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Aristotele: il motore immobile e Dio

Aristotele dimostra l’esistenza di un motore immobile, poi gli attribuisce le caratteristiche della
Divinità.
La difficoltà che puoi aver trovato nello studiare questo argomento probabilmente consiste nel mettere
in ordine queste argomentazioni.
Qui non è necessario ricordare come Aristotele dimostra l’esistenza di un “primo” motore.
Da questa dimostrazione nascono due problemi fondamentali: 1) se sia uno o siano molti, 2) quali
siano le sue caratteristiche.

Sul problema “uno o molti” la questione deriva dal fatto che Aristotele definisce il motore immobile
come causa del moto dell’ultima (ossia della più ampia) sfera celeste. Ma le sfere celesti sono, secondo
il suo sistema di calcolo, 55. E ciascuna di esse si muove di moto circolare. Perciò sembra che occorra
un motore per ciascuna.
Per Aristotele, una volta definito come Dio il motore immobile, non c’era grande difficoltà a parlare di
una pluralità di déi, poiché egli viveva nel contesto del politeismo, e tale nozione non aveva per lui
nulla di scandaloso.
D’altro canto la sua filosofia esprimeva, come tutte le filosofie, una forte esigenza di interpretazione
unitaria della realtà, e per questo motivo egli esprime quello che Reale chiama un “monoteismo
esigenziale”. Lo esprime quando dice che, sebbene i motori immobili siano molti (55), è bene pensare
che il primo di essi sia anche quello “supremo”, in modo da garantire che tutti i movimenti siano
coordinati.

Passiamo ora al problema più generale della Divinità e a dire in che senso il Motore Immobile è una (o
la) divinità.
Nelle seguenti righe parliamo al singolare, ma occorre tener presente quanto detto sopra sulla pluralità.
Aristotele anzitutto dimostra l’esistenza del Motore Immobile come causa prima del divenire (ossia del
mutamento, del movimento).
Passa a qualificarlo come divinità nel momento nel quale cerca di definirne la “vita interna”.
Nella dimostrazione ha detto, infatti, che è atto puro, che è “sempre in atto”. E si chiede: “atto di che
cosa”? Ossia: poiché atto significa attività, qual è l’azione che compie il Motore Immobile? Attività è
sempre una forma di vita. Aristotele afferma che quell’attività che si può compiere senza mutamento è
l’attività del pensiero e della conoscenza. Perciò egli attribuisce al Motore Immobile la caratteristica di
essere mente che pensa.
La perfezione che ad esso spetta è la perfezione del pensiero.
In che cosa consiste il suo essere “Dio”? nel fatto che gli spettano perfezione, compiutezza, eternità,
immutabilità, eccellenza, felicità. Questo basta ad Aristotele per definire il Motore Immobile come
Dio.
Il concetto aristotelico di Dio è stato poi ripreso dalla filosofie medioevali, riletto in chiave
monoteistica e inserito per interpretare i dogmi religiosi nella teologia di diversi pensatori musulmani e
cristiani.

Quali aspetti di tale concezione si prestavano a tale interpretazione?


Secondo Enrico Berti “la teologia aristotelica, pur non giungendo ancora alla ricchezza ed alla
profondità della teologia delle grandi religioni, si configura come il loro necessario fondamento
razionale, cioè come la condizione che le rende accettabili dal punto di vista filosofico. Il Dio della
Bibbia, infatti, per essere creatore e provvidente, deve essere innanzitutto trascendente e personale,
cioè diverso dal mondo ed insieme dotato di intelletto e volontà”1.

Nonostante ciò, sono evidenti le differenze.


Anzitutto, nelle teologie monoteiste Dio è inteso come il creatore: da lui dipende l’esistenza di tutte le
cose.
Questo concetto non si trova nella teologia di Aristotele.
Per Aristotele il Motore Immobile non è la causa dell’esistenza delle cose, ma solo del loro divenire, e
del loro ordine.
Dio, per Aristotele, è superiore a tutte le altre cose. Perché il suo essere è il più perfetto, il più
compiuto (non manca di nulla, non ha nulla da attuare, da realizzare, essendo sempre tutto in atto).
Ma questa sua superiorità non consiste in un essere di diverso livello, più originario, rispetto a quello
delle altre cose.
Nelle teologie monoteistiche, invece, viene affermato che Dio non deriva il proprio essere da
null’altro, mentre tutte le altre cose (il mondo) sono perché hanno ricevuto l’essere da Dio.

Abbagnano:
“Per Aristotele Dio è il creatore dell' ordine del mondo ma non dell’essere del mondo stesso. La
struttura sostanziale dell’universo è, per Aristotele come per Platone, al di là dei limiti della creazione
divina: essa è insuscettibile di principio e di fine. E infatti solo la cosa individuale, composta di
materia e forma, ha nascita e morte, secondo Aristotele; mentre la sostanza che è forma o ragion
d’essere o quella che è materia non nasce né perisce (VIII, 1, 1042 a, 30). Dio stesso partecipa di
questa eternità della sostanza giacché egli è sostanza (XII, 7, 1073 a, 3) e sostanza nello stesso senso in
cui sono tali le altre sostanze (Et. Nic., 1, 6, 1096 a, 24). La superiorità di Dio consiste solo nella
perfezione della sua vita, non nella sua realtà o nel suo essere giacché, dice Aristotele, « nessuna
sostanza è più o meno sostanza di un’altra » (Cat., V, 2 b, 25)”

Eternità di Dio e dell’universo fisico

L’argomentazione di Aristotele per dimostrare l’esistenza del motore immobile parte dal dimostrare
l’eternità del tempo e del movimento. Perciò non c’è nulla di strano nel fatto che si chiuda

1
Profilo di Aristotele, pag. 238.
riconfermando che da sempre Dio muove l’universo e che perciò non si può pensare ad un inizio e ad
una fine di tale movimento e dell’ordine delle cose che con tale movimento si identifica. Si può dire
che la conclusione dell’argomentazione riconferma ciò che era stato sostenuto già dall’inizio.
Però nel corso dell’argomentazione vengono chiariti e precisati dei contenuti importanti.
La fama a l’importanza che la filosofia di Aristotele ebbero in età medioevale e rinascimentale fecero
sì che questa argomentazione suscitasse discussioni e polemiche. Perché negava il concetto di
creazione del mondo e appariva incompatibile con alcuni contenuti fondamentali della religione
cristiana.

Nessuna delle filosofie antiche parla di creazione del mondo. Tutte fanno riferimento ad un
ordine permanente.

Anzitutto occorre ricordare che nessuna delle filosofie antiche ha sostenuto il concetto di creazione del
mondo. Tra i filosofi antichi solo Platone, nel Timeo, parla della nascita del mondo fisico attribuendola
ad una divinità, che agisce con un atto di volontà allo scopo del bene.
Ma la divinità di cui parla Platone (il Demiurgo, ossia il Grande Artigiano), non è un creatore e non è il
principio primo delle cose. Il Demiurgo di cui parla Platone ha plasmato la materia (che preesisteva al
suo atto) prendendo a modello le idee (anch’esse preesistenti ed eterne). Il Demiurgo quindi non è
creatore ma ordinatore del mondo fisico, perché il passaggio di cui parla Platone è dalla materia
informe alla materia formata, non dal nulla all’essere.
Ma anche tale passaggio non si può davvero pensare che sia avvenuto in un certo momento. Platone
sostiene che il racconto che egli fa è solo un espediente per rendere in qualche modo comprensibile
una struttura eterna dell’essere. Poiché il mondo sensibile, secondo la sua filosofia, è una via di mezzo
tra essere e non essere, anche il discorso che lo riguarda dovrà essere una via di mezzo tra sapere ed
ignoranza: è un mito, un discorso allusivo, che non può essere preso alla lettera.

Chiarita l’apparente eccezione di Platone è evidente che nelle filosofie antiche l’essere e l’ordine del
mondo sono eterni, poiché esse partivano dal principio (condiviso da tutte) di dover spiegare le
caratteristiche del mondo e dell’essere nelle sue strutture permanenti e quindi di spiegare ciò che
permane nel mutamento.
Un esempio tipico è l’enunciazione di Eraclito, nel frammento che abbiamo letto all’inizio dell’anno:

Quest’ordine universale, che per tutte le cose è il medesimo, non lo fece nessuno degli dei né
degli uomini, ma sempre era ed è e sarà, fuoco sempre vivente, che secondo misura si accende
e secondo misura si spegne. (DK30)

Anche Empedocle, il filosofo che più esplicitamente ha parlato di passaggio dal caos all’ordine,
afferma però che tale passaggio (come viceversa quello dall’ordine al caos) è avvenuto ed avverrà
infinite volte secondo un ciclo che è esso stesso ordinato e permanente.
La filosofia di Aristotele, in questo senso, non fa eccezione e rientra in pieno nello schema. È una delle
tante varianti di quello stesso schema.
La sua particolarità consiste nel fatto che Aristotele afferma che, siccome l’azione del motore
immobile è quella di muovere e perciò anche di “ordinare” il mondo e tale azione è incessante (non
può aver avuto inizio né avere fine, perché altrimenti dovremmo supporre che il motore immobile inizi
o finisca di muovere), non si può concepire un passaggio dal disordine all’ordine o viceversa.
In esplicita polemica con Empedocle, Aristotele afferma la stabilità della condizione di ordine e nega
la sua alternanza con quella di caos.
Ma, come abbiamo detto sopra, sia la concezione aristotelica sia quella empedoclea sono due varianti
della stessa idea di una struttura permanente dell’essere, che è condivisa da tutti i filosofi antichi.

La concezione aristotelica

Riassumiamo schematicamente la concezione di Aristotele.


Il movimento deve avere una causa prima, e questa è il Motore Immobile.
Per poter essere causa prima del mutamento, il Motore Immobile non dovrà essere mutabile, e perciò
sarà eternamente in atto. Ma se la sua è una eterna attività sarà eterno anche il movimento da essa
prodotto.
Se infatti tale movimento avesse un inizio dovremmo dire che il motore immobile ha iniziato a
muovere le cose, ossia che in esso c’è stato un mutamento. Ma ciò è impossibile.
Il presupposto di questa impossibilità è già nel fatto che Aristotele ha definito come esistente ab
aeterno (dall’eternità) e per l’eternità il movimento, ma viene rinforzato dalla argomentazione della
immutabilità, eternità e perfezione del motore immobile.
Possiamo dire che al Motore Immobile e al Mondo spetta l’eternità, anche se intesa in due modi
diversi. Per il Mondo e il suo ordine si tratta di una infinita durata (infinita estensione nel tempo, senza
inizio né fine), per il Motore Immobile si tratta della immutabilità e quindi del non essere soggetto al
tempo.