, tematica o tagmatica, il rango che occupava, lanzianit di servizio, se fosse o meno in stato di mobilitazione. Non
ci sono informazioni per il periodo precedente al ix secolo, anche se
noto che il pagamento in contanti era modesto poich le riserve metalliche erano drasticamente diminuite, ma allo stato attuale della ricerca
difficile precisare in quali proporzioni [cfr. cap. xii, p. 306. Quando
Costante II volle pagare i suoi soldati, fu costretto, secondo il Liber pontificalis, a smantellare tra laltro il tetto di Santa Maria dei Martiri a Roma, per ottenere il metallo necessario. Sotto Michele III, il costo totale dei salari o rogai annuali raggiungeva senza dubbio le 20 000 libbre
doro. Questa stima di Teofane Continuato confermata dallammontare delle rogai del tema degli Armeniaci, che giungevano a 1300 libbre
doro, e di quelle del tema dello Strimone, 1100 libbre sotto Niceforo
I, somme che finirono entrambe in mano ai nemici. Gli stipendi erano
fortemente gerarchizzati: lo stratego degli Anatolici riceveva 40 libbre
doro allanno, mentre ai soldati spettavano, di norma, meno di 12 nomismata. I combattenti ricevevano il soldo anche quando partivano per
una campagna [Treadgold 367]. Nel 949, per una spedizione dalla du-

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rata presunta di tre mesi, un turmarca otteneva 30 nomismata contro 3


soltanto per il soldato semplice o il rematore. I guerrieri dei tagmata erano meglio remunerati, precisamente il doppio, a giudicare dai dati del
911 e del 949 [Haldon 387]. Per attirare i volontari in operazioni pericolose, le somme assegnate erano pi alte. Per esempio, per lottare contro la pirateria araba erano stati reclutati dei volontari ai quali erano state promesse 40 monete doro a persona.
Lo stipendio non costituiva lunica risorsa dei militari. In circostanze fortunate vi si aggiungeva il bottino, che permetteva di procurarsi
schiavi e beni preziosi. In occasione delle grandi vittorie del x secolo, il
bottino fu cos abbondante che il prezzo degli schiavi croll. In compenso, il soldato fatto prigioniero doveva frequentemente procurarsi di tasca sua il denaro per il proprio riscatto, che poteva arrivare a costare
diverse decine di nomismata, corrispondenti al riscatto duno schiavo
quello che i soldati divenivano dopo la cattura. Le famiglie, specie le
pi povere, potevano essere rovinate, se non ricevevano laiuto della
Chiesa. Per i graduati, la somma richiesta era proporzionale al patrimonio presunto dei prigionieri, per i quali il nemico domandava a volte parecchie decine di migliaia di nomismata. Solo una contribuzione imperiale o un gesto del comandante nemico, nellambito di negoziati diplomatici o duno scambio di prigionieri, lasciava loro sperare di poter
tornare in libert. Daltro canto, la vendita dei prigionieri nemici costituiva un premio di guerra, come avvenne in occasione del fallimento degli assalti russi a Costantinopoli, o dopo le vittoriose incursioni in Siria
al tempo di Giovanni Tzimisce.
Le gratifiche imperiali integravano cospicuamente gli stipendi. I soldati semplici ne beneficiavano pi di rado, a meno che non compissero
una prodezza sotto gli occhi dellimperatore. Gli ufficiali di rango elevato, strateghi, duces, turmarchi, si vedevano assegnare delle dignit in
rapporto con il loro grado: gli strateghi degli Anatolici e i domestici delle scholae erano spesso nominati patrizi, o addirittura magistri, e ottenevano le rogai corrispondenti. Ricevevano anche doni diretti dallimperatore, come tessuti preziosi e soprattutto terre. I generali vittoriosi
e apprezzati dallimperatore potevano accumulare in breve tempo delle
fortune considerevoli.
3. Perch lesercito combatte?
Le pratiche religiose andarono sviluppandosi nellesercito bizantino,
in particolare nel corso del lungo conflitto con i musulmani. I soldati

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pregavano mattina e sera, cantavano quotidianamente il trisagion, digiunavano prima del combattimento e, da dopo l843, portavano con s icone e croci preziose [Dennis 412].
Gli studiosi si sono spesso chiesti se i Bizantini avessero elaborato
una dottrina paragonabile alla guerra santa degli Occidentali o al jihad
dei musulmani. Senza dubbio non bisogna lasciarsi fuorviare da una interpretazione letterale del canone di san Basilio, che escludeva per tre
anni un soldato dalla comunione se aveva versato il sangue del nemico.
La Chiesa, fin dallAntichit, aveva concepito una teoria, ottimamente
riassunta da santAgostino, che permetteva ai combattenti di portare le
armi per proteggere i santi imperatori e soccorrere i fratelli cristiani [Kolbaba 413], nellambito della guerra giusta, ossia difensiva, dove non viene versato sangue pi del necessario. LImpero la pace, avrebbero potuto affermare numerosi panegiristi imperiali, come Giovanni Mauropo quando lodava la moderazione di Costantino IX che risparmiava i
suoi nemici, o come Anna Comnena quando affermava che suo padre
Alessio, dopo la vittoria di Levunion, era stato totalmente estraneo al
terribile massacro dei prigionieri peceneghi, che peraltro erano pagani.
Ogni guerra contro cristiani era sostanzialmente una guerra civile,
dunque da condannare con la massima severit. In virt di questo principio, gli sconfitti, in caso di ribellioni intestine, erano crudelmente puniti per avere infranto il comandamento divino. Questa ripugnanza nei
confronti degli scontri cruenti si applicava anche, di norma, ai popoli
vicini, quando condividevano la stessa fede. Difatti, i rari combattimenti contro i Carolingi furono dintensit piuttosto modesta. In compenso, luso di tale argomento per suscitare la vergogna e il rimorso di Simeone di Bulgaria sembra cinico: il pio imperatore Leone VI non aveva avuto scrupoli a fare appello agli Ungheresi, che non erano ancora
convertiti, per devastare le terre dei Bulgari, fratelli in Cristo dei Romani.
Lo stesso Leone VI deplorava il disagio dei suoi compatrioti nei confronti della violenza guerresca. Gli sembrava che i suoi fossero svantaggiati, a paragone dei musulmani che, con la dottrina del jihad, disponevano dun potente mezzo per stimolare lardore guerriero dei propri uomini e chiamarli al combattimento contro gli infedeli [Dagron 411]. Non
era lunico a pensarla cos, e tra i rappresentanti dellaristocrazia cappadoce, cos come tra le truppe, si era diffusa lidea che il sangue versato
per la difesa della cristianit dovesse garantir loro, come avveniva per i
nemici, la condizione di martiri se fossero caduti sul campo di battaglia.
Niceforo Foca, perfetto rappresentante di questa aristocrazia, propose
alla Chiesa di ratificare questa dottrina, ma a Costantinopoli n il clero

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n lopinione pubblica apprezzarono tale proposito, e Niceforo ricevette un categorico rifiuto dal patriarca Polieutto [Kolia-Dermitzake 414].
Questo fallimento non ostacol minimamente il movimento di riconquista, e del resto anche Giovanni Tzimisce esaltava lesercito cristiano che
aveva ripreso Antiochia, lasciandogli sperare un eventuale recupero di
Gerusalemme, dove limperatore sognava di recarsi per pregare sulla
tomba di Cristo secondo un progetto che sarebbe stato ripreso, in circostanze ben differenti, da Alessio e poi da Manuele Comneno.
Il culto dei santi militari, Demetrio, Michele, Giorgio e Teodoro fu
incoraggiato dagli imperatori delle dinastie macedone e comnena. La loro propaganda pretendeva che questi soldati inviati da Dio combattessero al fianco degli eserciti cristiani. Numerosi ufficiali scelsero di effigiare uno di questi protettori sul recto dei loro sigilli.
4. Conclusione.
Edward Gibbon, innestandosi nel filone di unantica tradizione, latina e poi occidentale, disprezzava i comandanti bizantini e le loro truppe per quella che giudicava una mancanza di combattivit. Senza dubbio, se avesse letto i loro trattati di tattica, avrebbe trovato una conferma del proprio punto di vista. I redattori, infatti, perlopi ufficiali in
congedo, come si visto raccomandano costantemente di evitare gli
scontri in campo aperto, piuttosto di sorvegliare il nemico, di logorarlo, in particolare facendo perno sulle guarnigioni delle fortezze. Non bisogna individuare in questo una prova di codardia ma una giusta valutazione dei rapporti di forza. LImpero ha quasi sempre combattuto
avversari pi numerosi degli effettivi dei suoi eserciti, in particolare durante i primi due secoli del califfato, che disponeva di una schiacciante
superiorit economica e militare. Gli strateghi dei temi hanno saputo
utilizzare abilmente lhandicap degli Arabi, intralciati dallinevitabile
lunghezza delle linee di rifornimento, e trarre profitto dalla propria eccellente conoscenza del terreno per limitare i danni causati dalle invasioni. Se non fosse stato oscurato dalla caduta di Costantinopoli nel
1204, che rivela pi le divisioni interne dellImpero che la sua intrinseca inferiorit militare, il bilancio sarebbe impressionante, a paragone degli Imperi musulmano e franco, cos ben messi nellviii e nel ix secolo e
cos rapidamente in declino.

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jean-claude cheynet
viii. Le classi dirigenti dellImpero

Per tutto il corso del Medioevo, le fonti presentano un gruppo di personaggi che gravitano intorno allimperatore, occupano le cariche e possiedono il potere economico e linfluenza sociale. Sono designati con
diversi nomi, a seconda dellaspetto il rango (ekkritoi, logades), la posizione nello Stato (hoi en telei) su cui la fonte mette laccento. La differenziazione sociale deriva sempre, a ogni modo, dal potere che ha assegnato una funzione elevata o una dignit al personaggio designato dalla fonte, o ai suoi antenati. Ci si pu spingere a parlare di nobili, come
ha fatto Rodolphe Guilland che ha dedicato tanti articoli a studiare le
dignit di cui erano insigniti [238]? Senza dubbio leugeneia letteralmente, la buona nascita potrebbe corrispondere a tale distinzione
sociale, ma lattribuzione di tale qualit fondamentalmente soggettiva, se non simbolica, giacch a volte designa semplicemente la nobilt
danimo. In assenza duno statuto giuridico dal quale potessero essere
determinati dei privilegi ereditari, converr dunque astenersi dal parlare di nobili, ma come si vedr le lites bizantine seppero conservare di
generazione in generazione le posizioni acquisite, riuscendo talora persino a superare le pi violente crisi politiche. difficile definire perfettamente questo gruppo, dal momento che non omogeneo: ci sono infatti numerose lites, politiche, ecclesiastiche, economiche, intellettuali, che si sovrappongono solo in parte. Lo strato superiore, composto di
intimi dellimperatore, ristrettissimo, ma questo potrebbe non valere
per i livelli inferiori, dal momento che il personale ordinario degli uffici si differenzia poco dai ricchi mercanti della capitale o delle province,
anchessi in grado di acquisire delle dignit, e i cui figli entrarono a volte al servizio dello Stato. Non nemmeno possibile utilizzare la definizione giuridica di povero, ossia chi non arrivava a possedere 50 monete doro, dal momento che tale definizione ereditata dallepoca romana e non tiene conto n dellevoluzione della moneta n di quella della
societ.
Quella che noi definiremo aristocrazia ha costituito i quadri del-

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lamministrazione imperiale, ed da essa che provenivano gli imperatori, tranne poche eccezioni. Tale aristocrazia ha sempre costituito una
minoranza che, al momento dellapogeo dellImpero, nellxi secolo, comprendeva sicuramente alcune migliaia di famiglie, se vi si includono gli
amministratori pubblici, quelli ecclesiastici e i letterati.
1. Il rinnovamento dellalta aristocrazia.
Alexander Kazhdan aveva nettamente contrapposto due momenti
della storia delle lites [424]. Secondo lo studioso, nel vii-ix secolo il rinnovamento fu intenso a causa delle guerre che favorivano linnalzamento di homines novi, dorigine modesta, che approdavano al potere grazie alla forza della spada. Questa ipotesi ne supponeva unaltra, quella
dellassenza di continuit tra la classe senatoria, ancora potente fino al
vi secolo, e le famiglie che andarono progressivamente distinguendosi
nel corso del ix e del x secolo. Nellxi e xii secolo, sotto limpulso degli
imperatori Comneni, lo strato superiore dellaristocrazia non avrebbe
pi integrato dei nuovi arrivati, e la societ si sarebbe irrigidita, dimodoch lImpero avrebbe perso una delle chiavi del suo successo, lassimilazione degli stranieri.
a) La situazione del vii-ix secolo.
Sono scarse le fonti per conoscere levoluzione delle lites durante la
fase acuta della crisi del vii secolo, bench siano integrate da un materiale sigillografico pi abbondante. Fortunatamente, gli Armeni, che in
questa fase forniscono numerosi ufficiali agli eserciti, ricevono nomi caratteristici delle famiglie da cui discendono. I generali di sangue armeno provengono dalle stirpi pi illustri, i Mamikonian e gli Gnuni, e poi
i Bagratidi, parte dei quali si era insediata nellImpero anche prima della conquista araba. Altri casi, meno isolati di quanto si pensava ventanni fa, suggeriscono che la cesura del vii secolo non sia stata affatto radicale, anche tra i militari, il cui tasso di rinnovamento era necessariamente pi elevato, tenendo conto delle perdite in combattimento e
dellinstabilit politica. Lo stratego degli Armeniaci e futuro imperatore Niceforo I sarebbe un discendente del patrizio ghassanide Gabala.
Le conseguenze di questo passaggio alla forma medievale di un Impero,
ridotto quasi alla sola Anatolia, risultano pi evidenti. La classe senatoria, fondata sul possesso di latifondi, perlopi scomparsa, vittima dei
problemi militari e, forse, di un accrescimento della pressione fiscale, se

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si pu generalizzare lesempio dellEgitto alla fine del vi secolo, come


non vi motivo di dubitare. I proprietari, tenuti al pagamento dellimposta fondiaria, non poterono scaricare sui contadini laumento subito
e persero la loro rendita fiscale. Furono indubbiamente i medi proprietari a soffrire di pi [Zuckerman 330]. Questa evoluzione pu essere osservata al meglio in Italia [Brown 1189]. Una parte dei senatori romani
si probabilmente rifugiata a Costantinopoli, dove riuscita a mantenersi meglio. Teofane allude ai rappresentanti di questa lite quando
racconta che limperatore Filippico, dopo una solenne processione nella capitale, invit a pranzo i cittadini della vecchia stirpe (politai archaiogeneis), secondo una formula che deve sicuramente designare laristocrazia tradizionale.
Analizzando, quando possibile, le origini delle grandi famiglie, si
nota che parecchie di esse emersero allepoca degli Isaurici, e che i loro
membri svolgevano funzioni militari. Tali famiglie venivano, quando le
fonti accennano alla loro origine, dallAnatolia. Nonostante non si abbiano informazioni sufficienti per lviii secolo, si pu azzardare il seguente scenario. Gli imperatori isaurici, e poi Michele II e i suoi discendenti nel secolo successivo, hanno stabilizzato il potere imperiale appoggiandosi ad alcuni ufficiali. I sovrani hanno assicurato la fortuna di questi
ultimi, e hanno moltiplicato i matrimoni che li rendevano solidali nei
confronti della dinastia. In cambio, questi ufficiali hanno sostenuto gli
imperatori contro laristocrazia stabilita da lunga data nella capitale.
Questultima si schierata perlopi dalla parte degli iconoduli e, grazie
al patrimonio fondiario, ha dato origine alla fioritura monastica in Bitinia alla fine dellviii secolo, come mostrano i casi di Teofane il Confessore, di Platone e di suo nipote Teodoro di Studio. Alcune fonti permettono di ipotizzare che alcune famiglie di tradizione civile risalgano
almeno al vii secolo. per esempio il caso dei patriarchi Germano e Fozio, di cui conosciamo gli antenati dalla fine del vii secolo.
Questo peso cos precoce dellereditariet sembrerebbe andare contro alla libert assoluta dellimperatore di scegliere chi pi gradiva. In
realt gli imperatori, per conservare il sostegno duna potente rete clientelare, badarono a onorare i figli dei servitori devoti e, di conseguenza,
la nomina a funzioni di alto livello e il beneficio di dignit elevate continuarono a perpetuarsi nelle stesse famiglie a volte per pi dun secolo, come nel caso dei Focadi, dei Maleini, degli Scleri In caso di disgrazia, bastava troncare questo flusso e la famiglia cessava di essere annoverata tra le prime, pur senza necessariamente scomparire.
La comparsa dei nomi di famiglia, segno del sentimento di appartenenza a un medesimo genos e garanzia della memoria generazionale, per-

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mette di rendersi conto pi facilmente di questo fenomeno. Alcuni nomi risalenti allviii e al ix secolo risultano ancora attestati allepoca dei
Paleologhi, ossia per sei o sette secoli: i Melisseni, gli Argiri, i Duca, i
Crateri. Leugeneia favorisce le carriere e limperatore Leone VI pretendeva di farne un criterio, per quanto non esclusivo, per la scelta dei generali. La glorificazione degli antenati diviene unarma sociale e, a partire dal x secolo, alcuni cronisti utilizzano archivi familiari come quelli
dei Curcui e dei Focadi, e nel secolo seguente dei Cecaumeni.
Il primo nucleo dellaristocrazia militare emersa sotto gli Isaurici, insediato gi quasi esclusivamente in Anatolia, si rafforzato nel corso
della lunga lotta contro gli Arabi e si radicato nelle province di confine. C stata la scissione in due gruppi principali: il primo, originario
della Paflagonia e della Caldea, era rivolto allemirato di Melitene e poi
alla Mesopotamia; laltro, incentrato intorno agli Anatolici, e poi in Cappadocia e nel Charsianon, affrontava gli arabi di Cilicia e di Antiochia.
Nel x secolo, nel primo gruppo si segnalano i Duca, gli Argiri, i Curcui,
mentre nel secondo i Melisseni, i Focadi, i Maleini, gli Scleri [Cheynet
422].
Il successo di una stirpe si concretizza nella trasmissione delle medesime funzioni nellarco di pi generazioni. Le liste dei domestici delle
scholae o degli strateghi degli Anatolici del x secolo sono eloquenti sotto questo aspetto, dal momento che vi si riscontrano i nomi di Foca, Maleino o Tzimisce Sotto Costantino VII i Focadi, che condividevano
con i Macedoni lodio verso i Lecapeni, cumularono il ruolo di domestico delle scholae, affidato a Barda, e quelli di stratego degli Anatolici, di
Cappadocia e di Seleucia, detenuti rispettivamente da Niceforo, Leone
e Costantino, i tre figli di Barda [Cheynet 441]. Questo esempio fu indubbiamente eccezionale, dal momento che venne stigmatizzato da Basilio II nella sua novella contro i potenti, promulgata allindomani della difficile vittoria contro la ribellione di Barda Foca il Giovane [Cheynet 461; Holmes 152].
b) Levoluzione sotto gli ultimi Macedoni.
Nel corso dei secoli i tratti dellaristocrazia si modificarono in seguito al verificarsi di riassetti permanenti al culmine della gerarchia, in funzione del favore imperiale, unica fonte di carriere rapide. Tuttavia, le
strutture dellaristocrazia nella societ spiegano come mai le famiglie, se
anche alcuni componenti incorrono nel castigo imperiale, riescono di
norma a sopravvivere agli sconvolgimenti politici, grazie alla ricchezza
fondiaria e alle reti clientelari. I quadri della dinastia amoriana manten-

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gono ancora un rango elevato sotto i Macedoni. La fazione dei Comneni, composta di famiglie elevate da Basilio II, si sviluppa durante tutto
lxi secolo, ed piuttosto prolifica in colpi di stato, nonostante i rovesci di fortuna che di tanto in tanto colpiscono qualche membro del gruppo. Nel corso della seconda met dellxi secolo laristocrazia civile fu
colta da un sentimento di insicurezza, dal momento che non sempre riusciva a sfuggire alle confische che seguivano i numerosi cambiamenti di
regime, e Michele Attaleiata, uno dei suoi rappresentanti, si appell al
basileus affinch emanasse una legge protettrice [Bergmann 428]. Allarrivo dei Comneni, un ultimo assestamento innalz al massimo livello i
Paleologhi e i Cantacuzeni, senza dubbio originari dellAsia Minore occidentale, e declass gli Scleri e gran parte delle vecchie famiglie dellaristocrazia anatolica [Seibt 445]. Lo stesso 1204 non interruppe la continuit delle famiglie allora al vertice dello Stato, come i Paleologhi, gli
Angeli, i Lascaridi, i Tornici Ci volle tutto laccanimento di Basilio
II e di Costantino VIII per eliminare dallalta aristocrazia i Maleini e i
Focadi, bench un ramo di questi ultimi rimanesse attestato sotto lImpero di Nicea.
Nellxi secolo si verificarono, tuttavia, numerosi cambiamenti importanti: lascesa delle famiglie di tradizione civile, la centralizzazione
dellaristocrazia nella capitale, lemergere dun gruppo potente in Macedonia, la formazione della fazione dei Comneni.
Negli uffici di Costantinopoli, dove il potere in palio per scarso a
livello politico, quando un membro importante di una famiglia ottiene
una posizione influente, allora favorisce il reclutamento dei parenti. Tale pratica era facilitata, come nellesercito, dalla consuetudine dellapprendistato presso un familiare pi anziano che trasmetteva la propria
esperienza. Daltronde, proprio a partire dallxi secolo che le famiglie
di tradizione civile si accaparrarono pi metodicamente le cariche pi
alte della gerarchia ecclesiastica, cosa che supponeva uneducazione accurata [Tiftixoglu 323]. Alcune dinastie di funzionari arrivarono a occupare permanentemente alcune posizioni, e tra gli esempi pi eclatanti dellxi secolo si possono citare gli Xeri, numerosi dei quali ricoprirono la carica di logoteta del genikon, e i Crisovergi che accumularono alte
cariche civili e posizioni elevate nella Chiesa, ma cerano anche i Camateri, che riuscirono a imparentarsi per matrimonio con i Comneni, i Catafloroni, i Servlii, i Promunteni
Con la prosperit economica, gli incarichi fiscali monopolizzati da
questi funzionari civili li arricchivano cos rapidamente che alcune famiglie, che per tradizione servivano lo Stato con la spada, finirono per
unirsi ai loro ranghi. Peraltro erano possibili i fallimenti, e vi furono

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esattori che si rovinarono per non aver raccolto le somme corrispondenti alle tasse che avevano promesso di riscuotere. A Costantinopoli la separazione tra funzionari di rango modesto e ricchi mercanti si fece evanescente a partire dallxi secolo, quando sui sigilli dei funzionari si videro moltiplicare nomi in precedenza sconosciuti. Ci prova
lampliamento del reclutamento ai rampolli dellalta borghesia, muniti
di istruzione approfondita, e conferma limpressione di apertura sociale percepita e spesso criticata dai cronisti del tempo, come Michele Psello. Questi nuovi arrivati, tuttavia, non giunsero al culmine della gerarchia a causa di un controllo sociale pi stretto sotto i Comneni [Cheynet 422].
La rivolta del 1057 segn uno dei punti culminanti di questa influenza delle lites costantinopolitane, quando il patriarca Michele Cerulario
sollev la capitale in favore di Isacco Comneno grazie a un ascendente che non gli perveniva soltanto dalla funzione ma anche dalle relazioni con le pi importanti famiglie della capitale, come i Macremboliti, legati ai Duca [Cheynet 461].
Il ruolo di Basilio II nella trasformazione dello strato superiore dellaristocrazia davvero importante. Alcuni studiosi [Ostrogorsky 120]
hanno pensato che limperatore avesse manifestato unostilit radicale
nei confronti del corpo degli ufficiali superiori degli eserciti dOriente,
che avevano vanamente tentato di usurparne il potere. Fatto sta che
limperatore sostenne una nuova generazione di militari, tra i quali i fratelli Isacco e Giovanni Comneno, il cui padre Manuele aveva coraggiosamente servito il sovrano contro Barda Sclero, ma anche i Dalasseni, i
Botaneiati, i Contostefani, i Pegoniti, i Burtzi, i Gabradi. Tutti questi
svolsero un ruolo di primo piano nelle guerre civili o esterne dellxi secolo, e simparentarono direttamente o indirettamente con i Comneni.
Il glorioso sovrano scelse anche di perdonare gli Scleri, che lavevano
fatto a lungo tremare e che ottennero cariche elevate nel corso dellxi
secolo, senza per riuscire ad agganciarsi ai Comneni [Cheynet 422 e
461].
Con Basilio II e il fallimento dellaristocrazia anatolica, il centro del
potere si spostato a Costantinopoli, dove ormai gli imperatori decidevano delle carriere e delle fortune, mentre il denaro liquido circolava in
abbondanza. Per questo motivo, tutti quelli che contavano si stabilirono nella capitale, bench numerose famiglie conservassero i loro beni in
provincia. Questa evoluzione presentava il vantaggio di permettere al
sovrano di sorvegliare pi efficacemente i potenziali rivali, ma in compenso allontanava le popolazioni locali dai loro capi naturali. Questo elemento non totalmente nuovo, poich giovani arconti greci o stranie-

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ri, immediatamente dotati di dignit di un certo livello, erano gi registrati forse in maniera fittizia, senza servizio attivo, ma comunque con
una presenza reale nelle eterie destinate a sorvegliare il Palazzo.
Questa tendenza alla centralizzazione conobbe uneccezione notevole. LOccidente bizantino non aveva, fino ad allora, conosciuto lo sviluppo duna aristocrazia militare paragonabile a quella dellOriente, senza dubbio perch le guerre contro i Bulgari e i nomadi del nord erano
intermittenti e non portavano n la ricchezza n la gloria di quelle contro i musulmani. Si d il caso per che, nellxi secolo, varie famiglie, come i Tornici di origine armena, i Vatatzi, i Brienni, si fossero insediate
a Adrianopoli, venendo pertanto designate con il nome di fazione macedone. Tali famiglie dominavano i tagmata occidentali che seguirono
Leone Tornicio nel 1047 e Niceforo Briennio nel 1077, nel corso dei loro tentativi di usurpazione che furono infranti dallostilit manifestata
nei loro confronti dalla popolazione della capitale.
c) Lascesa dei Comneni.
I Comneni, favoriti da Basilio II, riuscirono a riunire intorno a s
llite militare dellxi secolo [Barzos 439]. Una donna, Anna Dalassena,
cognata dellimperatore Isacco Comneno, tramite alleanze matrimoniali riusc a unire i numerosi figli ai migliori partiti dellepoca, i Diogeni,
Figura 1. La discendenza maschile dei Comneni (x-xii secolo).
N. Comneno

Adriano Dalasseno

?
Manuele

Alessio Caronte+N. Dalassena

Niceforo
Giovanni+Anna Dalassena

Isacco I
Manuele
Giovanni

Alessio

Isacco

Costantino

Adriano

Giovanni Duca

Michele VII

Andronico Duca

Niceforo
Alessio I+Irene Duca

Giovanni (II)+Irene dUngheria


stato imperatore
N. = nome ignoto
+ = sposato con

Costantino X

Alessio

Andronico

Andronico

Isacco

Isacco

Manuele

Manuele (I) Andronico I


Alessio II

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i Taroniti, i Melisseni, i Duca [cfr. fig. 1], e, grazie a una serie di intrighi, ottenne per loro le cariche pi elevate sotto tre regni successivi, ma
separati da colpi di stato, ossia quelli di Michele VII Duca, Romano IV
Diogene e Niceforo III Botaneiata [Femmes et pouvoirs 454]. Occorre
notare che la presa di potere da parte dei Comneni non devessere interpretata come il trionfo dei militari provinciali, ma di una fazione della capitale dal momento che essi, dopo Basilio II, avevano preparato il
loro successo a Costantinopoli. Lascesa al trono del secondo dei figli di
Anna Dalassena, Alessio, segn infine un trionfo annunciato. Il nuovo
imperatore consolid il proprio potere seguendo gli stessi metodi, mantenendo il sostegno indispensabile dei Duca [Polemis 443] e ottenendo
lappoggio dei Paleologhi e infine dei Macedoni, grazie al matrimonio della figlia maggiore, Anna, con Niceforo Briennio, nipote del ribelle del 1077-78, che lo stesso Alessio aveva combattuto per conto di Botaneiata. Nellaristocrazia a questo punto si produsse una scissione tra
chi era imparentato con i Comneni e chi non lo era. Questi ultimi furono relegati in secondo piano, per quanto gloriosi fossero i nomi che portavano.
lecito postulare una contrapposizione netta tra le famiglie di tradizione militare e quelle di tradizione civile, e ritenere che lascesa dei
Comneni simboleggi la vittoria dei primi? Le guerre civili dellxi secolo, infatti, sono state a volte interpretate in termini di conflitto fra militari e civili. La prosopografia rivela per, in occasione di conflitti,
alleanze trasversali tra famiglie di entrambe le tradizioni. Inoltre, la separazione fra i due gruppi non a compartimenti stagni: per quanto lendogamia risulti maggioritaria, vi sono frequenti legami matrimoniali tra
famiglie militari e civili. Infine, lappartenenza a una categoria non fissa e, come aveva gi notato Alexander Kazhdan, molte famiglie dellaristocrazia militare del x secolo, nel secolo seguente si sono riciclate nelle funzioni civili, in particolare finanziarie [424]. Come si vede, tale scelta in questepoca non segnala un declassamento della loro condizione,
dal momento che le nuove funzioni permettevano un arricchimento spettacolare e rapido. Per alcune di esse, tuttavia, lesclusione dalla casta militare, nel momento in cui i Comneni giunsero al potere, si tradusse allora in un calo di prestigio sociale.
d) Unaristocrazia ancora aperta?
Nonostante questa struttura aristocratica, in pratica ereditaria, la
promozione di homines novi andata avanti per tutto il Medioevo,
con intensit variabile; pi importante fino allinizio dellxi secolo,

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anche se mai generalizzata, si poi particolarmente ristretta sotto i


Comneni. Lingresso permanente nellaristocrazia aveva ordinariamente luogo in seguito a una brillante carriera militare, bench nellxi secolo un Giovanni Mauropo, un Michele Psello o un Michele Attaleiata fossero stati ammessi nella cerchia ristretta dei consiglieri dellimperatore grazie ai loro brillanti studi. Tuttavia, linclusione di
intellettuali che non arrivavano a concludere matrimoni illustri risultava effimera: i nomi Psello e Attaleiata scompaiono dopo una o due
generazioni.
La maggior parte dei nomi nuovi che compaiono nellxi e nel xii secolo hanno una fisionomia straniera. Gli stranieri erano accolti senza discriminazioni, purch fossero cristiani o si convertissero, e finirono per
integrarsi nellaristocrazia in proporzioni di tutto rispetto. Gli Armeni,
che costituiscono il contingente pi numeroso fino a Basilio II incluso,
presentano le caratteristiche comuni a tutti gli stranieri. Quelli di essi
che furono associati alle cariche pi elevate discendevano sempre da stirpi sovrane, come i Tornici e i Taroniti, accolti nel x secolo, e i discendenti delle famiglie reali del Vaspurakan e di Ani, nel secolo seguente
[Garsoan 433]. In secondo luogo, lapporto degli stranieri rispecchia esattamente le popolazioni affrontate dallImpero: risulta attestato un flusso, peraltro modesto, di Slavi, Arabi [Stavrakos 435], Bulgari, Georgiani, e poi, con numeri sempre pi importanti, a partire dalla fine del x secolo, di Franchi [Shepard 437]. I nuovi arrivati appartenevano di norma
alle lites del proprio paese, e si erano originariamente arruolati nellesercito imperiale spesso in compagnia dei loro seguaci. I Franchi che fondarono una stirpe a Bisanzio derivavano perlopi da famiglie di lignaggio minore, ma provenivano comunque, in maggioranza, dai ranghi della nobilt normanna o italiana: i Petralifi, Rogeri, Lapardadi. Nella
seconda met dellxi secolo, e poi sotto i Comneni, i Turchi si innalzarono a elevate cariche militari. Taticio e Giovanni Assuco, fatti prigionieri in tenera et, furono allevati rispettivamente con Alessio Comneno e
Giovanni II, dei quali divennero gli uomini di fiducia. Si tratta forse duna eccezione alla regola secondo cui i nuovi venuti provenivano da una
buona famiglia? Non detto, perch ai giochi di un futuro imperatore
non partecipavano bambini di bassa origine [Brand 432]. Il figlio dellemiro di Creta, catturato in occasione della riconquista dellisola, si distinse rapidamente nella guerra condotta da Tzimisce contro i Russi e
fond la famiglia degli Anemadi. Allo stesso modo, i principi reali bulgari, catturati nel 1018 da Basilio II, furono tutti uniti ai migliori partiti dellAnatolia [Bozilov 431]. Solamente i capi della guardia variaga, che
fossero russi, inglesi o danesi, non hanno lasciato tracce.

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2. Linfluenza delle lites e le sue modalit.


a) La costituzione dei clan familiari.
Si presumeva che i matrimoni cementassero gli interessi delle famiglie degli sposi, o almeno interrompessero le rivalit private. Lesempio
pi compiuto della formazione di una vera e propria fazione , come si
visto, quello dei Comneni, che ha portato alla riorganizzazione dello
strato pi elevato dellaristocrazia; ma anchesso non che lultimo caso di una lunga lista. Se la formazione dei primi raggruppamenti nel vii
e nellviii secolo ci nota solo in parte, a causa della mancanza di fonti
[Auzpy 438], invece la rete di parentele incrociate incentrata intorno
ai principali comandanti militari, ma anche allinterno dellaristocrazia
della capitale, chiaramente percepibile allinizio del ix secolo. In questo periodo si nota che i principali ufficiali che assistono il domestico
delle scholae, Bardanio il Turco, sono imparentati per via matrimoniale. Un altro raggruppamento prese forma intorno alla numerosa famiglia
dellimperatrice Teodora, che sopravvisse alla caduta della dinastia macedone. Il successo pi compiuto, prima dei Comneni, ebbe luogo nel x
secolo a opera dei Focadi, che riunirono tutte le famiglie pi importanti dellAsia Minore [cfr. fig. 2]. I Maleini sostennero strenuamente i Focadi in tutte le loro imprese, e condivisero il loro sfortunato destino,
mentre gli Scleri, che disponevano di altri appoggi, in particolare tra gli
Armeni, nonostante i legami matrimoniali non si sentirono solidali e rimasero dei rivali nella conquista del potere [Cheynet 441]. Allo stesso
modo anche i Curcui, dai quali derivava Giovanni Tzimisce, fecero il
proprio gioco. Gli obblighi legati alla parentela, in particolare la mutua
assistenza, si attenuavano molto rapidamente; mentre fra zio e nipote
erano forti, erano sentiti molto meno tra cugini di primo grado.
Gli imperatori, bench non avessero qualifiche ufficiali per immischiarsi nelle questioni matrimoniali, tuttavia non se ne disinteressavano. Innanzitutto, per concludere matrimoni allinterno della loro famiglia ci voleva il loro accordo, con un controllo sempre pi esteso. Basilio I proib alle figlie di sposarsi per evitare linvadenza di eventuali
generi e delle loro famiglie; Manuele Comneno intervenne per vanificare lunione di una cugina con un Mesarita, da lui ritenuto di lignaggio
troppo mediocre per aspirare a una principessa di sangue imperiale. Basilio II scelse i coniugi di alcuni suoi protetti: fu dietro sua ingiunzione
che il futuro imperatore Isacco Comneno spos una principessa bulgara. Pi in generale gli imperatori, tra i quali ancora una volta Basilio II,

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cercarono di controllare le alleanze matrimoniali dellalta aristocrazia


tramite la Chiesa, che prese dei provvedimenti sempre pi restrittivi in
materia di impedimento al matrimonio per consanguineit, distinguendo i casi dirimenti in cui, quando limpedimento era constatato, il matrimonio era subito annullato, dagli altri in cui poteva essere mantenuto. Cera dunque un margine di manovra [Laiou 733].
Si pu aggiungere che il matrimonio non costituiva lunico mezzo
per legare insieme famiglie o individui. Anche le parentele spirituali, inFigura 2. Prospetto genealogico dei Focadi (dal ix secolo allinizio dellxi).
Foca

Adralesto
(D.S.)
Eudocimo Maleino+Anastaso
Eustazio Maleino

Niceforo il Vecchio
(D.S.)
Leone Foca
(D.S.)

Michele Maleino

Barda Foca+N.
(D.S.)

Costantino Maleino
Eustazio Maleino

Teofilo

Niceforo Foca +1) N. Pleustena?


(D.S.)
2) Teofano

Leone Foca
(D.S.)

Costantino N. Focena+Tzimisce
Foca

Giovanni
Curcua
(D.S.)
N.+T.w.d.s.
(Teodulo
Parsacunteno?)

Barda Foca

niceforo foca

?
Barda Foca+N. Adralestina
(D.S.)

b.w.d.r.s.
niceforo?
(Teodoro?)
barda?

Adralesto
diogene
adralesto

Leone

Niceforo

Manuele
Foca

(Panterio?) Sclero
(D.S.)

Barda
Sofia +costantino
Focena sclero
Barda
Sclero
(D.S.) stato domestico delle scholae
stato imperatore
Ha ottenuto un comando importante (capo
di tagma o stratego di tema)
stato ufficiale nellesercito
N. = nome ignoto

N.+Romano Balantio
Giovanni Tzimisce
Niceforo
+
Tzimisce
1) Maria Sclerena
2) Teodora, figlia di Costantino VII
? Leone Balantio

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fatti, potevano confermare unalleanza, o disarmare un potenziale avversario, o segnalarne la posizione nella scala sociale: Michele Psello era
orgoglioso che limperatrice Maria di Alania fosse la madrina del suo nipotino. La Chiesa teneva conto dei legami spirituali nel calcolo dei gradi di parentela [Macrides 456; Patlagean 752].
La fratellanza adottiva, daltro canto, non era ratificata dalla Chiesa, ma congiungeva due persone in base alla loro sola volont. il caso
per esempio di due generali, il futuro imperatore Romano Diogene e il
futuro pretendente al trono Niceforo Briennio, che si erano adottati come fratelli.
b) Il ruolo delle donne.
Studiare il ruolo delle donne nella societ bizantina significa innanzitutto sottolineare le carenze delle fonti che abbiamo a disposizione per
lepoca in esame. Dal momento che non pi utilizzabile lenorme documentazione papirologica, le fonti risultano infatti troppo esclusivamente normative, con leccezione delle informazioni fornite dallagiografia e dalla retorica, in particolare gli elogi funebri. Sarebbe inutile
cercare di descrivere la vita delle contadine o delle popolane di citt,
trattate solo per sterotipi, dalla santa alla prostituta. Le prostitute, condannate dalla Chiesa ma tollerate dalla societ, a Costantinopoli servivano a valorizzare la filantropia imperiale, giacch i sovrani crearono
spesso dei monasteri per accogliere queste sventurate, sovente condannate alla mendicit. Le uniche testimonianze utilizzabili, che per giunta, con poche eccezioni, derivano da ambienti maschili, riguardano le
donne dellalta societ.
Il ruolo delle donne perlopi ereditato dallepoca precedente [Beaucamp 271] e dipende dai tratti che vengono a esse attribuiti: la loro debolezza, il pudore minacciato quando si mostrano in pubblico; le donne sono considerate come delle eterne minorenni, per quanto non siano
sottoposte a una tutela. Allinterno delle coppie, di regola la diseguaglianza: solo il padre ha potest (exousia) sui figli. Le donne godono di
conseguenza di una condizione protetta, in particolare contro il ratto o
sul piano finanziario, ma comunque inferiore sia nella sfera civile che in
quella ecclesiastica. Restano cos escluse dalle funzioni pubbliche, non
hanno la facolt di agire per vie legali, salvo in rari casi, e la loro testimonianza ammessa solo su questioni al di fuori della portata degli uomini, come il parto [Beaucamp 453]. Allinterno della Chiesa, le donne,
oltre a non avere naturalmente accesso al sacerdozio, sono escluse dallo spazio consacrato delimitato dal pluteo (a causa di norme di purezza

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dorigine veterotestamentaria), e non hanno diritto di prendere la parola in pubblico. In compenso, com ovvio, possono dirigere i monasteri
femminili. Si ignora, per, se queste regole rigorose siano state sempre
rispettate nellambito laico. Le vedove, per esempio, finch non si risposavano disponevano di grande libert dazione a nome dei figli in minore et.
Le donne dellaristocrazia hanno sempre giocato un ruolo importante, che tuttavia le fonti lasciano tra le righe. A partire dallxi secolo, nelle famiglie pi eminenti le donne acquistarono un ruolo significativo,
dal momento che i legami di sangue hanno un peso maggiore, ed esse
possono esercitare un vero potere in quanto rappresentano la famiglia
dorigine e dispongono di beni propri. Sono perci libere di stilare il testamento o di stipulare contratti. Irene Duca, moglie di Alessio I, non
esit a rompere il matrimonio di sua figlia Eudocia, che riteneva fosse
maltrattata dal marito Michele, membro dellillustre famiglia degli Iasiti. Linfluenza delle imperatrici dorigine greca aumentata sotto i Comneni e gli Angeli: Irene Duca e Eufrosine Camaterissa, moglie di Alessio III Angelo, presero parte attiva agli intrighi politici del loro tempo.
Le mogli mantenevano il cognome paterno e non prendevano quello del
marito. Poteva anche capitare che dei figli assumessero il cognome della madre, pi rinomato, a discapito di quello del padre. Alcune aristocratiche, in particolare nella famiglia dei Comneni, hanno peraltro acquisito una cultura elevata: Anna Comnena non fu una figura isolata,
giacch altre principesse del xii secolo animarono circoli letterari o si fecero dedicare opere erudite [Gouma-Peterson 181].
c) I patrimoni e leredit.
Le novelle degli imperatori macedoni del x secolo, che denunciavano le soperchierie dei potenti, accaparratori di terre, hanno fatto credere che laristocrazia derivasse la propria forza economica dai propri latifondi. Questo senzaltro vero per i provinciali, che non avevano accesso diretto allimperatore, ma i pi grandi patrimoni dellImpero non
avrebbero potuto derivare soltanto dal lento accumulo di rendite fondiarie [Cheynet 450], che erano sicure ma di entit modesta [Oikonomides 556]. Servire limperatore arricchisce pi velocemente e a livelli eccezionali, nel caso di alcuni favoriti. Questi fortunati, titolari delle
funzioni pi elevate e beneficiari delle alte dignit che vi erano normalmente associate, erano certi di ricevere ogni anno rogai di parecchie decine di libbre doro. A queste si aggiungevano le doreai imperiali, palazzi a Costantinopoli, vasti possedimenti nei territori riconquistati dai ge-

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nerali vittoriosi. La loro posizione sociale permetteva alle personalit


pi eminenti dello Stato di impadronirsi fraudolentemente di terre non
solo a discapito di chi non aveva i mezzi per protestare, ma anche dello
stesso Stato. Anche prima di arrivare al governo dellImpero, Basilio il
parakoimomenos, incrollabile sostegno di molti imperatori, si era procurato un patrimonio colossale stornando a proprio vantaggio una parte
dei terreni demaniali nelle province recentemente strappate ai musulmani. Infine, quando il sovrano voleva ricompensare un ministro fedele, poteva anche affidargli un monastero imperiale sotto forma di
caristicariato [Ahrweiler 448]. Costantino Leicuda dovette restituire
i Mangani che per giunta comportavano un sekreton prima di essere promosso a patriarca.
Le propriet provenienti dalle donazioni (doreai) imperiali sembrano essere state concesse soltanto a titolo di usufrutto. per questo motivo che alcuni palazzi di Costantinopoli furono concessi a una serie di
beneficiari successivi, favoriti del momento. Come norma pi generale,
un bene che era appartenuto al fisco poteva sempre essere reclamato.
Sembra che una dorea concessa da un imperatore dovesse essere confermata dal successore per conservare la propria validit. I monasteri ebbero maggiore successo dei laici nellaccumulare le liberalit imperiali,
e conservarono tutti gli atti che fondavano i loro diritti di propriet in
archivi che in genere non sono giunti fino a oggi, salvo che per i monasteri atoniti. Non si dispone di fondi archivistici laici, salvo indirettamente, per alcuni beni passati a monasteri. I parenti stretti o i favoriti
degli imperatori ammassavano ricchezze che potevano essere quantificate in centinaia di libbre doro, in particolare sotto i Comneni, assai
generosi nei confronti dei parenti stretti, sotto lo sguardo critico di chi
era escluso da tanta abbondanza, come il cronista Zonara portavoce dei
senatori. Laccumulo di ricchezze, tuttavia, non paragonabile ai patrimoni di cui disponevano le pi potenti famiglie senatorie dellepoca tardoantica.
Daltro canto, le confische erano frequenti: si trattava di unarma
utilizzata contro gli avversari politici che permetteva, come ulteriore
contropartita, generose redistribuzioni ai propri partigiani. Un patrimonio smodatamente eccezionale finiva per attirare lattenzione degli imperatori, e tutti coloro che vengono indicati dai testi come protagonisti
di un eccezionale arricchimento, finirono per perdere tutto: Basilio il
parakoimomenos ed Eustazio Maleino sotto Basilio II, Niceforitza sotto Niceforo Botaneiata, Alessio Assuco sotto Manuele Comneno, Manuele Camitza sotto Alessio III Angelo [Cheynet, in Beaucamp 449].
Per stabilizzare il patrimonio, gli aristocratici hanno spesso fondato dei

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monasteri, che proteggevano le loro propriet terriere rendendole di fatto inalienabili in quanto sottoposte alla protezione accordata ai beni della Chiesa. Tali propriet, per, rimanevano in famiglia, giacch il typikon (regolamento) prevedeva che gli eredi del fondatore conservassero la gestione, e dunque le rendite del monastero [Kaplan 452].
Il coinvolgimento dellaristocrazia nella vita economica dellImpero,
salvo per quanto riguarda il commercio delle derrate agricole, resta un
soggetto oscuro a causa dellassenza di una documentazione adeguata.
Sappiamo che, a Costantinopoli, gli aristocratici investivano nelle botteghe, e aggiravano tramite prestanome la proibizione, che valeva per i
dignitari, di esercitare i mestieri dellartigianato e del commercio [Gerolymatou 451]. inoltre certo che le attivit domestiche dei grandi
oikoi aristocratici fornissero delle eccedenze che, a quanto pare, venivano messe sul mercato o servivano a distribuire doni di prestigio. Nel
ix secolo Danielide, cos generosa nei confronti di Basilio il Macedone,
faceva lavorare nel Peloponneso centinaia di tessitrici di seta. Un tal numero di lavoranti, ammesso che non sia stato accresciuto dallaspetto
leggendario dellepisodio, rimane certo eccezionale, ma il modello economico verosimile.
La trasmissione del patrimonio, in una famiglia coniugale dove coabitavano solamente genitori e figli non sposati, avveniva in occasione di
fidanzamenti e matrimoni piuttosto che al momento della morte, sempre imprevedibile ma troppo spesso prematura, dei genitori. Le ragazze
erano a volte fidanzate a unet precoce, ancora nella prima infanzia,
ma di norma si sposavano verso i 15 anni con un marito di qualche anno pi adulto. Ricevevano una dote, proporzionata al patrimonio dei genitori, che corrispondeva alla loro parte di eredit. Lo sposo, la mattina delle nozze, offriva lhypobolon, equivalente alla met o a un terzo
della dote, al quale si aggiunse, a partire dal x secolo, un complemento
equivalente a un dodicesimo della dote, il theoretron. Il marito gestiva i
beni della moglie ma non poteva venderli, salvo nei casi eccezionali previsti dalla legge. Le famiglie cercavano di mantenere i beni allinterno
dei rispettivi patrimoni. La dote tornava ai genitori della sposa se questa moriva senza figli. Se la sposa rimaneva vedova ne conservava luso. Le seconde nozze erano tollerate, perch molte donne morivano durante il parto, in seguito alle numerose maternit, mentre talora i mariti morivano in battaglia [Beaucamp 449].
A ciascun cambio di generazione, il patrimonio era diviso tra i figli,
comprese le femmine che avevano diritto a una parte uguale a quella dei
fratelli, anche se pi frequentemente costituita da denaro contante o beni mobili. Questo potenziale indebolimento di generazione in genera-

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zione, peraltro compensato dalla forte mortalit infantile, anche nelle


classi pi agiate, e dalle unioni matrimoniali, forniva agli imperatori un
ulteriore mezzo di pressione. I padri, desiderando che i figli ottenessero a loro volta delle lucrose dignit, dovevano manifestare la propria
lealt verso limperatore in carica, spesso inviando i propri rampolli a
servire al Gran Palazzo. Questi ultimi speravano di ottenere delle cariche in futuro, servendo al presente da ostaggi. Il sovrano poteva anche
compensare, con nuove donazioni, lindebolimento del patrimonio in
occasione delle spartizioni. Questi meccanismi spiegano perch le famiglie che seppero conservare il favore imperiale si siano mantenute per
generazioni al pi alto livello.
d) Le clientele.
La ricchezza e linfluenza presso limperatore attiravano intorno ai
grandi notabili tutta una folla di dipendenti gerarchizzati, parenti, amici, servitori, schiavi. Se anche i parenti non vivevano necessariamente
sotto lo stesso tetto, i vasti oikoi (o palazzi) facilitavano la concentrazione della casata dei capifamiglia. Questi ultimi si recavano talora
nella residenza padronale, nel cuore di uno dei loro grandi possedimenti e amministrata da un intendente, ma soggiornavano pi volentieri in
citt. Il Palazzo dei Maleini era situato a Cesarea di Cappadocia. La scelta di vivere dietro possenti mura cittadine era giustificata da ragioni di
sicurezza, ma centrava anche la prospettiva di una vita meno spartana.
A partire dallxi secolo, lalta aristocrazia cominci a risiedere quasi
esclusivamente a Costantinopoli, e ci non fu privo di conseguenze, dal
momento che le rivendicazioni delle popolazioni provinciali furono appoggiate sempre pi insufficientemente presso il potere centrale. Nelloikos una stanza conteneva il tesoro di famiglia, composto di tessuti
preziosi, talora di vesti gi indossate dallimperatore, di denaro contante e di gioielli. Questo tesoro costituiva unassicurazione contro i rovesci di fortuna, perch, essendo facilmente trasportabile, poteva sfuggire alle confische, ed era anche uno strumento di potere in quanto permetteva delle distribuzioni ai seguaci per mantenere la loro fedelt.
Limportanza delloikos aument di pari passo con la caduta in disuso
dei luoghi pubblici, alla quale facevano eccezione solo le chiese. Anche
in questi luoghi, tuttavia, gli aristocratici si fecero spesso costruire delle cappelle private, dotate dun clero apposito che celebrava battesimi e
matrimoni, pratica che fu legalizzata da una novella di Leone VI [Magdalino 633].
Le fonti menzionano, allinterno dellentourage dei grandi, dei phi-

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loi e degli oikeioi termini che hanno i propri esatti corrispondenti in


latino, gli amici e i familiares e degli anthropoi (uomini), di condizione libera e che talvolta disponevano essi stessi della propria rete clientelare. Avevano scelto di affidarsi a un magnate e si consacravano al suo
successo, sperando di ottenerne in cambio dei benefici [Cheynet 461].
Un provinciale senza agganci poteva cos ottenere titoli imperiali grazie
allintermediazione dei suoi patroni. Un certo Eustazio Boila, protospatario, nel testamento del 1059 ricorda la generosit del suo padrone e
signore (kyrios e authentes) Michele Apocapa, che laveva colmato di benefici. Eustazio ha tratto profitto dalla protezione (prostasia) del dux Michele e alla morte di questo dal figlio Basilio; afferma inoltre di non aver
mai tradito la lealt cui era tenuto nei confronti dei suoi padroni. I vantaggi non erano per a senso unico, giacch i padroni gli avevano estorto diverse propriet di valore [Lemerle 631].
A partire dallxi secolo, questi legami personali furono utilizzati dagli imperatori che ebbero i propri oikeioi, personaggi che godevano subito di grande influenza giacch, potendo liberamente parlare al sovrano, attiravano la sua attenzione in favore di chi li aveva pagati per ottenere una carica. Questo status di oikeios o anthropos dellimperatore
fu riconosciuto ufficialmente, giacch compare sui sigilli di coloro che
potevano vantare tale onore, e che non mancavano di menzionare la
propria posizione anche quando firmavano gli atti pubblici. La vicinanza allimperatore finisce per acquisire pi influenza della stessa funzione esercitata per conto del sovrano. Sarebbe per un errore contrapporre troppo radicalmente questepoca, che segnerebbe una presunta
tappa verso la feudalizzazione, alla precedente. Gli imperatori si sono sempre circondati di fedeli che formavano la base del potere. La fazione di Basilio il Macedone comprendeva non solo i suoi parenti, ma
anche quelli degli Armeni che il futuro imperatore conosceva da quando aveva servito lo stratego Tzantza, nonch alcuni alti funzionari che
avevano legato la loro fortuna alla sua. Le casate pi potenti copiavano lorganizzazione del Palazzo, e disponevano di un vestiarion diretto
da un protovestiario, e di un pincerna (coppiere) per il servizio a tavola. Il futuro imperatore Basilio inaugur la propria arrampicata sociale
divenendo il protostrator (primo scudiero) di Teofilitza, parente di Michele III.
Infine, cera una massa di domestici (oiketai, douloi) che viveva nei
palazzi dipendendo esclusivamente dai propri padroni. Gli schiavi (douloi, andrapoda, paides) costituivano una parte importante dei servitori, in una proporzione che oscillava a seconda dei successi degli eserciti
bizantini. Nella seconda met del x secolo, per esempio, il prezzo degli

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schiavi sub un forte calo a causa della cattura di numerosi musulmani.


La loro condizione giuridica era peraltro meno importante della relazione che essi stabilivano con il padrone, che poteva permettere loro di occupare posizioni importanti sul piano economico e sociale, soprattutto
se tale figura si identificava con limperatore. Non sembra che gli schiavi siano stati insediati con particolare frequenza sulle terre, a eccezione
di quelle statali. I padroni li affrancavano spesso nel testamento ma questa generosit non liberava gli schiavi dallobbligo di servirne gli eredi.
Come ricompensa di un lungo servizio domestico, i padroni offrivano
spesso un terreno ai servitori maschi [Rotman 637, pp. 123-84].
e) Eserciti privati a Bisanzio?
I palazzi degli aristocratici erano sicuramente sorvegliati da servitori armati, il cui numero dipendeva dalla condizione del padrone. Sulla
base dei rari testamenti in cui il testatore fornisce la lista dei legati che
lascia ai domestici, compresi gli schiavi, si osserva che questo numero al
massimo arrivava a qualche decina, presso personaggi che non erano al
vertice dello Stato. Il pi ricco di tutti, il parakoimomenos Basilio, vero
imperatore senza corona, che aveva riunito una clientela fuori dal comune, era in grado di mobilitare fino a 3000 partigiani. Ai notabili locali bastava una banda di qualche decina di uomini sia per risolvere a
bastonate o allarma bianca le liti con gli altri potenti del circondario,
sia per commettere dei soprusi contro i deboli, ma con questi uomini
non si potevano certo permettere di combattere contro soldati di mestiere. Cos Costantino IX, nel 1047, a corto di risorse contro Leone
Tornicio che lo assediava con laiuto dei tagmata dOccidente, aveva armato i servitori dei senatori della capitale e li aveva fatti uscire contro
i reggimenti del ribelle. Gli sciagurati furono dispersi sul campo, fuggirono in gran disordine e abbandonarono persino la custodia delle mura.
Ci si anche chiesti se i magnati possedessero delle fortezze. Nel corso di alcuni decenni, alla fine dellxi secolo, una legge aveva autorizzato i privati a costruire delle fortezze giacch lo Stato non aveva pi il
denaro necessario, ma i proprietari di queste strutture non potevano tenerle che per una o due generazioni [Oikonomides 460]. Inoltre, sembra che nessuna fortezza importante sia stata costruita con queste modalit. Naturalmente per i palazzi aristocratici, specialmente in pianura, comprendevano un ridotto difensivo per proteggere il tesoro e gli
uomini contro le bande di predoni.
Indipendentemente, per, dal numero di guardie o di piazzeforti,
limperatore aveva poco da temere, anche nel caso che parecchi notabi-

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li avessero unito le proprie forze. La vera minaccia proveniva dallo strettissimo legame che univa ai suoi uomini il generale glorioso e popolare,
spesso rafforzato da una rete di solidariet familiari e territoriali. Gli
ufficiali combattevano tra i parenti e tra soldati spesso originari della
stessa provincia, almeno fino allxi secolo. I Focadi nel x secolo, e i Diogeni nel secolo seguente, potevano contare sul fedelissimo sostegno dei
Cappadoci, che avevano spesso portato alla vittoria e grazie a ci anche
arricchiti. Gli imperatori erano consapevoli della forza di questi legami
e, quando sospettavano che un generale favorisse eccessivamente i propri uomini per renderseli fedeli, lo rimuovevano dal comando. A volte
questa si rivelava una mossa decisamente sbagliata e finiva per provocare proprio quello che si era tentato di evitare, ossia la rivolta dellinteressato, come nel caso del domestico delle scholae Manuele sotto Teofilo, di Andronico Duca sotto Leone VI, di Giorgio Maniace sotto Michele IV. Quando un ribelle radunava un grande esercito, i suoi servitori,
anche se erano i pi devoti allinsorto, non ne costituivano lo zoccolo
duro: questo ruolo era assunto dai reggimenti dellesercito regolare passati dalla sua parte.
Alcuni studiosi, primo tra i quali Georg Ostrogorsky [460] e, pi recentemente e con maggiori riserve, Nicolas Oikonomides, hanno ritenuto che le strutture statali si siano progressivamente disgregate a favore dellaristocrazia che avrebbe usurpato le prerogative regie delluso
della forza, dellesazione delle tasse e del diritto di rendere giustizia.
stata anche proposta una cronologia: lxi secolo costituirebbe una tappa significativa, caratterizzata da imperatori deboli, e questo spiegherebbe larretramento generale delle frontiere; i Comneni avrebbero accentuato questa evoluzione, talvolta qualificata come feudalizzazione,
e il regno dei Paleologhi ne avrebbe costituito il compimento con il collasso finale dellImpero. Si per visto come nulla in realt suggerisca
una diminuzione rilevante dellautorit pubblica, e come gli imperatori, fino al 1204, abbiano conservato quasi intatte le proprie prerogative. Ci non significa, peraltro, che i notabili non abbiano esercitato un
influsso sulle popolazioni locali. Cecaumeno, nei suoi Raccomandazioni
e consigli, mostra come ci si aspettava che essi favorissero i propri amici in caso di esazioni fiscali eccezionali, e che risolvessero le divergenze
che contrapponevano gli abitanti dei villaggi senza passare per i tribunali ufficiali.

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3. Le rivolte.
a) Rivendicare il trono.
La concezione stessa del potere imperiale autorizzava le migliori speranze degli usurpatori, giacch, se avevano successo, la loro rivolta era
giustificata a posteriori con la ratifica divina. In seguito a ci, la frequenza delle usurpazioni dipendeva da un lato dallantichit di una dinastia, dallaltro dagli insuccessi del governo centrale, poich una serie
di sconfitte suscitava, di norma, la sensazione che un imperatore avesse cessato di godere dellappoggio divino, e offriva inoltre lopportunit
di attaccare un esercito demoralizzato. Questo il motivo per cui limpegno personale dellimperatore sul campo di battaglia proteggeva dai
colpi di stato, salvo in caso di disastri, come per Niceforo I e Romano
Diogene.
Le rivolte possono essere classificate in funzione dellobiettivo: ottenere il potere supremo o sottrarsi localmente allautorit imperiale.
Possono essere distinte secondo le modalit dazione: golpe militare, colpo di stato di Palazzo o, pi di rado, insurrezione urbana [Cresci 462].
Le rivolte furono sempre condotte da membri della classe dirigente, dal
momento che il successo dipendeva dalla costituzione di una rete di congiurati che comprendesse degli intimi dellimperatore minacciato. Anche Basilio il Macedone, senza dubbio in origine semplice contadino macedone, port a compimento il colpo di stato di Palazzo solo dopo aver
compiuto una brillante carriera a Corte. per questo motivo che risulta opportuno trattare le rivolte in un capitolo dedicato alle lites dirigenti [Cheynet 461].
Lesercito torna a essere un fattore politico di primo livello allinizio
del vii secolo, quando smise di rivendicare un migliore status professionale e finanziario per esprimere, invece, delle preferenze politiche. Su
queste nuove ambizioni si innestarono rivalit geografiche ben descritte da Walter Kaegi. Quando il tema degli Armeniaci si schierava per un
pretendente, quello degli Anatolici ne sosteneva un altro [128]. Nei secoli trattati qui, varie decine di tentativi di usurpazione si appoggiarono a reggimenti dellesercito. Le cause di ci furono molteplici. I soldati protestavano quando un imperatore si rivelava inabile a ottenere successi militari, e supportavano uno di loro, sperando che fosse pi
energico: lascesa di Leone V il caso pi lampante. I detentori delle
pi alte cariche militari erano evidentemente pi inclini a tentare la sorte. Numerosi strateghi degli Anatolici, che disponevano del contingen-

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te provinciale pi forte, ebbero laudacia di prendere le armi, e due ebbero successo, Leone III e Leone V; agirono in maniera analoga anche
vari domestici delle scholae, quando questa carica divenne la pi importante dellesercito a partire dal x secolo: il migliore esempio fu Niceforo Foca nel 963.
I periodi di reggenza costituirono una semplice variante del caso precedente. Una prolungata vacanza del potere stimolava le ambizioni, e i
periodi in cui sedevano sul trono imperatori minorenni videro moltiplicarsi i tentativi di colpo di stato: quello di Costantino Duca un altro
domestico delle scholae durante la reggenza di Zoe, poi leliminazione di questa stessa imperatrice da parte di Romano Lecapeno, o anche
il successo di Niceforo Foca e Giovanni Tzimisce durante la minore et
di Basilio II. In altri casi, era una minaccia reale o supposta contro gli
interessati e la loro fazione a scatenarne loffensiva: occorreva colpire
prima di finire accecati, tanto gli imperatori diffidavano delle personalit popolari a Corte. Si possono qui citare Michele II, Basilio I, Alessio Comneno o Isacco Angelo.
Il successo di un generale che aveva dalla sua la maggior parte delle truppe non era affatto garantito, come provano i fallimenti di Bardanio il Turco contro Niceforo I, di Tommaso lo Slavo di fronte a Michele II, di Barda Foca contro Basilio II, per citare soltanto gli insuccessi pi spettacolari. Le mura della capitale, e il tesoro imperiale che
permetteva di assoldare nuove truppe salvarono pi dun imperatore,
come Michele II, Basilio II e Costantino IX. Fatto sta che nessun usurpatore riusc a infrangere con la forza le difese di Costantinopoli, e quelli che entrarono nella capitale disponevano di complicit o di un partito allinterno della capitale: il tradimento di Michele VI, nel 1057, da
parte del patriarca Michele Cerulario e dei suoi amici costituisce il caso pi eclatante.
La tattica dun imperatore alle prese con una potente opposizione,
armata o disarmata, consisteva nellisolare il pretendente privandolo dei
suoi sostenitori tramite una politica di rilancio in materia di dignit e
donazioni. I cronisti riferiscono pi volte che una spia dellimperatore
si introdusse nellaccampamento degli insorti per portare in segreto delle crisobolle che offrivano delle dignit ai principali luogotenenti del ribelle. Questo metodo si rivelato efficacissimo contro numerosi generali, dal momento che, per molti congiurati, fintantoch il pretendente
non fosse apparso come probabile vincitore, risultava pi conveniente
negoziare la propria fedelt quando si era ancora in tempo piuttosto che
subire la punizione per il crimine di lesa maest, ossia laccecamento. Vi
furono anche casi in cui i congiurati consegnarono il loro capo, quando

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la sua posizione sembrava ormai compromessa, per sfuggire a ogni punizione, se non addirittura per accrescere i propri vantaggi. In compenso, una vittoria netta del ribelle faceva confluire nel campo del vincitore tutti gli indecisi, desiderosi di vendere il loro appoggio a chi appariva ormai come il futuro sovrano. cos che Isacco Comneno, dopo aver
vinto le truppe imperiali di Michele VI a Nicea, registr ladesione di
numerosi dignitari, tra cui il capo del Senato, Costantino Leicuda, e Michele Psello, ambasciatore di Michele VI.
Per avere successo, un pretendente doveva disporre di un abbondante Tesoro di guerra, sia attingendo al proprio patrimonio personale e a
quello dei suoi seguaci ma in tal caso la somma raccolta non permetteva di andare avanti a lungo , sia intercettando gli esattori imperiali
che riportavano alla capitale i proventi delle tasse. Inoltre, doveva avere a sua disposizione una vasta rete di parenti e alleati, ai quali il suo
successo lasciasse sperare la spartizione delle spoglie del potere: il miglior successo in questo ambito da ascrivere ai Comneni. Era prudente assicurarsi la fedelt dei complici tramite giuramenti irrefragabili.
Tranne che nei colpi di stato di palazzo, il pretendente doveva fruire del
sostegno di una parte cospicua dellesercito dal momento che le truppe
private non potevano affrontare i reggimenti di professionisti. Doveva
infine disporre, come si detto, di complicit a Costantinopoli. Di fronte a tutte queste condizioni, si capisce come mai cos pochi ce labbiano fatta.
La cospirazione di palazzo si appoggiava solamente alle reti clientelari, secondo gli stessi princip della spartizione delle cariche in caso di
successo. La maggiore difficolt era quella di conservare il segreto, giacch numerose spie facevano rapporto allimperatore o al papias e alleteriarca [Karlyn-Hayter 342], i principali responsabili della sicurezza del
Palazzo. Pi numerosi erano i congiurati, pi aumentava il rischio che
uno di essi denunciasse il complotto in cambio dellimpunit, o meglio
di una ricompensa. Allo stesso tempo, limperatore doveva distinguere
tra un vero pericolo e il gioco degli intrighi tramite i quali i suoi intimi
cercavano di sbarazzarsi dei rivali. Nonostante tutte queste difficolt,
numerosi usurpatori ebbero successo, come Niceforo I contro Irene, Basilio I che fece assassinare Michele III con lappoggio di Eudocia Ingerina, contemporaneamente amante dellimperatore e moglie dello stesso Basilio, o ancora Giovanni Tzimisce che ag in maniera analoga nei
confronti di Niceforo Foca, con la complicit di Teofano, moglie di Niceforo ma amante di Giovanni.

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b) I movimenti separatisti.
Non tutte le ribellioni riguardavano Costantinopoli, e un numero
crescente interess varie province dellImpero, perlopi popolate da allogeni ma non esclusivamente. Bisognava associare pi condizioni perch un rivoltoso si mettesse alla testa dun movimento locale: tra di esse, una certa coscienza da parte degli abitanti della provincia della loro
mancanza di attaccamento nei confronti del centro, e la disponibilit di
mezzi finanziari e dunque militari. Talora si aggiungevano altri fattori
pi geografici, come la distanza dalla capitale e la presenza di catene
montuose che rendevano difficile larrivo delle truppe imperiali.
c) Il separatismo etnico.
Le popolazioni allogene non erano necessariamente meno attaccate
allimperatore rispetto ai Greci, ma erano quasi sempre situate alle frontiere dellImpero, zone calde per natura; molte di esse, per giunta,
erano sottomesse da poco tempo, ed era dunque possibile che conservassero il ricordo della propria libert o del loro precedente sovrano.
Questa ragione spiega le rivolte delle sclavinie del Peloponneso nel x secolo, nonch quelle ricorrenti dei Bulgari nel corso dellxi, fino alla resurrezione finale dello Stato bulgaro nel secolo successivo, e infine limpossibilit di mantenere a lungo i Serbi sotto lautorit imperiale [cfr.
cap. xvii, p. 509; Prinzig 466; Malingoudis 467].
Latteggiamento degli Armeni, numerosissimi nellImpero, stato
giudicato in vari modi dagli studiosi moderni. Alcuni, seguendo alla lettera un cronista come Matteo di Edessa, estremamente ostile verso i
Greci, hanno ritenuto che le popolazioni e i quadri nobiliari armeni non
siano mai stati veramente leali e non abbiano difeso le frontiere orientali dagli invasori turchi, arrivando perfino ad accordarsi con essi [Garsoan 433]. Alcuni sigilli, per, attestano che i principi armeni ottennero dignit elevate, rivalutate per tutto il corso della loro vita (e ci suppone relazioni continuate con Costantinopoli), e che arrivarono a
occupare dei ruoli di fiducia, come per esempio quello di dux dun tema
confinario in Oriente. Come per gli altri quadri dirigenti dellImpero,
la fedelt dei quadri armeni dipendeva dalla rete di relazioni che li collegava con limperatore. Non pi possibile contrapporre gli Armeni
calcedoniani, come Filareto Bracamio o Gabriele di Melitene, che sarebbero stati fedeli allImpero, agli Armeni legati alla propria religione
nazionale, giacch la famiglia di Gregorio Magistro, che dette i natali a
un catholicos, serv anche gli imperatori. Lex re di Ani, Gagik, fu per

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qualche tempo dux di Lykandos, tema di confine popolato da Armeni,


e questo implica una profonda fiducia nella sua lealt da parte dellimperatore che laveva nominato.
In nessun caso, comunque, gli Armeni arrivarono a formare un gruppo omogeneo. possibile verificarlo ancora nel xii secolo. Gli Armeni
di Cilicia che obbedivano ai Rupenidi accettarono il giogo bizantino solo dopo le loro sconfitte militari, e tornarono indipendenti quando il potere imperiale si indebol. La divergenza confessionale accresceva lindocilit, ma non basta a spiegarla giacch laltra grande famiglia armena, gli Hethumidi, si mostrava favorevole a Bisanzio.
Si potrebbero moltiplicare gli esempi in cui le rivolte contro il potere centrale erano legate a rivalit interne del gruppo in questione. In Italia, per esempio, quando i Normanni assediavano Bari, i Longobardi della citt erano divisi tra chi favoriva i Normanni e chi voleva conservare i legami con lImpero. Cos, chi si era ribellato contro Bisanzio, come
il longobardo Argiro, poteva successivamente rivelarsi il miglior baluardo contro un nuovo nemico, se limperatore si era premurato di integrare il capo locale nellalta aristocrazia.
d) La dissidenza greca.
Ci si aspetterebbe che i sudditi greci del basileus gli obbedissero senza riserve, ma vari malcontenti, perlopi dorigine fiscale, provocarono
delle opposizioni armate. Allinizio del ix secolo, in Sicilia, un ufficiale
di nome Eufemio fece ricorso agli Arabi dAfrica per rafforzare il suo
dominio sullisola e si proclam basileus, pi per aumentare il suo prestigio agli occhi della popolazione che per autentica brama di conquistare la capitale dellImpero. Alla fine fu sconfitto, anche se il suo gesto
permise agli Arabi di mettere stabilmente piede sullisola. In questo
esempio si ritrovano parecchi dei tratti tipici di una rivolta locale: la distanza da Costantinopoli, bench un esercito giunto dallItalia fosse stato capace di soffocare la ribellione; le risorse fornite dallisola, allora una
delle pi fiorenti province dellImpero.
Il peso della fiscalit spinse la popolazione della Calabria nel x secolo, e quelle di Naupatto e di Antiochia di Siria nel secolo seguente, a
prendere le armi per opporsi ai funzionari fiscali inviati da Costantinopoli. Tutte queste insurrezioni furono soffocate nel sangue. I primi segni di indebolimento dei legami tra la capitale e le province compaiono
nellambito della crisi della fine dellxi secolo, quando Creta [Tsougarakis 1088] e Cipro, protette dalla loro insularit, furono protagoniste
di una dissidenza di breve durata. Alla fine del xii secolo, la gravit del-

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levoluzione sottolineata da parecchi movimenti. Si verific una nuova secessione di Cipro dietro limpulso dun membro della famiglia imperiale, Isacco Comneno, il quale senza dubbio si proclam basileus nellisola, non essendo riuscito a trascinare il resto dellImpero contro Andronico I. Il fallimento di Isacco II Angelo, che non riusc a cacciare
lusurpatore sostenuto dagli autoctoni e appoggiato da una flotta normanna, suggerisce tuttavia che la popolazione accettasse di essere separata da Costantinopoli. In compenso, la sua resistenza contro gli Inglesi di Riccardo Cuor di Leone, e ancor pi contro i Latini di Terrasanta,
dimostrano il suo desiderio di rimanere sotto lautorit dun sovrano
greco e ortodosso.
Il secondo esempio, quello di Teodoro Mancafa a Filadelfia, pi
caratteristico nei riguardi della nuova tendenza. Filadelfia, capitale del
tema dei Tracesi, aveva preso parte alla lotta contro i Turchi. Teodoro,
per, riusc a sottrarre la citt allautorit di Isacco II Angelo con lappoggio dellaristocrazia locale e a estendere la sua autorit alle citt vicine, cosa che lo rese padrone della parte pi ricca dellAsia Minore. Si
proclam basileus, batt moneta, ma senza cercare in alcun modo di marciare verso Costantinopoli. Isacco II riusc a sconfiggerlo nel momento
in cui Teodoro era arrivato a chiedere soccorso ai Turchi, ma i seguaci
di Teodoro, prima di lasciarlo catturare, avevano ottenuto la promessa
che non gli sarebbe stato fatto alcun male. Inoltre, chiamare i Turchi
non aveva contribuito a renderlo popolare a Filadelfia. Poco prima della caduta di Costantinopoli, Teodoro Mancafa si era nuovamente reso
padrone di Filadelfia. Questa regione, i cui abitanti sembrano essere stati intenzionati a essere governati senza alcun rapporto con Costantinopoli, costitu il cuore dello Stato niceno dopo la presa latina di Costantinopoli nel 1204. La rivolta di Mancafa preannuncia la possibilit di vivere unidentit bizantina al di fuori di Costantinopoli [Cheynet 464].
In Occidente, allo stesso modo, Leone Sguro, originario di Nauplia,
che si era impadronito di Corinto, cerc di procurarsi un principato; il
blocco di Costantinopoli nel 1203 favor la sua avanzata, bench il metropolita di Atene, Michele Coniata, gli si fosse opposto, almeno finch
la capitale non cadde definitivamente nelle mani dei Latini. Anche questo personaggio, la cui condizione originaria resta sconosciuta (ma alcuni suoi parenti servivano negli uffici della capitale), trov degli appoggi tra la popolazione locale, pur esercitando anche pressioni con luso
della forza. Pur senza raggiungere lo stadio della rivolta aperta, altre
citt della Grecia non lasciarono pi entrare gli agenti del fisco, valendosi delle proprie mura o di una favorevole posizione naturale. Le lites locali, sullonda della prosperit generale, contestavano il pagamen-

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to delle tasse, mentre nel frattempo il governo centrale si mostrava incapace di proteggere efficacemente i provinciali. Come riferisce Niceta
Coniata, rifugiatosi in Tracia nelle vicinanze della capitale, si era diffuso un sentimento di ostilit contro gli abitanti privilegiati di Costantinopoli anche se non bisogna generalizzare. Queste dissidenze, meno
spettacolari delle grandi ribellioni e meno scrupolosamente annotate dai
cronisti, erano per pi pericolose per la coesione dello Stato, e prefigurano la frammentazione permanente dellImpero in pi Stati dopo il
1204.
Levoluzione delle lites bizantine condivide pi tratti comuni con
il resto della cristianit, in particolare allepoca carolingia, di quanto non
lasci supporre limmagine tradizionale, ma semplicistica, dellImpero come efficace struttura centralizzata. Tale immagine quella che volevano dare gli imperatori, ma dissimula in parte il rapporto di dipendenza
che correva tra Costantinopoli e i suoi rappresentanti in provincia, ossia gli aristocratici locali. Il sovrano doveva mostrare riguardo alle pi
potenti famiglie di ufficiali se non si voleva creare gravi problemi. Rispetto per ai colleghi occidentali, limperatore di Costantinopoli dispose senza dubbio per lungo tempo di vantaggi superiori, in materia di ricchezze da distribuire, grazie a un sistema fiscale meglio conservato, e di
una migliore capacit di concedere favori vitalizi.
Laristocrazia costituiva lossatura dellImpero, come mostra, per
contrasto, la politica di Andronico I Comneno, il quale, usurpatore,
preoccupato di conservare il potere e di trasmetterlo ai figli, decim i
ranghi dellaristocrazia pi elevata, e per una generazione indebol lo
Stato in duplice maniera: lo priv dei migliori ufficiali e allo stesso tempo dei pi valenti candidati al trono, permettendo cos da una parte alle potenze straniere di usurpare in modo pi o meno ampio il territorio
imperiale, e dallaltra facendo s che continuassero a regnare sovrani mediocri. Non certo lunica ragione della caduta di Costantinopoli nel
1204, ma ne rimane uno dei fattori incontestabili.

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parte terza
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jacques lefort
ix. Popolazione e demografia

A causa della natura delle fonti e delle preoccupazioni degli storici


nel corso del xx secolo, finora ci si pi interessati alle popolazioni che
componevano lImpero che alle questioni demografiche.
1. La popolazione.
a) La diversit del popolamento.
Come nellepoca anteriore, la popolazione era poco omogenea, non
fosse che per lestensione dellImpero. Non facile n definire n afferrare tale diversit, bench sia stata molto studiata: lorigine geografica
di una popolazione, la lingua da essa parlata, il suo stile di vita e le sue
credenze sono in effetti distinti, anche se il termine nazione (ethnos),
dotato di risonanze bibliche, permetteva di evocarli tutti insieme. Le
fonti scritte, di conseguenza, pur attribuendo una grande importanza ai
diversi particolarismi della popolazione, spesso informano solo sommariamente. In base ai nomi dei popoli o delle popolazioni da esse menzionati spesso si deduce lesistenza di gruppi etnici: si tratta duna espressione comoda ma di senso indistinto, salvo per il fatto che perlopi con
essa si indicano gruppi linguistici.
Inoltre, un unico nome di popolo o gruppo religioso poteva essere
adoperato per popolazioni diverse, e un unico gruppo, o comunque ci
che era percepito come tale, poteva essere designato in diversi modi.
Daltro canto, gli antroponimi citati dai cronisti sono difficili da interpretare. Infine, le aree geografiche inquadrate da un toponimo riferito
alla regione di residenza dun gruppo erano mutevoli, e spesso risultano
imprecise. Su alcune questioni particolari, larcheologia e la linguistica
recano senza dubbio dei chiarimenti, ma la nostra conoscenza resta comunque limitata.
Il circuito del Mar Egeo e di altre regioni costiere era abitato da Gre-

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I fondamenti della civilt bizantina

ci o era stato anticamente ellenizzato. Non era cos per lentroterra, ad


esempio nei Balcani parzialmente latinizzati in epoca romana, e in Asia
Minore, dove lellenizzazione era stata parimenti superficiale. il caso
della parte occidentale dellaltopiano anatolico, dove il frigio e altre lingue erano ancora parlate nel vi secolo e forse nel ix [Charanis 475, II,
p. 26]. Nellepoca qui trattata, luso della lingua greca si espande, almeno in alcune regioni, e chi parla greco costituisce il gruppo pi numeroso nellImpero ma la maggioranza della popolazione probabilmente non
era pienamente ellenofona [Charanis 475, I, p. 19].
Ovunque, da epoche difficilmente determinabili, erano insediati
gruppi umani pi o meno numerosi e strutturati, caratterizzati da particolarit che li distinguevano contemporaneamente da altri gruppi e dalla popolazione localmente maggioritaria. Nel x secolo, nelle opere di Costantino VII e in particolare nel De Thematibus, compaiono pi di 200
nomi di gruppi particolari che, nella maggior parte dei casi, risiedevano
nellImpero [Koutava-Delevoria 490], ma la loro menzione ha talora unicamente valore retrospettivo o interesse transitorio giacch alcuni si erano fusi con il resto della popolazione. Cos i Goti insediati in Bitinia nel
iv e nel v secolo potrebbero essere gli antenati dei Gotthograikoi menzionati nella medesima provincia nellviii secolo [Teofane 52, p. 385].
Questa denominazione segnala una parziale ellenizzazione, che senza
dubbio dovette ulteriormente perfezionarsi, al punto che il termine in
seguito non pi attestato. Riguardo a un gruppo strutturato in maniera pi solida, Beniamino di Tudela nel xii secolo informa sulla consistenza delle comunit ebraiche insediate in alcune citt bizantine [Starr 518].
b) I movimenti migratori.
In particolare allinizio dellepoca in esame, in numerose regioni la
diversit accentuata da spostamenti di popolazione, volontari o forzati, sia allinterno dellImpero sia verso di esso. La maggior parte di questi movimenti migratori era, in maniera pi o meno diretta, legati alla
guerra e alle pratiche militari. Spesso provocati dallavanzata di altri
popoli al di fuori dellImpero, come in Europa gli Avari [Pohl 511] e i
(proto)Bulgari [Beevliev 470] giunti dallAsia centrale, o da conquiste
ai danni dello stesso Impero, in primo luogo quelle degli Arabi in Oriente, tali spostamenti sono stati favoriti, a nostro parere, dalla scarsa densit demografica che, per diverse ragioni, interessava le regioni in cui gli
immigrati si insediavano.
Recentemente stata proposta una classificazione, ed stato approntato un repertorio degli spostamenti di popolazione per lepoca che va

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dalla fine del vi secolo alla seconda met del ix [Ditten 480]; alcuni possono essere definiti spontanei, per quanto siano stati effettuati sotto
la spinta di una minaccia, in quanto si distinguono dalle deportazioni
decise dagli imperatori, peraltro spesso collegate proprio agli spostamenti spontanei. La fuga davanti al nemico di almeno una parte della popolazione locale era un fatto frequente, per esempio in occasione delle
incursioni slave manovrate dagli Avari [Charanis 475, XIV, pp. 82-84]
alla fine del vi secolo nei Balcani, e pi tardi in Egitto e in Siria al tempo della conquista araba [Charanis 475, II, p. 28]. Soprattutto in occasione delle incursioni, infatti, il nemico conduceva lontano i prigionieri fatti tra la popolazione, che costituivano una ricchezza eventualmente suscettibile di scambio; fecero cos gli Avari allinizio del vii secolo
[Lemerle 502, p. 139], e poi gli Arabi. Daltro canto, alcuni cristiani o
non cristiani oppressi negli Stati vicini si rifugiavano talora nellImpero; per esempio, secondo una fonte orientale, i 3000 arabi cristiani, dei
Ghassanidi, che si sottomisero a Bisanzio allinizio del vii secolo [Ditten 480, p. 58], oppure, nel ix secolo, i 30 000 Curramiti una cifra esagerata , dei mazdei, che fuggirono dalla Persia musulmana [Ditten 480,
pp. 93-110]. La riconquista bizantina ha comportato, nel x-xi secolo, gli
stessi fenomeni, ma in senso inverso, nei Balcani come nella Siria settentrionale: in questa regione, la maggior parte dei musulmani fugg (alcuni tornarono successivamente, accettando di essere battezzati); altri,
fatti prigionieri dalle armate bizantine, furono deportati nelle province
[Dagron 478, pp. 181-82].
Lentit di questi spostamenti era variabile; le cifre menzionate dalle fonti a proposito dei singoli episodi vanno da qualche migliaio o decina di migliaia, come negli esempi precedenti, ad alcune centinaia di
migliaia: si vedr che alla met dellviii secolo, sotto Costantino V, pi
di 200 000 Slavi si sarebbero rifugiati nellImpero. Tali cifre non sono
facili da interpretare (in certi casi si ignora se si riferiscano solamente ai
capifamiglia o alla totalit della popolazione); daltro canto, spesso le
fonti non forniscono alcuna indicazione quantitativa e segnalano solamente i fatti pi rilevanti. Talora, per stimare limportanza di questi
movimenti di popolazione, ci si pu basare su dati indiretti, in particolare linguistici, e su unipotesi che plausibile: un gruppo insediato in
una regione finiva per abbandonare la propria lingua a vantaggio di unaltra solamente se era minoritario. Se cos, in base alle nostre informazioni si pu dedurre che spesso gli immigrati, come i Goti di Bitinia citati in precedenza, erano localmente meno numerosi della popolazione
indigena. Tuttavia esistono anche esempi contrari, particolarmente nelle regioni di confine, spesso poco popolate, dove il movimento delle po-

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polazioni aveva potuto provocare cambiamenti sufficienti a modificare


a lungo termine, addirittura in modo definitivo, la carta linguistica [sullellenizzazione dellItalia meridionale e sulla slavizzazione della parte
settentrionale dei Balcani, cfr. infra]. Gli spostamenti bruschi ricordati
nelle cronache non escludono i lenti movimenti migratori, su cui siamo
informati meno direttamente ma che con il passar del tempo possono
aver acquistato unimportanza pari ai primi. La loro esistenza rende peraltro pi complicate alcune interpretazioni.
Dopo linsediamento dei Longobardi in Italia, provocato dallespansione degli Avari, levento principale fu, allinizio dellepoca in esame,
la penetrazione degli Slavi nei Balcani, presto seguita dalla conquista
araba in Oriente e dalla formazione di uno Stato (proto)bulgaro a sud
del Danubio.
La rarit delle fonti scritte contemporanee agli avvenimenti, la principale delle quali costituita dai pi antichi Miracoli di san Demetrio [Lemerle 91 e 502], fa s che la storia della migrazione slava, pur essendo il
soggetto pi studiato di tutti [cfr. in ultimo Avramea 468], resti poco
conosciuta nei dettagli. Linterpretazione del materiale archeologico (ceramica, fibule) infatti difficile, a eccezione dei tesori monetari che datano con precisione la fuga di una popolazione di fronte a una minaccia.
Le incursioni degli Sclaveni (gruppi di Slavi meridionali), contraddistinte dallassedio di Tessalonica nel 586, si estesero profondamente nellImpero; la permanenza degli invasori a volte fu prolungata, e in alcuni casi addirittura definitiva; numerosi di essi si insediarono in Macedonia, nella Grecia centrale, nel Peloponneso occidentale e anche nelle
isole. Allinizio del vii secolo, quando il sistema difensivo bizantino sul
Danubio collass, gli Slavi del sud occuparono in massa tutto il territorio che si stendeva dalla Dalmazia alla Bulgaria; tuttavia non riuscirono
a catturare Tessalonica, e in Grecia il reticolo urbano resistette, almeno parzialmente. Il movimento migratorio non cess nellviii secolo. Per
motivi di ordine nazionalistico lentit numerica della migrazione slava
stata spesso esagerata (si suggerito che lImpero bizantino sarebbe
stato rigenerato dallafflusso degli Slavi), e talora sottovalutata (si voluto pretendere che non ci sia mai stato un insediamento slavo in Grecia); in realt, questa migrazione fu indubbiamente massiccia ovunque
[Lemerle 502] ma ebbe evidentemente pi risalto nel settentrione dei
Balcani, poco popolato, rispetto alla Grecia, dove loccupazione del suolo era pi fitta. Le regioni abitate principalmente da Slavi erano chiamate sclavinie dai Bizantini, dal nome degli Sclaveni; nel meridione
dei Balcani i loro abitanti passarono, in alcuni casi gi alla fine dellviii
secolo, al servizio dellimperatore.

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Risult meno importante, rispetto alla conquista araba delle province armene, linsediamento pacifico di vari Armeni nellImpero, in particolare nellviii secolo, a quanto pare soprattutto nella met orientale
dellAsia Minore. Cos, secondo una fonte armena, 12 000 di essi con le
famiglie, in fuga da vari soprusi, furono accolti intorno al 790 [Charanis 475, V, p. 197]. Cristianizzati dallinizio del iv secolo, perlopi in
disaccordo dogmatico con la Chiesa di Costantinopoli (salvo che per volont di compromesso), dotati duna liturgia antica e di forte struttura
sociale [cfr. Garsoan 485; LArmnie et Byzance 469], spesso insediati
in ambiti scarsamente ellenizzati, gli Armeni furono integrati nella societ bizantina con meno facilit degli Slavi di Grecia, naturalmente con
leccezione dellaristocrazia [Brousselle 473] il cui ruolo nella storia
politica di Bisanzio notoriamente importante. In linea di massima, tuttavia, gli Armeni non si ellenizzarono, tantopi che il movimento migratorio si intensific quando gli eserciti imperiali riconquistarono le
antiche province armene alla fine del x secolo [Asolik 69, p. 141] e soprattutto alla met dellxi secolo al tempo delle incursioni selgiuchidi.
La zona in cui furono accolti si estese, superando lAnatolia orientale,
alla Cappadocia e alla Siria.
Occorre almeno segnalare altri fenomeni migratori: allinizio dellepoca in esame, dei Greci in fuga dallinvasione o dalla persecuzione poterono insediarsi nellItalia meridionale e in Sicilia [Charanis 475, XIV],
e successivamente dei Greci di Sicilia e di Calabria si stabilirono nei dintorni di Gallipoli, in numero sufficiente per ri-ellenizzare parzialmente
questa regione latina [Martin 503]. Alla fine del x secolo e allinizio dellxi, le regioni riconquistate agli Arabi furono ripopolate da Siriani monofisiti [Dagron 478]. Alla met dellxi secolo un popolo turco, i Peceneghi [Pritsak 513], spinto dal recente spostamento dun altro popolo
della stessa origine, gli Uzi, attravers il Danubio [Scilitza 58, pp. 455,
458]; i Peceneghi furono cristianizzati e insediati a sud della Serbia, in
una regione allora poco popolata, e poco dopo furono seguiti dai loro alleati Cumani, anchessi turcofoni [Savvides 516]. Numerose altre indicazioni, legate o meno a migrazioni, per esempio la presenza nellImpero di mercanti occidentali o musulmani, stranieri la cui condizione giuridica non del tutto chiara [Laiou 492], potrebbero permettere di
completare il catalogo dei popoli dellImpero. Secondo una fonte occidentale, alla fine del xii secolo vi risiedevano 20 000 Veneziani, la met
dei quali a Costantinopoli [Hendy 651, p. 593].
Si pu notare, infine, che queste popolazioni di origini disparate spesso coabitavano non solo nella stessa regione ma nelle stesse citt o villaggi (a volte in quartieri particolari, anche se la questione resta in ge-

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nere da studiare), e ci non era limitato alle zone di confine. Per quanto riguarda la Macedonia orientale, i documenti dellAthos ci informano sulla popolazione di numerosi insediamenti tra x e xii secolo: in alcuni di essi, a giudicare dagli antroponimi e da altri indizi, non ci sarebbe stata omogeneit linguistica [Lefort 497]; allinizio del x secolo,
Giovanni Cameniata di Tessalonica nota gi lesistenza di villaggi greco-slavi in questa provincia. Sulla frontiera sudorientale dellImpero, la
citt di Edessa, nellepoca in cui cess (nuovamente) di essere bizantina, alla fine dellxi secolo, secondo una fonte araba ospitava un 57% di
Siriani, un 23 di Armeni, un 17 di Greci e un 3% di Latini [Vryonis
203, p. 18]. La popolazione era diversificata ma spesso mescolata.
c) Le lingue parlate nellImpero.
Le lingue parlate nellImpero, di conseguenza, erano numerose, al
punto che un bilinguismo regionale e spontaneo, testimoniato per esempio dal termine mixobarbaroi [in ODB], sembra essere stato un fenomeno diffuso. Alcune di esse, in particolare quando chi le parlava costituiva una minoranza in un ambiente linguistico differente, sono state
utilizzate solo episodicamente, com gi stato accennato. Si pu aggiungere che proprio per questa ragione i (proto)Bulgari intorno al ix secolo abbandonarono la loro lingua, dorigine turca [Pritsak 512], a vantaggio dello slavo. Sempre nei Balcani altre lingue, nonostante abbiano origini antiche e dunque siano state parlate in maniera continuativa,
risultano attestate solo tardivamente. il caso dellalbanese, la cui relazione con lantico illirico plausibile, e del valacco, una lingua romanza. I popoli di pastori che parlavano queste lingue compaiono nelle fonti solo alla fine dellepoca in esame [per gli Albanesi, Ducellier 481; per
i Valacchi, Nasturel 507; Dvoichenko-Markov 483; Pohl 511], quando
lallevamento su larga scala aument dimportanza in questa parte dellImpero. NellAsia Minore orientale per certi aspetti analogo il caso
della lingua curda, imparentata con il persiano [Kurdes e Kurdistan,
in EI].
Il greco, che era la principale lingua della cultura, della religione e
della comunicazione, nel vii secolo divenne anche la lingua dellamministrazione al posto del latino. In una certa misura, e in determinate circostanze, ci ha favorito il progresso dellellenizzazione e lassimilazione degli allogeni. il caso, per esempio, delle lites sociali che si mettono al servizio dellimperatore: per esempio i gi citati Armeni, o gli
Arabi che si aggregarono allaristocrazia bizantina [Cheynet 477]; altri
giungevano per godere dei lumi dellortodossia, come i monaci georgia-

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ni o amalfitani del Monte Athos alla fine del x secolo [Iviron 77, I, n.
36]. Lellenizzazione ha parimenti interessato, nel mondo rurale, gli allogeni minoritari in un ambiente greco, bench il summenzionato bilinguismo, testimoniato da microtoponimi, antroponimi e firme sui documenti dellAthos, abbia giocato in questo un ruolo ambivalente, dal momento che contribuiva a mantenere luso della lingua dorigine. In
Grecia, tuttavia, lo studio linguistico della forma greca dei toponimi slavi suggerisce, almeno parzialmente, lellenizzazione precoce della popolazione slava, prima del ix secolo nel Peloponneso [Vasmer 522], e prima dellxi nella Macedonia orientale [Brunet 474].
In compenso, dove i Greci erano minoritari si constata la scarsit o
lassenza di fenomeni di ellenizzazione. In queste regioni, il fatto che
lingue diverse dal greco fossero gi lingue liturgiche (in Occidente il latino, in Oriente il siriaco, larmeno e il georgiano), o che lo siano divenute (lo slavonico nei Balcani alla fine del ix secolo) ha contribuito a rallentare particolarmente il progresso dellellenizzazione. Finirono cos
per formarsi o consolidarsi quattro ambiti geografici a carattere linguistico-religioso, due dei quali erano interamente o principalmente ortodossi (greco nella parte centrale dellImpero, slavo nel nord dei Balcani), un terzo romano, e infine un ambito armeno e monofisita nellAsia
Minore orientale. Questi ambiti, i cui limiti furono mutevoli, non erano omogenei: in Asia Minore, come nei Balcani, lellenizzazione precaria di alcuni popoli, la loro cristianizzazione superficiale e la fedelt alle antiche credenze favorivano, forse insieme ad altre cause, la comparsa di sette spesso legate a un gruppo linguistico particolare, considerate
eretiche a Costantinopoli, come quelle che si diffusero in Frigia a partire dal vi secolo, come i pauliciani delle regioni armene nellviii-ix secolo [Lemerle 500], e come i bogomili di Bulgaria nel x secolo [Obolensky 508].
d) LImpero come fattore di unit.
Sarebbe attraente pensare che i particolarismi nuocessero alla coesione dellImpero, ma forse questa unidea moderna (Machiavelli era
gi consapevole che la disunione civile aveva contribuito a rafforzare le strutture politiche dellImpero romano). vero che i gruppi linguistici o religiosi, compresi i Greci e altri gruppi caratterizzati agli occhi
del resto della popolazione dal proprio modus vivendi, come i pastori,
non erano sempre tolleranti tra di loro, n sottomessi alle autorit, come testimoniano numerosi testi. Il carattere religioso del potere imperiale spingeva a volte gli imperatori a esigere la conversione, almeno for-

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male, dei sudditi, con le conseguenti persecuzioni in caso di resistenza.


Gli imperatori hanno cercato di far battezzare gli Ebrei, la cui religione era tuttavia legale, e hanno deportato eretici o scismatici, tra cui vari Armeni. In alcune circostanze, le tensioni, indipendentemente dallorigine, suscitavano delle rivolte, che nelle vicinanze delle frontiere potevano anche assumere un carattere separatista. Tuttavia, in unepoca
in cui la nozione di patria si applicava a una localit piuttosto che allImpero, le popolazioni avevano spesso una fedelt conforme ai propri interessi: mutevoli nelle regioni di confine, pi costanti nelle province centrali. Solo facendo ricorso ad anacronismi si potuta interpretare la rivolta di Tommaso lo Slavo, svoltasi nel cuore dellImpero allinizio del
ix secolo, come un movimento sociale o nazionale slavo; lo studio delle
fonti suggerisce al contrario che Tommaso sia stato un buon difensore di Bisanzio contro gli Arabi e i Bulgari [Lemerle 132]. La pressione
fiscale dello Stato, o al contrario la debolezza di questo, hanno giocato
nelle rivolte (spesso animate da Greci) un ruolo pi importante di quello dei particolarismi linguistici o religiosi [Cheynet 461].
Bisogna in compenso sottolineare come numerosi fattori facilitassero lintegrazione nellImpero dei gruppi umani che lo componevano, senza che fosse in alcun modo necessaria la loro ellenizzazione. innegabile che la preminenza della lingua greca e la sua diffusione, spontanea
o in certi ambienti dovuta alla scuola, nonch lortodossia della maggioranza della popolazione e la conversione al cristianesimo alla quale erano generalmente obbligati i pagani entrati nellImpero, o ancora una
rete pi estesa e pi densa di vescovati dipendenti dal patriarca, siano
stati fattori di unificazione, tantopi che la Chiesa in alcuni casi seppe
anche essere accomodante. Tuttavia, fu forse soprattutto la forma imperiale del potere, lesistenza di uno Stato e la politica degli imperatori
che permisero per lungo tempo di trasformare in un insieme coerente le
popolazioni dellImpero.
In particolare, dal momento che il potere imperiale affermava a chiare lettere di avere una vocazione universale, e poich inoltre era animato da una religione universalista e restava per certi aspetti un Impero romano, lImpero bizantino non esitava ad accogliere, in caso di necessit,
qualsiasi popolazione, purch questa si uniformasse alle leggi e, di norma, ricevesse il battesimo e pregasse per limperatore. Bastavano queste condizioni perch chiunque entrasse a far parte della politeia (la societ bizantina), e limperatore doveva accettare dei particolarismi che
spesso non lo infastidivano affatto, e che finivano per perpetuarsi. I letterati greci, sensibili alla distanza che li separava dai barbari, naturalmente non si attribuivano alcun particolarismo e ricavavano una cer-

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ta fierezza dalla propria antica cultura; ma ci che importa che perlopi si caratterizzassero (almeno prima della fine del xii secolo) non come Greci, ma politicamente come Rhomaioi, cittadini romani soggetti
allimperatore, e che riconoscessero questa qualit agli altri abitanti dellImpero, qualunque fosse la loro origine. Si pu indubbiamente definire lImpero, come si fatto spesso, multinazionale (linglese multilingual pi corretto). Ma allepoca risultava semplicemente che limperatore dei Romani aveva come sudditi dei cittadini romani. Sembra che
questa ideologia assimilatrice sia stata ampiamente condivisa. In ogni
caso, come si accennato, nulla lascia supporre che gli allogeni abbiano
mai contestato in quanto tali il contesto politico imperiale, almeno lontano dalle frontiere. Daltronde, il prestigio della citt capitale e dellimperatore che vi risiedeva si estendevano ben oltre lImpero.
Lesistenza di uno Stato, perlopi forte, fu certamente un fattore di
assimilazione pi importante di questi elementi ideologici o giuridici.
Nelle province, lamministrazione applicava leggi e regole che, in linea
di principio, valevano ovunque, ed era ben attestata sul territorio; lesercito aveva da molto tempo labitudine di reclutare soldati fuori dallImpero, o di arruolarli tra le popolazioni che vi si erano recentemente
insediate; e lo Stato sceglieva i propri servitori civili e militari, fino ai
gradi pi elevati, senza tener conto della loro origine. Infine, gli imperatori avevano una politica demografica che ebbe talora per scopo, e
spesso per effetto, quello di diminuire leterogeneit del popolamento.
2. La politica degli imperatori.
LImpero bizantino, come molti altri Stati prima dellepoca contemporanea, riteneva che una popolazione numerosa costituisse una ricchezza, se non altro perch le rendite fiscali provenivano soprattutto dalla
tassazione dellattivit agricola. Un popolamento fitto facilitava anche
la difesa del territorio, fondata per molto tempo su un esercito di contadini riservisti, e poi su contingenti militari insediati nelle province. Si
capisce come mai nelle epoche pi problematiche, in particolare in caso
di scarsit di uomini, quale si verific per molto tempo in diverse regioni, gli imperatori si siano preoccupati di ripartire al meglio la popolazione disponibile e di aumentarla, accogliendo gli immigrati o tenendo nellImpero i prigionieri di guerra, tra i quali potevano reclutare soldati e
contribuenti. Per realizzare questi obiettivi, lImpero fece ricorso a un
mezzo gi impiegato precedentemente, ovvero i trasferimenti di popolazioni.

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Le deportazioni, considerate inumane da Teofane [52, p. 486] in un


contesto polemico, erano operazioni difficili da organizzare; condotte
per terra o per mare, richiedevano dei mesi. Solo un potere forte poteva realizzarle. Gli effettivi menzionati dai cronisti variano, come nel caso dei movimenti spontanei di popolazione, da alcune migliaia ad alcune centinaia di migliaia. In alcuni casi, queste cifre potrebbero derivare da documenti amministrativi; in altri, la loro probabile esagerazione
cerca di render conto del carattere spettacolare e drammatico degli avvenimenti. Lanalisi delle fonti (data, gruppi interessati, cifre fornite,
cause eventualmente addotte, punto di partenza e di arrivo, quando sono menzionati) importante in quanto rivela, in mancanza dinformazioni pi precise, la situazione locale cui gli imperatori avevano tentato
di rimediare. I testi tuttavia sono spesso allusivi, e non facile distinguere tra movimento spontaneo di popolazione, spostamento di un contingente militare e deportazione. Talora, la nostra ignoranza grave, come nel caso dei Vardarioti, Turchi o Ungari di cui si sa solo che nel
x secolo erano insediati, con il loro vescovo, a ovest di Tessalonica [Vardariotai, in ODB].
I trasferimenti di popolazione sembrano aver avuto tre obiettivi principali, che spesso si sovrapponevano: a) gli imperatori vi fecero ricorso
per migliorare la sicurezza delle frontiere, a costo di crearvi una terra di
nessuno, spostando verso la parte centrale dellImpero, dalle regioni di
confine, dei gruppi turbolenti, eretici o poco fidati, e disperdendoli per
cercare di fonderli con il resto della popolazione. In senso inverso, ma
senza dubbio per la medesima ragione, quella di equilibrare la composizione del popolamento, fecero affluire dei Greci in regioni poco sicure;
cos, sotto Niceforo I, nell809-10, dei cristiani originari di tutte le province dovettero insediarsi nelle sclavinie [Teofane 52, p. 486]. b) In alcuni casi, lobiettivo sembra direttamente demografico: far arrivare degli uomini in una regione o una citt insufficientemente popolata; cos,
nel 755-56, dei Greci provenienti dalla Grecia e dalle isole furono stabiliti a Costantinopoli, spopolata dopo la peste del 747 [pp. 422-23]. c)
Nella maggior parte dei casi, tuttavia, lo scopo era principalmente militare: si insediava una popolazione (talvolta poco sottomessa) in una regione (magari poco popolata) per arruolarne dei soldati.
Non sembra vi siano stati trasferimenti di popolazione nella prima
met del vii secolo, senza dubbio a causa della disorganizzazione dellImpero attaccato su tutti i fronti. In seguito, tuttavia, fino al x secolo
i trasferimenti furono numerosi. Perlopi connessi alla guerra contro gli
Arabi e i Bulgari, consistevano soprattutto nello spostare popolazioni
dai Balcani allOriente e viceversa. Le province darrivo erano princi-

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palmente la Bitinia e la Tracia, che assicuravano la difesa ravvicinata


della capitale.
Nella seconda met del vii secolo, alcuni Slavi fatti prigionieri nei
Balcani furono insediati in Asia Minore per difendere la regione contro
gli Arabi, sotto Costante II e poi sotto Giustiniano II; nel secondo caso, si sa che gli Slavi furono insediati in Bitinia [Ditten 480, pp. 209234]. Di nuovo, alla met dellviii secolo, sotto Costantino V, degli Slavi fuggiti dallo Stato bulgaro, 208 000 secondo il patriarca Niceforo [53,
p. 69], furono insediati nella parte nordorientale della Bitinia [Teofane
52, p. 432]. Nel senso inverso, dallOriente verso Occidente, alcuni cristiani libanesi, dei Mardaiti, furono trapiantati in Panfilia sotto Giustiniano II, senza dubbio a causa della loro competenza nella marina da
guerra; successivamente furono utilizzati in Grecia, con la stessa specializzazione [Ahrweiler 377, pp. 399-400]. Armeni e Siriani fatti prigionieri durante le campagne di Costantino V contro gli Arabi furono insediati in Tracia [Teofane 52, p. 429]. In condizioni analoghe sotto Leone IV pi di 150 000 Siriani, secondo una fonte armena, furono insediati
nella stessa provincia [Ditten 480, p. 192]. Sotto Costantino VI, dei soldati ribelli del tema degli Armeniaci furono inviati in Sicilia e in altre
isole [Teofane 52, p. 469]. Nel ix secolo, sotto Michele I, degli eretici
frigi, gli Atingani (con questo termine furono successivamente designati gli zingari) furono deportati in Europa e nelle isole [Ditten 480, pp.
199-203]; la sorte dei pauliciani dopo la presa di Tefrice (878), invece,
non chiara: il loro rapporto con i bogomili di Tracia nel x secolo, evocato a causa dellasserita somiglianza delle rispettive credenze, e che
comporterebbe lo stanziamento di alcuni pauliciani in questa provincia,
resta infatti ipotetico [Lemerle 500, pp. 108-10]. Alla fine del x secolo,
dei musulmani fatti prigionieri nella Siria riconquistata furono deportati nellImpero: per esempio 200 000 nel 965 [Dagron 478, p. 183]. Successivamente, Basilio II fece giungere degli Armeni in Macedonia, per
opporli ai Bulgari e far prosperare questa regione [Asolik 69, p. 74]. Si
potrebbero citare anche esempi posteriori: per esempio, allinizio del xii
secolo Giovanni II deport alcuni prigionieri serbi in Bitinia, distribu
loro delle terre e ne arruol alcuni nellesercito [Coniata 64, p. 16].
Come tecnica imperiale finalizzata a risolvere difficolt locali o occasionali, i trasferimenti di popolazione avevano un lungo avvenire. Nellepoca in esame, sembra certo che abbiano svolto un ruolo militare importante dal vii al ix secolo, quando lImpero era contemporaneamente
minacciato e poco popolato; in seguito, quando una cresciuta sicurezza
permise lincremento demografico e lo Stato, pi ricco, fu pi spesso in
grado di assoldare dei mercenari, i trasferimenti, perlomeno in questo

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settore, ebbero un ruolo pi marginale. Per il vii-ix secolo difficile valutare limportanza fiscale o economica che pu essere stata rivestita dai
trasferimenti di popolazione; fu senza dubbio elevata, in quanto linsediamento di popolazioni in regioni fertili e spopolate contribuiva a valorizzarle; i prigionieri di guerra venduti come schiavi furono utilizzati
nelleconomia rurale fino allxi secolo. Si messa in discussione, ma su
basi fragili, lassennatezza politica di alcuni trasferimenti di popolazioni eterodosse, che avrebbero spostato linsicurezza da una provincia allaltra, piuttosto che ridurla [Charanis 475, III, pp. 151-54]. Sembra comunque che limportanza propriamente demografica dei trasferimenti
di popolazione sia stata esagerata, cos come stato fatto, per quanto su
scala ben diversa, con quella della migrazione slava.
3. Questioni demografiche.
La documentazione permette al massimo di descrivere alcune tendenze generali dellevoluzione demografica, senza che si possano fornire quantificazioni precise. Per i periodi anteriore e successivo a quello
qui trattato, lepigrafia funeraria e gli archivi dellAthos consentono lo
studio parziale del comportamento demografico di alcune parti della popolazione. Le conclusioni che se ne possono ricavare, come un elevato
tasso di mortalit infantile [Demography, in ODB], una speranza di
vita molto breve nel vi secolo [Durliat 482, p. 109], e un numero di figli superstiti compreso fra 3 e 4 allinizio del xiv secolo in ambiente rurale [Laiou-Thomadakis 491, pp. 72-107, 290], si lasciano inquadrare
nel consueto contesto del comportamento demografico in epoca pre-industriale, che com noto permette un accrescimento naturale della popolazione in assenza di catastrofi ripetute. Risulta effettivamente difficile cogliere una qualunque evoluzione del comportamento demografico nel corso del periodo in esame; i dati osteologici sono ancora poco
utilizzati a questo fine.
a) La ripartizione della popolazione.
Larcheologia permetter senza dubbio di stimare volumi o densit
di popolazione a livello locale, a partire dalla superficie dei centri abitati e dalla loro pi o meno grande densit. Nellattesa, ci si deve limitare a proporre alcune osservazioni. In linea di massima, le regioni vicine
al mare, perlopi a vocazione agricola, erano pi popolate di quelle dellinterno, spesso dedite allallevamento, che necessita di minor mano-

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dopera. Tale netta ripartizione tra le forme di occupazione del suolo


attestata sul territorio dellImpero sia prima che dopo lepoca in esame.
Le considerevoli differenze nella densit di popolamento che da essa risultavano sono evocate da numerose fonti, per esempio nei resoconti lasciati dai crociati, che contrappongono ai deserti altre regioni ben popolate e coltivate che essi avevavano incontrato attraversando i Balcani e poi lAsia Minore [Hendy 651, pp. 35-44].
La popolazione era ovunque essenzialmente rurale, perlopi dunque
raggruppata in villaggi di qualche decina di fuochi o in casali di dimensioni pi ridotte. Lesistenza delle borgate, di cui si sottolineato il ruolo sociale nellepoca protobizantina [Dagron 479], e alcune delle quali
sono divenute citt medievali, non impedisce che lopposizione tra citt
e villaggio sia di solito netta, principalmente perch la prima era fortificata e aveva una serie di funzioni diversificate, mentre il secondo era
in genere un abitato aperto [Bouras 472]. Alla fine dellepoca studiata,
pur con alcune notevoli eccezioni (Tessalonica lunica citt oltre la capitale ad avere sicuramente raggiunto i 100 000 abitanti [Charanis 475,
I, p. 8]) e particolarit regionali (le citt della Cilicia e della Siria settentrionale ospitavano in genere diverse decine di migliaia di abitanti [Vryonis 523, VIII, pp. 220-21]), la maggior parte delle citt contava al massimo alcune migliaia di individui, a giudicare dalle fonti scritte, raramente esplicite o di facile interpretazione, e dalla superficie delle cerchie
urbane, spesso ristretta. Le regioni dotate dei reticoli urbani pi fitti
erano quelle vicine al mare, tanto nei Balcani quanto in Asia Minore
[Hendy 651, pp. 69-100] e nellItalia meridionale [Martin 1222]. Ci
sottolinea i contrasti di densit gi segnalati. Bench il numero delle
citt e la popolazione di molte di esse siano aumentati nel corso del periodo in esame, certamente la popolazione urbana sempre rimasta al
di sotto del 10% del totale.
b) Levoluzione demografica.
In un articolo pubblicato nel 1966, Peter Charanis espresse sullevoluzione demografica dellImpero un punto di vista che oggi appare giustificato [475, I]. Precedentemente, tuttavia, negli anni cinquanta del
secolo scorso, a partire da argomenti fragili e spesso ideologici (marxisti) si era ritenuto che lImpero fosse stato densamente popolato solo nel
vii-viii secolo grazie alle invasioni slave, come si gi accennato, e poi
che fosse stato vittima di un declino demografico a partire dal x o dallxi secolo a causa del feudalesimo. Tale idea si imposta a lungo
[Lefort 498] ma oggi stata abbandonata a vantaggio di una concezio-

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ne inversa che spiega meglio la storia, in particolare economica, di Bisanzio: un Impero poco popolato nel vii e nellviii secolo, e poi un continuo sviluppo demografico dal ix fino agli inizi del xiv secolo. Questo
rovesciamento di prospettive dovuto alla convergenza degli indizi forniti da documenti di recente pubblicazione, e da studi indipendenti tra
loro e condotti in ambiti diversi, in particolare quelli archeologico, numismatico e paleogeografico.
Si sa che lImpero era ben popolato allinizio del vi secolo (Morrisson in MB I, pp. 209-10). La capitale forse raggiungeva allora i 400 000
abitanti [Mango 571, p. 51], e le citt che dominavano lo spazio rurale
nelle province erano prospere. I cambiamenti constatabili a partire dal
vii secolo, come il declino delle citt, o piuttosto la trasformazione di
ampie citt antiche in vescovati medievali sovente pi ristretti [Spieser
517], labbandono di centri abitati antichi a vantaggio di siti pi protetti, e la diminuzione o addirittura linterruzione della circolazione monetaria [Morrisson 506, pp. 302-3], costituiscono innanzitutto una testimonianza delle trasformazioni sociali e dellinsicurezza generale. Ma
ci sono altri dati che attestano pi direttamente una diminuzione della
popolazione. Limportanza attribuita da una raccolta giuridica dellviii
secolo (lEcloga) al contratto di enfiteusi, favorevole al coltivatore, suggerisce che in questepoca la manodopera fosse poco numerosa [Haldon
126, p. 134]. Linsediamento di Slavi in Bitinia, di Armeni e di Siriani
in Tracia nel vii-viii secolo, gi citato in precedenza, implica che queste
province vicine alla capitale apparissero allora troppo poco popolate agli
occhi dellautorit. I pi antichi documenti dellAthos mostrano inoltre
che alcuni settori della Calcidica erano ancora spopolati alla fine del ix
secolo [Iviron 77, I, n. 29] se non addirittura allinizio del x. Infine, e
soprattutto, varie prospezioni archeologiche, indagini palinologiche
[Dunn 534] e ricerche paleogeografiche [Geyer 486] suggeriscono, nellArgolide, in Macedonia, in Bitinia o in Licia, unoccupazione del suolo, in termini di coltivazioni o centri abitati, meno importante nel viiviii secolo di quanto non lo fosse stata nel vi. proprio in un simile contesto di spopolamento che le deportazioni su citate trovano il loro
principale significato.
Si generalmente concordi nel ritenere che la peste del 541-42 [Allen 467], e le sue recrudescenze fino al 747, siano state le principali cause del declino demografico delle citt e delle campagne, bench queste
ultime siano state colpite direttamente meno di frequente, e nonostante lepidemia del vi secolo non abbia ridotto di met la popolazione, come talora si affermato. pi verosimile una diminuzione totale compresa tra il 20 e il 30% [Biraben 471, pp. 122-23]; ma tale diminuzio-

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ne fu forse particolarmente drastica a Costantinopoli che, per ragioni


senza dubbio al contempo economiche ed epidemiologiche, alla met
dellviii secolo forse aveva solo 40 000 abitanti [Mango 571, p. 54; stima meno pessimista in Magdalino 570, p. 18: forse 70 000 abitanti].
Sembra comunque che, per la grandezza della popolazione, le epidemie
fossero pi nocive delle guerre, il cui ruolo negativo legato soprattutto alle epidemie da esse propagate. Per le stesse ragioni, il beneficio demografico costituito dalle migrazioni verso lImpero non pot che essere modesto.
La scomparsa della peste alla met dellviii secolo forse bastata a
invertire la tendenza [Treadgold 140, p. 36]. Nei secoli successivi, la sicurezza crescente ha permesso lo sviluppo demografico. Questo sviluppo stato comunque lento, a causa dellinsicurezza costante di alcune
regioni, in particolare dovuta alla pirateria lungo le coste, e della fragilit economica di numerose attivit rurali come testimoniano le carestie.
Queste ultime erano dovute a molteplici cause, per esempio linverno
rigido del 927-28 [Lemerle 553, p. 94]. Altre carestie, nellxi secolo, furono accompagnate da epidemie e comportarono la fuga delle popolazioni locali [Svoronos 520, pp. 12-13]. Lo sviluppo demografico forse
aumentato nel xii secolo, soprattutto a causa duna crescente organizzazione delle attivit economiche, in particolare del commercio delle
granaglie, e comunque si nota che in questepoca non vi furono carestie
[Magdalino 192, p. 142].
Gli indizi dellaumento della popolazione sono netti sia in ambito urbano che rurale, bench siano sempre indiretti. Il numero dei vescovati, quale pu essere dedotto dalle liste di firme ai concili, quasi raddoppiato tra la fine del vii e la fine del ix secolo. Efeso, distrutta dai
Persiani allinizio del vii secolo, ridiventa un centro attivo nel ix [Foss
484]. In Grecia, lo sviluppo di Atene e Tebe tra x e xii secolo evidente [Harvey 488, pp. 218-19]. Nemmeno la popolazione della capitale
cessa di crescere: forse raggiunge nuovamente le 400 000 unit alla fine
del xii secolo, se si ritiene, come si tende a fare attualmente, che la stima fornita da Villehardouin sia verosimile [Magdalino 570, pp. 55-57].
Nelle campagne, in Italia meridionale come in Macedonia, anche la fondazione continuata, a partire dal x secolo, di casali situati ai margini dei
territori dei villaggi presuppone una popolazione pi numerosa, la cui
crescita fu sufficiente perch nel xiii secolo si verificassero squilibri economici (che comportarono la diserzione di alcuni villaggi) o ecologici
(la distruzione di alcuni territori a causa dellerosione potrebbe risalire
a questepoca) [Lefort 496]. Sempre in questo periodo, puntano nella
stessa direzione alcuni fatti che attestano sia un arretramento delle fo-

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reste, sia unestensione delle coltivazioni, in Grecia, Macedonia, Tracia, Bitinia e Licia [cfr. sotto, p. 249-50]. Infine, nella Macedonia orientale, i documenti fiscali che permettono di comparare il numero di fuochi in nove villaggi o casali, tra linizio del xii secolo e quello del xiv,
indicano in genere un netto aumento della popolazione [Lefort 499]. Alcuni indizi suggeriscono anche che, alla fine del xii secolo, le regioni centrali dellImpero avessero almeno la stessa densit di popolazione di cui
erano dotate nella prima met del vi secolo [Lefort 494, p. 215].
c) La grandezza della popolazione.
Si ripetutamente tentato di stimare la popolazione dellImpero: si
tratta di una domanda legittima, ma alla quale non si attualmente in
grado di fornire una risposta soddisfacente. Le stime fornite, che derivano da estrapolazioni basate su dati e coefficienti poco certi, sono incerte: generalmente si basano sulle informazioni, spesso indirette, relative alla popolazione di alcune citt, e su una percentuale di popolazione urbana che si suppone nota e costante. Per quanto possano essere
imperfette, tali stime suggeriscono tuttavia degli ordini di grandezza dotati di qualche plausibilit, bench sia necessario ammettere una grande imprecisione. Tali stime rispecchiano innanzitutto le perdite e le conquiste territoriali nel corso dellepoca in esame: si ritiene per esempio
che lEgitto avesse oltre 6 o 7 milioni di abitanti quando lImpero lo perdette, nel vii secolo [Charanis 475, I, p. 10].
La popolazione dellImpero dOriente non pu essere calcolata a partire dai dati conservati. stata oggetto di stime speculative che hanno
comunque il merito di sottolineare le fluttuazioni che ci risultano percepibili. Il numero degli abitanti avrebbe raggiunto i 24 milioni intorno al 350 [Russell 514] e i 30 milioni sotto Giustiniano [Stein, ripreso
da Charanis 475, I, pp. 2-3]; la popolazione, alla fine dellviii o allinizio del ix secolo, sarebbe precipitata a 11 milioni (Russell) o addirittura a 7 milioni, secondo un calcolo che sembrerebbe pi verosimile
[Treadgold 140, p. 360]. In seguito, alla fine del ix secolo, avrebbe raggiunto i 10 milioni secondo Treadgold, o meglio soltanto 8 milioni [521,
p. 486]. A met dellxi secolo, la popolazione sarebbe stata di 15 milioni (Russell), se non di 20 (Stein); sarebbe diminuita allepoca dei Comneni, fino a 12 o 10 milioni (Stein), e sarebbe stata di soli 7 milioni alla fine del xii secolo (Russell).
Non certo che la curva (in qualche punto vaga) suggerita da queste
stime renda sufficientemente conto dei fenomeni demografici menzionati sopra. Quanto alle grandezze evocate, che talora presentano profon-

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de divergenze per la medesima epoca, una comparazione con lOccidente medievale suggerisce soltanto che sono tutte, in mancanza di meglio,
plausibili: secondo Pierre Chaunu la totalit della cristianit latina, al
cui interno si ammettono densit regionali molto diverse, da 5-6 a 2530 abitanti per chilometro quadrato alla met del xiii secolo, in questepoca sarebbe stata costituita da 40 a 45 milioni di anime1. In Oriente,
stime fatte per la Macedonia orientale e la Bitinia suggeriscono una densit di 20 abitanti per chilometro quadrato (Macedonia: Lefort 549, p.
299, n. 59; Bitinia: Geyer 1021, p. 416), ma le disparit regionali sono
considerevoli.
Le ricerche sulla popolazione dellImpero, per molto tempo focalizzate sullo studio delle nazioni che lo componevano, potrebbero svilupparsi utilmente in una dimensione quantitativa, che permetterebbe
di comprendere un po meglio una realt di cui evidente limportanza. In merito a ci, ricordiamo che gli ordini di grandezza che si possono proporre, quando se ne verifica la coerenza, hanno un valore, se non
informativo, almeno euristico.

p. chaunu, Lexpansion europenne du xiiie au xve sicle, Paris 1969, p. 79.

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jacques lefort
x. Economia e societ rurali1

Un riesame delle posizioni tradizionali sulleconomia rurale bizantina induce a ritenere che, dopo unepoca di recessione (vii-viii secolo),
si abbia a che fare con una lunga fase di espansione, che si estende dal
ix allinizio del xiv secolo proprio lo stesso periodo che per molto tempo stato tacciato di stagnazione, se non addirittura di declino. Esamineremo le condizioni della produzione agricola, e poi i fattori e le forme dello sviluppo.

i. le condizioni della produzione agricola.


1. Le condizioni geografiche.
In uno spazio mediterraneo eterogeneo [Geyer 537], alcune regioni
erano pi o meno adatte a certi tipi di coltura, ma senza dubbio la piovosit era ovunque sufficiente, eccetto sul margine delle steppe aride,
per assicurare il successo abituale di unagricoltura secca, fondata sui cereali e, in diversi luoghi, sugli alberi da frutta e la vite. La diversit delle condizioni naturali spiega in parte le caratteristiche dellagricoltura
bizantina. In ambito locale, tale diversit ha favorito una policultura associata allallevamento, che probabile o attestato in parecchie regioni,
e che costituiva unassicurazione contro i rischi meteorologici nonch
un fattore di equilibrio sociale. Su scala regionale, il fatto che sulla base dei rilievi e delle zone climatiche alcuni settori siano stati pi adatti
di altri alle coltivazioni o allallevamento ha facilitato, quando le circostanze lo richiedevano o lo permettevano, una relativa specializzazione
testimoniata da numerose fonti medievali.
Le fluttuazioni climatiche hanno svolto un ruolo tuttalpi secondario nella storia delloccupazione del suolo, a paragone degli effetti del-

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lintervento umano. Cos, dopo il piccolo optimum classico, nel vi e


nel vii secolo il clima si fa pi fresco e umido; nellviii-ix segu la piccola era glaciale dellAlto Medioevo. Il clima fu successivamente pi
caldo e pi umido nel x-xi secolo, per essere seguito da un piccolo optimum climatico medievale nel xii e nel xiii secolo [Geyer 536]. notevole che queste fluttuazioni climatiche accompagnino in maniera coerente gli alti e i bassi delleconomia rurale.
a) Lattrezzatura.
Lattrezzatura degli agricoltori stata studiata in particolare da
Anthony Bryer [533], che ne ha mostrato la fissit nel tempo e il carattere rudimentale. A dire il vero, linsieme degli utensili risulta poco conosciuto. Dal momento che la permanenza delle tecniche e dellattrezzatura pu costituire semplicemente il segno di un adattamento allambiente, bisogna smorzare la contrapposizione, che pure stata sostenuta,
fra le innovazioni talora sopravvalutate di un Occidente medievale
atlantico da un lato, e la stagnazione bizantina dallaltro. Gli aratri leggeri, per esempio, erano gli unici adatti ai terreni, in genere poco profondi, del mondo mediterraneo. Sembra che nel ix e x secolo limpiego del
ferro per lattrezzatura, il quale permetteva evidentemente di accrescere lefficacia del lavoro, sia stato tanto diffuso a Bisanzio quanto in Occidente, e verosimilmente in seguito gli utensili in ferro costituirono la
norma. Luso degli aratri leggeri sembra generalizzato per il lavoro dei
campi. I mulini ad acqua, utilizzati per macinare il grano, ancora poco
diffusi in epoca protobizantina, erano numerosi nel xii secolo, e forse
gi nel x. Lacqua che azionava i mulini, veicolata in canali che potevano essere scavati nella roccia oppure in muratura, serviva anche allirrigazione degli orti.
b) Lorganizzazione sociale della produzione.
Villaggio e latifondo, piccoli proprietari e fittavoli. Per tutto il corso
dellepoca in esame, lorganizzazione sociale della produzione incentrata intorno a due poli, il latifondo e il villaggio. innegabile che lequilibrio tra questi due poli si sia modificato nel corso del tempo, giacch a uneconomia di villaggio e di comunit, preponderante allinizio,
ha finito per sostituirsi uneconomia basata soprattutto sui grandi possedimenti. Occorre sottolineare che la dicotomia villaggio/latifondo (chorion/proasteion) da un lato, e la predominanza della fattoria come unit
di lavoro dallaltro, sono dei tratti permanenti delleconomia rurale bi-

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zantina. Tale dicotomia villaggio/latifondo permetteva di sfruttare


al meglio la manodopera, in quanto i lavoratori potevano passare da una
struttura allaltra. Nel corso del tempo, essa ha svolto anche un ruolo
importante nello sviluppo economico, in quanto la struttura sociale del
villaggio era la forma organizzativa pi adatta alle condizioni di insicurezza, mentre lambito latifondistico ne ha preso il posto al ritorno della sicurezza. Le funzioni del villaggio e del latifondo, tuttavia, sono parallelamente mutate: il primo, spesso sottoposto a una organizzazione
latifondistica, divenuto solamente una forma abitativa, mentre il secondo si essenzialmente trasformato in un organismo gestionale.
Indipendentemente dallo status delle terre o degli uomini, la condizione degli agricoltori, molti dei quali erano arrivati prestissimo allinvidiabile posizione di gestori di una fattoria, era in linea di massima comparabile sia nei villaggi che nei latifondi. In linea di massima, c una
netta opposizione tra i locatari che erano insediati sul latifondo con la
qualifica stabile di pareco (fittavolo), debitori di un canone al padrone
della terra, e gli abitanti del villaggio, molti dei quali pagavano le tasse
allo Stato in quanto proprietari. Questa opposizione, tuttavia, mette in
luce una realt pi complessa: tra i coltivatori del latifondo, non tutti vi
risiedevano e non tutti avevano una condizione particolare; allo stesso
modo, tra gli abitanti del villaggio, non tutti erano proprietari, e questi
ultimi non gestivano tutti una fattoria.
I gravami che pesavano sui fittavoli forse erano, in linea generale,
pi elevati di quelli sopportati dai proprietari del villaggio, giacch in
teoria il canone era il doppio dellimposta fondiaria; tuttavia, entrano
in gioco molti altri elementi, difficili da valutare: gli abitanti del villaggio, per esempio, non godevano delle esenzioni fiscali riservate ai contadini del latifondo.
In una prospettiva marxista si spesso individuato nel cambiamento di condizione di numerosi contadini, che nel x-xi secolo da proprietari divennero fittavoli, la prova dellasservimento degli agricoltori bizantini. Oggi chiaro che si trattava di unanalisi inesatta. Si pu innanzitutto sottolineare che il termine pareco stato usato a partire
dalla met dellxi secolo per designare non solo dei contadini fittavoli,
ma anche dei proprietari contribuenti che pagavano le tasse non allo Stato, ma a terzi: questo slittamento semantico mostra che il fatto di essere proprietario non era un fattore socialmente discriminante. Inoltre, in
questepoca migliorata la condizione dei pareci affittuari. Bench il loro statuto giuridico non sia mai stato definito con esattezza [Lemerle
553, pp. 166-87], i pareci sono stati considerati dai giuristi bizantini come gli eredi dei coloni dellepoca protobizantina, che potevano posse-

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dere beni mobili, e dopo trentanni ottenere la condizione di fittavolo,


ma restavano legati alla terra che erano obbligati a coltivare dietro il pagamento di un canone. Ancora nel x secolo una sentenza sottolinea che
i pareci non hanno alcun diritto sui beni che affittano, che dunque non
risultano n alienabili n trasmissibili [Weiss 566], ma nellxi secolo
unaltra sentenza afferma che dopo trentanni i pareci non possono essere cacciati dalla loro terra, di cui sono considerati come i padroni
(come possessores, con diritti analoghi a quelli di un proprietario), a condizione, beninteso, che paghino laffitto [Peira, cap. xv, pp. 2 e 3, in
Zepos 89].
La distinzione tra proprietario e affittuario si indebolisce a partire
dal momento in cui gli appezzamenti dei pareci furono considerati ereditari, e alcuni pareci raggiunsero la condizione di proprietari. I documenti in effetti suggeriscono che forse a partire dallxi secolo, e
sicuramente nel xii, i pareci erano proprietari di alcune delle terre che
coltivavano [Oikonomides 555]. Daltronde, la distinzione fra abitanti
dei villaggi e pareci si offusca a partire dallxi secolo, quando, progressivamente, interi villaggi furono inglobati in latifondi senza che la condizione economica degli abitanti ne fosse apparentemente danneggiata,
giacch in questepoca la societ rurale sembra, al contrario, rinvigorirsi. Questo il motivo per cui, dovendo esaminare le condizioni della
produzione agricola, sembra legittimo ritenere che almeno il mondo dei
gestori di una fattoria, se non quello dei contadini nel loro insieme, costituisse una unit, indipendentemente dalla diversit di condizione degli agricoltori. Si d il caso che il ruolo delle fattorie fosse preponderante nella produzione agricola, anche nei latifondi, come ha mostrato Nicolas G. Svoronos [561].
Lo sfruttamento dei latifondi. Pare che lo sfruttamento del latifondo sia spesso divenuto indiretto a partire dal ix secolo. Il proprietario
del possedimento risiedeva frequentemente in citt, e disponeva sulle
sue terre di una casa padronale, dove alloggiava lamministratore, e che
spesso costituiva il centro di unattivit agricola diretta. La casa padronale ben conosciuta grazie alle descrizioni che compaiono in numerosi documenti della fine dellxi secolo e dellinizio del seguente [Magdalino 633; Giros 539].
La coltivazione diretta era praticata da personale specifico e, almeno a partire dallxi secolo, per mezzo delle prestazioni fornite dai contadini insediati nel latifondo. La menzione di schiavi e di salariati allinterno del latifondo suggerisce unattivit agricola intensa nei periodi pi
antichi. Nel x secolo o poco dopo, il Trattato fiscale (in 524, p. 115) ri-

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corda la presenza nei possedimenti terrieri di schiavi, salariati e altri,


senza per indicare limpiego di ciascuna di queste categorie di lavoratori. Tale menzione, e altri testi ancora, suggeriscono limportanza del
ruolo degli schiavi nelleconomia del latifondo, importanza che si perpetuata fin dal vii secolo e che stata sicuramente aumentata dalla riconquista bizantina. Non siamo in grado, tuttavia, di precisare quale
fosse la loro funzione. Gli schiavi sono ancora citati in occasione del loro affrancamento nellxi secolo, e scompaiono dalle fonti dopo il xii.
Daltro canto, i salariati sono continuamente ricordati, nel contesto del
latifondo, dal vii secolo fino alla fine dellepoca bizantina, ma non sembrano aver avuto un ruolo decisivo nella produzione agricola. In linea
di massima, si ha limpressione che la gestione diretta della propriet
terriera abbia richiesto sempre meno braccia. A partire dal x secolo, le
testimonianze relative allo sfruttamento agricolo diretto dei latifondi
suggeriscono infatti che avessero proporzioni modeste.
La fattoria. Si pu stimare che la maggior parte delle terre arabili,
sia nel latifondo che nel villaggio, fosse coltivato nellambito di piccole
fattorie gestite dal capofamiglia aiutato dalla moglie e dai figli, che nel
loro insieme costituivano un fuoco. Le case contadine [sulle case bizantine, Bouras 532; Ellys 535] vengono menzionate sistematicamente solo nel xiv secolo, a opera dei redattori di alcuni atti fiscali. Sia nel villaggio che nel latifondo queste case erano talora rudimentali, specialmente nel caso dei pastori.
La fattoria, per come ci nota tramite documenti fiscali che vanno
dallxi al xiv secolo, disponeva di solito di un solo bue, e non di una coppia come si talora affermato [Kaplan 545, pp. 195, 500]. Accadeva per
esempio cos a Radolibo, agli inizi del xii secolo [Iviron 77, II, n. 51]. A
questo bue posseduto dal contadino medio occorre aggiungere almeno allinizio del xiv secolo nella zona di Tessalonica sei capi di bestiame. Tali dati suggeriscono che le fattorie possedessero tutte una quantit di bestiame dallimportanza non trascurabile, sia per lalimentazione che per la fornitura di concime. I contadini non avevano il monopolio
dellapicoltura, ma sembra che questa attivit, fonte di sicuro profitto
(il miele infatti era lunica fonte di zucchero, e la cera il principale mezzo di illuminazione), fosse pi diffusa nelle piccole propriet che in quelle pi grandi.
La superficie delle fattorie era proporzionata alla forza lavoro: nelle
regioni cerealicole doveva oscillare, con ogni probabilit, tra i 4 e i 5 ettari nel caso dei boidatoi, che disponevano dun solo bue, e tra gli 8 e i
10 per gli zeugaratoi, che ne possedevano una coppia. Le dimensioni po-

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tevano per anche essere pi ridotte, principalmente per due ragioni che
non si escludevano a vicenda: a) alcune fattorie, pi orientate verso lallevamento, la viticoltura o altre attivit, dedicavano alla coltivazione dei
cereali solo il minimo necessario per assicurare la sussistenza del fuoco e versare i canoni; b) anche la pressione demografica ha potuto portare a una diminuzione delle dimensioni degli appezzamenti, come ha
notato Alan Harvey studiando il Catasto di Tebe [488, p. 63].
La fattoria, forse perch costituiva la pi piccola unit economica possibile, per giunta una unit solida a causa del carattere familiare, si adattata a condizioni che non hanno mai smesso di cambiare e spesso, nonostante quanto si detto in passato, di migliorare. Quel che conta, che
nellxi e xii secolo, in alcune regioni le fattorie sono state talora decisamente piccole. Ci sembra suggerire lesistenza di pratiche agricole pi
diversificate o produttive di quanto non si sia ipotizzato in passato.
c) I modi dello sfruttamento.
I prodotti: le piante coltivate e il bestiame. Gli alberi da frutta avevano unimportanza economica non solo per lalimentazione e per il legname che fornivano ma anche perch, nelle vicinanze delle citt, il commercio della frutta era lucroso [Kaplan 545, p. 36]. Nelle regioni dal clima favorevole cera una grande diversificazione degli alberi coltivati:
allinizio del xiv secolo, in Macedonia, negli appezzamenti ne sono attestate dieci specie diverse. Gli olivi, la cui coltura attestata, per esempio, in Siria e Palestina nel vii secolo, erano poco numerosi nella penisola Calcidica alla fine dellepoca in esame: erano sempre situati vicino
al mare, a causa del freddo invernale. Nel xii secolo, lolivicoltura si sviluppa in Puglia, in Capitanata, in Campania [Lefort 496, pp. 18-19]. A
partire dal x secolo, una nutrita serie di informazioni relative al consumo o al commercio dellolio mostra che lolivo era coltivato estensivamente nel Peloponneso, nelle isole del Mar Egeo, sulle coste dellAsia
Minore e in Bitinia [Hendy 651; Harvey 488, pp. 145-47]. Il castagno
era coltivato a partire dal ix secolo nellItalia meridionale, sul versante
tirrenico. In Macedonia, nel x secolo i contadini raccoglievano castagne
nei boschi, e coltivavano castagni allinizio del xiv secolo [Lefort 496,
p. 19]. Il gelso, piantato per darne le foglie ai bachi da seta, poteva essere coltivato su gran parte del territorio dellImpero. Lo sviluppo di
questa coltivazione probabile nel Peloponneso a partire dal ix secolo
[Jacoby 542, p. 454], attestata in Calabria nellxi [Guillou 540], certa
in Beozia nellxi e xii secolo, e in Tessaglia nel xii [Jacoby 542, pp. 470472].

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La vite, onnipresente, era probabilmente la coltivazione che poteva


procurare la maggiore resa monetaria [Hendy 651, pp. 139-41], ma la
commercializzazione delluva e del vino deve aver conosciuto degli alti
e dei bassi dal momento che tutti i nomi dei vitigni antichi sono scomparsi nel Medioevo, indubbiamente insieme alla nozione stessa di vitigno. Nel x secolo risultano nuovamente attestati vini qualificati dallorigine geografica. Nel xii secolo, lo Ptocoprodromo cita tra i vini consumati a Costantinopoli quelli di Varna in Bulgaria, di Gano in Tracia,
di Lesbo, di Chio, di Samo e di Creta [Ptocoprodromo, IV]; Michele
Coniata, tra gli altri, menziona quelli dellEubea, di Chio e di Rodi [Lampros 110, p. 83]. La vite era particolarmente coltivata in alcuni settori
della Bulgaria, in Bitinia, nelle isole dellEgeo e sulle coste dellAnatolia [Hendy 651].
Nel x secolo, sicuramente a causa dellaltitudine (1150 metri), il grano non cresceva a Sinada in Frigia [Hendy 651, pp. 139-40], bench oggi sia coltivato in quella regione senza dubbio per la recente selezione
di variet pi resistenti. Per leconomia rurale risulta importante ricordare i grani primaverili, spesso seminati quando il grano invernale aveva reso poco o niente, e che potevano avere un ruolo nella rotazione
delle colture: erano seminati a febbraio o a marzo, dove il clima lo permetteva. Il grano primaverile attestato, allinizio del xii secolo, nel Synodikon georgiano del monastero di Iviron [77, II, n. 4]. Le informazioni in nostro possesso riguardo alle regioni produttrici di grano in particolare, perlopi in base ai dati sul commercio o sulla coltivazione delle
granaglie, mostrano che tali zone erano spesso situate vicino al mare: la
Tessaglia, la Macedonia, la Tracia, le coste dellAsia Minore [Teall 562,
pp. 117-28; Hendy 561, pp. 46, 49-50]. Lorzo, che poteva essere panificato come la maggior parte delle granaglie, cresceva dappertutto, essendo pi rustico. Il miglio, anchesso commestibile, un cereale primaverile, ed menzionato in diversi testi dellxi e xii secolo. Occorre infine notare che nel Medioevo si diffuse la coltivazione di altri due cereali,
la segale e lavena. La prima, sconosciuta nellAntichit greca e assente
nei Geoponica, stata coltivata in Occidente dallinizio del Medioevo
[Ruas 558], e ne attestata la coltura in Calcidica nel xiii secolo [Xeropotamou, 76, n. 9]; se ne ricavava del pane. Lavena, considerata una
semplice erbaccia nellAntichit greca, ma gi consumata come foraggio
per ovini nei Geoponica, era coltivata per i suoi chicchi nellxi secolo,
stando alle liste di esenzione [Actes de Lavra 75, I, n. 48]. Lavena era
senza dubbio riservata agli animali, in particolare per i cavalli dellesercito.
I legumi coltivati, in generale, sembrano essere gli stessi che nei Geo-

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ponica (lenticchie, fave, ceci, ecc.). Erano coltivati negli orti ma, perlomeno alcuni, anche nei campi e contribuivano alla rigenerazione del suolo [cfr. infra].
Cerano diverse qualit di verdure, almeno nelle periferie delle grandi citt coltivate a orti. A partire dal XII libro dei Geoponica, in particolare il primo capitolo, che espone quel che si seminava sotto il clima
di Costantinopoli, e attingendo anche a numerose altre fonti, Johannes Koder elenca quasi un centinaio di verdure che sono state coltivate
nellImpero bizantino [547].
Alcune piante erano coltivate per uso industriale, soprattutto tessile. Il lino, il cui acquisto a prezzo fisso menzionato nelle liste di esenzione nellxi secolo, era prodotto in Macedonia, forse in Bulgaria, in
Asia Minore, in Puglia e in Calabria; se ne ricavava anche dellolio. La
coltivazione della canapa era praticata in Campania piuttosto che in Puglia, nonch nella Calcidica nel xiv secolo. Nellepoca in esame, il cotone era coltivato a Creta e sicuramente a Cipro.
Agli animali consueti occorre aggiungere i cammelli, citati per esempio in una novella di Niceforo Foca insieme alle ricchezze eccessive acquisite da alcuni monasteri, senza dubbio in Asia Minore [Svoronos 86,
p. 157]. Lentit numerica di ciascuna specie era variabile a seconda delle regioni, ma gli ovini erano senza dubbio i pi numerosi.
Le tecniche agricole e la produzione. Le coltivazioni occupavano uno
spazio ristretto, localizzato principalmente sulle terrazze fluviali, nella
zona delle colline che si estendevano tra le pendici montane e le pianure allepoca paludose perlomeno laddove era attestato questo tipo di
orografia. Tale spazio agricolo rimase a lungo sufficiente; quando si rese necessario, fu accresciuto a prezzo di notevoli sforzi di dissodamento. Tali sforzi comunque furono fatti e lImpero non ha mai dovuto importare derrate alimentari al contrario, nel xii secolo ne esportava
[Kazhdan 546, p. 120].
Bench gli orti non siano sempre menzionati, anche nelle pi dettagliate descrizioni di propriet agricole, si pu supporre che la maggior
parte delle fattorie ne possedesse uno dal momento che le verdure erano indispensabili per lalimentazione familiare. La superficie degli orti
censiti in media 375 metri quadrati in numerosi villaggi della Macedonia, stando ai documenti fiscali dellinizio del xiv secolo era sufficiente. Lorto era spesso situato nelle vicinanze della casa per motivi evidenti: si trattava dellappezzamento che richiedeva la maggior quantit
di lavoro e concimazione e, dal momento che le case erano generalmente situate vicino a una fonte dacqua, poteva cos essere irrigato. Altre

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ubicazioni, talora lontane dalle abitazioni, sono strettamente legate alle possibilit di irrigazione, in particolare al corso dei canali di derivazione che portavano lacqua dei ruscelli verso i mulini. Daltro canto, le
grandi citt erano circondate da una fascia di orti: il caso di Costantinopoli ma anche di Tessalonica. I vari appezzamenti, che spesso appartenevano a personaggi altolocati, erano allora coltivati da ortolani affittuari.
I prati erano senza dubbio pi diffusi nei latifondi che nelle piccole
propriet. Considerati appezzamenti di grande valore, e classificati quasi sempre dal fisco come terre di prima qualit, potevano essere molto estesi.
Gli appezzamenti coltivati a vigna erano generalmente piccoli, nellordine di 1000 metri quadrati. Erano perlopi appannaggio dei piccoli coltivatori. Allinizio del xiv secolo, in alcuni villaggi della Macedonia i contadini possedevano in media un quarto di ettaro di vigna. La
viticoltura svolgeva un ruolo importante nelleconomia contadina. Si
ignora quale fosse la produttivit: si ipotizzato che potesse arrivare a
25 ettolitri per ettaro in Calcidica [Papangelos 557, p. 224], e ci non
inverosimile bench lunico dato (indiretto) che possediamo suggerisca
in questa regione una rese due volte meno elevata [Iviron 77, II, n. 42].
Ad ogni modo, un vignaiolo che coltivasse pi dun quarto di ettaro di
vigna produceva pi vino di quanto fosse necessario per i consumi familiari.
I campi erano in genere costituiti da appezzamenti rettangolari, non
particolarmente allungati [Lefort 494], ed erano spesso situati in un paesaggio aperto; la loro superficie era peraltro assai variabile. I dati suggeriscono lesistenza, in alcune zone, di un reticolo parcellare dalle maglie tantopi strette quanto pi antica era loccupazione del suolo, dal
momento che le successioni ereditarie finivano per frammentare alcuni
campi; altrove, dove la rete degli appezzamenti era molto meno fitta,
bisognerebbe tenere conto di condizioni geografiche o storiche che perlopi ci sfuggono. Dopo la mietitura, e prima dellaratura, i campi erano lasciati a pascolo [Legge agraria, 27; Iviron 77, I, n. 9], e ci contribuiva a concimarli. Le rese crescevano lentamente, a causa della selezione delle sementi, attestata presso gli agronomi latini e nei Geoponica,
da cui Psello [527, p. 247] deriva i consigli che fornisce in materia. Non
c alcuna ragione per pensare che gli agricoltori bizantini non fossero
in grado di scegliere da s le sementi, e comunque questo processo di selezione almeno parzialmente automatico. Le rese ottenute potevano
inoltre essere mantenute costanti, e addirittura aumentate quando la
terra lasciata a maggese era coltivata a legumi, in quanto alcuni di essi

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ne aumentano la fertilit, come segnalavano gi gli autori antichi [Plinio, Naturalis historia, XVIII, 50; Geoponica 526, II, 12.2]. Possediamo poche informazioni sulle modalit di coltivazione dei cereali a Bisanzio. verosimile che, alla fine dellepoca considerata, a nord del Mar
Egeo e comunque in Macedonia si praticasse correntemente il maggese
biennale, che attestato sicuramente nella Calcidica nel xiii secolo
[Lefort 550, pp. 368, 370]. La rotazione delle colture (grano/legumi o
grano/orzo primaverile, con la seconda semina sul maggese) peraltro
antica: risulta menzionata nei Geoponica [526, II, 12.2; III, 3.12; III,
6-7]. I testi e larcheologia, del resto, permettono di dedurre limportanza delle leguminose e il loro ruolo nel sistema di coltivazione. La menzione dellacquisto a prezzo fisso di legumi secchi nelle liste di esenzione dellxi secolo [per es. Actes de Lavra 75, I, n. 48] suggerisce che non
costituissero soltanto un ortaggio riservato allalimentazione della famiglia, come stato sostenuto, ma che svolgessero un ruolo nel ciclo della cerealicoltura. Era cos nel Lazio alla met del x secolo [Toubert 565,
p. 248]. In Puglia invece lintroduzione delle leguminose nella rotazione delle colture sembra risalire soltanto allinizio del xii secolo [Martin
1215, p. 336]. Questi dati rivelano lesistenza di pratiche note da molto tempo.
In generale, si ha a che fare con unagricoltura senzaltro tradizionale, ma che era in grado, fino a un certo punto, di migliorarsi da s. Il dissodamento era tutta unaltra questione, e c motivo di ritenere che venisse preso in considerazione solo dopo che le possibilit di miglioramento erano esaurite, quando il pi intensivo sfruttamento possibile dei
campi esistenti non era pi sufficiente.
Non si possiedono informazioni dirette sulla resa dei cereali, e in ogni
caso bisognerebbe fare i conti con le grandi variazioni annuali che li caratterizzano. In Grecia, nel 1921, la resa del grano era in media di 6,6
quintali per ettaro. Quella dellorzo era un po pi elevata: 7,1 q/ha
[Jard 544, pp. 203-5]. Lagricoltura bizantina sicuramente non ha mai
superato queste cifre, e forse riuscita a eguagliarle solo eccezionalmente. Per quanto riguarda il xiii secolo, da un atto sembra che si possa dedurre che in Calcidica la resa dellorzo fosse di circa 5,4 q/ha [Lefort
550, p. 369]. Allinizio del xii secolo, per Radolibo, alcuni calcoli suggeriscono che la resa minima dei cereali fosse di circa 5,3 q/ha, secondo
una proporzione grossomodo di quattro chicchi raccolti per uno seminato [Lefort 494, p. 222]. Quel poco che si sa della cerealicoltura bizantina (praticata, ricordiamo, nellambito di piccoli appezzamenti), ovvero la lavorazione dei campi per mezzo dellaratro leggero, la probabile
esistenza di un maggese biennale e di colture di copertura, lintroduzio-

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ne di nuove piante, suggerisce che le pratiche agricole medievali non fossero meno elaborate di quelle dellepoca protobizantina. Da quel che si
visto, sembra di poter asserire che, nelle regioni pi fertili, per il xii
secolo siano plausibili rese medie di poco superiori ai 5 quintali per ettaro.
Limmagine, diffusa in passato, di una cerealicoltura estensiva che
occupava spazi immensi, monotona e poco produttiva, ha avuto un ruolo importante nelle rappresentazioni che sono state proposte delleconomia bizantina; si addirittura arrivati a suggerire che il destino di
Bisanzio sarebbe dipeso dalle misere prestazioni dei suoi agricoltori
[Kaplan 545, pp. 24, 56, 61, 66, 86, 87]. Questimmagine devessere riveduta. Il sistema di coltivazione che abbiamo appena descritto aveva
lintrinseca capacit di divenire pi produttivo e di adeguarsi a un aumento della richiesta.
Lo sfruttamento delle zone incolte. Gli spazi incolti, spesso coperti
di boschi, con leccezione dellaltopiano anatolico, erano ovunque molto estesi e costituivano una potenziale ricchezza. La macchia e la gariga
(formazioni vegetali intermedie tra la foresta e il pascolo di pianura o di
altura) occupavano gi ampi tratti in alcune regioni e avevano anchesse un valore economico. Foreste e pascoli appartenevano allo Stato, ai
grandi proprietari terrieri e, almeno allinizio dellepoca in esame, agli
abitanti dei villaggi.
Archie Dunn ha dedicato uno studio alla foresta e alle sue forme arbustive degradate, ai prodotti che se ne ricavavano e al loro sfruttamento [534]. Tra gli alberi, pu essere segnalato il ruolo predominante delle querce, utilizzate principalmente per ricavarne legname da costruzione. La resina delle conifere serviva a fabbricare la pece, indispensabile
per la costruzione delle imbarcazioni e per lapprettatura di anfore e botti. Ogni albero poteva certamente procurare legna da ardere, e quelli pi
scadenti venivano utilizzati per la fabbricazione del carbone. Alcune regioni, soprattutto marittime, erano particolarmente sfruttate soprattutto per il legname da costruzione: Creta, Cipro, la Siria levantina e il Tauro, la Macedonia, forse la parte nordorientale dellAsia Minore e la costa albanese [Dunn 534, pp. 258-61].
Lo Stato, o i grandi proprietari terrieri che ne avevano ereditato le
prerogative fiscali, riscuotevano tasse in natura sulla caccia e sulla pesca. Gilbert Dagron ha recentemente descritto le tecniche di pesca, le
strutture cui essa aveva dato origine fin dallantichit, le riscossioni (tasse ed eventualmente affitto) a essa collegate, e le modalit della sua commercializzazione a Costantinopoli [622].

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Il bestiame posseduto dalle piccole fattorie non era ovviamente sufficiente: i cavalieri e le salmerie dellesercito, i macellai, i prodotti caseari, la pergamena, lartigianato del cuoio e della lana alimentavano una
grande richiesta. Lunico a poterla accontentare era lallevamento su larga scala praticato nei pascoli di Stato, e in quelli dei villaggi e poi dei latifondi. Risulta poco conosciuto lallevamento in Asia Minore, dove pure ha avuto un ruolo determinante. Spesso era praticato su vasti appezzamenti di terreno, molti dei quali, concessi dallimperatore o acquisiti
in altra maniera, a partire dal ix secolo appartenevano alle grandi famiglie. Lo Stato stesso allevava cavalli e bestie da soma per lesercito nei
suoi possedimenti anatolici. poi noto il ruolo della Bitinia nellambito dellallevamento, in particolare per la fornitura alla capitale di animali da macello nel x secolo [Libro del prefetto, 15.3]. Nei Balcani, in
modo analogo, numerose zone incolte erano riservate allallevamento,
soprattutto al nord ma anche nel Peloponneso. Dopo la perdita dellaltopiano anatolico nellxi secolo, il ruolo dei Balcani nellallevamento diviene determinante. Almeno in alcuni casi, risulta chiarissimo laspetto
speculativo dellallevamento aristocratico: non si limitava difatti ai cavalli da sella, e la quantit di bestiame eccedeva i bisogni privati, per
quanto grandi possano essere stati [Harvey 488, p. 153].
Possediamo poche informazioni sulle modalit di utilizzo e sfruttamento dei pascoli. Da molto tempo venivano utilizzati pascoli estivi e pascoli invernali, questi ultimi situati in terreni riparati; si ha tuttavia limpressione che solamente nellxi secolo si sia incominciato a
creare un utilizzo sistematico, legato alla transumanza delle greggi e
spesso al nomadismo dei pastori [Harvey 488, pp. 156-57]. Nei Balcani, a partire dallxi secolo, la transumanza era legata in particolare al
seminomadismo di una popolazione specializzata nellallevamento e
talora poco sottomessa, i Valacchi [Gyoni 541], che allevavano soprattutto ovini.
chiaro che leconomia rurale del vii secolo era, in numerose regioni, differente, pi frazionata e meno prospera di quella del xii secolo.
Si visto peraltro che la policoltura e le tecniche agricole in generale,
adatte al contempo alle condizioni locali e allagricoltura di fattoria, permettevano uno sviluppo della produzione.

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ii. i fattori dello sviluppo.


1. La crescita demografica e laumento della richiesta.
a) Leffetto dellaumento della popolazione a partire
d a l i x s e c o l o 2.
Spesso si ritenuto che labbandono di terre o centri abitati costituisse la prova di un declino, mentre in realt spesso pu essere spiegato con la precariet della condizione contadina, e con il fatto che tali abbandoni avevano talora un carattere estremamente provvisorio. Le
numerose terre abbandonate censite dal fisco sono state a lungo interpretate come indizi della rarit costante, o in continuo aumento, di uomini, mentre in realt costituivano semplicemente il riflesso, almeno in
alcuni casi, di una prassi che cercava di regolare al meglio loccupazione delle terre [Bartusis 530]. Come i terreni vacanti redistribuiti dalla
comunit della Legge agraria [Lemerle 553, pp. 42-45], le terre abbandonate testimoniano innanzitutto i casi della vita: accadeva che dei contadini morissero senza lasciare eredi, o che se ne andassero per una ragione qualunque. Situazioni di questo tipo, che non erano per nulla rare,
esigevano naturalmente una legislazione, richiedevano delle registrazioni, necessitavano di decisioni per la redistribuzione delle terre. Simili
elementi sono attestati di frequente nei documenti giuridici e fiscali, ma
non sembra opportuno darne uninterpretazione demografica. Per quanto riguarda gli abbandoni definitivi di centri abitati prima della met
del xiv secolo, senza dubbio solo una documentazione insufficiente
che ha permesso di sospettarne la presenza in Macedonia. Almeno nella Calcidica occidentale, tali abbandoni sono stati rari [Lefort 495, p.
79]. Lo sviluppo demografico a partire dal ix secolo, che sembra innegabile, modifica profondamente limmagine tradizionale delleconomia
bizantina.
Una popolazione in crescita implica una volta esaurite le risorse
supplementari permesse dallimpiego di migliori tecniche agricole in un
determinato ambiente geografico laumento della superficie coltivata.
Lestensione delle coltivazioni, a lungo andare, pu rendere necessario
uno spostamento delle zone di pascolo e un arretramento delle foreste.
In Macedonia, in effetti, risulta attestata tutta questa catena di eventi,
che ha avuto una scala sufficiente per risultare leggibile nella successio-

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ne dei documenti che vanno dallxi al xiv secolo. La moltiplicazione del


numero di campi ha comportato in alcune zone, prima del xiv secolo, la
formazione di veri e propri distretti cerealicoli che oltrepassarono i confini delle propriet, eliminando quel che restava della vegetazione naturale [Bellier 531, pp. 109-12]. Nella Calcidica occidentale i testi, la
ceramica trovata al suolo e alcuni dati geografici suggeriscono anchessi che nel xiv secolo le coltivazioni occupassero unestensione maggiore
che agli inizi del xii, o persino che in epoca protobizantina. Laumento
della superficie coltivata ha diminuito lo spazio occupato da pascoli e
boschi alla base delle pendici montane e sembra esser stato allorigine,
a partire dallxi secolo, delluso sistematico dei pascoli estivi. Infine,
larretramento delle aree forestali dovuto alla coltivazione delle pendici montane tra xi e xiv secolo suggerito dai documenti [Bellier 531,
pp. 110-11, 114]. La testimonianza degli archivi dellAthos confermata dalle ricerche palinologiche e archeologiche passate in rassegna da
Dunn, che indicano un arretramento dei boschi in Macedonia occidentale a partire dall850, o intorno al Mille in un altro sito, in Tessaglia
intorno al 900, in Licia prima dellanno Mille, in Macedonia orientale,
in Tracia e in Argolide in date anteriori al xiv secolo [Dunn 534, pp.
244-46].
b) Laumento della domanda a partire dal x secolo.
Lo sviluppo demografico stato indubbiamente il principale fattore
di sviluppo delleconomia rurale, che doveva provvedere alla sussistenza dei contadini tanto nelle annate buone quanto in quelle cattive. Leffetto automatico dellaumento di popolazione, tuttavia, stato amplificato dalla domanda proveniente dal numero crescente di chi non produceva niente, o produceva poco. I bisogni accresciuti dun esercito che,
a lungo andare, si rivelato pi efficace grazie a un uso pi accorto della cavalleria, lo sviluppo dei monasteri, delle citt e dellamministrazione, lemergere di unaristocrazia sempre pi numerosa, che viveva fastosamente a imitazione della Corte, essa stessa pi numerosa, e infine
le esportazioni, attestate a partire dallxi secolo, tutto ci richiedeva che
la produzione agricola fosse in grado di assicurare i consumi di tutti quelli che non erano contadini, e una parte almeno dei quali aveva esigenze
ben superiori quanto ad alloggio, nutrimento e vestiario [Harvey 488,
pp. 163-97]. Occorre sottolineare che proprio questi cambiamenti sono
stati estremamente importanti per leconomia rurale.

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c) Lestensione delle coltivazioni e le sue modalit.


I testi menzionano di rado i dissodamenti in maniera esplicita. Nellambito del villaggio sono evocati, per esempio, dalla Legge agraria (
17 e 20). Lo studio del catasto di Radolibo mostra inoltre che, prima
dellinizio del xii secolo, si erano dissodati alcuni settori meno favorevoli di terreno, forse ancora in parte coperti di boschi, ricavandovi dei
campi di piccole dimensioni [Lefort 494, p. 215]. Nel 1059, Eustazio
Boila ricorda nel suo testamento di aver fatto dissodare, nellAnatolia
orientale, un terreno coperto di boschi impenetrabili per farvi prati, frutteti, vigne e orti [Lemerle 631, p. 22]. Il lavoro era stato eseguito dai
suoi schiavi o dai suoi pareci.
Lestensione delle coltivazioni stata praticata sia intorno a un abitato preesistente sia, al contrario, in luoghi isolati, e ci allora comportava la creazione dun nuovo casale. Nel primo caso, lestensione ha lasciato poche tracce nelle fonti. Quando invece i dissodamenti erano connessi alla fondazione di un casale o di una fattoria isolata, pi facile
che fossero menzionati nei testi, spesso con il nome di agridion (che evoca un piccolo appezzamento). Lautore del Trattato fiscale, commentando questo termine, espone varie ragioni per cui un centro abitato pu
espandersi, in un contesto che chiaramente quello dun aumento demografico; ricorre a questo proposito ai concetti di valorizzazione e
di miglioramenti che ne risultano, e questo implica in particolare dei
dissodamenti (p. 115). Nel Trattato fiscale lampliamento dei confini ha
luogo nel quadro sociale del villaggio raggruppato, che appare come il
centro abitato originario.
Circa la Macedonia, grazie agli archivi dellAthos siamo ottimamente informati sulla fondazione di piccole propriet terriere situate ai margini dei territori dei villaggi. Fondate da monaci o da laici, sono attestate a partire dal ix secolo. probabile che la decisione presa dallo Stato, allinizio del x secolo, di vendere in determinate circostanze le terre
dei villaggi divenute vacanti, abbia facilitato la costituzione di nuovi
possedimenti fondiari. Alcuni di essi, evidentemente oggetto di valorizzazione, hanno questa origine. Perlopi ci si deve limitare a prendere
atto della data di registrazione di questi nuovi centri abitati. Una ricerca non esaustiva negli archivi dellAthos permette di citarne una dozzina creati prima del Mille, una quindicina prima del 1100, pochi nel xii
secolo a causa della scarsit di documenti, ma ancora una quindicina nel
xiii secolo e oltre una decina fra 1300 e 1350. Ci si trova dunque di fronte a un fenomeno continuato, che modifica considerevolmente loccupazione del suolo. Questi possedimenti non erano molto estesi e forse

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in media occupavano da 100 a 200 ettari; in generale non avevano riserve di foreste e pascoli ma erano caratterizzati da una vocazione prettamente cerealicola. Erano dotati, oltre alla casa padronale, di un casale di pareci, in genere di ridotte dimensioni, da 10 a 20 fuochi allinizio
del xiv secolo. In Bitinia sono stati effettuati lavori idraulici, probabilmente anteriori allxi secolo, per abbassare il livello del lago di Nicea e
aumentare cos la superficie coltivabile [Geyer 1021]. Lestensione delle coltivazioni sembra un fenomeno generalizzato nel Mediterraneo
orientale in questepoca.
2. Il ruolo della struttura del villaggio.
Sembra che il villaggio, sia come centro abitato che come struttura
sociale, abbia avuto fino al x secolo un ruolo predominante in una economia rurale caratterizzata al contempo da debole domanda e debole
monetarizzazione, con la possibile eccezione dei dintorni di Costantinopoli.
a) Il villaggio come centro abitato.
Il Trattato fiscale (p. 115) conosce lesistenza dun abitato rurale disperso. Si conoscono solo pochi esempi di tale dispersione delle abitazioni, che il medesimo testo contrappone al chorion, caratterizzato dal
raggruppamento. In genere si suppone che il centro abitato raggruppato e aperto costituisse la regola nelle campagne; era il caso, per esempio,
della Siria settentrionale nel vii secolo, della Macedonia nel x secolo
e della Puglia bizantina. Sembra che nel ix-x secolo il villaggio raggruppato e il suo territorio abbiano in genere costituito la forma predominante di abitato e di occupazione del suolo. In Bitinia, le vite dei santi
e altri testi mostrano che il villaggio costituiva la forma usuale dellabitato rurale. Grazie al Trattato sulla guerriglia di Niceforo Foca (p. 228)
si pu dedurre che ci avvenisse anche nel Tauro del x secolo. In Puglia, la rete dei villaggi era fitta intorno a Bari, e alcuni dei loci erano
molto popolosi gi allinizio dellxi secolo [Martin 1215, pp. 268-69].
Una situazione analoga si verificava in Macedonia, dove le delimitazioni contenute nei documenti fiscali permettono di tracciare una mappa
dei territori dei villaggi. Nella Calcidica occidentale si trovava un villaggio ogni 4 o 5 chilometri, e il loro territorio occupava spesso una ventina di chilometri quadrati. Non possediamo informazioni sulla popolazione di questi villaggi, che doveva essere molto variabile. Nel xiv se-

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colo, in Macedonia, forse ospitavano in media 70 fuochi ma in precedenza erano meno popolati. Laddove risulta stabilita lesistenza duna
rete di villaggi in epoca protobizantina, sulla scorta di Haldon [126, p.
136] si pu senza dubbio supporre una continuit abitativa, nonostante i problemi del vii-viii secolo.
In tutto il mondo mediterraneo, nellItalia meridionale, in Grecia,
nel Mar Egeo e nella parte sudorientale dellAsia Minore in particolare, i testi e larcheologia rivelano lesistenza di cinte murarie che sembrano frequentemente associate a villaggi. Nel x secolo, il Trattato sulla
guerriglia (pp. 228-29) mostra quale poteva essere la funzione di queste
cinte: in caso di minaccia araba lesercito aiutava gli abitanti dei villaggi a ritirarsi in un sito difeso naturalmente o in un rifugio fortificato,
insieme alle loro famiglie, al bestiame, ai beni mobili e a viveri per quattro mesi. La bipartizione dei siti abitativi rurali (in tempo di pace, il centro abitato permanente del villaggio, pi o meno raggruppato, e il rifugio in tempo di guerra) che ne risulta, per quanto non possa essere certo generalizzata, tuttavia sembra essere stata frequente, e non pu che
aver contribuito a rafforzare la struttura sociale costituita dal villaggio.
In Calabria e in Macedonia le cinte individuate durante le prospezioni
sono vaste, sempre in posizione elevata, spesso invisibili dalla pianura,
e frequentemente dominanti i villaggi medievali. La maggior parte di
questi ripari sembrano edificati, o almeno occupati, nel vi-vii secolo. Tali rifugi, temporanei oppure permanenti, devono aver contribuito a
rafforzare o creare, nel corso duna serie di evidenti discontinuit sociali, il reticolo dei villaggi bizantini.
b) Funzione economica del villaggio considerato come
struttura sociale.
Il villaggio stato una struttura adatta a unepoca in cui, a causa dellinsicurezza e della debole pressione demografica, la terra era poco sfruttata. stato un organismo di autodifesa della popolazione rurale al quale lo Stato si appoggiato per riconquistare il territorio e riscuotere le
tasse, nonch una struttura finalizzata alla produzione di beni; dal vii
al x secolo, infine, ha contribuito a mantenere la continuit delle coltivazioni e delleconomia rurale.
c) La comunit del villaggio.
Bench le nostre informazioni siano piuttosto incerte, probabile
che a partire dal vii secolo la maggior parte della produzione agricola sia

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stata assicurata dai villaggi piuttosto che dai latifondi: il villaggio costituisce dunque il contesto in cui leconomia rurale si gradualmente ripresa. Il villaggio non era semplicemente la somma delle fattorie che lo
costituivano. Si trattava anche di una comunit o di un comune (koinotes tou choriou) che amministrava un territorio spesso vastissimo. Il villaggio era un contesto sociale in cui esistevano interessi comuni. I confini del territorio del villaggio erano contrassegnati sul terreno da cippi, ed erano descritti nelle delimitazioni stabilite dai servizi fiscali, come
in epoca romana; la pi antica delimitazione conservata risale allinizio
del x secolo [Iviron 77, I, n. 9]. La parte incolta del territorio che non
era oggetto di propriet costituiva il patrimonio collettivo degli abitanti del villaggio: terreni comuni e luso comune dei terreni incolti sono menzionati tanto nella Legge agraria ( 81) quanto in alcuni documenti [Iviron 77, I, n. 5]. La difesa dei diritti del villaggio contro le iniziative dei vicini faceva della comunit, di fatto se non di diritto, una
persona giuridica, e daltro canto la necessit di amministrare il territorio implicava un minimo di organizzazione. Nei villaggi della Galazia e
della Paflagonia del vii-ix secolo si trova unlite rappresentativa, quella dei primi del villaggio, che ricompare nel xii secolo in Macedonia
nellambito di una grande propriet terriera. Il villaggio, in quanto comunit, possedeva delle terre. Spesso si tratta di appezzamenti vacanti
destinati a essere nuovamente attribuiti a un abitante per ottemperare
alle esigenze fiscali; tuttavia, la comunit poteva anche vendere o comprare delle terre. Inoltre, poteva intentare processi. Poteva anche capitare, secondo la Legge agraria ( 81), che la comunit fosse responsabile
dei mulini. Difatti nel territorio di Dobrobikeia, intorno agli inizi dellxi secolo, cera un mulino su cui la comunit del villaggio pagava le tasse [Iviron 77, I, n. 30]. Tutto ci presuppone una concertazione e una
organizzazione, ma non si possono definire le forme di un potere comunale che tuttavia devessere esistito. Le pratiche comunitarie hanno svolto un ruolo economico, senza dubbio limitato ma cionondimeno importante in unepoca di grande insicurezza. In questo senso il villaggio, per
quanto in misura minore di quanto non lo sia stato in seguito il latifondo, stato un organismo di gestione delleconomia rurale.
d) La comunit e lo Stato.
Dal punto di vista statale, la comunit era anzitutto una giurisdizione fiscale, alla quale lamministrazione si appoggiata per riscuotere le
tasse quando la struttura delle citt collassata. Inoltre, dal momento
che lo Stato era rimasto fedele al principio della responsabilit colletti-

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va del villaggio per il pagamento delle tasse (una eredit del Basso Impero), la comunit si vedeva forse riconoscere alcuni poteri in ambito
fiscale. Nel Trattato fiscale (p. 119) come nei documenti si vedono soprattutto le misure prese dal fisco, quali sgravi e alleggerimenti delle tasse, per evitare gli effetti perversi di un sistema che poteva indurre i contadini, oppressi da un sovrappi di tasse, a fuggire allarrivo degli esattori. Sgravi e alleggerimenti ridavano fiato alla comunit.
Occorre peraltro osservare che lo Stato, a partire dagli inizi del x secolo, prese delle misure fiscali che andavano in senso opposto, e che nellxi secolo hanno permesso in molti casi di sostituire lorganizzazione latifondistica a quella comunitaria. Tali misure preannunciano dunque
una svolta importante nella storia delleconomia rurale, bench non abbiano avuto un effetto immediato. La decisione di espropriare a beneficio dello Stato ogni appezzamento che non avesse fruttato tasse per
trentanni di seguito (klasma) portava infatti a separare questi appezzamenti dal territorio della comunit. La prima menzione di una terra clasmatica risale al 908 [Protaton 78, n. 2]. Questa politica fiscale ebbe come conseguenza quella di distruggere lunit territoriale della comunit.
Limperatore poteva, di norma dopo trentanni, decidere di vendere i
beni del villaggio divenuti propriet del fisco, di affittarli o di donarli,
spesso a notabili. Le vendite di terre clasmatiche, in effetti, sono state
numerose nel x secolo [Oikonomides 555].
Lo Stato, dal vii al ix secolo, aveva sostenuto la struttura dei villaggi per motivi fiscali e militari. Nel x secolo, gli imperatori hanno cercato di tenere testa alle iniziative dei potenti: la loro legislazione fu finalizzata a difendere la piccola propriet dei villaggi e le istituzioni comunitarie minacciate dal progresso della grande propriet, ecclesiastica o
laica. Tuttavia alla fine fu questa ad avere la meglio.
e) I latifondi nel territorio del villaggio.
Nel x secolo, il territorio del villaggio stato il teatro di trasformazioni che hanno portato da un lato al predominio del latifondo come
struttura della produzione agricola, e dallaltro a uno sviluppo delleconomia rurale. La possibile diminuzione delle dimensioni delle fattorie,
i cattivi raccolti o linsicurezza minavano talora la situazione degli abitanti dei villaggi, e moltiplicavano i casi di indebitamento o vendita a
proprietari pi grandi. Inoltre, le grandi propriet insediate sul territorio del villaggio favorivano uno sfruttamento pi completo del territorio; i contadini vi trovavano un sostegno che non aveva corrispondenti n nel fisco n nella comunit del villaggio, nonostante gli sgravi e gli

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alleggerimenti delle tasse. Infine, secondo un ulteriore punto di vista,


una gestione fondiaria precisa permetteva di riscuotere una quantit di
imposte spesso pi elevata di quanto non sarebbe stato possibile nellambito della fiscalit comunitaria. Tutto ci permette forse di capire ci
che accaduto.
La societ del villaggio non era egualitaria. Alcuni proprietari erano
entrati in possesso di vasti appezzamenti che costituivano in pratica piccoli latifondi. In una novella del 996, Basilio II fornisce un esempio di
trasformazione della terra comunale a vantaggio della Chiesa: in quasi
tutte le province, afferma, molte comunit erano danneggiate dallespansione dei monasteri, talora al punto di scomparire o di arrivarci vicino;
allorigine di questi piccoli monasteri cera spesso un abitante del villaggio che fondava una chiesa sul suo terreno e si faceva monaco, presto
imitato da due o tre compaesani che si univano a lui. Alla loro morte, il
vescovo locale confiscava la chiesa, definendola monastero a giustificazione del proprio operato, giacch i monasteri erano sotto la sua giurisdizione; infine si appropriava dei beni di essa o ne faceva dono, danneggiando comunque i villaggi [Svoronos 86, p. 209; Lemerle 553, pp.
112-14]. Altre volte sono potenti personaggi senza alcun rapporto con
il villaggio a introdursi nelle sue terre.
Per molto tempo, i problemi erano stati quelli dellinsicurezza, della difesa e della sussistenza, e il villaggio aveva provveduto ai bisogni
duna economia poco sviluppata accontentandosi di uno sfruttamento
parziale e talora estensivo dello spazio. Si visto come nel x secolo la
situazione fosse cambiata.
3. Il ruolo della struttura latifondistica.
I latifondi erano dotati di personale in grado di assicurarne la gestione, e il cui compito era quello di aumentare il reddito che si poteva ricavare dalla terra. A partire dal x secolo hanno ereditato il ruolo che fino ad allora era stato appannaggio dei villaggi, ma in un contesto economico ormai dominato dalla domanda e dove gli scambi monetari hanno
acquisito unimportanza maggiore, com stato dimostrato da Ccile
Morrisson [506, pp. 299-301].
a ) Il ruolo crescente dei latifondi nelleconomia rurale.
Nel vii secolo attestata lesistenza di latifondi ma in questepoca la
loro importanza sembra essere stata scarsa, almeno a paragone di ci che

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era stata e che sarebbe divenuta in seguito. Sembra che la medesima osservazione possa essere estesa anche ai grandi possedimenti demaniali
[Kaplan 545, p. 324]. Alcuni esempi suggeriscono che nellviii-ix secolo sia avvenuto uno sviluppo, per quanto modesto, delleconomia latifondistica. Il patrimonio della Chiesa secolare e quello dei monasteri si accresceva tramite donazioni, secondo il sistema delle fondazioni finanziate dalle rendite di propriet laiche [Lemerle 553, pp. 54-56]. Anche
prima della fine del primo periodo iconoclastico sono stati fondati numerosi monasteri, talora in fondi appartenenti a famiglie arricchitesi al
servizio dello Stato [Thomas 564, pp. 123-24]. Tra le varie cause, anche una serie di esenzioni fiscali in favore della Chiesa, indubbiamente
decise al tempo dellimperatrice Irene, incoraggiavano i laici a trasformare le loro propriet in monasteri e a farle coltivare da pareci [Thomas
564, p. 129]. Limportanza delle rendite terriere non sfuggiva certo alllite sociale n tanto meno allo Stato, ma ci non significa che leconomia dei latifondi avesse gi un ruolo importante: semplicemente, adesso non si poteva pi evitare di tenerne conto.
Nel ix secolo, la corrispondenza di Ignazio Diacono fornisce un ritratto concreto della Chiesa come grande proprietario. Ci fa supporre che le rendite fondiarie della metropoli di Nicea fossero cospicue,
bench si affermi che la pressione fiscale fosse insopportabile. La metropoli possedeva degli oliveti da cui si ricavava dellolio, e terre arabili coltivate indirettamente. La gestione di queste terre era affidata dalleconomo a un curatore, il quale a sua volta distribuiva le terre fra i pareci che vi aveva insediato. Questi dovevano alla metropoli dei canoni
in natura, a quanto sembra una quota fissa del raccolto. Limportanza
delle riserve di grano conservate nelleconomato suggerita dal livello
dei reclami sporti dalle autorit dellOpsikion.
Successivamente si intuisce il ruolo crescente dei latifondi nelleconomia, e anche la loro circolazione, o meglio quella delle loro rendite.
Ci avveniva da un lato tra lo Stato e i laici che ricevevano donativi dallimperatore, dallaltro tra i laici e i monasteri, con i primi che trasformavano i propri possedimenti in fondazioni religiose per garantire la loro condizione, e infine tra lo Stato e la Chiesa, se si pensa che Basilio I
aveva cercato di recuperare la gestione e le rendite dei beni ecclesiastici [Thomas 564, pp. 130-39]. Il x secolo, come testimoniano le novelle
degli imperatori macedoni, senzaltro lepoca in cui laccrescimento
della grande propriet ha assunto un aspetto decisivo. Dal momento in
cui una provincia, protetta dallesercito e amministrata sulla base di un
reticolo costituito da piccoli centri urbani, risultava nuovamente sicura, la speranza di rendite agricole pi regolari ed elevate stimolava una

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serie di iniziative, da parte dei magnati, che andavano contro gli interessi dei membri delle comunit di villaggio, e tali iniziative spesso erano coronate dal successo, nonostante le leggi che cercavano di ostacolarle. I latifondi laici o monastici non erano i soli a estendersi o a moltiplicarsi. Metropoliti, arcivescovi e vescovi, nonch i responsabili delle
fondazioni religiose o imperiali, fanno parte dei potenti denunciati
nella novella di Romano I, che li dipinge mentre si introducono nei villaggi e aumentano i propri possedimenti tramite acquisti, donazioni, testamenti o in qualsiasi altro modo [Svoronos 86, p. 84]. Lo Stato stesso gestiva dei latifondi: lo si intuisce pi chiaramente a partire dal ix secolo, in particolare grazie ai Taktika che illustrano lorganigramma dei
servizi centrali incaricati della gestione di tali latifondi, e a numerosi sigilli appartenuti ai loro responsabili locali. Alcuni di questi possedimenti demaniali erano dedicati allallevamento finalizzato alle necessit dellesercito; le rendite di altri erano riservate alla posta e a diverse strutture pubbliche dai fini caritatevoli.
Nellxi secolo, lo Stato ha svolto un ruolo determinante nellaccelerare un processo di cui pure non era stato liniziatore, e che anzi nel x
secolo aveva tentato di frenare. La sua politica ebbe come conseguenza
quella di sostituire quasi ovunque il latifondo alla propriet del villaggio, senza peraltro che venisse messo in discussione il primato della fattoria come unit di sfruttamento del suolo. Linteresse fiscale rappresentato dalla comunit era diminuito, dal momento che le rendite che
lo Stato poteva ricavare dal terreno demaniale erano superiori allammontare della tassazione. Nicolas Oikonomides ha sottolineato come, a
partire dallinizio dellxi secolo, il fisco non abbia pi cercato di vendere le terre abbandonate, ma di conservarle, organizzandole in grandi
possedimenti coltivati da pareci [345, pp. 136-37]. Inoltre, nellxi secolo, lo Stato cerc di accrescere lestensione delle propriet fiscali: si intuisce la presenza di abbandoni concordati, che permettevano di aggirare la legge e di trasformare pi rapidamente lintera comunit in un
latifondo demaniale [Kaplan 545, pp. 402-3].
Per lo Stato, dunque, limposta fondiaria era divenuta meno importante della rendita dei terreni demaniali coltivati dai pareci. Siamo informati sulla trasformazione dei villaggi in latifondi tramite testi normativi e, in qualche caso, documenti fiscali che rispondevano a preoccupazioni amministrative; la logica di tale trasformazione era peraltro
principalmente economica. Negli archivi dellAthos i latifondi imperiali cominciano a essere menzionati alla met dellxi secolo. Alcuni villaggi che nel x secolo avevano lo status di comunit si trasformarono in
possedimenti demaniali prima di essere eventualmente ceduti a un mo-

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nastero o a un laico. Sembra che tale trasformazione delle strutture della propriet sia stata generale. In Macedonia, lultima menzione di una
comunit rurale risale alla met dellxi secolo. In ogni caso, certo che
allinizio del xiv secolo le campagne della Macedonia erano costituite da
una rete quasi continua di latifondi che aveva sostituito lantica rete delle comunit. verosimile che i latifondi avessero gi avuto la meglio
sulla piccola propriet alla fine del xii secolo. Paul Magdalino presenta
un quadro impressionante della grande propriet in questepoca: quasi
tutto il litorale da Costantinopoli alla Grecia centrale, con laggiunta
delle isole, nel xii secolo apparteneva a grandi proprietari, spesso costantinopolitani, il pi importante dei quali era lo Stato [192, pp. 160-71].
Ci che colpisce, a partire dallxi secolo, lonnipresenza della struttura latifondistica.
b) I grandi proprietari.
I proprietari e i detentori di latifondi costituivano un mondo radicalmente differente da quello dei contadini, ma a sua volta eterogeneo.
Numerosi grandi proprietari appartenevano agli strati inferiori dellaristocrazia provinciale, e i loro possedimenti erano modesti; valeva lo stesso per vari monasteri e vescovati. Allaltra estremit si trovavano grandi latifondisti, istituzionali o privati, padroni di numerose propriet terriere situate nella stessa regione o disperse per tutto lImpero. Era
possibile una vasta scala di situazioni intermedie. Solo di rado si conosce la composizione e lestensione dei patrimoni fondiari, e perlopi si
costretti a valutare limportanza di un patrimonio sulla base del numero delle propriet che lo costituivano. Non c nessun indizio che la
propensione a investire e a realizzare dei miglioramenti per accrescere
le rendite e gestire al meglio le propriet sia dipesa dalla condizione dei
grandi proprietari o dallestensione del loro patrimonio.
Si pu affermare, sulla scorta di Oikonomides [556, p. 321], che lo
Stato rimasto sempre il proprietario pi importante, e a maggior ragione a partire dallxi secolo. Bench non abbia sempre avuto questa
condizione, nel corso dellepoca studiata la Chiesa divenuta il secondo proprietario dellImpero. Sembra che i beni del patriarcato, come
quelli imperiali, fossero distribuiti per tutto lImpero. I possedimenti
dei vescovati erano naturalmente pi modesti di quelli delle metropoli.
Qualunque sia stato il patrimonio fondiario della Chiesa secolare, per
certo che fu superato da quello dei monasteri, che si accrebbe in maniera considerevole a partire dal ix secolo. Il ruolo dei monasteri nella gestione delle terre diviene determinante nel x secolo. Inoltre i monaste-

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ri, a causa di un privilegio accordato dallimperatore, a volte erano esentati dallimposta fondiaria. Daltro canto, anche i possedimenti dei laici sono stati molto estesi. A proposito dei patrimoni aristocratici, che
potevano essere di livello assai eterogeneo, Jean-Claude Cheynet [450]
ha sottolineato come fossero principalmente costituiti da beni fondiari,
ma come allo stesso tempo, essendo talvolta frutto di donazioni imperiali e venendo spesso confiscati, fossero instabili. Lo studioso ricorda
inoltre che, in Asia Minore, Eustazio Maleino intorno allanno Mille
aveva ricevuto e nutrito sulle sue terre limperatore Basilio II e un esercito di almeno 20 000 uomini in marcia per combattere gli Arabi. Nella stessa epoca e nella stessa regione, i patrimoni dei Focadi, degli Scleri e dei Comneni non erano meno considerevoli. Sembra peraltro che,
alla fine dellxi secolo, i grandi patrimoni privati nei Balcani siano stati spesso meno importanti di quanto non fossero stati nellaltopiano anatolico.
Il dato essenziale comunque che, a partire dal x secolo, lo Stato da
una parte e i monasteri dallaltra si sono spartiti non senza conflitti,
ma in maniera durevole gran parte delle terre dellImpero. Occorre
peraltro ricordare che lo Stato manteneva da molto tempo una riserva
di possedimenti costantemente riciclabili per ricompensare i propri servitori laici. La parte posseduta dallaristocrazia poteva variare a seconda delle circostanze politiche ma anchessa stata importantissima.
c) La gestione dei latifondi.
Dal punto di vista delleconomia rurale era importante che i latifondi fossero gestiti da personale competente. Sembra che gli intendenti,
laici o ecclesiastici, spesso lo siano stati. Il latifondo poteva essere gestito dallo stesso proprietario, o pi spesso da un amministratore. Gli episkeptitai, pronoetai, economi, curatori, cartulari e contabili formavano
un mondo pi o meno gerarchizzato e numeroso allinterno dei grandi
possedimenti. Cera distinzione fra amministratori generali e responsabili locali. Tutti gli amministratori avevano ricevuto una solida educazione, e i posti pi elevati erano attribuiti ai membri dellaristocrazia civile della capitale. La principale qualit degli intendenti era senza dubbio quella di essere presenti nel possedimento, ovvero vicini alla terra e
alla popolazione rurale. Bench non si abbiano informazioni precise,
chiaro che gli amministratori erano incaricati di realizzare quelli che definiremmo investimenti produttivi, e di edificare nelle pianure e sulle
colline le fortificazioni padronali. Queste ultime, visibili da lontano,
avevano il valore di punto di riferimento e di simbolo signorile nel

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paesaggio, e in caso di pericolo proteggevano uomini e beni mobili; a


partire dallxi secolo, queste fortificazioni sostituirono i rifugi cinti di
mura nascosti nelle montagne. Si pu inoltre ritenere che, in caso di cattivo raccolto, gli intendenti anticipassero le sementi ai pareci. Sotto certi aspetti, lintendente del latifondo ha svolto il ruolo che, in tempi pi
turbolenti, era stato della comunit ma ora con maggiori mezzi e potere.
d) La contabilit dei latifondi.
Numerosi testi suggeriscono che gli intendenti fossero obbligati a tenere dei conti, periodicamente verificati dal proprietario [cfr. per es. il
Typikon della Kecharitomene, 567, p. 79]. In una lettera, Michele Italico [109, p. 95] evoca una contabilit di tesoreria tenuta a livello del latifondo piuttosto che una vera e propria gestione manageriale. Per i
miglioramenti onerosi la decisione spettava al padrone, e del resto si sa
che i fondi investiti nella terra derivavano dalle rendite nette ricavate
dallo sfruttamento dellinsieme dei possedimenti di un proprietario. La
contabilit latifondistica evocata nel 1073 nellatto emesso a favore
del gran domestico Andronico Duca, che aveva ricevuto dallimperatore i beni duna episkepsis vicino a Mileto. Questo documento menziona,
sulla base del registro del contabile, le rendite in denaro di ciascuno dei
terreni e le spese di coltivazione [Eggrapha Patmou 525, n. 50]. Il testamento di Boila, la Diataxis di Attaleiata e il Typikon di Pacuriano mostrano che questi tre grandi proprietari dellxi secolo erano perfettamente al corrente della rendita finanziaria del loro patrimonio, grazie ai conti di cui disponevano. In particolare, Boila stabilisce un rapporto diretto
tra il valore di un possedimento, considerato come capitale, e la rendita netta che ci si aspettava da esso, ovvero il 3,7% [Lemerle 631, p. 60].
La terra era divenuta un capitale che doveva produrre un profitto [Teall
563, p. 56].
e) Linteresse dei grandi proprietari verso lagronomia.
I grandi proprietari istruiti si interessarono, dal ix al xii secolo, a diversi sistemi per valorizzare al meglio le proprie terre, e di conseguenza, a quanto pare, ai trattati di agronomia [Teall 563, pp. 42-44]. Nella prima met del ix secolo, Fozio dedica alla Collezione di precetti sullagricoltura di Vindanio Anatolio di Beirut (iv secolo) un capitolo della
Biblioteca, e ne segnala lutilit [Fozio 775, II, n. 163]. Quanto ai Geoponica, lesistenza di oltre 50 manoscritti fa comprendere quale sia sta-

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to il loro successo nel Medioevo. In uno di questi manoscritti, la presenza di una prefazione dedicata a Costantino VII dimostra lesistenza duna edizione di questopera risalente al x secolo. Il Peri georgikon di Psello, opuscoletto contenente consigli sulla cerealicoltura derivati dai Geoponica, costituisce ulteriore testimonianza dellinteresse dei letterati nei
confronti dei trattati di agronomia [Michele Psello 527].
Furono gli intendenti dei latifondi a rispondere a questa domanda.
Contemporaneamente, e per necessit, contabili e agronomi, pronti a
reclamare il dovuto ma inclini anche, senza dubbio, ad aiutare i contadini, gli intendenti sono stati gli agenti dellespansione delleconomia
rurale.

iii. le forme di sviluppo.


Bench non sembrino sempre dotati di dinamismo, i grandi proprietari hanno effettuato numerosi miglioramenti (piantagioni, costruzioni
di vario tipo tra cui fortificazioni e mulini); disponevano di una cultura
che li incoraggiava a essere intraprendenti, e ne avevano la possibilit.
probabile che, dal canto loro, anche i contadini o almeno i pi agiati abbiano realizzato dei miglioramenti, pur disponendo di mezzi individualmente limitati. Potevano per associarsi tra di loro o con un
grande proprietario.
1. La ripartizione delle rendite fondiarie.
Si ritenuto che la capacit dinvestimento dei contadini fosse praticamente pari a zero, e si cercato di dimostrare che il risultato del loro lavoro li portasse tuttalpi a pareggiare i conti. Questo era certamente vero per i meno agiati ma non per tutti. Alcuni dati, relativi alla cerealicoltura, permettono di desumere come fosse suddivisa la rendita
fondiaria tra il fisco, i coltivatori e i grandi proprietari.
a) La rendita dei contadini.
Il prelievo possibile sulla produzione lorda agricola dipendeva dalle
rese che ci si poteva attendere, ossia, agli occhi del fisco, dalla fertilit
della terra. Il fisco distingueva tre qualit di terreno diversamente tas-

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sabili, due dei quali di terra coltivabile (il primo corrispondeva agli appezzamenti di alto valore), il terzo corrispondente ai pascoli. Una serie
di calcoli, che qui non possono essere riportati in dettaglio [Lefort 552],
suggerisce che nel caso di uno zeugar