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VERDI E GARIBALDI: I DUE BARBUTI DEL RISORGIMENTO

L’Eroe dei Due mondi e il Musicista della Nuova Patria sono i simboli barbuti del Risorgimento che
hanno lasciato un segno indelebile nella vita della Patria.

 L’Eroe dei Due Mondi


Giuseppe Garibaldi nasce a Nizza il 4 luglio 1807. Sin da bambino era attratto dalla passione per il
mare. Comandava una nave propria quando, nel 1833, sul Mar Nero, venne informato da Giovanni
Battista Cuneo di Oneglia dell’azione politica mazziniana e fu “iniziato ai sublimi misteri della
patria” e decise di inscriversi alla Giovine Italia. Si imbarcò come semplice marinaio per collaborare
alla rivolta che avrebbe dovuto facilitare la spedizione mazziniana in Savoia ma, fallito il moto del
1834, fu costretto a fuggire. Riparato a Marsiglia vi apprese la sua condanna a morte (3 giugno). Si
imbarcò allora per il Mar Nero; poi si arruolò nella flottiglia del bey di Tunisi. Ritornato alla metà
del 1835 a Marsiglia, vi ottenne il comando in seconda di un brigantino diretto a Rio de Janeiro,
dove giunse fra il dicembre 1835 e il gennaio 1836. A Rio de Janeiro partecipò con altri italiani esuli
alle riunioni della Giovine Italia. In seguito accettò di far guerra di corsa a favore dello stato di Rio
Grande do Sul ribellatosi al governo brasiliano, e ne comandò poi la flotta da guerra. Al principio del
1842, costretto a riparare a Montevideo, portò con sé Anita, già compagna di vita e d'ideali, che
divenne sua sposa. Ma subito riprese a combattere a favore di Fructuoso Rivera contro Oribe,
sostenuto dal dittatore argentino de Rosas. Al comando di una flottiglia fu costretto dalla flotta
argentina, a cercar scampo a terra. Garibaldi ebbe il comando di una nuova flottiglia e, organizzata
una legione italiana, risalì il Plata; l'8 febbraio 1846 si segnalava brillantemente a Sant’Antonio del
Salto. Nel settembre 1846 gli giunse dall'Italia la notizia della rivoluzione di Palermo, che lo
persuase a imbarcarsi, il 12 aprile 1848, con parte della legione. A Gibilterra, apprendendo che il re
di Sardegna si preparava a intervenire contro l'Austria, decise di approdare a Nizza, dove, con
sorpresa dei suoi compagni mazziniani, dichiarò "di non essere repubblicano, ma italiano". Nel corso
della prima guerra d'indipendenza al comando di un gruppo di volontari si batté a Luino e
conquistò Varese, che poco dopo dovette abbandonare; resistette a Morazzone e poi, premuto dalle
soverchianti forze austriache, riparò in Svizzera. Tornato a Nizza, il 24 ottobre ne ripartì con alcune
centinaia di volontari per la Sicilia, inviato da Paolo Fabrizi; ma, fermatosi in Toscana, offrì alla
Repubblica Romana la sua spada; tenuto dapprima in disparte, a Macerata, che lo nominò deputato
alla Costituente, e poi a Rieti, fu chiamato a Roma per l'ultima difesa contro i Francesi. Dopo il
sanguinoso scontro del 30 aprile 1849 seguirono la breve campagna contro l'esercito napoletano,
interrotta per volere di Mazzini, e l'assedio si concluse con la caduta della
Repubblica. Garibaldi sfuggì all'accerchiamento e riparò a S. Marino , dove tentò di
raggiungere Venezia ancora libera. Ma attaccato da navi austriache sbarcò sulla costa di
Magnavacca, e, nel tragico inseguimento, vide morire la moglie Anita. Attraverso Romagna e
Toscana riuscì a raggiungere il territorio piemontese, dal quale accettò l'espulsione. Cominciava il
suo secondo esilio. Ospite prima del console piemontese di Tangeri, poi operaio in una fabbrica di
candele a New York, riprese finalmente a navigare nell'America Centrale, e tra il Perù, la Cina,
l'Australia. Conquistato dalla politica realistica del governo sardo, nel 1854 tornò in Europa e, in
seguito a un colloquio segreto con Cavour, pubblicamente di voler mettere a base dell'unità italiana
la monarchia, aderendo alla Società Nazionale. Il 2 marzo 1859 s'incontrò con Cavour per accordarsi
sull'organizzazione dei volontari; e in quell'occasione conobbe Vittorio Emanuele. Al comando dei
cacciatori delle Alpi, vinse il generale Urban sotto Varese e a S. Fermo; protesse i fianchi dei
Franco-Piemontesi ed entrò trionfalmente in Brescia. Gli avvenimenti che seguirono alla pace di
Villafranca raffreddarono i suoi rapporti con il governo sardo. Comandante in seconda delle truppe
della lega militare formatasi fra Toscana, Romagna, Parma e Modena, passò nelle Marche per
estendere il movimento rivoluzionario, ma, richiamato dallo stesso Vittorio Emanuele, depose il
comando, ritirandosi a Caprera, dopo aver lanciato a Genova un manifesto agli Italiani di violenta
critica alla politica piemontese. Giuntagli nell'aprile del 1860 notizia della rivolta scoppiata a
Palermo, col consenso almeno tacito del governo si pose a capo della missione nota come spedizione
dei Mille, che partì da Quarto nella notte dal 5 al 6 maggio 1860. Tappe dell'impresa furono: lo
sbarco a Marsala (11 maggio), la battaglia di Calatafimi (15 maggio), la presa di Palermo (27
maggio), la battaglia di Milazzo (20 luglio), il passaggio dello Stretto di Messina (19 agosto), la
trionfale marcia attraverso la Calabria, l'ingresso in Napoli (7 settembre), la decisiva battaglia
del Volturno(1-2 ottobre), l'incontro col re a Teano (26 ottobre). Il 7 novembre entrò con Vittorio
Emanuele a Napoli; sacrificando ogni ambizione alla soluzione sabauda, il giorno seguente gli
consegnò i risultati del plebiscito e il 9 ripartì per Caprera, rifiutando la nomina a generale e le
ricompense concessegli. L'impresa che univa il Mezzogiorno al Piemonte per formare di lì a poco il
Regno d'Italia, apparve subito come l'azione politicamente risolutiva del processo risorgimentale;
anche dal punto di vista tecnicamente militare, sia nello stratagemma della marcia avvolgente su
Palermo, sia nella dislocazione e nella manovra delle forze al Volturno. Garibaldi rivelò le sue
grandi qualità di comandante, esaltate dall'ascendente che esercitava sui suoi uomini. Intanto la
morte di Cavour parve allontanare il giorno del compimento dell'unità italiana. Le forze
rivoluzionarie guardavano di nuovo a Garibaldi come all'uomo che sapeva osare,
mentre Rattazzi cercava di ripetere la politica svolta con tanto successo da Cavour nel 1860. Dopo
un vano tentativo di invasione del Trentino, Garibaldi si recò a Palermo, lanciò un proclama contro
la Francia, e al grido di "Roma o morte" marciò verso Roma; nell'Aspromonte fu ferito e fatto
prigioniero da soldati italiani. Nel marzo 1864 lasciò Caprera per Londra, dove ebbe incontri con
Mazzini e con Herzen, oltre che col Palmerston, e misurò la propria straordinaria popolarità.
Scoppiata la terza guerra d'indipendenza nel 1866, accettò il comando dei volontari; entrò con essi
nel Trentino e li condusse alla vittoria. Dopo l'annessione del Veneto, Garibaldi sentì ancor più
urgente la conquista di Roma. Fermato a Sinalunga da soldati italiani mentre organizzava una
spedizione contro Roma, fu ricondotto a Caprera, ma, sfuggendo alla sorveglianza della flotta
italiana, ritornò sul continente e il 23 ottobre passò il confine con i volontari accorsi all'impresa: a
Mentana le truppe francesi e pontificie lo costrinsero alla ritirata. Arrestato a Figline e condotto nella
fortezza del Varignano, il 25 novembre fu imbarcato, per Caprera, dove salpò solo per partecipare
alla difesa della Francia, ottenendo una vittoria a Digione. Negli ultimi anni della sua vita inclinò
sempre più a un socialismo di tipo umanitario e aderì all'Internazionale. In questo periodo aggiornò
le sue Memorie autobiografiche, cominciate a Tangeri tra il 1849 e il 1850, aggiungendovi una
redazione in versi sciolti, e scrisse tre romanzi: Clelia o il governo del monaco, Cantoni il
volontario, I mille, e compose versi in lingua italiana e francese. Garibaldi morì il 2 giugno 1882 a
Caprera. Le sue ultime parole, furono “Muoio col dolore di non vedere redente Trento e Trieste”.
 Il carattere
Garibaldi era una persona amabile e affascinante, di trasparente onestà, a cui si ubbidiva senza
esitazioni e per la quale si era anche disposti a morire. Il popolo lo sentiva come uno dei suoi, perché
egli era l’incarnazione comune. Piaceva anche a Vittorio Emanuele II, il quale ne apprezzava il
carattere schietto e leale e le doti di soldato. Era un tipo eccezionale e non conformista. Vestiva a
modo suo: durante tutte le battaglie del Risorgimento indossò una camicia rossa, pantaloni grigi,
poncho grigio, copricapo di feltro nero e fazzoletto di seta al collo; non agiva secondo le regole ma
secondo i suoi ideali; credeva in Dio ma diffidava nella Chiesa. Però sapeva anche obbedire con
umiltà, quando pensava che una causa più alta richiedesse il suo personale sacrificio. Amava la folla
ma sentiva spesso il bisogno di ritirarsi nella solitudine. Nel 1855 comprò un terreno a Caprera e vi
si rifugiò quando i suoi dissensi con il governo lo amareggiavano. Spese tutti i suoi soldi nel vano
tentativo di impiantarvi una fattoria redditizia.
 Garibaldi e Anita

Giuseppe e Anita si erano conosciuti a Laguna nel 1839 si narra che, dopo averla inquadrata con il
cannocchiale mentre si trovava a bordo dell'Itaparica, una volta raggiunta le disse in italiano «tu devi
essere mia». Anitasi era sposata il 30 agosto 1835 con un calzolaio molto più anziano di lei, che era
fuggito da Laguna tempo prima, ma la moglie non lo seguì. Nata nel 1821 a Merinhos, aveva 18 anni
al momento dell'incontro con Garibaldi. Garibaldi e Anita si sposarono il 26 marzo 1842, presso la
chiesa di San Francisco d'Assisi con rito religioso. È spesso raccontato il fatto che Anita, abile
cavallerizza, insegnò a cavalcare al marinaio italiano, fino ad allora del tutto inesperto di equitazione.
Giuseppe a sua volta la istruì ai rudimenti della vita militare. Cercò di far allontanare Anita e i figli
da sua madre, ma il giugno 1846 ottenne un parere contrario del ministro degli esteri di Carlo
Alberto, Solaro della Margarita. I legionari progettano di tornare in patria, e grazie alla raccolta
organizzata fra gli altri da Stefano Antonini, Anita, con i tre figli, e altri familiari dei legionari
partirono nel gennaio del 1848 su una nave diretta a Nizza, dove furono affidati per qualche tempo
alle cure della famiglia di Garibaldi. Scoppiati i moti italiani di indipendenza, fu autorizzato a
ritornare negli stati sardi con un gruppo di soldati. L'assemblea che si era costituita diede i poteri a
Garibaldi e Roselli: la sera del 2 luglio 1849, da piazza San Giovanni, con 4.700 uomini, partì deciso
a continuare la guerra, non più di posizione ma di movimento. Pochi giorni prima si era aggiunta
Anita che, incinta, decise di seguirlo per tutta la durata del viaggio. Dopo aver rifiutato l'offerta fatta
dall'ambasciatore degli Stati Uniti d'America, sulla strada di Tivoli affidò una parte dei soldati
a Gaetano Sacchi e un reggimento della cavalleria al colonnello Ignazio Bueno compagno del
Sudamerica, con lui il polacco Emilio Müller. Fece credere al nemico di dirigersi verso gli Abruzzi
mentre andava a nord, divise in piccoli gruppi la cavalleria che mandava in esplorazione facendo
pensare che potesse contare su un numero superiore di soldati.[191] Intanto atti criminali commessi dal
suo gruppo lo preoccupavano, e giunse a dover minacciare di morte chiunque commettesse furto e, il
5 luglio, a dover far giustiziare un ladro colto in flagrante.[192] A Terni l'8 luglio si aggiunsero altri
900 volontari guidati dal colonnello Hugh Forbes e rifornimenti. Fece circolare false voci sul suo
itinerario, mentre in realtà intendeva raggiungere Venezia, dove la Repubblica di San
Marco di Daniele Manin stava ancora resistendo all'assedio austriaco. I soldati davano però
continuamente segni di cedimento, Müller li tradì e Bueno fuggì con parte dei denari raccolti. Il
nizzardo non riusciva a sostenere il gruppo. Lungo la strada pernottarono due notti presso Todi: i
soldati alloggiati presso il convento dei Cappuccini; Garibaldi e Anita, incinta, ospiti invece a
Palazzaccio nella casa di Antonio Valentini, fervente Garibaldino. Il 30 luglio si ritrova a passare la
notte a Montecopiolo nella parte più alta del Montefeltro per proseguire la marcia attraverso sentieri
impervi e macchie fitte di vegetazione in direzione della Repubblica di San Marino, dove arriva con
circa 300 superstiti il 31 luglio per ricevere l'asilo concesso dalla Repubblica di San Marino.
Contemporaneamente Garibaldi con un ordine del giorno sciolse la compagnia. I coniugi erano
alloggiati presso Lorenzo Simoncini. Gli austriaci, guidati da d'Aspre, volevano che Garibaldi fosse
imbarcato a forza per gli Stati Uniti, ma lui fugge da San Marino di notte con circa 250 uomini al
seguito, mentre alcuni abbandonano. Continuano gli aiuti trovati per strada: vengono guidati
dall'operaio Nicola Zani con Anita sempre più febbricitante, fino a Cesenatico dove si imbarcano 13
bragozzi alla volta di Venezia, il 2 agosto. Arsi dalla sete a circa 80 km dall'obiettivo, all'altezza
della punta di Goro, vengono avvistati e attaccati da un brigantino austriaco, l'Oreste, che con
rinforzi li insegue catturando gli equipaggi di 8 bragozzi, più di 160 prigionieri che verranno condotti
a Pola. Garibaldi, con Anita in braccio, guada per circa 400 metrigiungendo infine sulla spiaggia,
saluta i rimasti fra cui il barnabita Ugo Bassi e Giovanni Livraghi e Angelo Brunetti e i due figli.
Garibaldi arriva a Magnavacca nelle Valli di Comacchio, con Anita agonizzante e Giovanni Battista
Culiolo . Aiutati dall'umile Battista Barillari riescono a dissetare la moglie dell'eroe. Il 4 agosto
ripartono e salgono sul biroccino guidato da Battista Manelli; arrivano alle Mandriole dove si
fermano alla fattoria Ravaglia con Anita che muore, nonostante gli sforzi del medico Nannini,
appositamente convocato. Garibaldi avrebbe voluto dare degna sepoltura alla moglie e trasportarla
alla vicina Ravenna, ma non vi era il tempo e fu scavata frettolosamente una buca nella sabbia della
pineta. Dopo pochi giorni, il 10 agosto Pasqua Dal Pozzo scoprì il cadavere che fu tumulato nel
cimitero di Mandriole. Le cause della morte di Anita furono a lungo discusse negli anni successivi,
anche per attaccare Garibaldi. Undici anni dopo, il 20 settembre 1859, Garibaldi con i figli Teresita e
Menotti tornerà a Ravenna per spostare i resti di Anita a Nizza, accanto a quelli di Rosa, madre
dell'eroe. Garibaldi e Leggero fuggono dapprima a Forlì; poi, il giorno 16, lasciano Forlì per
raggiungere il vicino confine del Granducato di Toscana: Si tratta della cosiddetta trafila di
Garibaldi. Sono aiutati, tra gli altri, da Ercole Saldini, dal sacerdote Giovanni Verità e dall'ingegnere
Enrico Sequi, a cui Garibaldi lascerà la fede nuziale di Anita. Attraversato il Granducato di Toscana,
Garibaldi il 1º settembre salpa con l'imbarcazione di Paolo Azzarini, e il 5 settembre, nonostante il
governo sabaudo avesse dato ordine di non lasciar entrare in territorio piemontese nessuno dei reduci
della Repubblica Romana[205], si trova a Porto Venere, al sicuro. La Marmora commenterà
affermando che era un miracolo il suo salvataggio.[206] Proprio lo stesso La Marmora, con i poteri di
commissario straordinario di cui all'epoca era investito, la sera del 6 settembre fece arrestare
Garibaldi a Chiavari e lo condusse nel Palazzo ducale di Genova.[207] Circa la decisione da prendere
seguì un dibattito alla Camera, il 10 settembre, nel quale intervennero fra gli altri Giovanni
Lanza, Urbano Rattazzi e Agostino Depretis, e al cui termine la maggioranza dei parlamentari si
dichiarò contraria all'arresto di Garibaldi e definì l'ipotesi di una sua espulsione come una lesione
allo Statuto.

«La Camera dichiara che l'arresto del Generale Garibaldi e la minacciata sua espulsione dal Piemonte,
sono lesioni dei diritti consacrati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della gloria italiana»
(da Garibaldi e i Mille di George Macaulay Trevelyan)
Garibaldi venne quindi liberato e si parlò anche della possibilità dell'immunità
parlamentare attraverso una sua candidatura a Recco per le elezioni suppletive della camera, ma egli
rifiutò l'idea.[208] Gli fu concessa una visita di un giorno ai familiari, durante la quale salutò la madre
per l'ultima volta e affidò i figli maschi ad Augusto, mentre la figlia continuò a rimanere con i
Deideri. Dopo vari spostamenti (prima a Tunisi, dove gli fu rifiutata ospitalità, quindi a La
Maddalena) partì sul brigantino da guerra Colombo per Gibilterra, giungendovi il 9 novembre, e il 14
novembre ripartì su una nave spagnola, La Nerea. Accompagnato dagli ufficiali "Leggero" e Luigi
Cocelli si diresse a Tangeri, dove accettò l'ospitalità dell'ambasciatore piemontese
in Marocco Giovan Battista Carpenetti. Nel mese di giugno partì nuovamente, questa volta in
compagnia del maggiore Paolo Bovi Campeggi. Il 22 fu a Liverpool, e il 27 giugno 1850 partì
per New York con il Waterloo, giungendovi in 33 giorni di viaggio. Il 30 luglio, per i dolori causati
dai reumatismi, ebbe bisogno di aiuto per scendere a terra, a Staten Island.[209] Abitò in compagnia
di Felice Foresti con Michele Pastacaldi. Conobbe Teodoro Dwight che ricevette le sue Memorie,
con l'accordo di non pubblicarle; Garibaldi gli diede il consenso di farlo solo anni dopo, nel
1859[210] Abitò con Antonio Meucci, che lo fece lavorare nella propria fabbrica di candele.[211] Dopo
nove mesi lasciò New York e si imbarcò sulla Georgiaper i Caraibi. Continuò a navigare, assumendo
il nome di Anzani e l'antico Giuseppe Pane. Arrivò il 5 ottobre a Callao nel Perù, poi a Lima dove
dopo tanto tempo fu nuovamente capitano di una nave, un brigantino di nome Carmen.[212] Il 10
gennaio 1852 parte alla volta della Cina, e navigò ancora dalle Filippine, costeggiò l'Australia,
giunse infine a Boston il 6 settembre 1853. Commerciò diversi generi, soprattutto seta e guano.[213]
In seguito alla morte di Anita, Garibaldi intesse relazioni sentimentali con diverse donne. Si
accompagnò con la nobile inglese Emma Roberts fino al 1856 e a lei intitolò una delle sue
navi.[389] Altra donna ricordata dal Garibaldi era la contessa Maria Martini della Torre, conosciuta a
Londra nel 1854,[390] Di breve durata fu il rapporto con Paolina Pepoli vedova trentenne, nipote
di Gioacchino Murat.[391] La baronessa di origini inglesi Maria Esperance von Schwartz, figlia di
un banchiere, vedova del cugino del padre che si era suicidato,[392] vide per la prima volta il nizzardo
nel 1849, poi nel 1857 giunse a Caprera e vi ritornò l'anno seguente, quando Garibaldi le chiese di
diventare la madre dei suoi figli la donna volle rifletterci sopra.[393] In seguito i sentimenti si
indebolirono, anche per colpa di un'altra donna, Battistina Ravello, che serviva Garibaldi a Caprera.
Da lei nel 1859 ebbe una figlia, chiamata Anita e battezzata con il nome di Anna Maria Imeni.
Altra donna importante nella vita di Garibaldi fu Giuseppina Raimondi, la giovane ragazza colpì
l'eroe per il coraggio dimostrato, i due si sposarono a Fino Mornasco il 24 gennaio 1860, ma
presto[394] ricevette una lettera che lo avvertì di un amante della donna,[395] Garibaldi chiese alla
donna se fosse vero quello che vi era scritto e Raimondi, già incinta, non negò nulla, il nizzardo
otterrà l'annullamento del matrimonio tempo dopo, nel 1879.[396] Dal 1865 avrà il conforto
di Francesca Armosino, sua terza moglie, con cui aveva parecchi anni di differenza. Era la balia dei
figli di sua figlia Teresita. Da lei ebbe tre figli di cui uno morì a 18 mesi.
 Il suo ruolo di cittadino del mondo
Oggi Garibaldi ha un posto ben preciso tra i grandi uomini del XIX secolo: in primo luogo come
eroe nazionale e come soldato al quale si dovette l’Unità d’Italia. Fu anche internazionalista, infatti
combatté per la gente oppressa ovunque si trovasse. Nel 1870, si precipitò in Francia per lottare al
fianco degli operai parigini della Comune che morivano per non cedere la città ai prussiani. Ancora
oggi è uno degli italiani più noti al mondo, persino Lincoln, il presidente che liberò gli schiavi, lo
avrebbe voluto al suo fianco.
 Il lessico infiammato
Giuseppe Garibaldi è sicuramente il personaggio più popolare del nostro Risorgimento, grazie al
fascino della sua vita avventurosa e all’indubbia eccezionalità delle sue imprese; una figura che ha
da sempre suscitato grande interesse, specie nell’ultimo quinquennio. Se si dispone però di molto
materiale storico e di testimonianze sulla vita dell’Eroe dei due mondi dagli anni Trenta in poi, sulla
sua formazione le notizie non sono molte. Nato da genitori liguri in una città al confine tra due
culture – Nizza era nel 1807 territorio della Francia – egli ebbe la possibilità di imparare l’italiano e
il francese (e alcuni rudimenti d’inglese), e nei suoi tanti viaggi fu a contatto soprattutto con lo
spagnolo e il portoghese. Sappiamo che i suoi studi scolastici a Genova furono poco proficui, ma che
in lui fu sempre viva una grande passione per la storia antica e per gli scrittori italiani (tra i quali
Alfieri, Foscolo e Guerrazzi). Il Generale fu un lettore appassionato; non fu un intellettuale, ma la
scrittura nella sua vita ebbe sempre un ruolo centrale. Oltre a intrattenere numerosi rapporti epistolari
(sia in italiano sia in francese), era solito annotare le sue impressioni durante la navigazione e nei
momenti di riposo dalle campagne militari (nel 1862 si cimentò anche in un Poema autobiografico);
negli ultimi anni i problemi economici lo spinsero a scrivere quattro romanzi in un periodo
relativamente breve (Clelia, Cantoni il volontario, I Mille e Manlio, tutti tra la fine degli anni
Sessanta e il 1874), e a curare la revisione definitiva delle sue Memorie (1872), alle quali aveva
lavorato fin dagli anni Quaranta. Garibaldi non fu – come è stato definito – uno “scrittore popolare”:
egli crebbe in una famiglia benestante, e il suo personaggio va inquadrato nella cultura democratica
del secondo Ottocento; una cultura della quale egli impiega in maniera affrettata e superficiale il
linguaggio, sensibile più alle suggestioni retoriche (chiama gli italiani «figli dell’Ausonia»; Napoli è
la «superba capitale dal focoso destriero» e Nizza «la bellissima Cimele dei Romani»; un generale
inglese parla «in nome d’Albion») che alla coerenza formale. Indubbiamente la sua educazione
letteraria fu poco sistematica: l’italiano dell’Eroe è incerto, fortemente esposto all’influenza delle
parlate con cui egli fu a contatto durante la sua esistenza. Il lettore di Garibaldi è di solito colpito
dalla particolarità del suo uso della punteggiatura; un uso legato ai ritmi dell’oralità, nel quale spicca
l’ampia presenza del trattino, spesso impiegato come generico segno interpuntivo («O Luigi! – Le
tue ossa, sparse negli abissi dell’Oceano – meritavano un monumento – ove il proscritto riconoscente
– potesse un giorno, ricambiarti d’una lacrima, sulla sacra terra italiana!»). A tale particolarità va
affiancata la tendenza alla costruzione dei periodi attraverso la giustapposizione di incisi ed
esclamazioni, tendenza che in molti casi dà l’impressione di un accumulo continuo di pensieri («Il
Rio de la Plata – circonda lo stato di Montevideo – detto anche Banda Oriental – alla sua sinistra – e
siccome cotesto bellissimo stato è formato da colline più o meno alte – il fiume ne ha roso la costa, e
vi ha formato delle rupi, quasi uniformi – in certi luoghi altissime, e per un lungo spazio – »).
Nella resa grafica di molte forme va rintracciata la pressione di modelli linguistici non italiani,
perlopiù il francese (la ï in egoïsmo; l’uso del trattino breve sia in calchi come franco-tiratore sia in
parole come Stati-Uniti) e lo spagnolo (l’accentazione della i tonica in fantasìa, sia pure con accento
ora grave ora acuto). Alla stessa influenza va ascritta una diffusa incertezza nella resa di consonanti
scempie e intense (aguerrito, eficace e mulato accanto a barrile, dallo
spagnolo; villagio e dissecare accanto a rissentimento, dal francese); un’incertezza notevole, dovuta
anche alla provenienza settentrionale, che dà spesso luogo all’alternanza di forme concorrenti nella
stessa pagina (difettosa/diffettosa, o anche in nomi di luoghi, come Bezzeca/Bezzecca) o a scambi e
ipercorrettismi (combattutto e abatutto). L’interferenza del francese e dello spagnolo è chiara anche
in alcuni fenomeni sintattici: da un lato l’uso del superlativo con doppio articolo («tutti i mezzi i più
subduli»), i costrutti come andare/venire arrivando e le espressioni con valore modale introdotte
dalla preposizione di («Una carica […] fu eseguita dai borbonici d’un modo brillante»); dall’altro la
funzione attributiva del gerundio («sull’orlo d’un fosso […] trovavasi una povera donna lavando i
panni»). L’aspetto più interessante della pagina garibaldiana è senz’altro la varietà del lessico, una
caratteristica che in qualche modo ne controbilancia l’impaccio espressivo dal punto di vista
sintattico e interpuntivo. Accanto a una forte propensione all’uso di aulicismi
(oste ‘esercito’, mefite ‘esalazione sgradevole’, genitrice ‘madre’) e alla scelta di varianti ricercate
(come ruina, polve o pugnare) va registrata una significativa quota di forestierismi, tra i quali
meritano attenzione quelli adattati (acclimati nell’italiano, come evacuare o fucile; ma anche meno
diffusi, come defezionare e nazionale ‘connazionale’). Un ampio repertorio di epiteti negativi ed
espressioni polemiche è usato in riferimento ai clericali («neri traditori», «personificazione della
menzogna»; espressioni tipiche sono «lepra pretina» e «nera genìa, gramigna contagiosa
dell’umanità»). Va segnalata infine una notevole apertura ai neologismi, evidente sia nelle voci
appartenenti alla tecnica militare e marinaresca (con i
vari antiposto, arenamento, pennone e stagnare) sia nella produttività di alcuni suffissi, come -
ismo (cavourismo, mutismo, borbonismo, cretinismo), -ario (spedizionario, stanziario e temporario)
o -eria (mazzineria).
 Una nuova musica per la futura patria
L’epoca delle rivoluzioni e del Risorgimento operò una profonda trasformazione anche all’interno di
un genere musicale che nel Settecento aveva rappresentato la forma di spettacolo più congeniale al
pubblico aristocratico dell’Ancien Régime: il melodramma, altrimenti noto anche come opera lirica.
I gusti del pubblico erano profondamente cambiati: nuove inquietudini cercavano una nuova musica
che parlasse non più ad un ristretto gruppo aristocratico ma a larghe fasce della popolazione.
Mazzini si augurò che il melodramma italiano si rinnovasse diventando racconto di eroi che
combattono per la libertà e trovano nel loro popolo e in Dio la forza. Il musicista che meglio seppe
esprimere le tensioni della nuova epoca fu Giuseppe Verdi. Nel 1840, colpito da una serie di
disgrazie, cadde in una profonda depressione e decise di non comporre mai più. Fu salvato da un
amico che lo obbligò ad esaminare un libretto intitolato Nabucco. Verdi stesso racconta che
sbattendo irritato il libretto su un tavolo, questo si aprì su dei versi che dicevano “Va, pensiero,
sull’ali dorate”. Il musicista ne fu talmente colpito che passò la notte insonne: la mattina erano nate
le note del più famoso coro della musica mondiale. Tutti i patrioti italiani cominciarono a
canticchiare il coro sotto il naso delle guardie austriache. Quelle note nostalgiche e dolcissime in cui
gli ebrei esprimevano il loro desiderio di tornare nella patria perduta divennero il simbolo del
Risorgimento. Morì nel 1901 e il suo funerale a Milano fu il più solenne che la città abbia mai
celebrato. Era morto un uomo che aveva davvero tradotto in musica una fetta di storia italiana.
 Il Musicista della Nuova Patria
Musicista (Roncole, Busseto, 10 ottobre 1813 - Milano 27 gennaio 1901). Massimo operista italiano
dell'Ottocento, tra i più celebrati di tutti i tempi, V. musicò 28 opere, alle quali vanno aggiunti cinque
rimaneggiamenti. In esse la magistrale padronanza dei mezzi tecnici e drammatici è messa al
servizio dell'espressione di accese passioni romantiche. Tra i suoi capolavori: Rigoletto (1851), Il
Trovatore (1853), La Traviata(1853), in cui Verdi, ormai ricco e affermato, non ebbe paura di
affrontare temi anticonvenzionali o addirittura scabrosi, con insuperabile talento drammatico e
grande capacità di introspezione psicologica. Sebbene colpite dalla censura e inizialmente accolte
negativamente dal pubblico, le tre opere raggiunsero presto grandissima popolarità; le parallele
vicende politiche del Risorgimento che avrebbero portato all'unità d'Italia aumentarono inoltre il
prestigio di V. come musicista nazionale. Di umili origini, fu iniziato allo studio della musica
dall'organista P. Baistrocchi e perfezionò in seguito la sua istruzione grazie all'aiuto dell'industriale
(e futuro suocero) A. Barezzi. Cominciò a comporre musica ancora giovanissimo; il primo lavoro
d'impegno che poté far eseguire in pubblico fu una sinfonia d'apertura, che fu premessa, invece di
quella di G. Rossini, a una rappresentazione del Barbiere di Siviglia al teatro di Busseto (1828).
Altre pagine di quegli anni (fino al 1832 circa) sono i numerosi pezzi sacri scritti per studio o anche
per le chiese locali, le marce e altri pezzi varî per la banda del paese, e composizioni vocali-
orchestrali, tra le quali una sorta di cantata: I delirî di Saul. Recatosi (1832) a Milano, per studî
presso quel conservatorio, non venne ammesso, essendo state giudicate troppo scarse le sue attitudini
musicali. Fu invece accettato come allievo da V. Lavigna, maestro concertatore alla Scala e
compositore (che Verdi ricorderà come "contrappuntista fortissimo"), e con lui continuò i suoi studî
fino al 1835, integrandoli con una personale lettura dei classici e con l'esercizio direttoriale in
concerti. Un dott. A. Piazza gli propose un libretto d'opera Oberto conte di S. Bonifacio, che V.
accettò e cominciò a musicare. Intanto sposava (1836) Margherita Barezzi (che morirà nel 1840),
figlia del suo mecenate. Nel 1837 nasceva la figlia Virginia (che morì poco più d'un anno dopo) e nel
1838 il secondogenito Icilio Romano (anch'esso morto ad un anno e due mesi). Nel 1838 pubblicò le
sei Romanze; l'anno dopo a Milano conobbe l'impresario B. Merelli e la cantante Giuseppina
Strepponi. Nel nov. del 1839 andava in scena, alla Scala, l'Oberto, il cui esito, se non straordinario,
certo soddisfacente, determinò Merelli a commissionare a V. tre opere. La prima di queste fu di
genere buffo Il finto Stanislao ovvero Un giorno di regno, su libretto di F. Romani, che fu accolta
negativamente. La crisi seguita all'insuccesso fu superata grazie all'aiuto di Merelli, che fornì
a Verdi il libretto di T. Solera per il Nabucco, rappresentato con esito trionfale alla Scala nel 1842
(interprete, nel ruolo di Abigaille, G. Strepponi). Dal 1842, l'anno del Nabucco, al 1851, l'anno
del Rigoletto, V. scrisse e mise in scena (curò sempre di persona l'allestimento dei lavori) tredici
opere: I Lombardi alla prima crociata (libr. di Solera; Milano 1843; esito ottimo), Ernani (libr. F.
M. Piave; Venezia 1844; esito buono e poi entusiastico), I due Foscari (libr. Piave, Roma 1844; esito
contrastato e poi trionfale), Giovanna d'Arco (libr. Solera; Milano 1845; esito
mediocre), Alzira (libr. S. Cammarano; Napoli 1845; esito tiepido), Attila (libr. Solera; Venezia
1846; esito clamoroso), Macbeth (libr. Piave, Firenze 1847; esito favorevole), I Masnadieri (libr. A.
Maffei; Londra 1847; esito ottimo), Jérusalem (rifacimento A. Royer e G. Vaez
dei Lombardi; Parigi 1847; esito freddo), Il Corsaro (libr. Piave; Trieste 1848; esito sfavorevole), La
Battaglia di Legnano (libr. Cammarano; Roma 1849; esito trionfale), Luisa Miller (libr. Cammarano;
Napoli 1849; esito buono), Stiffelio (libr. Piave; Trieste 1850; esito cattivo). Consolidata la propria
fama a livello internazionale, nel 1848 V. scelse come dimora stabile la villa di Sant'Agata,
presso Busseto, dove avrebbe composto le sue opere maggiori, accanto alla propria compagna,
Giuseppina Strepponi, sposata nel 1859 dopo dieci anni di convivenza. Dal 1851 al 1862 altre sette
opere (otto, se si conti anche l'Aroldo): Rigoletto(libr. Piave; Venezia 1851; esito entusiastico), Il
Trovatore (libr. Cammarano; Roma 1853; esito entusiastico), La Traviata (libr. Piave; Venezia 1853;
esito disastroso dapprima, trionfale alla ripresa un anno dopo), I Vespri Siciliani (libr., in francese, E.
Scribe e G. Duveyrier; Parigi 1855; esito soddisfacente), Simon Boccanegra (libr. Piave; Venezia
1857; esito cattivo), Aroldo (rifacim. dello Stiffelio; Rimini 1857; esito incerto), Un ballo in
maschera(libr. A. Somma; Napoli 1859; esito entusiastico), La forza del destino (libr. Piave;
Pietroburgo 1862; esito ottimo). Nello stesso periodo Verdi ebbe modo di impegnarsi politicamente
a favore della causa nazionale, impegno che gli valse l'invito da parte di Cavour a porre la propria
candidatura a deputato del Parlamento italiano, candidatura che, dopo qualche titubanza, V. accettò,
venendo eletto nel 1861 come esponente dell'area liberal-moderata. Compose anche in quel tempo,
per commissione, un Inno delle Nazioni, ove inserì temi della Marsigliese, del God save the Queen e
dell'Inno di Mameli, inno applaudito a Londra nel maggio 1862. Dal 1863 al 1871 (anno dell'Aida)
scrisse una sola opera nuova, che fu il Don Carlos (libr. J. Méry e C. Du Locle; Parigi 1867; esito
buono). Contemporaneamente V. veniva elaborando, alla luce delle nuove esperienze musicali
maturate in Francia e in Germania, una sempre più potente ricchezza di linguaggio. Rivide e
rielaborò alcune sue opere; il Macbeth (1864-65, nuova rappr. Parigi 1865; esito buono), la Forza
del destino (1868-69, nuova rappr. Milano 1869; esito ottimo). Nel 1870 accettò l'incarico di una
nuova opera, commissionatagli dal chedivè d'Egitto per celebrare l'apertura del canale di Suez, su
soggetto propostogli da Du Locle: fu l'Aida (stesura del libretto: A. Ghislanzoni), ed ebbe il suo
trionfo al Cairo (1871). Seguì la composizione della Messa di Requiem, in memoria di A.
Manzoni (prima esecuz. Milano 1874), del Quartetto per archi (1875), del Pater Noster e dell'Ave
Maria sui versi erroneamente attribuiti a Dante (1880). Inoltre, rielaborò il Boccanegra (libr.
riveduto da A. Boito; nuova rappr. Milano 1881; esito felicissimo) e il Don Carlos (nuova rappr.
Milano 1884; esito entusiastico), e svolse un'intensa attività direttoriale in Italia e all'estero. Nel 1874
entrava in Senato. Dal 1880 al 1886 lavorò alla stesura dell'Otello, su testo di A. Boito, rappr. alla
Scala nel 1887 con esito trionfale. Due anni dopo iniziò l'elaborazione dell'ultima sua opera,
il Falstaff(libr. di Boito), rappresentata a Milano (1893) con esito trionfale. Quanto, di tale
entusiasmo, spettasse proprio all'opera è difficile dire, ma è certo che il Falstaff non ebbe, fino alla
sua rinascita nel 1921, una popolarità paragonabile a quella goduta da altre opere verdiane. Le ultime
composizioni verdiane sono i Pezzi Sacri (Te Deum, Laudi alla Vergine, Stabat) eseguiti a Parigi
(1898). Uno degli ultimi atti di V. fu la fondazione/">fondazione della "Casa di riposo per i
musicisti", a Milano, nella cui cappella volle essere sepolto. ▭ Dal giovanile Oberto al
conclusivo Falstaff l'opera verdiana attraversa oltre mezzo secolo di storia italiana, che va dai primi
fermenti risorgimentali all'Unità con i suoi primi problemi e le sue contraddizioni. Per lungo tempo
così la figura di V. fu riduttivamente vista solo come quella di una sorta di "padre della Patria", di
nume tutelare del melodramma italiano nel momento forse più delicato ed eroico della storia d'Italia.
Soltanto in tempi relativamente recenti, ovvero soprattutto dopo il cinquantenario della morte, le
interpretazioni spesso contrastanti dell'opera verdiana (da alcuni ritenuta talora volgare e regressiva e
persino accusata di wagnerismo negli esiti più tardi, da altri considerata invece coronamento della
grande fioritura melodrammatica sette-ottocententesca) hanno raggiunto una sintesi critica più
equilibrata grazie a studî approfonditi (da M. Mila a F. Walker, J. Budden) favorendo una riscoperta
della cosiddetta produzione giovanile ("gli anni di galera"). La migliore conoscenza dell'opera e della
figura del compositore ha così permesso di attenuare la contrapposizione tra una visione
"progressiva" (le opere migliori dopo il Don Carlo) e una "regressiva" o decadente, che vedrebbe il
miglior V. esemplificato nelle opere della cosiddetta Trilogia popolare. In tal senso la fondazione
dell'Istituto di studi verdiani di Parma (1959) e l'avvio di una edizione critica delle opere (1977)
hanno avuto un determinante ruolo di stimolo a una più equanime valutazione della sua musica. Da
sempre più caro allo spettatore che ad alcuni settori della critica, V. non fu compositore intellettuale,
ma nemmeno naïf. Certo non fu teorico, preferendo affidare le proprie idee estetiche piuttosto alle
opere musicali che ai libelli. Saldo era in lui il legame col passato, rappresentato in primis dalla
tradizione vocale italiana (Rossini, Bellini e Donizetti), ma anche dal glorioso barocco (G.
Carissimi e B. Marcello) e dal "mito" Palestrina. È invece evidente una certa diffidenza verso la
musica puramente strumentale (quartetto e sinfonia) considerata piuttosto tipica della tradizione
storica tedesca, a dispetto dei fondamentali contributi di D. Scarlatti e A. Corelli, musicisti per i
quali V. dimostrò particolare interesse. Stretto fu in V. poi il legame con il romanticismo lombardo
(Manzoni), ma anche francese (l'Hernani di V. Hugo), nonché con il teatro europeo (da Shakespeare
a Schiller e Byron). Musicalmente attratto da certi aspetti del teatro di Meyerbeer, piuttosto legati
alla priorità ideativa e drammaturgica del compositore che non a effetti puramente spettacolari
da grand-opéra, V. non nascose tuttavia la sua ammirazione per i classici viennesi (W. A. Mozart, F.
J. Haydn, L. van Beethoven). Discussi i rapporti di V. con Wagner; se al maestro tedesco V. tributò
riconoscimenti solo postumi, influenze wagneriane nell'ultimo V. (Aidae
soprattutto Otello e Falstaff) sono ravvisabili semmai solo nel senso di una riflessione autocritica,
ulteriore stimolo a quel rinnovamento sempre ricercato nel corso della sua pluridecennale carriera.
V. durante tutto l'arco della vita produttiva fu infatti non solo compositore, ma ancor prima e
contemporaneamente uomo di teatro. Fu insomma un drammaturgo in musica. Se infatti la tradizione
librettistica del suo tempo presentava una drammaturgia spesso pretestuosa, con V. si attuò una sorta
di "dittatura" e supervisione (anche registica) del compositore sulla messinscena e sulla stesura
letteraria. Nonostante certi condizionamenti esterni (il cast vocale, la censura, il pubblico), V. ricercò
spasmodicamente, all'interno di soggetti sempre nuovi e stimolanti (talora persino quasi rivoluzionarî
come Rigoletto e Traviata), la giusta parola scenica, il più adeguato rapporto tra parola e musica,
entrambe al servizio della situazione drammatica. Così anche l'eventuale ricorso a strutture formali
consuete (come la cabaletta) riceve nuova ragion d'essere dal contesto drammatico. L'opera verdiana
è sempre attraversata dalla ricerca di una solida unità drammatica, che si esplica nella stretta
relazione tra la parte e il tutto, tra l'elemento singolo e l'insieme. Una unità che è più d'azione che
temporale o spaziale, ma che investe in sé anche la dimensione visiva e musicale. Se insomma non è
dato parlare nel grande arco produttivo verdiano di unità stilistica, è piuttosto nella unità morale,
ovvero nella unità della coscienza e nella forte coerenza interiore che può ricercarsi l'elemento
comune a opere così diverse. V. non fu dunque solo quel musicista nazionale testimone musicale del
Risorgimento, peraltro presagito da Mazzini nella sua Filosofia della musica, ma un creatore di
caratteri reali in una variegata galleria di sentimenti e atteggiamenti psicologici. Suo scopo è quello
di "inventare il vero" secondo modi che non hanno però nulla a che vedere col verismo musicale.
Sempre, infatti, il dramma nasce piuttosto dalle situazioni e dall'interagire dei suoi personaggi. Certo
V. rispecchia drammaturgicamente modelli comportamentali della sua epoca, ma soprattutto coglie
la contraddizione, talora tragica, tra l'anelito alla felicità dell'individuo e le leggi, le istituzioni o i
doveri sociali che lo opprimono. E lo coglie con una partecipazione velata di pessimismo. Tutto in
V. è funzionale al racconto drammatico, sia nella produzione più osservante delle forme cosiddette
chiuse, sia in quella più tarda che tenta il felice superamento dell'antica logica strutturale. A tale
scopo V. focalizza e finalizza delle aree tonali, non disdegna orchestrazioni o ritmi popolari, cori
omofoni o il ricorso a strumenti solistici per determinati effetti coloristici, purché funzionali alla
situazione drammatica. Appaiono sovente in V. temi cardine ovvero temi di reminiscenza e
soprattutto sottolineature di regioni tonali in concomitanza con momenti drammaturgici. Ma la
musica presuppone sempre il palcoscenico, il gesto teatrale, il movimento scenico, e ne è al
contempo determinata.
 La Trilogia Popolare
La Trilogia popolare è un gruppo di tre opere (Rigoletto, Il trovatore e La traviata)
del compositore italiano Giuseppe Verdi. Con tali lavori Verdi raggiunse la piena maturità artistica e
la fama internazionale. Talvolta e più impropriamente ci si riferisce a questa trilogia come
"romantica". L'uso di definire trilogia le opere liriche il Rigoletto, il Trovatore e la Traviata,
composte in rapida successione, una dietro l'altra, e divenute notissime appunto come "trilogia
popolare", non viene da Verdi stesso. Al contrario di un lavoro come Il trittico (Il tabarro, Suor
Angelica e Gianni Schicchi) di Giacomo Puccini o L'anello del Nibelungo (L'oro del Reno, La
Valchiria, Sigfrido e Il crepuscolo degli dei) di Richard Wagner, pensato come una composizione
completa, unitaria e coerente di ogni sua parte, la cosiddetta "trilogia popolare" è una definizione
venuta a posteriori delle composizioni delle singole opere. Indica casomai un periodo della vita
musicale di Verdi e di lavori stessi (le opere scritte fra il 1851 e il 1853) nei quali raggiunse una
piena maturità artistica, sancendo inequivocabilmente la sua concezione drammaturgica e dando
piena dimostrazione di quanto egli padroneggiasse oramai in maniera perfetta i propri mezzi
espressivi. La profonda diversità dei tre drammi musicali costituisce un'ulteriore conferma di tali
affermazioni, dal momento che ci dà un ampio spettro della visione, della sensibilità e delle
molteplici capacità espressive dell'artista. L'origine invece dell'aggettivo popolare è più dibattuta: da
una parte indica le tre opere di Verdi che hanno per protagonisti personaggi popolari, quindi non
nobili: Rigoletto, un buffone gobbo, quasi un emarginato, la Traviata (Violetta), una mantenuta
parigina, e Manrico, il Trovatore, il figlio di una zingara; dall'altra l'aggettivo "popolare"
indicherebbe proprio il carattere popolare e di successo che le opere ebbero (nell'immediato o meno)
e godono tuttora presso il pubblico. Nabucco (il titolo originale completo è Nabucodonosor) è la
terza opera lirica di Giuseppe Verdi e quella che ne decretò il successo. Composta su libretto
di Temistocle Solera, Nabucco fece il suo debutto con successo il 9 marzo 1842 al Teatro alla
Scala di Milano alla presenza di Gaetano Donizetti. È stata spesso letta come l'opera più
risorgimentale di Verdi, poiché gli spettatori italiani dell'epoca potevano tracciare paralleli tra la loro
condizione politica e quella degli ebrei soggetti al dominio babilonese. Questa interpretazione però
fu il risultato di una lettura storiografica retroattiva che, alla luce degli avvenimenti storici occorsi,
volle sottolineare in senso risorgimentale l'attività artistica del compositore. La lettura fu incentrata
soprattutto sul famosissimo coro Va, pensiero, sull'ali dorate, intonato dal popolo ebraico, ma il
resto del dramma è invece incentrato sulle figure drammatiche dei Sovrani di
Babilonia Nabucodonosor II e della sua presunta figlia Abigaille. Il librettista Solera aderì alla
battaglia risorgimentale da posizioni neoguelfe, circostanza che potrebbe giustificare la collocazione
di un'autorità di tipo religioso, l'inflessibile pontefice Zaccaria, a capo della fazione ebraica. L'opera
venne realizzata dopo un periodo travagliato della vita di Verdi, in quanto non solo egli era andato
incontro ad un fiasco con la rappresentazione della sua opera Un giorno di regno il 5 settembre
1840, ma aveva anche subito la morte della moglie Margherita Barezzi e dei figli Virginia e Icilio.
Ciò lo aveva condotto ad un rifiuto totale di comporre brani musicali, se non che venne contattato
dall'impresario teatrale Bartolomeo Merelli il quale gli propose un libretto composto da Temistocle
Solera. Tale libretto, il quale recava il nome di Nabucco colpì a tal punto Verdi che accettò volentieri
di musicare l'opera. Nel 1841 venne completata la partitura musicale e il successivo 9 marzo 1842
l'opera venne messa in scena alla Scala di Milano. Ottima l'accoglienza di pubblico e critica, ma non
così fu a Parigi, ove la critica lamentò l'eccessivo uso degli ottoni. Così comparve, dopo la prima
parigina, il seguente epigramma:
(FR) (IT)
«Vraiment l'affiche est dans son tort, «Davvero il manifesto è in torto,
en faux on devrait la poursuivre. di falso lo si dovrebbe accusare.
Pourquoi nous annoncer Nabucodonos-or Perché annunciarci un Nabuccodonos-or
quand c'est Nabucodonos-cuivre?» mentre non è altro che un Nabuccodonos-
otton?»
All'interno del Tempio di Gerusalemme, i Leviti e il popolo lamentano la triste sorte degli Ebrei,
assediati dal re di Babilonia Nabucodonosor, che è alle porte della città. Il gran pontefice Zaccaria
cerca di confortare ed incoraggiare la sua gente presentando un prezioso ostaggio, la figlia di
Nabucodonosor, Fenena e la affida in custodia ad Ismaele, nipote del re di Gerusalemme. Ma il
giovane Ismaele è sul punto di tradire il suo popolo volendo liberare la prigioniera e fuggire con lei
perché in passato, mentre si trovava a Babilonia, egli stesso, prigioniero, era stato liberato proprio da
Fenena, di lui innamorata. I due stanno organizzando la fuga quando giunge nel tempio un drappello
dei Babilonesi travestiti da Ebrei guidato dall'altra figlia del re babilonese, Abigaille. Anche
Abigaille è innamorata di Ismaele e minaccia la sorella di riferire al padre che ella ha tentato di
fuggire con uno straniero, ma alla fine si dichiara disposta a tacere a patto che Ismaele rinunci a
Fenena e risponda al suo amore. A capo del suo esercito irrompe Nabucodonosor, deciso a
saccheggiare la città, e Zaccaria, per fermarlo, minaccia di uccidere Fenena, ma Ismaele strappa la
giovane dalle mani del gran sacerdote e la consegna, salva, nelle mani di Nabucodonosor dando
libero sfogo alle ire del re babilonese che trae in prigionia gli Ebrei e fa ardere il tempio. Abigaille,
sola negli appartamenti reali, tiene fra le mani una pergamena sottratta a Nabucco, che attesta le sue
umili origini di schiava. La sua rabbia esplode in una furia incontenibile alla notizia che Fenena,
nominata reggente dal padre, ha dato ordine di liberare tutti gli ebrei. Abigaille accetta l'invito del
Sacerdote di Belo di impossessarsi della corona.
Zaccaria, prigioniero degli Assiri in Babilonia con tutto il suo popolo, entra in una sala della reggia
seguito da un Levita che reca le Tavole della Legge e, dopo aver sollecitato Iddio a parlare attraverso
il suo labbro, si reca all'incontro con Fenena che ha deciso di convertirsi al Dio degli Ebrei.
Ismaele incontra i Leviti che gli intimano di fuggire, maledicendolo perché ha tradito il suo popolo,
ma Anna, sorella di Zaccaria, lo difende: il giovane infatti non ha salvato la vita ad un'infedele bensì
ad un'ebrea, giacché la figlia del re nemico Fenena si è nel frattempo convertita alla Legge.
In un rapidissimo susseguirsi di eventi, Abigaille irrompe in scena con il suo seguito e pretende da
Fenena la corona, ma Nabucco, creduto morto in battaglia, giunge a riprenderla per sé. Poi comincia
a deridere il Dio di Babilonia, che avrebbe spinto i babilonesi a tradirlo, e il dio degli Ebrei
(Yəhōwāh). Esige di essere adorato come l'unico Dio, minacciando di morte Zaccaria e gli ebrei se
non si piegheranno al suo volere. Subito un fulmine scende sul suo capo, la corona cade al suolo e il
re comincia a manifestare segni di follia. Ma la corona viene prontamente raccolta da Abigaille che
si autoproclama regina a difesa delle sorti dell'Assiria. Abigaille, seduta sul trono accanto alla statua
d'oro di Belo, nei giardini pensili di Babilonia, riceve l'omaggio dei suoi sudditi. Quando il Gran
Sacerdote di Belo le consegna la sentenza di condanna a morte degli ebrei, la regina si finge
ipocritamente incerta sul da farsi. All'arrivo del re spodestato – in camicia da notte e con lo sguardo
smarrito – l'usurpatrice cambia atteggiamento e gli si rivolge con ironica arroganza, dando ordine di
ricondurlo nelle sue stanze. Quindi lo avverte di essere divenuta la custode del suo seggio e lo invita
perentoriamente a porre il regale suggello sulla sentenza di morte degli ebrei. Il vecchio re la
accontenta, ma subito si avvede del nome di sua figlia Fenena nell'elenco dei condannati; Abigaille,
implacabile, afferma che nessuno potrà salvarla in quanto traditrice, e rivendica di essere anch'essa
sua figlia. Ma il re la sconfessa: ella è solo una schiava. Quasi non aspettando altro, la donna allora
trae dal seno la pergamena che attesta la sua origine e la fa a pezzi. Il re, ormai tradito e detronizzato,
nell'udire il suono delle trombe che annunciano l'imminente supplizio degli ebrei, chiama le sue
guardie, ma esse giungono per arrestarlo, obbedendo agli ordini della nuova regina. Confuso e
impotente, Nabucco chiede invano ad Abigaille un gesto di perdono e di pietà per la povera Fenena.
Sulle sponde dell'Eufrate gli ebrei, sconfitti e prigionieri, ricordano con nostalgia e dolore la cara
patria perduta (coro: Va', pensiero, sull'ali dorate). Il Pontefice Zaccaria li incita a non piangere
come femmine imbelli e profetizza una dura punizione per il loro nemico: il Leone di Giuda
sconfiggerà gli assiri e distruggerà Babilonia. Nabucco si sveglia da un incubo udendo alcune grida
e, credendole segnali di guerra, chiama i suoi prodi a raccolta per marciare contro Gerusalemme.
Tornato in sé, all'udire altre voci che ripetono il nome di Fenena, egli si affaccia alla loggia e vede
con orrore la figlia in catene. Disperato, corre alla porta, tenta invano di aprirla e infine, rendendosi
conto di essere prigioniero, cade in ginocchio e si rivolge al Dio di Giuda invocando il suo aiuto e
chiedendogli perdono. Come in risposta alla sua preghiera, sopraggiunge il fedele ufficiale Abdallo
con un manipolo di soldati, restituendogli la spada e offrendosi di aiutarlo a riconquistare il trono.
Nei giardini pensili di Babilonia passa il triste corteo degli ebrei condotti al supplizio. Zaccaria
conforta Fenena e la fanciulla si prepara a godere delle gioie celesti. L'atmosfera mistica è interrotta
dall'arrivo di Nabucco che, alla testa delle sue truppe, ordina di infrangere la statua di Belo.
Miracolosamente, «l'idolo cade infranto da sé»: tutti gridano al «divino prodigio». Nabucco concede
la libertà agli ebrei, annunzia che la perfida Abigaille si è avvelenata e ordina al popolo d'Israele di
costruire un tempio per il suo Dio grande e forte, il solo degno di essere adorato. Mentre tutti, ebrei
ed assiri, s'inginocchiano invocando l'«immenso Jehova», entra Abigaille sorretta da due guerrieri: la
donna confessa la sua colpa e invoca il perdono degli uomini e di Dio prima di cadere esanime.
Zaccaria rivolge a Nabucco l'ultima profezia: «Servendo a Jehova sarai de' regi il re!».

(www.treccani.it) (Una storia per il futuro, Vittoria Calvani, A. Mondadori Scuola) (it.wikipedia.org)