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Nato a Nizza il 4 luglio 1807, fin da bambino mostr di

preferire di gran lunga la caccia e il mare alle lezioni di Don


Giaume, il suo precettore, anche se la storia antica rimase
sempre una sua grande passione. Ai primi imbarchi sulla nave
del padre, il capitano Domenico, seguirono molti altri viaggi, e
dal 1825 fece praticamente sempre il marinaio, acquisendo una
notevole esperienza, che nel 1832 gli consent di conseguire il
diploma di capitano di lungo corso.

In quel primo periodo di viaggi ebbe modo di entrare in


contatto con persone e culture le pi varie, e ci contribu in
modo decisivo a fargli acquisire una mentalit decisamente
cosmopolita; innestandosi su quello spirito libertario che era uno
dei tratti essenziali della sua personalit, il contatto coi
combattenti per la libert della Grecia e con vari seguaci delle
dottrine di Saint-Simon form il nucleo di quello che fu il credo
politico di Garibaldi: la fratellanza universale, lodio verso ogni
forma di dispotismo e di oscurantismo clericale, che col tempo
assunsero i connotati di un socialismo utopistico e radicale.

Lincontro con Mazzini, nel 1833, a Marsiglia, spinse


Garibaldi a impegnarsi direttamente nelle vicende italiane: di
questa attivit cospirativa non si hanno molte notizie, n egli fu
mai molto generoso di informazioni al riguardo, tanto che
giustamente stato notato come ci poi gli consent, quando i
rapporti con Mazzini si guastarono, di ridimensionare il suo
debito politico verso il fondatore della Giovine Italia. Il maldestro
tentativo insurrezionale di Genova, nel 34, costrinse Garibaldi
allesilio, addirittura per sfuggire alla condanna a morte da parte
del Piemonte, e probabilmente fu questa drammatica svolta ad
imprimere una brusca accelerazione al passaggio da giovane
avventuriero ribelle a quello che molti anni pi tardi, in tuttaltro
contesto, verr definito "rivoluzionario di professione".
Forse proprio in questo periodo che Garibaldi entra nella
massoneria, ma certo che ne faceva parte quando arriv a
Montevideo. Ovviamente nelle Memorie egli non far parola di
tale adesione, anche se molti anni pi tardi questa sua
appartenenza fu piuttosto nota, in particolare quando, dopo il
1860, raggiunger addirittura il grado supremo di Gran Maestro;
anzi, per qualche periodo fu Gran Maestro di entrambe le fazioni
massoniche italiane, in concorrenza tra loro, volendo egli
riunificarle
Non possedeva ancora "limpressionante e affascinante
personalit degli anni a venire. Era un rozzo e onesto marinaio,
abbastanza bravo nel suo mestiere []. I registri della leva di
mare ce lo descrivono alto un po meno di un metro e settanta,
coi capelli rossastri fluttuanti volentieri sulle spalle. Si notava in
lui una certa delicatezza femminile, gli piaceva fare spesso il
bagno e dedicare attenzioni minute alle mani, ai denti, ai
capelli: tutte cose che van messe a raffronto con la virile
leggenda della sua successiva vita di rude soldato." [i riferimenti
bibliografici completi qui vengono omessi]
Dopo un anno trascorso fra Marsiglia e Tunisi, Garibaldi si
un ai tanti che in quellepoca lasciavano lEuropa per tentare la
sorte in America, ma evidentemente non era scritto che egli
dovesse far fortuna: arrivato a Rio de Janeiro, riusc ad

acquistare una piccola imbarcazione con cui si mise a


commerciare lungo la costa, per la sua abilit mercantile era
davvero molto modesta e ben presto lasci questa attivit. La
passione politica era rivolta allItalia, ma sembrava davvero
impossibile fare qualcosa di concreto per il proprio paese, e cos
Garibaldi si lasci coinvolgere in una lotta che con la rivoluzione
in realt non aveva molto a che fare.
Dopo lindipendenza dalla Spagna e dal Portogallo le ex
colonie vissero un lunghissimo periodo di lotte intestine,
sostanzialmente imperniate sul conflitto dinteressi fra i vari
gruppi delle borghesie nazionali; nella parte meridionale
dellimmenso impero brasiliano, la provincia del Rio Grande, si
era andato formando un forte movimento separatista, che
aveva proclamato lindipendenza e dato vita ad un nuovo Stato:
immediata fu la reazione del governo centrale e, pur non
avendo particolari ragioni per schierarsi coi separatisti, quando
nel 1837 il presidente del nuovo Stato, Bento Gonales, gli offr
il comando di una flotta Garibaldi accett con entusiasmo: in
realt si trattava di alcuni legni equipaggiati alla meglio, ma
limportante era potersi mettere al servizio di una causa che
parlava di "libert".
Furono tre anni assai avventurosi: Garibaldi si dimostr un
abilissimo corsaro, e la sua fama si diffuse rapidamente,
alimentata anche dal fatto che egli effettivamente non ag mai
per il profitto personale ma mise sempre al primo posto la difesa
dei deboli. Dopo un naufragio particolarmente drammatico
Garibaldi si trov a riflettere sulla propria esistenza e concluse
che quella vita spericolata rischiava di avvitarsi nella solitudine
e nel vuoto di prospettive: quasi come un generale che formula
un piano di battaglia, decise che era "strategicamente"
essenziale avere al proprio fianco una donna forte, bella,
coraggiosa, e non tard a trovarla. La narrazione che egli fa di
questo incontro, e di come i due si vollero subito,
magneticamente, rivela fin troppo scopertamente che tutta la
sua autobiografia davvero pensata per i lettori: "Garibaldi
pensa veramente alla sua leggenda [] tutto sommato egli ci

dice quello che gli sarebbe piaciuto vivere, come vuole


raffigurarsi il suo passato."

In realt accadde che Garibaldi scese a terra, forse davvero


dopo aver scorto col cannocchiale quella splendida donna, e
incontr un tale, conosciuto a suo tempo, che lo invit a casa
sua; la moglie di costui era giovane, di una bellezza semplice e
altera al tempo stesso, andata sposa controvoglia ad un uomo
mediocre: come darle torto se vide in quellaffascinante
straniero loccasione per una vita nuova e scapp con lui?
Aninhas Ribeiro da Silva, Anita, si pu dire che si consacr a
Garibaldi, ma lo fece da donna libera, con unaudacia ed
unenergia ben lontane dal carattere di una donna europea
dellepoca, e con un coraggio virile (cos lo definisce Garibaldi)
che la vide combattere come "un fulmine di guerra": e si pu
senzaltro dire che Garibaldi non solo am la donna fiera e

sensuale, la madre dei suoi tre primi figli, ma ammir senza


riserve la compagna di lotta che cavalcava come un gaucho,
spronava gli uomini nei momenti pi duri e sapeva sparare con
la pistola e col cannone.

Il modo in cui si svilupp il conflitto, trasformatosi da lotta


per lindipendenza in guerra civile tra fazioni entrambe
interessate soprattutto al potere, fu una lezione durissima ma
salutare per Garibaldi: da un lato si lasci definitivamente dietro
le spalle certe ingenuit in merito a coloro che parlano di libert,
dallaltro impar (e ne fece forse la prima regola del condottiero)
quanto fosse essenziale per un soldato avere lappoggio
popolare e, soprattutto, essere fortemente convinto della causa
per cui andava a combattere.

In realt, dopo una breve parentesi di tranquilla vita


borghese (un po di insegnamento, altri sfortunati tentativi
commerciali), Garibaldi si trov nuovamente coinvolto nel
turbolento clima politico locale; in Uruguay, da poco resosi
indipendente dall' Argentina, il primo presidente del nuovo
Stato, Rivera, non aveva accettato di buon grado il termine del
proprio mandato e aveva deposto il suo successore, Oribe:
anche in questo caso non si pu ragionevolmente distinguere
tra un raggruppamento schierato dalla parte del privilegio e un
altro su posizioni liberali, trattandosi sostanzialmente di una
lotta per il potere tra gruppi che esprimevano i propri interessi
particolaristici, anche se in effetti Oribe non si fece scrupolo di
chiedere lappoggio di coloro che erano stati i padroni stranieri
dellUruguay, nella fattispecie il generale Rosas, dittatore
dellArgentina. Fu certamente questo aspetto che convinse
Garibaldi, stabilitosi a Montevideo, a schierarsi dalla parte di
Rivera e a met del 1842 assunse il comando di una piccola
flotta con lincarico di portare aiuto ai ribelli che nella provincia
di Corrientes (sul versante orientale dellArgentina, a nordovest
dellUruguay) erano insorti contro il governo di Buenos Aires:
unimpresa suicida, perch si trattava di risalire per oltre
cinquecento miglia il fiume Paran, controllato dalla flotta
argentina e in territorio nemico, e infatti, malgrado numerosi
episodi in cui Garibaldi diede prova del proprio talento tattico, la
sua flottiglia fu annientata e a fine estate egli riprese la strada
del ritorno.
Guerra civile, si diceva, e in quanto tale necessariamente
crudele e senza risparmio di atrocit, da ambo le parti: quasi
abituale la pratica delle truppe di Oribe di sgozzare i prigionieri,
per nel fronte opposto non vi era minore brutalit, e lo stesso
Garibaldi racconta dellinutile sforzo dimpedire ai propri uomini
di saccheggiare e stuprare. Comunque non si tratt
semplicemente di una guerra locale: Francia e Inghilterra,
ovviamente per salvaguardare i propri interessi coloniali,
intervennero in appoggio delluna e dellaltra parte, e gli echi
del conflitto si diffusero ben oltre lAmerica latina; per la prima
volta la stampa mondiale diventava a suo modo protagonista di

un conflitto e trasformer oscure battaglie e sconosciuti


comandanti in epici fatti darmi ed eroi fuori dal comune: al di l
dei suoi indubbi meriti, Garibaldi sar il primo beneficiario di
questa nuova epoca delle comunicazioni, e nellarco di pochi
anni diventer in assoluto uno degli uomini pi famosi al mondo.
"I giornali a larga diffusione sono la grande novit di quel
periodo, [] occorrono notizie per alimentare le vendite" e cosa
poteva esserci di meglio che una guerra in un paese esotico,
con pianure sconfinate e acque solcate da corsari, tiranni
sanguinari e uomini intrepidi che guerreggiavano per la libert?
Il modo stesso in cui si svilupp quella guerra sembrava
disegnato apposta per il nascente sistema dei media. Le forze di
Rivera sono ripetutamente battute e il conflitto ormai ridotto
alla difesa di Montevideo: un assedio che dur dalla met del
1843 allautunno del 1851 e che assunse i tratti della leggenda,
tanto che Alexandre Dumas padre scrisse enfaticamente di una
tragedia paragonabile a quella di Troia.
Garibaldi ottenne anche lincarico di formare e comandare
un corpo di volontari, la cosiddetta Legione italiana, e proprio in
quel periodo comparvero le celebri camicie rosse: era
notoriamente il colore della rivoluzione, ma qualcuno sostiene
che si tratt di un caso, dovuto al fatto che Garibaldi intercett
un mercantile che trasportava una partita di stoffa per la ditta
incaricata di confezionare i grembiuli dei macellai di Buenos
Aires, e quindi ne approfitt per dare una qualche uniforme ai
propri uomini. Alle azioni di terra Garibaldi applic in un certo
modo la tattica della guerra corsara, sviluppando con perizia e
fantasia tecniche di guerrilla che lo resero giustamente
pericoloso agli occhi dei generali avversari, argentini o austriaci
che fossero, avvezzi agli schemi tradizionali.
Ma per Garibaldi fu una fase significativa anche sul piano
strettamente politico: pi ancora che durante il conflitto del Rio
Grande egli speriment direttamente il principio in base al quale
guerra e politica non sono mai disgiunte, ovvero, per
parafrasare Ambrose Bierce, la guerra un periodo di imbrogli e
di combattimenti fra due periodi di soli imbrogli; non solo i
giochi diplomatici fra le grandi potenze condizionavano lo

svolgersi degli avvenimenti, ma le lotte tra fazioni si


insinuavano
prepotentemente
allinterno
dello
stesso
schieramento indipendentista, con colpi di stato (lo stesso
Rivera fu prima esautorato e poi rimesso al potere), intrighi,
corruzione.
Un quadro piuttosto sordido, a cui Garibaldi non si adegu
che in minima parte: impar certamente quanto talvolta siano
necessari gli artifici della politica - il compromesso, le alleanze,
lastuzia - ma svilupp unavversione sempre pi acuta verso i
politicanti senza principi e le diatribe prive di altro scopo se non
quello strettamente retorico; in altri termini, Garibaldi divenne
del tutto insofferente rispetto non solo ai discorsi inconcludenti
ma anche al dibattito, necessariamente faticoso e complesso,
che si svilupper nellambito del movimento democratico,
disdegnando, ad esempio, lo scontro teorico fra le varie scuole
di pensiero (pensiamo alle radicali differenze di impostazione tra
Bakunin, Marx, Mazzini) e tendendo ad una eccessiva
semplificazione dei termini dello scontro politico con le
monarchie assolutiste o le borghesie moderate: troppo spesso
per lui tutto si riduceva alla risolutiva essenzialit di un
confronto militare, con due forze apertamente contrapposte.
A met ottocento, tuttavia, le societ europee se da un lato
mantenevano una struttura relativamente semplice nella
composizione delle classi, nei processi produttivi, negli assetti
istituzionali, dallaltro presentavano gi tutti gli elementi di
complessit che caratterizzano un mondo in profonda e
irreversibile mutazione: la tecnologia subisce unaccelerazione
formidabile, i mercati si espandono con prospettive del tutto
nuove, le tendenze politiche si diversificano enormemente a
seconda del grado di sviluppo di ciascun paese, e quindi le
variabili che pesano sul divenire della storia diventano sempre
pi numerose e sofisticate. Pensiamo soltanto, molto
schematicamente, al quadro delle forze motrici fondamentali
nellambito del Risorgimento italiano delineato da Gramsci: la
borghesia industriale del settentrione, i latifondisti del
mezzogiorno (con le peculiarit della Sicilia e della Sardegna),
gli agrari del centro-nord. dallinterazione, contraddittoria e

confusa, fra questi gruppi, e le loro rappresentanze politiche,


che scaturiscono o, viceversa, si bloccano le possibili soluzioni:
che esito, infatti, avrebbe avuto limpresa dei Mille se il Regno
delle Due Sicilie non fosse stato intrinsecamente debole e se al
suo interno non avessero agito tenacemente i cavouriani?
Questa complessit sembra sfuggire a Garibaldi, che, ad
esempio, tende a definire un po troppo semplicisticamente il
proprio conflitto con Torino. "Cavour vuole un governo
costituzionale di tipo francese, con un esercito stanziale che
potr essere impiegato contro il popolo. Garibaldi vuole un
governo allinglese, senza esercito stanziale, ma con la nazione
armata. Tutto qui il contrasto Cavour - Garibaldi? Si pu vedere
la scarsezza di capacit politica del Garibaldi e la non
sistematicit delle sue opinioni."
Certo, lo spettacolo che danno di s i politici uruguayani ed
argentini, ed i diplomatici europei, assolutamente disdicevole,
ma linsegnamento che ne trae Garibaldi pare davvero troppo
sbrigativo. Fatto sta che dal punto di vista strettamente pratico
il futuro di Garibaldi in America ormai segnato: con tutta la
stima guadagnatasi sia come comandante militare sia come
amministratore pubblico (proverbiale lonest assoluta con cui
egli gest lorganizzazione dei volontari), le forze che agiscono
potentemente sul destino di Montevideo vanno ben al di l della
sua possibilit dintervento, e con tutto il rimpianto per dover
abbandonare quellepico teatro di lotta, egli si decide a tornare
in Italia e il 15 aprile 1848 simbarca sulla Speranza con una
sessantina di compagni.
Garibaldi era per tanti aspetti ingenuo, ma non era uno
sciocco: lentusiasmo con cui i compatrioti lo accolsero a Nizza e
a Genova non gli fece dimenticare che lindipendenza nazionale
era strettamente legata alliniziativa del regno di Sardegna e
quindi non solo attenu, almeno pubblicamente, i propri toni
repubblicani, ma si mise esplicitamente a disposizione del re:
eppure Carlo Alberto non era certo quel campione
dellindipendenza che cerc di fare credere, e la sua ambizione
era pi che altro "ingrandire il suo regnucolo piemontese alle
spese di Milano e di Venezia [] e prevenire o controllare

qualsiasi
esplosione
repubblicana
nel
resto
dellItalia
settentrionale." Il re rifiut laiuto di quel pirata sovversivo e a
tale decisione contribu molto lostilit nettissima delle gerarchie
militari piemontesi: generali formatisi secondo i canoni
accademici, praticamente senza alcuna esperienza di guerra
guerreggiata, inizialmente infastiditi da un Garibaldi che
ritenevano pi che altro un ciarlatano ma in seguito
parossisticamente gelosi di un uomo che con tutta evidenza era
uno stratega nato; e questo ostracismo dellestablishment
militare gioc poi un ruolo decisivo nellemarginazione
sistematica che Garibaldi dovette subire.
Allora and a Milano, dove venne nuovamente accolto
dallentusiasmo popolare e gli fu affidato il comando, col grado
di generale, di un piccolo contingente di volontari: finalmente
poteva combattere per il proprio paese, ma le grandi speranze
durarono pochi giorni, finch cio lesercito piemontese non
venne sconfitto a Custoza; Carlo Alberto gli ordin di
smobilitare, ma Garibaldi non volle saperne e continu una sorta
di guerra privata contro lAustria: la mancanza di rifornimenti lo
costringeva a rifornirsi requisendo il necessario, e ci provoc
un diffuso risentimento fra la popolazione. Anche per questo
Garibaldi rimprover sempre ai contadini italiani la scarsa
propensione ad impegnarsi nella lotta per la libert, in ci
confermando la propria sostanziale incapacit di fare unanalisi
accurata della situazione concreta, perlomeno dal punto di vista
sociale e culturale, in cui si trovava lItalia. Militarmente
Garibaldi comp i soliti prodigi: con pochi uomini, usando i
metodi della guerriglia, tenne in scacco per due settimane uno
dei migliori eserciti del mondo, finch non fu costretto a
sciogliere il proprio contingente, a dire il vero ormai ridottosi a
poche decine di persone, e a rifugiarsi in Svizzera.
Tornato a Nizza, nellottobre fu eletto deputato al
Parlamento di Torino, ma, come ebbe modo di dire pi volte, il
miglior modo di rappresentare il popolo era di offrirgli una
spada, e cos organizz una spedizione armata per combattere il
re di Napoli; lestemporaneit di tale decisione assume quasi il
carattere di un "capriccio" se si osserva il successivo percorso.

Interrompe il viaggio per mare verso il sud e si ferma in Toscana,


dove nel frattempo si era formato un governo repubblicano, e si
adopera per far partire da Firenze una sollevazione di tutta la
penisola contro lo straniero: in effetti sarebbe diventata una
sorta di ossessione quella di immaginarsi alla testa di un
esercito popolare che percorreva ogni strada dItalia suscitando
la rivolta e cacciando preti e stranieri, e, forse, sarebbe anche
riuscito nellimpresa. Comunque, anche grazie allappoggio
inesistente delle autorit fiorentine, il risultato fu quello di
mettere insieme poche centinaia di uomini, e con essi part alla
volta di Venezia, insorta nel marzo. Il 15 novembre venne
assassinato il Ministro degli Interni dello Stato pontificio,
Pellegrino Rossi, luomo forte del regime, il Papa fugg
improvvisamente e a Roma fu proclamata la repubblica:
Garibaldi fece dietrofronte e mosse risolutamente verso la citt
eterna.
Probabilmente non sperava che la Repubblica gli offrisse il
comando supremo delle forze armate, ma nemmeno si
aspettava di essere relegato nelle campagne, ancorch col
grado di generale, con un piccolo contingente: Garibaldi
mordeva il freno, consapevole che la reazione francese non si
sarebbe fatta attendere, soprattutto dopo che il nuovo tentativo
antiaustriaco del Piemonte si era miseramente concluso con la
disfatta di Novara e labdicazione di Carlo Alberto. Fedele alla
propria abitudine di non aspettare mai liniziativa del nemico,
ma di incalzarlo anche quando i rapporti di forza non erano
favorevoli, magari puntando sulleffetto sorpresa, Garibaldi
voleva dirigere decisamente a sud, verso Napoli, ma Mazzini,
capo del triumvirato romano, decise di concentrare tutte le forze
nella difesa di Roma: lirruenza di Garibaldi non era quasi mai
temerariet, perch lazione improvvisa aveva in genere buone
probabilit di riuscita rispetto ad eserciti nemici lenti e
comandati da generali troppo legati agli schemi della guerra
campale. Lidea di Garibaldi era quella di approfittare del fatto
che i francesi avevano ancora un contingente limitato e di
scompaginare queste forze.
Nel frattempo gli oppositori della Repubblica romana si
erano riorganizzati: francesi, austriaci, spagnoli e napoletani

mettevano in campo una potenza di fuoco a cui non era


possibile resistere, ed ecco che ancora una volta Garibaldi
propone una soluzione poco ortodossa; dislocare buona parte
delle forze repubblicane nelle campagne laziali, in piccoli gruppi
in grado di muoversi rapidamente, di sorprendere il nemico, di
disimpegnarsi rispetto agli scontri frontali: s, nuovamente la
guerriglia poteva avere leffetto se non di rovesciare
completamente la situazione perlomeno di logorare le truppe
avversarie e di guadagnare tempo rispetto alla formazione di
eventuali altri contingenti di volontari.
Qui latteggiamento contraddittorio di Garibaldi
clamoroso: di fronte alla litigiosit dei politici e ad una certa
inconcludenza dei regimi parlamentari, egli sosterr sempre che
le situazioni di emergenza vanno affrontate affidando i pieni
poteri ad ununica persona, consentendo quindi al dittatore di
decidere in fretta e unicamente dal punto di vista del bene
comune; ebbene, a Roma la situazione era di fatto questa, dato
che nel triumvirato era sostanzialmente Mazzini il perno delle
decisioni, ci non di meno Garibaldi dimostr assai poca
disciplina nei confronti degli ordini ricevuti: con tutta probabilit
sotto il profilo tattico egli aveva perfettamente ragione, ma, per
lappunto, non si pu ragionevolmente sostenere la centralit
della catena di comando e poi, al lato pratico, metterla in
discussione. Si pu addirittura ipotizzare che in realt, pensando
al ruolo dittatoriale, Garibaldi guardava soprattutto a se stesso,
ed il sospetto tanto pi giustificato se solo si pensa al reale
disinteresse personale con cui Garibaldi ha sempre agito.
Ed anche da questi aspri contrasti che fra Mazzini e Garibaldi
si delinea un dissidio che non si sopir mai, e anzi si andr
accentuando negli anni, a tutto discapito di una linea unitaria e
politicamente forte dello schieramento democratico. In ogni
caso prevalse la decisione di Mazzini e la Repubblica si trov a
subire un assedio terribile. "Mazzini sapeva chera finita, ma
voleva che finisse bene, e per finire bene Garibaldi era luomo
che ci voleva". Se, cio, Garibaldi avesse diretto la difesa di
Roma con la perizia e il carisma che egli solo possedeva, quella
sconfitta sarebbe stata una vittoria simbolicamente pi efficace
di tanti effimeri successi.

E la resistenza guidata da Garibaldi fu innanzitutto una


straordinaria prova di forza morale di fronte al futuro imperatore
dei francesi il quale sosteneva sprezzante che "gli italiani non
sanno battersi": e invece "sulle mura di Roma a quelle
entusiastiche schiere rosse non resta oramai che combattere
per la gloria delle armi. Tutto ridotto a informi mucchi di
macerie, i difensori fanno miracoli, ufficiali e soldati vanno a
gara nelladempimento del loro dovere, pare che ognuno voglia,
in quei giorni estremi, illustrare colle proprie azioni la gloriosa
caduta di Roma." Parole retoriche, forse, ma talvolta non ve ne
sono altre possibili per raccontare la storia.
La Repubblica finita, il 30 giugno 1849 lAssemblea si
riunisce per decidere che fare, e Mazzini espone lucidamente le
alternative: arrendersi, resistere fino al massacro, evacuare le
truppe nella prospettiva di proseguire la lotta; Garibaldi si
presenta in Campidoglio lacero, ferito, quasi che davvero
pensasse a come poi lo avrebbero ritratto le stampe popolari,
ma il momento era totalmente tragico, non cera tempo per
lenfasi: appoggia Mazzini nella proposta di evacuazione,
solidale con lui quando rassegna le dimissioni perch
lAssemblea ha scelto invece di capitolare, e in piazza S. Pietro
raduna i suoi uomini ai quali offre "fame, sete, marce forzate,
battaglie e morte". In quattromila lo seguono nel suo piano per
raggiungere Venezia ed unirsi agli insorti, ma limpresa era
disperata: si trattava di marciare per centinaia di chilometri in
territori battuti da borbonici, austriaci e papalini, e lenorme
prestigio del generale, unito alle astuzie tattiche per sfuggire il
nemico, non valsero a rinsaldare un morale ormai a terra in
uomini privi di qualsiasi equipaggiamento e che dovunque
arrivassero si trovavano rifiutati dalle autorit e, spesso, anche
dalle stesse popolazioni timorose delle rappresaglie. Il 31 luglio,
a S. Marino, Garibaldi sciolse formalmente la Legione, gi
decimata dalle diserzioni, e con un piccolo nucleo cerc di
proseguire via mare per Venezia.
Le imbarcazioni furono intercettate dagli austriaci, e solo
poche persone riuscirono a toccare terra: di queste la maggior

parte (tra cui Ugo Bassi, il barnabita in camicia rossa) furono


catturate e sbrigativamente passate per le armi; Garibaldi si
ritrov praticamente da solo a vagare per le paludi di
Comacchio nel disperato tentativo di sfuggire alle pattuglie che
lo cercavano alacremente. Anita, incinta di sei mesi e
gravemente ammalata, era ormai allo stremo e non riusc a
resistere: mor in una cascina vicino a Ravenna e Garibaldi non
pot trattenersi nemmeno per il tempo necessario a seppellirla.

Su questo episodio non fior solo la leggenda delleroe che


vede morire fra le proprie braccia la compagna che combatteva
insieme a lui: non pochi, anche su autorevoli giornali, furono
coloro i quali insinuarono che Garibaldi stesso avesse ucciso
quella donna, probabilmente incinta di un altro, per fuggire pi
agevolmente, e che insieme al cadavere avesse anche sepolto
un tesoro trafugato da qualche basilica vaticana. Sordida
assonanza con altre calunnie che un secolo pi tardi
perseguiteranno altri garibaldini.

Eppure la leggenda continu, e singigant: una leggenda,


si badi bene, sostanzialmente aderente alla realt, ma non per
questo meno epica ed emozionante. Garibaldi entr
definitivamente nella storia come uno dei personaggi pi grandi
del suo tempo.
Sfuggito ai gendarmi Garibaldi riesce fortunosamente a
riparare in Toscana e poi in Liguria, ma il governo piemontese se
ne vuole sbarazzare al pi presto: gli si dia un sussidio, lo si
mandi in America, altrimenti lo si arresti. Stranamente proprio
quel Parlamento che egli, pur facendone parte, sdegnosamente
non aveva mai frequentato, a esprimergli solidariet, votando a
larga a maggioranza un ordine del giorno nel quale si contesta
la validit costituzionale dellarresto del generale e della
minaccia di espellerlo dal regno.
Garibaldi non se la sente di dare battaglia sul piano
giuridico, ringrazia i tanti che lo hanno aiutato e preferisce
andarsene: nel giugno del 1850, a quarantatre anni, col fisico
minato dallartrite, riprende la strada dellesilio, riprende il
mare.
Nelle Memorie Garibaldi defin sempre come inutili, oziosi,
privi di interesse, gli anni passati lontano dai campi di battaglia,
eppure, se effettivamente le sue iniziative commerciali non sono
degne di nota, pur vero che i numerosi viaggi ed i periodi
trascorsi in mare al comando di mercantili gli consentirono
senza dubbio esperienze di vita e contatti decisamente al di l
della portata di un uomo normale del XIX secolo o anche di
numerosi esponenti di primo piano di governi e Stati maggiori.
New York, Canton, Lima, Brisbane, sono solo alcuni dei porti che
tocc in quei quattro anni, finch, con i pochi risparmi messi da
parte decise che era tempo di ritornare in Europa.
A Londra conobbe alcuni personaggi di spicco del
movimento rivoluzionario internazionale, dal russo Herzen
allungherese Kossuth, ma non trascur la propria vita privata,
addirittura fidanzandosi con una bella signora della buona
societ, Emma Roberts. Riprese i contatti con Mazzini, col

sincero intento di superare le vecchie incomprensioni, ma, se


certamente era ancora un entusiasta, aveva anche imparato a
destreggiarsi meglio nellagone politico, tanto che si sforz di
dimenticare laccoglienza riservatagli dalla monarchia dopo la
caduta di Roma e nuovamente indic nel re la figura che, unica,
poteva guidare il processo dindipendenza: cos si attir ancora
gli strali di Mazzini, il quale parossisticamente anteponeva la
fede repubblicana a qualsiasi analisi politica, e poich, in ogni
caso, da Torino non gli giungevano segnali particolarmente
incoraggianti, decise di proseguire la fase di attesa.
Forse sentiva anche il peso di unet, cinquantanni, che a
quellepoca poteva considerarsi abbastanza avanzata, e
desiderava dedicarsi ai figli che aveva trascurato a lungo; oltre a
tutto lartrite e gli altri acciacchi gli avrebbero reso impossibile
riprendere il mare, cos acquist quasi met di Caprera, una
rocciosa isola dellarcipelago della Maddalena.
Garibaldi descrisse quel periodo con le solite frasi
sbrigative; in realt non fece solo lagricoltore, navig parecchio,
fu a Londra, e coltiv molte conoscenze femminili: per meglio
dire, erano soprattutto le signore ad interessarsi a lui, e la cosa
non gli dispiaceva affatto, salvo non immaginarsi imprigionato in
una vita matrimoniale scandita da obblighi sociali ed impegni
mondani; ruppe il fidanzamento con Emma Roberts, con cui
tuttavia mantenne rapporti di amicizia, simpegn in una
intensa relazione con Maria Esprance von Schwartz e fu
certamente un rapporto molto profondo, poich la donna non
solo gli perdon la figlia che nel 1859 egli ebbe da Battistina
Ravello ma si assunse anzi lonere delleducazione di questa
bambina, Anita, e, ancora, non ruppe con lui malgrado nel 1860
si fosse sposato, senza dirle nulla, con Giuseppina Raimondi;
tanto pi che questo matrimonio ebbe risvolti davvero
grotteschi: poche ore dopo la celebrazione Garibaldi seppe che
la sposa era in attesa di un bambino, ovviamente non suo, e
quindi abbandon immantinente la scaltra fanciulla.
Se,
dunque,
fino
al
1859
Garibaldi
condusse
sostanzialmente una vita distante dallimpegno politico diretto,

non interruppe i contatti e le iniziative: nel 56 incontr Cavour


e, malgrado le enormi distanze ideologiche e lassenza di
qualsiasi simpatia reciproca, fra i due si stabil quello che poteva
dirsi a tutti gli effetti un accordo politico, basato sulla
consapevolezza che entrambi erano espressione di fattori
essenziali e complementari ai fini del processo di indipendenza:
Cavour rappresentava lalta politica, il lavoro diplomatico, gli
interessi delle classi dirigenti, e, soprattutto, il peso della
monarchia; Garibaldi era il punto di riferimento delle classi
popolari, il condottiero in grado di creare un esercito dal nulla, lo
stratega brillante capace di opporsi al nemico pi agguerrito.
Entrambi diffidavano luno dellaltro, il primo paventava il rigore
rivoluzionario del nizzardo e lascendente che questi poteva
vantare fra le masse, il secondo temeva labilit indiscutibile
dello statista avvezzo agli intrighi e disposto a stroncare ogni
iniziativa che sfuggisse al proprio controllo: ma tutti e due
capivano che labilit delluno era inefficace senza lo spirito di
iniziativa dellaltro, e viceversa.
Si pu dire, schematizzando al massimo, che da questo
incontro nacque la vera prospettiva politica di riscatto dellItalia,
assai pi concreta del rivoluzionarismo mazziniano.
Nel 1858 Garibaldi diede una dimostrazione pubblica di
questo suo orientamento, aderendo alla Societ Nazionale
promossa da Daniele Manin proprio per unire in un fronte
unitario democratici e monarchici. E quando maturarono le
condizioni prospettate da Cavour, spingere lAustria ad un atto
di ostilit che giustificasse lentrata in guerra del Piemonte e del
suo potente alleato, la Francia, Garibaldi non esit a mettersi a
disposizione e Cavour fece s che egli venisse nominato
ufficialmente generale dellesercito piemontese e assumesse il
comando di un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi .
Garibaldi avrebbe voluto portare la guerriglia in Lombardia,
per disorientare il nemico e al tempo stesso spingere i lombardi
allinsurrezione, ma il piano venne messo da parte, sia perch
una rivolta popolare, ancorch sotto le bandiere dellItalia, non
poteva non impensierire seriamente gli ambienti conservatori di

Torino, sia perch, come lo stesso Garibaldi fu costretto ad


ammettere, in Lombardia e anche altrove non cera poi
quellincontenibile e unanime desiderio di combattere per il solo
fatto di essere italiani. Garibaldi fu costretto ad un ruolo di
secondo piano, con pochi uomini (circa 3.500 a fronte dei
60.000 piemontesi e dei 120.000 francesi) e per di pi male
equipaggiati, ma anche inesperti e indisciplinati: del numero di
soldati e della condizione degli armamenti. Garibaldi poteva a
ragione incolpare il governo, e in fondo anche la qualit del
materiale umano dipendeva in buona misura dalla ritrosia dello
Stato Maggiore a rinforzare un corpo guidato da un comandante
notoriamente non ortodosso. Se in questa precaria situazione
Garibaldi pot effettuare efficaci azioni di disturbo nei confronti
dellesercito imperiale, addirittura sconfiggendolo in campo
aperto a Varese, ragionevole supporre che con un vero
esercito a disposizione il generale avrebbe potuto imprimere alla
guerra un esito sensazionale.
Ai primi di giugno, nellarco di una settimana, gli austriaci
furono battuti a Palestro e a Magenta, e anche qui Garibaldi vide
giusto: occorreva sfruttare appieno il vantaggio acquisito e non
dare tregua al nemico, mentre lesitazione dei franco-piemontesi
permise la riorganizzazione del fronte avverso, tanto che gli
schieramenti si fronteggiarono in una battaglia infernale, a
Solferino, senza che nessuno dei due riuscisse a prevalere.
Con larmistizio di Villafranca (luglio 59) il Piemonte
ottenne una parte della Lombardia e qui Garibaldi conferm che
il suo senso politico non era poi cos mediocre: una guerra che
avesse prodotto i risultati su cui puntava Cavour (acquisizione di
tutto il Lombardo-Veneto) avrebbe, paradossalmente, potuto
fiaccare non poco il percorso unitario, lasciando il Piemonte
pago del proprio rafforzamento. La situazione invece restava
aperta, tanto pi che Firenze e Modena avevano cacciato i duchi
e Bologna si era resa indipendente dallo Stato pontificio: questi
nuovi governi repubblicani avevano costituito un proprio
esercito e Garibaldi venne chiamato a farne parte, come vice
comandante sotto Manfredo Fanti. Purtroppo nulla and come
Garibaldi aveva sperato: non solo non aveva il comando

supremo, ma ai suoi ufficiali era stato ordinato di disubbidirgli


nel caso avesse preso iniziative inconsuete; Vittorio Emanuele
fece il doppio gioco: gli aveva lasciato intendere che, pur non
potendolo appoggiare ufficialmente, non lo avrebbe bloccato se
avesse tentato un colpo di mano contro lo Stato pontificio, ma
alla prova dei fatti da Torino vennero posti ostacoli
insormontabili. Nellinsieme la situazione era dominata da
manovre
politiche,
conflitti
personali,
oscure
trame
diplomatiche, e Garibaldi non era certo luomo adatto a
destreggiarsi pi che tanto in simili paludi: a met novembre si
dimise e torn a casa.
Era francamente disgustato e infatti esit a lungo prima di
aderire alla richiesta di fare da gran mediatore tra le varie
fazioni democratiche, divise e litigiose, al fine di arrivare alla
loro unificazione: il tentativo fall miseramente, cos come non
riuscirono la sottoscrizione per raccogliere un milione di fucili e
lorganizzazione del movimento Nazione Armata. Nondimeno
Garibaldi continu una sua attivit politica, addirittura tentando
un riavvicinamento con Cavour, del quale conosceva fin troppo
bene labilit; ma Torino aveva puntato tutto sullalleanza con
Parigi, e lunico modo per consolidarla era cedere alle pretese di
Napoleone, cos nel marzo 1860 la Savoia e Nizza furono cedute
alla Francia.
Il rappresentante di Nizza al Parlamento di Torino, deputato
Giuseppe Garibaldi, fece una delle sue rare apparizioni in aula e
sferr un attacco violentissimo contro il primo ministro che
"barattava uomini e popoli" e che per liberare lItalia dallo
straniero lasserviva ad un altro straniero, forse ancora pi avido
e volgare. La rottura con Cavour non poteva essere pi drastica
e lex parlamentare (si era dimesso subito dopo il discorso)
prese ancora una volta la strada di Caprera.
Ormai, per, il sogno di una vita, lunit di unItalia
indipendente, sembrava davvero realizzabile, con un regno di
Sardegna rafforzato e quasi tutta lItalia centrale libera, e un
regno di Sicilia che forse vacillava per liniziativa dei
rivoluzionari. Le difficolt organizzative erano comunque

enormi: le armi acquistate con la sottoscrizione furono


sequestrate dal governo piemontese e quelle procurate dalla
Societ Nazionale erano antiquate o addirittura non
funzionavano, e malgrado i numerosi aiuti finanziari non era
impresa da poco rifornire una spedizione di quel genere; e infatti
i 1.089 uomini che sbarcarono in Sicilia avevano davvero un
equipaggiamento a dir poco approssimativo; anche procurarsi le
navi non fu affatto semplice, e tutti questi problemi, oltre alle
considerazioni politiche di carattere generale, lasciarono
Garibaldi esitante fino allultimo. Comunque, allalba del 6
maggio, nei pressi di Genova, a Quarto, lavventura ebbe inizio.
Pi volte, nel narrare le proprie vicissitudini, Garibaldi not
come il caso risulti spesso essere lelemento decisivo in una
battaglia, e anche in questo frangente ne abbiamo una
conferma. Le due navi dovevano procedere di conserva ma un
malinteso fece s che si perdessero di vista, costringendole a
impiegare varie ore per ritrovare il contatto: il contrattempo fu
provvidenziale, perch consent ai due vapori di non incrociare
la flotta borbonica, che non avrebbe avuto difficolt a mettere
fuori combattimento le vecchie imbarcazioni dei garibaldini: in
realt la fortuna fu doppia, perch le navi da guerra nemiche
non erano nemmeno nel porto di Marsala, il che avrebbe
certamente
impedito
lo
sbarco.
Ammaestrato dalle infelici esperienze avute nelle campagne
lombarde, Garibaldi ebbe laccortezza di non presentarsi ai
contadini semplicemente come un "liberatore", o, peggio
ancora, di limitarsi a proclamare che prendeva possesso della
Sicilia in nome di Vittorio Emanuele: diede segni molto concreti
del cambiamento, abolendo le tasse sul sale e sul pane, e
addirittura promettendo di ridistribuire il latifondo.

Dopo la travolgente vittoria di Calatafimi la strada per


Palermo era libera, tanto pi che la notizia si sparse
rapidamente in tutta lisola e lappello ad attaccare i soldati
borbonici ovunque fossero ebbe un certo successo.
In realt Garibaldi poteva contare su poco pi di tremila
uomini male armati, mentre Palermo era molto ben difesa: ma a
quel punto niente sembrava potergli resistere, le sue truppe
avevano acquistato una fama certamente di gran lunga
superiore alla loro effettiva forza, e i focolai di rivolta allinterno
della citt contribuirono a dare ai borbonici un quadro
drammatico che era ben lungi dallessere aderente alla realt.
Cos, quando il comandante della piazza, il generale Lanza,
preoccupato dallandamento degli scontri, decise di trattare,
Garibaldi accentu il bluff ed ottenne praticamente una resa
senza condizioni, a parte quella di consentire il rientro via mare
dei borbonici a Napoli.
A Milazzo le cose non andarono altrettanto bene e fra i
garibaldini vi furono quasi ottocento tra morti e feriti, tuttavia
ormai Garibaldi era padrone dellisola. Anzi, ne divenne dittatore

in nome del re, e cos continuava la partita doppia: il Piemonte


ufficialmente non approvava, per non inimicarsi la Francia, e, a
seconda che Garibaldi avesse vinto o perso, era pronto a
scaricarlo o ad onorarlo.

La parte decisiva dello scontro si prospettava sul


continente, dove i borbonici erano numerosi ed agguerriti e non
sembrava sufficiente il pur notevole ingrossamento delle fila
garibaldine, che potevano adesso contare su circa dodicimila
uomini in Sicilia e ottomila al Nord al comando di Bertani. Ma,
incredibilmente, ancora una volta la leggenda superava la
realt: in Calabria lesercito borbonico si sfald e dopo
unavanzata irresistibile il 7 settembre Garibaldi entr a Napoli.
Fu per calcolo o per pura temerariet che il generale si concesse
un formidabile coup de thatre? Non entr in citt alla testa
delle sue colonne, ma solo con una piccola avanguardia, con la
popolazione che lo acclamava e i soldati nemici che invece di
farlo fuori in un baleno gli presentavano le armi.
Prima dittatore della Sicilia e ora di Napoli, doveva
comunque fare ancora i conti con il grosso dellesercito di
Francesco II, attestatosi pi a nord. Non che sottovalutasse

questo ostacolo, per non lo riteneva certo insormontabile


rispetto allobiettivo primario: liberare Roma.
Ci nondimeno il gioco si faceva complesso, oltre che duro:
tramite numerosi agenti Cavour tesseva trame nelle citt
occupate e lavorava alacremente per imprimere una decisa
svolta moderata ai movimenti in atto in tutta le penisola;
Vittorio Emanuele faceva il triplo gioco, cercando di mantenere i
migliori rapporti con la Francia, con Garibaldi e col proprio
primo ministro; Garibaldi navigava con inusitata perizia in
queste acque torbide, dimostrandosi assai pi accorto di come
abitualmente viene descritto. Non solo aveva ben chiare tali
manovre, ma oper con grande senso politico nel governo della
citt, lasciando un certo numero di ministeri ai meno radicali e
badando di non scontrarsi troppo apertamente con le forze
cattoliche; voleva battere sul tempo i progetti cavouriani e
mettere la Francia di fronte al fait accompli di una Roma capitale
dItalia.
Naturalmente Cavour si dimostr il pi abile di tutti:
prospett al re le proprie dimissioni e una conseguente crisi
dagli esiti imprevedibili, costringendolo a rinnovargli la fiducia
sul piano formale e sostanziale; e immediatamente ordin
lingresso delle truppe piemontesi in Umbria e nelle Marche,
imponendo su gran parte dello Stato pontificio lautorit di un
governo amico della Francia e togliendo liniziativa ai
rivoluzionari.
In un simile frangente aggirare lesercito borbonico e
puntare a Roma diventava improponibile, cos Garibaldi si risolse
ad affrontare i borbonici in campo aperto: la battaglia sul
Volturno fu difficile e dallesito nientaffatto scontato, e pi che
altrove Garibaldi dimostr le sue capacit di stratega.
La vittoria fu netta e altrettanto chiaro fu che la campagna
era
finita
l.
Rifiutando sdegnosamente ogni ricompensa Garibaldi ritorn a
Caprera e al suo mestiere di agricoltore, cos ingrato in

quellisola con troppi sassi e poca terra: un gesto che, lungi dal
riportarlo nellombra, lo consacr nella leggenda.
Difficile dubitare che non ne fosse ben consapevole: eletto
deputato del nuovo regno, nellaprile del 1861 si present in
aula con la camicia rossa ed il mantello bianco.
Era il primo ministro il grande avversario di Garibaldi, ma,
paradossalmente, quando poco tempo dopo Cavour mor,
Garibaldi si rese conto che il resto della classe politica era assai
peggio: Cavour almeno era abile e deciso, mentre costoro
facevano dellirresolutezza il proprio credo. Ritornare a Caprera
fu una scelta obbligata.
In realt Garibaldi non intendeva certo estraniarsi dalla
realt politica e Roma, insieme a Venezia, era sempre al centro
dei suoi pensieri: da un lato si adoper attivamente nella
campagna di raccolta di fondi per lacquisto di armi, dallaltro
ebbe unintensa serie di colloqui a livello governativo per
preparare quella spedizione che egli riteneva inevitabile e
imminente. Il primo ministro Rattazzi gioc ancora pi sporco di
Cavour, e dopo aver prospettato unazione di comune intesa
fece retromarcia, non senza forti momenti di tensione.
Con notevole intuito politico Garibaldi scelse come base
della propria iniziativa quella Sicilia che lo aveva accolto
trionfalmente: concentr armi e materiali, chiam a raccolta
qualche migliaio di volontari da tutta Italia, simpadron di
alcune navi e sbarc in Calabria.
Forse
Napoleone
stava
addirittura
meditando
di
disimpegnarsi e di lasciare il papa al suo destino, tuttavia
lopinione pubblica cattolica insorse e limperatore dovette
mantenere ferma la posizione tradizionale; dopo mille intrighi,
anche Rattazzi ruppe gli indugi, temendo che si fosse davvero in
una fase prerivoluzionaria, e ordin alle truppe del generale
Cialdini di intervenire con durezza. Alla fine di agosto, ad
Aspromonte si concluse la marcia su Roma.

Per Garibaldi, seriamente ferito, umiliato, abbandonato da


molti suoi sostenitori, lesilio era ineluttabile.
Era talmente amareggiato che nel 1863, nel pieno della
guerra di secessione, quando Lincoln gli offr il comando di un
corpo darmata, rifiut; forse anche perch non era stata accolta
la piccola condizione che aveva posto: il comando supremo di
tutte le truppe nordiste.
Il soggiorno in Inghilterra nella primavera dellanno
successivo dimostr al mondo intero quanto ormai fosse
straordinaria la fama che circondava Garibaldi: la popolazione
gli tribut ovunque, non solo a Londra, unaccoglienza
strepitosa, che non ebbe eguali in tutta la storia moderna, la
stampa faceva a gara nel dipingerlo come il pi grande eroe del
secolo, i salotti e i circoli politici si contendevano accanitamente
la sua presenza.
Rientrato in Italia, accoglie in casa propria una giovane
piemontese, Francesca Armosino, in qualit di balia di uno dei
suoi nipoti: non si pu certo dire che se ne innamor
perdutamente, ma dopo qualche tempo si cre fra loro un
legame di affetto e di piacevole consuetudine, tanto che
lunione si stabilizz e da essa nacquero vari figli.
Pass un periodo molto tranquillo, fintanto che non si
approssim un nuovo scontro con gli austriaci: non si tratt di
uniniziativa italiana, bens di un astuto piano di Bismarck, il
quale tramite una guerra contro lAustria voleva sancire
definitivamente legemonia della Prussia sulla regione tedesca,
e quindi volle lItalia come alleata per costringere Vienna ad
impegnarsi su di un secondo fronte.
Certamente Garibaldi si aspettava ben di pi di quanto La
Marmora, nuovo primo ministro, gli offr il comando di un Corpo
di Volontari equipaggiati in modo piuttosto approssimativo e con
pochissima esperienza, senza nemmeno poter contare su
unefficiente catena di comando, dato che i migliori ufficiali
garibaldini erano entrati a far parte dellesercito regolare.

I montanari tirolesi si guardarono bene dallaccogliere


Garibaldi come un liberatore, ci nonostante il generale
condusse le operazioni con la solita perizia tattica: a Bezzecca
blocc la discesa degli Austriaci e si apr la strada per Trento.
Avrebbe potuto prendere la citt in pochi giorni, quando gli
arriv la notizia dellarmistizio e la sua secca riposta allordine di
fermarsi diventata il pi celebre telegramma della storia.
Una guerra grottesca e inutile: gli Austriaci, maggiormente
impegnati contro lavversario prussiano, erano nettamente
inferiori e tuttavia inflissero agli italiani due cocenti sconfitte, a
Custoza e a Lissa; i nipotini di Cavour, che vagheggiavano
Trieste e sognavano le Alpi come nuovo confine della patria,
avevano immaginato di poter usare la Prussia cos come il conte
aveva usato la Francia, per appena Bismarck, ottenuto ci che
voleva, si disimpegn, non se la sentirono di andare fino in
fondo. Ma Venezia era italiana! Peccato che Vienna gi mesi
prima fosse pronta a cedere la regione veneta senza
contropartite purch lItalia restasse fuori dal conflitto.
Ancora una volta il sentimento che prevale in Garibaldi
lamarezza: non solo per linettitudine delle gerarchie militari e
lopportunismo del governo, ma per il senso dinutilit che
sembrava accompagnare il sacrificio dei tanti patrioti che

avevano combattuto per lunit italiana. E vi era un unico modo


per cancellare questa vergogna: cacciare il Papa da Roma.
Garibaldi si avvicina rapidamente alla sua ultima battaglia,
che, a differenza delle altre, perder.
il risultato di quello che potremmo definire un potente
vizio ideologico. Garibaldi voleva credere che il sentimento
nazionale e lamor di patria, che nella fattispecie si traducevano
nellobiettivo di unItalia unita, fossero inevitabilmente diffusi e
quindi in grado di travolgere meschinit politiche, egoismi
individuali, privilegi corporativi. E cos il suo convincimento che
ormai vi fossero tutte le condizioni per liberare Roma poggiava
su basi decisamente fragili.
In qualche modo si ripet quanto gi accaduto con i Mille: il
governo da un lato lasciava intendere il proprio appoggio e
dallaltro agiva in vario modo per coprirsi le spalle nel caso
limpresa di Garibaldi fosse fallita e avesse provocato una
bufera diplomatica.
In questo altalenarsi di contatti e prese di distanza, il primo
ministro Rattazzi cercava evidentemente di "seguire la politica
di Cavour, senza la sua finezza". Tant che allimprovviso decise
di bloccare tutto e fece arrestare illegalmente il deputato
Garibaldi, salvo poi, di fronte alle proteste che immediatamente
ne seguirono, rispedirlo a Caprera. O forse il disegno era
davvero sottile: il governo aveva dimostrato la propria
contrariet verso la spedizione romana, addirittura bloccandone
lartefice, ma se nello Stato pontificio vi fosse stata
uninsurrezione "spontanea" lintervento italiano sarebbe stato
inevitabile al fine di preservare la legge e lordine.
Fatto sta che Garibaldi riusc a evadere dal soggiorno
obbligato nella sua isola, e arrivato a Firenze proclam,
parafrasando quel Nelson che ammirava tanto, che "lItalia si
aspetta che ciascuno compia il proprio dovere". Di fronte
allirrigidimento della Francia, che allert le truppe di stanza a

Roma, Vittorio Emanuele licenzi Rattazzi e ordin di arrestare


Garibaldi.
Avvertito dallamico Crispi, Garibaldi riusc a defilarsi e a
riunirsi con le proprie truppe. In effetti pi che di truppe si
dovrebbe parlare di un fragile esercito, raccogliticcio e male
armato, che avrebbe dovuto affrontare soldati perfettamente
addestrati ed equipaggiati, senza neppure poter contare
sullinsurrezione dei romani, ormai dimentichi del sacro furore
che li aveva animati nel lontano 49.
Malgrado lesito favorevole di alcuni scontri iniziali, tra cui
la presa dellimportante roccaforte di Monterotondo, la resa dei
conti era ineluttabile, ed sorprendente che un tattico cos
brillante come Garibaldi non se ne fosse reso conto: a Mentana
la sconfitta fu assoluta e Garibaldi si trov nuovamente agliarresti.
Ancora una volta Roma era irraggiungibile, e Garibaldi non
poteva non sentirsi tradito e umiliato: verosimilmente le
numerose digressioni polemiche delle Memorie, in cui attacca
violentemente la classe politica, Mazzini e il papato, hanno in
Mentana il punto focale. In ogni modo non un caso che decise
di modificare pi volte le Memorie, proprio per adeguarne lo
svolgimento con le opinioni ex post che si era formato in merito
alle vicende italiane.
Negli anni successivi pass il proprio tempo a coltivare la
terra e a scrivere: il periodo in cui si dedic alacremente alla
stesura dei suoi romanzi storici, che neppure la generosa
collaborazione dellamico Dumas riusc a far diventare qualcosa
di pi che modestissimi esercizi letterari, dei quali si
praticamente persa ogni traccia. Se in molte occasioni Garibaldi
aveva dimostrato ampiamente la propria modestia, in questo
caso diede prova di una presunzione irragionevole,
immaginando che la propria esperienza di vita, per tanti versi
unica, fosse sufficiente a fargli ripercorrere le orme di Dumas o
di Hugo.

Quando, cogliendo loccasione del ritiro delle truppe


francesi dallo Stato pontificio e del loro invio sul fronte
prussiano, il 20 settembre 1870 i soldati italiani entrarono
finalmente a Roma, Garibaldi non reag con particolare gioia: pi
duno comment malignamente che ci era dovuto al fatto che
egli non ebbe alcuna parte nella vicenda, e certamente il
risentimento
personale
ebbe
gran
peso
in
questo
atteggiamento. E tuttavia, come dargli torto? Aveva speso una
vita, o almeno gran parte di essa, a predicare, e a combattere,
per la presa di Roma, per questo lo avevano arrestato,
sbeffeggiato, quasi ucciso, e ora, per mere ragioni di
opportunit politica, avevano compiuto limpresa della sua vita
non solo evitando di coinvolgerlo minimamente, ma senza
neanche una parola di omaggio nei suoi confronti.
Deluso e amareggiato, reag nel modo che gli era abituale:
entrare in azione. Nella guerra franco-prussiana era
francamente arduo individuare quale dei contendenti fosse
"dalla parte della libert", ma dopo la battaglia di Sedan e il
crollo dellimpero la nuova Repubblica francese apparve a
Garibaldi una buona causa per cui battersi, e part senza indugio
per Marsiglia.
Ingombrante questa presenza, e senza dubbio i governanti
francesi ne farebbero volentieri a meno, ma sullonda
dellentusiasmo popolare il plenipotenziario Gambetta
praticamente costretto ad affidargli un comando: la cosiddetta
Armata dei Vosgi, in realt poco pi di cinquemila uomini.
Il generale ha ormai sessantaquattro anni, le antiche ferite
si fanno sentire, gotta e reumatismi lo debilitano, costretto a
spostarsi in carrozza, ma, ad onta di quanto vanno dicendo i
suoi detrattori, ancora un vecchio leone. E soprattutto non ha
perso nulla delle sue capacit di combattente.
Con quella truppa mediocre che si ritrova, tiene testa
abilmente ad un esercito composto da quarantamila prussiani,
veterani spietati e pronti a tutto, guidati da quel generale
Werder che era considerato uno dei soldati pi temibili e capaci

dellepoca. Addirittura, dopo tre giorni di combattimenti, a


Digione ottiene una strepitosa vittoria, riuscendo anche a
catturare una delle due uniche bandiere perse dai prussiani nel
corso del conflitto. Cos comment il Ministro della Guerra
Freycinet: " veramente il nostro miglior generale", e dopo tante
umiliazioni per Garibaldi quel riconoscimento valse pi di
qualsiasi
medaglia.
Come certamente sarebbe stato fiero di quel che ebbe a dire un
Bismarck furente e indignato al ricordo delle vicende del 66:
"Questo Garibaldi spero che si riesca a prenderlo vivo. Lo
metteremo in una gabbia e lo esporremo a Berlino con un
cartello: lingratitudine italiana".
Le sorti della guerra sono comunque segnate, la Francia
accetta un pesante accordo di pace e lArmata dei Vosgi viene
sciolta.
Garibaldi vorrebbe tornare a casa, ma i suoi amici lo
candidano alle elezioni e viene eletto deputato in numerose
circoscrizioni, tra cui Nizza; a Parigi, poi, ottiene un successo
clamoroso, prendendo addirittura pi di 200.000 voti e
seguendo a ruota Louis Blanc, Victor Hugo e Lon Gambetta.
LAssemblea Nazionale ha sede a Bordeaux (per espresso
volere di Bismarck) e si riunisce al Grand Thatre: Garibaldi vi
entra col poncho e la camicia rossa, la sinistra e il pubblico lo
acclamano, i deputati della destra lo insultano e glimpediscono
di parlare. In realt egli aveva gi rinunciato alla carica, e quel
gesto volle essere un modo spettacolare, teatrale, appunto, per
congedarsi definitivamente dalla vita pubblica. Il 18 marzo 1871
Parigi insorge, la Comune.
Il suo Comitato Centrale chiede a Garibaldi di assumere il
comando delle truppe rivoluzionarie, ma il generale, pur
manifestando la propria solidariet, declina lincarico.
Certamente la salute di Garibaldi pessima, ma non solo per
questa ragione che egli non si reca a Parigi. AllAspromonte si
era rifiutato di sparare sui soldati piemontesi, e sempre gli era
ripugnata lidea di combattere, anche per una giusta causa,

contro dei compatrioti: come poteva immaginare, lui che era


stato eletto deputato di Francia, di mettersi alla testa di francesi
che combattevano altri francesi?
Il rivoluzionario Garibaldi, lalfiere del cosmopolitismo e
della fratellanza universale, si ritrova prigioniero di una visione
angusta e schematica della lotta politica e in questa occasione
rivela i profondi limiti del suo orizzonte politico: non comprende
il significato universale della Comune, il suo essere comunque
un paradigma per le nascenti forze della rivoluzione. In realt,
come stato osservato da pi parti, la stessa maggioranza dei
comunardi aveva sottovalutato questo aspetto, e fu
sostanzialmente Marx lunico che si rese conto di come la
Comune
avesse
aperto
una
nuova
strada
per
linternazionalismo.
E sar pi per sentimento che per riflessione politica che
pi tardi Garibaldi rimpianger la propria decisione di non
essere stato in mezzo ai "soli uomini che in questo periodo di
tirannide e di menzogna, di codardia e di degradazione, hanno
tenuto alto il santo vessillo del diritto e della giustizia".
La sua vita era ormai a Caprera, e la vecchiaia si fa sentire
sempre di pi, nonostante lallegria e il vigore ritrovati con la
nascita di Manlio, il terzo figlio che gli d Francesca Armosino,
dopo Clelia e Rosa.
Rieletto deputato, si reca raramente a Roma, e dopo aver
accolto con gioia landata al governo di Depretis (ufficiale
garibaldino al tempo dei Mille) ben presto prender le distanze
da quella Sinistra parlamentare che diede il meglio di s nella
pratica del trasformismo. lennesima delusione politica di
Garibaldi, che gi aveva compromesso la propria appartenenza
al movimento socialista: aveva aderito entusiasticamente
allInternazionale ( sua la celebre espressione "sole
dellavvenire", riferita al socialismo), e quando nel 1874 i primi
militanti dellInternazionale erano stati arrestati, Garibaldi fu tra
i primi a difenderli pubblicamente; era s un rivoluzionario, ma
pi sul piano militare che su quello politico: immaginava le

masse che si ribellano in armi allo straniero e alloppressore ma


non che trasformano questa guerra in lotta per il potere. "La
parola proletario non fa parte del linguaggio garibaldino. Egli
parla di Italiani, di popolo; non si trova sotto la sua penna il
riconoscimento della lotta di classe di cui il proletariato sarebbe
la forza motrice. Garibaldi preferisce dividere il mondo secondo
il principio del bene e del male."
Questo suo particolare moderatismo gli alien le simpatie
dellInternazionale, che appunto puntava sempre pi ad
elaborare una strategia politica, tanto che alla fine del 74 essa
invit pubblicamente il popolo italiano a non ascoltare
linterpretazione "equivoca " che del socialismo dava Garibaldi.
Il pacifismo universale, una sorta di umanesimo moderno venato
di pessimismo, diventa la filosofia dei suoi ultimi anni.
Non dunque per un tardivo perbenismo (fra i molti difetti
di Garibaldi non vi era certo quello dellipocrisia), ma per un
profondo bisogno di armonia, che, sentendosi ormai alla
conclusione della propria esistenza, egli volle onorare la figura
di Francesca Armosino, che per tanti anni lo aveva
amorevolmente
assistito.
Ottiene,
non
senza
fatica,
lannullamento del matrimonio con quellEmma Raimondi che
laveva abbindolato tanto tempo prima, e finalmente, a
settantatre anni, sposa Francesca, con intorno tutta la sua
grande famiglia.
Nella primavera del 1882 il suo vecchio amico Crispi,
siciliano, lo volle accanto a s per le celebrazione del
seicentesimo anniversario del Vespri: lultimo, trionfale viaggio
di un Garibaldi ormai stremato.
Tornato a Caprera, muore il 2 giugno.Sulla pietra tombale
viene incisa una stella, quella dei Mille, e sotto solo un nome:
Garibaldi.