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Aggiunta sulla teoria politica e sociale di Hobbes: l’individualismo

La dottrina politica di Hobbes, che fonda l’idea dello Stato assoluto, ci può apparire piuttosto
arcaica, in confronto agli esiti che successivamente si realizzeranno in Inghilterra (gloriosa
rivoluzione del 1689 e “monarchia parlamentare” fondata a partire da essa), con l’affermazione di
una limitazione dei poteri dello Stato sul cittadino e sulla “società civile”.
La tesi di un potere limitato da diritti che i cittadini possiedono prima della fondazione dello Stato,
che verrà sostenuta da John Locke, e che pone in primo piano i diritti di proprietà (mostrando così il
suo legame con gli interessi della classe borghese) sarà l’ideologia della “gloriosa rivoluzione”, e
sembrerà “mandare in soffitta” il potere assoluto del Leviatano hobbesiano.
Ma non deve sfuggire la sostanziale modernità delle tesi di Hobbes, anzitutto sulla incompatibilità
del potere dello Stato con altri soggetti che nel medioevo erano stati considerati capaci di
giurisdizione (di dettare legge) e perfino di potere coercitivo (uso legittimo della forza): soprattutto i
poteri feudali ed ecclesiastici, ma anche quelli delle città, delle corporazioni ecc. (vedi libro di testo,
pag. 268: la funzione storica dell’assolutismo). Questa esclusività rimarrà definitiva nella
costruzione dello Stato moderno1.

Ma c’è qualcosa di più che va individuato nella modernità della teoria hobbesiana.
Fra le componenti fondamentali della teoria politica di Hobbes occorre ricordare l’individualismo
che egli applica come fondamento metodico alla sua analisi dei fenomeni sociali.
Hobbes basava il suo individualismo su quel rifiuto del finalismo naturale che già conosciamo come
aspetto centrale della sua teoria dell’uomo2. Fra le tesi aristoteliche che egli rigettava c’era anche
quella della naturale socievolezza dell’uomo, ossia la tesi che l’uomo abbia una naturale
propensione (finalità) ad associarsi coi propri simili. L’uomo per Hobbes è anzitutto individuo
inteso alla propria autoconservazione. Da ciò deriva l’inimicizia naturale e la tendenza
dell’individuo a prevalere sugli altri e ad appropriarsi delle risorse che possono rinforzare il suo
potere e la sua difesa nei confronti degli analoghi appetiti dei suoi simili. È la famosa tesi della
“guerra di tutti contro tutti” che egli considera caratteristica dello “stato di natura” e sempre pronta
ad esplodere ogni volta che venga meno il potere coercitivo dello Stato3.
Secondo lo studioso canadese C. B. Macpherson4, Hobbes è in realtà il primo esponente di una
visione della società che si può definire come “individualismo possessivo”.
Secondo Macpherson, nella visione individualistica e antagonistica del rapporto fra gli uomini
sostenuta da Hobbes è già presente una concezione dell’uomo e della società propria dei “rapporti

1
Inoltre, come abbiamo già detto all’inizio della parte principale degli appunti, la fondazione assoluta dello
Stato in Hobbes è basata del tutto su motivi razionali e mondani: non ha nulla a che fare con l’idea di un
diritto divino dei monarchi, che all’epoca era stata sostenuta per es. dagli stessi re della casa Stuart: Giacomo
I e Carlo I, e faceva parte integrante della tradizione medioevale.
2
vedi parte principale degli appunti allegati: “le motivazioni del comportamento umano”.
3
vedi libro di testo, pag. 264 e brano riportato a pag. 316
4
C. B. Macpherson Introduction, in T. Hobbes Leviathan, Penguin Books, 1985, pagg. 9-62
di produzione” capitalistici, basati sullo scambio di mercato e sul calcolo utilitario come “misura”
delle relazioni umane.
La tesi della “guerra di tutti contro tutti”, che Hobbes vede come propria dello “stato di natura”
umano, è l’espressione di una visione della società nella quale ogni individuo persegue, contro tutti
gli altri, un suo esclusivo interesse individuale, che – nella forma più estrema – è quello della
sopravvivenza, ma implica anche quello della competizione e dell’accaparramento di forze e risorse
per non essere sopraffatto dagli altri.
Ci si può chiedere quanto è realistica tale immagine dell’uomo, che viene presentata di solito come
“crudamente realistica”, o meglio: quanto è generalizzabile?
Il filosofo italiano Costanzo Preve scrive in proposito:
“Questo individualismo estremo … riflette un processo storico che allora era in corso, e cioè la
resecazione [= separazione] dell'individuo stesso che veniva "tagliato via" dalle comunità in cui era
incorporato precedentemente, le comunità contadine ed artigiane in Inghilterra e le comunità tribali
dei cosiddetti "selvaggi" nelle terre colonizzate. La natura "lupesca" dell'uomo, lungi dall'essere
"naturale" […], era in realtà il prodotto di una resecazione atomistica dolorosa”5.
Cosa significa questa affermazione? Preve sta dicendo che quella che a Hobbes sembrava una
caratteristica naturale dell’uomo era in realtà il prodotto di un cambiamento storico che stava
avvenendo nella società inglese.
Proviamo a chiederci: in una comunità contadina medioevale si può parlare di antagonismo
individualistico? Una buona parte dei lavori necessari alla sopravvivenza della comunità erano
organizzati collettivamente, richiedevano lo sforzo comune degli abitanti di un certo villaggio.
Molti aspetti della produzione e del consumo erano collettivi. Nell’antico “sistema dei campi
aperti”, le capacità di sopravvivenza degli individui erano basate piuttosto sulla cooperazione che
sull’accaparramento individuale di risorse. Le leggi e le usanze assegnavano all’uso della comunità
una serie di risorse comuni (pascoli, boschi per la raccolta del legname e di frutti, o per attività
come cacciagione, pesca ecc.).
Ma l’Inghilterra nella quale vive e scrive Hobbes era avviata (tramite un processo graduale, ma
irreversibile) in modo precoce rispetto alla gran parte dell’Europa continentale, verso un processo di
privatizzazione delle risorse economiche, delle terre (con le enclosures, o recinzioni) e anche verso
l’avvento di una società basata sulla competizione tra i produttori, col tramonto delle organizzazioni
corporative6. Lo stesso contadino impoverito (privato delle risorse comuni su cui prima poteva fare
5
C. Preve Filosofia del presente. Un mondo alla rovescia da interpretare, Ed. Settimo Sigillo, 2007, pag. 46
“di una resecazione atomistica dolorosa”: della separazione degli individui, ormai intesi come “atomi”, dalle
comunità di cui prima facevano parte e con le quali condividevano gli interessi.
6
Vedi nel libro di storia Giardina, Sabbatucci, Vidotto, vol. 4, pagg. 9-10. Prima delle enclosures valevano
dei diritti si proprietà e di uso collettivo di diverse risorse da parte della comunità contadina. Il giurista U.
Mattei ci ricorda, a proposito dell’Inghilterra medioevale, un documento poco noto ai manuali di storia, ma
non meno importante della stessa Magna Charta, la Charter of the forest, “che garantiva i beni comuni di
quella parte dei sudditi di sua maestà (la stragrande maggioranza) che non godeva di ricchezza e di proprietà
privata. La Charter garantiva al popolo l'accesso libero alle foreste e all'uso dei beni comuni in esse
contenuti (legname, frutta, selvaggina, acqua ecc.)”. (U. Mattei, Beni comuni, Laterza, Bari 2011, pag. 33).
Riporto ancora alcuni capoversi dalla sintesi di Mattei: “La stagione delle enclosures … non ha data di
affidamento) e ridotto a bracciante salariato si trovava sottoposto ad una competizione “al ribasso”
(accontentarsi di salari bassi) con gli altri suoi pari grado per non cadere nella disoccupazione, nel
mercato della vendita della “forza lavoro”.
Nel pensiero di Hobbes, che concepisce l’uomo come individuo competitivo e antagonista nei
confronti degli altri, avviene una tipica operazione “ideologica”7, ossia la proiezione sulla “eterna
condizione umana” di tratti e di comportamenti che sono tipici e propri di una particolare società e
dei rapporti in essa presenti tra i soggetti. L’individuo solitario e competitivo di Hobbes è in realtà il
riflesso di una “condizione umana” storica che stava ormai diventando predominante.
Secondo Macpherson, l’uomo descritto da Hobbes, portato per natura all’accaparramento delle
risorse per dominare sugli altri o per non esserne dominato era in realtà modellato sull’individuo
“possessivo” borghese. Hobbes riteneva che la competizione e l’antagonismo fra gli individui fosse
potenzialmente distruttivo, e perciò che fosse necessario il potere assoluto dello Stato per contenerlo
nei suoi limiti. Ma la sua concezione dello Stato sovrano “non era progettata per negare agli uomini
una vita di competizione e di acquisizione, ma per assicurarne la possibilità: per fornire le
condizioni nelle quali tale vita potesse procedere sicura senza mettere a rischio la convivenza e la
pace civile”8.
In altre parole: una volta inserito nella società ben ordinata sotto il dominio dello Stato assoluto, e
perciò mitigato, l’antagonismo e l’individualismo avrebbe continuato, però, ad essere il naturale
comportamento dell’uomo. L’operazione della sua eterna ed immutabile natura.

Dopo Hobbes, la visione individualistica dell’uomo, che si associa con gli altri per soli scopi
utilitari, sarebbe stata predominante nell’ideologia della borghesia ascendente.

nascita certa. In Inghilterra i primi fenomeni massicci avvengono nel corso del XV secolo, ma è nel XVI,
XVII e XVIII che la tenaglia ai danni del comune si chiude interamente […] Le recinzioni inglesi
costituiscono l'archetipo delle privatizzazioni, ossia del «privare» i commoners [= i contadini] dei loro beni
comuni. […]
I contadini venivano cacciati senza pietà. Le foreste chiuse. La spigolatura vietata. La raccolta di legna e
quella di frutti punite come furto. L'espulsione dei contadini dalle terre trasformate in allevamenti (bisognosi
di mano d'opera molto meno numerosa) fu una vera e propria tragedia sociale. Gli scacciati, ormai privi di
occupazione e del sostentamento derivante dai beni comuni privatizzati, avevano ben poca scelta: potevano
dedicarsi al brigantaggio; potevano cercare di raggiungere centri urbani per dedicarsi all'accattonaggio; o
potevano andare a incrementare l'esercito di riserva delle nascenti manifatture che per la prima volta stavano
concentrando il lavoro in proto-stabilimenti” (pag. 34-36).
7
Con ideologia, termine il cui significato fu fissato a metà Ottocento da Karl Marx, si intende un sistema di
idee (un’immagine mentale dell’uomo e della realtà in generale) che tende a giustificare un certo assetto
sociale, e con ciò il potere vigente di una classe sociale dominante, presentandolo come giusto e inevitabile,
naturale. L’ideologia perciò presenta come naturali e immutabili (facenti parte della natura delle cose e
dell’uomo) i comportamenti tipici di quella società. Le idee dominanti in una società – affermava Marx –
sono sempre “le idee della classe dominante”. L’operazione ideologica è generalmente inconsapevole. Chi la
pratica (o chi la subisce) non si rende conto che essa compie una “assolutizzazione” di qualcosa che è
“relativo” ad un determinato contesto storico e dipendente da determinati interessi.
8
Macpherson Op. cit. pag. 53
In Hobbes è ancora presente una visione drammatica delle potenzialità distruttive
dell’individualismo e una forte ansia di mettere loro freno9.
Nel secolo successivo, all’alba della rivoluzione industriale, l’economista Adam Smith potrà dare
per scontato che dagli egoismi individuali, dal perseguimento dell’interesse individuale e dalla
concorrenza fra gli individui nascano il benessere e il progresso sociale e che l’individuo
competitivo e dedito al proprio interesse, ossia ad una “guerra di tutti contro tutti” regolamentata,
sia colui che da il maggiore contributo alla crescita sociale, come se “una mano invisibile”, una
legge di natura, guidi gli egoismi individuali alla produzione automatica della “ricchezza delle
nazioni”10.
La giustificazione dell’individualismo possessivo toccava in quel momento il suo culmine, fino a
quando qualcuno non avrà motivo di sospettare che la “mano invisibile” non funzioni poi così bene
e che la distribuzione dei suoi benefici non sia così universale. Sull’argomento i pareri e le dottrine
divergenti sono complessi e controversi. Ma questa è un’altra storia, che dovremo ancora
raccontare.

Salvatore Murgia, 2016

9
Hobbes, per la verità, è un ideologo della borghesia e del suo individualismo quasi “controvoglia”. Di
famiglia povera, fu onorato come precettore, consigliere e amministratore dalla grande casata nobiliare dei
Cavendish, e i suoi legami affettivi andavano verso l’aristocrazia. In più passi dei suoi scritti accusa la
borghesia del suo tempo di meschinità, di sfruttamento nei confronti dei poveri, e soprattutto di aver causato
la grande catastrofe della guerra civile, delle cui cause sociali era perfettamente consapevole (Macpherson,
cit. pagg. 51 – 52). Ma l’influsso dei mutamenti sociali in corso era potentissimo anche sul suo pensiero.
L’individualismo, attraverso un misto di deduzioni dal suo sistema antropologico e di osservazioni della
società in cui viveva, gli apparve come l’atteggiamento naturale dell’uomo.
10
Per alcune notizie su Smith vedi il libro di Storia, Giardina, Sabbatucci, Vidotto Profili storici 4 pag. 69-70