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SINFONIA 5 - BEETHOVEN

La V sinfonia di Beethoven, sinfonia molto famosa, è quella che incomincia con le quattro note che poi
ripete. Un mito. Un mito per varie ragioni. Storicamente: per scrivere questa sinfonia Beethoven impiegò
quasi quattro anni e pensate che questa sinfonia fu eseguita per la prima volta nel dicembre 1808 in un
concerto in cui venivano eseguite anche la sinfonia pastorale VI e il IV concerto per pianoforte. Ma
soprattutto perché c’è un tentativo di integrare fra loro i quattro movimenti come non era mai successo
ossia queste quattro note o comunque questo ritmo torna in tutti i movimenti. Nel secondo movimento c’è
una sorta di fanfara, e anche nell’accompagnamento sotto un tema molto dolce. Nello scherzo, il terzo
movimento, queste quattro note tornano ancora ed in maniera molto più decisa e più chiara, con un altro
ritmo ma sempre con la stessa intenzione. E nel finale, nel quarto movimento, torneranno ancora: viene
citato lo scherzo ma in ogni modo all’interno del tessuto di questo finale si sentono diversi elementi
corrispondenti alle quattro note. È la prima volta che un compositore lega in modo così forte, così decisa i
quattro movimenti di una sinfonia attraverso lo stesso elemento ricorrente. Ma la cosa che sbalordiva tutti i
contemporanei e anche tutti i musicisti dell’ottocento non era solo questo ritorno ritmico e tematico ma era
la organicità che Beethoven è riuscito a dare a questa composizione. È la prima volta che i quattro
movimenti di una sinfonia non sembrano degli organismi separati, sembrano direttamente collegati. In
particolare il terzo e quarto movimento sono proprio letteralmente collegati, non c’è pausa. Il terzo
movimento sfocia nel finale, nel quarto movimento e, infatti, questi movimenti vengono eseguiti uniti tra
loro. E soprattutto il senso della trasformazione di queste quattro note, cioè il senso che progressivamente il
destino che bussa alla nostra porta assume, cambia, si trasforma all’interno dei quattro movimenti.
Questa è stata una delle sinfonia a cui sono stati dati più spesso significati extramusicali. La frase “è il
destino che bussa alla nostra porta” è di Beethoven, quando un allievo gli chiese “perché usi queste quattro
note?” lui disse “è così che il destino bussa alla nostra porta”. La sinfonia è sempre stata vista come la lotta
dell’uomo contro il destino. Se il destino è rappresentato da questi colpi inesorabili (le quattro note), l’uomo
sembra rappresentato, all’interno della sinfonia, da una fanfara trionfale che arriva in due movimenti: nel
secondo, sentite come i colpi del destino vanno sempre in senso discendente mentre la fanfara è
ascendente, questo stesso tema della fanfara è l’inizio del finale che è sempre in senso ascendente e anche la
strumentazione è molto simile. Nel secondo movimento è proprio una fanfara con trombe e timpani ma nel
quarto movimento Beethoven aggiunge una novità strumentale, la quinta sinfonia è la prima sinfonia nella
storia in cui vengono utilizzati i tromboni (strumento molto sonoro ma anche strumento simbolico che
rappresenta l’aldilà, viene utilizzato ad esempio da Mozart nel tuba-mirum del requiem) per sottolineare
questa fanfara ed inoltre Beethoven aggiunge anche altri due strumenti che non erano mai stati utilizzati:
l’ottavino (strumento molto acuto, è un flauto piccolo) e il controfagotto (un fagotto ancora più grave) che
raddoppia i bassi. Questo assume un significato importante, cioè il fatto che l’intera orchestra, con questi
nuovi strumenti, viene utilizzata solo nel finale. Perché, tornando all’aspetto visivo dell’orchestra,
l’ascoltatore vede questi strumenti sin dall’inizio (forse può non accorgersi dell’ottavino ma di tre tromboni
e di un controfagotto è difficile non accorgersi) ma nel primo movimento non suonano, nel secondo
movimento non suonano, nel terzo movimento non suonano (quando suoneranno?) ed ecco che alla fine del
terzo movimento, dello scherzo, c’è questo grande crescendo e l’ascoltatore vedrà i trombonisti ed il
controfagottista che si preparano a suonare e quindi questo è un punto di grande tensione. Qui cambia
quindi la concezione della sinfonia. Non è più un rondò leggero, allegro, spensierato ma è il punto
culminante dell’intera sinfonia. Questo non era mai successo, neanche nell’eroica (III sinfonia), neanche
nella Jupiter di Mozart (l’ultima sua sinfonia) e invece nella quinta (come succederà poi nella nona
sinfonia) il percorso intero che è scandito dagli stessi elementi che tornano in tutti e quattro i movimenti
porta verso il finale. Se normalmente si diceva che se i quattro movimenti di una sinfonia classica fossero
quattro personaggi diversi di una commedia, con la quinta sinfonia cambia la concezione: non sono più
quattro personaggi diversi ma è lo stesso personaggio visto da quattro punti di vista differenti. Questa è la
grande rivoluzione di concezione della sinfonia. Per ottenere questo risultato Beethoven sviluppa al
massimo grado le tecniche delle quali lui è maestro, derivanti da Haydn e Mozart, che è la tecnica di
elaborazione motivica. Ovvero di ricavare grandi conseguenze da piccoli elementi.

È il caso del primo movimento che dalle quattro note iniziali risulta tutto il materiale del movimento.
Sentite come subito dopo questa grande esplosione iniziale Beethoven va avanti, sempre con i quattro colpi,
poi avvicina il ritmo, c’è un’accelerazione. Quindi allo stesso tempo lui sta elaborando il motivo, le quattro
note, e sta lavorando sull’armonia per dare più tensione al tessuto musicale. Il secondo tema comincia nello
stesso modo, poi il tessuto si ammorbidisce un po’ con i violini che espongono il tema che passa poi ai
clarinetti che lo ripetono con un altro colore, poi lo ripete il flauto insieme ai violini con un altro
cambiamento delicato di colore. Cosa succede sotto a questo tema delicato? L’accompagnamento dei
violoncelli e contrabassi è formato sempre dalle quattro note che cambiano funzione, all’inizio erano tema
mentre qui diventano accompagnamento: questo è il senso dell’elaborazione motivica, il senso del
linguaggio musicale classico portato al suo massimo sviluppo proprio da Beethoven.
Sentiamo ora l’inizio della quinta sinfonia.
Dopo il famoso inizio il processo riprende e continua,
crescendo sempre sulle quattro note,
secondo tema attenzione ai bassi
piano piano salgono,
e chiusa sulle quattro note
Abbiamo quindi sentito il senso organico di questo pensiero. Come queste quattro note percorrono tutto il
tessuto musicale.

Il secondo movimento. Cerchiamo di capire come il compositore si collega al primo movimento e in che
modo se ne distanzia. Se ne distanzia chiaramente nel carattere. Il carattere di un secondo movimento per
definizione deve essere un carattere più lirico, più rilassato e in effetti abbiamo un tema meraviglioso
esposto insieme, dolce dalle viole e violoncelli accompagnati dai contrabassi pizzicati. Poi succede qualcosa
di particolare: queste ultime note del tema vengono echeggiate dall’intera sezione degli archi, nuovo eco nei
legni che però espandono la frase, a questo punto gli archi riprendono queste ultime battute e le echeggiano
di nuovo, ulteriore eco nei legni, e poi ancora negli archi che concludono. A questo punto la musica va
avanti ma questo procedere per echi, per fermate improvvise che si bloccano su una parte di materiale e la
ripetono si espande al resto del tessuto. Riprende le quattro note e a questo punto il discorso non riesce ad
andare avanti e si ferma, si blocca su se stesso ed è a questo punto che entra la fanfara militare, simbolo
dell’uomo contrapposto al destino, un’esplosione in do maggiore (guarda a caso la tonalità della sinfonia è il
do minore) che trionferà definitivamente nel finale ma anche questa fanfara, che tornerà tre volte nel corso
del movimento, che è una sorta di variazione: sono due temi, quello nelle viole e il tema della fanfara, due
temi che si alternano e vengono continuamente variati.
Ascolti inizio secondo movimento:
tema alle viole e violoncelli.
Eco negli archi, eco nei fiati e la frase si espande.
Eco dagli archi.
Eco nei fiati
Eco archi.
Nuova frase con l’articolazione delle quattro note lente, ma si ferma tutto su nuovi echi.
Esplosione e fanfara.
Anche qui si blocca e ripete.
Comincia la prima variazione del tema. Riempita di altre note…

Il terzo movimento.
Nell’eroica Beethoven inventa uno scherzo leggero, fantastico, qui inventa uno scherzo oscuro, misterioso,
fantasmagorico. Uno scherzo mai sentito, un accenno degli archi, piccola risposta dei legni, nuovamente gli
archi poi legni e poi un’esplosione. Il corno, drammatico, che fa sentire le quattro note, il tema del destino
trasformate con un nuovo ritmo che è quello ternario dello scherzo.
Inizio dello scherzo.
Accenno archi
Risposta legni
Archi
Legni
Esplosione del destino…
Andiamo ora ad ascoltare quando il tema dello scherzo ritorna. Lo scherzo, come nella maggior parte dei
temi di danza ha una struttura ABA. Ha un trio, una parte centrale molto vivace, imitativa, basata su un
tema sul quale i vari strumenti si inseguono. Dopo questo momento brillante, il trio si spegne. Lo scherzo
ritorna e sembra tornare come all’inizio con gli archi gravi pianissimo con l’arco, piccola risposta dei fiati un
po’ meno staccati rispetto all’inizio, più legati. Poi Beethoven ha un’intuizione molto particolare. Quando
parte veramente lo scherzo, il suo colore, il suo carattere è completamente trasformato. Non c’è più questo
mistero, l’esplosione del corno, ma è tutto pianissimo, pizzicato e staccato. Diventa un po’ il fantasma dello
scherzo. Non è più lo scherzo che abbiamo sentito ma è una memoria, una reminiscenza colorata
strumentalmente in maniera differente. Ossia, il tempo è passato su questo materiale e incomincia a
disgregarlo, a disgregare le quattro note (che abbiamo sentito nel primo movimento, più nascoste nel
secondo ma comunque presenti e chiaramente presenti nel terzo movimento). Sembra proprio che siano
sconfitte e infatti lo scherzo si aggancia direttamente al finale all’esplosione della fanfara, all’ingresso dei
tromboni, ottavino e controfagotto. A questa che sembra il trionfo dell’uomo, ma come vedremo ci sarà
ancora spazio pei il destino che non è sconfitto, che resta comunque accumulato all’interno del processo. Il
modo in cui in questo punto dello scherzo, la ripresa, trasforma completamente i materiali e da un colore
totalmente diverso, trasforma la prima presenza, la prima essenza dello scherzo in un fantasma, in una
reminiscenza è qualcosa di straordinario. Beethoven riesce a lavorare con il tempo come nessuno è mai
riuscito a fare.
Ascolto della ripresa e aggancio con il finale tramite un crescendo iniziato dal timpano.
Scherzo che torna.
Ma adesso arriva la sorpresa: sentite il destino cosa è diventato.
Sta finendo, ingresso del timpano che scandisce le quattro note.
Prosegue l’elaborazione dell’inizio dello scherzo ma in modo misterioso, oscuro.
Arriviamo alla luce piano, si apre piano piano salendo verso l’acuto.
Crescendo, i tromboni alzano la campana, e l’esplosione del finale: il trionfo dell’uomo sul destino (?)…
Sembra che sia finita. Sembra che l’uomo, la luce, abbia trionfato su questa oscurità, sul destino, su questa
sorta di ossessivo ribattere di note. Ma non è così, le quattro note sono comunque nascoste in molti temi, a
volte più nascoste e a volte meno. Ma al centro di questo movimento succede qualcosa di inaudito. È un
movimento in forma sonata, arriviamo ad un punto di culmine, l’intera orchestra che suona, siamo pronti a
sentire di nuovo l’attacco, di nuovo la fanfara iniziale (e sarebbe musicalmente corretto, starebbe
benissimo) ma si apre una parentesi che tiene sospesa la tensione, non la risolve. Qual è l’idea di
Beethoven? Torna il tema del destino. Ma come torna? Torna nella forma che abbiamo sentito alla fine dello
scherzo, torna l’eco, il fantasma del destino che resta accumulato dentro di noi. Sembra che sia un po’
questo il messaggio che vuole dare Beethoven: finale ottimistico, trionfale, sintesi di tutto il movimento,
fortissimo di tutta l’orchestra, punto culminante, eppure il destino è sempre lì annidato, presente.
Potremmo eliminarlo, far risuonare la ripresa con il tema iniziale della fanfara, e invece Beethoven decide
di far intervenire il destino in forma di fantasma, il forma misteriosa prima di tornare alla ripresa.
Ascolto, fine dello sviluppo, piccola parentesi misteriosa e drammatica con il ritorno del fantasma dello
scherzo, del destino e poi la ripresa conclusiva del movimento.
Tutta l’orchestra con il fortissimo
Eccoci al fantasma, l’orchestra si abbassa immediatamente con i pizzicati degli archi.
Comincia piano piano il crescendo
E arriviamo alla ripresa. Che risolve su una stretta, un’accelerazione, dovuta al processo di distillazione da
parte del tempo.