Sei sulla pagina 1di 3

GARIBALDI E ANITA

Giuseppe e Anita si erano conosciuti a Laguna nel 1839 si narra che, dopo averla inquadrata con il
cannocchiale mentre si trovava a bordo dell'Itaparica, una volta raggiunta le disse in italiano «tu devi essere
mia». Anitasi era sposata il 30 agosto 1835 con un calzolaio molto più anziano di lei, che era fuggito da
Laguna tempo prima, ma la moglie non lo seguì. Nata nel 1821 a Merinhos, aveva 18 anni al momento
dell'incontro con Garibaldi.
Garibaldi e Anita si sposarono il 26 marzo 1842, presso la chiesa di San Francisco d'Assisi con rito religioso.
È spesso raccontato il fatto che Anita, abile cavallerizza, insegnò a cavalcare al marinaio italiano, fino ad
allora del tutto inesperto di equitazione. Giuseppe a sua volta la istruì ai rudimenti della vita militare.
Cercò di far allontanare Anita e i figli da sua madre, ma il giugno 1846 ottenne un parere contrario del
ministro degli esteri di Carlo Alberto, Solaro della Margarita. I legionari progettano di tornare in patria, e
grazie alla raccolta organizzata fra gli altri da Stefano Antonini, Anita, con i tre figli, e altri familiari dei
legionari partirono nel gennaio del 1848 su una nave diretta a Nizza, dove furono affidati per qualche tempo
alle cure della famiglia di Garibaldi. Scoppiati i moti italiani di indipendenza, fu autorizzato a ritornare negli
stati sardi con un gruppo di soldati.
L'assemblea che si era costituita diede i poteri a Garibaldi e Roselli: la sera del 2 luglio 1849, da piazza San
Giovanni, con 4.700 uomini, partì deciso a continuare la guerra, non più di posizione ma di movimento.
Pochi giorni prima si era aggiunta Anita che, incinta, decise di seguirlo per tutta la durata del viaggio.
Dopo aver rifiutato l'offerta fatta dall'ambasciatore degli Stati Uniti d'America, sulla strada di Tivoli affidò
una parte dei soldati a Gaetano Sacchi e un reggimento della cavalleria al colonnello Ignazio
Bueno compagno del Sudamerica, con lui il polacco Emilio Müller. Fece credere al nemico di dirigersi verso
gli Abruzzi mentre andava a nord, divise in piccoli gruppi la cavalleria che mandava in esplorazione facendo
pensare che potesse contare su un numero superiore di soldati.[191] Intanto atti criminali commessi dal suo
gruppo lo preoccupavano, e giunse a dover minacciare di morte chiunque commettesse furto e, il 5 luglio, a
dover far giustiziare un ladro colto in flagrante.[192]
A Terni l'8 luglio si aggiunsero altri 900 volontari guidati dal colonnello Hugh Forbes e rifornimenti. Fece
circolare false voci sul suo itinerario, mentre in realtà intendeva raggiungere Venezia, dove la Repubblica di
San Marco di Daniele Manin stava ancora resistendo all'assedio austriaco. I soldati davano però
continuamente segni di cedimento, Müller li tradì e Bueno fuggì con parte dei denari raccolti. Il nizzardo non
riusciva a sostenere il gruppo.
Lungo la strada pernottarono due notti presso Todi: i soldati alloggiati presso il convento dei Cappuccini;
Garibaldi e Anita, incinta, ospiti invece a Palazzaccio nella casa di Antonio Valentini, fervente Garibaldino.
Il 30 luglio si ritrova a passare la notte a Montecopiolo nella parte più alta del Montefeltro per proseguire la
marcia attraverso sentieri impervi e macchie fitte di vegetazione in direzione della Repubblica di San
Marino, dove arriva con circa 300 superstiti il 31 luglio per ricevere l'asilo concesso dalla Repubblica di San
Marino. Contemporaneamente Garibaldi con un ordine del giorno sciolse la compagnia. I coniugi erano
alloggiati presso Lorenzo Simoncini. Gli austriaci, guidati da d'Aspre, volevano che Garibaldi fosse
imbarcato a forza per gli Stati Uniti, ma lui fugge da San Marino di notte con circa 250 uomini al seguito,
mentre alcuni abbandonano.
Continuano gli aiuti trovati per strada: vengono guidati dall'operaio Nicola Zani con Anita sempre più
febbricitante, fino a Cesenatico dove si imbarcano 13 bragozzi alla volta di Venezia, il 2 agosto. Arsi dalla
sete a circa 80 km dall'obiettivo, all'altezza della punta di Goro, vengono avvistati e attaccati da un
brigantino austriaco, l'Oreste, che con rinforzi li insegue catturando gli equipaggi di 8 bragozzi, più di 160
prigionieri che verranno condotti a Pola. Garibaldi, con Anita in braccio, guada per circa 400 metrigiungendo
infine sulla spiaggia, saluta i rimasti fra cui il barnabita Ugo Bassi e Giovanni Livraghi e Angelo Brunetti e i
due figli. Garibaldi arriva a Magnavacca nelle Valli di Comacchio, con Anita agonizzante e Giovanni
Battista Culiolo . Aiutati dall'umile Battista Barillari riescono a dissetare la moglie dell'eroe. Il 4 agosto
ripartono e salgono sul biroccino guidato da Battista Manelli; arrivano alle Mandriole dove si fermano alla
fattoria Ravaglia con Anita che muore, nonostante gli sforzi del medico Nannini, appositamente convocato.
Garibaldi avrebbe voluto dare degna sepoltura alla moglie e trasportarla alla vicina Ravenna, ma non vi era il
tempo e fu scavata frettolosamente una buca nella sabbia della pineta. Dopo pochi giorni, il 10 agosto Pasqua
Dal Pozzo scoprì il cadavere che fu tumulato nel cimitero di Mandriole. Le cause della morte di Anita furono
a lungo discusse negli anni successivi, anche per attaccare Garibaldi. Undici anni dopo, il 20 settembre 1859,
Garibaldi con i figli Teresita e Menotti tornerà a Ravenna per spostare i resti di Anita a Nizza, accanto a
quelli di Rosa, madre dell'eroe.
Garibaldi e Leggero fuggono dapprima a Forlì; poi, il giorno 16, lasciano Forlì per raggiungere il vicino
confine del Granducato di Toscana: Si tratta della cosiddetta trafila di Garibaldi. Sono aiutati, tra gli altri, da
Ercole Saldini, dal sacerdote Giovanni Verità e dall'ingegnere Enrico Sequi, a cui Garibaldi lascerà la fede
nuziale di Anita.
Attraversato il Granducato di Toscana, Garibaldi il 1º settembre salpa con l'imbarcazione di Paolo Azzarini,
e il 5 settembre, nonostante il governo sabaudo avesse dato ordine di non lasciar entrare in territorio
piemontese nessuno dei reduci della Repubblica Romana[205], si trova a Porto Venere, al sicuro. La
Marmora commenterà affermando che era un miracolo il suo salvataggio.[206]
Proprio lo stesso La Marmora, con i poteri di commissario straordinario di cui all'epoca era investito, la sera
del 6 settembre fece arrestare Garibaldi a Chiavari e lo condusse nel Palazzo ducale di Genova.[207] Circa la
decisione da prendere seguì un dibattito alla Camera, il 10 settembre, nel quale intervennero fra gli
altri Giovanni Lanza, Urbano Rattazzi e Agostino Depretis, e al cui termine la maggioranza dei parlamentari
si dichiarò contraria all'arresto di Garibaldi e definì l'ipotesi di una sua espulsione come una lesione
allo Statuto.

«La Camera dichiara che l'arresto del Generale Garibaldi e la minacciata sua espulsione dal Piemonte, sono
lesioni dei diritti consacrati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della gloria italiana»
(da Garibaldi e i Mille di George Macaulay Trevelyan)
Garibaldi venne quindi liberato e si parlò anche della possibilità dell'immunità parlamentare attraverso una
sua candidatura a Recco per le elezioni suppletive della camera, ma egli rifiutò l'idea.[208] Gli fu concessa una
visita di un giorno ai familiari, durante la quale salutò la madre per l'ultima volta e affidò i figli maschi ad
Augusto, mentre la figlia continuò a rimanere con i Deideri. Dopo vari spostamenti (prima a Tunisi, dove gli
fu rifiutata ospitalità, quindi a La Maddalena) partì sul brigantino da guerra Colombo per Gibilterra,
giungendovi il 9 novembre, e il 14 novembre ripartì su una nave spagnola, La Nerea. Accompagnato dagli
ufficiali "Leggero" e Luigi Cocelli si diresse a Tangeri, dove accettò l'ospitalità dell'ambasciatore piemontese
in Marocco Giovan Battista Carpenetti. Nel mese di giugno partì nuovamente, questa volta in compagnia
del maggiore Paolo Bovi Campeggi. Il 22 fu a Liverpool, e il 27 giugno 1850 partì per New York con
il Waterloo, giungendovi in 33 giorni di viaggio. Il 30 luglio, per i dolori causati dai reumatismi, ebbe
bisogno di aiuto per scendere a terra, a Staten Island.[209]
Abitò in compagnia di Felice Foresti con Michele Pastacaldi. Conobbe Teodoro Dwight che ricevette le
sue Memorie, con l'accordo di non pubblicarle; Garibaldi gli diede il consenso di farlo solo anni dopo, nel
1859[210] Abitò con Antonio Meucci, che lo fece lavorare nella propria fabbrica di candele.[211] Dopo nove
mesi lasciò New York e si imbarcò sulla Georgiaper i Caraibi. Continuò a navigare, assumendo il nome di
Anzani e l'antico Giuseppe Pane. Arrivò il 5 ottobre a Callao nel Perù, poi a Lima dove dopo tanto tempo fu
nuovamente capitano di una nave, un brigantino di nome Carmen.[212] Il 10 gennaio 1852 parte alla volta
della Cina, e navigò ancora dalle Filippine, costeggiò l'Australia, giunse infine a Boston il 6 settembre 1853.
Commerciò diversi generi, soprattutto seta e guano.[213]
In seguito alla morte di Anita, Garibaldi intesse relazioni sentimentali con diverse donne. Si accompagnò con
la nobile inglese Emma Roberts fino al 1856 e a lei intitolò una delle sue navi.[389] Altra donna ricordata dal
Garibaldi era la contessa Maria Martini della Torre, conosciuta a Londra nel 1854,[390] Di breve durata fu il
rapporto con Paolina Pepoli vedova trentenne, nipote di Gioacchino Murat.[391]
La baronessa di origini inglesi Maria Esperance von Schwartz, figlia di un banchiere, vedova del cugino del
padre che si era suicidato,[392] vide per la prima volta il nizzardo nel 1849, poi nel 1857 giunse a Caprera e vi
ritornò l'anno seguente, quando Garibaldi le chiese di diventare la madre dei suoi figli la donna volle
rifletterci sopra.[393] In seguito i sentimenti si indebolirono, anche per colpa di un'altra donna, Battistina
Ravello, che serviva Garibaldi a Caprera. Da lei nel 1859 ebbe una figlia, chiamata Anita e battezzata con il
nome di Anna Maria Imeni.
Altra donna importante nella vita di Garibaldi fu Giuseppina Raimondi, la giovane ragazza colpì l'eroe per il
coraggio dimostrato, i due si sposarono a Fino Mornasco il 24 gennaio 1860, ma presto[394] ricevette una
lettera che lo avvertì di un amante della donna,[395] Garibaldi chiese alla donna se fosse vero quello che vi era
scritto e Raimondi, già incinta, non negò nulla, il nizzardo otterrà l'annullamento del matrimonio tempo
dopo, nel 1879.[396]
Dal 1865 avrà il conforto di Francesca Armosino, sua terza moglie, con cui aveva parecchi anni di
differenza. Era la balia dei figli di sua figlia Teresita. Da lei ebbe tre figli di cui uno morì a 18 mesi.