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N°18 Settembre 2015 d € 6,90

SOLDATI E BATTAGLIE NEI SECOLI


CRIMEA 1853-56
Grandi eserciti con le
uniformi del passato
e le armi del futuro

MEDITERRANEO
GUERRA AI
PIRATI
GRECI, ROMANI,
CROCIATI,
VENEZIANI E
PERSINO I MARINES
AMERICANI HANNO
COMBATTUTO PER
MILLENNI I PREDONI
DEL MARE NOSTRUM
Sped. in A. P. - D.L. 353/03 art. 1, comma 1 NE/VR

GENERALI DEL DUCE STRATEGIA


Mussolini avrebbe voluto uno A 500 anni dalla battaglia di
come Rommel e si ritrovò Marignano, che segnò il declino
un esercito ottocentesco della fanteria svizzera
N O N P E R D E R E :
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WARS  SOMMARIO
I pirati del
Mediterraneo 4 APPROFONDIMENTI
LA BATTAGLIA DEI GIGANTI
Marignano 1515: uno scontro di 500 anni fa segnò il declino della
Una spedizione di 1.100 navi e centomila fanteria svizzera e l’ascesa dell’artiglieria.

soldati diretta in Tunisia per sradicare


i predoni che paralizzano i traffici nel
10 MEMORIE
B-17 FORTEZZE VOLANTI
1942, dall’America i colossi della Boeing e i loro equipaggi si
preparano ad assalire il Reich dai cieli.
Mediterraneo. Vi suggerisce qualcosa? La
colossale campagna antipirateria del 468
d.C., la maggior operazione anfibia dalle
Guerre puniche, vide la sconfitta di Roma,
16 PRIMO PIANO
PIRATERIA NEL MARE NOSTRUM
I corsari dei Caraibi di Salgari non erano i soli. Le coste del
ma le forze coinvolte ci fanno capire quant’era Mediterraneo hanno vissuto per secoli l’incubo dei predoni
che tutte le marinerie hanno cercato di combattere.
fondamentale, allora come oggi, garantire il
libero passaggio lungo i sentieri commerciali 20 GRECIA III MILLENNIO-VII SECOLO A.C.
I PREDONI DELL’A NTICHITÀ
del Mare Nostrum. La guerra contro i pirati Dalla civiltà cicladica all’età classica i mari greci e il Golfo Persico
sono stati solcati per secoli dalle imbarcazioni di razziatori.
nel Mediterraneo dura da migliaia di anni
e ha visto avvicendarsi fanti di marina 26 CILICIA 67 A.C.
ROMA SI PRENDE IL MARE
assiri e triremi greche, vascelli veneziani e In pochi mesi Pompeo Magno sgominò predoni e corsari,
la piaga che affliggeva l’Urbe.
marines degli Stati Uniti. In un susseguirsi di
vittorie e sconfitte che non si è concluso e non 32 CAPO BON 468
UN MESTIERE CHE SI IMPARA
si concluderà presto. Tant’è che oggi, come All’epopea dei Vandali vanno aggiunte le loro scorrerie marinare,
che ne fecero predoni dei mari temuti e subiti dall’Impero romano.
allora, siamo costretti a schierare ancora una
volta la flotta per contrastare i trafficanti di 38 MALTA 1532-1585
CORSARI CON LE CROCI
uomini, predoni marittimi del XXI secolo. Da crociati in Terrasanta, gli Ospedalieri divennero i padroni
del mare raccogliendo un ricco bottino.
Jacopo Loredan d direttore
44 TUNISI 1785-1786
LA FLOTTA DIMENTICATA
Angelo Emo, grande ammiraglio della Serenissima, difese gli
WARS I NOSTRI ESPERTI interessi di Venezia dalla pirateria moresca, tra Tunisia e Malta.

GIORGIO ALBERTINI
Milanese, 46 anni, laureato in Storia 52 TRIPOLI 1804
LA COSTA DEI BARBARI
medievale, illustratore Gli Stati Uniti furono costretti a fronteggiare a lungo i corsari
professionista per case editrici nordafricani negli anni tra il 1783 e il 1815.
e riviste (giorgioalbertini.com).

ANDREA FREDIANI
58 NORDAFRICA 2015
L’EUROPA ALLA PROVA DEL FUOCO
Romano, 52 anni, medievista, I corsari di ieri sono oggi trafficanti di esseri umani, che operano
ha scritto vari saggi di storia militare negli Stati costieri africani minati da guerre e terrorismo. Ecco le
opzioni militari che ha in mano l’Unione Europea per combatterli.
e romanzi storici di successo
(andreafrediani.it).

GASTONE BRECCIA
Livornese, 52 anni, bizantinista e
storico militare, ha pubblicato saggi
64 UNIFORMOLOGIA
LE GRANDI POTENZE IN CRIMEA
sull’arte della guerra, sulla guerriglia e Le fogge sono ancora quelle del passato, ma sul Mar Nero si vedono
nuovi colori. E le armi risentono già del progresso.
sulla missione ISAF in Afghanistan.

70 PROTAGONISTI
I GENERALI DEL DUCE
WARS  RUBRICHE Mussolini avrebbe voluto comandanti come Rommel, capi
carismatici che dormivano nel proprio carro, invece si ritrovò un
LIVING HISTORY PAG. 81 esercito ottocentesco fedele ai Savoia e restio ai cambiamenti.
RECENSIONI PAG. 82
76 WARGAME
DUE REGNI IN LOTTA
IN COPERTINA Un gioco per capire la guerra, St. John’s College, Cambridge, 15-17
agosto 2014.
Un marine americano del XIX secolo impegnato nella lotta alla pirateria
barbaresca nel Mediterraneo (C. Giannopoulos).

S 3
APPROFONDIMENTI

M
ezzo millennio, tanto è passato da una delle più peratore Carlo V, avrebbe perso rovinosamente, ma fino ad al-
note battaglie rinascimentali, che si combatté lora fu lui il princeps al quale tutti guardavano.
per il controllo della Penisola italiana tra il 13 Eppure questa battaglia è importante anche per un altro mo-
e il 14 settembre 1515, poco a nord di Mari- tivo: è il simbolo dell’ascesa dell’artiglieria e del declino della
gnano (oggi Melegnano). Anche se non fu lo scontro risoluti- fanteria svizzera. Infatti, segnò la fine dell’espansionismo dei
vo delle Guerre d’Italia, ma solo uno dei grandi combattimen- Cantoni e la nascita della proverbiale neutralità elvetica. Prima
ti campali che dalla fine del Quattrocento contrapposero Fran- di allora la potenza bellica svizzera aveva spazzato i campi di
cia, Spagna, gli Stati italiani e la Confederazione elvetica, passò battaglia europei forte della macchina schiacciasassi costitui-
alla Storia come la “Battaglia dei giganti”. Perché? ta dai suoi picchieri. Finì tutto sui campi di Zivido, un villaggio
Intanto, Marignano favorì l’ascesa del giovane Francesco I, vicino a Marignano, a pochi chilometri da Milano.
ventunenne, re di Francia da pochi mesi, uno dei sovrani sim- Ma non fu una passeggiata. Le truppe della Confederazione,
bolo del Rinascimento. Dieci anni dopo a Pavia, contro l’im- qui comandate dal cardinale Matthäus Schiner, erano lo spau-

LA BATTAGLIA
MARIGNANO 1515: UNO
SCONTRO DI 500 ANNI
FA SEGNÒ IL DECLINO
DELLA FANTERIA
SVIZZERA E L’ASCESA
DELL’ARTIGLIERIA

QUESTIONE
DI TECNICA
Marignano, 1515. Nell’uso della
picca gli Svizzeri non avevano
rivali, ma i Lanzichenecchi
tedeschi stavano sviluppando
la loro tecnica: facevano
BRIDGEMAN/MONDADORI PORTFOLIO

passare l’asta sopra la spalla


destra e con la mano sinistra
la bloccavano a circa 1 m
dalla sua estremità
posteriore mentre la
destra l’afferrava in
fondo e la bilanciava.

4
racchio di ogni esercito. Gian Giacomo Trivulzio, uomo d’ar- avevano interrotto il contatto verso la mezzanotte per riorga-
me italiano al servizio dei francesi, disse che questo era stato nizzare i reparti, accendere qualche fuoco e contare le perdite.
uno “scontro tra giganti”. E lui se ne intendeva. Solo le continue cariche di cavalleria pesante francese, seguite
Due giorni di lotta. Sul campo di battaglia c’erano circa dagli assalti della Banda Nera, la formazione di Lanzichenec-
50.000 uomini, per la maggior parte mercenari. L’esercito svizze- chi tedeschi al soldo di Francesco I, erano riuscite a fermare
ro contava almeno 20.000 uomini, dei quali solo 300 a cavallo, e l’avanzata dei quadrati elvetici.
6 piccoli pezzi d’artiglieria. Agli ordini di Francesco I c’erano gli La mattina del 14 settembre la battaglia ricominciò verso le
eserciti alleati di Francia e della Repubblica di Venezia: 31.000 uo- sei. Gli Svizzeri attaccarono il centro dello schieramento avver-
mini, dei quali 10.000 erano francesi, 9.000 Lanzichenecchi del- sario, ma ad attendere le picche del cardinale Matthäus Schiner
la Banda Nera, 12.000 fanti e cavalieri veneziani, e 72 cannoni. c’erano le bocche spalancate di 70 pezzi d’artiglieria.
La prima giornata si concluse a notte fonda su un campo ap- Il giorno prima le batterie francesi erano state assalite e con-
pena illuminato dalla luna. L’armata svizzera e quella alleata quistate. I comandanti dei quadrati svizzeri decisero di ripro-

DEI GIGANTI
BOCCHE
DA FUOCO
Agosto 1515: i francesi
attraversano le Alpi per
andare a combattere
nelle Guerre d’Italia.
Per merito dei loro
genieri, che hanno
ricavato passaggi
AKG/MONDADORI PORTFOLIO

nella roccia, riescono


a portarsi dietro i
pezzi d’artiglieria che
saranno la chiave del
successo a Marignano.
IN ITALIA SI ASSISTE ALLA Le paghe
RIVALITÀ TRA LE DUE
A
gli inizi del XVI secolo un
mercenario, svizzero o
FANTERIE, LA SVIZZERA E LA tedesco, riceveva ge-
neralmente 4 fiorini al mese di
TEDESCA, EMERGENTE paga, un sergente (Veldwaibel,
Feldwebel) dai 10 ai 16, un alfiere
(Vendrich, Fahnrich) 16, un cappellano
varci, ma il fuoco dei pezzi e il terreno artificialmente allagato 4. I veterani, gli archibugieri e gli
rallentarono l’avanzata; poi, una volta giunti a distanza ravvici- uomini armati della grande spada a
nata, si ritrovarono nuovamente la Banda Nera a sbarrar loro due mani detta Biedenhänder, rice-
vevano soldo doppio, cioè 8 fiorini
il passo. I mercenari tedeschi furono rigettati indietro, ma una
al mese, ed erano per questo
scarica di artiglieria a distanza ravvicinata scompaginò le for- chiamati Doppelsoldner (uno di
mazioni svizzere che iniziarono a vacillare. La cavalleria pesan- loro nell’illustrazione a lato).
te francese in quel momento fu in grado di mettere in sicurezza Altri ruoli. Una paga più alta
il centro del proprio schieramento. La giornata si sarebbe deci- veniva anche corrisposta a
coloro che svolgevano uffici partico-
sa sul fianco destro degli Svizzeri, dove questi avevano ancora
lari, come lo scrivano, il tamburino, il
forze fresche da impiegare in battaglia. Francesco I fu in grado furiere, i suonatori di piffero. L’unità
di fermare l’avanzata dei picchieri avversari combinando cari- tattica più piccola nella quale i soldati
che di cavalleria ad azioni di fanteria; provati dal continuo logo- del Cinquecento erano inquadrati era
rio di questa tattica, gli Svizzeri non furono più capaci di tenere la “bandiera” (Fahnlein), che poteva
contare dai 300 ai 500 uomini ed era
coesa la propria formazione e verso mezzogiorno incomincia-
comandata da un capitano. Questi ri-
rono a rompere il contatto e a ritirarsi su Milano. La “Battaglia ceveva un compenso che andava dai
dei giganti” si era chiusa con oltre 15.000 perdite complessive. 20 fino ai 60 fiorini al mese. Più “ban-
L’analisi. I combattimenti a Marignano furono continua- diere” formavano un “Reggimento”, al
mente rischiarati dal lampo delle detonazioni dei cannoni comando di un colonnello (Oberst),
che generalmente era lo stesso “im-
francesi. Queste vampate dei colpi in partenza hanno acceca-
prenditore” al servizio del “signore
to anche le analisi più recenti sulla battaglia e la sua conduzio- della guerra”.

G. ALBERTINI (2)
ne, ma il siniscalco Galiot de Genouillac, che gestiva il parco
d’artiglieria del re di Francia, amava ripetere che la giornata era
stata decisa dai suoi cannoni. Si trattava certamente di una ri-
vendicazione da parte di una specialità che si era segnalata si-
no ad allora per i risultati ottenuti in operazioni di assedio: in
effetti, la vittoria avrebbe significato ricompense da parte del
sovrano e la possibilità di futuri lucrosi ingaggi.
Ma cerchiamo di approfondire: una volta avvistati i grandi
quadrati svizzeri in avvicinamento, gli artiglieri francesi co- La picca

L’
minciarono a fare fuoco; in quel momento la distanza tra le
arma principale delle fante-
batterie e la fanteria elvetica era di circa 600 metri. La mu- rie svizzere durante le Guerre
nizione impiegata era costituita da sfere di ghisa fusa, o in- d’Italia era la Langspiess, una
tagliate nella pietra, il cui scopo era quello di distrugge- picca lunga dai 4 ai 5 metri (poteva
re muri di fortificazione in operazioni d’assedio o, più arrivare a 6). Pesanti dai 3 ai 4 kg (e
semplicemente, annientare uomini, animali e materia- fino a 6), queste armi equipaggia-
vano i due terzi delle formazioni
li. In quest’ultimo ruolo, anche le ordinanze più legge- di fanteria. Gli altri soldati ma-
re avevano un effetto devastante contro qualunque ti- neggiavano alabarde o spadoni
po di ostacolo, animato o meno, che si trovasse nella loro a due mani, utili per spezzare le
traiettoria o nel raggio d’azione. Erano in grado di causare picche delle unità avversarie.
numerose perdite anche con un solo colpo, al primo impatto I quadrati. Le truppe venivano
serrate in quadrati: le linee
e durante i successivi rimbalzi della palla, e rimanevano leta- esterne, formate da fanti equipag-
li sino a quando non si erano del tutto fermate. Potevano dan- giati di picche e di corazze pettora-
neggiare irrimediabilmente anche l’affusto d’artiglieria più ro- li, circondavano il nucleo composto
busto, e così un carro da trasporto, nonché spaccare in due un da uomini armati di alabarde. Le
uomo o un cavallo. Vi sono memorie di ben 40 soldati uccisi picche abbassate e piantate nel
terreno davano al quadrato svizze-
da una singola palla a 500/600 metri dalla batteria che l’aveva ro una forma di riccio, in grado di
sparata, tutti disposti in linea al momento del fuoco. Le com- fermare gli attacchi della cavalleria
patte colonne di fanteria svizzera, con migliaia di soldati am- e di assorbire l’urto della fanteria
massati tra di loro per amplificare al massimo l’uso della picca nemica. Poi il quadrato si apriva e il
e il conseguente urto sulle formazioni avversarie, rendevano nemico veniva annientato dall’of-
fensiva degli alabardieri. A lato, un
gli uomini vulnerabili ai proiettili sferici e le manovre di eva- picchiere lanzichenecco degli inizi
sione virtualmente impossibili. In media ogni colpo, tirato al- del XVI secolo, abbigliato in manie-
la giusta distanza e con il corretto angolo di elevazione, pote- ra più stravagante degli Svizzeri.

7
AKG/MONDADORI PORTFOLIO

PICCHIERI SVIZZERI
La carica dei picchieri svizzeri a
Marignano: come si vede si trattava
di una tattica molto offensiva, basata
sull’impiego di quadrati compatti,
formati da 1.500 fino a 6.000 uomini.
IL SOGNO ESPANSIONISTICO
DEI CANTONI SVIZZERI
QUI SI INFRANGE CONTRO
I CANNONI FRANCESI
va uccidere 3 o 4 uomini e mutilarne o ferirne gravemente altri
4 o 5, per un totale di circa 8 uomini messi fuori combattimen-
to. La cadenza di tiro non poteva però essere elevata, dal mo-

GETTY IMAGES (2)


mento che le operazioni di caricamento e sparo erano agli ini-
zi del XVI secolo ancora molto complesse e dipendenti dall’a-
bilità dei singoli artiglieri nel dosare con attenzione le giuste
quantità di polvere da sparo.
È possibile che gli Svizzeri avanzassero piuttosto lentamente,
a causa della loro formazione tattica, del terreno allagato arti-
ficialmente e di altri ostacoli incontrati sul loro cammino: pro-
babilmente la velocità di marcia era di circa 30 metri al minuto,
un’avanzata lenta ma necessaria a mantenere coesa la formazio-
ne e la massa delle picche. Ammettiamo che gli artiglieri fran-
cesi fossero piuttosto abili e freddi e che il rateo di tiro espresso
fosse di un colpo di cannone ogni 3 minuti per pezzo; ogni arma
poteva tirare contro la fanteria avversaria almeno 6 colpi lungo
i 600 metri che separavano la base di partenza dell’attacco sviz-
zero dalla linea francese. In totale tra le 400 e le 450 palle di can-
none colpirono le colonne di Schiner. Se prendiamo per valido
il conto di 10 perdite per ogni colpo in arrivo, allora nella matti- LA CARICA DEL RE
nata del 14 settembre ben 4.000 svizzeri furono falciati dall’ar- L’intervento del sovrano francese e
tiglieria francese. Se così fosse, però, non si comprendono le ra- dell’artiglieria, dal bassorilievo sulla
gioni della necessità dell’impiego della cavalleria pesante france- Battaglia di Marignano (sulla sua tomba
a St. Denis, nei pressi di Parigi).
se, già duramente messa alla prova il giorno precedente, e l’inter- Sotto, la carica del re, equipaggiato di
vento decisivo dell’attacco veneziano, che arrivò all’alba del 14. lancia, armatura a placche in acciaio
In realtà il fuoco dell’artiglieria non fu così efficace nell’in- ricoperta dal surcotto (veste di velluto)
fliggere perdite. Per riuscire ad abbattere decine di avversari ed elmetto con visiera mozza.
sul campo di battaglia era necessario conoscere la tecnica del
tiro “a rimbalzo”, ossia saper effettuare uno sparo in modo da
far rimbalzare la palla sul terreno più volte. Tale pratica non fu
messa a punto che nella seconda metà del XVII secolo, ma an-
che ammesso che qualche artigliere a Marignano avesse nota-
to la tendenza delle palle a rimbalzare sul terreno e volesse im-
piegare questo a proprio vantaggio, l’idea di Trivulzio di inon-
dare il campo di battaglia rompendo gli argini dei canali avreb-
be vanificato qualsiasi iniziativa in tal senso.
I mercenari si specializzano. Altro elemento di novità
importante emerso a Marignano e nelle guerre del periodo fu
la specializzazione del guerriero e della figura del mercenario.
Si differenziarono le aree di reclutamento ben definite, come i
Cantoni svizzeri, la Germania del sud e la Spagna. Ognuna di
queste zone offriva precise specialità di combattimento: caval-
leria pesante e leggera, picchieri e archibugieri o artiglieri. Tra
gli stessi uomini della fanteria c’erano mercenari svizzeri, lan-
zichenecchi, italiani, francesi, tra di loro antagonisti in quan-
to in lotta per accaparrarsi una fetta di quel mercato di uomi-
ni che la guerra aveva aperto. Non solo si trovavano differen-
ze tra specialisti del combattimento, ma anche all’interno del-
la stessa struttura logistica degli eserciti, dei reggimenti e delle
singole compagnie. Le differenze non stavano solo nelle man-
sioni o nelle capacità dei singoli ma anche nella paga. Stava na-
G. ALBERTINI

scendo l’esercito moderno. d


Giovanni Cerino Badone
MEMORIE

1942, DALL’A MERICA I COLOSSI DELLA BOEING E I LORO

B-17
EQUIPAGGI SI PREPARANO AD ASSALIRE IL REICH DAI CIELI

FORTEZZE
VOLANTI

PRIMA MISSIONE
Decolla il B-17 battezzato
Puffin Hussy II, che compì
la prima missione da
Chelveston il 5 settembre
1942. Il pilota, il tenente
Lee Maxwell, saluta dal
finestrino. L’equipaggio
era di 10 uomini.
BOEING B-17 VERSIONE “E” IN AZIONE
L’esemplare Idiots’ Delight, in linea
APERTURA ALARE: 31,6 m
dal 5 giugno 1943, sopravvisse a 50
LUNGHEZZA: 22,5 m missioni, ognuna simboleggiata dal
ALTEZZA: 5,8 m disegno di una bomba sul muso, ma
PESO AL DECOLLO: 24.000 kg fu abbattuto il 19 giugno 1944.
MOTORI: 4 Wright Cyclone da 1.200
cavalli l’uno
VELOCITÀ MASSIMA: 510 km/h
QUOTA MASSIMA: 11.000 m
AUTONOMIA: 3.200 km
ARMAMENTO: 10 mitragliatrici
brandeggiabili,
carico normale di bombe
1.800 kg, in sovraccarico su
brevi distanze 7.900 kg

GETTY IMAGES

I
l prototipo del Boeing B-17 For-
tezza Volante debuttò nel 1935 ed
era stato progettato per operare dal
Nordamerica e volare sugli ocea-
ni attaccando navi al largo degli Usa. I pri-
mi esemplari furono consegnati all’avia-
zione Usa nel 1937 e impiegati per lunghi
voli sperimentali. Entrata in guerra l’A-
merica, il gigante parve ideale per colpi-
re la Germania di Hitler e i territori da es-
sa invasi. Nella primavera 1942 fu forma-
ta la 8a Air Force, al comando del generale
Ira Eaker e i primi B-17 vennero trasferi-
ti in Gran Bretagna, nella base di Polebrok.
Distrutti. Il 17 agosto 1942 Eaker guidò la
prima incursione di 12 Fortezze sugli scali
ferroviari di Rouen, nella Francia occupa-
ta. Dopo mesi contro le installazioni in ter-
ritorio francese, i B-17 violarono alla fine il
territorio tedesco dal 27 gennaio 1943, con
un raid sulla base navale di Wilhelmshaven.
Nei due anni seguenti i bombardieri demo-
lirono le industrie tedesche, pagando però
il successo strategico con un enorme tribu-
to. Su oltre 12.700 B-17 costruiti durante la
©ROBERT CAPA/MAGNUM PHOTOS

guerra, ben 5.000 vennero distrutti dai cac-


cia o dalla contraerea. d
Mirko Molteni

11
POPPERFOTO/GETTY IMAGES

LA MITRAGLIATRICE
Un mitragliere, il sergente Lusic, posa
con un nastro di proiettili davanti al
suo B-17, il Meat Hound, che il 24 luglio
1943 bombardò le industrie d’alluminio
di Heroya, in Norvegia. Le mitragliatrici
della Fortezza Volante erano le pesanti
Browning calibro 12,7 mm.

12
POPPERFOTO/GETTY IMAGES
CONTRO IL FREDDO
La complessa vestizione degli
equipaggi, con indumenti in lana
e tute foderate di pelliccia, era
richiesta dal freddo delle quote.
Il B-17 non era pressurizzato e
volava di solito tra i 4.000 e i
9.000 metri, con temperature
fino a 30° sottozero.

GLI ORDIGNI
DAL 1942 AL 1945 I B-17 DA SOLI SGANCIARONO Nella stiva, un servente sistema
le spolette delle bombe. I calibri
600.000 TONNELLATE DI BOMBE SULL’EUROPA più diffusi erano il 500 libbre, circa
227 kg, e il 1.000 libbre (454 kg).
OCCUPATA, OLTRE UN TERZO DI TUTTI L’esplosivo era poco più di metà
del peso totale e poteva essere
GLI ALTRI BOMBARDIERI AMERICANI tritolo, torpex o ciclonite.

MIRA E RIFLESSI IL PARACADUTE


Un mitragliere in postazione Il paracadute d’ordinanza più
laterale. I primi B-17 avevano diffuso era l’AN-6513 in seta,
solo 7 mitragliatrici. Poi il numero con diametro della calotta di 24
di armi quasi raddoppiò per piedi (più di 7 m). Gli equipaggi
POPPERFOTO/GETTY IMAGES

migliorare la difesa dai caccia dei bombardieri lo portavano


tedeschi, basata comunque su alto a mo’ di zaino, i piloti da
mira e riflessi degli uomini. caccia, basso, “in seduta”.
NEL MIRINO
Nel muso, mentre il puntatore osserva
l’obiettivo col mirino Norden, il mitragliere
di prua vigila contro eventuali attacchi
frontali. L’esperienza dimostrò
che una sola arma non bastava
a proteggere il settore
anteriore e si arrivò
a quattro Browning
nella sola prua
dell’aereo.

14
LA STELLA USA
Formazione di B-17 sopra l’Atlantico in trasferimento
dagli Stati Uniti all’Inghilterra, dove porranno la loro
base operativa. Siamo nel 1942, quando la stella
americana recava al centro un dischetto rosso, poi
abolito. Si nota bene la torretta all’estrema coda.

ERA UN VELIVOLO
MOLTO STABILE, LA
SUA ROBUSTEZZA
ERA TALE CHE
MOLTI ESEMPLARI
RIENTRAVANO
ANCHE CON GRAVI
AMPUTAZIONI DI
ALI E PIANI DI CODA

ALLA LUCE DEL GIORNO BARA VOLANTE


Ruolo importantissimo era quello del navigatore, annidato Nelle ultime versioni del B-17 le postazioni dei mitraglieri
a metà strada fra il muso e l’abitacolo dei piloti. Anche laterali ebbero aperture ampliate che permettevano un
se i B-17 combattevano quasi solo alla luce del giorno, maggior campo di tiro, ma esponevano di più gli uomini.
si doveva riconoscere la rotta giusta verso gli obiettivi Nel pieno della battaglia il pavimento si riempiva presto
prescelti per evitare tragici errori. di bossoli, ma anche di morti e feriti.
PRIMO PIANO
MEDITERRANEO: GUERRA AI PIRATI

I CORSARI DEI CARAIBI DI SALGARIANA MEMORIA


NON ERANO I SOLI PREDONI. LE NOSTRE COSTE HANNO
VISSUTO PER SECOLI L’INCUBO DELLA...

PIRATERIA
16
NEL MARE

L
a terra è qualcosa di straordinariamente grande,
e noi ne abitiamo solo una piccola parte, raccolti
attorno alle rive del mare come rane attorno a uno
stagno”. Così Platone (nel Fedone) descrive la civil-
tà del Mediterraneo antico: uomini e città aggrappati alle co-
ste ma rivolti verso le acque del “mare interno”, verso uno spa-
zio che garantiva la possibilità di viaggiare e commerciare, sco-
prire nuove opportunità e accumulare ricchezza. Nonostante
i rischi della navigazione, il mare univa, non divideva: viaggia-
re per via terrestre era molto più lento e pericoloso, oltre che
costoso – per trasportare il carico contenuto nella stiva di una
singola imbarcazione erano necessari almeno una dozzina di
carri – e quindi chiunque volesse tentare di arricchirsi, acqui-
stando e vendendo merci oltre l’orizzonte ristretto della pro-
pria comunità, doveva impugnare il remo di governo e affi-
darsi alle onde.
“Navigare necesse est, vivere non necesse”, scrive Plutarco
nella Vita di Pompeo (50.2): per l’espansione della civiltà an-
tica navigare non è solo utile ma necessario, e non sapremmo
nemmeno immaginare il mondo greco-romano senza la sua
leggendaria intraprendenza marinaresca. L’Europa antica co-
struì la propria identità attraversando il mare, e cer-
cando l’altro da sé con cui commerciare, o contro cui
combattere, in un moto incessante sulle acque del Me-
diterraneo. Quello del marinaio era però un mestiere estre-
mamente pericoloso: non solo per i capricci del clima – il ma-
re nostrum dei Romani è più infido di quel che si possa pen-
sare, con i suoi repentini mutamenti di pressione atmosferica
e le conseguenti rabbiose burrasche – ma per la vulnerabilità
delle imbarcazioni che navigavano isolate. Da quando esiste il
commercio, infatti, esistono predoni pronti a sfruttare la de-
bolezza di chi lo esercita. Per ben due volte, nel corso dei suoi
viaggi (Odissea, 3.71-4; 9. 252-5), Ulisse viene accolto con un
saluto che rivela la costante preoccupazione, alle origini della
nostra civiltà, di distinguere tra naviganti buoni e cattivi, che
spesso potevano essere le stesse persone in situazioni diver-
se: “O stranieri, chi siete? Da dove siete giunti, lungo le vie del
mare? State viaggiando per commerciare, o state vagando co-
me pirati, che rischiano il loro corpo e la loro anima per causa-
re danno ad altra gente?”.
Nell’antichità. Chi vive sulla terra ha paura di chi arriva
dall’acqua. Ne ha motivo: dall’alba della Storia, quando i mi-
UOMINI, A ME! steriosi Popoli del mare razziavano le coste dell’Egitto, fino al-
Il corsaro fiammingo Jean Bart le incursioni dei pirati barbareschi del XVIII secolo, il profi-
(1650-1702) all’abbordaggio.
Incrociò il Mediterraneo contro i
larsi all’orizzonte di una snella nave armata portava con sé una
RMN/ALINARI

barbareschi, poi passò al servizio minaccia di morte, saccheggio e schiavitù. Ma le incursioni


dei francesi nei mari del Nord.

NOSTRUM 17
COMBATTERLI RICHIEDEVA RISORSE E UNA MARINA EFFICIENTE.
sulla terraferma costituivano il più impegnativo e spettacola- da un’insenatura ben protetta e lanciarsi verso la più lenta na-
re tra gli atti di pirateria: di norma, i predoni del mare si limi- ve da carico, ormai incapace di fuggire; un breve inseguimento,
tavano all’impresa assai meno rischiosa di assalire le navi mer- l’abbordaggio, la cattura, spesso l’assassinio dell’equipaggio...
cantili sorprese nel loro raggio d’azione, incapaci di difender- Le repubbliche dei pirati. La pirateria oggi come in pas-
si efficacemente. sato – basti pensare alla Somalia, o all’attualissimo caso della
Fratelli della costa. Il nome con cui sono collettiva- Libia – è efficace quando possiede basi sicure sulla costa: per
mente noti i più famosi pirati di ogni epoca, i “fratelli della co- questo la si deve combattere più per terra che per mare. Carat-
sta” attivi nel mar dei Caraibi nel XVII e XVIII secolo, si po- tere soltanto apparentemente paradossale del tema che stiamo
trebbe applicare altrettanto bene a quelli del Mediterraneo an- trattando, rimasto inalterato attraverso i secoli: fin dalle origi-
tico, medievale e moderno. Prima della scoperta di strumen- ni, per ridurre al massimo i rischi, i pirati – come i banditi da
ti nautici affidabili la navigazione, per necessità, era condotta strada – tendevano agguati negli stretti, nei passaggi obbliga-
in vista di punti di riferimento terrestri: questo metteva relati- ti, vicino a scogliere, secche o promontori di cui conosceva-
vamente al sicuro dalle sorprese del clima incostante nel Me- no meglio di ogni altro le caratteristiche e le insidie. Coste al-
diterraneo, ma rendeva i marinai più vulnerabili agli attacchi te e selvagge costituiscono da sempre le loro basi ideali, da cui
dei pirati, perché questi ultimi agivano quasi sempre vicino al- partire per le incursioni a breve o lungo raggio e dove ripara-
la terraferma, sfruttandone la morfologia a proprio vantaggio. re se inseguiti: si formavano così, quasi spontaneamente, del-
Se la letteratura e il cinema ci hanno abituato a spettacolari ab- le zone abitate da comunità dedite alla pirateria, che se gode-
bordaggi in alto mare, la realtà era invece completamente di- vano di una certa fortuna potevano trasformarsi in quelli che
versa: una vedetta appostata su un promontorio, che segnalava oggi sarebbero definiti veri e propri “Stati canaglia”, capaci di
ai compagni in attesa l’avvicinarsi di una preda; qualche decina organizzarsi in modo efficiente e arrecare danni gravissimi al-
di uomini armati che mettevano in acqua un’imbarcazione ve- la sicurezza collettiva e allo sviluppo dei commerci. Il Medi-
loce – spesso spinta a forza di remi – per uscire all’improvviso terraneo ha conosciuto più volte la presenza ingombrante di

Gli Uscocchi, i pirati di D’Annunzio

I CONTRO ALGERI
l 12 settembre 1919 partiva da Ronchi, Il primo colpo messo a segno fu il se-
non lontano da Monfalcone, l’esercito questro del Persia, mercantile del Lloyd Battaglia navale vinta
legionario raccolto da Gabriele D’An- Triestino, carico di armi e munizioni (pro- dal duca di Beaufort
nunzio per occupare la città di Fiume, che babilmente destinate ai russi bianchi). Tre contro i corsari d’Algeri.
al termine della Grande guerra non era Uscocchi, saliti a bordo a Messina con la Sotto Luigi XIV, il militare
stata assegnata all’Italia, nonostante le complicità dell’equipaggio, se ne impos- francese condusse
promesse del Patto di Londra del 26 aprile sessarono in mare aperto. spedizioni contro di loro
1915 . Le vicende dell’impresa fiumana Come novelli Robin Hood. I successivi dal 1664 al 1665.
sono note: non altrettanto lo è il ricorso atti di pirateria ebbero come scopo so-
alla pirateria, operato da parte del Vate e prattutto rifornire di cibo i legionari e la
del suo governo, come principale espe- popolazione di Fiume. Così accadde, per
diente per rifornire di armi, munizioni e esempio, nel dicembre del 1919, quando
viveri la città sotto assedio. sette Uscocchi, al comando di un ufficiale
Citazione. I legionari si erano trovati legionario, salirono a bordo del mercan-
molto presto in difficoltà, con scarse tile Trapani, ormeggiato ad Ancona e in
risorse proprie e poco sostegno esterno: procinto di salpare per Sebenico, con la
anche i rapporti con la cittadinanza si stiva piena di derrate alimentari destinate
erano rapidamente raffreddati dopo l’en- alle truppe italiane in Dalmazia: una volta
tusiasmo iniziale. La soluzione trovata da in mare, i legionari ne presero possesso
Gabriele D’Annunzio fu quella di ricorrere armi alla mano, costringendo il coman-
alla cattura di navi mercantili, ovvero a dante a fare rotta su Fiume. Anche in que-
veri e propri atti di pirateria, pianificati sto caso, l’informazione era stata fornita
con il determinante aiuto della Film (la dalla Film, e a bordo c’erano marinai che
Federazione Italiana Lavoratori del Mare), condividevano gli ideali dannunziani, in
guidata dal sindacalista rivoluzionario grado di facilitare l’azione dei suoi mo-
riminese Giuseppe Giulietti (1879-1953), derni pirati.
ed eseguiti da squadre di volontari chia- Le imprese degli Uscocchi non riuscirono
mati “uscocchi” in ricordo dei predoni del a modificare in misura determinante la
mare dalmati del XVI e XVII secolo. difficile situazione di D’Annunzio e dei
D’Annunzio, autonominatosi Gran Uscoc- suoi legionari, ma ebbero una vasta eco, e
co, istituì un apposito “Ufficio colpi di dimostrarono una volta ancora, in pieno
mano” incaricato di pianificare le imprese XX secolo, la vulnerabilità dei trasporti
piratesche, che disponeva di due MAS per marittimi per chi abbia ancor oggi l’auda-
trasportare gli uomini destinati a raggiun- cia di approfittarne. La pirateria, del resto,
gere e abbordare le prede. ci accompagna pure nel terzo millennio.
ACCADEVA, PERÒ, CHE I PREDONI FOSSERO GLI STATI STESSI
queste “repubbliche dei pirati”, che già nel I secolo a.C. Marco ra inospitale e difficile da sfruttare, i predoni del mare poteva-
Tullio Cicerone, nel De officiis (1.39), aveva definito “comune no prosperare per decenni, se non per secoli, finché una gran-
nemico del genere umano”, da considerare al di fuori dei trat- de potenza – o una coalizione – non decideva di averne abba-
tati, dei giuramenti e delle leggi, con i quali non dovevano es- stanza delle loro scorrerie, e provvedeva a eliminarli attaccan-
sere stipulati accordi né rispettati eventuali patti. Dai Popoli doli per mare e per terra.
del mare, attivi più di mille anni prima di Cristo, ai pirati della Questo era, e resta, il cuore del problema. Nessuna operazio-
Cilicia dell’epoca di Cesare e Pompeo, dagli Uscocchi dalma- ne esclusivamente navale ha mai avuto ragione in modo dura-
ti del XVI e XVII secolo ai barbareschi di Algeri, Tunisi e Tri- turo delle repubbliche dei pirati. Il blocco, o almeno il continuo
poli, i caratteri di queste comunità sono sempre simili: signori pattugliamento delle zone critiche, creava ovviamente grosse
di un tratto di costa difficilmente accessibile, o comunque ben difficoltà, e impediva loro in modo più o meno efficace di com-
munito di porti fortificati, con le spalle rivolte a un entroter- piere le usuali imprese; ma finché non venivano individuate,
Uscocchi Nome serbo-croato che indica forse chi “salta dentro” una nave abbordata. Erano cristia-
attaccate e distrutte le basi sulla costa la questione non pote-
ni fuggiti sulla costa adriatica davanti all’avanzata ottomana nei Balcani nel XVI sec., utilizzati poi va dirsi risolta. L’oggettiva difficoltà di imporre la legge nello
dagli Asburgo per una feroce guerriglia marittima contro i Turchi. Resisi autonomi di fatto, presero spazio senza confine del mare ha permesso il ripetersi di con-
ad abbordare anche le navi veneziane, causando la Guerra di Gradisca tra la Serenissima e l’Impero
(1615-1617), al termine della quale furono cacciati dalla loro roccaforte costiera di Segna, presso il
dizioni favorevoli alla pirateria: per questo la storia del Medi-
Quarnaro (o Carnaro, il braccio di Adriatico che separa l’Istria dalle isole di Cherso e Lussino). terraneo è stata un continuo alternarsi di periodi di anarchia
e ordine imperiale – ovvero, del momentaneo prevalere del-
le comunità di “nemici comuni del genere umano” o dell’ordi-
ne imposto dalle grandi potenze, dalla talassocrazia (dominio
marittimo) cretese del mitico re Minosse alla pax britannica

RMN/ALINARI
del XIX secolo, fino al disordine globale dei nostri giorni. d
Gastone Breccia

SAPERNE DI PIÙ
Pirati e corsari nel Mediterra-
neo, F. G. Romeo (Capone editore).
Lo scontro tra cristiani e saraceni
tra il IX e il XVII secolo.
Pirati, I. Cavarretta, E. Revelli (Nutri-
menti). Non solo Caraibi, ma an-
che i Fenici, Barbarossa e Andrea
Doria, fino alla guerra di corsa nel
Mediterraneo e ai pirati somali.

19
MEDITERRANEO: GUERRA AI PIRATI
GRECIA III MILLENNIO-VI SECOLO A.C.

I PREDONI
DELL’ANTICHITÀ
DALLA CIVILTÀ CICLADICA ALL’ETÀ
CLASSICA I MARI GRECI E IL GOLFO
PERSICO SONO STATI SOLCATI PER SECOLI
DALLE IMBARCAZIONI DI RAZZIATORI

SCONTRO NAVALE
NELL’ETÀ DEL BRONZO
La nave dei pirati sperona il
vascello mercantile fenicio.
L’imbarcazione, che per ottenere
la massima velocità si avvale
C. GIANNOPOULOS

di vele e remi, è ripresa dagli


affreschi di Thera (civiltà
clicladica, III-II millennio a.C.).

20
A
lle radici della pirateria, allora come oggi, c’è il sac- mo tra tutti gli autori, troviamo continui riferimenti ai razziato-
cheggio. Questa è la ragione primaria che nei mil- ri del mare. Troviamo predoni dichiarati, come i terribili pirati di
lenni di preistoria ha scatenato i conflitti tra vicini, Tafo rapitori della nutrice di Eumeo, e guerrieri che si fanno pirati
nuclei tribali, popoli. Alla base di tutto c’è la necessi- all’occasione, come quasi tutti gli Achei, primo tra tutti Odisseo,
tà di sostentamento nata dal bisogno o più semplicemente dallo cioè Ulisse. Una professione comune, dunque, condivisa da tut-
sfruttamento delle risorse altrui. Un mezzo per guadagnarsi da ti quelli che prendevano il mare, tanto che Odisseo deve rispon-
vivere legittimo, allora, quanto la caccia e la pesca. dere due volte, durante i suoi viaggi, alla domanda: “Stranieri chi
Il saccheggio, la razzia si potevano condurre ovunque l’uomo siete? E di dove navigate i sentieri d’acqua? Forse per qualche com-
potesse arrivare; via terra ovviamente, ma anche per mare. Già mercio, o andate così errando senza una meta, sul mare, come i
45.000 anni fa gli uomini che vivevano nell’arcipelago indone- predoni, che errano giocando la vita, danno agli altri portando?”.
siano avevano sviluppato una cultura marinara che gli permet- Quindi le possibilità erano due: commercianti o pirati, perché
teva di solcare gli oceani, di esplorare nuove terre e conquistar- l’occasione faceva sempre l’uomo pirata. Tucidide, trattando di
le. Così avvenne con l’Australia, la Nuova Zelanda e la Tasma- quelle epoche, ci dice che “anticamente, i Greci e i barbari che
nia, saccheggiate non a scapito di altri umani ma degli animali abitavano lungo le coste o nelle isole, quando si erano ormai in-
che ci vivevano, ridotti, in breve, all’estinzione. tensificati i reciproci rapporti marittimi, si volsero alla pirateria:
Ulisse e Minosse erano dei loro. Nel principio del se- li comandavano individui non certo dei meno influenti, anima-
condo millennio avanti Cristo le rotte marittime del mondo era- ti sia dal fine del proprio lucro sia dal proposito di dare sosten-
no già stabilite. Navi, equipaggi e beni commerciabili si muoveva- tamento ai più deboli: piombando su città sguarnite di mura e
no lungo i “sentieri del mare” senza interruzione, con frequenza costituite di vari agglomerati sparsi in forma di villaggi, le deva-
maggiore di quanto ci sia possibile immaginare. Parte di questo stavano e così per larga parte si sostentavano. Una tale pratica
movimento era condotto da predoni. Purtroppo, non sono rima- non recava vergogna, anzi, piuttosto buon nome, come è chiaro
ste tracce materiali dei loro movimenti, le nostre prove sono tutte ancora oggi presso alcune nazioni del continente, per le quali è
di origine testuale, sia epigrafiche che letterarie. In Omero, il pri- motivo di merito svolgere abilmente tale attività”.
NEL MONDO MINOICO ESISTEVANO GIÀ FORME DI
CONTROLLO DELLA PIRATERIA E DI GUARDIA COSTIERA
Questo carattere occasionale dell’attività predatoria è testimo- ci giungono le prime notizie di un’organizzazione anti-pirate-
niato anche dall’etimologia del termine “pirata”: dovrebbe deri- ria. Sempre Tucidide ci racconta che “è Minosse il personaggio
vare dal sostantivo greco peira, che significa “tentativo”, “prova”, e più antico del quale sappiamo, per tradizione orale, che ebbe una
dal verbo peirao. Il pirata è dunque nella sua essenza colui che “ci flotta. È proprio grazie a questa che riuscì a estendere il suo impe-
prova”, che “fa un tentativo”. E a provarci erano un po’ tutti. Cer- ro su gran parte dell’attuale mare greco e dominò le Cicladi e fu
to, per quanto molte istituzioni fossero ai loro primordi, i gran- il primo colonizzatore della gran parte di esse, dopo aver caccia-
di popoli di allora come gli Egiziani, gli Ittiti, le ricche città-Sta- to i Cari (famosi pirati anch’essi) e installato come capi i propri
to della Fenicia, i Minoici non potevano accettare di essere pre- figli. Minosse tentava nei limiti del possibile di eliminare la pira-
da o all’occasione predoni loro stessi, gettando nella completa teria dai mari, per incrementare le proprie entrate”.
insicurezza lo sviluppo dei loro affari. Il riferimento alla lotta ai pirati corrisponde all’incremento
Minosse li combatte. Le acque, come la ter- delle proprie entrate sicuramente perché una parte dei beni che
ra ferma, andavano controllate attraverso la legge viaggiavano sulle navi minoiche potevano raggiungere le loro
e l’intervento militare. Proprio dal centro del Me- mete senza essere oggetto di preda. Un po’ anche perché a quel-
diterraneo, dalla Creta dei Minoici, da quella che la attività piratesca combattuta ci si potevano dedicare libera-
viene definita una talassocrazia (impero del mare) mente le navi di Minosse, senza incappare in una fastidiosa con-
correnza. Dobbiamo però tenere per buono il tentativo di “ripu-
lire i mari” dei monarchi minoici, soprattutto per le già ricordate
necessità di buon vicinato con i partner commerciali.
GUERRIERO La squadra cretese anti-predoni. Oltre alla flotta citata
MINOICO da Tucidide, che consisteva in squadre militari con navi più rapide
Della media Età e arcieri migliori di quelli pirati, tra le pratiche di polizia marina
del bronzo (XVIII- dei Cretesi dobbiamo ricordare anche un’attività di guardacoste.
XVII secolo a.C.), La navigazione nel Mediterraneo durante l’Età del bronzo avveni-
è disegnato sulla
base dei guerrieri
va lungo le coste, raramente in mare aperto. Sono proprio i litora-
rappresentati negli li frastagliati, le insenature, le mille isole dell’Egeo che diventano il
affreschi di Akrotiri a luogo ideale dei pirati appostati in attesa di una nave in transito da
Santorini. depredare. Viene dunque istituita una sorta di milizia incaricata
di sorvegliare il mare e la fascia costiera dai movimenti dei pirati.
Le coste di Creta sono sempre state provviste di posti di vedet-
ta e di allarme, di osservatori e di metodi di segnalazione ottica,
come l’accensione di fuochi. Erano le comunità stesse (comuni-
tà anche molto piccole, non di certo città o paesi, quanto piut-
LA VESTE tosto singole fattorie o minuscole frazioni di marinai) che orga-
Il corpo è coperto nizzavano il controllo della loro porzione di costa e lo facevano
G. ALBERTINI (2)

solo da un succinto
perizoma drappeggiato Minosse Lo storico greco Tucidide parla di Minosse nel suo resoconto della Guerra del Peloponne-
sui fianchi come un so, accreditando di storicità il semileggendario re di Creta, figura mitologica pre-ellenica.
grembiule.

LE ARMI
A tracolla porta appesa
una spada lunga di
bronzo e un pugnale,
con la sinistra impugna Navi pirate e vita di bordo

L
una lancia con cuspide e navi dei corsari dell’anti- e larghe 4 o 5 metri e imbarca-
e calzuolo in bronzo chità arcaica erano per lo più vano un equipaggio versatile
dal manico in legno piccole, spesso minuscole, composto da una trentina di re-
di frassino. Porta un adatte a infilarsi nei passaggi più matori, 4 o 5 gabbieri, almeno un
elmo in zanne di stretti delle coste rocciose, così pilota e ovviamente un capitano.
cinghiale, decorato come a solcare gli alti fondali. La velatura. Eccezionalmente,
da crini di cavallo e Soprattutto le dimensioni ridotte al centro delle navi si issava un
foderato in cuoio. aiutavano i predoni a nascondersi albero sorretto da sartie che so-
dietro alle scogliere. La forma di steneva una vela quadrata.
queste navi era affusolata con Tutti stavano stipati tra le tavole
la carena incurvata: a vederle di voga e la corsia centrale, senza
ricordavano velocissime piroghe. riparo laterale dalle onde, sem-
Ovviamente all’occasione i pirati pre zuppi di acqua di mare. Se il
potevano usare navigli più gran- bottino era stato proficuo, lo spa-
di, spesso preda di razzie. zio esiguo doveva essere diviso
Improvvisate. Le navi più grandi con il carico, il bestiame razziato,
erano lunghe tra i 20 e i 25 metri gli schiavi e i prigionieri.
con suonatori, banditori, soldati e arcieri pronti ad accorrere al
primo allarme. Quando i pirati erano avvistati, tutta la comuni-
tà partecipava alla difesa; gli uomini al fianco dei soldati, le don-
ne e i bambini fuggendo in zone impervie per nascondersi con
i beni più preziosi. La sorte dei pirati quando cadevano in ma-
no a queste comunità organizzate non era delle più invidiabili.
In genere finivano massacrati dalla folla, o diventavano schiavi.
FANTE MEDIO
Antesignani dei corsari. L’attività predonesca non ave- ASSIRO
va però solo fini di rapina: anche in quei secoli tra Età del bron- Guerriero dell’VIII -
zo e prima Età del ferro pirati “addomesticati” potevano essere VII secolo a.C.
utili ai fini politici delle nazioni. Come i corsari della regina Eli-
LA VESTE
sabetta, al tramonto del XVI secolo, attaccavano le città spagno- Le truppe assire
le, così gli Ioni e i Cari dell’VIII e del VII secolo a.C. (popoli gre- imbarcate sulle
ci stanziati sulla costa ovest dell’odierna Turchia) partirono alla navi erano vestite e
volta dell’Egitto con il primo fine di saccheggiare quel ricco Sta- armate in modo più
to e poi di allargare il controllo territoriale delle monarchie gre- leggero rispetto ai loro
commilitoni di terra
che. Riuscirono così bene nel loro compito che alla fine di quel- ferma. La kandis, la
le incursioni il faraone Psammetico I li arruolò stabilmente per tipica tunica assira, era
combattere come mercenari nelle sue file. accorciata e impoverita
Con l’età classica, la pirateria divenne universalmente un crimi- dei consueti drappi
ne, non meno grave che la rapina o il banditismo. Sempre tra VIII colorati e frangiati.
e VI secolo a.C. il re assiro Sennacherib sferrò una serie di azio- LE ARMI
ni militari contro i pirati che infestavano le coste del Mediterra- L’armatura si riduce
neo Orientale e quella settentrionale del Golfo Persico. Il sistema a una piccola corazza
pettorale circolare
militare assiro era quanto mai moderno e specializzato: venivano detta irtu, a un
formate squadre di militari addestrati per il combattimento in na- cinturone di cuoio e
ve, ma anche per lo sbarco in terreni difficili (come quelli paludo- a un elmo in bronzo
si); questi antesignani dei “marines” venivano imbarcati su navi da crestato. Le armi sono
guerra fenicie a doppio rango di rematori e con un ponte superiore la lunga lancia con
la cuspide in ferro e
sopraelevato, rinforzato nei bordi da una parata di scudi. Una pos- l’immancabile faretra
sente chiglia rostrata annunciava la forza speronatrice della nave. con arco e frecce.
Appaiono le trireme. Era la fine di un’era e l’inizio di un’al-
tra. Le grandi trireme erano ormai pronte per il loro ingresso sul-
le rotte navali. Per il mondo mediterraneo non era più il tempo
di principi e re predoni, mezzi eroi e mezzi briganti, creatori di
miti e abitanti di un mondo dal potere frammentato; l’ordine dei
grandi imperi lasciava queste attività semibarbare ai popoli peri-
ferici del Nord o dell’Oriente, almeno nelle intenzioni. La storia
della pirateria era solo all’inizio. d
Giorgio Albertini

La marineria greca eredita le tecniche di quelle cicladica


e minoica: la singola vela quadra è fissata all’asta
dell’antenna con lacci di cuoio; l’antenna è legata alla
parte terminale dell’albero, tenuto fermo da grosse
funi (sàrtie). Per distendere la vela al vento si usano
le ”corde” (scotte). Il timone è costituito dai remi
a poppa, la propulsione è affidata ai rematori.
C. GIANNOPOULOS

23
MEDITERRANEO: GUERRA ALLA PIRATERIA
CILICIA 67 A.C.

BARCA E
NOCCHIERO
Una naumachia
(spettacolo di
combattimento navale,
da un affresco
pompeiano) mostra le
triremi romane in
azione. Sotto, un busto
di Gneo Pompeo
Magno (106-48 a.C.).

ROMA SI
IN POCHI MESI POMPEO MAGNO

T
ra le guerre non dichiarate combattute dai Romani
nei secoli un posto di rilievo merita quella contro i
pirati, che infestarono il Mediterraneo soprattutto
in epoca tardo repubblicana. Solo in età imperia-
le, infatti, il mare divenne quel “Mare nostrum” dove si pote-
ALAMY

va navigare indisturbati dallo Stretto di Gibilterra all’Ellespon-


to, senza alcuna minaccia per le scorte di grano che dall’Afri-
ca e dall’Egitto, in particolare, prendevano la strada per l’Italia.
L’impegno di Roma sul mare in epoca repubblicana può esse-
re definito in tre fasi ben distinte. La prima è legata alle Guerre
puniche, durante le quali l’Urbe dovette dotarsi ex novo di una
flotta, con navi che avevano l’aspetto di una piattaforma dove i
suoi soldati potevano combattere veri e propri scontri terrestri,
arpionando le imbarcazioni avversarie e dandosi all’abbordag-
gio. Dopo la sconfitta di Cartagine, tuttavia, Roma rinunciò a
investire sulla propria marina, valendosi preferibilmente del-
le flotte degli alleati, in particolare di Pergamo e di Rodi, con le
quali affrontò i conflitti tra il II e il I secolo a.C. contro i regni
ellenistici, dapprima la Macedonia antigonide, poi la Siria se-
leucide, infine il Ponto di Mitridate VI Eupatore.
SCALA
PRENDE IL MARE
SGOMINÒ PREDONI E CORSARI, LA PIAGA CHE AFFLIGGEVA L’URBE

In seguito a queste nuove vittorie, i Romani dovettero con- re, posti fortificati atti a dare segnalazioni, squadre d’assalto
vincersi che il Mediterraneo fosse diventato il loro “lago dome- che non solo per il valore degli equipaggi, la capacità dei noc-
stico”: non sembrava vi fossero più nemici che potessero mi- chieri, la rapidità e la leggerezza delle imbarcazioni, erano par-
nacciarne la potenza in costante ascesa. Ma la loro conclusione ticolarmente adatte al loro compito, ma offendevano per l’ec-
si dimostrò prematura. Senza più le flotte dei regni ellenistici cesso della magnificenza più di quanto non destassero timore.
a solcarne le acque, con il declino di Rodi e Pergamo, e l’inizio Le prue dorate, i tappeti di porpora e i remi d’argento davano
dell’epoca dei grandi conflitti tra generali romani, il Mediter- l’impressione che le loro malefatte li riempissero di orgoglio e di
raneo divenne una sorta di Far-West abbandonato a se stesso, soddisfazione. Su tutte le spiagge non vi erano che musiche di
dove sconosciuti avventurieri e diseredati, di cui flauti e di strumenti a corda e scene di ubriachez-
sono rimasti solo raramente i nomi, quali Isidoro, za; i rapimenti di personaggi illustri e i riscatti di
Zenicete o Agamennone, si davano indisturbati al
predonismo nei confronti di navi, castelli e città.
400
città e 13 fra i templi
prigionieri presi alle città suonavano oltraggio al-
la potenza romana. Le navi dei pirati erano più di
Scorribande. “Durante le guerre civili, quan- più famosi: questi mille e le città di cui si impadronirono furono più
do i Romani presero a farsi la guerra gli uni contro i saccheggi che si di quattrocento”.
gli altri alle porte di Roma, il mare, lasciato senza attribuivano ai pirati. I Romani avevano avuto a che fare con i pirati il-
sorveglianza, cominciò ad attirare e a spingere i pi- lirici nell’Adriatico verso la fine del III secolo, nel
rati sempre più lontano, tanto che si misero ad attaccare non corso di due conflitti grazie ai quali avevano debellato la piaga.
solo le imbarcazioni, ma anche le isole e le città costiere”, scrive Con quelli della Cilicia si erano dovuti confrontare durante le
Plutarco in un passo giustamente celebre. Il biografo così pro- Guerre mitridatiche, quando i corsari si erano schierati con il
segue: “In più luoghi vi erano approdi sicuri per le navi corsa- re del Ponto: il tribuno Lucullo era scampato a stento a un loro

25
GLI STORICI RACCONTANO DI UNA FLOTTA ROMANA
ATTACCATA E AFFONDATA DAI PIRATI NEL PORTO DI OSTIA
attacco, mentre si recava in Egitto, e Mitridate sfuggì allo stes- POMPEO MAGNO
so Lucullo in Bitinia grazie a un passaggio su una bireme dei Abbigliato per il
pirati, che gli permisero di raggiungere sano e salvo il Ponto. Trionfo, con la corona
Ma anche in tempo di pace, dopo la fine dei conflitti, ogni tra- d’alloro posta sul capo
sul capo dei generali
versata, perfino di piccolo cabotaggio, continuò a rappresen-
vittoriosi.
tare un pericolo per chi la intraprendeva: gente di rango come
Giulio Cesare e Clodio cadde nelle mani dei pirati, ottenendo IL DIVINO
la libertà solo grazie a cospicui riscatti; e le incursioni lungo le Il viso è dipinto
coste permettevano loro di alimentare il mercato degli schia- di rosso minio a
immagine di Giove.
vi, che gli stessi Romani erano tra i più solleciti ad acquistare.
Lo Stato sembrava impotente davanti alle loro razzìe, al LA TOGA
punto che la stessa Via Appia veniva reputata insicura. Scri- Indossa la veste
ve Appiano: “I pirati, poiché a causa della guerra [mitridatica, trionfale, la
toga di porpora
nda] avevano perduto i mezzi di sussistenza e la patria, cadu-
bordata d’oro.
ti nell’incertezza più completa, sfruttavano il mare anziché la
terra. Essi navigavano in squadre su hemiole , poi biremi e tri- PALMATO
remi, sotto il comando di capi pirati, simili a generali in guer- Ha in mano la
ra. Si gettavano sulle città prive di mura, altre le saccheggiava- foglia di palma,
simbolo di
no dopo averne scalzate o abbattute le mura o averle prese con vittoria. La tunica
l’assedio; portavano nei loro ripari navali gli uomini più ricchi palmata (decorata
per farli riscattare […]. Avevano poi forti, acropoli, isole deser- con queste foglie)
te e ancoraggi un po’ dovunque, ma ritenevano loro basi prin- era l’attributo di
cipali di partenza quelle presso la Cilicia, che era accidentata Giove Capitolino.

G. ALBERTINI
e priva di porti e aveva grandi cime montuose”. IL BASTONE
Le navi che usavano più spesso erano i myoparones, imbar- Tra le insegne
cazioni dalla chiglia molto arrotondata, con la prua incurvata del trionfatore
e la poppa tagliata dritta; erano fornite di una grande vela, ave- (i cosiddetti
triumphalia)
Hemiole Navi da guerra leggere e veloci apparse nei primi anni del IV secolo a.C. Erano a due ordi- c’era il bastone
ni di remi, ma la metà dei banchi si poteva rimuovere velocemente. d’avorio.

Cesare e i pirati

P
lutarco narra la disavven- per gli stessi pirati: “Per 38 giorni
tura di un ancor giovane scherzò e si esercitò con loro in
Giulio Cesare con i pirati: assoluta tranquillità, come se
“Sulla via del ritorno fu fatto quelli gli facessero non da custodi
prigioniero presso l’isola di Fa- ma da guardie del corpo; scriveva
macussa dai pirati che già a quel poesie e discorsi, e glieli faceva
tempo dominavano il mare con ascoltare, e se non glieli applau-
grandi mezzi e con un numero divano li chiamava bruscamente
spropositato di imbarcazioni. Gli illetterati e barbari, e spesso,
chiesero innanzitutto di pagare ridendo, minacciò di impiccarli; OCCHI SCACCIAGUAI
un riscatto di venti talenti ed egli, anch’essi ne ridevano, attribuendo La decorazione a forma di
deridendoli quasi che non sapes- questa franchezza al carattere uncino era detta acrostolio. Ai lati
sero chi avevano preso, promise semplice e incline allo scherzo. della prua venivano dipinti due occhi
che ne avrebbe pagati cinquanta; Ma quando giunse da Mileto il apotropaici (contro la malasorte).
poi mandò quelli che stavano con prezzo del riscatto, e lo versò, e fu
lui, chi in una città chi in un’altra, liberato, subito allestì delle navi, PRUA CON
a procurarsi il denaro, e rimase e dal porto di Mileto venne contro ROSTRO
con un amico e due servi tra quei i pirati: li sorprese mentre ancora Ad arco, doveva
ferocissimi Cilici comportandosi erano all’ancora presso l’isola e resistere a urti
con tale altezzosità che ogni volta ne catturò la maggior parte. Delle potentissimi quando
che andava a riposare mandava a ricchezze fece bottino, gli uomini il suo rostro metallico,
ordinare loro di tacere”. li mise in carcere a Pergamo […] che sporgeva di vari
Finale a sorpresa. Plutarco scrive ove, tratti fuori dal carcere i ladro- metri oltre la prua,
ancora come poi la vicenda si ni, li crocifisse tutti, come aveva trafiggeva la nave
trasformò in una disavventura spesso loro predetto nell’isola”. nemica.
ABBORDAGGI
Le biremi o triremi
erano agili, adatte
a speronare, ma
con l’introduzione
del corvo (una
passerella mobile
per l’abbordaggio),
intervenne anche la
AKG/MONDADORI PORTFOLIO

fanteria di marina,
appoggiata dagli
arcieri posti sulla
torre, e la battaglia
divenne terrestre.

ALBERO
Prima della battaglia la nave veniva
disalberata per sgombrare il ponte POPPA CON APLUSTRO
e limitare i rischi di incendio. Quindi Composto di tavole colorate,
la propulsione dell’imbarcazione l’aplustro era l’ornamento
SOL90

diventava solo remiera, non più eolica. al quale si attaccavano le


banderuole (o fiamme) che
sventolando permettevano
di riconoscere il vento. Per
lo stesso scopo i Greci vi
attaccavano un tritone mobile. LA NAVE DA
BATTAGLIA
Il funzionamento
della bireme come
della trireme ci
è sconosciuto,
ma questa è una
delle probabili
ricostruzioni. Altra
nave veloce in uso
era la liburna, a un
ordine di remi.

TENDA DEL
TEMPIETTO
DI BORDO
Sotto vi sedeva
il nocchiere, che
guidava la manovra
tramite il timone e
dava il ritmo di voga
suonando un aulos
(flauto).

TIMONE LATERALE
Largo e di grosse
dimensioni, il timone
dell’antichità restò in uso
fino al Medioevo.

VELE E PONTE
Erano due, la vela
rettangolare, sull’albero
maestro, e l’artemone, sul
pennone di prora. Il ponte
TORRE ospitava i fanti di marina.
Ospitava un onagro (catapulta STIVA
che lanciava pietre da 5 a Nella cambusa venivano REMATORI
10 kg sino a 400 m) e uno stivate provviste e REMI Una trireme romana aveva fino a 168 rematori
scorpione (lanciava due acqua. Sotto la linea di Uno o due uomini per su tre ordini di remi, su un totale di 215
giavellotti lunghi 69 cm a 300 galleggiamento c’erano le ogni remo, che era lungo uomini circa; in quella greca i rematori erano
m). Permetteva agli arcieri di pietre che davano stabilità fino a 12 m e pesava 200. Qui si vedono due ordini di remi, ma si
tirare da posizione rialzata. alla nave. anche 130 kg. arrivava anche a 5 per la quinquereme.

27
SARMAZIA
GALLIA
DACIA

Aquileia

GALLIA CISALPINA
Ponto Euxino
GALLIA NARBONESE
CANTABRIA Mar Le ILLIRICO
Narbo Martius Ligure n tu Mar Sinope
lo
(Narbonne) Pomponio Cla e Ad Publio Pisone
ITALIA ud ria
CORSICA ian tic TRACIA
ULTERIORE o o
Tarraco ROMA Bisanzio BITINIA PONTO
Ostia
Gaeta Porcio Catone Nicomedia
MACEDONIA
HISPANIA BALEARI Gellio Publicola
Miseno
Samotracia
Attilio Brindisi
CAPPADOCIA
SARDEGNA

EP
M Mar Egeo Pergamo GALAZIA ARMENIA

IR
CITERIORE ar

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Ti
rre Lucio Lollio ASIA
Nova Carthago (Cartagena) no Efeso CILICIA ÈPEDIAS
Gades Atene
Mileto CILICIA

Te
Tiberio Nerone ACAIA Dydyma ISAURIA Tarso

re
nz
SICILIA Cepione Coracesio

io
Mare Ibericum Epidauro
LICIA

Va
Lucio Sisenna
SIRIA

r
ro
Cartagine Kragos e Antikragos

n
Siracusa

e
Plozio Varo RODI CIPRO
MAURITANIA AFRICA CRETA
NUMIDIA MARE
Gortina
INTERNUM
Città romane GIUDEA
Lentulo Marcellino
Pompeo Bitinico
Altri centri
Aulo Pompeo
Battaglia sostenuta Cirene
da Pompeo Magno CIRENAICA
Alessandria

Intervento diretto EGITTO

N. JERAN
di Pompeo

BELLUM PIRATICUM, CILICIA 67 A.C.

E
cco le province romane nel 4° decennio del I Arriva Pompeo. Il comandante supremo, che
secolo a.C. Pompeo divise il Mare nostrum in interveniva ove c’era più necessità, finì per
più settori, affidandoli ai suoi luogotenenti convergere sulla Cilicia, affrontando i pirati nella
(in giallo nella cartina i loro nomi secondo una battaglia finale a Coracesio, al confine con la
delle possibili ricostruzioni). I suoi legati rastrel- (le coste dell’Asia Minore davanti a Cipro).
larono dapprima il Mediterraneo occidentale (dal Una volta sconfitti, i predoni si ritirarono nelle
Mar Tirreno al Libico, ai Mari di Sardegna, Corsica loro roccaforti sulla costa occidentale della Licia
e Sicilia): in 40 giorni lo debellarono dalla piaga, (costa sud dell’Anatolia), a Kragos e Antikragos,
costringendo i pirati a rifugiarsi a Creta, in Licia e che Pompeo espugnò nell’arco di sei mesi
in Cilicia. Poi passarono al settore orientale. dall’inizio della campagna.

vano un solo ordine di remi ed erano prive di ponte. FANTE DI MARINA

G. ALBERTINI
Le loro capacità e gli espedienti di cui erano capaci – è noto ROMANA (CLASSIS)
che incatenassero i vogatori ai banchi per impedir loro di ab- Apparteneva a una
bandonare i remi durante un’azione – li misero in condizio- flotta cosmopolita,
ne di sconfiggere i Romani anche in battaglia: davanti a Ostia, dove un terzo dei suoi
per esempio, affondarono un’intera flotta. Né era facile stanarli classiari erano Egiziani.
nelle loro Tortuga: i Romani avevano creato la provincia della I COMPITI
Cilicia (Anatolia) proprio per esercitare un maggiore controllo Poteva essere addetto
sui territori da cui gli scorridori provenivano, ma i pirati ave- alla navigazione o
miles, soldato.
vano posto le loro basi a ridosso della catena del Tauro, in luo-
ghi impervi. Far affluire il grano a Roma divenne un’incognita LE ARMI
e i prezzi andarono aumentando, spingendo il senato a istitui- Era armato di elmo,
corazza, schinieri,
re una serie di comandi speciali per affrontare il problema alla scudo e lancia.
radice. Ma gli ammiragli concentrarono i loro sforzi sull’isola
di Creta, che sembrava un obiettivo più abbordabile delle basi LA PAGA
Il classiario non era
sulla terraferma, senza riuscire a eliminare la piaga.
uno schiavo, ma un
Scorribande. In realtà, ci voleva ben altro che un assedio uomo libero: arruolato
a una singola roccaforte; era necessario sia rastrellare il Medi- a 20 anni, dopo 20-25
terraneo in lungo e in largo, che andare a distruggere i covi dei di servizio (retribuito
pirati sulle montagne. Ma per questo serviva un comandan- però con un soldo
minore di quello
te che avesse giurisdizione su tutte le coste, con un potere su
del legionario),
tutte le province che lambivano il mare. Fu Pompeo Magno a otteneva la
ottenerlo, nel 67 a.C., grazie a una legge speciale proposta dal cittadinanza
tribuno della plebe Aulo Gabinio, che gli concesse il coman- romana.

28
COME
NETTUNO
Moneta del 44
a.C. con Pompeo
Magno come

GRANGER/POMPEY
“figlio di Nettuno”.
A sinistra, il
proconsole
abborda la nave
pirata. “Non era un
ammiraglio, era un
monarca”, scrive
Plutarco.

no riprendessero ad affluire a Roma. Lo stesso tempo impiega-


rono i legati a spazzare via i pirati dal Mediterraneo Orienta-
le. Ma la parte più complessa doveva ancora arrivare: c’era da
espugnare la Tortuga, l’entroterra cilicio dove tutti gli scampa-
ti ai rastrellamenti romani avevano finito per rifugiarsi. Senza
una franca vittoria contro la roccaforte dei banditi, la minaccia
sarebbe tornata presto a ripresentarsi. Pompeo condusse quin-
di personalmente una serie di assalti alle basi costiere dei pirati,
accogliendo con tolleranza quelli che si arrendevano e utiliz-
zandoli come “pentiti” da cui trarre informazioni sui nascon-
digli dei loro compagni: “E consegnarono”, narra Appiano, “le
molte armi, alcune pronte, altre in lavorazione, le navi, alcune
in cantiere, altre già operative, bronzo e ferro ammassati per
OSPREY

tali opere, vele, funi e legname vario, e una moltitudine di pri-


gionieri incatenati in attesa di riscatto o per lavori”.
POMPEO AVEVA IL COMANDO Battaglia a Coracesio. Braccati ovunque, i pirati più ir-
riducibili abbandonarono le famiglie e si asserragliarono nelle
SUI MARI E SULLE COSTE: fortezze del Tauro, ma Pompeo li costrinse a una battaglia an-
UN POTERE MILITARE ED fibia presso Coracesio, l’attuale promontorio di Alanya in Ci-
licia. Dopo averli sconfitti nello scontro navale, il condottie-
ECONOMICO SENZA PARI ro li inseguì fino alla loro fortezza, arroccata su una roccia che
scendeva a picco sul mare e collegata alla terraferma mediante
do anche per 80 km all’interno delle coste, equivalenti di fatto una sottile lingua di terra. L’esperienza aveva suggerito al con-
al territorio controllato da Roma. Pompeo ebbe a disposizione dottiero di portarsi dietro un ingente quantitativo di macchi-
anche 500 navi, 120.000 uomini e 5.000 cavalieri, oltre a sov- nari ossidionali, con i quali pose l’assedio alla roccaforte, ber-
venzioni per 6.000 talenti e alla possibilità di scegliersi 24 lega- sagliandola incessantemente finché i difensori non furono co-
ti e due questori; un potere, insomma, superiore a quello dete- stretti ad arrendersi.
nuto da un qualsiasi romano dai tempi dei re. Erano passati appena tre mesi dall’inizio della campagna.
L’entusiasmo per l’impresa che un condottiero celebrato co- Pompeo Magno completò il suo incarico portandosi dietro
me Pompeo, pluritrionfatore in Africa, in Spagna e in Orien- 20.000 prigionieri e 90 navi dotate di speroni di bronzo, tra le
te, suscitava, determinò una istantanea caduta dei prezzi sul 377 catturate o consegnate dai vinti. Di Cilici ne erano cadu-
mercato alimentare. ti oltre 10.000 in battaglia. Un vero repulisti: le fortezze e i na-
La sua strategia si dimostrò ben presto vincente. Si dedicò scondigli scoperti ed espugnati furono 120.
per prima cosa a riprendere il controllo delle rotte marittime, Per decisione di Pompeo, che ricevette non poche critiche,
e a tale scopo divise il Mediterraneo in tredici settori, affidan- i banditi non furono giustiziati, ma trasformati in contadini e
doli ciascuno a un luogotenente, che dotò di una flotta e di un artigiani, che il generale distribuì nei territori del Mediterra-
esercito di fanti e cavalieri. Scrive ancora Appiano: “Così erano neo Orientale e in particolare in Grecia, nella città di Dime.
stati disposti i comandanti per attaccare, difendersi, custodire Dopo di allora, comunque, e per i successivi trent’anni, i prin-
le aree assegnate, intercettare i pirati che scappavano da un set- cipali scontri navali nel Mediterraneo avrebbero visto per pro-
tore all’altro, in modo da non allontanarsi molto negli insegui- tagonisti i soli Romani, almeno fino al-
menti e non essere costretti a girare come in una corsa, renden- la battaglia di Azio. E il termine “pira- SAPERNE DI PIÙ
do l’impresa interminabile”. Il comandante supremo, da par- ta”, paradossalmente, sarebbe stato at- Piracy in the graeco-roman
te sua, interveniva di volta in volta nel settore più sottoposto a tribuito a Sesto Pompeo, il figlio del world, Philip de Souza (Cambrid-
pressione con la sua flotta di 60 navi. vincitore di Coracesio, che della Sici- ge University Press). Le origini e lo
Furono sufficienti quaranta giorni perché il Mediterraneo lia avrebbe fatto la sua Tortuga. d sviluppo della pirateria nell’anti-
chità (su Google Books).
Occidentale venisse ripulito di ogni minaccia e i carichi di gra- Andrea Frediani

29
MEDITERRANEO: GUERRA AI PIRATI
CAPO BON 468

ALL’EPOPEA DEI VANDALI VANNO AGGIUNTE LE LORO


SCORRERIE MARINARE, CHE NE FECERO PREDONI DEI MARI
TEMUTI E SUBITI DA UN IMPERO ROMANO AL TRAMONTO

UN MESTIERE
CHE SI IMPARA
FRA TERRA
E MARE
Mosaico di cavaliere
vandalo (V secolo).
A destra, la flotta
imperiale creata dai
Romani nel 468 in
risposta agli attacchi
dei pirati vandali.
GETTY IMAGES

D
ifficile trovare un popolo al quale il concetto di “mi- te i Vandali fecero presto a imparare, e fin dal 426 presero a ef-
grazione” calzi più a pennello dei Vandali. Nell’arco fettuare raid navali, dapprima sulle Baleari e poi in Mauritania.
di mezzo millennio li ritroviamo in Scandinavia, poi Con la conquista di Cartagena, due anni dopo, ebbero a dispo-
in Germania, in Pannonia, in Gallia, in Spagna e in- sizione, finalmente, cantieri navali, carpentieri e manodopera
fine in Africa, da cui furono capaci di raggiungere qualunque li- specializzata, attrezzature e navi.
torale del Mediterraneo. Ma fu come pirati che i Vandali diede- I predoni di Genserico. Erano ormai pronti per il gran sal-
ro più filo da torcere ai Romani. to, che arrivò nel 429 con l’avvento al trono del più geniale con-
Una volta in Spagna, i Vandali dovettero disputare territori a dottiero della sua epoca: Genserico, figlio bastardo del re Godi-
Suebi e Visigoti e finirono confinati nella punta meridionale del- giselo, morto ai tempi dell’invasione gallica, e succeduto al fra-
la penisola, dove recuperarono il loro rapporto col mare, smar- tellastro; zoppo, taciturno, “rapido nell’agire più di quanto gli
rito fin dai tempi in cui, quattro secoli prima, avevano vissuto in altri lo erano nel pensare” (secondo lo storico goto Giordane), il
Pomerania. L’amministrazione imperiale, con cui questi popo- nuovo sovrano decise di approfittare degli sconvolgimenti poli-
li stipulavano trattati (detti foedera, che regolarizzavano le loro tici allora in atto nell’Impero romano – allora diviso in due par-
occupazioni), temeva che i barbari acquisissero conoscenze ma- tes, con capitali rispettivamente Ravenna e Costantinopoli – e
rinare; per questo, esistevano leggi che vietavano espressamente trasferì in Africa una moltitudine di persone: tra questi si calco-
agli abitanti delle regioni occupate di insegnare ai “foederati” la la che non dovessero esserci più di 20.000 guerrieri tra Vandali e
G. ALBERTINI

carpenteria, e per i colpevoli era previsto il rogo. Ciononostan- Alani. Passò quindi di successo in successo, obbligando l’impero

30
14
mesi, tanto durò
l’assedio vandalo di
Ippona, la città di cui
era vescovo
S. Agostino, che morì
a poche settimane
dal suo inizio (28
agosto del 430).
PARE CHE LE AZIONI PIRATESCHE DEI VANDALI CONTRO
LA SICILIA FOSSERO INIZIATE GIÀ NEL 437
a stipulare trattati che sancirono il possesso vandalo dapprima profittare del vuoto di potere creatosi in Occidente per lancia-
dei territori più occidentali e poi, dopo la caduta di Cartagine, re la più proficua delle sue razzìe, quella su Roma. Subito dopo,
delle province più prospere, l’Africa Proconsolare e la Bizacena. rivendicò per sé i territori africani che aveva lasciato ai Romani,
Il re vandalo avrebbe potuto limitarsi a creare un regno stan- ovvero Mauritania e Tripolitania, e si impossessò di Sardegna e
ziale sovrapponendosi alle strutture preesistenti e facendo vive- Corsica. Ma subì anche un paio di sconfitte in altrettante batta-
re il suo popolo delle cospicue risorse africane. Ma era un predo- glie navali nelle acque di Corsica e Sicilia, dove aveva inviato 60
ne, seppur di genio, e la tentazione di razziare le indifese coste navi, a opera del nuovo responsabile delle difese italiche, il comes
italiche fu troppo forte perché non iniziasse a prenderle di mi- (titolo simile a quello di conte) Ricimero, che di lì a poco avreb-
ra già nello stesso anno della conquista della città punica. Il pri- be iniziato a fare e disfare imperatori. I Vandali collezionarono
mo e più ovvio obiettivo era la Sicilia, dove Genserico si impos- un altro insuccesso in Campania, alle foci del Garigliano e del
sessò di Lilibeo, vicino all’odierna Marsala. Presto anche Corsi- Volturno, dove avevano fatto sbarcare un contingente di Mauri;
ca e Sardegna entrarono nel mirino dei raid vandalici; con Ezio, il presidio romano respinse gli scorridori e poi anche i Vandali
il generalissimo responsabile delle difese dell’impero, impegna- intervenuti in loro soccorso dalle navi; sul campo rimase persi-
to Oltralpe, il giovane sovrano Valentiano III non poté far altro no il cognato di Genserico.
che rafforzare le mura delle città costiere e abolire la Lex Iulia, Ma furono molti di più i successi. Il più grande di tutti, Gense-
che vietava ai sudditi di armarsi. Ma nel 442 l’impero fu costretto rico lo colse senza neppure combattere. Nell’estate del 460, 300
alla pace, per giunta sancita dal fidanzamento del figlio di Gen- navi erano ancorate in parte nel porto di Cartagena, in Spagna,
serico, Unnerico, con la primogenita dell’imperatore, Eudocia. e in parte più al largo, sotto il promontorio detto Cabo de Santa
In Africa. Da allora, il re vandalo si limitò ad azioni di pira- Pola; era la flotta preparata dall’imperatore Maioriano per inva-
teria di piccolo cabotaggio, arrivando tutt’al più a ostacolare le dere il regno africano. Ma poco prima di salpare, i vascelli finiro-
rotte commerciali tra Sardegna e Italia, finché non crollò il re- no distrutti dal fuoco appiccato da un manipolo di Vandali gra-
gime con cui aveva stipulato gli accordi. Morti nell’arco di po- zie all’aiuto di alcuni traditori non meglio definiti.
chi mesi Ezio e Valentiniano III, Genserico si sentì libero di ap- Sarebbero passati otto anni prima che l’impero
tentasse una nuova campagna africana. Nel frattem-
Ezio (390-454) Fra i più grandi condottieri dell’Impero romano al tramonto. Fu generale e ministro
dell’imperatore Valentiniano, combatté i Goti e i Franchi rafforzando l’autorità dell’Urbe minata da- po, i raid dei Vandali si intensificarono, anche ai dan-
G. ALBERTINI

gli attacchi barbarici. Vinse Attila, re degli Unni, nella battaglia dei Campi Catalaunici (451), ma non ni della pars orientis, con razzìe frequenti lungo le coste
riuscì a fermare l’invasione unna dell’Italia. Morì per una decisione impulsiva del suo imperatore. elleniche; ogni anno, in primavera, le incursioni provoca-

BOTTINO ITALIANO
Vandali sbarcano sulle
coste sarde già sottoposte
a numerosi raid. Si
impossessarono dell’isola
presumibilmente nel 442.
Espansione
dei Vandali
attraverso
l’Europa e il

G. ALBERTINI
Nordafrica

CAPO BON 468 IL VANDALO

N
Il guerriero mostra
ella mappa, le migra- vincia Proconsolare, 432), influenze eurasiatiche
zioni dei Vandali che che l’attenzione dei Vandali e romane.
dal loro insediamento si rivolse ancora verso l’Urbe.
sui fiumi Vistola e Dnestr Cartagine fu l’obiettivo della
L’ARMATURA
(Polonia) ebbero iniziali flotta imperiale nel 468, rag-
Corazza eurasiatica
contatti con i Romani sotto giunto nella battaglia di Capo
dalla lavorazione
Marco Aurelio (171) attraverso Bon, quando i brulotti (navi
lamellare, in uso fra
ripetuti attacchi alle frontiere incendiate) dei Vandali
le tribù germaniche
dell’impero. Tentarono poi di arsero la flotta romana
dell’est, con pettorale a
oltrepassare il limes un secolo di Basilisco.
scaglie tardo romano.
dopo in Pannonia (Unghe-
Elmo lamellare, ornato
ria), respinti dall’imperatore
di crine di cavallo, che
Aureliano. Duemila dei loro
con la coda di pony
cavalieri ceduti in riscatto fu-
color porpora che
rono destinati all’Ala VIII Van-
decora lancia ed elmo
dalorum, inviata in Egitto.
denota il rango reale.
Da qui la predilezione
Il gonnellino a frange
dei Vandali per il conti-
(pteruges) era tipico
nente africano, che at-
romano.
taccarono più volte con
le loro razzìe piratesche.
Con i brulotti. Fu dopo il LE ARMI
loro insediamento in Spada germanica, come
Nordafrica (Numidia, lo scramasax, arma da
Mauretania e Pro- taglio, e la fibula d’oro
sulla spalla. Schinieri
segmentati dei popoli
delle steppe asiatiche,
C. GIANNOPOULOS

scudo germanico con


l’aquila simbolo del
potere reale.

33
vano le distruzioni delle città costiere e la cattura di un gran nu- e 100.000 uomini a bordo, affidati però a Basilisco, l’inetto co-
mero di schiavi. Lo stesso Genserico, sebbene ormai anziano, gnato dell’imperatore orientale Leone. Questi condusse contro
partecipava alle azioni, e si diceva che decidesse il suo obiettivo Cartagine il braccio settentrionale della tenaglia imperiale, men-
solo una volta salito a bordo. Le sue ambizioni erano cresciu- tre da Oriente, partendo dall’Egitto, avanzava per via terrestre
te: aveva in mano le due figlie di Valentiniano III, le ultime te- l’esercito condotto da Eraclio e Marso, e da Occidente la colon-
odosidi , maritate rispettivamente al figlio Unnerico e al sena- na guidata da Marcellino, che inaugurò l’impresa conquistando
tore suo prigioniero Olibrio, che diventava così il suo candida- Sardegna, Corsica e Baleari. Ma poi, una volta sbarcato in Mau-
to per il trono d’Occidente. Navigare nel Mediterraneo divenne ritania, Marcellino si trovò di fronte alla tenace resistenza dei
talmente pericoloso che qualche storico si è spinto a far risalire Mauri, su un terreno reso terra bruciata da Genserico, e dovet-
a quell’epoca la nascita dell’economia chiusa che caratterizzò il te riunirsi alla flotta. Molto meglio andò alla colonna orientale,
mondo altomedievale. che conquistò facilmente la Tripolitania.
Contro i Bizantini. Quando Ravenna e Costantinopoli si Basilisco, da parte sua, ripulì la Sicilia dai presidi vandali e ve-
mossero, nel 468, allestirono la più grande campagna an- leggiò verso Cartagine, scegliendo però di ancorare la flotta un
fibia della storia dell’impero dai tempi delle Guerre pu- centinaio di km a est dell’obiettivo, a ridosso del Promontorium
niche, con 1.113 vascelli tra navi da carico e da guerra, Mercurii, l’odierno Capo Ras Addar o Capo Bon, dando così a
Genserico tutto il tempo per organizzare un contrattacco. Il re
Teodosidi Membri della casata di Teodosio I, imperatore dal 379, l’ultimo a re-
gnare sull’Impero romano prima della divisione in regni d’Oriente e Occidente.
vandalo si mostrò spaventato e richiese una tregua di cinque
giorni che, incredibilmente, il comandante imperiale gli conces-
se. Poi, approfittando della sospensione delle ostilità, allestì una
flotta di 75 chiatte cariche di materiale incendiario, ovvero pe-
ce, zolfo, stoppa sfilacciata e olio. Dovette attendere che il ven-
to soffiasse da Occidente, e ciò accadde solo nell’ultimo dei cin-
que giorni disponibili; quindi, non appena scese la notte le fece
trainare da altre navi verso la flotta romana ancorata.
La tattica del fuoco. A ridosso delle imbarcazioni ro-
mane, Genserico ordinò che si desse fuoco alle chiatte, poi la-
sciò che fosse il vento a spingerle verso la flotta nemica. I Roma-
ni furono colti di sorpresa e non furono in grado di reagire. I va-
scelli erano ormeggiati l’uno accanto all’altro, e il fuoco si pro-
pagò velocemente; i marinai non poterono far altro che
tentare di allontanare le imbarcazioni più vicine
con delle pertiche; ma nel frattempo le navi
vandale con i guerrieri a bordo potevano
avvicinarsi indisturbate, abbordando
quelle in cui le fiamme non aveva-
no già svolto gran parte del lavoro.
Basilisco si limitò a manovra-
BARBARO
NORDAFRICANO re per svincolarsi, e si salvò in-
sieme a metà della flotta, mentre
Guerriero berbero
proveniente il contingente di Eraclio e Mar-
dall’area del so, senza il supporto dal mare,
Nordafrica al servizio non poté far altro che tornare in-
dei pirati vandali. dietro. Fu l’ultima grande batta-
glia dell’Impero romano, che di lì
SEGNI DISTINTIVI
a otto anni sarebbe definitivamen-
Aveva tatuaggi
tribali su gambe te crollato. Genserico gli sopravvis-
e braccia e capelli se, ma il suo regno sarebbe durato
occasionalmente tinti poco più di sessant’anni ancora.
di rosso con l’henné. A Belisario, generale bizan-
tino di Giustiniano, sareb-
LE ARMI
bero bastati infatti so-
L’hasta dei Romani, lo
scudo rotondo coperto lo 5.000 uomini per
di pelle di capra tipico conquistarlo. d
della regione e il Andrea Frediani
giavellotto berbero.

LA VESTE Belisario (505-565) Generale dell’Impero d’Oriente (o Impero bizantino),


Corta tunica di lino vinse i Persiani a Dara, nel 530. Fu poi a capo della spedizione contro i Vandali,
C. GIANNOPOULOS

e una cappa di pelle abbattendo il loro regno in sette mesi (534). Inviato in Italia per combattere
di capra conciata, i Goti, occupò la stessa Roma difendendola dall’assedio nemico (536). A fine
decorata da frange. carriera fu accusato di cospirazione contro il sovrano, ma venne prosciolto.

34
PER ALCUNI Il sacco di Roma
L’AZIONE DI
D
opo i Galli di Brenno, quattro secoli
prima di Cristo, e i Visigoti di Alarico
GENSERICO nel 410, furono i Vandali di Gense-
rico, nel 455, il terzo popolo barbarico a
FU DIFENSIVA: violare la città eterna (nel disegno, il sacco
di Roma a opera dei Vandali). Il sovrano
ATTACCANDO del regno africano si catapultò sull’Urbe
indifesa subito dopo il crollo della dinastia
L’URBE CON I teodoside. Al suo arrivo, alla fine di mag-
gio, il nuovo imperatore Petronio Massimo
SUOI PIRATI non tentò neppure di resistere; provò solo
a scappare, per finire però lapidato dai suoi
MIRAVA A NON mercenari per strada.
Un saccheggio concordato. Spettò al papa
RESTITUIRE Leone Magno, lo stesso che aveva parteci-
pato all’ambasceria per Attila sul Mincio tre
ALL’IMPERO anni prima, trattare con il sovrano vandalo.
Il 31 maggio gli andò incontro a Portus,
LE PROVINCE l’odierna Fiumicino, dove Vandali e Mauri
avevano attraccato, e prese accordi per
AFRICANE un saccheggio capillare senza violenze o
distruzioni.
In questa circostanza, i Vandali si compor-
tarono da veri professionisti. Entrarono in
città con un gran numero di carri al seguito
e vi si trattennero per due settimane,
passando indisturbati di casa in casa e
asportando tutto ciò che gli fu possibile
caricare sulle navi. Presero la via dell’Africa
anche molti prigionieri di rango, tra i quali
l’imperatrice Eudossia con le figlie avute
da Valentiniano III; e dell’immenso
bottino fecero parte le spoglie del
Tempio di Gerusalemme e metà delle
tegole di bronzo dorato del Tempio
di Giove. La celebre annotazione del
cronista Prospero d’Aquitania ren-
de alla perfezione le modalità
dell’evento: “Per quatordecim
dies secura et libera scrutatio-
ne omnibus opibus suis Roma
vacuata est”. Insomma, 14
giorni di facili ruberie.

SAPERNE DI PIÙ
L’ultima battaglia
dell’Impero romano,
Andrea Frediani, con le
illustrazioni di Giorgio
Albertini (Newton). La
disfatta contro i Van-
dali nel V secolo.
G. ALBERTINI

35
MEDITERRANEO: GUERRA AI PIRATI
MALTA 1532-1565

DA CROCIATI IN TERRASANTA, GLI OSPEDALIERI DIVENNERO

CORSARI
I PADRONI DEL MARE RACCOGLIENDO UN RICCO BOTTINO

CON LE CROCI

SULL’ISOLA
Villiers de L’Isle-Adam,
Gran Maestro dell’Ordine
degli Ospedalieri, prende
possesso di Malta, donata
RMN/ALINARI

loro dall’imperatore Carlo V


(26 ottobre 1530).

36
I
l giorno di Capodanno del 1523, mentre le ultime luci po- dalieri nel Vecchio continente. Nel mondo cristiano, però, non
meridiane sfumavano nel crepuscolo invernale, i pochi c’era su di loro un’opinione unanime. Per i veneziani, i Cavalie-
Ospedalieri sopravvissuti si imbarcarono a bordo delle ri erano “corsari che sfoggiavano croci”, giudizio forse condi-
loro galee per lasciare Rodi. La settimana precedente, alla zionato dal timore che le loro razzie per mare destabilizzasse-
vigilia di Natale, Philippe Villiers de l’Isle-Adam, ro le relazioni tra la Serenissima e Costantinopoli.
Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di San I rapporti fra queste due potenze erano altalenan-
Giovanni, era stato costretto ad accettare le ono-
revoli condizioni di resa propostegli da Süleyman
Gli anni degli
212 ti, ma nei periodi di pace favorivano i traffici com-
merciali di Venezia in Oriente.
al-Kanuni (“il Legislatore”), il sultano che gli occi- Ospedalieri a Rodi, Dopo l’insuccesso di Mehmed II, i suoi succes-
dentali chiamavano Solimano il Magnifico. Dopo dal 1310 (anno della sori considerarono Rodi una faccenda in sospeso,
un’eroica e strenua resistenza durata cinque mesi, completa conquista un affronto da vendicare. Ma i tempi della rivinci-
con le riserve di polvere da sparo e di munizioni dell’isola) al 1522. ta non erano ancora maturi. Anzi. Il 23 agosto del
ridotte al minimo e pochi uomini ancora in gra- 1510 nelle acque del golfo di Alessandretta, al lar-
do di combattere, gli Ospedalieri avevano dovuto arrendersi. go di Laiazzo (la cittadina turca di Ayas, dove nel 1271 sbarcò
I vessilli con la falce di luna erano stati issati al posto delle in- Marco Polo diretto in Cina), una squadra di galee dell’Ordine
segne con la croce a otto punte, l’inconfondibile emblema dei sbaragliò, annientandola, una flotta turco-egiziana, che peral-
cavalieri gerosolimitani che per più di due secoli aveva garri- tro era in schiacciante superiorità numerica. Gli Ospedalieri
to sulla roccaforte cristiana del Dodecaneso.
Quando le navi salparono dal porto i Cavalieri per l’ultima
volta volsero malinconicamente i loro sguardi alle innevate
montagne che si ergevano sulla vicina costa anatolica e ripen-
sarono ai due secoli di storia crociata vissuti a Rodi. Vi erano
giunti, agli inizi del Trecento, dopo la capitolazione di Acri (18
maggio 1291), che li aveva costretti ad abbandonare la Terra-
santa. Con la fine dell’Ordine dei Templari, gli Ospedalieri era-
no rimasti nel Levante l’unico scudo della cristianità contro il
mondo islamico. Dal loro estremo avamposto nel Dodecane-
so combatterono una loro istituzionale guerra santa contro gli
infedeli. L’insediamento nell’isola li aveva costretti a inventar-
si un nuovo ruolo, a trasformare la loro abilità di combattenti
negli scontri terrestri in eguale capacità nelle battaglie navali.
E fu proprio sul mare che i cavalieri gerosolimitani si conqui-
starono la loro leggendaria fama. Per i musulmani erano il ne-
mico numero uno, una “perversa setta di franchi (i bizantini e
i saraceni chiamavano “franchi” gli occidentali, ndr), i peggio-
ri figli dell’errore, il frutto più corrotto del seme del Diavolo”,
scriveva lo storico Ettore Rossi. A Rodi i Cavalieri costruiro-
no ed equipaggiarono galee ben armate, con le quali spadro-
neggiarono lungo le rotte ottomane catturando schiavi, facen-
do bottini e infliggendo continui danni ai traffici musulmani
in quelle acque.

BRIDGEMAN/MONDADORI PORTFOLIO
Nel 1480 Mehmed II tentò di schiacciarli spedendo con-
tro l’isola una potente forza d’invasione agli ordini dell’ammi- IL TURCO
Solimano
raglio Mesīh Paşa. Dopo 89 giorni di durissimi combattimen- il Magnifico,
ti gli assedianti dovettero desistere. Nei ripetuti assalti contro sultano
l’indomita fortezza dei Cavalieri, i Turchi lasciarono sul ter- dell’Impero
reno 9.000 uomini e più di 15.000 furono feriti. Rientrato nel ottomano.
Corno d’Oro con i resti del suo esercito, Mesīh Paşa fu travolto
dall’ira del sultano incollerito per il fallimento della spedizione.
Quell’impresa fece crescere la reputazione degli Ospe-
Falce La falce di luna, in araldica detta “crescente” o “montante”, nel lin-
guaggio comune è impropriamente chiamata “mezzaluna”. La prima sicura
attestazione dell’uso del crescente lunare come insegna militare ottomana
risale al XIV secolo.
Gerosolimitani I Cavalieri di San Giovanni erano detti “gerosolimitani” dal
nome latino di Gerusalemme: Hierosolyma.
Mehmed II Maometto II, noto come “al Fatih” (il Conquistatore), per aver espu-
gnato Costantinopoli nel 1453.
A FONDO
Nel 1323 a Episcopia
(Creta) il Gran Maestro
degli Ospedalieri
Gerard des Pins
manda a picco la
flotta turca che cerca
di prendere Rodi.

risparmiarono dalla distruzione soltanto alcune navi da tra- tutti gli anni nel giorno di Ognissanti un falcone a Carlo V. Il
sporto nemiche perché ritenute utili per traghettare a Rodi la lascito imperiale imponeva anche che l’ammiraglio della flot-
gran quantità di artiglierie da loro catturate. ta gerosolimitana, o chiunque altro lo sostituisse o ne facesse
L’ascesa al trono di Solimano il Magnifico (1520) segnò il le veci, fosse scelto nel novero dei cavalieri della Lingua ita-
destino dell’isola. Il sultano turco portò subito a compimento liana e godesse del gradimento sia di Sua Maestà Cesarea sia
due importanti imprese tentate senza successo dal bisnonno del Re di Sicilia.
Mehmed II: la conquista di Belgrado, porta d’ingresso dell’Un- Da quel momento spettò a Malta il ruolo di baluardo della
gheria, e di Rodi, ultimo baluardo cristiano del Dodecaneso. cristianità nella lotta contro il Gran Turco nel Mediterraneo.
Espugnò la prima alla fine di agosto del 1521, la seconda alcu- Negli anni Trenta del Cinquecento, grazie alla micidiale poten-
ni giorni prima del Natale del 1522. za di fuoco della loro nave ammiraglia, la poderosa Sant’An-
L’Ordine di Malta. Persa Rodi, il trasferimento dei Cava- na, gli Ospedalieri contribuirono in modo decisivo alla vitto-
lieri nella nuova sede di Malta non fu dei più facili. Le trattati- ria delle armate cristiane a Corone (1532) e a Tunisi (1535).
ve, che portarono alla donazione dell’isola da parte di Carlo V, Dopo il loro insediamento a Malta, quasi ogni anno i Cavalie-
furono lunghe e laboriose e si protrassero per 8 anni. Le guer- ri salpavano dall’isola per la loro personale crociata marittima
re tra Carlo V e Francesco I, la rivolta luterana e l’espansione
ottomana nei Balcani misero in secondo piano le esigenze de- Lingua I membri dell’Ordine erano ripartiti in otto “Lingue”, corrispondenti alle principali zone in
cui in origine erano stati reclutati: Provenza, Alvernia, Francia (con il Belgio), Italia, Aragona, Casti-
gli Ospedalieri. Alla fine, il 23 marzo 1530, l’imperatore firmò glia (con il Portogallo), Germania e Inghilterra (quest’ultima dopo lo scisma anglicano rimase solo
a Castelfranco (oggi Castelfranco Emilia) l’atto di donazione nominalmente), con un balivo alla testa di ciascuna. Gli otto balivi formavano il capitolo presiedu-
delle isole di Malta, Gozo, Comino e della città di Tripoli as- to dal Gran Maestro che era eletto da tutti i cavalieri.
segnandole in feudo perpetuo ai Giovanniti. L’Ordine accettò Gran Turco Nel ’500 e nel ’600 l’espressione Gran Turco o Gran Signore era usata per indicare il
la cessione obbligandosi, in cambio, a inviare simbolicamente sultano ottomano.

38
PERDUTE GERUSALEMME
E ACRI, I CAVALIERI SI
RIFUGIARONO A CIPRO, POI
A RODI E, INFINE, A MALTA,
CAMBIANDO IL LORO NOME
E LA LORO VOCAZIONE, DA
ASSISTENZIALE A MILITARE

BRIDGENAM/MONDADORI PORTFOLIO (2)


Nascono gli Ospedalieri

L’
Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Geru-
salemme (detto anche dei Giovanniti o degli
Ospedalieri, che diverrà poi “di Rodi” e, infine,
“di Malta”) fu riconosciuto dalla Chiesa il 15 febbraio
1113 con bolla di papa Pasquale II. Nacque come or-
dine religioso disciplinato dalla regola di S. Agostino
e dedito alla cura di pellegrini e ammalati, ma la sua
origine risale a prima della conquista di Gerusalem-
me da parte dei crociati (1099), quando un gruppo di
laici prese stabile dimora nel centro della Città Santa,
vicino alla chiesa di S. Giovanni. Assunse il nome di
Ordine ospitaliero di S. Giovanni di Gerusalemme.
I Templari. Nel 1120 il cavaliere Hugues de Payns
FANTE AZAP ricevette in dono dal re di Gerusalemme Baldovino
BARBARESCO II un’ala della sua ex reggia edificata sulla spianata
dove un tempo sorgeva la moschea di al-Aqsa, chia-
Il soldato è ispirato a mata dai “franchi” il Tempio di Salomone. Payns e i
un soggetto tratto suoi avevano assunto i voti di obbedienza, povertà e
dall’arazzo di Jodocus castità davanti al patriarca di Gerusalemme, che ave-
de Vos sulla campagna va affidato loro la missione di proteggere i pellegrini
di Tunisi di Carlo V: la dagli attacchi islamici. In virtù della nuova residenza,
testa mozzata potrebbe cominciarono a essere chiamati Militia Salomonica
appartenere al conte Templi e, poi, fratres Templi o Templarii.
di Sarno, pirata della Militarizzati. La funzione assegnata loro indusse
cosiddetta Barberia anche gli Ospedalieri ad ampliare i propri compiti e
(termine in uso fra XVI a fare uso delle armi. Il Gran Maestro Raymond du
e XIX sec.), cioè la costa Puy munì l’Ordine di armati, cui affidò la protezione
nordafricana a ovest dei pellegrini sia lungo la rotta che dal porto di
dell’Egitto, comprendente Giaffa arrivava a Gerusalemme, sia sulle strade che
gli odierni Marocco, conducevano ad altri luoghi santi. L’evoluzione in
Tunisia, Algeria e Libia. senso militare fu favorita dalle necessità dei re di Ge-
rusalemme di avere a disposizione forze armate per
LA VESTE la difesa del loro regno ed è testimoniata dal ruolo
Era turca, infatti gli azap determinante svolto dai Giovanniti nella presa di
erano unità irregolari Ascalona (22 agosto 1153). La progressiva militariz-
dell’esercito ottomano zazione degli Ospedalieri portò a intensificare, dalla
fine del XII secolo, l’attività di reclutamento in Euro-
G. ALBERTINI

con funzione di fanteria


leggera. Alcune unità, pa. L’Ordine si avvalse così di milizie proprie anziché
i deniz azap, erano di mercenari. Divenuti “soldati di Cristo”, i Cavalieri
utilizzate come marines a di San Giovanni furono protagonisti delle più impor-
bordo delle navi turche. tanti azioni militari compiute durante le crociate e
nei ripetuti tentativi di liberare Gerusalemme dal do-
L’ARMA
minio musulmano. Loro e i Templari furono gli ultimi
La scimitarra kilij è l’arma
ad arrendersi in Terrasanta battendosi con grande
bianca tipica dei Turchi,
valore nella difesa di Acri (1291, nel disegno), estre-
caratterizzata da una
mo baluardo crociato in Oltremare, espugnata dopo
lama allargata a doppio
l’assedio dal sultano mamelucco al Ashraf Khalil.
filo verso la punta.
La Sant’Anna

L
a poderosa caracca orgoglio della marina
dell’Ordine gerosolimitano fu costruita nei
cantieri navali di Nizza tra il 1522 e il 1524.
Nel 1532 la Sant’Anna contribuì in modo decisi-
vo alla conquista di Corone (Grecia), strappata ai
Turchi da una flotta cristiana guidata da Andrea
Doria. Giacomo Bosio, autore della prima grande
storia dei futuri Cavalieri di Malta, nel riferire
di quell’impresa scrisse che la Sant’Anna era un
vascello da combattimento “così grande, così
poderoso e così tremendo da essere capace di con-
trastare da solo cinquanta galee nemiche”. Nell’e-
state del 1535 la caracca della Sacra Religione
(così era chiamato l’ordine gerosolimitano) ebbe
un ruolo decisivo nella presa della Goletta, la
fortezza eretta a sentinella del Golfo di Tunisi.
In quell’occasione le sue micidiali artiglierie
furono devastanti. Nell’ampio salone di Carlo V
nel Palacio Gótico dei Reales Alcázares di Sivi-
glia, un enorme arazzo steso su un’intera parete
riproduce quel combattimento. La Sant’Anna sta
al centro dell’ordito e la sua imponenza lascia
ancora oggi stupefatti.
Una corazzata. Era un’imbarcazione gigantesca,
la più grande e meglio equipaggiata mai vista
sino ad allora nel Mediterraneo, con una portata
lorda di circa 1.400 tonnellate. Poteva tenere il
mare anche per un’intera stagione senza doversi
rifornire né di munizioni né di viveri. Per avere
un’idea delle sue mastodontiche dimensioni ba-
sta dire che il suo albero maestro, alla base, era
così grosso che sei uomini non erano sufficienti
per cingerlo e che l’altezza della sua poppa su-
perava di oltre due metri le estremità degli alberi
delle normali galee dell’epoca.
Aveva sei ponti, di cui due sotto la linea di gal-
leggiamento; le sue strutture erano così spesse e
robuste che i proiettili delle artiglierie nemiche,
quando la colpivano, non riuscivano mai a pene-
trare all’interno dello scafo.
Questa enorme caracca aveva infatti una pre-
GLI OSPEDALIERI COMBATTERONO
rogativa unica per le navi di quei tempi: era
totalmente rivestita di piombo, una spessa
I PIRATI DI ALGERI, TUNISI, TRIPOLI
lamina che ne rendeva perfettamente stagna la
parte immersa e pressoché impenetrabile quella
E DEL LEVANTE, E DIVENNERO ESSI
emergente. Insomma, una vera e propria antesi-
gnana delle moderne corazzate.
STESSI FORMIDABILI CORSARI
condotta in nome della religione cristiana ma, concretamen-
te, finalizzata a fare bottino e catturare schiavi islamici. Quan-
do, nel 1557, Jean Parisot de la Valette fu eletto Gran Maestro
dell’Ordine quell’attività si intensificò ulteriormente. In que-
gli anni il più audace degli Ospedalieri era Mathurin d’Aux de
Lescout, detto Romegas. Marinaio abile e coraggioso, indomi-
to combattente, Romegas divenne il terrore delle popolazio-
NAVE ni musulmane che vivevano lungo le coste dello Ionio e dell’E-
AMMIRAGLIA geo. Le madri lo evocavano “come un bau bau per indurre i fi-
L’immagine della gli ad andare a letto”, scrive l’autore Roger Crowley. Nell’esta-
caracca Sant’Anna
nell’arazzo La te del 1564 le sue gesta fecero infuriare lo stesso Solimano. Al
caduta di La largo della costa occidentale della Grecia, dopo un durissimo
Goletta, della serie scontro, Mathurin d’Aux de Lescout si impadronì di un enor-
Conquista di Tunisi, me galeone ottomano, che pure aveva a sua difesa la scorta di
di Jacobus van der una squadra di galee ben armate. La nave si rivelò una ricchis-
Goten il Giovane.
M. CORONA

La caracca sima preda. Carica di mercanzie orientali del valore di 80mila


rimase in servizio ducati, era diretta a Venezia inviatavi dal capo degli eunuchi,
fino al 1540. importante personaggio della corte di Costantinopoli. Dopo

40
IL GRANDE
ASSEDIO DI MALTA
1565, l’isola di Malta è
assediata dalla flotta
ottomana. I cavalieri
dell’Ordine, guidati dal
Gran Maestro Jean Parisot
de la Valette, obbligano i
Turchi a rinunciare dopo 4
mesi. A sinistra, le truppe di
Solimano conquistano Rodi
(1522), in mano all’Ordine
gerosolimitano.

SAPERNE DI PIÙ
Caller 1535 - Carlo V, Cagliari e
la crociata contro gli infedeli,
Maurizio Corona (Akademeia).
Assedio e conquista di Rodi
nel 1522, Ettore Rossi.
Imperi del mare, dall’assedio di
Malta alla Battaglia di Lepanto,
Roger Crowley (Bruno Mondadori).
BRIDGEMAN/MONDADORI PORTFOLIO (2)

quest’impresa, il corsaro affondò lungo la costa dell’Anatolia L’OSPITALIERE


un mercantile musulmano, potentemente armato e ne catturò
Cavaliere dell’Ordine
i personaggi di alto rango che vi erano imbarcati. Tra questi, il
dell’Ospedale di
governatore del Cairo e l’ex nutrice (di 107 anni) di Mihrimah, San Giovanni di
figlia di Solimano, che rientrava a Costantinopoli da un pelle- Gerusalemme
grinaggio alla Mecca. Mentre Romegas tornava a Malta con le all’assedio di Malta
sue galee cariche di bottino e di prigionieri, che valevano co- del 1565.
spicui riscatti, la notizia delle sue reiterate razzie ai danni della
L’ARMATURA
marina del sultano giunse a Costantinopoli. Le grida di rabbia
È di fattura italiana,
di Mihrimah e la sua indignazione per il rapimento dell’amatis- coperta da una livrea
sima nutrice, destinata a morire nelle mani dei Cavalieri, sgo- con i colori dell’Ordine.
mentarono e indignarono tutta la corte. L’orgoglio di Solima- Il capo è difeso da un
no era stato pesantemente ferito. Le scorribande degli Ospe- morione aguzzo in
acciaio.
dalieri avevano messo a nudo la debolezza sul mare del Gran
Turco e l’incapacità della sua flotta di garantire la sicurezza dei
L’ARMA
pellegrinaggi degli ottomani alla Mecca. Le armi da fuoco
G. ALBERTINI

Solimano si arrabbia. La conquista di Malta e la cacciata divennero comuni


dall’isola dei Cavalieri divenne un obiettivo indifferibile per il nel corso del XVI
sultano. Nella riunione del Divano (il Consiglio dei ministri del secolo. L’ospitaliere sta
caricando un archibugio
sultano) del 6 ottobre 1564 Solimano decise di muovere con- a miccia. Al suo fianco
tro Malta per cancellare una volta per tutte “quel nido di vipe- pende una fiasca per la
re”. Mentre covava questo spirito di vendetta, Solimano non polvere da sparo.
poteva immaginare che invece i Cavalieri stavano per scrivere
un’altra gloriosa pagina della loro leggendaria epopea.  d
Maurizio Corona
MEDITERRANEO: GUERRA AI PIRATI
TUNISI 1785-1786

IL CREPUSCOLO DELLA SERENISSIMA VIDE IN AZIONE


UNO DEI SUOI AMMIRAGLI MIGLIORI, ANGELO EMO,
CHE CONTRO LA PIRATERIA BARBARESCA DIFESE GLI
INTERESSI DI VENEZIA NELLE ACQUE TUNISINE E MALTESI

REALY EASY STAR (2)


LA FLOTTA
DIMENTICATA
E
ra stato per secoli il simbolo della potenza marittima sta consisteva nel lasciare sempre in armamento e pronte all’uso
veneziana e ancora nel XVI secolo l’Arsenale era consi- nella base di Corfù una decina di navi (6-7 fregate e 3-4 vascelli
derato uno dei maggiori poli pre-industriali, capace di di primo rango) per combattere la pirateria barbaresca, mentre
fornire – a dispetto del drammatico incendio del 1569 – si costruivano e mantenevano sempre efficienti – sugli scali co-
un valido supporto alla flotta posta in mare alla vigilia di Lepan- perti dell’Arsenale – fino a 20 vascelli di primo rango con tutta
to. Ma molta acqua era passata sotto i ponti dalla grande vitto- l’attrezzatura relativa (cannoni, alberi, vele, pezzi di rispetto...)
ria sui Turchi del 1571. Tra il XVII secolo e il 1718 Venezia com- da varare nel giro di poco tempo in caso di guerra. Fu così che,
batté contro l’Impero ottomano tre guerre molto sanguinose e a seguito dei lunghi anni di pace, molte di queste navi rimase-
dispendiose per l’erario pubblico. Dopo l’ultima di queste (Se- ro sugli scali – sempre ben curate, protette e pronte al varo –an-
conda guerra di Morea, combattuta e vinta tra il 1715 e il 1718), che per 50 o 60 anni. Tale politica, non compresa dagli storici fi-
anche l’Impero turco era uscito stremato da tali confronti, così no a metà del secolo scorso, fece loro affermare che – visto l’al-
per tutto il resto del ’700 Venezia non fu più attaccata e godette to numero di navi presenti sugli scali e non varate – l’Arsenale
di 80 anni di pace. In questo lungo periodo, mentre la politica ve- fosse in quegli anni nel più completo immobilismo e abbando-
neziana lentamente declinava a seguito della mancata introdu- no. Questa verità è riemersa dall’oblio storico a partire dagli an-
zione di riforme da più parti richieste e mai attuate, avviandosi ni ’60 del ’900, grazie anche alla scoperta negli archivi veneziani
alla sua inevitabile fine, la Marina veneta e l’Arsenale, grazie an- di nuovi documenti (a opera degli storici Mario Marzari, Alber-
che all’apporto di alcuni suoi uomini abili e illuminati quali Mar- to Secco, Alvise Zorzi e altri). In realtà, fino agli ultimi anni del-
cantonio Diedo, Jacopo Nani, Angelo Emo e Pietro Paresi, rima- la sua esistenza La Serenissima poté contare su oltre 30 vascel-
sero sempre molto efficienti. Non essendo, però, più immanen- li, al pari della flotta francese coeva o di quella spagnola (quel-
te il pericolo turco, per risparmiare preziose risorse pubbliche la inglese invece era 4 volte tanto). Venezia fu, quindi, per tutto
venne adottata un’intelligente strategia di “fleet in being”: que- il ’700 una potenza navale europea, ma con un potenziale belli-

42
LA FLOTTA
A sinistra,
bombardamento
della città e del porto
di Sfax (l’attuale
Safāqis) in Tunisia, da
parte della squadra
navale di Angelo Emo,
durato dal 30 aprile
al 4 maggio 1785 per
distruggere una delle
basi da cui partivano
le navi barbaresche.
Nell’incisione a lato,
l’ammiraglio Emo
indica Tunisi, obiettivo
della spedizione
del 1785-1786.

ANGELO
EMO
Il 1° marzo 1792,
a 61 anni, l’ultimo
ammiraglio della
Serenissima si
spegneva a Malta.
Esequie solenni e un
monumento del Canova
non cancellarono
l’ingratitudine della
Repubblica, che gli
aveva preferito un
altro, ma che ora stava
seguendo la sua
stessa sorte.
,
FREGATA GROSSA FAMA, 1784

L
a nave Fama dell’ammiraglio
Emo era una fregata grossa che
corrispondeva, grosso modo,
a un vascello di secondo rango.
Era l’unità capoclasse di una serie
costruttiva di sei navi impostate tra
il 1782 e il 1795. Caratteristiche di
queste navi erano la lunghezza in
chiglia di 122 piedi veneti (metri
42,42), lunghezza fuori tutto di
138,00 (metri 48), larghezza massi-
ma di 37 (metri 12,85). Equipaggio:
500 uomini circa.
Guido Ercole

VELATURA
Alberi e piano velico della
Fama. Nell’immagine si
può rilevare la grande
complessità della velatura

G. ERCOLE
tipica delle navi veneziane,
con vele quadre e di straglio
idonee ad affrontare tutti
i tipi di vento da qualsiasi
quadrante provenissero, e la
grande altezza degli alberi. 66
erano i cannoni dei
vascelli classe “Fama”
che i veneziani
L’ARMAMENTO tenevano in
Ricostruzione del cassero desposito sullo scalo
armato con 12 cannoni da dell’Arsenale e che
14 libbre sottili veneziane i francesi armarono
(calibro 108 mm). La coperta dopo la caduta della
(2° ponte) era armata con Serenissima.
26 cannoni da 30 libbre
(135 mm), il corridoio
(1° ponte) con 26 cannoni
da 40 libbre (149 mm).

FU ANGELO EMO, AMMIRATORE DELLA MARINA INGLESE,


A RINNOVARE LA TECNICA ARTIGLIERISTICA
co a basso costo per le finanze pubbliche, che si dedicarono così blica, illuminata solo da un’ultima, straordinaria fioritura cul-
a opere civili. Purtroppo la mancata adozione di riforme costi- turale legata ad artisti come Tiepolo, Canaletto, Goldoni, i cor-
tuzionali portò al collasso dello Stato, tanto che Napoleone Bo- sari non diminuirono la pressione, anche se il traffico commer-
naparte riuscì subito a prendere il controllo delle forze armate. ciale conobbe una sensibile ripresa, grazie anche alla protezione
L’estorsione. Il governo ormai indirizzava gli investimenti della flotta stanziata a Corfù. Ma il 24 aprile 1766, dopo che nei
pubblici nello sviluppo dei possedimenti in terraferma o in gran- mesi invernali si erano moltiplicati gli attacchi degli sciabecchi
di opere di salvaguardia idraulica dei fiumi e della Laguna (il 24 di Tripoli (e mentre l’inchiostro sul trattato era ancora fresco), il
aprile 1744 fu iniziata la posa dei famosi Murazzi, a difesa dal- Senato usciva finalmente dal letargo, allestendo una squadra di
la furia del mare). Nel 1733 e nel 1755 presentò leggi di riforma, 4 vascelli e 6 cannoniere, al comando di Jacopo Nani. Il 4 agosto
ma senza grande costrutto: tanto che per contrastare l’accresciu- la flottiglia si presentava davanti a Tripoli: come ai tempi glorio-
ta attività dei corsari si cercò di giocare la carta della diploma- si, all’ombra dei cannoni della Serenissima fu stipulato un trat-
zia e dell’oro: tra 1761 e 1765 venenro firmati alcuni trattati con tato più favorevole a Venezia di quello del 1764. E nel 1767 ana-
i vari bey nordafricani (i capi delle reggenze ottomane), che ob- logo metodo fu utilizzato per risolvere le tensioni col bey di Al-
REALY EASY STAR

bligarono la Serenissima a pagare una “protezione” dagli atti di geri, grazie all’intervento di un’altra squadra veneziana, agli or-
pirateria. Mentre una patina di decadenza calava sulla Repub- dini di un giovane viceammiraglio: Angelo Emo.
Patrizio di talento. La Serenissima era l’ombra di se stes-
Diplomazia Dopo il 1783 anche i neonati Stati Uniti si affidarono agli ambasciatori per frenare gli sa. La città dei Dogi restava luogo alla moda, col suo carnevale, le
attacchi barbareschi ai propri bastimenti, prima di lasciare la parola alle armi, con le campagne feste, gli intrighi, le sue donne splendide e seducenti, ma ricorda
contro i corsari nordafricani del 1801-1806. lo scrittore Marcello Brusegan che nel XVIII secolo Venezia era

44
L’ARSENALE

REALYEASYSTAR
INDIFESO
L’Arsenale di
Venezia al tempo
dell’abdicazione
del suo governo,
il 12 maggio
1797, con le navi
pronte a essere
armate. Napoleone
trovò intatto il
suo potenziale
bellico, tanto che si
impadronì di 2.850
cannoni e riuscì a
mettere in acqua 5
vascelli veneziani
(altri 10 li rubò a
Corfù). Quello che
non poté portar
via lo diede alle
fiamme per evitare
che finisse in
mano austriaca.
Sotto, Angelo Emo
nominato
capitano da mar.
ARCHIVIO
LA GOLETTA, 1785
Sopra, una veduta del porto di
L’UNICA FREGATA VENEZIANA
Tunisi, La Goletta, bombardato
“la casa di tolleranza d’Europa, con le prostitute che non si con-
nel 1785 dalla squadra
veneziana sotto il comando tavano […] questa gioia di vivere parrebbe il sudario festoso da
dell’ammiraglio Emo. mettere sopra un cadavere ormai in sfacelo”.
Il patriziato languiva, nonostante le continue iniezioni di nuo-
vi nobili provenienti dalla ricca élite mercantile, ma da questa
classe infiacchita nacque tuttavia nel 1731 l’ultimo, grande am-
BOMBARDIERE miraglio della Repubblica. Il padre di Angelo Emo era l’ultrases-
Ecco l’uniforme santenne Zuanne, prestigioso procuratore di San Marco. A 20
indossata dal anni Emo, una rarità all’epoca tra i figli dei ricchi e annoiati nobili
bombardiere della veneziani, entrava in marina, la strada spianata dalle conoscenze
Marina da guerra del padre, e favorita dalle inclinazioni del rampollo. Studioso di
veneziana durante la nautica e matematica, Angelo dimostrò ben presto di saper tra-
spedizione di Tunisi.
durre in pratica le teorie apprese: come sottolinea il saggista Al-
L’UNIFORME vise Zorzi, “quest’uomo aveva qualcosa di più di tanti altri colti
La marsina (velada) era
di panno blu, come i
calzoni (braghessa), con
le mostre color cremisi
uguale al gilet di
lana (camisiola). Sul
capo si portava un
bicorno e ai polpacci
le ghette di tela.

LE ARMI
Ogni fante era armato
di fucile ad avancarica
con baionetta modello
Tartagna, ideato da un
conte veneto e adottato
ALINARI (3)

dal 1787, e di spada


corta, detta “palosso”
(o “paloscio”), arma BOMBARDA
a un solo taglio.
Bombarda con nomenclatura delle vele, illustrazione tratta dall’A-
tlante velico dell’abate Gian Maria Maffioletti (Venezia, 1785). Le navi
veneziane dell’epoca erano tutte molto simili tra di loro. Derivavano,
G. ALBERTINI

infatti, da un unico modello, il Leon Trionfante, che fu a detta di tutti i


contemporanei il miglior vascello veneziano mai costruito.
L’ultima vela della Serenissima, la Pallade

T
ra le 24 unità prota- di Tunisi, dopo la pace di dell’ex repubblica marinara Nelle acque sarde, le navi riportati a Venezia, nel
goniste, nel biennio compromesso stipulata con avversaria di Venezia, ossia venete, ora guidate dal- frattempo occupata dagli
1784-1786, delle la Serenissima. La Pallade si Genova, nel 1815. la Pallade agli ordini di austriaci, nell’agosto del
ultime azioni navali portate distinse in particolare nella Ciononostante, nel 1791 il Luc’Andrea Corner, conti- 1802, a bordo del briganti-
vittoriosamente a termine incessante guerriglia contro Senato respinse la previ- nuarono a “mostrar la ban- no Marc’Aurelio.
dalla millenaria marina ve- la pirateria barbaresca, che dente proposta di formare diera”. Sulla fregata andò Le navi risentirono di quelle
neziana, la fregata Pallade, i trattati coi vari bey norda- una lega antifrancese avan- anche in scena un piccolo drammatiche vicende: con
dopo essere stata agli ordi- fricani impedivano solo for- zata dal re di Sardegna, ammutinamento, subito Venezia inglobata nello
ni del grande ammiraglio malmente. Molte operazioni preferendo seguire la tradi- sedato, frutto delle notizie schieramento francese,
Angelo Emo, si sarebbe venivano effettuate insieme zionale politica di neutralità provenienti da Venezia, subirono gli attacchi della
distinta anche nelle vicende alla piccola flotta del Regno (dis)armata. che sembrava essersi di- Royal Navy, mentre quando
finali della Serenissima. di Sardegna: i Savoia, ben- Arriva Napoleone. A spaz- menticata della sua ultima l’ex Serenissima fu clamoro-
La nave, equipaggiata con ché da secoli partecipassero zare via le illusioni dell’ul- flottiglia. samente ceduta dal Bona-
24 cannoni e 240 uomini, alla lotta contro i Turchi e i timo doge Lodovico Manin Allora il suo capitano, Cor- parte all’Austria col Trattato
anche negli anni successivi pirati barbareschi (3 galee fu un giovane generale, ner, per non consegnare la di Campoformio, le sue navi
aveva fatto parte della dell’allora duca Emanuele Napoleone Bonaparte, che nave ai francesi che si erano crearono il primo nucleo di
squadra del braccio destro Filiberto avevano valorosa- dopo aver travolto l’esercito impadroniti di Venezia con quella che divenne, sino al
di Emo, il viceammiraglio mente combattuto a Lepan- piemontese, schiacciò quel- l’inganno, congedò l’equi- terremoto del 1848, la Ve-
Tommaso Condulmer to), non disponeva che di lo austriaco penetrando paggio e autoaffondò la netianische Flotte: dove per
(1759-1823). Questi, penco- un pugno di navi. E di certo anche nei possedimenti nave nel porto di Cagliari. decenni i suoi ammiragli,
lando tra Corfù, Malta e la la vocazione militare della veneti, e infine eliminando Il relitto fu recuperato alla compreso Tegetthoff a Lis-
Sardegna, manteneva sotto casata non correva sul mare, dalla scena l’antica Repub- fine del 1800 e demolito. sa, “i comandava in todesco
controllo le attività del bey almeno sino all’annessione blica (12 maggio 1797). I suoi 24 cannoni furono e i biastemava in venezian”.

RIMASTA FU AFFONDATA DAL SUO CAPITANO A CAGLIARI


e raffinati patrizi del secolo: capacità organizzativa, carisma di gionare sui problemi tecnici della flotta, che tornò a comanda-
condottiero, e nessun conflitto tra pensiero e azione”. re quale capitano delle navi (ammiraglio) in una sfortunata spe-
Doti innate. Un carattere che mostrò ben presto le sue qua- dizione contro i pirati di Dulcigno (1770-1771) e nella breve e
lità: governatore (comandante) di un legno da guerra già a 24 an- indolore guerra contro Tripoli del 1778. Dopo ulteriori incari-
ni, dopo aver dato la caccia ai pirati, nel 1758 si salvò da una ter- chi nell’amministrazione civile (impegnato nelle bonifiche agra-
ribile tempesta al largo del Portogallo, confermandosi abile ma- rie e nel rilancio del commercio), finalmente nel 1782 l’ammi-
rinaio. Patrono delle navi (ovvero contrammiraglio) nel 1763, raglio raggiunse l’incarico di inquisitore (direttore) dell’Arsena-
due anni più tardi come viceammiraglio assisteva il Nani nell’al- le: a lui spettava riordinarlo, ma anche avviare un piano mirato
lestimento della squadra navale, che poi avrebbe comandato nel a portare la marina veneta al livello delle potenze marittime eu-
1767 per mostrar la bandiera al bey di Algeri. In effetti, al coman- ropee. Con l’occhio allenato dell’esperto marinaio, Emo acqui-
do in mare Emo alternava i classici impegni del cursus honorum stò i piani di costruzione di navi inglesi, rivolgendosi all’invitta
del patrizio veneziano, e come Savio delle acque e censore accu- Royal Navy per rimodellare la flotta della Serenissima. Le vec-
mulava una preziosa esperienza quale idrografo (aggiornando chie galee a remi furono relegate all’attività costiera, e la flotta
la mappa della Laguna) e amministratore. Iniziava anche a ra- da battaglia fu incentrata su vascelli e fregate costruiti secondo

VASCELLO DI 1° RANGO SCIABECCO


Vascello di 1° rango classe “Leon Trionfante” lungo. I grandi velieri da Le navi veneziane montavano alberi molto più alti di tutte le imbarcazioni
guerra erano i vascelli (chiamati anche navi di linea), che avevano contemporanee (inglesi, francesi, spagnole o olandesi) poiché Venezia si
due o tre ponti di batteria ed erano classificati di 1°, 2° e 3° rango. approvvigionava con i tronchi degli abeti del bosco di Paneveggio (in Tren-
Quelli veneziani avevano al massimo due ponti di batteria ed erano ar- tino) e del bosco demaniale di San Marco (tra Auronzo e Misurina in Veneto)
mati rispettivamente con 72-68 cannoni, 66-48 e 44-24 cannoni. dove per la ristrettezza delle valli i tronchi crescono oltremodo in altezza.

47
MUSEO STORICO NAVALE DI VENEZIA /REALY EASY STAR

LE ARMI DELL’EPOCA
Moschetto del XVIII secolo. I fanti erano armati di
fucile ad avancarica con baionetta, mod. Tartagna.
Sotto, il bacino di S. Marco con S. Giorgio Maggiore.

SAPERNE DI PIÙ
COLPENDO I PORTI TUNISINI EMO ELIMINAVA LE Vascelli e fregate della
BASI DA CUI PARTIVANO LE NAVI BARBARESCHE Serenissima, navi di linea
della marina veneziana
1652-1797, Guido Ercole
i dettami più moderni (a doppia ordinata e con le carene fode- santi e blindate con sacchi di terra per pro- (GMT editore), con illustrazioni
rate in rame), mentre si miglioravano paga e addestramento, e teggerne i serventi. Le imbarcazioni, derivate e schemi.
i quadri venivano aperti al merito, oltre che ai quarti di nobiltà. dalla flottiglia di baterías flotantes spagno- La Repubblica del Leone,
Tra Tunisi e Sfax. Il piano di riforma navale dell’ammira- le allestite per il grande assedio di Gibilterra Alvise Zorzi (Rusconi).
glio giungeva appena in tempo. Sempre nel 1782, proprio men- pochi anni prima, avevano un pescaggio mi- Storia della marina
tre Emo assumeva la direzione dell’Arsenale, un grave inciden- nimo – erano state realizzate coi pennoni di veneziana, Mario Nani
te tornò a turbare i rapporti tra Venezia e il bey di Tunisi, que- rispetto della squadra e botti vuote – ed era- Mocenigo (Filippi editore).
sta volta nelle vesti della vittima. Alcuni mercanti di Sfax aveva- no trainate da scialuppe. I danni provocati
no infatti noleggiato un mercantile veneziano per i loro traffici; tra agosto e ottobre alla Goletta e Sfax furono ingenti, ma nem-
ma sulla nave era scoppiata la peste e per non correre rischi le meno questa volta Hammudah cedette. Fu pertanto necessaria
batterie costiere dell’Ordine di Malta, alleato della Serenissima, una terza campagna per aver ragione dell’ostinato bey, che ave-
l’avevano affondata mentre cercava di approdare sull’isola. Tra va ottenuto la solidarietà anche degli algerini. Emo salpò le an-
il bey Hammudah e il Doge, l’anziano e corrotto Paolo Renier core da Malta nel marzo 1786, e nei due mesi successivi martel-
(che di tutto incolpava i cavalieri dell’Ordine), iniziò una diatri- lò le coste avversarie. Sfax fu costretta alla resa dopo essere stata
ba condita da richieste di indennizzo e minacce di ripresa del- colpita da un migliaio di granate (4 maggio 1786), quindi toccò
la guerra corsara. Uno scenario che provocò la reazione orgo- a Biserta e Susa, semi-distrutte da un bombardamento protrat-
gliosa dell’anziana Repubblica, sorretta dall’ottimo lavoro svol- tosi sino al 6 ottobre. Hammudah infine cedette, ma solo a una
to da Emo: a lui fu chiesto di condurre l’ultima guerra della Se- pace di compromesso, avendo il Senato rifiutato all’Emo 10.000
renissima (formalmente dichiarata il 6 marzo 1784) col rango di soldati coi quali sbarcare per un’azione decisiva contro Tunisi.
capitano generale da mar, alla testa di una squadra di 24 legni, La Serenissima accettò di pagare 40.000 zecchini al bey, che
comprendenti 5 vascelli e altrettante fregate. Una prima azio- per contro tagliava dal 7 al 4% il dazio sulle merci importate ed
ne fu contrassegnata dal blocco del porto di Tunisi, La Golet- esportate dai veneziani. Emo si consolò con la nomina a Procu-
ta, e dal bombardamento di Susa, protrattosi per 17 giorni, pri- ratore di San Marco e con un’ultima vittoriosa azione contro i
ma dell’arrivo del maltempo (ottobre 1784). Nell’aprile 1785 la pirati che taglieggiavano Zante. Rimasto al comando della flot-
squadra tornò ad attaccare Susa, per poi concentrarsi su Sfax e ta anche mentre si addensavano le prime nubi della
La Goletta. Emo, per ovviare al problema del pescaggio dei va- tempesta che stava per travolgere la Francia e l’Euro-
scelli, che ne impediva l’avvicinamento alla costa, investì queste pa intera, morì il 1° marzo 1792 per una malattia, con-
località con speciali batterie galleggianti, armate con mortai pe- seguenza forse delle tensioni col Senato: per risolve-
re una nuova vertenza con Tunisi gli avevano preferi-
Baterías flotantes Ovvero batterie galleggianti, si trattava di un esperimento, costituito da lance to il suo giovane viceammiraglio Tommaso Condul-

REALY EASY STAR


cannoniere corazzate usate dagli spagnoli il 13 settembre 1782, nell’assedio di Gibilterra, con esiti
disastrosi: ospitavano a bordo un pezzo di artiglieria che doveva alimentare delle bocche da fuoco mer, ambizioso e politicamente affidabile. d
attraverso tubi di ceramica passanti nella chiglia della nave. Andarono bruciate o esplosero. Giuliano Da Frè, ha collaborato Guido Ercole

48
presenta

LA STORIA DA LEGGERE

STORIA DELLA PIRATERIA


LIBR
O L'AVVENTUROSA STORIA
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€ 9 DEI BRIGANTI DEL MARE
Il libro ricostruisce le condizioni geografiche e sociali
alla base della nascita della pirateria, ne traccia le
fasi di sviluppo e di declino, le sue forme e le sue
alterne fortune, descrive i suoi suggestivi e crudeli
protagonisti, racconta come le nazioni abbiano
cercato ripetutamente di debellare questa piaga
dei mari.

Questo classico sulla storia dei pirati propone, dai


Vichinghi ai corsari inglesi e francesi, dai bucanieri
ai predoni delle coste americane, una lunga carrel-
lata di eventi e protagonisti che ci porta sulle rotte
di tutto il globo. Una lettura avventurosa alla sco-
perta di questi briganti del mare entrati nel mito.

Introduzione a cura di VALERIO EVANGELISTI

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MEDITERRANEO: GUERRA AI PIRATI
TRIPOLI 1804

GLI USA FURONO COSTRETTI A FRONTEGGIARE A LUNGO


I CORSARI NORDAFRICANI NEGLI ANNI TRA IL 1783 E IL 1815

LA COSTA DEI
AMERICA
BARBARI
ALL’ATTACCO
Il tenente di
vascello americano
Stephen Decatur
abborda una nave
barbaresca nel
porto di Tripoli
(1804).
Q

ALINARI
uando l’Inghilterra riconobbe l’indipendenza degli
Stati Uniti (3 settembre 1783) i mercantili ameri-
cani che solcavano i mari del mondo cessarono di
godere della protezione della Royal Navy. Nel Me-
diterraneo la potenza della marina del re aveva impedito fino
ad allora ai corsari barbareschi di molestare chi navigava bat-
tendo bandiera britannica; ma ora le imbarcazioni provenienti
dai porti del Nuovo Mondo erano diventate una preda ideale. Il
7 maggio 1784 il Congresso Usa fu costretto ad aprire trattative
con il Marocco; e l’11 maggio del 1785, dopo che una corsara
di Tangeri aveva catturato il brigantino Betsey col suo equipag-
gio, venne stanziata una prima somma per concludere accordi
con tutti e quattro gli Stati della cosiddetta Costa dei Barbari –
ovvero, oltre al regno del Marocco, le reggenze di Algeri, Tu-
nisi e Tripoli, formalmente soggette all’Impero ottomano, che
ormai da secoli vivevano di pirateria e tratta degli schiavi. Era
una forma di tributo, inevitabile ma umiliante per la giovane
repubblica americana; sarebbe stato tutt’altro che facile giun-
gere a una soluzione del problema della pirateria mediterranea.
Il 25 luglio di quello stesso anno, nonostante le trattative
ancora in corso, uno sciabecco algerino si impadronì di uno
schooner americano al largo della costa portoghese; il bey (reg-
gente) di Algeri dichiarò guerra agli Stati Uniti – una prassi
comune, intesa a trasformare atti di pirateria in una forma di
guerra da corsa – chiedendo poi un milione di dollari per con-
cludere un vero trattato di pace. In quegli anni le entrate totali
di cui poteva disporre il governo di Washington non superava-
no i 10 milioni: la cifra era quindi enorme e la questione rimase
irrisolta. In seguito si moltiplicarono i casi di navi statunitensi
attaccate e catturate dai corsari moreschi; la situazione diven-
ne drammatica nell’autunno 1793, quando ben 11 imbarcazio-
ni caddero nelle mani degli algerini. La protezione del traffico
mercantile stava diventando una questione nazionale, sia sul
piano pratico che su quello morale: il 27 marzo 1794 il presi-
dente Washington decise di approvare lo stanziamento di un
milione di dollari per la costruzione di sei fregate, tra cui due di
Sciabecco, schooner Il primo era un’imbarcazione di piccolo tonnellaggio, tipica del Mediterraneo,
a tre alberi armati e vele latine; l’altro era un due alberi (quello di maestra a poppavia), anch’esso
normalmente con vele latine, molto utilizzato dai marinai della costa settentrionale Usa.

53
BRIDGEMANART/MONDADORI PORTFOLIO

TRIPOLI 1804 FUOCO AMICO


Sopra, la fregata USS

L
e due azioni più audaci della marina degli Stati La seconda operazione degli americani. Circa sette Philadelphia brucia nel
Uniti contro la minaccia costituita dai pirati bar- mesi dopo, il 4 settembre del 1804, il tentativo di por- porto di Tripoli il 16
bareschi e contro la reggenza di Tripoli ebbero tare lo stesso Intrepid – imbottito di polvere da sparo febbraio 1804. Caduta
luogo nel 1804. Nella prima, il 16 febbraio, il tenente di – all’interno della rada di Tripoli e di farlo saltare in aria in mano ai pirati, viene
vascello Stephen Decatur condusse il piccolo due alberi tra i legni della flotta corsara non ebbe simile fortuna: il abbordata dagli stessi
Intrepid – camuffato da mercantile britannico – fino al veliero statunitense, al comando del tenente di vascello americani che per
porto interno, dove abbordò e diede alle fiamme la fre- Richard Somers, venne colpito fuori dal porto ed esplo- sottrarla ai corsari la
gata USS Philadelphia, catturata dai tripolini il 3 ottobre se. A quel punto tra le imbarcazioni leggere americane bruciano. Sotto, l’azione
dell’anno precedente, prima di riprendere il largo sotto e quelle barbaresche si accese una battaglia furibonda, del 3 settembre 1804.
il fuoco delle batterie costiere nemiche. che però non ebbe un esito decisivo.

KALIUSA
M A R E M E D I T E R R A N E O REEF

SQUADRA DI PREBLE IMBARCAZIONI


AMERICANE
Philadelphia
31 ottobre 1803

SQUADRA USA REEF

Constitution

BATTERIE DEL FORTE


Intrepid
4 settembre

0 1/4 1/2 3/4 1


Intrepid
Philadelphia 16 febbraio 1804

PORTO DI TRIPOLI
N. JERAN

54
QUESTA GUERRA SERVÌ ALLA
MARINA AMERICANA PER
AFFERMARSI NEL MONDO
grandi dimensioni armate con 44 cannoni (USS Constitution e
United States). Nasceva così, per combattere i vecchi pirati del
Mediterraneo, la marina da guerra degli Stati Uniti, che un se-
colo e mezzo dopo sarebbe diventata la più potente del mondo.
Il 26 febbraio 1801, dopo anni di trattative e schermaglie di-
plomatiche, la reggenza di Tripoli dichiarò guerra agli Stati
Uniti lamentando il mancato pagamento del tributo che garan-
tiva la sicurezza dei mercantili americani. Il presidente Tho-
mas Jefferson, appena entrato in carica, decise di rispondere
alla provocazione inviando una squadra navale nel Mediter-
raneo. Alla fine di luglio il commodoro Richard Dale – con le
fregate USS President, Philadelphia ed Essex, rispettivamente
da 44, 36 e 32 cannoni, e lo schooner Enterprise – giungeva di
fronte alla costa libica, dove tentò con scarso successo di osta-
colare l’attività dei barbareschi. Una seconda e più forte squa-
dra venne inviata la primavera successiva al comando del com-
modoro Richard Valentine Morris, grazie a uno stanziamento
di 900.000 dollari, quasi il doppio dell’anno precedente. Il 2 giu-
gno 1803 David Porter, allora tenente di vascello, guidò un’au-
dace incursione nel porto di Tripoli, passata alla Storia come
il primo sbarco americano su una costa ostile: era un tentativo
per indurre a più miti consigli il pasha Yusuf Kara-
manli, ma non ebbe l’effetto sperato. Al contrario,
la condotta del commodoro Morris nei successi-
vi colloqui di pace fu tanto irresoluta da costrin- 75
erano i volontari che
gere il Congresso a destituirlo dal comando e de- Stephen Decatur
liberare l’invio di una terza squadra navale, affida-

ALINARI (2)
condusse con sé in
ta a Edward Preble, che giunse nel Mediterraneo azione nel porto
in settembre alzando la propria insegna sulla USS tripolino.
Constitution. Preble era deciso a punire una volta
per tutte la tracotanza dei tripolini soffocando le loro attività
piratesche grazie a un più serrato blocco navale: ma il 31 otto-
bre 1803 la sorte gli voltò le spalle quando la seconda fregata
pesante della sua squadra, la Philadelphia del capitano William
Bainbridge, da 36 cannoni, finì in secca su una scogliera non se-
gnalata mentre dava la caccia a un legno nemico. L’equipaggio
tentò invano di incendiarla, ma imbarcazioni leggere uscite dal
porto di Tripoli la circondarono e la catturarono quasi intatta:
il pasha si ritrovò con 307 ostaggi e una nuova, splendida uni-
tà da guerra da aggiungere alla flotta corsara. Preble era furi-
bondo, gli Stati Uniti umiliati, e il Congresso esasperato dalle
enormi somme spese per finanziare un disastro.
«Abbordaggio!». Un paio d’ore dopo il tramonto, il 16 feb-
braio 1804, un ketch a vele latine (agile e snello due alberi) sci-
volò con brezza leggera al traverso all’interno del porto di Tri-
poli, puntando verso la massa scura delle fortificazioni citta-
dine. L’imbarcazione batteva bandiera britannica; il ponte era
sgombro, e sulla poppa si distinguevano solo due uomini vesti-
ti alla turca. Il ketch proseguì lento verso il molo settentrionale
e la sagoma imponente della Philadelphia ormeggiata a poca
distanza; un marinaio di guardia sul castello della fregata, ve-
ECCO COME SI PAGAVA IL PIZZO
dendo avvicinarsi il piccolo veliero, chiese come intendessero Dall’alto, il tenente americano Decatur. Sotto, William Bainbridge,
manovrare, e l’uomo al timone rispose in arabo di aver perso capitano della fregata Philadelphia, consegna al bey di Algeri il
entrambe le ancore in una burrasca, domandando il permes- “tributo” per non far attaccare le navi americane. Non servirà.

55
COL VENTO
IN POPPA
Non si limitano ai
pirati le imprese
di Decatur: in
questo dipinto si
vede la cattura
nel 1812 della
fregata britannica
Macedonian.
Ormai la marina da
guerra americana
è una realtà.
GRANGER/ALINARI

so di assicurarsi alla murata della nave da guerra. Dalla Phi-


ladelphia venne davvero lanciata una cima; poco dopo, non
KALYONCU appena il ketch ebbe perso abbrivio, il secondo uomo sguai-
Era il titolo che nò una sciabola d’abbordaggio e si lanciò per primo sul sartia-
definiva il comandante me della fregata: 75 marinai e marines uscirono dai boccaporti
di una nave del ketch arrampicandosi sul ponte della Philadelphia. La resi-
corsara ottomana:
kalyoncu significava stenza di un pugno di tripolini venne travolta in pochi minuti.
letteralmente “uomo L’ufficiale al comando, il tenente di vascello Stephen Decatur,
del galeone”. diede subito ordine di incendiare la Philadelphia; poi gli ame-
ricani tornarono a bordo del ketch, manovrando per uscire dal
LA VESTE
porto prima della reazione delle batterie nemiche. Tre giorni
L’abbigliamento e
l’aspetto dei corsari dopo Decatur faceva il suo ingresso nel porto di Siracusa salu-
di Barberia era poco tato dagli hurrah dalla squadra navale di Preble, alzando il se-
strutturato e assai gnale n. 232 del codice internazionale – Business, I ha-
vario. Vestivano ve completed, that I was sent on – “ho compiuto la mis-
comodi indumenti
sione che mi era stata affidata”.
tradizionali; molti
di loro esibivano Per terra e per mare. L’impresa di Decatur aveva con-
vistosi tatuaggi. tribuito a ristabilire il prestigio della marina americana, ma
la guerra non era certo conclusa. Preble decise di attaccare
LE ARMI direttamente il porto di Tripoli: per non rischiare ancora le
Il kalyoncu sue navi maggiori nei bassi fondali richiese alcune cannonie-
esibisce il
suo status di re al re di Napoli, e a partire dal 3 agosto gli americani inizia-
comandante rono una serie di azioni che causarono gravi danni alla città,
attraverso le alle fortificazioni e al naviglio nemico, senza però convince-
armi portate re il pasha a chiedere la pace. Il commodoro Preble organiz-
alla cintura: zò un ultimo attacco ancora più audace il 4 settembre 1804,
una lunga
sciabola con quando il piccolo e glorioso Intrepid – il ketch già usato da De-
fodero catur – venne imbottito con quasi 9.000 chili di polvere nera
d’argento, e affidato al comando del tenente di vascello Richard Somers,
un pugnale e uno dei migliori ufficiali della squadra. Il piano era di farlo sal-
un’imponente tare in aria in mezzo alla flotta nemica, ancorata al riparo delle
pistola a pietra
focaia. batterie costiere: ma l’Intrepid venne colpito fuori dal porto ed
esplose prematuramente senza causare danni alle navi tripoli-
ne, uccidendo Somers e il suo equipaggio di volontari. Cinque
giorni dopo il commodoro Samuel Barron, al comando della
quarta squadra navale statunitense, sostituiva lo stanco e sfi-
duciato Preble al largo della costa africana.
G. ALBERTINI

Il problema era ormai chiaro: il blocco navale, costosissimo,


era insufficiente a ridurre a mal partito i corsari nordafricani.

56
Il bombardamento di Algeri (1816) Algeri bombardata
dagli inglesi (1816).

N
ell’ottobre 1815 pirati tunisini attacca- cessare ogni attività piratesca – così gli inglesi
rono l’isola di Sant’Antioco, catturando bombardarono la città fino alla resa.
uomini, donne e bambini. Lo sdegno in La flotta algerina venne ricostruita rapida-
Europa fu tale da richiedere alla potenza vinci- mente, grazie a contributi dal sultano ottoma-
trice delle guerre napoleoniche un intervento no, e nel 1820 era tornata a rappresentare una
per mettere fine allo scandalo della schiavitù minaccia per la navigazione nel Mediterraneo.
nordafricana. L’Inghilterra, che intratteneva Resa alla Francia. Stavolta però i giorni della
buoni rapporti con le reggenze barbaresche, pirateria erano contati. La Francia, danneg-
tergiversò, ma alla fine dovette inviare una giata nei propri commerci con l’Egitto, dopo
potente squadra navale agli ordini di lord tre anni di blocco navale inviò un corpo di
Exmouth, comandante della Mediterranean spedizione forte di ben 34.000 uomini contro
Fleet, alla quale si unirono alcune navi olande- Algeri. La campagna si concluse con la conqui-
si. Questa raggiunse Algeri nella seconda me- sta della città (5 luglio 1830): iniziava così la
tà di agosto del 1816; il bey Omar non accettò nuova e per molti aspetti tragica vicenda del
le sue condizioni – liberare tutti i prigionieri e dominio coloniale europeo in Nordafrica.

L’AZIONE DI TRE POTENZE, GRAN BRETAGNA,


USA E FRANCIA, SCONFISSE I BARBARESCHI
Se si voleva davvero metterli in condizione di non nuocere bi-
sognava occupare le loro basi a terra: anche la marina degli Sta-
ti Uniti, ultima arrivata sulla scena, doveva fare i conti con que-
sta vecchia regola della lotta alla pirateria, valida dall’età anti-
ca a oggi. Così nel marzo 1805, sfruttando lo spirito di iniziati-
va di William Eaton, già console a Tripoli, e la sua amicizia con
Hamet Karamanli, fratello ribelle del pasha, un piccolo corpo
di spedizione composto da mercenari greci, ribelli tripolini e
una singola squadra di marines si mise in marcia da Alessan-
dria verso la Cirenaica; Derna, seconda città della Libia, venne
attaccata e conquistata il 28 aprile, scacciando la guarnigione
fedele al pasha. I ribelli e i marines americani si trincerarono
dietro le sue mura, attendendo l’inevitabile contrattacco nemi-
US MARINE co, certi di ricevere appoggio dal mare dalla potente squadra
Già durante la guerra di Barron. Un primo assalto venne effettivamente respinto il
di Barberia le navi 4 maggio, un secondo ai primi di giugno; ma nel frattempo le
statunitensi avevano a
ragioni della politica presero il sopravvento, perché di fronte a
bordo i fanti di marina
più famosi della storia: un’offerta di pace del pasha Yusuf, giudicata abbastanza van-
gli USMC, gli United taggiosa, il commodoro non esitò a tradire la causa dello sfor-
States Marine Corps. tunato Hamet Karamanli e dei suoi sostenitori. Il piccolo eser-
cito venne reimbarcato di nascosto tra l’11 e il 12 giugno 1805,
L’UNIFORME lasciando la popolazione alla mercé della vendetta barbaresca.
I marines degli Stati
Uniti indossavano
La prima guerra esterna combattuta dagli Stati Uniti era fini-
nella campagna di ta, ma la pirateria nordafricana non era ancora stata debellata.
Barberia l’uniforme L’accordo. Nel 1815, concluso il breve conflitto con l’In-
regolamentare del ghilterra, gli Usa dovettero inviare una nuova squadra al co-
1798 con la variante mando di Stephen Decatur: l’eroe dell’incursione del 1804
dei calzoni gialli.
giunse il 28 giugno con le sue fregate di fronte ad Algeri, mi-
LE ARMI nacciando di bombardare la città senza tregua se non fosse sta-
Avevano a disposizione to concluso un accordo secondo i termini da lui dettati. La pace
G.ALBERTINI

due moschetti: il venne firmata due giorni dopo; Decatur proseguì per Tunisi e
Brown Bess britannico
calibro 75 e il poi per Tripoli, ottenendo termini favorevoli anche dalle altre
moschetto Charleville reggenze. Da allora le navi americane
francese calibro 69. poterono condurre tranquillamente i SAPERNE DI PIÙ
Avevano anche in loro traffici nel Mediterraneo: era na- The wars of the Barbary pirates:
dotazione il trombone ta una nuova potenza marittima, e la to the shores of Tripoli, Gregory
ad avancarica per gli
pirateria dei barbareschi stava per es- Fremont-Barnes (Osprey). La lotta
scontri ravvicinati e
sere consegnata ai libri di Storia. d dei marines americani ai pirati
varie armi bianche per
barbareschi nel XIX secolo.
gli abbordaggi. Gastone Breccia

57
MEDITERRANEO: GUERRA AI PIRATI
NORDAFRICA 2015

L’EUROPA
ALLA PROVA
DEL FUOCO
MASSIMO SESTINI (2)

FORZE SPECIALI Un team di incursori del Comsubin nel corso di un’esercitazione di controterrorismo navale presso la base del Varignano.

58
C
I CORSARI DI IERI SONO OGGI ombattere un nemico che usa migliaia
di migranti come scudi umani e come
TRAFFICANTI DI ESSERI UMANI, fonte inesauribile di denaro. La mis-
CHE OPERANO NEGLI STATI sione Eunavfor Med varata dall’U-
nione Europea sta schierando nel Canale di Sici-
COSTIERI AFRICANI MINATI DA lia uno strumento bellico poderoso guidato dal-
la portaerei italiana Cavour con 5 fregate e pat-
GUERRE E TERRORISMO. ECCO tugliatori, 2 sottomarini e una dozzina di aerei da
LE OPZIONI MILITARI CHE HA IN pattugliamento a lungo raggio, droni ed elicotteri.
Uno strumento flessibile, che potrebbe ampliarsi
MANO LA UE PER COMBATTERLI o ridursi a seconda della disponibilità dei 14 Paesi
(Italia, Regno Unito, Germania, Francia, Spagna,
Slovenia, Grecia, Lussemburgo, Belgio, Finlandia,
Ungheria, Lituania, Paesi Bassi e Svezia) che han-
no deciso di contribuirvi, a cui si aggiunge il po-
tenziale aereo della portaerei italiana, cioè fino a
22 tra cacciabombardieri AV-8B Harrier ed elicot-
teri EH-101 e NH-90 che potrebbero rivelarsi in-
dispensabili a colpire i trafficanti sulla costa e nel-
le acque costiere libiche qualora queste incursio-
ni venissero autorizzate da UE e ONU (v. riqua-
dro a pag. 63).
La nave ammiraglia. Per ora, la portaerei
Cavour è l’unica imbarcazione italiana assegna-
ta alla missione. Da qui opera il contrammiraglio
Andrea Gueglio, alla testa della forza navale e che
risponde all’ammiraglio Enrico Credendino, il cui
quartier generale è ubicato nella base romana di
Centocelle.
Resta da capire come si svolgerà questa operazio-
ne, che dal 27 luglio è completamente operativa.
La prima fase è incentrata sulla raccolta di infor-
mazioni sui trafficanti, le cui attività sono già state
ampiamente tenute sotto controllo in questi anni
dall’intelligence italiana utilizzando droni Preda-
tor, sistemi di intercettazione delle comunicazio-
ni, unità navali e sottomarini. Un monitoraggio
che dovrebbe consentire di mappare una serie di
obiettivi da colpire nel tratto di costa che va da Tri-
poli verso ovest, a Zuara, Zawya e Sabratha; si trat-
ta dei porti più vicini a Lampedusa e quindi all’Ita-
lia, controllati dalle forze fedeli al governo di Tri-
poli, tranne Sabratha, in mano allo Stato Islamico.
Il focus dell’operazione, la distruzione dei bar-
Le navi italiane coni, avverrà in un primo momento in acque in-

L
a portaerei Cavour sarà l’ammiraglia della ternazionali, affondandoli dopo aver messo in sal-
LA NOSTRA flotta europea (Eunavfor Med) impiegata
FORMAZIONE vo i migranti.
nella fase iniziale per imbarcare lo staff del
La portaerei Cavour contrammiraglio Andrea Gueglio, che guida la forza navale. Pur non essendo il suo obiettivo principale, an-
e altre navi del La nave da 27mila tonn potrebbe avere un ruolo operativo che Eunavfor Med è impegnata a soccorrere i mi-
Comando delle grazie alla sua componente di volo: fino a 22 elicotteri e cac- granti e portarli in Italia, assicurando però l’affon-
forze d’altura della ciabombardieri AV-8B Harrier il cui impiego è legato al via libera damento dei barconi che li trasportano, finora in
Marina militare in alle azioni contro i trafficanti in mare e sul territorio libico.
addestramento nel buona parte lasciati andare alla deriva dalle na-
A disposizione. All’Operazione Mare Sicuro, che si muove in
Golfo di Taranto. In parallelo a quella europea ma con compiti diversi, sono assegnate vi civili e militari che nei primi sei mesi dell’anno
azione, la Cavour sul invece altre 5 navi italiane: una unità da assalto anfibio classe San hanno portato in Italia circa 70 mila persone con-
suo ponte di volo Giorgio (la San Giusto) che può imbarcare 4/6 elicotteri, mezzi da tro le 170 mila dell’intero 2014. Ciò detto, ecco le
può ospitare i caccia sbarco, reparti di “marines” della brigata San Marco e incursori delle opzioni militari teoricamente disponibili.
a decollo verticale forze speciali, la nuova fregata multiruolo (FREMM) Bergamini, i
Harrier AV-8B o 1. Attacco in mare a barconi vuoti. L’o-
cacciatorpedinieri  Durand De La Penne e Caio Duilio, il pattugliato-
elicotteri AB-212. re Comandante Bettica e il pattugliatore d’altura Bersagliere. Non biettivo forse più ambizioso è quello di distrugge-
si può escludere l’impiego di sottomarini della classe Sauro (già re i barconi prima che vengano messi in mare con
impiegati durante l’Operazione Mare Nostrum). il loro carico umano. Per perseguirlo è necessario

59
mantenere un costante controllo elettronico delle
acque costiere libiche soprattutto lungo il confine
tunisino, da dove arriva parte delle imbarcazioni.
Una volta che ricognitori e droni hanno indi-
viduato i “convogli”, le possibilità di distruggere i
barconi sono affidate all’intervento di una fregata
o di un pattugliatore che intercetti barconi e sca-
fisti prima che raggiungano le spiagge di imbar-
co dei migranti. Oppure si può ricorrere ai raid di
coppie di aerei AV-8B e di elicotteri della portae-
rei Cavour, visto che in Europa solo i britannici
dispongono di droni armati. I trafficanti possono
contare su milizie ben equipaggiate, ma per lo più
con armi portatili non in grado di contrastare at-
tacchi dal cielo o dal mare, mentre per affondare i L’APPROCCIO Friendly approach dei militari del San Marco nella missione
Atalanta, che l’UE ha condotto contro i pirati somali nel Golfo di Aden dal 2008.
barconi sono sufficienti mitragliatrici e cannonci-
ni di piccolo calibro.
2. Attacco dall’alto ai barconi vuoti
dislocati a terra. Più complesso risulta colpi-
re le imbarcazioni dei trafficanti (solitamente bar-
coni in legno o Pvc, o gommoni artigianali realiz-
zati con camere d’aria) quando si trovano a terra,
prima che imbarchino i migranti. Raid di questo
genere avvengono preferibilmente di notte e ri-
chiedono una lunga e complessa raccolta di infor-
mazioni. Satelliti, droni e spie sul terreno hanno il
compito di individuare i luoghi in cui vengono na-
scosti i barconi, peraltro facilmente occultabili o
mimetizzabili. Team di forze speciali del 185° Reg- AZIONE SUBACQUEA
gimento acquisizione obiettivi o incursori di Mari- Golfo di Taranto, il sommergibile
na potrebbero venire paracadutati di notte o sbar- Scirè in uscita di addestramento
rilascia un team di incursori
cati sotto costa da sottomarini con il compito di del Comsubin. Nella missione
restare nascosti sorvegliando strade o aree sospet- europea non si può escludere
te di ospitare la base dei trafficanti. Una volta ac- l’impiego di sottomarini
certata la presenza dei criminali e dei barconi, oc- della classe Sauro, già impiegati
correrebbe avere conferma che non vi fossero civi- durante l’Operazione Mare
Nostrum per spiare le navi-
li nei paraggi per poter ricevere la luce verde a un madre dei trafficanti, o dei più
attacco di precisione, effettuabile con bombe gui- moderni classe Todaro per la
date lanciate dagli Harrier o da cacciabombardie- sorveglianza occulta della costa e
ri basati in Italia, oppure con colpi di artiglieria dei lo sbarco di forze speciali.
cannoni navali che impiegano munizionamento
guidato. È bene sottolineare che queste operazio-
ni dovranno però essere autorizzate da Bruxelles.
3. Raid a terra. Decisamente più rischioso af-
fidare gli attacchi a terra a forze speciali o di fante-
Gli incursori
di Marina
L
ria, esposte al rischio di perdite o di venire cattura-
e forze speciali della Marina (GOI, Gruppo
te da una delle diverse milizie presenti nella Libia Operativo Incursori del Comando Subacquei e
Occidentale. In caso di incursioni aeree e terrestri Incursori-Comsubin) basato al Varignano (La Spezia)
sulla costa i rischi per gli europei sono più concre- sono considerate tra le migliori del mondo. Specializzate
ti poiché, se sul mare le milizie libiche non sono in in attacchi contro navi, porti, basi, azioni antiterrorismo e
grado di muovere più di qualche piccola motove- infiltrazione in territorio ostile, hanno operato in diverse ope-
razioni oltremare, dalla Somalia all’Afghanistan.
detta e nell’aria possono far decollare solo qualche Corpi scelti. Nell’Operazione Eunavfor Med il loro impiego
decrepito Mig, sul terreno dispongono di lancia- potrebbe rivelarsi rilevante qualora si decidesse di effettuare
razzi campali multipli, artiglieria e molti cannon- attacchi contro i capi dei trafficanti e le loro basi. Imbarcati
cini antiaerei a tiro rapido da 23 mm efficaci con- sulle navi e sui sottomarini, gli incursori possono prendere
tro fanteria ed elicotteri. Meglio non dimenticare terra furtivamente utilizzando mezzi navali speciali, elicotteri o
paracadutati da velivoli. Uomini selezionatissimi, addestrati ed
che, durante il raid di Abbottabad, in Pakistan, che equipaggiati al meglio, gli incursori costituiscono lo strumen-
portò all’uccisione di Osama Bin Laden, un elicot- to ideale per colpire obiettivi strategici o di alto valore, ma
tero stealth (invisibile ai radar) delle forze speciali sarebbe assurdo mettere a repentaglio le loro vite impie-
statunitensi venne abbattuto dal fuoco delle armi gandoli per distruggere barconi sulle spiagge.

60
PRIMA DI METTERE
MANO ALLE ARMI SI
TENTA UN FRIENDLY
APPROACH, UNA PRESA
DI CONTATTO PER
VERIFICARE L’EVENTUALE
PRESENZA DI MINACCE
ALBERTO ALPOZZI (2)

L’ARTIFICIERE Disinnesco di un ordigno esplosivo da parte di un operatore


del GOS (Gruppo Operativo Subacqueo) della Marina militare italiana.

MASSIMO SESTINI
ALBERTO ALPOZZI (2)
COME I PIRATI DI UNA
VOLTA, ANCHE OGGI
I MILITARI VENGONO
PREPARATI PER ANDARE
“ALL’ABBORDAGGIO”

IL BOARDING TEAM Rilascio di operatore del San Marco. I boarding team


possono operare in scenari “non cooperativi” in ambiente diurno o notturno.
leggere. Per valutare i rischi di azioni sul suolo li-
bico occorre tenere presente l’ubicazione del ber-
saglio: più è situato in profondità, lontano dalla co-
sta e dalle navi europee, più sono elevate le proba-
bilità di perdite e complicazioni.
La presenza di milizie tribali e islamiste, oltre
all’Isis, renderebbe infatti l’intervento di truppe
occidentali a terra particolarmente invitante per
i terroristi suicidi o per le bande dedite ai seque-
stri di persona, e richiederebbe l’approntamento
di un ampio dispositivo per far fronte a ogni eve-
nienza: dagli elicotteri per inviare rinforzi, evacua-
re feriti o ritirare rapidamente la forza d’interven-
to, al fuoco di supporto dell’artiglieria navale, fino
I TIRATORI SCELTI Gli operatori abilitati al tiro di precisione ai raid dei cacciabombardieri.
del San Marco durante la missione Atalanta, nel Mar Rosso.
Del resto una volta sbarcati dai mezzi anfibi del
la San Giusto o dagli elicotteri della Cavour, incur-
QUELLI DEL SAN MARCO sori e fanti di Marina dovrebbero vedersela non
La Brigata Marina San Marco (“gli uomini del San Marco”)
può sbarcare in tempi rapidi su coste non attrezzate con
solo con i trafficanti, ma anche con le diverse mi-
unità da combattimento come questa, che comprende: mezzi lizie dal momento che entrambi i governi libici ri-
da sbarco, veicoli tattici, sommozzatori, demolitori ostacoli, vali, quello islamico di Tripoli e quello laico di To-
fucilieri assaltatori e il boarding team. Per boarding si intende bruk, convengono nel condannare come aggres-
salire a bordo di imbarcazioni per ispezionarle o intervenire sioni a cui rispondere con le armi eventuali intru-
per mantenere la sicurezza. Si fa calandosi dall’elicottero o
con l’uso di due gommoni (un cover e un assault).
sioni di forze europee nelle acque e sul territorio
libico. Difficoltà non di poco conto per il comando
tutto italiano di Eunavfor Med. Senza contare che
i radi a terra dovrebbero essere autorizzati dall’O-
nu con l’avallo Ue, per cui al momento non sem-
brano all’ordine del giorno.
 Come i pirati? Eunavfor Med si presenta
quindi ben più complessa dell’altra missione na-
vale della UE, l’Operazione Atalanta, che è stata
condotta contro i pirati somali a partire dal 2008.
Predoni e trafficanti hanno in comune che riesco-
no a radicarsi solo negli Stati “falliti”, ma i primi
hanno dovuto affrontare le flotte internazionali e
hanno quasi cessato le attività quando ogni mer-
cantile ha avuto a bordo un team armato di prote-
zione. I trafficanti di uomini invece si sono mos-
si finora senza contrasti, mandando in Italia quasi
250mila persone e incassando almeno un miliar-
do di euro in 18 mesi. Il loro punto di forza, anche
commerciale, è rappresentato proprio dal fatto che
l’Italia ha finora impiegato le sue forze armate per
accogliere chiunque abbia “pagato il biglietto” alla
MASSIMO SESTINI

criminalità organizzata.
Anche l’Operazione Atalanta ha distrutto in
un’occasione le imbarcazioni veloci dei pirati sul-
la spiaggia, ma i criminali hanno minacciato di uc-
Missione timida? cidere per rappresaglia i membri degli equipag-

R
idurre le perdite di vite umane in mare e ostacolare gi delle navi catturate, così i raid sono cessati. Per
il traffico di esseri umani nel Mediterraneo sono gli questo, una serie di attacchi combinati contro le
obiettivi della missione navale Eunavfor Med deli-
berati dal Comitato militare dell’Unione Europea per contrastare i gang libiche (che secondo l’intelligence italiano so-
flussi di immigrazione clandestina gestiti dalle reti criminali in Libia. no guidate da Ermias Ghermay, criminale di origi-
I tempi. La Fase 1 è limitata alla raccolta di informazioni d’intelligence ne etiope) con l’impiego di aerei da attacco, droni,
e a ricognizioni da effettuare in acque internazionali. Poi Bruxelles elicotteri, forze speciali e truppe anfibie dovrebbe
potrebbe autorizzare la Fase 2, che prevede la caccia ai trafficanti e la ispirarsi, più che ad Atalanta, alle operazioni sta-
distruzione dei barconi in mare aperto. La successiva Fase 3, che include
la penetrazione delle forze europee nelle acque e sulla costa libica, per tunitensi contro i cartelli dei narcos colombiani vi-
essere attuata richiederà  l’avallo della UE, dell’ONU e dell’ancora inesi- ste negli anni ’90. d
stente governo di unità nazionale libico. Gianandrea Gaiani

63
UNIFORMOLOGIA

LE FOGGE SONO ANCORA QUELLE DEL PASSATO, MA SI VEDONO


NUOVI COLORI. E LE ARMI RISENTONO GIÀ DEL PROGRESSO

Le grandi potenze
in
Crimea
GRANATIERE DEL
REGGIMENTO
DI FANTERIA
EKATERINBURG
L’esercito imperiale russo
indossava sopra la divisa
verde scuro un grande
cappotto grigio-cachi che
poteva essere tenuto in tutta
la sua lunghezza fino a coprire
interamente le gambe o
risvoltato a tre quarti. Nella
fase iniziale della guerra, la
fanteria utilizzò un elmo in
cuoio e ottone che dimostrò
presto di essere poco pratico,
restringendosi quando si
bagnava e perdendo la forma.
All’elmo si preferì un cappello
senza visiera.

1° REGGIMENTO
DRAGONI MOSCA
La cavalleria russa era la
più consistente del mondo;
corazzieri, dragoni, ussari
lancieri e cosacchi ne
formavano i ranghi. Tutta
questa diversità si scontrava
con l’uniformità delle
divise dell’esercito russo
che si riverberava su tutte
le specialità. Il cappottone e
l’elmo dei dragoni non erano
molto differenti da quelli della
fanteria. Per i servizi di scorta
si portava la coda di cavallo
nera sulla punta dell’elmo,
unica parte visibile dell’alta
uniforme.

64
L
a Guerra di Crimea (1853-1856) timorosi che questo allargasse i propri anglo-francesi e l’uso della fotografia
fu una prima volta, per molti confini al Mediterraneo. Nel 1855 anche nei reportage giornalistici aumentava
aspetti, il luogo in cui ai minuetti il sabaudo Regno di Sardegna decise la presa delle notizie dal fronte, il
dell’Ancien régime si affiancava di inviare un contingente a sostegno conservatorismo delle élite militari
la brutalità dell’età contemporanea. degli alleati per portare dalla sua parte imponeva ancora schemi tattici
Scoppiata per definire chi tra gli Stati l’imperatore francese in previsione napoleonici, di cui la sventurata carica
europei avesse più diritti sui territori del di una continuazione della guerra di Balaklava fu figlia. Eredi delle guerre
moribondo Impero ottomano, fu una anti-austriaca. d’inizio secolo erano anche le uniformi,
delle tante prove di guerra mondiale, Progresso. In Europa la modernità sia nella foggia che nei colori. Ancora
i cui luoghi riecheggiano ancora nelle industriale avanzava al ritmo dei pistoni per poco però: gli inglesi stavano già
vie delle nostre città: Sebastopoli, a vapore, ma anche nella penisola del equipaggiando le truppe delle colonie
Balaklava, la Cernaia, l’Alma. La Gran Mar Nero la guerra sperimentava le con un colore cachi poco appariscente
Bretagna della regina Vittoria e la novità del progresso. Mentre il fucile ad e mimetico, simbolo della guerra negli
Francia di Napoleone III si allearono avancarica caricato con le munizioni anni a venire. d
con la Turchia contro l’Impero russo, Minié assicurava la superiorità agli Giorgio Albertini

CACCIATORE DEL
REGGIMENTO
JÄGER ODESSA
I reggimenti di fanteria
leggera russa erano
organizzati come gli Jäger
prussiani e indossavano
l’uniforme di fanteria verde
scuro bordata di rosso.
La buffetteria era in cuoio
nero, a differenza di quella
della fanteria di linea che
era bianca.

53° REGGIMENTO DEI


COSACCHI DEL DON
Il corpo di cavalleria più
tipico degli eserciti russi era
considerato come cavalleria
leggera irregolare, ed era
utilizzato soprattutto per
azioni di pattugliamento e
inseguimento dei nemici. In
realtà si trattava di cavalieri
molto duttili, in grado di
sostenere anche le cariche
in piena battaglia. I cosacchi
del Don indossavano una
divisa disegnata a partire dai
costumi tradizionali.
G. ALBERTINI (16)

65
TENENTE DELLO SQUADRONE
CAVALLEGGERI DI AOSTA
In Crimea l’esercito piemontese inviò
un reggimento provvisorio di cavalleria
formato da cinque squadroni provenienti
1° REGGIMENTO LANCIERI
Durante la Guerra di Crimea l’uniforme della
da altrettanti reggimenti di cavalleggeri
cavalleria turca prevedeva una giacca di
sabaudi. La loro divisa era quella uscita
fattura europea di panno di lana di colore
dalla riforma del 1850, con il chepì di
blu scuro, con collo alto, polsini rigidi e
cuoio ricoperto di panno del colore del
risvolti del doppio petto nel colore del
reggimento, la giacca corta turchino scuro
reggimento; in questo caso, il risvolto era
e i pantaloni grigio cielo. Come tutti gli
rosso bordato di bianco. Il copricapo era un
ufficiali, anche quelli di cavalleria
grosso fez “a secchio”.
portavano una sciarpa azzurra
annodata al fianco.

5° BATTAGLIONE
BERSAGLIERI
Della spedizione piemontese, il corpo
che più si distinse e salì alla ribalta
della notorietà internazionale fu quello
dei bersaglieri. Non poteva che essere
così, visto che il generale comandante
del corpo di spedizione era lo stesso
La Marmora, fondatore dei bersaglieri.
L’elemento più caratteristico della
divisa era la “vaira”, ossia il cappello
da cacciatore tondo di colore nero,
portato sulle 23 e ornato da piume
di gallo cedrone.
SI DISTINSERO FANTE TURCO DEL
3° REGGIMENTO DI FANTERIA
I SARDI, Agli inizi degli anni ’50 dell’800 fanteria
e artiglieria dell’Esercito imperiale turco
EQUIPAGGIATI indossavano una tunica 3/4 sul modello della
Landwher prussiana blu scuro. Sul capo si
IN MANIERA portava il fez rosso con il fiocco blu introdotto
poco più di vent’anni prima dal sultano
EFFICIENTE E Mahmud II per dare un tocco occidentale ai suoi.

GUIDATI DA BUONI
UFFICIALI

REGGIMENTO CORAZZIERI
DELLA GUARDIA DI PALAZZO
DEL CHEDIVÈ
Discendenti della cavalleria pesante
ottomana, i corazzieri erano la guardia
del corpo del viceré d’Egitto (Chedivè)
Isma’il Pascià. Come il resto dell’esercito
ottomano, anche la cavalleria venne
riorganizzata su modelli occidentali
dalla metà degli anni ’40 dell’800.
I corazzieri mantennero l’elmo
tradizionale, ma sostituirono l’armatura
con una corazza di modello francese.

BASCI-BUZUK DEL
REGGIMENTO
MERCENARI ALBANESI
L’esercito egiziano di Isma’il Pascià
aveva inviato in Crimea a sostegno
del sultano 4.500 irregolari albanesi.
I Basci-Buzuk erano molto apprezzati
e tradizionalmente usati per azioni di
polizia o come schermagliatori e truppe
di montagna. Indossavano giacca corta
in panno di fattura occidentale sopra
elementi del loro costume nazionale.

67
3° REGGIMENTO ZUAVI GRANATIERE DEL 93°
Nati come truppe coloniali REGGIMENTO DI FANTERIA
negli anni ’30 dell’800, gli zuavi SUTHERLAND HIGHLANDERS
divennero un corpo di fanteria Era il reggimento scozzese più noto in
leggera tra i più fortunati, Crimea, famoso per essersi distinto nella
rispettati e copiati dagli altri difesa del campo di Balaklava disponendosi
eserciti. Il modello della divisa fu in una stretta linea di fuoco, la “sottile
codificato l’anno dell’inizio del linea rossa”, contro una carica di cavalleria
conflitto in Crimea e tale rimase russa. La loro divisa, non molto diversa da
in sostanza fino alla Prima guerra quella indossata nelle guerre napoleoniche,
mondiale. Pur essendo composta prevedeva il tartan del costume nazionale.
da soldati francesi, la divisa era
ispirata al costume algerino; così
il giacchino corto si chiamava
shama e il fez morbido chéchia.

CACCIATORE DEL 1° REGGIMENTO


CHASSEURS D’AFRIQUE
Nati anche loro come reggimento di cavalleria
indigena nella spedizione algerina del 1830,
allargarono i loro ranghi incorporando
elementi volontari provenienti dall’esercito
metropolitano. In Crimea si distinsero
soccorrendo la cavalleria leggera inglese
durante la carica a Balaklava; il colore
azzurro della loro giacca divenne famoso
come la loro ferocia.

68
LE DIVISE FURONO FUCILIERE DEL REGGIMENTO DI
GUARDIE A PIEDI COLDSTREAM
IMMORTALATE Il più antico reggimento regolare
dell’esercito britannico si distinse in tutte
DALLA CAMERA le battaglie più importanti del conflitto in
Crimea. Il segno distintivo era l’imponente
OSCURA DI ROGER colbacco di pelo d’orso condiviso anche
con i fucilieri della Scots Guards. Sullo zaino
FENTON, UNO DEI si portava arrotolato il cappotto da
campagna.
PRIMI FOTOGRAFI
DI GUERRA

11° REGGIMENTO USSARI


PRINCE ALBERT’S OWN
Soprannominati i Cherry Pickers per
essere stati attaccati durante la campagna
di Spagna, nelle guerre napoleoniche,
mentre raccoglievano ciliegie in un frutteto,
ricevettero i pantaloni cremisi nel 1840
come simbolo del reggimento dal loro
colonnello, il principe consorte Alberto.
Fecero parte della Brigata di cavalleria
leggera che partecipò alla famigerata
carica di Balaklava.

5° REGGIMENTO DEI DRAGONI


DELLA GUARDIA PRINCESS
CHARLOTTE OF WALES’S
La cavalleria pesante britannica era formata
soprattutto da dragoni, che nella loro
struttura e uniforme differivano di poco
dalla cavalleria di Wellington di quarant’anni
prima. Quando scendevano in battaglia,
come per esempio a Balaklava nella carica
della cavalleria pesante, per comodità
venivano eliminate sia le spalline che la coda
di cavallo dal prezioso cimiero in ottone.

69
PROTAGONISTI

MUSSOLINI LI VOLEVA COME


ROMMEL, COMANDANTI
CHE VIVEVANO NEL
PROPRIO CARRO. INVECE
SI RITROVÒ UN ESERCITO
OTTOCENTESCO

D
all’8 al 14 febbraio 1940 si riunì la sessione del-
la Commissione suprema di difesa presieduta da
Mussolini, alla quale presero parte i più importan-
ti gerarchi del regime e gli alti comandi militari.
Si trattò dell’ultima riunione, in tempo di pace, in cui il par-
tito favorevole all’opzione bellica si confrontò, a denti stretti,
con i fautori dell’astensione dell’Italia dal conflitto. A un cer-
to punto della discussione il Duce se ne uscì magnificando il
nuovo cannone da 90 mm della difesa antiaerea, definendo-
lo il migliore al mondo. Peccato che il primo esemplare sareb-
be stato disponibile soltanto alla fine di quell’anno! Questo
episodio rende molto bene l’idea del clima di quasi totale im-
provvisazione in cui l’Italia entrò in guerra, il 10 giugno 1940.
L’eredità del ’15-’18. Si è a lungo dibattuto su chi fosse-
ro i principali responsabili della disfatta cui la nazione andò
incontro. Una certa storiografia ha inteso imputare alle sole
gerarchie militari il peso della sconfitta, dipingendo i genera-
li di Mussolini come un’accozzaglia di traditori, di codardi e
di corrotti, quasi a voler assolvere il dittatore dalle sue colpe.
In realtà, senza nulla togliere alle responsabilità degli alti
comandi delle Forze armate, bisogna convenire che il capo del
fascismo affrontò la guerra con dilettantesca superficialità. A
differenza di Hitler, al quale va riconosciuta una certa compe-
tenza in materia, il Duce era quasi digiuno di cose militari. La
sua preparazione specifica era limitata in gran parte alle sole
letture, tanto che il generale Mario Roatta sostenne che “la so-
stanza, l’essenza vera delle questioni militari gli sfuggivano”.
L’osservazione appartiene a uno degli ufficiali più con-
troversi dell’esercito del Duce: Roatta è una figura alquan-
to controversa: responsabile del Servizio informazioni mi-
litari (Sim), fu dapprima sottocapo di Stato maggiore gene-
rale e poi, nel 1941-’42, capo di Stato maggiore dell’Esercito.
A lui si dovettero le direttive draconiane emesse nel 1942 sul
fronte jugoslavo, nelle quali si imponeva il pugno di ferro per
stroncare la resistenza dei partigiani titini.
Mussolini, da un punto di vista teorico, era un sostenito-
re dell’esercito di massa, dove i cittadini mobilitati avrebbe-
ro dovuto combattere sotto lo sprone morale di una nazione
militarizzata attraverso la capillare presenza del Partito fasci-
sta nella vita civile. Ma doveva fare i conti con il Regio eser-
cito, che anche dopo l’avvento del regime mussoliniano con-
servò a lungo la sua fisionomia piemontese. Infatti, le forze
armate terrestri, guidate da ufficiali fedeli alla Casa reale, an-
cora all’inizio degli anni ’30 erano organizzate sulla scorta di
criteri “difensivi”, basati sulla quantità invece che su più mo- L’ISPEZIONE
POPPERFOTO/GETTY IMAGES

derne logiche “offensive” fondate sulla qualità. Per di più, gli 1936, a Littoria, accompagnato
dal federale della città e dai
alti comandi erano in larga maggioranza conservatori e resi- suoi ufficiali, Mussolini passa in
stettero tenacemente all’introduzione di filosofie innovative. rassegna reparti di bersaglieri in
A capo di Stato maggiore delle forze armate, fin dal 1925, partenza per l’Africa Orientale.

70
I GENERALI
DEL DUCE
Archivi Farabola
Mussolini aveva designato il maresciallo Pietro Badoglio, tra i
più scandalosi responsabili della disfatta di Caporetto dell’ot-
tobre 1917. La Commissione d’inchiesta, chiamata a far luce
sull’accaduto, presentò a fine luglio 1919 una relazione finale
dalla quale furono stralciate 13 pagine riguardanti l’operato
dell’allora comandante del XXVII Corpo d’armata, Badoglio
per l’appunto, al quale era stata affidata la difesa della riva de-
stra dell’Isonzo, nella zona più esposta al rischio di un attac-
co nemico. Invece di ricevere la convocazione da parte della
Commissione, Badoglio divenne uno tra i principali collabo-
ratori del generale Armando Diaz, che aveva sostituito l’irri- 1941, Hitler, Mussolini e
ducibile Luigi Cadorna, rimosso dopo il crollo di Caporet- Messe, comandante del
to. Molto probabilmente, gli giovò l’affiliazione massonica. Csir, sul fronte orientale.
Gradito alla monarchia, il generale fu incapace di garantire
gerarchicamente il necessario coordinamento delle tre Forze
armate (Esercito, Marina e Aeronautica), creando le premesse abbatté sull’inerzia delle vecchie leve di generali. La guerra
delle fratture che ebbero conseguenze fatali durante la Secon- moderna, infatti, avrebbe dovuto basarsi, anziché sulla po-
da guerra mondiale. Badoglio venne sostituito solo dopo l’esi- tenza di massa della fanteria tradizionale, sulla capacità dei
to disastroso della campagna di Grecia dell’autunno del 1940. reparti mobili di sferrare colpi tempestivi, potenti ed effica-
La riforma. Ci pensò il generale Federico Baistrocchi, no- ci, tali da spezzare come arieti la compattezza dello schie-
minato da Mussolini dapprima sottosegretario di Stato per la ramento avversario. Si dovevano creare unità d’assalto con
guerra e poi capo di Stato maggiore dell’esercito, ad avviare carri muniti di cannoni, armate con artiglierie di nuova ge-
nel 1933 la fascistizzazione delle forze di terra, introducendo nerazione, mitragliatrici leggere e pesanti e armi semiauto-
l’inno littorio Giovinezza dopo la marcia reale. matiche. Tutta questa opera di svecchiamento dell’esercito
Baistrocchi, e dopo di lui il successore, il generale Alber- confluì, nel 1938, nella creazione dell’Armata del Po, affida-
to Pariani, avviarono una riforma improntata all’introdu- ta al comando del generale Ettore Bastico. Si trattava di una
zione della mentalità della manovra, fondata sul concetto di grande unità d’assalto formata da divisioni celeri, corazza-
guerra di movimento. Si trattava di una rivoluzione, che si te e motorizzate.

PIETRO BADOGLIO
CINECITTÀ LUCE /SCALA, FIRENZE

FEDERICO BAISTROCCHI
ALINARI

72
L’esordio sperimentale del nuovo esercito di Pariani eb- Ecco i veri eroi

S
be luogo durante le guerre d’Etiopia e di Spagna. La Campa- e pochi furono i generali, nello Alberto Bechi Luserna, Gui-
gna abissina del 1935-1936 fu un conflitto impari per le for- molti furono gli ufficiali do Visconti di Modrone e i fratelli
ze avversarie, che non disponevano né di cannoni né di ae- superiori che combatterono Ruspoli di Poggio Suasa, ufficiali
rei, e che si trovarono a essere attaccate da un’armata di oc- con valore: tra questi il maggiore di cavalleria ed eroi della Folgore,
Salvatore Castagna, l’eroe di Gia- sempre a El Alamein.
cupazione che contava 400.000 soldati con 1.200 cannoni e I piloti. Tanti gli assi dell’aviazio-
rabub, il maggiore di nobili natali
400 aeroplani. La colonna celere guidata dal segretario del Paolo Caccia Dominioni, coman- ne, come Teresio Martinoli, Franco
Partito fascista, Achille Starace, penetrò come la lama di un dante del 31° battaglione guasta- Lucchini, Leonardo Ferrulli e Mario
coltello nell’impero di burro del Negus, tanto da conquistar- tori del genio, e il colonnello Gian Visintini. Bruno Mussolini, figlio
ne, uno dopo l’altro, i capisaldi simbolici, come la città san- Claudio Gherardini, comandante di Benito, fu un ottimo pilota,
dell’8° reggimento bersaglieri a El decorato al valore in Etiopia e in
ta di Gondar e il lago Tana.
Alamein. Il tenente di vascello Lu- Spagna e caduto collaudando un
Dopo la sconfitta subita da Roatta in terra iberica – a Gua- igi Durand de la Penne si distinse nuovo bombardiere nel 1941.
dalajara, nel marzo del 1937 – contro le truppe volontarie ad Alessandria, il tenente colon- (m. l.)
delle Brigate internazionali, un primo segnale dei limiti or-
ganizzativi del modello di esercito del generale Pariani si ri-
scontrò in occasione dell’invasione dell’Albania, scattata il 7 sulla flebile garanzia che la Germania non avrebbe scatenato
aprile 1939. L’attacco fu mal condotto e non produsse un di- la guerra prima del 1942. Invece, dopo l’invasione tedesca del-
sastro soltanto per la completa inferiorità bellica del nemi- la Polonia, il 1° settembre 1939, il conflitto scoppiò con molto
co assoggettato. anticipo sulle errate previsioni del Duce.
Intesa suicida. Con la firma del Patto d’acciaio (22 maggio Per i generali italiani si trattò di accelerare a tappe forzate la
1939), l’Italia fascista si unì alla Germania in un’alleanza poli- preparazione bellica, in condizioni di pressoché totale incer-
tico-militare molto stretta, foriera di lutti e tragedie. Mussoli- tezza. Per gli alti comandi militari, infatti, la maggiore inco-
ni, che fino alla campagna d’Etiopia era stato antitedesco, tan- gnita risiedeva nelle reali intenzioni di Mussolini, la cui men-
to da essersi predisposto anche militarmente contro la tenta- te “olimpica” pareva ondeggiare: sarebbe stata una guerra bre-
ta annessione dell’Austria da parte del Reich nel 1934, spinse ve o lunga? E contro chi sarebbe stata combattuta? Nemme-
l’acceleratore sul matrimonio ideologico con il modello nazio- no il Duce considerava infatti del tutto irreversibile l’alleanza
nalsocialista. Si comprese che, per il dittatore fascista, l’amici- con Hitler, tanto che furono predisposte linee di fortificazio-
zia con Hitler aveva la valenza di un patto d’onore e si basava ne al Brennero, contro la minaccia di un’invasione germanica.

ROMMEL, CHE GIÀ A CAPORETTO


AVEVA ANNICHILITO GLI ITALIANI,
CONSIDERAVA I GENERALI DEL DUCE
“I SIGNORI DELLE RETROVIE”

ETTORE BASTICO

U
fficiale di carriera, Ettore Bastico po d’armata, venne inviato in Spagna con le
(1876-1972) era uscito dall’accademia truppe volontarie italiane che combatteva-
militare di Modena il 30 ottobre 1896. no con Franco. Fu lui a risollevare il morale
Tenente dei bersaglieri, lo troviamo in Libia dei nostri dopo la sconfitta di Guadalajara,
nel 1911 come osservatore dirigibilista, a riorganizzarli e a portarli alla vittoria a
poi ufficiale di Stato Maggiore. Partecipò Bilbao e Santander. Generale di saldi
alla Prima guerra mondiale ottenendo una principi e sempre pronto a difendere i
Medaglia d’argento al valor militare, una di suoi uomini, entrò in urto con Franco
bronzo e due Croci di guerra. Era tutto d’un e fu quindi richiamato in Italia.
pezzo, ma anche un uomo di cultura: tra il Schivo. La Seconda guerra mondiale
1919 e il 1923 insegnò presso l’Accademia lo vide in Africa in veste di governa-
navale di Livorno e pubblicò un’opera in tore generale della Libia e coman-
tre volumi sull’arte militare, studio fonda- dante superiore delle Forze armate.
mentale per gli esami di ammissione alla Ma la presenza di generali dalla
Scuola di guerra. Promosso generale, nel personalità ingombrante come
1935 fu messo al comando della 1a divisione Graziani e Rommel lo esautora-
Camicie nere “23 marzo”, in Etiopia. Durante rono dal comando effettivo. Pro-
la campagna assunse il comando del III mosso maresciallo d’Italia, nel
corpo d’armata speciale, che compì gloriose 1943, dopo 50 anni di servizio e
imprese. Per Bastico fu il momento più alto 10 guerra, si ritirò a vita privata.
della carriera: promosso comandante di cor-  Marco Lucchetti
SCALA
Nasi: medaglie Uno esperto. Nel novembre 1939 il capo del fa-
meritate scismo silurò Pariani, nominando al suo posto il ma-
resciallo Rodolfo Graziani: militare di carriera dalla

T
ra il 10 maggio e il 30 no- fede fascista indubitabile, tuttavia non si era formato
vembre 1941 fu combattuta
a Gondar, nella regione
nelle accademie e aveva accumulato una grande espe-
dell’Amhara, in Etiopia, una lunga rienza nelle guerre coloniali.
battaglia tra quello che rimaneva Mussolini emanò direttive che prevedevano l’or-
delle truppe italiane e le forze ganizzazione in completa efficienza di ben 60 divi-
dell’impero britannico. L’eroe di sioni, entro l’agosto del 1940. Ma a maggio, alla vi-
questa lunga, inutile resistenza fu
il generale Guglielmo Ciro Nasi
gilia dell’entrata in guerra, ne erano pronte soltanto
(1879-1971), l’ultimo comandan- 19. L’Italia scese in campo con meno di 2.000 aerei da
te italiano ad arrendersi in Africa combattimento operativi, senza le artiglierie di nuo-
Orientale, la terra da lui amata e va generazione, con un numero esiguo di carri arma-
nella quale costruì la sua carrie- ti, e con la Marina che reclamava la costruzione di 18

SCALA
ra, iniziata in Libia nel 1911.
Una serie di successi. Durante
cacciatorpediniere.
la guerra d’Etiopia, la sua 1a di- Nei mesi che precedettero lo scoppio del conflitto,
visione di fanteria Libia combatté Gli eroici difensori di Gondar e poi durante la non belligeranza italiana (settembre
con successo e Nasi, al termine guidati dal generale Nasi (1941). 1939-10 giugno 1940), un soldato fedele al regime co-
del conflitto, fu nominato gover- me l’anziano quadrumviro della Marcia su Roma, il gene-
natore. Divenne, infine, viceré esercito, nella sua carriera otten-
d’Etiopia in seguito alla resa di ne 4 Medaglie d’argento al Valor
rale Emilio De Bono, maresciallo d’Italia, ricevette dal dit-
Amedeo di Savoia sull’Amba Alagi militare, una croce di guerra e una tatore l’incarico di svolgere una serie d’ispezioni sui va-
(17 maggio 1941). Considerato serie infinita di promozioni per ri fronti per saggiare il livello della nostra preparazio-
uno dei migliori ufficiali del Regio meriti di guerra (m. l.) ne. De Bono visitò dapprima, nell’aprile del 1939, i settori
di confine con la Francia. Il maresciallo d’Italia non ricor-
se a perifrasi segnalando al Duce che la frontiera a ovest
non solo era sprovvista di mezzi offensivi, ma era inadat-
AL DUCE SI ATTRIBUISCE ta a fronteggiare il nemico perché la linea predisposta per
la difesa passiva era un colabrodo: le postazioni erano ob-
UNA BATTUTA AMARA solete poiché rispondevano a criteri militari antiquati, ba-
sati su concezioni statiche e non dinamiche dello scontro.
SULL’OPPORTUNITÀ Non meno salati i rapporti che il quadrumviro stilò, rispetti-
DI PROMUOVERE vamente a novembre 1939 e a febbraio 1940, dopo aver svolto
analoghe ispezioni in Albania e nelle isole italiane dell’Egeo.
MARESCIALLO Qui riscontrò lacune di ogni genere, dalla inadeguatezza
dei piani difensivi, alla insufficienza delle infrastrutture
IL SUO USCIERE, logistiche, fino alla generalizzata scarsità di tutto il ne-
TANTA ERA cessario perché un esercito potesse combattere: dai pez-
zi di artiglieria alle armi individuali, dagli equipaggia-
LA STIMA CHE menti dei soldati alle scorte di viveri e di carburante.
Si va alla guerra. Una volta sceso sui campi di
NUTRIVA PER battaglia, Mussolini si dimostrò il dilettante che era.
I GENERALI Il 28 ottobre 1940, cioè alla vigilia dell’inverno, dichia-
rò guerra alla Grecia, una nazione prevalentemen-
ITALIANI te montuosa dove le comunicazioni erano diffi-
cili, mettendo Hitler di fronte al fatto com-
piuto. L’attacco, lanciato dalla nostra te-
sta di ponte albanese, fallì nel giro di
pochi giorni per la resistenza delle
posizioni fortificate elleniche. Già
l’8 novembre fu perciò diramato
l’ordine per il ripiegamento. Il 3
dicembre scattò la controffensi-
RODOLFO GRAZIANI va dell’esercito greco, che in bre-
ve riuscì a conquistare un terzo
del territorio albanese.
Mussolini, a quel punto, si
trovò costretto a invocare l’a-
iuto tedesco. Ma soltanto dopo
che l’ulteriore offensiva scate-
ALINARI

nata nel marzo 1941 dal gene-


rale Ugo Cavallero ebbe conosciuto un nuovo, cocente in- Ma la condotta italiana durante il secondo conflitto non fu
successo, Hitler si decise a soccorrere l’alleato impreparato. peraltro disonorevole. I nostri connazionali in armi furono
Le cose non andarono meglio sul fronte dell’Africa Setten- capaci di slanci eroici quando furono comandati da carisma-
trionale, dove divampò un conflitto di metodologie operative tici generali di prima linea, come Annibale Bergonzoli, so-
tra gli alti comandi delle forze dell’Asse, che si riassume nel- prannominato “barba elettrica”, e
la diatriba tra il generale Bastico e il suo collega Erwin Rom- Giovanni Messe, che guidò il Cor- SAPERNE DI PIÙ
mel, la Volpe del deserto – da poco nominato feldmaresciallo po di spedizione italiano in Rus- Mussolini e i suoi generali,
da Hitler, il grado più alto – specialista in abili e spregiudica- sia (Csir), antesignano dell’Armir. John Gooch (Editrice Goriziana).
te manovre tattiche, con mezzi corazzati, in pieno deserto. Le La guerra sul fronte orientale si Il testo fondamentale per capire
truppe dell’Asse furono definitivamente sconfitte dagli inglesi tradusse in una completa disfatta l’esercito dell’Italia fascista.
a El Alamein, da dove iniziarono a ritirarsi il 6 novembre 1942. per le forze dell’Asse, ma gli italia-
Il tedesco si era conquistato meriti e medaglie già nel corso ni si resero protagonisti di episodi rimasti negli annali. Tra
della Grande guerra dove, durante la 12a battaglia dell’Ison- questi, la battaglia di Nikolaevka, combattuta il 26 genna-
zo (ovvero, la battaglia di Caporetto), a capo di un distacca- io 1943, con esito vittorioso, dagli alpini della divisione Tri-
mento del Württemberg Gebirgsbataillon, compì il miraco- dentina, ma al costo di immani perdite. Lo scontro valse a
lo di ardimento di espugnare, con rapide e micidiali sortite, rompere l’accerchiamento delle armate sovietiche durante
posizioni in quota della linea fortificata. In 30 ore numerosi il rovinoso ripiegamento delle forze superstiti dell’Asse dal-
blitz, compiuti anche attraverso abili stratagemmi, consen- la grande sacca del Don. d
tirono all’allora tenente Rommel di catturare 9.000 soldati. Roberto Festorazzi

ANNIBALE BERGONZOLI GIOVANNI MESSE

C I
ombatté per 30 anni nelle file fluente, da cui il soprannome “barba l valore del maresciallo d’Italia Magra consolazione essere lodato
dell’esercito, nelle guerre di Li- elettrica”, e dotato di grande corag- Giovanni Messe, brindisino classe per il fegato mostrato nella sconfitta,
bia, nei due conflitti mondiali, gio, che mostrò sempre in battaglia. 1883, fu testimoniato dal coman- ma così fu per tanti nostri militari.
in Etiopia, dove si distinse brillante- Iniziò la sua carriera militare con il dante in capo inglese, Bernard Law Anche prima, sul fronte occidentale,
mente nella conquista di Neghelli, grado di sottotenente sino a rag- Montgomery, che lo incontrò in dove nel 1942 Messe aveva coman-
e nella Guerra civile spagnola, al giungere quello di generale di corpo Tunisia (maggio 1943) a poche ore dato il Corpo di spedizione italiano
comando della divisione d’assalto d’armata. Fu insignito della Medaglia dalla sua cattura, dopo che l’italiano in Russia (Csir) e poi il XXXV corpo
Littorio. Annibale Bergonzoli (1884- d’oro al valor militare nella battaglia era stato costretto ad arrendersi dell’Armata italiana in Russia (Armir),
1973) era un uomo prestante, con di Santander (agosto-settembre con la sua armata, e gli testimoniò le cose non erano andate meglio. La
il volto incorniciato da una barba 1937, in Spagna), decorazione che si la stessa stima che provava nei con- sua condotta era stata inappuntabi-
aggiunse a due medaglie d’argento, fronti di Rommel. le, ma incompatibile con la condu-
una di bronzo e a una promozione zione della campagna da parte del
per meriti di guerra. Il coraggio per- suo superiore, Italo Gariboldi. Aveva
sonale non gli evitò, come per tanti chiesto il rimpatrio ed era stato invia-
suoi colleghi, di essere catturato a To- to in Tunisia con gli esiti noti.
bruk dagli inglesi il 7 febbraio 1941. Il top. Ma chi era quello che fu
Pochi, troppo pochi esempi di considerato dagli angloamericani il
comandanti capaci per evitare all’e- miglior generale italiano durante la
sercito italiano il disastro cui andò Seconda guerra mondiale? Messe si
ARCHIVI FARABOLA

incontro il 10 giugno 1940, quando era fatto da sé, arruolandosi volonta-


GETTY IMAGES

Mussolini in nome del re dichiarò rio nel 1901: divenne sottufficiale nel
guerra alla Gran Bretagna e alla 1910 e ufficiale l’anno dopo. Aveva
Francia. Marco Lucchetti combattuto in Libia nel 1911 e rice-
vuto tre medaglie d’argento al Valor
militare durante la Grande guer-
ra, per essere promosso te-
nente colonnello al termine
del conflitto. Colonnello dei
bersaglieri, aveva partecipa-
to alla Guerra d’Etiopia, era
stato promosso generale
e quindi comandante del
corpo d’armata speciale
sul fronte greco-alba-
nese (1940-41).
Da soldato semplice
a maresciallo
d’Italia e poi par-
lamentare, man-
tenne sempre un
profilo modesto.
(m. l.)

75
WARGAME

UN GIOCO PER CAPIRE LA GUERRA: CAMBRIDGE, ST. JOHN’S

DUE REGNI IN
N
ell’elegante edificio neovittoriano della Divinity
School, ex-scuola di teologia del St. John’s Colle-
ge, è tutto pronto per l’ora H. I membri dei due
COLLEGE, 15-17 AGOSTO 2014 Stati maggiori si radunano in aule separate, do-

LOTTA
ve vengono raggiunti dai rappresentanti dei governi di Mer-
cia e Wessex, i regni rivali ormai sull’orlo della guerra. Le lu-
ci si accendono sulle mappe del Cleobury Corridor, la regio-
ne contesa, delimitata dai confini degli Stati nemici a nord e a
sud, dal fiume Severn a est e dal territorio neutrale di Gwent a
ovest, attualmente occupata dal Wessex… È l’inizio del Semi-
nar Wargame organizzato dagli editori del Journal of Military
Operations e dell’Infinity Journal, Jim Storr e William Owen,
due dei più stimati e originali teorici della guerra britannici at-
PREPARAZIONE tualmente in attività: sono stati invitati dodici partecipanti, per
Un reparto di commandos la maggior parte ufficiali in servizio attivo provenienti da Nor-
della Mercia riceve le
ultime informazioni
vegia, Svezia, Canada, Australia, Stati Uniti e Gran Bretagna,
sull’obiettivo assegnatogli più alcuni studiosi di arte militare, tra cui chi scrive in qualità
nell’offensiva per di rappresentante della Società Italiana di Storia Militare (SI-
riconquistare il Cleobury SM) e cronista per Focus Storia Wars.
Corridor. Questi seminari Sono stato assegnato allo Stato Maggiore della Mercia.
di wargame vengono
usati per sviluppare
Quando entra il rappresentante del nostro governo – Wil-
l’attitudine al comando liam Owen, nel mondo reale – si fa silenzio: gli ordini che ci
e la pronta risoluzione comunica sono di occupare il Cleobury Corridor, interrom-
dei problemi durante le pendo tutte le strade che lo attraversano da est a ovest, e assu-
operazioni militari (*). mere quindi il completo controllo del commercio di minera-
li che viaggiano verso i porti della costa occidentale dall’inter-
no della Gran Bretagna. Avremo a disposizione una divisione
d’assalto su due brigate meccanizzate (1a e 2a MB) e una briga-
ta leggera di fanteria motorizzata (LB), più truppe speciali, ar-
tiglieria e servizi; la nostra aviazione ci potrà fornire appoggio
nella forma di un attacco in massa lanciato da uno stormo di
40 cacciabombardieri. Sul terreno, per il momento, è segnala-
ta la presenza di una sola brigata corazzata nemica (AB), di un
battaglione di guardia nazionale e di una compagnia di forze
speciali, ma entro 24 ore dall’ora d’inizio dell’attacco è previsto
l’afflusso di almeno altre tre brigate corazzate o meccanizzate.
CORBIS

MERCIA
Nel mondo parallelo del Seminar Wargame,
il regno di Mercia rivendica il Cleobury Corridor,
occupato ormai da alcuni anni dalle forze
del Wessex. La Mercia è uno Stato piccolo ma ben armato
e guidato da una leadership bellicosa.

WESSEX
Il più grande regno del Wessex, dopo essersi impossessato
del Cleobury Corridor approfittando di una difficile
successione al trono di Mercia, ha poi rifiutato di
risolvere la questione per via diplomatica.
Il suo esercito è più potente, ma meno
addestrato e motivato.

* Per illustrare il wargame abbiamo usato


in realtà immagini originali di reparti inglesi e americani in esercitazione.

77
CORBIS (2)

Un ufficiale della LB della Mercia studia


l’itinerario d’avanzata verso la Wyre Forest
nelle prime ore dell’offensiva.

Truppe eliportate del Wessex in zona combattimenti a nord del Teme.

Il giorno dell’offensiva
D opo circa mezz’ora William torna con la mappa aggiorna-
ta. L’offensiva della Mercia – la nostra offensiva – è scat-
tata alle 00:00 del 16 agosto: alle ore H+04:00 riceviamo noti-
zia che le truppe speciali hanno preso il controllo di tutti i pon-
ti sul Severn e sul Teme tranne uno, dove i commandos hanno
clamorosamente fallito nella missione loro assegnata; intanto
la LB ha eseguito perfettamente il “gancio sinistro”, raggiungen-
do senza incontrare opposizione Cleobury Mortimer, ed è in
contatto con deboli contingenti di fanteria nemica nella fore-
sta di Wyre. Le cattive notizie giungono invece dalla Northern
Clee Hill: qui la nostra forza d’urto (costituita dalle due MB) è
La strategia bloccata da consistenti reparti del Wessex trincerati sulla linea
di cresta, ha già subito perdite e non fa progressi degni di nota.

L a pianificazione comincia immediatamente. Vengono di-


scusse due opzioni: un attacco a ovest, puntando diretta-
mente su Ludlow – dove è verosimile siano concentrate le for-
Riunione d’urgenza dello Stato Maggiore. Il tempo è vitale:
sappiamo che dopo circa 24 ore arriverà nel Cleobury Corri-
dor un’intera divisione corazzata nemica, e se non avremo eli-
ze del Wessex già presenti nella zona – sperando di sorpren- minato le forze del Wessex già presenti sul terreno, raggiun-
derle e travolgerle di slancio, o un ampio movimento aggirante gendo subito dopo posizioni ben difendibili dove affrontarla,
lungo il Severn, a oriente, affidato alla LB e a una MB, per rag- andremo inevitabilmente incontro alla sconfitta. Questa volta
giungere la zona di Cleobury Mortimer e della Wyre Forest, troviamo un accordo senza lunghe discussioni: la LB deve con-
nelle retrovie nemiche, e affrontare quindi l’inevitabile contrat- tinuare nella sua avanzata verso ovest, per tagliare le comuni-
tacco con spazio per manovrare. Viene scelto il secondo piano cazioni delle forze nemiche schierate sulla Northern Clee Hill;
– evitare la forza, attaccare i punti deboli, come raccomanda- qui, la 1a MB, schierata più a sinistra, deve sganciarsi, concen-
va già il grande teorico cinese Sun Zu 400 anni prima di Cristo trarsi entro le 08:00 nelle immediate retrovie e quindi metter-
– ma con una variante: solo la brigata leggera tenterà l’ampio si in movimento per seguire lo stesso itinerario della LB, pun-
“gancio sinistro”, mentre le due MB avanzeranno dalla frontie- tando verso Cleobury Mortimer; la 2a MB continuerà a eser-
ra sulla Northern Clee Hill, l’altura a nord-est di Ludlow. Non citare pressione sul nemico, ampliando il proprio fronte di at-
sono d’accordo nell’indebolire l’ala sinistra, ma devo adeguar- tacco per coprire il disimpegno della 1a MB.
mi: è interessante vedere come un piano strategico brillante, È l’alba; nuova attesa, questa volta breve, e cattive notizie:
anche se rischioso, possa venire “moderato” dalle dinamiche l’aviazione nemica ha attaccato in massa le nostre due MB in
di gruppo, che finiscono per generare una soluzione di com- piena crisi di movimento, infliggendo perdite sensibili, anche
promesso e rischiano di renderlo inefficace. Presa la decisio- se la contraerea ha abbattuto 22 dei 40 cacciabombardieri che
ne, scriviamo coordinate, incarichi, confini tra le unità, orari, partecipavano all’azione. Ci guardiamo in faccia. «Non dob-
tabelle per il fuoco d’artiglieria, e consegniamo tutto giusto in biamo perderci d’animo», dice qualcuno. Se cediamo l’iniziati-
tempo a William, che porta le nostre direttive alla “sala opera- va è finita… Così gli ordini rimangono immutati: la 1a MB, no-
tiva” per chiudere il primo turno di gioco. Restiamo ad aspetta- nostante le perdite, deve procedere col movimento aggiran-
re, nervosi, notizie dal fronte, mentre i responsabili del warga- te oltre il fianco destro nemico, e la 2a deve insistere nel tener-
me confrontano le scelte delle due parti, e decidono il risultato. lo impegnato attaccando frontalmente la Northern Clee Hill.

78
Much 2 KM
Wenlock
LE SCELTE
Leebotwood x
STRATEGICHE LB N
INIZIALI 1
CONDIZIONANO x
x
Bridgnorth
L’ESITO 1 MB
1 MB
DELL’OFFENSIVA. 2

UN PIANO x 1 AT TACCO
AEREO
3
AUDACE, 2 MB

Severn
l 1
“AZZOPPATO” DA H
il
1
UN ECCESSO DI C
l
e
e
Alveley
Highley
PRUDENZA r
n x
Stottesdon
h
e AB
t
r
o Kinlet
N x Arley
LB
3 Wyre Forest
Bromfield National Nature
Cleobur y Reser ve
LE FASI 2 Mortimer
DELLA BATTAGLIA Ludlow ll ll
1. Attacco iniziale della Mercia, la MB RECCE HG
1 e la MB 2 attaccano direttamente
la collina di fronte a loro, mentre la
LB attacca con l’ampio movimento Rock
aggirante (il cosiddetto “gancio
sinistro”).
Te
2. Seconda fase dell’attacco: la 1a MB si m e
mette in marcia per seguire l’itinerario w Tenbur y Abberley
della LB, mentre quest’ultima supera Wells
= MERCIA
Cleobury Mortimer e avanza verso la
= WESSEX
valle del Teme e verso Ludlow, nelle
retrovie nemiche. AB = Armoured Brigade (brigata corazzata)
AD = Armoured Division (divisione corazzata)

N. JERAN
3. Attacco della 1a MB sul fianco HG = Home Guards (milizia territoriale)
scoperto delle forze nemiche ancora LB = Light Brigade (brigata d’assalto leggera) xx
trincerate sulla Northern Clee Hill (la Clifton
MB = Mechanized Brigade (brigata meccanizzata) AD

N. JERAN
linea tratteggiata). RECCE = Battaglione da ricognizione upon Teme

La battaglia di Northern Clee Hill. Durante la gior- Fiato sospeso. Siamo ancora in tempo per consolidarci in
nata il ritmo rallenta. La LB, avanzando verso ovest, ha incon- attesa del contrattacco, o le forze corazzate del Wessex passe-
trato due batterie d’artiglieria e un reparto logistico nemico pre- ranno il fiume Teme irrompendo nel Cleobury Corridor prima
parati a difendersi, e li sta impegnando, ma senza risultati de- che sia conclusa la battaglia sulla Northern Clee Hill? Finalmen-
cisivi. È chiaro che si trova ormai nelle immediate retrovie del- te si spalanca la porta, e William Owen entra con la mappa ag-
la brigata del Wessex schierata sulla Northern Clee Hill, che da giornata da nuovi segni di pennarello rosso e blu.
parte sua continua a respingere senza troppa difficoltà gli attac- «Gentlemen…». Non c’è bisogno di ascoltarlo, basta osser-
chi della 2a MB. Ogni ora che passa le nostre possibilità di vitto- vare le nuove posizioni delle varie unità disegnate dagli arbitri
ria diventano più esili; la 1a MB non riesce a rispettare la tabella sulla carta geografica: la brigata nemica sta ripiegando in di-
di marcia prevista, sia per il ritardo iniziale dovuto all’incursio- sordine oltre Ludlow, la Northern Clee Hill è completamente
ne aerea nemica, sia perché le strade che attraversano il Cleo- nelle nostre mani. I rapporti dalle prime linee parlano di per-
bury Corridor da nord-ovest a sud-est sono poche e non adatte dite nemiche stimate al 60% e di un’ingente quantità di mate-
al traffico di mezzi pesanti. Alle 16:00 arriva finalmente la noti- riale abbandonata sul campo. Ordini per la notte: la LB deve
zia che i suoi reparti sono nei pressi di Stuttendon: vista la situa- riorganizzarsi a sud-est di Ludlow, il Recce Bn (battaglione da
zione e il ritardo accumulato, viene deciso di far interrompere ricognizione) deve creare uno schermo nella valle del Teme;
il movimento della 1a MB verso Cleobury Mortimer, e lanciarla le forze speciali hanno invece il compito di far saltare i pon-
invece contro il fianco scoperto delle forze nemiche ancora at- ti, per incanalare il contrattacco in una direzione prevedibile,
testate sulla Northern Clee Hill, mentre la LB deve continuare a ovvero lungo l’unica strada che attraversa il fiume rimasta sot-
premere verso Ludlow. to controllo nemico.

79
IL WARGAME È PIÙ DI UN GIOCO: INSEGNA A ELABORARE
PIANI EFFICACI E GESTIRE LE DINAMICHE DI GRUPPO
LA FASE
FINALE
CORBIS

2 KM
La direttrice del Much
Wenlock
contrattacco
della divisione
corazzata del Wessex N
(giorno H+1).

Bridgnorth

La divisione corazzata del Wessex contrattacca verso la Northern Clee Hill.

Severn
l
Il contrattacco del Wessex e
e
H
il
AT TACCO
AEREO Alveley

L
l
a notte trascorre senza che dal fronte vengano segnala- C x Highley
n
te novità di rilievo. Solo all’alba gli elementi avanzati del- e
r 1 MB Stottesdon
h
la LB, che schermano le vie d’accesso dalla valle del Teme al r
t
o
Cleobury Corridor, comunicano di essere in contatto con for- N
x
Kinlet
Arley
ze corazzate nemiche in movimento verso settentrione. Se- 2 MB
condo i nostri ordini, la brigata ripiega cercando di limitare al Wyre Forest
National Nature
massimo le perdite verso nord-est, verso la Wyre Forest, co- Cleobur y Reser ve
Mortimer
prendo la valle del Severn e cercando di minacciare il fianco Ludlow xx ll
destro delle forze nemiche; le due MB, a loro volta, si dispon- x AD HG
gono sulla Northern Clee Hill fronte a sud-est, preparandosi LB
a respingere l’assalto della divisione corazzata del Wessex. In Rock

poche ore la situazione sul campo diventa drammatica: deci-


Te
ne e decine di MBT avanzano oltre Cleobury Mortimer senza m e
Tenbur y Abberley
incontrare resistenza, e puntano con decisione verso Stutten- Wells
don. L’idea dello Stato Maggiore della Mercia – la nostra idea Orleton

– è di indurre il nemico a sviluppare la sua offensiva a orien-


= MERCIA
te della Northern Clee Hill, in una zona aperta e pianeggian-
= WESSEX
te battuta dal fuoco dell’artiglieria controcarro, dove rallenta- AB = Armoured Brigade (brigata corazzata) Clifton
re lo slancio dei mezzi corazzati tanto da poter mandare all’at- AD = Armoured Division (divisione corazzata) upon Teme
tacco i cacciabombardieri con la massima efficacia. Il tempo, LB = Light Brigade (brigata d’assalto leggera)
come sempre, è un fattore essenziale… MB = Mechanized Brigade (brigata meccanizzata)
E le ore passano. Quelle vere, troppo in fretta: è ormai la sera
del secondo giorno, bisogna arrivare alla conclusione del war- migliori – in una battaglia d’attrito sulla Northern Clee Hill,
game prima di cena. Gli arbitri portano il risultato della ma- vinta a caro prezzo senza alcun vero vantaggio.
novra d’attacco del Wessex: i corazzati hanno subìto perdite Volti cupi nella sala operativa dello Stato Maggiore della Mer-
sensibili, ma sono riusciti a penetrare comunque le nostre di- cia. Qualcuno osserva che le nostre forze erano inadeguate allo
fese a est della Northern Clee Hill, incuneandosi tra la 2a MB e scopo dell’offensiva – «colpa dei politici, che ci hanno mandato
le forze della LB che si sono sganciate ripiegando verso la val- allo sbaraglio»… Non una novità, in guerra. Abbiamo comunque
le del Severn; i nostri cacciabombardieri hanno svolto corag- imparato molte cose: mai indebolire un’idea brillante – piuttosto
giosamente la loro missione, ma senza risultati decisivi: la di- adottarne una completamente diversa; mai sottovalutare i rischi
visione corazzata nemica può schierare ancora circa il 60% dei di mettere in movimento forze ingenti durante il giorno, in pie-
mezzi in piena efficienza. Mentre scende la sera anche sul cam- na vista del nemico; mai essere troppo ottimisti sullo stato delle
po di battaglia, il verdetto è quindi unanime… strade, e quindi sui tempi di esecuzione di una manovra. Infine,
Tregua e insegnamenti. Abbiamo perso. Le forze della una pianificazione dettagliata è essenziale, ma bisogna lasciare
Mercia hanno fallito il loro obiettivo, perché non sono riuscite facoltà ai comandanti sul campo di adottare contromisure im-
a mantenere il controllo della via di comunicazione che attra- mediate di fronte a sviluppi imprevisti, favorevoli o sfavorevoli
versa da est a ovest il Cleobury Corridor. L’errore fondamentale che siano. La strategia è un’arte semplice, il cui successo sta tut-
– a giudizio dei coordinatori – è stato quello di non persegui- to nell’esecuzione: quest’ultima è non solo estremamente com-
re con sufficiente audacia l’obiettivo strategico, lasciando alla plessa, ma soggetta ai capricci della sorte più di quanto sia pos-
sola LB il compito di eseguire il “gancio sinistro” lungo la val- sibile prevedere. Giocare alla guerra con dei professionisti ser-
le del Severn e rallentare il contrattacco nemico, contempora- ve a non dimenticarlo. d
neamente sprecando l’intero primo giorno – e le nostre forze Gastone Breccia

80
WARS  LIVING HISTORY

TOLENTINO 1815-2015
A cura di Camillo Balossini


N
el giorno 2 fin dal sorge- cavalli e 48 cannoni; per contro, Bianchi zioni probabilmente falsate. Quelle che
re della luna incominciò disponeva di 12.000 uomini, 1.450 ca- vennero riportate a Murat dai messag-
un fuoco vivissimo fra gli valli e 28 cannoni. Una forza nettamente geri, secondo i quali gli austriaci erano
avamposti dei due cor- inferiore, che per uno strano destino eb- avanzati verso sud, forzando la stretta di
pi...”. Comincia così il racconto di testi- be la meglio sull’armata reale napoleta- Antrodoco e occupando L’Aquila sen-
moni della Battaglia di Tolentino, consi- na. Infatti, sebbene nella prima giornata za combattere; inoltre, in Abruzzo e in
derata da molti storici come la prima per di combattimenti (2 maggio) i napoletani Calabria erano in corso sollevazioni fi-
l’indipendenza italiana. Combattuta fra prendessero il controllo del Castello del- loborboniche. Notizie tali da indurre il
le truppe di Gioacchino Murat (cogna- la Rancia (Tolentino), il giorno seguente re a ordinare la ritirata generale, mentre
to di Napoleone Bonaparte e re di Napo- a Pollenza un’errata manovra militare del il suo esercito, che per mesi aveva tenu-
li) e l’esercito austriaco guidato dal baro- generale napoletano D’Aquino riportò lo to testa al nemico, a causa della durezza
ne Federico Bianchi, vide la sconfitta dei scontro in parità. dei combattimenti e della scarsità di vi-
murattiani con il conseguente ritorno Rievocazione. Nella spianata che veri cominciò a sciogliersi come neve al
dei Borbone nel Regno di Napoli dopo dal castello digrada verso il fiume Chien- sole, con le diserzioni che andavano mol-
la fuga di Murat in Francia. ti è stato un susseguirsi di cariche di ca- tiplicandosi durante il ripiego verso sud.
Nelle Marche – dove dal 1° al 3 mag- valleria, rombo di cannoni e crepitii di L’amaro epilogo della guerra austro-
gio scorsi si sono svolte le commemora- fucili. I reenactors che hanno preso parte napoletana, con la sconfitta di Murat, se-
zioni per il bicentenario della battaglia – alla rievocazione hanno ripetuto le azio- gnò la fine del sogno d’unità e indipen-
Murat schierò ben 34.000 uomini, 5.000 ni di una battaglia segnata da informa- denza del popolo italiano. d

L’AZIONE
A lato, fuoco di fila dei
granatieri austriaci.
A destra, la fanteria di
linea di Murat. Sotto,
cavalleggeri del 2°
Reggimento del Regno
di Napoli (1808-1815)
attaccano un reparto
di granatieri
dell’esercito
austriaco in
formazione di • •
quadrato. WEB
www.tolentino815.it
• •

C. BALOSSINI (3)

81
WARS  RECENSIONI

LIBRI & CO. Gruner+Jahr/Mondadori S.p.A.


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sca sul fronte occidentale, che si celano dietro le Hanno collaborato a questo numero
dettagliatissima ricostru- figure cantate nell’Iliade e nell’Odissea, ecco cosa Giorgio Albertini, Giovanni Cerino Badone,
zione della preparazione, ci racconta il libro scritto da Giorgio Ieranò, che Camillo Balossini, Gastone Breccia, Maurizio Corona,
dell’esecuzione e del insegna Letteratura greca all’Università di Trento Giuliano Da Frè, Guido Ercole, Roberto Festorazzi,
fallimento del piano che avebbe dovuto, secondo e si sta accreditando come divulgatore del mon- Andrea Frediani, Gianandrea Gaiani, Marco Lucchetti,
Hitler, portare gli Alleati a una pace separata. I do mitologico greco. L’occasione giusta per capire Fernando Mazzoldi, Mirko Molteni, Angelo Pirocchi
livelli strategico, tattico e persino individuale si come attorno agli amori di Achille, agli inganni
di Ulisse e ai tradimenti di Elena ci sia in realtà la Magazine Publishing Coordinator Carolina Cefalù
frammischiano rendendo vivido e coinvolgente Digital Publishing Coordinator Daniela Grasso
il racconto. Storia, e non solo la leggenda.
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Per ricordare il centenario
della Grande guerra viene Direttore del Personale e Affari Legali Lucio Ricci
ristampato quello che per La colonna della Direttissima Direttore Controllo di Gestione Paolo Cescatti
generazioni è stato il testo di riferimento della 26-27 settembre
Focus Storia Wars: Pubblicazione trimestrale registrata presso il
cosiddetta “alpinitudine”, il diario semiserio del Ca’ di Landino (Bologna) Tribunale di Milano, n. 162 del 31/03/2010. Tutti i diritti di proprietà
giornalista Paolo Monelli illustrato dall’ironico A settembre non stupitevi se vi capiterà di ve- letteraria e artistica sono riservati. Il materiale ricevuto e non richiesto
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pe Novello. Avevano fatto la guerra da alpini e Direzione, redazione, amministrazione: Via Battistotti Sassi, 11/a -
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schiano strappando una risata anche in situazioni deschi e americani, tutti in fila sulla Direttissima, 24126 Bergamo.
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tra i rapporti geopolitici, militari ed economici lungo i 70 chilometri circa del percorso, una cor- Segrate (Mi); e-mail: abbonamenti@mondadori.it
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raz. Ital. Editori Giornali) 2038-7202

82
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