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Aspetti economici della società sarda tra XI e XIV secolo (revisione) 25

Come cambia la società sarda al tempo dei mutamenti politici che abbiamo riassunto nelle pagine
precedenti?
Siamo partiti dall’XI secolo con un’economia curtense,
 ruralizzata (decadenza e scomparsa della vita cittadina)
 ridotta alla sussistenza e al consumo locale (assenza di scambi città / campagna e di commerci
oltremare)
 demonetarizzata (lo scambio si riduceva al baratto)
 povera di risorse e tecniche; con poca terra coltivata e prevalenza del saltus
 caratterizzata dalla servitù e dalla conduzione diretta del lavoro servile da parte della classe dei
latifondisti (il servo lavorava a comando diretto del padrone per 4 giornate alla settimana).

Le principali domande a cui dobbiamo rispondere sono le seguenti:


 Quale interesse avevano i pisani e i genovesi ad inserire nel mercato le risorse di tale economia?
 Quali prodotti vennero commercializzati?
 Qual era il bilancio di esportazioni e importazioni?
 Come venne modificata la società sarda dall’accesso ad un’economia di scambio?

Riassumiamo i punti che abbiamo già visto nelle pagine precedenti

Sappiamo già dell’interesse degli stessi giudici per la messa a coltura di nuove terre con nuove
tecniche di cui erano portatori i benedettini a cui vennero fatte molte donazioni: questo e altri
fenomeni ci mostrano che la Sardegna partecipò, dall’XI secolo, alla generale espansione delle terre
coltivate che caratterizza la “rinascita dell’anno mille”.

Abbiamo anche visto che le Repubbliche Marinare acquisirono delle donnicalias, ossia di terre
munite di servi e bestiame nelle campagne sarde.
Sappiamo anche che diverse famiglie della nobiltà feudale toscana e ligure crearono le proprie
signorie in territorio sardo.
Sappiamo che le donnicalias acquisite dai Pisani e dai Genovesi diventavano centri di attività
commerciale con le campagne sarde e di raccolta di merci da convogliare verso gli scali portuali.

Abbiamo visto che ci fu un grande interesse per la produzione e il commercio del sale, per es. con
la donazione delle saline di Molentargius ai Vittorini.
Aggiungiamo che successivamente (XIII secolo) si iniziò a sfruttare le miniere di piombo e di
argento, già note in età romana, ma da tempo inutilizzate.
Due grandi mutamenti

Lungo il periodo che stiamo esaminando avvennero, in Sardegna, due mutamenti di primaria
importanza, che mutarono il volto dell’economia e della società dell’isola:
 la fine del vecchio sistema della servitù personale, che abbiamo descritto nelle parti precedenti
25
di questi appunti. Si passa a nuove forme di rapporto fra proprietari e contadini.
 l’urbanizzazione: rinascita (o nascita ex novo) delle città, il cui impulso derivò dal
rinnovamento economico apportato dai commerci.

La fine della vecchia forma di servitù

Nel XIV secolo la servitù di vecchio tipo (descritta negli appunti precedenti) è quasi del tutto
scomparsa e i contadini, nelle loro comunità di villaggio, non appaiono più sottoposti alla disciplina
delle quattro giornate di lavoro settimanali.

Siamo informati della nuova situazione soprattutto dalle “composizioni” pisane dei primi decenni
del Trecento: erano dei censimenti, fatti a scopo fiscale, per determinare i tributi da pagare, delle
famiglie e delle terre che si trovavano nelle aree della Sardegna sottoposte al diretto dominio del
Comune di Pisa.
Da esse risulta che le persone ancora in stato servile (e perciò non tenute a pagare l’imposta detta
datium) erano, all’epoca, meno di un decimo del totale.

Si era passati dalla conduzione diretta (signoria fondiaria) a nuove forme di signoria territoriale,
nelle quali il contadino aveva maggiore libertà nel gestire il proprio lavoro, ma era soggetto al
pagamento di tributi in natura o, più avanti, in denaro.
Si erano diffusi, inoltre, contratti d’affitto o di compartecipazione1 tra un lavoratore e un
proprietario.

Con quale rapidità avvenne il passaggio? Non lo sappiamo di preciso. La scomparsa del sistema
antico della servitù sembra subire un’accelerazione verso la fine del XIII secolo.
È certo che ebbero fin da principio un ruolo importante le donnicalias donate dai giudici. Col tempo
i mercanti genovesi e pisani divennero sempre meno interessati a gestire direttamente (tramite le
giornate di lavoro obbligatorie dei servi) i lavori agricoli e sempre più a esigere tributi dai servi, ad
affittare le terre in cambio di canoni in natura o in denaro, a prestare denaro a interesse, a fare
contratti con i contadini (per esempio con anticipazione delle semenze per il raccolto e ritiro di un
quota del prodotto). In tal modo potevano acquisire nelle campagne le merci sarde a basso costo ed
immetterle sui mercati.

1
I contratti di compartecipazione furono molto diffusi nell’Europa tardo-medioevale e
nell’etaà moderna. Il piuà noto eà quello di mezzadria. Il contadino riceveva l’anticipo delle
sementi da piantare e degli altri mezzi per condurre il lavoro, ma doveva in cambio cedere al
“socio maggiore” (proprietario o mercante) una larga parte del prodotto (in genere la metaà ).
Riferendosi al caso della Sardegna (ma il discorso eà valido anche in termini generali), G. G.
Ortu afferma che si trattava “di una pratica tendenzialmente usuraria”, che metteva il
contadino in condizioni di costante dipendenza da un mercato controllato
monopolisticamente da pisani e genovesi. EÈ un genere di contratto che in Sardegna rimase
dominante per secoli, sotto il nome di sotzaria.
Ci fu una generale acquisizione di libertà, ma si può dire che si attenuarono le condizioni di
25
sfruttamento? Non è facile rispondere: sappiamo di certo che scomparve gradualmente la pratica
delle quattro giornate alla settimana a costo zero dovute dai servi (che probabilmente era diventata
difficile da gestire), ma la documentazione del XIV secolo testimonia che il costo del lavoro (vedi
più avanti) rimase molto basso, rendendo in ogni caso molto conveniente il commercio dei prodotti
della campagna sarda.

Si passò, in altre parole, dal regime della servitù ad un nuovo sistema, nel quale i prodotti
commercializzabili erano conferiti dai contadini come tributo in natura, come canone di affitto,
come quota dovuta nei contratti di compartecipazione, oppure erano venduti per ottenere la poca
moneta necessaria per il pagamento dei tributi in denaro o per i piccoli (e in effetti molto poveri)
acquisti il cui bisogno era indotto dalla nuova economia degli scambi.

La fine della servitù e della gestione diretta andò di pari passo con la perdita di potere della vecchia
aristocrazia sarda, la cui ricchezza terriera era ormai logorata dal rapporto con la più dinamica
economia commerciale.
Una parte della vecchia aristocrazia si fuse tramite unioni matrimoniali con i nuovi dominatori
provenienti dal continente, assimilandosi ad essi, un’altra parte semplicemente si impoverì e
decadde. Nelle composizioni pisane appaiono solo raramente portatori del vecchio titolo nobiliare
sardo di donnu o donna: nella maggior parte dei casi ciò che resta del loro patrimonio li colloca a
malapena fra i benestanti di paese, e in alcuni casi addirittura fra i contadini (aratori).

Le città

L’eredità più importante dell’età della colonizzazione pisana e genovese della Sardegna sono le
città.
La società giudicale, come sappiamo, era del tutto ruralizzata. La vecchia rete delle città dell’età
romana aveva subito anzitutto un arretramento rispetto alle coste (es. Cagliari, Tharros / Oristano)
all’epoca delle incursioni arabe e infine si era dissolta.
Restavano scali portuali come Civita (attuale Olbia) e Porto Torres, che vennero ravvivati dal
commercio delle città marinare. Ma è esemplare del carattere rurale dei giudicati che “capitale” del
giudicato di Torres sia divenuta la modesta rocca di Ardara, lontana dal centro portuale, ben presto
frequentato da mercanti pisani e genovesi.
È col differenziarsi dell’economia tramite un sistema di commerci che nacquero dei veri e propri
centri urbani.

La Sardegna, in età moderna, ebbe sette centri, che ricevettero ufficialmente lo statuto di città non
infeudate: Cagliari, Sassari, Villa di Chiesa (Iglesias), Oristano, Castelsardo, Alghero e Bosa, a cui
possiamo aggiungere, per l’età medioevale, i già menzionati centri portuali di Porto Torres e Olbia.

La Cagliari “storica” che conosciamo (con centro a Castello e nei quartieri portuali di Marina,
Bagnaria/Bonaria, Stampace) è alle origini una città pisana, che prende forma all’inizio del
Duecento. Il Castello ne è il nucleo centrale (donde il nome sardo di Casteddu, rimasto alla città).
Va considerata distinta dalla “Cagliari giudicale”, che si chiamava Sant’Igia ed era collocata ad est
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dello stagno di Santa Gilla.
Inizialmente i Pisani avevano uno scalo commerciale nell’attuale quartiere di Bonaria, detto “portu
de Gruttis”, dove si formò la loro prima colonia.
Nel 1217 venne edificato il Castello, su iniziativa del podestà di Pisa Ubaldo Visconti, e in esso si
trasferì la comunità pisana, istituendo un comune sul modello di quello della madrepatria.
Nella Cagliari pisana l’élite dei mercanti risiedeva a Castello, organizzata secondo il sistema delle
corporazioni e fortemente munita per l’autodifesa (oltre alla presenza di milizie, era obbligo per
ciascun mercante avere una balestra e delle armi sempre efficienti), mentre il sobborgo della
Marina, dove si trovavano anche magazzini e depositi, era abitato da marinai, piccoli commercianti,
facchini ecc.
L’importanza commerciale della città è rivelata dalla presenza di attività bancarie (famiglie dei
Buonconte e dei Gambacorta).
La città gestiva, tra le altre cose, l’esportazione dei cereali coltivati in Campidano.
I Pisani riuscirono anche ad impossessarsi della produzione del sale, estromettendone i monaci
vittorini.

Scheda: brevi notizie sulla fine del Giudicato di Cagliari (1258)

Ubaldo Visconti era riuscito ad ottenere il permesso di costruire il castello dalla giudicessa Benedetta di
Lacon-Massa, figlia di Guglielmo di Massa. Benchè di origine toscana, i Massa si erano ormai identificati
come giudici di Cagliari. Benedetta scrisse una lettera al papa Onorio III in cui si dichiarava pentita di aver
concesso al Comune di Pisa il permesso di fortificazione, denunciando di avere subito una vera e propria
estorsione, con adulazioni miste a minacce. Vedeva il castello come minaccioso, non solo per il giudicato di
Cagliari, ma per l’intera Sardegna (i Pisani, scriveva, aedificaverunt sibi munitissimum castrum in damnum
et occupationem non solum terrae ipsius, sed totius Sardiniae “costruirono un munitissimo castello a danno e
per l’occupazione non solo delle nostre terre, ma di tutta la Sardegna.)
Le paure della giudicessa erano fondate: nel giro di poco più di 40 anni le pretese dei Pisani sul territorio
cagliaritano crebbero e si fecero minacciose sul giudicato.
Il giudice Giovanni (detto Chiano, sul trono da c/a il 1245 al 1256), nipote di Benedetta, cercò di salvare
l’autonomia del giudicato stringendo un’alleanza coi Genovesi.
A Chiano succedette nel 1256 il cugino Guglielmo III (o, col nome dinastico, Guglielmo – Salusio VI), che
fu l’ultimo giudice di Cagliari. Sconfitto dai Pisani nel 1258, Guglielmo fuggì a Genova, dove morì l’anno
successivo. I Pisani rasero al suolo la capitale giudicale di Sant’Igia.

Cagliari e il giudicato rimasero pisani fino alla conquista da parte degli Aragonesi, che avevano ottenuto dal
Papa Bonifacio VIII il titolo di Re di Sardegna e Corsica nel 1297. Concretizzarono il loro dominio con la
spedizione dell’Infante (= erede al trono) Alfonso, che sconfisse i Pisani nel 1324. Concessero ai Pisani di
conservare la città di Cagliari, ma era un patto molto instabile. Due anni dopo ci fu un nuovo scontro e gli
Aragonesi si impossessarono della città, eliminandone (con una atroce strage) la comunità pisana (1326).

Sassari, fino ad allora una villa di modeste dimensioni, iniziò ad acquistare importanza nel XII
secolo, e nel 1236 assunse, sul modello continentale, lo statuto di Comune autonomo, retto da un
podestà. Erano presenti nella città mercanti pisani e genovesi. Questi ultimi infine presero il
sopravvento, dopo la vittoria di Genova su Pisa nella battaglia della Meloria (1284). A differenza
che a Cagliari, dove l’esclusiva pisana era molto stretta, a Sassari e nel Logudoro emergono alcune
25
(poche) famiglie di mercanti di origine sarda.
Anche Sassari era un centro di raccolta di merci locali per l’esportazione, e di merci importate, così
come di attività artigianali. Scrive A. Boscolo: “Soprattutto vi aveva luogo il traffico dei panni
grezzi, e nel Comune di Sassari si era andato sviluppando un ceto di persone dedito alla cimatura
ed alla lavorazione delle stoffe. Le merci in esportazione erano il grano, il formaggio e le pelli, e nel
Comune di conseguenza si era formato un gruppo di lavoratori addetti alle conce”.

Delle sette città solo Oristano ha una storia ampiamente “sarda” e giudicale, a causa – ovviamente
– della maggiore durata storica del giudicato di Arborea. Le funzioni di centro cittadino, con
presenza di mercanti stranieri (genovesi, pisani, catalani) e artigiani erano comunque simili a quelle
delle altre città.

Villa di Chiesa (poi Iglesias) nacque dopo la metà del XIII secolo, su impulso del conte Ugolino
della Gherardesca (1210 – 1289), che aveva acquisito il titolo di signore della sesta parte del
cagliaritano. Fu il capoluogo del più importante distretto minerario dell’isola (piombo e argento), e
forse, per un certo periodo, la città più popolata della Sardegna. Ebbe suoi statuti, e furono favoriti
l’immigrazione e l’inurbamento di popolazioni locali.

Quando Ugolino entrò in urto col Comune di Pisa e, accusato di tradimento, fu condannato a morte,
la signoria della sua famiglia cessò, e – dopo una resistenza dei suoi eredi – Iglasias e il distretto di
cui era a capo passarono sotto l’amministrazione diretta del Comune di Pisa (1301).

Di fondazione signorile, ma di importanza molto più modesta, furono anche Castelsardo e


Alghero, nate come rocche fortificate dalla famiglia genovese dei Doria. L’interesse, in questo caso,
era la posizione strategica portuale. Simile è il caso di Bosa, fondata attorno alla fortificazione dei
Malaspina (iniziata nel 1112). Nella Bosa fortificata si spostò la popolazione di Bosa “vecchia”
(collocata più addentro nel corso del Temo).

Quanti abitanti nelle città?

Quanta era la popolazione complessiva delle città sarde? Gli studiosi che si sono maggiormente
interessati al problema (J. Day, M. Tangheroni, C. Livi) concordano nel calcolare, attorno al 1300,
una cifra complessiva tra 40 e 50.000 abitanti.
Purtroppo la cifra è di incerta interpretazione perché è più difficile calcolare quanta fosse all’epoca
la popolazione delle campagne e quindi la cifra complessiva e la proporzione fra le due componenti.
Le valutazioni della popolazione rurale condotte su base documentaria e archeologica dai diversi
studiosi sono molto divergenti. Vanno dal minimo di circa 140.000 sostenuto da Day, a 200.000
secondo Tangheroni, fino al calcolo più ottimistico, di circa 350.000, proposto da Livi.
La questione non è di poca importanza. Premesso che la Sardegna è stata un paese costantemente
sottopopolato (“un paese miserabile e spopolato”, scriverà senza complimenti il viceré sabaudo
Saint-Remy attorno al 1720), nelle epoche premoderne, l’aumento o la diminuzione della
popolazione segnalava i livelli di benessere o malessere di una regione. Se fosse valida la lettura
(estrema) di Livi, la Sardegna avrebbe toccato, a inizio Trecento, prima della peste nera e delle altre 25
calamità del secolo XIV, un livello raggiunto solo quattro secoli dopo.
Nel dubbio degli studiosi, lasciamo in sospeso la questione.

Lo sviluppo delle città arricchì di una nuova componente la vita civile della Sardegna medioevale e
forma un aspetto cospicuo dell’eredità storica del nostro passato.
Attraverso essa la Sardegna conobbe, per es., anche esperienze di autogoverno comunale, forme più
consapevoli di vita comunitaria: un mondo di relazioni diverse rispetto alla distinzione di “liberi” e
“servi” che irrigidisce la vita sociale documentata nei condaghes.
Ma ci si può porre la domanda di quale rapporto stabilissero le città, originate da commerci
oltremare gestiti da soggetti stranieri, che li detennero sostanzialmente in monopolio, con la
Sardegna rurale. Furono almeno in parte causa di un ampliamento delle possibilità economiche e
delle esperienze politiche e culturali dette sopra anche per altre componenti della popolazione
dell’isola: per le componenti rurali, o almeno per parte di esse? Oppure furono soltanto delle “isole
nell’isola”, che avevano con la società circostante solo un rapporto di sfruttamento?
La fine della “servitù antica”, tipica della prima società giudicale, diede anche al contadino/pastore
sardo, all’ex-servo, nuove possibilità, o si risolse solo in una forma mutata di dipendenza? È una
domanda simile a quella posta a pag. 24 – 25.
È una domanda difficile, che in questi appunti approssimativi siamo costretti a lasciare sullo sfondo.
È inevitabile, però, che le considerazioni che svolgiamo nella parte seguente mettano in risalto le
componenti di sfruttamento insite in rapporti “ineguali” fra due soggetti (i mercanti e i nuovi ceti
dominanti da un lato e i contadini e pastori della campagna sarda dall’altro) dotati di una
diversissima capacità di controllo delle condizioni dello scambio e dei mezzi di produzione.

Le merci sarde e lo scambio ineguale

Le domande sono: “quali prodotti giungevano sul mercato dalle campagne sarde?”, e “quale
interesse avevano i pisani e i genovesi a tale mercato?”

I più importanti prodotti della Sardegna rurale esportati sul mercato erano formaggio, pellame di
cervo, di agnello, di capretto, lana (ma quest’ultima era di cattiva qualità e poco ricercata), cereali
(soprattutto grano) e infine anche servi.
Sullo sconcertante fenomeno della “esportazione di servi” rinviamo all’appendice alla fine di questi
appunti, e qui ci limitiamo alle merci più ordinarie.
Ciò che rendeva appetibili le merci sarde era il loro basso costo.

Seguiamo la ricostruzione del fenomeno svolta da John Day, che interpreta l’inserimento della
Sardegna nel circuito commerciale pisano e genovese come un caso di economia “coloniale”,
caratterizzata da un marcato fenomeno di “scambio ineguale”:
“Il progredire dell'economia di scambio tra l'XI e il XIII secolo in Sardegna è strettamente legato
allo sviluppo di un commercio estero di tipo coloniale, che consiste essenzialmente nell'indirizzare i
prodotti dell'agricoltura, della pastorizia e della caccia verso gli scali creati a questo scopo dai
mercanti di Genova e di Pisa, secondo il modello dei loro empori commerciali del Levante.
Gli articoli d'esportazione sardi, pur non avendo [a differenza dei ricercati prodotti orientali] niente
25
di esotico, si rivelano eccezionalmente a buon mercato” 2.
Quale è la causa di tale basso costo? Day sintetizza la risposta nelle caratteristiche dell’economia
sarda, in un ritardo rispetto ai partners commerciali italiani:
 i bassi prezzi delle merci derivano dalla demonetarizzazione, che dura più a lungo ed è più
accentuata che altrove (scarsità di moneta circolante) e produce un sistema di prezzi stabilizzato
verso il basso,
 basso costo del lavoro: la prevalenza iniziale del lavoro servile faceva sì che il costo della
manodopera sarda in confronto a quella italiana fosse bassissimo. Anche quando la servitù di
vecchio stile venne superata, rimase un grande dislivello.

I bassi costi sono documentati anche per i secoli successivi: nel 1557 l’ambasciatore veneto in
Spagna Federico Badoer scriverà: “L’isola di Sardegna è sì abbondante che con dieci scudi può
farvi una persona quello che in altra parte non faria (=farebbe) con quaranta”.

Torniamo però al secolo XIV (all’età “pisano-genovese”): i più antichi dati confrontabili con i
prezzi continentali mostrano che il dislivello era di antica data. Il caso che può essere più facilmente
confrontato è quello del prezzo del grano.

Dati sul prezzo del grano: I calcoli riferiti da Day, sulla base dei documenti del Trecento, riportano
i seguenti valori: nella prima metà del XIV secolo, in Sardegna, uno starello3 di grano, in annata
normale, aveva un prezzo equivalente a 8,64 grammi d’argento, mentre a Firenze, nello stesso
periodo, il prezzo era equivalente a 24,46 grammi, circa il triplo.
Ciò permetteva un fortissimo ricarico per il mercante che acquistava in Sardegna per vendere in
continente4.

Dati sul costo del lavoro: Ancora più accentuato il dislivello del costo del lavoro: con il
rinnovamento dell’economia e con la sua relativa monetarizzazione, anche in Sardegna è
documentato, nel Trecento, il lavoro salariato.
Numerose famiglie contadine, infatti, non potevano vivere senza il ricorso ad un’integrazione del
reddito prestando giornate di lavoro a servizio.
Possediamo i valori fissati negli statuti di Castelgenovese (Castelsardo, 1336), di Sassari (1316), e
nel codice rurale di Mariano d’Arborea (1367-76), dove il prezzo della giornata di lavoro, espresso
in grammi d’argento è di poco più di 0,30 grammi (0,36 nel codice di Mariano, 0,30 più una razione
di grano a Castelgenovese). Nel contado di Firenze, nello stesso periodo, fra il 1329 ed il 1344, la
2
John Day La Sardegna e i suoi dominatori dal sec. XI al sec. XIV, in AA.VV. La Sardegna medioevale e
moderna, UTET, Torino 1984, pag. 41
3
Antica misura di volume equivalente a 50,5 litri.
4
J. Day, op. cit., pag. 43. Era molto alto, sempre nella prima metà del XIV secolo, anche il dazio che si
pagava, per l’esportazione del grano: quello in partenza da Cagliari era tassato del 37% sul prezzo di mercato
locale, ma era tale la disparità e il ricarico possibile che tali percentuali non impedivano il commercio. Lo
stesso si può dire del costi di trasporto: Day riferisce di un contratto di mercanti pisani che nel 1319 presero a
nolo una nave genovese, per esportare grano dalla Sardegna, con un costo aggiuntivo, sul prezzo d’acquisto
del cereale, del 60%. Anche tale cifra, ovviamente, permetteva un affare molto conveniente. (ibid.).
giornata di un bracciante oscillava tra i 2,76 e i 2,12 grammi: tra sei e otto volte la paga del loro
25
omologo sardo. Va da sé che il bracciante toscano non ha colpa della maggiore povertà di quello
sardo (non è lui a sfruttarlo!), è evidente però che sono inseriti in due economie di livello diverso.

Una conseguenza dello scambio ineguale è che la Sardegna non era appetibile come mercato per
beni prodotti altrove. Day osserva che il bilancio commerciale della Sardegna, dall’arrivo dei primi
mercanti italiani, è costantemente in attivo: si esporta più di quanto si importi, e ciò da luogo ad una
parziale monetarizzazione della precedente economia di baratto.

Quali erano i beni importati?


Dai contratti di fine XII secolo che ci sono rimasti risulta che si tratta soprattutto di prodotti
artigianali di uso quotidiano: vasellame, taglieri, botti, oppure di tessuti di bassa qualità: fustagno,
tele di lino, di canapa o di pelo di capra. “Si tratta insomma di un commercio modesto, perché il
mercato sardo è un mercato povero. Gli oggetti di lusso che fanno le fortune dei grandi mercanti
internazionali dell'epoca, panni di lana fiamminghi, francesi e italiani, tessuti di seta, e spezie
orientali, compaiono molto meno in questi contratti”5. Day non esita a definirla “importazione di
paccottiglia”.
In un contesto di scambio ineguale occorre dare molto per ricevere in cambio poco.

Quando arrivano anche in Sardegna delle merci di pregio, esse sono destinate esclusivamente alle
classi che gestiscono i commerci e gli “scambi ineguali”:
“Ma già durante gli ultimi decenni del XIII secolo si aggiungono alle importazioni tradizionali,
merci di valore e derrate di lusso, richieste soprattutto dalle colonie di mercanti stranieri,
intermediari privilegiati in tutti questi scambi “ineguali” che hanno sconvolto le antiche strutture
autarchiche dell'isola, senza il minimo beneficio per la maggior parte della popolazione”6.

Una seconda conseguenza consiste nel fatto che il partner commerciale più forte, che trae
guadagno dal basso costo delle merci locali, non ha bisogno, per incrementare le proprie ricchezze,
di creare miglioramenti e investimenti stabili nel paese sfruttato. Non si creano le condizioni per
una accumulazione locale di capitali. È la povertà stessa che rende conveniente lo scambio. Questo
è l’aspetto che caratterizza (secondo l’interpretazione di Day) come “coloniale” l’economia della
Sardegna sotto il dominio delle repubbliche marinare.

Il grano: un prodotto da esportazione


Un esempio tipico di questa relazione lo troviamo nel commercio del grano, nella cui produzione
era specializzata la Sardegna meridionale (Campidano di Cagliari, Trexenta) ed era convogliato nel
porto di Cagliari. I contadini versavano come tributo in natura circa un sesto del raccolto di grano e
di orzo, ma oltre questo dovevano versare anche notevoli tributi in moneta. Si calcola che i tributi
monetari assorbissero il valore di circa due terzi del grano prodotto.
Dai dati che possediamo (risalenti dalla prima fase della dominazione aragonese, fino agli anni
successivi alla grande peste) risulta che nel porto di Cagliari si imbarcavano annualmente circa
132.000 starelli di grano e 26.000 starelli d’orzo. Considerando i dati sulle terre coltivate e la loro
produttività che si ricavano dai censimenti fiscali, risulta che quasi tutta la produzione di grano
5
J. Day, cit. pag. 51.
6
J. Day, cit. pag. 53.
(circa i 5/6) della regione in questione veniva coltivata per l’esportazione. Il contadino conservava
25
per sé soltanto la scorta (1/6) che serviva per la futura semina. Il costo del grano era, in altri termini,
proibitivo per le risorse del mercato rurale sardo (dove salari e redditi erano bassi, per il ben noto
dislivello), mentre lo si poteva vendere ad un prezzo maggiorato nel più ricco mercato di
esportazione. Perciò conveniva venderlo e non consumarlo.
Il risultato era che il contadino sardo, pressato dal bisogno di moneta per pagare i tributi e per pochi
acquisti indispensabili, finiva per consumare il cereale di minor pregio (l’orzo). È questo è solo un
caso, e nemmeno il più drammatico, del regime di “sottoalimentazione” nel quale viveva la
popolazione sotto la pressione di un sistema fiscale e di un mercato che drenavano altrove il
prodotto nel contesto dello “scambio ineguale”.
“I tributi in denaro assorbono già, in un’annata normale, verso il 1320, i due terzi delle entrate
realizzate dai coltivatori con la vendita del grano. Questi, nella migliore delle ipotesi, riescono a
trattenere per tutto compenso soltanto qualche monetina per l’acquisto dei poveri oggetti offerti dai
venditori ambulanti che frequentano fiere e mercati delle campagne. In compenso i coltivatori
tengono per sé i 5/6 del raccolto d'orzo. Pur supponendo un fabbisogno in grano assai modesto, la
Sardegna rimane un «mondo affamato», ridotto a consumare quasi esclusivamente questo cereale,
mentre il grano, vera derrata coloniale, è indirizzato al mercato cittadino e internazionale”7.
Non possediamo dati così precisi riguardo alla precedente fase della dominazione pisana, ma Day
ritiene che le frequenti notizie che ci giungono dai documenti di tale periodo di mancanza di grano
per gli approvvigionamenti delle città sarde (es.Villa di Chiesa) fanno ritenere che il fenomeno delle
esportazioni massicce fosse già in corso, negli stessi termini, in quell’epoca.

Appendice: G. G. Ortu sull’esportazione di servi

Sull’esportazione di servi e serve, questa parte “indegna” e vergognosa del commercio, sintomatica
della povertà dell’isola e derivata, ovviamente, dalla diffusione della servitù, riportiamo le
considerazioni di G. G. Ortu: “Un discorso a parte merita il commercio dei servi sardi, che non si
sviluppa soltanto all'interno dell'isola, ma anche all'esterno, con Pisa, Genova e altre città e territori
del Mediterraneo occidentale. Se in Sardegna i servi conservano qualche libertà e la possibilità di
gestire delle minuscole aziende in proprio, nel momento in cui ne escono e passano sotto padroni
non sardi sono di fatto assimilati agli schiavi, che in Europa occidentale esistono ancora soltanto
come prede di guerra. Al commercio di uomini - indegno anche per l'epoca, soprattutto quando non
dipende dai fatti bellici - partecipano gli stessi giudici, specialmente da quando con Barisone
d'Arborea si sono abituati ad attingere a piene mani alle povere risorse dei loro territori per
soddisfare le proprie ambizioni e per onorare i debiti a tal fine contratti con i Comuni italiani.
Alla fine del XII secolo sul mercato genovese i servi-schiavi sardi sono pagati meno di quelli
saraceni, forse perché più rustici e meno abituati a quei lavori domestici che sono maggiormente
richiesti in ambito cittadino, o forse anche perché meno docili a subire una privazione totale di
libertà. Comunque sia, la Sardegna appare nel quadro mediterraneo più svantaggiata delle altre due
isole maggiori, la Sicilia e la Corsica, che non praticano il commercio dei propri abitanti”. (I
giudicati. Storia, governo, società, in AA. VV. Storia della Sardegna a cura di M. Brigaglia, G.G.
Ortu, A. Mastino, Laterza 2002, pag. 62)

7
J. Day, cit. pag. 46