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John Stuart Mill

Sullo stato stazionario


(Principi di economia politica, 1848, libro IV, capitolo 6)

§ 1. I capitoli precedenti contengono la teoria generale del progresso economico della società, nel
senso nel quale quei termini sono comunemente intesi: progresso del capitale, della popolazione e
delle tecniche. Ma, nel contemplare ogni movimento progressivo, che per natura non può essere
illimitato, la mente non rimane soddisfatta dal semplice tracciare le leggi del movimento e non può
che porsi l'ulteriore domanda: a che scopo? Verso quale termine ultimo tende la società attraverso il
progresso produttivo? Quando il progresso cesserà, in che condizioni ci dobbiamo aspettare che
lasci l'umanità?
Gli economisti devono aver visto, più o meno distintamente, che la crescita della ricchezza non è
illimitata, che alla fine di quello che essi chiamano stato progressivo si trova lo stato stazionario,
che ogni progresso della ricchezza non è che un rinviarlo, e che ogni passo in avanti è un
avvicinamento ad esso. Noi siamo stati ora portati a riconoscere che questo traguardo ultimo è in
ogni momento abbastanza vicino da essere pienamente visibile, che siamo sempre alle sue soglie e
che, se non lo abbiamo già raggiunto, è solo perché il traguardo stesso fugge davanti a noi. I paesi
più ricchi e prosperi avrebbero raggiunto da tempo lo stato stazionario, se non si fossero fatti nuovi
progressi nelle tecniche e se si fosse sospeso il flusso di capitale da essi alle regioni incolte o mal
coltivate della terra.
Questa impossibilità di evitare in conclusione lo stato stazionario – la necessità irresistibile che il
flusso della produttività umana debba in ultimo sfociare in un mare apparentemente stagnante –
deve essere stata, per gli economisti delle ultime due generazioni, una prospettiva sgradevole e
scoraggiante, perché il tono e la tendenza delle loro speculazioni sono rivolti ad identificare tutto
ciò che è economicamente desiderabile con lo stato progressivo e con esso soltanto. Per il sig.
McCulloch, per esempio, prosperità non significa una grande produzione ed una buona
distribuzione della ricchezza, ma una rapida crescita di essa. Ma il suo criterio di prosperità sono gli
alti profitti, e – poiché il risultato di quella stessa crescita di ricchezza che egli chiama prosperità è
un diminuire dei profitti – il progresso economico, secondo lui, non può che tendere all’estinzione
della prosperità. Adam Smith assume sempre come presupposto che la condizione della gran massa
del popolo, in uno stato stazionario della ricchezza, non potrà che essere oppressa e stentata,
sebbene non sempre desolata, e che può essere soddisfacente solo in uno stato di progresso. La
dottrina secondo la quale, in un futuro non importa quanto distante, avrà termine questa lotta
incessante e il progresso della società finirà per arenarsi nelle secche della miseria, lungi dall’essere
una malvagia invenzione del sig. Malthus, è stata apertamente o tacitamente affermata dai più
distinti fra i suoi predecessori, e può anzi essere efficacemente combattuta proprio a partire dai
principi di quest’ultimo.
Prima che l’attenzione fosse stata diretta al principio della popolazione come forza attiva che
determina la remunerazione del lavoro, la crescita numerica dell’umanità veniva trattata di fatto
come una quantità costante; si presumeva, comunque, che nello stato normale e naturale degli affari
umani la popolazione dovesse crescere costantemente; da ciò si traeva la conseguenza che una
costante crescita dei mezzi di sostentamento fosse essenziale al benessere materiale della gran
massa dell’umanità. La pubblicazione del Saggio del sig. Malthus segna l’inizio di una migliore
visione delle cose e, nonostante gli errori che egli stesso riconosce di aver fatto nella prima
edizione, pochi scrittori hanno contribuito più di quanto abbia fatto lui, nelle successive edizioni,
per promuovere previsioni più giuste e ricche di speranza rispetto a quelle del passato.
Anche in condizioni di crescita del capitale, nei paesi di antico popolamento è indispensabile una
coscienziosa e prudente limitazione della popolazione, per prevenire che la crescita del suo numero
superi quella del capitale e che così venga deteriorata la condizione degli strati più bassi della
società. Se non si trova, presso tutto il popolo, o presso qualche ampia porzione di esso, una risoluta
resistenza a questo peggioramento – ossia la volontà di conservare un determinato livello di
benessere – la condizione delle classi più povere affonda, anche in uno stato progressivo, fino al più
basso grado che sopportabile. Ciò vale, ed è almeno altrettanto probabile che si realizzi, anche per
uno stato stazionario. E di fatto, al giorno d’oggi, i paesi nei quali si manifesta la maggior
previdenza nel regolamento della popolazione sono molto spesso quelli nei quali il capitale cresce
più lentamente. Dove c’è un indefinita prospettiva di occupazione per numeri crescenti di persone,
si avverte in misura minore la necessità di limitazioni prudenziali. Se risultasse evidente che un
nuovo lavoratore può trovare impiego solo sostituendone uno già occupato, si potrebbe fare
affidamento in qualche misura sull’influsso combinato della prudenza e dell’opinione pubblica per
ottenere la limitazione delle nuove generazioni alle cifre necessarie a rimpiazzare la presente.

§2. Non posso, perciò, guardare lo stato stazionario con la fredda avversione che hanno manifestato
per esso gli economisti della vecchia scuola. Sono portato a credere che esso sarebbe, nel
complesso, un grande miglioramento rispetto alla presente condizione. Confesso di non essere
affascinato dall’ideale di vita di coloro che ritengono condizione normale degli esseri umani quella
di una continua lotta per l’avanzamento, e credono che calpestarsi e schiacciarsi a vicenda,
sgomitare e tallonarsi, come avviene nell’attuale tipo di vita sociale, sia il più desiderabile dei
destini umani, e vedono in ciò qualcosa di più dello sgradevole sintomo di una delle tappe dello
sviluppo produttivo. Può darsi anche che si tratti di uno stadio necessario nel progresso della civiltà
e che quelle nazioni europee che hanno finora avuto la fortuna di esserne risparmiate lo debbano
ancora affrontare. [La parte settentrionale e quella centrale degli Stati Uniti d’America 1 sono un
esempio di questo stadio della civilizzazione, così come si può realizzare nelle più favorevoli
circostanze, poiché, a quel che sembra, hanno superato le ingiustizie e le diseguaglianze che

1
Mill considerava, a giusto titolo, gli Stati Uniti, come una società caratterizzata da un livello di uguaglianza
molto maggiore a quello che si trovava allora in Europa. Egli attingeva dal resoconto del suo amico
Tocqueville (Las democrazia in America, 1835-1840). Tocqueville, però, seguito in questo da Mill,
escludeva da questa caratterizzazione egualitaria il Sud, occupato dalle grandi proprietà schiavistiche e da
una ricca aristocrazia terriera. È per questo che qui viene specificato “la parte settentrionale e quella
centrale”.
Scrive lo storico G. Candeloro: “Non esistevano ancora, intorno al 1830, nel Nord degli Stati Uniti forti
squilibri sociali e non si erano ancora formate quelle grandi concentrazioni di ricchezza che il gigantesco
sviluppo del capitalismo industriale e finanziario determinò negli ultimi decenni del secolo XIX e ancora di
più successivamente. Inoltre la colonizzazione dell'Ovest assicurava una eguaglianza di possibilità a tutti i
giovani dell’Est, desiderosi di far fortuna. A questa situazione si riferisce Tocqueville quando indica con
l’espressione […] eguaglianza delle condizioni la cosa nuova che maggiormente lo aveva colpito nel suo
viaggio negli Stati Uniti”.
riguardano le persone di razza bianca e di sesso maschile 2, mentre la proporzione tra popolazione,
capitali e terre è tale da assicurare l’abbondanza a ciascun componente abile della società che non
ne perda il godimento per cattiva condotta. Là si realizzano i sei punti del Cartismo 3 e la povertà è
sconosciuta, ma tutti questi vantaggi sembrano aver fatto sì che la metà maschile della popolazione
dedichi la sua vita a dar la caccia ai dollari e l’altra metà ad allevare cacciatori di dollari] 4. Non è
certo il tipo di perfezione sociale che i filantropi dei tempi avvenire desidereranno veder realizzata.
In effetti è giusto che, nel momento in cui la ricchezza è potere e diventare il più ricchi possibile è
oggetto di ambizione universale, la strada per il suo raggiungimento sia aperta a tutti, senza favori o
parzialità. Ma lo stato migliore per la natura umana è quello nel quale, mentre nessuno è povero,
nessuno desidera di essere più ricco di quanto sia e nessuno ha motivo di temere di venir rigettato
all’indietro dagli sforzi di altri che premono per farsi strada.
Finché le menti migliori non riescono ad educare gli altri a ricercare cose migliori, è senz’altro più
desiderabile che le energie dell’umanità siano tenute in esercizio dalla lotta per la ricchezza, come
un tempo lo erano dalla guerra, anziché arrugginirsi nell’inerzia e nella stagnazione. Finché la
mente è in uno stadio di rozzezza richiede stimoli rozzi, e lasciamo che li abbia. Allo stesso tempo,
però, coloro che non accettano il presente e molto primitivo stadio del miglioramento umano come
suo esito definitivo possono essere scusati per la loro relativa indifferenza al genere di progressi
economici che suscitano l’applauso dei politici ordinari: la mera crescita della produzione e
l’accumulazione. Per assicurare l’indipendenza nazionale è necessario che un paese non ricada
molto al di sotto dei suoi vicini in queste cose. Ma in sé stesse sono di poco valore fintanto che la
crescita della popolazione o altri fattori impediscono alla massa del popolo di ricavarne beneficio.
Non vedo perché debba essere oggetto di applauso lo spettacolo di persone già più ricche del
2
La diseguaglianza razziale, accompagnata o meno dallo schiavismo è un chiaro limite che Mill evidenzia
nella società americana. Gia Tocqueville aveva osservato che il razzismo non era meno diffuso nel Nord che
nel Sud schiavista. La diseguaglianza tra uomini e donne era un tema al quale Mill era (in anticipo sui tempi)
particolarmente sensibile: ne scriverà, assieme alla moglie Harriet Taylor, nel saggio On the subjection of
women.
3
Il Cartismo fu la prima espressione politica, in chiave democratica, delle esigenze della classe operaia
inglese. Era fondamentale per esso la richiesta dell’uguaglianza dei diritti politici. Sviluppatosi negli anni
Trenta dell’Ottocento, rivendicava il suffragio universale maschile, il voto segreto, il frequente rinnovo del
parlamento (annuale: in effetti negli USA è biennale), l’eleggibilità al parlamento senza limiti di censo
(reddito). Richiedeva, insomma, per l’Inghilterra, quelle condizioni formali della democrazia che negli USA
erano già realizzate e che le classi popolari inglesi non avevano ancora ottenuto all’epoca in cui Mill scriveva
queste pagine.
4
Le considerazioni satiriche sul modo di vivere degli Americani riportate tra parentesi quadre si trovano
nella prima edizione dei Principi (1848) e, poco attenuate, nelle successive. Quasi a titolo di scusa e di
compensazione Mill le sostituì, nella VI edizione del 1865, con il passo seguente, dedicato a valorizzare
l’esperienza della Guerra Civile americana: “Si tratta di un incidente di percorso e non di un segno di
declino, poiché non è necessariamente tale da distruggere aspirazioni più alte e virtù eroiche, come ha
dimostrato al mondo l’America nella sua grande guerra civile, sia con la condotta di un intero popolo, sia con
gli splendidi esempi individuali, e come l’Inghilterra – è da sperare – potrebbe provare in una occasione
altrettanto impegnativa ed esaltante”. È probabile che l’antimilitarista Mill valorizzi così il carattere eroico
della Guerra Civile in riferimento al motivo della emancipazione degli schiavi che animava la parte nordista.
Ho riportato nel testo principale la versione del 1848 perché rende più chiaro il passaggio alla conclusione
del capoverso, nella quale Mill dichiara che uno stato di equilibrio “stazionario”, senza grandi differenze di
ricchezza è preferibile ad una “parità delle opportunità” intesa come condizione di una forte competitività tra
“uguali”.
necessario che raddoppiano i loro mezzi per consumare cose che danno poco o nessun piacere se
non quello della rappresentazione della ricchezza, o quello di una quantità di individui che passa,
ogni anno, dalla classe media alle classi più ricche, o dalla classe dei ricchi occupati a quella dei
ricchi oziosi. È solo nei paesi arretrati che l’accrescimento della produzione è un obiettivo
importante: in quelli più avanzati ciò che economicamente si richiede è una migliore distribuzione,
della quale è strumento rilevante la stretta limitazione della popolazione. Le istituzioni livellatrici,
giuste o ingiuste che siano, non possono portare a compimento da sole la distribuzione: possono
abbassare le vette più alte della società, ma sono di per sé stesse incapaci di elevare in modo
duraturo gli strati più bassi di essa.
D’altro canto possiamo supporre che una migliore distribuzione della proprietà sarà ottenuta con gli
effetti congiunti della prudenza e della frugalità degli individui e di un sistema di legislazione che
favorisca l’eguaglianza delle fortune fintanto che questa è coerente con la giusta rivendicazione da
parte dell’individuo dei frutti, grandi o piccoli che siano, della sua laboriosità. Possiamo supporre,
per esempio (seguendo il suggerimento che ho dato nel precedente capitolo) una limitazione della
somma di ciò che un individuo può acquisire per donazione o per eredità alla quantità sufficiente
per permettergli una moderata indipendenza. Sotto questo duplice influsso la società mostrerebbe
queste principali caratteristiche: una classe di lavoratori ben pagata e in condizioni di benessere,
l’assenza di patrimoni troppo grandi, eccetto quelli che possono essere guadagnati e accumulati nel
corso della vita di una singola persona, una classe più ampia di quanto sia possibile al presente di
persone non solo esentate dai lavori più pesanti, ma fornite di sufficiente agio e riposo da poter
coltivare liberamente le grazie della vita e di fornire esemplari di esse alle classi meno favorite dalle
circostanze. Questa condizione della società, così preferibile a quella attuale, non solo è
perfettamente compatibile con lo stato stazionario, ma pare naturalmente alleata ad esso in misura
maggiore che ad ogni altra condizione.
Indubbiamente al mondo c’è spazio, anche nel vecchio continente, per una grande crescita della
popolazione, purché progrediscano le tecniche e cresca il capitale. Ma, sebbene questa prospettiva
appaia innocua, confesso di non vedere molte ragioni per desiderarla. La densità di popolazione
necessaria all’umanità per il raggiungimento, al più alto livello, dei vantaggi della cooperazione e
delle relazioni sociali è stata già ottenuta in tutte le nazioni più popolose. Una popolazione può
essere troppo densa anche se è fornita ampiamente di cibo e di tutto il necessario per vivere. Non è
un bene per l’uomo essere forzato al contatto continuo con la propria specie. Un mondo dal quale la
solitudine sia stata estirpata è un ideale molto misero. La solitudine, nel senso di poter stare spesso
da soli, è essenziale per poter meditare profondamente e per la formazione del carattere, la
solitudine in presenza della bellezza e della magnificenza della natura è la culla di pensieri ed
aspirazioni che non sono un bene solo per l’individuo, ma per tutta la società di cui fa parte. E non
c’è grande soddisfazione nel contemplare un mondo che non abbia più spazio per l’attività
spontanea della natura, nel quale ogni palmo di terra sia coltivato per dare alimento agli esseri
umani, ogni distesa fiorita e ogni pascolo naturale siano arati, e sia sterminato – come nostro rivale
nella ricerca di alimento – ogni quadrupede e ogni uccello non addomesticato, sradicato ogni albero
inutile e siano scarsi i pezzi di terra abbandonati a fiori ed erbe selvatiche non sono ancora estirpati
come fossero erbacce in nome del miglioramento dell’agricoltura. Se la terra dovesse perdere quella
gran parte della sua bellezza dovuta alle cose che la crescita illimitata della ricchezza e della
popolazione vorrebbe estirpare al solo scopo di permetterle di sostenere una popolazione più grande
ma non migliore né più felice, io spero sinceramente che, per amore della posterità, noi possiamo
giungere ad essere soddisfatti del nostro stato stazionario molto prima che ce lo imponga la
necessità.

È a malapena necessario far notare che la condizione stazionaria del capitale e della popolazione
non comporta nessuna condizione stazionaria del miglioramento dell’umanità. In tale stato ci
sarebbe altrettanto, se non maggiore, spazio di sempre per tutti i generi di coltivazione dello spirito
e per il progresso morale e sociale, altrettanto spazio per migliorare l’arte di vivere; è anzi molto
probabile che essa ne venga accresciuta quando la mente cessa di essere aggravata dall’arte di
sopravvivere. Perfino le tecniche industriali potrebbero venire coltivate con la stessa dedizione e lo
stesso successo di oggi, con la differenza che, invece di essere finalizzate allo scopo di accrescere la
ricchezza, finirebbero per produrre il loro effetto legittimo: quello di abbreviare il tempo di lavoro.
Ci si può chiedere se, fino ad oggi, tutte le moderne invenzioni meccaniche abbiano alleviato le
fatiche quotidiane di un solo essere umano. Hanno permesso ad un gran numero di persone di
vivere una vita di lavoro massacrante e servitù 5, mentre un crescente numero di industriali e altri
soggetti hanno basato su ciò la loro fortuna. Hanno aumentato il benessere delle classi medie, ma
non hanno ancora saputo effettuare quei grandi cambiamenti nel destino umano che dovrebbero
essere la loro missione naturale e futura. Soltanto quando, in aggiunta all’esistenza di istituzioni
giuste, si diverrà capaci di controllare con un giudizio previdente la quantità di popolazione, il
dominio delle forze naturali ottenuto della mente e dall’energia umana con le scoperte scientifiche
potrà diventare proprietà comune della nostra specie e mezzo per migliorare ed elevare il destino di
tutti.

5
Mill si riferisce alle condizioni di lavoro della classe operaia ai suoi tempi e in generale all’epoca della
prima rivoluzione industriale. Quando Mill scriveva queste pagine (1848) era in corso, in Inghilterra, la
legislazione per la limitazione della giornata lavorativa (“Factory acts”), ma gli orari e l’intensità del lavoro
nelle fabbriche erano ancora massacranti. Con la rivoluzione industriale e l’avvento del macchinario era
accaduto, inoltre, che la minore forza fisica richiesta dal lavoro tramite macchine avesse portato ad assumere
nelle fabbriche una gran quantità di mano d’opera femminile e minorile, che si guadagnava da vivere con
giornate lavorative pesantissime. Basti pensare che il “Factory act” del 1844 limitava a “sole” 9 ore
giornaliere la giornata lavorativa dei bambini tra i 9 e i 13 anni (ma nel 1819 l’orario dei giovani tra i 9 ed i
16 anni era “limitato” a 16 ore!). Fu attorno al 1848 che si giunse, per donne e minorenni fra i 13 ed i 18
anni, alla settimana lavorativa di 60 ore. Anche in questo caso, però, come faceva notare Marx in alcune
pagine del Capitale (1867, Libro I, cap. 13, §3c), la riduzione della lunghezza della giornata lavorativa era
compensata dalla possibilità di intensificare il ritmo di lavoro, cosa facilmente ottenibile “a causa della
dipendenza dell’operaio dalla continuità e dall’uniformità con cui si muove la macchina”, per cui, dopo
l’introduzione della giornata di 10 ore, il livello produttivo aumentò, anziché diminuire.