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La Sardegna giudicale, parte II (revisione) 13

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I giudicati nella storia dell’Occidente medioevale

I giudicati si affacciano alla storia occidentale nell’XI secolo.


Il primo evento importante è la sconfitta del tentativo di invasione di Mujahid (1015-16), che vide
protagonisti il papato e le repubbliche di Pisa e di Genova.
È da questo momento che la documentazione che possediamo si intensifica, così come si
intensificano le relazioni con la cristianità occidentale.

L’impresa pisano-genovese contro Mujahid fa parte del più generale espansionismo cristiano
dell’epoca.
Ricordiamo alcuni eventi successivi:
 Nel 1063 dopo i Pisani saccheggiano la Palermo musulmana.
 Nel 1096 parte la I crociata ufficiale (la “crociata del nobili”). Anche nella crociata Pisa
e Genova avranno un ruolo importante. Ricordiamo, di passaggio che l’arcivescovo
pisano Daiberto sarà nominato da Urbano II “primate” di Gerusalemme, ossia capo della
gerarchia ecclesiastica locale.
 Nel 1114 una spedizione guidata da Pisa (a cui partecipano anche i giudicati di Torres e
di Cagliari) dà l’assalto alle isole Baleari, appartenenti alla Spagna musulmana.
Era, in generale, il periodo della grande espansione commerciale delle Repubbliche Marinare (vedi
libro di testo, cartina a pag. 28).

I quattro giudicati, con la loro povertà di risorse, si trovarono quasi d’improvviso inseriti in una rete
di rapporti con soggetti più forti e dinamici.

I rapporti con la Chiesa romana e col monachesimo

È importantissima anche la relazione col papato.


Fino ad allora i rapporti della Sardegna col papa non erano mai venuti meno1.
Ma nell’XI secolo il papato si stava riformando, soprattutto sotto il pontificato di Alessandro II
(1061 – 73) e Gregorio VII (1073 – 1085), e aspirava ad uno stretto controllo sulle chiese locali2.
La chiesa sarda conservava usanze e tradizioni bizantine che il papato voleva eliminare, dopo lo
scisma d’Oriente (1054), con il quale si erano separate la chiesa cattolica romana e la chiesa greco
ortodossa, legata all’impero bizantino.
Inoltre il papato voleva ricondurre all’obbedienza il clero sardo, i cui maggiori esponenti
provenivano dall’ambiente delle famiglie dei notabili locali e dalla cerchia familiare dei giudici3.

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Ci rimangono infatti alcune lettere di papi del IX secolo ai governanti e ai nobili (principes) della Sardegna,
con richieste, ma anche rimproveri e ammonizioni.
2
Ricordiamo che la lotta per le investiture (1074 – 1122; vedi libro di testo pagg. 45-47) mirava a togliere
all’imperatore la facoltà di scegliere e nominare i vescovi e perciò di controllare le gerarchie ecclesiastiche.
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Ricordiamo che, anche in seguito, l’alto clero farà parte della Corona de Logu, il consiglio di nobili e
ecclesiastici che affiancava i giudici nelle loro funzioni.
D’altra parte i giudici avevano bisogno dell’appoggio del papato per legittimare il proprio potere.
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La loro autonomia era iniziata col graduale distacco dall’impero bizantino, ma – rotti
definitivamente i rapporti con quest’ultimo, e entrati in pieno nella cristianità occidentale – la
suprema autorità che poteva garantire la loro legittimità era quella papale.

I più fedeli rappresentanti della politica ecclesiastica papale erano i monaci dei vari rami dell’ordine
benedettino. È soprattutto nei loro confronti che si moltiplicano i contatti e le donazioni da parte dei
giudici.
La presenza di monasteri nel territorio giudicale aveva perciò due funzioni:
 la prima era di prestigio e di legittimazione del potere dei giudici (funzione religiosa e
garanzia del legame col papato)
 la seconda, e non meno importante, era dovuta al fatto che, in un’epoca di espansione delle terre
coltivate, i monaci benedettini apparivano come esperti di migliori tecniche nel campo
dell’agricoltura, ma anche dell’edilizia e di altre tecniche, e inoltre della erano depositari della
cultura scritta (funzioni economiche e culturali).

Per questi due motivi i monaci di diversi rami dell’ordine benedettino (Cassinesi, Vittorini,
Cluniacensi, Camaldolesi, Vallombrosani, Cistercensi) ricevettero, dai giudici e talvolta anche da
famiglie di grandi proprietari, numerose donazioni di terre dotate di bestiame e servi.

In alcuni documenti viene dichiarata esplicitamente la richiesta di lavorare accuratamente la terra,


coltivare, piantare nuove piante e costruire nuovi edifici: ad plantandum, ad stirpandum ut ordinent
et lavorent et edificient et plantent.

La prima donazione di cui abbiamo notizia risale al 1065, ed è quella di due chiese ai benedettini di
Montecassino, da parte del giudice Barisone di Torres che chiedeva all’abate l’invio di monaci
preparati e capaci per l’istituzione di una sede locale del loro ordine. Pochi anni dopo (1070) grandi
donazioni ai monaci di Montecassino vennero fatte anche dal giudicato di Cagliari.

Una parte importante la ebbero i Vittorini di Marsiglia, esperti nell’estrazione del sale. Nel
giudicato di Cagliari ricevettero la basilica di S. Saturnino con l’incarico di fondarvi un monastero
(1089), un grande patrimonio di terre, bestiame e servi, e pochi anni dopo (1090 – 1094) lo stagno e
le saline di Molentargius.

Non possiamo fare tutta la storia delle donazioni, che proseguirono nel secolo successivo XII. Per
un colpo d’occhio vedi l’allegato con la mappa di chiese e monasteri dotati di aziende agrarie.

La presenza monastica non sarà però sempre pacifica e incontestata. Il monachesimo, che pure fu
portatore di diverse innovazioni positive, va inserito nel contesto delle lotte per controllo politico e
per il possesso delle risorse dell’isola, nella quale rappresentarono la parte papale, talvolta in
contrasto con il clero secolare più radicato negli interessi della politica locale o in quella di Pisa e di
Genova. Le terre, le risorse e le rendite che venivano donate agli ordini religiosi spesso erano
sottratte ai vescovi ed al clero locale, generando dei forti conflitti.
Pisa e Genova
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Prima di parlare delle due repubbliche marinare e del loro crescente dominio sulla Sardegna
giudicale, occorre ricordare che entrambe le città-stato avevano al proprio interno diverse
componenti:
 Il cuore pulsante della vita cittadina erano le attività economiche esercitate dalla classe dei
mercanti, disposti a scoprire nuove risorse da acquisire e mercati su cui riversarle.
 Due istituzioni importanti sono le “opere” delle cattedrali delle due città: Santa Maria di Pisa
e San Lorenzo di Genova. Nate per la costruzione e la manutenzione delle cattedrali erano
dotate di grandi patrimoni terrieri, gestiti in gran parte da gruppi di laici. Sotto la veste religiosa
erano delle vere e proprie istituzioni civili, che rappresentavano gli interessi del comune.
Alle due “opere” i giudici donarono numerose donnicalias, aziende appartenenti generalmente
al demanio, dotate di servi e bestiame, allo stesso modo che facevano coi monasteri. Le
donnicalias donate alle due “opere” divennero la base per il controllo territoriale di ampie parti
dell’isola da parte delle due Repubbliche Marinare4.
 Non è da trascurare il ruolo dei vescovi delle due città. Soprattutto gli arcivescovi di Pisa
ottennero già alla fine del XI il titolo di “legati (=incaricati) apostolici” in Sardegna. Ciò li
rendeva i rappresentanti ufficiali del papa, con controllo del clero locale e indirettamente anche
della politica. Solo per un breve periodo (durante il pontificato di Alessandro III: 1159-1181)
Genova fece concorrenza a Pisa in questo ambito. Tale funzione venne esercitata dagli
arcivescovi pisani a vantaggio della propria città, usando anche l’arma della scomunica per meri
interessi politici.
 Un posto di primaria importanza spetta alla grande nobiltà feudale locale, dotata di prestigio,
ricchezze e influenza sulla direzione della politica cittadina. Le famiglie dei Doria e dei
Malaspina a Genova, dei Visconti, dei Donoratico (o Gherardesca), dei Capraia e dei Massa a
Pisa erano tra le maggiori esponenti di questa potente classe sociale. Nella seconda metà del XII
secolo condussero delle politiche
 di acquisizione, tramite matrimoni con le famiglie regnanti giudicali, dei titoli di dominio
politico sulla Sardegna e
 di creazione di domini familiari signorili sul suo territorio, dotati di immunità di tipo
feudale: vere e proprie signorie territoriali sottratte alla sovranità giudicale.

Con questa fase e col ruolo determinante delle grandi casate giunge al suo culmine la
trasformazione della penetrazione economica nel territorio dei giudicati in un vero e proprio
dominio politico, che porterà alla dissoluzione ed al crollo, verso la metà del XIII secolo, di tre
dei quattro giudicati, con sopravvivenza solo di quello di Arborea.

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IMPORTANZA DELLE DONNICALIAS. Nelle donnicalias ricevute in dono Pisani e Genovesi
riuscirono spesso ad ottenere privilegi di autogoverno e l’esenzione dai tributi da versare ai giudici.
Esse furono la sede iniziale le attività dei mercanti pisani e genovesi, che ne divennero i principali
frequentatori e gestori. È probabile che nelle donnicalias si siano verificati alcuni dei più importanti
mutamenti della società e del sistema economico sardo.
ALCUNE TAPPE NELLA STORIA DEI RAPPORTI DEI GIUDICATI CON PISA E
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GENOVA

Le prime concessioni e l’età dell’equidistanza (secolo XI e inizio XII)

L’impresa e la sconfitta di Mujahid mostrarono che i giudicati avevano bisogno della difesa armata
delle Repubbliche Marinare.
Iniziò così, da parte giudicale, una serie di concessioni a favore dei mercanti delle due città.

Inizialmente si trattava di esenzioni fiscali (dal pagamento del dazio sul sale e sulle altre merci) e
della concessione della libertà di commercio (per es. 1088, a vantaggio di Pisa, in Logudoro).

Ben presto iniziarono anche le donazioni di donnicalias alle opere delle due cattedrali (per es. in
Logudoro, nel 1082 la chiesa di S Maria di Plaiano fu donata a Santa Maria di Pisa, e numerose
donazioni, sempre a favore di Pisa, ci furono nel giudicato di Gallura).

In quel periodo i giudici di Cagliari (Costantino e suo figlio Mariano, tra il 1084 e il 1103)
cercavano di condurre una politica di equidistanza tra Pisa e Genova, confermando l’amicizia con
entrambe. Pochi anni dopo, Torbeno, succeduto al fratello Mariano, donava all’opera di Santa Maria
di Pisa quattro donnicalias, assieme ad un tributo annuo di una libbra d’oro e di una nave di sale al
comune di Pisa. Negli anni successivi (1106 – 1109) simili concessioni (donativo di terre e tributo)
vennero fatte a Genova.

È impossibile raccontare in breve tutte le vicende e i fatti simili a questi, ma questi esempi iniziali
sono significativi.

Le concessioni fatte tendevano a crescere col tempo. Ma la politica di equidistanza poteva


funzionare solo finché le due repubbliche fossero rimaste in pace, ed era destinata a fallire quando
sarebbero scoppiati i loro conflitti e, anziché semplici concessioni commerciali, avrebbero iniziato a
pretendere monopoli ed esclusione dei rivali, come non tardò ad accadere.

L’impresa delle Baleari

A questa prima fase seguì l’impresa delle Baleari (1114 – 15). Fu una spedizione militare effettuata
con 300 navi, contro le isole appartenenti al califfato di Cordova, dalle quali partivano frequenti
azioni di pirateria. Fu condotta da Pisa, con l’aiuto di diverse altre città toscane e l’appoggio del
conte di Barcellona. Tra i giudicati parteciparono Torres, con degli armati al comando di Sàltaro,
figliastro del giudice Costantino I, e Cagliari, sotto il già menzionato giudice Torbeno. La Gallura, il
più piccolo e povero dei giudicati, ma già saldamente orientato in senso filopisano, si limitò a
offrire appoggio alle navi in arrivo da Pisa. Rimase estranea Arborea, che invece era diffidente dei
Pisani.
Il secolo XII
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Ciò che accadde in seguito merita di essere brevemente ricordato, perché segna una ulteriore tappa
nel coinvolgimento dei giudicati nelle politiche delle città marinare.

Raccontiamo alcuni dei principali avvenimenti del secolo XII seguendo le vicende di due giudici:
Gonario II di Torres (sul trono dal 1131, fino all’abdicazione nel 1154) e Barisone I d’Arborea
(che regnò dal 1146 al 1186).

Gonario II fu il primo giudice di cui abbiamo notizia che si sia imparentato con una famiglia
continentale: sotto il suo regno si produsse un forte influsso pisano sul giudicato di Torres. Ciò
venne contrastato ed equilibrato dalla presenza genovese nel giudicato di Arborea, sotto il regno di
Comita III (1131 – 1146).

Barisone I d’Arborea proseguì la politica filogenovese di suo padre Comita III, ed è noto per il
tentativo di assumere, con l’appoggio di Genova, la corona di Re di Sardegna, conferita
dall’imperatore Federico I Barbarossa. L’ambizioso tentativo si risolse in un fallimento, perché
portò il giudice ad indebitarsi pesantemente nei confronti dei Genovesi.

Ricordiamo anche che nel periodo che stiamo esaminando scoppio un aperta guerra fra Pisa e
Genova tra il 1162 ed il 1175, che ha effetti importanti sul rapporto fra i giudicati, sempre più
condizionati dalle politiche delle due Repubbliche Marinare.

Gonario II di Torres

Sàltaro era tornato in patria, dopo avere combattuto con onore nella guerra delle Baleari. È
probabile che aspirasse a succedere al patrigno Costantino I.
L’erede legittimo era però il giovane Gonario, suo fratellastro, minore di lui di parecchi anni e figlio
di Costantino.
Sàltaro era imparentato con la potente famiglia degli Athen. Gli Athen ordirono una congiura per
liberarsi di Gonario e portare sul trono Sàltaro (1127).
Furono prevenuti dal tutore di Gonario, Ithoccor Cambella, che lo portò in salvo, conducendolo a
Porto Torres, allora popolata di mercanti pisani, facendolo fuggire a Pisa.
I mercanti presentarono Gonario al Comune di Pisa come erede al trono. I Pisani pensarono di poter
rafforzare, tramite lui, la propria presenza nel giudicato. Il comune affidò il giovane Gonario
all’influente nobiluomo Ugo Ebriaci, che lo accolse nella sua casa e lo fece sposare con la propria
figlia Maria.
Celebrate le nozze, Gonario sbarcò in Logudoro acclamato come sovrano legittimo (1131) assieme
al suocero e ad altri notabili pisani con quattro galere armate e prese possesso del titolo di giudice,
portato sul trono dalle forze dei Pisani.
Gonario punì coloro che avevano cercato di attentare alla sua vita. in particolare diversi esponenti
della famiglia degli Athen furono uccisi a San Nicolò di Trullas (presso Semestene).
Fra i primi atti di Gonario II ci fu la donazione di due donnicalias a Santa Maria di Pisa e il
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giuramento di fedeltà all’arcivescovo pisano Ruggiero, legato apostolico (6 marzo 1131). Era una
esplicita alleanza con Pisa.
Poco tempo prima (dicembre 1130) il giudice Comita III d’Arborea, aveva deciso una analoga
alleanza col Comune di Genova, con donazioni all’opera di San Lorenzo.

Seguì un conflitto: Comita III cercò di invadere il Logudoro con l’aiuto dei Genovesi, ma venne
respinto (1033). Un secondo attacco, nuovamente respinto, portò alla pace del 1144.
Ma era ormai evidente che i giudicati si muovevano tra loro guerre dietro le quali stavano le spinte
dei loro potenti alleati.

Gli ultimi anni di Gonario II


Con la pace del 1144 sembrava raggiunta una accettabile condizione di stabilità. È l’ultimo periodo
del regno di Gonario II. Il Libellus judicum turritanorum, la cronaca a cui dobbiamo la maggior
parte delle notizie su di lui, ci presenta un uomo in profonda crisi spirituale. L’autore anonimo
scrive che “considerande qui aviat fattu male meda contra a Deus et a su proximu”- il giudice decise
di fare pellegrinaggio in Terra Santa, per visitare il Santo Sepolcro, a Gerusalemme, allora in mano
ai Crociati. Durante il viaggio incontrò San Bernardo da
Chiaravalle, capo dell’ordine cistercense. Gli promise
una donazione che si attuerà con la fondazione della
grande abbazia di Cabuabbas, presso Sindia (1149).
Nel 1154 abbandonò il trono a favore del figlio
primogenito Barisone e decise di concludere la propria
vita come monaco cistercense presso il monastero di
Clairvaux (Chiaravalle). Morì in età avanzata, in fama di
santità, ed è annoverato fra i beati dell’ordine cistercense.
Un ritratto (riportato a fianco) lo raffigura in veste di
monaco, con vicina una corona, a indicare il suo
precedente stato di regnante.

Barisone I d’Arborea

Le relazioni tra i giudicati peggiorarono nella seconda metà del XII secolo. In questa fase la figura
centrale è Barisone I d’Arborea (giudice dal 1146 al 1185).
Sappiamo che il giudicato di Arborea era già schierato in senso filogenovese. Barisone aprì la strada
alle alleanze matrimoniali con i Catalani, poiché sposò in seconde nozze Agalbursa de Bas, nipote
di Raimondo Berengario IV, conte di Barcellona.

Nel 1162 scoppiò una guerra fra Pisa e Genova, che durerà fino al 1175, e che non poteva mancare
di riflessi sui giudicati.
In seguito a tentativi di attacco contro i giudicati di Cagliari e di Torres, che non stiamo a
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raccontare, Barisone I, trovandosi a mal partito a causa della reazione dei Turritani, chiese soccorso
ai Genovesi.
Erano gli anni del conflitto tra Federico Barbarossa, il papato e i comuni italiani: una parte dei
Genovesi aveva concepito l’idea di usare Barisone e il suo sogno di unificare la Sardegna sotto il
proprio dominio a proprio vantaggio, contro i Pisani.

Non sappiamo precisamente se la prima iniziativa fu di parte giudicale, genovese o imperiale: in


sostanza si trattava di chiedere all’imperatore l’assegnazione a Barisone della corona unitaria di Re
di Sardegna.
Il 29 giugno 1164 Barisone sbarcò a Genova per essere accompagnato all’incoronazione solenne,
che si tenne a Pavia il 3 agosto. Il guaio è che il costo dell’investitura, da pagare all’Imperatore, era
una cifra (4000 marchi, equivalenti a 11.200 lire genovesi) del tutto al di sopra delle possibilità dei
giudice, che perciò dovette chiederla in prestito al Comune e ad alcuni privati genovesi.
La corona inoltre valeva poco: in sostanza conferiva solo uno jus invadendi, ossia la facoltà,
avendone le forze, di invadere e conquistare legittimamente il resto del territorio sardo. Ma
Barisone non aveva neppure le forze per restituire il prestito ottenuto dai Genovesi.

Indebitato fino al collo, Barisone fu tenuto ostaggio per sette anni nella città ligure, in una sorta di
“prigione dorata”, a garanzia di un pagamento impossibile e nel frattempo firmò un gran numero di
concessioni sulle rendite del giudicato, sulle miniere d’argento, su castelli (Marmilla e Arcuentu)
nei quali i Genovesi potevano stanziare le loro truppe. Potè andare via da Genova solo lasciando
come ostaggio il proprio figlio Pietro.

Nel frattempo c’era stata una reazione da parte di Pisa, che aveva spinto i giudicati di Cagliari e
Torres ad invadere l’Arborea. Tornato in Sardegna, Barisone svolse un ultimo tentativo disperato di
invadere il cagliaritano, ma venne respinto. Morì nel 1185 e terminò così un’avventura che aveva
dato un ulteriore giro di vite alla perdita di autonomia dei giudicati.

Tramite le grandi linee della politica di due personalità emblematiche del XII secolo abbiamo visto
qualcosa delle strategie attraverso le quali le due repubbliche rivali realizzarono la loro occupazione
della Sardegna. Nel corso del secolo la sovranità effettiva dei giudicati si indebolì.

Durante la guerra aperta tra Genova e Pisa che durò dal 1162 al 1175 e ancora in seguito, sembra
che la libertà che i giudici riuscivano ad esercitare si limitasse al sottrarsi alla presa eccessiva di uno
dei due contendenti aprendo le porte all’altro, con convulsi cambi di alleanze.
Nel 1166 Barisone II di Torres (il figlio e successore i Gonario II) fa un patto con Genova, a cui
cede il monopolio dei commerci esercitato fino ad allora da Pisa.
Nel 1174 Pietro, giudice di Cagliari, concede ai Genovesi il monopolio e l’uso del porto di Gruttas
(già pisano), vieta ai Pisani il commercio del sale e promette a Genova un tributo in merci del
valore di 500 libbre d’argento.
Con la fine del secolo XII inizia un’ulteriore fase, di cui non possiamo raccontare i dettagli.
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Anzitutto c’è una nuova serie di matrimoni delle dinastie giudicali con personaggi continentali, e
pisani i particolare. Stavolta però sono matrimoni di donne eredi al trono con esponenti maschi di
famiglie della nobiltà pisana, che così si trovano a capo di tre dei giudicati. Altri matrimoni con
eredi non primogenite delle famiglie giudicali coinvolgono altre potenti famiglie feudali, genovesi o
pisane.
Il pisano Oberto di Massa sposa Giorgia, figlia di Costantino di Cagliari, dal matrimonio nasce
Guglielmo, che assume il titolo di giudice (1190 – 1214). Scatenerà una violenta politica di attacchi
agli altri tre giudicati di cui non abbiamo tempo di parlare. I Massa (o Lacon – Massa) sono l’ultima
dinastia giudicale cagliaritana.
Il pisano Lamberto Visconti sposa Elena di Gallura (1207) e acquisisce il titolo giudicale per la
propria famiglia.
Guglielmo di Capraia assume (o usurpa) il titolo giudicale di Arborea nel 1250.
Oltre alle dinastie dei giudici “continentali” bisogna ricordare il fenomeno, molto significativo,
della creazione di vere e proprie signorie dotate di autonomie e immunità di tipo feudale da parte di
altre potenti famiglie: acquisiscono aree nel territorio dei giudicati, nelle quali edificano castelli e
borghi fortificati, sottratti alla giurisdizione giudicale.
Per un colpo d’occhio si veda la cartina allegata nella prossima pagina.

Non sempre, d’altra parte, l’alleanza delle grandi famiglie con la madrepatria era stabile, ma era
inserita in conflitti interni alle città. Ciò vale soprattutto nel caso di Pisa. Accade così che i giudici
Chiano (1245 – 1256), e il suo cugino e successore Guglielmo III (Guglielmo di Cepola, 1256 -
1258) gli ultimi eredi dei Massa, i giudici di Cagliari di origine pisana, tenteranno, per salvare il
giudicato, una disperata alleanza con Genova. Guglielmo III verrà sconfitto e il comune di Pisa si
approprierà del Castello di Cagliari e distruggerà la “vecchia” Cagliari giudicale, decretando, nel
1258 la fine del giudicato. (vedi per alcuni altri chiarimenti la scheda a pag. 26 degli appunti).
Il comune di Pisa si
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approprierà anche della
Gallura sul cui trono si era
insediata la famiglia Visconti.
L’ultimo giudice, Nino
Visconti, sarà esiliato da Pisa e
i territori del giudicato
passeranno al comune (1288).
La spartizione del giudicato di
Cagliari vedrà il formarsi sul
suo territorio delle importanti
signorie dei due rami della
famiglia dei Donoratico, estese
sulla regione mineraria del
Sulcis. I rapporti conflittuali
che si creeranno fra il conte
Ugolino e il comune di Pisa
sono ben noti.
Nel giudicato di Logudoro, il
più soggetto all’influsso
genovese, le signorie saranno
più durature: la famiglia dei
Doria costruirà le città
fortificate di Alghero e
Casteldoria (oggi Castelsardo).
L’erosione del potere del
giudicato di Torres porterà alla
sua estinzione con la morte senza eredi dell’ultima giudicessa, Adelasia (1259)

La mancanza di tempo rende necessario interrompere qui la narrazione, e chiedo scusa per il suo
carattere che dire approssimativo è un complimento.

Sappiamo della sopravvivenza del giudicato di Arborea. La sua storia proseguirà fino all’inizio del
Quattrocento.
Una data decisiva è il 1297. Quando il papa Bonifacio VIII istituì un “Regno di Sardegna e Corsica”
e lo assegnò al re d’Aragona Giacomo II.
La conquista aragonese doveva attendere però ancora quasi trent’anni. Iniziò con la grande
spedizione del 1323, guidata dal figlio di Giacomo II l’infante (principe ereditario) Alfonso, che
sconfisse i Pisani, che verranno cacciati dai loro possedimenti nell’isola.
Nel 1326 gli Aragonesi presero possesso del castello di Cagliari, ultimo resto del dominio pisano.
Il giudicato di Arborea era, all’epoca, alleato degli Aragonesi.
Nel 1343 gli Aragonesi acquisirono i territori dei Malaspina. Nel 1353 ci fu lo scontro fra Genova e
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Aragona. Gli Aragonesi sconfissero i Genovesi e, tra le altre cose, occuparono e ripopolano
Alghero.
Iniziò lo scontro fra il giudicato d’Arborea (giudice Mariano IV) e Aragona. Durerà fino al 1410,
quando il giudicato sarà abolito dopo la sconfitta arborense nella battaglia di Sanluri (1409).
Ma su questa ultima fase giudicale arborense ci vorrebbe una storia a parte.