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Brano dal Fedone sulla nozione di “uguale”.

Il contesto del brano.


Socrate, in carcere, è prossimo alla morte, e si intrattiene con i discepoli sul destino dell’anima dopo questa vita.
Due tra essi, Simmia e Cebete, esprimono i loro dubbi riguardo alla sopravvivenza dell’anima, e Socrate presenta loro
un’argomentazione a favore dell’immortalità.
Una delle argomentazioni di Socrate è la seguente:
1. se l’anima preesisteva al corpo
2. la sua vita non è dipendente da quella del corpo (esisteva già prima che il corpo esistesse)
3. perciò può sopravvivergli.
Come si può dimostrare che l’anima preesisteva al corpo?
Mostrando che nella nostra anima sono presenti conoscenze che non ha attinto in questa vita corporea (non le ha derivate
dalle sensazioni fornitegli dagli organi corporei).
Si tratta, infatti, delle conoscenze che riguardano le idee. L’idea scelta come esempio da Socrate è quella di “uguale”.

Testo Commento
1. Idea universale e essere

 [Parla Socrate:] C’è qualche cosa, di cui In queste poche righe troviamo due importanti caratterizzazioni delle
noi affermiamo che è l’uguale; e non idee.
voglio dire l’uguaglianza di un pezzo di 1. Anzitutto l’idea universale viene indicata come criterio di giudizio:
legno ad un altro pezzo di legno, di una se non ho la nozione universale di uguaglianza non posso distinguere
pietra a un’altra pietra o altri casi simili; i casi di particolari oggetti uguali da quelli di oggetti disuguali.
bensì quell’uguale che è cosa al di là e Fin qui l’argomento è lo stesso che abbiamo visto già nell’Eutifrone1.
diversa da tutti questi uguali: l’uguale in Ma nell’Eutifrone (dialogo “socratico”) non si diceva ancora nulla
sé. Possiamo di questo uguale in sé riguardo all’esistenza delle idee, alla loro caratterizzazione
affermare che è qualche cosa, o è un nulla? ontologica. Si parlava solo di “nozioni”, ossia di concetti, e della
 Dobbiamo affermarlo sicuramente, disse loro presenza nella nostra mente come necessaria per classificare e
Simmia. giudicare le cose. Tali nozioni erano chiamate idee (“dimmi qual è
 E conosciamo anche ciò che esso è in se questa idea del santo …”) ma senza specificare nulla sulla loro
stesso? realtà. Il discorso era limitato alla loro funzione nella conoscenza e
 Certo, rispose. nell’orientamento morale.
2. Qui, invece, abbiamo un secondo passo: Socrate 2 chiede se “l’uguale
in sé” 3 è “qualcosa o nulla”. Ossia pone il problema della realtà che
spetta a ciò che conosciamo tramite una nozione ideale.
Il ragionamento che viene svolto ha come modello l’ontologia di
Parmenide, e in particolare la tesi parmenidea del rapporto tra
pensiero ed essere. È pensabile (è conoscibile), insegnava
Parmenide, solo “ciò che è”, mentre il nulla non può venire pensato
(= conosciuto) né detto, perché il pensiero del nulla sarebbe “non
pensiero” ecc.
Perciò, se una nozione ideale come quella di uguaglianza può venire
conosciuta, ad essa dovrà corrispondere una realtà, un essere
(“qualche cosa” e non “un nulla”).
Si dovrà riconoscere come reale (in un modo diverso da quello delle
cose sensibili) anche qualcosa che sia “l’uguaglianza in sé”, ossia
l’idea di uguaglianza.
Qui – in altre parole – c’è il passaggio al “dualismo ontologico” di
Platone

1
In quel dialogo – come sappiamo – Socrate afferma che Eutifrone non avrebbe dovuto limitarsi a fare esempi di santità, ma
dare una definizione generale della “santità”, tale da potersi applicare a tutti i casi possibili di cose (azioni) sante.
Socrate aveva ragione di avanzare una simile pretesa, perché, altrimenti non sarebbe stato possibile avere un criterio per
distinguere le cose sante da quelle che non lo sono.
Lo stesso discorso di può fare per la nozione di “uguale”. Se non abbiamo tale nozione non possiamo avere un criterio per
riconoscere nell’esperienza i casi di uguaglianza da quelli di disuguaglianza.
2
Ovviamente in questo brano Socrate è il “portavoce” di tesi platoniche che il Socrate “storico” non aveva mai sostenuto.
Perciò la tesi che stiamo esaminando è di Platone.
3
Per esprimere la nozione di “l’idea di x” Platone adopera spesso l’espressione “l’x in sé” (la bellezza in sé, la giustizia in sé, il
triangolo in sé” ecc.). L’espressione “l’uguale in sé” è da intendere perciò come sinonimo di “l’idea di uguale” (o di
“uguaglianza”).
2. Da dove deriva la nostra conoscenza
dell’idea (universale, “in sé”)

 E da dove l’abbiamo avuta questa In queste righe viene posta la domanda sull’origine dei concetti
conoscenza? Non l’abbiamo avuta da universali (“Da dove abbiamo avuto questa conoscenza”), ma in termini
quegli uguali di cui si parlava ora, o legni ancora approssimativi.
o pietre o altri oggetti qualunque, che Per ora la risposta contiene la tesi che tale conoscenza nasce in
vediamo essere uguali? Non siamo stati occasione di esperienze sensibili (vedendo l’uguaglianza di legni, pietre
indotti da questi uguali a pensare a ecc. “siamo indotti a pensare” all’uguale in sé). Nelle righe successive si
quell’uguale, che è pur diverso da questi? chiarirà in che senso questa affermazione è vera: ossia si chiarirà il
… concetto di “occasione”. Come vedremo, la tesi platonica qui sostenuta è
sempre quella ben nota della conoscenza come ricordo (anamnesi): la
tesi che la visione di particolari casi di uguaglianza ci ricorda l’idea di
uguale, ma non è causa di tale idea. Questa è già presente (sia pure
inconsciamente) ed è ciò che coi permette di riconoscere, classificare e
giudicare i casi particolari.
3. Una prima indicazione della differenza Relatività e assolutezza.
fra i casi particolari e l’idea universale.

… O non ti pare che l’uguale in sé Qui Socrate, dopo aver ammesso in via provvisoria che noi otteniamo la
differisca da tali uguaglianze? Considera conoscenza della nozione di uguaglianza a partire dall’osservazione di
questo punto: pietre uguali e legni uguali oggetti uguali, passa alla prima importante caratterizzazione della
non accade talvolta che appaiano uguali a differenza tra l’uguale in sé e i casi particolari di uguaglianza che si
un osservatore e a un altro no? possono dare nell’esperienza sensibile.
— Sicuramente. Mentre due oggetti” imperfettamente uguali” potranno apparire uguali
— E dimmi, l’uguale in sé si dà mai il ad un osservatore e diseguali ad un altro, l’idea di uguaglianza non può
caso che appaia disuguale, e insomma confondersi mai con quella di disuguaglianza.
l’uguaglianza appaia disuguaglianza? L’argomento qui svolto è importantissimo: Platone sta sostenendo la tesi
— Impossibile, o Socrate. che la relatività dei punti di vista e delle valutazioni si applica agli
— Come vedi, non sono la stessa cosa - oggetti dell’esperienza, ma non alle nozioni ideali4.
disse Socrate - questi uguali e l’uguale
in sé.
— Mi par bene, o Socrate.
— Ma pure, disse Socrate, è proprio per Socrate riprende brevemente quanto già detto sopra (punto 2): è in
via di questi uguali, benché diversi da occasione dei casi particolari che noi ricordiamo le nozioni universali.
quell’uguale, che tu hai potuto pensare
a fermare nella mente la conoscenza di
esso uguale […]

4
Data l’importanza di questo punto conviene fare una pausa e dare un chiarimento ampio. La tesi sottolineata sopra equivale
alla seguente: se noi prendiamo come oggetti di conoscenza quelli dell’esperienza sensibile, ci troviamo irrimediabilmente
intrappolati nella relatività dei punti di vista. Un oggetto apparirà uguale ad un altro ad un osservatore, ma diseguale ad un
altro, la politica di un governo apparirà giusta ad uno e ingiusta a un altro, un oggetto apparirà bello ad uno e non bello ad un
altro ecc.
Mentre, se vogliamo avere dei criteri oggettivi e validi per tutti dobbiamo orientare la nostra conoscenza su oggetti ideali.
In altre parole: i “relativisti” (per es. i Sofisti) avrebbero ragione a dire che non c’è una verità assoluta, valida per tutti, se tutto
ciò che noi possiamo conoscere si limitasse agli oggetti dell’esperienza sensibile, ai casi particolari e ai “fatti della vita”.
La tesi implicata in questo ragionamento è che ogni caso particolare di realizzazione di una determinata nozione ideale (per es.
di “uguaglianza”, di “bellezza”, di “giustizia”), sarà tale che in esso la nozione implicata è presente imperfettamente, mescolata
con caratteristiche diverse o anche opposte.
Come si vede, attraverso il caso dell’uguale, Platone sta brevemente accennando ad una tesi che mostra tutta la sua importanza
se la applichiamo alle nozioni relative ai valori, alle nozioni morali.
Due persone possono discutere a lungo sulla qualità di “giustizia” che spetta o non spetta alla politica di un governo, ma la loro
discussione sarà inconcludente – secondo Platone – e si limiterà a riflettere interessi, pregiudizi ecc. se essi non hanno un
criterio comune e oggettivo su ciò che debba essere inteso con “giusto”, ossia se non attingeranno all’idea di giustizia.
D’altronde, poiché nessun caso particolare che si dà nell’esperienza è mai perfettamente conforme alla nozione ideale (per es.
non esiste un governo perfettamente “giusto”), non possiamo assumere nessun caso particolare come modello.
Se uno dice, per es. “La politica che fece Pericle ad Atene (o Roosevelt in America, o … ecc.) era giusta” (ovviamente sto solo
prendendo due nomi a caso di politici famosi!) ma non spiega “perché” (ossia in base a quale criterio) la reputa giusta, rischia
di imbarcare nel suo giudizio tutti gli eventuali errori e ingiustizie che Pericle o Roosevelt possono aver commesso.
Ammesso che ci fossero molte caratteristiche di giustizia nella politica di Pericle, o in quella di Roosevelt, se le prendessi
come “modello” non saprei mai se sto assumendo a modello gli aspetti giusti o quelli ingiusti che in esse erano inclusi.
È per questo motivo – secondo Platone – che si dà la relatività dei punti di vista: poiché in tutti i casi dell’esperienza un
determinato valore è solo parzialmente realizzato, e sempre mescolato in qualche misura col suo contrario, chi volesse
discutere di essi troverebbe sempre molti “pro e contro”, tali da giustificare le interminabili controversie (per es. tra chi dirà
“giusto” e chi dirà “ingiusto”). Ma tali controversie, secondo Platone, sono inutili e perfino dannose, e non portano a nessuna
conclusione valida.
Per poter discutere in modo sensato della giustizia contenuta in una particolare politica, di un particolare governante (Pericle,
Lenin, Atatürk, Roosevelt …), secondo Platone dobbiamo avere una “scienza della giustizia”. In tal caso non assumeremo le
particolari e accidentali realizzazioni di quel governante come modello, ma sapremo giudicare che cosa in esse è
corrispondente al modello di giustizia e che cosa no.
Platone riteneva che il compito della filosofia fosse proprio quello di portare le valutazioni morali al livello della scientificità
(di quella scientificità che troviamo già realizzata nella matematica).
È qui evidente la polemica contro i sofisti: questi ultimi insegnavano a difendere le proprie opinioni. Sostenendo che tutto ciò
che l’uomo può affermare come vero non sia altro che opinione e punto di vista. Platone afferma, invece, che si può, e si deve,
passare dall’opinione alla scienza.
Nel passaggio successivo - che omettiamo - Socrate osserva che l’atto per il quale la vista una cosa ce fa venire in mente
un’altra che ha con essa un certo grado di assomiglianza e di dissomiglianza (vediamo legni e pietre uguali e pensiamo
l’uguale in sé) è un caso di ricordo (reminiscenza, anamnesi).
E subito prosegue a spiegare un altro aspetto della differenza fra l’uguale in sé e i casi particolari di uguaglianza fra oggetti
sensibili:

4. Seconda indicazione della differenza tra i Imperfezione e perfezione


casi particolari e l’idea universale.

 …che cosa accade con quell’uguaglianza Nel passo precedente era evidenziata la relatività della valutazione dei
che osserviamo nei legni e negli altri casi particolari.
oggetti uguali […]? Tali oggetti ci appaiono Qui viene evidenziata, invece, l’imperfezione che spetta i casi particolari
così uguali come appunto è l’uguale in sé, o e sensibili rispetto alle nozioni ideali.
difettano in qualche parte da esso, quanto a Il campo delle nozioni matematiche è particolarmente adatto a chiarire
essere tali e quali all’uguale, o non difettano ed esemplificare questo punto.
in nulla? L’argomentazione non è difficile, ma per chiarezza la riformuliamo con
 Molto anzi, egli disse, ne difettano. altre parole.
Socrate sta chiedendo se nell’osservare l’uguaglianza di due oggetti fisici
(che conosciamo tramite i sensi) noi li troviamo perfettamente uguali, o
se lo sono solo imperfettamente (mancano, cioè, di qualcosa rispetto
all’uguaglianza ideale, all’uguaglianza “in sé”).
Per capire meglio l’argomentazione si pensi a ciò che accade quando
effettuiamo una misurazione di una lunghezza tramite un regolo (un
metro, un righello ecc). Ci rendiamo conto che tutte le misurazioni, dalle
più grossolane alle più fini e precise, sono approssimate. Senza
un’approssimazione (per es. a meno di un millimetro, di un
decimillimetro, di un centesimo di millimetro ecc.) non potremmo mai
completare l’operazione di misurazione.
Se dico che il mio tavolino è alto da terra un metro, sto in realtà dicendo
che non mi interessa precisare ulteriormente la piccola differenza in più o
in meno che l’altezza del mio tavolo ha rispetto al “metro campione di
Sévres. Può essere un po’ più alto o un po’ più basso del “metro
campione”, ma ho deciso che differenze (per esempio) inferiori a un
millimetro sono irrilevanti per il grado di precisione che mi è sufficiente.
Quando parliamo di uguaglianza matematica, invece, non facciamo
nessun riferimento ad approssimazioni.
Quando enunciamo un teorema di geometria che riguardi oggetti ideali,
non facciamo nessun riferimento all’approssimazione. Se per es. diciamo
“la somma degli angoli interni di un triangolo è uguale a due angoli
retti”, non intendiamo dire che è “pressappoco uguale”, che è uguale
“all’interno di una certa approssimazione”.
Intendiamo che è esattamente e assolutamente uguale.
Tale uguaglianza, infatti viene affermata attraverso una dimostrazione su
oggetti ideali, non attraverso operazioni sensibili di misurazione (non lo
sappiamo perché abbiamo misurato con un goniometro di plastica tanti
triangoli disegnati sulla carta!)
— E allora, quando a uno, veduta una cosa, In questo passo è esposta ampiamente la famosa nozione platonica
viene fatto di pensare così: “Questa cosa che dell’”imitazione”, uno dei concetti fondamentali coi quali Platone indica
ora io vedo tende a essere come un’altra, e il rapporto tra idee e cose sensibili.
precisamente come uno di quegli esseri che Le cose sensibili “tendono” imperfettamente ad assomigliarsi ai loro
esistono per se stessi, e tuttavia ne difetta, e modelli ideali.
non può essere come quello, e anzi gli Tale nozione Platone la derivava dalla matematica e dal rapporto che c’è
rimane inferiore”; ebbene, chi pensa così, tra enti matematici ideali (soprattutto in geometria) e le loro imperfette
non dovrà avere già in mente una nozione di copie materiali5.
quell’essere a cui dice che la cosa veduta Aristotele sostiene che Platone avesse tratto la nozione di “imitazione”
s’assomiglia, ma al cui paragone è difettosa? dalla filosofia dei Pitagorici
— Necessariamente.
— E non siamo noi nella stessa situazione Segue l’argomentazione a favore della dottrina dell’anamnesi, che si può
rispetto agli uguali e all’uguale in sé? riassumere come segue:
— Certo. noi ci rendiamo della imperfezione degli oggetti visibili.
— Dunque è necessario che noi si sia avuta già A) Ma non potremmo accorgercene, se la nostra conoscenza derivasse
prima un’idea dell’uguale; prima cioè di tutta dalla nostra esperienza sensibile. Se tutto ciò che noi conosciamo
quel tempo in cui, vedendo per la prima riguardo alla nozione di uguaglianza fosse derivato dall’esperienza di
volta gli uguali, potemmo pensare che tutti aver visto con gli occhi degli oggetti uguali, non potremmo essere
codesti uguali aspirano sì a essere come consapevoli che le uguaglianze che vediamo nell’esperienza sono
l’uguale, ma gli restano inferiori. approssimative e non perfette.
[…] Dunque, prima che noi cominciassimo a B) Poiché tale conoscenza non può essere derivata dalla esperienza
vedere e a udire e insomma a far uso degli sensibile degli oggetti, deve essere derivata da un’altra fonte autonoma
altri nostri sensi, bisognava pure che già ci rispetto all’esperienza dei sensi.
trovassimo in possesso della conoscenza
dell’uguale in sé, che cosa realmente esso è,
se poi dovevamo, gli uguali che ci
risultavano dalle sensazioni, riportarli a
quello, e pensare che tutti quanti hanno una
loro ansia di essere come quello, mentre poi
gli rimangono al di sotto.

Da quello che s’è detto bisogna concludere Nelle righe conclusive del brano troviamo una conclusione
così. Se dunque è vero che noi, acquistata importantissima:
codesta conoscenza prima di nascere, la l’esempio fatto è stato tratto da una nozione matematica, ma può essere
portammo con noi nascendo, vorrà dire che generalizzato e un ragionamento analogo si può estendere alle idee dei
prima di nascere e subito nati conoscevamo valori morali.
già, non solo l’uguale e quindi il maggiore e
il minore, ma anche tutte insieme le altre Nel passo a fianco, Platone sta indicando le due principali classi di idee:
idee; perché non tanto dell’uguale stiamo - le idee matematiche, delle quali l’uguale è un esempio
ora ragionando quanto anche del bello in sé - le idee valori, riguardo alle quali allude anche ad una maggiore
e del buono in sé e del giusto e del santo, e importanza (“non tanto dell’uguale stiamo ora ragionando”).
insomma, come dicevo, di tutto ciò a cui,
nel nostro disputare, sia interrogando sia
rispondendo, poniamo questo sigillo, che è
in sé. Onde risulta necessariamente che di
tutte codeste idee noi dobbiamo aver avuta
conoscenza prima di nascere.

5
C’è un passo famoso della Repubblica dove Platone afferma che i matematici si servono delle figure disegnate (per es sulla carta) solo come
aiuto al pensiero, ma i teoremi che dimostrano si riferiscono a figure puramente ideali: “[i matematici] si servono di figure visibili, ma non
pensando a queste, bensì a quelle (figure ideali) di cui queste (le immagini disegnate) sono copia: discorrono del quadrato in sé e della diagonale
in sé ecc., ma non di quella che tracciano; e di quelle stesse figure che tracciano … si servono … come di immagini, per cercar di vedere quelle
cose in sé che non si possono vedere se non con il pensiero”.