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Inizio il riassunto sui parlamenti di Giacomo I e di Carlo I fino al 1628/9.

Puntando l’attenzione sui


motivi delle convocazioni, fatte sempre malvolentieri e per cause di forza maggiore dai due primi
sovrani Stuart. La lunga pausa nelle convocazioni di Carlo I fra il 1629 ed il 1640 non è la prima.
Giacomo aveva interrotto a lungo le convocazioni fra il 1610 ed il 1614 e fra il 1614 e il 1621.
Le notizie sono prese dal sito “The History of Parliament”, che è collegato a molte pubblicazioni in
volume con storie dettagliatissime delle due Camere.
Le sintesi molto corpose sull’età stuartiana sono di Andrew Thrush. Ma le pagine tematiche su tutti
i periodi sono in grande quantità.
Per esempio, ora mi imbatto su una riguardante i monopoli in età elisabettiana.
Ma ora non mi voglio lasciare distrarre.

Il riassunto che segue è tematico. Riguarda le motivazioni delle convocazioni.


Inizio con la lista dei Parlamenti 1603 – 1629
Giacomo I
1604 – 1610
1614 (5 aprile – 7 giugno)
1621 (16 gennaio – 8 febbraio 1622)
1624 (12 febbraio – ultima seduta 24 maggio, sciolto per la morte del re il 27 marzo 1625)
Carlo I
1625 (17 maggio – 12 agosto)
1626 (6 febbraio 15 giugno)
1628/9 (17 marzo 1628 – 2 marzo 1629).

Sappiamo che la lotta è sociale e ideologica


Herbert A. L. Fisher, lo storico liberale che vede in primo piano la lotta di idee, scriveva:
«Riguardo al Parlamento Giacomo I aveva un'idea sbagliata e fu così poco saggio da manifestarla,
dicendo ai Lords e ai Comuni che i privilegi di cui godevano non spettavano loro di diritto, ma
dipendevano dal favore reale. Sostenne che la Camera dei Comuni aveva "una competenza
semplicemente privata e locale", e sostenne che, mentre spettava ad essa votare le imposte ed
esprimere le opinioni dei suoi componenti, la direzione della politica e l'ordinamento della chiesa
nazionale erano alte questioni di stato, riservate al raziocinio del Re. A tali affermazioni il
Parlamento del 1621 ribatté con una famosa protesta in cui si chiariva la base essenziale della
grande controversia, affermando che “le libertà, le franchigie, i privilegi e le giurisdizioni del
Parlamento sono antico e indiscutibile diritto e patrimonio ereditario dei sudditi inglesi” e che “le
questioni difficili e importanti riguardanti il re, lo stato e la difesa del regno e della chiesa
d'Inghilterra, e la creazione e il mantenimento delle leggi e l'eliminazione degli abusi … sono i veri
argomenti di cui si deve discutere e disporre in Parlamento”. Tale concezione era così decisamente
contraria all’idea del re sulla costituzione che questi strappò la pagina incriminata dalle relazioni

1
della Camera, sciolse il Parlamento e mise in stato d’accusa sette dei suoi membri, tra i quali John
Pym, iniziatore della rivoluzione puritana»1.
Ma su questo punto, sull’immagine di Giacomo I “poco saggio” e motivato ostinatamente da
un’ideologia inaccettabile per gli Inglesi, vale l’obiezione di Christopher Hill:
«nell’ultimo decennio del XVI secolo, quando tutti i suoi nemici interni ed esterni erano stati
schiacciati, la borghesia cessò di dipendere dalla protezione della monarchia; allo stesso tempo la
Corona divenne consapevole in modo crescente delle possibilità pericolose insite nella crescente
ricchezza della borghesia, e lottò per consolidare la propria posizione prima che fosse troppo tardi.
Questa lotta può essere vista nelle liti di Giacomo I e di Carlo I coi loro parlamenti. Il cambiamento
[rispetto all’età elisabettiana] era nella forza relativa delle classi: Giacomo I era meno intelligente di
Elisabetta, ma non è questo che rende conto dei fallimenti della sua politica confrontati con i
successi elisabettiani. Giacomo formulò grandiose teorie sul diritto divino dei monarchi, mentre
Elisabetta aveva conservato un silenzio prudente, ma questo è il sintomo, non la causa della
divergenza crescente fra la Corona e il Parlamento. Giacomo doveva definire la propria posizione
perché stava venendo messa in questione. Il vero punto cruciale del problema erano le finanze, sulle
quali c’erano stati già dei conflitti alla fine del regno di Elisabetta. I prezzi erano in crescita, la
ricchezza della borghesia stava aumentando a passi da gigante, ma le entrate della Corona, come
quelle dei grandi proprietari terrieri, rimanevano statiche e inadeguate ai nuovi bisogni. Se la
Corona non fosse riuscita a captare nuove ricchezze a) aumentando drasticamente la tassazione a
spese della borghesia e della gentry, oppure b) prendendo in qualche modo parte nel processo stesso
della sua produzione, il suo potere indipendente sarebbe stato condannato alla scomparsa.
La prima politica – aumenti delle dogane, prestiti forzosi, nuove tasse – portò a scontri violenti col
Parlamento, che da lungo tempo aveva rivendicato il diritto di controllare la tassazione, e non
voleva permettere che le tasse aumentassero se non a condizione di ottenere il pieno controllo della
macchina dello Stato.
La seconda politica portò alla creazione di monopoli, nel tentativo di controllare certe industrie
(carbone, allume, sapone ecc.) e di ottenere tramite tale controllo il rastrellamento di una rendita.
Ciò irritò l’intera popolazione addetta agli affari, sia capitalisti, sia dipendenti».2
1
H. A. L. Fisher, Storia d’Europa, trad. it. di Ada Prospero, Newton Compton, Roma 1995, vol. 2, pagg. 35 –
36. L’originale inglese, A History of Europe, risale al 1935, la traduzione italiana di Ada Prospero era stata
pubblicata in Italia da Laterza, su iniziativa di Benedetto Croce.
2
C. Hill, The English Revolution, 19552, pagg. 30 – 31. Per completezza riporto poche righe dal seguito:
«Una terza politica, tentata dagli Stuart dopo che le altre erano fallite, non ebbe mai una possibilità di
successo. Si trattava del tentativo far rivivere ed accrescere le rendite dei tributi feudali. Non c’era possibilità
per la Corona di divenire in questo solo modo finanziariamente indipendente dalla borghesia; l’unica
conseguenza dello sfruttamento di questa fonte fu la perdita di potenziali alleati fra la nobiltà e la gentry,
oltre che fra la borghesia». [il riferimento dev’essere a qualche forma di rendita per la corona prelevando
parte dei tributi feudali, ovviamente non so nulla di preciso su questi tentativi a cui Hill fa riferimento. Per
chiarire meglio almeno il contesto occorrerebbe tradurre le righe seguenti, sul rapporto che si crea fra
Corona e aristocrazia feudale e sulla accresciuta dipendenza di quest’ultima da favori e prebende della
Corona, ma ora il tempo sta fuggendo].
2
Dopo queste premesse dobbiamo passare all’impatto della politica estera, dove il problema della
debolezza finanziaria della corona si presentava nella forma di continue emergenze.

Considerazioni pasticciate
La politica di alleanze e interventi di Giacomo I e Carlo I oscillò parecchio fra alleanze e
compromessi (e progetti matrimoniali) con le cattoliche Spagna e Francia (incluso ovviamente il
gioco nel conflitto tra Francia e Spagna) e cause legate all’identità e al partito protestante (Federico
V del Palatinato, gli Ugonotti francesi). Come forse era normale per l’Inghilterra di allora, nelle sue
relazioni con le potenze continentali, in continuità con quella che era stata la politica di Enrico VIII
e quella iniziale di Elisabetta, se non fosse che c’era stata la svolta antispagnola di quest’ultima, e il
conseguente grande momento di autoaffermazione nazionale.
La cosa che può sembrare dissonante è che il Parlamento sia riluttante a finanziare l’adesione del re
alla causa protestante (il Palatinato, gli Ugonotti, la guerra contro la Spagna) e che i finanziamenti
scarsi e stentati si risolvono in fallimenti e figuracce della Corona inglese sul piano internazionale.
Su questo tema, per metterlo meglio a fuoco, riporto poche righe di Fisher, che impostano la
questione dandole un colore moralistico (“avarizia”) ed evidenziando la contraddizione del punto di
vista dei parlamentari.
In sostanza, però, la motivazione della contraddizione data da Fisher è la stessa che ha dato Hill
(aspirazione al “pieno controllo della macchina dello Stato”): “Forse se il controllo delle spese e
dell'amministrazione fosse stato nelle loro mani, si sarebbero venuti abituando a una più saggia
generosità”:
«Giustamente si rimproverò ai primi parlamenti degli Stuart non solo di non aver tenuto conto della
diminuzione dei redditi tradizionali della corona, prodotta dal ribasso nel valore della circolazione,
ma anche di essersi rifiutati a pagare le spese necessarie alla politica che essi stessi avevano
imposta. Volevano combattere contro gli spagnoli, salvare il Palatinato, aiutare gli ugonotti contro
Richelieu, ma non erano affatto disposti a fornire le somme che imprese di tal genere e di tale
estensione necessariamente esigevano. Forse se il controllo delle spese e dell'amministrazione
fosse stato nelle loro mani, si sarebbero venuti abituando a una più saggia generosità. Ma, data la
situazione, rimpiangevano ogni soldino. La loro avarizia costrinse Carlo a espedienti
anticostituzionali per raccogliere denaro — imposta per la costruzione delle navi, prestiti forzosi,
— suscitando infine una contesa così violenta che provocò la sospensione per dieci anni del
governo parlamentare».3
3
H. A. L. Fisher, cit., pag. 36. Aggiungo come esemplare il passo che segue a queste righe, dove Fisher
compensa l’accusa di tirchieria dando fiato a tutte le trombe della retorica nell’esaltare i valori di cui i
parlamentari erano i portatori: «Nulla di paragonabile, in nessun paese d'Europa, ai politici inglesi che in
questo periodo combatterono per la libertà costituzionale, in gran parte gentiluomini campagnoli, nobilitati
da una certa cultura umanistica, i quali, pur divertendosi a coltivare e cacciare, prendevano tuttavia parte
attiva, come giudici di pace, all'amministrazione locale della contea. Benché fosse impossibile immaginare
un gruppo di uomini meno intellettuali, erano familiari con la procedura inglese e tenacemente attaccati al
3
I parlamenti in sintesi

Si può dire che le vicende della convocazione dei parlamenti, fra gli ultimi anni di Giacomo I ed il
1628 siano state costantemente motivate ed accompagnate dalle difficoltà e dalle emergenze della
politica estera inglese, nelle fasi iniziali della Guerra dei Trent’anni. la politica estera degli Stuart
appare oscillante fra possibilità contrastanti e contraddittorie.
Dopo il Parlamento del 1604-10, il suo primo, Giacomo I aveva deciso di affidare il finanziamento
dello Stato ad espedienti fiscali, ai monopoli e alla vendita di titoli nobiliari.4
Contava anche di sostenere le finanze dello Stato ricavando una dote dal matrimonio del
primogenito Enrico e, dopo la morte improvvisa di quest’ultimo, di Carlo con una principessa
francese5. Ma alla corte francese erano in corso conflitti, e la cosa tirava per le lunghe, per cui
Giacomo fu costretto a convocare il Parlamento del 1614.
Il Parlamento del 1614 è passato alla storia come “the addled Parliament”, il Parlamento confuso, e
perciò non stiamo a parlarne troppo .
Giacomo venne accusato dai parlamentari di essere lui stesso, con la sua prodigalità e col gran
numero di funzionari e cortigiani scozzesi, la causa del deficit finanziario. Sciolse il Parlamento e
mandò in carcere quattro eminenti esponenti della Camera dei Comuni.

Nel lungo periodo che seguì al Parlamento del 1614 Giacomo accrebbe il numero dei monopoli e
ricorse alla pratica del prestito forzoso. Inoltre vendette all’Olanda (1616) i due borghi di Brill
(Brielle) e Flush (Vlissingen), che l’Inghilterra deteneva come garanzia di un prestito da parte

principio legale. A qualcosa di quel tono di alta serietà religiosa, che distingueva i giureconsulti giansenisti
dell'università di Parigi, univano una più ampia esperienza di vita e maggiore capacità d'adattamento alle
violente necessità della politica. Spiriti gravi e appassionati, sentivano in genere profondamente i problemi
più vitali e, sebbene la Camera dei Comuni fosse ormai divenuta, col suo sistema di comitati, uno strumento
eccellente per l'efficace disbrigo degli affari difficili, c'erano tuttavia circostanze in cui, sotto l'impeto della
commozione, i suoi componenti scoppiavano a piangere dirottamente.
Carlo non sapeva trattare con questi uomini seri, energici ed esigenti. Virtù e raffinatezza non possono
sostituire quel gagliardo e flessibile senso comune che, solo, può tenere a galla il vascello dello statista sulle
acque di un mare tempestoso. Il re avrebbe potuto sciogliere un Parlamento turbolento; avrebbe potuto
imprigionare senza processo un membro particolarmente pericoloso. Ma non sapeva trattare onestamente con
un onesto avversario e non si faceva scrupolo di influire sui giudici per ottenere verdetti secondo i desideri
della corona. E tuttavia, quanti segni forieri di pericolo! Nel 1626 quindici pari si rifiutarono di sottoscrivere
al prestito forzoso; cinque cavalieri, ugualmente rifiutatisi a sottoscrivere al prestito, furono imprigionati “per
speciale mandato del re” e sostennero, in una causa famosa, che, nonostante questo, la legge dell'Habeas
corpus dava loro diritto alla libertà provvisoria; i mercanti di Londra rifiutarono di pagare le imposte; e
finalmente, durante il Parlamento del 1628, si ebbe la petizione di diritti», ecc
4
Es. la creazione del titolo di baronetto, del 1611, che venne inizialmente assegnato a 200 gentiluomini. La
tariffa da pagare era alta, ed equivaleva al mantenimento, per tre anni, di trenta soldati.
5
non è specificato nel sito se si trattasse di Enrichetta Maria, che effettivamente Carlo I sposerà
4
inglese agli olandesi durante il regno di Elisabetta 6. Ma soprattutto contava di riassestare le finanze
con la dote di un matrimonio, per Carlo, alla corte spagnola (con l’infanta Maria Anna, figlia di
Filippo III), che avrebbe apportato la somma di 600.000 sterline. Al matrimonio spagnolo Giacomo
si era orientato dopo i falliti accordi con la corte francese
Si tratta della trattativa nota col nome di Spanish Match, che durò fino al 1623, anno in cui fallirà
definitivamente. L’alleanza matrimoniale era avversata, abbastanza ovviamente, dal Parlamento.

Il Parlamento del 1621

A questo punto, però, c’è un’emergenza con la sconfitta nella battaglia della Montagna Bianca
(novembre 1620), del principe elettore del Palatinato Federico V, genero di Giacomo, di cui aveva
sposato la figlia Elisabetta.
In seguito alla sconfitta non solo viene invaso dalla Lega Cattolica il regno di Boemia, ma è
minacciata l’invasione dello stesso Palatinato.
Giacomo non è capace di prendere posizione militare e diplomatica, come si richiederebbe, a causa
delle solite ristrettezze finanziarie ed è costretto a convocare il Parlamento7.
La prima seduta si tiene a Gennaio e il temuto scontro inizialmente non c’è, perché il Parlamento è
favorevole ad una politica antispagnola. E vota a favore di due sussidi8.
A fare le spese dell’accordo è il cancelliere Sir Francis Bacon, lord Verulam, che è fatto oggetto di
una accusa di corruzione e condannato su istanza del Parlamento. 9 Oltre alla riforma della
Cancelleria, della quale il filosofo era a capo, il Parlamento chiede una revisione e soppressione di
alcuni monopoli. Risulta allora che alcuni personaggi della clientela e della parentela di Lord
Buckingham, favorito del re, sono implicati in abusi associati coi monopoli. Fra essi, oltre al
fratellastro di Buckingham, anche un altro parente: Sir Giles Mompesson. Alla Camera dei Lords,
6
L’affare fruttò 215.000 sterline.
7
“Sebbene riluttante ad opporti alla Spagna per paura di danneggiare le trattative matrimoniali con la corte
spagnola, Giacomo non poteva rimanere inerte mentre il Palatinato veniva invaso, ma … non poteva
persuadere la potenze cattoliche d’Europa di avere a disposizione i mezzi per un intervento a favore di
Federico V fino a quando non avesse ottenuto la promessa di un supporto finanziario da parte del
Parlamento” (A. Thrush)
8
I due sussidi non erano comunque sufficienti ad armare un esercito in grado di venire in aiuto a Federico V
e a scongiurare l’invasione del Palatinato. Il Parlamento per il resto del finanziamento si limita a promesse.
Qui non so quale fosse la cifra. Ashley (England in the Seventeenth Century, Penguin Books, 1968, pag. 53)
scrive che il necessario per l’intervento era stimato in 30.000 armati, per un costo annuo di 900.000
sterline. E definisce la cifra concessa dalla Camera “a smallish grant” una concessione piccoletta, tendente
al piccolo.
9
Secondo Thrush “questo processo segnò l’inizio della rinascita della pratica medioevale, da lungo tempo
abbandonata, dell’impeachment, attraverso il quale gli ufficiali regi, accusati di reati, venivano processati e
puniti dal Parlamento”. Fisher fa notare che l’impeachment era un metodo “grossolano, irregolare,
fondamentalmente inadatto” di controllo del Parlamento sui ministri. Tale da dare facilmente luogo ad accuse
ingiuste: “benchè indubbiamente utile nei suoi risultati politici, era quasi sempre ingiusto nella procedura e
nelle pene” (Fisher, op. cit., pag. 36).
5
Buckingham è accusato di aver minacciato il procuratore di Stato Sir Henry Yelverton di
licenziamento se non avesse collaborato con Mompesson. A questo punto l’allarme per lo scontro
sale, e Giacomo I, per scongiurare il peggio per il suo favorito, annuncia lo scioglimento del
Parlamento (28 maggio).
Ma nel frattempo è iniziata l’invasione del Palatinato. Giacomo I (maggio 1621) rinnova la richiesta
di finanziamento, ma molti membri della Camera si sono già pentiti della fretta con la quale
avevano dichiarato la propria disponibilità a finanziare la Corona. È peraltro in corso una crisi
commerciale. Inoltre viene ventilata la contraddizione di una politica bellica filoprotestante mentre
sono in corso le trattative per un matrimonio con l’Infanta.
Nella sessione di Novembre lo scontro in proposito esplode. Ai primi di Dicembre il Parlamento
dichiara che il principe debba sposare “una della nostra religione”. È qui che scoppia la controversia
di principio su quali siano le materie di competenza del Parlamento citata da Fisher nel brano
riportato sopra, con l’affermazione che “le questioni difficili e importanti riguardanti il re, lo stato e
la difesa del regno e della chiesa d'Inghilterra, e la creazione e il mantenimento delle leggi e
l'eliminazione degli abusi … sono i veri argomenti di cui si deve discutere e disporre in
Parlamento”10.
Il re cancella il testo della Protestation dagli atti del Parlamento, fa arrestare il suo principale
autore, Sir Edward Coke, e il 6 gennaio dichiara sciolto il Parlamento.

Nel corso del 1622 quasi tutto il territorio del Palatinato è invaso e conquistato dalle truppe
cattoliche di Tilly, di Spinola e di Gonzalo Fernandez de Cordoba. In marzo si arrende la piccola
guarnigione inglese presente e in agosto Federico V sigla l’armistizio e la resa.
Ora, per Giacomo I la trattativa matrimoniale con la corte spagnola prende un altro aspetto: “non è
solo la panacea per le finanze inglesi, ma anche il modo per ottenere la restaurazione del principato
del genero Federico V” (A. Thrush).

Il Parlamento del 1624

All’inizio del 1623 le trattative per il matrimonio di Carlo con l’infanta Maria Anna erano ormai
avanzate, sotto le nuove aspettative e condizioni, e Carlo, accompagnato da Buckingham, si recò a
Madrid (marzo). Accettò la condizione di crescere i propri figli nella fede cattolica e di convincere
suo padre a sospendere le leggi penali contro i ricusanti cattolici. Ma alla corte spagnola non
bastava. L’ulteriore richiesta, per la restaurazione del Palatinato, fu che Federico V accettasse di far
sposare il proprio figlio maggiore con una figlia dell’Imperatore Ferdinando e lo mandasse a Vienna
per essere educato alla fede cattolica. Le condizioni ormai erano inaccettabili e Carlo comprese che
la Spagna non aveva alcuna intenzione di restaurare il Palatinato. Ritornati a Londra, Carlo e
Buckingham chiesero a Giacomo I di rompere le trattative con la Spagna e di convocare il
Parlamento, poiché ormai il Palatinato poteva essere riconquistato solo con la forza.
10
Protestation del 18 dicembre 1621.
6
Il Parlamento aprì le sue sedute nel febbraio del 1624. Carlo e Buckingham informarono le due
camere della inaffidabilità della Spagna e delle condizioni inaccettabili da essa poste. I parlamentari
furono ovviamente d’accordo con la rottura. Ma Giacomo I era riluttante ad intraprendere una
guerra con la Spagna senza la sicurezza di un finanziamento da parte del Parlamento. E richiese
finanziamenti per circa mezzo milione di sterline, cifra del tutto in linea con le esigenze di una
guerra. Equivalevano a sei “sussidi”11 e venti “quindicesimi”. Ma trovò molti parlamentari
indisponibili a votare per una cifra così alta. Gli vennero concessi tre sussidi e tre quindicesimi e
l’assicurazione che questa sarebbe stata solo la prima concessione perché appena fosse entrato in
guerra “noi, i vostri leali e amorevoli sudditi, non mancheremo mai di assistere la Vostra Maestà,
nel modo che spetta al Parlamento”.
“Giacomo accettò che il denaro raccolto fosse pagato a dei tesorieri nominati dalla Camera dei
Comuni, per evitare il sospetto che venisse dirottato nelle tasche di avidi cortigiani” (A. Thrush).
Nel frattempo ci furono alcune manovre ed intrighi a corte. Il lord tesoriere Lionel Cranfield conte
di Middlesex, filospagnolo, sostenuto dal conte di Arundel , tramò contro Buckingham, ma venne
sconfitto e sostituito da quest’ultimo nella sua carica.
Il Parlamento approvò i tre sussidi, ma anche parecchia altra legislazione, incluso un decreto
finalizzato a bloccare ulteriori concessioni di monopoli. Giacomo chiarì al Parlamento che la
situazione finanziaria richiedeva ancora attenzioni, ma dopo la sessione del 29 maggio non ci
furono più riunioni. Il Parlamento venne sciolto il 27 Marzo del 1625, per la morte del re.

La fine delle trattative con la Spagna e l’inizio di una politica ad essa ostile portavano
inevitabilmente la politica estera inglese a riprendere i contatti con la Francia.

Già prima della sessione estiva del Parlamento (29 maggio 1624) erano iniziati i preparativi per la
guerra contro la Spagna. In aprile Giacomo si era assicurato i servizi dell’abile comandante
mercenario tedesco conte Ernst von Mansfeld, e poco dopo fu raggiunto un accordo con Luigi XIII,
che – mentre proponeva il matrimonio fra sua sorella Enrichetta Maria e Carlo – prometteva di
contribuire alla guerra con un corpo di cavalleria di tremila armati e di pagare per almeno sei mesi
metà delle spese per l’esercito di Mansfeld.
Ma tra i due sovrani ci furono divergenze sulla condotta della guerra. Luigi XIII avrebbe voluto
indirizzare le forze verso le Province Unite, dove gli Spagnoli tenevano Breda sotto assedio, mentre
Giacomo I voleva che le azioni di guerra si limitassero al solo Palatinato (dove le forze spagnole
agivano per conto del Sacro Romano Impero, evitando così uno scontro troppo diretto con la

11
Un “sussidio” equivaleva circa a 80.000 sterline (così nella voce di Wikipedia “History of the English
fiscal system”,che ci dice che nel Cinquecento un sussidio ammontava a 100.000 sterline e nel secolo
successivo calò ad 80.000, e così si ricava da una pagina successiva del sito, dove è detto che 243.000
sterline equivalevano circa a tre sussidi. Se è così, allora i “quindicesimi” equivalevano a importi molto
minori. Ma nelle pagine dedicate al successivo Parlamento del 1625 trovo che i due sussidi allora votati
assommavano a 140.000 sterline).
7
Spagna). Ne seguirono divieti reciproci e tensioni fa i due alleati, che ebbero come esito il
fallimento dell’operazione (gennaio 1625).

Il Parlamento del 1625

Appena salito al trono, Carlo I si risolse a convocare un nuovo Parlamento. Carlo, in pieno accordo
con Buckingham, non era restio come suo padre all’idea di uno scontro aperto con la Spagna, e,
nonostante il fallimento della spedizione di Mansfeld, era ansioso, di organizzare una spedizione
terrestre e marittima diretta contro la Spagna. Ma il finanziamento fornito dal Parlamento del 1624
era stato in grandissima parte consumato e occorreva una nuova iniezione di denaro.
All’apertura del Parlamento del ’25 (17 maggio), Carlo fece appello ai Comuni, perché onorassero
la promessa fatta a Giacomo I sulla prosecuzione della guerra “che – disse – è stata intrapresa su
vostro consiglio e richiesta”. Ma molti dei rappresentanti erano poco disposti al finanziamento,
ritenendo che il denaro destinato alla fase appena trascorsa della guerra fosse stato sprecato.
Inoltre, l’arrivo a corte della Regina Enrichetta Maria, che Carlo aveva sposato per procura, col
clero cattolico al suo seguito, ed il fondato sospetto che Carlo si preparasse a fare delle concessioni
ai cattolici inglesi, come parte del contratto di matrimonio, accrebbero le tensioni esistenti, che si
stavano complicando anche su altri aspetti della politica ecclesiastica.
Il Parlamento votò solo due sussidi, cifra del tutto insufficiente per il finanziamento della guerra.
Inoltre qui si inserì un ulteriore confitto su motivi fiscali. Il 5 luglio il Parlamento offrì, come
tradizione, al re il diritto di raccogliere i proventi doganali sulle importazioni ed esportazioni
(tonnage and poundage), ma solo per un anno, anziché a vita, come invece era costume fin dal XV
secolo Più che di un rifiuto deliberato, si trattava dell’effetto di un processo in corso di revisione del
sistema dei dazi, ma era evidente la riluttanza a concedere al re un gettito permanente 12. Carlo fu
inoltre costretto a promettere al Parlamento di non attenuare le norme contro i ricusanti cattolici13.
Negli anni seguenti Carlo continuerà a riscuotere i dazi, ma la questione sarà oggetto di polemiche e
rivendicazioni nelle successive convocazioni del Parlamento (1628, 1640)14.

12
Ma nel sito di un corso di storia dell’università del Wisconsin (curato da J. P. Sommerville, autore di un
saggio su “Politics and Ideology in England, 1603-1640”) trovo detto, in modo plausibile: “i parlamentari
speravano che l’uso di rinnovare annualmente i diritti di tonnage and poundage potesse valere come
strumento di trattativa per finirla con le imposte arbitrarie”)
13
Pauline Gregg, King Charles I, California University Press, 1984, pag. 129 – 130.
14
Nel corso del Parlamento del 1628-29 ci furono molte lamentele contro il perdurante prelievo da parte del
re del “tonnage and poundage”, prassi che ora i parlamentari ritenevano contraria a quanto dichiarato nella
Petition of Rights. “molti mercanti, incoraggiati dalla rimostranza del Parlamento, rifiutarono di pagare.
Alcuni di loro vennero portati di fronte al Consiglio Privato ed imprigionati … mentre i loro vini e mercanzie
erano stati sequestrati … causando tumulti nelle sedi della dogana” La contesa fu aggravata dall’arresto di
John Rolle, membro del Parlamento che aveva incoraggiato i mercanti a non pagare, dando l’esempio
(Pauline Gregg, cit, pag. 183). La situazione si aggravò con la riunione del Parlamento del 2 marzo 1629 e
con una risoluzione che riguardava il “tonnage and poundage”, in essa “non solo i Comuni incoraggiavano i
mercanti a non pagare la dogana, ma bollavano chi pagava come nemico del Regno e traditore delle libertà
8
Il Parlamento del 1625 si chiuse con duri attacchi nei confronti di William Montagu, un
ecclesiastico di orientamento “arminiano”, che Carlo I aveva scelto come proprio cappellano e
successivamente sarà nominato vescovo di Chichester, e soprattutto nei confronti di Buckingham.
C’era anche in pendenza la questione di La Rochelle.

Ma ora queste cose ce le facciamo raccontare da A. Thrush, che passo a tradurre direttamente, e
così chiudiamo.

Il Parlamento del 1626


(convocazione 26 dic. 1625; sessioni: dal 6 febbraio 1626 al 15 giugno 1626)

Nonostante il rifiuto da parte del Parlamento del 1625 di votare più di due sussidi, Carlo e
Buckingham procedevano con i loro preparativi di guerra, ora che avevano a disposizione 120.000
sterline della dote pagata dal regno di Francia per Enrichetta Maria 15. Nell’ottobre 1625 10.000
soldati inglesi, guidati dal veterano Sir Edward Cecil e accompagnati da una flotta anglo-olandese
sbarcarono nel porto spagnolo di Cadice, ma, sebbene la città fosse ampiamente sguarnita, Cecil
non fu capace di sfruttare l’effetto sorpresa e mentre avvenivano le operazioni di sbarco Cadice fu
rinforzata. Durante il viaggio di ritorno, le truppe di Cecil, che avevano fallito anche nel tentativo di
catturare la flotta spagnola del tesoro, furono messe in serie difficoltà dalle tempeste invernali, e
soldati e marinai furono costretti a mangiare vivande avariate, col risultato di parecchie morti. Nello
stesso tempo, nella Manica, le navi mercantili inglesi continuavano a venire predate non solo da
corsari nordafricani, ma anche da quelli operanti nei porti fiamminghi (controllati dalla Spagna) di
Dunkirk (Dunkerque) e Nieuwpoort.
Già da prima che la flotta di Cecil partisse per la Spagna, Carlo progettava un nuovo incontro col
Parlamento. Convinto che gli attacchi che Buckingham aveva subito alla conclusione del precedente
Parlamento fossero l’azione di un manipolo di malcontenti, egli fece precettare i parlamentari
implicati in ciò con incarichi di sceriffi e giudici di pace, incompatibili con la carica parlamentare,
credendo con ciò di trovarsi un nuovo Parlamento più docile. Ma il palese espediente ebbe l’effetto
opposto, e accrebbe maggiormente la rabbia della Camera dei Comuni, già esasperata per
l’umiliante fallimento della spedizione di Cadice e per la devastazione dei commerci dovuta alla
perdita di molte unità di marina mercantile. La loro ira fu accresciuta dal fatto che, durante l’estate,
una squadra navale inglese prestata a Luigi XIII aveva aiutato a distruggere una flotta allestita dagli
Ugonotti francesi di La Rochelle. Carlo e Buckingham avevano inteso che le navi inglesi avrebbero

d’Inghilterra” (Gregg, cit. pag. 184). E qui di nuovo si mescolarono alle rivendicazioni fiscali le accuse
contro gli “arminiani” e contro Montague (Gregg cit).
15
“Carlo e Buckingham speravano che le loro azioni avrebbero parlato più forte delle loro parole” (M.
Ashley, England in the Seventeenth Century, Penguin Books, 1968, pag. 59).
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assistito i francesi nel blocco del porto di Genova, controllato dagli spagnoli, ma ora, agli occhi del
mondo appariva che avevano aiutato a sconfiggere i loro correligionari protestanti16.
A peggiorare le cose le credenziali protestanti di Carlo e di Buckingham vennero fortemente
danneggiate dal favore mostrato ad alcuni uomini di chiesa anti-calvinisti, che molti calvinisti
consideravano poco meglio dei papisti. Prima della metà degli anni Venti, gli anticalvinisti
(chiamati “arminiani” dai loro nemici, dal nome del teologo olandese Arminio, le cui vedute in
realtà non condividevano) avevano esercitato poca influenza a corte, ma dopo la successione di
Carlo I la situazione cambiò. Nel 1625 il re protesse dalla collera dei Comuni il rettore dell’Essex
Richard Montagu, nei cui scritti pubblicati i calvinisti della corrente moderata erano equiparati agli
zeloti puritani, nominandolo proprio cappellano. Nel febbraio del 1626, poco prima che il
Parlamento si riunisse, Buckingham (la cui madre era cattolica) aveva rifiutato ostentatamente di
censurare gli arminiani in occasione di una conferenza tenutasi nella sua dimora londinese (York
House) con lo scopo di appianare le divisioni dottrinali nella chiesa, e al contrario aveva iniziato ad
intrattenere relazioni amichevoli con i più importanti ecclesiastici arminiani, come Matthew Wren,
William Laud e Richard Neile. Questi ultimi lo appoggiarono, l’anno dopo, nell’elezione a
cancelliere dell’Università di Cambridge.
Quando, in febbraio, si riunì il Parlamento del 1626, era ormai chiaro che molto membri della
Camera dei Comuni consideravano Buckingham sospetto in materia religiosa e responsabile del
fallimento della spedizione di Cadice17. Incoraggiati dal lord ciambellano conte di Pembroke e

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Riporto una versione diversa che ho trovato, che sembra riferirsi a fasi precedenti dell’affare. L’inizio
dell’impegno con la Francia sul problema degli Ugonotti a La Rochelle era stato uno dei fastidi legati al
matrimonio di Carlo I. L’enclave ugonotta di La Rochelle si era rivoltata contro la politica di Luigi XIII e di
Richelieu alla fine del 1624 “e all’inizio dell’anno successivo Richelieu aveva fatto a Giacomo I la richiesta
di alcune navi, che non sarebbero state usate direttamente contro gli Ugonotti, ma solo per prevenire, con la
loro sola presenza, ulteriori ribellioni. Giacomo I non era sordo agli appelli finalizzati a sostenere l’autorità e,
inoltre, in quel momento, si sarebbe potuto difficilmente permettere di offendere la Francia. La concessione
di poche navi non lo poteva preoccupare troppo. Costò di più a Carlo accettare la rassicurazione, da parte di
Richelieu, che contro gli Ugonotti sarebbe bastato un dispiegamento di forze intimidatorio. In ogni modo, il
9 giugno del ’25 una squadra di otto navi inglesi al comando di John Pennington fece vela verso la Francia”
per porsi al servizio di Luigi XIII (P. Gregg, op. cit, pag. 124).
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Ricordiamo che Buckingham aveva, dal 1623, il titolo di Lord Ammiraglio. Riporto un passo da P. Gregg,
dove le accuse sono meglio dettagliate: “La questione della responsabilità divenne, in effetti, più urgente,
mano a mano che la situazione si deteriorava, in Inghilterra e all’estero. La concessione delle navi alla
Francia e le rivolte che erano seguite all’arruolamento per la flotta erano note a tutti, gli scontri fra mercanti
inglesi e francesi stavano danneggiando i commerci, la minaccia dei pirati sulle coste si acutizzava, e
giungevano a, Parlamento rapporti quotidiani in proposito. Isterismo e realtà si combinavano nel
cristallizzare l’odio nei confronti di Buckingham. Un osservatore univa “la trascuratezza nella difesa delle
coste” con “lo sperpero del tesoro pubblico” come principali lamentele della Camera dei Comuni e ne dava
la responsabilità all’uomo che era allo stesso tempo Lord Ammiraglio e principale consigliere del re. Tutti i
rappresentanti alla Camera dei Comuni sapevano di Buckingham: del suo cumulo di cariche,
dell’arricchimento e dell’avanzamento della sua famiglia, del suo controllo di uffici e promozioni, dei suoi
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dall’arcivescovo antiarminiano di Canterbury, George Abbot, che erano stati entrambi oppositori
dell’alleanza con la Francia cattolica, iniziarono a formulare una serie di accuse contro il favorito
del re, allo scopo di estrometterlo dalle sue cariche. Di fronte a tale assalto, Carlo avrebbe potuto
sciogliere immediatamente il Parlamento, come in effetti farà in Agosto, ma era di nuovo così
disperatamente a corto di denaro che era impossibile pensare ad una nuova spedizione contro la
Spagna senza che il Parlamento fornisse nuove risorse. Perciò fu costretto a tenere aperto il
Parlamento, che ormai era dominato dal tentativo di impeachment contro Buckingham.

Qui riprendo a riassumere.


In breve, il Parlamento promise di votare tre sussidi, ma a patto dell’impeachment di Buckingham.
Il re non era disposto a cedere e il Parlamento fu sciolto per l’ennesima volta.

Carlo e Buckingham si ostinarono a cercare il denaro per proseguire la guerra contro la Spagna. ma
una successiva spedizione, in ottobre, guidata da Lord Willoughby, era così mal equipaggiata che
non tutte le navi poterono partire, e quelle che lo fecero furono costrette alla ritirata dalle tempeste.
A Settembre, inoltre, arrivò la notizia della sconfitta, nella battaglia di Lutter, ad opera delle forze
imperiali, del re danese Cristiano IV, zio di Carlo. Ciò eliminava ogni prospettiva di immediata
restaurazione del Palatinato.
Alla corona inglese necessitava denaro per un intervento in appoggio della Danimarca. Carlo I
stavolta non volle convocare il Parlamento e decise, dopo aver convocato i propri consiglieri, di
indire un prestito forzoso. In termini strettamente finanziari si trattò di un discreto successo, poiché
vennero raccolte 243.000 sterline, più di quanto il Parlamento appena sciolto era disposto a
concedere in cambio dell’impeachment di Buckingham.
Ma crebbe l’impopolarità del sovrano e della sua politica fiscale. In molte regioni i più influenti
esponenti della gentry – alcuni dei quali avevano fatto parte del Parlamento – semplicemente
rifiutarono di pagare o di collaborare alla raccolta del prestito. Alcuni di loro, di conseguenza,
vennero arrestati. Quando cinque di essi cercarono di ricorrere rifacendosi alla tradizione
dell’habeas cospus, i giudici non prestarono loro ascolto, dopo essere stati informati del Consiglio
Privato che l’ordine di arresto era stato emanato dal re.
È il famoso caso dei “cinque cavalieri”, che fu tra i più noti motivi della protesta del Parlamento
codificata nella Petizione dei diritti.

monopoli, della sua ricchezza. Tutto era sospetto. E così pure la sua religione. Era il patrono di Laud, aveva
sostenuto Montagu, sua moglie, sebbene apparentemente convertita, era di famiglia cattolica, sua madre
aveva adottato la fede cattolica, lui stesso era conosciuto per aver flirtato col cattolicesimo, e la sua condotta
in Spagna era condannata” (P. Gregg, op. cit. pag. 131-2).
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Sebbene il prestito forzoso fosse stato raccolto in relazione alla crisi danese, gran parte del denaro
fu spesa in altre incombenze.
Nell’inverno 1626/7 le relazioni anglo/francesi, già precarie dai tempi della spedizione di Mansfeld,
collassarono.
Spinto dal bisogno di placare il risentimento anti-cattolico, Carlo aveva espulso dal paese il seguito
cattolico di Enrichetta Maria, suscitando l’ira di Luigi XIII. In Settembre erano state fermate tre
navi francesi sospettate di trasportare merci di contrabbando dalla Spagna, dando inizio ad una serie
di rappresaglie, come il sequestro, a Bordeaux, dell’intera flotta inglese addetta al commercio del
vino.
A peggiorare le cose, sempre nel 1626, Luigi XIII preparò un attacco a La Rochelle, i cui abitanti si
appellarono al re d’Inghilterra. All’inizio del 1627 Carlo e Buckingham erano pronti a fare guerra
non più alla Spagna, ma all’ex alleata Francia. A giugno, una flotta al comando di Buckingham fece
vela verso La Rochelle. Riuscì a sbarcare nella vicina isola di Ré, ma ne venne scacciata dai
Francesi ad ottobre, lasciando La Rochelle in stato d’assedio.
A questo punto, se la spedizione doveva riprendere e proseguire era necessario un nuovo
finanziamento.
Il riluttante Carlo si decise a convocare un nuovo Parlamento. Tra le altre cose si illudeva che con la
riconciliazione di Buckingham con il duca di Pembroke, che era stato il suo principale avversario
nel Parlamento precedente, le relazioni potessero essere alleggerite. Ma il prestito forzoso, gli
arresti arbitrari e altri eventi degli ultimi anni avevano prodotto un logoramento ormai irreversibile
soprattutto dei rapporti con la Camera dei Comuni.
Il resto (Parlamento del 1628) lo sappiamo.

FINE

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